Archivio Mensile: settembre 2009

Sulla riforma sanitaria negli Stati Uniti

ComeDonChisciotte – COMUNISMO ? SI, GRAZIE – L’AMERICA VEDE ROSSO.

DI ISRAEL SHAMIR
israelshamir.net/

C’è un racconto ebraico in cui ad un uomo viene offerta la possibilità di vedere esaudito qualunque suo desiderio, a patto che al suo vicino spetti il doppio. Dopo averci pensato un po’, l’uomo esprime il suo desiderio: per favore, privami di un occhio! Questo è un atteggiamento tipicamente americano. Un americano rinuncia ad avere cure mediche gratuite se la condizione è quella di permettere anche ad altri di averle. Questo è ciò che possiamo dedurre dalle manifestazioni contro la riforma sanitaria proposta da Obama. Gli slogan e le idee dei dimostranti erano a dir poco curiosi!

Una bambina domanda come farà a pagare il conto se la riforma sanitaria verrà approvata. Questa bambina – o piuttosto i suoi genitori – non si è mai chiesta come avrebbe fatto a pagare il conto delle guerre in Iraq e Afghanistan, come avrebbe fatto a pagare il conto del coinvolgimento americano in Palestina, come avrebbe potuto ripagare i trilioni di dollari regalati ai banchieri. Fino ad ora il Grande Governo andava bene. Forniva miliardi alla AIG: ok. Miliardi per nuovi jet militari: fantastico. Miliardi alla Blackwater per ammazzare un altro po’ di irakeni e pakistani: splendido. Miliardi a Israele: perfetto. Ma finanziare la sanità? Che razza di idea comunista!

Il problema delle assicurazioni sanitarie americane è qualcosa che noi stranieri non riusciamo a capire. Tutti noi, che si viva in Inghilterra o in Russia, in Israele o in Francia, abbiamo un servizio sanitario nazionale; al massimo ci lamentiamo che non funziona bene come un tempo. Ma quale persona normale preferirebbe trasformare la propria salute in un bene di lusso e farla dipendere dal proprio conto in banca? Eppure questa strana attitudine è ben radicata nella mentalità contorta degli americani.

ComeDonChisciotte – PERCHE’ HO LANCIATO QUELLA SCARPA

DI MUNTAZER AL ZAIDI
The Guardian

Io sono libero. Ma il mio paese è ancora un prigioniero di guerra. Si è parlato molto di cosa ho fatto e di chi sono io, se si sia trattato di un atto eroico e se io sia un eroe, come per rendere quell’atto un simbolo. Ma la mia risposta è semplice: ciò che mi ha spinto a quel gesto è l’ingiustizia che si è abbattuta sul mio popolo, nonché il modo in cui l’occupazione ha umiliato la mia patria schiacciandola sotto il suo stivale.

Durante gli ultimi anni, più di un milione di martiri sono caduti sotto i proiettili dell’occupazione, ed oggi l’Iraq conta più di 5 milioni di orfani, un milione di vedove e centinaia di migliaia di mutilati. Molti milioni sono senza tetto, sia dentro che fuori dall’Iraq.

Noi eravamo una nazione nella quale l’arabo divideva il pane con il turcomanno, il curdo, l’assiro, il sabeano e lo yazid. Gli sciiti pregavano assieme ai sunniti. I musulmani festeggiavano assieme ai cristiani la nascita di Cristo. E ciò nonostante il fatto che condividessimo la fame, essendo sotto sanzioni per più di un decennio.

La nostra pazienza e solidarietà non ci ha fatto dimenticare l’oppressione. L’invasione, tuttavia, ha diviso anche i fratelli e i vicini di casa. Ha trasformato le nostre case in camere da funerale.

Leggi tutto l’articolo su: ComeDonChisciotte – PERCHE’ HO LANCIATO QUELLA SCARPA.

YouTube – Centro di riciclo rifiuti in Nuova Zelanda

YouTube – Centro di riciclo rifiuti in Nuova Zelanda.

Riciclare è facile e utile, si può fare anche in Italia

Verso la manifestazione “Agenda Rossa” del 26 settembre – I video sull’evento

Verso la manifestazione “Agenda Rossa” del 26 settembre – I video sull’evento.

Manifestazione “Agenda Rossa” – 26 settembre 2009 (Roma)

Le inchieste sulla strage di via D’Amelio

De Magistris, Apicella, Nuzzi e Verasani agirono per fini di giustizia

De Magistris, Apicella, Nuzzi e Verasani agirono per fini di giustizia.

Guerra tra procure: nessun complotto, Gip archivia

PERUGIA- Con le sue deposizioni, circa 60, fatte ai pm salernitani che avevano messo sotto inchiesta i colleghi di Catanzaro accusandoli di reati gravi, tra cui corruzione in atti giudiziari, avrebbe ispirato ‘‘la falsa tesi del complotto ai suoi danni” e anche il decreto di sequestro fatto nello scorso dicembre nella procura generale del capoluogo calabrese, degli atti delle inchieste Why Not e Poseidone. Sequestro a cui segui’ il clamoroso controsequestro di Catanzaro. Ma secondo il gip di Perugia, Massimo Ricciarelli, che ha accolto la richiesta della procura umbra, non vi fu alcun falso complotto da parte dell’ex pm Luigi De Magistris.

Il gip, con un provvedimento di sette pagine, scagiona dalle accuse di abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio oltre all’attuale parlamentare europeo dell’IdV, anche i pm di Salerno, oggetto di un provvedimento disciplinare dal Csm, e in particolare l’ex procuratore Luigi Apicella sospeso dallo stesso organo di autogoverno della magistratura dalle funzioni e dallo stipendio e a luglio dimessosi dall’ordine giudiziario con una lettera molto polemica indirizzata al ministro Alfano e al capo dello Stato come presidente del Csm.

Insomma l’atto scatenante, il sequestro motivato con 1.400 pagine di accuse nei confronti dei magistrati della procura generale di Catanzaro, di quella che fu soprannominata la ”guerra tra le procure” che sollecito’ persino l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, era solo ”un atto di giustizia”. ”E’ possibile affermare - scrive il gip di Perugia – che i magistrati inquirenti salernitani abbiano agito non per arrecare intenzionalmente un danno ingiusto ma per realizzare un fine di giustizia correlato all’andamento del procedimento in corso”. Secondo il gip ‘‘non sembra possibile sostenere che tutto (le numerose audizioni di De Magistris a Salerno) fosse stato fatto per favorire De Magistris (difeso dagli avvocati Stefano Montone e Elena Lepre). Deve ritenersi mancante l’intenzionale volonta’ di arrecare un danno ingiusto che costituisce requisito indispensabile per la configurabilita’ di detto reato”.

L’iscrizione di De Magistris era stata fatta nei mesi scorsi dalla procura di Catanzaro che aveva ricevuto gli atti dalla procura generale del capoluogo calabrese. Il fascicolo giunse per competenza all’attenzione della procura di Roma il 19 febbraio, in quanto nel distretto giudiziario di Napoli, competente per le indagini su Salerno, e’ giudice al Riesame proprio De Magistris. Ma il travagliato iter della competenza per le indagini che hanno coinvolto l’ex pm ha fatto approdare il fascicolo a Perugia. Due pm salernitani indagati, e ora prosciolti, Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, sono stati trasferiti nei mesi scorsi proprio dal Csm rispettivamente a Cassino e Latina, ossia nel distretto giudiziario della Corte di Appello di Roma. Circostanza che ha radicato la competenza alla procura umbra.

ANSA – 21 settembre 2009

LINK

Sotto il tiro delle armi bianche (intervista di Monica Centofante a Gabriella Nuzzi, Antimafiaduemila.com, 9 febbraio 2009)

Le dimissione dalla magistratura del Dott. Luigi Apicella (Gabriella Nuzzi e redazione Antimafiaduemila.com, 28 luglio 2009)

‘Io boss, cercai di salvare Moro’ | L’espresso

‘Io boss, cercai di salvare Moro’ | L’espresso.

di Riccardo Bocca – 22 settembre 2009
Il pentito della ‘ndrangheta Francesco Fonti rivela come, dietro richiesta di parte della Dc, cercò la prigione di Aldo Moro durante il suo rapimento: dai contatti con il Sismi a quelli con la banda della Magliana e Cosa Nostra. Fino all’incontro con il segretario Dc Benigno Zaccagnini. Tutto lavoro inutile…

Si chiama Francesco Fonti, e il suo nome in queste settimane rimbalza tra giornali e televisioni. Grazie al dossier che ha consegnato alla Direzione nazionale antimafia, pubblicato da “L’espresso” nel 2005, i magistrati della Procura di Paola e la regione Calabria hanno individuato il 12 settembre scorso, al largo della costa cosentina, il relitto di un mercantile carico di bidoni: il primo passo verso una verità che riguarda il traffico internazionale di scorie tossiche e radioattive. Un intreccio tra politica, servizi segreti e malavita organizzata.”Soltanto un aspetto, per quanto grave, della mia attività”, lo definisce Fonti (condannato a 50 anni di carcere, prima di iniziare la collaborazione con i giudici). E sempre Fonti, in queste ore delicate, decide di rivelare al nostro giornale un altro capitolo della sua vita criminale: il ruolo che avrebbe avuto nel tentativo di salvare la vita al presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, rapito il 16 marzo 1978 dalle Brigate Rosse e trovato morto nel centro di Roma il 9 maggio seguente. Un compito, dice, affidatogli dal boss Sebastiano Romeo, dietro richiesta di una parte della Dc. Ecco il drammatico racconto, in prima persona, di quelle tre settimane.

“Il mattino del 20 marzo 1978 si presenta nel mio appartamento a Bovalino, sulla costa jonica in provincia di Reggio Calabria, Giuseppe Romeo, fratello del boss Sebastiano che in quel momento è al vertice della famiglia di San Luca: “Sebastiano ti vuole incontrare immediatamente”, dice Giuseppe. E sono parole che non prevedono repliche. Sebastiano non è soltanto il mio capo, ma anche uno degli uomini più potenti della ‘ndrangheta. Dunque non discuto e obbedisco, ritrovandomi poco dopo seduto al tavolo ovale del suo salone. Sono preoccupato, non so cosa aspettarmi, ma lui non perde tempo: “Ciccio, hai visto questa brutta storia di Aldo Moro?”, dice. “Ecco, dobbiamo intervenire. Devi salire di corsa a Roma. Devi individuare, tramite i nostri paesani e i contatti che hai con questi cazzi di servizi segreti, dove si nascondono i brigatisti che hanno rapito il presidente”.

Non mi lascia aprire bocca, Sebastiano. È innervosito dall’allarme nazionale procurato dal caso Moro, un clamore che sta disturbando gli affari della nostra organizzazione. “Ho ricevuto pressioni a due livelli”, spiega: “Mi hanno chiamato Riccardo Misasi e Vito Napoli (figure di spicco della Democrazia cristiana calabrese, ndr), ma anche certi personaggi da Roma…”. Non precisa chi sono, queste persone. Ribadisce, invece, che la missione è di importanza straordinaria, e non avrebbe accettato un mio fallimento.

Con questa premessa parto per la Capitale il giorno dopo. Salgo sulla mia Renault 5 Alpine grigia metallizzata e scarico i bagagli all’hotel Palace di via Nazionale, dove ho già soggiornato e dove consegno documenti falsi intestati a un inesistente Michele Sità. Poi mi metto in contatto con un agente del Sismi che si fa chiamare Pino: un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta, con capelli corti pettinati all’indietro. L’ho conosciuto anni prima tramite Guido Giannettini, il quale ha cercato di blandirmi per ottenere informazioni sulla gerarchia interna della ‘ndrangheta. Visto il solido rapporto tra me e Pino, gli chiedo cosa sappiano i servizi del caso Moro, e se abbiano scoperto dove si trovano i carcerieri delle Br. Lui risponde vago, dicendo che è una storiaccia, e che neppure lui è riuscito a capire come stiano le cose. In compenso, mi invita a parlare con il segretario della Democrazia cristiana Benigno Zaccagnini, il quale sta lavorando sotto traccia per aiutare Moro. Un’ipotesi diventata, poche ore dopo, un vero appuntamento.

Al termine di una giornata convulsa (durante un ultimo controllo alla Fiat 130 su cui viaggiava Moro, è stata trovata una terza borsa non elencata nel verbale della prima perquisizione) rivedo infatti l’agente Pino, che nel frattempo ha parlato con Zaccagnini. E mi dice di presentarmi il giorno dopo, alle 10 della mattina, al Café De Paris di via Veneto. Specificando: “In mano devi tenere la “Gazzetta del sud”", di cui mi consegna una copia. “In questo modo, il segretario ti riconoscerà facilmente”.

Il mattino del 22 marzo, mentre al Viminale si riunisce il Comitato tecnico operativo gestito dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga, arrivo puntuale all’appuntamento. Mi siedo a un tavolino nel dehors del Cafè de Paris, e aspetto circa dieci minuti. Dopodiché arriva il segretario Zaccagnini: dà un’occhiata attorno, mi individua e si accomoda di fronte a me. Forse, penso, ha qualche indicazione chiave da riferirmi. Ma non è così: “È un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico”, inizia senza neppure avermi detto buongiorno. Si vede che è imbarazzato, e irritato, per essere costretto a incontrare uno come me. “Mi creda”, prosegue, “non avrei mai immaginato un giorno di sedermi davanti a lei in qualità di petulante. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla, significa che il sistema sta cambiando. Faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva. Ci dia una mano e la Dc, di cui mi faccio garante, saprà sdebitarsi”. Poi sorseggia un sorso d’acqua, si alza per andarsene e aggiunge: “Noi non ci siamo mai incontrati… Se ci saranno notizie che vorrà darmi di persona, le dirà all’agente Pino”.

La mia risposta, visto l’atteggiamento scostante del segretario, è gelida. Mi limito a comunicargli che mi sono attivato per recuperare le informazioni utili. E aggiungo: “Sicuramente le nostre ricerche saranno fruttuose, e le saranno comunicate da me in prima persona”. Parole che pronuncio con convinzione. Non posso sapere che questa sarà la prima e unica volta che incontrerò Benigno Zaccagnini, e tantomeno che nelle settimane seguenti succederanno fatti anche per me sorprendenti.

A partire dall’incontro con un malavitoso capitolino, noto con il soprannome di “Cinese” per i baffetti alla mongola. Non so quale sia il suo vero nome, ma è certamente inserito nella celebre banda della Magliana. Me lo spiega il referente romano di Cosa nostra, Pippo Calò, il quale garantisce che può essermi utile: “Quelli sanno tutto?”, dice. E aggiunge che, in quelle stesse ore, anche Cosa Nostra sta lavorando per i politici romani all’individuazione dei carcerieri di Aldo Moro. “So bene che le promesse dei politici non vengono mantenute”, mi dice, “ma dobbiamo aiutarli per cercare di ottenere l’annullamento degli ergastoli inflitti ai nostri uomini”. Da parte mia, ho forti perplessità a trattare con la malavita romana, perché in Calabria si dice che con i romani si può mangiare e bere, ma non fare affari. Parlano troppo. Si vantano e cacciano tutti nei guai. Così, quando incontro il Cinese tramite Bruna P., una donna con la quale ho una relazione, e che ha un negozio di biancheria intima dove ricicla soldi della Magliana, sono molto prudente. Ci vediamo il25 marzo, giorno in cui le Br diffondono il loro secondo comunicato, in una birreria di via Merulana, a poche decine di metri da piazza San Giovanni. E il mio interlocutore non tarda a fare lo sbruffone: “Lo sanno tutti dove sono nascosti Mario Moretti e tutti gli altri!”, ride. Impugna un boccale di birra da un litro, e nonostante la delicatezza del tema parla a voce alta nel locale affollatissimo: “I rapitori di Moro si trovano in un appartamento in via Gradoli, dalle parti della Cassia”, dice. Non mi indica il numero esatto, ma in ogni caso non ha dubbi: “Se lo volessero trovare, Moro, non ci vorrebbe niente. Però chi lo vo’ trovà, a quello?”, conclude con un’altra risata.

Inutile dire che rimango perplesso: da una parte mi fa divertire, come si comporta il Cinese, dall’altra temo di buttare il mio tempo. Com’è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sia al corrente di dove si trova il covo delle Brigate rosse? Ci vogliono ben altre conferme, penso, prima di contattare Zaccagnini; e anche per questo decido di parlare con Angelo Laurendi, un ‘ndranghetista di Sant’Eufemia D’Aspromonte che conosco da tempo e che spero possa darmi notizie interessanti. Una speranza, purtroppo, infondata, ma questo non significa che la nostra chiacchierata sia inutile. Angelo, infatti, mi accompagna sulla sua Lancia Appia nel comune di Ciampino, e per la precisione in un negozio di mobili il cui proprietario è Morabito di Reggio Calabria, un ‘ndranghetista di cui non conosco il nome di battesimo. È comunque in quel momento un uomo tarchiato, sulla quarantina abbondante, con la barba scura e una piccola cicatrice sullo zigomo. Mi accoglie cordiale e rispettoso in ufficio, e quando domando se gli risulta di un appartamento delle Brigate rosse in via Gradoli, annuisce: “Voi potete stare sicuro che qualcosa c’è, in via Gradoli”, dice. “Mi hanno detto che i brigatisti gestiscono un appartamento, lì, e probabilmente c’entra con Moro”.

A questo punto, capisco che l’indicazione datami in prima battuta dalla banda della Magliana non è così improbabile. Perciò ricontatto l’agente Pino, gli faccio credere di non sapere ancora nulla, e insisto per ottenere nuovamente aiuto. Una richiesta che non può rifiutare, visto il nostro legame, tant’è che dopo avere premesso che sono in atto vari depistaggi, mi suggerisce di parlare con l’appuntato dei carabinieri Damiano Balestra, addetto all’ambasciata di Beirut sotto il comando del colonnello del Sismi Stefano Giovannone, il quale gli ha raccomandato di salvare a tutti i costi il presidente Moro (non a caso, in una sua lettera durante la prigionia, Moro invoca proprio l’intervento di Giovannone, ndr). “Balestra ha ottime fonti”, dice l’agente Pino. E non sta esagerando. Ne ho la riprova quando ci vediamo tutti e tre (io, Pino e Balestra) negli ultimissimi giorni di marzo, davanti a un bar nel quartiere romano dell’Alberone, dalle parti di via Tuscolana. È pomeriggio, e parliamo a bordo della Lancia di Pino. Il discorso dell’appuntato Balestra è chiarissimo: “Io sto dando l’anima”, dice, “per arrivare alla liberazione del presidente, ma continuo a sbattere contro un muro. Ogni informazione che ricevo è vera e falsa allo stesso tempo. Non distinguo più tra chi mi vuole aiutare e chi cerca di farmi girare a vuoto. In più c’è la guerra politica, con i socialisti che vogliono vivo Moro, e gran parte della Dc che finge di volerlo liberare”. Poi sussurra: “In questo covo di cui si vocifera, in via Gradoli 96, non abita nessuno. O almeno, così dice chi ha verificato (un primo sopralluogo in via Gradoli 96 è avvenuto il 18 marzo: sono stati perquisiti tutti gli appartamenti tranne quello affittato dalle Br,dove l’inquilino non ha risposto al campanello e gli agenti se ne sono andati,ndr)”. In ogni caso, insiste Balestra, ha la certezza che in quella casa bazzichino i brigatisti, anche se non sono stati fermati.

È qui che capisco quanto la mia trasferta romana rischi di essere inutile. Il dramma di Moro campeggia sulle prime pagine dei giornali, i partiti si mostrano formalmente costernati, ma dietro le quinte si consuma qualcosa di inconfessabile. Chi si batte veramente, con tutte le forze, per individuare i covi delle Br, non viene appoggiato. Anche se è una persona seria come il democristiano siciliano di corrente fanfaniana Benito Cazora (scomparso nel 1999, ndr); un parlamentare che cerca di incontrare chiunque possa svelargli dove si nascondano i brigatisti e dove sia segregato Moro. Tra gli altri, il deputato parla con un certo Salvatore Varone, ‘ndranghetista che noi chiamavamo Turi, ma che si presenta a Cazora come Rocco, incontrandolo in varie occasioni delle quali non conosco i particolari.

Posso invece riferire, per quel che mi riguarda, che contatto l’onorevole Cazora tramite Morabito di Ciampino, il quale dice che questo parlamentare “sta impazzendo per avere informazioni sul presidente Moro”. Fisso quindi un incontro con lui a Roma, nel ristorante Rupe Calpurnia, dove noi ‘ndranghetisti abbiamo festeggiato il compleanno dell’affiliato Rocco Sergi. Il nostro dialogo è breve e teso, e si svolge in presenza degli ‘ndranghetisti Morabito e Laurendi. Cazora è angosciato, in effetti. Mi spiega che ha già parlato con un altro calabrese, Rocco, e che è perplesso perché ha fatto lo spaccone: “Sostiene”, mi dice Cazora, “che può recuperare informazioni visto che i calabresi a Roma sono 400 mila, e perciò possono controllare il territorio’. Io, dentro di me, penso che sono strane frasi, per uno come Varone che nella ‘ndrangheta conta come il due di picche. In ogni caso, non faccio commenti perché non so chi frequenti Varone. Mi limito a informare il deputato che mi sto muovendo, dietro un mandato politico, per trovare il covo dei brigatisti, anche se non ho notizie certe. Al che lui risponde: “Mi auguro sinceramente che abbiate più fortuna di me, grazie alle vostre amicizie”. Intanto i giorni passano, e la situazione si fa sempre più drammatica. Il 29 marzo le Brigate rosse recapitano il terzo comunicato, con allegata una lettera di Aldo Moro per il ministro dell’Interno Cossiga. Il 4 aprile tocca a un quarto comunicato, trovato con l’angosciante missiva in cui Moro si rivolge a Zaccagnini (sulla trattativa per la liberazione, il presidente scrive: “Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la Dc che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l’avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone”,
ndr). È evidente, dopo simili parole, che il dramma del sequestro rischia di incanalarsi verso la peggiore conclusione, e io stesso temo di fallire la missione. Ma mentre il clima si invelenisce, e le speranze di salvare Moro diminuiscono, mi ricontatta l’agente Pino per farmi sapere che Giuseppe Santovito, numero uno (piduista, ndr) del Sismi, ha espresso il desiderio di parlarmi. E così accade. Di lì a poco, Pino mi porta dal capo a Forte Braschi, e dopo un dialogo interlocutorio Santovito mi chiede se ho notizie precise riguardo a un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che, in effetti, ho sentito questo indirizzo da amici, e lui commenta: “Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare il presidente Moro”. In ogni caso, aggiunge congedandomi, “teniamoci in contatto tramite Pino”.

La mattina dopo, quella di domenica 9 aprile (o di lunedì 10, non vorrei sbagliarmi), lascio la Capitale e mi precipito a San Luca da Sebastiano Romeo. Sono soddisfatto perché non soltanto so dove probabilmente sono nascosti i brigatisti, ma c’è anche il preannuncio datomi dal colonnello Santovito della futura liberazione del presidente Moro. Quando però incontro Sebastiano, lui ascolta con attenzione il mio resoconto per una mezz’ora, dopodiché mi stronca: “Sei stato bravo”, riconosce. “Peccato che da Roma i politici abbiano cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri”. Una frase assurda, imprevedibile, che lì per lì incasso in silenzio, ma che di fatto vanifica il mio lavoro nella Capitale. Sono stanchissimo, amareggiato. Ho indagato come si deve, a Roma, e adesso dovrei fottermene come se ne fotte l’intera classe politica. Ci provo con tutto il cuore, ma non ci riesco: sono un ‘ndranghestista di primo livello con tanto di sgarro (indispensabile per accedere al massimo livello dell’organizzazione, ndr), ma sono anche una persona che sa dire di no, a volte: e questa è una di quelle volte. Dopo l’incontro con Romeo, dunque, torno a Bovalino e telefono alla Questura di Roma, presentandomi al centralinista come Rocco. “Andate a Roma, in via Gradoli al numero 96″, scandisco, “e troverete i carcerieri di Aldo Moro”. “Da dove sta chiamando?”, domanda il centralinista allarmato. “Chi parla? Chi è lei?”, insiste. Ovviamente non rispondo; abbasso la cornetta e provo a non pensarci più.

Una promessa impossibile da mantenere. Poco dopo, il 18 aprile 1978, il covo di via Gradoli 96 viene scoperto per una strana perdita d’acqua. Dei brigatisti, come logico viste le premesse, non c’è traccia. E a questo punto so bene il perché: non c’è stata la volontà di agire. C’è invece, molti anni dopo, nel 1990, il mio incontro nel carcere di Opera (provincia di Milano, ndr) con il capo delle Br Mario Moretti, colui che ha ammesso di avere ucciso il presidente Moro, assieme al quale frequento casualmente un corso di informatica. I nostri rapporti si fanno presto cordiali, piacevoli; lui sa esattamente chi sono e mi rispetta. Io pure. Finché un giorno, mentre armeggiamo al computer, una guardia gli consegna una busta e annuncia: “Moretti, c’è la solita lettera”. Lui la apre senza nascondersi, estrae un assegno circolare, lo firma sul retro per girarlo all’ufficio conti correnti che permette l’incasso, e mi dice: “Questa, Ciccio, è la busta paga che arriva puntualmente dal ministero dell’Interno”. Frase che all’istante scambio per una battuta, per uno scherzo tra carcerati: sbagliando. Qualche tempo dopo, un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare soldi a Moretti, lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale è stato retribuito. L’ennesimo mistero tra i misteri del caso Moro, dico a me stesso; l’ennesima zona grigia in questa storia tragica.

Antimafia Duemila – Lauro: «La mafia non sopravvive senza complicità»

Antimafia Duemila – Lauro: «La mafia non sopravvive senza complicità».

Il pentito calabrese parla di rapporti fra ‘Ndrangheta, massoneria e istituzioni deviate
a cura di Monica Centofante
La sua carriera criminale iniziò a diciotto anni e si sviluppò durante la rivolta di Reggio capoluogo, quando venne a crearsi il connubio tra ‘Ndrangheta, servizi segreti deviati, massoneria e terrorismo. E’ Giacomo Ubaldo Lauro, uno dei primi pentiti calabresi, un tempo importante trafficante di droga in contatto con il cartello di Medellin. <<Sono nato a Brancaleone, un paese della Jonica – racconta – e ho iniziato a collaborare nel settembre del 1992, dopo il mio arresto avvenuto all’aeroporto di Amsterdam>>. Una decisione, quella di passare dalla parte dello Stato, intervenuta in seguito alle stragi di Falcone e Borsellino, quando, a suo dire, vennero meno i  presupposti che lo avevano fatto entrare nella ‘Ndrangheta: <<Non potevo certo essere orgoglioso di sentirmi un uomo d’onore dopo quello che era successo. Prima dei giudici palermitani, era stato ucciso a Campo Calabro il giudice Antonio Scopelliti>>. Ai rischi che comporta la scelta di collaborare, alle vendette a cui sarebbero andati incontro i familiari Lauro ci aveva pensato, certo, ma alla fine era prevalso il bisogno di rifarsi una vita al di fuori dell’organizzazione criminale. Lo avrebbe fatto aprendo un’attività di agriturismo con quei 500 milioni che lo Stato gli avrebbe elargito per mantenere sé stesso e i sette membri della sua famiglia. 500 milioni al posto della paga mensile. Era il 1996, ricorda, <<sarà un caso, ma subito dopo iniziarono le mie disavventure. Addirittura fui accusato di aver commesso una truffa ai danni dello Stato. Finii nuovamente in carcere, ma vi assicuro senza avere commesso alcun reato. Secondo l’accusa, avrei distratto delle somme alle quali avevo avuto accesso con finalità ben precise. Mi costò 14 mesi di carcere preventivo. Soltanto dopo un’indagine della distrettuale antimafia di Roma, fu accertata l’insussistenza delle accuse con la successiva richiesta di archiviazione a mio carico. Archiviazione disposta poi dallo stesso Gip della Capitale>>.
Ora, lo scheletro di quella tenuta agrituristica è ancora lì, Lauro è tornato alla paga mensile e le polemiche su uno Stato che paga troppo bene i pentiti sono sempre accese. <<Adesso i ricchi siamo noi collaboratori – si indigna – e magari andiamo pure in Svizzera a nascondere il denaro… Nelle banche svizzere ci andavo quando ero malandrino… finiamola con questi discorsi di parte. Se mi avessero ammazzato un fratello o il padre io offrirei dei soldi per scoprire chi è stato… Esiste una legge, credo che sia giusto applicarla. Gli scandali sono le disfunzioni che alcuni apparati dello Stato provocano per il reinserimento di noi collaboratori di giustizia. Chi sbaglia è giusto che paghi, non generalizziamo le colpe di qualche pentito: se un giudice è corrotto non vuol dire che tutta la magistratura sia marcia. Ognuno risponde delle sue azioni. La verità è che il collaboratore in Italia non è più ‘gradito’: evidentemente la lotta alla mafia non tira più>>. Pone poi l’accento sulle riforme della legge sui pentiti evidenziando che per sconfiggere organizzazioni come la ‘Ndrangheta, la Camorra o Cosa Nostra è necessario l’apporto dei collaboratori con la giustizia poiché esse possono essere smantellate solo dall’interno. Consiglia quindi di imitare in toto il modello americano e alla proposta di un carcere “morbido” in cambio della collaborazione risponde: <<Ma credete davvero che uno si autoaccusi di aver commesso degli omicidi solo per una cella più comoda, sapendo che lo Stato, da solo, non è stato capace di trovare l’assassino? Così facendo le stragi Capaci e via d’Amelio resterebbero senza nome. Chi dice queste assurdità pensa che il mafioso sia stupido. Nessuno dice niente per niente: tutto ha un suo prezzo!!! O pensate che in America il pentito parli in onore della Madonna?>>.
E ha parlato tanto, Lauro, rivelando il volto di una ‘Ndrangheta che <<non ha una sua ideologia politica>>, ma che si muove solo per <<questioni di potere>>. <<Le famiglie calabresi – dice – stanno sempre con il più forte, con quel gruppo politico che comanda>> e <<hanno rapporti con diverse realtà criminali internazionali>>. Cita il Medio Oriente, l’America del Sud, l’Europa Centrale, il Mare del Nord. In quanto ai porti sotto controllo parla di Rotterdam in Olanda, Anversa in Belgio, Brema in Germania e ancora di Spagna e Portogallo. Compravendita di armi e droga è il principale commercio di questa spietata organizzazione che non ha mancato di compiere omicidi eccellenti. Il più eclatante dei quali fu quello dell’on. Ludovico Ligato, manager potentissimo, allora presidente delle Ferrovie dello Stato. <<Ligato è stato liquidato – commenta Lauro – per motivi di interesse e di economia nella guerra di mafia. Era al boss Paolo De Stefano, a cui aveva fatto delle cortesie quando era presidente delle Ferrovie (sic!). In più, ed è fondamentale per capire il personaggio e valutarne la forza, conosceva bene magistrati, uomini delle Istituzioni, personaggi importanti della vita economica nazionale. Non si dimentichi che il cugino di Paolo De Stefano, l’avvocato Giorgio De Stefano, era iscritto alla Democrazia Cristiana. A gestire questo omicidio eccellente è stata la mia ‘famiglia’, anche se materialmente a sparare fu Giuseppe Lombardo>>.
Poi prosegue: <<La sua morte è stata decisa quando la ‘Ndrangheta ha compreso che aveva perso il lume della ragione. Metteva i bastoni fra le ruote per far arrivare i finanziamenti statali a Reggio Calabria. Su questi miliardi che dovevano arrivare da Roma lui aveva fatto altri progetti, creando delle società di comodo. La ‘Ndrangheta aveva provato a convincerlo a ritornare sui suoi  passi, ma lui, un vero testardo, non intese venire a patti perché si riteneva invulnerabile. Una volta compresa l’impossibilità del (sic!), è stato eliminato, come si usa per un boss avversario, non ritenendo più possibile altra soluzione>>.
Storia simile, assicura il pentito, quella del notaio Pietro Marrapodi, ufficialmente morto suicida. Avrebbe voluto vedere i suoi ex amici notabili, che riteneva dei traditori, coinvolti in un procedimento penale <<per macchiarne la cristallinità>> ma <<hanno fatto di tutto per farlo passare per pazzo>>. Sottolinea, ancora, che il notaio è <<rimasto vittima di sé stesso dopo aver spifferato al Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Salvo Boemi, di certi affari tra giudici e mafiosi con la complicità delle logge. Ma guardate come finisce questa storia: il notaio Marrapodi è finito appeso ad una corda, io in cella a Paliano ed il giudice Boemi abbandonato dalle Istituzioni. Tutti vittime degli stessi nemici>>. Il notaio, aggiunge, <<partecipava alle nozze della figlia di Nirta o al battesimo del figlio di Bruno Equisone>> e con alcuni di questi boss <<ha fatto buoni affari>>. Afferma poi che il Marrapodi aveva rapporti con il boss Paolo De Stefano evidenziando il fatto che la non appartenenza al crimine del professionista non costituiva alcun ostacolo al loro legame. Cosa questa, che prima della creazione della cosiddetta Santa non sarebbe mai potuta accadere.
Tra gli <<altri notabili calabresi che si erano messi  a disposizione dell’organizzazione>> cita inoltre il preside Cosimo Zaccone, e mentre accusa imprenditori, ispettori del Ministero di Grazia e Giustizia e magistrati riconosce che <<la giustizia, per fortuna, non è affidata solo a queste persone corrotte: ci sono i giudici onesti e quelli disonesti>>.
Ma i rapporti con le istituzioni si spingono ben oltre e vengono mantenuti grazie al legame con la massoneria. <<Ancora non è stato detto tutto sulle collusioni fra poteri deviati e criminalità organizzata – chiarisce Lauro -. Un’organizzazione dedita al crimine ha per forza delle complicità, altrimenti non potrebbe sopravvivere. Pensate ad un fiore piantato in un deserto… Ci sono interessi e poteri ancora forti. Forse qualche sbaglio l’ho fatto anch’io pronunciando qualche nome. Avrei dovuto forse lasciare fuori dai verbali certi magistrati. Sono ancora troppo potenti: così facendo ho solo fatto del danno a me stesso. Il mio errore più grande non è stato quello di collaborare, ma di parlare della massoneria. Chi gestiva o gestisce ancora il  potere in Italia deve fare i conti con le logge segrete e non. D’altro canto, ditemi chi ha fatto l’Italia… Io so che Giuseppe Garibaldi era un massone>>. Per quanto riguardai nomi di politici e imprenditori legati alle logge dice di non voler scendere nel dettaglio, ma conferma che la massoneria è un potere forte, così come lo sono la magistratura e la politica. <<Un circuito inossidabile>>, lo definisce al cui interno vi sarebbero personaggi disonesti che non fanno gli interessi della collettività: <<La massoneria aiutava noi criminali ad aggiustare i processi in Cassazione. Ogni situazione dipendeva da chi si interessava per quel determinato processo. Le logge sono depositarie di interessi e di complicità dentro le istituzioni: i processi penali erano facilmente controllabili. Grazie all’intervento delle logge segrete, i fratelli De Stefano, nonostante una pesantissima condanna a 28 anni di carcere, si salvarono>>.
E forse è anche per questo che all’interno delle carceri i boss calabresi facevano il bello  e il cattivo tempo facendo entrare, come afferma il pentito, casse di champagne, organizzando riunioni, picchiando gli agenti penitenziari.
In quanto alla politica, afferma che <<i politici fanno le chiacchiere, gli ‘ndranghetisti fanno i fatti. Ad esempio, sono sicuro che appena si passerà dai progetti alla realtà, il Ponte sullo Stretto farà gola alle consorterie: ogni pietra sarà un affare! Si ricordi che la ‘Ndrangheta è favorevole a tutti i lavori: basti citare gli esempi del quinto centro siderurgico, della Liquilchimica,  delle Grandi Officine di Saline Joniche. Prenda il Porto di Gioia Tauro: più che il porto sta decollando l’Onorata società di Gioia Tauro!>>.
Interrogato in merito ai rapporti della mafia calabrese con le “famiglie” siciliane, Lauro ha dichiarato di non poter fornire particolari in quanto vi sono indagini in corso, ma, per dare un’idea, ha ricordato i fatti del verminaio di Messina ed i suoi ottimi rapporti con il professor Giuseppe Longo, amico intimo di Beppe Morabito. Ha riferito, inoltre, degli ottimi rapporti di Paolo De Stefano con il professor Motta e con l’onorevole Saverio D’Aquino.
Infine, in merito all’omicidio Pecorelli, ha parlato di un accordo tra i servizi segreti e il boss Tonino Saccà. Fu lui <<a chiedermi di preparare l’omicidio>>, per organizzare il quale si svolse un incontro <<a Roma, in via Sicilia, dove c’era l’allora ufficio della Guardia di Finanza. Parlammo con un generale>>. <<Quell’omicidio – conclude – era fortemente richiesto da troppa gente importante>>. La sua era una morte decisa <<anche senza l’intervento della ‘Ndrangheta. Dopo quell’incontro io scesi subito ad Africo e ne parlai con mio compare, Peppe Morabito, il quale mi consigliò giustamente di tirarmi fuori da questa storia>>. <<Capita la pericolosità  della richiesta, presi la macchina per raggiungere Milano, dove avrei trovato un nascondiglio sicuro. Ma, stranamente, all’ingresso dell’autostrada, fui arrestato dal vicecapo della polizia, Gianni De Gennaro. Credete che sia stato solo un caso? Penso che qualcuno mi vendette: anche se ufficialmente si parlò di intercettazioni telefoniche. Dopo una settimana, uccisero Mino Pecorelli>>.

Blog di Beppe Grillo – Il delirio della legge

Blog di Beppe Grillo – Il delirio della legge.

Sommario:
Dell’Utri e la lettera di Provenzano a Berlusconi
Ciancimino è attendibile o no?
Menzogne colossali
Floppone in prima pagina

Dell’Utri e la lettera di Provenzano a Berlusconi

Buongiorno a tutti, ci sono stati da poco i funerali dei nostri caduti nella guerra dell’Afghanistan, personalmente, per quello che può valere, mi associo al lutto. Vorrei anche associarmi al lutto di tutti gli afgani che sono stati uccisi in questi anni dalle truppe di occupazione militare americane, inglesi, italiane etc. etc., dei quali invece ci dimentichiamo sempre: non esistono morti più morti degli altri, ma sicuramente le morti più ingiustificate sono proprio quelle degli afgani che, in Afghanistan, sono a casa loro, mentre, purtroppo, noi siamo a casa di altri. Chiudo questa parentesi e vi preannuncio che tra un po’ vi farò una sorpresa: vi farò vedere la prima pagina del numero zero de Il Fatto quotidiano; so che molti di voi sono abbonati o saranno comunque lettori in edicola e quindi magari gradiranno questa sorpresa, perché ormai siamo agli sgoccioli: oggi è lunedì, mercoledì usciremo con il primo numero e, chi si è abbonato on- line, già martedì sera a mezzanotte, alle 23: 59, se tutto va bene, potrà trovare in versione PDF sul suo computer il nostro giornale, libero e senza padroni. Però partiamo subito, prima di questa primizia, da un paio di notizie della settimana che non mi pare siano state analizzate: sono state date, ma non sono state analizzate, quello che manca in Italia non è neanche il giornalismo d’inchiesta, è il giornalismo di analisi, un giornalismo che faccia capire che cosa sta succedendo, che colleghi i puntini dell’enigma, per fare venire fuori la figura completa. Le due notizie sono due decisioni prese da due organismi dello Stato, di cui uno è la Corte d’Appello di Palermo, che sta processando Marcello Dell’Utri e l’altro è l’avvocatura dello Stato; sono funzionari pubblici, sia i magistrati che gli Avvocati dello Stato, che paghiamo per fare giustizia: i magistrati debbono valutare le prove e decidere, nel caso in cui siano giudici di Corte d’Appello, se l’imputato è colpevole o innocente, gli Avvocati dello Stato – lo dice il loro stesso sito Internet- hanno il compito di difendere la Pubblica amministrazione nei processi, compresi naturalmente quei procedimenti che finiscono davanti alla Corte Costituzionale, dove la Pubblica amministrazione, ossia il Parlamento e il governo, deve andare a difendere la legittimità costituzionale delle leggi o dei decreti che approva. Quindi sono persone pagate da noi per fare giustizia per rappresentare gli interessi collettivi: lo dico perché, in realtà, le due decisioni, le due posizione prese dalla Corte d’Appello di Palermo (Presidente Dall’Acqua) e dall’Avvocato dello Stato Glauco Nori non mi pare che rappresentino i cittadini, le esigenze della giustizia e l’interesse pubblico: è una mia opinione, io non mi sento rappresentato né dalla decisione presa dalla Corte d’Appello di Palermo, né tantomeno dalla posizione assunta dall’avvocatura dello Stato. Andiamo con ordine: che cosa doveva decidere la Corte d’Appello di Palermo? La Corte d’Appello di Palermo è quella di fronte alla quale Marcello Dell’Utri è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, dopo che in primo grado era stato condannato, in Tribunale, a nove anni di reclusione; ha fatto ricorso lui contro la condanna, ha fatto ricorso la Procura di Palermo, sostenendo che la pena era troppo lieve, sebbene fosse abbastanza consistente, ma stiamo parlando di mafia, se l’accusa viene confermata anche in appello e quindi processo di appello. Al processo di appello si è lavorato per tre anni, dal 2006 al 2009; nel corso di questo processo d’appello la pubblica accusa ha chiesto di depositare nuovi elementi di prova e la Corte d’Appello li ha respinti quasi tutti, anche nell’ultima udienza ha respinto i nuovi elementi di prova, o indiziari, come si dice, portati dal Procuratore Generale Antonino Gatto. Che elementi erano? Erano gli elementi di cui abbiamo parlato molte volte quest’estate, ovvero le novità emerse dal fronte Ciancimino, figlio dell’ex Sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Si chiama Massimo Ciancimino, a casa sua è stato trovato un lembo di una lettera che Provenzano ha indirizzato a Berlusconi, purtroppo l’altra parte è scomparsa e la parte, invece, che è stata trovata e che oggi possediamo è rimasta sepolta in uno scatolone della Procura di Palermo, fino a quando non è cambiato il Procuratore: è andato via il Procuratore Grasso e è arrivato il Procuratore Messineo, che ha rimesso a lavoro i magistrati che erano stati estromessi dal lavorare sulla mafia nella gestione precedente, questi magistrati hanno scoperto che mancava un pezzo, sono andati a ravanare negli scatoloni e hanno trovato il lembo della lettera di Provenzano a Berlusconi. I Carabinieri l’avevano segnalata addirittura in carattere maiuscolo, affinché nessuno se la perdesse e invece qualcuno se la era persa. A questo punto si sono precipitati , stava proprio finendo il processo d’appello Dell’Utri: i giudici, prima delle vacanze, stavano per dare la parola al Procuratore Generale per la requisitoria, quando sono arrivate queste nuove carte, dicendo “ prendete atto che c’è anche questa mezza lettera strappata”, perché? Perché intanto c’è Provenzano che scrive a Berlusconi, il capo della mafia che scrive all’attuale capo del governo, lo chiama Onorevole e quindi è una lettera che si riferisce all’impegno politico di Berlusconi, probabilmente successiva al 93 /94, è la lettera di cui sapete già tutto: Provenzano promette appoggio politico a Forza Italia, in cambio della disponibilità di una rete televisiva, Berlusconi tanto ne ha tante, ne ha ben tre, ne aveva tre all’epoca, adesso ne ha anche sei. Minacciava, in caso contrario, di dare luogo a un evento funesto, a un “ triste evento”: così lo chiama Provenzano o chi, materialmente, ha vergato questa lettera e il triste evento, secondo il figlio di Ciancimino, era il rapimento o l’assassinio del povero Piersilvio. Naturalmente tutto è andato bene, Piersilvio è più vivo che mai, non ha mai subito attentati o tentativi di sequestro, quindi dobbiamo pensare che quella lettera, in qualche modo, abbia avuto soddisfazione. Ma perché portare una lettera di Provenzano a Berlusconi in un processo dove è imputato Dell’Utri? Che c’entra Dell’Utri? Giusta domanda, per chi se la pone: Dell’Utri c’entra perché Massimo Ciancimino sostiene che, il destinatario penultimo della lettera, colui che la doveva consegnare a Berlusconi, era Dell’Utri e che quindi la trafila era – l’abbiamo già raccontato – Provenzano che la scrive, la dà a un certo Lipari, che era un suo uomo di fiducia, il quale la dà al figlio di Ciancimino, il figlio di Ciancimino la porta a suo padre che è in carcere, il padre trova il modo – avrebbe dovuto trovare il modo – di farla avere a Dell’Utri e Dell’Utri a Berlusconi. Questo è il percorso. Dice, il figlio di Ciancimino, “ quella lettera me la ricordo intera, è strato che ce ne sia soltanto più metà” e è ancora più strano, in quanto, aggiungo io, Ciancimino dice “ nella prima parte della lettera c’era proprio scritto che Dell’Utri avrebbe dovuto consegnarla a Berlusconi”, quindi Dell’Utri era un po’ il postino, secondo il figlio di Ciancimino. Naturalmente non sappiamo se è vero o meno, finché non sarà stata trovata l’altra parte della lettera questa cosa di Dell’Utri la dice Ciancimino, che è un testimone oculare, però: infatti la lettera è stata trovata a casa sua e quindi è ben possibile che se la ricordi tutta intera; semmai c’è da domandarsi chi ne ha tagliata metà e ha portato via proprio la metà nella quale c’è il nome di Dell’Utri, mentre ha lasciato la metà dove c’è il nome di Berlusconi, dell’Onorevole Berlusconi. I Carabinieri no: i Carabinieri quello che hanno trovato l’hanno messo lì, bisogna capire che cosa è successo, ma in ogni caso nei processi i giudici servono proprio a questo, a sentire il testimone e a valutare se la sua testimonianza è attendibile oppure no, per valutarla bisogna sentirlo, il testimone. Ecco perché la Procura di Palermo ha sentito Ciancimino, il quale ha detto queste cose che vi ho parafrasato e poi ha depositato il pezzo di lettera e i verbali di Ciancimino, affinché i giudici inserissero queste prove nel fascicolo del processo e ascoltassero, a loro volta, Ciancimino.

Ciancimino è attendibile o no?

Sapete che nel nuovo processo penale non si può dare per scontato quello che c’è nei verbali resi dai testimoni o dagli indagati davanti al Pubblico Ministero, ma tutto deve essere ripetuto in aula, davanti ai giudici e quindi i giudici avrebbero dovuto chiedere a Ciancimino di ribadire le cose o meno, che risultavano dai suoi verbali, davanti ai Pubblici Ministeri e invece l’altro giorno la Corte d’Appello di Palermo ha respinto la richiesta della Procura Generale di inserire agli atti le nuove prove, le carte e i verbali di Ciancimino e, soprattutto, hanno rifiutato di sentire Ciancimino. Quindi adesso, dopo la requisitoria che è appena iniziata e dopo le arringhe difensive, i giudici si chiuderanno in Camera di Consiglio per decidere se Dell’Utri è colpevole, come aveva deciso il Tribunale, o è innocente, come chiedono i suoi Avvocati, senza poter valutare la lettera di Provenzano a Berlusconi e le dichiarazioni di Ciancimino, che dice che il pony express che faceva da trait d’union da Provenzano a Berlusconi era Marcello Dell’Utri, quindi praticamente hanno preso una robusta possibile prova e l’hanno rigettata, l’hanno rifiutata, non la vogliono vedere, non la vogliono esaminare. Io non lo so per quale motivo: c’è chi dice che l’hanno fatto perché il Presidente del collegio è già stato trasferito al Tribunale di Caltanissetta e quindi non vede l’ora di finire il processo di Dell’Utri per potersi trasferire, armi e bagagli, a Caltanissetta; speriamo che non sia così, perché i processi sono tutti importanti, ma un processo del genere che perde per strada una prova soltanto perché il giudice ha fretta sarebbe molto triste, dopo tre anni poi un’udienza per sentire Ciancimino non avrebbe spostato granché, sarebbe durato un’udienza in più, questo processo. Non vorrei neanche pensare che abbiano voluto respingere una prova, perché altrimenti avrebbero dovuto tenerne conto ai fini di una condanna, cioè non vorrei – per l’amor del cielo! – che avessero già deciso in altro senso, ovvero per l’assoluzione: sarebbe molto grave, questo sarebbe un sinonimo di malafede, ci sarebbe da ricusarli dei giudici così prevenuti. Speriamo che non sia così, resta il fatto che non si capisce per quale motivo non hanno voluto esaminare questa prova. Nell’ordinanza che ho qui i giudici Lacommare, Barresi e Dall’Acqua, che è il Presidente, scrivono, anche se l’ordinanza è firmata soltanto dal Presidente, che “ l’esame del frammento di foglio sequestrato il 17 febbraio 2005 in un locale nella disponibilità del Ciancimino e l’esame del contenuto dei verbali, relativi agli interrogatori da questi resi il 30 giugno e il 1 luglio 2009 – appena l’altro ieri, perché avevano appena trovato il foglio e l’hanno convocato d’urgenza, Ciancimino, i magistrati – al Pubblico Ministero di Palermo non consentono di ritenere che, le indicazioni fornite sul posto, della richiesta di acquisire questi elementi, pur suscettibili di ulteriore approfondimento nell’ambito dell’indagine condotta dalla Procura, siano allo stato connotate dai requisiti di specificità, utilità e rilevanza necessari per l’accoglimento dell’istanza”. Praticamente dicono che questa lettera di Provenzano a Berlusconi e le dichiarazioni di Ciancimino, che dice che la lettera doveva portarla Dell’Utri, non sono connotate da requisiti di specificità, utilità e rilevanza, non sono rilevanti, non sono utili e non sono specifiche. Aggiungono poi: “ dall’esame dei verbali di interrogatorio di Ciancimino – che parla della lettera e del ruolo di Dell’Utri – emerge una continua e non sempre sanata contraddittorietà delle dichiarazioni rese dal Ciancimino”, cioè Ciancimino dice delle cose contraddittorie. Può darsi, infatti spetta proprio ai giudici sciogliere queste contraddizioni, incalzarlo, interrogarlo, fargli le domande giuste, vedere se si contraddice, capire perché si contraddice, oppure magari invece ottenere delle risposte meno contraddittorie in un senso o nell’altro, nel senso di liberare Dell’Utri dal sospetto, oppure invece di accertare che Dell’Utri ha fatto anche quello, oltre a tutto quello che il Tribunale aveva già accertato. Se non lo stabiliscono i giudici se Ciancimino è attendibile, chi lo deve stabilire?! E se parla di Dell’Utri come pony express di lettere da Provenzano a Berlusconi, in quale altro processo deve andare questa roba, se non nel processo dove si sta processando Dell’Utri, con l’accusa di essere stato per 30 anni il trait d’union tra la mafia e Berlusconi?! Mi sembra che sia il posto giusto per accertare queste cose! Non si capisce per quale motivo la contraddittorietà, ammesso che sia contraddittorio quello che dice Ciancimino, debba indurre i giudici a non sentirlo: se è contraddittorio è un motivo in più per sentirlo e per chiarire. Dicono poi, i giudici, che “ Ciancimino colloca questa lettera in un periodo storico, cioè il 1992, che non risulta compatibile con l’appellativo di Onorevole, utilizzato nel frammento di foglio in esame e riferito a Berlusconi”, che infatti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 94. Ciancimino dice che quella lettera è del 92, nella lettera c’è scritto “ Onorevole Berlusconi” e i giudici dicono che Onorevole Berlusconi lo è diventato nel 94: è vero, può darsi che Ciancimino sbagli data, che abbia ricordi confusi, è difficile ricordarsi tutte le date delle elezioni etc., oppure può darsi che racconti balle per un qualche motivo, a proposito della datazione di quella lettera. Bene: sentitelo, incalzatelo, fategli queste obiezioni e vedete come risponde. Per quale motivo un errore di data dovrebbe non dico rendere inattendibile Ciancimino, ma renderlo non meritevole neanche di essere interrogato? Boh! Dicono ancora, i giudici, “ considerato che Ciancimino tra l’altro ha ammesso di non conoscere gli sviluppi e gli esiti della vicenda”: certo, lui non sa se è avvenuta la consegna a Dell’Utri e, da Dell’Utri, a Berlusconi e chi se ne importa! Quello che qui conta è se davvero Provenzano usava Dell’Utri come pronta consegna, come postino, se davvero aveva scritto che Dell’Utri avrebbe dovuto consegnarla a Berlusconi probabilmente si riferiva al fatto che aveva fatto la stessa cosa altre volte, che era un postino collaudato. Il fatto che poi, anche quella volta, la consegna sia avvenuta oppure no a noi non interessa niente e non dovrebbe interessare neanche ai giudici: perché? Perché basta sapere che, in una lettera indirizzata da Provenzano a Berlusconi, c’era scritto che la consegna la doveva fare Dell’Utri: questo dovrebbe interessarli, visto che devono giudicare Dell’Utri come possibile trait d’union tra la mafia e Berlusconi! Prima di affidare una lettera a Dell’Utri per Berlusconi, Provenzano si sarà informato su chi era: evidentemente, se aveva scelto lui, vuole dire che si fidava di lui perché aveva già fatto altre consegne o altri favori, o aveva già messo in contatto la mafia con Berlusconi, non è che uno prenda il primo che passa e dica “ scusa, c’è una lettera di Provenzano per Berlusconi, me la consegni?”: è ovvio che ti rivolgi a qualcuno molto affidabile e, soprattutto, molto taciturno. In ogni caso queste sono tutte cose da chiedere a Ciancimino, invece loro dicono “ no, non gliele chiediamo, perché avremmo dovuto chiedergliele?”, ma vi rendete conto?! E, alla fine, dicono “ rilevato, pertanto, che dall’esame del contenuto degli unici verbali emerge un quadro confuso e contraddittorio, questa Corte non può compiutamente valutare l’utilità e la rilevanza del mezzo di prova, rispetto alle accuse formulate a carico dell’imputato”, questa è veramente curiosa! Non avevano mica detto loro di prendere per oro colato i verbali davanti al Pubblico Ministero, avevano detto loro “ sentite Ciancimino: a noi ha detto così, vediamo che cosa dice in aula, la lettera c’è, nessuno può mangiarsela”, l’avevano fatta sparire e è ricomparsa, è sparita una seconda volta, i giudici d’appello hanno deciso di non prenderla in considerazione. Speriamo che ritrovino un po’ di logica in tempo utile per la sentenza, perché queste motivazioni sono quanto di più illogico – questo almeno lo si può dire, è diritto di critica – si possa immaginare e è preoccupante che siano così privi di logica, i giudici che stanno seguendo un processo di questo genere.

Menzogne colossali

L’altra cosa riguarda l’Avvocato dello Stato: come vi ho detto, nel sito dell’avvocatura dello Stato c’è scritto che “ l’avvocatura dello Stato è un pool di giuristi specializzati, che rappresenta e difende in giudizio l’amministrazione statale e, più in generale, tutti i poteri dello Stato”. Quindi, quando viene chiamata a difendere la bontà, la costituzionalità, la legittimità di una legge che, secondo alcuni tribunali, come quello di Milano e altri, è incostituzionale, dovrebbe andare lì e difendere la costituzionalità della legge, ossia dovrebbe cercare di spiegare, se ci riesce, che la Legge Alfano è rispettosa della Costituzione, che la Legge Alfano, che rende immuni dai processi le quattro alte cariche dello Stato, non confligge con l’articolo 3, che dice che siamo tutti uguali di fronte alla legge, senza aggiungere “ tranne quattro”. Insomma, dovrebbe occuparsi della legge, cioè di una norma generale e astratta: questo dovrebbe fare l’avvocatura dello Stato davanti alla Corte e invece che cosa fa, l’Avvocato Glauco Nori, a nome nostro, cioè dello Stato e a spese nostre, cioè dello Stato? Lo paghiamo noi l’Avvocato dello Stato. Va lì e dice alla Corte, per spaventarla probabilmente, “ state attenti, perché se bocciate la Legge Alfano succede un’ira di Dio nella politica italiana, perché Berlusconi torna imputato, se torna imputato si dimette, crolla il governo, crisi, un casino che non finisce mai, lasciamo il Lodo Alfano, che è meglio”, questo è il discorso. Allora capite che questa è una cosa che eventualmente potrebbe dire l’Avvocato Ghedini: non l’ha detta, eh, attenzione, perché queste sono delle scempiaggini che neanche l’Avvocato Ghedini, che è tutt’altro che fesso, oserebbe mai dire; perché? Perché se andasse lì e dicesse “ se Berlusconi torna imputato si deve dimettere” beh, poi se Berlusconi torna imputato si deve dimettere davvero e, soprattutto, andrebbe lì a ammettere che quella è una legge fatta da Berlusconi per Berlusconi, non è una legge fatta per tutelare le alte cariche dall’eventuale pericolo che un giorno possano essere sottoposte a processo e perdano, quindi, la serenità e il tempo che invece è loro necessario per concentrarsi quotidianamente sul loro lavoro al servizio degli italiani, perché questo ci hanno raccontato e era il movente della Legge Alfano, non salvare le chiappe all’attuale Presidente del Consiglio. Infatti Ghedini queste stupidaggini non le ha dette: le ha dette l’Avvocato dello Stato che, invece di difendere il Lodo, ha difeso Berlusconi, togliendo anche il velo dell’ipocrisia che attorniava questa legge, quel velo di ipocrisia che indusse il capo dello Stato a firmare, in men che non si dica, una legge incostituzionale, “perché bisogna tutelare le alte cariche dall’incursione dei magistrati cattivi”. Quindi se non altro è stato sincero, l’Avvocato dello Stato ha detto “ questa è una legge fatta per Berlusconi, l’unico che ne approfitta è Berlusconi, se Berlusconi torna sotto processo è un casino”. Il problema è che lui non lo può dire, l’avvocatura dello Stato deve dire che la legge è costituzionale, non deve calare le conseguenze di un’eventuale bocciatura nella situazione attuale: perché? Perché le leggi valgono per sempre, le leggi vengono fatte per l’interesse generale, non vengono fatte per risolvere un problema particolare di una persona o così dovrebbe essere. Quindi, secondo alcuni, questo è stato un clamoroso autogol, perché? Perché è andato lì a dire alla Corte “ guardate, l’hanno fatta per quello lì, adesso stiamo attenti, perché sennò quello lì poi finisce sotto processo”. Le argomentazioni, oltretutto, sono proprio delle palle colossali, delle menzogne colossali: per esempio, dice l’Avvocato Generale, “ se Berlusconi tornasse sotto processo con la bocciatura della Legge Alfano – cosa che sarebbe automatica – la stampa seguirebbe i processi a Berlusconi con formule suggestive, con uno stile giornalistico sottolineato, con fughe di notizie coperte dal segreto”. Le fughe di notizie coperte dal segreto a volte si verificano nella fase delle indagini, quando c’è il segreto investigativo, ma qui stiamo parlando di una legge che protegge le alte cariche dello Stato dai dibattimenti, cioè dai processi, che sono pubblici e senza alcun segreto. Quindi il giornalista va al processo, vede quello che succede e lo racconta, non c’è nessun segreto, è impossibile violare il segreto con fughe di notizie in un dibattimento pubblico, tant’è che c’è pure la gente, i curiosi possono andare a assistere. Le indagini invece sì che hanno delle notizie segrete, ma le indagini su Berlusconi si possono fare anche con il Lodo Alfano, perché il Lodo Alfano blocca i processi e non le indagini, conseguentemente o questo signore non sa di che cosa sta parlando, oppure sta mentendo, nella speranza di spaventare la Corte, dicendo “ stiamo attenti, perché se torna sotto processo chi la sente la stampa: quelli cominceranno a occuparsi dei processi a Berlusconi tutti i giorni con grande enfasi!”, figuratevi! Sono 15 anni che processano Berlusconi e la stampa sono secoli che non si occupava più dei suoi processi, non ci andava nessuno: io sono andato qualche volta ai processi a Berlusconi, eravamo sempre i soliti quattro gatti! Televisioni che abbiano seguito i processi a Berlusconi: ma in quale film?! All’estero forse, forse le televisioni estere. Prima bugia. Ma la seconda bugia è ancora più mirabile: perché? Perché si dice che, se Berlusconi torna processo, deve dimettersi: intanto chi l’ha detto? Dove sta scritto? La legge da noi non lo prevede che debba dimettersi, all’estero neanche, però si dimettono sempre se vengono imputati: anzi, è difficile che i Ministri o i Presidenti del Consiglio vengano imputati, proprio perché all’estero non candidano gli indagati, così evitano che un indagato poi venga imputato; da noi invece gli indagati hanno addirittura una corsia preferenziale e quindi, a un certo punto, di solito vengono anche imputati e si pone il problema, ma non sta scritto da nessuna parte che Berlusconi si debba dimettere: anzi, lui ha sempre detto “ non mi dimetterò mai”, l’opposizione, o quella robetta che chiamiamo opposizione, il PD- almeno parlo del PD, poi ce ne sono altre – gli ha sempre detto “ non te ne andare” e quindi gli ha raccomandato di non dimettersi, ma lui non ci pensava proprio e, in terzo luogo, lui sono 15 anni che è imputato e non si è mai dimesso. Per quale motivo adesso dovrebbero cambiare le cose? Lui ha governato per cinque anni da imputato, perché il Lodo Schifani fu immediatamente cassato dalla Corte Costituzionale e non si è né dimesso, né ha avuto dei problemi, semplicemente non andava alle udienze dei suoi processi e quindi, anche questa storia che perde tempo a seguire i suoi processi e non può più stare a Palazzo Chigi, lui in questi 15 anni ha avuto ventidue rinvii a giudizio o giù di lì e ai processi c’è andato tre volte: alla prima udienza nel processo Guardia di Finanza e alle due udienze del processo Sme, dove ha fatto le dichiarazioni spontanee, fine, mai visto in Tribunale Berlusconi. Quindi sono tutte balle! Si crea un’attesa di un pericolo imminente per spaventare la Corte, ma in realtà quel pericolo- ammesso che le dimissioni di Berlusconi siano un pericolo: volesse il Cielo! Ma non c’è nessuna speranza e nessuna possibilità che ciò avvenga- semplicemente per dare alla Corte Costituzionale una responsabilità politica che non può avere, perché la Corte Costituzionale deve guardare la Costituzione, guardare la legge e vedere se l’una è compatibile con l’altra; dato che la Costituzione è un po’ più importante della legge, se non sono compatibili fanno fuori la legge, non la Costituzione, oso sperare. Tutto questo l’Avvocato dello Stato l’ha sostenuto non a nome di Berlusconi, o a nome di un privato: lo doveva sostenere a nome dello Stato, l’Avvocato dello Stato difende lo Stato e le sue leggi, non il rappresentante pro tempore dello Stato o del governo. E invece ha avuto una crisi di identità: nel tragitto tra l’avvocatura dello Stato e la Corte Costituzionale ha avuto un attacco di labirintite e non ha più capito che differenza c’è tra sé stesso e l’Avvocato Ghedini e tra lo Stato e Berlusconi, “l’état c’est moi”, diceva il Re Sole: Berlusconi, nell’interpretazione dell’avvocatura dello Stato, o almeno di questo signore, è diventato lo Stato. Guardate che sono passaggi che sembrano trascurabili, ma sono dei macigni sulla Costituzione e sul senso civico che si dovrebbe avere e è molto preoccupante che neanche la logica alberghi più nelle ordinanze di certi giudici, come abbiamo visto prima, o nelle decisioni prese da un organismo così fondamentale come quello che dovrebbe difendere lo Stato davanti ai tribunali e alla Corte Costituzionale. Bene, a questo punto aspettiamo, ovviamente, di vedere che cosa succederà al processo Dell’Utri, Il Fatto quotidiano lo seguirà quotidianamente, a differenza degli altri giornali, che l’hanno completamente abbandonato, già in primo grado non lo seguiva nessuno e vedremo che cosa succede dal 6 ottobre in avanti, davanti alla Corte Costituzionale, dove saremo, anche lì, pronti a raccontare tutto quello che accade.

Floppone in prima pagina

E adesso vi faccio vedere una prova naturalmente, un numero zero, ma perché vi facciate l’idea, più o meno, di come sarà Il Fatto quotidiano: questa è la prima pagina della prova di stampa che abbiamo fatto l’altro giorno, era il giorno dopo il monologo di Berlusconi a “Porta a Porta”, quando hanno eliminato tutta la programmazione concorrenziale affinché lui potesse ritagliarsi e stagliarsi a reti unificate e il risultato è stato quel floppone gigantesco di ascolti che avete visto sui giornali e conseguentemente, quel giorno, abbiamo provato – ripeto, è una prova – a fare un titolo, questa è una frase di Enzo Biagi, “ l’uomo solo al telecomando”, l’hanno lasciato solo, c’è la vignetta della salma mentre l’imbalzamatore è Bruno Vespa. Qua c’è la nostra inchiesta, ogni giorno, se il fatto è clamoroso come questo ce ne occuperemo, altrimenti abbandoneremo l’agenda degli argomenti dei quali hanno già parlato gli altri giornali, cosa che sicuramente non può avvenire -non lo so- quando c’è la strage in Afghanistan, ma che può avvenire invece nelle giornate ordinarie, nel qual caso la nostra inchiesta, in questo caso le morti nel calcio per doping, sale in prima posizione e quindi quello sarà il nostro titolo dominante, poi ci sono rubriche, cattiverie varie, dentro il giornale è tutto a colori e adesso non ve lo faccio vedere tutto, perché altrimenti vi levo la sorpresa, ma l’importante è che cominciate a memorizzare la testata e a innamorarvi, spero, di un giornale che non ha denaro pubblico, che non ha padroni, che non ha palazzinari, petrolieri, Presidenti del Consiglio, banchieri, finanzieri, costruttori di automobili etc. alle spalle, ma ha alle spalle semplicemente i suoi giornalisti e, soprattutto, i suoi lettori che, solo per gli abbonati, sono proprio in queste ore arrivati a 30. 000. Trovate sul sito antefatto.it i luoghi dove Il Fatto quotidiano arriverà in edicola: purtroppo lo so, molti non troveranno il proprio paese o la propria città, abbiamo fatto questa scelta, che è una scelta obbligata, perché non abbiamo i soldi per arrivare a 38. 000 edicole. Rischieremmo di tracollare appena partiti e quindi abbiamo preferito una distribuzione mirata, nella maggior parte dei capoluoghi, riservandoci, se dovesse esserci una grande risposta, come ci auguriamo, o una buona risposta da parte del pubblico, di aumentare il servizio strada facendo, magari aumentando le pagine, aumentando i giornalisti e aumentando anche i luoghi della distribuzione in edicola, molto meglio, invece, che non dare tutto all’inizio e poi essere costretti a togliere qualcosa e a tagliare. Per questo il Consiglio che do a chi si accorge, si rende conto che non troverà nella sua città o nel suo comune Il Fatto quotidiano in edicola, c’è sempre la possibilità di abbonarsi o all’on- line oppure con l’abbonamento postale e adesso stiamo predisponendo anche la soluzione del coupon, proprio perché chi invece in edicola il giornale lo trova, possa avere già un carnet di opzioni da fare poi timbrare dall’edicolante, in modo da assicurarsi comunque una copia garantita, perché credo che, soprattutto nei primi giorni e nelle prime settimane il giornale, se – come spero – l’attesa è tanta, sarà anche abbastanza difficile da trovare. Passate parola e ci vediamo o in abbonamento o in edicola mercoledì, con Il Fatto quotidiano, mercoledì 23 settembre, grazie.

Antimafia Duemila – Maggiani Chelli: ”Indignati per proposte revisione norme 41 bis”

Antimafia Duemila – Maggiani Chelli: ”Indignati per proposte revisione norme 41 bis”.

Dalla Sicilia ,Palermo , arriva forte e chiaro il richiamo al sistema di detenzione speciale di “41 bis”.

Il Consiglio Direttivo della Camera Penale  dice “Rivedere le nuove norme sul 41 bis”.
“La gestione dei detenuti non risponde ai criteri di umanità e logistica che dovrebbero essere attuati in uno stato di diritto – affermano i legali – con particolare riguardo a quelli sottoposti al regime del 41 bis ed alle limitazioni del diritto di difesa degli avvocati”.
I legali di Palermo proporranno all’unione camere penali italiane “di proclamare lo stato di agitazione nazionale dei penalisti e l’eventuale astensione a tempo indeterminato”
Concordiamo sui criteri di umanità e logistica che dovrebbero essere attuati in uno stato di diritto per tutti i detenuti.
Tuttavia, rendiamo noto,  nello specifico per i detenuti a “41 bis” rei di strage, che qualora Salvatore Riina e tutti gli altri  fossero messi ancora in grado di far uscire dal carcere messaggi strafottenti nei confronti delle loro vittime, ed ancora più grave, far uscire attraverso colloqui messaggi inquietanti di palese ricatto per l’annullamento del “41 bis” e la revisione dei processi, come è stato fatto di recente attraverso le pagine di una testata giornalistica nazionale,  scenderemo in via dei Georgofili ad oltranza, per protestare contro chi vuole la mafia vincente sulle tombe dei nostri figli.
Ricorderemo infatti a chiunque  con ogni mezzo,  che  Salvatore Riina ,lì, in quella via di Firenze ,ha ucciso i nostri figli in nome e per conto dell’annullamento del “41 bis” .
Siamo oltremodo indignati davanti a tanta presa di posizione per i presunti diritti dei capi mafia, così come lo siamo per l’indifferenza totale davanti alle vittime di mafia.

Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Gioacchino Genchi: “L’Italia nelle mani di un puparo indegno della P2″

Salvatore Borsellino: “Lo stato siamo noi”, “pulizia nelle istituzioni”

Navi dei veleni e scorie. Tutti i rischi dell’atomo | Terra – Quotidiano di informazione pulita

Navi dei veleni e scorie. Tutti i rischi dell’atomo | Terra – Quotidiano di informazione pulita.

di Massimo Serafini

Com’è possibile che la fede nuclearista del governo Berlusconi, in particolare quella del suo ministro dell’Industria Scajola, non sia stata scalfita dalla vicenda delle navi cariche di veleni e scorie radioattive, affondate dalla malavita nei mari calabresi? Nessuno pretende, ministro, né tanto meno ce l’aspettiamo dall’inesistente ministro dell’Ambiente, un ripensamento della decisione presa di riportare il Paese nell’incubo nucleare ma almeno una presa di posizione chiara sì. Il popolo italiano ha, pensiamo, il sacrosanto diritto di sapere dove metterete le scorie radioattive, inevitabilmente prodotte dalle nuove centrali nucleari che avete deciso di costruire in questo Paese.

Soprattutto di essere rassicurato, dopo il ritrovamento della nave dei veleni, che esse verranno invece smaltite nella legalità e soprattutto in sicurezza. Sono certo e con me lo è questo giornale, che farete nuovamente prevalere, cinismo omertà e silenzi. Farete, in poche parole, di tutto dimostrando il solito disprezzo per la salute pubblica, per impedire che le verità racchiuse in quelle navi affondate insieme ai veleni possano emergere. Quella ad esempio che non sapete come liberarvi delle vecchie scorie radioattive, visto che ancora non avete adempiuto, come prescrive la legge, a individuare quel sito nazionale unico in cui stoccarle.

Il fatto che i rifiuti delle vecchie centrali nucleari continuino ad essere ammassati insicuri nelle vecchie centrali nucleari, in particolare in Piemonte lungo l’asta del Po, non aiuta certo a convincere le italiane e gli italiani della bontà del nuovo nucleare. Così come non l’aiuta avere scoperto che una parte è illegalmente in fondo al mare o in Somalia, come stava per raccontarci Ilaria Alpi se non l’avessero, per questa ragione, uccisa insieme al suo operatore. Siamo certi che, per il medesimo motivo, l’inchiesta sulle navi radioattive affondate è stata per tanti anni insabbiata (la denuncia di Legambiente è del ’94) ed è riemersa solo grazie a un magistrato coraggioso e all’iniziativa del quotidiano il Manifesto.

Non voglio sostenere che questo governo condivida il metodo sbrigativo e assassino con cui la malavita ha individuato il sito in cui mettere le scorie radioattive. Il sospetto però che abbia fatto e faccia molto comodo a tanti, e soprattutto a qualcuno dei faccendieri coinvolti nella nuova avventura nucleare, è molto forte. Proprio per fugarlo sarebbe importante che questo governo prima di decidere i siti dove costruire le nuove centrali dicesse al popolo italiano dove e come verranno stoccate le scorie che esse produrranno. Siamo certi che questo esecutivo non seguirà il nostro consiglio e tacerà. Su questo vostro silenzio sono già al lavoro le menti di tanti criminali, che progettano come affondare nuove navi cariche di veleni e della vostra incapacità di smaltirli.

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L’ANALISI Dietro il ritrovamento del mercantile a Cetraro, la questione irrisolta dei rifiuti radioattivi. Proprio ora che Berlusconi ha decretato il ritorno al nucleare.

Antimafia Duemila – IDV: festa si infiamma per fratello Borsellino contro Premier

Antimafia Duemila – IDV: festa si infiamma per fratello Borsellino contro Premier.

“Noi resisteremo, noi vinceremo perché la società civile non può arrendersi a questo stato mafioso”.
Sono queste le parole pronunciate da Antonio Di Pietro a conclusione dell’intervento di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato. Borsellino aveva concluso poco prima il suo discorso alzando in aria l’agenda rossa del fratello, simbolo della lotta alla mafia e urlando “noi resisteremo, noi resisteremo”. Le parole di Di Pietro sono state accolte con un’ovazione alla festa dell’Idv, dove questo pomeriggio c’é stato il “piatto forte” dei dibattiti, naturalmente sul tema caro a Di Pietro: “giustizia e sicurezza tra costituzione e poteri deviati”. A scaldare il confronto sono stati invitati, oltre a Borsellino, Luigi De Magistris, parlamentare europeo e Gioacchino Genchi, consulente dell’autorità giudiziaria e noto alle cronache giudiziarie. Borsellino ha rivolto un pesantissimo attacco a Silvio Berlusconi. “Piuttosto che vivere – è stato uno dei passi più soft del suo intervento – in questo paese guidato da Berlusconi preferisco andare a trovare mio fratello nella tomba”. Secondo De Magistris esiste un “disegno autoritario complessivo che passa per lo svuotamento del parlamento ridotto a mero organo di esecuzione delle volontà del governo, per l’aumento della componente politica del Csm, per il conferimento di massimi poteri al capo di stato, per la riduzione della stampa a mera propaganda di regime”. Secondo l’ex pm “Berlusconi vuole diventare capo dello stato, della polizia e del Csm. Per farlo deve chiudere il cerchio con la propaganda di regime deformando le coscienze dei più giovani”. Secondo Genchi “la persecuzione nei confronti dei magistrati si inserisce perfettamente nel piano di rinascita democratica e va anche oltre il sogno di Gelli”. Il consulente ha poi ricordato: “l’unico politico che mi ha difeso, quando ero solo, é stato Di Pietro che, essendo un magistrato e poliziotto non ha bisogno di leggere le carte per capire la mia onestà ” più in generale per Genchi “la mafia non è solo frutto di persone come Provenzano che scrivono i pizzini a macchina, ma è soprattutto il prodotto di menti raffinate che, utilizzando mafiosi di bassa lega, li hanno processati per dare un contentino all’Italia e rimanere ai loro posti. Ora l’Italia vuole la verità “.

Antimafia Duemila – ”Persecuzione toghe va oltre sogno Gelli”

Antimafia Duemila – ”Persecuzione toghe va oltre sogno Gelli”.

“La persecuzione nei confronti dei magistrati si inserisce perfettamente nel piano di Rinascita democratica, ma va anche oltre il sogno di Gelli”.
Lo ha affermato oggi, tra le ovazioni del pubblico, il consulente giudiziario Gioacchino Genchi, durante il dibattito su Giustizia e Sicurezza che si è svolto a Vasto alla festa dell’Idv. Genchi, in un lungo intervento che ha infiammato la platea dei dipietristi e che a più di un osservatore è parso la prova generale di una discesa in politica, anche se lo stesso Genchi ha smentito di “volersi candidare”, ha quindi ripercorso le principali tappe di formazione della P2. “Le prime riunioni della Libera Associazione Forza Italia – ha raccontato il consulente – sono state indette da pregiudicati e condannati. Il movimento doveva chiamarsi ‘Sicilia libera’ ed era fatto da emissari di Licio Gelli”, tra cui due parlamentari. ” Il partito del sud, o meglio del Suk, che minacciano di far nascere adesso – ha concluso Genchi – segue la stessa logica: il ricatto a Berlusconi da parte di Cicchitto e Dell’Utri per avere autonomia e potere”.

Blog di Beppe Grillo – Un prete sulla breccia dei marciapiedi e il cardinal Bertone

Blog di Beppe Grillo – Un prete sulla breccia dei marciapiedi e il cardinal Bertone.

Paolo Farinella è un prete che vive “sulla breccia dei marciapiedi“. Ha scritto una lettera al cardinal Bertone, il primo ministro del Vaticano e forse prossimo Papa. Lo informa che una gran parte dei cattolici non dona più l’ 8X1000 alla Chiesa per l’atteggiamento verso Berlusconi. Spiega che molti vescovi disapprovano e che potrebbe nascere un nuovo movimento dei credenti. Forse uno scisma, come ai tempi di Martin Lutero. Lo psiconano ha distrutto tutto quello che ha toccato. Lui è la merda nel ventilatore. Se fossi Bertone accenderei un cero fotovoltaico.

Signor Cardinale Bertone,
apprendo dalla stampa che il giorno 7 ottobre 2009, memoria liturgica della Madonna del Rosario, lei ha intenzione di inaugurare la mostra dall’emblematico titolo: “Il potere e la graziacon il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che non posso chiamare “onorevole” perché di “onorevole” nella sua vita pubblico-privata, nella sua politica e nel suo sistema di menzogne non vi è nulla. Se la notizia fosse vera, lei agli occhi della stragrande maggioranza della Chiesa italiana e del mondo si renderebbe complice e si assumerebbe la responsabilità di molti abbandoni “dalla” Chiesa da parte di credenti che sono stufi che la politica della diplomazia sovrasti e affossi la testimonianza limpida del Vangelo. Lei sicuramente sa, come lo sa ogni parroco che vive sulla breccia dei marciapiedi, che quest’anno vi è stata una emorragia nei confronti dell’8xmille che moltissimi cattolici, anche praticanti, hanno devoluto ad altre istituzioni pur di toglierlo alla Chiesa cattolica per le sue ingerenze e connivenze con un governo legittimo, ma ad altissimo tasso di illegalità e immoralità. Questo argomento credo che vi interessi non poco sia come Vaticano che come CEI.
Dopo tutto quello che è successo, le testimonianze, le registrazioni, le inchieste, lo spergiuro pubblico in televisione sulla testa dei suoi figli, gli immigrati morti in mare che il governo ha sulla coscienza; dopo la legge infame che dichiara “reato” lo “stato personale“, cioè la condizione esistenziale di “immigrato” divenuto “clandestino” in forza della legge Bossi/Fini; dopo tutto questo lei non può far finta di nulla e farsi vedere in pubblico con Berlusconi o qualcuno dei suoi scherani.
Se parlate di morale pubblica e di etica politica, dovete essere coerenti con i vostri stessi principi che spesso esigete dagli altri che non hanno il potere immondo di Silvio Berlusconi, il quale si crede il Messia e “solutus omnibus legibus“, visto che concepisce se stesso come sultano e l’Italia il suo sultanato personale. Egli pensa di potere comprare tutto: i tribunali, le sentenze, la compiacenza di prosseneti e lenoni che gli procurano donnine a pagamento per sollazzarlo con orge (e forse anche droga) di cui egli continua a vantarsi pubblicamente fino a dichiarare con spudoratezza che: “il popolo italiano vuole essere come lui“. Crede di potere comprare anche il Vaticano, offrendo leggi e favori a richiesta. Valuti lei se le lenticchie fuori stagione valgano una Messa.
Lei deve sapere che serpeggia nella Chiesa uno scisma ormai non tanto sotterraneo che sta emergendo di giorno in giorno e bisogna stare attenti che non diventi movimento o peggio ancora separazione, anche perché molti vescovi stanno zitti, ma in cuor loro meditano e in privato imprecano. Non prenda a cuor leggero quello che le dico. Il mio vescovo, cardinale Angelo Bagnasco, e anche lei che mi ha conosciuto bene, sapete che non dico bugie e non parlo mai per sentito dire e di ogni mia affermazione o gesto mi assumo sempre la responsabilità pubblica.
Per una volta, come Segretario di Stato, sia prete, solo prete, intimamente prete e disdica ogni appuntamento con un trafficante senza morale e senza dignità che la sta usando solo per affermare che i suoi rapporti con il Vaticano e con il Papa “sono eccellenti“.
Le accludo la “Lettera di ripudio” che ho inviato a Silvio Berlusconi, e che tante adesioni sta raccogliendo nel mondo credente e non credente. Se lei riabilita Berlusconi, come ha già fatto Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano con l’intervista al Corriere della Sera, nella Chiesa di Dio lei perde il diritto di parlare di Vangelo, etica e moralità.
Se Berlusconi riesce a comprare anche il Vaticano con uno scambio di leggi, favori e denaro, sappia che non potrà mai comprare le nostre coscienze di credenti che ogni giorno pregano Dio per la salvezza della “povera Italia” e per la conversione delle gerarchie ecclesiastiche che spesso sono di scandalo e non di esempio al popolo dei battezzati.
Preoccupato e amareggiato, la saluto sinceramente.” Paolo Farinella, prete

Lettera completa di don Farinella al cardinale Bertone

Fazio allo IOR?

Fazio e Maradona nell’Italia tutta vip | Il blog di Daniele Martinelli.

Antonio Fazio, assieme a un gruppo di persone per bene come l’editore Gaetano Caltagirone, il già condannato per tangenti Vito Bonsignore (Pdl), Danilo Coppola, Stefano Ricucci ed Emilio Gnutti, sono stati rinviati a giudizio da un tribunale con l’accusa di aggiotaggio.
Ebbene, l’ex capo di Bankitalia, uomo devoto a Dio e al Dio denaro, nonché correntista dello Ior, è in pole position per diventarne direttore al posto di Angelo Caloia nell’operazione denominata “trasparenza”.

Caloia dirige l’Istituto di opere religiose dal 1989, anno in cui fu cacciato Paul Marcinkus, il disinvolto speculatore travestito da porporato col fisico da giocatore di basket, andato a morire in una città sperduta degli Usa lontano dai riflettori degli scandali (e dalla giustizia), dopo che lo Ior era finito nel mirino della magistratura per il crac del Banco Ambrosiano.
Di Angelo Caloia, su Wikipedia si legge che “Giovanni Paolo II ne ottiene una positiva amministrazione. Nel giro di un decennio lo IOR è risanato, delle turbolenze degli anni ottanta non si ode neanche più l’eco”.

Il “miracolo” è presto spiegato. Lo Ior è uscito dagli scandali facendosi scudo dei magistrati, che non hanno mai potuto visionare carteggi e movimenti di denaro al suo interno. Le loro richieste per rogatoria, il Vaticano le ha sempre mandate all’inferno. Il risanamento economico e lo sbianchettamento della reputazione internazionale dello Ior, avvenuto all’ombra della magistratura e della legalità, da “furbettata” si è trasformata in un merito. Privilegio negato ai comuni mortali e ai piccoli evasori, orfani di santi nei palazzi.

Quindi bravo Angelo Caloia! Risanare i conti e l’immagine di un istituto che ingoia vagonate di miliardi di riciclatori e mafiosi, divenendone un fortino travestito da santuario, in effetti non è mica da tutti.
Da ciò inizio a capire perchè proprio Antonio Fazio è in lizza per dirigerlo, lo Ior!
Ma non ho capito l’operazione “trasparenza“! Che significa? Che lo Ior si apre alle indagini internazionali come sta facendo la Svizzera con gli Usa e la Francia fornendo i nomi e i movimenti dei correntisti furbetti? Mi pare strano, dato che i soldi sporchi dentro lo Ior sono soprattutto di italiani.
Ah già, ecco il trucco: un emendamento del Tesoro passato in sordina e a pagina 40 dei nostri giornali, ha trasformato il rientro dei capitali in un maxicondono. Il governo Berlusconi-Tremorti ha sanato il falso in bilancio
con la garanzia che atti, documenti e attestazioni delle pratiche relative al rimpatrio dei capitali sporchi, non potranno essere usati dai magistrati come prova nei confronti di chi ha un procedimento penale in corso.

Ecco spiegata allora l’operazione “trasparenza” vaticana! Significa che furbetti di destra e di sinistra con gli scheletri dentro lo Ior potranno stare tranquilli perché il governo di piduisti, con la scusa di risanare le esangui casse pubbliche, garantirà loro impunità e ricchezza allo stesso tempo. Qualunque Lucianone Moggi di turno che deciderà di riportare in Italia milioni o miliardi evasi al fisco, sarà coperto da una sorta di “rogatoria” nazionale lontana dagli occhi indiscreti dei magistrati. Che miracolo da Repubblica delle banane!

SFIDA AI MASSONI COPERTI

SFIDA AI MASSONI COPERTI – la voce delle voci

Portare alla luce gli elenchi dei massoni coperti significa far saltare gli equilibri occulti di potere che reggono il Paese. La Voce parla per la prima volta con l’investigatore che ci e’ andato vicinissimo. La cui storia spiega anche perche’ i magistrati che erano arrivati a un passo da quei santuari sono stati “fulminati” dalle loro scoperte.
E’ un uomo in fuga, il ?colonnello?. Lo chiameremo cosi’, anche se a quel grado, forse, non era ancora arrivato prima di interrompere bruscamente la sua carriera al fianco dei pochi magistrati coraggio che non avevano esitato a scandagliare dentro i templi massonici per cercare il segreto piu’ oscuro e nascosto: gli elenchi degli affiliati ?coperti?. Incrociamo il ?colonnello? – da qualche mese passato a tutt’altre mansioni, ma sempre al servizio dello Stato – dopo averne a lungo seguito le tracce. Un uomo che e’ gia’ ora un archivio storico in carne ed ossa custodito per buona parte nella mente, alcuni files nella pen drive, un faldone di scartafacci da qualche parte, forse a casa. Il luogo e’ una fra le regioni italiane che, da nord a sud passando per il centro, risultano epicentri assoluti del fenomeno a livello europeo.
«I nomi, le circostanze, ma anche la descrizione complessiva della massoneria coperta – ci dice subito, tanto per chiarire il quadro dentro cui ci stiamo nuovendo – rappresentano oggi per me una ?polizza assicurativa? sulla vita. Per questo ancora oggi posso continuare, sia pure in maniera ormai autonoma, a cercare indizi, riscontri, coincidenze che diventano prove». Le indagini alle quali il colonnello aveva prestato la sua opera per anni, oggi risultano ferme, bloccate, alcune per ?mano di legge?. Ma quelle consistenti tracce, le prime rose di nomi, restano. E pesano.
Stiamo entrando nel regno incontrastato dei massoni coperti. E siamo faccia a faccia con l’uomo che forse piu’ di tutti si e’ avvicinato frontalmente a questo moloch, autentico dark side del potere politico-economico e militare nel Paese.
«Non esistono – spiega per prima cosa il colonnello – elenchi unici dei massoni coperti, cosi’ come accade invece per gli iscritti ?ufficiali?. Dai tempi della P2 (con la scoperta delle liste di Castiglion Fibocchi, cui peraltro mancavano i primi cinquecento nomi, mai portati alla luce) si sono fatti furbi. Cosi’ ora all’interno di ogni Loggia esistono tre tipi di faldoni. Quello ?trasparente?, che e’ obbligatorio depositare in prefettura, lo trovi subito. Poi, ben custoditi in una sorta di sancta sanctorum, ce ne sono altri due: uno riguarda i confratelli ?in sonno? (ufficialmente sono coloro che per ragioni diverse non prendono parte ai riti attivi, ndr), ma l’altro contiene i nomi coperti da assoluto segreto. Si tratta generalmente di vip della politica, della sanita’ e anche della magistratura, oltre che dell’imprenditoria e del mondo accademico».
Sui primi trenta nomi di massoni coperti individuati dal colonnello nella citta’ italiana in cui ha lavorato per piu’ tempo, due sono magistrati in servizio. E gli altri, per almeno due terzi, sono collegati al potere in camice bianco: medici, professori o titolari d’imprese che gestiscono appalti nel settore grazie alla compiacenza di politici del ramo.
Per mesi, prima di entrare su mandato della magistratura nel loro tempio, il colonnello li ha pedinati, annotando la targa di tutte le auto che arrivavano a frotte dentro i ristoranti prescelti per le riunioni ?fuori programma?. Poi ha eseguito i riscontri. Trovando fra i ?coperti? di quella Loggia molti dei vip accorsi alle cene organizzate dal gran maestro appositamente per loro. «Di sicuro – chiarisce il colonnello – la segretezza e’ prima di tutto interna all’organizzazione, nel senso che gli iscritti negli elenchi ufficiali non conoscono i nomi dei coperti. Questi ultimi, invece, interloquiscono direttamente coi gran maestri e, attraverso di loro, con le liste ?riservate? delle altre Logge. In buona sostanza, ben diversamente da quanto accadeva ai tempi di Licio Gelli, oggi il gran maestro e’ un personaggio di carattere prevalentemente rappresentativo, l’uomo super-fidato che tiene i collegamenti fra i diversi poteri esistenti all’interno delle Logge coperte».

SOTTO STRETTA COPERTURA
Lasciamo il colonnello alle sue inquiete giornate di indagini ?salvavita? e cerchiamo di guardare piu’ da vicino il fenomeno degli elenchi coperti. Ai quali, peraltro, in alcune citta’ si affiancherebbero delle vere e proprie Logge totalmente occulte (secondo una ?leggenda metropolitana?, per esempio, esisterebbe a Napoli la potentissima Loggia Santa Lucia, che si riunirebbe nella zona dei grandi alberghi del lungomare e vedrebbe tra le sue fila magistrati, avvocati, politici di primo piano ed altri vip).
Negli ultimi vent’anni le inchieste sulla massoneria coperta che hanno fatto maggior clamore sono due e portano rispettivamente la firma di Agostino Cordova (inizio anni ?90) e di Luigi De Magistris (2007-8).
Partiamo da Cordova, un protagonista del pianeta giustizia in Italia cui – secondo attenti osservatori – proprio quelle indagini sono costate assai care, dal punto di vista della carriera e anche della salute. 26 ottobre 1992, Agostino Cordova, ancora in servizio alla Procura di Palmi (la Calabria, sempre…), pone sotto sequestro il computer del Grande Oriente d’Italia, contenente l’archivio elettronico di tutte le logge massoniche italiane.
Cosi’ manda i militari a piantonare l’apparecchio, dal momento che gli esperti ritengono rischioso trasferirlo da Roma a Palmi, per il possibile danneggiamento dei files. Cosa era successo? Nell’ambito di una delicata indagine sulla mafia Cordova ritiene necessario acquisire gli elenchi degli iscritti alla massoneria calabrese. A Villa Vascello, sede del Grande Oriente nella capitale, di fronte all’ordine della Procura vengono stampati e consegnati gli elenchi ufficiali. Ma un militare esperto d’informatica spedito a Roma da Cordova scopre l’esistenza, nel computer, di una memoria ?coperta?. «Procuratore, ci vogliono fare fessi, che faccio?», e’ il senso della telefonata. E Cordova, dall’altro capo del filo, dispone ad horas il primo ?piantonamento informatico? della storia giudiziaria italiana.
Si trattava anche della prima applicazione – dieci anni dopo la sua entrata in vigore – della legge Anselmi che vieta le societa’ segrete e punisce fino a cinque anni di carcere chi le organizza. Gustavo Raffi, oggi gran maestro del GOI, era all’epoca avvocato della massoneria. Insieme al collega e confratello Enzo Gaito invia una secca smentita agli organi di stampa: niente elenchi coperti. Ma i nomi erano stati gia’ acquisiti dalla Procura. Provvidenziale arrivo’ l’ordine di trasferire per competenza a Roma le indagini. E ancor piu’ salvifico fu il ruolo del pm che venne delegato.
Era Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, che sarebbe diventata di li’ a poco personalita’ di spicco a via Arenula nei governi targati Berlusconi. Quell’inchiesta naufraga nel 2001 in una colossale archiviazione. «E da allora – racconto’ Cordova alla Voce in un’intervista di qualche anno fa, alla vigilia del suo trasferimento forzato dalla Procura di Napoli – quei faldoni sono rimasti a marcire dentro i sotterranei di Piazzale Clodio».
Quanto a lui, l’ex ?minotauro? descritto da Giorgio Bocca nell’Inferno, oggi e’ un anonimo magistrato di Cassazione, dopo le ripetute punizioni inflittegli dal Csm. E nel cuore malandato porta due o tre bypass.

QUANDO SI DICE SAN MARINO…
Quindici anni dopo la storia in qualche modo si ripete. A toccare il santuario dei massoni coperti e’ stavolta una coppia di investigatori di spicco che – corsi e ricorsi – parte ancora dalla Calabria. L’allora pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris ed il consulente nominato dalla Procura, l’esperto informatico e vicequestore Gioacchino Genchi, a scoperchiare quel santuario ci hanno provato per davvero, E con tutti i riscontri necessari. Senza alcun timore reverenziale nemmeno per il premier dell’epoca Romano Prodi o per il suo ministro della Giustizia Clemente Mastella, che dentro quell’inchiesta rimasero a diverso titolo coinvolti. E’ storia recente e si conclude a marzo di quest’anno con la richiesta di archiviazione della Procura della Repubblica di Catanzaro per Romano Prodi e altri 9 indagati.
In sostanza – si desume dal documento – la magistratura non esclude che esista una Loggia massonica segreta a San Marino, come ipotizzato da De Magistris, ma la Procura di Catanzaro non ha potuto penetrare nel segreto bancario e politico della Repubblica del Titano per accertarlo. Resta il fatto che San Marino non ha mai risposto alle rogatorie disposte da De Magistris. E’ sufficiente ignorare le richieste di una Procura della Repubblica italiana per mandare tutti all’archiviazione?
Quanto a lui, il coraggioso ex pm di Catanzaro, ai duri provvedimenti adottati nei suoi confronti dal Csm (trasferimento a Napoli e cambio di funzioni), si sono aggiunte le mazzate inflitte dallo stesso organo di autogoverno ai colleghi Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani della Procura salernitana (rispettivamente spediti a Latina e a Cassino), che insieme al procuratore capo Luigi Apicella (sospeso da stipendio e funzioni) in due anni di meticoloso lavoro avevano ricostruito il golpe politico-giudiziario ordito per ?far fuori? quel pubblico ministero catanzarese assai poco ossequioso verso il potere.

DA VILLA NUCCIA A TINEBRA
Ma quella non non era la prima volta che De Magistris andava a sbattere il muso sulle granitiche mura delle Logge massoniche coperte. Marzo 1997, il giovane magistrato partenopeo, da poco applicato alla Procura catanzarese, porta alla luce l’esistenza di una clinica degli orrori. Secondo l’accusa nella casa di cura psichiatrica Villa Nuccia sarebbero avvenuti un centinaio di decessi sospetti nel corso degli anni, mentre numerose testimonianze parlavano di maltrattamenti ai ricoverati e perfino di certificati medici compiacenti per i figli dei boss delle ?ndrine. Su tutto comincia ad allungarsi l’ombra di una massoneria che appare fin da subito tutt’altro che alla luce del sole. Fra i 21 arrestati spicca l’ex ufficiale medico Antonino Bonura, responsabile di Villa Nuccia, definito da Repubblica «esponente della massoneria». Ma il suo nome, negli elenchi ufficiali, non c’e’. Con lui in manette il colonnello medico Salvatore Moschella, dirigente dell’ospedale militare di Catanzaro, e Massimo Massara, direttore sanitario di Villa Nuccia. Moschella e’ oggi nuovamente direttore sanitario della clinica, che prosegue la sua attivita’ in convenzione con la Regione Calabria. Lo stesso Ente nel quale attualmente Bonura riveste il delicato ruolo di dirigente del settore Politiche sociali. Per entrambi infatti, cosi’ come per gli altri imputati, i diversi tronconi del processo hanno in seguito condotto al proscioglimento.
Ma perche’ nasceva quell’alone massonico intorno alla figura di Bonura? Ecco come ricorda la vicenda il capitano Attilio Auricchio, braccio destro di De Magistris in quell’inchiesta, dinanzi ai magistrati salernitani Nuzzi e Apicella: «Antonino Bonura, oltre ad essere un medico del settore neuropsichiatrico, era il governatore nazionale del Kiwanis Club. Il dato era d’interesse investigativo perche’ attraverso il citato club il Bonura manteneva legami con altri medici, coinvolti nella medesima inchiesta, e ad altri personaggi».
Gia’, il Kiwanis. Fortissimo in Calabra, con altri epicentri in Toscana, Lombardia e a San Marino, il club, sbandierando le consuete finalita’ ?umanitarie?, vanta origini di chiaro stampo massonico. Lo ha ricordato per esempio, a marzo 2007, il gran maestro aggiunto del Goi Massimo Bianchi dinanzi ad una affollata platea di iscritti al Kiwanis giunti da tutta Italia all’Holiday Inn di Firenze: «Amici – ha detto – il Kiwanis International, al pari di altri club service quali Rotary e Lions, vede tra i suoi fondatori proprio dei massoni».
Nell’elenco dei soci fondatori, gran maestri, luogotenenti e aggiunti del Kiwanis, De Magistris si imbatte’ subito in un nome che gia’ allora era famoso. Si tratta del magistrato Giovanni Tinebra (oggi procuratore generale a Catania dopo una lunga permanenza al vertice del Dap), il quale proprio in quegli stessi anni era a capo delle indagini sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Tinebra e’ stato dall’85 all’86 governatore del distretto Kiwanis di Cosenza. Il motto da lui prescelto era: ?miglioriamo il domani?.

MASSONI NELL’ELMO
Non e’ ancora finita, la storia di Villa Nuccia e di quell’inchiesta denominata ?Shock?. Perche’ uno fra i due testimoni che avevano dato il ?la? alle prime indagini si chiamava Francesco Elmo.
Chi e’ Elmo? Il 4 marzo del 2004 qualcosa di interessante su di lui la racconta il magistrato napoletano Paolo Fortuna dinanzi alla commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Il riferimento era agli anni (gli stessi dell’inchiesta su Villa Nuccia: 1995-96) in cui Fortuna e il collega Giancarlo Novelli dalla Procura di Torre Annunziata avevano scoperchiato il bubbone a base di traffici d’armi e materiali nucleari, faccendieri e prelati, massoni e bancarottieri, denominato Cheque to cheque. Ai due pm Francesco Elmo aveva parlato del caso Alpi, «presentandosi come ex collaborante esterno dei Servizi, piu’ precisamente del Sismi». Ritenuto attendibile da Novelli e Fortuna «per cio’ che lo riguardava e quando narrava fatti cui era presente e, quindi, chiamava in correita’ di persone che hanno svolto con lui un’attivita’ di movimentazione di queste linee di credito (erano venute alla luce illeciti giri per ingenti somme di denaro presso un notaio svizzero, ndr)», Elmo racconto’ fra l’altro che presso quello studio elvetico aveva assistito alla preparazione di un traffico di armi verso la Somalia, indicando per giunta il nome del personaggio che sarebbe stato artefice dell’operazione, Omar Mugne. Quel filone d’indagine fu poi assunto personalmente – conclude Fortuna – dal procuratore capo di Torre Annunziata Alfredo Ormanni, che successivamente lo trasferi’ ai colleghi della capitale.
Negli stessi anni, dunque, Elmo rendeva rivelazioni dinanzi a De Magistris sui collegamenti che asseriva esistere fra la clinica Villa Nuccia, la massoneria e le cosche calabresi. Dov’e’ ora Elmo? Quando la commissione lo chiede al dottor Fortuna, lui risponde: «per un periodo e’ stato addirittura sotto protezione. Potrebbe ancora esserlo». Resta il fatto che, secondo quanto spiegato da un membro della stessa commissione d’inchiesta sul caso Alpi, Pietro Cannella di AN, esiste «un’informativa del Sisde che indica in Mugne non soltanto un uomo dai molteplici traffici, ma anche un personaggio collegato direttamente o indirettamente a Bin Laden».

LA TORRE INCAPPUCCIATO
Un contesto che scotta, come si vede. Ma a finire nel mirino degli incappucciati non sono stati solo i due magistrati che la guerra ai massoni coperti la avevano dichiarata apertamente, come Cordova e De Magistris. Altri pubblici ministeri, conducendo inchieste sulle connection fra mafie e poteri deviati, debbono aver incrociato sul loro cammino investigarivo – magari senza talvolta averne piena consapevolezza – il solito muro dei massoni ?coperti?.
Il riferimento, piu’ che mai preciso, e’ alle minacce di morte che a fine dello scorso hanno hanno colpito due toghe da sempre in prima linea nel contrasto al crimine organizzato: Raffaele Cantone e Maria Antonietta Troncone. Il primo e’ stato colui che materialmente ha arrestato uno fra i piu’ sanguinari e pericolosi boss della camorra, Augusto La Torre. La seconda non si e’ occupata direttamente di lui, ma attraverso le rivelazioni di un altro collaboratore di giustizia e’ venuta a conoscenza di essere bersaglio dello stesso boss, divenuto nel frattempo una gola profonda. Con i due pubblici ministeri, anche lo scrittore Roberto Saviano, che proprio ai La Torre dedica la lunga parte finale di Gomorra.
Tutti e tre, probabilmente, andati ad impattare contro quella massoneria coperta che, stavolta, attraversa la Manica, e dai lidi della Domiziana conduce fino alla Scozia, precisamente ad Aberdeen.
E’ noto infatti che proprio nelle fredde lande scozzesi la cosca mondragonese dei La Torre ha messo su da anni un autentico impero di attivita’ commerciali ed imprenditoriali, tutte basate – secondo le ricostruzioni degli investigatori, che nel 2005 arrestano anche Antonio La Torre, fratello e prestanome di Augusto – sulle attivita’ illecite portate avanti da sempre in madrepatria, prevalentemente droga e racket.
Pochi si sono domandati, finora, perche’ la terra prescelta sia stata proprio la Scozia. Noi, allora, proviamo a fare il giro a ritroso. Partendo dai traffici di rifiuti che tuttora vedono in prima fila il clan di Mondragone (nell’ambito di un’inchiesta che ha toccato anche il parlamentare di AN Mario Landolfi), i magistrati della Dda hanno piu’ volte portato alla luce i collegamenti massonici dei diversi personaggi coinvolti (a cominciare dalle frequenti puntate a Villa Wanda del superboss dei Casalesi Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ?e mezzanotte).
Ed e’ proprio ad Aberdeen che ha sede una fra le piu’ potenti logge massoniche della Gran Bretagna. Si tratta della Grand Masonic Lodge of Scotland con ben tre dipartimenti provinciali nella citta’ scozzese, in primis quello di Crown Street 85 retto dal gran maestro Alexander Angus. Di particolare interesse il gemellaggio con le logge estere (Sister Grand Lodges with which the Grand Lodge of Scotland is in Fraternal Amity). Per l’Italia troviamo subito, seguendo il link, la Gran Loggia Regolare degli Antichi, Liberi e Accettati Muratori d’Italia. «Unica Obbedienza Massonica Italiana – viene specificato con tanto di maiuscole – Riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d’Inghilterra». Capitanata dal gran maestro «Ill.mo e Ven.mo Fr. Fabio Venzi», a differenza della ?consorella? scozzese questa obbedienza italiana non pubblica alcun nome dei suoi iscritti, nemmeno quelli dell’organigramma che le massonerie estere rendono invece pubblici fin dal sito internet. Fra le news si segnala l’inaugurazione, prevista per il prossimo 15 settembre, di una nuova sede della Gran Loggia Regolare d’Italia a Napoli, nella Galleria Umberto, luogo simbolo anche di altre consorterie muratorie.
Ce n’e’ abbastanza per pensare che Cantone, Troncone e Saviano, nello scontro investigativo-giudiziario con lo psico-boss La Torre (si definisce studioso di Jung ed invia le richieste ai magistrati sulla sua carta intestata…), si siano imbattuti nella compagine massonica coperta che vede tra gli affiliati occulti anche i leader di alcune organizzazioni criminali? Per ora e’ solo un’ipotesi, intorno alla quale s’innestano pero’ numerose coincidenze. Di certo resta il fatto che, almeno nel caso della Troncone, le stranezze e gli interrogativi aperti sono davvero tanti.

CACCIA A MARIA ANTONIETTA
Ricostruiamo percio’ con alcuni dettagli inediti la vicenda che riguarda il pm Maria Antonietta Troncone cui finora la stampa – tranne un articolo di Marco Imarisio sul Corriere della Sera, Antimafia 2000 e la Voce – ha riservato assai poco spazio, benche’ le minacce risultino estese perfino a sua figlia. Al punto che proprio in queste ore la Procura di Roma dovra’ decidere se andare avanti o archiviare in merito alla denuncia presentata come parte offesa da Troncone – attualmente procuratore aggiunto a Nola, dove e’ vice del procuratore capo Paolo Mancuso – e negli stessi giorni la prefettura di Napoli si pronuncera’ sul mantenimento – o meno – della scorta per lei e per la giovane. Possibile che provvedimenti e misure di tale urgenza, per tutelare l’inflessibile pubblico ministero di processi come quelli ai clan Giuliano e Alfieri, possano essere addirittura messi in discussione?
Autunno 2008. A rendere note le minacce rivolte dal boss La Torre alla Troncone e’ il collaboratore di giustizia Luigi Viesto, che era stato detenuto per un certo periodo nel carcere di Torino, dove era ristretto Augusto La Torre. Da sempre il boss, come e’ noto agli investigatori, contatta in carcere altri detenuti per organizzare, attraverso loro parenti o affiliati, traffici e manovre all’esterno. Cosi’ era accaduto con Viesto, la cui sorella avrebbe dovuto prendere parte ad una ?missione? camorristica. Viesto pero’ non ci sta. E rivela che La Torre ha un piano per eliminare la Troncone, dichiarando di avere appreso la circostanza attraverso una lettera ricevuta da Antonio Forte, altro pentito che aveva trascorso un lungo periodo di detenzione a Ferrara insieme a La Torre.
Perche’ Forte si decide a parlare? E per quale motivo nel mirino di La Torre finisce proprio la Troncone, che non aveva mai condotto indagini a suo carico?
Partiamo dal primo interrogativo. Ergastolano, origini salernitane, Antonio Forte era stato interrogato anni addietro dalla Troncone nel carcere di Secondigliano nell’ambito delle indagini sul clan Scarpa di Torre Annunziata. In quella occasione Forte aveva riferito al magistrato di sentirsi minacciato, affermando che esisteva un progetto per avvelenarlo. La Troncone segnalo’ la circostanza al giudice di sorveglianza e Forte fu trasferito a Ferrara. Interrogato a novembre 2008 in merito alle rivelazioni sul progetto di La Torre di eliminare la Troncone, Forte dichiaro’ di non aver dimenticato quanto quel trasferimento fosse stato importante per lui.
Dunque Forte parla perche’ memore di quel provvedimento. Resta il fatto che le missive inviate da Forte a Viesto e da quest’ultimo alla Dda partenopea sarebbero rimaste a lungo nei cassetti della Procura prima che a fine 2008 scoppiasse il caso. E che a rivelare il piano omicida ai danni della figlia della Troncone, imprimendo una netta accelerata nelle indagini, e’ stato l’avvocato di Viesto, la battagliera Clelia Scioscia. Ma tutto cio’ accade solo ad aprile di quest’anno. Perche’ nessun altro aveva ottenuto questa rivelazione dal pentito? E come mai la procura di Roma, che indaga sulla vicenda, non ha interrogato ancora Giovanni Ballachino, recluso nel cartere di Secondigliano, vale a dire colui che avrebbe svelato a Viesto questa ulteriore minaccia? Ancora: cosa c’e’ di vero in quanto raccontato sempre da Viesto, e cioe’ di essere stato intimidito da una guardia carceraria a Secondigliano, che gli avrebbe detto: «appena la dottoressa ha ricevuto ?il regalo?, tu devi ritrattare tutto. Hai capito?». Perche’ ad oggi Viesto non e’ stato ancora messo a confronto con le guardie?
Le minacce alla Troncone, da ultimo, vengono confermate a maggio da un altro pezzo da novanta della camorra campana, Felice Graziano. «Voi e la dottoressa Troncone siete due cadaveri che camminano. E’ un favore tra i Casalesi e La Torre, per rinforzare le alleanze», ha dichiarato Graziano rivolto al suo avvocato, la torinese Loredana Gemelli. Secondo il superpentito Graziano, fin dal 2004 La Torre aveva chiesto il tritolo per far saltare in aria ?la dottoressa? e ?fare cosi’ un piacere? ai superlatitanti Iovine e Zagaria. Di sicuro in quegli anni – come racconta Saviano in Gomorra – il boss di Mondragone era alle prese con un’escalation che gli avrebbe fruttato il primato all’interno dei clan del casertano, casalesi compresi.
In un’interpellanza urgente la parlamentare del PD Laura Garavini, insieme all’intero gruppo del suo partito, interroga i ministri della Giustizia e dell’Interno per sapere come mai Augusto La Torre, benche’ siano stati portati alla luce i suoi piani criminali di attentato alla vita di Cantone e della Troncone, godesse ancora dello status di collaboratore di giustizia e, con lui, anche i suoi familiari. «Di sicuro, se il boss coltivava un antico progetto di eliminare la rigorosa pm – dicono in ambienti investigativi dell’antimafia – l’intento e’ stato rafforzato da quando, dopo il clamore suscitato dalle rivelazioni di Viesto, gli e’ stato negato il permesso, gia’ accordatogli, di presenziare alle nozze del figlio». Senza contare che fu solo dopo l’interpellanza della Garavini che i magistrati decisero per lui l’applicazione delle misure rigide del 41 bis. Eppure ancora oggi le ?garanzie? in favore di La Torre, adombrate nell’interpellanza della Garavini quasi come favoritismi, continuerebbero. Protezioni ?dall’alto?? E perche’? Forse per la colleganza con alcuni confratelli incappucciati di Aberdeen e dintorni?
A rendere il tutto piu’ incandescente ci sono le risposte non ancora arrivate dalla Procura di Roma, dove il caso delle minacce di La Torre alla Troncone e’ affidato al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, coordinatore della Dda, e al pubblico ministero Giuseppe De Falco (quest’ultimo segnalatosi recentemente per la dura richiesta di arresto dei no global al G8 di Roma 2009, richiesta poi non convalidata dal gip Barbara Callari).
Senza contare un’ultima circostanza. La piu’ inquietante: l’oscuramento stampa deciso sulla vicenda Troncone. Un pm di prima linea e sua figlia minacciate di morte dal boss piu’ pericoloso e sanguinario che sia stato conosciuto. Con tanto di conferme incrociate di tre pentiti. Ma di questa storia – secondo quanto trapela da alcune indiscrezioni – nemmeno a Roberto Saviano e’ stato concesso di occuparsi sui giornali.

TANTA VOGLIA DI YORK
Che siano coperti o inseriti in elenchi ufficiali (quelli, per intenderci, che solo la Voce delle Voci ha pubblicato giusto un anno fa), i massoni italiani sono protesi, tutti, verso gli alti gradi del Rito di York. Si tratta di una supercupola ammantata da intenti eterei, sublimi elevazioni e somme contemplazioni estatiche. Che riunisce pero’ alcune fra le piu’ potenti organizzazioni nel mondo, dai Templari alla Croce Rossa, fino ai Cavalieri dell’Ordine di Malta.
Denominata anche ?Arco Reale? e riconosciuta dal Grande Oriente d’Italia (benche’ esista un identico link anche nel sito della Gran Loggia regolare d’Italia, quella gemellata ai massoni di Aberdeen, per intenderci), l’augusta compagine e’ capitanata in Italia dal ?Sommo Sacerdote? Giuseppe Fabbri, bolognese. Nel suo cursus honorum, la carica di ?Maestro Segreto di IV grado? nel ?79 e, nell’85, quella di ?Principe di XVIII grado?.
Tre le suddivisioni di questa super-massoneria. Si parte con il ?Gran Capitolo?, quindi il ?Gran Concilio? (detto anche della ?Massoneria Criptica? ed attualmente dominato dal gran maestro Franco Baioni), per culminare con la ?Gran Commenda dei Templari? che a sua volta comprende Cavalieri della Croce Rossa, Ordine del Tempio e Malta. Alla sua testa siede oggi l?«Emin.mo. Gran Commendatore S.K. Emilio Attina’».
Particolarmente attivi i napoletani, a quanto pare, nel Rito di York. Da qualche tempo, infatti, il sodalizio partenopeo vede crescere a vista d’occhio l’influenza dei massoni del Grande Oriente che si riconoscono, appunto, nel locale ?Arco Reale?. «Dovrebbe trattarsi, almeno nel caso napoletano – dice un ex confratello pentito – di una loggia ?trasversale? con una netta propensione per gli affari. Ne fanno parte circa 60 confratelli tra gli iscritti regolari». Sommo sacerdote del Rito di York a Napoli e’ il commercialista Giovanni Esposito, presente nell’organigramma di numerose ed importanti societa’, molte delle quali abituali destinatarie di appalti pubblici. Gli altri membri della superloggia napoletana sono prevalentemente avvocati, medici, funzionari pubblici e un paio di esponenti della politica locale.
Superattivo tanto sul terreno professionale quanto nei cieli massonici, il quarantenne Esposito avrebbe oggi assunto una posizione di assoluta egemonia sulle logge campane, non meno che su quelle della Basilicata. E se non esistono prove certe della sua cotemporanea affiliazione a logge estere, risultano invece sicure le frequenti missioni compiute a capo di ristrette delegazioni massoniche in Paesi come Montecarlo e il Montenegro dove, anche di recente, avrebbe incontrato nomi che contano della finanza e dell’imprenditoria, locale e soprattutto italiana. Lungo la nostra penisola, invece, i suoi interessi spaziano dalla Campania al Piemonte, fino a Liguria, Sardegna e Calabria. (FURIO LO FORTE)

Tutte le prove nel cestino

Tutte le prove nel cestino.

Scritto da Peter Gomez

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Fonte immagine: www.espresso.it

No, no e ancora no. La decisione di non ascoltare Massimo Ciancimino e di non far entrare nel processo contro Marcello Dell’Utri la lettera con cui il boss Bernardo Provenzano chiedeva a Silvio Berlusconi di “mettere a disposizione una delle sue reti televisive” offrendo in cambio appoggio politico e la garanzia che i suoi figli non sarebbero finiti nel mirino di Cosa Nostra, chiude un dibattimento in cui i giudici d’appello hanno respinto pressoché tutte le richieste dell’accusa. L’elenco delle nuove prove rimaste nel cassetto è così impressionante.



Vediamone qualcuna. Il 7 febbraio del 2007 la corte si è rifiutata di ascoltare l’ex capomafia di Altofonte Francesco Di Carlo. Il procuratore generale Nino Gatto avrebbe voluto chiedergli il nome di una ex segretaria – Di Carlo era un imprenditore – che avrebbe partecipato con lui a un incontro con Berlusconi avvenuto in un ristorante di Milano. Identificarla e interrogarla era importante: in questo modo sarebbe stato possibile riscontrare ulteriormente le dichiarazioni di Di Carlo che in primo grado erano state alla base della condanna. Niente da fare. Il 5 ottobre dello stesso anno i giudici hanno anche respinto una memoria e i documenti che, secondo il pg, dimostravano come davvero nel 1994-95 Forza Italia avesse tentato di far approvare una serie di norme favorevoli a Cosa Nostra. Un particolare fondamentale per l’accusa, visto che l’iter legislativo coincide esattamente con quanto raccontato dal pentito Salvatore Cocuzza.

Secondo Cocuzza in quel periodo l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano, s’incontrava con Dell’Utri in una villa nel comasco per concordare le modifiche al codice penale. Carte e calendario alla mano, il pg Gatto si era convinto che tutto il racconto di Cocuzza fosse vero fin nei minimi particolari. Ma non basta. Il 15 marzo del 2008 il presidente della Corte ha anche interrotto un confronto tra due collaboratori di giustizia, l’ex braccio destro di Provenzano Nino Giuffrè e il boss agrigentino Maurizio Di Gati, mentre Di Gati tentava di spiegare il motivo del contrasto tra le sue dichiarazioni e quelle di Giuffrè.

Fuori dal processo sono poi rimaste ore e ore di intercettazioni telefoniche e ambientali. A partire da quelle tra Dell’Utri e la sorella del boss del riciclaggio Vito Roberto Palazzolo, in cui la donna concordava appuntamenti per evitare l’estradizione del fratello dal Sudafrica. Stessa sorte hanno subito, nel 2009, le telefonate tra Dell’Utri e due presunti ‘ndraghetisti del clan Piromalli. E i nastri in cui due mafiosi del nisseno sostenevano che era Dell’Utri a decidere la spartizione degli appalti per la costruzione di un parco telematico nel comune di Racalbuto.


Peter Gomez (
l’Antefatto, 17 settembre 2009)




Non ammesso il teste di Ciancimino, Dell’Utri spera nell’assoluzione

Doppiopetto gessato grigio, lo sguardo basso, l’aria appesantita, nessuna o poca voglia di parlare: Marcello Dell’Utri si è presentato così, nell’aula del Tribunale di Palermo, dove si avvia alla conclusione il processo d’appello che lo vede imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, dopo la condanna a 9 anni di reclusione in primo grado. Un’udienza importante, quella di ieri, durante la quale la Corte avrebbe dovuto decidere se accogliere la richiesta avanzata dall’accusa di ammettere la testimonianza di Massimo Ciancimino. Prima la sfilata dei quattro avvocati della difesa, Sandro Sammarco, Giuseppe Di Peri, Antonino Mormino e Pietro Federico; poi, un po’ a sorpresa, l’arrivo del senatore. “Ci sarà tempo”, l’unica risposta ai cronisti che gli chiedevano dei suoi rapporti con il figlio dell’ex sindaco di Palermo, don Vito, o se avesse voluto rilasciare una qualche dichiarazione.

“Questo signore è un collaboratore? O non lo è? Perchè noi non lo conosciamo”, ha esordito la difesa davanti alla Corte, chiedendo naturalmente che Ciancimino non venisse ammesso come testimone. “Prima di esporre una compiuta valutazione, vorremmo avere una completezza informativa”.

E a proposito del “pizzino”, o meglio il “bigliettino” come lo hanno chiamato, che l’allora capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano avrebbe inviato a Silvio Berlusconi: “Non è stato depositato, non l’abbiamo mai visto – hanno spiegato gli avvocati di Dell’Utri -  e in ogni caso è un documento incerto, nel quale ci si rivolge al presidente del Consiglio chiamandolo onorevole, quando in quegli anni (1991-1994, ndr) era un semplice imprenditore”. Poi, un invito diretto al presidente della Corte Claudio Dall’Acqua: “Apprendiamo dalla stampa ciò che racconta questo signore. Non si può costruire un’accusa sulla base di articoli di giornale”.

“Ci sembra scontato che i processi non si facciano con le notizie di stampa – ha ribattuto con evidente ironia il procuratore generale Antonino Gatto appena presa la parola – pensavamo che la Corte si dovesse pronunciare prima sull’ammissibilità del testimone, poi naturalmente avremmo prodotto il documento”. Lo stesso timbro di voce, la stessa gestualità di Paolo Borsellino, cui era molto legato, un’affidabilità che gli viene riconosciuta dalla stessa difesa, Gatto ha poi spiegato come in primo grado furono sì acquisite alcune interviste ma dopo aver sentito come testimoni i giornalisti che le realizzarono.

Poi, la Corte si è ritirata in Camera di Consiglio, 40 minuti circa, più di quanto ci si aspettasse. “Dall’esame del contenuto dei due verbali di interrogatorio di Massimo Ciancimino emerge un quadro confuso e oltremodo contraddittorio”. Quindi, il teste non può essere ammesso. Soprattutto perchè, secondo la Corte d’Appello, dalle dichiarazioni rese finora da Ciancimino non emergono condotte e fatti riconducibili a Dell’Utri che siano suscettibili di utile rilievo e apprezzamento processuale”.

Come a dire che se il teste fosse stato ammesso in aula, avrebbe raccontato molte più cose di quante sino a questo momento non siano venute fuori. Dall’Acqua, che celebra a Palermo l’ultimo processo prima del suo trasferimento a Caltanissetta, ha letto alcuni stralci degli interrogatori di Massimo Ciancimino davanti alla Procura di Palermo. E in particolare proprio quel “pizzino” che chiama in causa Silvio Berlusconi.

Poi ha chiesto all’accusa di iniziare subito la requisitoria, “per dare una svolta al processo”. Cosa che è avvenuta, per terminare pochi minuti dopo, quando il pubblico ministero ha ottenuto un rinvio dell’udienza al prossimo 25 settembre, per poi concludere il 16 ottobre con le richieste. Il calendario processuale prevede l’avvio delle arringhe difensive il 23 ottobre, per poi terminare dopo cinque udienze l’11 dicembre.

Sandra Amurri e Silvia D’Onghia (l’Antefatto, 17 settembre 2009)

Quando la Cupola voleva fondare un partito : Pietro Orsatti

Quando la Cupola voleva fondare un partito : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Left/Avvenimenti

È in uno degli interrogatori condotti dal pm Antonio Ingroia al pentito Antonino Giuffrè che si trova lo scenario della mafia che si trasforma direttamente in soggetto politico. Chiede Ingroia se «nel 1993 alla scelta se proseguire o meno la strategia stragista, vi è anche una differenza, fra i due schieramenti (i “pacifisti” con riferimento Provenzano contrapposti agli “stragisti” guidati da Riina e poi Bagarella) per i progetti di ristrutturazione dei rapporti con la politica?». Giuffrè risponde spiegando che «da un lato c’è un discorso di creare all’interno di un movimento politico nuovo, cioè portare avanti direttamente da , eh… questo discorso, portato avanti da Bagarella e compagni, il cui esponente, uno degli esponenti principali era il Tullio Cannella». Si tratta di un movimento autonomista, Sicilia Libera, mai compiutamente decollato, quello di cui parla il pentito. « Noi eravamo perfettamente convinti che questo discorso non poteva avere un futuro – racconta il pentito – perché circa dieci anni prima, siamo attorno agli anni ’82-’83, un progetto simile, addirittura, più vasto assai, era stato presentato sia da Michele Greco, ma in modo particolare, era stato pensato da Piddu Madonia. Però non si è fatto, non si è presa in grandissima considerazione perché si capiva che, nel momento in cui si muovevano all’interno di un partito politico persone legate a , ben presto il tutto sarebbe stato messo sotto i riflettori delle forze dell’ordine e della magistratura». E allora? Ecco che Giuffrè racconta a Ingroia dell’interessamento da parte di nei confronti della nascente Forza Italia. «Si parlava, come avevo detto, di esponenti delle aziende di Berlusconi – racconta – che si stavano, se ricordo bene, per essere chiamati, sempre ripeto, se ricordo bene, si parlava di persone della Fininvest che si stavano interessando per creare questo nuovo movimento politico e in modo particolare un esponente di spicco di queste, che si interessava in questo periodo, era il… il signor Dell’Utri». Si intuisce dalla trascrizione che Giuffrè tentenna, ma Ingroia lo incalza: « In che misura, insomma, era interessata rispetto a questo movimento politico che si costituiva? Non so se la mia domanda è chiara». È a questo punto che Giuffrè si sbilancia, ed espone con chiarezza il progetto. « Chiarissima – dichiara il teste -. A interessava che il vertice di questo movimento assumesse delle responsabilità ben precise per fare fronte a quei problemi, come enunciato in precedenza, e poi, successivamente, l’andare a mettere degli uomini puliti all’interno di questo movimento che facessero, in modo particolare, gli interessi di in Sicilia, mi sono spiegato?» E in particolare riguardo Marcello Dell’Utri, Giuffrè spiega di aver appreso che essendo questi «una persona molto vicina a e nello stesso tempo un ottimo referente per Berlusconi, era stato reputato come una delle persone affidabili». Questa testimonianza, agli atti del processo e della sentenza in primo grado nei confronti di Marcello Dell’Utri, sarebbe stata considerata finora, anche grazie ad altri riscontri, credibile, e il pentito, secondo i giudici del processo riportano in sentenza, «deve ritenersi fuori discussione» in quanto «il quadro d’insieme delineato dal Giuffrè sul tema della politica è stato pienamente riscontrato dalle altre acquisizioni dibattimentali».

Ora Marcello ha paura : Pietro Orsatti

Ora Marcello ha paura : Pietro Orsatti.

Palermo, Dell’Utri di nuovo alla sbarra. Intanto Ciancimino parla e sostiene che la trattativa con lo sarebbe cominciata prima delle stragi. E che l’ex leader di Publitalia avrebbe saputo: una sorta di exit strategy dalla fase armata di Cosa nostra
di Pietro Orsatti su Left/Avvenimenti

Non è ancora un da resa dei conti ma poco ci manca. Dopo una settimana di polemiche durissime, e l’attacco dei giornali legati al premier nei confronti della Procura di Palermo e in particolare dei due pm Ingroia e Scarpinato rei di aver partecipato, senza intervenire, alla presentazione del quotidiano Il Fatto, l’attività è ricominciata come da calendario. Ma l’atmosfera non è certo quella che ci si aspetterebbe dopo le ferie estive. L’attacco di Berlusconi alle procure e in particolare a Palermo, un attacco preventivo visto che nel palazzo di giustizia del capoluogo siciliano non c’è alcun fascicolo che riguardi il presidente del Consiglio associandolo direttamente alla vicenda delle stragi del ’92 e del ’93, ha scosso ovviamente l’ambiente ma a dire il vero non ha stupito più di tanto. Perché qualcosa doveva accadere vista la complessità e l’importanza di due processi attualmente in corso. Quello di secondo grado a Marcello Dell’Utri e quello al generale Mario Mori.
Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e del pentito Gaspare Spatuzza in relazione alle stragi sono di competenza della procura di Caltanissetta. Nel primo giorno dopo le ferie, il procuratore aggiunto di Palermo Ingroia ricorda che il pentito di mafia Gaspare Spatuzza negli ultimi tempi sta facendo nuove rivelazioni «sull’uccisione di padre Pino Puglisi e altri fatti di sangue, ma tutto quello che dice dei fatti stragisti non è di nostra competenza, come ha detto il procuratore di Palermo nei giorni scorsi». E poi, intervenendo sull’attualità della macchina della giustizia, smonta l’accusa di “archeologia giudiziaria” che gli è stata rivolta. «Benché ci siano state, da parte del governo, assunzioni di impegni, basti pensare all’inasprimento del carcere duro, non penso che si possa negare che i tagli di bilancio del comparto giustizia e sicurezza non abbiano aiutato la lotta alla mafia – ha spiegato, infatti, il procuratore aggiunto -. Polizia e carabinieri, così come i magistrati non hanno i mezzi e gli strumenti all’altezza della sfida. È vero che ci sono stati molti successi e sono stati inferti colpi durissimi a Cosa nostra, ma la mafia non è ancora in ginocchio». Tutt’altro tema, tutt’altra , quindi. E allora perché l’attacco? È nei corridoi della procura dove si ipotizza che si stia assistendo a una sorta di ricatto di Dell’Utri nei confronti di Berlusconi. Il senatore del già condannato in primo grado a nove anni per associazione esterna è in difficoltà, ha paura che l’ vada male, e questo sarebbe il suo modo di ricompattare gli amici più potenti.

Tutto qui? Non tanto. Perché la situazione è molto più complessa. Perché sia Ciancimino che Spatuzza parlano anche di altro, raccontano della “trattativa” fra pezzi dello e Cosa nostra a cavallo delle stragi e poi anche del potente ex capo di Publitalia (ne avrebbe parlato Ciancimino a più riprese) Marcello Dell’Utri. E poi ci sarebbe anche la “ricomparsa” di una relazione della del 1999 che parla di legami tra imprenditori mafiosi e un’azienda (la Co.Ge costruzioni) in cui compaiono due soci, Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, e Giorgio Mori, fratello di quel generale Mori ex capo del Ros e poi del Sisde e oggi a capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma. Questo documento della ritorna oggi di attualità come il procedimento contenitore “Sistemi criminali” archiviato in passato dai pm Ingroia e sugli intrecci fra affari, criminalità e massoneria. E poi si parla, e tanto, di Bernardo Provenzano, e quello che starebbe emergendo dalle dichiarazioni è tutt’altro che una mera operazione “di archeologia”, perché, secondo una delle ipotesi di indagini (questa sì anche a Palermo) e delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco del “sacco” di Palermo, la “trattativa” avrebbe avuto inizio ben prima del ’92, almeno dall’anno precedente, e protagonista della vicenda non sarebbe Totò Riina, estensore del famoso “papello”, ma Binnu Provenzano. E ci sarebbe di più. Lo stesso Ciancimino avrebbe fatto capire che anche Marcello Dell’Utri sarebbe quanto meno a conoscenza di questa trattativa, una sorta di pax di affari, una exit strategy dalla fase stragista condotta dall’ala armata di Cosa nostra guidata da Riina e Bagarella.

Si rischia di fare scenari fantascientifici o di cadere in qualche trappola cercando di mettere insieme tutti questi frammenti. Di certo c’è che Ciancimino parla e che Spatuzza svela uno scenario, quello militare di Cosa nostra agli inizi degli anni 90, che rimette in discussione tutto l’insieme delle verità processuali acquisite finora. E si apre anche un quadro inquietante non solo sugli intrecci che erano dietro le stragi e la trattativa, sulle presunte deviazioni di alcuni apparati dello , ma anche sulla fretta di ottenere subito risultati dopo che il tritolo aveva ucciso Falcone e Borsellino. Anche di questo Spatuzza parlerebbe. E anche nella polizia giudiziaria il nervosismo si fa evidente. «Qui di cose ne sono successe dopo le stragi – si lascia andare un funzionario -. Le faccio una domanda: lei quante azioni da parte del nucleo investigativo dei Carabinieri e dei Ros ha visto nei confronti di Provenzano dopo la mancata cattura ai tempi del colonnello Riccio? Io francamente non me ne ricordo una». Si parla della testimonianza, e della morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia che nel 1995 era in grado di far catturare a Mezzojuso Bernardo Provenzano nel corso di un summit di capi mafia, ma che (questa l’accusa del processo a parte dei Ros siciliani dell’epoca) per un inspiegabile non intervento degli uomini del generale Mario Mori non andò in porto. Dopo più di un decennio il malumore e le tante perplessità su come vennero condotte le indagini negli anni successivi alle stragi oggi riemergono prepotentemente. E il disagio poi si amplifica, soprattutto all’interno della polizia di , a causa dei tagli economici, delle sempre minori risorse anche sul piano formativo.

«Se parliamo dei processi finiamo in politica, se parliamo di politica finiamo nei processi», si lascia sfuggire uno degli investigatori. Sono tutti “abbottonati” in questi giorni a Palermo. La chiusura dell’ a Dell’Utri da un lato, il processo Mori dall’altro. E poi le nuove dichiarazioni di Ciancimino sui “piccioli” e sulle “collaborazioni” fra boss e pezzi dello . E ancora l’ombra dei servizi e della massoneria e i tanti affari che, dopo un breve periodo di rallentamento successivo alle stragi, sarebbero ripresi come se nulla fosse successo. E poi l’attacco, che in molti si aspettavano, alle procure. Ma che ha stupito perché così specifico su Palermo. Come se qualcuno temesse che con l’arrivo di una condanna a Dell’Utri poi si andasse a una nuova e ancora più devastante stagione di rivelazioni.