Archivio Mensile: luglio 2009

I punti oscuri della strage di Via D’Amelio

I punti oscuri della strage di Via D’Amelio.

Scritto da Pietro Orsatti
Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa. Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni e le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati.
Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via D’Amelio una strage di Stato con interessi di mafia». Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un’accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi 17 anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via D’Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto. A volte sembra essere arrivati a un punto, poco dopo i fatti sembrano smentirlo. Per cercare di capire cosa avvenne in quell’anno è necessario, e inevitabile, cercare di inserire questi due episodi nel momento storico che stava attraversando il nostro Paese.
«Gli eventi cruciali del 1992 nessuno li dice. Tutti raccontano quello che succede dopo le stragi e nessuno parla di quello che successe prima – racconta Gioacchino Genchi, all’epoca commissario capo a Palermo e in seguito perito per il Tribunale di Caltanissetta sul processo Borsellino -. Nel ’92 si verificano due attacchi concentrici al sistema politico. Uno viene da “tangentopoli”, dalla procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie che seguono, alcune bene e altre meno bene, l’esempio e il metodo investigativo milanese. E l’altro attacco arriva invece da un Presidente della Repubblica che inizia a picconare quel sistema di cui ha fatto parte e lo ha generato. Parliamo di Francesco Cossiga, un Presidente della Repubblica che è arrivato alla fine del suo mandato e decide di “togliersi tutti i sassolini dalle scarpe”. Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Messo addirittura sotto stato di accusa con l´impeachment. Ed è costretto a dimettersi perché c´è un qualcuno che in Italia vuole accelerare, e che magari per prendere le redini dell´Italia avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell´autorità giudiziaria, strumentalizzare alcune iniziative ed inchieste giudiziarie. Ma è ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un Presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l´elezione del Capo dello Stato». Poi la strage di via D’Amelio a Palermo del 19 luglio 1992. Genchi è uno dei primi investigatori ad arrivare sul posto. E ricorda ancora, perfettamente, quei momenti. «Il corpo di Borsellino ancora fumava per terra, i pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall´intonaco del palazzo, e certamente là era scoppiato un ordigno che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque…  Sarebbe stato un attentato kamikaze e là non sono stati trovati morti se non i poliziotti e Borsellino. È da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva, chi ha innescato la bomba, essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall’onda d’urto». E quindi Genchi, con l’allora questore La Barbera, individua da subito l’unico punto di osservazione possibile. Castel Utveggio. «Deve essere stato fondamentale l´elemento informativo – prosegue Genchi nel suo racconto -. C’è da tenere conto che non ci si può appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivasse Borsellino, qualcuno ti deve pur dire quando Borsellino sta arrivando. E poi ci vuole un punto di osservazione: visto che in via D´Amelio venne fatta anche l´intercettazione del telefono dell´abitazione della sorella e della madre per carpire questi elementi informativi e siccome l´intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, per intenderci con la tecnologia di allora non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, capimmo che doveva necessariamente essere stata posta da una località vicino. È allora che abbiamo ipotizzato come ci fosse un’unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento».
Nel castello aveva sede un ente regionale il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde. La circostanza era stata negata inizialmente dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage. Questo scenario, inquietante, che vede uomini dei servizi sul luogo di quello che è probabilmente il punto di osservazione e di azionamento del telecomando dell’autobomba che uccise Borsellino e i ragazzi della scorta. Non è l’unica “stranezza” quell’ufficio dei servizi nel castel Utveggio posizionato in un punto strategico sulle pendici di monte Pellegrino. Sempre Genchi, nella sua deposizione alla Corte di Caltanissetta racconta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo che aveva tutta una serie di strani contatti con una serie di utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione». Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare».  E questo Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo. Ed è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. E poi c’è quell’altra telefonata, una manciata di secondi dopo l’attentato, che raggiunge il capo palermitano dei servizi, Contrada, in gita nel golfo di Palermo su una barca.
Un nuovo spiraglio sui possibili moventi della strage lo ha aperto recentemente Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il sindaco del “sacco” di Palermo. Massimo ha raccontato a i magistrati di Caltanistetta e di Palermo che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via D’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui Borsellino stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone. Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis.
Queste dichiarazioni del figlio di Vito, sommate alle altre recenti del probabile futuro pentito Spatuzza, da un lato sembrano confermare nel rifiuto da parte del giudice assassinato di accettare la trattativa fra Stato e Cosa nostra il vero movente della strage, come da tempo sospetta e denuncia il fratello di Borsellino, Salvatore, dall’altro aprono spiragli sui probabili depistamenti sulle dinamiche dell’attentato messe in atto da elementi mafiosi e non solo nel corso dei tre processi già celebrati. L’ultimo dichiarante si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Gaspare Spatuzza, che è uno dei killer di padre Puglisi, con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione quindi alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione. Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome” come in quelle di Massimo Cancimino. Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”. Altri misteri, altri personaggi e gregari che compaiono a quasi vent’anni di distanza. E come spesso accade l’unica certezza in questa vicenda rimane la morte. Che ha dato appuntamento in via D’Amelio alle 16,58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.

Il Vaccino

Il Vaccino.

Scritto da bamboccioni alla riscossa

E vaccino sarà. Non per tutti, ma quasi. L’influenza “porcina” non smette di stupire. E nemmeno il governo numero 3 del Cavaliere Berlusconi Silvio da Arcore. Che oggi, per bocca del ministro per il Welfare, Maurizio Sacconi, ha annunciato una maxi campagna da 48 milioni – leggere due volte: quarantotto milioni – di vaccini che potrebbe abbattersi su chiappe e avambracci degli italiani.

Una raffica di (potenziali) punturine e punturone che lascia un po’ perplessi. Non per altro. E’ che qualche giorno fa il sottosegretario alla Sanità, Ferruccio Fazio aveva adombrato – salvo poi autosmentirsi con lo stile tipico della “casa (delle libertà)” – la possibilità, causa influenza straordinaria, di rimandare addirittura l’apertura delle scuole. E il suo capo – insomma il ministro Sacconi – , non ci aveva pensato due volte a…

dargli una tirata di orecchie. Niente rinvio dell’inizio dell’anno scolastico, aveva puntualizzato Sacconi. Che a scanso di equivoci aveva spiegato che “preoccupazioni eccessive, non hanno ragione d’ esistere. E’ tutto sotto controllo, monitoriamo con attenzione. Non bisogna sopravvalutare e neppure sottovalutare”.

E infatti: senza sottovalutare e neppure sopravvalutare l’influenza “porcina”, il ministro a tutto tondo – che dall’alto della poltrona dell’intraducibile Welfare si occupa tanto di Sanità che di pensioni – oggi ha annunciato che il Belpaese, nel dubbio, comprerà 48 milioni di dosi di vaccino. Che 8,6 milioni di italiani – i soggetti a rischio (cardiopatici, diabetici e quant’altro) e i lavoratori della Sanità e di altri servizi pubblici essenziali – verranno vaccinati entro la fine dell’anno. Ma soprattutto – udite udite – “si sta considerando di vaccinare contro la nuova influenza anche la fascia di popolazione pari a 15,4 milioni di soggetti tra i 2 e i 27 anni, da gennaio 2010“, ha detto senza perdere l’aplomb e senza tanto scomporsi, il solito ineffabile Sacconi.

Certo, un infettivologo esperto come Mauro Moroni, direttore del Dipartimento malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, aveva spiegato – giusto lunedì scorso, dalle colonne di “Repubblica” - che sì “c’era stata una iniziale preoccupazione”, ma “oggi, dopo centinaia di migliaia di casi, si può dire che questo non è più cattivo di alcuni virus stagionali influenzali che ci hanno colpito negli ultimi 30 anni”. E aveva pure aggiunto che questa sì è “un’influenza severa”, però di norma dura 3-4 giorni e “poi guarisce, anche senza farmaci”; Poi – come se non bastasse – anche Fabrizio Pregliasco, esperto di virus influenzali dell’università di Milano, aveva liquidato tutto così sulle pagine del “Corriere della Sera”: “La nuova influenza non lascia intendere caratteristiche peggiori di quella cui siamo abituati”. Ma alla fine, evidentemente, si è deciso che la corsa al vaccino – già partita in molti altri Paesi europei e non – fosse inevitabile.

Un’ottima notizia. Soprattutto per le grandi case farmaceutiche. Che, secondo i calcoli della banca americana JPMorgan, dall’influenza di quest’anno dovrebbe guadagnare – tra vaccini e quant’altro – una decina di miliardi di dollari (circa 7 miliardi di euro). Vendite che, secondo il “Financial Times” (e “The Guardian”) rappresentano per alcuni big di Big Pharma una vera e propria boccata di ossigeno. Scrive infatti il quotidiano britannico che GlaxoSmithKline, da aprile a giugno di quest’anno, ha visto i suoi profitti (pre-tasse) calare di un 6%. Colpa della crisi. E anche della concorrenza dei farmaci generici (quelli per cui il brevetto è scaduto e che può produrre chiunque). Ma questo non ha impedito alla società di aumentare i dividendi per i proprio azionisti. Anche perchè, come ha spiegato oggi l’amministratore delegato Andrew Witty, Glaxo ha già ricevuto ordini per 195 milioni di vaccini. E conta di produrre enormi quantità di Relenza, un farmaco antivirale che – come il Tamiflu della Roche – serve appunto a combattere i ceppi più pericolosi di influenza. E per coincidenza anche quella “porcina”. Che – però e per fortuna – a discapito degli allarmi, per ora non ha fatto grandi sfracelli.

Scrive oggi il “Corriere” che: “In Europa, in 30 Paesi finora sono stati diagnosticati 17.189 casi di influenza A/H1N1 con 29 decessi nel Regno Unito e quattro in Spagna. I casi diagnosticati extra-Europa sono stati 149.364 con 810 decessi“. E allora? E allora, “L’aspetto positivo”, ha detto la commissaria Ue alla Sanità Andorula Vassiliou sempre dalle colonne del Corriere, “è che il tasso di mortalità resta relativamente debole, ma nessuno sa come il virus evolverà”.

Ambeh. Se è per questo: è ipotizzabile che esistano in natura altri (migliaia? Milioni?) di virus che è difficile sapere come si comporteranno. E non per questo si vaccinano centinaia di milioni di individui. Ma poco importa. Perchè, evidentemente, prevenire è meglio che curare. E spendere (soldi pubblici), è meglio che risparmiare. Un copione che ricorda tanto quello della fantomatica “aviaria (chi sa che fine ha fatto, alzi la mano). E che il Belpaese – come la Gran Bretagna, gli Usa, la Francia e l’Europa un po’ tutta – hanno deciso di ripercorrere “paro paro”.

Unica nota di colore: da noi il ministro del Welfare di cui sopra è anche – per coincidenza - il marito del direttore generale di Farmindustria, la lobby nostrana dei produttori di farmaci, al secolo Enrica Giorgetti. Ma si sa che gli italiani sono sempre un po’ più folkloristici e – verrebbe da dire – attaccati dalla famiglia degli altri. Chissà se un giorno i ricercatori di Big Pharma troveranno un vaccino anche per i conflitti di interessi. Sarebbe sempre a pagamento. Ma sarebbero soldi spesi bene.

Benny Calasanzio Borsellino: La bomba a Pino Masciari, un messaggio d’affetto: “Noi ci siamo”

Solidarietà a Pino Masciari in seguito al fallito attentato e ancora  una volta vergogna al sottosegretario (dis-?)onorevole Mantovano. La ricostruzione di Benny Calasanzio: Benny Calasanzio Borsellino: La bomba a Pino Masciari, un messaggio d’affetto: “Noi ci siamo”.

Ciò che è inquietante è l’incredibile tempismo di questo ordigno. Di solito, quando un ente, una commissione parlamentare o un sottosegretario ti dice: “Non sei più in pericolo”, e poi ti piazzano una bomba, l’audace veggente dovrebbe quanto meno dimettersi, chiedere scusa e chiedere di triplicare le misure di protezione per il testimone di giustizia nel mirino, prima di tornare a casa e dedicarsi al pascolo dei greggi. In Uzbekistan forse. Qui no. Anzi, io credo in fondo che Masciari se la sia messa da sola la bomba, copiando Falcone che per diventare famoso rischiò di far saltare mezza spiaggia all’Addaura. Non trova Mantovano?

Il pubblico da casa può televotare chiamando il Ministero dell’Interno e urlare alla cornetta di mandare qualcuno a proteggere Masciari. Il Grande Fratello sei tu.

Taranto, una città che non vede il cielo

Taranto, una città che non vede il cielo.

Scritto da Sandro Modeo

Tiranneggiato dai 220 metri di altezza (il doppio del Duomo di Milano) del camino E-312 o «testa del drago», l’immane agglomerato dell’acciaieria Ilva – gli altri 214 camini, gli altiforni, le cokerie, la discarica detta «Mater Gratiae», le montagne di polvere ferrosa dei «parchi minerali» – sembra strangolare, quasi fagocitare l’intera città di Taranto.

Sintesi di questo amplesso forzato, il vicino quartiere Tamburi, protetto in teoria dalle «collinette ecologiche» e invece sottoposto a una mostrificazione cromatica: i muri rosso-ruggine, le lenzuola nere ai balconi, il cimitero ruggine e nero insieme, coi becchini che a fine giornata devono lavarsi come gli operai dell’acciaieria. Una simile alterazione è il segno di un inquinamento chimico (benzoapirene, mercurio, soprattutto il più alto tasso europeo di diossina) di cui… l’Ilva è l’attore principale, «comprimari» il cementificio Cementir, la raffineria Eni, l’inceneritore di Massafra.

Un inquinamento che test genotossici hanno ricondotto a co-fattore ambientale nell’aumento del 30 per cento di neoplasie cittadine negli ultimi anni. Indagando sulla Città delle nuvole (Edizioni Ambiente, pp. 160, Euro 14, titolo allusivo a un cielo ormai perennemente opacizzato), Carlo Vulpio ci offre un libro-inchiesta che sembra scritto da un allievo di Zola e di Gogol: di Zola per la visionarietà costante che accompagna il realismo duro della denuncia, di Gogol per gli aspetti surreali e grotteschi di tanta malapolitica e malasanità.

Per un verso, vediamo così emergere i nessi causali tra un percorso molto italiano di storia industriale («quello che va bene per l’Italsider – si diceva a proposito dell’ antefatto dell’Ilva – va bene per Taranto») e le sequenze dei drammi attuali, non solo al quartiere Tamburi: allevatori che devono sterminare migliaia di pecore «contaminate»; donne che non possono allattare i figli per il tasso di diossina nel sangue; bambini col carcinoma rinofaringeo come fossero fumatori adulti.
Drammi biologici a cui se ne aggiungono di strettamente «psichici»: scioccante la zoomata sul capannone-lager dell’Ilva, dove un management sadico ha concentrato i dipendenti «degradati», facendone – come ha registrato una psichiatra – degli ebeti vaganti, soggetti psicotici ora aggressivi ora gravemente depressi.

Per un altro – ecco i toni gogoliani – vediamo come le responsabilità imprenditoriali e quelle politiche, a livello locale e nazionale, abbiano prodotto patafisici conflitti di interessi (il dottor Nicola Virtù, capo del Presidio di prevenzione dei controlli e presidente dell’ Imcor, fornitrice dell’Ilva), crudeli paradossi (l’ospedale Testa, fondato come «colonia elioterapica» per la Tbc, chiuso per le polveri silicee e ora sede dell’ Asl) e repressioni strabiche (sequestri di auto senza marmitta catalitica e ispezioni omissive nelle fabbriche).
Chi pensasse, però, al libro di Vulpio come a un concentrato di nostalgia anti-industrialista sbaglierebbe. Anzi: uno dei ritornelli consiste proprio nell’ invocazione di standard «europei» nelle emissioni e soprattutto di tecnologie meno obsolete a tutela di mansioni suicide: vedi gli operai del «piano coperchi», che inalano – secondo un’ indagine chimica disposta dalla procura – l’equivalente di 7.278 sigarette al giorno.

E pensare che per «modernizzare» l’acciaieria basterebbero 100 milioni di euro, il 5 per cento degli utili di due anni. La domanda brutale del libro è allora chiara. Se gli imprenditori agitano il ricatto dello spettro-disoccupazione e i politici (ma anche i sindacati e un’inerte società civile) li assecondano passivamente, ne dobbiamo concludere che la sicurezza e la salute sul lavoro siano degli optional? O meglio, dobbiamo rassegnarci al fatto che la vita dei lavoratori sia solo una variabile della produttività? Che «i morti che camminano» siano la condizione inevitabile di un sistema senza alternative?

Antimafia Duemila – Otto punti fermi su rapporti mafia-Stato

Antimafia Duemila – Otto punti fermi su rapporti mafia-Stato.

di Saverio Lodato -22 luglio 2009
Gli anniversari – si sa – riaccendono l’attenzione sulle pagine più nere, e irrisolte, della nostra storia. Quello della strage di Via D’Amelio, dove persero la vita Paolo Borsellino e la scorta , non si sottrae alla regola.

E posto che Cosa Nostra partecipò militarmente alla strage, mancano all’appello, 17 anni dopo, i mandanti. Che le Procura di Palermo e Caltanissetta non abbiano gettato la spugna visto il trascorrere (infruttuoso) del tempo, e continuino a cercare, va a loro merito. Ma in questi giorni, questa, che dovrebbe essere acquisizione pacifica, tanto pacifica non sembra. Procediamo per flash.

1) Che sia esistito il papello della trattativa, nella parentesi fra Capaci e via d’Amelio, che qualcuno lo abbia scritto e qualcuno ricevuto, è consacrato in sentenze passate in giudicato, vedi quella di Firenze per le stragi del 1993.

2) Che il papello non sia pubblico non è la prova del nove della sua inesistenza (non tutto quello che non è pubblico non esiste).

3) Che i Ros dei carabinieri, con in testa il generale Mario Mori, e il suo braccio destro, il capitano Giuseppe De Donno, furono manus di quella trattativa ( in rappresentanza di chi?) lo hanno ammesso, in qualche modo, gli stessi interessati.

4) Che sull’argomento Vito Ciancimino la sapesse lunga, lo sapevano sia Ciancimino stesso che Mori e De Donno, visto che i tre si incontrarono ripetutamente.

5) Che Massimo Ciancimino, figlio di “don” Vito, non abbia mai avuto la caratura criminale paterna, abbia amato sempre la bella vita, e di conseguenza non abbia nulla di cui pentirsi, o nulla a cui collaborare, come osserva Lino Jannuzzi, è argomento fragile. Oltre che testimone, sempre figlio d’arte è. Quindi, anche lui, va ascoltato, salvo poi accusarlo di millantato credito mafioso.

6) Che Riina sia uno stragista, il boia che ha ammazzato centinaia di persone, non significa che per proprietà transitiva debba essere dietro tutte le stragi d’ Italia. E lui non nega la sua responsabilità a Capaci, ma in via d’Amelio. Anche lui, dunque, va ascoltato, come, a Norimberga, i criminali nazisti (e tenuto in galera).

7) Che sia saltato fuori solo ora un moncherino di “pizzino” con mittente Cosa Nostra e destinatario Silvio Berlusconi, forse, di per sé, non significa molto. Inquieta, però, che il moncherino sia rimasto per anni insabbiato negli uffici, sebbene l’Autorità Giudiziaria dell’epoca ne fosse a conoscenza.

8) Che i magistrati che indagano siano dipinti come visionari, e quelli che invece non indagano, o insabbiano, si proclamino campioni del pragmatismo e della filosofia dei piedi per terra, è storia vecchia. Ma in Sicilia, quando i piedi sono troppo piantati per terra, spesso si scivola nelle sabbie mobili.

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it.

Nuovi indagati a Palermo, inchiesta più ampia di quella che portò alle archiviazioni
La misteriosa trattativa tra la “cupola” e uomini delle istituzioni

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta
“Intermediario americano per Totò Riina”

di SALVO PALAZZOLO

PALERMO - Le ultime richieste sono state girate ai vertici dei servizi segreti, su alcuni 007. “Voglia la Signoria Vostra illustrare le mansioni svolte nell’ambito della struttura palermitana dell’intelligence da…”. I pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, gli stessi che hanno portato a processo l’ex capo del Sisde Mario Mori per favoreggiamento a Cosa nostra, hanno riaperto l’inchiesta sulla misteriosa trattativa che vide protagonista la cupola mafiosa e alcuni uomini delle istituzioni.

Adesso, l’indagine sarebbe molto più ampia di quella che nel 2004 era stata chiusa con un’archiviazione per Totò Riina, il suo medico Antonino Cinà e l’ex sindaco Vito Ciancimino. Erano accusati di aver “veicolato” un “papello” di richieste per far cessare le stragi. Ora, l’indagine cerca oltre, perché la trattativa sarebbe iniziata molti mesi prima della stagione degli eccidi Falcone e Borsellino, e sarebbe proseguita anche oltre. Secondo i pm di Palermo, uno degli “effetti” del presunto (e raggiunto) patto sarebbe stata la mancata cattura di Provenzano nel 1995 da parte del Ros di Mario Mori, che con Ciancimino aveva iniziato a dialogare. Ecco perché le risultanze dell’ultima inchiesta potrebbero finire presto anche al processo Mori.

Intanto, ci sarebbero già dei nuovi indagati per la trattativa, al vaglio della Procura diretta da Messineo. Il filone principale che viene approfondito è quello dei rapporti fra boss e uomini dei servizi. Dalla vecchia inchiesta i magistrati hanno poi ripreso il giallo della trattativa americana di Riina. A parlarne era stato Paolo Bellini, ex estremista di destra che ai processi per le stragi aveva svelato le confidenze di uno degli assassini di Falcone, Nino Gioè, morto suicida in carcere. “Riina aveva un ulteriore canale per cercare di ottenere benefici – questa la confidenza – era una trattativa triangolare, fra Italia e Usa, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti oltreoceano per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani”.

Chissà se il misterioso intermediario è l’avvocato americano arrivato in Sicilia poco prima delle stragi. Ne ha parlato il pentito Giuffrè. Lui sa poco, solo che qualche mafioso aveva il compito di andarlo a prendere nel lussuoso albergo di Villa Igiea.

Blog di Beppe Grillo – La muta del serpente

Blog di Beppe Grillo – La muta del serpente.

C’è un serpente che si snoda per l’Italia. Un serpente di molte teste. Sta cambiando pelle. Quella che ha avuto fino ad ora non gli sta più bene. Dalla morte di Borsellino nessun magistrato è stato ucciso in Sicilia. Si possono trarre diverse conclusioni: o lo Stato ha sconfitto la mafia, o la mafia ha sconfitto lo Stato, o si sono messi d’accordo. La terza ipotesi è la più probabile.
Il papello, le condizioni proposte allo Stato dalla mafia, molte accettate nei fatti, è diventato forse insufficiente. Il figlio di Ciancimino parla come un canarino. Totò Riina, dopo tre lustri di isolamento manda messaggi a quelli che, per lui, sono i mandanti politici della morte di Borsellino. Lui sa i nomi e può dirli. Ha chiamato in causa Mancino, allora ministro degli Interni, lo smemorato di Collegno che non ricorda di aver incontrato Borsellino a Roma prima dell’attentato. Perché Riina lo ha fatto? Il processo Dell’Utri si concluderà nei prossimi mesi a Palermo. Il fondatore di Forza Italia è stato condannato a nove anni in primo grado per collegamenti con la mafia, l’appello potrebbe confermare la sentenza. Un nuovo soggetto politico sta nascendo: il Partito del Sud. Un partito autonomista siciliano è un vecchio pallino della mafia. Riappare ogni volta che i suoi protettori e i burattini politici al suo servizio non la garantiscono più. Il Pdl ha subito un tracollo di voti alle europee in Sicilia, una regione che gli regalò 61 seggi su 61 in una elezione politica. Da fare invidia a Ceaucescu. Nulla avviene per caso in quell’isola.
Ho ascoltato le conversazioni tra la D’Addario e Berlusconi. La mia impressione è che siano state preparate, studiate a tavolino. Riascoltatele, la D’Addario sembra recitare una parte. Non mi sembra verosimile che una escort rischi tutto, si metta contro il Sistema, per una concessione edilizia negata, per una promessa non mantenuta dello psiconano. Poteva vendere le registrazioni a qualunque cifra all’interessato, e non lo ha fatto. E’ una supposizione, ma la D’Addario mi ricorda il cadavere di Salvo Lima usato contro Andreotti. Altri tempi. Per lo psiconano potrebbe essere sufficiente una prostituta. Un salvagente per Testa d’Asfalto è in arrivo. Si chiama Topo Gigio Veltroni che si è proposto come osservatore esterno all’Antimafia. Proporrà una supercàzzola al posto del papello e la mafia sarà sconfitta per sempre.

La trattativa, parte seconda – L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Il blog di chiarelettere

La trattativa, parte seconda – L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Il blog di chiarelettere.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza*

Dopo la morte di Paolo Borsellino, il 19 luglio di diciassette anni fa, si prolungò ancora la trattativa tra Stato e mafia? Proseguì anche dopo la strage di via D’Amelio e dopo gli attentati del ‘93? Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso è convinto che il patto tra Cosa nostra e le istituzioni non andò in porto perché Riina venne arrestato nel ’93. Ma il ritrovamento della lettera con cui Provenzano chiede a Berlusconi una tv, pena il verificarsi di un ‘evento luttuoso’, saltata fuori durante la perquisizione del 2005 a casa di Massimo Ciancimino (figlio di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo), allunga il periodo del ‘negoziato’ fino al marzo del ’94, periodo della nascita di Forza Italia. E apre nuovi scenari investigativi che potrebbero coinvolgere di nuovo il presidente del Consiglio, già indagato per mafia (e poi archiviato per l’impossibilità temporale di concludere le indagini) dalla procura di Palermo. I magistrati palermitani stanno valutando attentamente, infatti, il contenuto della missiva: un foglio A4 tagliato a metà, di cui resta solo la metà inferiore. La lettera é scritta in un italiano sgrammaticato come se, dicono in procura, l’avesse vergata ”uno che sa scrivere, sotto la dettatura di uno che non sa parlare”. Ovvero come se l’avesse scritta Vito Ciancimino sotto la dettatura del boss Provenzano. Un giallo ancora tutto da decifrare con l’aiuto anche del capitano dei carabinieri Angeli, che firmò il verbale di ritrovamento della lettera, e che poco tempo dopo fu sottoposto ad un procedimento disciplinare per non aver seguito ‘’con la dovuta diligenza” le intercettazioni di Ciancimino nell’ambito della ricostruzione della sua ragnatela di affari.

La metà mancante della lettera, intanto, é stata interamente ricostruita in questi giorni dalla memoria del figlio di Ciancimino, assai sorpreso ed impaurito di vedere il foglio A4 mutilato visto che, come ha detto a verbale, ricorda benissimo che per anni fu conservato integro all’interno di un volume dell’enciclopedia Treccani nella casa romana del padre. E sempre integro, egli stesso provvide a trasferirlo a Palermo, quel foglio, dopo la morte del genitore che l’aveva conservato in originale, ha spiegato Massimo, visto che aveva l’ossessione di lasciare le proprie impronte digitali sulle missive che gli recapitava il capo dei capi, Bernardo Provenzano, impegnato, in quel periodo, a traghettare Cosa Nostra verso un approdo più tranquillo, lasciandosi alle spalle la stagione stragista. Per farlo, ha raccontato il boss Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, il corleonese Binu avrebbe garantito un profilo basso dell’organizzazione mafiosa in cambio di vantaggi sul pentitismo, amnistia e indulto, e la possibilità di tornare a svolgere attività imprenditoriali ad alto livello. Stessi concetti messi a verbale dal pentito Nino Giuffrè, che sostiene che la trattativa proseguì, dopo le stragi e l’arresto di Riina, per volontà di Provenzano con i nuovi referenti politici Dell’Utri e Berlusconi. E non a caso la lettera è stata depositata agli atti del processo di appello nei confronti del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso in associazione mafiosa.

*Autori de “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”

Nicola Mancino ha ritrattato!

Ich bin ein Berliner. Ovvero io sono un Italiano.

Scritto da Nicola Picenna

Da uno Stato che tratta con la Mafia, foss’anche solo per rispondere di no alle sue richieste, cosa ci possiamo aspettare? Nulla. Nemmeno che i procedimenti penali seguano il loro corso. Nemmeno che i reati vengano perseguiti. Nemmeno che ad un magistrato come Vincenzo Capomolla venga impedito di far sparire gli atti della chiusura dell’inchiesta “Toghe Lucane”. Ma dagli Italiani c’è da aspettarsi tanto e d’esempi ve ne sono in abbondanza; alcuni sono addirittura ancora viventi mentre, di quelli che non sono più tra noi, ci conforta la tesimonianza eroica. Ci sono Italiani fra i magistrati, fra i giornalisti, fra gli avvocati, fra i politici, fra i ciabattini e finanche tra i barboni. Quindi non hanno scampo. Quei quattro tromboni che occupano (usurpando) tutti i gangli dello Stato, della Finanza e della Politica, non hanno scampo. Verranno cacciati, come si conviene in un paese civile, dal popolo Italiano, cui mi onoro di appartenere. Viva l’Italia, viva gli Italiani!
Ich bin ein Berliner. Ovvero, Io sono un Italiano (licenza poetico-morale). Per la verità, la frase corretta dovrebbe essere “Io sono Italiano”. Ma ci saremmo giocati l’effetto citazione. Io sono Italiano, mai come oggi occorre rinnovare l’orgoglio di questa appartenenza che, di contro, si oppone al preteso orgoglio d’italianità della classe dirigente politica, burocratica, borghese (illuminati e non) ed istituzionale. Quando emergono aspetti non proprio edificanti nel comportamento pubblico e privato dell’homo publicus di turno, ci si affretta a riaffermare l’onore leso degli italiani.

Il Presidente Napolitano si affanna a chiedere il silenzio stampa e i maggiorenti ne condividono pensieri e finalità, seguiti dalla Rai che censura le notizie. Ebbene, chiariamolo subito, l’onore degli Italiani non è lì. Non risiede in siffatti figuri che pretendono d’essere l’incarnazione dell’onor di Patria in virtù del consenso elettorale. L’onore degli italiani non si rappresenta per elezione ma per meriti, per evidenza, per legittima dimostrazione di fulgide ed elette virtù. I giudici Falcone e Borsellino erano mai stati eletti in una competizione politica? Mai, eppure nessuno dubita che abbiano tenuto alto l’onore, la credibilità e la dignità dell’istituzione giudiziaria e dell’Italia tutta. In opposto, le avventure sessuali del premier che ricorre al meretricio mostrando problemi di personalità non certo adeguati all’alto incarico ricoperto, non offendono l’Italia, meno ancora gli italiani. Offende e disturba essere associati ad arte a siffatti personaggi. Perché dovrebbe ritenersi offeso un elettore che scopre l’eletto non idoneo a svolgere l’incarico che pur egli ha contribuito ad eleggerlo? Oggi, apprendiamo con sgomento quello che già sapevamo. Oggi ce lo comunicano con i crismi dell’ufficialità, lo dice proprio uno dei protagonisti.

Quel Nicola Mancino che aveva sempre sostenuto l’inesistenza della trattativa Stato Italiano versus Mafia. Mancino ha dichiarato che le richieste di Cosa Nostra non sono state accolte anzi, meglio, sono state rimandate al mittente con un secco: “non si tratta”. Allora significa che una trattativa c’è stata, che il “papello” è arrivato. Significa anche che se ne conosce il mittente, altrimenti a chi avrebbero comunicato il “niet”? Ecco che ora è ancora più difficile credere al Mancino che non ricorda di aver incontrato Paolo Borsellino; il giudice di punta della lotta a Cosa Nostra che aveva appena sostituito Giovanni Falcone saltato in aria a Capaci. Il Mancino che dichiara che (al più) Borsellino potrebbe essere andato ad “omaggiarlo” per la nomina a Ministro degli Interni, ma l’episodio gli sfugge “perché non conosceva Borsellino”. Il Mancino che si era detto pronto a lasciare se anche solo un’ombra avesse offuscato la sua onorabilità. Ovviamente non ha lasciato, nemmeno quando in aereo si disse contrariato perché “non riuscite a far fuori De Magistris”. Chiaramente non si riferiva ai metodi di Capaci e Via D’Amelio, quel genere di trattative avevano deciso di rifiutarlo. Meglio usare metodi democratici, non cruenti, senza spargimento di sangue innocente. Uno Stato che tratta con la Mafia, uomini che credono di rappresentare lo Stato Italiano, che dicono di rappresentare lo Stato Italiano, che si ostinano a rappresentare lo Stato Italiano ma che nulla hanno a che vedere con l’Italia e meno ancora con gli Italiani. Ecco, di fronte a tanto scempio, occorre che tutti gli uomini di buona volontà si proclamino, con orgoglio, Italiani. Io sono un Italiano!

Antimafia Duemila – Andreotti: ”Il divo” per i mafiosi era un ”gran cornuto”

Antimafia Duemila – Andreotti: ”Il divo” per i mafiosi era un ”gran cornuto”.

Antonio Patti raccontò della mafia che incontrava la politica e che con la politica non usava mezzi termini. Patti un giorno durante una delle deposizioni al maxi processo Omega parlò di Andreotti. Dei baci? No, niente affatto, ma della sua “cornutaggine”. Proprio così.
Di soprannomi il senatore a vita Giulio Andreotti nel corso della sua lunga carriera ne ha ricevuti parecchi, ma quello che di lui ha detto Antonio Patti è certo il meno onorevole di tutti. «Andreotti? È un gran cornuto». L’affermazione riferita da Patti non è sua ma di un altro boss, uno potente, il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. Pronunciata durante un summit di mafia tenutosi nel ’92 a Mazara del Vallo, dopo l’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima, il boss dei boss che secondo Balduccio Di Maggio avrebbe incontrato Riina a casa degli esattori Salvo a Palermo, con tanto di bacio. Circostanza considerata infondata dai giudici che hanno procesato Andreotti. «Fu Matteo Messina Denaro (il capo mafia del Belice latitante dal 1993, numero uno di Cosa Nostra siciliana adesso) a sollecitare Totò Riina ­- ha riferito Patti – su cosa pensava di Andreotti. E lui rispose dicendo che Andreotti era un cornuto». Ironie a parte, la riunione mazarese avvenne, come si diceva, pochi giorni dopo l’uccisione a Palermo del leader andreottiano Salvo Lima: con le sue parole Riina avrebbe potuto anche sancire che dentro Cosa Nostra era mutato il comune sentire nei riguardi del senatore a vita. E che era ora di lanciare la sfida allo Stato. Le stragi erano allora questione di settimane. Il filo del tritolo mafioso di Capaci, via D’Amelio, partiva proprio dalla provincia di Trapani e nel 93 si allungò fino a colpire Roma, MIlano e Firenze. Dietro quel “cornuto” lanciato ad Andreotti dunque la decisione probabile presa  da Cosa Nostra di cambiare anche referenti.

Dott. Lari su strage Borsellino: “Probabili rapporti tra Cosa Nostra e settori deviati dello Stato”

Dott. Lari su strage Borsellino: “Probabili rapporti tra Cosa Nostra e settori deviati dello Stato”.

“Gli investigatori lavorano su diverse ipotesi: che Borsellino fosse venuto a conoscenza della trattativa e che si fosse messo di traverso – e per questo fu ucciso – oppure che la trattativa si era arenata. Allora Totò Riina ha deciso di accelerare l’esecuzione della strage allo scopo di costringere lo Stato a venire a patti.

Quindi, lentamente, emergono possibili se non addirittura probabili rapporti tra Cosa nostra e settori deviati dello Stato”. Alla vigilia dell’anniversario dell’eccidio mafioso di via D’Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Sergio Lari, parla delle piste dell’inchiesta sui cosiddetti mandanti occulti della strage di via D’Amelio. In un’intervista al Giornale Radio Rai, il magistrato, che da un anno interroga l’aspirante pentito Gaspare Spatuzza che ha disegnato nuovi scenari investigativi sulla morte del giudice, parla anche della cosiddetta agenda rossa: il diario che Borsellino aveva il giorno della morte, misteriosamente sparito dalla borsa ritrovata nell’auto del giudice. Per la sparizione dell’agenda è stato indagato un ufficiale dei carabinieri, ripreso da alcune immagini televisive mentre si allontana dal luogo dell’esplosione con la borsa. La posizione del militare è stata poi archiviata. “Si può ipotizzare – dice Lari – che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”.


Delitto Borsellino: “Strage di mafia, ma restano delle zone d’ombra”

Delitto Borsellino: “Strage di mafia, ma restano delle zone d’ombra”.

Scritto da Guido Ruotolo

Per la prima volta Totò Riina ha deciso di offrire un contributo di maggiore chiarezza ai misteri dello stragismo mafioso. E’ una novità positiva. Il dato più importante di queste sue esternazioni è quando dice che si è stufato di fare il parafulmine d’Italia».

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, titolare delle inchieste più importanti su quell’area grigia dei rapporti tra poteri criminali e pezzi delle istituzioni, commenta lo sfogo del Capo dei capi di Cosa nostra, il corleonese Totò Riina. Che avviene alla vigilia dell’anniversario della strage di via d’Amelio, del massacro di Paolo Borsellino e della sua scorta.

Dottore Ingroia, Totò Riina dice che la strage di Borsellino è opera dello Stato…
«Non è la prima volta che indica questo scenario. Oggi lo fa con maggiore chiarezza. Finora – in questi anni voglio dire – Riina ha sempre rifiutato ogni forma di dialogo. Non ha mai voluto rispondere alle nostre domande. In passato ha mandato, talvolta, messaggi sibillini e mai un granché chiari. Ora vedo nelle sue dichiarazioni un desiderio di far chiarezza, e non solo per ragioni processuali difensive».

E allora, Borsellino chi l’ha ammazzato?
«Che Cosa nostra abbia avuto un ruolo nella strage di via D’Amelio è indiscutibile. Rimangono delle zone d’ombra al punto che non si sa ancora chi ha premuto il pulsante dell’autobomba. Possiamo aggiungere che sicuramente vi sono stati interessi convergenti con quelli mafiosi».

Il capo dei Corleonesi dice che si è stancato di fare da parafulmine…
«Lasciando sottintendere, evidentemente, che non vuole pagare per colpe altrui. Intendiamoci, Riina è l’artefice della strategia stragista di Cosa nostra, sotto il suo comando la mafia ha ucciso, ha seminato terrore, ha soggiogato imprenditori e commercianti. Quando afferma che non vuole essere più il parafulmine di tutti, dice esplicitamente che sta pagando per colpe e responsabilità non sue. Siccome da indagini e processi si sono percepite altre corresponsabilità, che però non sono mai state messe a fuoco, solo lui, depositario di queste verità, ci può indicare, spiegare, dire di chi è stato il parafulmine. Noi siamo pronti, senza pregiudizi, ad ascoltare questa sua verità. E naturalmente a verificarla».

Procuratore, Riina sostiene di non avere nulla a che fare con la trattativa, semmai sospetta che il risultato di quella trattativa è stato la sua cattura.
«Su questo aspetto non posso entrare nel merito. Da indagini e processi in corso, in effetti è emerso che vi sono state una, due, forse tre trattative. All’inizio, Totò Riina stava incominciando ad avere un qualche ruolo nella trattativa. Poi, evidentemente, è stato scavalcato».

Quando?
«Già prima del suo arresto e sicuramente dopo. Lui ne sa, comunque, più di noi».

La prima trattativa. Quella del papello. Riina si chiama fuori e invita a fare una perizia calligrafica sul pezzo di carta attribuito a lui, ma non ancora consegnato da Massimo Ciancimino, sul quale avrebbe posto allo Stato le condizioni per far cessare le stragi e gli omicidi eccellenti.
«Su questo davvero non posso dire nulla. Sono in corso indagini molto delicate. Se vi fu trattativa, certamente non fu solo interesse di Cosa nostra a chiuderla. Tutti, da subito, sin dal 1992, hanno avuto la sensazione che vi fossero altri mandanti esterni a Cosa nostra, dietro lo stragismo di quel biennio ‘92-‘94».

Strage di via d’Amelio, ricordo e quesiti ancora aperti

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”.

In  apertura del dibattito dal titolo “I mandanti impuniti”, organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo, Giorgio Bongiovanni ha dato lettura di quanto dichiarato dal Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari questo pomeriggio: “Si può ipotizzare che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi – ha continuato il magistrato -  il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”. Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha invitato il sen. Giuseppe Lumia a fare chiarezza sui rapporti tra la P2 e la politica. Giorgio Bongiovanni ha dichiarato ancora: “nel momento in cui si farà chiarezza sui mandanti occulti potremo capire chi comanda veramente in Italia. I mandanti delle stragi sono ancora al potere nel nostro Paese”.
Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha quindi invitato a leggere profondamente i giornali di oggi che parlano di questa inchiesta delicatissima che la procura di Palermo sta svolgendo su mafia e Stato. “Voglio invitare tutta la cittadinanza a sostenere la Procura di Palermo e in particolare Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che hanno nelle mani queste importanti indagini. Non li dobbiamo lasciare soli. Dobbiamo stare vicino ai magistrati onesti affinché non li uccidano come è successo a Borsellino e Falcone”. Bongiovanni ha infine concluso: “Dobbiamo difendere i magistrati liberi – ha continuato Giorgio Bongiovanni – che non sono appoggiati da alcun potere politico. Quando sentirete che attaccheranno Ingroia e Di Matteo sappiate che c’è un tentativo di isolarli. Noi dobbiamo riunirci e sostenerli”.

Blog di Beppe Grillo – Paolo Borsellino e l’equivoco di fondo

Blog di Beppe Grillo – Paolo Borsellino e l’equivoco di fondo.

Paolo Borsellino era un giudice che sapeva di essere ammazzato. Sapeva che il tritolo veniva dal continente (come dicono i siciliani), sapeva che era di origine militare, sapeva che se la mafia era l’esecutrice, una parte dello Stato era il mandante. E’ andato al macello insieme alla scorta. Ogni domenica si recava a trovare sua madre in via D’Amelio. Davanti al cancello del condominio non c’era una transenna, un divieto qualunque che impedisse di parcheggiare un’autobomba. Bastava un vigile per salvarlo.
Il fetore delle istituzioni di allora, in gran parte quelle di adesso, sta emergendo dalle dichiarazioni del figlio di Ciancimino, dalle denunce incessanti di quel piccolo grande uomo che è il fratello di Borsellino, Salvatore, dal processo a Marcello Dell’Utri in corso a Palermo. I servizi segreti trattavano con la mafia, Totò Riina dettò le condizioni della pace tra Stato e mafia in un papello, una pace tra Stati conniventi. A ognuno il suo.
La verità verrà fuori, la luce della vita e della morte di Borsellino è troppo potente per impedirlo. Paolo Borsellino ha spiegato in una delle sue ultime interviste l’equivoco di fondo della politica italiana. Il politico colluso, amico, referente, compare di affari, testimone di nozze di un criminale non ha bisogno di una condanna per uscire dalla vita pubblica. I partiti non devono “soltanto essere onesti, ma apparire onesti“. E oggi abbiamo uno psiconano per presidente del Consiglio che proclama eroe Mangano, un mafioso che viveva a casa sua e portava a scuola i suoi figli e il fondatore di Forza Italia condannato in primo grado a nove anni per relazioni con la mafia…

Lezione di Paolo Borsellino, Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989:
“L’equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va perchè la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire che ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.
Questi giudizi non sono stati tratti perchè ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto… ma dimmi un poco… tu non ne conosci gente disonesta che non è mai stata condannata perchè non ci sono le prove per condannarla? C’è il forte sospetto che dovrebbe, quanto meno, indurre i partiti a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquientanti…”.

Totò Riina, 18/7/2009:
L’ammazzarono loro“.

La mafia parla, lo Stato tace – Marco Travaglio – Voglio Scendere

La mafia parla, lo Stato tace – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Ora d’aria
in uscita su l’Unità del 20 luglio 2009

Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti.
Dal 1996 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a “trattare” con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: lo stesso Riina e Bernardo Provenzano.

Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, ingaggiò una forsennata lotta contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gasparre Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto. Pochi giorno dopo, saltò in aria anche lui in via D’Amelio. Dopodichè la trattativa del Ros con Ciancimino e i corleonesi proseguì, tant’è che i secondi fecero pervenire ai due ufficiali un “papello” con le richieste della mafia per interrompere le stragi.

Ora, dal racconto di Ciancimino jr., apprendiamo che suo padre ricevette tre lettere di Provenzano indirizzate a Silvio Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi; una nel dicembre ‘92, dopo Capaci e via d’Amelio e prima delle bombe di Roma (via Fauro, contro Costanzo), Firenze,  Milano e Roma (basiliche); una nel 1994, dopo la discesa in campo del Cavaliere, non a caso chiamato “onorevole”.Nell’ultima lo Zu’ Binnu prometteva all’attuale presidente del Consiglio, che aveva appena fondato Forza Italia e vinto le elezioni, un sostanzioso “appoggio politico” in cambio della disponibilità di una delle sue reti tv, guardacaso protagoniste nei mesi successivi di feroci campagne contro i magistrati antimafia e in difesa di imputati eccellenti nei processi su mafia e politica.

Sappiamo infine che nei momenti topici delle stragi si agitavano misteriosi soggetti dei servizi segreti, tra i quali uno col volto mostruosamente sfregiato. Ci stanno lavorando le Procure di Palermo e Caltanissetta, accerchiate dal silenzio tombale della politica e delle istituzioni. Eppure i protagonisti e comprimari di quella stagione dalla parte dello Stato sono vivi e vegeti, anzi han fatto carriera. Mancino, indicato da Brusca e Massimo Ciancimino come al corrente della trattativa, nega di aver mai visto o riconosciuto Borsellino nel fatidico incontro al Viminale, ed è vicepresidente del Csm. Mori – imputato di favoreggiamento mafioso per la mancata cattura di Provenzano nel 1996 dopo essere stato assolto con motivazioni severe dall’accusa di aver favorito la mafia non perquisendo il covo di Riina dopo la sua cattura – è stato a lungo comandante del Sisde e ora è consulente per la sicurezza del sindaco Alemanno. Gli ex procuratori di Palermo, Grasso e Pignatone, che nel 2005 trovarono a casa Ciancimino l’ultima lettera di Provenzano a Berlusconi e non ne fecero un bel nulla, sono rispettivamente procuratore nazionale antimafia e procuratore di Reggio Calabria.
Ci raccontano qualcosa, per favore?

Antimafia Duemila – Borsellino: “Perche’ no processo su agenda rossa?”

Antimafia Duemila – Borsellino: “Perche’ no processo su agenda rossa?”.

“Perché non si è potuto arrivare alla fase dibattimentale del processo sulla sottrazione dell’agenda rossa di Paolo nonostante esistano prove filmate?”Come è possibile che il processo sia stato fermato in fase di udienza preliminare?” Ha chiesto a gran voce Salvatore Borsellino. “Non darò tregua a chi si nasconde dietro a delle bugie e dice che non ricorda di avere incontrato Paolo come l’allora Ministro dell’Interno Nicola Mancino”. Salvatore Borsellino ha quindi ricordato le parole di suo fratello prima di morire:  “Sto vedendo la mafia in diretta”. Ed era un’altra rispetto alla mafia che possiamo pensare, Paolo si riferiva alle commistioni della criminalità organizzata con gli apparati dello Stato. “Mio fratello è stato ucciso perché si è messo di traverso alla scellerata trattativa tra lo Stato e la mafia. Fin dai primi anni dopo l’attentato si diceva che la strage di via D’Amelio era anomala. Riina stesso aveva  tranquillizzato chi all’interno di Cosa Nostra nutriva dubbi sul compiere quell’attentato dicendo che doveva fare un favore a qualcuno”. Infine ha lanciato un appello in merito alla manifestazione in programma domani a Palermo per la commemorazione della morte di Paolo e i cinque agenti della sua scorta. “Domani ci riapproprieremo di via D’Amelio. Vi assicuro che lo abbiamo già fatto oggi con tutte le persone che sono venute da ogni parte d’Italia a darci forza per chiedere verità sulla sparizione dell’agenda rossa. Domani nessun politico si presenterà a deporre corone pronunciando discorsi vuoti”.

Antimafia Duemila – Lumia: “Trattativa mafia stato non e’ finita”

Antimafia Duemila – Lumia: “Trattativa mafia stato non e’ finita”.

“La trattativa non ha avuto inizio dopo la strage Borsellino” ha detto il senatore Pd Giuseppe Lumia al convegno “Imandanti impuniti” organizzato dalla redazione ANTIMAFIADuemila.
“E’ ipotizzabile che abbia avuto inizio dopo la famosa sentenza della Cassazione nel gennaio 1992. Forse la veirtà – ha continuato il politico – è che la trattativa sia parte di qualcosa che c’è sempre stato e che non si è mai interrotto e non ha deposto le armi. E’ rapporto di connivenza tra mafia e Stato”

Totò Riina: dietro le stragi i piani alti della politica – Corriere della Sera

Totò Riina: dietro le stragi i piani alti della politica – Corriere della Sera.

I «messaggi» del boss accusato di decine di omicidi che parla in carcere con l’avvocato: «Non ho scritto io il papello. Nesso tra bombe e Tangentopoli»

Totò Riina: dietro le stragi
i piani alti della politica

«Borsellino fu ucciso da quelli che fecero la trattativa»

DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO
— È stato condannato a una sfilza di ergastoli per decine di omicidi e per le più sanguinarie stragi di mafia, a cominciare da quelle di Capaci e via D’Amelio. Sa che ogni sua parola può essere interpretata come un messaggio obliquo. Ma quando ieri mattina Totò Riina, il capo dei corleonesi, è uscito dalla cella a regime di carcere duro per incontrare in una saletta il suo avvocato, Luca Cianferoni, aveva bisogno di sfogarsi: «Ne so poco perché qui non mi passano nemmeno i giornali. Ma questa storia della “trattativa”, di un mio “patto” con lo Stato, di tutti gli impasti con carabinieri e servizi segreti legati al fatto di via D’Amelio non sta proprio in piedi. Io della strage non ne so parlare. Borsellino l’ammazzarono loro». Un boato così fragoroso e inquietante nemmeno il suo avvocato se l’aspettava, proprio nel diciassettesimo avversario del massacro. Ovvia la domanda immediata: «Loro? Chi sono “loro”?». E arriva la risposta, a differenza di tante altre volte, dei silenzi ermetici di tante udienze dibattimentali: «Loro sono quelli che hanno fatto la trattativa, quelli che hanno scritto il “papello”, come lo chiamano. Ma io della trattativa non posso saperne niente di niente. Perché io sono oggetto, non soggetto di trattativa. E la stessa cosa è per quel foglio con le richieste che qualcuno avrebbe presentato attraverso Vito Ciancimino. Mai scritto da me. Facciamo pure la perizia calligrafica appena viene fuori e scopriremo che io non ho niente a che fare con questa vicenda».

Evidente il richiamo al documento che il figlio di «don Vito», Massimo Ciancimino, sarebbe finalmente pronto a consegnare ai magistrati di Palermo e Caltanissetta, a loro volta impegnati in una revisione delle inchieste sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Fatti nuovi che per molti osservatori e anche per tanti familiari di vittime di mafia la stessa magistratura avrebbe potuto mettere a fuoco già alcuni anni fa, bloccata da omissioni e depistaggi denunciati negli ultimi giorni soprattutto dal fratello di Paolo Borsellino. Ma stavolta a pensarla così, per un paradosso tutto da interpretare, è proprio Salvatore Riina nello sfogo destinato a intercettare gli spinosi argomenti del processo in corso al generale Mario Mori e al colonnello Giuseppe De Donno: «Sono stati i giudici a bloccare l’accertamento perché ho chiesto io a Firenze quattro anni fa di sentire Massimo Ciancimino, per chiedergli quello che sta tirando fuori solo adesso. Ci ho provato a parlare di Ciancimino padre come tenutario di una trattativa con i carabinieri. E volevo che li sentissero tutti in aula, a Firenze. Ma i giudici non hanno ammesso l’esame. Ora parlano tutti di misteri. Ma ci potevamo arrivare, come dicevo io, quattro anni fa a parlare di una trattativa che io ho subito come un oggetto, sulla mia testa». E insiste con l’avvocato Cianferoni ricordandogli tutti i dubbi che gli vengono in cella ripensando a storie e personaggi vicini a Ciancimino padre: «La trattativa questi signori l’hanno fatta sopra di me. Non l’ho fatta io, estraneo ai patti di cui si parla».

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Il boss dei boss, indicato come lo stragista più sanguinario di Cosa Nostra e come l’uomo che voleva fare la guerra per fare la pace, ribalta così il quadro. Forse anticipando una difesa da proporre negli eventuali nuovi processi determinati dalla possibile revisione, ma blocca ogni interpretazione: «Per me credo che non cambierà nulla anche con le nuove dichiarazioni di questo pentito, Spatuzza. Non sto facendo calcoli. Ma si deve almeno sapere che io la trattativa non l’ho coltivata». Sarà un modo per rovesciare la responsabilità sull’altro grande capo, Bernardo Provenzano? Riflette un po’ Riina perché sa che molti dietro il suo arresto vedono proprio la mano di «don Binnu». «Mai detto e mai pensato», assicura a Cianferoni che trasferisce la convinzione. Aggiungendo l’ultima osservazione di Riina, pur esposta naturalmente a un basso tasso di credibilità: «Le dicerie su Provenzano sono false. Come la storia di Di Maggio. Trattativa, stragi e il mio arresto sono una faccenda molto più alta. Tocca i piani alti della politica. Bisogna capire che Borsellino è morto per mafia e appalti, non per i mafiosi». Politica? E qui riflette il legale di Riina che lo segue dal 1997, certo di interpretarne il pensiero: «Parla di politica intesa come “centri di interesse”. E a quell’epoca erano tutti in fibrillazione. Insomma, per capire che cosa c’è dietro la morte di Borsellino bisogna risalire a Milano, non fermarsi a Palermo. E guardare al nesso fra Tangentopoli e le bombe della Sicilia. Quando volevano cambiare tutto».

Felice Cavallaro

Riina sul delitto Borsellino “L’hanno ammazzato loro” – cronaca – Repubblica.it

Riina sul delitto Borsellino “L’hanno ammazzato loro” – cronaca – Repubblica.it.

Dopo diciassette anni di silenzio totale parla il boss di Corleone
E sulla strage di via d’Amelio accusa i servizi e lo Stato

Riina sul delitto Borsellino
“L’hanno ammazzato loro”

di ATTILIO BOLZONI, FRANCESCO VIVIANO

TOTÒ RIINA, l’uomo delle stragi mafiose, per la prima volta parla delle stragi mafiose. Sull’uccisione di Paolo Borsellino dice: “L’ammazzarono loro”. E poi – riferendosi agli uomini dello Stato – aggiunge: “Non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi”. Dopo diciassette anni di silenzio totale il capo dei capi di Cosa Nostra esce allo scoperto.

Riina lo fa ad appena due giorni dalla svolta delle indagini sui massacri siciliani – il patto fra cosche e servizi segreti che i magistrati della procura di Caltanissetta stanno esplorando. Ha incaricato il suo avvocato di far sapere all’esterno quale è il suo pensiero sugli attentati avvenuti in Sicilia nel 1992, su quelli avvenuti in Italia nel 1993. Una mossa a sorpresa del vecchio Padrino di Corleone che non aveva mai aperto bocca su niente e nessuno fin dal giorno della sua cattura, il 15 gennaio del 1993. Un’”uscita” clamorosa sull’affaire stragi, che da certi indizi non sembrano più solo di mafia ma anche di Stato.

Ecco quello che ci ha raccontato ieri sera l’avvocato Luca Cianferoni, fiorentino, da dodici anni legale di Totò Riina, da quando il più spietato mafioso della storia di Cosa Nostra è imputato non solo per Capaci e via Mariano D’Amelio, ma anche per le bombe di Firenze, Milano e Roma.

Avvocato, quali sono le esatte parole pronunciate da Totò Riina? Sono proprio queste: “L’ammazzarono loro”?
“Sì, sono andato a trovarlo al carcere di Opera questa mattina e l’ho trovato che stava leggendo alcuni giornali. Neanche ho fatto in tempo a salutarlo e lui, alludendo al caso Borsellino, mi ha detto quelle parole… L’ammazzarono loro…”.

E poi, che altro ha le ha detto Totò Riina?
“Mi ha dato incarico di far sapere fuori, senza messaggi e senza segnali da decifrare, cosa pensa. Lui è stato molto chiaro. Mi ha detto: “Avvocato, dico questo senza chiedere niente, non rivendico niente, non voglio trovare mediazioni con nessuno, non voglio che si pensi ad altro”. Insomma, il mio cliente sa che starà in carcere e non vuole niente. Ha solo manifestato il suo pensiero sulla vicenda stragi”.

Ma Totò Riina è stato condannato in Cassazione per l’omicidio di Borsellino, per l’omicidio di Falcone, per le stragi in Continente e per decine di altri delitti: che interesse ha a dire soltanto adesso quello che ha detto?
“Io mi limito a riportare le sue parole come mi ha chiesto. Mi ha ripetuto più volte: avvocato parlo sapendo bene che la mia situazione processuale nell’inchiesta Borsellino non cambierà, fra l’altro adesso c’è anche Gaspare Spatuzza che sta collaborando con i magistrati quindi…”.

Le ha raccontato altro?
“Abbiamo parlato della trattativa. Riina sostiene che è stato oggetto e non soggetto di quella trattativa di cui tanto si è discusso in questi anni. Lui sostiene che la trattativa è passata sopra di lui, che l’ha fatta Vito Ciancimino per conto suo e per i suoi affari e insieme ai carabinieri: e che lui, Totò Riina, era al di fuori. Non a caso io, come suo difensore, proprio al processo per le stragi di Firenze già quattro anni fa ho chiesto che venisse ascoltato Massimo Ciancimino in aula proprio sulla trattativa. Riina voleva che Ciancimino deponesse, purtroppo la Corte ha respinto la mia istanza”.

E poi, che altro le ha detto Totò Riina nel carcere di Opera?
“E’ tornato a parlare della vicenda Mancino, come aveva fatto nell’udienza del 24 gennaio 1998. Sempre al processo di Firenze, quel giorno Riina chiese alla Corte di chiedere a Mancino, ai tempi del suo arresto ministro dell’Interno, come fosse a conoscenza – una settimana prima – della sua cattura”.

E questo cosa significa, avvocato?
“Significa che per lui sono invenzioni tutte quelle voci secondo le quali sarebbe stato venduto dall’altro boss di Corleone, Bernardo Provenzano. Come suo difensore, ho chiesto al processo di Firenze di sentire come testimone il senatore Mancino, ma la Corte ha respinto anche quest’altra istanza”.

Le ha mai detto qualcosa, il suo cliente, sui servizi segreti?
“Spesso, molto spesso mi ha parlato della vicenda di quelli che stavano al castello Utvegio, su a Montepellegrino. Leggendo e rileggendo le carte processuali mi ha trasmesso le sue perplessità, mi ha detto che non ha mai capito perché, dopo l’esplosione dell’autobomba che ha ucciso il procuratore Borsellino, sia sparito tutto il traffico telefonico in entrata e in uscita da Castel Utvegio”.

Insomma, Totò Riina in sostanza cosa pensa delle stragi?
“Pensa che la sua posizione rimarrà quella che è e che è sempre stata, non si sposterà di un millimetro. Ma questa mattina ha voluto dire anche il resto. E cioè: non guardate solo me, guardatevi dentro anche voi”.