Archivi del mese: marzo 2009

Benny Calasanzio Borsellino: Pino Masciari inizierà lo sciopero della fame e della sete. “Preferisco morire”

Benny Calasanzio Borsellino: Pino Masciari inizierà lo sciopero della fame e della sete. “Preferisco morire”.

Da http://www.pinomasciari.org Questa sera durante la seduta del Consiglio Comunale di Pinerolo, in occasione della cittadinanza onoraria Pino ha palesato le sue intenzioni: chi non avesse seguito la diretta potrà visionare il video a breve. Noi siamo orgogliosamente amici di Pino Masciari e, in quanto tali, gli siamo accanto nella difficilissima decisione di intraprendere lo sciopero della fame e della sete. Forma di protesta coerente con i dodici anni di battaglia per la rivendicazione dei diritti suoi,della sua famiglia e anche nostri in qualità di cittadini. Diritti,ad oggi, disattesi e negati totalmente. Questa scelta sofferta e ponderata è figlia della consapevolezza che tutto quanto i Masciari e noi potessimo tentare è stato fatto. Pino Masciari, fondamentale testimone di rettitudine e amore per lo Stato costretto a difendersi dalle Istituzioni per dodici infiniti anni. Dodici anni di lotte attraverso strumenti legali e costituzionali in nome della Giustizia: denunce, colloqui, commissioni speciali, interpellanze, esposti, confronti, ricorsi al TAR,lettere alle maggiori cariche dello Stato. Dodici anni di silenzi,omissioni e solitudine hanno eroso la sua famiglia e lui stesso. Un proiettile interrompe la vita, silenzi e omissioni la masticano lentamente in maniera feroce. Troviamo inconcepibile che un cittadino italiano debba arrivare a questo estremo atto per chiedere alle Istituzioni il rispetto delle leggi vigenti, delle delibere in atto e, in ultimo, della sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo Regionale di Roma. I silenzi e le inadempienze colpevoli delle Istituzioni, in primis il Ministero degli Interni ,stanno convincendo la società civile che le leggi, e la Giustizia non siano diritti a difesa del cittadino e della Costituzione ma favori da elargire in maniera arbitraria. E’ quindi inaccettabile che si protragga ulteriormente questo atteggiamento lacunoso e volubile da parte delle Istituzioni che dovrebbero, per loro natura, schierarsi al fianco di chi lotta senza tentennamenti contro la ‘ndrangheta e i sistemi collusi. Le ritorsioni si compiono contro chi è avverso allo Stato,non nei confronti di chi eroicamente affida se stesso e la propria famiglia nelle mani dello stesso Stato con l’unico scopo di non tradirne i principi. La gravità delle nostre affermazioni è seconda solo alla gravità dei fatti occorsi in questi anni. La sua posizione e di conseguenza anche la nostra non prevede mediazioni. Dodici anni sono un tempo più che sufficiente a testimoniare la buona fede dei suoi intenti e il rispetto delle regole dello Stato. Per questi motivi non ammetteremo che il Ministero dell’Interno della Repubblica Italiana rinneghi il Suo stesso mandato abbassando il livello della rivendicazione ad una becera contrattazione economica. La tortura perpetrata a Pino Masciari, a sua moglie Marisa ed ai loro due bambini è contraria in ogni modo alla Costituzione ed alla Carta dei Diritti dell’infanzia: non c’è contratto, o causa di forza maggiore che possa giustificare questa verità. Conosciamo a fondo la storia di Pino e la relativa documentazione che la accerta; abbiamo vissuto una porzione di storia al loro fianco. Senza timore possiamo quindi affermare che le Istituzioni usano la sicurezza e il potere a Loro conferito come strumento di ricatto per condizionare l’esistenza dei testimoni di giustizia. Alleghiamo la dichiarazione di volontà di Pino Masciari a testimonianza della serietà della sua scelta e, quindi, della nostra. Il documento è stato ufficializzato, sottoscritto dai testimoni e depositato con gli atti della seduta del Consiglio Comunale di Pinerolo durante la consegna della cittadinanza onoraria il 26 marzo 2009.

I nuovi padri della patria – Blog di Beppe Grillo

I nuovi padri della patria – Blog di Beppe Grillo.

“Buongiorno a tutti.
Non per guastare la festa a questa bella incoronazione imperiale del leader del popolo delle libertà che, come avete visto, a sorpresa è stato eletto primo, unico, ultimo imperatore del partito che aveva fondato sul predellino di una macchina e che quando l’aveva fondato Gianfranco Fini l’aveva subito fulminato dicendo: “siamo alla comica finale, noi non entreremo mai nel Popolo della Libertà e Berlusconi non tornerà mai più a Palazzo Chigi con i voti di Alleanza Nazionale”.
E quando qualcuno gli aveva chiesto “Possibilità che AN rientri all’ovile?”, risposta di Fini: “Noi non dobbiamo tornare all’ovile perché non siamo pecore”. Poi come avete visto sono tornati all’ovile quindi ne dobbiamo concludere che sono pecore o pecoroni.
Ecco, non è per guastare il clima idilliaco anche perché avete visto che sono talmente uniti che su 6000 delegati non se n’è trovato uno che votasse per un altro candidato; potevano pagarne uno almeno per votare per un altro candidato almeno facevano finta di averne due, invece no. E’ stata proprio una cosa unanime che ha molto commosso il Cavaliere che non se l’aspettava: avete visto l’emozione con cui ha scoperto di essere stato eletto leader in quei congressi che proprio all’ultimo momento ti riservano questo colpo di scena finale. Chi l’avrebbe mai detto.
Ma diciamo che questo stava nelle cose. La cosa interessante è che a poco a poco si cominciano, con quindici anni di ritardo, a vedere i nomi e i cognomi dei veri padri fondatori di quest’avventura che adesso si chiama Popolo della Libertà, che prima si chiamava Casa della Libertà , che prima ancora si chiamava Polo della Libertà e che in realtà ha un unico padrone che si chiama sempre Forza Italia.
Quante volte abbiamo sentito rievocare la storia di Forza Italia, le origini… adesso c’è anche quel libro scritto in caratteri gotici, molto grosso per i non vedenti, probabilmente è la versione braille quella che Berlusconi ha mostrato in televisione, che invece della fiaba di cappuccetto rosso, di Cenerentola racconta la fiaba di uno dei sette nani: l’ottavo nano, anzi, come l’avevano ribattezzato i fratelli Guzzanti e la Dandini.
Craxi, questo sconosciuto

L’ottavo nano che nel 1993 cominciò a macinare idee, progetti che poi si tradussero in Forza Italia.
All’inizio ci dicevano che fu lui ad avere questa intuizione meravigliosa, anzi quando qualcuno insinuava che ci potessero essere dei rapporti, dei suggerimenti di Bettino Craxi, di alcuni strani personaggi siciliani che poi vedremo, veniva tutto negato: “non sia mai, noi non c’entriamo niente”. Anzi Berlusconi Craxi faceva proprio finta di non conoscerlo. Per la precisione, il 21 febbraio del 1994, ad un mese ed una settimana delle prime elezioni che Berlusconi vinse, tre settimane dopo il famoso discorso televisivo a reti unificate spedito in videocassetta ai telegiornali, quello della discesa in campo, Berlusconi era a Mixer, ospite di Giovanni Minoli che, conoscendo anche lui molto bene Craxi gli chiese quale fosse il suo rapporto con Craxi.
All’epoca Craxi era un nome impronunciabile, era il numero uno dei tangentari, stava facendo di gran fretta le valige perché di li a poco con l’insediamento del nuovo Parlamento i vecchi parlamentari avrebbero perso ipso facto l’immunità e sarebbe finito dentro. Allora stava apprestandosi alla fuga, alla latitanza verso Hammamet. Era un nome pericoloso, e Berlusconi, fedele alle amicizie e fedele come sempre, rispose a Minoli: “è una falsità, una cosa senza senso dire che dietro il signor Berlusconi ci sia Craxi. Non devo nulla a Craxi e al cosiddetto CAF”.
Un anno dopo, lui aveva già fatto il suo primo governo, era già cascato, c’era il governo tecnico Dini, alla Repubblica gli chiesero notizie di Craxi perché era venuto fuori da un vecchio consulente di Publitalia che aveva partecipato alla progettazione, addirittura pare fin dall’estate del 1992, Ezio Cartotto, alla nascita di Forza Italia, aveva raccontato che in queste riunioni, in quella decisiva di aprile del 1993, mente lui era li ad Arcore con Berlusconi si aprì una porta ed entrò Craxi e diede alcune indicazioni. Per esempio che bisognava mettere insieme le truppe berlusconiane con i leghisti, ma Craxi disse “mai con i fascisti”. Craxi aveva tanti difetti ma essendo un socialista i fascisti non li voleva vedere mentre, come abbiamo visto, Berlusconi si è portato dentro i fascisti e anche qualche nazistello per non disperdere i voti.
In ogni caso i giornali pubblicarono le dichiarazioni di Cartotto, che chi di voi vuole vedere nel completo trova nel libro “L’odore dei soldi”, lì c’è proprio il racconto di questa riunione nella quale Craxi spalancò una porta.
Berlusconi replicò negando. Io mi ricordo che in una conferenza stampa in quei giorni a Torino, al Lingotto, io gli chiesi se era vero che Craxi avesse partecipato a queste riunioni e lui, invece di rispondermi, mi disse “si vergogni di farmi questa domanda”. Era una conferenza stampa: in un altro paese immagino che tutti i giornalisti avrebbero rifatto la stessa domanda fino a ottenere la risposta, invece i colleghi, che sono quelli che fanno parte del codazzo, che sono ormai quasi di famiglia per lui, mi guardarono come dire: “ce lo disturbi, così ci rimane male, ci rimane storto per tutta la giornata”. Io mi ritirai in buon ordine, non conoscendo queste usanze altamente democratiche.
Berlusconi disse di nuovo: “Forza Italia e Craxi sono politicamente lontani anni luce. Posso assicurare che politicamente non abbiamo a che fare con Craxi e siamo stati molto attenti anche alla formazione delle liste elettorali”. Come dire, quello è un pregiudicato e noi i pregiudicati non li vogliamo. Non vogliamo neanche gli indagati, infatti Forza Italia nel 1994 faceva firmare una dichiarazione ai suoi candidati nella quale dichiaravano non solo di avere condanne ma nemmeno di avere mai ricevuto un avviso di garanzia, che è addirittura eccessivo come dicevamo la settimana scorsa. Per essere indagati basta essere denunciati da qualcuno, che magari si inventa le accuse.
“Non rinnego l’amicizia con Craxi ma è assolutamente escluso che Forza Italia possa aver avuto o avere alcun rapporto con Craxi”. 2 ottobre 1995.
Craxi è rimasto latitante dal 1994 al 2000 ad Hammamet. Nel gennaio del 2000 è morto. Stefania Craxi ha aspettato per sei anni che l’amico Silvio, che doveva molto se non tutto a Craxi, andasse a trovare suo padre e Berlusconi non c’è mai andato, è andato a trovarlo da morto al funerale.
Infatti, parlando al Corriere della Sera nell’agosto del 2004, Stefania Craxi dichiarava: “A Berlusconi non perdono di non essere mai stato a trovare mio padre neppure una volta.”.
L’avete vista, l’altro giorno piangeva felice durante la standing ovation riservata a Craxi su invito di Berlusconi dall’assemblea dei congressisti; evidentemente si è dimenticata o forse ha perdonato, o forse il fatto che l’abbiano portata in Parlamento l’ha aiutata a perdonare.
Sta di fatto che Craxi era un appestato, non si poteva dire che Craxi era uno dei padri fondatori di Forza Italia e poi dei suggeritori, visto che da Hammamet non faceva mai mancare i suoi amorevoli consigli, come emerse dalle famose intercettazioni depositate nel processo sulle tangenti della metropolitana di Milano, quelle che il giovane PM Paolo Ielo tirò fuori in aula per dimostrare la personalità criminale di Craxi che anche dalla latitanza continuava a raccogliere dossier a distribuire suggerimenti, ed era in contatto con il gruppo parlamentare di Forza Italia. Tant’è che il portavoce del gruppo parlamentare si dovette dimettere perché era solito sottoporre a Craxi le interrogazioni e le interpellanze parlamentari, e Craxi dava ordini su come orchestrare le campane contro i magistrati… anche questo lo trovate mi pare in “Mani Pulite” se non ricordo male.
L’altro padrino fondatore

Ma, andando avanti, l’altro giorno finalmente c’è stato lo sdoganamento postumo di Craxi: quindici anni esatti dopo la prima vittoria elettorale di Forza Italia Berlusconi ci ha fatto sapere pubblicamente, durante la standing ovation, che uno dei padri fondatori era Bettino. Non è male un partito che ha fra i suoi padri fondatori un latitante, no?
Ecco, per chi pensasse che non è bello un partito co-fondato da un latitante, fermi la propria indignazione o la propria riprovazione perché tra i padri fondatori Craxi probabilmente è il più pulito. Nel senso che, magari ci arriviamo al prossimo congresso, prima o poi sentiremo il Cavaliere ammettere anche il nome di altri padri fondatori di Forza Italia, che per il momento restano ancora abbastanza nell’ombra.
Quando voi vedrete a un prossimo congresso, non so… quando gli metteranno la corona o gli poseranno la spada sulla spalla o si metterà lo scolapasta in testa e il mestolo in mano e comincerà a declamare in lingue strane, se solleciterà una standing ovation per Vittorio Mangano sappiate che quello è il momento: finalmente un altro padre, o padrino, fondatore di Forza Italia verrà allo scoperto. Per il momento ci dobbiamo accontentare di quello che siamo riusciti a scrivere nei nostri libri, perché noi scriviamo nei nostri libri delle cose e poi dieci anni dopo Berlusconi arriva e le dice, e tutti i giornali le annotano dicendo “Berlusconi rivela…”. No, Berlusconi non rivela niente: confessa tardivamente, di solito quando le cose sono andate in prescrizione.
Allora, per essere precisi perché molto spesso si fa letteratura, Mangano, non Mangano, sarà vero o non sarà vero.
Io vi cito semplicemente quello che noi sappiamo per certo sul ruolo che ebbe Vittorio Mangano in tandem con Marcello Dell’Utri nella nascita di Forza Italia.
Un po’ di date: il 25 maggio del 1994, strage di Capaci. Qualche giorno dopo Ezio Cartotto, che è un vecchio democristiano della sinistra DC milanese che teneva delle lezioni e delle consulenze ai manager e ai venditori di Publitalia e che quindi lavorava per Dell’Utri, viene chiamato da Dell’Utri. Siamo nell’estate del 1992, tangentopoli è appena esplosa, non c’è ancora nessun nessun politico nazionale indagato dal pool di Mani Pulite: hanno preso Mario Chiesa, hanno preso i due ex sindaci di Milano Tognoli e Pillitteri, hanno preso un po’ di amministratori locali democristiani, comunisti, socialisti.
Eppure Dell’Utri, evidentemente con le buone fonti che ha a Palermo, ha già deciso che la classe politica della prima Repubblica è già alla frutta e non si salverà e quindi a scanso di equivoci chiama Cartotto e, in segreto, senza nemmeno parlarne con Berlusconi, gli commissiona – dice Cartotto – “di studiare un’iniziativa politica legata alla Fininvest”.
Poi c’è la strage di Via D’Amelio, preceduta dalla famosa intervista dove Paolo Borsellino ha detto che a Palermo ci sono ancora indagini in corso sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri, Mangano e il riciclaggio del denaro sporco.
Dopo avere dato quell’intervista, passano nemmeno due mesi e Borsellino viene eliminato a sua volta. Intanto Cartotto lavora come una talpa: lo sa solo Dell’Utri. Berlusconi, questo lo trovate negli atti del processo Dell’Utri e noi in Onorevoli Wanted e anche nel libro arancione “L’amico degli amici” abbiamo raccontato dilungandoci questa vicenda che ha semplicemente dell’incredibile. O almeno, avrebbe dell’incredibile se qualcuno la conoscesse, se qualcuno l’avesse raccontata in questi giorni in cui tutti facevano i retroscena della nascita di Forza Italia. Si sono dimenticati questi popò’ di retroscena.
Nell’autunno del 1992 Berlusconi viene informato del fatto che farà un partito, perché i primi a saperlo sono Dell’Utri e Cartotto. Da’ il suo via libera al progetto, che prosegue tramite le strutture di Publitalia all’ottavo piano di Palazzo Cellini a Milano 2, dove ha gli uffici Dell’Utri.
Il progetto viene chiamato “Progetto Botticelli”, viene camuffato da progetto aziendale, in realtà è un progetto politico che sfocerà in Forza Italia, e poi ci sono tutte le riunioni di quando Berlusconi comincia a consultarsi con i suoi uomini.
Ovviamente, non solo i manager del gruppo ma anche i direttori dei giornali e dei telegiornali, che sono sempre i vari Costanzo, Mentana, Fede, Liguori e ovviamente Confalonieri, Dell’Utri, Previti, Ferrara. Montanelli non ci andava, ma ci andava Federico Orlando che poi ha scritto un libro, anche quello molto interessante: “Il sabato andavamo ad Arcore” pubblicato dalla Larus di Bergamo.
Poi ha scritto un altro libro “Fucilate Montanelli”, nel quale si raccontano, per gli Editori Riuniti, questi fatti.
Le riunioni ad Arcore

In queste riunioni ci sono discussioni, perché Berlusconi è preoccupatissimo. C’è il referendum elettorale che ha portato l’Italia alla preferenza unica e si va verso l’uninominale, c’è la scomparsa nella primavera del 1993 dei vecchi partiti che gli avevano garantito protezione per vent’anni, c’è la necessità di sostituirli con qualcosa che sia talmente forte da sconfiggere la sinistra che sembra approfittare del degrado morale che sta emergendo soprattutto, ma non solo, per i partiti del centrodestra – poi il PCI era coinvolto anche nella sua ala milanese ma non a livello nazionale nello scandalo di tangentopoli. E soprattutto c’è tutto il problema delle concessioni televisive e di chi andrà a governare il Paese e quindi a regolare la materia delle concessioni televisive che Berlusconi aveva appena sistemato con la famosa legge Mammì e quei famosi 23 miliardi finiti sui conti esteri della All Iberian di Craxi subito dopo la legge Mammì.
Allora c’è grande allarme, c’è grande preoccupazione: sarà meglio entrare o sarà meglio non entrare? C’è tutta la manfrina “facciamo un partito di centrodestra e poi lo consegniamo chiavi in mano a Segni e Martinazzoli perché vadano avanti loro, oppure lo facciamo noi?”. Questo era il dibattito, che nell’aprile del 1993 segna la benedizione ufficiale di Craxi con quella riunione che vi dicevo prima ad Arcore con Ezio Cartotto.
La mafia e la nuova Repubblica

Poi ci sono altre discussioni, ci sono ancora i frenatori come Confalonieri, Gianni Letta, Maurizio Costanzo che sono piuttosto ostili al progetto, o meglio temono che per Berlusconi sia un autogol.
Sarà un caso, ma proprio il 14 maggio del 1993 la mafia fa un attentato a Roma, il primo attentato a Roma nella storia della mafia, il primo attentato fuori dalla Sicilia nella storia della mafia viene fatto a Roma nel quartiere dei Parioli. Contro chi? Ma guarda un po': Maurizio Costanzo che sfugge poi, fortunatamente, per un centesimo di secondo.
Quel Costanzo che stava nella P2: evidentemente qualche ambientino non si aspettava che fosse ostile alla discesa in campo. Perché lo dico? Perché in quello stesso periodo in Sicilia e in tutto il sud ovest, anche Calabria, si muovevano delle strane leghe meridionali che, in sintonia con la Lega Nord – c’era stato addirittura a Lamezia Terme con un rappresentante della Lega Nord – si proponevano di secedere, di staccare Sicilia, Calabra… infatti si chiamavano “Sicilia libera”, “Calabria libera”. Era tutto un fronte di leghe molto strano: invece di esserci i padani inferociti lì c’erano strani personaggi legati un po’ alla mafia, un po’ alla ‘ndragheta e un po’ alla P2 e uno di questi, il principe Orsini che aveva legami con questi personaggi, aveva legami anche con Marcello Dell’Utri.
Quindi noi sappiamo che Dell’Utri – lo ha dimostrato Gioacchino Genchi, ma guarda un po’, andando a incrociare i telefoni e i tabulati di questi personaggi – aveva contatti diretti con questo Principe Orsini. Dell’Utri inizialmente tiene d’occhio questi ambienti, perché sono le organizzazioni mafiose, legate a personaggi della P2 e dell’eversione nera, che si stanno mettendo insieme perché sentono odore di colpo di Stato, sentono odore di nuova Repubblica e vogliono far pesare, ancora una volta, la loro ipoteca con un partito o una serie di partiti nuovi.
Come Sicilia Libera, della quale si interessano direttamente boss come Tullio Cannella, Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano e Giovanni Brusca.
Dopodiché succede qualcosa, succede che dopo l’attentato a Costanzo e dopo gli attentati che seguono – alla fine di maggio c’è l’attentato a Firenze, ci sono addirittura cinque morti e diversi feriti; poi alla fine di luglio ci sono gli attentati di Milano e Roma con altri cinque morti e diversi feriti – questa strategia terroristica ad ampio raggio, della mafia, sortisce i risultati sperati: Riina non stava sparando all’impazzata, stava facendo la guerra per fare la pace con lo Stato, così disse ai suoi uomini.
Una nuova pace con nuovi soggetti e referenti politici che però, a differenza di quelli vecchi che ormai erano agonizzanti, fossero vivi, vegeti, reattivi e in grado, fatto un accordo, di rispettarlo.
E’ l’estate del 1993 quando Forza Italia è ormai decisa: Berlusconi nell’aprile-maggio ha comunicato a Montanelli che entrerà in politica e che quindi il Giornale dovrà seguirlo nella battaglia politica. Montanelli gli ha detto che se lo può scordare: tra l’estate e l’autunno sono mesi in cui si consuma la rottura tra Montanelli e Berlusconi perché Montanelli continua a scrivere che Berlusconi non deve entrare in politica perché c’è un conflitto di interessi, perché non si può fare due mestieri insieme.
Dall’altra parte, ci sono le reti Fininvest che bombardano Montanelli per indurlo alle dimissioni, perché era diventato un inciampo: il giornalista più famoso dell’ambito conservatore che si scatenava contro quello che doveva diventare, secondo i desideri di Berlusconi, un partito moderato, liberale, insomma il partito che avrebbe dovuto incarnare gli ideali di cui Montanelli era sempre stato l’alfiere e che invece Montanelli sapeva benissimo non avrebbe potuto incarnare perché Berlusconi è tutto fuorché un moderato e un liberale: è un estremista autoritario.
In quei mesi la mafia decide di abbandonare il progetto di Sicilia Libera che essa stessa aveva patrocinato e fondato e tutto ciò avviene in seguito a una serie di riunioni, nell’ultima delle quali Bernardo Provenzano – ce lo racconta il suo braccio destro, Nino Giuffré che ora collabora con la giustizia e che è stato ritenuto attendibile in decine e decine di processi compreso quello Dell’Utri – convoca le famiglie mafiose, la cupola, per sapere che cosa scelgono: se preferiscono andare avanti col progetto del partitino regionale Sicilia Libera o se invece non preferiscano una soluzione più tradizionale come quella che sta affacciandosi a Milano grazie all’opera di un loro vecchio amico: Marcello Dell’Utri che conoscevano fin dai primi anni Settanta come minimo, cioè da quando Dell’Utri, in rapporto con un mafioso come Cinà e un mafioso come Mangano, aveva portato quest’ultimo dentro la casa di Berlusconi.
Si potrà discutere se l’ha fatto consapevolmente o inconsapevolmente, ma il fatto c’è: ha dato a Cosa Nostra la possibilità di entrare dentro la casa privata e di stazionare con un proprio rappresentante dentro la casa privata di uno dei più importanti e promettenti finanzieri e imprenditori dell’epoca. Berlusconi era costruttore, in quel periodo, poi sarebbe diventato editore e poi politico.
Gli incontri tra Mangano e Dell’Utri

E’ strano che non si trovi più nessuno, ma nemmeno all’estrema sinistra, che ricordi questi fatti documentati. Ancora nel novembre del 1993 quando ormai per Forza Italia si tratta proprio di stabilire i colori delle coccarde e delle bandierine, c’erano i kit del candidato, stavano facendo i provini nel parco della villa di Arcore per vedere i candidati più telegenici; in quel periodo, a tre mesi dalle elezioni del marzo del 1994, Mangano incontra due volte Dell’Utri a Milano. E questa non è una diceria, c’è nelle agende della segretaria di Dell’Utri: Palazzo Cellini, sede di Publitalia, Milano 2, i magistrati arrivano e prendono le agende e nell’agenda del mese di novembre del 1993 si trovano due appuntamenti fra Dell’Utri e Mangano, il 2 novembre e il 30 novembre.
E Mangano chi era, in quel periodo? Non era più il giovane disinvolto del ’73-’74 quando fu ingaggiato e portato ad Arcore come stalliere: qui siamo vent’anni dopo.
Mangano era stato in galera undici anni a scontare una parte della pena complessiva di 13 anni che aveva subito al processo Spatola per mafia e al maxiprocesso per droga, due processi istruiti da Falcone e Borsellino insieme.
E’ stato definitivamente condannato per mafia e droga a 13 anni, ne aveva scontati 11, uscito dal carcere nel 1991 era diventato il capo reggente della famiglia mafiosa di Portanuova e grazie al suo silenzio in quella lunga carcerazione aveva fatto carriera e partecipato alle decisioni del vertice della mafia di fare le stragi.
E poche settimane dopo le ultime stragi di Milano e Roma, Dell’Utri incontra un soggetto del genere a Milano negli uffici dove sta lavorando alla nascita di Forza Italia.
Io non so se tutto questo sia penalmente rilevante, lo decideranno i magistrati: penso che sia politicamente e storicamente fondamentale saperlo, mentre si vede Gianfranco Fini che cita Paolo Borsellino al congresso che sta incoronando il responsabile di tutto questo, cioè Berlusconi.
Verrebbe da dire “pulisciti la bocca”.
Possibile che invece di abboccare a tutti i suoi doppi giochi, quelli del centrosinistra non – ma dico uno, non dico tutti, li conosciamo, fanno inciuci dalla mattina alla sera e sono pronti a ricominciare con la Costituente come se non gli fosse bastata la bicamerale – uno, di quelli anche più informati, che dica “ma come ti permetti di parlare di Borsellino? Leggiti quello che diceva, Borsellino, di questi signori in quella famosa intervista prima di morire”.
Leggiti quello che c’è scritto nella sentenza Dell’Utri e poi vergognati, perché quel partito lì non l’ha fondato lo spirito santo, l’hanno fondato Berlusconi, Dell’Utri, Craxi con l’aiuto di Mangano che faceva la spola fra Palermo e Milano, infatti le famiglie mafiose decidono di votare per Forza Italia e di abbandonare Sicilia Libera – che viene sciolta nell’acido probabilmente – quando Mangano arriva giù a portare le garanzie.
Bettino, Silvio e Marcello

Io concludo questo mio intervento, che racconta l’altra faccia della nascita e delle origini di Forza Italia e quindi della Seconda Repubblica, semplicemente leggendovi quello che hanno scritto e detto prima Ezio Cartotto, piccolo brano, e i giudici di Palermo.
Cartotto dice: “Craxi ci disse – in quella famosa riunione in cui si aprì la porta – che bisogna trovare un’etichetta, un nome nuovo, un simbolo, qualcosa che possa unire gli elettori moderati che un tempo votavano per il pentapartito. Con l’arma che hai tu, Silvio, in mano delle televisioni, attraverso le quali puoi fare una propaganda martellante”. Mh… “Ti basterà organizzare un’etichetta, un contenitore – una volta è Forza Italia, una volta la CdL, una volta il PdL -, hai uomini sul territorio in tutta Italia, puoi riuscire a recuperare quella parte di elettorato che è sconvolto, confuso ma anche deciso a non farsi governare dai comunisti e salvare il salvabile”.
Vedete che Berlusconi continua a ripetere le stesse cose che gli aveva detto Craxi, quindici anni dopo non ha ancora avuto un’idea originale.
Berlusconi invece era ancora disorientato, in quel momento, tant’è che dice: “mi ricordo che mi diceva: ‘sono esausto, mi avete fatto venire il mal di testa. Confalonieri e Letta mi dicono che è una pazzia entrare in politica e mi distruggeranno, che faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte e diranno che sono un mafioso”.
Questo diceva Berlusconi nella primavera del 1993. Domanda: ma come può venire in mente a un imprenditore della Brianza di pensare che se entra in politica gli diranno che è un mafioso? E’ mai venuto in mente a qualche imprenditore della Brianza che qualcuno potrà insinuare che è un mafioso? Ma uno potrà insinuare che è uno svizzero, piuttosto, ma che è un mafioso no! Cosa c’entra? Strano che lui avesse questa ossessione, no?
“Andranno a frugare le carte e diranno che sono un mafioso” già, perché evidentemente in certe carte si potrebbe anche trarre quella conclusione lì.
“Che cosa devo fare? A volte mi capita perfino di mettermi a piangere sotto la doccia”. Queste erano le condizioni psicologiche, umane del personaggio, disperato perché sapeva che Mani Pulite sarebbe arrivata a lui ben presto, e non solo mani pulite visto che temeva addirittura di finire dentro per mafia.
I giudici di Palermo, nella sentenza Dell’Utri, nove anni di reclusione e interdizione dai pubblici uffici in primo grado, scrivono: i rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra “sopravvivono alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla vendetta di Cosa Nostra – i vecchi politici: Lima, Salvo… – e ciononostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso”.
Cioè Dell’Utri nonostante la gente cominci veramente ad appassionarsi all’antimafia dopo la morte di Falcone e Borsellino, rimane sempre lo stesso.
Esistono “prove certe della compromissione mafiosa dell’imputato Dell’Utri anche relativamente alla sua stagione politica – quella di cui abbiamo parlato -. Forza Italia nasce nel 1993 da un’idea di Dell’Utri il quale non ha potuto negare che ancora nel novembre del 1993 incontrava Mangano a Milano mentre era in corso l’organizzazione del partito Forza Italia e Cosa Nostra preparava il cambio di rotta verso la nascente forza politica”.
Dell’Utri incontrava Mangano nel 1993 e poi anche nel 1994 “promettendo alla mafia precisi vantaggi politici e la mafia si era vieppiù orientata a votare Forza Italia”.
Tutto questo è scritto in una sentenza di primo grado, che naturalmente aspetta conferme o smentite in appello e in Cassazione.
Però è strano che non si sia trovato nessuno che la citasse in questi giorni tra un retroscena e l’altro.
Io penso che sia fatta giustizia, spero che prima o poi, invece di usarlo soltanto per raccattare qualche voto sporco in campagna elettorale, tributino finalmente nel prossimo congresso i giusti onori anche al padre fondatore, anzi al padrino co-fondatore, Vittorio Mangano.
Passate parola.”

Pino Maniaci rinviato a giudizio. L´informazione antimafia sotto tiro.

Pino Maniaci rinviato a giudizio. L´informazione antimafia sotto tiro.

Pino Maniaci conduttore del Tg di Telejato, tv di Partinico (Pa), è stato rinviato a giudizio per “esercizio abusivo della professione di giornalista”. La citazione diretta è stata disposta dal pubblico ministero di Palermo Paoletta Caltabellotta. Il processo è stato fissato davanti al giudice monocratico di Partinico il prossimo otto maggio. Secondo l’accusa, Maniaci, “con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso”, avrebbe esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato.

Pino da anni lavora a Telejato, emittente che più volte è stata minacciata, querelata e contestata da boss e notabili della zona di Partinico. L’anno scorso Maniaci era stato minacciato di morte dal figlio di un boss della famiglia Vitale.

“Hanno rinviato a giudizio Pino Maniaci per ’esercizio abusivo della professione’. Pino Maniaci – dice Riccardo Orioles, direttore responsabile di Telejato -, prima di essere un antimafioso che rischia la pelle per il suo paese, è anche uno dei migliori giornalisti d’Italia: Telejato è conosciuta in paesi in cui non sanno nemmeno cosa sia “La Sicilia” e il “Giornale di Sicilia”. Come direttore responsabile di Telejato affermo che Pino Maniaci ha sempre esercitato la sua professione in maniera niente affatto abusiva ma chiara ed esemplare. Intendo – conclude Orioles – ricostruire l’iter di questa bizzarra incriminazione ed accertare in particolare se qualche collega siciliana abbia avuto parte in calunnie verso Pino Maniaci. Invito l’ordine nazionale dei giornalisti ad attivarsi con me in tal senso”.

Maniaci intanto replica: “Tutto nasce da una denuncia anonima fatta in realtà da un collega invidioso della mia popolarità. Non è la prima volta che mi trovo sotto processo per esercizio abusivo della professione. A luglio sono stato assolto dalla stessa accusa. Chiarirò tutto anche questa volta”. “Produrrò la sentenza che mi ha già scagionato. In occasione dell’ultima intimidazione – ha detto Pino – il presidente nazionale dell’Unci mi ha dato la tessera onoraria dell’associazione. Questo vorrà pur dire qualcosa”.

Beppe Giulietti, portavoce di Articolo21, pensa che il rinvio a giudizio per Maniaci sia “uno spiacevolissimo equivoco, dal momento che quando lui fu aggredito e pestato dagli ’amici degli amici’ gli fu addirittura consegnata la tessera onoraria e fu indicato come un punto di riferimento per tanti cronisti italiani”. “Siamo sicuri – ha continuato Giulietti – che questo spiacevole, incomprensibile e anche un po’ pericoloso equivoco sarà autorevolmente risolto. Anche perché forse l’esercizio abusivo della professione non è svolto da Maniaci ma da chi, tesserino o non tesserino omette, fa finta di non vedere, nasconde le notizie o magari trova perfino il modo di pubblicare le lettere dei mafiosi condannati e sottoposti al 41 bis”. “Non entriamo neanche nel merito del provvedimento qualunque sia la motivazione addotta. L’unica certezza – ha concluso – è che sia stato applicato alla persona sbagliata nei tempi sbagliati e con le modalità sbagliate”.


Tratto da:
ucuntu.org

Con profonda convinzione ci uniamo alla denuncia di Riccardo Orioles. Il coraggio, l’abnegazione e l’alta professionalità di Pino Maniaci contraddistinguono il suo essere un vero giornalista al di fuori da qualsiasi logica di potere che contamina invece troppi appartenenti all’Ordine.

A Pino l’abbraccio e il totale sostegno di tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila e di tutta la redazione di http://www.19luglio1992.com

.

I padrini fondatori

I padrini fondatori.

Fortuna che ci ha pensato Al Tappone a colmare una delle tante amnesie dei suoi servi sparsi nei giornali, a proposito della storia di Forza Italia. Ricordando Craxi al congresso, il Cainano ha finalmente ammesso ciò che nessuno, nemmeno lui, aveva mai osato scrivere: e cioè che dietro la nascita di Forza Italia c’è la mano furtiva del noto corrotto latitante. L’avesse ammesso nel ’94, non avrebbe preso un voto.

Infatti allora lo negava: «È una falsità, una cosa senza senso dire che dietro il signor Berlusconi ci sia Craxi. Non devo nulla a Craxi e al cosiddetto Caf» (Mixer, 21 febbraio 1994). «Forza Italia e Craxi sono politicamente lontani anni luce» (Repubblica, 1 ottobre 1995). «Posso assicurare che politicamente non abbiamo nulla a che fare con Craxi, e siamo stati molto attenti anche nella formazione delle liste elettorali. Non rinnego l’amicizia con Craxi, ma è assolutamente escluso che Forza Italia possa avere avuto o avere alcun rapporto con Craxi» (2 ottobre 1995). Infatti, ancora cinque anni fa, Stefania Craxi dichiarava: «A Berlusconi non perdono di non essere mai stato a trovare mio padre neppure una volta» (Corriere della Sera, 2 agosto 2004). Ora, dopo l’elezione della signora alla Camera e le sue lacrime alla standing ovation congressuale, è tutto dimenticato. Nessuno invece ha voluto tributare i giusti onori ad altri due padri fondatori: Vittorio Mangano, prematuramente scomparso nel 2000, e Marcello Dell’Utri, inspiegabilmente emarginato al congresso. Eppure, come racconta il suo ex consulente Ezio Cartotto, fu proprio Marcello a inventare il partito azienda, e fin dall’estate ’92, dopo la strage di Capaci, gli commissionò in gran segreto «un’iniziativa politica della Fininvest» al posto del Caf agonizzante per Tangentopoli. L’anno dopo, quando tutto era ormai pronto, Vittorio Mangano – l’ex «stalliere di Arcore» da poco scarcerato dopo 11 anni di carcere per mafia e droga e promosso boss di Porta Nuova – fece la spola tra Palermo e Milano. Qui nella sede di Publitalia – come risulta dalle agende sequestrate alla segretaria di Dell’Utri – Marcello e Vittorio s’incontrarono il 2 e il 30 novembre ’93. Lo scrive il Tribunale di Palermo che nel 2004 ha condannato Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri fu «disponibile verso l’organizzazione mafiosa nel campo della politica, in un periodo in cui Cosa Nostra aveva dimostrato la sua efferatezza criminale con stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato». Infatti Marcello incontrava Mangano mentre era «in corso l’organizzazione del partito Forza Italia e Cosa Nostra preparava il cambio di rotta verso la nascente forza politica»: prometteva «precisi vantaggi politici» e «aiuti concreti e importanti a Cosa Nostra in cambio del sostegno a Forza Italia». Standing ovation, please.

MARCO TRAVAGLIO

Rubrica Ora d’aria – L’Unità, 30 marzo 2009

Antimafia Duemila – Il tesserino di Pino Maniaci

Antimafia Duemila – Il tesserino di Pino Maniaci.

E’ troppo semplice gridare all’oltraggio per la denuncia ricevuta da Pino Maniaci: abusivo della professione di giornalista. Non ha il tesserino, non lo ha mai voluto. Conduce il telegiornale della sua televisione Tele Jato e bastona la mafia mattina, mezzogiorno e sera, come pochi. E’ stato minacciato più volte, vive sotto scorta, ed ora qualcuno, chissà perché lo denuncia per professione abusiva. Attenzione. Avere il tesserino da pubblicista non garantisce assolutamente che riceviate i dovuti compensi. No. Il fatto che abbiate un tesserino da pubblicista o da professionista non significa che potete lavorare. Perché dovrebbero pagarvi secondo le tabelle ufficiali, che poi non si sa mai quali sono.

Avere il tesserino non significa essere giornalisti. Come avere due palle sotto, non significa essere uomini. E’ troppo semplice dire quanti non giornalisti, valletti di televisione, tette parlanti si definiscono giornalisti. Maniaci è un uomo, è un giornalista, è un lottatore perché crea vera informazione, ha notizie sempre comprovate e soprattutto alimenta di speranza un territorio soffocato dalla mafia. La vera domanda è: a chi da fastidio Manici e la sua televisione senza peli sulla lingua? (I peli li ha tutti sotto il naso che gli disegnano baffoni da pirata).

Allora ecco la proposta: bruciamo i tesserini. Anzi no. Li mettiamo nelle buste di patatine, e il fortunato che lo trova è giornalista. Tanto il tesserino è come il preservativo: ti protegge dallo scrivere notizie serie e pericolose per il potere. Possiamo allegare i nostri tesserini alla carta igienica, e metterlo al penultimo strappo: attento, ora arriva la merda.

Chi è giornalista? L’uomo con il tesserino o quello senza? Se i giornalisti, cioè persone che hanno un tesserino, fossero pagati sempre e comunque per il loro lavoro, fossero protetti per davvero, avessero dignità, allora si ritiriamo il tesserino a Maniaci, che fa l’abusivo e ci toglie il pane dalla bocca (i peli no, quelli li ha rubati tutti lui!). Invece è una categoria infame questa nostra categoria. La televisione è di Pino Maniaci, se la conduce da solo. Già, ma come per Europa 7, avere ragione, avere le frequenze, mmm non va. Sei un uomo libero Pino, troppo. Dici quello che i TG nazionali dovrebbero dire e allora nel giro di una settimana avremmo con le spalle al muro i cattivi. Invece no. Silenzio, prego. Va in scena la commedia della farsa.

Mi permetto solo con sommo rispetto e capo chino rivolgermi all’autorità giudiziaria che procederà contro Pino Maniaci: non siete entità astratte, ma persone umane e professionisti. Non mi permetto assolutamente di interferire con il vostro lavoro. Il vostro lavoro è sacrosanto e troppi ci spuntano sopra, sempre per una personale convenienza. Avete ragione, delle regole sono state infrante. E le regole vanno rispettate. C’è anche la regola del buonsenso. Voi ci difendete dai cattivi e dai prepotenti. Pino Maniaci non è un santo, ma un lazzarone di giornalista che ci difende, come può, dall’arroganza del male. Condannarlo perché dice la verità, perché dà fastidio, beh sarebbe come condannare la giustizia stessa che si nutre di uomini di buona volontà, molto buon senso e durezza nel colpire i mafiosi, quelli veri.

Berlusconi, prodotto di Cefis e Gelli | Il blog di Daniele Martinelli

Berlusconi, prodotto di Cefis e Gelli | Il blog di Daniele Martinelli.

Forza Italia è la P2 evoluta. E’ il partito del golpe bianco che ha vinto il consenso politico dell’Italia grazie alla manipolazione e al controllo degli organi di informazione.
Forza Italia è il partito dopato dalle “bombe” che hanno eliminato anticorpi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Berlusconi ha eseguito il sogno di Eugenio Cefis, numero uno di Eni e Montedison degli anni ‘60 nell’era post Mattei, secondo il Sismi il fondatore della Loggia P2, il primo a capire che per godere incontrastati del consenso nazionale non era necessario spargere sangue come fece fare per il suo predecessore Enrico Mattei nel 1962. Non era necessario andare a segno col “Piano Solo” progettato dai Carabinieri nel 1964. Non era necessario attuare il “golpe borghese” come si tentò di fare con la regia di Licio Gelli nell’inverno del 1970.
Bastava, appunto, conquistare “democraticamente” il controllo dei giornali.

Eugenio Cefis non riuscì a mettere le mani sul Corriere della sera di Piero Ottone, il “sinistroide” che dava spazio in prima pagina agli editoriali del “frocio comunista” Pierpaolo Pasolini. Pestato a morte da un commando composto dai fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, fascisti militanti della sezione Msi del Tiburtino, come ha rivelato nel settembre scorso l’ex giovinetto marchettaro Pino Pelosi, l’unico ad aver pagato col carcere il violento omicidio di Pasolini, che con tutta probabilità, a 17 anni, magro e smilzo com’era, potrebbe non aver mai commesso. Pelosi sembra sia rimasto in galera dopo aver ceduto alle minacce che gli sarebbero state rivolte dai veri assassini del giornalista. I nomi dei fratelli Borsellino, Pelosi, li ha fatti soltanto ora che sono morti entrambi di aids, ma nel plotone di esecuzione potrebbe anche esserci stato Giuseppe Mastini, detto Jhonny lo Zingaro, (vivente) in una trappola premeditata. (Ansa)
Omicidio che risale al 1975, periodo in cui Pasolini stava completando “Petrolio” che faceva luce sul ruolo di Eugenio Cefis, personaggio chiave per capire a che punto era già arrivata la degenerazione della politica italiana. Periodo in cui il Corriere era già diretto dal piduista Franco Di Bella (tessera 1887) e che accettò passivamente il teorema della brutta storia tra froci.

Pasolini fu il primo a collegare l’attentato all’aereo di Enrico Mattei, alla strage di piazza Fontana, e ad altre stragi misteriose dell’Italia degli anni di piombo. Con la complicità silenziosa dei Giulio Andreotti e degli Amintore Fanfani, Pasolini era un personaggio scomodo come il giornalista Mauro De Mauro, rapito a Palermo 5 anni prima, nel 1970 e mai più ritrovato. Stava scrivendo i dettagli dei movimenti degli ultimi 2 giorni di vita siciliani di Enrico Mattei, da consegnare al regista Francesco Rosi, che stava preparando un film sulla vicenda. Enrico Mattei, decollato il 27 ottobre 1962 col suo aereo privato dall’aeroporto di Catania, morì assieme al suo pilota e a un giornalista americano nell’aereo che esplose in volo e andò a schiantarsi in fiamme sui prati di Bascapè, a pochi chilometri dalla pista di atterraggio di Linate.

Attentato dietro il quale si nasconderebbe Eugenio Cefis, ex compagno di partigianeria dello stesso Mattei che volle al suo fianco alla guida di Eni. Lo stesso Cefis che, da numero 2 di Eni, fu licenziato in tronco da Mattei 9 mesi prima del disastro, dopo averlo colto in flagrante a sbirciare documenti aziendali riservati nel suo ufficio.
Enrico Mattei era potente, era l’uomo del petrolio che stava indirizzando la politica del suo mercato col nord Africa e col Medioriente, in totale contrasto con l’alleata America tanto cara alla Democrazia cristiana. Che vedeva minacciato il suo dominio nell’Italia vaticana da un ricco industriale, poco docile ai ricatti e per nulla americanista.

Le inchieste sulla fine di Mattei sono finite tutte in nulla. Un rapporto della Guardia di Finanza citata dal pm di Pavia Vincenzo Calia, dice che una delle società accomodanti della Edilnord centri residenziali di Umberto Previti (papà del corruttore di giudici Cesare) già Edilnord Sas di Silvio Berlusconi & c. con sede a Lugano, si chiama Cefinvest.
Eugenio Cefis, intanto, ha guidato l’Eni prima, e la Montedison poi. L’azienda che ha cavalcato le mire federaliste della Lega Lombarda di Gianfranco Miglio, caro amico di Cefis.

Da Cefis a Gelli, fino al Berlusconi odierno: espressione liftata della degenerazione istituzionale e democratica che ha raggiunto l’Italia. Le decine di milardi in tangenti versate sui conti svizzeri di Bottino Craxi, di cui i figli deputati godono ancora oggi la rendita, sono servite a creare le televisioni del consenso Fininvest, assieme al controllo della Rai.
L’ultima nomina alla sua guida di Paolo Garimberti “gradita a Berlusconi” che non crea né scandalo né rivolte fra gli italiani, è la dimostrazione che il Piano di rinascita piduista è andato a segno senza divise e senza armi. Assieme alle bugie che testate allineate come “Il Giornale” e il Corriere stesso continuano a sfornare quotidianamente.
Ernesto Galli “della Loggia” oggi, in prima pagina, in merito al discorso di Berlusconi al suo congresso romano scrive che “Craxi, non a caso, è solo un amico personale del presidente del Consiglio che in pratica ha il solo merito di averlo anticipato nello sdoganamento della destra..” Galli della Loggia lo invito a un vaffanculo.

Intanto, alla luce di ciò che hanno scritto Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in “Profondo nero” edito da Chiarelettere, la criminologa Simona Ruffini e l’avvocato Stefano Maccioni hanno presentato al Procuratore della Repubblica di Roma, Giovanni Ferrara, una istanza per chiedere la riapertura delle indagini sulla morte di Pierpaolo Pasolini. Richiesta che giunge al termine di una loro inchiesta che combacia con le conclusioni del libro, in cui si ipotizza una connessione tra l’omicidio di Pasolini, Mauro De Mauro ed Enrico Mattei.
Gli accertamenti tecnici scientifici che si possono fare oggi, permetterebbero di far luce su tanti aspetti mai chiariti dell’omicidio di Pasolini. A cominciare dalle macchie di sangue (secche) rimaste sulla sua camicia, custodita ancora oggi al museo di criminologia di Firenze.

Non capisco cosa si sia atteso finora ma capisco che ora Berlusconi predica pieni poteri per arrivare al Quirinale. Non capisco che tipo di libertà e di liberalismo abbia raccontato da quel palco della fiera di Roma Silvio tessera Loggia P2 1816, ma capisco che il golpe bianco, per ora, è andato a segno ed è ormai rodato. L’Italia è tutta da rifare. Forza Italia!

Blog di Beppe Grillo – Da +1 a +6

Blog di Beppe Grillo – Da +1 a +6.

Statue_CO2.jpg

A più un grado ci siamo quasi. Per più sei bisogna aspettare ancora qualche decennio. Tra più uno e più sei, ci sono i più due, tre, quattro, cinque. Ogni grado in più, un piccolo passo verso l’inferno. La crisi economica mondiale è una grande opportunità per cambiare e fermarsi di fronte al baratro. Il capitalismo ha fallito, ucciso le democrazie. Consumato il mondo. Non si può fondare una società solo sul capitale. Chi lo possiede va al potere, il voto è un’illusione. Un operaio non diventerà mai presidente del Consiglio, un ricco piduista invece sì. Una contadina non sarà mai sindaco di Mlano, Letizia Moratti, moglie di un petroliere, invece sì. L’informazione di regime si occupa di nani, psiconani, fascisti e leghisti venduti al miglior offerente (sempre lui), di inceneritori e di incentivi alle banche e alla Fiat. Nel frattempo il pianeta si riscalda, un grado alla volta.
E’ opportuno ricordare cosa sta per succedere, cosa succede. Di una cosa sono certo. I nostri figli e i nostri nipoti non ci perdoneranno mai.
+ 1: Fusione dell’Artico – Scomparsa dei ghiacci dal Kilimanjaro – Ritiro dei principali ghiacciai dalle Alpi al Tibet – Inizio della distruzione Grande Barriera Corallina – Estinzione di centinaia di specie – Aumento di numero e di intensità degli uragani – Innalzamento livello del mare con numerosi atolli sommersi, tra cui l’arcipelago di Kiribati con 78.000 persone.
+ 2: Riduzione dell’alcalinità dei mari con la progressiva distruzione del placton e degli organisni con i gusci di carbonato di calcio (il placton è alla base della catena alimentare oceanica) – Calo della crescita delle piante in Europa fino al 30% – Incendi su larga scala in Europa – Fusione dei ghiacciai della Groenlandia – Scomparsa dell’orso polare – Carestie in India e in Pakistan
+ 3: Scomparsa dell’Amazzonia e delle foreste pluvilali – Desertificazione dell’Australia – Superuragani nell’America del Nord – Siccità permanente nel continente indiano a causa del cambiamento dei monsoni – Indo e Colorado in secca – New York e altre città costiere sommerse dall’acqua – Sviluppo delle epidemie in Africa
+ 4: Scioglimento dell’Antartide – Delta del Nilo sommerso dal mare – Carestia in Cina – Migrazioni di massa verso i Paesi temperati come Russia e Europa
+ 5: Espansione dei deserti – Prosciugamento delle falde acquifere – Aumento delle migrazioni di massa – Possibile disgregazione delle piattaforme continentali – Tsunami – Guerre civili e conflitti etnici per le risorse
+ 6: Possibile fuoriuscita di acido solfidrico dagli oceani – Nubi di metano – Avvelenamento della superficie terrestre – Scomparsa di gran parte della vegetazione – Riduzione drastica della popolazione.
Queste sciagure possono avvenire entro il 2100.
Belin, mi sento male. Non voglio più produrre più una particella di CO2
Qualcosa possiamo fare da subito. Stampare e diffondere la Carta di Firenze. I dodici punti per il Comune a Cinque Stelle. Da qualcosa bisogna partire, iniziamo dal nostro Comune.

Ps: Previsioni tratte dal libro: “Sei gradi” di Mark Lynas, premiato nel 2008 in Gran Bretagna con il “Royal Society Science Books Prize“.

Paolo Franceschetti: NON DOBBIAMO TRADIRLI

Paolo Franceschetti: NON DOBBIAMO TRADIRLI.

Di Solange Manfredi

Di Solange Manfredi

Ieri sono stata alla giornata della legalità, organizzata dall’associazione “I Grilli del Pigneto” a Genzano (Roma).

La sala era piena, molte le persone in piedi.

Nella sala spiccavano le magliette, i cappellini e i cartelloni con la scritta: Io sto con Giachino Genchi.

E Gioachino Genchi era lì. Una presenza silenziosa la sua, simbolica.

Ma le parole di Salvatore Borsellino sono state chiare: “Abbiamo paura che Gioachino Genchi, lasciato solo, possa venire eliminato. Non solo professionalmente e personalmente, cosa che è già stata fatta, ma anche fisicamente”.

Non solo, dunque, una giornata in cui si è parlato di legalità, di democrazia, di giustizia ma, sopratutto una giornata in cui tutti i presenti hanno voluto lanciare un messaggio forte a quei “poteri” che vorrebbero isolare Gioachino Genchi: Gioachino Genchi non è solo.

Chi è Gioachino Genchi?

Gioachino Genchi, vice questore della polizia di stato, da 20 svolge l’attività di consulente dell’autorità giudiziaria. E’ un consulente informatico.

Da qualche mese a questa parte Genchi subisce attacchi violentissimi, dalla politica, dalla stampa, dalle istituzioni. Attacchi basati sulla menzogna, sulla calunnia. Attacchi tesi a delegittimare, ad isolare, sicuramente a massacrare personalmente ed eliminare professionalmente.

Lo hanno accusato di aver intercettato illegalmente milioni di italiani.

Ma Gioachino Genchi non ha mai intercettato nessuno, il suo lavoro è quello di incrociare tabulati telefonici, ovvero numeri. E, quando ha fatto questo, lo ha fatto perché incaricato da una procura, ovvero legittimamente.

Lo hanno accusato di aver esaminato, e conservato, illegalmente, i tabulati telefonici di 13 milioni di italiani. Si è poi scoperto che i Ros avevano basato questa loro affermazione sul sequestro, a Giachino Genchi, degli elenchi del telefono. (Se non si dovesse tremare davanti a tanta superficialità, commessa da uomini che dovrebbero rappresentare l’elitè dell’Arma dei Carabinieri, ci sarebbe da rotolarsi per terra dalle risate)

Lo hanno sospeso dal servizio, levandogli tesserino, pistola e manette perché reo di essersi difeso, in maniera peraltro assolutamente moderata e civile, dall’accusa di un giornalista che su Facebook gli dava del bugiardo.

Difendere il proprio onore è stato considerato così grave da comportare la sospensione dal servizio.

Meno grave, tanto da non venir sanzionato, è stato considerato il comportamento di quei poliziotti che si sono resi responsabili del massacro del G8 e della scuola Diaz.

Meno grave è stato considerato il comportamento del Generale Mori che, dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, ha portato avanti una “Trattativa” con la mafia. Eppure nella sentenza che assolveva il generale Mori dal reato di favoreggiamentro a Cosa nostra si legge:

Non può non rilevarsi che nella prospettiva accolta da questo decidente l’imputato Mori pose in essere un’iniziativa spregiudicata….Questo elemento, tuttavia, se certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile ad una erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini dell’affermazione di una penale responsabilità degli imputati per il reato contestato

Oggi Mori è nuovamente sotto processo, a Palermo, per aver favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano. Processo ovviamente di cui la stampa si guarda bene di parlare, ma che c’è.

Eppure il Generale Mori non è mai stato sottoposto a procedimento disciplinare, mai stato sospeso, solo nuovi incarichi, sino ad essere nominato capo dei servizi segreti. Dall’ottobre del 2001 alla fine del 2006 ha diretto il Sisde, il servizio segreto civile. Oggi dirige l’ufficio per la sicurezza della capitale d’Italia

Genchi, per aver difeso il suo onore da un giornalista che gli dava del bugiardo, invece, è stato sospeso dal servizio.

Qualsiasi persona di buon senso capisce che qualcosa non va.

Ma perché fa tanta paura Genchi?

Perchè Genchi sa.

Cosa sa è lui ha dircelo in una intervista pubblicata su questo blog (http://paolofranceschetti.blogspot.com/2009/02/intervista-gioacchino-genchi.html )

“…..E l’attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio numero diciannove dov’è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!
Ancora nessuno ha detto che io sono folle. Anzi, sarò pericoloso, terribile ma che sono folle non l’ha detto nessuno. Bene allora quello che io dico non è la parola di un folle perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D’Amelio e dalla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato, servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata.”

Per questo fa paura Genchi. Perchè probabilmente potrà raccontarci la verità su quella trattativa tra Stato e mafia, perchè, probabilmente, potrà spiegarci e provare perchè oggi la massoneria e la mafia sono al governo.

Per questo chi combatte per la giustizia ha paura che non basti delegittimare, calunniare, massacrare professionalmente e personalmente Genchi, ma teme possa subire un incidente, o possa venire suicidato o, ancora, possa venir fatto morire di infarto.

Tanti, troppo uomini onesti sono morti perchè noi non sapessimo la verità.

Tanti, troppi uomini onesti sono morti perchè dei criminali potessero oggi sedere in Parlamento.

Tanti, troppi uomini onesti sono morti perchè oggi, capito il meccanismo, la gente onesta, come è accaduto ieri, non si stringa intorno a Gioacchino Genchi per far sapere al potere occulto che Genchi non è solo…e non si tocca!

Ieri Salvatore Borsellino ha concluso il suo intervento leggendo uno scritto di Pietro Calamandrei stupendo che riporto:

“….Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile; quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole; quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco chiedono in verità i nostri morti, non dobbiamo tradirli”.

E’ vero, non dobbiamo tradire i nostri morti, ma ancor di più non dobbiamo abbandonare i vivi. Dobbiamo difenderli, far sentire loro che non sono soli, proteggerli con la nostra presenza quotidiana ed attenta.

Coloro che, come dice Clamandrei, sono morti “senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere” sono morti anche perché, quando è partito il terribile meccanismo, noi non siamo stati lì a far quadrato intorno a loro. Li abbiamo lasciati soli, non ripetiamo lo stesso errore.

CHARLIE CHAPLIN, IL GRANDE DITTATORE – DISCORSO ALL’UMANITA’

«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, fatto precipitare il mondo nell’odio, condotti a passo d’oca verso le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’abilità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchine ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è vuota e violenta e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno avvicinato la gente, la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale. L’unione dell’umanità. Persino ora la mia voce raggiunge milioni di persone. Milioni di uomini, donne, bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di segregare, umiliare e torturare gente innocente. A coloro che ci odiano io dico: non disperate! Perché l’avidità che ci comanda è soltanto un male passeggero, come la pochezza di uomini che temono le meraviglie del progresso umano. L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. Il potere che hanno tolto al popolo, al popolo tornerà. E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa. Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi comandano e che vi disprezzano, che vi limitano, uomini che vi dicono cosa dire, cosa fare, cosa pensare e come vivere! Che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Voi vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore. Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi portate l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui. Soldati, non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate che nel Vangelo di Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell’Uomo». Non di un solo uomo, ma nel cuore di tutti gli uomini. Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, il progresso e la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare si che la vita sia bella e libera. Voi che potete fare di questa vita una splendida avventura. Soldati, in nome della democrazia, uniamo queste forze. Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a tutti un lavoro, ai giovani la speranza, ai vecchi la serenità ed alle donne la sicurezza. Promettendovi queste cose degli uomini sono andati al potere. Mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. E non ne daranno conto a nessuno. Forse i dittatori sono liberi perché rendono schiavo il popolo. Combattiamo per mantenere quelle promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!»

(Charlie Chaplin, Il grande dittatore)

ripreso da http://mimmoguarino.myblog.it/archive/2008/05/28/charlie-chaplin-il-grande-dittatore-discorso-all-umanita.html

Antonio Di Pietro: Italia imbavagliata

Antonio Di Pietro: Italia imbavagliata.

bavaglioitalia.jpg

Pubblico il video ed il testo dell’intervento di Carlo Vulpio, giornalista e candidato indipendente nelle liste dell’Italia dei Valori alle elezioni Europee del 6 e 7 giugno, sul tema dell’informazione.

Il Governo manovra per piazzare uomini di fiducia a capo dei giornali di maggior prestigio
Il cataclisma finanziario, la crisi pubblicitaria, l’adattamento all’universo digitale e i licenziamenti dei giornalisti sono temi comuni a tutti i giornali del mondo.
Molti esperti, e non pochi lettori, temono che tale situazione incida sulla qualità della stampa. In Italia, forse il paese europeo insieme alla Russia in cui il controllo politico dei media è meno discutibile, l’inquietudine è doppia.
Al duopolio televisivo, o più semplicemente monopolio assoluto, formato da Mediaset e RAI, potrebbe aggiungersi molto presto una sorta di rivoluzione della stampa.
Dietro a questo movimento tellurico in elaborazione risuona il solito nome: Silvio Berlusconi, magnate dei media e primo ministro, il cui nuovo obiettivo sono le due testate giornalistiche milanesi di maggior prestigio, Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano, e Il Sole 24 Ore, il principale giornale economico nazionale.
“Questa volta Berlusconi non farà prigionieri, vuole controllare tutto e lo farà”, dice Giancarlo Santalmassi, giornalista RAI dal 1962 al 1999 e direttore di Radio24 fino a quando, l’autunno scorso, fu allontanato dopo essere stato dichiarato nemico ufficiale del Governo del Cavaliere nel 2006.
Enzo Marzo, storico giornalista del Corriere, è pienamente d’accordo con Santalmassi; giovedì scorso, nel corso di un dibattito sulla libertà di stampa che si è svolto presso la sede della Commissione Europea a Roma, ha affermato che la battaglia per la direzione del giornale è già iniziata.
Il nucleo dirigente del gruppo RCS (editore di Unedisa in Spagna) e proprietario del Corriere, spiega Marzo, ha ritirato la fiducia al direttore del quotidiano, Paolo Mieli, e sta valutando due sostituti: il primo, Carlo Rossella, sponsorizzato da Berlusconi e il secondo, Roberto Napoletano, direttore de Il Messaggero che, come ricorda Marzo, “divenne famoso durante l’ultima notte elettorale perchè fu pizzicato da una telecamera mentre concordava al telefono con il portavoce di Casini (leader dei democratici dell’UDC e genero dell’editore del quotidiano) il titolo principale che avrebbe piazzato il giorno dopo”.
Rossella è il presidente di Medusa, società di distribuzione cinematografica di Berlusconi, ed ha ricevuto la benedizione de Il Giornale, quotidiano della famiglia del magnate che ha ricordato che il Cavaliere “lo tiene particolarmente a cuore e gli ha già dato l’incarico di dirigere le sue due più grandi testate, Panorama e TG5 .”
All’interno del RCS, Rossella conta su altri importanti sostenitori: Diego della Valle, proprietario di Tod’s e della Fiorentina, e Luca Cordero di Montezemolo, patron della Fiat e del gruppo Ferrari e amministratore delegato de La Stampa.
Ma la parola di Berlusconi sarà quella decisiva, spiega senza ombra di pudore il quotidiano di suo fratello, perché mentre la crisi strangola i giornali, “l’intero sistema bancario dipende dal primo ministro”.
Napoletano ha le sue carte: non dispiace a Berlusconi ed è tra i pochi che comunicano telefonicamente con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia ed editorialista de Il Messaggero.
Secondo Il Giornale il ministro “sa che il peggio della crisi economica sta per arrivare” e la sua idea è quella di piazzare Napoletano a Il Sole (proprietà, come Radio24, del patronato di Confindustria) e di passare al suo attuale direttore, Ferruccio de Bortoli, il timone del Corriere.
Se non parlassimo dell’Italia tutto questo affanno sarebbe inverosimile, degno al massimo di un articolo scandalistico. Ma tutte le fonti sono concordi nel segnalare che si tratta di “manovre serie e reali” il cui effetto causerà “un terremoto”.
Il malcontento del Governo nei confronti di un altro giornale, La Stampa di Torino, proprietà della Fiat è palese. Secondo l’entourage berlusconiano, il suo direttore Giulio Anselmi sarà tentato con un’altra importante poltrona: quella di presidente dell’agenzia ufficiale Ansa. Se dovesse accettare, prenderebbe il suo posto un direttore meno ostile al Governo.
Mentre questo disegno politico prende corpo, i media italiani cercano, per quanto possibile, di tener testa a questa tempesta. Il presidente del RCS Piergaetano Marchetti, che ha visto nel 2008 scendere i profitti del gruppo a 38 milioni di euro rispetto ai 220 milioni del 2007, ha confermato che stanno soffrendo “tagli pubblicitari feroci ed immediati”.
E il suo amministratore delegato ha annunciato che l’andamento del gruppo dei primi mesi dell’anno obbligherà a “una riduzione del personale”. “Bisogna agire sui costi e sui modelli economici in Italia e all’estero”.
Marco Benedetto, vicepresidente del Gruppo Espresso, prevede anch’egli “tagli e cambiamenti”. Ironicamente Benedetto non è pessimista sul futuro del settore: “Tra una decina d’anni sarà splendido”.

Questo articolo non è uscito su un giornale italiano. Lo ha scritto un giornalista spagnolo, Miguel Mora, ed è uscito su un noto quotidiano spagnolo, El Pais. Lo avrei voluto scrivere anche io, ma non me lo pubblicavano.

Antimafia Duemila – Gioacchino Genchi: legittima difesa

Antimafia Duemila – Gioacchino Genchi: legittima difesa.

di Giorgio Bongiovanni – 27 marzo 2009
Non si fermano gli attacchi contro il consulente delle procure Gioacchino Genchi. Al contrario, lo dimostrano i fatti, aumentano di pari passo con le prese di posizione di quella parte di società civile che ha compreso la natura delle violente aggressioni perpetrate contro di lui e che in diversi modi si sta ribellando.
Il montare della rete con numerosi interventi alla diffida del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, le reazioni seguite alla sospensione dal servizio della Polizia di Stato, le manifestazioni in suo sostegno si contrappongono ad una vera e propria persecuzione mediatico–politico–giudiziaria basata sul nulla giuridico, così come dimostrano le indagini condotte dalla procura di Salerno. E messa in atto da quegli stessi soggetti che stavano emergendo nelle inchieste del Dott. De Magistris – del quale Genchi era consulente – perfettamente inseriti nel quadro di una nuova gestione del potere nel nostro Paese.
Lo stesso De Magistris la aveva definita la nuova P2, molto più pericolosa e organizzata della prima, mentre un filo sottile sembra collegare le indagini di oggi alle stragi di ieri. Quelle del 1992 in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sul cui sangue, come già ebbe a dire il Dott. Antonio Ingroia, è nata la nostra seconda Repubblica.
“Ciò che si sta compiendo – ha recentemente dichiarato Fabio Repici, avvocato di Gioacchino Genchi – è la prosecuzione di una strategia di delegittimazione nei confronti del dr. Genchi, quale funzionario di polizia e consulente dell’A.g., che trova ragione nei fondamentali accertamenti fatti dal dr. Genchi sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992”.
E a rafforzare la bontà di quelle parole gli attacchi seguiti alle ultime fughe di notizie – unico vero reato, sul quale nessuno ha ritenuto di approfondire – sugli esiti delle perquisizioni ordinate lo scorso 13 marzo ai carabinieri del Ros di Roma. Nell’ambito di un’indagine a carico del consulente, basata su una serie di accuse per fatti per i quali un’altra procura, quella di Salerno, lo aveva definito persona offesa.
Il fantomatico “archivio Genchi”, si legge da notizie di agenzia, “non riguarda più solo le due indagini di Catanzaro, ma tutti i numerosi procedimenti penali di cui il consulente si è occupato”. Cosa che già ha spinto alcuni rappresentanti delle istituzioni, tra cui il vicepresidente del Copasir, il senatore del Pdl Vincenzo Esposito, a chiedere che a Genchi vengano tolti automaticamente tutti gli incarichi che la magistratura gli ha affidato.
Un’affermazione grave e in particolare se si considera – la stampa ha omesso di specificarlo – che nel corso della perquisizione del 13 marzo i Carabinieri del Ros avrebbero illecitamente sequestrato non solo tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate dal consulente (quindi non soltanto quelle relative a Why Not), ma anche materiale riguardante indagini in corso. Indagini delicatissime che qualcuno potrebbe essere interessato a fermare. Così come sono stati fermati Luigi De Magistris, Clementina Forleo, Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e altri magistrati della procura di Salerno.
Cosa c’è in quelle carte forse non lo sapremo mai, ma ciò che è sotto gli occhi di tutti è il lavoro che Gioacchino Genchi ha già svolto per innumerevoli procure in anni di innumerevoli processi sin dai tempi di Falcone e Borsellino. Contribuendo a risolvere processi di mafia, ‘Ndrangheta, Camorra, omicidio, rapina, strage. Registrando una serie di successi investigativi di fondamentale importanza per la Giustizia del nostro Paese, tanto da essere considerato negli ambienti giudiziari il massimo esperto nel settore di sua competenza.

Il forno inceneritore di Acerra

Il forno inceneritore di Acerra.

In fondo, riproponiamo illuminante intercettazione del 2005 tra commissariato rifiuti e Bertolaso

Il megainceneritore di Acerra, inaugurato stamattina, avvelenerà l’aria ed il suolo attraverso le sue emissioni contenenti nanopolveri, diossina ed oltre 250 sostanze chimiche nocive che vanno dall’arsenico al cadmio al cromo al mercurio al benzene.
Farà aumentare l’incidenza dei tumori, delle malformazioni fetali e di una lunga serie di altre gravi patologie, fra la popolazione di un territorio già oggi conosciuto come “triangolo della morte” alla luce di una percentuale di patologie tumorali fra le più alte al mondo.
Produrrà energia in maniera assolutamente antieconomica, potendo sopravvivere economicamente solo grazie ai contributi Cip6 che tutti gli italiani… dovranno continuare a pagare sotto forma di addizionale sulla bolletta elettrica. Produrrà energia in maniera assolutamente antiecologica, emettendo in atmosfera (oltre ai veleni) quantitativi di CO2 doppi rispetto ad una centrale a gas naturale di uguale potenza.
Distruggerà qualunque prospettiva di realizzare un moderno circolo virtuoso dei rifiuti, annientando la raccolta differenziata ed il riciclo, dal momento che i materiali più facilmente riciclabili, plastica, carta e cartone, sono anche quelli con più alto potere calorifico, indispensabili all’inceneritore per funzionare.
Ha già distrutto ogni anelito di democrazia, essendo stato costruito contro la volontà dei cittadini, attraverso l’uso della forza. Va ricordato che dal 2004 ad oggi si sono contate a decine le manifestazioni popolari contro la costruzione dell’impianto, spesso represse dalle forze dell’ordine con l’uso dei manganelli, mentre nel corso dell’ultimo anno l’inceneritore è stato portato a compimento militarizzando l’area con l’uso dell’esercito.
Ha contribuito a rimpinguare oltre alle casse del malaffare, prima i profitti di Impregilo ed ora quelli di A2A che si sono avvicendate nella realizzazione dell’impianto che oggi ha iniziato a dispensare veleni.
Non contribuirà a risolvere il decennale problema (quello vero) dei rifiuti in Campania, dal momento che tale problema può essere risolto solamente attraverso la costruzione di quel circolo virtuoso dei rifiuti di cui l’inceneritore di Acerra è il nemico giurato.
Non possiede alcuna peculiarità che lo renda un impianto moderno, poiché l’incenerimento dei rifiuti è una pratica anacronistica che tutti i paesi moderni stanno abbandonando, indirizzandosi verso la raccolta differenziata, il riciclo, il riutilizzo ed il riuso.
Nonostante tutto ciò che ho scritto fino ad ora rappresenti una realtà incontrovertibile, documentata attraverso centinaia di libri e centinaia di studi epidemiologi, suffragata dall’opinione di un grandissimo numero di medici ed esperti e accessibile a chiunque, solamente attraverso un click del mouse o una visita in biblioteca, i mestieranti dell’informazione e della politica hanno oggi rappresentato in TV e sui giornali una commedia di fantasia per molti versi antitetica, destinata a diventare l’unica realtà per la stragrande maggioranza degli italiani che proprio dai media tradizionali suggono le proprie informazioni.
Il Corriere della Sera ha esordito con il titolo “parte l’inceneritore verde”, coniando un ossimoro privo di senso, al quale si spera non faranno seguito in futuro gli “omicidi giusti”, “l’inquinamento pulito”, i “licenziamenti dal volto umano” e altre amenità sui generis. Quasi tutti i TG hanno presentato l’evento con grande enfasi commista a soddisfazione, mentre le telecamere spaziavano sul presidente del Consiglio, abbarbicato al disopra di un palco sul quale campeggiava la scritta “termovalorizzatore di Acerra” quasi anziché un dispenser di veleni e di morte, si stesse inaugurando un nuovo ospedale all’avanguardia o un’università. Ad assistere all’evento, consistente nell’apertura di un tendone blu con tanto di telecomando, che svelava una montagna di rifiuti maleodoranti, destinati a trasformarsi in miasmi venefici veicolati dal fumo dei camini, sono state invitate oltre 400 “personalità” come si trattasse di una prima della Scala.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è congratulato con il premier per l’avvio del “termovalorizzatore”, quasi si riferisse alla cerimonia (ad oggi non ancora avvenuta) per la ricostruzione delle case dei terremotati dell’Irpinia.
Guido Bertolaso ha parlato della “realizzazione del sogno di una Napoli pulita”, speculando sull’emergenza rifiuti dello scorso anno, creata ad arte per addivenire allo scopo. Inoltre ha aggiunto che il nuovo impianto emetterà il 75% di diossina in meno rispetto agli impianti più vecchi, dimenticando di dire che questo abbattimento si tradurrà nel raddoppio delle emissioni di nanopolveri, ben più pericolose della già ferale diossina.
Gianni Letta ha insistito sul ritorno dello Stato in Campania, per quanto sia mortificante il fatto che lo Stato ritorni non per porre rimedi, ma per avvelenare ulteriormente una popolazione già duramente provata da decenni di sversamenti di sostanze tossiche di ogni genere. Sulla stessa linea di pensiero anche Antonio Bassolino che il ritorno dello Stato avrebbe dovuto teoricamente temerlo.
Berlusconi ha affermato di “averci messo il cuore” ed ha vantato una vittoria della democrazia difficilmente riscontrabile in un’opera costruita con la forza e l’uso dei militari, contro il volere dei cittadini.
Ieri ed oggi centinaia di persone hanno sfilato in corteo per contestare l’inaugurazione di un’opera contro la quale si battono da anni. Alcune decine di loro hanno occupato l’aula consiliare del Municipio di Acerra, ricordando che questa per la popolazione cittadina è una giornata di lutto. Di tutto ciò naturalmente i mestieranti dell’informazione non hanno parlato, dal momento che sarebbe risultata una nota stonata all’interno del pacchetto preconfezionato, grondante giubilo e soddisfazione che doveva entrare nelle case degli italiani, a dimostrare che “incenerire è bello”, fa bene all’ambiente e un poco anche alla salute, trattandosi di un incenerimento “verde” e in diretta TV.
7 marzo 2005, telefonata intercettata tra l’ex commissario Corrado Catenacci e il capo della protezione civile Guido Bertolaso.

Catenacci: «Ci sono almeno due milioni e mezzo di balle in tutta la Campania… Per quanto riguarda gli importi, secondo me sono circa 400 miliardi di lire».
Bertolaso: «Perché loro bruciandoli ricavano energia elettrica, no?».
Catenacci: «Gliela pagano a tariffa agevolata, tutto uno strano movimento che hanno fatto loro».
Diciotto minuti dopo, alle 19.17, il prefetto richiama.
Catenacci: «Ho fatto i conti con Turiello, viene una cifra mostruosa, 1.325 miliardi di lire».
Bertolaso: «Mortacci ragazzi…»

Oggi le ecoballe superano i 6 milioni… fate voi i conti.

Marco M

Blog di Beppe Grillo – La mafia alla conquista dell’Europa

Blog di Beppe Grillo – La mafia alla conquista dell’Europa.

La mafia alla conquista dell’Europa

reski.jpg

Petra Reski è una giornalista del settimanale tedesco Die Zeit. Ha scritto il libro: “Mafia. Von Paten, pizzerien und falschen priestern”. Il titolo in italiano sarebbe: “Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti”. Sarebbe perchè il libro, tradotto in molte lingue, finora non ha trovato editori italiani. Petra descrive l’inarrestabile penetrazione delle mafie italiane in Europa. Per la Frankfurter Allgeimeine Zeitung il suo libro è il migliore sull’argomento mai pubblicato. Petra ha ricevuto minacce e passa il tempo a difendersi nei tribunali tedeschi da querele e denunce delle persone da lei citate.
Il libro è considerato il “Gomorra” tedesco e Petra rischia di fare la fine di Saviano. Le mafie italiane sono, con tutta probabilità, la prima azienda del nostro Paese. Il fatturato presunto è di 100/150 miliardi di euro all’anno. Tutto in nero. Un capitale che va investito. Dopo l’Italia, mercato ormai saturo di capitali mafiosi, c’è l’Europa. Il Pil di molti Paesi europei dipende anche dai soldi riciclati della mafia. Esportiamo capitali e mafie. Tra qualche anno Bruxelles sarà nostra, cosa nostra.

Intervista a Petra Reski

Intervistatore (I.): Petra Reski, scrittrice e giornalista, è autrice di un libro sulla ‘ndragheta scritto in lingua tedesca, considerata in Germania la miglior opera sull’argomento. Secondo lei perché le mafie, in particolare la ‘ndragheta, si sono così radicate all’estero?

Petra Reski (P.R.): Perché le leggi estere permettono cose che non si possono fare in Italia, per esempio in Germania non esistono intercettazioni ambientali nei locali pubblici, e anche nelle case è molto difficile intercettare, gli investimenti frutto di riciclaggio è molto più facile farli in Germania che in Italia. Il reato di associazione mafiosa in Germania non esiste, dunque un soggetto della mafia può tranquillamente investire tutti i suoi soldi in Germania senza essere controllato.
Ci sono migliaia di casi di, chiamiamoli “pizzaioli“, che vengono a lavorare in Germania con un reddito mensile di 800 euro e magari si comprano un albergo, oppure delle strade intere.

I.: Per cui c’è un po’ di connivenza anche con qualche tedesco?

P.R.: Per forza! Senza connivenza sarebbe impossibile anche in Germania. I tedeschi si credono, purtroppo, un po’ superiori al problema che non vedono, pensano che la mafia sia un fenomeno solo italiano, di regioni un po’ arretrate del Sud Italia, dunque una cosa che non potrebbe mai succedere in Germania, e invece in Germania è come in Italia. Con l’aiuto dei politici, delle istituzioni e di avvocati disponibili, nella Germania degli ultimi 40 anni sta accadendo ciò che accade in Italia da 150 anni.

I.: Ma ci sono zone più esposte a questo fenomeno oppure?

P.R.: Sì, questi mafiosi in Germania sono arrivati come emigranti purtroppo. Nell’epoca degli anni ’40 hanno iniziato a installarsi nelle zone industriali tedesche. Dunque i centri della ‘ndragheta sono Duisburg, tutta la zona della Ruhr, Dortmund, tutt’attorno a Stoccarda.
Dopo la caduta del muro di Berlino, verso la metà degli anni ’90, una parte della ‘ndragheta si è trasferita a Lipsia e in Sassonia.

I.: Infatti lei ha accennato alla vicenda di Duisburg in cui ci furono 6 morti uccisi dalla ‘ndragheta, e lei ha scritto un libro su questa vicenda e ha avuto anche delle minacce.

P.R.: Sì diciamo che ho avuto delle minacce velate che solo un italiano potrebbe capire molto bene perché per un tedesco sarebbe un po’ più difficile, come quando in un’occasione della presentazione del mio libro, ad Hartford, cioè in Turingia, erano presenti dei personaggi tedeschi che prima spiegavano in lungo e in largo che il riciclaggio in Germania sarebbe impossibile, e poi, con degli italiani presenti, si felicitavano espressamente per il mio coraggio, dicendomi “ammiro il suo coraggio, signora!”. Questo pochi istanti dopo aver fatto discorsi in difesa di certi personaggi che mi hanno fatto causa per ciò che ho scritto nel mio libro. Dunque, per me, il messaggio era chiaro. Vivo da 20 anni in Italia e da 20 anni mi occupo di mafia, dunque quella situazione, in quel momento mi ricordava Michele Greco, che davanti al Tribunale durante il maxiprocesso: “io ho un dono inestimabile, signor giudice, questa è la pace interiore, auguro a lei e alla sua famiglia una lunga vita”.

I.: Ma lei nel suo libro ha rivelato cose utili ai giudici per il proseguo dell’inchiesta?

P.R.: Sì, perché ovviamente, in seguito al massacro di Duisburg, la Polizia federale, già prima, seguiva l’attività di certi clan, soprattutto quelli legati alle vicende di Duisburg, dunque in quel caso da parte del clan non c’è nessun interesse di suscitare l’attenzione pubblica.

I.: Certo, ma lei ha scritto dei nomi su questo libro che sono stati censurati!

P.R.: Sì.

I.: Il governo italiano dice che è tutto sotto controllo, alcuni addirittura dicono che in Italia la mafia non esiste.

P.R.: Addirittura?

I.: Sì, Beh Dell’Utri l’ha detto diverse volte.

P.R.: Ah sì è vero! Sì, anche in Germania dicono che la mafia non esiste. E’ divertente questo da sentire perché mi ricorda un mafioso attivo a Milano negli anni ’60, che dopo essere stato arrestato disse: “la mafia cos’è? Un tipo di formaggio?” dunque la stessa cosa ora vale per la Germania.
Siccome per i tedeschi la mafia è una cosa molto folkloristica da film, del padrino, di romanzi eccetera, loro non possono neanche vagamente immaginarsi, che il gentile pizzaiolo che saluta, e questo lo so anche da parte di questi che sono stati uccisi a Duisburg, rinomati per essere stati dei buoni vicini, molto gentili e disponibili, per un tedesco è impossibile immaginarsi questo.
E la politica tedesca, a parte il suo coinvolgimento diretto in particolari casi, per loro riconoscere l’esistenza della mafia in Germania è un grande problema perché ne creerebbe uno più grande nella coscienza pubblica, e soprattutto l’unico problema per il governo tedesco sono gli islamisti, non la mafia.

I.: Ma i nomi che lei ha fatto in questo libro, li ha scoperti lei tramite indagini sue proprie, oppure com’è riuscita a raccogliere tutti questi elementi che hanno messo insieme un quadro così variegato e anche inquietante, della realtà mafiosa in Germania?

P.R.: Io veramente sono stata tirata dentro perché mi sono sempre occupata di mafia solo in Italia, dunque questo era il seguito di Duisburg, grazie al lavoro di giornalisti italiani ai quali rivolgo l’elogio perché sono molto più bravi di quelli tedeschi a dire la verità, perché loro sono stati i primi a fare i nomi degli italiani coinvolti nelle attività della ‘ndragheta in Germania

I.: Tipo? Di questi nomi?

P.R.: Non posso fare i nomi perché…

I.: non li può fare

P.R.: praticamente la mia attenzione è nata in seguito alla lettura dei giornali italiani, dopo ho approfondito l’argomento in Germania, con le conferme che mi venivano dalle indagini della Polizia tedesca.

I.: Lei attualmente vive in una località che non si dice perché ha avuto queste minacce, ma quante cause ha collezionato con questo libro finora?

P.R.: Attualmente siamo arrivati alla quinta causa e due denuncie penali di cui una è già stata archiviata e adesso vediamo

I.: ma per che motivo?

P.R.: per ora ho subito il cosiddetto provvedimento di urgenza per proteggere i dati personali delle due persone di cui ho parlato nel mio libro. Questa richiesta fu accolta dal Tribunale di Monaco di Baviera e di Duisburg in questo caso. Adesso facciamo ricorso perché sono stata denunciata per calunnia e cose varie…

I.: ha paura lei?

P.R.: No

I.: Quindi continuerà a fare il suo lavoro?

P.R.: Certo! Assolutamente. Perché non mi sarei mai aspettata che il mio lavoro di indagine fosse vero come è stato confermato adesso.

I.: Ma secondo lei le economie nazionali europee, hanno bisogno della mafia o no?

P.R.: In Germania io posso solo dire una cosa: in tanti hanno chiuso gli occhi davanti agli investimenti della mafia, e li chiudono tuttora. Soprattutto da dopo la caduta del muro i soldi della mafia nell’est erano i benvenuti, purtroppo, e tuttora spesso si sa però si finge di non sapere. In Germania il riciclaggio viene considerato un delitto minore. Dunque perciò bisogna tenere d’occhio per così si distrugge non solo l’economia ma la democrazia in generale. Se un ‘ndraghetista si compra un albergo oppure un immobile, rovina la concorrenza leale. E questo è un problema per la democrazia ovviamente, perché loro, tramite le loro proprietà vogliono esercitare anche un’influenza politica, in Germania.

I.: E che ne sappia lei, in Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Norvegia e tutta la Scandinavia in generale, la situazione com’è con le mafie?
Io so che tutto ciò che sto raccontando sulla Germania, non è molto diverso per questi Paesi.

I.: Mafie importate dall’Italia?

P.R.: Importate dall’Italia. Ma soprattutto il problema più grande è che in quei Paesi il reato di associazione mafiosa non è un reato penale. Ad esempio in Germania le pene per il reato di associazione a delinquere sono minime. In Germania un mafioso può girare tranquillamente. Forse è questa la cosa più importante: associazione mafiosa dev’essere reato in tutta Europa, perché in questo caso si potrebbe già arrestare uno che arriva da San Luca di cui si sa appartenere a un clan. I mafiosi in Germania non commettono errori.

I.: Per quanto concerne il suo libro è scritto soltanto in lingua tedesca?

P.R.: Sta per essere tradotto in 5 lingue fuorché l’italiano, purtropppo.

I.: Perché?

P.R.: Non lo so, devo dire che ci sono un sacco di ottimi libri sulla mafia, scritti da italiani che sono profondi conoscitori della mafia. Per una casa editrice italiana la mafia non è un argomento nuovo, dunque le capisco.
Ma la definizione di Gomorra tedesca che è stata data al suo libro è esatta oppure no? Rispetto a Saviano.
Io trovo uno scandalo che uno come lui debba vivere nascosto mentre i mafiosi girano liberi. Trovo altrettanto scandaloso che uno venga sepolto da processi per un libro. Dimostra quanto loro ci temono.”

Ps. Sabato 28 marzo all’Auditorium di Genzano (Roma) in via Italo Belardi 81, le associazioni culturali “I grilli del Pigneto” e “Officina delle idee” organizzano l’incontro pubblico “Un sabato sotto la bandiera della legalità” con, tra gli altri, Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, Benny Calasanzio, Clementina Forleo. Sarà possibile seguire l’incontro in diretta streaming.

Il caso Genchi. Informazione e disinformazione

Il caso Genchi. Informazione e disinformazione.

Scritto da Pietro Orsatti

Domani, davanti alle questure di molte grandi città italiane, liberi cittadini andranno a manifestare contro la sospensione dal servizio del vice questore Gioacchino Genchi, l’uomo, per intenderci, accusato da pezzi delle istituzioni e del mondo politico di essere lo spione numero 1 d’Italia. Notare, però, come la sospensione di Genchi non sia stata motivata dall’inchiesta in corso a Roma sui presunti abusi che questi avrebbe commesso approfittando, dice l’accusa, di password e accessi consegnatoli, legalmente e previa corretta autorizzazione, dalle procure per le quali da anni lavora. La sospensione è causata, invece, dalle dichiarazioni che ha rilasciato alla stampa, sul suo blog e sulla sua pagina di Face Book. Questo riportano notizie stampa comparse nelle ultime settimane.


In particolare, il primo provvedimento disciplinare che lo ha raggiunto, e l’ammonizione a non rilasciare altre dichiarazioni alla stampa senza previa autorizzazione, sarebbe stato motivato da un’intervista che mi ha rilasciato in data 7 marzo nel suo studio a Palermo e pubblicata sul mio giornale, left-Avvenimenti, il 13 dello stesso mese. Questa notifica “disciplinare” sarebbe datata 18 marzo.

In seguito,  il 19 marzo, Gioacchino Genchi ha risposto a delle provocazioni di un giornalista sulla sua pagina di Face Book. Per chi conosce il mezzo il “botta e risposta” di FB, si tratta di fatto di una chat. La discussione è stata ripresa e pubblicata prima sul sito http://www.19luglio1992.com e successivamente anche sul blog pubblico di Genchi http://gioacchinogenchi.blogspot.com.
A quanto risulta la sospensione sarebbe stata diretta conseguenza di questo episodio.

Ritorniamo all’intervista da me realizzata. Sono stato uno degli ultimi a raggiungerlo e a intervistarlo. Genchi, appena iniziata la campagna nei suoi confronti fra gennaio e febbraio, ha rilasciato molte altre interviste (alcune addirittura molto più “dure” di quella rilasciata a me come quella realizzata da Tele Lombardia) fra le quali si segnalano la partecipazione dello stesso da Santoro e da Matrix (allora guidato ancora da Enrico Mentana) e Reality su La7. Specifico questo aspetto per spiegare come le dichiarazioni rilasciatemi da Genchi il 7 marzo non furono certo una novità né nei toni né negli argomenti. Abbiamo parlato per più di un’ora. Era alla stessa scrivania da dove da oltre 20 anni svolge il suo servizio  per conto dell’autorità giudiziaria. La stessa, ormai, conosciutissima grazie a servizi fotogrefici e televisivi e dalla quale ha rilasciato più di venti interviste alle radio, alle televisioni ed ai giornali di mezzo mondo. Durante l’intervista che mi ha concesso non è mai scivolato su giudizi politici rimanendo soltanto su argomenti che riguardano i suoi incarichi professionali. Notare, soprattutto, che non ha mai rilasciato dichiarazioni in qualità di funzionario della Polizia di Stato e non ha fornito dichiarazioni su incarichi operativi della sua amministrazione.

Probabilmente quello che ha creato preoccupazione, e che forse ha causato il primo provvedimento disciplinare nei suoi confronti, è che le sue dichiarazioni furono contestualizzate all’interno di una narrazione giornalistica che ricostruiva non tanto le inchieste di Catanzaro, quanto il percorso professionale e le indagini (e collegamenti fra le varie indagini) condotte da Genchi dal 1989 a oggi, ovvero dall’attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone passando poi per quella della strage di via d’Amelio dove persero la vita Paolo Borsellino e i ragazzi della sua scorta. È stata la ricostruzione di questo percorso e dei tanti vuoti e delle tante ombre emerse in quelle indagini a suscitare tanta preoccupazione? La velocità e la tempestività con cui alcune testate giornalistiche, fin dall’esplosione del caso Why not, hanno divulgato indiscrezioni e dati e nomi riservati e coperti dal segreto istruttorio fanno temere che ci sia chi opera come un abile ufficio stampa per contrastare inchieste specifiche e specifici magistrati e percorsi investigativi. Tanto per fare un esempio, basta andare vedere come solo due giorni fa le solite testate abbiano iniziato a divulgare dati e numeri (non verificati visto che le indagini e le perizie sono tuttora in corso) sui presunti archivi Genchi sequestrati dai Ros per conto della procura di Roma il 13 marzo scorso. Il segreto istruttorio dov’è? Chi è che diffonde questi numeri e perché sempre e solo verso certe testate giornalistiche?

La domanda, ovviamente, non ha una risposta. Quello che posso dire è che mi sono recato da Genchi per l’intervista dopo aver seguito il suo lavoro grazie alla lettura delle sentenze di alcuni processi a cui aveva collaborato fra cui quello proprio su via D’Amelio. La sua relazione, in questo caso, è un documento unico, impressionante. Quello si allarmante. Non tanto per alcuni poteri. Allarmante per il Paese, per la tenuta democratica delle istituzioni.
Non so se Genchi abbia commesso degli abusi. Lo diranno le indagini e, se ci si arriverà, un processo. Ma che sia garantita a Genchi la possibilità di difesa davanti a questa offensiva mediatica. Sempre che valga ancora il diritto.

Pietro Orsatti

(fonte il sito del giornalista Pietro Orsatti)

La caccia al tesoro di Genchi

La caccia al tesoro di Genchi.

alt

Gli articoli di Benny Calasanzio del 26 marzo spiegano molto chiaramente in quale vicolo cieco si siano andati ad infilare i nemici di Gioacchino Genchi.
La farsa dei “numeri”, la bufala delle “intercettazioni”, il ridicolo pretesto con cui è stato sospeso dal servizio presso la Polizia di Stato, sono stati ormai ragionevolmente smascherati.

Resta solo da mettere molto bene a fuoco il punto che così Benny ci illustra:

“I carabinieri dei Ros, gli stessi che non perquisirono il covo di Riina dopo il suo arresto e che non arrestarono Provenzano quando gli erano a pochi metri nel 1995, su specifico decreto dei magistrati di Roma hanno sequestrato tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate da Gioacchino Genchi, da quelle relative al fallito attentato dell’Addaura ai danni di Giovanni Falcone del 1989, fino ai più recenti incarichi per gravi omicidi di mafia e fatti che, badate bene, coinvolgevano gli stessi magistrati della procura di Roma. Che c’entra con “Why not”? Forse erano proprio questi dati quelli che interessavano i magistrati di Roma ed i Carabinieri del ROS?

Forse l’ultima frase ha un punto interrogativo di troppo.
Forse erano proprio questi dati quelli che interessavano i magistrati di Roma ed i Carabinieri del ROS.
Forse ci sono pure i “forse” di troppo.
Forse (?) quello che interessa ai magistrati di Roma ed ai Carabinieri del ROS è proprio cosa è riuscito a sapere l’ex consulente di De Magistris e che non è allegato alle inchieste di De Magistris, ridotte in macerie dall’ex Procura Generale di Catanzaro. Le stesse inchieste che sono state estorte alla Giustizia e incartate all’opinione pubblica con la presunta guerra tra le Procure di Salerno e di Catanzaro, un guerra di distrazione di massa per nascondere quello che ormai era scritto negli atti delle indagini, quello che la procura di Salerno aveva riscontrato con le proprie indagini, riscontri inconfutabili grazie anche agli elementi apportati dal lavoro di Gioacchino Genchi.

Quello che ancora non era scritto sono andati a cercarlo nel computer di Gioacchino Genchi.
Poi hanno messo Gioacchino Genchi a tacere facendo leva sul suo senso dello Stato e la sua fiducia nella Giustizia.
E ora avendo in mano solo degli “elenchi telefonici”, con le spalle al muro, prendono tempo utilizzando una tattica che funziona solo grazie alla complicità delle “
betulle” seminate qua e là: far filtrare presunte notizie.

Resta il problema che gli sgradevoli personaggi che cercano di manovrare una parte della Procura di Roma ed i Carabinieri dei ROS, controllano soprattutto, direttamente o indirettamente, le principali tv ed i giornali più diffusi: ovviamente neanche di fronte all’evidenza offriranno alla  verità lo stesso spazio che hanno offerto alle menzogne.
Ma è un problema superabile con la Rete e la mobilitazione spontanea che, per cominciare, porterà domani sabato 28 marzo 2009 davanti alle questure di tutta Italia un nutrito drappello di persone informate, che a loro volta informeranno altre persone, che a loro volta informeranno… E’ un duro lavoro, ma qualcuno lo sta già facendo.

dal BLOGIo sto con Gioacchino Genchi

Antimafia Duemila – Salvare le api per salvare noi stessi

Antimafia Duemila – Salvare le api per salvare noi stessi.

di Dacia Maraini – 24 marzo 2009

«Se tutte le api morissero, all’uomo resterebbero solo 4 anni di vita». L’ha detto Einstein. Gli apicoltori sono allarmati perché da anni le api stanno scomparendo. Ma l’opinione pubblica è assente.
A sentire gli scienziati i maggiori responsabili della morte delle api sono le molecole dei pesticidi del gruppo dei neonicotinoidi. «Questi pesticidi vengono utilizzati nella concia dei semi di mais», spiega Andrea Zanoni, presidente di Paeseambiente.
Le associazioni degli apicoltori italiani che sono circa 50 mila, con un milione di alveari, hanno protestato presso il ministero della Salute e dell’Agricoltura, ottenendo una sospensione in via cautelativa dei pesticidi Thiamethoxan, Clothianidina, Imidaclopride e Fipronil, utilizzati nel trattamento di concia delle sementi. Il decreto è stato impugnato, come si può immaginare, dalle grandi case farmaceutiche Bayer, Syngenta e Basf. Per fortuna sia il Consiglio di Stato che il Tar del Lazio al quale le tre multinazionali si erano rivolte, hanno ribadito la sospensione. Eppure, nonostante il parere contrario della scienza e della legge, la pratica dei pesticidi continua. Ed è anche in aumento. I professori Vincenzo Girolami e Luca Mazzon del gruppo di Entomologia del Dipartimento di agronomia ambientale dell’Università di Padova, hanno fatto una ricerca da cui risulta che un’ape che beve gocce d’acqua sulle foglie di piantine di mais nate da semi trattati con neonicotinoidi, muore nel giro di soli due minuti.
api-web.jpgTutti d’accordo gli apicoltori però che il problema della moria delle api non è imputabile solo ai prodotti per la concia del mais ma anche all’utilizzo dei molteplici trattamenti chimici dei vigneti per i quali vengono utilizzati pesticidi a largo raggio. Luciano De Biasi, ecologista di Soligo, riporta un dato allarmante: solo in Veneto ogni anno vengono sparse 15.000 tonnellate di pesticidi. «Ricordiamo che il lavoro delle api per l’impollinazione è fondamentale. Se si considera che in un alveare ci sono dalle 30 mila alle 40 mila api e che un’ape visita dai 100 ai 1000 fiori al giorno ne risulta, anche con un calcolo per difetto, che un singolo alveare con le sue bottinatrici contribuisce ad impollinare ben 3 milioni di fiori al giorno». Luciano De Biasi ha fatto una ricerca presso l’Ussl 7 di Conegliano Veneto sui pazienti con il codice E48, ovvero «Soggetti con patologie neoplastiche». La risposta è stata preoccupante: nel 2007 vi sono state 8.760 persone colpite da tumore, mentre nel 2008 sono salite a 9.146, con un aumento pari al 4,3%. Possiamo dire che l’ aumento di malati di cancro, in percentuale, va di pari passo con l’aumento dei pesticidi. E se si guardano le statistiche nei dettagli si scopre che la mortalità per cancro nei bambini aumenta ogni anno del 2%.
Insomma le api ci stanno dando un segnale. Sta a noi capire e rimediare. Ricordando che siamo tutti parte di uno stesso mondo e i veleni che distribuiamo lontano da noi, tornano sulla nostra tavola attentando alle nostre vite.

Tratto da:
il Corriere della Sera

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: parla l’ex capo del Ros

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: parla l’ex capo del Ros.

di Maria Loi – 25 marzo 2009
Palermo
. In ballo c’era la cattura di un personaggio eccellente, il superlatitante Bernardo Provenzano ma il comandante del Ros di allora ha dichiarato di non aver mai parlato con chi aveva le notizie di prima mano delle indagini. La notizia ha davvero dell’incredibile.
Il personaggio in questione è il generale in pensione Mario Nunzella sentito in dibattimento da accusa e difesa al processo che vede imputati i due ufficiali dell’arma Mario Mori e Mauro Obinu accusati di aver favorito la mafia.
Mario Nunzella prese il posto del generale Subranni al comando del reparto speciale dei Carabinieri nel 1993 e vi rimase fino al 1997. Sono quelli gli anni in cui Michele Riccio viene aggregato al Ros con un compito investigativo molto particolare: quello di arrivare alla cattura di Provenzano attraverso il confidente Luigi Ilardo. Nunzella viene messo al corrente della delicata operazione e anche del fatto che quel 31 ottobre 1995, a Mezzojuso, avvenne l’incontro tra Ilardo e Provenzano. Della notizia Nunzella non informò i magistrati. Quando il pm Di Matteo gli ha chiesto il motivo, il generale ha risposto: <<Non ritenevo che lo dovessi fare io perché c’erano altri ufficiali che seguivano la vicenda>>. E poi <<il colonnello Michele Riccio asseriva di avere un contatto diretto con un magistrato>>.
Nei giorni a seguire in quel di Mezzojuso furono effettuati servizi di ricognizione e altre attività di indagine in quanto era stata prospettata la possibilità che ci fossero ulteriori incontri, cosa che poi non avvenne perché il 10 maggio 1996 Ilardo venne ucciso proprio alla vigilia della formalizzazione della sua collaborazione.
Suona davvero strano che il suo diretto superiore non abbia mai voluto parlare con un suo sottoposto come il colonnello Michele Riccio, preferendo interloquire con l’allora vice-comandante Mario Mori e il comandante del reparto di criminalità organizzata Mauro Obinu. Nunzella ha ammesso che all’interno dell’Arma non piaceva il metodo lavorativo del Riccio e vi erano alcune perplessità legate all’inchiesta di Genova che lo coinvolgeva. Eppure a suo tempo il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ne aveva esaltato le grandi capacità investigative. Chi sta proteggendo il generale Nunzella?
Ci auguriamo che la questione professionale del Riccio non sia una sorta di paravento, dietro il quale si potrebbero nascondere interessi molto più alti.
Nella stessa udienza del 20 marzo sono stati sentiti anche l’allora capitano Marco Paolo Mantile, il colonnello Michele Siini e l’ingegnere Giuseppe Lo Torto.
Il processo proseguirà il 3 aprile prossimo.

Antimafia Duemila – Ciancimino: ecco chi erano i soci di mio padre

Antimafia Duemila – Ciancimino: ecco chi erano i soci di mio padre.

di Silvia Cordella – 25 marzo 2009
Sono nomi eccellenti quelli che lunedì sono stati snocciolati in aula da Massimo Ciancimino: “Salvo Lima, Calogero Pumilia, Enzo Zanghì, Pino Blanda, Enzo Cirà  e Carlo Vizzini”, tutti “personaggi – ha detto – legati alla società del gas di mio padre da vincoli societari” più o meno occulti.

Le rivelazioni di Ciancimino stanno portando dunque a galla una serie di inquietanti retroscena, dalla Trattativa del ’92 alle cointeressenze occulte con don Vito Ciancimino di isospettabili (o quasi) personaggi. Argomenti destinati a turbare i vecchi salotti di Palermo e minare forzieri mai aperti. Ma il figlio dell’ex sindaco di Palermo va ancora oltre, aprendo la porte a una probabilità drammatica. “Qualcuno potrebbe aver ucciso mio padre” ha detto. “Ho sempre avuto mille dubbi. Io ero in Sicilia quando lui morì a Roma… era uscito quella mattina da una clinica per check-up. Aveva visto il suo medico personale. Non c’era niente, era tutto a posto. Cosa accadde nel pomeriggio e la sera nessuno lo sa”. Giovanni Falcone, quando era ancora in vita, aveva cercato di farlo collaborare. Don Vito si rifiutò. Tempo dopo erano tornati alla carica i magistrati della Procura guidata da Giancarlo Caselli, della risposta vi è traccia in un verbale del ’93: “Quando Andreotti sarà condannato anche a un solo giorno, non disperate, verrò io a trovarvi”. Andreotti fu condannato a Perugia per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli il 17 novembre 2002 ma don Vito Ciancimino muore alle 5 di due giorni dopo.
Da quel giorno sono passati molti anni e Massimo Ciancimino muove i suoi primi passi in una tappa processuale che è solo all’inizio.

IL PM CANALI? STA CON COSA NOSTRA | BananaBis

IL PM CANALI? STA CON COSA NOSTRA | BananaBis.

La denuncia di Sonia Alfano ad Affariitaliani.it

Giovedí 26.03.2009 17:00

Il maxiprocesso d’appello Mare Nostrum di Messina continua a regalare colpi di scena. L’ultimo lo ha offerto nell’aula bunker del carcere di Gazzi dove il processo sta dirigendosi, a tappe forzate, verso la sentenza. Il Procuratore generale Salvatore Scaramazza ha comunicato di aver ricevuto un fax in cui il sostituto procuratore di Barcellona, Olindo Canali ha ammesso di essere l’autore della lettera anonima consegnata dall’avvocato Franco Bertolone nell’udienza del nove marzo scorso. Lettera che poi sarebbe stata affidata ad una persona di sua fiducia ma che l’avvocato Bertolone ha detto di aver trovato nella buca delle lettere. Affaritaliani ha intervistato Sonia Alfano, figlia del noto giornalista Beppe Alfano, ucciso dalla mafia nel ’93, per capire cosa cambierà nel processo la lettera del pm Canali.

Sonia Alfano, che cosa pensa dopo che il pm Olindo Canali ha rivendicato la paternità della lettera anonima presentata in aula durante il processo Mare Nostrum?
“E’ l’ennesima conferma di quello che io dico da più di 10 anni agli inquirenti e soprattutto che ripeto nelle sedi giudiziali. Il magistrato Olindo Canali nel delitto di mio padre ha avuto un ruolo criminale. E mi assumo la responsabilità di quello che dico. Sono più di 10 anni che denuncio certi atteggiamenti e sono sempre stata presa per pazza. Nel corso degli anni non so che rilievo abbiano avuto le dichiarazioni che ho reso davanti all’autorità giudiziaria. Ma so che l’atteggiamento di  Olindo Canali  rivendica un atteggiamento criminale perchè un magistrato che manda lettere anonime, che poi le rivendica, un magistrato che va a pranzo e a cena con il cognato del boss Gullotti e rivendica quest’amicizia io lo ritengo una persona che ha un atteggiamento criminale”

Ma perché questa lettera è stata rivendicata proprio adesso?
“Bhe questo bisogna chiederlo a Olindo Canali. Lui che è stato depositario delle risultanze investigative di mio padre sulla latitanza di Santapaola. Lui che tra le altre cose è stato il primo a sapere, dalla voce di mio padre, dove si trovava Santapaola. Perché lo so, c’ero io a quel colloquio. Eravamo io, lui e mio padre. Senza contarec che è stato il pm che ha coordinato le indagini sul delitto di mio padre. Ed ha rappresentato l’accusa nel suo processo di primo grado”

E quindi qual’è il motivo di questo scritto inviato in anonimato…
“Non lo capisce nessuno. Mi auguro che in Italia si abbia ancora il criterio di capire che c’è gente che aspetta giustizia. A me è stata data solo in parte perché, per noi, le sentenze date dalla Corte di Cassazione sono valide. Ma ora attendiamo giustizia anche nei confronti di questo “Corvo”, di questa persona che per anni ha fatto il bello e il cattivo tempo a Barcellona. E che per me è ormai organico a certi sistemi. E poi bisogna ricordarsi che un magistrato per bene non andrebbe mai a pranzo con il cognato del boss. E soprattutto un magistrato per bene non avrebbe mai mandato una lettera anonima durante un processo ma anzi sarebbe andato di persona nelle sedi competenti e avrebbe chiesto di essere ascoltato immediatamente…”

E soprattutto non dopo 16 anni..
“Io a questo punto mi aspetto, non nei miei confronti nè di quelli della mia famiglia, ma in nome di tutti gli italiani che credono nella giustizia che questa persona venga punita e venga censurata. Deve essere messa in carcere per chi ha nascosto o voleva nascondere. Senza considerare che la procura di Messina e dieci volte superiore a quella di Palermo ai tempi del Corvo. E soprattutto mi aspetto, visto il trattamento ricevuto da Apicella che è un magistrato con la M maiuscola che per aver fatto il suo dovere è stato censurato e sospeso dal servizio, che una persona del genere venga messa in carcere e non venga fatta più uscire”.

Ma secondo lei cos’è successo veramente?
“Il punto non è ciò che c’è sotto. Le indagini vanno avanti da 6 anni. Sono state aperte nel 2003 dopo le mie dichiarazioni. E si basano soprattutto sugli atteggiamenti tenuti da Canali. Tra le altre cose molte volte ho chiesto il confronto con questa persona. Invece le indagini non sono mai state chiuse ma io non ho mai avuto la possibilità di confronto con Canali”

E intanto il processo è andato avanti…E le sue dichiarazioni?
“Non mi sento di dire che non siano state prese in considerazione. Soprattutto perché ho stima per i magistrati della Dia che hanno lavorato a quel fascicolo. Posso dire solo che il sistema di connivenza che c’ è tra la Procura di Barcellona e quella di Messina con una buona parte della Magistratura è possibile. Forse Canali è stato intoccabile, forse ora si è trovato alle strette. Certo è che sta cercando di fare il gioco della mafia mettendo in discussione le uniche verità che ci sono…”

E questa lettera cosa cambia…
“Per me nulla. Canali dice che Pippo Gullotti è stato assolto per tanti delitti e forse condannato per ciò che non ha fatto. Ma lui andrebbe punito proprio per questa frase. Perché se sapeva che Gullotti era stato assolto per tanti delitti perchè è stato zitto? Questo è un fatto gravissimo”

Ma secondo lei la frase scritta dal magistrato può essere vera?
“No, assolutamente. Semplicemente perché la sentenza è abbastanza chiara e articolata e ci sono un sacco di pagine che provano la colpevolezza di Pippo Gullotti”.

E quindi non crede nello scritto del magistrato Canali?
“No. Lui continua a fare quello che ha sempre fatto. E cioè stare dalla parte di Cosa Nostra. Perché, nonostante la condanna di Gullotti lui continua a rivendicare nella lettera l’amicizia con il dottor Rugolo con cui andava a pranzo e cena. Rugolo che altro non è che il cognato del Boss Gullotti cioè il fratello di sua moglie nonché il figlio del boss Ciccino Rugolo, ucciso negli anni ’80 dalla guerra della mafia”

Ma secondo lei allora quali sono le intenzioni del magistrato?
“Sicuramente quelle della mafia. Non solo. Con la lettera che ha scritto cerca di mettere a rischio le uniche persone che con me si sono battute per trovare e avere verità in questo processo. Che sono l’avvocato Redici e Piero Campagna. Lui ad un certo punto dice che solo loro sanno la verità. Ma allora qual’é la verità? Come fa a dire queste cose? Non si rende conto che ha una toga addosso?”

Ma questo scritto può essere stato dettato dalla paura per Cosa Nostra?
“Chi va a pranzo e cena con Cosa Nostra non ha paura di Cosa Nostra. Quando lui, subito dopo la morte di mio padre, venne a casa mia e, con la lacrima di coccodrillo, mi disse che era tutta colpa sua perché non era stato in grado di proteggere mio padre lo cacciai di casa. Gli dissi di accomodarsi fuori dalla porta perché se quello che diceva era vero in meno di un mese lui avrebbe fatto compagnia a mio padre. Queste le ultime parole che gli ho rivolto”

Ma è ancora vivo…
“Appunto. Certe cose mio padre le aveva dette solo a me e a lui. E io padre non l’ho mai tradito. Lascio agli altri trarre le conclusioni…”

Cambiamo argomento. Ora ha deciso di candidarsi alle Europee con l’Italia dei Valori. Cosa si può fare secondo lei per combattere la mafia sia a livello nazionale che internazionale?
“Fondamentale sarà denunciare le connivenze a livello istituzionale e politico con le varie sfaccettature delle mafie”.

E come…
“Già da mesi conduco una battaglia in Emilia Romagna contro le infiltrazioni del clan dei Casalesi, di Cutro e non solo. La mafia è riuscita ad infiltrarsi nella vita cittadina di alcune città come Reggio Emilia, Modena Bologna. Cosa importante è tirare fuori questi dati, per spiegare alla gente le tante cose non le sa. E questo si può fare rendendo pubblici i legami e le connivenze. Su mia proposta ad esempio il comune di Reggio Emilia ha approvato all’unanimità di pubblicare on line gli appalti e i subappalti della città. Ed è un primo piccolo passo per mettere alle strette cosa nostra. L’altra mossa è quella di creare in tutte le ditte unico conto per gli appalti. Tutti piccoli segnali”

Quali sono i suoi progetti?
“Per conto mio continuerò a denunciare gli agganci che le varie mafie hanno non solo a livello politico e istituzionale in Italia. Ma anche all’estero. E’ di pochi giorni fa la cattura di Strangio in Olanda e i legami con Duisburg, è saputo e risaputo che Cosa Nostra è la prima azienda italiana all’estero per il fatturato. Non è solo un problema siciliano o italiano. Cosa Nostra ha messo le radici all’estero. E per quanto mi riguarda la cosa più importante è sradicare i rapporti anche all’interno del Parlamento Perchè nel nostro parlamento ci sono tante persone che dire essere in odor di Mafia è dire poco”.

Sono cose gravi quelle che dice. Mi faccia degli esempi…
“Ad esempio non capisco come sia possibile che la seconda carica dello Stato sia stato socio di un boss e non abbia mai detto una parola, nulla. O il ministro della Giustizia vada al matrimonio della figlia del boss Croce a Napoli. Queste sono cose che devono essere affrontate, se no il nostro non sarà mai un paese libero e continuerà ad esistere un Sud relegato nelle mani di Cosa Nostra. E la loro potenza politica sarà da calcolare in base all’equazione necessità consenso. Per ora mi candido perché credo che ci sia veramente tantissimo da fare…”

Floriana Rullo

Caso Genchi: tutta la verità in un menù

Caso Genchi: tutta la verità in un menù.

alt
Gioacchino Genchi

Dopo aver svelato che i tredici milioni di intestatari di utenze telefoniche che Genchi avrebbe conservato erano in realtà dei cd rom e alcuni database negli hard disk sequestrati nell’ufficio di Genchi, in cui sono contenuti semplicemente gli elenchi telefonici a partire dagli anni novanta, urge analizzare i fatti, tralasciando le indiscrezioni. Se analizziamo i fatti l’unica cosa certa in questi numeri folli è che la diffusione dei dati relativi ad indagini in corso è notizia di reato. Di più. Questa è l’unica notizia di reato di tutta la vicenda Genchi, e guarda caso non è a suo carico. Se poi ne analizziamo i contenuti non è difficile stabilire chi l’ha commessa e chi, forse, l’ha pure istigata.


Una fuga di notizie ad arte che interviene, sempre guarda caso, assieme alla sospensione di Gioacchino Genchi dalle sue funzioni in polizia, proprio quando sono state preannunciate le manifestazioni in suo sostegno (ed in sostegno della Polizia) davanti alle questure di tutta Italia. Tutto questo circolare di numeri e numeretti, ormai è acclarato, serve ed è servito per allarmare gli italiani, in particolare i meno informati, i più suscettibili alle menzogne dei vari telegiornali e di taluna carta stampata, che considera la tutela della privacy una mera enunciazione di principio. Se ci pensate è incredibile. L’unica notizia di reato nell’inchiesta romana passa inosservata agli occhi della procura di Roma. Che sbadataggine, perbacco! Il difensore di Gioacchino Genchi, l’avvocato Fabio Repici, aveva subito chiesto alla procura quali fossero le iscrizioni del suo assistito nel registro delle notizie di reato. Niente da fare. Erano secretate per il dottor Genchi, ma erano state prima anticipate, poi diffuse e successivamente confermate alla stampa. Ma proseguiamo nel nostro viaggio dell’assurdo dopo esserci gustati l’aperitivo. Al dottor Genchi vengono contestate le interrogazioni all’anagrafe tributaria senza che venga indicato un solo nome “abusivo”, un solo codice fiscale o una sola denuncia dei redditi di un italiano o un qualunque altro dato che avrebbe interrogato in maniera immotivata e, quindi, fuori dai suoi mandati da consulente dell’autorità giudiziaria, compresa la stessa Prcoura della Repubblica di Roma che, in tutti gli incarichi conferitigli, fino a qualche settimana fa, lo ha sempre autorizzato all’accesso ed all’interrogazione dell’anagrafe tributaria, al solo fine di verificare la corrispondenza dei codici fiscali dei reali intestatari delle utenze telefoniche. Il dottor Genchi, infatti, non svolge, non ha mai svolto ed ha chiaramente affermato di non avere mai svolto indagini finanziare e fiscali e di non saperne svolgere. Il dottor Genchi non è un tuttologo e l’unica cosa che sa fare (bene) è solo il suo lavoro, che tutti conoscono, che in moltissimi apprezzano e che in pochi, pure in malafede, temono. Da qui in poi la vicenda assume le vere e proprie connotazioni dell’assurdo. In presenza di una fantomatica “notitia criminis” (inesistente) per accertare i presunti abusi di Genchi, segnalati dall’Agenzia delle Entrate, la Procura di Roma sequestra tutti i dati di Genchi. Non sarebbe stato più semplice contestare a Genchi le risultanze dell’Agenzia delle Entrate? Io purtroppo cerco di fare il giornalista, non posso dispensare consigli legali! Di solito, in una indagine giudiziaria, un sequestro viene ordinato ed eseguito per accertare le prove di un reato, non per cercare a tutti i costi una notizia di reato, utile comunque a continuare a distruggere la reputazione e la dignità di un uomo che ha avuto il solo torto di servire solo e soltanto lo Stato e di fare fin trppo bene il suo lavoro. Senza aggiungere che il sequestro, ma lo aggiungiamo che tanto è gratis, è avvenuto in un luogo in cui la procura di Roma non ha alcuna, dicasi e leggasi alcuna, competenza territoriale. Passiamo ai secondi piatti. Gli ambienti della procura romana hanno diffuso la notizia che fossero stati sequestrati a Genchi solo gli atti e i dati legati all’indagine calabrese “Why not”. Balla numero 132. I carabinieri dei Ros, gli stessi che non perquisirono il covo di Riina dopo il suo arresto e che non arrestarono Provenzano quando gli erano a pochi metri nel 1995, su specifico decreto dei magistrati di Roma hanno sequestrato tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate da Gioacchino Genchi, da quelle relative al fallito attentato dell’Addaura ai danni di Giovanni Falcone del 1989, fino ai più recenti incarichi per gravi omicidi di mafia e fatti che, badate bene, coinvolgevano gli stessi magistrati della procura di Roma. Che c’entra con “Why not”? Forse erano proprio questi dati quelli che interessavano i magistrati di Roma ed i Carabinieri del ROS? Parliamo ora per qualche minuto di numeri; consideratelo come sorbetto. Nella fuga di notizie, che sa tanto di istitutzionale, si parla dei dati di traffico, si sparano numeri a casaccio senza considerare quanti siano gli elementi di una transazione telefonica, senza spiegare cos’è il traffico delle celle, senza speficare che non riguarda per nulla attività invasive sui soggetti controllati, perchè tutto si riduce ad evidenziare solo una, due chiamate di tutto il traffico telefonico acquisito. Le chiamate di interesse, quelle valorizzate da Genchi nelle sue relazioni, infatti, finiscono sempre per riguardare mafiosi, criminali comuni ed uomini delle istituzioni collusi con la mafia, come è stato per le “Talpe” alla DDA di Palermo, in cui il lavoro di Genchi è stato fondamentele ad identificare (ed è stato lui il primo a farlo) un marescialo del ROS (il maresciallo Riolo) ed un altro maresciallo die Carabinieri (il maresciallo Borzacchelli, frattanto divenuto deputato regionale), quali autori della fuga di notizie sulle microspie a casa del boss Giuseppe Guttadauro. Sempre in tema di numeri provate soltanto ad immaginare quante transizioni intervengono nella cella di una città, o ancor di più nella cella vicina una stazione ferroviaria, ad uno stadio o ad un aeroporto; sms, chiamate, accensione e spegnimento del cellulare. Non lo spiegano. Danno i numeri, li sbattono in faccia a chi nulla sa di queste specifiche tecniche d’ndagine e li fanno impallidire. Parliamoci chiaro, tra persone per bene e che hanno un cervello. L’unico errore, grave ed imperdonabile del dottor Genchi è stato quello di imbattersi in indagati eccellenti che si riteneveno e si ritengono immuni dalla legge penale. Questa è l’unica ragione di questa telenovelas di serie B a puntate nelle quale non si parla di ciò che di reale c’è in quei dati, dei nomi effettivi dei magistrati, dei politici, degli imprenditori, degli appartenenti ai servizi segreti e dei giornalisti di cui Genchi si stava realmente occupando e che oggi cercano di scriverne l’epitaffio. La reazione di Genchi, la sua determinazione e il suo coraggio sono una garanzia per gli italiani onesti che a migliaia, oramai quasi milioni, inondano i suoi spazi sul web, dal blog a Facebook, lasciando messaggi di vicinanza e solidarietà, tutt’altro che preoccupati di essere stati da lui intercettati. Gli scrivono i giovani Beppe Grillo, gli scrivono le casalinghe e gli insegnanti. Lo applaudono i giovani di Rifondazione Comunista come molti, moltissimi giovani di Destra, ormai orfani del loro ultimo surrogato di partito (Alleanza Nazionale) svenduto a Berlusconi nel nome dell’inciucio del partito unico, a cui solo non partecipano (ancora) ufficialmente i “diversamenti concordi” (come li definisce Travaglio) del Partito Democratico. Questo spiega tutto e spiega l’irritazione e la reazione di Rutelli, amico di Saladino, i cui tabulati e le cui intercettazioni sono pure finite nell’indagine “WhY Not”. Sono in molti magistrati in questo momento che ricordano alla Procura di Roma (o meglio ai magistrati della Procura di Roma che indagano su Genchi) che Genchi nel suo lavoro ha sempre manifestato il massimo della correttezza e del rispetto per la riservetezza e per le garanzie di libertà e di difesa degli indagati dei quali si è occupato, persino dei peggiori killer. Volevano creare un mostro e hanno creato un eroe. E ora che le cose sono chiare, la telenovelas può continuare; noi nel frattempo siamo arrivati al dolce. Per il limoncello rimandiamo alla prossima puntata, aspettando le prossime fughe di notizie ad orologeria. Intanto Genchi mantiene il silenzio che si è imposto dopo la sospensione dal servizio in Polizia e dal suo status di facebook tiene solo a precisare: “Anche se sospeso dal servizio in Polizia io sto con lo Stato e difenderò il mio Capo della Polizia che mi ha sospeso fino in fondo. I nemici della Verità e della Giustizia e quelli che vi remano contro non sono nella Polizia di Stato!. Indipendentemente dal numero delle utenze e dei record dei tabulati telefonici, il valore assoluto della dignità di un uomo come Genchi è dato dai fatti, dalla sua storia, dal suo passato e ci auguriamo tutti dal suo futuro. Gli italiani onesti lo sperano, gli altri un pò meno.

Benny Calasanzio (http://www.bennycalasanzio.blogspot.com/)