Archivio Mensile: marzo 2009

È la stampa, bellezza!

Travaglio coglie chiaramente il nocciolo del problema dei giornali italiani: non rispondono più al lettore ma sono solo portavoce della casta. Chiaro che non abbiano più nessuna credibilità, sono pieni di editorialisti predicatori della fede piduista, disinformatori e diffamatori.

La cosa strana è che non protestino se tutta la pubblicità va alle reti Berlusconane lasciandoli a bocca asciutta. Però a pensarci bene la cosa non è poi così strana.

http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2200226.html

Brutti, conformisti, omertosi e per molti versi inutili. Non è un bel periodo quello che stanno vivendo i giornali italiani. Travolti dalla crisi economica, che riduce anche del 40 per cento gli introiti pubblicitari, i quotidiani annaspano e, dopo essere sopravvissuti per anni drogando i dati di vendita e di diffusione, si trovano di fronte a un bivio: o chiudere, o tentare di far passare la nottata espellendo centinaia di giornalisti e riducendo, di molto, i costi.

La soluzione, insomma, è la solita: la cura da cavallo. Solo che questa volta tagliare le spese e cercare di innovarsi almeno un po’ investendo nell’on-line non basta. O meglio, può bastare solo per allungare un’agonia cominciata nel 2000, ben prima dell’esplosione della bolla finanziaria.
Che fare, allora? Ricominciare dai fondamentali: ricordarsi cioè che un giornale trova dei lettori quando è in grado di raccontare loro (con autorevolezza) qualcosa che non sanno. Solo così ci saranno persone disposte a comprarlo.

Se devo pagare per avere delle informazioni (e delle opinioni) è ovvio che pretenda di avere informazioni (e opinioni) diverse da quelle che posso avere gratuitamente dalla tv, dalla free press o dalla rete.

Nessuno, o quasi, tra gli attempati manager e direttori che siedono ai vertici della maggioranza delle testate italiane sembra però in grado di capirlo. Raccontare cose diverse vuol dire infatti faticare molto, rompere schemi mentali, abitudini consolidate e, soprattutto, andare contro corrente. Vuol dire cioè non rinunciare a raccontare il Potere, un Potere di cui anche molti editori,direttori e giornalisti fanno parte, o dal quale attendono qualcosa.

Pensate a ciò che sta accadendo in questi mesi. Le aziende editoriali per salvarsi sperano di ottenere degli aiuti dal Governo. A Palazzo Chigi si studiano diverse soluzioni: dalla cassa integrazione, fino agli scivoli per i prepensionamenti pagati non dagli editori, ma dagli enti previdenziali. Non è ancora chiaro che cosa verrà deciso. È chiaro invece che cosa accade nell’informazione: si viaggia sotto traccia, si sta tranquilli, si cerca di non irritare troppo il manovratore.

Un esempio? Marco Lillo da le colonne de “L’espresso” racconta, dati segreti alla mano, come solo Publitalia riesca a non risentire della crisi della pubblicità. Gli investitori infatti, per tenersi buono Berlusconi, tendono a dirottare sulle sue reti le loro campagne. È una notizia, non vi pare? E lo dovrebbe essere anche per i grandi giornali che la pubblicità non riescono più a trovarla. E invece Lillo scrive e tutti gli altri tacciono. O al massimo registrano e non commentano. Pensano, così, di potersi salvare, poverini. Contano su un occhio di riguardo. E sempre più soli, con sempre meno lettori, corrono veloci e a schiena curva, verso la fine che si meritano. La chiusura.

La nuova gomorra

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=14040&Itemid=48

di Antonio Nicaso – 19 marzo 2009
Hanno spodestato Cosa nostra negli Usa. Sono alleati con messicani e colombiani. Monopolizzano l’import di coca in Europa. Colonizzano le risorse dell’Africa. Rapporto sull’impero della mafia calabrese.
L’America è sempre più cosa loro. Per il governo di Washington, le ‘ndrine calabresi rappresentano una “crescente minaccia”, al pari dei terroristi di Al Qaeda o del ritorno in azione dei guerriglieri del Pkk, il partito separatista curdo. Se le tradizionali famiglie di Cosa nostra fanno fatica a svecchiare gli organici, la ‘ndrangheta investe nella produzione di foglie di coca con i paramilitari colombiani e gestisce ingenti partite di droga con i Los Zetas, il braccio armato del più potente e sanguinario cartello messicano, quello del Golfo, che ormai controlla l’intera distribuzione di cocaina negli Stati Uniti.

È solo una delle facce della ‘nuova Gomorra’, che dalla Calabria si espande in quattro continenti: dopo avere colonizzato l’Europa adesso si allarga nelle Americhe e in Africa. Unendo armi e soldi, violenza e investimenti, è sempre un passo avanti rispetto agli investigatori: dalle miniere congolesi del coltan, minerale fondamentale per i telefonini di ultima generazione, all’infiltrazione negli appalti dell’Expo di Milano 2015 (vedi articolo a pagina 42).

La scoperta dell’America Da New York a Miami, la ‘ndrangheta si è ormai allargata a macchia d’olio. Quella che un tempo in Florida per la sua invisibilità veniva paragonata all’altra faccia della luna, oggi è una delle poche organizzazioni criminali capace di fornire capitali in una economia fortemente spossata dalla crisi. Negli States segnati dalla recessione comprano tutto, come succedeva in Germania agli inizi degli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, quando la ‘ndrangheta intuì il grande business della riconversione di una delle aree industriali più grandi del continente, dove, oltre un secolo prima, era nato il capitalismo tedesco. Ma l’intera Europa orientale allora diventò terra di conquista. Uno dei globetrotter della ‘ndrangheta venne fermato con 2.600 miliardi delle vecchie lire mentre nell’ex Unione Sovietica stava cercando di acquistare una banca, una raffineria di petrolio e un’acciaieria. Adesso invece l’Eldorado è il Nord America spossato dal credit crunch.

Oggi negli Stati Uniti la ‘ndrangheta comanda senza dare ordini. E comunica senza parlare. Come è successo recentemente a Manhattan, dove un broker delle ‘ndrine è stato avvistato al tavolo di un ristorante, in compagnia di tre trafficanti. Il broker calabrese e i tre narcos messicani, dopo aver ordinato del pesce, hanno cominciato a scambiarsi messaggi di testo con il Blackberry attraverso il ptt – push to talk -, uno dei pochi sistemi che, come il software di Skype, non è intercettabile. Rimanendo praticamente in silenzio per tutto il pasto, tra un’aragosta e un cocktail di gamberi, si sono messaggiati per concludere i loro affari.
High tech e vincoli di sangue: la forza della ‘ndrangheta sta proprio nella capacità di adattarsi a qualunque situazione, senza mai snaturarsi, senza mai venir meno a quel modello di società con regole e valori che, dalla seconda metà dell’Ottocento, si tramandano di padre in figlio. “Le parentele sono le uniche stratificazioni ammesse nella gerarchia delle ‘ndrine”, spiega Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, uno dei magistrati più esposti nella lotta alla ‘ndrangheta: “È una realtà omogenea, difficilmente penetrabile dall’esterno, in grado di rigenerarsi, consolidarsi ed espandersi mediante unioni matrimoniali e comparaggi con esponenti di altre famiglie”. A New York come a Duisburg, a Toronto come ad Amsterdam.
Fronte del Golfo L’alleanza con i narcos messicani rappresenta la nuova frontiera, una superlega di boss che non si scompone neanche dopo il sequestro di sessanta milioni di dollari o la perdita di 16 tonnellate di cocaina e 25 tonnellate di marijuana, come è successo pochi mesi fa nel corso dell’operazione Solare, coordinata dalla procura distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e condotta in collaborazione con la Drug enforcement administration (Dea), l’antidroga americana. In Messico, da alcuni anni, l’odore di sangue rappreso sa di ferro rugginoso. Come quello delle armi usate per spartire torti e ragioni in una guerra civile per il controllo del traffico di droga, un giro da 25 miliardi di dollari che soltanto nel 2008 ha causato più di 5.400 morti. In Italia la cocaina gestita dai narcos messicani arrivava nascosta su piccoli aerei commerciali o in container che viaggiavano a bordo di navi. I pagamenti venivano effettuati con il sistema del money transfer attraverso le agenzie Western Union. Più creativo era invece il meccanismo per aggirare i controlli della Dea. Lungo il confine erano state costruite gallerie con ascensori e minirotaie, ma spesso la neve arrivava nel mercato più ricco del mondo grazie a semisommergibili, motoscafi e piccoli jet intestati a prestanomi.

Il sogno dei narcos messicani era quello di conquistare il mercato europeo, dove il consumo di cocaina è in crescita, rispetto a quello calante degli Stati Uniti. E per sbarcare in Europa avevano bisogno della ‘ndrangheta, “gente tosta di cui ci possiamo fidare”, come facevano notare nelle loro conversazioni, ignari delle cimici che ne registravano anche i sospiri. Gente tosta come la madre di Giulio Schirripa, uno degli arrestati che gestiva una pizzeria nel quartiere Corona di New York e che era in contatto con gli emissari del cartello del Golfo. Le intercettazioni ne fanno un ritratto spietato: “Dovevamo farli a pezzi”, diceva la donna riferendosi ad alcuni clienti insolventi. “Come Rambo, dovevamo fare, come Rambo. Perché loro non sanno chi siamo noi”.
Per gli investigatori, gli Schirripa facevano parte di un consorzio di famiglie in grado di organizzare grossi carichi di cocaina con profitti enormi che poi venivano investiti in alberghi, ristoranti, imprese, supermercati, ma anche in Borsa, come era successo qualche anno fa in Germania dove altre ‘ndrine avevano messo le mani su un grosso pacchetto di quote azionarie della Gazprom, l’azienda monopolista russa del gas.

Come Al Qaeda “È globale, pervasiva e utilizza una rete molto simile a quella di Al Qaeda”, spiegano i vertici dell’Fbi, citando l’ultima relazione della commissione parlamentare Antimafia. Nel maggio dello scorso anno, l’amministrazione Bush ha inserito la ‘ndrangheta nella lista nera delle organizzazioni criminali dedite al narcotraffico, al pari delle più potenti reti terroristiche che finanziano le loro operazioni con il commercio della droga. “Prima erano presenti solo nello Stato di New York e in Florida, ora sono in forte crescita, tanto da costituire una minaccia per la sicurezza nazionale”, confermano gli investigatori americani. Sono cresciute nel silenzio, muovendosi sotto traccia, senza mai dare fastidio.

Il boss guerrigliero Prima di scendere a patti con i messicani, per decenni le ‘ndrine hanno collaborato con i cartelli colombiani. Erano gli unici ad avere basi in Colombia. Giorgio Sale, un imprenditore romano, per esempio, trattava direttamente con Salvatore Mancuso, l’ex capo delle Auc, l’Autodefensas Unidas de Colombia, una ciurma di narcos in tuta mimetica. Trattava per conto della ‘ndrangheta l’acquisto di droga, occupandosi anche del riciclaggio del denaro sporco in mano ai paramilitari colombiani. “Il giro d’affari era di 7 miliardi di dollari l’anno”, ha ammesso Mancuso, il quale, prima di finire in un carcere americano con l’accusa di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, stava progettando di trasferirsi in Italia, il paese dal quale era emigrato il padre, originario di Sapri, in provincia di Salerno. In una conversazione intercettata dalla polizia italiana, Sale parla di una ingente somma di denaro che Mancuso era andato a ritirare: “1.800 milioni (…) la prima tranche del cinquanta per cento”. Soldi, montagne di soldi, destinati a diventare villaggi turistici, soprattutto in Toscana, attività imprenditoriali pulite, ma che servivano anche per acquistare un palazzo che si affaccia sui giardini del papa.

L’ultima frontiera “Oggi il problema della ‘ndrangheta non è quello di fare soldi, ma di giustificarne la ricchezza”, spiega il tenente colonnello del Raggruppamento speciale operativo (Ros) dei carabinieri Valerio Giardina, l’uomo che ha catturato Pasquale Condello, detto ‘il Supremo’, uno dei boss più potenti della ‘ndrangheta. Condello leggeva Gabriel García Márquez e cenava con ostriche e champagne. Nell’appartamento dove è stato arrestato, dopo vent’anni di latitanza, gli uomini del Ros hanno trovato un manuale del ‘Sole 24 Ore’, una sorta di vademecum su come e dove investire senza rischi. Perché i capi dei calabresi sono tradizionalisti in casa e innovatori nell’intuire le potenzialità all’estero. Dopo le Americhe, l’Oceania, l’Europa e l’Asia, l’Africa è diventata la nuova Tortuga, l’ultimo tassello nel risiko delle ‘ndrine, l’unica vera mafia veramente globalizzata.
Dopo i diamanti, la ‘ndrangheta ha messo gli occhi sul coltan, il preziosissimo minerale che serve ad ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione: un elemento fondamentale per i telefonini. Per convincere i miliziani congolesi è bastato un carico di armi. “Por la plata lo que sea”, come dicono in Colombia. Per i soldi qualunque cosa.

L’infiltrazione della mafia all’interno delle istituzioni

Anche Sonia Alfano, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della mafia, è candidata per l’Italia dei valori (megagalattico 3). E’ già stata candidata alla presidenza della regione Sicilia per la lista degli amici di Beppe Grillo. E’ la figlia del giornalista Beppe Alfano ucciso perchè aveva scoperto che il capo della mafia catanese, Nitto Santapaola, era latitante a Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina. Dietro all’omicidio ci sono anche strani movimenti di massoneria e servizi segreti.

Le parole di Sonia Alfano sono di forte denuncia:

Purtroppo sono all’ordine del giorno le prove dell’infiltrazione della mafia all’interno delle istituzioni. Per fare un esempio, mi viene in mente il nome di Renato Schifani, presidente del Senato, che qualche anno fa era socio in affari del boss Nino Mandalà di Villabate. Oppure, mi viene in mente il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che piacevolmente andava ai matrimoni delle figlie dei boss, in fattispecie del boss Croce Napoli con cui si intratteneva, si abbraccia e si bacia…”

Da http://www.antoniodipietro.com/2009/03/sonia_alfano_in_europa.html

Don Ciotti: no ambiguita’, Chiesa parli chiaro

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=14024&Itemid=48:

19 marzo 2009
Caserta. A Casal di Principe don Luigi Ciotti, presidente dell’Associazione Libera, chiede risposte a tutti: alla gente, alla politica ma anche alla stessa Chiesa che, in merito alla lotta alla criminalità organizzata “deve parlar chiaro, non deve fare sconti”.

Don Ciotti ne parla in occasione della manifestazione per ricordare don Peppe Diana, a quindici anni dalla sua morte. Chiede “meno parole e più fatti” e chiama in causa anche il mondo della Chiesa. “Serve una linea di fermezza – ha detto – bisogna ribadire sempre l’incompatibilità tra l’azione criminale e il Vangelo”. “Fuori dalla chiesa – urla dal palco don Ciotti – uomini e donne di mafia. E’ incredibile che al matrimonio di Totò Riina c’erano tre preti che celebravano la messa“. Quindi l’appello finale: “La Chiesa, tutta la Chiesa respinga le ambiguità”.

I messaggi del Massone, ovvero l’Italia contemporanea spiegata da Corrado Guzzanti

http://www.youtube.com/view_play_list?gl=IT&hl=it&p=FE7B746F3E136B8D

Senza tregua

Ecco un’altra intervista a De Magistris

Dopo la sua candidatura ecco che il sistema reagisce immediatamente: spunta una nuova indagine contro di lui.

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13988&Itemid=48

De Magistris indagato con accuse ridicole e infondate
Non ci sono parole per commentare la notizia, appena battuta dalle agenzie, secondo la quale Luigi De Magistris sarebbe indagato dalla procura capitolina “per i reati di abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio insieme con sette pm di Salerno, tra cui l’ex procuratore Luigi Apicella”.
Il fascicolo sarebbe stato trasmesso a Roma dai magistrati di Catanzaro, ossia quei giudici sui quali la procura di Salerno stava svolgendo indagini prima che scattassero, per i titolari di quelle stesse indagini e per l’allora procuratore capo Apicella (colpevole di aver posto un timbro su un decreto di sequestro probatorio giudicato perfettamente legittimo dal Tribunale del Riesame), le medesime immotivate sanzioni disciplinari del Csm che già avevano colpito lo stesso De Magistris. Quei giudici sospettati di aver insabbiato le inchieste dell’ex pm di Catanzaro che riguardavano non soltanto “personaggi eccellenti” del mondo politico-istituzionale ma anche soggetti interni alla magistratura.
Le nuove accuse rivolte a De Magistris, ossia quelle di aver strumentalizzato l’intero ufficio di procura di Salerno (compresi quei magistrati che non si stavano occupando del suo caso) per piegarlo ai suoi desiderata sono assolutamente ridicole. Oltre che infondate, come ha specificato anche l’avvocato del neo-indagato Stefano Montone. Che ha parlato, e lo condividiamo, di “tesi paradossale” spiegando che secondo la magistratura catanzarese De Magistris sarebbe stato “l’ispiratore, oltre che l’istigatore, delle attività giudiziarie dell’intera procura di Salerno”.
Che la notizia della candidatura di De Magistris alle europee avrebbe suscitato reazioni, e magari qualche (fondato) timore, era più che prevedibile. Ma come sempre all’indecenza non c’è limite.

BREAKING NEWS (2): dopo De Magistris anche il giornalista Carlo Vulpio candidato alle elezioni europee per l’Italia dei Valori

BREAKING NEWS (2): dopo il giudice De Magistris anche il giornalista Carlo Vulpio candidato alle elezioni europee per l’Italia dei Valori (megagalattico bis! :-D )

Vulpio è il giornalista a cui corriere della sera aveva tolto l’incarico di seguire le inchieste di De Magistris perchè raccontava tutto, anche facendo i nomi dei personaggi coinvolti anziché tacere sul marciume e la corruzione del sistema

http://www.antoniodipietro.com/2009/03/carlo_vulpio_in_europa.html

Auto blu e polvere bianca

Da http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2197411.html:

Uno degli aspetti più demenziali (e oscurati) della legge Alfano sulle intercettazioni è questo: si può intercettare solo in base a “elementi non limitati ai soli contenuti di conversazioni intercettate nel medesimo procedimento”. Traduzione: gli indizi raccolti in un’intercettazione non bastano più per prorogarla o per disporne un’altra. Occorrono elementi diversi, esterni. Che combinazione: proprio come nel caso avvenuto qualche mese fa a Palermo. La squadra Mobile intercetta un pusher della “Palermo bene”, Stefano Greco. E con ascolti, appostamenti e pedinamenti, smaschera una rete di spacciatori e consumatori che, di fatto, finanziano il traffico di droga. Uno dei destinatari, stando alle intercettazioni, è Ernesto D’Avola, autista di Gianfranco Miccichè (uomo forte di Forza Italia in Sicilia e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Cipe, appena incaricato da Berlusconi di “gestire il passaggio da Forza Italia al Popolo della Libertà” insieme ad Alfano).

D’Avola comunica col pusher tramite un intermediario, che il 5 dicembre scorso gli passa la “roba”. Gli agenti, presenti sul posto, bloccano l’auto di D’Avola, accompagnato da un amico, subito dopo la consegna. E vi sequestrano una busta piena di cocaina con su scritto “On. Gianfranco Miccichè”. Quel che accade dopo lo raccontano due informative della Mobile al Questore e alla Procura: “Il D’Avola consegnava spontaneamente il plico, dicendo che il tutto era di pertinenza dell’on. Miccichè. All’interno risultavano custoditi grammi 5 di sostanza, che a seguito di accertamento risultava essere cocaina”. Poi però D’Avola e l’amico cambiano idea e sostengono che la coca era per uso personale.

Ancora qualche mese e, approvata la “riforma”, la trafila dal pusher all’intermediario all’autista del sottosegretario sarebbe rimasta sepolta per sempre. Non solo, ma l’intricato giro di spaccio non sarebbe mai stato scoperto: per intercettare l’intermediario e poi il destinatario ultimo (o penultimo?), gli agenti avrebbero dovuto fermarsi e cercare elementi “esterni” a quelli contenuti nelle intercettazioni del pusher. Mission impossible. Inchiesta bloccata a metà, sul più bello. Nelle indagini di droga, come in tutte quelle sui reati “in itinere”, le varie consegne emergono dalle intercettazioni. Si risale dal basso verso l’alto, dall’ultimo spacciatore ai vertici e ai finanziatori dell’organizzazione. Una tecnica investigativa che presto sarà proibita dal governo dei “pacchetti sicurezza” e della “tolleranza zero”. Chissà che ne dice l’altro sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, quello con delega alla lotta alla droga, autore della legge che punisce anche l’uso personale, impegnato in questi giorni a Trieste nella Conferenza nazionale sulle droghe. Ancora pochi mesi fa tuonava: “La linea del governo è chiara: drogarsi è illecito”. Ora non vorremmo che organizzasse una ronda sotto la sede del Cipe.

BREAKING NEWS: il giudice De Magistris candidato alle elezioni europee per l’Italia dei Valori

BREAKING NEWS: il giudice De Magistris candidato alle elezioni europee per l’Italia dei Valori (megagalattico!!! :-D )

http://www.antoniodipietro.com/2009/03/luigi_de_magistris_in_europa.html

“…E’ l’impegno della società civile che entra in politica e che, quindi, vuole fare qualcosa di concreto. Un progetto che vorrà mettere le prime fondamenta, le prime basi nelle elezioni europee, ma che di certo punta ad una nuova politica in Italia. Questa politica della trasparenza, dell’onestà, della legalità e delle cose concrete è l’opposto del sistema di casta nel quale ci troviamo ormai immersi da anni.
Voglio dare la disponibilità, con coraggio, per fare qualcosa di diverso, di rischioso, ma entusiasmante. Credo che possa essere importante.
L’Europa è un luogo dove bisogna assolutamente portare un’altra immagine di questo Paese, che non è quella di coloro che hanno depredato i finanziamenti pubblici europei. E’ un’Italia che vuole cambiare, che vuole dare un’immagine, non solo di apparenza, ma di sostanza e fare una politica assolutamente diversa. …”

A me sembra un messaggio forte di speranza per un’Italia migliore e libera dal malaffare.

Da una parte De Magistris con Di Pietro e dall’altra Mastella con Berlusconi. Da che parte stia la mafia mi pare evidente.

Per chi non lo conoscesse, De Magistris è un giudice che con le sue inchieste aveva fatto luce su come vengono dirottati miliardi di euro di finanziamenti dell’unione europea verso le tasche di mafia, politici e massoni vari. L’indagine arrivava a toccare personaggi di primo piano della politica nazionale. Per questo prima l’hanno delegittimato, poi gli hanno tolto l’inchiesta e poi l’hanno trasferito. Simile persecuzione per il loro appoggio alle indagini di De Magistris è toccata al vescovo Bregantini (trasferito), al giornalista del corriere della sera Carlo Vulpio (tolto l’incarico), al maresciallo Zaccheo (trasferito) e al vicequestore Genchi, consulente di De Magistris nell’incrocio dei tabulati telefonici (sotto inchiesta).

Mi sento di buon umore :-D

Associazione a delinquere fra i Ros

Dopo la mancata perquisizione del covo di Riina, il mancato arresto di Provenzano nel 1995, il sequestro dei computers di Genchi, ecco un’altra brutta storia per il ROS:

Da http://
www.danielemartinelli.it/2009/03/17/associazione-a-delinquere-fra-i-ros/
:

Al tribunale di Milano si sta svolgendo un processo completamente oscurato dalle televisioni e anche dai giornali.
Tra gli imputati ci sono una dozzina di agenti del Ros, il loro numero uno Giampaolo Ganzer e il giudice Mario Conte, tuttora in carica alla procura di Bergamo, oltre che alcuni narcotrafficanti originari della Colombia e del Libano. Tutti imputati di associazione a delinquere, peculato e falso ideologico.
Secondo l’accusa il gruppo di ufficiali istigava l’importazione di sostanze stupefacenti in Italia da immettere sul mercato, parte delle quali venivano sequestrate durante le loro operazioni passate su giornali e televisioni come brillanti operazioni antidroga.
Alle udienze che si stanno tenendo al ritmo di 2 a settimana nell’ottava sezione penale del tribunale meneghino, stanno sfilando appuntati e brigadieri in servizio, chiamati a raccontare ciò che sanno su alcune partite di droga sequestrate negli anni ‘90.
La corte d’assise giudicante è presieduta da Luigi Caiazzo, la pm titolare dell’inchiesta è Luisa Zanetti. Nel video postato i maggiori dettagli.

I veri nemici della Rete

Siamo messi male e la recente sentenza della corte di cassazione ci porta verso il baratro democratico

Da http://punto-informatico.it/2577738/PI/Commenti/cassandra-crossing-veri-nemici-della-rete.aspx:

Roma – L’ONG Reporters sans Frontières ha redatto un interessantissimo (ed allarmante) rapporto intitolato “I Nemici di Internet” la cui lettura vi consiglio vivamente. Oltretutto il “gioco di concetti” dell’immagine in copertina vale da solo un intero discorso.

Sono 12 i paesi “Nemici di Internet” presentati in questo report: Arabia Saudita, Burma, Cina, Cuba, Egitto, Iran, Corea del Nord, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. Sono elencati poi altri 11 paesi definiti “sotto osservazione” per gli stessi motivi: Australia, Bahrain, Belarus, Eritrea, Malaysia, Corea del Sud, Sri Lanka, Thailandia, Emirati Arabi, Yemen, Zimbabwe. Per ogni paese sono forniti i dati ed una scheda con i fatti che hanno portato alla sua selezione.

Anche semplicemente scorrendo questi due elenchi si notano cose che danno da pensare: vi sono inclusi il paese più popolato della terra (Cina), una enorme democrazia di lunga data (Australia), il più ricco (Emirati Arabi), quello con la più alta percentuale di utenti Internet (Corea del Sud), un paio di potenze nucleari e tre paesi così poveri che il salario medio mensile è di 40 dollari o meno.

Sono convinto che tutti i lettori del rapporto (incluso me) abbiano subito scorso velocemente l’elenco per vedere se la nostra Italia vi compariva. Verificata l’assenza molti avranno tirato un piccolo sospiro di sollievo, qualcuno forse con una puntina di perplessità. Tutto questo merita certamente un approfondimento.

L’introduzione al report recita testualmente: “Internet rappresenta la libertà, ma non dappertutto. Con il pretesto di proteggere la morale, la sicurezza nazionale, la religione e le minoranze etniche, perfino il potenziale spirituale, culturale e scientifico della nazione, molti stati ricorrono al filtraggio del web per bloccare alcuni contenuti. I Governi non si fanno scrupoli di permettere ai loro cittadini solo una connettività parziale”.

Ma allora perché l’Italia non è elencata? Pratica la censura della Rete estesamente ed in maniera obbligatoria per tutti i motivi sopraelencati, inclusi lo sterminio dei pedoterrosatanisti e il mantenimento dello Stato nella posizione di unico biscazziere telematico.

Scorrendo nuovamente l’elenco si può notare che nella maggior parte di questi paesi non molti vorrebbero andarci a vivere. Perché? Perché c’è molta povertà, i diritti civili sono negati, manca il lavoro, per le strade ci sono criminali e ronde. Come in Italia insomma, quantitativamente assai meno ma come in Italia.

Bisogna considerare che il punto di vista di RSF è centrato sulle problematiche legate alla stampa ed alla comunicazione. È logico quindi che la loro classifica “privilegi” paesi in cui un giornalista non può proprio lavorare, o lavorando tema che quello che sta battendo a macchina possa domani farlo sparire.

Ma per i cittadini della Rete, che vedano o meglio che vogliano vedere quello che succede in Italia, il giudizio non può che essere uno. In questo elenco ci saremmo dovuti essere anche noi, perché tutti i fatti ed i fenomeni presenti in questi 23 paesi esistono, anche se in uno stadio di sviluppo più arretrato ed embrionale anche nel nostro paese, alla faccia della democrazia, della Costituzione, delle elezioni, dell’appartenenza all’UE…

È la situazione che Ingmar Bergman fa descrivere a Vergérus nel dialogo finale de L’uovo del serpente: “Il mio esperimento è come un abbozzo di ciò che avverrà nei prossimi anni. Tuttavia (è) nitido e preciso, proprio come l’interno dell’uovo di un serpente. Attraverso la sottile membrana esterna, si riesce a discernere il rettile già perfettamente formato”.

La situazione della Rete in Italia è estremamente compromessa: una struttura di network che si avvia ad essere completamente censurabile, una sovrastruttura legale che rispolverando i reati di apologia permette arbitrii manzoniani, un folto gruppo di satrapi che sventolano cappi per i cattivi abitanti della Rete, ed una folla di Eloi che danzando da un portale ad una comunità sociale vivono una vita spensierata.

Lo fanno perché non hanno niente da nascondere?
Lo fanno perché sono furbi e mettono in Rete solo cose poco importanti?
Lo fanno perché credono che la libertà possa essere mantenuta dalla “protezione” di un governo paternalistico?
Lo fanno perché si accontentano di “panem et circenses”?

Qualunque sia il motivo, la festa sta finendo, particolarmente nei paesi privi sia di risorse che di solide radici democratiche, e quando ce ne sarà bisogno l’uovo si schiuderà con perfetto tempismo. Ed allora nell’elenco dei Nemici di Internet anche l’Italia avrà un posto di riguardo.

Marco Calamari

Genchi: Precisazione all’articolo di Travaglio

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13892&Itemid=48:

A me non risulta, allo stato, alcuna denuncia del Procuratore della Repubblica di Marsala dr. Alberto Di Pisa, che ha pure rilasciato alla stampa una dichiarazione sul punto.

Genchi: Precisazione all’articolo di Marco Travaglio, che ringrazio (a scanso di fraintendimenti…)

Vedremo, quando me ne sarà data la possibilità, come stanno le cose.
La Procura di Roma mi ha pure impedito di prendere contezza del rapporto del ROS, che i giornali hanno pubblicato a spezzoni in modo strumentale, ricevendolo sicuramente da pubblici ufficiali e/o magistrati che ne erano in possesso e che erano tenuti a mantenere il segreto.
Quel segreto, però, vale solo per me, per impedirmi di difendermi ed espormi al linciaggio morale di interessati detrattori.
Sono accusato di condotte inconsistenti, grazie alle quali i magistrati della Procura di Roma – palesemente incompetenti – hanno sequestrato atti riservatissimi di indagini (riguardanti anche magistrati della stessa Procura di Roma), svolte in modo legittimo e sotto il controllo di Pubblici Ministeri e di Giudici, per conto di altre Autorità Giudiziarie dello Stato।
Quanto riportato da “il Velino” – portavoce della Procura della Repubblica di Roma – che ha puntualmente anticipato ogni iniziativa giudiziaria contro di me, contro il dr. Luigi de Magistris e contro le indagini di Catanzaro, è del tutto falso.
“La procura della Repubblica di Roma precisa: “La perquisizione presso la casa-ufficio a Palermo del vicequestore Gioacchino Genchi, disposta oggi dalla procura di Roma, riguarda esclusivamente l’inchiesta ‘Why not’ e gli accessi indebiti presso l’anagrafe tributaria”. E aggiunge: “Non saranno acquisiti o minimamente toccati dati e informazioni relativi alle consulenze e alle perizie che Genchi ha ottenuto rispettivamente dalle altre procure d’Italia o da altri giudici. Il tutto nel rispetto della segretezza delle indagini preliminari, tanto che agli operanti che hanno effettuato la perquisizione è stato precluso ogni accesso”. “La perquisizione è finalizzata alla verifica circa l’eventuale acquisizione di dati relativi ai tabulati di parlamentari raccolti in violazione della legge Boato” e di “dati su utenze di appartenenti ad esponenti dei servizi di sicurezza in violazione delle procedure previste dalla legge vigente per la formale opposizione del segreto di Stato e per la sua conferma o meno da parte della presidenza del Consiglio”. http://ilvelino.it/articolo.php?Id=796201

Vedremo chi ha scritto sotto dettatura nel tempo i pezzi de “il Velino”, di Jannuzzi e, in particolare,del giornalista Vittor Ugo Mangiavillani, che ha firmato anche l’agenzia delle 19.14 del 13-03-2009. Quando ho dichiarato “hanno buttato la maschera” non mi ero affatto sbagliato e questo lo confermo. Ci sarà un bel da ridere … per non piangere!

Gioacchino Genchi

Genchi: “io sicuramente non mi arrendo”

Ecco il servizio su Gioacchino Genchi andato in onda su La7 domenica 15 marzo 2009 nel progamma reaility:

Continuano le truffe sui “numeri” della stampa di regime

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13886&Itemid=48:

di Gioacchino Genchi

C’è proprio da scompisciarsi dalle risate sul concetto dei “numeri” che ha la stampa di regime, pari a quello che ha dell’intelligenza degli italiani.

Se i “numeri” sono inanimati e non possono ribellarsi quando vengono presi in giro, gli italiani lo stanno facendo.
Sarebbero stati centinaia di migliaia i tabulati che io avrei acquisito e diverse decine di milioni i cittadini italiani che io avrei intercettato.
Quando c’è però da riportare i numeri di quanti mi esprimono solidarietà le cifre tanto gonfiate dalla stampa di regime fanno la dieta e si punta al ribasso.
Secondo questa ultima agenzia di oggi pomeriggio i miei “fan” su facebook (che brutta espressione, non vi offendete) sarebbero solo “35”.
L’occasione di riportare la notizia, che non si poteva non nascondere, è stata utile per questo cronista della Adnkronos per riportare le ulteriore pantomime delle assurde accuse mosse a de Magistris, ricordando che io verrò “ascoltato il 19 maggio prossimo come testimone nell’ambito del procedimento disciplinare avviato dal Csm a carico dell’ex pm di Catanzaro per il noto ‘archivio’”.
La notizia che mistifica il numero dei miei amici su facebook e che ignora gli oltre 30.000 messaggi che mi sono giunti e le 166.533 visualizzazioni, fino a poco fa, della sola intervista sul blog di Beppe Grillo (http://www.youtube.com/watch?v=LbkUw0Bopmw).

Il giornalista dell’Adnkrons, infatti, molto più interessato a valorizzare le accuse a de Magistris (ed anche a me) non si è nemmeno accorto dei migliaia di blog, dei post e della ribellione del popolo della rete, che ormai invade pure i commenti alla stampa di regime.
Se ci fate caso alcune testate nazionali hanno pure rinunciato ad attaccarmi, per non subire a loro volta gli attacchi e gli insulti dei lettori.
Le espressioni più gentili che ho letto e che ho sentito dalla gente nei confronti dei pennivendoli di regime (fino all’altra sera, in occasione dell’intervento di Salvatore Borsellino alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo), è stata quella di “ipocriti”.
Loro, certo, hanno il controllo della stampa e delle televisioni, tenute in piedi per dar voce e far fare campagna elettorale ai vari Rutelli, Cicchitto, Gasparri e Mastella, persino nelle trasmissioni sportive.
Gli italiani hanno capito bene da che parte sta la verità e ormai hanno finito per accendere e guardare la televisione solo per sentire le previsioni del tempo e qualche trasmissione mezza discreta, che ancora è possibile guardare.
Voi che siete su face book, cari amici, leggete quindi l’agenzia che ho richiamato, guardate il mio profilo, cercate sui motori di ricerca e rendetevi ancora una volta dei “falsi di regime” che le agenzie giornalistiche, i giornali e le televisioni (che contribuiamo pure a finanziare) ci propinano in ogni momento della giornata.

(testo dell’agenzia)
INTERNET: DA WOODCOCK A DE MAGISTRIS, SU ‘FACEBOOK’ SPOPOLANO LE TOGHE-STAR (3) QUASI 1000 FAN PER L’EX PM DI CATANZARO, UN GRUPPO E’ SOLIDALE CON GENCHI (Adnkronos) – Un altro folto gruppo, nato su ‘Facebook’ per sostenere Luigi De Magistris, il pm di Catanzaro di inchieste come ‘Why Not’ e ‘Poseidone’, trasferito a Napoli dal Csm, raccoglie gia’ 933 fan. Al pm trasferito dalla Calabria arrivano centinaia di messaggi di solidarieta’. Frasi come ”Non mollare”, ”Siamo con te”. I suoi sostenitori scrivono che ”dalla Calabria, De Magistris ha avuto il coraggio di rompere i meccanismi perversi della politica. Ha agito con oculatezza nelle sue indagini, almeno da quanto affermato dalla procura di Salerno. ‘Why Not’ e ‘Poseidone’, ancora una volta diventano il fulcro dei legami perversi fra politica e affaristi senza scrupoli. E quindi – aggiungono – chi crede nella giustizia, chi crede nel senso del dovere e nell’onesta’….non puo’ non tifare per lui!”. Anche per Gioacchino Genchi, ex consulente informatico di De Magistris, che verra’ ascoltato il 19 maggio prossimo come testimone nell’ambito del procedimento disciplinare avviato dal Csm a carico dell’ex pm di Catanzaro per il noto ‘archivio’, c’e’ un gruppo di sostenitori. Per ora sono 35 i fan di Genchi, a cui De Magistris, secondo l’accusa avrebbe affidato un incarico che ”implicava accertamenti e valutazioni del tutto estranei a quelli di un consulente tecnico” sui tabulati telefonici acquisiti nell’ambito delle inchieste ”Poseidone” e ”Why Not”, conferendogli ”un’abnorme delega di indagini riservate al pm”. Molti i navigatori della rete che esprimono solidarieta’ al magistrato e al suo ex consulente. (segue) (Mrg/Opr/Adnkronos) 15-MAR-09 16:51

GENIUS SECULI – tratto da Zeitgeist addendum, signoraggio debito e banche

Il sognoraggio bancario

Parte 1

Parte 2

Parte 3

Sensazionale: Berlusconi fotografato in atteggiamento da gangster

Foto tratta dal settimanale l’Espresso del 26 febbraio 2009, pagina 116

Berlusconi in atteggiamento da gangster

Berlusconi in atteggiamento da gangster

Trovato il mostro: è Genchi

Da http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2195372.html:

Zorro
l’Unità, 15 marzo 2009

Alla Procura di Roma, come pure nel Ros dei Carabinieri, lavorano anche magistrati e investigatori di prim’ordine. Ma ci vorrebbe la penna di un Camilleri per raccontare il tragicomico “caso Genchi”. Genchi, per le sue consulenze per le Procure di Catanzaro e di Marsala svolte a Palermo, è indagato e perquisito dalla Procura di Roma, che non ha competenza a occuparsi di eventuali reati commessi a Catanzaro, a Marsala e a Palermo. La perquisizione è affidata al Ros, noto a Palermo per non essere riuscito a perquisire (anzi per essere riuscito a non perquisire) il covo di Riina nel ‘93 e quello di Provenzano nel ‘96. Stavolta finalmente ci è riuscito: dipende dal nome dell’indagato. I pm romani sostengono di aver preso solo atti relativi a “Why Not”. Bugia: il Ros ha asportato l’intero server del consulente, con gli originali di indagini riservatissime di numerose Procure, anche su uomini del Ros. A denunciare Genchi, oltre ai magistrati di Catanzaro (indagati a Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), è stato Alberto Di Pisa, neo procuratore di Marsala, dove Genchi lavorava sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Di Pisa era un nemico acerrimo di Falcone, sulla cui morte Genchi ha indagato a lungo. La Procura di Roma che indaga su Genchi è la stessa che ha usato e usa tuttora Genchi come consulente; e che tiene in carcere, con accuse che cambiano ogni mezz’ora, due rumeni arrestati per lo stupro che non han commesso alla Caffarella. Modesta proposta: nominare Genchi consulente per scoprire lo stupratore; oppure incriminare Genchi per lo stupro della Caffarella.

Audiointervista a Gioacchino Genchi sulle intercettazioni a politici, polizia e massoneria
di Pietro Orsatti

Caso De Magistris Ultima fermata: via d’Amelio

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13870/78/:

di Monica Centofante – 14 marzo 2009
Al momento giusto nell’indagine sbagliata. Qualcuno ha definito più o meno così, ieri, la posizione di Gioacchino Genchi, il consulente delle procure (ormai) più famoso d’Italia. Che è anche perito delle difese anche se nessuno o quasi ama ricordarlo.
DOSSIER ALL’INTERNO!

Proprio ieri il caso Genchi – propaggine del caso De Magistris – è tornato infatti alla ribalta delle cronache quando gli uomini del Reparto Tecnico del Ros di Roma, guidati dal colonnello Pasquale Angelosanto, hanno fatto irruzione nella sua luminosa abitazione-ufficio, che negli ultimi mesi, articolo dopo articolo, ha assunto sempre più, nell’immaginario collettivo, le connotazioni di una sorta di bunker antiatomico.
Le motivazioni del decreto di perquisizione, poche pagine firmate dai procuratori aggiunti di Roma Achille Toro e Nello Rossi, non si discostano dalle accuse mosse da tempo da certa politica, dal Csm e più recentemente dal Copasir. E riguardano la presunta illecita acquisizione “di tabulati di comunicazioni di membri del Parlamento” e la presunta illecita acquisizione “di tabulati telefonici relativi ad utenze in uso ad appartenenti ai servizi di sicurezza”. Insomma, lo ricorda anche il legale del Dott. Genchi, Fabio Repici, tutte contestazioni infondate se si legge “il decreto di sequestro emesso qualche mese fa dalla Procura di Salerno a carico di magistrati catanzaresi”. Un documento nel quale, spiega Repici, non solo c’è “la prova della correttezza dell’operato del Dr. Genchi”, ma anche quella “degli esorbitanti errori commessi dal funzionario del Ros che ha operato prima su delega della Procura generale di Catanzaro e che oggi opera per conto della Procura di Roma”. Quel Pasquale Angelosanto, autore di informative che Repici, ancora, ritiene siano caratterizzate da “abnormi incongruenze” e “marchiani errori”.
Nel decreto di perquisizione di Salerno, giudicato perfettamente legittimo dal competente Tribunale del Riesame, si legge che “sulle attività di acquisizione, studio, elaborazione analitico-relazionale dei dati di traffico telefonico, gli esiti delle indagini tecniche condotte dai Carabinieri del Ros – Reparto Indagini Tecniche su delega del Generale Ufficio avocante e compendiate nella relazione del 12 gennaio 2008 a firma del Colonnello Pasquale Angelosanto, non trovano conferma nelle risultanze investigative acquisite da questo Ufficio”. Eppure ieri, lo stesso Angelosanto, sentito anche come testimone davanti alla Disciplinare del Csm, guidava i Carabinieri che si muovevano, alla ricerca di chissà quali documenti, in tutti i luoghi “nella disponibilità” del funzionario di polizia indagato. Mentre lo stesso si trovava a Milano, da dove è rientrato solo in serata.
E chissà se al Col. Angelosanto (e magari a qualcun altro) avrà fatto piacere la straordinaria concomitanza delle perquisizioni con l’uscita di un articolo, annunciato qualche giorno fa, su un settimanale. Nel quale sono riportate le dichiarazioni dello stesso Genchi che attacca proprio il Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri nelle “porcherie” del quale, dice, “mi imbatto dal 1989”.
L’articolo, che avrebbe potuto suscitare scalpore e creare fastidi al Ros, è infatti passato a notizia di terzo o quarto piano.
E in quell’articolo, tra l’altro, il consulente ricorda il suo ruolo da protagonista nelle indagini svolte in seguito alla strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Mentre si accenna a quella presunta trattativa tra mafia e Stato sulla quale Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito, ha recentemente cominciato a rilasciare dichiarazioni alla Procura di Palermo. Partendo proprio da Via D’Amelio.
Ieri, ai microfoni di La7, Gioacchino Genchi ha ricordato quelle indagini. “Il motivo della mia delegittimazione – ha detto – nasce dalle inchieste sui mandanti esterni a quella strage”. Perché “nell’inchiesta Why Not, in cui ho collaborato con il procuratore De Magistris, ho ritrovato, senza volerlo, le stesse persone in cui mi ero imbattuto nelle indagini di Caltanissetta”.
Forse persone che appartengono ai cosiddetti poteri forti (forze dell’ordine e servizi segreti compresi) dei quali si fa cenno nei decreti di archiviazione delle indagini sui mandati esterni alle stragi o nel processo in corso a Palermo o nelle stesse indagini sottratte al Dott. De Magistris che, è lui stesso a dichiararlo, stavano svelando l’esistenza di una nuova P2. Molto più potente e organizzata della prima.
Da questo punto di osservazione, se fosse confermato, apparirebbero ancora più chiari i violenti attacchi perpetrati ai danni del Dott. Genchi. E la definizione di uomo al momento giusto nell’indagine sbagliata assumerebbe un altro significato.
Ieri, in un comunicato stampa, l’avvocato Repici ha dichiarato, ancora, che “ciò che si sta compiendo è la prosecuzione di una strategia di delegittimazione nei confronti del dr. Genchi, quale funzionario di polizia e consulente dell’A.g., che trova ragione nei fondamentali accertamenti fatti dal dr. Genchi sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992”.
Le indagini condotte oggi contro di lui, quindi, sarebbero soltanto il pretesto per fermare al momento giusto l’uomo che già in passato avrebbe arrecato non pochi fastidi.

Sicilia

Sono parzialmente d’accordo con Grillo: non sarei così sicuro che una Sicilia indipendente domani sarebbe la soluzione dei problemi, probabilmente diventerebbe una repubblica delle banane mafiose. Certo è che se la mafia non è stata ancora debellata, è per mancanza di volontà politica. La mafia è solo il ramo militare di un potere occulto di natura massonica che occupa le istituzioni italiane e controlla l’economia. Gli indizi sono troppi e concordanti per essere solo coincidenze:

  • Andreotti giudicato colpevole di aver aiutato la mafia ma non condannato per prescrizione
  • il giudice carnevale che annullava le condanne dei mafiosi, recentemente re-integrato in servizio dal governo berlusconi
  • molte decisioni del CSM per le quali mi è parso essere più il consiglio superiore della mafia che della magistratura,
  • dell’utri fondatore di Forza Italia, amico e socio in affari di mafiosi, condannato (in via non ancora definitiva) a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa
  • berlusconi che ospitava in casa Mangano, un mafioso che i giudici di palermo ritenevano l’incaricato di cosa nostra per il riciclaggio del denaro sporco al nord
  • berlusconi che non si sa dove abbia preso i soldi per costruire milano 2, e suo padre era un altissimo funzionario della banca Rasini dove cosa nostra riciclava il denaro sporco
  • Bruno Contrada, ex numero tre dei servizi segreti, ex capo della squadra mobile della polizia di Palermo,  condannato con sentenza definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione di tipo mafioso.
  • il ROS dei carabinieri che non perquisisce il covo di Riina e poi va a perquisire lo studio di Gioacchino Genchi,
  • lo stesso ROS dei carabinieri che si è rifiutato di arrestare Provenzano nel 1995,
  • il colonnello Arcangioli che porta via la cartella di Borsellino da via d’Amelio e nella cartella c’era l’agenda rossa in cui Borsellino annotava tutto,
  • il centro dei servizi segreti al castello utveggio da cui sarebbe stato azionato il telecomando della strage di via d’amelio
  • l’esplosivo della strage di Borsellino che era di tipo militare
  • i poliziotti e i magistrati che vengono trasferiti quando indagano troppo bene sulla mafia e sui suio legami col potere politico ed economico (per esempio quello che sta succedendo a Gioacchino Genchi)
  • Il giornalista Pippo Fava ucciso a Catania dopo aver detto in televisione in un’intervista a Enzo Biagi queste parole “Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione “
  • e molto altro ancora…

Da http://www.beppegrillo.it/2009/03/sicilia.html:

La Sicilia è la regione italiana più povera. Ha la disoccupazione più alta. La Sicilia è il nostro Far West Oscuro. In Sicilia ci sono i fichi d’india, i cannoli e i morti ammazzati. Gli eroi italiani sono spesso siciliani. I mafiosi non sempre sono siciliani. L’elenco degli eroi siciliani del dopoguerra è sterminato. Una mattanza. Mi domando talvolta se Borsellino (siciliano) e Falcone (sicilano) sarebbero ancora vivi se la Sicilia fosse una nazione indipendente. Il tritolo per Borsellino arrivò dal continente. Gli spostamenti di Falcone furono tracciati da Roma. La Sicilia in povertà, soggetta alla criminalità, è un serbatoio di elettori. Chi controlla il pacchetto di voti controlla la politica nazionale. E’ successo con Andreotti e il suo referente Lima. Più tardi vi furono 61 seggi su 61 assegnati a Forza Italia. Una percentuale imbarazzante persino per Ceaucescu. La Sicilia è il banco del Parlamento italiano. Una strana condizione. Gli equilibri della politica nazionale sono influenzati dalla regione ultima per reddito pro capite. Il valore del siciliano è nell’urna. La Sicilia ha più abitanti di Irlanda e Norvegia. Mussolini inviò il prefetto Mori in Sicilia. La trattò come una colonia. Qualche risultato lo ottenne, ma si fermò di fronte ai notabili. Stabilì con loro un patto di non belligeranza. La seconda guerra mondiale in Sicilia la vinsero in due: gli Stati Uniti e la mafia americana. L’esercito alleato fece una passeggiata in Sicilia. Una gita in confronto alla resistenza che incontrò dopo. Qualcuno gli consegno le chiavi dell’isola ed ebbe molto in cambio. Ammistrazioni locali, posti in Parlamento. La Sicilia ha avuto l’intelligenza di Majorana e la profondità di Pirandello, la ferocia di Riina e la gestione del potere di Provenzano. La Sicilia è eterna. E’ crudele. E’ indefinibile. E’ ovunque ci sia un siciliano. Per chi vi e nato Palermo è il centro del mondo. La Sicilia ha tutto. Sole, mare, paesaggi, arte, storia, agricoltura. La Sicilia non ha niente. Inceneritori, emigrazione, criminalità. E’ una chimera nata con l’Unità d’Italia. Una Nazione? Stato? Regione? in crisi di identità o, forse, con identità multiple. In Sicilia si dice ancora cattivo come un piemontese. I libri di Storia raccontano la favola di mille camicie rosse che liberano un’isola di milioni di persone. Quell’isola è in catene. E’ autonoma, ma senza autonomia. Ricca, ma povera. Ha il maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’UNESCO in Italia. Catania e Palermo sono sommerse dai debiti. L’Italia non ha fatto bene alla Sicilia. Forse, da sola, la Sicilia può risorgere. Con l’Italia, questa Italia, può solo affondare. U pisci feti da testa. E la testa è a Roma.

Ciancimino Jr. accusa Vizzini di riciclaggio. Il senatore del Pdl querela

Aggiornamento: ciancimino smentisce la notizia:

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13866&Itemid=48:

Mafia: Ciancimino, notizia non corrisponde a mie dichiarazioni

14 marzo 2009
Palermo. “Tutto quello che leggo non corrisponde ai miei colloqui con i magistrati”.

Lo dice Massimo Ciancimino in una intervista alla TgR Rai, a proposito di quanto riportato oggi da La Repubblica in cui si afferma che il senatore Carlo Vizzini è indagato in base ad alcune sue dichiarazioni, come pure il deputato Saverio Romano (Udc). “Avrò scambiato qualche battuta con l’onorevole Romano – aggiunge Ciancimino – ma con Vizzini no”. Al figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo il giornalista chiede se nei suoi interrogatori con la procura di Palermo ha parlato di coinvolgimento di “colletti bianchi”, e Massimo Ciancimino risponde: “Si è parlato anche di questo, ma non nei termini che ho letto sul giornale”.

ANSA

La notizia originale era http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13860/48/:

Palermo. Le gravi accuse del figlio di don Vito fanno tremare la citta’

di Alessandra Ziniti – 14 marzo 2009

Palermo, Ciancimino jr accusa il senatore Pdl e Saverio Romano, deputato Udc. Ora indagati
Dice di se stesso: “L’unica cosa che mi ha trasmesso papà è la correttezza”

Viaggiava su e giù tra Palermo e Roma con valigette piene di banconote e distribuiva ai politici: 900 mila euro a Carlo Vizzini, 100 mila a Saverio Romano. Massimo Ciancimino accusa e si autoaccusa e i primi nomi eccellenti finiscono, insieme al suo, nel registro degli indagati della Procura di Palermo sulla scorta delle dichiarazioni del figlio dell´ex sindaco che da mesi collabora con i pm della Dda nell´ambito di un´inchiesta, condotta dal sostituto Nino Di Matteo e dall´aggiunto Antonio Ingroia, che ha preso le mosse dalla cosiddetta “trattativa” fra Stato e mafia subito dopo le stragi del´92.
Di Carlo Vizzini, senatore del Pdl, presidente della commissione Affari costituzionali e componente della commissione Antimafia, Ciancimino parla come di una sorta di socio occulto della Sirco Fingas, la società attraverso la quale il figlio dell´ex sindaco avrebbe riciclato una parte dell´ingente patrimonio occultato dal padre. Di Saverio Romano, deputato e segretario dell´Udc siciliana, racconta invece di un sostanzioso contributo ricevuto quando era sottosegretario al Lavoro del precedente governo Berlusconi. Soldi che Massimo Ciancimino, già condannato in primo grado a cinque anni e otto mesi, afferma di aver consegnato personalmente ai due parlamentari.
Eccolo «il progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra», richiamato proprio qualche giorno fa dai magistrati di Palermo nel documento di solidarietà al procuratore Messineo dopo la pubblicazione su Repubblica di alcuni articoli sulle inchieste di mafia in cui è coinvolto il cognato di Messineo, l´imprenditore Sergio Sacco.
Indagini, quelle sulle relazioni esterne di Cosa nostra, alle quali oltre a Massimo Ciancimino, da qualche settimana, sta fornendo il suo contributo anche il tributarista Gianni Lapis, l´uomo al quale il vecchio don Vito avrebbe affidato la gestione del suo patrimonio insieme all´avvocato romano Giorgio Ghiron. Erano loro a gestire il conto “Mignon”, con quei 27 milioni di euro, provento del lucroso affare del gas al quale Carlo Vizzini, secondo quanto racconta Ciancimino, sarebbe stato personalmente interessato insieme ad altri insospettabili, soci occulti o meno del gruppo Sirco, (nel quale sarebbero appunto finiti i soldi di Don Vito) poi venduto agli spagnoli. La “quota” di Vizzini sarebbe stata di novecentomila euro. Denaro che Ciancimino jr. racconta di aver personalmente consegnato nel 2004 al parlamentare in due tranche, una da 500 mila a Roma e una da 400 mila a Palermo. A disporre la cifra in favore di Vizzini sarebbe stato Lapis,
“amministratore” di quel conto del quale, solo nei mesi scorsi, Ciancimino ha ammesso di essere il reale intestatario di sette dei ventisette milioni di euro.
E sempre Lapis, secondo le accuse di Ciancimino, avrebbe poi disposto un contributo di 100mila euro nei confronti dell´ex sottosegretario al Lavoro Saverio Romano, già indagato dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa in un´inchiesta riaperta in seguito alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella.

Tratto da: la Repubblica