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ComeDonChisciotte – L’EUGENETICA E L’AGENDA MONDIALE PER IL DEPOPOLAMENTO

ComeDonChisciotte – L’EUGENETICA E L’AGENDA MONDIALE PER IL DEPOPOLAMENTO.

DI FRANCOIS MARGINEAN
Les 7 du Québec

Nel caso mi dovessi reincarnare vorrei diventare un virus mortale, per poter contribuire in qualche modo a risolvere il problema della sovrappopolazione” – tratto dalla prefazione alla biografia “Se fossi un animale” del Principe Filippo di Edimburgo.

Diverse persone, in momenti diversi, sono state attirate da differenti aspetti dell’eugenetica e ne hanno rigettati altri. Non vi sono imballaggi perfetti, né quartieri generali o capi guida. L’eugenetica è piuttosto una collezione di idee e progetti volti a migliorare la razza umana attraverso il controllo sociale della riproduzione umana. Il movimento eugenetico si è propagato nel mondo e affetta tutte le sfaccettature della vita sociale. Non c’è bisogno di cercare troppo lontano per trovare l’eugenetica. La si ritrova nei libri di scuola, sui giornali e in tutti i media, nella fiction scientifica, nei governi e così via. E’ un modo di pensare alla vita che persone molto intelligenti promuovono da un secolo, con più o meno fermezza negli ultimi cinquant’anni. [Fonte]

Esiste ancora un gran numero di persone tra il pubblico in generale, gli universitari e specialmente coloro che lavorano nei media corporativi , che continuano a disconoscere il programma di riduzione della popolazione mondiale, se pur ben documentato, oltre che le conseguenze di questo piano, che noi vediamo già definirsi. Questo articolo, che fa seguito a “Eugenisme & darwinisme social”, che gettava le basi storiche di questa ideologia, si avvale di un insieme di fatti evidenti, allo scopo di provare che una certa élite è stata ossessionata dall’eugenetica e dalla sua incarnazione moderna, ovvero il controllo della popolazione, da ormai un centinaio di anni, e che questo fine di riduzione della popolazione globale è sempre pienamente attuale.

1• Filantropi miliardari che hanno assistito al vertice organizzato per iniziativa di Bill Gates, il co-fondatore di Microsoft, hanno discusso per unire le forze e vincere gli ostacoli politici e religiosi che si oppongono al cambiamento riguardante la sovrappopolazione mondiale. Questo club, chiamato “Good club”, discute di depopolamento mondiale.

Con il titolo “Il club dei miliardari tenta di stroncare la crescita demografica”, Il Sunday times del 24 maggio ha rivelato lo svolgimento di una riunione segreta che la dice lunga sulla volontà politica dell’oligarchia finanziaria.

L’ incontro, tenutosi a New York il 5 maggio scorso, è stato organizzato per iniziativa di Bill Gates, fondatore del monopolio Micorsoft, gran promotore di simulatori di morte su computer e padrino di facebook, di Warren Buffet, speculatore miliardario e finanziatore della Fondazione Gates, e di David Rockefeller. Oltre a questi tre, la festicciola ha riunito Michael Bloomberg, sindaco di New York e fondatore dell’omonima agenzia di informazione finanziaria; Peter Peterson, fondatore del gruppo finanziario Blackstone e strenuo difensore del conservatorismo fiscale; Julian Robertson, patron del fondo Tiger Managment; John Morgridge, presidente anziano della Cisco Systems, Eli Broad, speculatore immobiliare; David Rockefeller Jr, figlio del primo; Ted Turner, fondatore della CNN, e Oprah Winfrey, conduttrice di punta della televisione americana.

La riunione è iniziata con la presentazione di ciascuno dei partecipanti riguardo la causa da loro difesa, ma subito, ci informa il Times, la discussione si è trasformata, per impulso di Bill Gates, in un consenso unanime sulla questione della “sovrappopolazione”, come causa superiore che comprende tutte le altre. Un altro partecipante ha confidato che erano giunti a un accordo per mettere in atto una strategia “in cui la crescita demografica sarebbe attaccata come una minaccia ecologica, sociale e industriale”. I partecipanti hanno sottolineato il loro “bisogno di essere indipendenti dalle agenzie governative che si rivelano incapaci di affrontare il disastro che tutti noi vediamo incombere”. Le prossime riunioni sono già previste per organizzare la messa in atto di questa strategia. [Fonte]

2• Ted Turner, uno dei partecipanti e ricco proprietario di un impero mediatico, è fortemente impregnato di eugenetica e dell’idea di ridurre la popolazione mondiale, che vorrebbe vedere calare del 95% come optimum, secondo un’intervista rilasciata all’ Audubon Magazine nel 1996: “una popolazione totale di 250-300 milioni di persone, cioè un abbassamento del 95% in rapporto agli attuali livelli, sarebbe l’ideale”. Turner ha devoluto un miliardo di dollari a una organizzazione chiamata Fondazione delle Nazioni Unite. Questa organizzazione creata da Turner e la Fondazione Turner sono finalizzate al controllo della popolazione attraverso la distribuzione dei preservativi, il sostegno all’aborto e altri metodi per promuovere l’agenda eugenetica, così del resto Bill e Melinda Gates hanno donato ingenti somme di denaro a delle “organizzazioni caritatevoli” che servono realmente a promuovere il movimento eugenetico. Turner ha anche ricevuto un premio dall’ONU per il suo lavoro sullo sviluppo sostenibile, che non è che un altro nome in codice per “riduzione della popolazione”. [Fonte]

3• La Fondazione Bill & Melinda Gates, il gigante americano dell’agrobusiness DuPont/Pioneer Hi-Bred, uno dei più grandi proprietari di fabbriche di sementi brevettate e geneticamente modificate (OGM) e di prodotti agrochimici apparentati; Syngenta, una compagnia di sementi OGM e di prodotti agrochimici con base in Svizzera attraverso l’intermediazione della sua Fondazione Syngenta; la Fondazione Rockefeller, questo gruppo privato che ha creato la “rivoluzione genetica”, con più di 100 milioni di dollari di sementi dagli anni ’70; Il CGIAR (Gruppo di consulenza sulla ricerca agricola internazionale) la rete mondiale creata dalla Fondazione Rockefeller, al fine di promuovere il suo ideale di purezza genetica attraverso un cambiamento dell’agricoltura, lavorano insieme a dei progetti comuni, come la Riserva mondiale di semi a Svalbard.

Il CGIAR è stato definito a seguito di una serie di incontri privati tenuti durante la conferenza della Fondazione Rockefeller a Bellagio, in Italia. I principali partecipanti ai dibattiti di Bellagio erano George Harrar, della Fondazione Rockefeller; Forrest Hill, della Fondazione Ford; Robert McNamara, della Banca Mondiale e Maurice Strong, organizzatore internazionale della famiglia Rockefeller sull’ambiente e che in quanto fiduciario della Fondazione Rockefeller, organizzò il Vertice della Terra (Earth Summit) dell’ONU, a Stoccolma, nel 1972. Questo faceva parte dell’obiettivo della fondazione, ormai da decenni, al fine di mettere la scienza al servizio dell’eugenetica, un’orribile versione della purezza della razza, e che è stata chiamata Il Progetto.

Per assicurare il massimo impatto, il CGIAR ha chiamato a raccolta l’organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite, il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite e la Banca Mondiale. Così attraverso l’ espediente di una richiesta di fondi accuratamente pianificata fin dall’inizio, la Fondazione Rockefeller, a partire dall’inizio degli anni 70, era in grado di delineare la politica agricola mondiale. E così è stato.

Finanziati da generose borse di studio di Rockefeller e della Fondazione Ford, il gruppo consultivo sulla ricerca agricola internazionale ha fatto si che i principali scienziati ed agronomi dell’agricoltura del terzo mondo fossero condotti negli Stati Uniti al fine di impadronirsi dei concetti della produzione dell’agro-industria moderna, per poi ricondurli nel loro paese d’origine. Durante questo processo, hanno creato una rete di influenza inestimabile per la promozione dell’agro-industria americana in quei paesi e soprattutto la promozione della “rivoluzione genetica” degli OGM nei paesi in via di sviluppo, e tutto questo in nome della scienza e del mercato agricolo efficace e libero. (Vedere l’articolo “L’arche de Noé végétale”)

Creare geneticamente una razza di padroni?

Il progetto è il progetto della Fondazione Rockefeller e di potenti interessi finanziari fin dagli anni ’20 al fine di utilizzare l’eugenetica, successivamente ribattezzata genetica, per giustificare la creazione di una razza di capi creati con l’ingegneria genetica. Hitler e i nazisti la chiamarono la razza dei padroni ariani.

L’eugenetica di Hitler fu finanziata in larga parte dalla stessa Fondazione Rockefeller, la stessa che oggi costruisce una “riserva di semi per il giudizio finale” allo scopo di preservare dei campioni di ogni seme presente sul pianeta. Ecco cosa diventa davvero intrigante. La stessa Fondazione Rockefeller creò la pseudo scienza della disciplina di biologia molecolare nella sua ricerca incessante atta a ridurre la vita umana alla “definizione di una sequenza genetica” che, speravano, potesse essere modificata allo scopo di cambiare a piacimento le caratteristiche umane. Gli scienziati dell’eugenetica di Hitler, molti dei quali sono stati tranquillamente condotti negli Stati Uniti, dopo la guerra, per poter proseguire le loro ricerche biologiche eugenetiche, hanno gettato la gran parte delle basi di ingegneria genetica di diverse forme di vita, sostenute apertamente e in misura consistente fin dentro il cuore del terzo reich attraverso generose sovvenzioni della Fondazione Rockefeller.

La stessa Fondazione Rockefeller creò quella che viene chiamata rivoluzione verde, durante un viaggio in Messico effettuato nel 1946 da Nelson Rockefeller e dall’anziano segretario all’agricoltura del New Deal, fondatore della compagnia Pioneer Hi-Bred Seed, Henry Wallace.

La rivoluzione verde era volta a risolvere il problema della fame nel mondo su larga scala, in Messico, India e in altri paesi scelti, dove Rockefeller operava. L’agronomo della Fondazione Rockefeller, Norman Borlaug, conseguì un premio Nobel per la pace per il suo lavoro, cosa di cui c’è poco da vantarsi dal momento che persone come Henry Kissinger hanno condiviso lo stesso premio.

In realtà, a quanto è emerso molti anni dopo, la rivoluzione verde era una brillante idea della famiglia Rockefeller per sviluppare un’ industria agraria a livello mondiale per poterne poi assumerne il monopolio analogamente a quanto già era avvenuto nel mondo dell’industria petrolifera, cominciata mezzo secolo prima. Come ha dichiarato Henry Kissinger negli anni ’70: “Se controllate il petrolio, controllerete nazioni intere; se controllate il sistema alimentare, controllerete le popolazioni”. [Fonte]

4• L’ideologia eugenetica e di riduzione della popolazione è ben integrata nel movimento ambientalista e in quello sulla teoria del riscaldamento climatico causato dall’uomo. Che sia correttamente attribuito all’uomo o meno, le stesse idee di ridurre il numero della popolazione mondiale, controllare le nascite adottando le misure eugenetiche che imitino la politica del figlio unico della Cina e altre misure come l’aborto e la tassa sui figli supplementari, sono presenti. L’uomo e anche i bambini sono il problema che bisogna debellare.

Dal momento che il pianeta subisce una drastica caduta della produzione di beni primari per il sostentamento della popolazione, il Fondo Mondiale per la Natura (World Wildlife Fund) ha pubblicato il 29 ottobre scorso il suo Living Planet Report 2008, in cui sostiene che, poiché i bisogni dell’uomo quali cibo, acqua, energia e materiali, rappresentano la più grave minaccia per la biodiversità, il consumo umano dovrebbe essere ridotto almeno del 30%, tanto per cominciare.

Secondo questo rapporto, più dei tre quarti della popolazione mondiale vivono nei paesi dove il consumo supera la loro bio-capacità (espressa sotto forma di “Impronta ecologica”). Gli autori chiedono la riduzione della popolazione, del consumo individuale e delle risorse utilizzate o dei rifiuti emessi per produrre beni e servizi”. Per la prima volta, il WWF si occupa anche del consumo di acqua.

Questo rapporto, le cui raccomandazioni, se venissero applicate, condurrebbero alla morte di centinaia di migliaia di persone, sono state co-redatte dai membri della Società zoologica di Londra. All’origine del WWF, troviamo il principe Bernard dei Paesi Bassi e il suo condivisore Filippo di Edimburgo, principe consorte della regina Elisabetta II di Inghilterra. Il principe Bernard era un nazista, membro delle SS, il quale, costretto alle dimissioni dal partito in vista della sua funzione reale, firmò la sua lettera di dimissioni con un “Heil Hitler!”.

Il criterio di impronta ecologica di cui si serve il WWF fu elaborato da una fondazione britannica, Optimum Population Trust, che fa apertamente campagna per ridurre dei due terzi la popolazione mondiale allo scopo di riportare a due o tre miliardi il numero di individui. [Fonte]

5• Nelle rare uscite pubbliche sui media, Jonathan Porrit, uno dei principali consiglieri per l’ambiente di Gordon Brown, ha avvertito che la Gran Bretagna dovrebbe ridurre radicalmente la sua popolazione se desidera costruire una società sostenibile. L’annuncio è stato dato alla conferenza annuale del gruppo Optimum Population Trust (OPT), di cui è a capo. Secondo le loro ricerche, la popolazione britannica dovrebbe essere ridotta a 30 milioni, ovvero la metà di quella attuale. [Fonte]

In Australia, un gruppo di lobby ambientaliste, il Sustainable Population Autralia, sostiene che bisognerebbe ridurre drasticamente la popolazione mondiale adottando la politica del figlio unico per salvare il pianeta. Secondo questo gruppo di 1300 attivisti, è il solo modo di evitare un suicidio ambientale. La presidente del gruppo, Sandra Kanck, suggerisce di ridurre la popolazione da 22 a 7 milioni di abitanti per poter affrontare i cambiamenti climatici. [Fonte]

Allo stesso modo, la BBC pubblicò un articolo di John Feeney, in cui si dichiarava che la crescita incontrollata della popolazione mina gli sforzi per salvare il pianeta, chiedendo al movimento ambientalista di smetterla di sfuggire questa controversa questione. Viene menzionata un’altra organizzazione che si muove nello stesso senso: la Global Population Speak Out. [Fonte]

6• Scienziati, riuniti in gruppi simili al Global Population Speak Out (GPSO) fanno pressione sui media per superare il tabù della sovrappopolazione mondiale:

Faccio parte di un gruppo di scienziati, suddiviso in 24 paesi, che si impegna a convincere i media di fare cessare il tabù che ostacola tutte le discussioni relative al problema posto dalla quantità e dalla crescita della popolazione umana in relazione al conseguente degrado ambientale. Manteniamo questo tabù a nostro pericolo e a quello di milioni di altre specie.

La sovrappopolazione è strettamente legata a tutte le forme di degrado ambientale, di cui stiamo prendendo coscienza solo di recente: estinzione delle specie, cambiamenti climatici, inquinamento, desertificazione, diminuzione delle riserve idriche, deforestazione, ecc, e dunque la crescita demografica mondiale è preoccupante.

E’ ingenuo pensare che riducendo i consumi ( anche se è bene farlo) riusciremo a correggere gli eccessi dovuti alla crescita ininterrotta della popolazione umana; nessuno può ridurre i propri bisogni organici a zero, per farlo bisognerebbe non esistere. E’ tempo di riflettere su questi problemi demografici e preparare l’opinione pubblica ad una nuova percezione della propria evoluzione.

Il problema del contenimento delle nascite è difficile nei paesi in via di sviluppo dove errori grossolani sono stati commessi in passato. Ma gli errori devono essere utili per progredire.

Sarà necessario in questi paesi, naturalmente con l’aiuto dei media, educare meglio le donne mostrando nuove opzioni rispetto alle dimensioni delle famiglie; bisognerà proteggere meglio i bambini perché la forte mortalità infantile non sia più la giustificazione per famiglie numerose; infine sarà necessario rendere i metodi contraccettivi facilmente accessibili a tutti.

Il progetto di giungere rapidamente a un certo livello di crescita della popolazione umana, per poi successivamente passare ad una decrescita è una scelta dalla quale dipende l’avvenire della nostra specie e del resto del mondo vivente. [Fonte]

Altri, come il Dr. Eric R. Pianka, biologo americano attivo presso l’Università del Texas a Austin che pronuncia discorsi a livello internazionale, promuove un genocidio di massa del 90% della razza umana per salvare il mondo ed è calorosamente applaudito dai suoi colleghi. Durante un discorso all’accademia delle scienze del Texas nel 2006, Pianka proponeva di sterminare il 90% della popolazione umana utilizzando il virus dell’Ebola. [Fonte]

Nel 2002, il Melbourne Age riportava dei documenti trovati di recente che descrivevano il piano dettagliato dell’eminente immunologo Sir Macfarlane Burnet per aiutare il governo australiano a sviluppare delle armi biologiche che potessero essere utilizzate contro l’Indonesia e altri paesi “sovrappopolati” dell’ Asia sud-orientale. Sir Macfarlane raccomandava, nel suo rapporto segreto del 1947 che venissero sviluppate armi chimiche e biologiche per sterminare le popolazioni dei paesi asiatici sovrappopolati propagando malattie infettive che si diffondessero solo in questi paesi tropicali, risparmiando l’Australia. Quest’uomo, com’è noto, è stato direttore del Walter ed Eliza Hall Institute of Medical Research e ricevette il premio Nobel per la medicina nel 1960. E’ morto nel 1985 ma le sue teorie sull’immunità e la selezione clonale sono servite a stabilire la base della biotecnologia moderna e dell’ingegneria genetica. [Fonte]

La controversia che circonda i commenti di un altro favorito dell’entourage scientifico, il genetista James Watson, che ha dichiarato al Sunday Times che i neri sarebbe meno intelligenti dei bianchi, non dovrebbe sorprendere sapendo che Watson ha ricoperto un importante ruolo nel promuovere la pseudo scienza dell’eugenetica. Watson fu direttore del Progetto Genoma Umano fino al 1992 e gli viene riconosciuto di aver collaborato alla scoperta della struttura a doppia elica del DNA, una scoperta che gli valse il premio Nobel nel 1962. Ma la maggior parte ignora che Watson abbia giocato un ruolo cruciale nel progredire della legittimità dell’eugenetica/ depopolamento, ormai da decenni.

James Watson è un importante promotore della mappatura genetica, un test che determina se una coppia sia a rischio di fare un figlio con disturbi genetici ereditari. Dal momento che la mappatura ha fatto aumentare il numero di aborti di bambini considerati “imperfetti”, molti hanno denunciato la sua adozione come niente meno di un camuffamento dell’eugenetica o dell’“eugenetica volontaria”. [Fonte]

7• In un documento di Henry Kissinger, redatto nell’aprile del 1974, quando era consigliere della Sicurezza Nazionale americana, il National Security Study Memorandum 200, concludeva: “il depopolamento è l’obiettivo prioritario della politica estera americana nei paesi del terzo mondo”. Il documento, che individuava in particolare il terzo mondo per una riduzione massiccia della popolazione, suggeriva l’utilizzo di carestie, sterilizzazione e guerra. Questo documento governativo fu reso pubblico nel 1989 e individuava in questi paesi un interesse particolare per gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti e spiegava perché la crescita della popolazione, soprattutto quella giovanile, fosse percepita come una minaccia rivoluzionaria contro le corporazioni americane. I paesi menzionati erano India, Bangladesh, Pakistan, Nigeria, Messico, Indonesia, Brasile, Filippine, Thailandia, Egitto, Turchia, Etiopia e Colombia.

8• Lord Bertrand Russell scriveva nel suo libro “the impact of science on society”: “attualmente la popolazione mondiale aumenta… la guerra fino ad ora non ha avuto grandi effetti su questo aumento… non pretendo che il controllo delle nascite sia il solo mezzo per impedire ad una popolazione di aumentare. Ce ne sono altri… la guerra è piuttosto deludente a riguardo, ma una guerra batteriologica potrebbe rivelarsi efficace. Se una peste potesse propagarsi nel mondo ad ogni generazione, i sopravvissuti potrebbero procreare liberamente senza riempire troppo il mondo..” [Fonte]

9• “… dei sistemi avanzati di guerra biologica in grado di colpire dei genotipi specifici trasformerebbero la guerra biologica da regno del terrore in efficace strumento politico.”

Chi può aver scritto queste parole nei propri documenti strategici? I nazisti? Il regime di Pol Pot?

No, sono stati Paul Wolfowitz, Dick Cheney, William Kristol, Donald Rumsfeld ed gli altri collaboratori neoconservatori che hanno creato il cosiddetto Project for a New American Century – che costituiva il quadro ideologico della passata amministrazione Bush. Esistono oggi delle armi biologiche che hanno la capacità di uccidere solo certi genotipi particolari, come gli africani, gli asiatici, ecc.[Fonte]

10• La Georgia Guidestones è stata eretta il 22 marzo 1980 negli Stati Uniti, in Georgia, vicino a Elberton. E’ soprannominata la “Stonehenge americana”.

Dieci nuovi comandamenti sono scolpiti sulle due facce delle 4 pietre erette verticalmente e scritti in 8 lingue differenti che sono: inglese, russo, ebreo, arabo, indu, cinese, spagnolo e swahili. [Fonte]

Ecco 3 dei 10 comandamenti iscritti:

1. Mantenere l’umanità al disotto dei 500 000 000 (sic) di individui in perpetuo equilibrio con la natura

2. Guidare la riproduzione intelligentemente migliorando la forma fisica e la biodiversità

3. Non essere un cancro per la terra, lasciare spazio alla natura

11• tra il 1932 e il 1972, il Tuskeegee Study Group ha deliberatamente infettato i poveri della comunità nera dell’ Alabama con la sifilide senza il loro consenso, rifiutando di curarli quando i malati provocavano dei danni nelle città uccidendo intere famiglie. Esperimenti su soggetti umani non consenzienti e a loro insaputa, perpetrati dalle autorità che dicevano di voler “osservare” ciò che succedeva a queste persone.

François Marginean: architetto, ricercatore indipendente, conduttore radiofonico per la trasmissione “L’Autre Monde” su CHOQ FM de l’ UQAM, editore del blog “Les Nouvelles Internationales” e collaboratore di “Les 7 du Québec”.

Titolo originale: “Eugénisme et agenda mondial de dépopulation”

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link
12.08.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MICOL BARBA

mafia berlusconi contatto diretto per costruire il partito di cosa nostra

mafia berlusconi contatto diretto per costruire il partito di cosa nostra.

scritto da Gianni BarbacettoC’è un contatto diretto, nel 1994, tra Silvio Berlusconi,
e un uomo al lavoro per costruire il «partito di Cosa nostra».
È emerso al processo palermitano per mafia contro Dell’Utri

C’è stato un contatto telefonico diretto, nel 1994, agli albori di Forza Italia, tra Silvio Berlusconi e un uomo allora impegnato a costruire
«il partito di Cosa nostra». Lo ha raccontato un consulente della procura di Palermo, Gioacchino Genchi, in una delle udienze del processo in corso nella città siciliana con imputato Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. A telefonare ad Arcore, al numero riservato di Berlusconi, alle ore 18.43 del 4 febbraio 1994, è il principe Domenico Napoleone Orsini.

Esponente dell’aristocrazia nera romana, massone, Orsini è in contatto con il capo della P2 Licio Gelli, che va anche a incontrare a villa Wanda, ad Arezzo. Dopo una gioventù nell’estrema destra neofascista, nei primi anni Novanta Orsini si scopre leghista. Nel novembre 1993 accoglie Umberto Bossi che scende nella Roma ladrona per incontrare i suoi sostenitori nella capitale: si riuniscono nella villa di Trastevere di Gaia Suspisio per una cena e brindisi con Veuve Cliquot, costo politico centomila lire, a cui partecipano, tra gli altri, il giornalista Fabrizio Del Noce, la vedova del fondatore del Tempo Maria Angiolillo e Maria Pia Dell’Utri, moglie di Marcello. Mentre viene servita la crostata di frutta, Bossi si avventura in un comizio di tre quarti d’ora, che si conclude solo quando la brigata si trasferisce al Piper, storica discoteca romana.Orsini si impegna nella Lega Italia federale, articolazione romana della Lega nord. Ma, forte dei contatti con Gelli, lavora per un progetto più ampio: riunire tutti i movimenti «separatisti», tutte le «leghe» nate in quei mesi nel Sud del Paese. Sono per lo più uomini della massoneria a fondare in molte regioni del Sud, dalla Calabria alla Lucania, dalla Puglia alla Sicilia, piccoli gruppi che si ispirano alla Lega di Bossi. I partiti storici, Dc in testa, sono allo sbando, anche per effetto delle inchieste di Mani pulite. Molti lavorano sotto traccia per riempire quel vuoto politico, mentre le stragi del ’92, in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e del’93, a Firenze, Roma e Milano, destabilizzano il Paese.

Il principe Orsini è tra i più attivi in quei mesi: contatta i notabili che hanno fondato le «leghe del Sud», li riunisce, si offre come loro candidato unico alle elezioni, proponendo la costituzione di un’unica, grande «Lega meridionale», in rapporti ambivalenti con la Lega di Bossi: contrapposizione polemica, dichiarata riscossa del Sud contro il Nord, ma sostanziale alleanza e convergenza d’intenti, nel comune progetto di spezzare e frantumare l’Italia. Nello stesso periodo, qualcun altro era molto attivo negli stessi ambienti. Lo racconta Tullio Cannella, uomo molto vicino al capo militare di Cosa nostra, Leoluca Bagarella, impegnato nelle stragi: «Sin dal 1990-91 c’era un interesse di Cosa Nostra a creare movimenti separatisti; erano sorti in tutto il Sud movimenti con varie denominazioni, ma tutti con ispirazioni e finalità separatiste. Questi movimenti avevano una contrapposizione “di facciata” con la Lega nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obiettivi. Successivamente, sorgono a Catania il movimento Sicilia libera e in altri luoghi del Sud movimenti analoghi. Tutte queste iniziative nascevano dalla volontà di Cosa nostra di “punire i politici una volta amici”, preparando il terreno a movimenti politici che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o, meglio, legati alla criminalità, ma “presentabili”». È la mafia che si fa partito: dopo aver constatato l’inutilizzabilità della Democrazia cristiana, che aveva lasciato diventare definitive le condanne al maxiprocesso di Palermo, Totò Riina e i suoi cercano figure «presentabili» per varare in proprio una nuova forza politica.

«Nell’ottobre 1993», continua Cannella, «su incarico di Bagarella costituii a Palermo il movimento Sicilia libera», che apre una sede in via Nicolò Gallo e ha tra i suoi animatori, oltre allo stesso Cannella, anche Vincenzo La Bua. A Catania era nata la Lega Sicilia libera, controllata da Nando Platania e Nino Strano. Programma: la separazione dall’Italia della Sicilia, che doveva diventare «la Singapore del Mediterraneo», con conseguente possibilità di varare leggi più favorevoli a Cosa nostra, bloccare i «pentiti», annullare l’articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario che aveva introdotto il carcere duro per i mafiosi, formare in Sicilia una autonoma Corte di cassazione…

I fondatori di «cosa nuova»
Agli uomini di Cosa nostra non sfugge fin dall’inizio che questo progetto è ambizioso e di difficile realizzazione. Per questo si lasciano aperta un’altra possibilità: cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo sulle rovine del vecchio sistema dei partiti. «Le due strategie già coesistevano», racconta Cannella, «e lo stesso Bagarella sapeva della prossima “discesa in campo” di Silvio Berlusconi».

È Forza Italia, dunque, la carta di riserva di Cosa nostra. I suoi uomini sono informati in anticipo, attraverso canali privilegiati, dei programmi di Forza Italia. Li conoscono addirittura prima che il nome Forza Italia sia lanciato da Berlusconi sul mercato della politica. Prosegue infatti Cannella: «Bagarella, tuttavia, non intendeva rinunciare al programma separatista, perché non voleva ripetere “l’errore” di suo cognato (Riina, ndr), cioè dare troppa fiducia ai politici, e voleva, quindi, conservarsi la carta di un movimento politico in cui Cosa nostra fosse presente in prima persona. Inoltre, va detto che vi era un’ampia convergenza tra i progetti, per come si andavano delineando, del nuovo movimento politico capeggiato da Berlusconi e quelli dei movimenti separatisti. Si pensi Si pensi al progetto di fare della Sicilia un porto franco, che era un impegno dei movimenti separatisti e un impegno dei siciliani aderenti a Forza Italia. Si pensi ancora che, all’inizio del 1994, da esponenti della Lega nord (Tempesta, Marchioni e il principe Orsini), con i quali avevo avuto diretti contatti, ero stato notiziato dell’esistenza di trattative fra Bossi e Berlusconi per un apparentamento elettorale e per un futuro accordo di governo che prevedeva, fra l’altro, il federalismo tra gli obiettivi primari da perseguire. Marchioni mi aveva riferito che un parlamentare della Lega nord, questore del Senato, aveva confermato che il futuro movimento, che avrebbe poi preso il nome di Forza Italia, aveva sposato in pieno la tesi federalista».

Giovanni Marchioni, un imprenditore vicino alla Lega Italia federale, l’articolazione romana della Lega nord, ha confermato che i promotori delle «leghe del Sud» si sono riuniti a Lamezia Terme. Erano presenti, tra gli altri, La Bua e Strano per Sicilia libera, oltre ai rappresentanti di Calabria libera, Lucania libera e Campania libera. In questa occasione il principe Orsini si propone come candidato unico del futuro raggruppamento di tutte quelle organizzazioni. Orsini conferma tutto ai magistrati palermitani e ammette «di avere chiaramente intuito il tipo di interessi che Sicilia libera intendeva tutelare», scrivono i magistrati di Palermo, «specialmente dopo che Cannella gli disse esplicitamente che “occorreva tenere un discorso all’Ucciardone per poi perorare la causa del noto 41 bis dell’ordinamento penitenziario”».

Già verso la fine del 1993, comunque, un boss di Cosa nostra impegnato in prima persona nella strategia delle stragi avverte Cannella che quella del movimento separatista non è l’unica via: «Nel corso di un incontro con Filippo Graviano, questi, facendo riferimento al movimento Sicilia libera di cui ero notoriamente promotore, mi disse testualmente: “Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c’è chi si cura i politici… Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti». Graviano e, nell’ombra, Bernardo Provenzano, nei mesi seguenti constatano che la strada separatista non è percorribile. È in questo clima che si intrecciano rapporti frenetici tra esponenti delle «leghe» e uomini di Forza Italia.

Gioacchino Genchi è un poliziotto esperto in analisi dei traffici telefonici. Da tempo è in aspettativa dalla Polizia e dal suo ufficio di Palermo pieno di computer svolge il ruolo di consulente per diverse procure italiane. Per quella di Palermo ha analizzato, con i suoi programmi e i suoi data base, i flussi telefonici dei protagonisti della stagione di Sicilia libera. Scoprendo nei tabulati della Telecom e degli altri gestori telefonici una serie di contatti insospettabili.

Quel 4 febbraio 1994
Il giorno chiave è il 4 febbraio 1994. Il principe Orsini alle 10.50 telefona a Stefano Tempesta, esponente leghista vicino a Sicilia libera. Nel primo pomeriggio, alle 15.55, raggiunge al telefono Cannella, l’inviato di Bagarella nella politica. Subito dopo, alle 16.14, chiama la sede di Sicilia libera a Palermo. Alle 18.43 chiama Arcore: il numero è quello riservato a cui risponde Silvio Berlusconi. Immediatamente dopo chiama Marcello Dell’Utri. Alle 19.01 telefona di nuovo a Tempesta, che raggiunge ancora alle 19.20. Nei giorni successivi i contatti di Orsini continuano. Il 7 febbraio 1994, alle 17.34, chiama Sicilia libera. Il giorno dopo parla due volte con Dell’Utri. Il 10 febbraio alle 13.26 telefona a Cesare Previti. Il 14 febbraio contatta ancora Dell’Utri e, alle 16.04, Vittorio Sgarbi.

L’analisi al computer dei tabulati di migliaia di telefonate, naturalmente, non può far conoscere i contenuti dei contatti. Ma rivela i rapporti, le connessioni. Un deputato regionale siciliano dell’Udc, Salvatore Cintola, per esempio, nel periodo tra il 9 ottobre 1993 e il 10 febbraio 1994 chiama 96 volte il cellulare di Tullio Cannella, l’uomo di Sicilia libera. In quei mesi cruciali a cavallo tra il ’93 e il ’94 sono molti i contatti tra la sede di Sicilia libera e i numeri della Lega nord, a Roma, a Verona, a Belluno. Poi, quando l’opzione «leghista» tramonta, crescono i rapporti telefonici con uomini di Forza Italia. Gianfranco Micciché, Gaspare Giudice, Pippo Fallica, Salvatore La Porta. E Giovanni Lalia, che di Forza Italia siciliana è uno dei fondatori. È lui che dà vita al club forzista di Misilmeri, che anima il gruppo che si riunisce all’Hotel San Paolo di Palermo, formalmente posseduto dal costruttore Gianni Ienna, ma considerato dagli investigatori proprietà dei Graviano e per questo confiscato. È sempre lui, Lalia, che cede il suo cellulare a mafiosi di Misilmeri, il giro di Giovanni Tubato (poi ucciso) e Stefano Benigno (cugino di Lalia, in seguito condannato per le stragi del ’93).

Le analisi dei traffici telefonici mettono in risalto anche gli intensi rapporti tra Marcello Dell’Utri e un gruppo di imprenditori siciliani attivi a Milano nel settore delle pulizie, capitanati da Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati poi nel 1998 a Milano. Il gruppo di Sartori e Currò era a sua volta in strettissimi rapporti con il mafioso Vittorio Mangano, un tempo «stalliere» nella villa di Berlusconi ad Arcore. Un capomafia del peso di Giovanni Brusca ha testimoniato a Palermo che il tramite tra Berlusconi e Cosa nostra, a Milano, sarebbe proprio «un imprenditore nel settore delle pulizie». Chissà, si sono chiesti gli investigatori del caso Sartori-Currò, se ha a che fare con i nostri eroi.
Ma per ora quell’imprenditore – ammesso che esista – è rimasto senza volto e senza nome.

Restano soltanto i fili sottili dei rapporti intrecciati, nel momento forse più drammatico della storia italiana del dopoguerra,
tra gli uomini di Cosa nostra, i promotori delle leghe, i fondatori di Forza Italia.
Che questi contatti ci siano stati è ormai certo.
Che cosa si siano detti, quali trattative, quali eventuali promesse si siano fatti non è invece ancora dato di sapere con certezza. Il momento fondativo della cosiddetta Seconda Repubblica resta avvolto nel mistero.

Diario, 21 marzo 2003

ComeDonChisciotte – CINQUE CONSEGUENZE FILOSOFICHE DELLA CRISI

ComeDonChisciotte – CINQUE CONSEGUENZE FILOSOFICHE DELLA CRISI.

DI MARCELO JUSTO
BBC Mundo

L’attuale crisi economica non si limita a una questione di statistica, né si riduce all’impatto devastante di incertezza e disoccupazione sulla società.

Con la debacle mondiale è crollata una visione del mondo che era sembrata quella dominante e irreversibile dopo la caduta del muro di Berlino.

Questa visione è stata catturata da alcune citazioni celebri come “la fine della storia” di Francis Fukuyama, “la società non esiste” del primo ministro britannico Margaret Thatcher o i dieci punti del consenso di Washington che promuovevano la liberalizzazione, la deregolamentazione e la privatizzazione globale.

Il nuovo dogma seguito alla sconfitta del comunismo era dare tutto il potere al settore privato, assumere il mercato a misura di razionalità economica e utopia e l’individualismo più sregolato come principio etico ordinante.

Con la recessione economica anche questa visione del mondo è entrata in crisi.

BBC Mundo ha identificato cinque conseguenze a livello filosofico.

1. Filosofia politico-economica

La legge della domanda e dell’offerta ha esercitato un potere assoluto sulle teorie di politica economica degli ultimi tre decenni.

Secondo il pensiero classico, l’offerta e la domanda funzionano come un perfetto sistema omeostatico (autoregolamentato) che tende all’equilibrio perfetto e fa perno su un principio infallibile: il prezzo.

Con molta domanda e poca offerta di un prodotto, il prezzo sale fino a raggiungere la somma che il mercato può pagare per quel bene.

Al contrario, con poca domanda e molta offerta, il prezzo si comprime finché qualcuno non lo acquista con la convinzione di non trovarlo a costo più basso.

Nemmeno il premio nobel conferito all’economista Joseph Stiglitz per la sua ricerca sul ruolo che l’informazione svolge in questo mercato – l’informazione su cui fanno affidamento le migliaia, milioni di persone coinvolti in un particolare mercato non era perfetta, quindi il prezzo rifletteva altre variabili – ha distrutto questa fiducia cieca nel funzionamento omeostatico.

Con questa premessa teorica, cosa c’era di meglio che deregolamentare tutto e lasciare che il mercato si incaricasse degli equilibri economico-sociali?

Il fatto è che la realtà economica è piena di fenomeni imprevedibili.

Dov’è il meccanismo regolatore del mercato in quelle che vengono chiamate bolle, come quella immobiliare dei mutui sub-prime che ha sguinzagliato la crisi attuale?

Il prezzo delle proprietà, in costante ascesa, rifletteva la situazione di domanda e offerta?

La conclusione più ovvia è che domanda, offerta e prezzo fanno parte di un meccanismo socioeconomico infinitamente più complesso di questa ingiustificata semplificazione che è stata applicata per così tanto tempo.

2. Crisi della razionalità di mercato

Le domande precedenti danno per scontata una premessa fondamentale della legge della domanda e dell’offerta: la razionalità dei mercati.

L’essere umano cerca da molto tempo la razionalità in materia economica e filosofica.

La pianificazione economica che fece furore dopo la crisi del ’29 e il dopoguerra ebbe come obiettivo la sintonizzazione di produzione e consumo con le necessità della società.

Con il crollo del comunismo il mercato si impose come unica logica globale.

Secondo questa ideologia il mercato era razionale ed efficiente per la distribuzione delle risorse, tanto in ambito lavorativo che produttivo e finanziario.

La debacle mostrò che il mercato ha la stessa dose di irrazionalità, capriccio, imprevedibilità di qualsiasi individuo o gruppo umano.

Il che ci pone di fronte a un problema inquietante.

Se i mercati o lo stato non sono alla base di un funzionamento socioeconomico razionale, significa che siamo in balia degli elementi?

3. Conseguenza assiologica: teoria dei valori

Questa apparente disparità nella consuetudine socioeconomica viene completata da una crisi di fondamenti etici.

Dagli anni ’80 e in particolare con la caduta del muro di Berlino si è imposto un individualismo basato su una teoria dell’egoismo come valore organizzativo ideale di una società.

La teoria risale ad Adam Smith e alla sua considerazione del fatto che la miglior maniera di comportarsi socialmente, recando beneficio al prossimo, fosse quella in cui ognuno persegue il proprio interesse, in quanto la mano invisibile del mercato avrebbe messo a posto qualunque problema sul cammino.

Adam Smith non ha mai negato l’azione sociale né il compito dello stato, e nemmeno la presenza dei valori (la giustizia era fondamentale nel suo sistema) come da interpretazioni seguenti frutto di ignoranza o malafede.

Ma uno dei suoi seguaci, Frederich Von Hajeck e il suo discepolo Milton Friedman, radicalizzarono le sue idee.

Ayn Rand, autrice di romanzi e filosofa che cominciò a diffondersi negli anni ’40, ha avvalorato dal punto di vista filosofico questa inversione di tendenza sostenendo che l’egoismo come cieca ricerca del proprio benessere era alla base della civiltà.

Tra i suoi discepoli c’era Alan Greenspan, anni dopo alla guida della Federal Reserve statunitense dal 1987 al 2006, quindi durante il periodo della più completa deregolamentazione finanziaria.

Lo stesso Greenspan ha riconosciuto di fronte al Congresso che il suo costrutto teorico faceva acqua.

“Mi stupisce. Nel corso di 40 anni e oltre le prove sostenevano l’eccezionale efficienza di questo sistema”, ha dichiarato Greenspan.

Oggi si è trovato un accordo sul fatto che la ricerca sfrenata del proprio tornaconto è stata determinante nelle due megacrisi mondiali degli ultimi 80 anni, la grande depressione e questa.

Sono necessarie altre prove, oltre all’impatto devastante di queste ultime?

4. Rischio, casualità, incertezza

Una premessa dell’illuminismo che si è sostituita alla fede per due secoli è stata la possibilità di una corrispondenza tra ciò che diciamo e la realtà.

Tale corrispondenza era alla base della conoscenza scientifica e della previsione di fenomeni e tendenze.

Dall’inizio del XX secolo questa premessa è stata più volte confutata (da Ludwig Wittengstein fino al principio di incertezza del fisico Werner Heisenberg e il relativismo radicale dei postmoderni), ma una fede di fondo nei suoi principi è sopravvissuta in molti campi, tra cui l’economia.

Due finanzieri ben noti, immersi in dibattiti filosofici, sono convinti che questa crisi metta nella posizione di dover ripensare alle cose.

George Soros ha studiato filosofia alla London School of Economics con Karl Popper, e ha appena pubblicato le sue conclusioni in Cattiva Finanza. Come uscire dalla crisi, il cui suggestivo sottotitolo è Un nuovo paradigma per i mercati.

Secondo Soros fingere che i mercati riflettano l’andamento reale dell’economia e che si autoregolino in base a domanda e offerta significa non riconoscere il processo fondamentale che gioca la soggettività, e un fenomeno da lui denominato riflessività.

Il valore dell’oro e degli immobili non sale perchè riflette la sottostante realtà di domanda e offerta, ma perchè gli operatori del mercato influiscono su esso con la loro interazione, come succede nelle bolle finanziarie che si creano intorno a un prodotto o a un comportamento di massa (tutti vogliono comprare o vendere un prodotto nello stesso momento).

Un altro investitore con la stessa inclinazione filosofica, Nassim Nicholas Taleb, ha pubblicato nel 2007 Il Cigno Nero, in cui afferme che possiamo prevedere solo gli avvenimenti ovvi e non i cambiamenti.

Taleb lo esemplifica con il cigno nero. Per molto tempo si pensò che tutti i cigni fossero bianchi perchè l’osservazione aveva abituato l’uomo europeo a questo stato di cose.

Finché in Australia non apparve un cigno nero, e si dovette rivedere tutto.

Secondo Taleb nessuno ha previsto alcun terremoto nella storia dell’umanità.

Dall’avvento del cristianesimo alla caduta del comunismo e agli attentati dell’11 settembre, tutto è successo senza che nessuno lo anticipasse, anche se a posteriori è stata costruita una narrativa esplicativa piena di cause che rendevano inevitabili questi avvenimenti.

Se non possiamo anticipare le cose più importanti, cosa sappiamo?

5. Conseguenza ontologica

Dopo tutte queste considerazioni, si può formulare la domanda centrale dell’ontologia, la branca della filosofia che si occupa dello studio degli enti.

Cosa esiste, cos’è reale in questo universo socioeconomico?

Nel XVII secolo Cartesio dovette rifarsi al proprio pensiero per arrivare ad una certezza soggettiva di ciò che esisteva effettivamente: penso, quindi esisto.

Il povero Cartesio non visse in questo mondo quasi irreale della finanza del XXI secolo.

Se è relativamente facile trovare delle basi reali per produzione e consumo, è molto più complesso capire lo status degli strumenti finanziari come i noti attivi tossici (debiti praticamente non riscuotibili) o i derivati (contratti di acquisto futuro basati su una scommessa sul valore che il bene avrà: materia prima, ipoteche, liquidità ecc.), fondamentali per comprendere la crisi che stiamo vivendo.

Nel 2007 si calcolava che il Pil mondiale (tutti i beni e servizi prodotti nel mondo) fosse di 63mila miliardi.

In quello stesso anno si stimava che il mercato dei derivati facesse girare 596mila miliardi, quasi dieci volte in più di quello che il pianeta produceva.

Il valore del Pil si riferisce a cose tangibili.

Cos’hanno di reale i derivati o le bolle, queste scommesse esagerate sui prezzi futuri?

Non è una domanda che si pongono solo i neofiti in materia economica.

“In termini filosofici gli economisti sono dei materialisti per cui i sacchi di grano sono molto più reali dei portafogli di buoni”, ha spiegato all’ Economist Perry Mehrling del Barnard College, alla Columbia University.

E tuttavia, come dimostra lo stesso funzionamento del denaro, l’economia è una realtà molto più elusiva.

“Il denaro non è una cosa del tutto reale. E’ la promessa che uno potrà comprare qualcosa. Proprio come quello che uno tiene depositato in banca. E’ una promessa che la banca pagherà. Se la banca fallisce, la promessa non esiste più”, ha illustrato a BBC Mundo Jon Danielsson della London School of Economics.

Se moltiplichiamo questo per i miliardi di transazioni giornaliere che si fanno in denaro contante o buoni, titoli e altri beni volatili del mondo finanziario, si può vedere quante promesse non sono state mantenute.

Titolo originale: “Cinco consecuencias filosóficas de la crisis”

Fonte: http://www.bbc.co.uk
Link
25.07.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di DIEGO VARDANEGA

Capire la mafia dal significato delle parole: “cosca”

Cerchiamo di capire la mafia capendone la terminologia.

Si parla sempre di cosca mafiosa per indicare una famiglia mafiosa, una banda di mafiosi che controlla un certo territorio. Ma da dove viene la parola “cosca” e perchè viene usata?

Ebbene in siciliano una cosca è una foglia di carciofo. L’uso del termine in ambito mafioso non è casuale.

carciofoLe “cosche”, le foglie del carciofo, formano varie cerchie, le cerchie più esterne proteggono dalla vista quelle più interne, in modo da mantenere la segretezza, e Cosa Nostra è appunto una società segreta. Questo è il punto fondamentale.

L’osservatore esterno vede solo le foglie (cosche) esterne, cioè i delinquenti di strada, carne da macello che vanno a riscuotere il pizzo ed eseguono a loro volta i lavori di bassa macelleria e passano la maggior parte della loro vita in galera o fuggendo dai killer rivali. Questo è quello che normalmente appare nella cronaca dei giornali e che non spiega la vera natura dell’organizzazione.

Le foglie esterne a loro volta, hanno una visione limitata dell’organizzazione interna, perché il sistema di cerchie ne impedisce la vista. Via via che che ci si inoltra verso l’interno, le cerchie sono costituite da sempre meno foglie, fino a quando non si arriva al “cuore” del carciofo Cosa Nostra, segretissimo e la cui conoscenza e visibilità è ristretta a pochissime persone.

Questa struttura finalizzata al mantenimento della segretezza serve non solo a proteggere i propri membri dalla legge, ma anche a nascondere ciò che ha sempre garantito la crescita ed il prosperare dell’organizzazione, cioè i legami con il potere politico, economico e uomini delle istituzioni.

Dunque il carciofo Cosa nostra è  una società segreta, come per esempio la carboneria e la massoneria. Anzi, sicuramente cosa nostra alla sua nascita 10-20 anni prima dell’unità d’Italia ha tratto i suoi riti dalla massoneria dell’epoca (si legga ad esempio il libro di Jon Dickie, “Cosa Nostra, storia della mafia siciliana”), addirittura potrebbe esserne essa stessa una ramificazione. Quest’ipotesi spiegherebbe benissimo il perdurare dei rapporti dei vertici dell’organizzazione con politica, economia e istituzioni ed è supportata per esempio dalle dichiarazioni del collaboratore Maurizio Avola che sostiene che quasi tutti i capi mafia sono massoni, e dai memoriali del pentito Vincenzo Calcara, che addirittura disegna uno scenario più ampio, in cui Cosa Nostra e la massoneria deviata sono due entità di un sistema segreto del male, formato da cinque entità e governato da una super commissione che coordina le operazioni delle varie entità.

Mi fermo qui, raccomandando ai lettori la lettura degli articoli citati prima, cioè  le dichiarazioni di Maurizio Avola e i memoriali del pentito Vincenzo Calcara.

Berlusconi e la mafia

Ecco due video interessanti:

- Nel primo Bossi da del “mafioso” a Berlusconi, lo definisce “pupo di cosa nostra”, dice che “fece la Fininvest coi quattrini di Cosa Nostra”. Poi però Bossi è diventato alleato di ferro di Berlusconi, che cose strane…

- Nel secondo i collaboratori di giustizia Antonino Giuffrè (braccio destro di Bernardo Provenzano) , e Salvatore Cancemi (autista di Riina), ammettono al processo sui mandanti occulti delle stragi mafiose di Capaci e di Via D’Amelio, le connessioni tra Cosa Nostra e Forza Italia. Questo video poi fa alcune considerazioni sugli appoggi ad alto livello politico ed economico che hanno permesso alla mafia di crescere e prosperare.

Buona visione.

Bossi: “Berlusconi Mafioso!”

I pentiti di mafia parlano di Berlusconi

Doppio gioco | L’espresso

Doppio gioco | L’espresso.

di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi

Montagne d’armi per alimentare le guerre africane. Vendute da italiani. Un regime che chiede tangenti su tutti gli affari. Ecco la Libia con cui Berlusconi stringe patti segreti

C’è un governo affamato d’armi. Cerca arsenali perché si sente debole dopo quarant’anni di regime e teme le rivolte popolari. E vuole montagne di mitragliatori per proseguire la sua spregiudicata politica di potenza che negli scorsi decenni ha contribuito a riempire l’Africa di guerre civili. Questa è la Libia che si materializza negli atti della più sconvolgente inchiesta sul traffico d’armi realizzata in Italia: verbali, intercettazioni, pedinamenti e rogatorie che raccontano l’ultimo eldorado del commercio bellico. E dove dignitari vicinissimi al colonnello Gheddafi si muovono con grande spregiudicatezza tra affari di Stato, interessi personali e trame segrete. Questa è la Libia dove si recherà Silvio Berlusconi (scheda a pag. 51), invocando accordi strategici per il rilancio dell’economia ma soprattutto per stroncare definitivamente le partenze di immigrati ed esuli verso Lampedusa. Mentre dagli atti dell’indagine – come può rivelare “L’espresso” – spunta il nome del più importante ente libico che si occupa di quei migranti rispediti indietro dall’Italia. Deportazioni che stanno creando perplessità in tutta Europa e non riescono a scoraggiare la disperazione di chi sfida il mare e spesso muore nel disinteresse delle autorità maltesi.

Prima di Berlusconi un’altra incredibile squadra di imprenditori italiani era corsa a Tripoli per fare affari. Sono i nuovi mercanti di morte, figure inedite e sorprendenti di quarantenni che riforniscono gli eserciti africani di missili, elicotteri e bombardieri. E che passano in poche settimane dai cantieri edili alla compravendita di fucili d’assalto, tank e cannoni. Improvvisarsi commercianti di kalashnikov è facilissimo: trovarne mezzo milione sembra un gioco da ragazzi. Ma tutto è a portata di mano: caccia, radar, autoblindo. Si va direttamente alla fabbrica, in Cina, nell’ex Urss o nei paesi balcanici.

L’importante è avere le conoscenze giuste, conti offshore e una scorciatoia per evitare i controlli. Tutto documentato in tre anni di indagini dalla procura di Perugia. Tutto confermato nella sostanza – anche se non sempre nella rilevanza penale – dagli stessi interessati nei lunghi interrogatori davanti al pubblico ministero Dario Razzi.

Un filo di fumo Come spesso accade le grandi trame hanno un inizio banale, perso nella noia della campagna umbra. Nel dicembre 2005 i carabinieri di Terni stavano indagando su un piccolo giro di hashish. L’attenzione dei militari si è concentrata su Gianluca Squarzolo, che lavorava per una azienda insolitamente attiva negli appalti della cooperazione internazionale: la Sviluppo di Terni. Soprattutto in Libia è riuscita a entrare tra i fornitori della nomenklatura più vicina al colonnello Gheddafi. Ha ristrutturato palazzi e ville. Merito soprattutto dei contatti che si è saputo costruire Ermete Moretti, vulcanico manager toscano. Al pm Razzi racconta di avere accompagnato uno specialista di ozonoterapia per curare il leader massimo della Jamairhia: “Anche solo a livello di fargli fare delle iniezioni, sicuramente un bello screening me l’hanno fatto prima, per vedere se ero una persona di qualche servizio segreto”. Come in tutti i paesi arabi, anche a Tripoli per fare affari ci vogliono conoscenze e mazzette. Così Moretti non si sorprende quando nel marzo 2006 gli viene proposto un nuovo business: una fornitura colossale di mitragliatori. A parlarne è Tafferdin Mansur, alto ufficiale nel settore approvvigionamenti dell’esercito libico, “vicino al capo di stato maggiore generale Abdulrahim Alì Al Sied”. Muoversi in questo settore, però, richiederebbe figure con una certa esperienza. Invece per la prima missione viene incaricato Squarzolo che parte verso Tripoli con un piccolo campionario. Quando i carabinieri gli ispezionano i bagagli a Fiumicino invece dell’hashish trovano tutt’altra merce: un catalogo di armamenti. Capiscono di essersi imbattuti in qualcosa di grosso: lo lasciano andare e fanno partire le intercettazioni. Che individuano gli altri soci.

Mister Gold Rock C’è Massimo Bettinotti, 42 anni, radicato nello Spezzino e abile nello scovare contratti bellici. C’è Serafino Rossi, imprenditore agricolo a lungo vissuto in Perù che legge Jane’s, la rivista militare più autorevole, e tra una semina e l’altra sa riconoscere ogni modello di caccia. Il nome più misterioso è quello di Vittorio Dordi, 44 anni, nato a Cazzaniga in provincia di Bergamo e studi interrotti dopo la licenza media. E la sua carriera pare ricalcata da un romanzo. Racconta di essere emigrato dalle fabbrichette tessili lombarde all’Uzbekistan per costruire impianti e telai. Nel ’98 apre un ufficio in Congo: spiega di essere stato chiamato dal presidente Kabila per rivitalizzare la coltivazione del cotone. Ma la sua vocazione è un’altra. In Congo diventa una sorta di consigliere del ministro della Difesa, ottiene un passaporto diplomatico e la concessione per una miniera di diamanti. Nel 1999 a Cipro fonda la Gold Rock e comincia a muoversi sul mercato russo degli armamenti: “Diciotto anni di esperienza, sa: sono abbastanza conosciuto…”, si vanta con il pm. La sua specialità – racconta – è la Georgia, dove si producono ordigni pregiati. Nell’interrogatorio cita il Sukhoi 25, un bombardiere che è la fenice dei conflitti africani. Un aereo corazzato, progettato ai tempi dell’invasione dell’Afghanistan: robusto, semplice, decolla anche da piste sterrate e non teme né le cannonate né i missili. Ogni tanto stormi fantasma di questi jet, con equipaggi mercenari, spuntano all’improvviso nei massacri del continente nero. Anche in Congo, ovviamente. Dordi non si presenta come un semplice compratore: parla di un suo ruolo nell’azionariato delle aziende che costruiscono caccia ed elicotteri. Millanterie? I depositi bancari rintracciati dai magistrati a Malta, a Cipro e a San Marino sembrano indicare transazioni rilevanti e un tesoretto di 22 milioni di euro al sicuro sul Titano.

Ma le sorprese di Mister Gold Rock non sono finite. “Voi pensate a Dordi come a uno che vende solo armi, mica è vero”, spiega al pm il suo amico Serafino Rossi: “M’ha detto che lui è socio di un grosso costruttore spagnolo, che fa strade, ponti, quello che stava comprando il Parma”. È Florentino Perez quel costruttore spagnolo, deduce il procuratore: il boss del Real Madrid che ha speso cifre folli per la sua squadra stellare. Perez, racconta sempre Rossi, avrebbe investito forte in Congo e Dordi conta di lavorarci insieme, “visto che sono molto amici “. Assieme ai nuovi sodali, Dordi discute anche qualche altro affaruccio: 50 mila kalashnikov e 5000 mitragliatrici russe destinate “a un sedicente rappresentante del governo iracheno” da spedire con “il beneplacito del governo americano”; cannoni navali per lo Sri Lanka, elicotteri per il Pakistan, Mig di seconda mano dalla Lituania.

Operazioni coperte Per uno come lui, i kalashnikov sono merce di scarso valore. Ma sa che i libici cercano ben altro: venti anni di embargo, decretati dopo gli attentati di Lockerbie e Berlino, hanno reso Tripoli ghiotta. Dordi spera di sfruttare i contatti partiti dall’Umbria per strappare qualche commessa più ricca. Descrive al pm nel dettaglio gli incontri con i responsabili del riarmo libico: vogliono apparati per modernizzare i carri armati T72, elicotteri da combattimento, missili terra-aria di ultimissima generazione. Insomma, il meglio per riportare l’armata di Gheddafi ai fasti degli anni Settanta.E allora perché tanta insistenza nel cercare una montagna di vecchi kalashnikov, tutti del modello più antico e rustico? Mezzo milione di Ak47 e dieci milioni di proiettili, una quantità di gran lunga superiore alle necessità dell’esercito libico. Sono gli stessi indagati a dare una risposta nelle intercettazioni: “Li vogliono regalà a destra e manca, capito?”. Il pm parla di “esigenze politico-militari, gli indagati sanno che parte della commessa sarà ceduta a terzi. Nessun problema per loro se le armi dovessero essere destinate a Stati o movimenti in contrasto con la politica estera italiana”. È una vecchia storia. Dalla fine degli anni Settanta i libici hanno cercato di esportare la loro rivoluzione verde in mezzo mondo, donando casse di ordigni: dal Ciad al Nicaragua, dal Sudan alla Liberia.

Tangentopoli a Tripoli I nostri connazionali sono maestri nell’esperanto della bustarella. Pagano le rette del college londinese per il figlio del colonnello Mansur, più una mazzetta da 250 mila dollari; altrettanti all’ingegnere libico che esamina lo shopping bellico. I soldi li fanno gonfiando i costi: i kalashnikov vengono pagati 85 dollari e rivenduti a Tripoli per 136. “Su 64 milioni e 800mila dollari che i libici pagheranno, il 60 per cento andrà agli italiani”. Ma i soldi non restano nelle loro tasche: “Non sono poi infondate le pretese dei libici di ottenere un prezzo della corruzione più elevato rispetto a quanto finora corrisposto”, continua con un filo di ironia il pm. Gli oligarchi della Jamairhia sanno però che il loro potere va difeso. Nella primavera 2006 la rivolta islamica di Bengasi, nata come protesta contro la t-shirt del ministro Calderoli, li sorprende. Si teme anche per la salute di Gheddafi. Per questo chiedono con urgenza strumenti anti-sommossa: 250 mila pallottole di gomma, 750 lancia granate lacrimogene, scudi e corpetti protettivi.

Email a raffica Come si fa a trovare mezzo milione di mitragliatori? Basta scrivere una mail alla Norinco, il colosso cinese dove i compratori con buone referenze sono accolti sempre a braccia aperte. “Nessun problema, noi non andiamo in ferie: in tre mesi avrete i primi 100mila”, rispondono al volo. Si trovano anche le società – a Malta e a Cipro – che secondo gli inquirenti servono ad aggirare i divieti della legge italiana. I libici però sono tutt’altro che sprovveduti: prima vogliono provare dei campioni della merce. Così Moretti e Bettinotti organizzano l’invio dalla Cina a Tripoli di 6 fucili d’assalto e 18 caricatori. Ma c’è un intoppo: nel documento di spedizione, i cinesi hanno indicato il nome di Bettinotti, vanificando la rete di copertura. C’è il rischio che l’affare salti. Tra le due sponde del Mediterraneo si cerca una soluzione. Che porta il nome di Khaled K. El Hamedi, presidente della grande holding libica Eng Holding. Secondo la procura questa holding “ha intermediato l’affare dei kalashnikov “. El Hamedi è un pezzo da novanta della nomenklatura libica. È cognato di uno dei figli di Gheddafi. In più, come ricostruisce a “L’espresso” una fonte che chiede l’anonimato “il padre è il generale Khweldi El Hamedi, il membro più rispettato del Consiglio del Comando della Rivoluzione: una personalità che ha ricoperto varie cariche nei ministeri della Difesa, dell’intelligence e dell’istruzione”.

Mitra e diritti umani La notte del 14 settembre 2006, Bettinotti invia un fax allo 00218214780777: è destinato alla Eng Holding, all’attenzione di Khaled El Hamedi, per trasmettere la bolla di spedizione dei kalashnikov “artefatta dal Bettinotti per evitare che si possa risalire a lui”. Quel numero di fax corrisponde anche, come “L’espresso” è in grado di rivelare, a una importante Ong di cui Khaled El Hamedi è presidente: la “International organization for peace, care, and relief” (www.iopcr.org) di Tripoli. Un’organizzazione molto attiva nel soccorso alla popolazione palestinese, ma anche nell’assistenza agli immigrati che transitano per la Libia. Racconta a “L’espresso” una fonte autorevole che opera nel settore dei diritti umani: “È la più grande organizzazione libica attiva nel settore degli immigrati. Hanno accordi con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati per consentire l’accesso al campo di detenzione di Misratah”. Si tratta di una delle strutture dove finiscono anche i migranti respinti dal nuovo accordo Italia-Libia. “Loro sono gli unici che possono entrare in certe strutture. Ogni associazione che lavora nel settore dell’immigrazione deve passare da loro. Hanno lavorato anche con il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir)”. Nel 2008 Savino Pezzotta, presidente del Cir, e Khaled El Hamedi si sono incontrati a Roma per firmare un accordo di collaborazione in difesa dei migranti.

Game over I sogni bellici degli impresari all’italiana si sono fermati al campionario di sei kalashnikov. Nel febbraio 2007 partono gli ordini d’arresto. Squarzolo, Moretti, Rossi e Bettinotti vengono catturati subito. Vittorio Dordi invece resta in Congo. Le entrature, come lui stesso dichiara, non gli mancano: “Il 16 agosto 2007 sono andato nell’ambasciata d’Italia e ho parlato con il console generale Edoardo Pucci, che è un mio conoscente da quattro anni, che veniva a casa mia a cena e io andavo pure a casa sua. L’ho messo al corrente della situazione”. Poi – continua – è la volta dell’ambasciata americana dove parla “con il security officer della Cia”. Ma la sua posizione ormai è compromessa. Nel settembre 2008 Dordi viene espulso dal Congo come persona non gradita e finisce agli arresti. L’udienza preliminare si è tenuta a giugno: in due hanno patteggiato una condanna a 4 anni. La Sfinge invece si prepara a respingere le accuse nel processo, forte dell’assistenza di Giulia Bongiorno, deputato del Pdl e presidente della Commissione giustizia. La migliore arma di difesa possibile.

ComeDonChisciotte – PAURA, INTIMIDAZIONE E DISINFORMAZIONE MEDIATICA

ComeDonChisciotte – PAURA, INTIMIDAZIONE E DISINFORMAZIONE MEDIATICA: IL GOVERNO INGLESE PREVEDE.

Ci sono numerose prove, documentate in numerosi comunicati, che il livello 6 di allarme pandemico dell’OMS si basa su motivazioni inventate e su una manipolazione delle cifre relative alla mortalità e all’incidenza del virus H1N1 dell’influenza suina.

I dati utilizzati inizialmente per giustificare il livello 5 di allarme mondiale dell’OMS nell’aprile 2009 erano estremamente insufficienti.

L’OMS asserì senza alcuna prova che “un’ insorgenza a livello globale della malattia è imminente”. Distorse i dati del Messico relativi alla mortalità per la pandemia di influenza suina. Secondo il Direttore generale dell’OMS, Margaret Chan, nella sua dichiarazione ufficiale del 29 aprile: “Finora, 176 persone sono morte in Messico.” Di cosa? Da dove prende queste cifre? 159 persone sono morte di influenza, di cui solo sette morti, confermate da analisi di laboratorio, a causa del ceppo dell’influenza suina H1N1, secondo il Ministero della Salute messicano.

L’influenza suina ha gli stessi sintomi dell’influenza stagionale: febbre, tosse e mal di gola. Ciò che sta succedendo è che l’incidenza diffusa della comune influenza viene utilizzata per generare i dati relativi all’influenza suina H1N1.

E all’improvviso, le autorità britanniche predicono mortalità diffusa a causa di una malattia connessa all’influenza. Quale ne è la prova? Dietro i comunicati ufficiali e la campagna di disinformazione mediatica c’è Big Pharma.

Similmente, negli Stati Uniti l’intervento dell’esercito (così come la disposizione della legge marziale) vengono presi in considerazione nel caso di un’emergenza di sanità pubblica.

Non è che stanno progettando questa emergenza in anticipo? Non è che stanno coordinando queste varie emrgenze nazionali (Regno Unito, Francia) attraverso consultazioni tra i governi, che servono a scatenare un’emergenza globale di sanità pubblica, sulla base di prove inventate?

Vaccini mortali

D’altro canto, i vaccini proposti, come è stato ampiamente documentato e negato dai governi occidentali, potrebbero risultare in più morti di quelle causate dall’influenza H1N1, secondo quanto confermato dall’Health Protection Agency inglese [agenzia di protezione sanitaria, Ndt]:

Un avvertimento del fatto che il nuovo vaccino anti-influenza suina sarebbe connesso a una malattia nervosa mortale è stata mandato al governo da neurologi superiori in una lettera confidenziale.

La lettera dall’Agenzia di protezione sanitaria, l’istituto ufficiale che supervisiona la salute pubblica, è trapelata al giornale The Mail on Sunday, portando a richieste di sapere perché l’informazione non è stata data al pubblico prima che la vaccinazione di milioni di persone, bambini inclusi, cominci.

La lettera comunica ai neurologi che devono stare in allerta per un aumento di un disturbo cerebrale chiamato sindrome di Guillain-Barré (GBS), che potrebbe essere scatenato dal vaccino.

La sindrome di Guillain-Barré attacca le guaine dei nervi, causando paralisi e incapacità di respirare, e può essere fatale.

La lettera, inviata a circa 600 neurologi il 29 luglio, è il primo segno che esiste massima preoccupazione per il fatto che il vaccino stesso possa causare serie complicazioni.

Fa riferimento all’uso di un simile vaccino anti-influenza suina negli Stati Uniti nel 1976 quando:

- Più persone morirono per il vaccino che per l’influenza suina.
- Furono rilevati 500 casi di sindrome di Guillain-Barré.
- Il vaccino potrebbe aver aumentato il rischio di contrarre la sindrome di Guillain-Barré di circa otto volte.
- Il vaccino venne ritirato dopo sole sei settimane quando la connessione con la sindorme di Guillain-Barré divenne chiara.
- Il governo statunitense venne costretto a ripagare milioni di dollari alle persone ammalatesi (Mail on Sunday, 16 Agosto 2009).