Ho visto cose che voi umani…

Ciancimino, accuse a Forza Italia: “Frutto della trattativa con la mafia”

9 febbraio 2010 · Lascia un commento

Fonte: Ciancimino, accuse a Forza Italia: “Frutto della trattativa con la mafia”.

Massimo Ciancimino torna in aula, al processo che vede imputato il generale Mario Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, e accusa: “La trattativa Stato mafia proseguì anche dopo il 1992″. Un pizzino di Provenzano diretto a Dell’Utri e Berlusconi.

PALERMO - “Nel 1994, l’ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell’Utri e Berlusconi. Io la portai subito a mio padre, che all’epoca era in carcere. Mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell’Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi”.

Massimo Ciancimino torna nell’aula bunker di Palermo, al processo che vede imputato l’ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori di aver protetto la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, il figlio dell’ex sindaco, ha ripercorso il contenuto di un pizzino che ha consegnato nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo.

“E’ rimasta solo una parte di quella lettera – dice Ciancimino – eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell’ambito di un’altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo”.

In ciò che è rimasto nella lettera si legge: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Il “triste evento” sarebbe stato un atto intimidatorio nei confronti del figlio di Silvio Berlusconi.

Massimo Ciancimino spiega: “Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre: questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l’aveva suggerito proprio lui a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un’intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti”.

Vito Ciancimino avrebbe poi rielaborato la lettera di Provenzano: Massimo Ciancimino ha consegnato questa mattina al tribunale il secondo foglio della bozza scritta dal genitore. “La lettera è indirizzata a Dell’Utri e per conoscenza al presidente del consiglio onorevole Silvio Berlusconi – spiega il testimone – io fui incaricato di riportarla a Provenzano. Poi non so che fine abbia fatto e se sia stata consegnata”.

Insorge in aula l’avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: “Cosa c’entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, provincia di Palermo?”. Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l’opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: “ E’ comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo”, dice.

Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una “terza fase”: “A Vito Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell’Utri”, è l’accusa del figlio dell’ex sindaco. Che aggiunge: “Mio padre mi disse che fra il 2001 e il 2002 Provenzano aveva riparlato con Dell’Utri”.

La “bozza Ciancimino” ha un passaggio in più rispetto al documento sequestrato nel 2005. E’ scritto nel finale: “Se passa molto tempo e non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni e convocherò una conferenza stampa”. Chiede il pubblico ministero Nino Di Matteo: “Cosa sua padre minacciava di svelare?”.

Risponde Ciancimino junior: “L’origine della coalizione che aveva portato in politica Silvio Berlusconi”. Chiede ancora il pm: “A quando risaliva la bozza?”. Ciancimino: “Il 1994-1995″.

I SERVIZI SEGRETI Nell’audizione di Massimo Ciancimino torna il misterioso “signor Franco”, l’agente dei servizi segreti che secondo Ciancimino junior sarebbe stato in contatto con il padre e con Provenzano. “Dopo un’intervista con Panorama, in cui emergeva in qualche modo un mio ruolo nell’arresto di Riina, il signor Franco mi invitò caldamente a tacere e a non parlare più di certe vicende perché tanto non sarei mai stato coinvolto e non sarei mai stato chiamato a deporre. Cosa che effettivamente avvenne – accusa Ciancimino junior – visto che fino al 2008, quando decisi di collaborare con i magistrati, nessuno mi interrogò mai”. Anche durante gli arresti domiciliari Massimo Ciancimino avrebbe ricevuto una strana visita: “Un capitano dei carabinieri – dice il testimone – mi invitò caldamente a non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi”.

Un emissario del signor Franco gli avrebbe pure preannunciato un’i mminente inchiesta nei suoi confronti e persino gli arresti domiciliari: “Per questo, ero stato invitato ad andare via da Palermo”. Ciancimino riferisce ancora le parole che gli avrebbe riferito il capitano del Ros Giuseppe De Donno, collaboratore di Mori: ”Mi rassicurò che nessuno mi avrebbe mai sentito sulla vicenda relativa all’arresto di Riina. Su questa vicenda – mi disse – sarebbe stato persino apposto il segreto di Stato”.

LA PERQUISIZIONE
Secondo la Procura, l’ultimo mistero legato al caso Ciancimino sarebbe quello della perquisizione del 2005: “Nessuno dei carabinieri presenti – accusa il testimone – chiese di aprire la cassaforte, che era ben visibile nella stanza di mio figlio”. Si commuove Massimo Ciancimino quando vede le fotografie della casa, fatte di recente dalla Dia su ordine della Procura. “In quella villa di Mondello ho tanti ricordi – spiega – lì ha vissuto mio figlio dopo la nascita”. Dopo una breve sospensione dell’udienza, Ciancimino torna ad accusare: “I carabinieri e qualcun altro sapevano che in quella cassaforte c’e rano il papello e altri documenti”.

LE MINACCE “Anche la settimana scorsa ho ricevuto delle pesanti intimidazioni – denuncia Massimo Ciancimino – sul parabrezza della mia auto è stata lasciata una lettera dal contenuto molto chiaro: neanche i magistrati di Palermo ti potranno salvare”.
Fonte: repubblica.it (Salvo Palazzolo, 8 Febbraio 2010)

→ Lascia un CommentoCategorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , ,

La magistratura sotto ricatto – Passaparola – Voglio Scendere

8 febbraio 2010 · Lascia un commento

La magistratura sotto ricatto – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, se leggete i giornali domani, dubito che i telegiornali ne diano gran conto, parleranno dei commenti alla notizia, ma non parleranno della notizia, avete la possibilità oggi di mettere insieme un po’ di tessere del mosaico degli ultimi giorni, del mosaico politico-mediatico degli ultimi giorni, perché magari qualcuno si domandava, ma perché certi giornali, Il Corriere della Sera, che in certe pagine, grazie a certe firme sembra la succursale di Libero o del giornale, si è dedicato con tanta passione e con tanto spazio a una foto di 16, 18 anni fa che ritrae Di Pietro a tavola con dei Carabinieri, un investigatore americano e Bruno Contrada?

La cassaforte di Ciancimino
Perché i giornali di Berlusconi hanno ritirato fuori la storia della D’Addario che sembrava morta a sepolta? Non avevano niente di meglio da fare? Siamo sicuri che Berlusconi gradisca che si riparli delle sue avventure con una prostituta?
Che fine ha fatto il processo breve? E che ne è del legittimo impedimento? E quale sarà la prossima mossa, visto che ci hanno detto che il legittimo impedimento è soltanto un ponte di un anno e mezzo in vista di qualcosa di più sostanzioso e di ancora più definitivo? Questa roba che è venuta fuori negli ultimi giorni di una legge contro i pentiti, anzi contro i pentiti e contro i testimoni cos’è? Perché l’hanno annunciato e poi l’hanno smentita? Cosa sta succedendo? Oggi arrivano e lo troverete su qualche giornale domani, a cominciare da Il Fatto naturalmente, l’ultima fase delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino al processo di Palermo, Ciancimino sta parlando al processo che riguarda la trattativa tra Stato e mafia, quello a carica del Giornale Mori e del Capitano Colonnello Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento alla mafia per non avere, secondo l’accusa arrestato Provenzano a Mezzojuso nel 1995, aspettando poi che fosse la polizia a arrestarlo nel 2006.
Infatti l’Avvocato del Generale Mori che è lo stesso che era Avvocato di Contrada etc. che è l’Avvocato Milio che è anche un ex  parlamentare di area radicale, ma letto a suo tempo nel Polo della Libertà come si chiamava all’epoca, ha detto: ma cosa c’entrano queste cose di Ciancimino che parla di Berlusconi, di Dell’Utri nel nostro processo, c’entrano sì perché nel 1995 la maggioranza in Parlamento ce l’aveva il centro-destra, anche se Berlusconi aveva visto cadere il suo governo e quindi era in una posizione di attesa e sosteneva con l’astensione, almeno con l’astensione, che al Senato sapete corrisponde al voto favorevole, il governo Dini, Dini che più che altro non aveva bisogno di sostegno perché aveva anche i voti del centro-sinistra e quindi sapere quello che succedeva nel 1995 politicamente mentre i Carabinieri, secondo l’accusa si distraevano, un po’ come quando non avevano perquisito il covo di Riina e non andavano a fare il blitz neanche non casolare di Mezzojuso dove era nascosto Provenzano, può essere utile per capire il contesto politico, ma dato che la trattativa che i Carabinieri cominciano nel 1992, dopo la strade di Capaci, secondo Ciancimino è poi proseguita con l’arresto di suo padre e poi con l’arresto di Riina Provenzano ha continuato a trattare con altri soggetti che non erano più soltanto i Carabinieri, Carabinieri che peraltro secondo l’accusa, quelli del Ros, quelli di cui stiamo parlando, continuarono a garantirgli massima libertà di movimento, Provenzano andava, veniva, si spostava, andava a Palermo, a Roma e la certezza che nessuno l’avrebbe mai acchiappato, bene quella trattativa, secondo Massimo Ciancimino fu rilevata, fu ereditata da Marcello Dell’utri e poi nacque Forza Italia, non sono cose nuove per chi segue il Passaparola o per chi ha letto certi libri o chi legge certi giornali, ma oggi siamo arrivati alla punta più alta delle dichiarazioni di Ciancimino perché lui non si è limitato a parlare, ha consegnato dei documenti, compresa una cosa che neanche i magistrati sapevano che esistesse, una lettera di suo padre a Berlusconi, che parafrasava in certe parole tracopiava i concetti espressi nel famoso pizzino di cui abbiamo parlato spesso, il pizzino nel quale Provenzano o qualche suo scriba si era rivolto direttamente a Berlusconi, un pizzino senza data, non hanno data i pizzini, ma si può capire che è stato scritto tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, è il famoso pizzino nel quale Provenzano si rivolge a Berlusconi chiamandolo Onorevole, anche se probabilmente Berlusconi non era stato ancora eletto, ma stava per esserlo e in quel pizzino Provenzano gli garantiva appoggio per le imminenti elezioni del marzo 1994, le prime, quelle che Berlusconi ha vinto per la prima volta, quelle della discesa in campo, chiedendo in cambio la messa a disposizione di una delle televisioni e minacciando, in caso contrario un evento triste, infausto, luttuoso, un qualche attentato al povero PierSilvio, mi ricordate la storia di quel pizzino, quel pizzino stava nella cassaforte della casa al mare a Mondello di Massimo Ciancimino, nel 2005 i Carabinieri, sempre Carabinieri, spiace perché poi la stragrande maggioranza dei Carabinieri sono delle persone perbene, ma qui ci sono delle coincidenze veramente incredibili, evidentemente Carabinieri che si occupano di questa vicenda sono toccati dalla sfortuna, oppure cadono tutti in uno stato di Alzheimer, di torpore quando devono entrare in certe case o aprire certe porte.
Perché  vanno a perquisire all’inizio del 2005 la casa di Ciancimino Massimo al mare a Mondello, fuori Palermo, c’è una bella cassaforte nella stanza, se non erro, della badante del figlio o della figlia, la troverebbe anche un bambino, non la trovano, secondo alcuni semplicemente non la aprono, tant’è che quando un collaboratore di Ciancimino che assiste alla perquisizione, chiama Massimo Ciancimino che in quel momento era all’estero “ci sono i Carabinieri che perquisiscono” Ciancimino gli dice: se vogliono accedere alla cassaforte gli diamo le istruzioni necessarie per aprirla, neanche a dirglielo questi reagiscono, non aprite quella cassaforte, questo è il titolo del film, come non aprite quella porta o quel covo è il titolo del film della mancata perquisizione del covo di Riina e non aprite quel casolare a Mezzojuso è il titolo del film della mancata cattura di Provenzano, non aprono mai le porte, sono troppo educati, hanno paura di disturbare!
Avete presente Fantozzi quando deve bussare all’ingresso dell’ufficio del megadirettore galattico e sfiora soltanto la porta perché non osa neanche bussare… sono fatti così questi Carabinieri che si occupano delle vicende di cui stiamo parlando.
E’ sfortuna, perché poi la stragrande maggioranza dei Carabinieri si fa un mazzo tanto e hanno avuto anche dei caduti, a cominciare dal Capitano Basile o dal Generale Dalla Chiesa, ma purtroppo ne abbiamo degli altri che hanno questi vuoti, improvvisamente non sanno più chi sono, dove sono, vedono una cassaforte e la scambiano per un quadro!
Peccato perché  in quella cassaforte quando fecero la perquisizione c’era probabilmente copia del Papello, come dice Ciancimino e c’era integrale la lettera di Provenzano o di un suo scriba a Berlusconi, quello che abbiamo descritto prima, quella che Massimo Ciancimino dopo averne fatto copia, come gli diceva sempre suo padre “fai fotocopia di tutto” speriamo che salti fuori questa fotocopia perché almeno quella sarà integrale, portò l’originale a suo padre e Provenzano l’aveva data a lui per fare da intermediario con suo padre e suo padre doveva darla a Dell’Utri, il quale doveva darla a Berlusconi, questo dice Massimo Ciancimino.

Vito Ciancimino e la lettera a Berlusconi
Qui non sono più le parole di Massimo Ciancimino, qui c’è la ciccia perché almeno un lembo di quella lettera è saltato fuori da uno scatolone l’estate scorsa, uno scatolone che c’era in un magazzino della Procura, dove erano accantonate tutte le carte ritenute non utili tra quelle ritrovate nella casa di Ciancimino figlio, mistero, come è possibile che una lettera indirizzata all’On. Berlusconi sia ritenuta non utile?
Visto che a Palermo c’è stata un’inchiesta per mafia e riciclaggio a carico di Berlusconi, archiviata, ma che in caso di elementi nuovi può essere riaperta, anzi deve essere riaperta immediatamente? C’è un processo Dell’Utri proprio perché è accusato di avere fatto da tramite tra Berlusconi e la mafia, ci sono stati il processo al Generale Mori e al Capitano Ultimo, De Caprio per la mancata perquisizione del covo, c’è il processo al Genere Mori e al Colonnello Obinu per la mancata cattura di Provenzano e in tutti questi 4 processi quella lettera sarebbe fondamentale, quella lettera viene abbandonata ai tempi in cui il Procuratore Capo di Palermo era Piero Grasso che poi per questi e altri meriti è stato promosso Procuratore Nazionale antimafia, l’hanno lasciata in quello scatolone e non l’hanno depositata né al processo dove era imputato Mori per la mancata cattura di Riina, né al processo Dell’Utri, né al processo d’appello, già c’è pure il processo a carico di Massimo Ciancimino, accusato di avere riciclato il tesoro sul padre e condannato in primo grado in appello per intestazione fittizia di beni, in tutti questi processi quella carta non c’è perché i magistrati che li stavano facendo quei processi non sono mai stati avvertiti che i Carabinieri avevano trovato quel pizzino e l’avevano trovato, dice Massimo Ciancimino intero, perché nella sua cassaforte era intero, non era a fette, invece è rimasta una fettina soltanto, è saltata la parte in cui dice, Massimo Ciancimino, c’era scritto che Dell’Utri avrebbe dovuto  riceverlo per passarlo a Berlusconi e forse c’era scritta una qualche indicazione di data.
Quindi era intero quando c’è stata la perquisizione, cosa sia successo nel frattempo non si sa, sta di fatto che è stata trovata soltanto la fettina nello scatolone della Procura l’estate scorsa, 4 anni dopo quella perquisizione distratta!
Cosa significa questo? Che quando voi leggete e ce ne saranno per tutto il giorno, tutta la sera, sui giornali di domani i commenti che diranno: Ciancimino è pazzo, delira, si inventa etc., c’è un piccolo problema, bisogna giustificare la fettina del pizzino che non è più una chiacchiera di Ciancimino e bisogna giustificare quella lettera che Vito Ciancimino mandò a Berlusconi in cui diceva più o meno le stesse cose che Provenzano aveva detto nel pizzino, gliele ribadiva a scanso di equivoci e è quella che oggi Ciancimino ha consegnato, per fortuna integrale, adesso la Procura è nelle mani giuste, quindi non c’è più il rischio che qualcuno faccia a fette un pizzino integrato all’On. Berlusconi.
È di fronte a questi fatti che si scontra la polemica politica, perché uno può fare tutte le polemiche che vuole su Ciancimino, può dire che vuole conservare il suo tesoro, dimenticando che glielo hanno sequestrato, può dire che sta cercando di ingraziarsi la Procura di Palermo per salvarsi nel suo processo, un po’ difficile perché la Procura di Palermo l’ha fatto condannare a 6 anni e quando c’è stato l’appello di Massimo Ciancimino la Procura generale, i rappresentanti della pubblica accusa hanno chiesto la conferma dei 6 anni, dopodiché la Corte d’Appello contro la richiesta della Procura ha deciso di dare a Ciancimino le attenuanti generiche e devo dire che non c’è niente da eccepire, perché nel nostro sistema processuale le attenuanti generiche, soprattutto a un incensurato, veramente non si negano mai, non si capisce per quale motivo Berlusconi debba avere 6 o 7 volte le attenuanti generiche e Ciancimino neanche nel suo primo processo dovrebbe averle, oltretutto la Procura non c’entra niente perché le attenuanti la Procura non le ha chieste, gliele ha date motu proprio la Corte d’Appello, quindi non c’è nessuna ragione per cui Ciancimino dovrebbe dire queste cose, anzi, ci sarebbero molte ragioni per cui Ciancimino quelle cose non le dovrebbe dire, perché? Perché se uno è un uomo di mondo e Ciancimino lo è, sa benissimo che se fa quei nomi ha finito di vivere tranquillo e questo spiega le sue esitazioni, i suoi stop and go perché ha una famiglia, che naturalmente ogni volta che lui va a parlare di queste cose finisce nel mirino.

La svolta, il ricatto
La domanda che avevamo fatto all’inizio era: perché sono successe tutte queste cose, la foto di Di Pietro, il presunto complotto della D’Addario, perché siamo di fronte a una svolta cruciale, vi ricordate quello che abbiamo detto prima, c’è stata un’inchiesta archiviata a Palermo a carico di Berlusconi e di Dell’Utri per mafie e per riciclaggio, capite la paura che possono averi questi, ogni giorno viene fuori un pizzino, una lettera, una dichiarazione di Ciancimino, un’altra di Spatuzza etc.
Temono ovviamente che le inchieste archiviate vengano riaperte, esattamente come temono che vengono riaperte come quelle nelle quali erano imputati a Firenze e a Caltanissetta per concorso nelle stragi, intanto mettono lì un Disegno di Legge che stabilisce che non basta la parola anche di più testimoni o collaboratori di giustizia, per formare un elemento probante, è la famosa legge Valentino rivelata la Repubblica l’altro giorno che poi è stata subito smentita dai Ministri Alfano e Maroni, ma intanto è lì e non c’è solo il governo che può approvare le leggi, anche se praticamente fa solo quello, ma il legislatore con i decreti, c’è anche il Parlamento che può andare avanti e loro possono benissimo dire “il Governo non c’entra” ma liberamente la maggioranza parlamentare la porta avanti, la tengono lì come una pistola carica, puntata, come a dire: o fate i bravi e la smettete di fare certe domande a Ciancimino e a altri e a Spatuzza e a altri, oppure noi vi vogliamo dalle mani la possibilità di utilizzare i mafiosi pentiti e i testimoni dichiaranti, qual è Massimo Ciancimino e così i processi per mafia per ve li sognate, perché tutti i processi per mafia, checché se ne dica, salvo quelli in cui hai la fortuna di riuscire a vedere o a filmare il mafioso mentre commette dei delitti, si basano sulla parola di pentiti e di eventuali testimoni votati al carachiri, come Ciancimino Massimo, al quale converrebbe tutto, tranne tirare in ballo Berlusconi e Dell’Utri, ve lo posso assicurare, gli converrebbe mangiarseli certi pizzini, invece di portarli o di commentarli in udienza.
Lo farebbero Ministro, Presidente del Senato se se li mangiasse! Pistola puntata carica o saltano certe indagini, oppure vi facciamo saltare tutte le indagini, poi c’è il processo breve, anche quello, l’hanno approvato in un ramo del Parlamento e adesso lo lasciano lì, fermo alla Camera, altra pistola puntata, perché? Perché il 25 febbraio c’è la sentenza a carico di Mills, accusato di essere stato corrotto da Berlusconi, se la Cassazione assolve Mills, il processo breve viene lasciato morire, lasciano scadere, dimenticato, per il processo Mediaset che peraltro è stato mangiato quasi tutto la prescrizione grazie alla ex  *** e ai condoni fiscali di Berlusconi, basta e avanza il legittimo impedimento che porterà le cose alle calende greche e poi dopo si parlerà di che fare o una legge costituzionale che riprende il lodo Alfano e immunizzi soltanto Berlusconi e le altre 3 cariche dello Stato, oppure un’immunità parlamentare erga omnes extralarge che coinvolgerà tutti e mille i parlamentari, quindi il processo breve è lì a minacciare la cassazione, affinché si mettano una mano sulla coscienza il 25 febbraio quando dovrà giudicare Mills ed  una scappatoia alla Cassazione l’hanno fornita i giudici di appello che hanno ritenuto che Mills non sia stato d’accordo con Berlusconi perché concordare le sue falle testimonianze in cambio della mazzetta di 600 mila dollari, prima di farle, ma che l’accordo sia avvenuto dopo, è un’assurdità, se devi fare una falsa testimonianza a pagamento per favorire qualcuno ti metti d’accordo con quel qualcuno prima di farla, non dopo, altrimenti dopo che l’hai fatta magari quello si dimentica di avere preso degli… quello magari dice: non c’entro niente, hai fatto tutto tu, non ti pago, infatti nel processo ci sono molti elementi che fanno ritenere che Mills e Berlusconi si fossero messi d’accordo prima del 1997/1998 quando furono fatte le false testimonianze da Mills, invece la Corte d’Appello ha ritenuto che la corruzione fosse susseguente, l’accordo e la dazione fossero avvenute dopo, mentre in realtà quello che emerge da chi conosce bene le carte, leggetevi il libro di Gomez Mascali “Il regalo di Berlusconi”, prima c’è l’accordo, poi ci sono le due false testimonianze e poi c’è il versamento.
Con questa scappatoia la Corte Costituzionale potrebbe tagliare la testa al toro e dire: ma non esiste la corruzione giudiziaria susseguente, la corruzione giudiziaria per esistere deve essere antecedente rispetto all’atto e se la mette così può benissimo annullare anche senza rinvio la sentenza d’appello, ma può anche annullarla, non condividendone la motivazione, ordinare un nuovo processo di appello e lì muore tutto per prescrizione e a quel punto nel primo caso, si annulla senza rinvio la sorte anche del processo di Berlusconi, accusato di avere corrotto Mills è segnata, perché? Perché se hanno assolto il corrotto perché non può essere stato corrotto in quanto l’accordo sarebbe avvenuto dopo e non prima della falla testimonianza, allo stesso modo il processo a carico del corruttore, finirebbe in un’assoluzione, in una derubricazione del reato in corruzione semplice e non più corruzione giudiziaria, perché qui sta il cavillo, corruzione semplice, non aggravata è punita con una pena più bassa e quindi con una prescrizione più breve e la corruzione giudiziaria, quindi aggravata è punita con una pena più alta e quindi con una prescrizione più lunga.
Se fossero accusati di corruzione semplice, Mills e Berlusconi avrebbero avuto già la prescrizione che è il reato si è commesso, secondo la Procura e secondo il Tribunale, fino al 2000, quindi 2000 più 7,5 fa 2007 e il reato sarebbe già prescritto, invece la corruzione giudiziaria si prescrive in 10 anni, quindi c’è tempo ancora per quest’anno 2010, di finire, ecco perché Mills potrebbe essere condannato in tempo se la Corte di Cassazione confermasse la sentenza d’appello, e Berlusconi naturalmente avrebbe un processo che potrebbe durare altri 2 anni, perché? Perché ha sospeso questi processi più volte con delle leggi, quindi i periodi di sospensione ovviamente vengono detratti dal computo finale, quindi lui sarebbe ancora possibile giudicarlo senza prescrizione se la corruzione fosse ritenuta aggravata, giudiziaria, se invece ritengono che è corruzione semplice, allora il reato è già prescritto da due anni, perché vi ho fatto tutto questo pippone? Perché il problema della corruzione giudiziaria è che secondo alcuni orientamenti della Cassazione, non può essere susseguente, solo la corruzione semplice può essere susseguente, quella giudiziaria no, per questo vi ho parlato di scappatoia, se la Corte di Cassazione ritiene che la corruzione Mills Berlusconi, Berlusconi – Mills è susseguente, potrebbe cadere l’ipotesi aggravata di corruzione giudiziaria, potrebbero passare tutti e due alla corruzione semplice, essere definiti naturalmente uno un corretto e un altro un corruttore, mica assolti, ma il reato di degraderebbe alla sua fattispecie meno grave e quindi scapperebbe prima per Mills e poi per Berlusconi, l’automatica prescrizione, se la Cassazione si comporta così, anche il processo breve, come la legge antipentiti, viene accantonato, se fanno i bravi non gli fanno le leggi per impedirgli di fare i cattivi, se fanno i cattivi gli fanno le leggi per impedirgli di fare i cattivi, naturalmente per impedirglielo erga omnes ancora una volta, ad personas! Non fate più nessun processo se non fate i bravi in quel processo, questa è la minaccia di tutte queste pistole puntate sul tavolo e poi naturalmente ci vuole una preparazione dell’opinione pubblica per farle credere che le leggi future che dovranno agganciarsi al legittimo impedimento che consente a Berlusconi di rinviare per un anno e mezzo i suoi processi, *** che queste leggi future sono fatte in apparenza per lui, in realtà le fanno per noi, è un po’ difficile farlo capire, infatti oggi nei sondaggi sia il lodo Alfano per le 4 cariche in forma costituzionale, sia l’immunità parlamentare per tutti e mille i deputati e senatori, sono altamente impopolari, la gente non li vuole, nei sondaggi c’è un 80/90% di contrari, anche elettori del centro-destra, perché non hanno mai visto nel programma una roba del genere, perché Berlusconi fa la campagna elettorale dicendo “eleggetemi che così mi faccio delle leggi per me, le fa, ma non lo dice, quindi l’elettore del centro-destra può anche fare il finto tonto e dire: non l’avevo previsto, non me lo avevi detto, nel contratto con gli italiani non c’era scritto “meno processi per me” c’era scritto “meno tasse per tutti, pensioni più alte per tutti, meno reati per tutti” ecco meno reati, non meno processi!
Quindi bisogna convincere la gente che in realtà sembrano leggi fatte per la casta ristretta, 4 altre cariche allargata, mille parlamentari, ma in realtà lo fanno per noi, per dare serenità al governo, al Parlamento e chi non vuole un Premier sereno, un Parlamento sereno, alte cariche serenissime, vogliamo tutti una serenità meravigliosa, e consentire che possano governarci e legiferare senza distrazioni perché avete sentito cosa ha detto Angelina Jolie, il Premier è un secchione, uno che quando ha un processo si studia tutto e non trova più il tempo per fare il resto, ecco perché da 15 anni si occupa soltanto dei cazzi suoi, perché è un secchione, studia, questa è la ragione, studia, studia e studia, alla fine gli vengono in mente soltanto i suoi processi e non gli affari nostri!
Santa ingenuità, questo è quello che stanno cercando di fare, per questo la campagna di stampa è partita su Craxi, perché? Perché se passa, l’abbiamo detto mille volte, il principio che non valgono più neanche le sentenze definitive per corruzione di condanne a carico di uno che è scappato all’estero, se si può fare anche quello e si viene beatificati dal Capo dello Stato, dal Presidente del Senato etc., è evidente che passa qualsiasi altra cosa, cosa si può fare di peggio che non rubare da statista, da leader politico, da Presidente del Consiglio e poi quando si viene beccati, svignarsela all’estero per sottrarsi alla giustizia del proprio paese che sta cercando di punirvi per avere violato leggi fatte da voi stessi? E’ evidente che se passa una cosa del genere non ci sarà più niente che non si potrà fare legittimamente, quindi hanno legittimato Craxi per legittimare il suo degno compare e successore.
Ma la legittimazione di Craxi ha anche un altro significato, delegittimare Mani Pulite, per estensione, per effetto di trascinamento tutte le indagini che sono figliate da allora, per corruzione e per mafia, se i processi ai politici sono precisi politici, fatti da giudici politicizzati non perché i politici commettono reati, ma perché i politici hanno delle idee che non piacciono ai giudici, a questo punto tanto vale metterci una pietra sopra e dire: siamo stanchi, siamo stanchi, facciamo la pace, arrendiamoci, diamogli, come ha detto Cementano, sciaguratamente l’altro giorno sul Corriere della Sera, un bel lasciapassare e chi si è visto si è visto, questo è lo scopo, perché? Perché tanto sono processi politici, succede casino, poi quello fa il processo breve, fa saltare di qua, fa la guerra atomica, lasciamo stare, lo dicono anche molti magistrati stremati, dicono: diteci chi non dobbiamo più processare e noi non ve lo processiamo, l’importante è che gli altri ce li fate processare, questo è il clima, in questo clima naturalmente c’è un problema, che continuano almeno su alcuni giornali a venire fuori e alcune trasmissioni, tanto per non fare nomi Annozero e sui blog, continuano a venire fuori delle notizie vere, come quelle che riguardano le rivelazioni di Ciancimino, allora cosa succede? Che i media di Berlusconi, la gran parte tra quelli direttamente controllati e quelli indirettamente condizionati, buttano nel ventilatore ogni giorno un falso scandalo nella speranza di fare pari e patta con i veri scandali che coinvolgono il Premier, allora abbiamo il complotto della D’Addario, quest’ultima non è una prostituta che non noto pappone, amico di Berlusconi ha portato nel letto di Berlusconi il quale ci ha fatto quello che sappiamo, dopodiché l’ha fatta candidare in una lista del Popolo della Libertà, l’ha più volte chiamata, le ha fatto le solite promesse e poi non le ha mantenute, no la D’Addario è stata selezionata da oscure centrali internazionali, leggete se vi capita, Panorama è meglio di un giornale umoristico, che l’hanno infilata surrettiziamente nel lettone di Putin e il povero Berlusconi che era lì che quella sera, come sempre, questo anziano signore con il plaid sulle ginocchia, sulla sedia a dondolo rubava a ruba mazzo insieme a Bondi, Cicchito e Capezzone che lo lasciano vincere anche quando perderebbe così per dargli il contentino, davanti a una tazza di camomilla, vede irrompere questa *** che lo violenta lì davanti a tutti, lui che urla no, non voglio, queste cose non le faccio, Veronica salvami! Niente, purtroppo la amata *** prende il sopravvento, questo lo scrivono restando seri importanti giornali del centro-destra, mentre altri, anziché spernacchiarli, riportano Panorama sostiene, come se Panorama fosse un giornale, lo è stato, glorioso anche, vedete com’è ridotto, Berlusconi ha questo di bello, è il Re Mida che trasforma tutto quello che tocca in merda!

Il complotto contro Di Pietro
Dall’altra parte abbiamo il complotto di Di Pietro, complotto di Di Pietro che non a caso, alla vigilia di Natale del 1995 si ritrova a cena con dei Carabinieri, con un agente, con un detective le La Kroll, un’agenzia di investigazione americana, secondo alcuni forse in odore di Cia che gli dà un premio, addirittura un fermacarte, in più Bruno Contrada, quest’ultimo quello che poi 9 giorni dopo è stato arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa e anni dopo è stato condannato, Di Pietro, avete capito?
Non lo frequenta dopo che è stato arrestato o condannato, quando si sapeva che quello era un amico della mafia, no, lo frequenta prima, è questo il peccato originale, Di Pietro frequenta le persone quando sono incensurate, questo è imperdonabile, meno male che l’hanno beccato! Sapete chi l’ha beccato? Un giornalista de Il Corriere della Sera che ha scritto un libro in cui sostiene che Contrada è innocente, anche se invece è stato giudicato colpevole fino alla Cassazione, aiutava i mafiosi a farla franca dei blitz che altri poliziotti, però per bene, organizzavano, li chiamava e quelli scappavano, questa era la sua funzione!
Prima non lo si sapeva, si è saputo dopo, Di Pietro è andato a cena una volta con lui, con 3 Carabinieri, tutti incensurati, tutti insospettabili in quel momento e quindi ci sarà qualcosa dietro, altrimenti farebbe come tutti gli altri che frequentano i servitori dello Stato una volta che sono stati condannati, ovviamente! Gli stessi che hanno difeso Contrada fino all’ultimo dicono: è se Di Pietro è a cena con Contrada ci sarà qualcosa di male, alla fine rimprovereranno a Contrada di essere andato a cena con Di Pietro, perché questo è l’andazzo, come ci fosse qualcosa di strano che un magistrato va a cena in una caserma dei Carabinieri, circondato da Carabinieri, da un investigatore americano che lo voleva conoscere e da Contrada che essendo il N. 3 del Sisde, voleva conoscere l’uomo dell’anno e davanti, nella foto però non si vede, non ve l’hanno detto che ci sono, c’erano 80 reclute e 80 Carabinieri non graduati, che cenavano tutti intorno e immaginate in quel momento 92, il giorno dell’avviso di garanzia a Craxi, saranno stati tutti lì con le macchine fotografiche e non c’erano i telefonini ancora con la macchina fotografica o con la webcam interna, per cui tutti che fotografavano e si fotografavano con Di Pietro, immaginate come si va a nascondere un evento che è avvenuto davanti a 80 testimoni, ma è quello che abbiamo letto per una settimana: chissà che fine hanno fatto, chissà dove sono sparite, chi le ha fatte sparire e perché, forse mani pulite, scrive autorevolmente Feltri, è un complotto voluto da servizi segreti stranieri, legati a quelli americani, per portare al Governo il PC, dopo avere distrutto il pentapartito, pensate alla Cia, uno dice che sono fessi, sono furbissimi, hanno organizzato il complotto di mani pulite per rovesciare tutti i partiti filo americani in Italia e portare al governo i comunisti!
A parte che anche Feltri deve avere anche un pizzico di Alzheimer perché non ricorda che dopo mani pulite al governo c’è andato Berlusconi, non i comunisti, ma questi sono dettagli, li fa il Direttore di giornale, non è mica tenuto a sapere queste cose, è difficile saperle! Sono tenute segrete anche queste cose, ma soprattutto Feltri rivela che la Cia ha lavorato e bene, devo dire, per rovesciare la prima repubblica, tutti i partiti filo americani sono scomparsi e lasciarne in piedi uno, il Partito Comunista che, naturalmente, rubava di meno e questa è la ragione per cui gli elettori l’hanno pulito di meno, anche perché i suoi dirigenti non hanno mai messo una lira in tasca, le mettevano semmai nelle tasche del partito, il che è anche più grave dal punto di vista politico, ma la gente ovviamente reagisce in modo diverso, rispetto a quelli che hanno le ville, le mignotte, gli aerei privati, i conti etc., ma questo è il bello, la Cia ha portato al governo i comunisti distruggendo tutti i partiti filo americani, è un’operazione che a pensarci bene, neanche il KGB sarebbe riuscito a realizzare così bene, bene ci ha pensato la Cia, quest’ultima e il KGB forse agivano insieme, forse la Cia è il servizio segreto sovietico travestito da americano e adesso naturalmente è dietro anche al complotto della D’Addario perché sapete che Berlusconi è amico di Putin, di Luca***, di Gheddafi e quindi la Cia ce l’ha con lui e quindi è probabile che l’amata *** del tavoliere, la D’Addario, sia stata infilata nel suo letto da uomini della Cia, anche perché un uomo così illibato e così santo come lui, lo potevano giusto sputtanare mettendogli una donna nel letto, perché? Perché è una cosa talmente insolita che si sono scandalizzati tutti, è un po’ come tentare di fare un complotto contro Mara dona, mettendogli una bustina di droga nella macchina, ne ha altre 100 e quella non si nota, immaginate a chi potrebbe venire in mente in una ipotetica centrale spionistica mondiale, cosa facciamo? A Berlusconi perfetto, gli mettiamo una prostituta in casa che è proprio la cosa più lontana che potrebbe mai capitare in quella casa, così la gente si scandalizza e lui è screditato a livello mondiale!
Nello stesso periodo purtroppo sono uscite le foto, dove di queste se ne vedevano a ventine, che venivano aviotrasportate nei voli di Stato sulle sue residenze, ma queste cose restando seri, i giornali le pubblicano e le televisioni le replicano, vedi scodinzolii con il TG1, perché? Perché devono fare pari e patta con le rivelazioni vere che stanno uscendo sul vero punto nero della seconda repubblica, la nascita di Forza Italia e i rapporti con la mafia, tutto il resto è una conseguenza.
Passate parola e continuate a seguirci sul blog e su Il fatto Quotidiano, grazie e buona settimana!

→ Lascia un CommentoCategorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica
Messo il tag: , , , , , , , ,

Antonio Di Pietro: Appello per la Campania

8 febbraio 2010 · Lascia un commento

Fonte: Antonio Di Pietro: Appello per la Campania.

Sento il bisogno di spiegare a voi della Rete le ragioni per cui Italia dei Valori si e’ determinata ad appoggiare la candidatura di De Luca come candidato governatore della Regione Campania. Lo devo fare perché da diversi di voi sono arrivate delle critiche importanti, fondate, che sento mie.

Dite che De Luca e’ sotto processo per reati contro la pubblica amministrazione, e ci chiedete perché appoggiamo la sua candidatura, e perche’ non potevamo fare diversamente. Questo è il dramma: diversamente come? Quando c’è un’elezione regionale si presentano alcuni candidati alla carica di presidente alla Regione con i partiti che lo appoggiano.

Il centrodestra appoggia Cosentino, quel sottosegretario nei confronti del quale pende un provvedimento restrittivo per associazione a delinquere, proprio perché accusato di aver rapporti con il clan dei Casalesi in Campania. Quel centrodestra ha indicato il proprio candidato, Caldoro, che potrebbe vincere le elezioni. Dal 29 di marzo, e per 5 anni, se dovesse vincere, affideremo la Campania a personaggi che hanno legami con il clan dei Casalesi e con la camorra. Non mi riferisco solo al candidato presidente Caldoro, ma a quell’insieme di personaggi, di quel sottobosco politico del centrodestra, che lo appoggiano e che gli fanno da copertura, da trait d’union tra il sistema clientelare della regione campana e il sistema camorristico che governa di fatto il territorio.

Una forza politica come l’Italia dei Valori, prima di mettersi “di traverso” a tutto e a tutti, deve sapere che se non fa il possibile, il 29 marzo, per evitare che la Campania sia affidata al controllo di fatto del clan dei Casalesi, deve rendersi conto che deve assumersi una responsabilità. Io mi sto assumendo questa responsabilità, perché di fronte dell’eventualità che i prossimi cinque anni il governo regionale della Campania sia in mano ad un sistema nelle mani di soggetti che non faranno sconti a nessuno (chiedete a Sandokan), rispetto a tutto questo, bisogna costruire un’alternativa democratica di resistenza e di difesa. Come si fa? O fai la rivoluzione, e in questo caso non la puoi fare, oppure devi costruire un quadro di alleanze per tentare di raggiungere il 51% alle prossime elezioni.

Ci vorrebbe, e sarebbe stato meglio, un candidato presidente di rottura, dell’alternativa. Come Italia dei Valori, prima di arrenderci, abbiamo cercato un candidato dell’alternativa, abbiamo chiesto anche a de Magistris di candidarsi, ma Luigi ha fatto presente un fatto giustissimo: è stato appena nominato parlamentare europeo, Presidente della commissione di Controllo bilancio di tutti i fondi europei, ed è stato nominato per i voti ricevuti da tutta Italia, e non possiamo chiedergli di fare il “traditore”.

Ho fatto appelli via radio, attraverso la Rete, anche quando sono stato ospite a ‘Repubblica TV’, qualche giorno fa, e ho detto: “Possibile che non si riesca a trovare un candidato di rottura che possa rappresentare l’unità degli elettori del centrosinistra in Campania?”. Nessuno ha dato la sua disponibilità. Mi sono trovato davanti ad un’alternativa drammatica. Da una parte affidare la Campania al clan dei Casalesi. Dall’altra quella di appoggiare una candidatura, quella di De Luca, che è sotto processo ed è già stato indicato come candidato dagli altri partiti. In tutto questo con la consapevolezza che, trovandoci d’accordo tutti quanti nell’appoggio alla sua candidatura, si poteva fermare quella deriva casalese.

Ho chiamato De Luca, l’ho fatto venire davanti a migliaia di testimoni di fronte al congresso nazionale dell’Italia dei Valori, di fronte alla Rete e alle televisioni, affinché fossero testimoni e notai di cinque impegni formali che lui dovrà prendere.

Primo: se lo condannano deve dimettersi.

Secondo: nel periodo del suo mandato non deve mai invocare il legittimo impedimento. Deve correre dal giudice e farsi giudicare il più velocemente possibile.

Terzo: non deve permettersi di attaccare la magistratura anche se è sotto processo.

Quarto: se riesce a diventare presidente, come primo atto deve prendere la ramazza e togliere di mezzo tutta quella classe dirigente, di nomina politica, che ha rappresentato il clientelismo, l’affarismo e il nepotismo di tutti questi anni.

Quinto: deve istituire una casa di vetro regionale, trasmettendo sul web tutti i consigli e le giunte regionali, e deve mettere in Rete ogni provvedimento che prende. Insomma, una casa trasparente certificata da un assessorato alla trasparenza e al controllo, affidata a persone esterne, che possano verificarne la legittimità.

Vogliamo davvero pretendere tutto e ottenere niente? Se l’Italia dei Valori va da sola, chi candida per ottenere l’alternativa? Una persona che potrà prendere tutti i voti che volete, ma non arriverà mai al 51%, facendo cosi vincere il centrodestra, affidando per cinque anni la Campania ad un clan piuttosto che ad un governo. Avremmo potuto fare di più, ma non è stato fatto, perché chi doveva assumersi la responsabilità di trovare un candidato terzo non c’è riuscito. Parlo innanzitutto degli altri partiti che già governavano la regione e che dovevano avere il coraggio e l’umiltà di mettere da parte coloro che erano sotto inchiesta.

Abbiamo fatto questa scelta di campo: vogliamo salvare il salvabile, vogliamo salvare la Campania da una deriva criminale. Per questa ragione ho detto a De Luca di assumersi queste responsabilità. Cercate di capirmi, se fossi solo un cittadino, anche io la penserei come voi, ma sono il responsabile di un partito e dalle mie decisioni dipende il futuro della Campania e del Paese. Sento il dovere di mettere insieme Guelfi e Ghibellini per evitare che dall’altra parte arrivi qualche personaggio che si mangi la democrazia, l’economia e il riscatto del Paese.

Ho cercato di fare il possibile, mi sono assunto questa responsabilità. Chiedo la vostra comprensione e la vostra responsabilità, perché è troppo facile criticare dicendo che non si poteva fare. L’alternativa a questa soluzione era la consegna, senza lotta, della Campania al clan dei Casalesi.

→ Lascia un CommentoCategorie: mafia · politica
Messo il tag: , , ,

Antimafia Duemila – Gli smemorati del segreto di stato

8 febbraio 2010 · Lascia un commento

Fonte: Antimafia Duemila – Gli smemorati del segreto di stato.

di Claudio Fava – 8 febbraio 2010
Il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti italiani (oggi presieduto da Massimo D’Alema, fino a ieri da Francesco Rutelli) fa sapere che nelle prossime riunioni si pronuncerà sulla congruità e proporzionalità nell’uso del segreto di Stato per il caso Abu Omar.

Scrupolo doveroso, perbacco. Se non fosse che quel segreto fu agitato, invocato e infine opposto contro il processo di Milano proprio dal governo Prodi: di cui D’Alema era ministro degli Esteri e Rutelli vicepresidente del Consiglio. In una sbrigativa amnesia, Francesco Rutelli dimentica oggi ciò che affermò ieri quando, parlando a nome del Governo, accusò i procuratori di Milano Ferdinando Pomarici e Armando Spataro di «aver illegittimamente e ripetutamente violato il segreto di Stato» nella conduzione delle indagini sul sequestro dell’ex imam egiziano, di «aver violato le prerogative di secretazione del governo» e di aver operato dolosamente «l’acquisizione di materiale classificato e di elementi informativi» su cui «il governo aveva provveduto ad apporre il segreto di Stato».
Tecnicamente, oggi lo sappiamo, erano tutte balle. La sentenza che ha ritenuto (grazie al governo Prodi e ai suoi segreti di Stato) non giudicabili i vertici del Sismi, ha spiegato che Pollari e i suoi collaboratori erano colpevoli. Quel sequestro si consumò con la «compiacenza, e forse la conoscenza del Sismi, ma che di tale circostanza non è stato possibile approfondire le evenienze probatorie, pur esistenti, per l’apposizione del segreto di Stato» da parte del governo italiano.
Traduzione: il Sismi sapeva e ha taciuto; se questo tribunale non può condannare Pollari e soci, prendetevela con chi li ha voluti proteggere da Palazzo Chigi.
Un furto di verità. Subito trasformato in campane a festa per il generale Pollari che per un pelo non ci siamo ritrovati come Commissario dei beni confiscati alle mafie o come nuovo capo della Protezione civile. Ma non disperiamo che Berlusconi sappia trovargli comunque alti incarichi degni di lui. Ci preoccupa di più il furto di memoria. Furto con scasso, utilizzando, com’è consuetudine antichissima di questo paese, il segreto di Stato come un piede di porco per divellere fatti, nomi, responsabilità. A quel furto hanno prestato manforte anche i quaranta parlamentari del centrosinistra che chiesero la verità, tutta la verità sul caso Abu Omar e sulle trattative con la CIA, ma che di quella loro indignazione (interrogazioni, interviste, pugni sbattuti sugli scranni di Montecitorio) hanno poi inesorabilmente smarrito ogni traccia. Ci preoccupa la memoria slabbrata e stracciata degli italiani. Che da mezzo secolo s’arresta dinnanzi a verità inopportune e dunque protette da provvidenziali segreti di Stato (solo per titoli: piazza Fontana, piazza della Loggia, gli archivi della P2 in Uruguay, l’Italicus, il caso Telecom-Sismi…).
Su quest’espressione, segreto di Stato, in apparenza così alta e responsabile, s’è esercitata negli anni la peggior retorica patriottica e politica. Un po’ com’è accaduto per l’istituto dell’immunità, immaginato per garantire libertà di parola e di mandato ai parlamentari della Repubblica e trasformato in una licenza d’impunità, con voti d’aula tronfi e sfacciati per salvare dalla galera gli amici dei mafiosi e dei camorristi. Anche del segreto di Stato si disse subito: s’applicherà solo per il superiore interesse della nazione, per la sicurezza interna ed esterna del Paese, per tutelare l’incolumità degli italiani. Da Portella della Ginestra in poi, con rarissime eccezioni, non è stato mai così. L’unica risorsa che i governi hanno voluto tutelare con quel segreto, è stata la faccia di qualche Presidente del consiglio, di qualche ministro e di qualche loro faccendiere.
Questa, si dirà, è la storia d’Italia: che ci vogliamo fare? Giulio Andreotti, per i suoi novant’anni, ha spiegato che lui, i suoi segreti di Stato se li porterà in paradiso: e noi gli crediamo. Insomma, non ci sveleranno, non ci riveleranno, non ci spiegheranno. Ma che almeno non ci trattino da perfetti idioti. Coloro che ieri imposero il segreto per imbavagliare i giudici di Milano, oggi si dicono impegnati a capire se quel segreto fosse poi così necessario: ecco, amici, sono proprio questi esercizi di fumosa ipocrisia che potrebbero essere risparmiati al Paese. Rapinarci la verità e la memoria, amen: ma farci passare anche per fessi, questo no.

Tratto da: sinistra-democratica.it

→ Lascia un CommentoCategorie: Uncategorized
Messo il tag: , , , , , , , , , , ,

I verbali integrali di Ciancimino

7 febbraio 2010 · Lascia un commento

Fonte: I verbali integrali di Ciancimino.

E’ l’argomento del giorno, la deposizione di Massimo Ciancimino al processo che vede imputato il generale del Ros Mario Mori di avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. In realtà, da mesi, il figlio dell’ex sindaco di Palermo sta raccontando ai pubblici ministeri della direzione distrettuale antimafia i segreti del padre: le figure più ricorrenti sono quelle dell’ingegner Lo Verde, ovvero Bernardo Provenzano, e del signor Franco, un misterioso agente segreto che avrebbe fatto da anello di collegamento fra Cosa nostra e i palazzi delle istituzioni. Massimo Ciancimino racconta, ma non sa tutto.
Il signor Franco, ad esempio, resta senza identità, nonostante le indicazioni offerte ai magistrati: nel suo cellulare, Ciancimino, aveva i numeri di un’utenza fissa (con prefisso 06 – Roma) e di una cellulare. Erano questi i contatti con il signor Franco, “grande amico di mio padre”, racconta il figlio dell’ex sindaco.
Vale la pena di leggerli integralmente i 22 verbali che i pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia hanno depositato al processo Mori. Sono il racconto di una Palermo inedita, in cui i mafiosi e strani agenti segreti vanno in giro tranquillamente. Questi verbali sono davvero un’utile lettura, per capire.

Salvo Palazzolo (Fonte: www.ipezzimancanti.it, 6 febbraio 2010)

I verbali integrali di Massimo Ciancimino

→ Lascia un CommentoCategorie: Uncategorized
Messo il tag: , , , , , ,

Antimafia Duemila – La legge e’ un male per tutti!

7 febbraio 2010 · Lascia un commento

Fonte: Antimafia Duemila – La legge e’ un male per tutti!.

di Sonia Alfano – 6 febbraio 2010
“Sconfiggeremo la mafia entro la fine della legislatura”- Silvio Berlusconi, 24 Dicembre 2009.

Ne siamo certi: lodo Alfano da rivedere, scudo fiscale, processo breve, stop alle intercettazioni, vendita all’asta dei beni confiscati alla mafia, legittimo impedimento in corso d’opera …la mafia TREMA di fronte a questi provvedimenti!

L’ultima geniale trovata del PDL è la legge anti-pentiti, grazie alla quale si vorrebbe neutralizzare il contributo dei collaboratori di giustizia, che negli ultimi 15 anni sono stati fondamentali per la risoluzione di innumerevoli misteri legati alla criminalità organizzata.

Ma andiamo ad esaminare tecnicamente questa proposta del Senatore Valentino, già coinvolto in vicende legate al voto di scambio con la ‘ndrangheta (guarda caso!)
L’articolo 192, comma 3 del codice di procedura penale (CPP) recita: le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso (…) sono valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità”. Poi aggiunge al comma 4 che la stessa regola vale anche per le … dichiarazioni di persona imputata per un reato collegato a quello per cui si procede….

Sappiamo tutti che per arrivare a condannare l’imputato di un reato, ci vogliono le prove che dimostrino la sua colpevolezza. Ad acquisirle e valutarle sarà il giudice che su di esse forma il suo convincimento e decide di conseguenza. Si comprende dunque quale importanza “la prova” rivesta nell’ambito di un giudizio penale. Un’importanza riconosciuta dallo stesso legislatore che ha stabilito delle regole che indicano al giudice, quali sono i mezzi di prova, come acquisirli, come valutarli e in che misura. Uno dei mezzi di prova indicati dal codice è la testimonianza, cioè una dichiarazione resa di fronte al giudice da una persona che è testimone, cioè che sa o ha visto qualcosa che può concorrere all’accertamento dei fatti. Il testimone può essere estraneo ai fatti, come un passante che ha assistito al reato, ma può essere anche una persona che alla commissione di quel reato ha direttamente o indirettamente contribuito: il complice, per esempio, che sarà dunque coimputato del medesimo reato – e qui ritroviamo i termini dell’articolo 192 – oppure una persona che ha agevolato in altra maniera il compimento di quel reato e che sia stata già giudicata in un procedimento connesso o per reato connesso (art. 197-bis CPP). In questo caso queste dichiarazioni sono considerate a tutti gli effetti elementi di prova da valutare insieme agli altri che ne confermano l’attendibilità. Sono dunque utilizzabili dal giudice per formare il suo convincimento sulla colpevolezza o meno dell’imputato. Facciamo un esempio concreto: il sig. X è un pentito, imputato e giudicato per reati di mafia, che rende dichiarazioni in un processo indicando il sig. M già sotto inchiesta per reato connesso, e il sig. S, al momento non sotto inchiesta, come persone implicate nei fatti di mafia per cui lui è stato giudicato. In questo caso le dichiarazioni di X se confermate attendibili dalle altre prove, sono anche esse prove che permetteranno al giudice di condannare M e possibilmente di incriminare S.

Il DDL Valentino mira a rendere inutilizzabili queste dichiarazioni togliendo loro il valore di prove. Vediamo come. La nuova versione del comma 3 recita: Le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso (…) assumono valore probatorio o di indizio solo in presenza di specifici riscontri esterni”. Come si vede è sparita la locuzione “gli altri elementi di prova” che indicava che queste dichiarazioni rientrano nella categoria delle prove. Il testo proposto recita che, anche se le dichiarazioni assumessero “valore probatorio”, lo assumerebbero solo in qualità di “indizi”. L’indizio è un elemento che da solo non serve a nulla. Anche più indizi di regola non sono sufficienti a desumere l’esistenza di un fatto, a meno che, precisa la legge questi siano gravi, precisi e concordanti. Quindi devono essere numerosi e con certe caratteristiche. In più il nuovo articolo aggiunge come pre-condizione all’utilizzo che ci siano specifici riscontri esterni. In pratica,questa norma renderebbe impossibile l’utilizzo delle testimonianze di questo tipo come per esempio le dichiarazioni dei pentiti di mafia. Queste diventerebbero nulle, come non fossero mai state fatte. Anche se il pentito/dichiarante è considerato attendibile dai giudici. Dunque, guarda caso, le dichiarazioni di Spatuzza, pentito attendibilissimo, che sta facendo luce su questioni di mafia che coinvolgerebbero il senatore Marcello Dell’Utri, già sotto processo e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non sarebbero così utilizzabili.

E’ sempre più evidente che questo Governo intende solo difendere i delinquenti e calpestare la dignità delle vittime dei reati, in particolare dei reati di mafia, soffocando la memoria dei martiri di questo Paese.
Assistiamo ad una escalation di proposte a dir poco surreali e sconfortanti soprattutto per tutti coloro che attendono ancora verità e giustizia, magari da un ventennio.
Non credete?

Tratto da: soniaalfano.it

→ Lascia un CommentoCategorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica
Messo il tag: , , , , , ,

ComeDonChisciotte – BERLUSCONI, LA FABBRICA DEL DEBITO

7 febbraio 2010 · 1 commento

Fonte: ComeDonChisciotte – BERLUSCONI, LA FABBRICA DEL DEBITO.

DI ADRIANO BONAFEDE E MASSIMILIANO DI PACE
repubblica.it

Nei 7 anni e 2 mesi dei 3 governi del Cavaliere, dal 1994 al 30 novembre del 2009, lo Stato ha accumulato un ulteriore indebitamento per circa 430 miliardi. Più o meno 7.500 euro per ciscun cittadino italiano.

Se non avessi trovato questo debito pubblico…”. Quante volte il presidente del Consiglio si è lamentato di non avere spazi di manovra nella finanza pubblica a causa del debito dello Stato? Un macigno da 1.800 miliardi, che genera ogni anno un costo mostruoso di circa 70/80 miliardi di euro. Dovendo pagare questa cifra ogni anno, di soldi per tutte le belle cose che lui vorrebbe fare (riduzione delle tasse, aiuti alle famiglie e chissà quali altri mirabolanti misure) non ce ne sono. Questa è la vulgata di Berlusconi. Ma le cose stanno davvero così? Non proprio, guardando alle cifre della Banca d’Italia. Se prendiamo in considerazione tutti i periodi in cui lui è stato al governo, dal 1994 fino ad oggi, eliminando quindi tutti i periodi in cui ha governato il centro sinistra, viene fuori qualcosa di sorprendente: fra i tanti esecutivi italiani, sono stati proprio quelli a matrice Berlusconi a creare un considerevole lascito di debito pubblico.

In soldoni: durante i 7 anni e 2 mesi di governi di Berlusconi (fino al 30 novembre 2009, ultima data per la quale si hanno i dati) sono stati accumulati 430 miliardi di debito pubblico, ossia circa 7.500 euro per ciascun cittadino italiano, bambini e nonni compresi, che comporta il pagamento di 250 euro l’anno a persona di interessi (essendo 3,2% il tasso medio attuale pagato dai titoli di stato a tasso fisso).

Guardando il debito causato da Berlusconi dal punto di vista delle famiglie, ogni nucleo di 4 persone dovrà ridare prima o poi allo Stato la bellezza di 30mila euro, e per il momento gli toccherà pagare gli interessi di questo piccolo mutuo, perpetuo fino a quando non si restituiranno, pari a 1.000 euro l’anno, da assolvere ovviamente con maggiori tasse. Tutto questo solo perché Berlusconi ha ritenuto indispensabile prendersi cura del nostro Paese in questi 7 anni, con il consenso, è giusto ricordarlo, di diversi milioni di Italiani.

Il ruolo che ha avuto Berlusconi nell’impoverire gli italiani è ancora più chiaro se si considera il valore nominale dei titoli di stato emessi annualmente, in aggiunta a quelli esistenti l’anno precedente, durante i suoi governi: un quarto di tutto il debito pubblico della Repubblica Italiana. E non si tratta di una crescita proporzionale alla durata: perché gli esecutivi guidati da Berlusconi sono durati finora l’11% del tempo della storia della Repubblica, mentre hanno prodotto il 24% del debito totale. Certo, questi confronti sono un po’ a spanne, perché non considerano che il vecchio debito “pesa” in realtà molto più di quello nuovo, che è espresso in euro “svalutati” rispetto al passato.
Ma se se si “rivaluta” secondo le tabelle dell’Istat il valore del debito pubblico degli anni passati, quindi lo si trasforma in euro di oggi, il contributo dei governi di Berlusconi al debito pubblico italiano risulta indubbiamente più contenuto (261 miliardi di euro al valore del 2009, pari al 15% del totale), ma resta comunque di gran lunga superiore al debito prodotto dai governi di centrosinistra che si sono succeduti dal 1995 al 2008.

Infatti, a fronte dei 261 miliardi di euro (al valore di oggi) di debito accumulato in 7 anni e 2 mesi da Berlusconi, vi sono solo 80 miliardi di euro di debito accumulato dai governi di Centrosinistra in 8 anni e 5 mesi di esistenza. Se si guarda l’evoluzione del debito pubblico pro capite in termini reali, ossia depurato dall’inflazione (in euro 2009), si ha la conferma che con Berlusconi gli Italiani ci hanno rimesso. Infatti, il debito pubblico pro capite è passato in termini reali dai 25.360 euro del 1994 ai 29.773 del 2009, un aumento quindi di 4.410 euro , di cui ben 3.390 (cioè il 77 per cento del totale) sono attribuibili agli anni di governo Berlusconi, che però hanno coperto meno della metà del tempo trascorso (7 anni su 15).

La situazione poi peggiora di molto se si considera che la quantificazione del debito pro capite include gli stranieri residenti in Italia, ma che non essendo cittadini italiani, non dovrebbero essere tenuti a rispondere del debito. Se quindi si escludono i residenti stranieri dalla popolazione italiana, il debito pro capite aumenta sensibilmente: nel 2009 sarebbe di 31.800 euro, e non di 29.733, ossia 2mila euro in più. Che Berlusconi non si sia preoccupato delle generazioni future, lo dimostrano anche i dati del rapporto debito pubblico/Pil, che vengono considerati dall’Unione europea per verificare il rispetto del Patto di Stabilità.

Quando Berlusconi fece la sua prima comparsa come Presidente del Consiglio, l’Italia aveva un rapporto debito pubblico/Pil del 121,8%, che lui lasciò inalterato in quei pochi mesi, ma che i Governi di centrosinistra (Dini, Prodi I, D’Alema, Amato) ridussero di 13 punti percentuali in 6 anni, portandolo nel 2001 al 108,8%. Negli anni successivi di Governo di Berlusconi, quel rapporto si ridusse di soli 2,3 punti percentuali nell’arco di 5 anni, mentre Prodi, che gli successe nel 2006, in appena un anno lo ridusse di ulteriori 3 punti.

Ma da quando Berlusconi ha ripreso le redini del Governo nel 2008, il rapporto è cresciuto a dismisura, complice anche bisogna riconoscerlo, comunque una crisi economica ben al di fuori dal comune. Nel 2009 il rapporto debito/Pil è risalito al 115%, un valore che ci riporta al 1998. In pratica, i sacrifici previsti da 10 anni di dure leggi finanziarie sono stati vanificati. In conclusione, i dati della Banca d’Italia smentiscono le affermazioni di Berlusconi, ossia che il debito pubblico costituisca l’eredità degli altri governi, e non del suo, e soprattutto che i suoi esecutivi non abbiano mai messo le mani nelle tasche degli italiani.

Lui le sue mani le ha messe in quelle tasche. E le mette ancora: infatti ogni anno, solamente per il debito pubblico di responsabilità dei suoi governi, lo Stato spende 1518 miliardi per interessi. Che lui trova, naturalmente, con le imposte o ulteriore debito. Di certo sono gli italiani che in un modo o nell’altro devono pagare questi interessi. Ecco la quadratura berlusconiana del cerchio: prendere i soldi dalle tasche degli Italiani senza che questi se ne accorgano.
Purtroppo il livello raggiunto dal debito pubblico italiano, 1.800 miliardi di euro, circa 30mila euro per cittadino, ossia 120mila per una famiglia di 4 persone, dovrebbe far suonare seri campanelli d’allarme, se non altro perché circa la metà dei titoli di stato italiani sono in possesso di investitori esteri: 816 miliardi di euro al 30 settembre 2009. Questo vuol dire che ogni anno escono dall’Italia in media circa 35 miliardi di euro come pagamento degli interessi sui titoli, che è un importo multiplo delle ultime leggi finanziarie, e non si sa per quanto tempo ancora lo Stato italiano se lo potrà permettere.

Non solo, ma l’Italia resta esposta al rischio, tutt’altro che teorico, di rimanere senza risorse, se alcuni fondi di investimento esteri decidono di non riacquistare i titoli di stato italiano giunti a scadenza. In una tale evenienza, lo Stato italiano potrebbe avere difficoltà a pagare gli stipendi dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, e le pensioni dei 16,8 milioni di pensionati, dato che le tasse, anche se ritenute alte, non sono sufficienti a pagare tutta la spesa pubblica, come prova il sistematico deficit pubblico.

Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace
Fonte: www.repubblica.it
Link: http://www.repubblica.it/supplementi/af/1999/02/01/copertina/001agnus.htm
1.02.12010

→ 1 CommentoCategorie: berlusconi · economia · politica
Messo il tag: , , , ,

“Il fresco profumo di libertà” – Caltanissetta, 4 febbraio 2010

6 febbraio 2010 · Lascia un commento

“Il fresco profumo di libertà” – Caltanissetta, 4 febbraio 2010.

Proponiamo agli utenti del sito alcuni interventi andati in onda durante la puntata “Legittimi impedimenti” della trasmissione televisiva ANNOZERO condotta da Michele Santoro giovedì 4 febbraio 2010 su Rai2. Una parte della trasmissione è stata dedicata alle manifestazioni popolari nate a Caltanissetta per esprimere sostegno ed affetto ai magistrati più esposti in prima linea nella lotta a Cosa Nostra.

L’intervento di Simone (studente) e Alessandro Averna (nipote di Rocco Chinnici).
L’intervista al Giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta Giovanbattista Tona.
L’intervento di Giancarlo Cancelleri (uno dei fondatori del Comitato cittadini “Scorta Civica” di Caltanissetta) e di Onelio Dodero (Sostituto Procuratore di Caltanissetta)

LINK:
1) Il
gruppo facebook “Io sto con il giudice Tona – Comitato cittadini Scorta Civica”
2) La
pagina facebook dedicata al sit-in in difesa dei nostri giudici – Palermo, 13 febbario 2010

→ Lascia un CommentoCategorie: giustizia · mafia · politica
Messo il tag: , , , , ,

Antonio Di Pietro: Puntano alla guerra civile

6 febbraio 2010 · Lascia un commento

Finalmente qualcuno si muove per un referendum contro la follia nucleare, andiamo tutti a firmare

Fonte: Antonio Di Pietro: Puntano alla guerra civile.

Il governo si accinge ad impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che impediscono l’installazione di impianti nucleari nei territori regionali. In termini di diritto la legge potra’ anche permettere tale operazione, ma in termini di fatto e’ una dichiarazione di guerra che porterà l’Italia sull’orlo di una guerra civile mettendo lo Stato contro i cittadini.

Le parole di Vendola quando ha affermato che il governo si dovrà munire dei migliori carri armati per disporre della Puglia e dei pugliesi a suo piacimento ieri appaiono come una provocazione.

Domani, con l’arroganza istigatrice di Scajola, potrebbero diventare realtà. Gli italiani sono scesi in piazza e si sono recati alle urne, nel 1987, ed hanno messo alla porta il nucleare con un referendum. Se Silvio Berlusconi, per interessi ed accordi interpersonali, ha deciso di riportarci indietro di vent’anni reintroducendo una tecnologia superata, nociva e fallimentare, deve farlo con le stesse modalità, piazza per piazza, regione per regione e non con i suoi sondaggi taroccati. Siamo stufi di dover far ricorso a mozioni, referendum, petizioni, per riaffermare ciò che è già stato deciso con il loro stesso utilizzo.

Se un governo può buttare nel secchio un referendum, c’è un’unica interpretazione: chi governa rappresenta un’organizzazione illegittima che minaccia la democrazia. E non si rispolveri il consenso elettorale che non è stato acquisito parlando del nucleare e di molte altre porcate realizzate dopo l’insediamento al potere. Sappiamo che dovremo ancora una volta essere noi cittadini a ricorrere al referendum per il No al nucleare.

Come per il Lodo Alfano è inutile aspettare che il governo si ravveda, pertanto, l’Italia dei Valori domani inizierà la raccolta firme per il referendum contro il nucleare. I quesiti sono già stati depositati presso la Corte di Cassazione ed hanno lo scopo di chiamare i cittadini ad assumersi responsabilità importanti che peseranno sul loro futuro e su quello dei propri figli. Nel XXI secolo il futuro è nelle energie rinnovabili, certamente non nell’uranio che esaurirà nel giro qualche decennio, provocando danni irreversibili per la salute e l’ambiente.

Faccio solo un’inquietante riflessione: se il Parlamento è bypassato dai decreti, se la macchina della Giustizia è ridotta all’impotenza, se si parla di stravolgere la Costituzione, se le regioni sono piegate al volere di un gruppo ristretto di persone, se le televisioni trasmettono a reti unificate, se la legge non è più uguale per tutti, se si calpestano i referendum da un governo all’altro, perché continuiamo a raccontarci che l’Italia è una Repubblica parlamentare in cui vige la democrazia? Siamo ipocriti o incoscienti nel negare la realtà?

Cittadini, svegliatevi! L’unica arma che avete per non farvi fregare è il voto: utilizzatelo bene.

→ Lascia un CommentoCategorie: ambiente · berlusconi · politica · salute
Messo il tag: , , , , , , , , , , , ,

Antimafia Duemila – Legge antipentiti: ”Cosi’ fuori boss e disastro nella lotta alla mafia”

6 febbraio 2010 · Lascia un commento

Ho l’impressione che con questa legge Berlusconi stia cedendo al ricatto mafioso, questo giro di trattativa politica-mafia sta per aggiudicarselo la la mafia, dobbiamo opporci a questa politca filo-mafiosa…

Fonte: Antimafia Duemila – Legge antipentiti: ”Cosi’ fuori boss e disastro nella lotta alla mafia”.

di Nello Trocchia – 4 febbraio 2010
La denuncia del magistrato Morosini. Una prima modifica in senso restrittivo alla norma sui pentiti è arrivata nel 2001.

Oggi il senatore del Pdl Giuseppe Valentino presenta un disegno di legge per riformare nuovamente il testo. Non è il solo.  “ Si dovrebbe modificare la legge sui pentiti. Parlo a nome della migliaia di persone che hanno visto la vita rovinata per le dichiarazioni dei pentiti e poi sono risultati innocenti”. Lo aveva detto Marcello Dell’Utri nel dicembre scorso. E Dell’Utri nel partito conta più del ministro dei lodi Angelino Alfano che dice ‘non è in programma’. Ma cosa produrrebbe la riforma della legge sui pentiti nella versione Valentino? “  Sarebbe un disastro. Questa norma determinerebbe la scarcerazione di pericolosi boss e cancellerebbe molti processi anche su mafia e politica. La proposta di legge formulata non ha uguali nelle democrazie occidentali. Già nella norma attualmente vigente ci sono tutte le cautele per valutare in maniera seria il contributo dei pentiti. Nel 2001 la legge sui pentiti varata ha preso tutte le precauzioni. La norma proposta determinerebbe questo: non ci sarebbe neanche la dichiarazione di un pentito utilizzabile in un processo”. Lo dichiara Piergiorgio Morosini, gip presso il tribunale di Palermo. Morosini è autore anche del libro ‘il Gotha di Cosa Nostra’, edizioni Rubbettino, che ricalca la sentenza emessa nel gennaio 2008 che ha condannato a oltre 500 anni di carcere oltre 30 persone, sentenza ora confermata in appello.  Morosini rincara la dose: “ I pentiti sono decisivi. Fin dall’inizio quando con il maxi processo la fonte di prova erano le dichiarazioni di Tommaso Buscetta. Negli anni ’90 nei grandi processi abbiamo avuto come fonte di prova i pentiti e le intercettazioni. Incomprensibile che si dichiari lotta aperta alla mafia e si vogliono colpire gli strumenti che si adottano contro le organizzazioni criminali”.  Nella sentenza gotha c’è l’affarismo di Cosa Nostra, i nuovi equilibri dopo l’arresto di Provenzano, i rapporti con la politica, il ruolo del mafioso pentito Francesco Campanella che ebbe come testimone di nozze, Salvatore Cuffaro e Clemente Mastella. E Morosini, quasi sconsolato, lancia una proposta: “ Guardi una proposta provocatoria. Non si può ridurre la lotta alla mafia ad un problema militare. Bisogna formare magistrati e forze dell’ordine nel settore dell’investigazione economica.   Il legislatore? Proporrei un fermo biologico, se discute solo di legittimo impedimento, processo breve, riforma delle intercettazioni e della legge sui pentiti, danneggia noi e la lotta che conduciamo contro il crimine organizzato. Meglio fermarsi”.

Valga come promemoria nel papello, le richieste che la mafia avrebbe presentato allo stato per fermare la stagione delle stragi dopo le bombe del 1992, c’era la riforma della legge sui pentiti. Al punto 4 per l’esattezza.

Tratto da: articolo21.org

→ Lascia un CommentoCategorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica
Messo il tag: , , , ,

Antimafia Duemila – Appello per la tutela di Antonino Monteleone, vittima di un atto intimidatorio

6 febbraio 2010 · Lascia un commento

Forza Antonino, non mollare, siamo tutti con te!

Fonte: Antimafia Duemila – Appello per la tutela di Antonino Monteleone, vittima di un atto intimidatorio.

di Emiliano Morrone – 5 febbraio 2010
Appello alla rete per la tutela del giornalista Antonino Monteleone, a cui hanno incendiato l’auto in Calabria.

L’ho appreso adesso. Da Facebook. Stavo per andare a dormire. Inquieto per le minacce ricevute dal pm Pierpaolo Bruni, recapitate da un codardo anonimo che per e-mail le ha mandate alla redazione di “il Crotonese”, il mio giornale. Hanno incendiato l’auto del giornalista Antonino Monteleone, un giovane professionista d’immenso coraggio e valore, da sempre impegnato a raccontare affari e reati di criminalità e poteri forti. Uno che fa inchiesta vera, che ha sempre la notizia, che segue e conosce processi molto importanti; a Marcello Dell’Utri e ad Antonio Bassolino, giusto per dare dei riferimenti.

Perché dice la verità, Antonino è stato riempito di querele, e ogni volta ha vinto. Non ha mai avuto paura e non ne avrà.

Non posso credere che la Calabria sia questa, che chi scrive, chi indaga per sconfiggere la mafia, il male peggiore del Mezzogiorno e dell’Italia, venga intimidito con tale facilità. No, non posso. Ora dobbiamo muoverci e si deve muovere lo Stato.

In questo momento, voglio che facciamo quadrato attorno ad Antonino, che lo proteggiamo con l’informazione e l’intervento collettivo, martellante.

Il vigliacco che ha usato questa violenza deve sapere, come il suo sporco mandante, che siamo con Antonino, che non è e non sarà mai solo. Deve sapere che noi siamo più forti di loro, che per imporsi hanno bisogno di armi e rifugi. Soprattutto dobbiamo reagire con la parola, coinvolgendo tutti i nostri amici, la stampa, l’opinione pubblica. Perché Antonino è la voce della Calabria bella, della Calabria che non tace, dell’informazione con la maiuscola.

Passiamo parola e facciamo in modo che su questa vicenda non cali il silenzio. Antonino Monteleone deve essere tutelato. Diversamente, sarà una nostra sconfitta.

Tratto da: La Voce di Fiore

→ Lascia un CommentoCategorie: cronaca · mafia
Messo il tag: , , ,

ComeDonChisciotte – IL FATALE PREMIO GEOLOGICO CHIAMATO HAITI

6 febbraio 2010 · Lascia un commento

Fonte: ComeDonChisciotte – IL FATALE PREMIO GEOLOGICO CHIAMATO HAITI.

DI F.WILLIAM ENGDAHL
www.globalresearch.ca

Il presidente diventa l’inviato speciale dell’ONU nell’Haiti colpita dal terremoto.

Un affarista e predicatore neoconservatore convertito americano sostiene che gli Haitiani sono stati condannati per aver fatto un letterale ‘patto con il diavolo’.

Le organizzazioni di soccorso venezuelane, nicaraguensi, boliviane, francesi e svizzere accusano i militari americani di negare il permesso di atterraggio agli aerei che trasportano i medicinali necessari e l’acqua potabile urgentemente necessaria per i milioni di Haitiani terremotati, feriti e senzatetto.

Dietro il fumo, le macerie e il dramma infinito della tragedia umana di questo disgraziato paese caraibico, si sta svolgendo un dramma per il controllo di quella che i geofisici credono che possa essere la zona più ricca del mondo di petrolio e di gas derivato da idrocarburi dopo il Medioriente, possibilmente di grandezza maggiore del vicino Veneuela.

Haiti, e l’isola più grande di Hispaniola di cui fa parte, ha il fato geologico di poggiare su una delle zone geologiche più attive al mondo, dove le placche sottomarine profonde di tre immense strutture si urtano continuamente l’un l’altra – l’intersezione tra la placca tettonica nordamericana, sudamericana e caraibica. Situate sotto l’oceano nelle acque dei Caraibi, queste placche consistono in una crosta oceanica di uno spessore che va da tre a sei miglia, che galleggia sopra un mantello adiacente. Haiti è inoltre sita al margine di una regione conosciuta come il triangolo delle bermude, una vasta area dei Caraibi soggetta a strane e inspiegate perturbazioni.

Questa vasta massa di placche sottomarine sono sempre in movimento, sfregandosi reciprocamente lungo linee analoghe alle crepe di un vaso di porcellana rotto che è stato rincollato. Le placche tettoniche terrestri si muovono tipicamente l’una rispetto all’altra ad una velocità che va da 50 a 100 mm all’anno, e sono all’origine di terremoti e vulcani. Le regioni di convergenza di tali placche sono inoltre aree dove abbondanti quantità di petrolio e gas possono essere spinte in superficie dal manto terrestre. La geofisica intorno alla convergenza delle tre placche, che si trovano più o meno direttamente sotto Port-au-Prince, rende la regione soggetta a terremoti come quello che ha colpito Haiti con devastante ferocia lo scorso 12 gennaio.

Un progetto geologico attinente del Texas

Mettendo da parte l’interrogativo pertinente sull’anticipo con cui il Pentagono e gli scienziati americani avrebbero saputo che si sarebbe verificato un sisma, e sui piani del Pentagono che venivano fatti prima del 12 gennaio, emerge un’altra questione intorno agli eventi di Haiti che può aiutarci a spiegare lo strano comportamento finora dei maggiori attori del ‘soccorso’ – gli Stati Uniti, la Francia e il Canada. Oltre ad essere soggetta a violenti terremoti, Haiti si trova inoltre in una zona che, a causa della inconsueta intersezione delle sue tre placche tettoniche, potrebbe poggiare su uno dei più grandi ed inesplorati giacimenti di petrolio e gas, come pure di rari minerali preziosi di [importanza] strategica.

Le vaste riserve di petrolio del Golfo Persico e della regione che va dal Mar Rosso fino al Golfo di Aden si trovano in una zona analoga di convergenza di grandi placche tettoniche, come del resto anche le zone ricche di petrolio dell’Indonesia e le acque vicino alla costa della California. In breve, in termini di fisica terrestre, precisamente tali intersezioni di masse tettoniche, come quella che sta direttamente sotto Haiti, hanno una particolare tendenza ad essere i siti di vasti tesori di minerali, petrolio e gas, in tutto il mondo.

Significativamente, nel 2005, un anno dopo che l’amministrazione Bush-Cheney aveva deposto de facto il presidente di Haiti eletto democraticamente, ovvero Jean-Baptiste Aristide, una squadra di geologi dell’Institute for Geophysics della University of Texas hanno dato inizio ad un’ambiziosa ed approfondita mappatura in due fasi di tutti i dati geologici del bacino caraibico. Il progetto sarà ultimato nel 2011. È diretto dal dott. Paul Mann e si intitola “Il bacino caraibico, la tettonica e gli idrocarburi”. Verte sulla determinazione quanto più precisa possibile, della relazione tra le placche tettoniche nei Caraibi e il potenziale di idrocarburi – petrolio e gas.

Significativamente, gli sponsor di [questo] progetto di ricerca da milioni di dollari sotto la direzione di Mann sono le più grandi società petrolifere del mondo, compresa la Chevron, la ExxonMobil, la anglo-olandese Shell e la BHP Billiton. [1] Curiosamente, questo progetto è la prima mappatura geologica appofondita di una regione che avrebbe dovuto essere una priorità per i giganti del petrolio americani già da decenni. Data l’immensa produzione di petrolio attuale vicino al Messico, alla Lousiana e a tutti i Caraibi, oltre alla sua prossimità agli Stati Uniti – per non pensare alla stessa attenzione degli USA per la propria sicurezza energetica – è sorprendente che la regione non sia già stata mappata prima. Ora emerge che da molto tempo le maggiori società petrolifere erano almeno generalmente a conoscenza dell’enorme potenziale della regione, e che hanno apparentemente deciso di tenerlo segreto.

La scoperta super gigante di Cuba

Le prove che l’amministrazione USA abbia in mente ben più che il miglioramento della devastata popolazione haitiana, possono essere trovate nelle acque vicine a Cuba, direttamente di fronte a Port-au-Prince. Nell’ottobre 2008 un consorzio di società petrolifere guidate dalla spagnola Repsol, insieme alla società petrolifera statale cubana Cubapetroleo, hanno annunciato la scoperta di una delle più grandi zone petrolifere al mondo in acque profonde in prossimità di Cuba. È quello che i geologi chiamano un giacimento ‘super gigante’. Secondo le stime il giacimento cubano conterrebbe fino a 20 bilioni di barili di petrolio, diventando il dodicesimo giacimento super gigante di petrolio scoperto dal 1996. La scoperta fa inoltre di Cuba un altro bersaglio con alta priorità della destabilizzazione e delle altre operazioni malvage del Pentagono.

Senza dubbio a dispetto di Washington, il presidente russo Dmitry Medvedev è volato ad Havana un mese dopo la scoperta del gigantesco giacimento cubano per firmare un accordo con il sostituto presidente Raul Castro per l’esplorazione e lo sviluppo del petrolio cubano da parte delle società russe. [2]

Gli accordi petroliferi Russia-Cuba di Medvedev sono arrivati appena una settimana dopo la visita del presidente cinese Hu Jintao per incontrare il convalescente Fidel Castro e suo fratello Raul. Il presidente cinese ha firmato un accordo per modernizzare i porti cubani e ha discusso l’acquisto da parte della Cina di materie prime cubane. Senza dubbio la scoperta di petrolio cubano era prioritaria nei programmi della Cina con Cuba. [3] Il 5 novembre 2008, poco prima del viaggio del presidente cinese a Cuba e in altri paesi latino americani, il governo cinese ha pubblicato il suo primo documento programmatico sul futuro delle relazioni della Cina con l’America Latina e con le nazioni caraibiche, innalzando queste relazioni bilaterali ad un nuovo livello di importanza strategica. [4]

Il giacimento petrolifero super gigante di Cuba fa inoltre rimanere i sostenitori della teoria del ‘picco del petrolio’ ancor più con un palmo di naso. Poco prima della decisione di Bush e Blair di invadere e di occupare l’Irak, una teoria è circolata nel ciberspazio: ossia che dopo il 2010 il mondo avrebbe raggiunto un “picco” assoluto della produzione di petrolio, dando inizio ad un periodo di declino con drastiche implicazioni sociali ed economiche. I prominenti portavoce [della teoria] compresi il geologo petrolifero in pensione Colin Campbell e il banchiere del petrolio texano Matt Simmons, sostenevano che non c’era stata nessuna nuova scoperta di giacimenti super giganti di petrolio pressappoco dal 1976, e che i nuovi giacimenti trovati nelle ultime due decadi erano stati “piccolissimi” paragonati alle precedenti scoperte di giacimenti giganti in Arabia Saudita, Prudhoe Bay, Daquing in Cina e altrove. [5]

È importante notare che, più di mezzo secolo fa, un gruppo di geofisici russi ed ucraini, che lavoravano sotto segreto di stato, hanno confermato che gli idrocarburi avevano origine in profondità nel mantello terrestre, in condizioni simili a quelle di un calderone gigantesco che brucia a pressione e temperature estreme. Hanno dimostrato che, contrariamente a quanto sostenuto dalla geologia ‘tradizionale’ e accettata, gli idrocarburi non sono il risultato di frammenti di dinosauri morti, concentrati e compressi e in qualche modo trasformati in petrolio e gas milioni di anni fa, né di alghe o altro materiale biologico. [6]

I geofisici russi ed ucraini hanno allora provato che il petrolio o il gas prodotti nel mantello terrestre venivano spinti verso l’alto lungo faglie e spaccature nella terra, tanto vicino alla superficie quanto lo permetteva la pressione. Il processo era analogo alla produzione di lava liquida nei vulcani. Significa che l’abilità di trovare il petrolio è limitata, relativamente parlando, soltanto dall’abilità di identificare le spaccature profonde e l’attività geologica complessa che tendono a far salire il petrolio dalle profondità della terra. Sembra che le acque dei Caraibi, specialmente quelle di Cuba e della vicina Haiti, sono per l’appunto una regione con un’[alta] concentrazione di idrocarburi (petrolio e gas) che hanno trovato una strada per salire vicino alla superficie, forse su una scala paragonabile ad una nuova Arabia Saudita. [7]

Haiti, una nuova Arabia Saudita?

La straordinaria geografia di Haiti e di Cuba e la scoperta di riserve petrolifere di interesse mondiale nelle acque vicino a Cuba confermano gli aneddoti di importanti scoperte petrolifere in svariate parti del territorio haitiano. Potrebbero inoltre spiegare perché i due presidenti Bush ed ora il nuovo inviato speciale ad Haiti dell’ONU Bill Clinton abbiano dato ad Haiti una tale priorità. Ed ancora, potrebbero spiegare perché Washington e le organizzazioni non governative si siano mosse così rapidamente per destituire — due volte — il presidente Aristide, democraticamente eletto, il cui programma per Haiti comprendeva, tra le altre cose, proposte di sviluppo delle risorse naturali haitiane a vantaggio del popolo di Haiti.

Nel marzo 2004, alcuni mesi prima che la University of Texas e che il Big Oil americano lanciassero la loro ambiziosa mappatura dei potenziali di idrocarburi dei Caraibi, uno scrittore haitiano, il dott. Georges Michel, ha pubblicato un articolo su internet intitolato ‘Oil in Haiti’ [‘Petrolio ad Haiti’]. In esso, Michel ha scritto:

… . [1] non è stato un segreto che nel profondo delle viscere della terra dei due stati che condividono l’isola di Haiti e nelle acque circostanti ci sono giacimenti di petrolio importanti e ancora non sfruttati. Non si sa perché non siano sfruttati. A partire dal ventesimo secolo, la carta fisica e politica dell’isola di Haiti, creata nel 1908 da Alexander Poujol e Henry Thomasset, riportava una maggiore riserva di petrolio ad Haiti, vicino alla sorgente del fiume Rio Todo El Mondo, oggi meglio conosciuto come il rio Tomondo. [8]

Secondo un articolo del giugno 2008 di Robertson Alphonse [pubblicato] dal quotidiano haitiano Le Nouvelliste en Haiti, “i segni, (indicatori), che giustificano le esplorazioni di petrolio (oro nero) ad Haiti sono incoraggianti. Nel bel mezzo dello shock del petrolio, circa 4 società vogliono ottenere le licenze ufficiali dello stato di Haiti per trivellare [alla ricerca] del petrolio”.

In quel momento, i prezzi del petrolio stavano salendo ad oltre $140 dollari al barile – dietro manipolazione da parte di varie banche di Wall Street. L’articolo di Alphonse citava Dieusuel Anglade, direttore del ministero per l’industria mineraria e l’energia dello stato di Haiti, che diceva alla stampa haitiana: “abbiamo ricevuto quattro richieste di permesso di esplorazione petrolifera … . Abbiamo avuto indicatori incoraggianti per giustificare il perseguimento dell’esplorazione di oro nero (petrolio), che si era fermata nel 1979”. [9]

Alponse ha riportato i risultati di uno studio geologico del 1979 ad Haiti di 11 pozzi petroliferi di esplorazione, trivellati nella Plaine du Cul-de-sac, sulla Plateau Central e presso L’ile de la Gonaive: “sono stati trovati indicatori superficiali (tentativi) per il petrolio nella penisola meridionale e sulla costa settentrionale, spiegava l’ingegnere Anglade, che crede fermamente nell’immediata applicabilità commerciale di queste esplorazioni”. [10]

Il giornalista Alphonse cita un memorandum del 16 agosto 1979 dell’avvocato haitiano Francois Lamothe, in cui notava che “quattro grandi pozzi sono stati trivellati” fino ad una profondità di 9000 piedi e che un campione che “è stato sottoposto ad analisi fisico-chimiche a Monaco, in Germania” aveva “rivelato tracce di petrolio”. [11]

Nonostante i promettenti risultati del 1979 ad Haiti, il dott. Georges Michel ha riportato che “le grandi società petrolifere multinazionali che operano ad Haiti hanno fatto pressioni affinché i depositi scoperti non fossero sfruttati”. [12] L’esplorazione petrolifera sulla terraferma e vicino alle coste di Haiti è stata conseguentemente interrotta di colpo.

Resoconti simili, forse meno precisi, che sostenevano che le riserve petrolifere di Haiti potevano essere enomemente più grandi di quelle del Venezuela sono apparsi sui siti internet di Haiti. [13] Allora nel 2010 il sito di notizie finanziarie Bloomberg News pubblicava quanto segue:

Il terremoto del 12 gennaio è stato su una faglia che passa vicino alle potenziali riserve di gas, ha detto Stephen Pierce, un geologo che ha lavorato nella regione per 30 anni per società che comprendevano l’ex Mobil Corp. Il terremoto potrebbe aver frantumato le formazioni roccee lungo la faglia, consentendo la temporanea penetrazione di gas o petrolio verso la superficie, ha detto lunedì scorso durante un’intervista telefonica. ‘un geologo, per quanto duro questo possa sembrare, che individui la zona di tale faglia da Port-au-Prince fino al confine cercando infiltrazioni di gas e petrolio, potrebbe trovare una struttura che non è stata trivellata,’ ha detto Pierce, direttore dell’esplorazione della Zion Oil & Gas Inc., una società con sede a Dallas che sta trivellando in Israele. [14]

In un’intervista per un quotidiano online di Santo Domingo, Leopoldo Espaillat Nanita, ex capo della Dominican Petroleum Refinery (REFIDOMSA) ha affermato, “c’è una cospirazione multinazionale per sottrarre illegalmente le risorse minerarie della gente di Haiti”. [15] I minerali di Haiti comprendono l’oro, il prezioso metallo strategico iridio e il petrolio, a quanto pare molto.

I piani di sviluppo di Aristide

Marguerite Laurent (‘Ezili Dantò’), presidente della Haitian Lawyers’ Leadership Network (HLLN), che ha prestato servizio come avvocato per il deposto Aristide, nota che quando Aristide era presidente — fino al momento della sua espulsione appoggiata dall’America durante l’era di Bush, nel 2004 — aveva sviluppato e pubblicato in forma di libro i suoi piani per lo sviluppo nazionale. Questi piani comprendevano, per la prima volta, un elenco dettagliato dei siti conosciuti dove erano situate le risorse di Haiti. La pubblicazione del piano ha fatto scoppiare un dibattito a livello nazionale sulla radio di Haiti e nei media sul futuro del paese. Il piano di Aristide era di implementare una partnership pubblico-privata per assicurare che lo sviluppo del petrolio, dell’oro e di altre risorse preziose di Haiti giovasse all’economia nazionale e alla gran parte della popolazione, e non solo alle cinque famiglie oligarchiche di Haiti e ai loro sostenitori americani, i cosiddetti Chimeres o gangster. [16]

Dalla deposizione di Aristide nel 2004, Haiti è un paese occupato, con un presidente eletto in modo discutibile, Rene Preval, un controverso seguace dei mandati di privatizzazione del FMI che, stando ai resoconti, è legato alle Chimeres o oligarchi haitiani che hanno appoggiato l’espulsione di Aristide. Significativamente, il Dipartimento di Stato americano si rifiuta di permettere il ritorno di Aristide dal suo esilio in Sudafrica.

Ora, dopo il devastante sisma del 12 gennaio, i militari statunitensi hanno preso il controllo dei quattro aeroporti di Haiti e al momento hanno circa 20 000 truppe nel paese. I giornalisti e le organizzazioni di soccorso internazionali hanno accusato i militari americani di essere più preoccupati di imporre il controllo militare, che preferiscono chiamare “sicurezza”, che di portare l’acqua urgentemente necessaria, il cibo e le medicine dagli aeroporti alla popolazione.

Un’occupazione militare americana di Haiti sotto forma di un ‘soccorso’ per un disastro sismico darebbe a Washington e agli interessi economici privati ad essa legati un premio geopolitico di prim’ordine. Prima del terremoto del 12 gennaio, l’ambasciata americana a Port-au-Prince era la quinta ambasciata più grande al mondo, paragonabile alle ambasciate americane nei posti geopoliticamente strategici come Berlino e Beijing. [17] Con lo sfruttamento di enormi nuovi giacimenti di petrolio vicino a Cuba da parte di società russe, con chiare indicazioni che anche Haiti contiene vaste quantità di petrolio, come pure di oro, rame, uranio e iridio, con il Venezuela di Hugo Chavez per vicino a sud di Haiti, un ritorno di Aristide o di qualsiasi leader popolare impegnato per lo sviluppo delle risorse per la gente di Haiti, — la nazione più povera delle Americhe — sarebbe un colpo devastante per il solo superpotere mondiale. Il fatto che subito dopo un terremoto, l’inviato speciale dell’ONU ad Haiti Bill Clinton abbia unito le forze con il nemico di Aristide, George W Bush per creare il Clinton-Bush Haiti Fund dovrebbe far riflettere tutti.

Secondo Marguerite Laurent (‘Ezili Dantò’) della Haitian Lawyers’ Leadership Network, dietro la facciata del lavoro di soccorso per l’emergenza, gli USA, la Francia e il Canada sono impegnati in una balcanizzazione dell’isola per il futuro controllo minerario. Riferisce che il Canada vuole il nord di Haiti, dove gli interessi minerari canadesi sono già presenti. Gli USA vogliono Port-au-Prince e l’isola di La Gonaive in prossimità delle coste – identificata nel libro di Aristide per lo sviluppo come una zona con vaste risorse petrolifere, e che è aspramente contesa con la Francia. [Marguerite Laurent] Afferma inoltre che la Cina, con il potere di veto dell’ONU sul paese occupato de facto, potrebbe avere qualcosa da ridire contro una tale spartizione tra USA, Francia e Canada dell’immensa ricchezza della nazione. [18]

F. William Engdahl
Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=17287
30.01.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Note:

1 Paul Mann, Caribbean Basins, Tectonic Plates & Hydrocarbons, Institute for Geophysics, The University of Texas at Austin, accessed in www.ig.utexas.edu/research/projects/cbth/…/ProposalCaribbean.pdf .
2 Rory Carroll, Medvedev and Castro meet to rebuild Russia-Cuba relations, London Guardian, November 28, 2008 accessed in http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/28/cuba-russia.
3 Julian Gavaghan, Comrades in arms: When China’s President Hu met a frail Fidel Castro, London Daily Mail, November 19, 2008, accessed in http://www.dailymail.co.uk/news/article-1087485/Comrades-arms-When-Chinas-President-Hu-met-frail-Fidel-Castro.html.
4 Peoples’ Daily Online, China issues first policy paper on Latin America, Caribbean region, November 5, 2008, accessed in http://english.people.com.cn/90001/90776/90883/6527888.html
5 Matthew R. Simmons, The World’s Giant Oilfields, Simmons & Co. International, Houston, accessed in http://www.simmonsco-intl.com/files/giantoilfields.pdf
6 Anton Kolesnikov, et al, Methane-derived hydrocarbons produced under upper-mantle conditions, Nature Geoscience, July 26, 2009.
7 F. William Engdahl, War and Peak Oil—Confessions of an ‘ex’ Peak Oil believer, Global Research, September 26, 2007, accessed in http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=6880 .
8 Dr. Georges Michel, Oil in Haiti, English translation from French, Pétrole en Haiti, March 27, 2004, accessed in http://www.margueritelaurent.com/pressclips/oil_sites.html#oil_GeorgesMichelEnglish
9 Roberson Alphonse, Drill, and then pump the oil of Haiti! 4 oil companies request oil drilling permits, translated from the original French, June 27, 2008, accessed in http://www.bnvillage.co.uk/caribbean-news-village-beta/99691-drill-then-pump-oil-haiti-4-oil-companies-request-oil-drilling-permits.html
10 Ibid.
11 Ibid. The full text indicated that, “five big wells were drilled at Porto Suel (Maissade) of a depth of 9000 feet, at Bebernal, 9000 feet, at Bois-Carradeux (Ouest), at Dumornay, on the road Route Frare and close to the Chemin de Fer of Saint-Marc. A sample, a ‘carrot’ (oil reservoir) drilled up from the well of Saint-Marc in the Artibonite underwent a physical-chemical analysis in Munich, Germany, at the request of Mr. Broth. ‘The result of the analysis was returned on October 11, 1979 and revealed tracks of oil,’ confided the engineer, Willy Clemens, who had gone to Germany.”
12 Dr. Georges Michel, op. cit.
13 Marguerite Laurent, Haiti is full of oil, say Ginette and Daniel Mathurin, Radio Metropole, Jan 28, 2008, accessed in http://www.margueritelaurent.com/pressclips/oil_sites.html#full_of_oil .
14 Jim Polson, Haiti earthquake may have exposed gas, aiding economy, Bloomberg News, January 26, 2010.
15 Espaillat Nanita revela en Haiti existen grandes recursos de oro y otros minerals, Espacinsular.org, 17 November, 2009, accessed in http://www.espacinsular.org/spip.php?article8942
16 The Aristide development plan was contained in the book published in Haiti in 2000, Investir dans l’Human. Livre Blanc de Fanmi Lavalas sous la Direction de Jean-Bertrand Aristide, Port-au-Prince, Imprimerie Henri Deschamps, 2000. It contained detailed maps, tables, graphics, and a national development plan for 2004 “covering agriculture, environment, commerce and industry, the financial sector, infrastructure, education, culture, health, women’s issues, and issues in the public sector.” In 2004, using NGOs and the UN and a vicious propaganda campaign to vilify Aristide, the Bush administration got rid of the elected President.
17 Cynthia McKinney, Haiti: An Unwelcome Katrina Redux, Global Research, January 19, 2010, accessed in http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=17063
18 Marguerite Laurent (Ezili Danto), Did mining and oil drilling trigger the Haiti earthquake?, OpEd News.com, January 23, 2010, accessed in http://www.opednews.com/articles/1/Did-mining-and-oil-drillin-by-Ezili-Danto-100123-329.html .

→ Lascia un CommentoCategorie: ambiente · economia · nuovo ordine mondiale
Messo il tag: , , , , , , , ,

Blog di Beppe Grillo – Reazione giusta

6 febbraio 2010 · Lascia un commento

Sono senza parole…

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Reazione giusta.

Berlusconi è in missione di pace all’estero. In Israele, alla Knesset, ha definitouna reazione giusta“, l’invasione e il bombardamento di Gaza, l’attacco israeliano che provocò centinaia di morti tra i civili, tra cui molti bambini, e condannato anche dall’ONU. Fu una tonnara con i palestinesi chiusi tra mare e terra. Berlusconi non rende un servizio agli israeliani e neppure al popolo italiano (ma noi ci siamo abituati). Ripeto quello che scrissi un anno fa: “Israele vuole creare un cordone di sicurezza intorno a sè con i bombardamenti, dal Libano a Gaza. Ma non saranno le bombe a portare la sicurezza. Per ogni civile ucciso, ci saranno cento terroristi in più. Per ogni bambino libanese, palestinese, arabo ucciso, mille terroristi in più. Israele si mette sullo stesso piano dei suoi nemici quando massacra i civili e, per questa ragione, potrebbe non avere domani più amici in Occidente. A Israele si chiede di essere non solo più forte di chi la vuole distruggere, ma anche migliore“.

→ Lascia un CommentoCategorie: berlusconi
Messo il tag: , , ,

Il vero volto di Cosa Nostra

3 febbraio 2010 · Lascia un commento

Fonte: Il vero volto di Cosa Nostra.

Eccolo il vero volto di Cosa Nostra. Quello delle interconnessioni tra politica, affari e servizi segreti disegnato ieri da Massimo Ciancimino durante la sua deposizione all’aula bunker dell’Ucciardone all’udienza del processo che vede imputati il generale Mori e il colonnello Obinu per la mancata cattura di Provenzano.
Quel volto che ancora in Italia si fa fatica a comprendere e a metabolizzare, complice la diffusa propaganda che vorrebbe la lotta alle mafie come una qualsiasi questione di guardie e ladri particolarmente arricchiti.
La Cosa Nostra che ha delineato il figlio di don Vito, di cui è stato testimone diretto, è invece una struttura potentissima con un ruolo di primaria importanza nello sviluppo economico e politico della Sicilia e non solo.
Vito Ciancimino era legato a doppio filo tanto con Provenzano, con cui si conoscevano fin da ragazzi, quanto con il misterioso signor Franco, nome di fantasia, uomo dei servizi che gli sarebbe stato accreditato dall’onorevole Restivo, al tempo ministro dell’Interno.
Con il primo gestiva la grande imprenditoria, con il secondo le questioni più riservate, con entrambi, visto che erano anche in stretto contatto fra di loro, collaborava alle strategie più delicate.

E’ grazie alla sua amicizia con il padrino suo compaesano che il vecchio sindaco si aggiudica e fa aggiudicare ai suoi prestanome appalti e concessioni a sufficienza per arricchire se stesso e l’organizzazione criminale. E’ il caso del big business del gas di Caltanissetta che, grazie all’influenza di don Vito e al legame di Provenzano con i Madonia, viene assegnato alla cordata Lapis-Brancato.  Tanto per rendersi conto: al momento della vendita nel 2004 l’azienda di cui don Vito aveva una quota occulta del 15% e Provenzano una percentuale fissa della “messa a posto” del 2% valeva circa 1000 euro ad utenza con un guadagno finale di 130 milioni di euro. Con Salvatore Buscemi e Franco Bonura, entrambi boss di primo piano, con i quali intrattiene “rapporti di carattere famigliare” don Vito invece diversifica i suoi investimenti non più solo in Sicilia ma anche in Canada, a Montreal e a Milano dove i proventi mafiosi vengono impiegati in “un’operazione faraonica” alla periferia del capoluogo lombardo. E’ la Milano due di Silvio Berlusconi, nella quale – ha specificato il testimone- già avevano investito molti altri capi mafiosi. E fra i nomi degli affaristi, contenuti nei documenti del padre, compare in lista anche Marcello Dell’Utri.

Il signor Franco, di cui Massimo Ciancimino fornisce generiche caratteristiche fisiche (sui 65, 70 anni distinto, molto ben curato) e la tracciabilità in una sim per ora non rinvenuta, è piuttosto il consigliere discreto e silente. Interviene e viene consultato in situazioni più chirurgiche. E’ lui ad indicare nel politico corleonese la persona adatta ad effettuare alcune attività di copertura. Quando Moro venne rapito, nel 1978, i vertici della Dc e lo stesso Franco avevano contattato don Vito affinché facesse sapere a Provenzano, ma anche a Pippo Calò, in quel periodo molto presente su Roma e al vertice anche della banda della Magliana, di astenersi dal prendere iniziative non sollecitate alla ricerca del covo in cui era detenuto lo statista democristiano.
Un compito simile era stato richiesto all’ex sindaco anche immediatamente dopo la strage di Ustica. Doveva contattare Provenzano al fine di effettuare un controllo serrato del territorio in modo da evitare fughe di notizie o testimonianze incontrollate che potessero mettere in discussione la versione ufficiale stabilita dal governo dell’epoca.
Cosa Nostra quindi, con uno dei suoi referenti politico-imprenditoriali principali, partecipa ad alcuni degli avvenimenti più drammatici del Paese e se in questi casi svolge solo parti di supporto all’epoca del biennio stragista  92-93 è protagonista del cambiamento.

Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Massimo Ciancimino, ha infatti introdotto il tema della trattativa, cioè il dialogo tra lo Stato rappresentato dal generale Mori, odierno imputato e dal capitano De Donno, con la mafia di Riina di cui don Vito fu tramite.
Ciancimino junior ha ricordato dell’incontro avuto con l’allora capitano De Donno in aereo verso Palermo pochi giorni dopo la strage di Capaci e la richiesta dell’incontro con il padre .
Solo dopo essersi consultato con Provenzano e il signor Franco Vito Ciancimino acconsente ad incontrare i due ufficiali, “non era nella forma mentis di mio padre incontrare carabinieri e questo non poteva certamente essere ben visto dentro Cosa Nostra”. Lo scopo dell’incontro era di mettere fine alla violenza arrivata al suo culmine con l’omicidio Falcone e ottenere perciò una resa dei latitanti in cambio di un buon trattamento per i familiari. Per Ciancimino il vantaggio offerto è quello di poter beneficiare di qualche sconto di pena.
Don Vito però non riteneva i due ufficiali in grado di assicurargli la risoluzione dei suoi problemi carcerari quindi, sempre grazie al signor Franco, gli sarebbe stato garantito che il Ministro Rognoni e il ministro Mancino erano a conoscenza dell’attività dei carabinieri. Il tutto prima della strage di via D’Amelio.

Della trattativa Mori e De Donno avevano sempre fornito una diversa versione datando gli incontri invece successivamente all’omicidio del giudice Borsellino ma soprattutto avevano sempre negato di aver visto il famoso “papello” l’elenco di richieste che Riina, una volta constatata la disponibilità dello Stato al dialogo, avrebbe avanzato in cambio della cessazione dello stragismo. Il documento è stato però prodotto da Massimo Ciancimino e riporta, su di un post-it allegato, la dicitura autografa di don Vito: consegnato spontaneamente al colonnello Mori del Ros. Su ordine del padre, Massimo andò a ritirarlo personalmente, in busta chiusa, dal dottore Antonino Cinà, longa manus di Riina, nella sua villa di Mondello. Una volta preso visione dei contenuti, don Vito però si imbestialì con un caratteristico: “la solita testa di minchia”. I rapporti tra il politico e il capo di Cosa Nostra non erano mai stati idilliaci, don Vito lo riteneva un megalomane e dopo la strage di Capaci – confidò anni dopo al figlio – si era convinto che qualcuno stesse soffiando su questa sua personale esaltazione per indurlo a provocare un clima di destabilizzazione propedeutico ad una fase di profondo cambiamento.

Tuttavia, nonostante la sua contrarietà, sia Provenzano che il signor Franco lo avevano sollecitato a cercare una forma di mediazione, una rielaborazione moderata per rendere più accettabili le proposte impossibili lanciate da Riina. E questo è proprio il contenuto del secondo documento che il pm Di Matteo ha chiesto a Ciancimino di commentare. Si tratta di un foglio manoscritto del padre nel quale vi sono altri generi di modifiche legislative comunque di grande interesse per Cosa Nostra e non solo. Una sorta di appunto, una traccia che gli sarebbe servita per i prossimi incontri che doveva tenere con Provenzano, il signor Franco e i carabinieri, insomma con i suoi interlocutori. Tutti argomenti di cui continuerà a parlare Massimo Ciancimino nel prosieguo della sua deposizione.

Un piccolo dato curioso, ieri in aula c’erano una scolaresca attenta e silenziosa e pochi giornalisti, le firme più illustri, ma niente a che vedere con il can can mediatico che si era creato per l’interrogatorio di Gaspare Spatuzza che seppur importante era un uomo d’onore di relativa caratura rispetto ad un testimone diretto di un’epoca drammatica che ha segnato la storia del nostro Paese.
Certo in questo caso c’è da scrivere poco di sangue e violenza e Massimo Ciancimino non è facilissimo da smentire e infangare, ma soprattutto racconta di una mafia di cui è meglio non far sapere. Chissà mai che gli italiani comincino a capirne qualcosa.

Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo (ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

→ Lascia un CommentoCategorie: berlusconi · economia · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ingroia, con ddl “antipentiti” a rischio l’antimafia

3 febbraio 2010 · Lascia un commento

Fonte: Ingroia, con ddl “antipentiti” a rischio l’antimafia.

“Questo disegno di legge rischia di essere un colpo di grazia definitivo a tutto l’impianto della validita’ probatoria delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia su cui si e’ fondato il maxiprocesso di Falcone e Borsellino e cosi’ via”. Cosi’ ai microfoni di “Tutta la citta’ ne parla” (un programma di Radiotre), il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia, a margine al processo Ciancimino-Mori in corso a Palermo, a proposito del disegno di legge “antipentiti” firmato dal senatore Giuseppe Valentino (relatore del processo breve e vice di Ghedini).

“Se questo disegno di legge – afferma Ingroia – fosse gia’ stato in vigore, l’85% delle condanne del maxiprocesso non ci sarebbero state, lo stesso vale per il 60-70% delle condanne all’ergastolo anche per le stragi di Capaci e via D’Amelio, che si fondano tra l’altro sul cosiddetto incrocio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Insomma, si rischia di introdurre una breccia all’interno della legislazione antimafia che potrebbe travolgere anni e anni di lavoro”.

Il pm spiega il nuovo ddl: “Viene fissato un principio di prova legale, nel senso che vengono riconosciuti come valido riscontro alle dichiarazioni dei pentiti soltanto i cosiddetti riscontri obiettivi, escludendo qualsiasi valore probatorio di conferma delle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia. Le dichiarazioni di uno o cinque pentiti vengono messi sullo stesso piano, le dichiarazioni di un altro collaboratore non aggiungono nulla”. Per Ingroia: “Potrebbero esserci conseguenze su tutti i processi i corso, persino su quelli già chiusi con sentenza definitiva: infatti, si aprono insperate aspettative per i mafiosi oggi con tanti ergastoli alle spalle, che possono invocare una revisione del processo e delle sentenza sulla base delle quali sono stati condannati”.

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano assicura: la cosiddetta ‘norma-salva pentiti’ “non fa parte del programma del Governo, non è nei progetti del governo e non avallata dal governo”.

Da Rainews24

→ Lascia un CommentoCategorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica
Messo il tag: , , , , ,

Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, Riina pressato da suggeritore per politica stragista

3 febbraio 2010 · Lascia un commento

Il termine “grande architetto” mi fa venire in mente la massoneria…

Fonte: Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, Riina pressato da suggeritore per politica stragista.

”Carissimo ingegnere. Ho ricevuto la notizia che ha ricevuto la ricetta del caro dottore.
Come gia’ avevamo detto nel nostro ultimo incontro, il nostro amico e’ molto pressato”. Inizia cosi’ uno dei ‘pizzini’ inviati da Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino. ”Ricevetti la busta con all’interno il pizzino ai primi di luglio del 1992 da persone vicine a Provenzano, cioe’ da familiari di Pino Lipari”, ha spiegato Massimo Ciancimino, nel corso della sua deposizione al processo Mori.

Analizzando il ‘pizzino’, mostrato in aula dal pm Antonio Ingroia, Ciancimino dice che quando Provenzano parla del ”nostro amico” si riferisce a Salvatore Riina. A pressare Riina sarebbe stato un ‘grande architetto’ con l’obiettivo di ”mandare avanti la politica stragista” anche se, ha detto il figlio dell’ex sindaco, ”mio padre e Provenzano erano contrari all’accelerazione delle stragi”. ”E’il momento che tutti facciamo un grande sforzo”, si legge nel ‘pizzino’ e Massimo Ciancimino spiega: ”Mio padre diceva che l’ulteriore sforzo era il contropapello”.

Ma chi e’ ‘l’architetto’ di cui si parla nel pizzino? “Il nome non mi fu mai fatto da mio padre”, ha detto Ciancimino. “Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse tempo per parlarne insieme”, si legge ancora nel pizzino. “Provenzano – ha spiegato Ciancimino junior – si riferisce alla possibilita’ di avanzare il ‘contropapello’, cioe’ una controproposta, di mio padre per aprire un’altra eventuale possibilita’ di trattare con queste persone e sollecita quindi un incontro fra i due, ipotizzando di potere continuare la trattativa”.

Provenzano avrebbe, quindi, chiesto a Vito Ciancimino, nel ‘pizzini’ che il pm Ingroia legge in aula, di incontrarlo al cimitero, dove – scriveva il boss mafioso – “potremmo rivolgere insieme una preghiera a Dio”, si legge. L’incontro tra Ciancimino e Provenzano sarebbe poi effettivamente avvenuto a Palermo, ma non al cimitero.

→ Lascia un CommentoCategorie: giustizia · mafia · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , ,

Antimafia Duemila – Ciancimino Jr: Era parte della trattativa la mancata perquisizione del covo di Riina

3 febbraio 2010 · Lascia un commento

Antimafia Duemila – Ciancimino Jr: Era parte della trattativa la mancata perquisizione del covo di Riina.

La mancata perquisizione del covo di Riina era uno degli elementi della “trattativa” in corso negli anni delle stragi tra Cosa Nostra e lo Stato.
E’ quanto ha dichiarato Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, durante la seconda udienza dedicata al suo interrogatorio e attualmente in corso all’aula bunker dell’Ucciardone. Ricordando il momento in cui Vito Ciancimino avrebbe messo a disposizione dei Carabinieri le cartine su cui era indicato il covo del boss di Cosa Nostra, all’epoca latitante, “mio padre – ha spiegato il teste – mi disse che era stato concordato insieme a Provenzano, al signor Franco (il misterioso uomo dei servizi segreti ndr.) e agli stessi Carabinieri che il covo andava rispettato. Che non andava perquisito per una forma di rispetto nei confronti della famiglia di Riina che doveva essere messa in condizione di allontanarsi e di portare via tutta la documentazione”. Anche perché, prosegue, “prima di essere arrestato Riina si vantava che nel momento in cui avrebbero perquisito il covo l’Italia sarebbe crollata, perché i documenti contenuti al suo interno avevano questo potere”.
“Questo margine di operatività – ha proseguito Ciancimino Jr. – era una sorta di onore alle armi, un messaggio da dare a Riina per fargli capire che non si trattava di un tradimento, ma di una azione quasi necessaria per salvaguardarlo da se stesso”. E che per farlo ”si era scelto il metodo meno traumatico”.
“Dopo aver consegnato le carte catastali mio padre non si aspettava di essere arrestato. E interpretò lo stesso arresto come una trappola che gli tesero i Carabinieri dopo aver ottenuto la necessaria documentazione per giungere alla cattura di Salvatore Riina”. Così ha proseguito nel suo racconto Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, interrogato dal pm Nino Di Matteo nel corso dell’udienza al processo Mori-Obinu attualmente in corso a Palermo.
“Mio padre – ha proseguito – aveva dato informazioni per la cattura di Riina insieme al Provenzano ed era convinto che per questo motivo lo avrebbero lasciato libero”.

→ Lascia un CommentoCategorie: giustizia · mafia
Messo il tag: , , , , , , , , ,

Ciancimino: ”Era Dell’Utri il nuovo referente della trattativa”

3 febbraio 2010 · Lascia un commento

Fonte: Ciancimino: ”Era Dell’Utri il nuovo referente della trattativa”.

“La morte di Borsellino segnò il passaggio dalla fase A alla fase B o se preferite l’inizio della seconda trattativa”. Nel secondo giorno di deposizione Massimo Ciancimino riprende il suo racconto dalla sequenza dei dialoghi tra il padre, portavoce di Cosa Nostra e i carabinieri del Ros, portavoce di interessi a tutt’oggi da chiarire.

“Quando ci fu la strage di Via D’Amelio mio padre si sentì responsabile!” – spiega al Tribunale rispondendo alle domande del pm Di Matteo -. Aveva capito che proseguire nella trattativa, anche cercando di ammorbidire le richieste avanzate da Riina, così come gli avevano chiesto il signor Franco e lo stesso Provenzano, aveva avuto un effetto deleterio.
Riina infatti aveva approfittato di quella apertura per scatenare il suo delirio di onnipotenza sobillato in questo suo folle progetto da un soggetto o un’entità che don Vito, anni più tardi, parlando con il figlio, aveva chiamato l’Architetto.
A quel punto però, secondo quanto riferì a Massimo, il padre decise di prendere in mano la situazione e di agire come avrebbe voluto fin dall’inizio, convinto che non vi era nessuna vera volontà di trattare da parte del capo di Cosa Nostra.
Con il solo obiettivo di ottenere benefici carcerari e soprattutto di mitigare le misure di prevenzione Ciancimino decide di convincere Provenzano che la soluzione migliore per tutti, per Cosa Nostra, per Provenzano e per gli eterni equilibri, è sfruttare il canale stabilito con i carabinieri per ricondurre Riina alla ragione, nell’unico modo possibile: togliendolo di mezzo.

Dopo molti colloqui, prosegue il testimone, necessari per portare il suo compaesano verso una decisione “che non era nella sua natura”, Provenzano acconsente a che il piano di Ciancimino si realizzi.
Don Vito quindi ordina al figlio di contattare il capitano De Donno. Il 25 agosto del 1992 riprendono i dialoghi, questa volta con una precisa finalità: consegnare Riina.
Il capitano dei carabinieri fa avere al vecchio sindaco tabulati di utenze abitative e soprattutto una serie di mappe della città di Palermo.
Massimo le porta al padre che gliene fa fotocopiare solo due, in fogli A3, con la zona che comprende Baida fino a via Leonardo da Vinci. Il giovane Ciancimino parte alla volta di Palermo per consegnarla a Provenzano. E’ lui l’unico in grado di segnare con precisione dove si trova il suo gemello scriteriato che sta rovinando un lavoro di anni.
Di tutto questo iter è ovviamente informato anche il signor Franco che come ombra onnipresente segue tutte le manovre.
Quando sta per avvenire la consegna delle piantine con tutti i riferimenti però, Don Vito viene arrestato, la motivazione del ripristino della custodia cautelare è la sua richiesta di poter avere il passaporto che fa temere per un suo possibile intento di fuga.
Ciancimino chiede dunque spiegazioni a De Donno che però giura di non saperne nulla e promette che avrebbe fatto il possibile per porre rimedio alla situazione.
Qualche giorno dopo Massimo riceve una telefonata dal padre dal carcere tramite il telefono del capitano e gli ordina di consegnare la documentazione a De Donno, cosa che avviene.

Dopo poco meno di un mese, il 15 gennaio, Riina viene catturato.
Ma, precisa Massimo, gli viene riconosciuto “il valore delle armi”, né la sua famiglia né i suoi documenti vengono toccati. “E’ un segnale, come a far capire a Riina che non si tratta di un vero e proprio tradimento, quanto piuttosto di un atto necessario per tornare al tempo della coabitazione. Quasi un salvarlo da se stesso”.
Lasciar partire in tutta calma la famiglia è inoltre un segno di rispetto nei confronti del capo, deposto da cause di forza maggiore, e delle antiche regole di Cosa Nostra ed è soprattutto una clausola che Provenzano e Ciancimino pretendono nel loro accordo con i carabinieri e con il signor Franco. E così in effetti fu.
Dal carcere don Vito, ricorda sempre il figlio, osserva il suo piano e ne rivendica la paternità, ma capisce anche di essere stato tradito e scavalcato e che gli è stata tesa una trappola. La richiesta di tornare in possesso del passaporto, sollecitata da Provenzano e garantita dai carabinieri era stato il pretesto della sua detenzione. Un messaggio, a suo avviso, ben chiaro.
Solo in tempi recenti, tra il 2000 e il 2002, quando padre e figlio avevano deciso di scrivere un libro su tutti quegli avvenimenti, il potente Ciancimino, ormai vecchio, malato e ridotto su una sedia a rotelle da un ictus invalidante, ha rivelato a Massimo chi era il nuovo referente del patto tra mafia e stato. E il teste, a precisa domanda del pubblico ministero, non ha difficoltà a rispondere con certezza: è Marcello Dell’Utri.
E come avviene questo nuovo agghiacciante dialogo?
Direttamente. Provenzano parla direttamente con Dell’Utri.
In cambio di un accordo a garanzia della sua latitanza Provenzano si impegna di ricondurre  Cosa Nostra nel suo alveo principale, quello degli affari, della politica e dei favori.
Ora ci sarebbe da chiarire per conto di chi Provenzano pone come condizione a Brusca, Bagarella, Matteo Messina Denaro e a tutta la frangia stragista e vendicativa di spostare gli attentati “in continente”, a Firenze, Roma e Milano, con sempre più evidente fine destabilizzatore.
Di questo Massimo Ciancimino non ha parlato, non ancora almeno, a quanto ci è dato sapere.
Per quattro ore ha risposto lucidamente a tutte le domande del pm che, ha più volte voluto precisare, prendendosi anche un richiamo dal presidente del Tribunale a non divagare troppo,
sono nella maggior parte dei casi relative ai documenti che ha ricevuto in gravosa eredità dal genitore e che ha già prodotto alla Procura di Palermo.
L’analisi dei cosiddetti pizzini scambiati tra il padre e Provenzano è iniziata con l’interrogatorio del pm Ingroia e proseguirà il prossimo lunedì 8 febbraio.


Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo (
ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

→ Lascia un CommentoCategorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica
Messo il tag: , , , , , , , ,

Indulto e Amnistia, due provvedimenti voluti da Provenzano

3 febbraio 2010 · Lascia un commento

Indulto e Amnistia, due provvedimenti voluti da Provenzano.

Nel secondo giorno d’interrogatorio Massimo Ciancimino è stato escusso dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia in merito ai pizzini acquisiti al fascicolo del dibattimento e consegnati dallo stesso Ciancimino alla Procura di Palermo tra novembre e dicembre dello scorso anno.

Si tratta, in particolare, di tre missive inviate da Provenzano a don Vito Ciancimino nel 1992 e nel 2001 e recuperate da suo figlio Massimo nella casa di via S. Sebastianello, a Roma, dopo la morte del padre. “Carissimo ingegnere, ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta (il papello) dal caro dottore (Antonino Cinà)…  credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo (per alleggerire le richieste di Riina), come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro, il nostro amico (Riina) è molto pressato (dall’Architetto), speriamo che la risposta ci arrivi per tempo (prima di una nuova strage), se ci fosse il tempo per parlarne noi due insieme. Io so che è una buona usanza in lei andare al Cimitero per il compleanno del padre suo si ricorda, me ne parlò lei, potremo vederci per rivolgere insieme una preghiera a Dio o come l’altra volta, per comodità sua, da nostro amico OMISSIS  bisogna saperlo, perché a noi ci vuole tempo per  organizzarci”. Un biglietto, secondo Massimo Ciancimino, riferibile ai primi di luglio ’92, dopo la consegna delle richieste che Riina inoltrò allo Stato attraverso il dottore Antonino Cinà e che giunse attraverso l’ex sindaco di Palermo ai carabinieri.

Don Vito allora si era indignato perché quelle richieste sarebbero state politicamente impraticabili. Per questo parlò con Provenzano mettendolo di fonte alle sue responsabilità (“anche tu hai contribuito con le tue scelte a creare questo mostro”) chiedendogli di mediare il punto di vista del suo compaesano al quale “gli era stata riempita la testa di minchiate” da un personaggio “che lo aizzava a proseguire la strategia stragista” e che Ciancimino ha definito come “l’architetto”, un personaggio legato ai servizi di cui si conosce ancora poco. Per questo nel biglietto consegnato da Massimo Ciancimino ai magistrati si allude a una fantomatica “ricetta”. Il cosiddetto “papello” di Riina per il quale Provenzano, su consiglio di don Vito e del Signor Franco, avrebbe dovuto mitigare il contenuto. Da lì la stesura da parte di Vito Ciancimino di una lista contenente le controproposte in alternativa al papello che don Vito avrebbe dovuto sottoporre a Riina e ai carabinieri per cercare di portare a buon fine quella trattativa che era stata avviata dal Ros per la cattura dei latitanti.
In quei punti stilati a mano l’ex sindaco corleonese prevedeva la nascita di un partito capace di raccogliere un bacino di voti ereditati dalla vecchia Dc siciliana per poter tradurre in leggi le richieste più accomodanti per Cosa Nostra. Un progetto che però non andò mai in porto come quello di bloccare la ferocia di Riina il quale, perseverando nella sua linea violenta, organizzava in tutta fretta l’attentato di via d’Amelio al giudice Paolo Borsellino. Una strage che spinse don Vito a cambiare le carte in tavola facendo saltare i patti iniziali e spingendolo a collaborare con i carabinieri (con l’accordo di Provenzano) in cambio di una serie di agevolazioni personali su due richieste fondamentali che comprendevano il buon esito del suo processo pendente in fase d’appello e il parere favorevole della Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo sui suoi beni in sequestro. Istanze che don Vito aveva inoltrato ai militari guidati dal generale Mario Mori chiedendo l’intervento dell’on. Violante, l’unico politico in grado d’intervenire. Un sogno, anche questo, che non si realizzerà a causa di una “trappola” in cui l’ex sindaco finì per essere vittima. Proprio quando tutto sembrava andare per il meglio, dopo la consegna delle cartine con l’indicazione del covo di Riina, il politico di Corleone era stato arrestato. Nel mese di novembre del ‘92 “doveva avvenire un incontro – ha spiegato Ciancimino – tra mio padre e Provenzano” il quale, trovandosi in Germania con la famiglia, aveva ritenuto più sicuro organizzarlo lì. Così il vecchio sindaco chiese un passaporto che gli procurò l’arresto per pericolo di fuga.

Ma perché chiedere un passaporto ai carabinieri se l’ex sindaco aveva già una carta d’identità valida per l’espatrio e un passaporto di copertura procuratogli dal Signor Franco? “In realtà – ha spiegato Ciancimino – il suo avvocato e mio fratello Giovanni gli consigliarono di desistere. Mio padre però fu sincerato dai carabinieri che non c’erano problemi”. Un’ingenuità che costò a don Vito la misura cautelare in carcere e la fine del sogno di prendere parte a una nuova fase politica. Don Vito fu arrestato a Rebibbia il 19 dicembre 1992 per scontare una continuazione di pena per associazione mafiosa e concussione, fino al ‘99.  Anno in cui don Vito ottiene i domiciliari che sconterà fino al giorno della sua morte. Un periodo questo, durante il quale incontrerà più volte Provenzano che perorerà a suo favore una legge sull’amnistia che il capo di Cosa Nostra avrebbe spinto attraverso i Senatori Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, all’epoca appena eletto presidente della Regione Sicilia. “Carissimo Ingegnere (…)- aveva scritto Provenzano a don Vito -  Mi è stato detto dal nostro Sen (Dell’Utri)e dal nuovo Pres (Cuffaro) che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. (Nino mormino) è benintenzionato (…)”.  L’iniziativa, ha spiegato in aula Massimo Ciancimino, avrebbe previsto la presentazione in parlamento di un decreto indultivo che sarebbe dovuto essere presentato dall’allora Governo di sinistra e votato, dopo un accordo interno al partito di destra, in larga maggioranza.  Lo stesso Provenzano infatti chiarisce: “Carissimo Ingegnere, con l’augurio che vi troviate in uno stato di salute migliore di quando vi ho visto il mese scorso, ho riferito i suoi pensieri al nostro amico Sen.(Dell’Utri) Ho spiegato che loro (lo schieramento di destra) non possono fare provvedimenti come questi dell’amnistia quando governano loro e che è cosa giusta spingere per far approvare la legge. L’amico (Dell’Utri) mi ha detto che è stata fatta una riunione e sarebbero tutti in accordo. Ho visto che anche il buon Dio con il Cardinale ha chiesto la stessa cosa”. Alla fine don Vito non otterrà l’amnistia tanto sperata, tradito dai carabinieri e dallo stesso Provenzano non vedrà mai più il suo progetto di rinascita.


Silvia Cordella (
ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

→ Lascia un CommentoCategorie: giustizia · mafia · politica
Messo il tag: , , , , , , , , , ,

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2″

3 febbraio 2010 · Lascia un commento

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2″.

Il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha testimoniato al processo Mori nell’aula bunker dell’Ucciardone. La ricostruzione dei rapporti con il boss latitante: “Godeva di immunità territoriale”

PALERMO – Parla del padre Vito, potente sindaco di Palermo, e dell’amico complice di sempre, Bernardo Provenzano. Parla soprattutto degli affari di Cosa nostra, che avrebbe investito molti capitali a “Milano 2″, la grande operazione immobiliare da cui presero il via le fortune di Silvio Berlusconi. Al processo Mori, nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone, Massimo Ciancimino racconta le trame del padre: “Con Provenzano si vedeva spesso  -  dice – anche a Roma, fra il 1999 e il 2002. Con altri mafiosi che avevano una grande capacità imprenditoriale faceva investimenti. Con i fratelli Buscemi e con Franco Bonura vennero investiti soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″.

La trattativa. Massimo Ciancimino parla soprattutto della trattativa che il padre avrebbe intrattenuto con l’allora colonnello del Ros Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno: “Prima della strage Borsellino  -  dice il testimone  -  il colonnello incontrò più volte mio padre, nella nostra casa romana di via San Sebastianello. Almeno due volte prima del 29 giugno, quando il dottore Antonino Cinà (il medico di Riina – ndr) mi consegnò a Palermo il cosiddetto papello, che io portai subito a Roma. Dopo il 29 giugno, ci fu un altro incontro fra Mori e mio padre”. Ciancimino non usa mezzi termini. “La richiesta dei carabinieri era chiara, così mi spiegò mio padre dopo quegli incontri: volevano stabilire un canale privilegiato per interloquire con i vertici dell’organizzazione mafiosa. Mio padre riteneva quella strategia uno sbaglio da parte delle istituzioni, era come accreditare la linea folle di Riina”. Il pm Nino Di Matteo chiede a Ciancimino: “Cosa chiedevano esattamente i carabinieri?”. Il figlio dell’ex sindaco spiega: “Volevano la resa incondizionata dei capimafia, in cambio di un trattamento di favore per i familiari dei boss”. Su tutta l’operazione, dice Ciancimino, avrebbe vigilato Bernardo Provenzano, che autorizzò la trattativa. “Mio padre seppe poi dal signor Franco, suo referente nei servizi segreti, che di quella trattativa erano informati gli onorevoli Mancino e Rognoni. Mio padre ne parlò con i carabinieri. E dagli stessi ebbe conforto in tal senso”


Il signor Lo Verde.
Il racconto di Ciancimino comincia da lontano. “Me lo ricordo da bambino  -  dice Massimo Ciancimino  -  Bernardo Provenzano, che io conoscevo come il signor Lo Verde, veniva a trovarci spesso nella nostra casa di villeggiatura di Baida, alle porte di Palermo. Solo molto tempo dopo, a fine anni Ottanta, vidi per caso l’identikit di un capomafia sulla rivista Epoca, mentre ero dal barbiere con mio padre. Era Provenzano, riconobbi l’uomo che veniva a casa mia. Chiesi a mio padre di quell’uomo. Mi rispose: stai attento al signor Lo Verde, da questa situazione non può salvarti nessuno”.

“Il signor Lo Verde  -  spiega il testimone  -  continuò a venirci a trovare anche quando mio padre era agli arresti domiciliari, nell’appartamento di via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, a Roma. Dal 1999 al 2002. Mi incuriosiva quella situazione. Dissi a mio padre: ma non sono pericolosi questi incontri? Lui mi rispose senza tentennamenti. Disse che Provenzano poteva girare tranquillamente per Roma o in qualsiasi altra città, perché godeva di una sorta di immunità territoriale, basata su un accordo che anche mio padre aveva contribuito a stabilire. Un accordo che sarebbe stato stipulato fra il maggio 1992 e il dicembre dello stesso anno”.

Ciancimino senior e Provenzano. Ciancimino risponde alle domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Nella prima parte della sua deposizione, iniziata alle 10, ha rievocato l’attività politico-mafiosa del padre. “Aveva creato un vero e proprio sistema  -  spiega  -  suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e fra Cosa nostra, sempre tramite Provenzano”. Per i contatti più delicati, Vito Ciancimino utilizzava una linea telefonica riservata, installata nella sua casa di Palermo. “Spesso  -  aggiunge il teste  -  ero incaricato di consegnare buste chiuse a Provenzano”.

“Il rapporto fra mio padre e Provenzano era nato a Corleone  -  racconta Ciancimino junior – Abitavano nello stesso stabile: di tanto in tanto, mio padre dava lezione di matematica al giovane Bernardo. Molti anni dopo, si stupiva che lo chiamassero il ragioniere. In matematica non era stato mai bravo”.

Ad ascoltare Massimo Ciancimino c’è l’imputato principale di questo dibattimento, il generale Mario Mori, seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco. Sugli spalti del pubblico sono presenti numerosi studenti.

Una lunga deposizione. La deposizione davanti alla quarta sezione del tribunale si preannuncia lunga. Nei 23 verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino già depositati dalla Procura in vista dell’udienza di oggi si parla della trattativa che sarebbe avvenuta fra Cosa nostra e l’entourage del generale Mori, nel 1992, durante la stagione delle stragi Falcone e Borsellino. L’accordo avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista, in cambio di alcuni benefici per i boss: a mediare il misterioso dialogo  sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo, in quei giorni sarebbe nato un vero e proprio patto fra il vertice mafioso e una parte delle istituzioni: ecco perché, secondo i pm, Provenzano avrebbe proseguito indisturbato la sua latitanza (fino all’11 aprile 2006).

Il figlio di Vito Ciancimino continua a rispondere senza tentennamenti alle domande dei pubblici ministeri. Ritorna sugli affari del padre: “Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”. Correvano gli anni Settanta. Massimo Ciancimino spiega: “Alcuni suoi amici di allora,  Ciarrapico e Caltagirone, ma anche altri costruttori romani gli dissero di investire in Canada dove erano in preparazione le Olimpiadi di Montreal. C’erano dei mutui agevolati per gli investitori stranieri”. Con i boss Salvatore e Antonino Bonura, con il costruttore mafioso Franco Bonura sarebbe nato in seguito un altro investimento: “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″, dice Ciancimino junior.

I rapporti con i servizi. Un altro capitolo della deposizione nell’aula bunker è quello dei rapporti fra l’ex sindaco di Palermo, Bernardo Provenzano e i servizi segreti.  Massimo Ciancimino dice che il tramite sarebbe stato un “uomo che vestiva sempre in modo molto elegante, non siciliano”. Lui lo conosceva solo come il nome: “signor Franco o Carlo”. “Era legato all’ambiente dei servizi”, spiega il testimone. “Lo contattavo tramite due numeri conservati nella Sim del mio telefonino. Avevo un’utenza fissa, con prefisso 06 Roma e un’utenza cellulare”. Il signor Franco torna nel racconto di Ciancimino già dagli anni Settanta. “Lo rividi il giorno dei funerali di mio padre  -  spiega  -  venne al cimitero dei Cappuccini di Palermo per portarmi un biglietto di condoglianze del signor Lo Verde. Disse che se n’era andato un grande uomo”.

Il signor Franco. Vito Ciancimino avrebbe incontrato spesso il signor Franco:  “Lui, mio padre e il signor Lo Verde avevano le chiavi di un appartamento, nella zona di via del Tritone, a Roma”. All’ex sindaco di Palermo sarebbero stati chiesti dai Servizi diversi “interventi”: anche in occasione del disastro di Ustica (“Per non fare diffondere certe notizie”, dice Ciancimino junior) e del sequestro Moro (“Per trovare il covo”).

Salvo Palazzolo (laRepubblica.it, 1 febbraio 2010)

Le rivelazioni di Ciancimino al processo Mori

da L’Unità.it, 1 febbraio 2010

I soldi investiti dal padre, don Vito Ciancimino, a Milano 2, i piani di Riina per uccidere Piero Grasso, Calogero Mannino e Carlo Vizzini, l’immunità territoriale di cui Bernardo Provenzano ha goduto anche nel periodo delle stragi del 1992. Sono rivelazioni bomba quelle che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, sta facendo ai magistrati che lo stanno ascoltando come testimone nell’aula bunker dell’Ucciardone, a  Palermo, nell’ambito del processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obinu, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

“Sono tranquillo. Deporrò in questo processo, dicendo tutta la verità”, ha detto Ciancimino prima di entrare nell’aula. Ma il testimone denuncia anche intimidazioni da parte dei servizi.  «Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, e mi accusò di essere venuto meno agli impegni presi. Mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio». Secondo Ciancimino jr.  gli 007 non avrebbero gradito la sua decisione di iniziare a fare le dichiarazioni ai magistrati sulla presunta trattativa tra Stato e mafia dopo le stragi del ‘92. E proprio sulla presunta trattativa, il testimone lancia pesanti accuse verso due ex ministri: «I ministri Rognoni e Mancino erano a conoscenza del dialogo intrapreso tra mio padre con il vice comandante del Ros, Mario Mori. Me lo disse mio padre che lo aveva saputo da un esponente dei servizi segreti”.

“Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”, ha detto Ciancimino jr, ricostruendo gli affari di suo padre con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. “Mio padre li chiamava i ‘gemelli’. Ricordo negli anni ‘60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato”.

Negli anni ‘70 poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. “Alcuni suoi amici di allora Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal”. Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″. Ciancimino junior ha spiegato di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. “Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante”.

Ciancimino è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ai due ufficiali si contesta il mancato arresto, nel ‘95, del capomafia Bernardo Provenzano, all’epoca latitante. Secondo l’accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell’accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.

Dopo l’omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1992, racconta il testimone, il padre incontrò Provenzano. «Mio padre disse che quanto accaduto a Lima era terribile perché la vittima si è sicuramente resa conto di quello che stava succedendo». Ciancimino Jr ha spiegato che suo padre «una settimana e dieci giorni dopo l’omicidio» venne a Palermo e si incontrò con Provenzano in una abitazione dai due considerata sicura vicino via Leonardo da Vinci. «La morte di Lima fu un elemento di rottura – ha detto – Riina aveva mandato a dire di non preoccuparsi ma il suo linguaggio era l’inizio della fine. Mio padre mi spiegò che quello messo in atto da Riina era un programma di una follia pura, una serie di politici e magistrati sarebbero stati eliminati tra loro Piero Grasso, il ministro Vizzini e Calogero Mannino».

Ciancimino junior sta ricostruendo in aula le frequentazioni del padre, ma anche gli incontri a cui avrebbe partecipato lo stesso Massimo quando era più giovane.”Avevo saputo da mio padre che Provenzano godeva di una sorta di ‘immunità territoriale che gli permetteva di muoversi liberamente” durante la sua latitanza “grazie a un accordo che aveva stipulato mio padre stesso”. “Questa immunità era garantita da «un accordo alla stipula del quale era presente anche mio padre e che risale al maggio del 1992″.

“Scoprii che la persona che conoscevo come ’signor Lo Verde’ era Bernardo Provenzano negli anni Ottanta mentre mi trovavo dal barbiere a Palermo. Sfogliando una rivista, mi pare ‘Epoca’, vidi una sua foto e nella didascalia c’era scritto che si trattava del boss latitante Bernardo Provenzano. Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: ‘Stai attento con il signor Lo Verde, perché da questa situazione non ti salva nessuno’. Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre ‘ingegnere’, anche se in realtà gli mancavano due materie alla laurea. “Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto è sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano perché riteneva che avesse un più elevato spessore culturale”, ha detto Ciancimino. “Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema. D’accordo con Bernardo Provenzano gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività”. Il testimone ha anche raccontato che suo padre, appositamente, faceva attendere Riina quando questi lo andava a trovare e ne rifiutava i regali ritenendo che portassero sfortuna. “Era un rapporto fatto di contrasti. L’ho visto almeno tre-quattro volte a casa mia. Parlo degli anni Ottanta. Riina veniva spessissimo per le feste comandate. Ma ricordo che quando erano in camera arrivavano delle urla dalla stanza”.

Don Vito aveva una sorta di ‘linea rossa’, cioè un numero di telefono “sempre a disposizione” per i boss ma anche i politici. “Mio padre aveva a Palermo e a Mondello la ‘linea rossa’ sempre a disposizione di queste persone, e soprattutto di Lo Verde (Provenzano ndr). Ma anche di Gioia, Lima, Ruffini, e del signor Franco o Carlo”. Secondo Ciancimino gli ultimi due sarebbero degli agenti dei servizi segreti.  “Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani dell’ingegner Lo Verde, cioè di Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell’ultimo periodo. Anche perché nel momento in cui certi personaggi venivano a mancare, mio padre era diventato molto più prudente. Capitò anche nel 1992″.

“Mio padre usava particolare accortezza per lo scambio di ‘pizzini’ con Bernardo Provenzano. Spesso, essendo un po’ maniacale per sua forma mentis, le buttava nel water o le bruciava, o le tagliava a pezzetti”. “Spesso -dice ancora- faceva le fotocopie perché temeva che si potessero trovare le impronte, anche quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti”. Alla domanda se erano intercorsi rapporti di tipo economico tra Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano, Ciancimino ha risposto di sì.

“Nel 1990, grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, mio padre riuscì a fare annullare l’ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per la vicenda mafia e appalti”, ha detto ancora Ciancimino jr. La sezione della Cassazione che emise il provvedimento di annullamento era la prima, presieduta all’epoca da Corrado Carnevale.

Alcuni incontri tra Vito Ciancimino e il vicecomandante del Ros, sarebbero avvenuti prima della strage di via d’Amelio, avvenuta il 19 luglio ‘92, dove fu ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta. «Dopo la consegna del ‘Papellò, avvenuta il 29 giugno del ‘92, che mi fu dato insieme ad una lettera da consegnare a mio padre, e che mi venne data dal dottore Antonino Cinà». Sempre rispondendo alle domande del magistrato Ciancimino jr, ha spiegato che gli incontri duravano circa una ora e mezza e si svolgevano in casa dell’ex primo cittadino di Palermo. «È successo alcune volte, due o tre, dopo la morte del giudice Falcone e poi dopo», ha spiegato. «Per mio padre comunque era sbagliato cercare il dialogo con Cosa nostra, dopo le stragi. Lui diceva che era come mettere benzina nel radiatore. Era sbagliato parlare con Riina».


Redazione L’Unità.it (1 febbraio 2010)

→ Lascia un CommentoCategorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , , , , ,