Archivio Mensile: ottobre 2009

Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere

Fonte: Il papello e quelle leggi – Peter Gomez – Voglio Scendere.

Di Peter Gomez – Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009

Basta poco per rendersene conto. Basta rileggere le cronache parlamentari. Nei 12 punti elencati da Totò Riina nel suo papello come condizione per chiudere la stagione delle bombe non vi è nulla di sorprendente. La trattativa tra Stato e mafia c’è stata, proprio come raccontavano, ben prima della scoperta del papello, le sentenze definitive sulle stragi del ’93. Non per niente, durante gli ultimi 17 anni, buona parte dei desiderata di Cosa Nostra sono stati discussi e, a volte approvati, da Camera e Senato. Le supercarceri di Pianosa e l’Asinara sono state chiuse nel 1997 dal centrosinistra. La legge sui pentiti, coi voti dell’Ulivo e il plauso del centro-destra, è stata riformata nel 2001, provocando un crollo verticale del numero dei collaboratori di giustizia. Il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è stato invece “stabilizzato” nel 2002. Ma la norma, anche questa volta bipartisan, è stata scritta male. Così i tribunali di sorveglianza, com’era perfettamente prevedibile, si sono trovati a dover revocare il 41 bis (già reso molto meno duro) a centinaia di boss. E persino quattro mafiosi condannati per la strage di via dei Georgofili a Firenze sono adesso detenuti in regimi penitenziari normali.

A partire del 1994, poi, si è cominciato a parlare pubblicamente della possibilità di concedere forti sconti di pena agli uomini d’onore che non si pentono, ma decidono invece di dissociarsi dall’organizzazione. Il primo a farlo è stato uno dei tanti testimoni di quella trattativa che oggi ritrovano miracolosamente la memoria: Luciano Violante. Subito dopo, nel 1996, un’apposita proposta di legge è stata presentata da tre senatori dell’allora Ccd, mentre nel 2001 il futuro ministro degli Esteri, Franco Frattini, se l’è presa con i giornali che parlando troppo di dissociazione avevano fatto saltare “l’intera operazione”. Leggendo la copia del papello in mano ai magistrati un’unica domanda ha quindi senso: la trattativa con Cosa Nostra è ancora in corso? Perché come diceva una delle sue vittime, il giudice Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”.

Tra mafia e Stato | L’espresso

Fonte: Tra mafia e Stato | L’espresso.

di Lirio Abbate

Brusca rivela: Riina disse che il nostro referente nella trattativa era il ministro Mancino. Ma dopo l’arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi

E’ la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: “Eh! Finalmente si sono fatti sotto”. Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: “Ah, ci ho fatto un papello così…” e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l’aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del “papello” Brusca le ricorda così: “Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino”.

L’uomo che uccise Giovanni Falcone – di cui “L’espresso” anticipa il contenuto dei verbali inediti – sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell’Interno, il politico che avrebbe “coperto” inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. Il tramite sarebbe stato l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, attraverso l’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. L’ex responsabile del Viminale ha sempre smentito: “Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative”.

Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. Mediata da Bernardo Provenzano attraverso Ciancimino, arriva la risposta al “papello”, le cui richieste iniziali allo Stato erano apparse pretese impossibili anche allo zio Binu. Ora le dichiarazioni inedite di Brusca formano come un capitolo iniziale che viene chiuso dalle rivelazioni recenti del neo pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza indica ai pm di Firenze e Palermo il collegamento fra alcuni boss e Marcello dell’Utri (il senatore del Pdl, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), che si sarebbe fatto carico di creare una connessione con Forza Italia e con il suo amico Silvio Berlusconi. Ma nel dicembre ’92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché “Mancino aveva preso questa posizione”. E quella è la prima e l’ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell’arresto di Riina), il latitante Matteo Messina Denaro, il mafioso trapanese Vincenzo Sinacori, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella.

Le risposte a quelle pretese tardavano però ad arrivare. Il pentito ricorda che nei primi di gennaio 1993 il capo di Cosa nostra era preoccupato. Non temeva di essere ucciso, ma di finire in carcere. Il nervosismo lo si notava in tutte le riunioni, tanto da fargli deliberare altri omicidi “facili facili”, come l’uccisione di magistrati senza tutela. Un modo per riscaldare la trattativa. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.

Brusca è convinto che in quell’incontro il padrino avrebbe messo a nudo i suoi segreti, per condividerli con gli altri nell’eventualità che a lui fosse accaduto qualcosa. Il nome dell’allora ministro era stato riferito a Riina attraverso Ciancimino. E qui Brusca sottolinea che il problema da porsi – e che lui stesso si era posto fin da quando aveva appreso la vicenda del “papello” – è se a Riina fosse stata o meno riferita la verità: “Se le cose stanno così nessun problema per Ciancimino; se invece Ciancimino ha fatto qualche millanteria, ovvero ha “bluffato” con Riina e questi se ne è reso conto, l’ex sindaco allora si è messo in una situazione di grave pericolo che può estendersi anche ai suoi familiari e che può durare a tempo indeterminato”. In quel periodo c’erano strani movimenti e Brusca apprende che Mancino sta blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile: “Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha?”. “Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo”, commenta Brusca come in un dialogo a distanza con Mancino: “O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa”.

Brusca, però, non ha dubbi sul fatto che l’ex sindaco abbia riportato ciò che gli era stato detto sul politico. Tanto che avrebbe avuto dei riscontri sul nome di Mancino. In particolare uno. Nell’incontro di Natale ’92 Biondino prese una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo, un mafioso pentito. E commentò quasi ironicamente le sue dichiarazioni: “Ma guarda un po’: quando un bugiardo dice la verità non gli credono”. La frase aveva questo significato: Mutolo aveva detto in passato delle sciocchezze ma aveva anche parlato di Mancino, con particolare riferimento a un incontro di quest’ultimo con Borsellino, in seguito al quale il magistrato aveva manifestato uno stato di tensione, tanto da fumare contemporaneamente due sigarette. Per Biondino sulla circostanza che riguardava Mancino, Mutolo non aveva detto il falso. Ma l’ex ministro oggi dichiara di non ricordare l’incontro al Viminale con Borsellino.

Questi retroscena Brusca li racconta per la prima volta al pm fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sui mandanti occulti delle stragi. Adesso riscontrerebbero le affermazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, che collabora con i magistrati di Palermo e Caltanissetta svelando retroscena sul negoziato mafia- Stato. Un patto scellerato che avrebbe avuto inizio nel giugno ’92, dopo la strage di Capaci, aperto dagli incontri fra il capitano De Donno e Ciancimino. E in questo mercanteggiare, secondo Brusca, Riina avrebbe ucciso Borsellino “per un suo capriccio”. Solo per riscaldare la trattativa.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia si spingono fino alle bombe di Roma, Milano e Firenze. Iniziano con l’attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio ’93 e hanno termine a distanza di 11 mesi con l’ordigno contro il pentito Totuccio Contorno. Il tritolo di quegli anni sembra non aver portato nulla di concreto per Cosa nostra. Brusca ricorda che dopo l’arresto di Riina parla con il latitante Matteo Messina Denaro e con il boss Giuseppe Graviano. Chiede se ci sono novità sullo stato della trattativa, ma entrambi dicono: “Siamo a mare”, per indicare che non hanno nulla. E da qui che Brusca, Graviano e Bagarella iniziano a percorrere nuove strade per riattivare i contatti istituzionali.

I corleonesi volevano dare una lezione ai carabinieri sospettati (il colonnello Mori e il capitano De Donno) di aver “fatto il bidone”. E forse per questo motivo che il 31 ottobre 1993 tentano di uccidere un plotone intero di carabinieri che lasciava lo stadio Olimpico a bordo di un pullman. L’attentato fallisce, come ha spiegato il neo pentito Gaspare Spatuzza, perché il telecomando dei detonatori non funziona. Il piano di morte viene accantonato.

In questa fase si possono inserire le nuove confessioni fatte pochi mesi fa ai pubblici ministeri di Firenze e Palermo dall’ex sicario palermitano Spatuzza. Il neo pentito rivela un nuovo intreccio politico che alcuni boss avviano alla fine del ’93. Giuseppe Graviano, secondo Spatuzza, avrebbe allacciato contatti con Marcello Dell’Utri. Ai magistrati Spatuzza dice che la stagione delle bombe non ha portato a nulla di buono per Cosa nostra, tranne il fatto che “venne agganciato “, nella metà degli anni Novanta “il nuovo referente politico: Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi”.

Il tentativo di allacciare un contatto con il Cavaliere dopo le stragi era stato fatto anche da Brusca e Bagarella. Rivela Brusca: “Parlando con Leoluca Bagarella quando cercavamo di mandare segnali a Silvio Berlusconi che si accingeva a diventare presidente del Consiglio nel ’94, gli mandammo a dire “Guardi che la sinistra o i servizi segreti sanno”, non so se rendo l’idea…”. Spiega sempre il pentito: “Cioè sanno quanto era successo già nel ’92-93, le stragi di Borsellino e Falcone, il proiettile di artiglieria fatto trovare al Giardino di Boboli a Firenze, e gli attentati del ’93″. I mafiosi intendevano mandare un messaggio al “nuovo ceto politico “, facendo capire che “Cosa nostra voleva continuare a trattare”.

Perché era stata scelta Forza Italia? Perché “c’erano pezzi delle vecchie “democrazie cristiane”, del Partito socialista, erano tutti pezzi politici un po’ conservatori cioè sempre contro la sinistra per mentalità nostra. Quindi volevamo dare un’arma ai nuovi “presunti alleati politici”, per poi noi trarne un vantaggio, un beneficio”.

Le due procure stanno già valutando queste dichiarazioni per decidere se riaprire o meno il procedimento contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, archiviato nel 1998. Adesso ci sono nuovi verbali che potrebbero rimettere tutto in discussione e riscrivere la storia recente del nostro Paese.

(21 ottobre 2009)

Quello che Grasso non sa e quello che sa ma non dice

Fonte: Quello che Grasso non sa e quello che sa ma non dice.

Scritto da Marco Travaglio

Sbaglia Antonio Di Pietro quando chiede al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso di “fare i nomi di chi gestì questa indecente mercificazione dello Stato” con la mafia. E sbagliano le verginelle violate della commissione Antimafia, i vari Tassone, D’Alia e altri, che scoprono all’improvviso l’acqua calda, fingendo di non sapere che ciò che ha detto Grasso non è frutto di sue scoperte o intuizioni recenti, ma è tutto scritto nelle sentenze definitive di condanna degli esecutori materiali delle stragi: dopo Lima e Falcone, Totò Riina aveva in programma di eliminare una serie di politici (Martelli, Mannino, Andreotti, Vizzini e altri); poi però fu dirottato su Borsellino da un input esterno.

Così, invece dei politici, morirono il povero giudice e, un anno dopo, altri dieci cittadini inermi. Grasso non può invece conoscere i nomi dei politici che avviarono o coprirono quell’immonda e criminogena trattativa con la mafia: li stanno cercando i pm di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano che indagano sui mandanti occulti di via d’Amelio e delle stragi del ’93 a Milano, Firenze, Roma e sui patteggiamenti retrostanti fra Stato e Cosa Nostra. Sono altre le domande da porre al dottor Grasso. Riguardano la gestione quantomeno “minimalista” o “sbadata” del caso Ciancimino da parte della Procura di Palermo da lui diretta fra il 2000 e il 2005.

Perché la lettera di Provenzano a Berlusconi, sequestrata dai carabinieri nel 2005 a casa di Ciancimino jr., non fu trasmessa ai magistrati del processo Dell’Utri, non fu allegata agli atti del processo al figlio di don Vito, ma fu “dimenticata” in uno scatolone, per giunta strappata e dimezzata?

E perché Ciancimino jr. non fu mai interrogato su quella lettera del capo della mafia al capo del governo, né sulla trattativa del Ros con suo padre?

E perché Grasso, nel 2000, non avvertì i colleghi sulle riunioni in carcere fra l’allora Pna Vigna e i boss (Aglieri e altri) ansiosi di “dissociarsi“ a costo zero, riunioni di cui anche lui era informato, salvo poi dichiarare: “Se ci fosse stato quel patto ci saremmo dimessi tutti”?

E perché il pm Alfonso Sabella, che nel 2001 si oppose ai nuovi maneggi per la “dissociazione” dei boss, fu cacciato su due piedi dalla direzione delle carceri dove lavorava?

E’ troppo sperare in qualche risposta esauriente, o anche per il dottor Grasso e i suoi sostenitori a mezzo stampa fare domande è “delegittimazione”?

Mafia: Genchi, Ciancimino in rapporti con altissimi livelli delle Istituzioni

Mafia: Genchi, Ciancimino in rapporti con altissimi livelli delle Istituzioni.

Roma – 20 ott. (Adnkronos)“Sono testimone vivente dei riscontri originali sui rapporti fra Ciancimino, il Ministero degli Interni e il Ministero della Giustizia. Ero nel team investigativo di un’indagine a Palermo su mafia e appalti, un’indagine importante che secondo me rappresenta un punto di riferimento importante anche nella causale della strage di via d’Amelio”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi nel corso dell’intervista rilasciata a Klaus Davi per il programma KlausCondicio, visibile su YouTube. “Segnalai alla procura di Palermo l’acquisizione e lo sviluppo di un cellulare di Ciancimino, quindi – ha aggiunto Genchi – sono testimone vivente di quei riscontri originali sui rapporti di Ciancimino con altissimi livelli delle istituzioni. Non solo della politica, ma anche dello Stato e io trovai contatti con utenze del Ministero dell’Interno, con utenze della Giustizia, incontri a Roma, contatti telefonici romani che, purtroppo, non sono mai stati chiariti e che, secondo me, costituiscono uno dei riscontri piu’ importanti alle dichiarazioni di Ciancimino per quanto riguarda le entrature negli apparati dello Stato”


Genchi, nell’intervista, ha affermato anche che “fu il Ministero degli Interni a ‘trasferire’ Arnaldo La Barbera, stoppandone difatti le indagini, dopo che le stesse individuarono coinvolgimenti dei servizi. Di questo sono testimone vivente”. “Parlo da testimone e non per sentito dire – ha proseguito Genchi – Ero un giovane funzionario di Polizia molto valorizzato da Parisi all’epoca. Ricordo che a La Barbera furono affidate le indagini su Capaci e via D’Amelio”. “Ho toccato con mano quello che e’ avvenuto, ovviamente non pensavo che si trattasse di una trattativa – ha sottolineato Genchi – notai qualcosa di strano quando prima fui trasferito io ad ottobre dopo aver decodificato il databank Casio cancellato di Falcone da cui emersero una serie di elementi importantissimi e, a distanza di qualche mese, quando abbiamo imboccato proprio la pista sui servizi segreti, sulle collusioni interne alle istituzioni, ai rapporti con la magistratura di cui aveva parlato Mutolo e poi, infine, con le ultime verbalizzazioni di Paolo Borsellino su Mutolo, su cui molti temevano e che in molti cercarono di bloccare”. “Quando si imbocco’ questa strada La Barbera fu immediatamente trasferito, stranamente trasferito dal Ministero dell’Interno, eravamo sotto Natale. Il trasferimento fu ordinato dal Ministero degli Interni, certo sicuramente non da Parisi, perche’ Parisi ci aveva dato tutta la solidarieta’ e tutto l’aiuto possibile ed immaginabile”, ha concluso Genchi.

Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini

Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini.

Roma, 20 ott. (Adnkronos) – “Ricordo un particolare che e’ sfuggito a molti, a proposito degli attentati in sincrono di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Insomma perche’ San Giovanni e San Giorgio, perche’ non li hanno fatti a Santa Maria Maggiore, a San Paolo, che per esempio e’ in una zona isolata o a San Pietro, che avrebbe avuto ancora piu’ risalto? Perche’ non li hanno fatti all’Ara Pacis o al Colosseo? Perche’ proprio San Giovanni e San Giorgio? Lei sa che significa Giorgio e Giovanni, chi erano Giorgio e Giovanni? Giovanni era Giovanni Spadolini, che era il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato mentre Giorgio era Giorgio Napolitano, Presidente della Camera, terza carica dello Stato che poi e’ diventato Ministro dell’Interno e ora fa il Presidente della Repubblica”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi, nel corso dell’intervista rilasciata al programma tv KlausCondicio in onda su YouTube.

Genchi parla poi della strage di via D’Amelio: “Le stragi di mafia sono state fatte col tritolo, con esplosivo da cava, un esplosivo potentissimo e di immediata reperibilita’. Invece l’esplosivo utilizzato in via D’Amelio e’ un esplosivo che viene utilizzato in ambito militare, in ambito di guerriglia, cioe’ in contesti e circuiti che non costituiscono appannaggio, diciamo, di Cosa Nostra”. “Non ci sono precedenti. Quindi anche sotto questo profilo, il tipo di telecomando utilizzato, la distanza con cui questo telecomando poteva funzionare, sono tutti elementi di natura oggettiva, di natura tecnica che devono indurre a sospettare sulla possibilita’ che ci fosse una distanza molto elevata dal punto di osservazione al punto dello scoppio”, aggiunge Genchi, che conclude affermando: “Qualcuno doveva avere la certezza di uccidere Borsellino fuori dalla macchina blindata perche’ il livello di protezione che aveva quella macchina era tale che l’autista rimase indenne, vivo, l’unico, perche’ si trovava dentro la macchina”.

Come Berlusconi aiuta la mafia | ItaliaDall’Estero

Come Berlusconi aiuta la mafia

Articolo di Giustizia, pubblicato martedì 13 ottobre 2009 in Germania.

[Handelsblatt.com]

Per togliersi da dosso i giudici il primo ministro italiano Silvio Berlusconi progetta una riforma della giustizia. In questo modo mette in pericolo le efficacissime strategie degli inquirenti contro la mafia. Un rapporto delle proprietà che prima appartenevano all’associazione criminale segreta.

Il premier italiano Silvio Berlusconi vuole rendere più difficili le intercettazioni telefoniche.

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Genchi: Stopparono le mie indagini e diedero tutto ai carabinieri, ma io so che ci fu la trattativa

Genchi: Stopparono le mie indagini e diedero tutto ai carabinieri, ma io so che ci fu la trattativa.

“La trattativa c’è stata, ne sono testimone”, giura Gioacchino Genchi. Poliziotto, poi super consulente delle procure (fino al caso dell’ “Archivio Genchi”), lavorò alle indagini sulla strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino, “Ma fummo fermati. Arrivò l’annuncio che tutto doveva passare nelle mani dei carabinieri. Ci sono atti inconfutabili del ministero dell’Interno a spiegare l’operato dello Stato”.


Le Primissime fasi dell’indagine.

“Sin dall’immediatezza della strage l’attenzione si è rivolta alle attività importanti che in quel momento stava eseguendo Borsellino. In particolare alle dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che era l’uomo di fiducia di Toto Riina. Mutolo era già stato sentito da Falcone a Dicembre 1991″.

Qual era il suo incarico allora?
“Dirigevo il nucleo anticrimine per la Sicilia occidentale e la zona telecomunicazioni, il capo della polizia mi aveva dato un secondo incarico per coordinare meglio l’attività investigativa nel periodo delle stragi. Ero consulente della procura di Caltanissetta”.


Borsellino doveva essere fermato dopo le rivelazioni del braccio destro di Riina?

“L’attenzione si concentrò sulla pista dei mandanti esterni proprio per la gravità delle dichiarazioni di Mutolo, che coinvolgevano apparati istituzionali dello Stato, politici, magistrati, uomini dei servizi segreti e della polizia, medici. Insomma: tutta la “zona grigia” che aveva fatto da contorno a cosa nostra. Proprio partendo da questa ipotesi, si è valutato chi volesse davvero fermare Paolo Borsellino. I contatti che il magistrato aveva avuto al ministero dell’interno lasciavano ipotizzare che qualcuno, in ogni modo, cercasse di fermarlo per le indagini che sarebbero scaturite dalle dichiarazioni di Mutolo su persone di altissimo livello nelle istituzioni”.


La vedova Borsellino ha raccontato che suo marito aveva paura di essere spiato dal monte Pellegrino, dal Castello Utveggio.

“La signora Borsellino, già molti anni fa, mi confermò questa sua impressione che ora ha raccontato alla stampa e che sicuramente aveva già riferito ai magistrati di Caltanissetta. Borsellino aveva già individuato nel Castello e negli uomini un possibile e grave pericolo, fino al punto da imporre alla moglie di serrare le imposte della camera da letto”.


Ma chi c’era nel Castello?

“Si era installato un gruppo di persone che erano state all’alto commissariato per la lotta alla mafia. Dopo il cambio di vertice nella struttura con la nomina di Domenico Sica, erano stati tutti spostati al Castello. C’erano ufficiali che erano stati all’alto commissariato, dov’era pure Bruno Contrada, che era capo di gabinetto del commissario De Francesco ed altri soggetti su cui abbiamo svolto delle indagini. Il Castello era in una posizione ottimale per garantire la visuale su via D’Amelio, da dove sarebbe stato facile, anche con un binocolo, avere il controllo della via per far detonare l’esplosivo”.


Lei indicò la zona del castello come possibile luogo di appostamento di chi teneva il timer.

“Si. E i sospetti derivano dal fatto che, quando hanno saputo che le indagini si stavano appuntando su quell’edificio, hanno smobilitato tutte le attrezzature e sono spariti”.


Ma perchè proprio quella zona?

“Questo è l’interrogativo: perchè quell’attentato non è stato fatto a Villagrazia, dove Borsellino villeggiava e sarebbe stato agevole ucciderlo con una pistola, o in via Cilea dove abitava? Perchè in via D’Amelio dove occasionalmente si recava dalla madre? Perchè in quella zona c’era quel “controllo” del territorio, perchè era stato possibile eseguire un’intercettazione telefonica sul telefono della madre e perchè c’era la possibilità di colpirlo in un luogo dove fosse stato poco protetto”.


Un’operazione che non sarebbe stata condotta solo dalla mafia.

“C’è la certezza che dal punto di vista dinamico-organizzativo ci siano dei soggetti esterni a Cosa Nostra che si sono occupati dell’attentato. Per tutte le altre stragi di Mafia, come Capaci, si è saputo del telecomando, di come è stato posizionato l’esplosivo, di come è stato operato. Per via D’Amelio, nonostante le collaborazioni che ci sono state in Cosa Nostra, non si è saputo nulla”.


La trattativa c’è stata?

“Fummo fermati, ci fu detto che tutto doveva passare nella mani dei carabinieri che stavano gestendo importanti collaborazioni. Ci hanno tolto tutto manu militari, ci hanno fatto rientrare nel gruppo Falcone-Borsellino, un fantoccio di cui la polizia non aveva alcun bisogno. Perchè aveva già la squadra mobile, la Criminalpol, e perchè i magistrati Cardella e Boccassini sono saltati dalla sedia e si sono messi di traverso minacciando le dimissioni dopo l’inspiegabile trasferimento di La Barbera al ministero dell’Interno, senza incarico, nell’immediatezza dell’arresto di Contrada e pochi giorni prima della cattura di Riina”.

Marco Menduni (IL SECOLO XIX, 20 ottobre 2009)

Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri

Fonte: Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

IL COLONNELLO RICCIO RICORDA LE PRIME RIVELAZIONI DI UN PENTITO CHE FU SUBITO UCCISO

Al colonnello Mario Mori, guardandolo dritto negli occhi, aveva detto: ‘‘Certi attentati li avete voluti voi”. Una settimana dopo fu massacrato a colpi di pistola nel centro di Catania. Luigi Ilardo, il ”confidente” che aveva svelato al colonnello Michele Riccio il nascondiglio di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso e che stava facendo i nomi dei nuovi referenti politici della mafia, fu assassinato il 10 maggio 1996 in circostanze misteriose e con un tempismo davvero sorprendente: otto giorni dopo il suo incontro al Ros di Roma con i procuratori di Palermo e Caltanissetta GianCarlo Caselli e Giovanni Tinebra, e appena quattro giorni prima di formalizzare la sua piena collaborazione con la giustizia.
Chi lo uccise e perché?
Nessuno, all’interno di Cosa nostra, sapeva che Ilardo fosse un ”informatore” e che stesse raccontando agli investigatori tutti i dettagli dell’ultima fase della trattativa: quella proseguita dopo la nascita della Seconda Repubblica. Lo racconta Aurelio Quattroluni, il mafioso che era stato incaricato dell’eliminazione del ”confidente”. Qualcuno avvertì Cosa nostra del pericolo che Ilardo, reggente mafioso delle quattro province orientali della Sicilia, costituiva con le sue rivelazioni? Ne sono certi i pm siciliani che ipotizzano l’esistenza di una ”soffiata”, partita dall’interno delle istituzioni, per tappare la bocca all’ ”informatore”. Ne era convinto anche il capitano Antonio Damiano, che comandava il Ros di Caltanissetta, e che al suo collega Riccio aveva detto, preoccupato: ‘‘Mi sa che la notizia della collaborazione di Ilardo è uscita dalla procura di Caltanissetta”. Per questo gli atti dell’ inchiesta sull’omicidio Ilardo, conclusa con un’archiviazione, nei giorni scorsi sono stati acquisiti dalle procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulla trattativa tra mafia e Stato. Quella trattativa che, secondo i pm di Palermo, sarebbe all’origine anche della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso il 31 ottobre del 1995, da parte dei carabinieri del Ros. Proprio su alcuni passaggi del negoziato tra Stato e mafia, nel processo al generale Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento per aver lasciato fuggire Binu da quel casolare di Mezzojuso, ignorando le ”soffiate” di Ilardo, stamane è chiamato a deporre in aula l’ex presidente della Commissione antimafia Luciano Violante.
Ma cosa stava raccontando di così pericoloso Ilardo?
Negli incontri con Michele Riccio, avvenuti a partire dal 1993, il ”confidente” aveva fatto il nome di Marcello Dell’Utri come del ”contatto stabilito da Bernardo Provenzano con un personaggio dell’entourage di Berlusconi”.
Un contatto che aveva dato ”assicurazioni che ci sarebbero state iniziative giudiziarie e normative più favorevoli e anche aiuti a Cosa nostra nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali”. Un contatto che garantiva il nuovo dialogo tra la mafia e le istituzioni, attraverso Forza Italia. Ma non solo. Ilardo aveva fatto il nome del socialista Salvo Andò, ex ministro della Difesa nel periodo delle stragi. Di lui, il confidente aveva detto che ”i collegamenti di Riina nascevano dai suoi contatti con il Psi”. Ma nell’elenco di Ilardo, indicati come personaggi vicini a Cosa nostra, sono in tanti: Giulio Andreotti, Lillo Mannino, Giuseppe Grippaldi (ex deputato regionale di An in Sicilia), Mimmo Sudano (ex senatore catanese dell’Udc), il magistrato Dolcino Favi (il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a De Magistris l’inchiesta Why not). E Antonio Subranni, generale del Ros a quel tempo il diretto superiore di Mori. Il confidente disse a Riccio: ”Ho qualcosa da raccontare su di lui…”. Ma secondo Ilardo, Provenzano aveva una linea di rapporto con le istituzioni ”diversa e più segreta”, rispetto a Riina attraverso gli imprenditori: e a Riccio fece i nomi di Ligresti e Gardini. E ancora: il ”confidente” parlò del senatore Antonino La Russa, e del figlio Vincenzo, padre e fratello del ministro Ignazio La Russa, come di alcuni tra i ”tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di Cosa nostra e la direzione di Forza Italia per la Sicilia orientale”. Tutti nomi e rapporti ovviamente da verificare.
E per questo motivo, Riccio inviò a Mori una serie di relazioni con le ”confidenze” di Ilardo. Racconta Riccio: ‘‘Mori mi chiese di non inserire i nomi dei politici, ma io quei nomi li scrissi tutti, tranne quello di Dell’Utri”.
Perche’?

”Dopo quello che mi aveva detto Mori -spiego’ Riccio – sarebbe scoppiato il finimondo”.

Ciancimino continua a parlare : Pietro Orsatti

Da non perdere l’intervista in video di Rainews24 a Massimo Ciancimino che conferma che mafia e politica hanno sempre fatto affari insieme.

Prima parte:

Seconda parte:

Fonte dell’articolo: Ciancimino continua a parlare : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Terra

Massimo Ciancimino continua a parlare e a fornire documenti agli inquirenti. Lo ha fatto ancora ieri per più di quattro ore in Procura a davanti ai pm del capoluogo e di Caltanissetta. All’interrogatorio hanno partecipato, infatti, il procuratore aggiunto di Antonio Ingroia, i pm Nino Di Matteo e , il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e il suo aggiunto Domenico Gozzo. La presenza di entrambe le Procure significa che si è parlato non solo della trattativa e del famoso papello, ma anche della strage di via D’Amelio, di competenza del Tribunale di Caltanissetta. Poche ore prima si era lasciato sfuggire alcuni dettagli nuovi sulla vicenda della trattativa fra Stato e mafia, datandola nel periodo fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio nel 1992. «La trattativa è iniziata – ha spiegato il figlio dell’ex sindaco – quando il capitano (Di Donno) in aereo mi avvicina e mi dice che vuole avviare una trattativa. Mio padre, tramite altri canali, volle sapere se davvero questi due soggetti (i vertici del Ros) erano accreditati e avevano le coperture tali per potere mantenere questi impegni». E poi ha spiegato perché la scelta come mediatore fosse caduta proprio sul padre, raccontando che «il rapporto costante tra e le istituzioni è stato duraturo e ha rappresentato la politica e l’imprenditoria degli ultimi anni in Sicila. Il ruolo di mio padre era di cercare un equilibrio e far sì che l’equilibrio reggesse». Queste dichiarazioni, quasi uno sfogo rilasciato a Rainews24, sono state probabilmente causate dalle “disavventure” della notte precedente, quando due uomini del reparto operativo dei carabinieri,
in borghese, sono stati identificati dalla scorta di Ciancimino sotto la sua casa. Strana coincidenza, anche se i carabinieri si sono affrettati a smentire che i due uomini stessero svolgendo qualche indagine relativa al figlio dell’ex sindaco di , anche perché ieri mattina, a poche ore dallo strano “incidente”, Ciancimino ha testimoniato proprio sul ruolo avuto dai Ros sulla trattativa fra Stato e mafia.
E sempre sui reparti speciali dell’Arma si attende per oggi in aula a la dichiarazione di Mario Mori, l’alto ufficiale indicato dai pentiti e da Ciancimino e oggi anche da alcuni esponenti del governo dell’epoca come uno dei protagonisti della presunta trattativa. E domani dovrebbe essere anche il giorno della deposizione in Procura di Luciano Violante che, all’inizio dell’estate, aveva ricordato alcuni dettagli mai resi pubblici su alcuni tentativi di abboccamento da parte di Vito Ciancimino con intermediario proprio Mori. Intanto si attendono gli originali del papello e degli appunti di Ciancimino, nonché le registrazioni effettuate dallo stesso ex sindaco durante i presunti incontri avvenuti con gli alti ufficiali dell’Arma. Tutti questi materiali sarebbero ancora in una cassetta di all’estero, ma dovrebbero essere nelle mani dei magistrati entro la fine del mese.

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<a href="http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=16946">Fonte Rainews24</a></div>

Salvatore Borsellino: “Parole Grasso mi sconvolgono”

Salvatore Borsellino: “Parole Grasso mi sconvolgono”.

Roma – 19 ott 2009. ”Mi sconvolgono le parole di Pietro Grasso, da un lato sembra quasi giustificare in alcune sue parole la trattativa con la mafia”. Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a ”24 Mattino” su Radio 24 per parlare di trattativa tra Stato e mafia. ”Io – ha aggiunto Borsellino – ritengo che se e’ vero che la trattativa puo’ aver salvato la vita a qualche politico, allora e’ vero che la trattativa e’ stata barattata con la vita di Paolo Borsellino. Mi sconvolge questo tipo di affermazione”.
”E mi sconvolge anche l’idea di una trattativa – ha detto Borsellino – Io da anni ripeto, prima inascoltato mentre ora mi stanno arrivando conferme anche da parti istituzionali, che mio fratello e’ stato ucciso proprio per la trattativa. Mio fratello costituiva un ostacolo a questa trattativa, ritengo addirittura che la veemenza con la quale si e’ opposto ad essa ha causato la necessita’ di eliminarlo, e anche in fretta. Conoscendo bene mio fratello – ha aggiunto – so che avrebbe portato all’attenzione dell’opinione pubblica questa scellerata trattativa”.
”E’ pazzesco – ha aggiunto ancora Borsellino – che se ne parli oggi, 17 anni dopo. Perche’ Grasso non ha fatto questa affermazione sulla trattativa nel momento in cui Mancino negava che la trattativa ci fosse stata? Perche’ Martelli ha parlato solo ora? Perche’ tante persone nelle istituzioni parlano oggi di cose che, se avessero denunciato 15-16 anni fa, avrebbero potuto cambiare le cose?”. Borsellino e’ tornato anche sul presunto incontro tra suo fratello e l’allora ministro dell’Interno Mancino, il primo luglio 1992 al Viminale, incontro che Mancino ha sempre negato: ”Ma secondo lei – ha detto – devo credere a quello che dice Mancino o a mio fratello che in una sua agenda, quella grigia, in cui appuntava ora per ora i suoi appuntamenti ha scritto proprio Mancino? Io devo credere a mio fratello che non si puo’ essere preconfigurato un falso appuntandosi in un’agenda un incontro che non c’e’ stato a futura memoria”.
”Oggi – ha sottolineato – grazie alle rivelazioni di Ciancimino, al papello, posso arrivare a pensare che non sia stato Mancino a prospettare a Paolo la trattativa perche’ forse Paolo ne era gia’ al corrente. Ma le cose non cambiano perche’ il primo luglio, quando Paolo per me ha incontrato certamente Mancino, ne avra’ sicuramente parlato di questa trattativa. Mancino ostinatamente nega, io – ha concluso – credo a mio fratello piuttosto che a Mancino”.

La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia

Fonte: La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia.

Scritto da Nicola Biondo

«Stiamo indagando su dieci anni di trattativa» dice all’Unità il Pm palermitano Nino Di Matteo a poche ore dalla consegna del Papello. Dieci anni il cui inizio è la strage di Capaci, maggio ’92, e la cui fine, o meglio punto di svolta, è il proclama di Leoluca Bagarella del luglio 2002 indirizzato alle forze politiche. Nel mezzo c’è il sangue di Borsellino e Falcone e delle vittime delle stragi del ’93, a Milano e Firenze, e un grande sforzo investigativo di magistratura e forze di polizia come mai era avvenuto in passato. Ma anche molte, troppe, aree grigie e un sensibile mutamento di clima intorno alla lotta antimafia. La trattativa insomma èun workin progress,nonsi esaurisce, secondo gli investigatori, al papello o agli scritti di Vito Ciancimino ma va oltre.

COME FINÌ LA TRATTATIVA?

La prima domanda che gli investigatori si pongono è se e quali punti del papello hanno avuto effettiva realizzazione in questa «lunga trattativa». La revisione del maxiprocesso ad esempio non è mai stata all’ordine del giorno. Negli ultimi anni però sono state molte le proposte di legge presentate per ottenere nuove norme per la revisione dei processi da ancorare, secondo unodei promotori Gaetano Pecorella – avvocato del premier – alle sentenze della Corte europea. Per quanto riguarda il 41bis e la legge sui pentiti è sotto gli occhi di tutti che le nuove leggi non garantiscono più buoni risultati. L’isolamento dei boss è ormai un ricordo del passato e la legge sui pentiti ha ottenuto un unico risultato: da anni ormai non si pente quasi più nessuno. Sulla revisione della legge Rognoni-La Torre basta dire che sono migliaia ogni anno i beni confiscati che non vengono riutilizzati, come denuncia da tempo la Agenzia del demanio. Le richieste di Riina contemplano anche la possibilità di dissociarsi da Cosa nostra, una exit strategy che garantirebbe la possibilità di accedere ai benefici carcerari senza l’obbligo di rivelare nulla. Una idea che ha fatto capolino più volte nelle aule parlamentari e per la quale ha mostrato interesse finanche un alto magistrato come Giovanni Tinebra, ex-capo della procura di Caltanissetta. La chiusura dei super carceri, comequelli dell’Asinara, è ormai invece una realtà. Mentre la trattativa progrediva è poi arrivata la riforma del c.d. «giusto- processo» che permette la scelta del silenzio ai testi o ai collaboratori mentre nessuna disposizione è stava varata per tutelare chi testimonia nei processi di mafia.

LA RIFORMA DI COSA NOSTRA

I dodici punti del papello, di cui questi sono i nodi essenziali, rivelano la grande riforma della giustizia di Cosa Nostra.Che non può non ricordare i temi dell’agenda dell’attuale governo. Di chi in fondo in nome di un garantismo disinvolto vorrebbe i magistrati sottoposti a forme di controllo e le indagini depotenziate con l’abolizione delle intercettazioni. Binu Provenzano lo aveva promesso al popolo di Cosa Nostra consumato dalla politica delle stragi: «Servono dieci anni per tornare all’antica». L’orizzonte della trattativa sarebbe stato allora «più ampio»: far nascere una nuova mafia in un nuovo Stato. In questo senso il papello di Riina nasce «vecchio» perché il suo alter ego Provenzano lo ha emendato e in parte realizzato, nella previsione diunarimozione collettiva del problema mafia. E si arriva così al redde rationem, a quel proclama di Bagarella del 2002 che accusa gli avvocati diventati parlamentari di non occuparsi più dei loro clienti mafiosi, che tira in ballo le forze politiche che giocano «sulla pelle dei detenuti». Una dichiarazione di guerra contro il patto di Provenzano che vedrà la sua manifestazione più clamorosa in uno striscione apparso pochi mesi dopo allo stadio di Palermo: «Uniti contro il 41bis, Berlusconi dimentica la Sicilia». Ci sono tappe visibili e meno visibili di questa trattativa. Una sicuramente è la scandalosa latitanza di don Binu: secondo la Procura di Palermo andrebbe addebitata proprio ad uno dei protagonisti della trattativa con Ciancimino, il generale Mario Mori oggi sotto processo per avere omesso di catturare il padrino pur essendo a conoscenza di uno dei luoghi che abitualmente frequentava fino al 2001. Processo che riprende martedì prossimo con l’audizione di LucianoViolante.

«Borsellino sapeva? Forse non si è fidato dei suoi superiori…. » – Intervista a Luca Tescaroli

«Borsellino sapeva? Forse non si è fidato dei suoi superiori…. » – Intervista a Luca Tescaroli.

Per il magistrato che indagò nel ’92 «c’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, di tutta la verità. Qualcuno rispose alla mafia con la politica del compromesso»

Luca Tescaroli, oggi sostituto procuratore a Roma, è stato pubblico ministero nel processo per la strage di Capaci. Ha condotto le indagini sui mandanti occulti per gli eccidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Segue con attenzione le recenti rivelazioni sui contatti tra esponenti dello stato e emissari della Cupola avvenuti nella primavera estate del 1992.


Dottor Tescaroli la procura di Palermo ha un’indagine aperta sulla trattativa tra Stato e mafia. Qual è il suo convincimento?

«Sull’inchiesta in corso ovviamente mi astengo da qualsiasi commento. Noto che ci sono uomini delle istituzioni che hanno una memoria “al contrario”: ricordano meglio i fatti lontani nel tempo che quelli vicini».

Come giudica le rivelazioni di Martelli secondo cui Borsellino avrebbe saputo da Liliana Ferraro degli incontri tra Vito Ciancimino e i carabinieri?
«Sia la Ferraro che Martelli hanno reso testimonianza in istruttoria e in aula per la strage di Capaci. Ma non hanno mai fatto riferimento a trattative o a cose simili. Queste ultime rivelazioni a distanza di così tanto tempo mi confermano un’idea: c’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, di tutta la verità, sulle stragi. Potevamo fare passi in avanti importanti che non ci è stato concesso di fare. C’è un nodo irrisolto».

Quale fra i tanti?
«Quello con cui ha inizio questa storia. Andare a parlare con Ciancimino significava parlare con la Cupola. È un’ammissione di debolezza o ancora peggio una tecnica di approccio che ammette il compromesso. Il mostro mafioso andava schiacciato non blandito, non esistono vie di mezzo».

Lei crede che la trattativa abbia influito sulla strage di via D’Amelio?
«È un dato acquisito che vi fu un’accelerazione per la strage. Dopo Capaci Cosa nostra aveva messo in preventivo l’eliminazione di Calogero Mannino ma tutto si bloccò e Borsellino diventò un obiettivo da colpire nel più breve tempo possibile. La domanda è perché?».


Perché si trovò davvero sovraesposto: chi lo candidava alla procura nazionale antimafia, chi addirittura alla Presidenza della Repubblica.

«Sì, vi fu una sovraesposizione del giudice. Ma che non spiega la fretta nel volerlo eliminare ad ogni costo e dopo solo 57 giorni dalla strage di Capaci. Nessuno è sprovveduto dentro Cosa nostra. Non potevano non immaginare che stavolta lo Stato avrebbe reagito. Di sicuro Borsellino si sarebbe opposto a qualsiasi trattativa».

Ci si chiede perché se il giudice, venuto a conoscenza di un contatto tra Stato e mafia, poi non l’abbia denunciato.
«Intanto bisognerebbe sapere con certezza se qualcosa gli venne detto e in che termini. Poi mi chiedo se lui avesse fiducia in coloro che lo avrebbero dovuto sentire. Vi fu una chiara omissione».

Da parte di chi?
«Borsellino era un uomo delle istituzioni. Ebbe il tempo di dire pubblicamente che sapeva fatti che avrebbe detto solo all’autorità giudiziaria. È normale che nessuno per 57 giorni lo chiami a Caltanissetta per testimoniare sulla strage del suo più caro amico e collega?».

Lei ha indagato a lungo sui possibili mandanti esterni delle stragi del 1992. Un’inchiesta poi archiviata.
«È stata una pista investigativa che ci ha fatto capire molto. È curioso che il primo a parlare chiaramente di questi contatti tra Stato e mafia è stato Giovanni Brusca, un mafioso seppure pentito. Qualcuno avrebbe dovuto sentire il dovere morale di affrontare questa vicenda che oggi è davanti agli occhi di tutti».

Conveniva a tutti dire che era solo mafia?
«Certo. Con le stragi l’obiettivo era l’intero Stato e una parte dello Stato ha risposto con la politica del compromesso, se non forse con una convergenza di interessi. Non credo alla follia di Cosa nostra. Qualcuno diede ai boss precise garanzie».

Scorie a perdere

Fonte: Scorie a perdere.

Questa è una storia particolare. Questa è una storia di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, come diceva Leonardo Sciascia. Questa è una storia di nebbie. Nebbie che avvolgono tutto. Avvolgono uomini che scavano nella verità e avvolgono uomini che quella verità tentano di occultarla. Ed avvolgono navi.

Per iniziare questa storia partiamo dalla provincia del Guangdong, Cina. Ogni anno 150 milioni di televisori, lavatrici, frigoriferi ed altra immondizia “tecnologicamente avanzata” viene portata in queste terre, note non certo per la ferrea normativa ambientale. Più del 90% di questi rifiuti però non viene portato in qualche azienda per il riutilizzo o per il definitivo smaltimento. Finisce invece nei garage delle abitazioni, in strada, negli orti e viene trattato senza la minima precauzione. Da dove viene quell’immondizia? Alcuni di quei rottami… partono da Aiello del Friuli, Udine, dove confluiscono i rottami di ditte friulane, liguri, venete e lombarde allocate in un sito di stoccaggio non autorizzato e dove arriva quello stesso materiale di scarto che le “grandi ditte” del Nord (quelle che portano sulle loro spalle – a detta loro – il peso economico dell’azienda Italia) spesso imbarcano su carrette del mare per mandarle in qualche altra zona lontana dall’aura di magnificenza con la quale vengono dipinti dai nostri quotidiani. Le mandano così lontane che spesso queste carrette si perdono nel mar Tirreno. Italia.

Cetraro (Cosenza) – Un mezzo telecomandato sottomarino messo a disposizione dalla Regione Calabria ha ritrovato a 500 metri di profondità nel mare antistante le coste cosentine il relitto di una nave. Cosa che di per sé non dovrebbe destare dubbi o far porre troppe domande, tant’è vero che la notizia è passata praticamente inosservata sui media del circuito mainstream. Ma una nave dai cui oblò si vedono due scheletri (o almeno questo è quel che sembra vedersi…) e dalla quale si potrebbero prelevare ben 120 fusti pieni di materiale non identificato si può considerare “normalità”?
Cosa contengano quei fusti è irrilevante ai fini ambientali. Che contengano vernici, solventi, acidi o materiale di altro tipo la cosa certa è che quel materiale non fa bene alle nostre acque, visto che dai rilevamenti effettuati in passato sono stati accertati eccessivi livelli di piombo. La prua della Cunski, questo il nome della motonave affondata, è squarciata. Che qualcuno abbia voluto portar via quei fusti prima che potessero essere ritrovati? Cosa contenevano di tanto “importante” da avere tutta questa premura di portarsi dietro 120 fusti non certo occultabili in un paio di tasche?
E, cosa forse anche più importante: quante altre “Cunski” ci sono disseminate nei nostri mari?

A quest’ultima domanda stava tentando di rispondere il Capitano di vascello Natale De Grazia, 39 anni, una di quelle persone che la divisa che indossano la onorano sul serio. In quel periodo (siamo nel 1995) faceva il consulente tecnico del pm Francesco Neri. De Grazia stava indagando non solo – e forse non tanto – sugli affondamenti. Ma sulle rotte; quelle stesse rotte che lo avevano portato a girare in lungo e in largo l’Italia e l’Africa. Seguendo una di quelle rotte aveva scoperto un cimitero ambulante che partendo dal Nord Italia – nell’area dei c.d. “porti delle nebbie” come La Spezia e Livorno – finiva nei mari del sud o, più facilmente, lungo le coste africane. Conoscere certe cose però, in un paese che convive ed accetta i fenomeni mafiosi, può portarti a fare conoscenze indesiderate. O può portarti alla morte com’è successo a De Grazia, stroncato da un infarto il 13 dicembre del 1995 mentre da Amantea – dove si era recato per indagare sullo spiaggiamento della “Jolly Rosso”- si stava dirigendo proprio al porto di La Spezia. Si dice che ad Amantea abbia parlato con qualcuno, ma non esistono riscontri (verbali e quant’altro…) che ne possano dare l’ufficialità. Con chi ha parlato il Capitano De Grazia? Cosa gli ha detto di tanto “importante” da non permettere che quella storia fosse conosciuta da tutti? Perché il Capitano a La Spezia non ci arriverà mai. Colto da infarto o da avvelenamento? Anche questa – per ora – rimane una domanda avvolta nella nebbia, in quanto i risultati dell’autopsia fatta sul cadavere non confermerebbero l’infarto.

Se il capitano avesse potuto portare a termine le indagini, probabilmente si sarebbe imbattuto in personaggi particolari. Degni delle migliori storie di spie e controspionaggi. Come Giorgio Comerio. Di mestiere fa l’imprenditore. Settore antenne ed apparecchiature di indagine geognostica. Insomma: uno che spesso aveva a che fare con affondamenti e carichi “particolari”. Come particolari erano le sue frequentazioni, che andavano dai servizi argentini ed iracheni fino a trafficanti di armi o ad alcuni clan della costa jonica, come si evince dai libri contabili dell’azienda di cui era titolare: la O.d.m. (acronimo di Oceanic Disposal Management) con sede a Lugano che dal proprio sito internet offriva i suoi servigi di affondamento navi a chiunque ne avesse bisogno – una specie di mercenario dell’affondamento, insomma – sostenendo di non commettere reato (la Convenzione di Londra del 1972 vieta espressamente lo scarico di rifiuti radioattivi in mare) perché lui i rifiuti non li buttava “in” mare, ma “sotto” il mare in quanto – tramite l’utilizzo di una sorta di siluri d’acciaio – li spediva a 40-50 metri di profondità.

Molto prolifico per Comerio doveva essere il mercato africano, visti i frequenti contatti con i governi della Sierra Leone, del Sudafrica e con le milizie che in quegli anni lottavano in Somalia per definire chi tra Ali Mahdi e Aidid (appoggiato in un primo momento dagli U.S.A. che poi – come al solito – gli danno la caccia…) dovesse prendere il posto che fu di Siad Barre, una sorta di Gheddafi d’antan, considerato amico dell’Italia all’epoca del governo Craxi. Al governo somalo Comerio propone 5 milioni di $ per poter inabissare rifiuti radioattivi di fronte alla costa e 10.000€ di tangente al capo della fazione vincente dell’epoca (Ali Mahdi, appunto) per ogni missile inabissato. Pagamento estero su estero, ovviamente.

Come se non bastasse, in tutta questa storia c’è un giallo. Giallo come il colore della cartellina che è stata rinvenuta a casa dell’imprenditore identificata con il numero 31 ed intitolata “Somalia”. Uno potrà dire: magari ci saranno i resoconti e le carte dei suoi affari. Può anche essere. Ma che tra queste carte sia stato rinvenuto il certificato di morte di Ilaria Alpi dovrebbe quantomeno far riflettere. Interessanti poi sono anche gli appunti trovati a casa di un socio di Comerio, Gabriele Molaschi, nei quali vi sono annotati carri armati Leopard, Mig, mitragliatrici “Breda”, artiglieria pesante e leggera. Insomma, qualcuno aveva fatto la lista della spesa (probabilmente rappresentava il prezzo da pagare per lo sversamento davanti alle coste somale dei rifiuti radioattivi).

Questo dovrebbe far quantomeno riflettere, dicevo. Come dovrebbe far riflettere quello che è successo nei giorni in cui la giornalista del Tg3 e Miran Hrovatin – il suo operatore – venivano uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. O sarebbe meglio dire venivano giustiziati. Spariscono tre block notes di appunti, sparisce l’agendina con i numeri telefonici e c’è una Commissione d’inchiesta – presieduta dall’onnipresente Carlo Taormina – che predilige una fantomatica pista “islamica”, tanto da arrivare a dire che l’uccisione dei due giornalisti sia da attribuire ad un rapimento finito male.

“1.400 miliardi di lire (che erano poi i soldi della cooperazione italiana, ndr): che fine ha fatto questa ingente mole di denaro?” Era questa la domanda che aveva spinto Ilaria Alpi a tornare di nuovo in quella terra che tanto amava: la Somalia. La stessa domanda che aveva posto al “sultano di Bosaaso” (al secolo Abdullahi Mussa Bogor, ex Ministro della Giustizia ai tempi di Siad Barre). «Stia attenta, signorina. Da noi, chi ha parlato del trasporto di armi, chi ha detto di aver visto qualcosa, poi è scomparso. In un modo o nell’altro, è morto» era stata la risposta.

Mai affermazione fu più profetica, verrebbe da dire guardando a questi 15 anni di depistaggi, imbrogli, verità parziali e verità fittizie. Quel che è certo, però, è che armi e tangenti erano i mezzi di pagamento per il disturbo dei rifiuti tossici nelle acque somale.
Ilaria Alpi era partita – anzi, ri-partita visto che era già il suo settimo od ottavo viaggio in Somalia – sulle tracce di una nave della compagnia Shifco, discussa società somala che spesso trasportava rifiuti tossici provenienti dalla Trisaia di Rotondella (MT) una sorta di immenso outlet (come nella scena iniziale di Canadian Bacon di Michael Moore) per chi aveva necessità “atomiche” come l’acquisto di uranio depleto, che ritrattato serve a costruire bombe. Mi chiedo quanto di questo uranio sia oggi tra quello con cui gli americani vorrebbero far costruire la bomba atomica all’Iran…

L’omicidio Alpi smuove un po’ la situazione, visto che dagli anni Novanta questo via vai sulla rotta dei rifiuti sembra quantomeno calmarsi. Quel che non si calma, invece, è lo sdegno della società civile.

Francesco Gangemi è sindaco di Reggio Calabria nel 1992 (anche se solo per tre settimane). Quel che interessa in questa sede, però, è il fatto che Gangemi sia anche direttore del mensile calabrese “Il Dibattito”, dalla linea spesso aggressiva verso politici e magistrati. Firma un’inchiesta a puntate dal titolo quanto mai eloquente: “Chi ha ucciso Ilaria Alpi?” che inizia così:

«Fin dai primi passi di questa mia lunga strada, che immagino irta di ostacoli e contraccolpi, voglio informare i nostri lettori e le autorità che eventuali rappresaglie che dovessi subire non sarebbero certo riconducibili alla ‘ndrangheta o ad altre organizzazioni criminali, ma ai servizi segreti deviati e assoggettati a taluni magistrati inadempienti ai loro doveri d’uffico e al governo, che rimane il fulcro delle operazioni sporche che stanno inginocchiando l’umanità intera a fronte di vantaggi di varia natura».

Questa è una storia di nebbie.
Nebbie che avvolgono cose, avvolgono luoghi e persone.
Come le nebbie che avvolgono un altro dei grandi misteri d’Italia.
Il 27 giugno 1980 un Douglas DC-9 appartenente alla compagnia aerea Itavia si squarcia in volo, nel cielo tra le isole di Ustica e Ponza. E’ questo il “mistero di Ustica”. Ma c’è un mistero anche più “misterioso” che succede quella notte. Il 18 luglio, infatti, sui monti della Sila (Calabria) viene trovato un Mig 23 libico abbattuto la notte della strage di Ustica. Il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista della base di Poggio Ballone (Grosseto) confessa alla moglie: «Quella notte è successo un casino, per poco non scoppia la guerra». Dettori morirà suicida nel marzo dell”87, ossessionato da una scritta che – dice – non lo abbandona mai: “il silenzio è d’oro e uccide”. Cos’è successo “quella notte” di così grave da aver sfiorato una guerra?

Una delle tesi più accreditate – e ritenute più verosimili persino dagli “esperti”- è che il Dc9 sia stato “buttato giù” da missili americani, i quali evidentemente non accettavano che il centro Enea di Rotondella fosse un “outlet aperto a tutti”, in particolare a paesi allora nemici come la Libia. Nel marzo del 1993, ad avvalorare questa tesi ci pensa Alexj Pavlov, ex colonnello del KGB il quale sostiene che il Dc9 fu abbattuto da missili americani, i sovietici videro tutto dalla base militare segreta in Libia, ma furono costretti a non rivelare quanto sapevano per non scoprire il loro punto di osservazione. Quella notte furono fatte allontanare tutte le unità sovietiche della zona perché si sapeva che ci sarebbe stata un’esercitazione a fuoco delle forze americane. Se lo sapevano i sovietici, come mai noi non ne eravamo a conoscenza? O forse lo sapevamo e – volutamente – abbiamo deciso di lasciare andare il Dc9 che, dunque, più che un aereo quella notte fu utilizzato come “tiro a segno” per i caccia americani?

Il fenomeno dello smaltimento dei rifiuti tossici è uno di quelli sui quali chi riesce a metterci le mani prende la tanto agognata “galline dalle uova d’oro”. Per capire la grandezza di questo fenomeno basti pensare che la quantità di rifiuti da smaltire prodotti nel nostro paese crea per le organizzazioni criminali (in questo caso Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra non si fanno certo la guerra…) un giro d’affari tra i 1.000 ed i 3.000 miliardi circa di euro annui. E in queste cifre è presente solo il 15% dei rifiuti da smaltire, cioè la quantità che viene smaltita legalmente.

C’è poi un altro mistero nella faccenda delle navi a perdere.
Il 20 Giugno 1991 sulla Gazzetta del Sud compare questo articolo a firma Gaetano Vena: “Quasi completata l’operazione di demolizione della Rosso. Nessun materiale nocivo rinvenuto all’interno dei container che trasportava la nave della società Ignazio Messina S.p.A. di Genova che proveniente da Malta e diretta a La Spezia si arenò il 14 dicembre 1990 per una violenta tempesta di mare”. La “Jolly Rosso” (chiamata così perché riportò in Italia le diossine di Seveso sparse per il globo e in attesa di smaltimento…) stava tornando da Beirut, dove aveva caricato 2.200 tonnellate di rifiuti tossici da trasportare in Italia, al porto di La Spezia. C’è però una particolarità in questa storia, e i “vecchi lupi di mare” me ne daranno probabilmente ragione. Dopo questo viaggio, infatti, la Jolly Rosso diventa semplicemente la “Rosso”. E cambiare il nome di un’imbarcazione è considerato un elemento foriero di cattiva sorte (come poi succederà di lì a poco…) Quando la “Rosso” affonda, viene chiamata per il ripescaggio una società olandese, la Smit Tak: una delle società più competenti nel recupero navi e salvataggi marini. Passano 17 giorni, poi la S.T. rescinde il contratto con tanti saluti ed abbandona l’affare. Incompetenza? Non sembra, visto che la stessa Smit Tak si è occupata del recupero del Kursk, il sottomarino nucleare russo affondato nel mare di Barents balzato agli onori della cronaca qualche anno fa. Gli inquirenti sono incuriositi da due aspetti di questa società:
Così come oggi, anche agli inizi degli anni ‘90 la Smit Tak era un’impresa molto grossa, forse la più grande a livello internazionale, forse troppo grossa per un affare da poco come il recupero di una imbarcazione tutto sommato piccola come la “Rosso”; e poi è nota principalmente per il ramo di società legato alla bonifica di incidenti che hanno a che fare con materiale radioattivo.

Ad un giorno dallo spiaggiamento, a bordo del relitto della Rosso si presentano agenti dei servizi segreti che rinvengono documenti siglati O.d.m. (la società di Comerio che abbiamo visto in precedenza…). Una volta visionati, i documenti vengono restituiti alla Messina S.p.A. Perché i documenti vengono restituiti? Non servono forse come “prova” in un’eventuale indagine sui motivi che hanno portato allo spiaggiamento della Rosso? E perché questi uomini si presentano lì e – apparentemente senza alcuna autorità e senza che nessuno vi si opponga – rinvengono tali documenti, magari anche trafugando quelli che potevano essere “sconvenienti”? E per quale motivo si smuovono i servizi segreti se – ufficialmente – la Rosso trasportava “sostanze alimentari e generi di consumo”?

Servizi segreti deviati, organizzazioni criminali, l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e la strage di Ustica. Cosa c’è davvero dietro all’affondamento della Cunski e delle altre “navi a perdere”? E soprattutto chi?

Agenda rossa « Blog di Giuseppe Casarrubea

Lo storico Giuseppe Casarrubea delinea lo scenario che ha portato alle stragi mafiose del 1992:

Fonte: Blog di Giuseppe Casarrubea http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/12/agenda-rossa/, http://casarrubea.wordpress.com/

Si parla molto in questi giorni, con il solito codazzo delle chiacchiere perse, e con la grancassa dei mass media che ci campano sopra, della famosa agenda rossa che Paolo Borsellino portava con sè anche nel giorno in cui un’auto imbottita di tritolo lo fece saltare in aria con tutta la sua scorta.

L’Italia è un paese molto strano e forse per questo chi muove le fila dei pupi e tiene banco nel decidere delle news, gioca sempre sicuro, convinto che tanto, col tempo tutto si sana. Per i siciliani il tempo non esiste, specialmente il futuro semplice e il futuro anteriore. Il tempo preferito è il passato remoto, perchè tutto quello che si compie, o nel presente o in un passato prossimo, è immediatamente già qualcosa che entra nella sepoltura delle cose coperte di polvere e detriti.

Eppure quasi tutto avviene alla luce del sole, e la memoria non dovrebbe tradire visto e considerato che a molti eventi i siciliani, e specialmente quelli che contano e decidono, dovrebbero dare un senso per rifletterci sopra e trarne le logiche conseguenze.

Tutti abbiamo in mente grazie alle immagini video, alle testimonianze dei presenti al fatto, agli articoli dei giornali, che un elemento di curioso interesse fu, in quella calda giornata del 19 luglio 1992, la presenza, nella macchina di Paolo Borsellino, di una cartella di cuoio, che ad un certo punto un ufficiale dei Carabinieri, come se nulla fosse, prelevò dalla vettura ancora fumante per poi allontanarsi  tranquillamente a piedi.

Ora il comune cittadino si chiede, come ormai fa da tempo, perchè mai degli oggetti personali del magistrato, siano stati prelevati e siano poi letteralmente spariti come una bolla di sapone. Si chiede anche come mai rappresentanti dello Stato che sapevano della presenza di questo importante oggetto del desiderio di molti, non abbiano sviluppato delle ricerche per venire a capo del mistero, se non in tempi recenti.

Dalla viva voce dei collaboratori di giustizia, Spatuzza in testa, sappiamo poi  che una trattativa  era stata aperta tra i vertici di Cosa nostra comandati da Totò Riina e alti esponenti dell’Arma, come il capo dei Ros, il generale dei CC. Mario Mori. Mediatore, come si è visto ad Anno Zero dell’8 ottobre 2009, l’ex sindaco mafioso di Palermo, il corleonese Vito Ciancimino.

A simili fatti abnormi ha accennato, solo ora, nella stessa trasmissione, l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli. Questi candidamente, come se stesse raccontando una fiaba ai suoi nipotini, ha ricordato, dopo ben diciassette anni, e solo per combinazione, che Borsellino seppe della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato  esattamente il 23 giugno 1992, quando già era saltato in aria Falcone assieme alla moglie e alla scorta, e a poco meno di un mese dall’eccidio di via D’Amelio.

Questa storia tutta italiana, che come una scena teatrale si svolge in Sicilia, non è difficile da capire. A leggere alcuni testi di storia, frutto di ricerche e di anni di fatica, e non prodotti per scopiazzature accademiche, constatiamo che la vicenda di Borsellino, come quella di Falcone e delle stragi terroristiche del 1993, è perfettamente collimante con il prototipo stragista, antidemocratico, eversivo presente già a Portella della Ginestra. Fu allora che si fondarono le strutture organiche che saldarono, in una unità inscindibile, forze mafiose e neofasciste con rappresentanti dello Stato. La benedizione, come sempre era accaduto, fu data dalla  supervisione e dalla tutela dei servizi segreti statunitensi e italiani. Non si sa se agendo ciascuno nella pripria autonomia, o prendendo ordini dal Dipartimento di Stato di Washington.

Può anche darsi che nel processo di sviluppo di questo archetipo, alla cui fondazione presero parte le organizzazioni paramilitari nere e l’X-2 di James Jesus Angleton, si siano modificate alcune forme specifiche di quella che Gaspare Pisciotta, al processo di Viterbo per la strage di Portella, definiva “Santissima trinità”. Al giudice che lo interrogava, Gasparino, il luogotenente del capobanda  Salvatore Giuliano, così rispondeva:”Signor giudice, mafia, banditi e polizia, siamo una cosa sola, come il padre, il figlio e lo spirito santo”. Era la rappresentazione che poteva dare un giovanotto che quella realtà aveva vissuto dall’interno.

Ma non c’è dubbio alcuno che, come nel 1947 e a maggior ragione nel 1992, siamo di fronte a un mutamento del quadro geopolitico mondiale  (caduta del muro di Berlino, prima guerra del Golfo, dissoluzione dell’Urss, scomparsa dei partiti di massa in Italia). L’asse tradizionale mafia-Dc non è più funzionale ai nuovi equilibri, secondo le teste d’uovo di Washington. Occorre cambiare attori e comparse. E’ proprio questo input, che porta alla nascita di Forza Italia, alla caduta di Totò Riina e di Giulio Andreotti, nonchè al trionfo di Silvio Berlusconi e di Marcello dell’Utri. Inizia l’ascesa inarrestabile di Bernardo Provenzano.

La sconfitta di Riina, utilizzato come braccio armato per l’eccidio di Capaci, è per molti versi clamorosa, e si concretizza con il suo arresto del gennaio ’93. Tale crollo non deve essere interpretato, dunque, come  l’esito maldestro di una presunta trattativa, bensì come il risultato di una gigantesca trappola che l’intelligence statunitense e italiana tende nell’arco del ’92 a “Totò u curtu” .

Nasce un nuovo asse di potere.

Giuseppe Casarrubea

Mario J. Cereghino, alias “Il Condor”

P.S.: Per ulteriori informazioni scegli dall’home page di questo blog [quello di Casarrubea, n.d.r.] la categoria “DOCUMENTI” e clicca in search: Berlusconi, dell’Utri e la strage di Capaci

http://casarrubea.wordpress.com/2008/08/21/berlusconi-dellutri-e-la-strage-di-capaci/

Conti più corti per la Corte dei conti | Il blog di Daniele Martinelli

Ed ecco un’altra legge porcata. Mi pare che questo governo faccia di tutto per favorire i delinquenti. Basta, fuori la mafia dallo stato! Prevedo presto fughe in massa ad Hammamet per sfuggire alla folla inferocita…

Conti più corti per la Corte dei conti | Il blog di Daniele Martinelli.

La Corte dei conti non potrà più procedere contro servitori dello Stato sospettati di aver favorito la mafia, uomini in divisa accusati di violenza sessuale e dipendenti assenteisti. Lo prevede una norma inserita nel decreto Berlusconi che mette un bastone fra le ruote della magistratura contabile, che non potrà più chiedere risarcimenti per il danno d´immagine procurato all´ente pubblico da un amministratore, da un burocrate o da un impiegato infedele.
La norma, contenuta nel provvedimento sullo scudo fiscale che modifica una legge approvata a luglio, prevede che la Corte dei conti, per chiedere un risarcimento per danno all´immagine dell´amministrazione pubblica, dovrà attendere la pronuncia
Non solo. Viene ridotto anche il numero dei reati perseguibili. Rimangono la corruzione, la concussione e il peculato, ma vengono esclusi il concorso esterno in associazione mafiosa, la violenza sessuale e la truffa.
In termini pratici sarà più facile dover rispondere del furto di un posacenere in ufficio piuttosto che di un’accusa di agevolazione di organizzazione criminale. definitiva della giustizia ordinaria.

Fra i primi beneficiari della norma governativa l’ex superpoliziotto Bruno Contrada, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e recentemente citato in giudizio dalla magistratura contabile che gli ha chiesto 150 mila euro di risarcimento.
Anche il fascicolo che riguarda il senatore condannato per favoreggiamento di indagato per mafia Totò Cuffaro è diventato inutile. La Corte avrebbe atteso la sentenza definitiva per decidere se procedere per danno d´immagine nei confronti dell’ex governatore siciliano condannato in primo grado a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Anche l´ex capo della squadra mobile Ignazio D´Antone, condannato per lo stesso reato di Cuffaro, riuscirà ad evitare di pagare 150 mila euro che la Corte dei conti gli chiede.
Niente 10 mila euro di risarcimento anche per un secondino del carcere di Caltanissetta che costringeva 2 detenuti a rapporti sessuali.

Lo scudo fiscale, insomma, è di fatto scudo per pubblici ufficiali indagati dalla Corte dei conti. Il viceprocuratore generale Gianluca Albo, il 18 settembre scorso, ha presentato una eccezione di legittimità costituzionale.
Chi vivrà vedrà. Per ora niente risarcimenti.

ComeDonChisciotte – LA MINACCIA NUCLEARE DELL’ IRAN E’ UNA MENZOGNA

ComeDonChisciotte – LA MINACCIA NUCLEARE DELL’ IRAN E’ UNA MENZOGNA.

DI JOHN PILGER
newstatesman.com/

Il regolamento di conti di Obama con l’Iran ha un altro programma. Ai media è stato assegnato il compito di preparare la gente alla guerra senza fine.

Nel 2001, il settimanale inglese The Observer pubblicò una serie di articoli che dichiaravano ci fosse una “connessione irakena” ad al-Qaeda, arrivando a descrivere persino la base in Iraq dove si addestravano i terroristi e una struttura dove si fabbricava l’antrace come arma di distruzione di massa. Era tutto falso. Strane storie fatte circolare dall’intelligence statunitense e da esuli irakeni sui media britannici e americani aiutarono George Bush e Tony Blair a lanciare un’invasione illegittima che, secondo dati recenti, ha finora causato circa 1.3 milioni di vittime.

Sta succedendo qualcosa di simile riguardo all’Iran: le stesse “rivelazioni” sincronizzate da parte dei media e governo, la stessa finta percezione di crisi. “Si profila una resa di conti con l’Iran per le centrali nucleari segrete”, ha dichiarato il 26 settembre scorso The Guardian. “Regolamento di conti” è la parola chiave. Mezzogiorno di fuoco. Il tempo che scorre. Il bene verso il male. Aggiungici un tranquillo nuovo presidente americano che si è “lasciato alle spalle gli anni di Bush”. Un’eco immediata è stato il tristemente famoso titolo in prima pagina del Guardian del 22 maggio 2007: “I piani segreti dell’Iran per un’offensiva che forzerà gli Stati Uniti ad abbandonare l’Iraq quest’estate”. Basandosi su infondate rivelazioni del Pentagono, lo scrittore Simon Tisdall presentò come reale un “piano” dell’Iran di dichiarare guerra, vincendola, alle truppe statunitensi in Iraq entro il settembre di quell’anno – una falsità facilmente dimostrabile, che peraltro non è stata ritirata.

Il gergo ufficiale per questo genere di propaganda è “psy-ops”, termine militare per indicare operazioni psicologiche. Al Pentagono e a Whitehall sono diventate una componente cruciale di campagne diplomatiche e militari per bloccare, isolare e indebolire l’Iran esagerandone la “minaccia nucleare”, una frase ora usata assiduamente da Barack Obama e Gordon Brown e ripetuta dalla BBC e altre emittenti come verità assoluta. Ma del tutto falsa.

La minaccia è a senso unico

Il 16 settembre scorso Newsweek rivelò che le principali agenzie d’intelligence americane avevano comunicato alla Casa Bianca che la situazione nucleare dell’Iran non era cambiata dal novembre del 2007, quando era stata valutata dalla National Intelligence che informò con “alta attendibilità” che l’Iran aveva cessato nel 2003 il suo presunto programma nucleare, cosa che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica aveva sostenuto più volte.

L’attuale falsa informazione deriva dalla comunicazione che Obama pronunciò riguardo allo smantellamento dei missili situati sulle frontiere della Russia. Ciò serviva a coprire il fatto che il numero di missili statunitensi sta effettivamente aumentando in Europa e che le testate in esubero sono riposizionate su navi. Il gioco è quello di ammorbidire la Russia per far sì che si unisca, o che perlomeno non ostacoli, la campagna degli USA contro l’Iran. “Il presidente Bush aveva ragione” ha dichiarato Obama, “nel dire che il programma missilistico dell’Iran rappresenta una minaccia reale [all’Europa e agli Stati Uniti]”. Che l’Iran possa contemplare un attacco suicida agli Stati Uniti è inconcepibile. La minaccia, come sempre, è a senso unico, con la superpotenza mondiale praticamente appollaiata ai suoi confini.

Il crimine dell’Iran è la propria indipendenza. Essendosi sbarazzato del tiranno beniamino degli Stati Uniti, Shah Reza Pahlavi, l’Iran è rimasto il solo stato musulmano ricco di risorse fuori dal controllo degli Stati Uniti. E siccome soltanto Israele ha “il diritto di esistere” in Medio Oriente, il fine ultimo degli USA è di neutralizzare la Repubblica Islamica. Questo permetterà a Israele di dividere e dominare il Medio Oriente per conto di Washington, incurante di un vicino che sa il fatto suo. Se c’è un paese al mondo cui sia stata data una buona ragione per sviluppare un “deterrente” nucleare, quello è l’Iran.

Come uno dei primi firmatari del Trattato per la Non Proliferazione Nucleare, l’Iran ha costantemente promosso l’idea di una zona denuclearizzata in Medio Oriente. Al contrario, Israele non si è mai assoggettata ad alcuna ispezione dell’IAEA, e il suo arsenale nucleare a Dimona non è un segreto per nessuno. Con tanto di 200 testate nucleari attive, Israele “deplora” la risoluzione delle Nazioni Unite che le chiedono di firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, come ha recentemente deplorato la denuncia fattale dalla UN di crimini contro l’umanità commessi a Gaza, così come detiene il record mondiale per violazione di leggi internazionali. La fa franca perché un grande potere le garantisce l’immunità.

Apprestarsi alla guerra infinita

Il regolamento di conti di Obama con l’Iran ha un altro programma. Ai due lati dell’Atlantico ai media è stato affidato il compito di preparare la gente alla guerra senza fine. A detta della NBC, il Generale Stanley McChrystal, comandante dell’esercito USA/Nato ha affermato che in Afghanistan ci sarà bisogno di 500.000 soldati nei prossimi cinque anni. Lo scopo è quello di controllare il “premio strategico” del gas e dei pozzi petroliferi del Mar Caspio in Asia centrale, del Golfo e dell’Iran – in parole povere, di dominare l’Eurasia. Ma il 69% della popolazione britannica e il 57% di quella americana si oppongono alla guerra, così come quasi tutti gli altri esseri umani. Convincere “noi” che l’Iran è il nuovo demonio non sarà facile. L’infondata dichiarazione di McChrystal che l’Iran “si dice stia addestrando guerrieri per qualche gruppo talebano” suona disperata quanto le patetiche parole di Brown “una linea nella sabbia”, come a dire “non si va oltre”.

A detta del grande informatore Daniel Ellsberg, durante l’amministrazione Bush, negli USA c’è stato un golpe militare ed ora il Pentagono la fa da padrone in ogni settore che riguarda la politica estera. Si può misurarne il controllo contando il numero di guerre di aggressione dichiarate simultaneamente e la scelta del metodo di “colpire per primi” che ha abbassato la soglia del possibile uso di armi nucleari, contribuendo a confondere la distinzione tra armi nucleari e armi convenzionali.

Tutto ciò si fa beffe della retorica di Obama riguardo a “un mondo senza armi nucleari”. Infatti lui è l’acquisto più importante del Pentagono. La sua accondiscendenza alla richiesta di tenersi come segretario alla “difesa” lo stesso di Bush, cioè il guerrafondaio Robert Gates, è unica nella storia degli Stati Uniti. Gates ha subito provato la sua abilità con un incremento delle guerre, dal sud est asiatico al Corno d’Africa. Come l’America di Bush, quella di Obama è gestita da personaggi molto pericolosi. Noi abbiamo il diritto di essere avvisati. Quando cominceranno a fare il loro lavoro quelli pagati per dire le cose come stanno ?

John Pilger
Fonte: www.newstatesman.com/
Link: http://www.newstatesman.com/international-politics/2009/10/iran-nuclear-pilger-obama
1.10.2009

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA

Con il papello i boss cercarono di dettare l’agenda al governo

Con il papello i boss cercarono di dettare l’agenda al governo.

Scritto da Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco

Nel ‘93, Cosa Nostra replicava ai decreti di proroga del 41 bis con camion carichi di esplosivo e attentati a raffica. Un auto non venne fatta esplodere a pochi giorni dalla revoca del carcere duro per i mafiosi

E ora il papello entra anche nell’inchiesta sulle stragi del ‘92: i magistrati di Caltanissetta hanno acquisito informalmente ieri mattina l’elenco di richieste avanzate dalla mafia allo Stato. E sui tavoli dei pm sono tornati anche atti trasmessi nei mesi scorsi dalla procura di Firenze utili a rimettere insieme i tasselli di un puzzle lungo 17 anni e di una trattativa che, secondo l’ipotesi investigativa, non si esaurisce nella sola stagione delle stragi del ‘92, ma prosegue anche l’anno dopo, e ben oltre. Giungendo, forse, fino ai giorni nostri.

Per l’europarlamentare Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso, il papello è “la conferma di tutto ciò che fino ad ora è stata considerata solo un’ipotesi. Cioè che la trattativa è esistita. Una conferma importante su cose che si basavano solo sulle dichiarazioni dei pentiti”. E lo aveva ben capito il pm di Firenze Gabriele Chelazzi, morto d’infarto nel 2003, che sei anni fa aveva scoperto che la cronologia delle bombe del 1993 non era stata casuale. Secondo Chelazzi dietro a quella lunga scia di sangue c’era una strategia precisa, tesa a calibrare l’esplosione del tritolo sulle decisioni in materia di carcere duro (41 bis) adottate dal ministero di Grazia e Giustizia. Qualcuno infatti (secondo quella ipotesi), teneva costantemente informati i boss di quanto accadeva in via Arenula, e Cosa Nostra avrebbe utilizzato quelle notizie per proseguire la trattativa con lo Stato.

È la seconda fase, dopo quella del papello del giugno ‘92, fatta di messaggi trasversali, minacce e tritolo che avrebbe cominciato a dare i suoi frutti tra il 4 e il 6 novembre di sedici anni fa, quando all’improvviso a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone fu revocato il 41 bis. Il pm era partito dalla storia di un’autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993. Quel giorno, un commando di sole quattro persone posteggia in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L’obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplode e la Thema rimane lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa.

Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l’attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia. Poi, quando Chelazzi ha scoperto la revoca del 41 bis ai mafiosi dell’Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno ipotizzato l’esistenza di un canale, mentre esplodevano le bombe, attraverso il quale mafia e Stato dialogavano. Un canale che arrivava fino alle stanze del ministero di Grazia e Giustizia. Per questo gli ultimi atti d’indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l’ex Guardasigilli Claudio Martelli; l’ex direttore del Dap (direzione amministrativa penitenziaria) Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno ‘93); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese, che dall’estate ‘93 era vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l’attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori e il suo autista, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.

Alla base di tutti gli interrogatori, un’ipotesi da verificare: le stragi del ‘93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, firmato da Martelli il 20 luglio del 1992, subito dopo l’attentato a Paolo Borsellino. Infatti, lo stato maggiore di Cosa Nostra contrappunta le proroghe dei decreti, firmate dal ministro Conso dal 16 luglio in avanti, con una nuova raffica di attentati. Perché quasi nelle stesse ore in cui erano in corso le notifiche delle proroghe del carcere duro, partivano da Palermo i camion con l’esplosivo per Roma e Milano. Per poter eseguire gli attentati, come poi è successo, praticamente negli stessi giorni in cui gli uomini d’onore ricevevano le notifiche delle proroghe.


Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco (
il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009)

“Papello”: le richieste “accolte” negli anni | Terra – Quotidiano di informazione pulita

Per quello che riguarda l’arresto solo in flagranza di reato, mi pare che questo punto del papello sia straordinariamente simile alla nuova legge del governo Berlusconi sulle intercettazioni secondo cui le intecettazioni si possono fare solo in presenza di “evidenti indizi di colpevolezza”.

“Papello”: le richieste “accolte” negli anni | Terra – Quotidiano di informazione pulita.

Anna Petrozzi e Pietro Orsatti
DOCUMENTI. Ecce “papello”. Si ipotizza che molte delle pretese della Cupola siano state progressivamente accolte. Punto per punto, le richieste e i “cedimenti”. Intoccata la sentenza del Maxi, ma sotto processo era la vecchia commissione.

Sono dodici i punti del “papello”, contenente le richieste di Cosa nostra allo Stato per interrompere la stagione delle stragi. Da tempo si ipotizza anche che alcuni dei punti siano stati perfino accolti, che un livello di incontro sia stato trovato, non tanto con Riina, quanto con Provenzano, più ragionevole e soprattutto meno propenso a proseguire con una stagione di sangue. Il documento, di cui finora non è stato consegnato l’originale per eventuali perizie, è ora nelle mani dei pm di Palermo. L’originale, a quanto si ipotizza, sarebbe all’interno di una cassetta di sicurezza in un istituto di credito estero. E allora andiamo a vederli questi punti, uno a uno.
Punto uno: la revisione del maxi processo. Richiesta figlia dei tempi. Infatti al maxi processo erano stati condannati soprattutto gli esponenti della “vecchia” mafia. Forse oggi i mafiosi dovrebbero chiedere la revisione del processo Gotha.
Punto due: abolizione del 41 bis, il regime speciale per i mafiosi. Da tempo si sta valutando una riforma dell’istituto, ma intanto la messa in opera della norma fa acqua da tutte le parti. Innumerevoli i casi di boss che sottoposti al regime di carcere duro comunicano tra loro e con l’esterno. Alla fine del 2008 i Madonia, stragisti condannati all’ergastolo, gestivano il mandamento di Resuttana impartendo ordini attraverso i familiari liberi, mentre all’interno della Casa circondariale di Tolmezzo il mammasantissima della ‘ndrangheta Giuseppe Piromalli sfruttava l’ora di socialità per riunirsi e discutere di affari e strategie comuni con capimafia della portata di Antonino Cinà.
Punto tre: abolizione della RognoniLa Torre sulla confisca dei beni. La norma è tuttora in vigore, ma non è stata aggiornata e la questione della confisca, e della verifica successiva che non ritornino sotto il controllo dei boss, rimane molto spinosa. Basti pensare che il 36% dei beni confiscati alla criminalità organizzata è sotto l’ipoteca delle banche e il 30% è occupato dagli stessi mafiosi.
Punto quattro: riforma della legge sui pentiti. Attraverso vari provvedimenti e sentenze lo status di collaboratore è profondamente mutato, ma è mutata soprattutto la tutela dell’altra figura testimoniale, quella dei testimoni di giustizia, che nel tempo è stata svuotata creando di fatto una serie di casi singoli e di contenziosi con il ministero dell’Interno sulla questione della protezione.
Punto cinque: legge sulla dissociazione mafiosa. Simile a quella prevista per il terrorismo, la richiesta era l’attenuazione della pena davanti a una “dichiarazione” di dissociazione. Con l’intro- duzione della figura del “dichiarante” di fatto si è cercato un punto anche su questo argomento.
Punto sei: scarcerazione per i detenuti 70enni. Anche per i detenuti sottoposti al 41 bis sono numerosi i casi di allentamento. Tredici padrini appartenenti a cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra sono stati liberati dal carcere duro tra il 2008 e 2009, che vanno ad aggiungersi ai 37 già passati al regime di carcere normale nell’anno precedente. Tra questi Gioacchino Calabrò, Salvatore Benigno o Giuseppe Barranca, tutti stragisti, tutti protagonisti della terribile stagione di sangue degli anni ’92 e ’93. Mentre non è da sottovalutare il caso, seppur diverso, di Bruno Contrada.
Punto sette: chiusura delle supercarceri. Che nel caso di Pianosa e dell’Asinara è avvenuto.
Punto otto: trasferimento dei boss nelle carceri vicine a casa. Come nel caso del 41 bis è competenza dei giudici di sorveglianza. Vi sono stati casi di avvicinamento, ma soprattutto allentamenti nella stretta delle visite dei parenti. In alcuni casi, tipo quello delle visite della figlia del boss Leonardo Vitale in carcere, i colloqui venivano utilizzati per la gestione degli “affari” del clan.
Punto nove: abolizione della censura carceraria della posta. Quando oggi boss mafiosi al 41 bis inviano e pubblicano lettere sui giornali la richiesta fa sorridere.
Punto dieci: allentamento controlli rapporti con i familiari. Come per il punto otto, la questione si è rivelata un colabrodo.
Punto undici: arresto per mafia solo in flagranza. Ovviamente non è stata formalmente accolta, ma solo andando a guardare le operazioni degli ultimi mesi, ad esempio la Perseo del dicembre 2008, si nota come in gran parte siano scattate attenuanti e scarcerazioni velocissime per i mafiosi indagati.
Punto dodici: defiscalizzazione della benzina in Sicilia. Sembra una presa in giro, in realtà era un’idea di Riina per riacquisire il “consenso” perso dopo la strage di Capaci.

Stragi e trattativa, ora si riscrive la storia : Pietro Orsatti

Fonte: Stragi e trattativa, ora si riscrive la storia : Pietro Orsatti.

Lo scenario Nuovi dettagli emergono dalle carte consegnate ai pm da Ciancimino. Dove nascono gli attentati e il tentativo di accordo con la operato dai boss

di Pietro Orsatti su Terra

La trattativa fra Cosa nostra e lo Stato è in quel foglio, il famoso o famigerato papello, redatto da Riina, o da qualcuno per lui, e consegnato a Vito Ciancimino da Nino Cinà, già condannato per mafia e oggi sotto processo insieme a Marcello Dell’Utri a . Dodici richieste secche, scritte a stampatello. Consegnate al generale Mario Mori, come riportato in un appunto autografo dell’ex sindaco di , e destinate a due ministri: Mancino, titolare dell’Interno, Rognoni, ex ministro della Difesa. Mori ha sempre negato, come il suo collaboratore Di Donno. Ma anche le recenti dichiarazioni di Violante e di Martelli sembrano smentire i due alti ufficiali. Capiamo, perciò, cosa successe in quel periodo – siamo nella prima metà del ’92 – per comprendere per quali ragioni la mafia decise di colpo di alzare ulteriormente il tiro e attaccare frontalmente lo Stato. All’inizio dell’anno vennero confermate dalla Cassazione le condanne del maxi processo di , e il 12 marzo dello stesso anno venne ucciso l’uomo di riferimento di Giulio Andreotti nell’isola, Salvo Lima.
Il collaboratore Antonino Giuffré dichiara ai pm che con quell’omicidio «si è chiusa un’epoca». E, poi, spiega meglio: «Con quell’omicidio si è chiuso un rapporto che, come ho detto, non era più ritenuto affidabile. Si chiude un capitolo e se ne incomincia ad aprire un altro». All’interno di Cosa nostra si apre uno scontro non solo fra l’ala militare capeggiata da Riina e Bagarella e quella della “sommersione” che faceva riferimento a Provenzano sulle strategie di gestione, ma anche sulle scelte politiche dopo che si è spezzato il rapporto con la Dc. «Da un lato c’è un discorso di creare all’interno di Cosa nostra un movimento politico nuovo (d’ispirazione autonomista, ndr), cioè portato avanti direttamente da Cosa nostra», spiega il collaboratore, mentre dall’altro «si vede all’orizzonte un nuova formazione che dà delle garanzie che la Democrazia cristiana o, per meglio dire, parte di questa non dava più. Questa formazione , per essere io preciso, è Forza ».
Sul movimento “autonomista”, da quel poco che si è saputo, vi sono tracce anche negli appunti di Vito Ciancimino consegnati assieme alla fotocopia del papello ai pm palermitani. In questo scenario si inserisce la strage di Capaci, la necessità del morto eclatante e della sfida, per poi andare a patti, trovare altri soggetti con cui dialogare e ricominciare a tessere il potere nell’isola e a livello nazionale.
Poi, i 57 giorni che intercorrono fino alla strage di via D’Amelio. È qui che si inserirebbe, grazie ai racconti di Martelli e della Ferraro, l’inizio dei primi contatti fra Ciancimino e i Ros per avviare una trattativa. Sempre secondo la Ferraro, sapeva della trattativa, e la sua morte è quindi motivabile dal suo rifiuto a percorrerla. Questa è anche una delle ipotesi che sta portando la Procura di Caltanissetta a riaprire il processo sulla strage di via D’Amelio.
Negli appunti di Ciancimino emergerebbe la necessità di mettere a conoscenza della trattativa esponenti di alto livello del governo e delle istituzioni, compreso l’appena nominato ministro dell’Interno Nicola Mancino. Ma Mancino nega, come del resto anche l’ex ministro della Difesa Rognoni. L’attuale vicepresidente del Csm è stato categorico, «né Mori né alcun altro», mi ha «consegnato» il papello, «né me ne ha mai parlato». Ma secondo le carte di Ciancimino le cose sarebbero andate diversamente. Ma forse c’è dell’altro, anche alla luce dei ricordi dell’ex guardasigilli Martelli – che avrebbe confermato ai pm di essere stato a conoscenza di una possibile trattativa – siamo davanti non solo alla necessità di riaprire i processi sui fatti del ’92 e del ’93, ma anche di riscriverne la storia.

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: votate Forza Italia

Fonte: Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: votate Forza Italia.

Riporto il servizio girato dell’ultima udienza del processo d’appello a Marcello Dell’Utri di venerdi 16 ottobre.

Ritengo ci sia poco da aggiungere alle parole pronunciate in aula dagli avvocati dell’accusa, parole pesantissime che riporto di seguito.

Vincenzo Garraffa presumibilmente nei primi mesi del ’92 e comunque prima della sua elezione al Senato in forza al Partito Repubblicano, ricevette la visita dei mafiosi Michele Buffa e Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, i quali lo sollecitarono a risolvere la controversia sorta con PUBLITALIA. Quando Garraffa chiese loro per conto di chi si fossero presentati in ospedale a trovarlo questi risposero “degli amici”. Garraffa insistette per sapere quali fossero questi “amici” e fu fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Al suo ennesimo rifiuto Virga andò via lasciando Garraffa con un “riferirò e se ci sono novità la verrò a trovare”. In altra occasione, invece, è stato proprio Marcello Dell’Utri a rivolgersi al Garraffa in questi termini: “Abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”.”
“Fu Bernardo Provenzano a dirci di votare Forza Italia con queste parole: Ci possiamo fidare, siamo in buone mani, ho avuto garanzie” – ha detto Giuffré.

Riporto di seguito il testo del video servizio.

Nel giorno in cui alcuni tra i più importanti quotidiani italiani pubblicano il contenuto del “papello”, con il quale la mafia a cavallo tra il 92 ed il 93 chiede allo Stato una contropartita in cambio di una tregua alle stragi che insanguinavano il Paese, si è svolta a Palermo un’altra udienza del Processo d’Appello a carico del Senatore del Popolo della Libertà Marcello Dell’Utri che si difende dalla condanna in primo grado a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il Procuratore Generale Nino Gatto davanti ai Giudici della seconda sezione penale ha proseguito la propria requisitoria trattando un’altra serie di vicende che dimostrerebbero la chiara collusione di Dell’Utri con l’organizzazione mafiosa.

E’ stata ripercorsa, in aula, la vicenda del tentativo di estorsione consumato ai danni del titolare della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, e commesso da Marcello Dell’Utri attraverso la pretesa restituzione della metà di una somma di denaro frutto di una sponsorizzazione da parte di Birra Messina, un marchio all’epoca di proprietà del gruppo Heineken-Dreher, a beneficio della squadra di pallacanestro di Trapani che nella stagione 1990-91 militava nel campionato di A2 Maschile.

Fu grazie alla mediazione di Publitalia – evidenzia il PG – che Birra Messina sponsorizza la squadra che in quell’anno guadagnerà la promozione alla categoria superiore.

Un miliardo e cinquecento milioni di lire complessivi la cui metà, l’imputato Marcello Dell’Utri, pretendeva di avere restituita in nero.

Garraffa si oppose chiedendo, come condizione necessaria per la restituzione di qualunque somma, la produzione di una pezza giustificativa.

La vicenda, giudiziariamente accertata dal Tribunale di Milano la cui condanna a carico di Dell’Utri ha superato il vaglio della Cassazione divenendo definitiva, è utile per dimostrare gli stretti legami tra Dell’Utri ed alcuni mafiosi.

Vincenzo Garraffa presumibilmente nei primi mesi del ’92 e comunque prima della sua elezione al Senato in forza al Partito Repubblicano, ricevette la visita dei mafiosi Michele Buffa e Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, i quali lo sollecitarono a risolvere la controversia sorta con PUBLITALIA. Quando Garraffa chiese loro per conto di chi si fossero presentati in ospedale a trovarlo questi risposero “degli amici”. Garraffa insistette per sapere quali fossero questi “amici” e fu fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Al suo ennesimo rifiuto Virga andò via lasciando Garraffa con un “riferirò e se ci sono novità la verrò a trovare”.

In altra occasione, invece, è stato proprio Marcello Dell’Utri a rivolgersi al Garraffa in questi termini: “Abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”.

Il secondo, e più importante capitolo dell’odierna parte di requisitoria svolta dal Procuratore Gatto davanti alla Corte presieduta da Claudio dall’Acqua, riguarda il rilievo delle implicazioni politiche alla luce dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e soggetti organici a Cosa Nostra rispetto alla nascita di Forza Italia.

Dopo le stragi Cosa Nostra cambia strategìa. Falliti – forse solo in parte stando alle notizie di queste settimane – i tentativi di disporre ad esclusivo uso e consumo di personaggi politici di rilievo comincia a fermentare l’idea di costituire un movimento, un partito politico, diretta espressione della borghesia mafiosa siciliana.

Nasce da qui l’idea di “Sicilia Libera” movimento di ispirazione conservatrice e separatista promossa in origine da Leoluca Bagarella, con aspirazioni da leader, che poi vi avrebbe rinunciato sostanzialmente per due motivi. Da un lato la scarsa disponibilità di Bagarella ad investire grosse somme di denaro e dall’altra la creazione delle premesse perché Cosa Nostra spostasse voti su un soggetto politico di respiro nazionale.

Entrano in gioco le dichiarazioni del pentito Giuffrè.

“Fu Bernardo Provenzano a dirci di votare Forza Italia con queste parole: Ci possiamo fidare, siamo in buone mani, ho avuto garanzie” – ha detto Giuffré.

E Dell’Utri entra nella vicenda perché indicato, da più testimonianze, come uno dei canali privilegiati da Cosa Nostra per intavolare accordi di natura elettorale. Direttamente o tramite Vittorio Mangano.

E’ vero – ha detto il Procuratore Generale – che Cosa Nostra è un’organizzazione opportunista che tende sempre a saltare sul carro del vincitore, avallando, in questo senso, una delle argomentazioni della difesa. Ma – si domanda retoricamente Gatto – si tratta solo di opportunismo oppure c’era un interesse diretto e concreto?

In serata proprio Marcello Dell’Utri, che non era presente in aula, ha affidato alle agenzie il suo disappunto rispetto al tenore della requisitoria del Procuratore Generale:”Stupefacente” – ha detto – “che il Procuratore sostenga che Garraffa abbia detto la verità sulla vicenda della Pallacanestro Trapani. Una ricostruzione “sganciata dalla realtà”.

Sull’apprezzamento di Bernardo Provenzano per Forza Italia, invece, nessun commento.

Questo sì che è davvero stupefacente.