Archivio Mensile: gennaio 2009

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/2, di Carlo Vulpio

Da http://bennycalasanzio.blogspot.com/2009/01/vento-forte-tra-salerno-e-catanzaro2-di.html:

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/2,

di Carlo Vulpio

“Mandate via da Salerno quei due magistrati”. Cioè i pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Questo, in sintesi, e nemmeno tanto in codice, il messaggio contenuto nelle parole di Ugo Bergamo, presidente della prima commissione del Csm.
La prima commissione ha inviato al procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, e al ministro della Giustizia, Angiolino Alfano – titolari dell’azione disciplinare – i verbali delle audizioni dei magistrati di Catanzaro e di Salerno, acquisiti dopo la nota “rivolta” della procura calabrese che si è messa a contro-indagare sui suoi indagatori (la procura campana).
“Nei verbali – ha detto Bergamo con la solita riservatezza che ormai, Nicola Mancino docet, contraddistingue gli organismi del Csm – ci sono riferimenti a comportamenti anche di altri magistrati, che saranno valutati dai titolari dell’azione disciplinare (Esposito e Alfano, appunto, ndr)”.

Noi, che siamo maliziosi, abbiamo “tradotto” le parole di Bergamo così: non meravigliatevi se, tra “gli altri magistrati” che possono finire sotto procedimento disciplinare vi possa essere di nuovo Luigi de Magistris…
Eh già, ritrovarsi ancora una volta tra i piedi de Magistris – che da qualche mese è uno dei tre giudici del tribunale del Riesame di Napoli, che deciderà sulla convalida degli arresti della “Tangentopoli napoletana”-, è un’altra rogna non prevista. Dannazione: questi automatismi nei trasferimenti e negli spostamenti di magistrati, se non si fanno bene i calcoli “prima”, a volte possono rivelarsi dei boomerang micidiali, o quanto meno provocare degli effetti collaterali indesiderati…

Noi, che siamo maliziosi, di fronte a questo scenario ci siamo chiesti: ma perché Bergamo manifesta tanto fervore per il trasferimento coatto di Nuzzi e Verasani e allude a un nuovo procedimento disciplinare nei confronti di de Magistris?
Anche in questo caso, e sempre per questo benedetto vento forte che spira tra Salerno e Catanzaro, non possiamo far altro che mettere assieme elementi utili alla riflessione e alla comprensione dei fatti.
Ugo Bergamo è uomo del segretario nazionale Udc, Lorenzo Cesa (indagato nell’inchiesta Poseidone e, dopo lo scippo di Poseidone a de Magistris, “archiviato” l’8 aprile scorso) ed è anche l’uomo che telefona a casa del procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi, la sera prima che questi revocasse (28 marzo 2007) l’inchiesta Poseidone a de Magistris.

Non era la prima volta che gli uomini di Cesa si interessavano all’inchiesta Poseidone.

Tra il dicembre 2005 e l’aprile 2007, il traffico telefonico tra il centralino della sede Udc di via Due Macelli, a Roma, e il telefono privato del procuratore Lombardi è stato piuttosto intenso. Senza contare le telefonate, sempre dalla sede romana Udc, al numero di casa di Lombardi e ai cellulari della sua compagna, Maria Grazia Muzzi, cancelliere presso la Corte d’Assise di Catanzaro, e del figlio di quest’ultima, l’avvocato Pierpaolo Greco.
Il giorno stesso dell’avvenuta revoca di Poseidone, alle 16.22, dice la perizia informatica del consulente della procura di Salerno, Gioacchino Genchi, al numero di casa di Lombardi è arrivata una chiamata da un’agenzia di stampa. La conversazione è durata più di sei minuti. E circa mezz’ora dopo questa telefonata – sostengono i pm di Salerno – la notizia della revoca dell’inchiesta Poseidone è stata “lanciata” in rete.

Coincidenze ad orologeria, ma tutte coincidenze, per carità.

Come l’appartenenza all’Udc di Giuseppe Galati, di Lamezia Terme come Antonio Saladino. Galati è stato sottosegretario del ministero delle Attività Produttive con delega al Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica, che decide sui quattrini dei finanziamenti pubblici). Anche lui è finito tra gli indagati di Poseidone. Ma Galati era anche generoso, e liquidava compensi per consulenze e incarichi al figlio della moglie del procuratore Lombardi (sì, sempre lo stesso figliolo, Pierpaolo Greco, che era anche in società con un altro indagato eccellente, il senatore Giancarlo Pittelli, di Forza Italia).
Naturalmente, in tutto questo non c’entra nulla che la figlia del procuratore Lombardi sia stata assunta al Messaggero, dove, com’è noto, Pier Ferdinando Casini è di casa.

Ma torniamo a Ugo Bergamo. Il presidente della prima commissione del Csm, guarda caso poco prima di sentire i magistrati di Salerno, cosa fa? Ha la premura di esprimere anch’egli il suo “giudizio anticipato” – sulla scia di Letizia Vacca e di Nicola Mancino – e dichiara alla stampa che il pm di Catanzaro, Salvatore Curcio, indagato a Salerno per reati gravissimi (tra i quali una serie di archiviazioni illegali, compresa quella di Clemente Mastella, e una perquisizione illegale nei confronti della giornalista del Quotidiano di Calabria, Chiara Spagnolo) è in pratica una brava persona.

Conclusione: con questi chiari di luna è difficile che da quella parte lì, da Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, venga qualcosa di buono. Invece di fare chiarezza, di ripristinare le regole del diritto, di operare con equanimità e serenità, restituendo ai cittadini fiducia nello Stato e nelle istituzioni, sembra che si faccia di tutto per ottenere l’effetto contrario. Eppure il presidente del Csm è Giorgio Napolitano, cioè il Capo dello Stato. Si sarà posto anche lui una domanda più o meno simile a questa: dopo Forleo e de Magistris, Nuzzi e Verasani, e poi?

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/4

Da http://www.carlovulpio.it/Lists/PRIMO%20PIANO/DispForm.aspx?ID=11:

di Carlo Vulpio

Non ci voleva la zingara per indovinarlo. E infatti la prima richiesta di trasferimento è arrivata puntuale. Il procuratore generale della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm di mandar via da Salerno, destinandolo ad altra sede e ad altre funzioni, il procuratore Luigi Apicella.

Il Csm deciderà sulla “richiesta urgente” il 10 gennaio prossimo, con una camera di consiglio straordinaria. Ma intanto, il messaggio è chiaro. Via il capo dei pm salernitani. Perché? Quale sarebbe la mancanza disciplinare commessa da Apicella (e dai suoi sostituti)? Boh. L’unica cosa che Apicella e gli altri sei pm salernitani hanno fatto è di aver indagato sui magistrati di Catanzaro. I quali, gridando che contro di loro si stava commettendo niente di meno che un atto eversivo, quasi che i magistrati di Catanzaro non debbano rispondere come tutti i cittadini davanti alla legge, hanno, loro sì, commesso un vero atto eversivo, contro-indagando i loro indagatori e contro-sequestrando le carte che non volevano mollare con le buone (sette richieste vane) e che i magistrati di Salerno hanno dovuto sequestrare come si fa in tutti i sequestri.

Il resto è noto. La grancassa dei giornali e delle tv ha lanciato lo slogan della “guerra tra procure” e non si è più capito chi aveva ragione e chi aveva torto. Rovesciato il tavolo, volate per aria le carte, non si è più colta la differenza tra chi giocava pulito e chi barava.

Ma non se l’è bevuta nessuno. Tutti hanno capito che Salerno ha fatto ciò che doveva fare, mentre Catanzaro ha fatto ciò che non si può e non si deve fare. Ora vedremo cosa deciderà il Csm. Ma non c’è da farsi illusioni. Certo però che se il Csm manderà via Apicella dovrebbe mandar via anche i sei sostituti che con lui hanno condotto l’operazione-Catanzaro. Né sarà sufficiente mandarne via uno o due di qua (Salerno) e uno o due di là (Catanzaro) per dimostrare che la “guerra” è finita e che tutti sono stati “ugualmente” puniti. Anche se è vero che il Csm ci ha abituati a tutto.

E tuttavia, se ne manderà via “due di là” (Catanzaro) nessuno se ne accorgerà o li rimpiangerà. Se invece ne manderà via “due di qua” (Salerno), quei due, scommetteteci, saranno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Del resto, è questa l’unica strada per il salto di qualità: passare dal “colpirne uno per educarne cento” al “colpirne due per intimidirne diecimila”.

Naturalmente, c’è chi questi problemi non li vive e non li avverte. Anche se li crea. Prendete il membro del Csm Giulio Romano, per esempio. Lui può permettersi di avere rapporti strettissimi con l’ex “governatore” calabro Giuseppe Chiaravalloti, indagato dal pm Luigi de Magistris, e ciononostante essere l’estensore e il relatore della sentenza disciplinare di condanna nei confronti di de Magistris.

Romano ha partecipato, assieme a Chiaravalloti, a convegni organizzati dalla corrente di Magistratura Indipendente con ambienti di destra, e patrocinati dal ministero della Gioventù, anche nel 2008, dopo essersi occupato di de Magistris.

Quando Romano si candida per un posto nel Csm, fa campagna elettorale in Calabria appoggiato dalla figlia di Giuseppe Chiaravalloti, Caterina, anche lei magistrato (faceva il presidente del tribunale del Riesame – che decide su arresti e sequestri anche per i crimini nell’amministrazione pubblica – mentre suo padre era presidente in carica della Giunta regionale).

Una sera Caterina Chiaravalloti organizza persino una cena elettorale per Giulio Romano e ha il pensiero stupendo di invitare anche la pm Isabella De Angelis (che in quel momento indagava insieme con de Magistris). Ma la De Angelis fiuta la trappola e non ci va.

Romano però dev’essere uno che conta anche quando non è presente. Lo si comprende da alcune intercettazioni dell’inchiesta Toghe Lucane. Quando la pm di Potenza, Felicia Genovese, indagata tra l’altro per corruzione in atti giudiziari, parla del suo caso con il membro della prima commissione del Csm, Antonio Patrono, questi la rassicura, dicendole che si sarebbe occupato della vicenda e ne avrebbe parlato anche con Giulio Romano.

Avere un legame con qualcuno del Csm, ormai è chiaro, è come avere uno zio in America. Fa tanto “famiglia”. Mentre se quel qualcuno non ce l’hai, be’, sono affari tuoi.

Simone Luerti, l’ex presidente dell’Anm, per esempio, aveva legami stretti con Fabio Roja. Se da zio a nipote, non sappiamo. E non ci importa. Ciò che ci interessa è che dagli atti dell’inchiesta di Salerno risulta che Fabio Roja avrebbe partecipato a una riunione di magistrati in cui avrebbe manifestato la sua prevenzione nei confronti di de Magistris (che Luerti attaccava da presidente dell’Anm). Non solo. Roja avrebbe anche riferito che il gip Clementina Forleo sarebbe stata punita (notare il tempo al futuro) dal Csm per aver difeso pubblicamente de Magistris.

Certe cose però o si fanno bene o non si fanno. E Roja le fa bene. Se c’è da lavorare, per esempio, non si risparmia. E così, anche se non fa più parte della prima commissione del Csm (proprio come Gianfranco Anedda, che stakanovistj della madonna…) è andato lo stesso alle audizioni dei magistrati di Salerno e ha fatto pure domande. Senza che nessuno (proprio come per Anedda, uguale uguale…) abbia sollevato questioni di conflitto di interessi o ipotizzato un abuso d’ufficio. Che spettacolo.

Un altro spettacolo non meno interessante va in scena a Matera. Dove il gup Angelo Onorati (uno dei magistrati coinvolti in Toghe Lucane), in quattro udienze non è ancora riuscito a decidere se rinviare a giudizio o no i vertici della banca della sua città, la BpMat (Banca popolare del Materano), accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e di mendacio bancario.

Come dicevamo all’inizio, BpMat è una delle tre banche, insieme con Bper (Banca popolare dell’Emilia Romagna) e BpI (Banca popolare dell’Irpinia) che compaiono nelle inchieste di quel testardo pm che è de Magistris.

Bper è la più forte, visto che controlla le altre due, ma è BpMat il perno di tutto, mentre BpI è da sempre considerata la banca più “vicina” al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino.

A proposito di Mancino, e sempre per restare in tema Csm, ve la ricordate la sua intervista a “Repubblica”, in prima pagina, il giorno stesso in cui cominciava il processo disciplinare per de Magistris?

In quell’intervista Mancino dichiara che de Magistris aveva sbagliato.

Il vicepresidente del Csm, in altri termini, ha fatto ciò che non doveva fare: ha anticipato il giudizio. Uno sbaglio non voluto? Può darsi. Ma allora perché alla fine del processo contro de Magistris Mancino concede il bis? Violando il segreto della camera di consiglio, infatti, Mancino dichiara che la decisione su de Magistris è stata presa “all’unanimità”. Evviva. Così tutti hanno saputo. E hanno capito.

Ma ciò che ancora non è stato chiarito bene è il capitolo delle telefonate con Antonio Saladino. Per quelle risalenti al 2001 Mancino si è giustificato dicendo che erano state fatte sì dal suo studio privato di Avellino, ma che a telefonare a Saladino era stato un suo collaboratore. Sarà. Certo è però che questo collaboratore di Mancino dev’essere un po’ troppo apprensivo per le vicende di Saladino, se è tornato a intrattenere contatti telefonici con lui proprio nei giorni in cui Saladino – siamo nel febbraio 2007 – veniva sottoposto alle perquisizioni dell’inchiesta Why Not.

Non solo. Ci sarebbe anche un’altra telefonata, che sarebbe stata fatta da Saladino verso l’abitazione privata di Mancino ad Avellino. Questa chiamata, come va considerata?

Infine, non per insistere, né per accanirsi contro nessuno, ma forse meriterebbe un chiarimento, da parte di Mancino, la conversazione che egli avrebbe avuto con un tale signor Bossio a bordo del volo AZ 1605 Roma-Bari del 14 dicembre 2007. Oggetto di quel colloquio – secondo la denuncia fatta alla procura di Salerno dal giornalista Nicola Piccenna, che era su quel volo e ha registrato la conversazione – era la raccolta di elementi per “fermare” de Magistris.

Per quest’anno, direi che abbiamo finito.

Buon 2009 a tutti.

(4. fine)

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/3

Da http://www.carlovulpio.it/Lists/PRIMO%20PIANO/DispForm.aspx?ID=10:

di Carlo Vulpio

Il Sud è strapieno di case di cura. Forse è per questo che sono pochi gli ospedali pubblici che non fanno schifo. Per esempio, a Belvedere Marittimo (Cosenza), novemila abitanti, di case di cura ve ne sono ben tre. E una di esse è la “casa di cura Cascini”, di cui abbiamo già detto.

Altre case di cura (convezionate, naturalmente) che rivestono un certo interesse per il vento che s’è alzato tra Salerno e Catanzaro sono quelle che operano nelle fiorenti province di Caserta, Napoli, Avellino e Benevento, dove partecipano in maniera rilevante alla proprietà di una società editoriale, la “Edizioni del Roma Spa”, che edita il quotidiano napoletano “Roma”.

Il giornale, fondato nel 1862, è legato al nome dell’armatore monarchico Achille Lauro, con il quale sul finire degli anni Cinquanta conobbe il suo momento migliore. Poi, la rovina. Da cui inutilmente cercò di sottrarlo Giuseppe Tatarella, uno degli artefici della trasfigurazione del Msi in An, che nel 1996 ne tentò il rilancio.

Oggi il “Roma”, come quotidiano, praticamente non lo legge più nessuno. Ma nella società che lo edita c’è mezza Alleanza nazionale.

Vi troviamo Ettore Bucciero, il senatore più prolifico di interrogazioni parlamentari contro il pm Luigi de Magistris, e l’ex viceministro delle Infrastrutture, Ugo Martinat, con il quale lavorava Giovan Battista Papello, consigliere d’amministrazione dell’Anas in quota An, indagato in Poseidone. Poi ci sono Ignazio La Russa, attuale ministro della Difesa, e Gianfranco Anedda, ex parlamentare e fino a poco tempo fa presidente della prima commissione del Csm, in quota An. E infine il giornalista napoletano (del “Roma”) Italo Bocchino, deputato dal ’96, per il quale la procura di Napoli ha chiesto l’arresto a causa del suo coinvolgimento nella “Tangentopoli napoletana”. Bocchino è anche molto legato ad Amedeo Laboccetta, un altro deputato napoletano (Pdl).

Laboccetta, quando era capogruppo missino nel consiglio comunale di Napoli, venne arrestato con l’accusa di avere intascato mazzette per i lavori della Linea tranviaria rapida. Grande amico di un altro indagato eccellente in Toghe Lucane, Nicola Buccico, ex senatore di An, ex membro del Csm e attualmente sindaco di Matera, Laboccetta si è rifatto vivo con ardore per sostenere la “rivolta” dei magistrati indagati di Catanzaro contro la procura di Salerno che li indaga.

In tre mosse, Laboccetta ha fatto vedere chi è. Per prima cosa, ha definito “eversiva” la deposizione di de Magistris davanti ai giudici salernitani. Poi, ha invocato l’intervento dei presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani (che in effetti erano le uniche alte cariche dello Stato a non essere ancora intervenute). Infine, ha cercato di buttarla in gossip da quattro soldi, insinuando addirittura una sorta di sexgate tra de Magistris e la pm Gabriella Nuzzi. Roba da trivio. Ma ignorata dai media, dal Parlamento e dalla solita Anm, che in un altro Paese per una cosa del genere avrebbero spellato vivo uno come Laboccetta.

Gianfranco Anedda ha fatto anche di meglio. Sembra incredibile, ma pur non facendone più parte, Anedda ha partecipato alla seduta della prima commissione del Csm in cui sono stati auditi i magistrati di Salerno e ha anche rivolto loro domande. Ora, poiché Anedda risulta coinvolto sia nell’inchiesta Toghe Lucane (che il pm de Magistris è riuscito a chiudere ad agosto scorso), sia nell’inchiesta condotta dalla procura di Salerno, è curioso che finora nessuno abbia sollevato nei suoi confronti una questione di conflitto di interessi o abbia ipotizzato un qualche abuso d’ufficio. Mentre sembra che le attenzioni, dalla richiesta degli atti alle audizioni, siano tutte per i sette (diconsi sette: Luigi Apicella, Antonio Centore, Fabrizio Gambardella, Gabriella Nuzzi, Roberto Penna, Vincenzo Senatore e Dionigio Verasani) magistrati di Salerno che conducono l’indagine sul più grande scandalo giudiziario dell’Italia repubblicana.

Ma non è mica finita qui. Il capitolo, diciamo così, finale, quello riguardante il ruolo svolto in questa storia da autorevoli membri del Csm è ancora più incredibile.

Per dirne una, chi lo avrebbe mai immaginato che un indagato eccellente (in Toghe Lucane) come il procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, oltre che grande amico di Nicola Buccico e di Arcibaldo Miller (capo degli ispettori sguinzagliati da Clemente Mastella su de Magistris e ora, ovviamente, tra i candidati più accreditati per il posto di procuratore capo di Perugia), avesse rapporti così stretti con alcuni membri del Csm da intrattenere con loro una confidenziale e intensa corrispondenza epistolare?

Con Giuseppe Maria Berruti, per esempio, presidente della seconda commissione del Csm, Tufano era così vicino, ma così vicino, da chiedergli di intervenire proprio sulla vicenda che gli stava più a cuore: Toghe Lucane.

Che poi Berruti facesse parte del collegio che ha pronunciato la sentenza di condanna nei confronti di de Magistris non è un’insinuazione, ma puro sberleffo del destino.

(3. continua)

Il Mausoleo di Berlusconi

Altro che cavaliere, questo vuole fare il faraone!