Archivio Mensile: dicembre 2009

Le parole vili e sciagurate dell’on.Cicchitto

Fonte: Le parole vili e sciagurate dell’on.Cicchitto.

Facendosi vilmente scudo dell’immunità di casta, l’on. Cicchitto ha accusato Marco Travaglio, uno dei rari giornalisti-giornalisti ancora in piedi in questo paese, di essere un “terrorista mediatico”, e uno dei mandanti morali, insieme a “Il Fatto Quotidiano” e l’intero gruppo Repubblica-Espresso, dell’aggressione di uno psicolabile a Berlusconi.

Con queste ignobili accuse il disonorevole Cicchitto ha fatto compiere alla maggioranza del malgoverno un ulteriore passo nell’imbarbarimento della lotta politica e nella campagna di odio contro la Costituzione repubblicana, le sue istituzioni, i cittadini che la difendono.

Se ci abbassassimo alla mostruosa illogica del disonorevole Cicchitto, dovremmo accusarlo di “terrorismo parlamentare”. Cosa che non faremo. Il suo è solo piduismo, dispiegato e di regime.

Siamo certi che chi nella maggioranza ha ancora un residuo di rispetto per i valori della democrazia liberale stigmatizzerà “senza se e senza ma” l’inqualificabile gesto che ha disonorato il parlamento italiano. Il resto è complicità.

Aderisci al testo di Flores d’Arcais in solidarietà con Travaglio,
il Fatto Quotidiano e il gruppo Repubblica-Espresso

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Paolo Flores D’Arcais (15 dicembre 2009)  www.micromega.net

Caso Wind, seconda puntata. Volevano fermare i pm di Why Not | Pietro Orsatti

Fonte: Caso Wind, seconda puntata. Volevano fermare i pm di Why Not | Pietro Orsatti.

Proseguono le rivelazioni sul responsabile della security del gestore telefonico. Negli atti anche i rapporti con Tavaroli e Mancini dei servizi

di Pietro Orsatti su Terra

L’obiettivo era smontare Why Not. Questo emerge dalle rivelazioni relative all’inchiesta Wind condotta dalla procura di Crotone, titolare il pm Pierpalo Bruni. L’indagine ha portato all’esecuzione degli arresti domiciliari per il capo della Security del gestore telefonico Salvatore Cirafici, e coinvolge anche il maggiore dei carabinieri Enrico Maria Grazioli, uomo di fiducia di Cirafici e che proprio da questi veniva avvisato di essere indagato e intercettato. Per capire cosa è davvero accaduto nell’ufficio riservato della Security Wind dove arrivavano tutte le richieste dell’autorità giudiziaria bisogna analizzare anche alcune persone non indagate, fra le quali emerge il commercialista Giuseppe Carchivi «soggetto capace di intessere, macchinare, architettare, mantenere unito e garantire una fitta rete amicale con personaggi di indubbia levatura – dichiara il maggiore Grazioli – sia privatistiche che pubblico istituzionale ». Carchivi, secondo gli accertamenti, era in contatto telefonico proprio con il maggiore dei Carabinieri, che, ricordiamolo, fino a pochi mesi prima aveva ricoperto l’incarico di comandante del Nucleo Investigativo di Catanzaro, occupandosi anche delle inchieste condotte dall’ex pm Luigi De Magistris, “Poseidone” e “Why Not”.

Le intercettazioni raccontano come Carchivi avesse messo in contatto Grazioli con il parlamentare Pdl Giancarlo Pittelli, all’epoca uno dei principali indagati delle due inchieste catanzaresi. I due si incontrarono anche a Roma, per scambiarsi informazioni sulle indagini cui lo stesso Grazioli aveva preso parte e che vedevano interessati Pittelli, oltre ad altri soggetti come il Presidente della Regione, Chiaravalloti Giuseppe.

Il maggiore Grazioli, interrogato dal pm Bruni, descrive uno scenario inquietante: «Ritengo che Pittelli e Carchivi volessero utilizzarmi come strumento per colpire appartenenti alle istituzioni che, secondo un loro distorto giudizio, compivano e compiono attività investigativa nei confronti di soggetti a loro vicini». Sempre Grazioli racconta che Cirafici lo sollecitava ad informarlo «se il dottore Bruni avesse avanzato la richiesta (d’indagine ndr). Non solo, voleva altresì sapere se il Genchi fosse consulente tecnico di Bruni nell’ambito del presente procedimento penale». Ecco qui, come era prevedibile, la paura che oltre alle carte ereditate da De Magistris, il pm Bruni si potesse avvalere proprio di quel consulente che era stato uno dei protagonisti nell’inchiesta Why Not, Gioacchino Genchi.

Cirafici, sempre secondo Grazioli, era preoccupato del fatto che nel corso dell’indagine Why not erano emersi contatti con alcuni uomini delle istituzioni. Nello stesso periodo Genchi, infatti, segnalava al pm Bruni che proprio Cirafici era in contatto, tra gli altri, con gli uomini della security Telecom Fabio Ghioni e Luciano Tavaroli, e con Marco Mancini del servizio segreto militare. è in questo snodo delle indagini che emerge il legame diretto con l’altra “centrale informativa”, quella messa in piedi da Tavaroli in Telecom. «Il timore paventato da Cirafici – racconta agli inquirenti Grazioli – era determinato dal fatto che aveva, a cagione del suo ruolo presso la Wind, la disponibilità di schede telefoniche non intestate e non riconducibili ad alcuno; erano quindi delle schede “coperte”». Schede che Cirafici aveva «date per l’uso – aggiunge – anche a soggetti ricoprenti ruoli istituzionali di primo piano». I nomi di questi “soggetti istituzionali” è ancora riservato.

La paura del consulente del pm, Genchi, e il continuo informarsi sia con Grazioli che con altri di come stesse andando l’inchiesta Why Not: sono questi i fattori che fanno concentrare i sospetti della procura su Cirafici. «So che è andato anche in Procura a chiedere informazioni – prosegue Grazioli – ma non mi ha chiesto di accompagnarlo perché sapeva già a chi rivolgersi ». Quando la procura giunge a individuare una scheda fantasma usata dallo stesso responsabile della sicurezza, Cirafici non ha più dubbi e, rivolgendosi a Grazioli, afferma:«Bruni va fermato». Quando poi Grazioli viene e interrogato per la prima volta dal pm di Crotone, l’uomo della Wind lo convoca e cerca di intimidirlo per spingerlo a ritrattare. Ma ormai Bruni è andato avanti e la situazione, nel giro di poche settimane, precipita. A questo punto lunedi scorso giunge inevitabilmente l’ordinanza del Gip per la misura cautelare nei suoi confronti: arresti domiciliari.

“Dell’Utri telefonava ai mafiosi, ho le prove”

“Dell’Utri telefonava ai mafiosi, ho le prove”.

”Ho evidenze di telefonate di Dell’Utri ai mafiosi. Ci sono chiare prove che risultano dai tabulati, dei suoi contatti telefonici già all’origine della fondazione di Forza Italia. Ho dei dati inconfutabili che dimostrano come alcuni appartenenti di spicco a Cosa Nostra abbiano preso parte alla genesi del partito in Sicilia oltre che essere direttamente collegati ai soggetti che hanno compiuto le stragi del ’93″. E’ quanto ha rivelato Gioacchino Genchi, consulente informatico per diverse procure, ospite di Klaus Davi nel programma tv Klauscondicio in onda su YouTube.

“Alcuni telefoni legati a fondatori dei club di Misilmeri e di Brancaccio, che si riunivano all’hotel San Paolo di Palermo costruito per conto dei Graviano e ad oggi confiscato alla mafia, sono stati utilizzati – ha detto il consulente – per chiamare mafiosi, stragisti, altri soggetti ora pentiti e condannati all’ergastolo, anche per… contattare a casa il presidente Silvio Berlusconi.

Queste per me sono prove che dimostrano in modo indiscutibile il legame tra chi ha provveduto alla fondazione del partito in Sicilia e chi, a Milano o Roma, ha tirato le fila con i mafiosi. E Dell’Utri – conclude Genchi – é il soggetto che avvicina il Cavaliere a Palermo. Con lui non c’é stato solo un rapporto imprenditoriale ma da loro dipende l’intera genesi politica del partito”.

Genchi aggiunge nella intervista che “la mente di Cosa Nostra è sempre stata negli Usa. Prova ne sono i ripetuti viaggi del boss mafioso, Domenico Raccuglia, negli Stati Uniti fin dai tempi delle stragi del ’92. Queste furono decise in America, non certo a Corleone”.

“I rapporti oltreoceano sono stati la prima cosa che ho evidenziato nelle mie relazioni e nelle mie consulenze proprio alla vigilia dell’attentato di Via D’Amelio. Mi riferisco a delle chiamate fatte negli States nell’estate del ’92 che furono il punto di coordinamento e di controllo dell’attività stragista in Italia. Il cervello è sempre stato là, là dove c’era Buscetta”.

Nella intervista Genchi non esclude la possibilità di “una nuova stagione di stragi, soprattutto se le trattative tra Cosa Nostra, i suoi referenti e le istituzioni dovessero ‘saltare’”.

“Al momento – spiega Genchi – ritengo che un simile scenario tuttavia sia improbabile ma, visto il clima di tensione che si é creato in Italia, tutto è possibile. Il passaggio che stiamo vivendo è molto difficile, ci sono grossi scontri che non sono certamente quelli tra maggioranza e opposizione visto che spesso votano in accordo, come nel caso di Cosentino. Quindi, nel momento in cui le lotte non sono più in Parlamento, privato completamente di ogni funzione, è possibile che accada tutto e il contrario di tutto”.

“Lo Stato – conclude perentorio Genchi – non prevede attentati di mafia perché Cosa Nostra è messa bene ed è già tutelata da esso”.

Ansa, Antimafiaduemila

Borsellino e le verità nascoste

Fonte: Borsellino e le verità nascoste.

ecco un estratto dell’intervista di cui parla Travaglio

Scritto da Marco Travaglio

L’intervista scomparsa di Paolo Borsellino, che Il Fatto distribuisce in edicola da venerdì, è un documento eccezionale e assolutamente inedito. E’ la versione integrale, filmata, del lungo colloquio fra il giudice antimafia, all’epoca procuratore aggiunto a Palermo, e i giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, nella sua casa di Palermo, il 21 maggio 1992: due giorni prima della strage di Capaci e 59 giorni prima di via D’Amelio.

I due reporter stanno girando un film sulla mafia in Europa. I due intervistano agenti segreti, mafiosi pentiti e non, magistrati, avvocati. Ottengono il permesso di seguire l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima nei suoi viaggi dalla Sicilia al Parlamento europeo. Almeno finché, nel marzo ’92, Lima viene assassinato. Intanto Calvi e Moscardo si sono imbattuti nella figura di Vittorio Mangano, il mafioso che aveva prestato servizio come fattore nella villa di Berlusconi ad Arcore fra il 1974 e il 1976, assunto da  Marcello Dell’Utri. Così abbandonano il reportage che doveva ruotare attorno a Lima e si concentrano sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra. Intervistando, fra gli altri, Borsellino.

Il tema interessa molto la pay-tv francese, anche perché il Cavaliere imperversa in Francia con La Cinq e si affaccia sul mercato della tv criptata, in concorrenza con Canal Plus. Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. Canal Plus perde ogni interesse sulla figura di Berlusconi: il reportage non andrà in onda. Ma i tre quarti d’ora di chiacchierata con Borsellino tornano d’attualità quando, nel gennaio ’94, Berlusconi entra in politica.

Calvi contatta Leo Sisti dell’Espresso, che pubblica la trascrizione integrale nella primavera ’94. All’Espresso viene inviato un pre-montaggio ufficioso e un po’ sbrigativo di una decina di minuti, con sottotitoli in francese, per attestare la genuinità dell’intervista. La vedova Borsellino, Agnese, chiede una copia della cassetta come ricordo personale. E la consegna ai pm di Caltanissetta che indagano su Berlusconi e Dell’Utri come possibili “mandanti esterni” di via D’Amelio. Una copia finisce nelle mani di Sigfrido Ranucci e Arcangelo Ferri, che nel 2000 preparano uno “Speciale Borsellino” per RaiNews24. Lo speciale va in onda nottetempo il 19 settembre 2000, dopo che tutti i direttori dei tg e dei programmi di approfondimento Rai hanno rifiutato di mandare in onda il video. Ma viene visto da pochissimi telespettatori. Per questo, con Elio Veltri, decidiamo di inserirla nel libro “L’odore dei soldi”, uscito nel 2001. Nel libro  ovviamente c’è solo la trascrizione del montaggio breve e ufficioso, non l’integrale rimasto in mano a Calvi e Moscardo. Ora Il Fatto Quotidiano ha acquistato il filmato integrale e lo mette a disposizione dei lettori. Senza tagliare nulla, nemmeno i momenti preparatori che riprendono Borsellino  nell’intimità della sua casa, fra telefonate di lavoro e confidenze riservate. Abbiamo aggiunto due intercettazioni telefoniche di fine novembre 1986, in cui Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri commentano l’attentato mafioso appena verificatosi nella villa del Cavaliere in via Rovani a Milano. E dimostrano di aver sempre conosciuto la caratura criminale di Mangano.

Perché l’intervista è importante? Intanto perché Borsellino parla, pur con estrema prudenza, di Berlusconi e di Dell’Utri in un reportage dedicato alla mafia. Poi perché lascia chiaramente intendere di non potersi addentrare nei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano perché c’è ancora un’inchiesta in corso e non è lui ad occuparsene, ma un collega del vecchio pool Antimafia, rimasto solo nell’Ufficio istruzione (ormai soppresso dal nuovo Codice di procedura penale del 1990) a seguire gli ultimi processi avviati fino al 1989 col vecchio rito processuale.

In ogni caso, Borsellino ricorda di aver conosciuto Mangano negli anni Settanta in vari processi: quello per certe estorsioni a cliniche private e il famoso maxiprocesso alla Cupola di Cosa Nostra, avviato a metà degli anni Ottanta grazie alle dichiarazioni dei primi pentiti Buscetta, Contorno e Calderone. Aggiunge che Falcone l’aveva pure processato e fatto condannare per associazione a delinquere al  processo Spatola, mentre nel “maxi” Mangano fu condannato per traffico di droga: 13 anni di galera in tutto, che Mangano scontò fra il 1980 e il ‘90. Borsellino sa che Mangano era già un mafioso a metà anni Settanta, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, implicato addirittura in un omicidio con Saro Riccobono mentre stava ad Arcore. L’avevano pure intercettato al telefono con un mafioso, Inzerillo, mentre trattava partite di cavalli e magliette che nel suo gergo volevano dire “eroina”. Non era uno stalliere o un fattore: era la “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa al nord”. Borsellino, prima dell’arrivo dei giornalisti, s’è fatto stampare tutte le schede con le posizioni processuali di Mangano e Dell’Utri, le consulta spesso durante l’intervista e alla fine le passa ai due giornalisti, pregandoli di non dire in giro che gliele ha date lui, perché non sa quali siano ostensibili e quali ancora coperte dal segreto istruttorio. E’ la prova che Borsellino ritiene utile che nel documentario si parli di Mangano e Dell’Utri.

Ma l’intervista è importante anche per un altro motivo: nel 2002 la Corte d’assise di appello di Caltanissetta, nel processo per la strage di via D’Amelio, infligge 13 ergastoli ad altrettanti boss e include l’intervista tra le cause che spinsero Totò Riina a uccidere Borsellino poco dopo Falcone. Ricordano che, dopo lo choc per Capaci, il Parlamento aveva già  accantonato il decreto antimafia Scotti-Martelli. Un’altra azione eclatante rischiava di costringere la classe politica al giro di vite e di rivelarsi un boomerang per Cosa Nostra. Eppure Riina si mostrava tranquillo e diceva agli altri boss, come ha raccontato il pentito Cancemi, di aver avuto garanzie per il futuro direttamente da Berlusconi e Dell’Utri. Per questo, secondo i giudici, l’intervista è fondamentale: Borsellino, “pur mantenendosi cauto e prudente per non rivelare notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato come testa di ponte della mafia in quel medesimo ambiente”. Non si può escludere “che i contenuti dell’intervista siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che questa Corte ritiene… che il Riina possa aver tenuto presente, per decidere la strage, gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro”. Cioè Berlusconi e Dell’Utri. L’intervista è “il primo argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. (Bisognava) agire prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario”.

MARCO TRAVAGLIO – in Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2009

Dopo Telecom esplode il caso Wind. Politici e servizi coinvolti | Pietro Orsatti

Fonte: Dopo Telecom esplode il caso Wind. Politici e servizi coinvolti | Pietro Orsatti.

Lo scandalo Telefoni non rintracciabili, depistaggio, dossieraggio, gestione dubbia di informazioni originariamente richieste dalla magistratura. Secondo il pm, Salvatore Cirafici usava dati riservati per condizionare politica e affari
di Pietro Orsatti su
Terra

Se si pensava che il cosiddetto “caso Tavaroli” fosse un’eccezione, che di dossier, depistaggi e reti di complicità innominabili fra apparati dello Stato (in particolare alcuni soggetti dei carabinieri e dei servizi) e imprenditori e politici fosse limitata all’ufficio “speciale” che si era insediato in Telecom, oggi la cronaca giudiziaria racconta ben altro. In azione non c’era solo il sistema messo in piedi dall’uomo della security di Telecom. La procura di Crotone, in relazione alle indagini condotte dal pm Pierpaolo Bruni che ha ereditato alcuni frammenti delle indagini condotte anni fa da De Magistris (Poseidone e Why Not), ha ordinato gli arresti domiciliari per Salvatore Cirafici, direttore della Asset Corporate Governance di Wind, responsabile, fra l’altro, dell’organizzazione con piena autonomia gestionale, delle richieste di intercettazioni telefoniche, di informazioni e ogni altra prestazione richiesta dall’autorità giudiziaria e dalle forze dell’ordine rivestendo di fatto il ruolo di pubblico ufficiale con funzioni di ausiliario di polizia giudiziaria e di consulente dei pm. Lo si accusa di aver abusato gravemente dei propri poteri utilizzando per altri scopi da quelli leciti le informazioni di cui, per il suo incarico, era entrato in possesso. Addirittura nascondendo informazioni, informando almeno un indagato che la sua utenza era sotto controllo, creando utenze “coperte”, fuori elenco, non rintracciabili, di cui una a sua disposizione. Ex ufficiale dei carabinieri, commercialista e docente all’Università de L’Aquila, Cirafici sembra essersi posto al centro di un intreccio di interessi e di depistaggi per proteggere uno status quo e vari affari che coinvolgevano in Calabria, e non solo, politici, imprenditori, uomini delle forze dell’ordine e dei servizi.
Per arrivare all’attuale ordine di misure cautelari, firmato dal Gip Gloria Gori, si era partiti da tutt’altra inchiesta, quella relativa all’indagine su un presunto giro di tangenti dietro la realizzazione della centrale Turbogas di Scandale e di altri tre impianti, sempre in Calabria. e che vede indagati, tra gli altri, il sottosegretario Pino Galati, l’ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti e l’imprenditore Aldo Bonaldi. I sospetti scattano quando lo scorso 16 settembre la Wind di Roma risponde in modo anomalo ad una richiesta di verifica su un’utenza. «Lo stato dell’utenza per cui si chiede l’intestatario – si legge nella mail indirizzata agli inquirenti – risulta “disattivo” dal 21/07/2008». Ma quell’utenza è in uso. Patruno ne è certo perché è entrata in contatto con altre utenze controllate. Quindi qualcosa non funziona. Dopo altre verifiche si scopre che l’utenza in questione è riconducibile proprio a Salvatore Cirafici.
Intanto nello stesso periodo la procura sta indagando su un ufficiale dei carabinieri. Si tratta del maggiore dell’Arma Enrico Maria Grazioli, uomo di fiducia dello stesso Cirafici e a sua volta indagato dal pm Bruni per rivelazione del segreto istruttorio e favoreggiamento. «A cagione del suo ruolo presso la Wind», spiega ai pm Grazioli il 7 novembre, Cirafici «la disponibilità di schede telefoniche Wind non intestate e non riconducibili ad alcuno: erano quindi delle schede coperte, pertanto di pressoché impossibile riconducibilità ad un soggetto qualora fosse stata inoltrata specifica richiesta di intestatario da parte dell’autorità giudiziaria». E non si tratterebbe di un caso isolato, visto che questo tipo di sim non rintracciabili gli inquirenti le hanno trovate più volte a partire dall’inchiesta Why Not. Grazioli la scorsa estate viene avvisato da Cirafici che è intercettato, e la situazione precipita. Dopo il primo interrogatorio Grazioli sarebbe stato perfino minacciato dall’uomo della Wind.
Emerge dall’inchiesta come il fatto che Grazioli fosse indagato per Cirafici fosse una grana non di poco conto. In primo luogo perché questo sarebbe stato a conoscenza delle attività “extra” dell’uomo della Wind, e poi perché proprio Grazioli era stato individuato come suo uomo da inserire nei servizi. In pratica Grazioli viene indagato ma dietro di lui c’è Cirafici. Si legge nella richiesta di Bruni al Gip: «Il Cirafici rivelando tali fatti coperti da segreto al fine di evitare al Grazioli conseguenze pregiudizievoli e quindi una mancata attribuzione di un più prestigioso incarico pubblico presso i Servizi di sicurezza, che il Cirafici si impegnava procacciare al Grazioli, attraverso segnalazione favorevole al generale Paolo Poletti (vice direttore dell’Aisi, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna), che già gli aveva garantito il buon esito del trasferimento al quale il Grazioli non avrebbe potuto accedere in caso di pendenze penali a suo carico». E poi bisognava distogliere l’attenzione dei pm da quella che a tutti gli effetti era una fonte d’informazione inestimabile, proprio perché Grazioli era uomo che faceva parte della polizia giudiziaria su molti casi. Lo stesso Grazioli ha dichiarato, infatti, di aver ricevuto l’assicurazione da Cirafici che questi si sarebbe mosso verso il generale Poletti e il senatore Pdl Giancarlo Pitelli per avere informazioni sulle inchieste in corso da parte del pm Bruni. A controprova di quante il sistema Cirafici fosse radicato.

Blog di Beppe Grillo – Più Rete, meno Lega

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Più Rete, meno Lega.

Zanna Bianca Maroni vuole imbavagliare la Rete. Mettere filtri per impedire agli italiani di accedere a dei siti inseriti in una lista nera, una black list mentre è allo studio anche un divieto delle dirette streaming da parte di Paolo Romani. La Cina non ha osato tanto. Da un suonatore (discreto) di sax e da chi azzannò (forse per rabbia) il polpaccio di un poliziotto non me lo aspettavo. Da un difensore dei popoli oppressi.
In un altro Paese un ministro degli Interni incapace di difendere il suo primo ministro si sarebbe dimesso. Lui rilancia alla ricerca di nemici esterni. Il manganello della Polizia è ormai il simbolo della Padania. Colpisce e colpisce. Studenti, operai dell’ALCOA, manifestanti di Piazza Fontana solo l’altro giorno. La Lega delle pallottole a 300 lire, della bandiera italiana con cui ci si può pulire il culo, del “Ho un sogno nel cuore: bruciare il tricolore” cantato a Lugano da quattro ministri leghisti, dei giochi educativi on line come “Rimbalza il clandestino” è contro la violenza della Rete. Se milioni di italiani mandano a fanculo on line un corruttore, puttaniere, piduista, amico dei mafiosi è colpa della Rete che li informa o del corruttore, puttaniere, piduista, amico dei mafiosi?
Il giorno 8 luglio 1998 il quotidiano La Padania fece dieci domande sull’origine (mafiosa?) dei patrimoni di Berlusconi. Forse istigava all’odio anche la Padania? Doveva essere chiusa allora da piduisti alla Cicchitto? Il “mafioso di Arcore“, parole di Bossi, è oggi il padrone della Lega che tiene al guinzaglio corto. Maroni sa che in politica nulla è peggio dei rinnegati. Di coloro che hanno lottato, io credo in buona fede all’inizio, contro la P2 e la mafia per ritrovarsi servi di un piduista che definisce un pluriomicida come Mangano “un eroe“. Perchè votarli? Per uno del centro destra a questo punto è meglio l’originale. La Rete è la cattiva coscienza della Lega. Chiunque può ascoltare cosa dicevano pochi anni fa i capi leghisti e vedere cosa sono diventati ora: gli stuoini della P2.
Più Rete, meno Lega, è matematico, l’ha capito anche Maroni. Tra un po’ lo capiranno tutti gli italiani, anche sopra il Po. Per aiutarli scaricate il pdf con le 10 domande della Padania a Berlusconi, leggetelo ai leghisti, stampatelo e diffondetelo ovunque. Per quelle domande gli italiani aspettano ancora delle risposte. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene decomporsi?). Noi neppure.

Pecunia non olet: banche salvate dai proventi della droga

Fonte: Pecunia non olet: banche salvate dai proventi della droga.

Sapevamo che gli Istituti centrali sarebbero intervenuti a tamponare la falla ed in effetti, come sappiamo benissimo, hanno fatto uno sforzo enorme, il più grande della storia, evitando cosi lo schianto in mare dell’aereo senza carburante chiamato finanza globale. Uno sforzo, aggiungo, irripetibile, visto che alcuni paesi, gli USA, primi tra tutti, hanno aumentato in modo vertiginoso e probabilmente irrecuperabile il proprio debito pubblico. Mentre il deficit dell’anno fiscale 2009, finito un mesetto fa, è il TRIPLO di quello del certo non roseo 2008, 1.42 trilioni di dollari. Il 10% del loro PIL.

A sentire il giornale inglese Guardian un aiuto assolutamente vitale, gigantesco e, cosa ancora più importante, in contanti è arrivato alle banche dai trafficanti e… malavitosi globali; solo nel 2008, l’anno peggiore dal punto di vista della liquiditá, hanno “fatturato” qualcosa come 352 miliardi di dollari, in qualche modo, direttamente o indirettamente, finiti nei principali istituti finanziari mondiali.

Risorse vitali che probabilmente hanno evitato, insieme agli aiuti statali il collasso del sistema. Peccato che fossero tutti capitali di provenienza illecita.

Il “bello” è che il Guardian non si è inventato nulla ma si è limitato a riportare le affermazioni fatte dal Capo dell’ Ufficio ONU contro i traffici di Droga e la delinquenza internazionale, Antonio Maria Costa.

A quanto pare la laboriosa delinquenza internazionale ha risentito meno della crisi ed ha continuato a versare, diligentemente i propri sudati risparmi nei traballanti conti correnti dei primari Istituti mondiali presso i tanti “paradisi fiscali”. Se fai un lavoro pericoloso e soggetto ad improvvise emergenze è meglio stare liquidi, mi pare evidente.

Dire che si sia trattato di un fenomeno, diciamo cosi, di folcklore, secondario è in ogni caso sbagliato.

Nelle parole di Costa “In many instances, the money from drugs was the only liquid investment capital. In the second half of 2008, liquidity was the banking system’s main problem and hence liquid capital became an important factor

“In molti casi, il denaro derivante dalla droga era l’unico capitale di investimento liquido. Nella seconda metá del 2008 la liquiditá era il principale problema del sistema bancario e quindi il capitale liquido era un importante fattore.”

Ed ancora: “Inter-bank loans were funded by money that originated from the drugs trade and other illegal activities… There were signs that some banks were rescued that way.”

“I Prestiti interbancari erano finanziati dal denaro che originava dal commmercio di droga ed altre attivitá illegali, ci sono indizi che alcune banche siano state salvate in questo modo“.

Badate che il tipo in questione è ben noto ed ha fama di essere un poliziotto di ferro dai modi spicci e decisi, non certo un lunatico paranoico che crede nei vampiri.

C’e’ bisogno che ve lo dica? La notizia ha fatto il giro del mondo, la riportano decine di media, ma ovviamente si è fermata alle porte di casa nostra, come potete verificare da soli.

C’erano cose ben più importanti su cui discutere, ovviamente.

Noi, d’altronde, abbiamo varato lo scudo fiscale. Che certe porcherie si facciano, ma fuori dalla nostra porta.

Il denaro, invece, è benaccetto.

Pecunia non Olet…

crisis

Appello al Presidente della Repubblica

Sottoscrivo l’appello

Fonte: Appello al Presidente della Repubblica.

E’ ingiusto, da vigliacchi e da infami. Additare all’interno della Camera, luogo delle sacre Istituzioni, un giornalista libero come Marco Travaglio quale “terrorista mediatico”. Una vergogna mai vista prima: un politico, quale il P2ista, Cicchitto ebbro del potere che gli conferisce la sua carica e con le spalle ben coperte tra scorta “compagni di merende”, e grancassa mediatica dei servi al seguito, attacchi un giornalista solo, senza alcun tipo di protezione, quale responsabile del gesto sconsiderato di tale Massimo Tartaglia che ha aggredito il Presidente del Consiglio, persona risultata, tra l’altro, malata di mente.

Equivale ad indicare a qualsiasi altro pazzo, fanatico, fascista, e perché no killer mafioso, di cui il nostro Paese è ancora purtroppo pieno, un bersaglio preciso e isolato.
Questo sì che è istigare alla violenza, questo sì è un atto da criminali. Tutti, dal più alto degli scranni  del Paese, contro uno, che ha il solo torto di svolgere il suo mestiere in modo indipendente, onesto, senza paura e con la schiena dritta.
Ci appelliamo al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, la preghiamo di ristabilire l’ordine all’interno di queste Istituzioni così brutalmente vilipese da gentaglia senza scrupoli, capace di ricorrere a qualsiasi mezzo pur di difendere i propri interessi a discapito del Paese e delle Istituzioni  stesse. La preghiamo, Presidente, di intervenire.

La nostra totale solidarietà va anche ad Antonio Ingroia, Salvatore Borsellino, Michele Santoro e Sonia Alfano e a chi come loro è stato attaccato vergognosamente da un sistema politico che si avvale del sostegno di piduisti, mafiosi, corrotti e corruttori e che di fatto è il principale fautore del clima di odio che si sta espandendo nel nostro Paese.

Giorgio Bongiovanni, direttore responsabile

Lorenzo Baldo, vice direttore
Anna Petrozzi, capo redattore

e la Redazione, tutta, di ANTIMAFIADuemila

Blog di Beppe Grillo – Pdl in fuga

PDL alla follia…

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Pdl in fuga.

Il terribile Di Pietro si è presentato in aula a Montecitorio. Al suo apparire i deputati del Pdl sono usciti in massa. Kriptonite non poteva essere sopportato oltre da chi ha salvato Cosentino dal carcere, dispone al suo interno di un plotone di condannati in via definitiva e/o sotto inchiesta e ha approvato lo Scudo Fiscale per il rientro dei capitali mafiosi. Chi ha armato la mano di Tartaglia? Di Pietro! Chi gli ha suggerito potenza e angolazione di tiro sulle gengive? Di Pietro! Chi istiga alla violenza di piazza? Di Pietro! Chi non va in ospedale a visitare colui che ama? Di Pietro! Chi ha suggerito l’arma di distruzione del Duomo con la madonnina di punta e di tacco? Sempre lui, l’orco della Camera. Ma chi era responsabile delle forze dell’ordine che non hanno protetto Berlusconi? Di Pietro? No, Maroni, ministro dell’Interno! Forse, sotto, sotto, si era messo d’accordo con Di Pietro, ma il Pdl ha comunque fatto blocco. Quando ha parlato Zanna Bianca è rimasto a Montecitorio, compatto, ad applaudire.

Io confesso | BananaBis

Insuperabile Travaglio…

Fonte: Io confesso | BananaBis.

di Marco Travaglio

Ebbene sì, han ragione Cicchitto, Capezzone e Sallusti, con rispetto parlando. Inutile negare l’evidenza, non ci resta che confessare: i mandanti morali del nuovo caso Moro siamo noi di Annozero e del Fatto, in combutta con la Repubblica e le procure rosse. Come dice Pigi Battista sul Corriere, abbiamo creato “un clima avvelenato”, di “odio politico”, roba da “guerra civile”.

Le turbe psichiche che da dieci anni affliggono l’attentatore non devono ingannare: erano dieci anni che il nostro uomo, da noi selezionato con la massima cura (da notare le iniziali M.T.), si fingeva pazzo per preparare il colpo. E la poderosa scorta del premier che si è prodigiosamente spalancata per favorire il lancio del souvenir (come già con il cavalletto in piazza Navona) non è che un plotone di attivisti delle Brigate Il Fatto, colonna milanese Annozero. Siamo stati noi.

Abbiamo spacciato per cronaca giudiziaria il racconto dei processi Mills, Mondadori e Dell’Utri, nonché la lettura delle relative sentenze, mentre non era altro che “antiberlusconismo” per aprire la strada ai terroristi annidati nei centri di igiene mentale. Ecco perché non ci siamo dedicati anche noi ai processi di Cogne, Garlasco, Erba e Perugia: per “ridurre l’avversario a bersaglio da annichilire” (sempre Battista, chiedendo scusa alle signore).

Ci siamo pure travestiti da leader del centrodestra e abbiamo preso a delirare all’impazzata. Ricordate Berlusconi che dà dei “coglioni” alla metà degli italiani che non votano per lui, dei “matti antropologicamente diversi dal resto della razza umana” ai magistrati, dei “golpisti” agli ultimi tre presidenti della Repubblica, dei fomentatori di “guerra civile” ai giudici costituzionali e ai pm di Milano e Palermo, dei “criminosi” a Biagi, Santoro e Luttazzi, che minaccia Casini e Follini di “farvi attaccare dalle mie tv” perché “mi avete rotto il cazzo” e invoca “il regicidio” per rovesciare Prodi? Ero io che camminavo in ginocchio sotto mentite spoglie e tre chili di cerone.

Poi, già che ero allenato, mi sono ridotto a Brunetta per dire che questa “sinistra di merda” deve “morire ammazzata”. Ricordate Bossi che annuncia “300 uomini armati dalle valli della Bergamasca”, minaccia di “oliare i kalashnikov” e “drizzare la schiena” a un pm poliomielitico, sventola “fucili e mitra”, organizza bande paramilitari di camicie verdi e ronde padane perché “siamo veloci di mano e di pallottole che da noi costano 300 lire”? Era Santoro che riusciva a stento a coprire il suo accento salernitano con quello varesotto imparato alla scuola di dizione. Ricordate Ignazio La Russa che diceva “dovete morire” ai giudici europei anti-crocifisso? Era Scalfari opportunamente truccato in costume da Mefistofele. E Sgarbi che su Canale5 chiamava “assassini” i pm di Milano e Palermo e Caselli “mafioso” e “mandante morale dell’omicidio di don Pino Puglisi”? Era Furio Colombo con la parrucca della Carrà.

E chi pedinava il giudice Mesiano dopo la sentenza Mondadori per immortalargli i calzini turchesi? Sandro Ruotolo, naturalmente, camuffato sotto le insegne di Canale5. Chi si è introdotto nel sistema informatico di Libero e poi del Giornale di Feltri e Sallusti per accusare falsamente Dino Boffo di essere gay, Veronica Lario di farsela con la guardia del corpo, Fini di essere un traditore al soldo dei comunisti? Quel diavolo di Peter Gomez. Chi ha seviziato Gianfranco Mascia, animatore dei comitati Boicotta il Biscione? Chi ha polverizzato la villa della vicedirettrice dell’Espresso Chiara Beria dopo una copertina sulla Boccassini? Chi ha spedito a Stefania Ariosto una testa di coniglio mozzata per Natale? Noi, sempre noi. Ora però ci hanno beccati e non ci resta che confessare.

Se ci lasciano a piede libero, ci impegniamo a non dire mai più che Berlusconi è un corruttore amico di mafiosi. Lui è come Jessica Rabbit: non è cattivo, è che lo disegnano così.

da il fattoquotidiano di oggi

Il più amato dagli italiani – Passaparola – Voglio Scendere

Il più amato dagli italiani – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti. Di cosa parliamo mi sembra ovvio, cerchiamo di vedere con freddezza, se è possibile, le cose che sono successe e di separare i vari piani, che invece vengono volutamente intrecciati e mescolati: perché  vengono intrecciati e mescolati? Perché non si deve capire e non si deve sapere, non ci si deve concentrare, tanto per cambiare, su un punto: che cosa è successo ieri? Non è banale ripetere che ieri c’è stato un attentato che può anche essere derubricato in incidente, in incerto del mestiere, nel senso che le persone, più sono famose, più sono soggette alla possibilità di attirare l’attenzione deviata di qualche squilibrato e infatti quello che è successo ieri è che uno squilibrato ha colpito violentemente il Presidente del Consiglio Berlusconi.

Berlusconi va sconfitto alle urne
E’ stato un atto di violenza, la vista di una persona con la faccia fracassata e insanguinata è una vista, per quanto mi riguarda e spero anche per voi, disgustosa e preoccupante, non c’entra niente quello che si pensa del Presidente del Consiglio, non è quella la fine politica che gli può augurare una persona sana di mente e, una persona sana di mente, ovviamente si augura che Berlusconi venga sconfitto dai cittadini nelle urne, che Berlusconi venga processato e, se ha commesso dei reati, condannato e se viene condannato che sconti la pena, ma non è quella faccia insanguinata e devastata l’approdo che qualcuno deve cercare. Infatti chi ha provocato quella scena è un pazzo, è uno psicolabile che, purtroppo, è in cura in un centro di igiene mentale o come diavolo si chiamano adesso, al Policlinico di Milano, da una decina di anni. Non è uno stupido, abbiamo visto che ha fatto anche degli allestimenti artistici di un certo rilievo, è uno squilibrato e quindi ogni tanto sbrocca.

Penso che sia abbastanza imbarazzante e umiliante dover ribadire e ripetere che non si fanno gli attentati, che non si picchia la gente, che non si distrugge la faccia di nessuno, neanche del tuo peggiore nemico, che la violenza ripugna chiunque abbia la testa sul collo, che non è in quel modo lì che si combatte la battaglia politica: queste sono cose talmente banali che, ovviamente, devono accomunare tutte le persone che non abbiano perso completamente il bene dell’intelletto, ma è bene ripeterlo che quello che è successo ieri deve essere, ovviamente, censurato e riprovato, riprovato nel senso della riprovazione ovviamente, non nel senso del riprovare.

Chi è  l’aggressore? L’aggressore è uno squilibrato come tanti squilibrati che, nella cronaca, nella storia del mondo si sono avvicinati e hanno cercato di colpire, alcuni per eccesso di dissenso e altri per eccesso di affetto addirittura, succede pure così per gli squilibrati, la persona famosa che li ossessiona. E’ successo a John Lennon, è successo a Gandhi, è successo a Reagan: cito tre esempi di tre Paesi dove non va in onda Annozero, tre Paesi dove non escono Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, l’Unità, insomma tre attentati dove forse è difficile intravedere come mandanti Santoro, Scalfari o il sottoscritto e lo dico non a titolo di battuta, lo dico perché ieri sera, per chi avesse avuto lo stomaco di tenere acceso il televisore su quella merda di trasmissione che è Speciale Tg1, ha potuto assistere al linciaggio in contumacia prima di Scalfari e di Annozero da parte del piduista Cicchitto e poi al linciaggio personale di Santoro e del sottoscritto, additati come mandanti morali del pazzo che aveva appena lanciato un souvenir sulla faccia del Presidente del Consiglio, a opera del vicedirettore di Libero che, naturalmente, risponderà in Tribunale di quello che ha detto, perché non credo sia ancora lecito dare delle mandanti di un tentato omicidio a persone che fanno semplicemente, a differenza sua, i giornalisti e non i servi, non i killers prezzolati.

Chiusa la parentesi, succede spesso che ci siano degli squilibrati che avvicinano al Vip, soprattutto se questo Vip, per motivi diversi, o di grande popolarità o di grande impopolarità, suscita e eccita gli animi, indipendentemente dalla sua volontà. Può capitare che il Vip sia oggetto di controversie, Reagan era un Presidente molto controverso, che la sua opposizione, la stampa e le televisioni accusavano di affamare i poveri, di sostenere i dittatori, di essere un guerrafondaio e di avere le smani sporche di sangue, non è che ci andassero leggeri, del resto non ci vanno leggere nessuna opposizione e nessuna informazione nelle democrazie, nei confronti di chi detiene il potere a quei livelli, eppure nessuno si sognò mai di dire che i mandanti del pazzo che aveva sparato a Reagan erano i giornalisti o i politici dell’opposizione, sebbene Reagan avesse un’opposizione, a differenza di Berlusconi, che ha la fortuna di non averne una.

Berlusconi è sempre lui
Chi è  Berlusconi? Abbiamo visto che cosa è successo: una cosa gravissima, da condannare, chi è l’attentatore? Uno psicopatico, senza collegamenti con niente e con nessuno da quello che si sa, altrimenti se gli avessero trovato un lembo di un giornale di opposizione in casa, un pezzettino, un angolino di un giornale con cui magari aveva incartato i carciofi l’avrebbero già ingigantito e avrebbero detto “ ecco che cosa legge questo signore, prima di lanciare..”, in realtà non era collegato con nessuno, almeno da quello che ci si dice, ma era semplicemente uno cui dava fastidio Berlusconi e che ha deciso di combatterlo nella maniera non solo più turpe e più sbagliata, ma anche più controproducente per la causa che, eventualmente, nella sua mente malata questo qua pensava di sostenere, perché almeno la storia d’Italia ci insegna che qualunque ricorso alla violenza non fa altro che rafforzare colui che, in quel momento, diventa vittima della violenza. Pensate soltanto agli anni 70 e a quanto ci hanno campato i politici della Prima Repubblica sul terrorismo: hanno lucrato almeno altri dieci anni di vita, quelli della Prima Repubblica, sulla solidarietà nei loro confronti, perché erano rimasti vittime del terrorismo, che cominciarono a combattere non appena si rivoltò contro di loro, mentre quando il terrorismo si occupava di colpire soltanto sindacalisti, operai, giornalisti, magistrati lo Stato non fece nulla, esattamente come la mafia, che fu combattuta soltanto quando cominciò a colpire i politici.

Ma chi subisce violenza in politica ci guadagna: questo non vuole dire, naturalmente, che Berlusconi l’attentato se lo sia organizzato da solo, perché si leggono anche queste farneticazioni su Internet, purtroppo di matti ce ne sono molti di più che non quello che ha tirato la Madonnina, ci sono anche quelli che pensano che tutto ciò che accade è parte di un complotto di un grande vecchio etc. etc., insomma basta vedere quello che è successo per rendersi conto che si tratta di un caso circoscritto, per fortuna, e isolato, ma evidentemente non organizzato. Non è a questi signori che ci si rivolge, se ci si vuole fare gli attentati da soli, perché sono persone incontrollabili, che potrebbero parlare e quindi leviamoci dalla testa che sia una montatura dei servizi segreti etc., però è la dimostrazione che questo è doppiamente matto, perché se pensava di fare un danno al Presidente del Consiglio tirandogli una statuina, ha ottenuto esattamente l’effetto opposto, in quanto Berlusconi era in un momento di grave difficoltà, stava precipitando nei sondaggi, aveva perso cinque punti nell’ultimo mese: sto parlando dei sondaggi veri, quindi non i suoi, ovviamente. Era pesantemente contestato all’interno della sua coalizione, proprio ieri mattina uno dei fedelissimi di Fini aveva detto che, se il Presidente del Consiglio si provava a portare il Paese alle elezioni anticipate, Fini sarebbe andato da solo, portandogli via un tot di punti che, per quanto pochi, avrebbero potuto far pesare l’opposizione più della maggioranza, visto che comunque in Italia si vince sempre con due o tre punti di vantaggio, quando si va alle elezioni, cose così. E’ chiaro che il matto è doppiamente matto, proprio perché ha fatto la cosa che più si auguravano nell’establishment, perché ci sono dei momenti nei quali, se sei in difficoltà, tiri un sospiro di sollievo, nel momento in cui riesci a catalizzare tutta la solidarietà nazionale, ricominci a parlare con il Capo dello Stato, con cui non parlavi da settimane, susciti giustamente l’affetto materno anche di persone che magari non starebbero proprio dalla tua parte, proprio perché quella scena traumatica della faccia insanguinata è scioccante, non soltanto per i fans di Berlusconi, ma anche per quelli ragionevoli che stanno dall’altra, per quelli umani che stanno dall’altra parte. Per cui il pazzo abbiamo capito che è proprio fuori, ma di parecchio. Adesso vediamo chi è la vittima: la vittima non è che cambi natura a seconda del momento, quindi non è che Berlusconi sia un altro solo perché ieri gli hanno tirato una Madonnina in faccia, Berlusconi è sempre quello che conosciamo nel bene e nel male; né i suoi fedelissimi, né i suoi avversari possono cambiare il giudizio su di lui in base a quello che ieri gli è successo e che non dipende da lui, perché dipende appunto dal matto che gli ha lanciato la Madonnina.

Berlusconi è un signore che sta distruggendo la democrazia in Italia, Berlusconi è un signore che ha avuto rapporti con la mafia, Berlusconi è un signore che ha avuto pesanti storie di corruzione giudiziaria e non, è un signore che, nella sua vita, ne ha combinate di tutti i colori e che, mentre gli tiravano quell’oggetto in faccia, aveva appena smesso di insultare tutti i poteri di controllo che ci sono nella democrazia o in quel poco che resta della democrazia italiana. Aveva di nuovo insultato la magistratura, aveva nuovamente insultato la Corte Costituzionale, aveva nuovamente insultato la stampa libera, poi ce l’ha sempre con due trasmissioni e con due o tre giornali, mica di più. Insomma, aveva fatto il suo compitino quotidiano di insultare tutti quelli che non sono lui, o che non sono suoi, questo è il suo passatempo preferito da quindici anni.

Stiamo parlando della persona – ecco perché dicevo che è bene staccare chi è l’attentatore, che cosa è successo, chi è la vittima: Berlusconi è vittima di un grave attentato, ma chi è questa vittima? Non è che la vittima diventi meglio soltanto perché ha subito un attentato, la vittima è quella che era prima e che, per fortuna, essendo sopravvissuta, sarà anche dopo, cioè è Berlusconi, quello che conosciamo e non ci dobbiamo mai dimenticare di chi è Berlusconi in virtù del fatto che adesso è oggetto di una giusta solidarietà da parte di chi rifiuta la violenza, noi compresi: è quella roba lì che, ovviamente, un cittadino democratico deve augurarsi che, democraticamente, venga sbattuto fuori dalle istituzioni al più presto, perché ogni giorno che ci rimane è un giorno in meno per la democrazia e per la legalità. Anche il livello dell’indignazione per quello che lui è e per quello che lui fa non deve minimamente diminuire, sotto il ricatto del dire “ ah, ma allora tu sei tra quelli che..”: assolutamente no, uno può dissentire nella maniera più decisa e, nello stesso tempo, condannare l’attentato.

La politica non prevede la categoria del sentimento
Guardate, arrivo a dire una cosa paradossale che naturalmente verrà usata contro di me, ma non me ne importa niente: l’ha già scritta Massimo Fini diverse volte, questa categoria per cui si parla di odio politico è una categoria del sentimento che viene applicata alla politica, la politica e il sentimento non c’entrano niente, la politica è un fatto tecnico, per cui ti voto affinché tu faccia delle cose, ma tu non puoi chiedermi di amarti, tu puoi chiedermi di votarti, ma non mi puoi chiedere di amarti, non esiste l’amore dell’elettore per il suo eletto, esiste soltanto nelle dittature, quando appunto il populismo carismatico del capo riesce addirittura a attirare l’amore degli elettori, che non sono più neanche cittadini, sono proprio sudditi, sono un’altra cosa, sono acritici, sono pecore che adorano il capo. Il fatto che sia tornata la categoria dell’odio e quindi dell’amore nei commenti dei giornali – leggete le stupidaggini che scrive oggi Battista su Il Corriere della Sera sul clima di odio etc. etc. – bisognerebbe rispondere, come fa Massimo Fini, “ e ‘mbe? Chi l’ha detto che non posso odiare un uomo politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che il Creatore se lo porti via al più presto?”, guardate che questa cosa qua, che sembra orrenda, dice “ oddio, c’è qualcuno che lo odia!”, è assolutamente normale: ognuno a casa sua, nel suo intimo, è libero di odiare e di amare chi gli pare e non esiste in democrazia che i cittadini siano obbligati a amare coloro che li governano, anche perché se tu ami una persona perdi lo spirito critico e il cittadino elettore deve sempre mantenere uno spirito critico. Per cui leviamoci dalla testa questo ricatto, che non bisogna odiare e che bisogna amare coloro che ci governano, o che bisogna rispettarli: ma per quale motivo dovrei rispettare uno che insulta tutti quanti, compreso me tra l’altro, in continuazione da quindici anni?

E’ importante questo: la condanna ferma, fermissima dell’attentato e il dire che queste cose non si devono fare e che chi le fa deve essere punito e, nello stesso tempo, dire “ io quello lì non lo voglio più vedere, io quello lì non lo voglio come Presidente del Consiglio, quello non mi rappresenta, speriamo che se ne vada presto da Palazzo Chigi”, queste cose sono cose.. oppure “ lo detesto, lo odio”, personalmente non lo odio, ma non vedo per quale motivo qualcuno non potrebbe invece odiarlo: l’importante è che si limiti a odiarlo senza fargli niente di male, non esiste il reato di odio, esiste il reato di violenza, di aggressione, di lesioni, di tentato omicidio, di omicidio, quelli sono reati, ma il reato di odio non esiste, dire a una persona “ io ti odio” non è un reato, se Dio vuole, altrimenti altro che in un regime, saremmo in Bielorussia, Paese per altro da poco indicato come modello di democrazia dal nostro Presidente del Consiglio nella visita a Lukashenko, dove ha detto “ la gente ti ama e quindi è giusto che tu stia lì”, vedete come nascono le dittature? Nascono nella testa del dittatore o dell’aspirante dittatore ben prima che nella testa dei cittadini, o meglio dei sudditi. Quindi c’è qualcosa di strano in quello che dicono Rosi Bindi, che l’ha detto meglio e Antonio Di Pietro, che l’ha detto in modo più sgangherato, cioè nel definire la vittima di quell’attentato vergognoso, che tutti condanniamo etc., un noto provocatore, uno che se le va a cercare? Non c’è niente di strano a dire una cosa del genere, è nella biografia del Presidente del Consiglio, è nel suo DNA, credo che in qualche momento di lucidità – ogni tanto ne avrà anche lui – ammetterà sicuramente, in cuor suo, di essere un grande provocatore: lo fa apposta, se non fosse un provocatore non farebbe e non direbbe tutte le cose che dice e che fa, non se la prenderebbe ogni santo giorno con tutti i tribunali che ci sono in giro per il mondo, tranne probabilmente Forum di Canale Cinque; non se la prenderebbe con la Costituzione, non se la prenderebbe con la Corte Costituzionale, non se la prenderebbe con tutti quelli con cui se la prende, compresi quelli che non esistono e che vede solo lui, tipo tutti questi complotti dell’opposizione; insomma, basta guardare le facce di quelli dell’opposizione, per rendersi conto che, anche se volessero, non sarebbero in grado di fare nessun complotto, ma comunque neanche vogliono farlo e quindi stiamo tranquilli. Lui è un grande provocatore e alcuni suoi alleati peggio di lui: immaginate che cosa c’è di male nel dire che questi signori provocano da quindici anni il Paese, quando abbiamo sentito un Ministro come Bossi parlare di fucili, di kalashnikov , di 200 /300. 000 uomini armati nelle valli pronti a imbracciare i fucili e a marciare per l’indipendenza e la secessione, ma queste cose ce le ricordiamo o no?! A qualcuno è mai venuto in mente di attribuire a questi signori dal linguaggio violento un qualsiasi episodio di violenza accaduto nelle loro valli? Pensate soltanto alla violenza che ha seminato Berlusconi in questi anni, forse è l’uomo politico più violento che si sia mai visto nella storia repubblicana e italiana: fatevi venire in mente qualche Presidente del Consiglio, come De Gasperi, Moro, Andreotti, erano tutte persone che, almeno nel linguaggio, erano piuttosto mansuete. E’ l’uomo politico più violento che ci sia stato nella storia repubblicana e conseguentemente dire che è un provocatore e che è più predisposto nell’eccitare gli animi di un eventuale squilibrato mi sembra una banalità assoluta, per cui non capisco quale sia il problema in quello che hanno detto la Bindi e Di Pietro, i quali per altro hanno precisato entrambi che, ovviamente, condannavano l’attentato e davano la solidarietà umana al Presidente del Consiglio, che resta un provocatore anche se gli hanno tirato una Madonnina in faccia, perché basta leggere i suoi discorsi e uno se ne rende perfettamente conto.

Dov’era l’apparato di sicurezza?
Quarto punto, che è il primo punto su tutti i giornali d’America e internazionali: la sicurezza del Presidente del Consiglio; se ci fate caso, il punto più controverso sulla stampa internazionale e più occultato nelle televisioni di regime e sulla carta stampata stamattina è il funzionamento, o meglio il non funzionamento dell’apparato imponentissimo di sicurezza che circonda il Presidente del Consiglio, il quale è circondato da un centinaio di uomini presi dai corpi speciali, fatti assumere dai servizi segreti, ma alle sue dipendenze, è una sua sicurezza privata e non è secondario il fatto che risponda a lui e che comandi lui, perché sono suoi uomini, suoi gorilla che sono stati immessi nel servizio di sicurezza dello Stato. E’ fondamentale chi comanda la scorta: se la scorta te la dà lo Stato comanda il capo scorta, non comandi tu, Presidente del Consiglio, il Presidente degli Stati Uniti non può andarsene a zonzo dove gli pare, ma deve fare esattamente quello che gli dicono i suoi servizi, che lì si chiamano i servizi segreti e sono, in realtà, il suo corpo di sicurezza.

Qui Fini non può fare quello che vuole: fa quello che gli dice il caposcorta, quelli che hanno la scorta fanno ciò che dice loro il caposcorta, non vanno in giro a fare i bagni di folla, a baciare i bambini, ma vanno solo dove gli dice che possono andare gli agenti di scorta. Berlusconi no: Berlusconi fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare, perché? Perché non comanda il capo scorta, comanda lui: la scena l’avete vista ieri, no? C’è un signore che, come i pallanuotisti che stanno cercando il piazzamento migliore per infilare la palla, sta aspettando il momento giusto per tirare questa voluminosa Madonnina, intorno ci sono decine di uomini addetti alla sicurezza del Presidente del Consiglio, i quali non dovrebbero fare altro che guardare se c’è qualcuno dal comportamento sospetto; vi pare sospetto o no, uno che sta cercando di piazzare una Madonnina sulla faccia del Presidente del Consiglio? Ci sono addirittura delle telecamere e dei telefonini di gente che sta riprendendo la scena, è possibile che la sua scorta, ogni volta che gli tirano, scompaia? Guardate che due tiri ha subito Berlusconi, due centri: il cavalletto e stavolta la Madonnina, ma vi sembra normale che il Presidente del Consiglio italiano sia così vulnerabile, con tutto quello che spende o ci fa spendere per la sua sicurezza? C’è un problema: o i suoi uomini si aprono ogni volta che c’è una minaccia e scappano, e allora forse sarebbe il caso di sostituirli, oppure c’è qualcosa che non funziona, infatti gli attentati ai Presidenti degli Stati Uniti non avvengono mai con uno che cerca di tirargli da pochi metri qualcosa, perché non possono avvicinarglisi con una statuetta in mano, ci sono sempre scene, anche nei film nessuno immagina che il Presidente degli Stati Uniti venga preso a ceffoni dal primo che passa, perché non ci si può arrivare e infatti si immaginano sempre scene tipo quelle del caso Kennedy, di persone appostate con fucili a alta precisione sui tetti e ancora lì c’è sempre il sospetto che ci siano delle coperture, perché? Perché addirittura si vanno a sorvegliare tutte le abitazioni che stanno nel raggio di qualche chilometro dal punto in cui il Presidente passerà. Ma vi pare normale la scena? E’ uno smash, più che un attentato. E allora è possibile una roba del genere? E’ questo che si domandano all’estero, dice “ ma come è che così facile colpire il Presidente del Consiglio italiano?”, sono stupefatti tutti quanti, giustamente. Aggiungiamo che Bonaiuti ieri sera ha rivelato che Berlusconi, profetico – è anche profeta, lo sapete, tra le altre doti ha anche quelle divinatorie! – gli aveva confidato di temere il gesto di una sconsiderato. A maggior ragione ci dovrebbe essere più attenzione, una guardia più alta: di più, sappiamo che da qualche giorno il Copasir (Comitato di Controllo per i Servizi Segreti) gli aveva detto che c’era il rischio di uno sconsiderato, di un pazzo: perché? Perché il clima sovreccitato, che naturalmente è stato creato da lui e dai suoi giornali, non certamente da chi fa il suo mestiere di informare sugli scandali, il clima sovreccitato l’hanno creato quelli che hanno linciato Dino Boffo raccontando il falso, ossia che era omosessuale e poi chiedendo scusa tre mesi dopo averlo fatto fuori, hanno sovreccitato gli animi quelli che hanno mandato a pedinare il giudice del caso Mondadori fin sotto i calzini, hanno sovreccitato gli animi quelli che hanno insultato e aperto la caccia a fini e a tutto il dissenso, questi sono quelli che sovreccitano gli animi, chi racconta la verità come i casi Noemi, i casi D’Addario, i casi Spatuzza, i rapporti con la mafia etc., non sovreccita gli animi, ma fanno il proprio mestiere di giornalista. In ogni caso, se era vero che il Copasir gli aveva detto “ stai attento, state attenti”, è evidente che ci sarebbe dovuta essere più prudenza, più protezione, non certamente meno e nessuno di noi credo si ribellerebbe se venisse aumentata ulteriormente la protezione, ove servisse per garantire ai rappresentanti delle nostre istituzioni il minimo, l’incolumità fisica, qualcosa di grave non ha funzionato l’altro giorno e quindi bisognerebbe che Maroni, invece di sproloquiare e delirare su chiudere Facebook, chiudere le piazze o stupidate del genere, spiegasse per quale motivo e quali sono le responsabilità. C’è un Questore, c’è un Prefetto, ci sono delle autorità di Polizia, ci sono dei responsabili del servizio di scorta e c’è il Presidente del Consiglio, che sicuramente è difficilissimo da scortare, perché appunto sguscia di qua, sguscia di là. Avete visto che, dopo che l’hanno colpito e gli hanno portato i primi soccorsi in macchina, il caposcorta voleva andare via immediatamente: perché? Perché c’è anche il rischio che, se c’è un attentato “ serio”, cioè terroristico, cioè organizzato non dal pazzo singolo individuale, magari tira la roba per creare il diversivo e poi scoppia la bomba, per cui è evidente che lui immediatamente doveva essere portato via a tutta velocità e invece no, hanno dovuto fermarsi lì, perché lui ha riaperto la portiera, si è issato sul solito predellino per far vedere la sua faccia insanguinata in giro. Magari è stato anche positivo, perché il fatto di vederlo in discreta salute forse ha risparmiato la pelle a quel poveraccio, che altrimenti qualcuno poteva pure linciarlo, ma nello stesso tempo, anche quella scena dove nessuno sembrava capire quello che stava succedendo e sapere quello che doveva fare è abbastanza preoccupante; entra in macchina, riapre la macchina, sale sul predellino, ridiscende, meno male che c’era soltanto un pazzo, perché se c’era il diversivo più la bomba era fatta. Queste sono le cose che dovrebbe spiegare il Ministro degli Interni, invece di annunciare strette poliziesche su Facebook, come se fossimo nel regime cinese!

Naturalmente in televisione di questo non sentirete parlare, perché bisogna creare il presepe, no? Il bambinello, i re magi, la Madonna, San Giuseppe etc. etc.. Aggiungo altre due cose e poi la faccio finita.

Nei prossimi giorni ci proveranno a criminalizzare tutto quel poco di opposizione che c’è, ci proveranno a utilizzare questo episodio per intimidire le forme di protesta e di contestazione e di opposizione spontanea, ci proveranno a dire “ allora adesso quelle trasmissioni televisive non devono più parlare, di mafia non bisogna più parlare”, perché? Perché poi se parli di mafia il matto tira la Madonnina: ci troveranno in tutti i modi, perché erano in difficoltà e lo sono, perché non è che siano mutate le condizioni per le quali sono in difficoltà, Berlusconi farà la sua legge per proteggersi dai processi, la farà con le medicazioni ma la farà, non sono cambiate le cose, ci sono ancora le ragioni per le quali bisogna fare una strenua e irriducibile intransigente opposizione politica e è per questo che, per poterla fare fino in fondo come e più di prima, bisogna continuare a ripetere che non si deve usare la violenza e guardate che, quando uno ripete che non si deve usare la violenza, non lo deve ripetere soltanto quando tirano le statuine in testa al Presidente del Consiglio: lo deve ripetere anche quando vengono manganellati gli studenti in Piazza Esedra o in Piazza Navona, quando vengono manganellati gli operai che fanno proteste perché stanno perdendo il lavoro, quando vengono mandati a morire in guerra i nostri soldati, ai quali è stato raccontato che andavano in missione di pace a regalare i fiori ai bambini afgani, cose di questo genere. La violenza va condannata sempre: anche in questo senso il nostro Presidente del Consiglio è il più grande provocatore e il più grande violento nella storia dei Presidenti del Consiglio italiani del dopoguerra, perché non dimentichiamoci che cosa è successo a Genova, al G8 di Genova, che cosa succede ogni volta che qualcuno tenta di protestare. Per cui la condanna della violenza in realtà non solo è la condanna dell’attentatore pazzo di Berlusconi, ma è anche la condanna della politica di Berlusconi e della sua violenza verbale e, ogni tanto, poliziesca, però bisogna condannarla tutta la violenza, altrimenti non si riuscirà a fare l’opposizione che lui si merita. Per avere l’opposizione che lui si merita il Presidente del Consiglio ci serve in ottima salute, perché quando se ne andrà da Palazzo Chigi – e prima o poi se ne andrà, se ne andrà maledetto dagli stessi che l’hanno votato – ci serve in ottima salute, perfettamente compos sui, perché si possa rendere conto fino in fondo del male che ha fatto alla gente. Per farlo andare via da Palazzo Chigi bisogna diventare addirittura la sua scorta e proteggere la sua incolumità fino in fondo, ci serve lucido quando gli dovremo dire perché l’abbiamo cacciato di lì e perché non ce lo vogliamo più! Passate parola, buona settimana e giovedì ricordatevi.. anzi venerdì, ricordatevi che, insieme a Il Fatto Quotidiano, c’è un DVD con l’ultima intervista di Paolo Borsellino, che ci parla proprio dei rapporti tra il famoso stalliere e il famoso Cavaliere, oltre che di altre cose e poi avrete la telefonata di cui avete sentito un pezzettino a Annozero e altre telefonate, nelle quali si capisce chiaramente quali sono i rapporti tra Dell’Utri, Berlusconi e il mafioso Mangano, venerdì insieme a Il Fatto Quotidiano, passate parola e buona settimana.

Trattativa a cielo aperto

Fonte: Trattativa a cielo aperto.

Scritto da Marco Travaglio

I messaggi del senatore, i silenzi eloquenti di Giuseppe Graviano. Tra Cosa Nostra e Stato segnali sul 41-bis a favore di telecamera.

La valanga di parole storte che si rovescia ogni giorno sul processo Dell’Utri nasconde malamente il tentativo di occultare una realtà drammatica che è sotto gli occhi di tutti: la trattativa fra Stato e mafia, iniziata dai carabinieri del Ros nell’estate del ’92 dopo la strage di Capaci, culminata nella consegna del papello ai nuovi referenti politici e nella consegna di Riina al Ros da parte degli uomini di Provenzano, ripresa nel ’93 da Dell’Utri con gli uomini di Provenzano e del clan Graviano, sfociata nella fine delle stragi nel ’94, continua tutt’oggi. Siamo ormai ai tempi supplementari, il regime berlusconiano è alle corde, e chi si aspetta che i vecchi patti vengano rispettati si rende conto di dover giocare il tutto per tutto. Non più nelle segrete stanze, dietro le quinte, con trattative sotterranee sulla “dissociazione” e messaggi cifrati (il proclama di Bagarella sui politici che non rispettano le promesse, lo striscione allo stadio di Palermo sul 41-bis). Ma a scena aperta. Alla luce del sole. In favore di telecamera. Perché tutti capiscano e chi di dovere si assuma finalmente le proprie responsabilità.

Il Graviano sbagliato.
Il gioco delle parti tra i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, lungi dallo smentire Spatuzza, lo conferma. Spatuzza dice che era Giuseppe il suo capo, non Filippo. Infatti Filippo nel 2004, nel carcere di Tolmezzo, gli disse che bisognava far sapere a Giuseppe che, se non arrivava quel che doveva arrivare (benefici carcerari per i boss al 41-bis), bisognava andare a parlare con i magistrati”. E fu Giuseppe, tra la fine del 1993 e l’inizio del ‘94, a confidare a Spatuzza prima che c’era un progetto politico dietro le stragi del ’93, poi che con Berlusconi e Dell’Utri in politica Cosa Nostra aveva “il paese nelle mani”. Dunque è Giuseppe, non Filippo, che potrebbe confermare le parole del pentito. Filippo nega tutto, ma Giuseppe se ne guarda bene. Potrebbe chiudere definitivamente la partita e liquidare il pentito in due parole: “Tutte bugie”. Invece ne pronuncia ben di più, tramite il suo avvocato: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere perché non sto bene a causa del 41-bis, ma, quando il mio stato di salute me lo permetterà, sarà mio dovere rispondere”. Paradossalmente, se la trattativa sul 41-bis andrà a buon fine, lui parlerà. Resta da capire che cosa dirà: confermerà o smentirà Spatuzza, che finora non solo non ha mai smentito, anzi ha addirittura elogiato come un “fraterno amico” da “rispettare” perché “ha fatto le sue scelte”? Il paradosso è proprio questo: se gli danno quel che chiede, lui potrebbe inguaiare i vertici del governo. Ma potrebbe farlo anche se non gli danno quel che chiede. In ogni caso, è una clamorosa conferma alle rivelazioni di Spatuzza sull’insofferenza dei Graviano per le promesse non mantenute.

Marcello risponde a tono.
Dell’Utri, se davvero fosse estraneo a quel mondo, potrebbe chiamarsene fuori. Invece entra a piedi giunti in questo dialogo a distanza. Ha già detto che per lui i mafiosi si dividono in eroi (quelli che, come Mangano, non solo non parlano di lui né di Berlusconi, ma non parlano tout court, restando mafiosi: come anche Riina, Provenzano, Bagarella e così via) e in bugiardi che dicono “minchiate” (Spatuzza, ma anche gli altri venti che hanno parlato di lui in 15 anni di inchieste e processi sul suo conto). Il 7 dicembre, a Porta a Porta, Dell’Utri spiega che“Spatuzza è un assassino efferato e non capisco come si possa dopo tanti anni dire queste cose. Ma l’obiettivo è chiaro: Spatuzza ottiene prebende, ottiene di uscire dal carcere, lavoro per lui e per le persone a lui vicine. Spatuzza con questo pentimento si è santificato e io passo per un efferato stragista”. Quando invece Filippo Graviano dice di non conoscerlo e smentisce Spatuzza, Dell’Utri si spertica in elogi e gli conferisce una patente di pentito attendibile: “Sono meravigliato dalla dignità e dalla compostezza di questo signore. Ha detto cose che mi meravigliano. Nel guardarlo ho avuto l’impressione di dignità da parte di uno che si trova in carcere e ha delle sofferenze. A differenza dell’impressione che mi ha fatto Spatuzza, mi è parso di vedere dalle parole di Filippo Graviano il segno di un percorso di ravvedimento”. Peccato che Filippo Graviano non sia pentito di un bel nulla, tant’è che nega financo di essere mafioso,nega i delitti per cui è stato condannato all’ergastolo, delitti molto più gravi di quelli commessi da Spatuzza, visto che questo era solo un sottoposto, mentre l’altro è uno dei capi. Dunque, contrariamente a quanto previsto da una legge dello Stato voluta da Giovanni Falcone, per Dell’Utri i pentiti veri sono i mafiosi che non confessano e non collaborano. Figurarsi l’entusiasmo dei boss irriducibili per le parole di un parlamentare della Repubblica. E figurarsi l’allarme fra i pentiti veri, la cui sicurezza dipende dal sottosegretario Alfredo Mantovano: che dovrebbe attenersi ad assoluta terzietà, dovendo valutare le richieste dei magistrati per assegnare i programmi di protezione, e invece va in tv ad attaccare l’attendibilità dei pentiti a cui dovrebbe garantire l’incolumità perché collaborino serenamente con la giustizia.

Il destino del processo.

È stata un autogol di un magistrato “inadeguato, dilettante e disinvolto” la scelta del pg di Palermo di introdurre Spatuzza nell’ultima fase del processo Dell’Utri prima di sottoporlo ai necessari riscontri, come scrivono certi maestrini che danno le pagelle ai giudici? Assolutamente no. Quando c’è il tempo, si cercano i riscontri in proprio. Quando, come nel caso delle recentissime dichiarazioni di Spatuzza, queste arrivano nella fase finale del processo, è doveroso riversarvele, accompagnate dai riscontri già trovati dalla Dia e dalla Procura di Firenze (che ritiene Spatuzza attendibile, tant’è che ha chiesto di ammetterlo al programma di protezione). Tanto più che Spatuzza non fa altro che aggiungere un tassello a quanto già dimostrato in primo grado: i già accertati rapporti fra Dell’Utri e i Graviano. Spetterà poi ai giudici valutare le nuove testimonianze alla luce dei fatti già emersi nel processo. La stessa cosa accadde al processo Cusani, dove Di Pietro portò in aula i segretari dei partiti che gli avevano appena confessato di essersi spartiti la maxitangente Enimont. E, guardacaso, alla fine fioccarono le condanne.

MARCO TRAVAGLIO

da Il Fatto Quotidiano del 13 dicembre 2009

Siamo innocenti lo dice la mafia

Fonte: Siamo innocenti lo dice la mafia.

Scritto da Marco Travaglio
Mentre i Graviano, Berlusconi e Dell’Utri trattano ormai alla luce del sole, sotto i riflettori delle telecamere, senza più nascondersi dietro le quinte, mentre cioè il fuoriscena irrompe sulla scena politico-mediatica con una chiarezza solare, giornali e tv fanno a gara a chi nasconde meglio ciò che è impossibile occultare. I titoli dei quotidiani e dei tg sono esemplari.

Corriere della Sera: “Il boss smentisce il pentito”. Il Giornale: “Paperissima in tribunale. Smascherato il bluff del pm”. Libero: “Ora tocca ai pm pentirsi. Sberla alle procure. Il boss Graviano in aula ridicolizza le rivelazioni di Spatuzza. Il castello di accuse contro Berlusconi crolla”. Oh bella: quando mai la parola di un boss mafioso non pentito diventa oracolo per sbugiardare quella di un mafioso che collabora con la giustizia accusando se stesso e i complici? Se così fosse, Falcone e Borsellino non avrebbero mai istruito un solo processo a Cosa Nostra, visto che tutti i boss han sempre “smentito”, “sbugiardato”, “smascherato” i pentiti Buscetta, Contorno e Calderone sui quali si imperniò il famoso maxiprocesso. Durante il quale, com’è normale in uno Stato di diritto, furono ascoltati i capimafia dell’epoca. Tutti, da Michele Greco a Pippo Calò, da Luciano Liggio a Vito Ciancimino ai cugini Salvo, vennero interrogati in aula. E tutti dissero che i pentiti che li accusavano si erano inventati tutto. Ma a nessuno venne in mente di prendere per oro colato le loro smentite autoassolutorie. Anzi, il fatto che i capimafia smentissero i pentiti rafforzò l’attendibilità dei pentiti medesimi. Infatti i boss furono tutti condannati. Lo stesso è accaduto nei processi di Caltanissetta e Firenze per le stragi del 1992-’93: decine di pentiti accusavano Riina, Bagarella, Aglieri, Biondino & C., questi smentirono e furono tutti condannati. A nessun giornale o tg venne mai in mente di titolare: “Riina smentisce Brusca, dunque è innocente”. E’ piuttosto arduo, del resto, trovare un delinquente irriducibile che confessa i propri delitti e chiede al giudice di condannarlo all’ergastolo. Eppure capita spesso che i delinquenti irriducibili vengano condannati all’ergastolo anche se si proclamano innocenti. Ora, essendoci di mezzo Berlusconi e Dell’Utri, la logica viene rovesciata, con grave sprezzo del diritto, e anche del ridicolo. “Ma davvero – si domanda sulla Stampa Francesco La Licata, uno dei pochi che non hanno ancora smarrito il ben dell’intelletto – qualcuno pensava che i Graviano, mafiosi ancora saldamente ancorati alla loro ‘ideologia’, si sarebbero consegnati alla magistratura, così, nel corso di un processo pubblico, senza nessun accordo preventivo e senza un ‘contratto’?”. Gli fa perfidamente eco Riccardo Barenghi nella rubrica “Jena”: “I boss mafiosi hanno salvato Dell’Utri e Berlusconi: detta così, come suona?”. Basta un paio di occhi aperti per vedere ciò che accade a cielo aperto in questi giorni mefitici. Eppure c’è chi fa di tutto per non vedere, confondere le acque, mescolare le carte. Non solo i turiferari prezzolati di Mr. B, ma anche gli osservatori “indipendenti”. Tipo il solito Sergio Romano, che sul Corriere sfida il principio di non contraddizione parlando di “discordanti testimonianze di Spatuzza e Filippo Graviano”, per concludere: “Ciò che conta, dal punto di vista processuale, è che il primo è stato smentito dal secondo”. E bravo l’ambasciatore. La Corte d’appello che sta giudicando Dell’Utri (condannato in primo grado sui racconti di una ventina di pentiti, riscontrati da intercettazioni e documenti neutri, con una sentenza infinitamente più dura delle parole di Spatuzza) prenda buona nota e tragga le debite conclusioni: siccome Spatuzza è smentito da Filippo Graviano, ma anche da Riina, Provenzano, Aglieri, Bagarella e altri attendibilissimi gentiluomini, allora Dell’Utri è innocente. Lo dice pure Minzolini, e persino Dell’Utri. Quindi dev’essere vero.

Marco Travaglio  in Il Fatto Quotidiano, 13 dicembre 2009

Il Pdl minaccia i pm | Pietro Orsatti

Il Pdl minaccia i pm | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Nell’edificante dibattito sul caso Dell’Utri e effetti collaterali, non poteva mancare Maurizio Gasparri con una dichiarazione che avrebbe fatto venire giù un diluvio di critiche da destra e sinistra se il personaggio non ci avesse abituato a ben altro. «E adesso chi pagherà per il caso Spatuzza-sputazza? Una vergognosa montatura basata su bugie che un semplice uditore giudiziario avrebbe potuto giudicare tali con immediatezza, ma che una serie di magistrati, invece, hanno considerato talmente credibili da ammettere Spatuzza- sputazza in un’aula». E poi: «Per questo sosterremo con vigore con Quagliariello e Compagna la proposta di una commissione d’inchiesta sulla gestione dei pentiti. Tutto questo capitolo va indagato». Da chi? Da un parlamento che copre l’affaire Cosentino, vuole approvare la vendita dei beni confiscati alla mafia, vuole mettere mano al reato di concorso esterno in associazione mafiosa? Perché il punto centrale è proprio questo. Si può davvero pensare di essere credibili quando si costituisce una commissione di inchiesta che indaghi su quei pentiti che accusano gli stessi politici? Il caso Cosentino, ancor di più di quello di Dell’Utri, è esemplificativo della distorsione che si sta sviluppando in questi ultimi tempi. Cosentino è accusato da almeno cinque collaboratori. Sarebbero, secondo la logica gasparriana, tutte sputazze? Il paradosso che si è vissuto negli ultimi tre giorni di un parlamento che salva in estremis Cosentino e osanna non un pentito, ma un boss stragista come Fillippo Graviano perché ha mostrato coerenza con il suo «niente sacciu» in relazione agli ipotizzati rapporti tenuti da lui e suo fratello Giuseppe con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. La politica, sul tema della legalità, è entrata in una fase di cortocircuito. Ormai, pur di salvare premier e suoi più stretti collaboratori da accuse terribili come quello di concorso esterno, si fa di tutta un’erba un fascio e si manda a gambe levate l’assetto istituzionale per poi puntare a elezioni anticipate. «Se Berlusconi vuole andare al voto anticipato sappia che si troverà di fronte alle urne uno schieramento repubblicano in difesa della democrazia», si sbilancia Casini, che certo dopo le disavventure giudiziarie di molti suoi compagni di partito non è certo un tifoso dei pm. Ma sembra che anche lui si sia reso conto che da una “campagna d’inverno” come quella in atto rimarrebbe ben poco sia del Paese che delle sue istituzioni.

YouTube – Berlusconi ferito al volto

I fatti:

Berlusconi è stato colpito al volto da un oggetto lanciato da un manifestante. Berlusconi in seguito al colpo subito è quasi caduto per terra, ma si è rialzato mostrando evidenti segni di ferite al volto.

Il responsabile del folle gesto sarebbe stato fermato e secondo le notizie  diffuse sarebbe in cura da 10 anni per problemi mentali e non sarebbe un attivista politico.

Il mio commento:

Innanzitutto bisogna condannare la violenza senza se e senza ma. Berlusconi, pur essendo un pessimo primo ministro bisogna cacciarlo con mezzi democratici.

Stabilito questo principio, dobbiamo fare una serie di considerazioni e domande:

Apparentemente i fatti ci dicono che un uomo in cura da 10 anni per problemi mentali ha ferito al volto Berlusconi lanciandogli un oggetto contundente.

Si tratta solo di un gesto di uno squilibrato isolato o c’è dell’altro? Non lo sappiamo, ma se ci fosse qualcosa dietro, per capirlo dovremmo analizzare a chi giova un fatto del genere.

  • Berlusconi ne esce ferito fisicamente, ma “martire” santificato. Mi sento di escludere l’incidente sia stato organizzato dal martire stesso.
  • L’opposizione (PD, Italia dei valori, grillo, noBday, ecc.) non ha nulla da guadagnarci dalla santificazione di Berlusconi. Napolitano lancerà un ennesimo monito ad abbassare i toni, evitare le polemiche e assecondare la volontà del “martire”.
  • Un episodio del genere si presta bene alle strumentalizzazioni politiche della destra che chiederà un giro di vite contro i movimenti di protesta e darà mano libera alla polizia nella repressione, magari seguendo lo stile del massacro del G8 di Genova.
  • La mafia non c’entra nulla, questo non mi pare un episodio della trattativa mafia-stato per l’abolizione del carcere duro. La mafia avrebbe usato un’altra simbologia e la sua mano sarebbe stata immediatamente riconoscibile.

Dietro a questo fatto c’è forse stata la solita manina di qualche ramo dei servizi segreti al soldo di una loggia massonica pilotata dalla CIA? Non lo sappiamo, ma se così fosse si tratterebbe di un nuovo giro di strategia della tensione, P2, CIA. Parlo di CIA perché Berlusconi è inviso anche a USA e Gran Bretagna per la sua politica filo-russa: USA e Gran Bretagna sarebbero liete di una sua sostituzione con qualcuno più docile alle richieste della destra economica USA, controllabile e meno odiato dalla popolazione (per esempio Fini,Casini, Draghi o Montezemolo).

Stiamo a vedere. Occhi aperti e un fermo no alla violenza. Berlusconi lo cacciamo democraticamente.

Saladino connection

Il big della Compagnia delle Opere accusato da De Magistris chiede il rito abbreviato. A giudicarlo sarà una gip sposata con un imprenditore a lui vicino.

… il 15 gennaio partirà in Calabria il processo “Why not” per coloro che hanno chiesto il rito abbreviato…

Leggi tutto: Saladino connection.

ComeDonChisciotte – BIG PHARMA – LA SUINA E I MASSONI

Fonte: ComeDonChisciotte – BIG PHARMA – LA SUINA E I MASSONI.

di ANDREA SUCCI
lavocedellevoci.it

La leggenda della “suina” parte da una storiella messicana. Il virus sarebbe partito dal Messico: il paziente zero era un bambino di 5 anni, Edgar Hernandez, originario di La Gloria (Veracruz). L’assunto, inizialmente smentito, viene confermato dal Governatore di quella citta’, Fidel Herrera, solo il 26 aprile 2009, diverse settimane dopo la morte del primo niño e le segnalazioni di 400 persone contagiate, tutte a La Gloria.
Perche’ proprio in quel luogo apparentemente fuori dal mondo?

I media messicani e la popolazione locale non hanno dubbi: la colpa sarebbe da attribuire agli scempi ambientali perpetrati dalla multinazionale americana Smithfield Company, la maggior produttrice statunitense di carne suina, presente in Messico con la controllata Granjas Carrol, che dispone di circa quaranta stabilimenti produttivi, tutti compresi nella Valle del Perote, zona a confine tra lo stato di Veracruz e quello di Puebla, dove si trova appunto La Gloria. Secondo fonti non governative, e secondo gli attivisti messicani che da quattordici anni si battono per proteggere se stessi e la loro terra, la causa dell’influenza A sarebbe da ricercare nell’inquinamento acquifero prodotto dagli scarichi industriali di Granjas e in quello atmosferico dovuto alle carcasse di maiali abbandonate en plein air.

In pista scende subito Big Pharma e i vaccini sono tre: il Celvapan, prodotto dall’americana Baxter; il Pandemrix della britannica GlaxoSmithKline; il Focetria, della svizzera Novartis. Il via libera arriva dall’Agenzia Europea del Farmaco, l’Emea, tramite una sottocommissione, la Chmp, che si occupa dei prodotti medicinali per uso umano. Organismi non del tutto imparziale. Ralph Edwards, responsabile dell’Uppsala Monitoring Centre svedese ed esperto di farmacologia, afferma che «le Agenzie regolatorie hanno molti piu’ rapporti con le aziende farmaceutiche che con i cittadini». «Questo e’ un grosso problema anche dell’Emea», conferma Mauro Venegoni, componente dell’organismo consultivo di farmacovigilanza del Chmp e direttore dell’ufficio farmacovigilanza dell’Aifa, la corrispondente italiana dell’Emea.
Puo’ risultare allora interessante puntare l’attenzione su alcuni illustri connazionali che operano tra l’Emea e il Chmp e sulle strutture in cui svolgono nel nostro paese la loro attivita’.

INSUBRIA DOCET

Partiamo dall’Universita’ dell’Insubria, con sedi fra Como e Varese, bersaglio, recentemente, di vibrate proteste da parte degli animalisti. Dice Francesco Caci, responsabile della Lega Antivivisezione di Busto Arsizio: «Quello che noi disapproviamo e’ l’utilizzo degli animali per studi su cannabinoidi, oppioidi, tumori e malattie neurogenerative. Abbiamo contestato gli esperimenti dal punto di vista sia etico che scientifico, perche’ sono finalizzati solo ad aumentare il numero di pubblicazioni dei ricercatori. Tra l’altro, i locali messi a disposizione dall’amministrazione di Busto sono edifici che hanno avuto bisogno di una ristrutturazione costata 15 milioni di euro, per meta’ finanziati dal comune e per meta’ con fondi europei; in realta’ dovevano essere destinati ad opere di industrializzazione».
Il direttore dell’ufficio legale dell’Emea insegna in questa universita’. E’ Vincenzo Salvatore, giurista varesino, ordinario di Diritto Internazionale all’Universita’ dell’Insubria. Rettore dell’Insubria e’ Renzo Dionigi, gia’ componente del Consiglio Superiore di Sanita’ nominato dall’ex ministro Girolamo Sirchia per il triennio 2003-2005. Consulente di Roberto Formigoni per i rapporti Sanita’-Universita’ e responsabile della Chirurgia generale 1 dell’ospedale Circolo di Varese, Renzo Dionigi e’ un massone, presente nella famosa lista Cordova del 1992.
Capofila della lobby pubblico-privata che sponsorizzo’ la nascita dell’Insubria e’ l’avvocato Ferruccio Zuccaro, proboviro dell’Ateneo varesino, ex balilla, ex vice presidente della Provincia, componente del Lions Club Varese Host e massone presente negli elenchi del ‘92. Forse e’ un caso, ma lo studio dell’avvocato Zuccaro e’ a Varese, in via Speroni 14, proprio nello stesso stabile in cui anche l’avvocato Vincenzo Salvatore svolge la sua attivita’.

L’Insubria e’ legata ad alcune tra le piu’ importanti multinazionali del farmaco come la GlaxoSmithKline, produttrice del vaccino Pandemrix, con cui ha una “Convenzione quadro per attivita’ di collaborazione didattico-scientifica” (vedi la delibera del Senato Accademico datata 22 aprile 2008); o come la Novartis, da cui si fa sponsorizzare per permettere ai docenti delle sezioni del Dipartimento di Scienze chirurgiche di partecipare allo studio internazionale Sustain come centro di arruolamento e trattamento (durata 2006-2008). La Novartis non solo produce il vaccino Focetria, ma e’ anche cliente della Huntingdon Life Sciences (HLS), la piu’ grande societa’ europea che esegue sperimentazioni animali. Per chiudere il cerchio, anche Glaxo e’ cliente della HLS: quindi sia Novartis che Glaxo fanno affari con l’Insubria e con HLS.

UN PONTE PER CARLO MAGNO

Altro personaggio interessante e’ Giuseppe Nistico’, membro del Chmp dal 2004 e anche lui scelto direttamente dal ministro dell’epoca, quel Girolamo Sirchia condannato nel 2008 in primo grado a tre anni di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici per tangenti. Nistico’ e’ un forzista, ex presidente della Commissione Ricerca UE ed ex presidente della Regione Calabria, noto soprattutto perche’ voleva intitolare il Ponte sullo Stretto a Carlo Magno. E’ massone anche lui, nella lista Cordova del ’92. In caso di assenza alle sedute del Chmp, Nistico’ veniva sostituito da un membro supplente, Pasqualino Rossi, capo dell’unita’ operativa di farmacovigilanza dell’Aifa, che il 23 maggio 2008 viene arrestato con l’accusa di attentato alla salute pubblica. Numero due all’Aifa, secondo il Procuratore di Torino Raffaele Guariniello Rossi avrebbe ricevuto compensi per chiudere un occhio sull’Aulin, l’anti-infiammatorio che puo’ avere effetti collaterali sul fegato. Interrogato dagli inquirenti, Rossi ha confermato di aver ricevuto dei regali ma «pensavo fossero delle banalita’, non ho mai fatto cose contrarie ai doveri d’ufficio. Non mi sono mai ritenuto un corrotto».

Fino al 2004 Giuseppe Nistico’ faceva parte anche dell’European Parliament Osteoporosis Interest Group, una sorta di lobby che opera per il “call to action”: promuovere misure nazionali che rendano i pazienti piu’ consapevoli dei problemi derivanti dall’osteoporosi, aiutare i medici a riconoscerne i sintomi e spingere il sistema sanitario a pagare per trattamenti appropriati. Tra le compagnie che si occupano di finanziare le attivita’ dell’International Osteoporosis Foundation, di cui l’Interest Group fa parte, spuntano ancora una volta Novartis, Glaxo (tramite la Amgen, con cui Glaxo ha una partnership europea) e Baxter (che ha accordi commerciali con Nycomed e Teva Pharmaceutical). Va detto che Nistico’ ha lasciato il gruppo nel momento in cui e’ divenuto membro Chmp.

NEL SEGNO DI VANGUARD

Esiste un gruppo di potere che lega la Smithfield Foods – la compagnia americana dalla quale siamo partiti, e che avrebbe provocato l’influenza suina – alle tre multinazionali del farmaco produttrici del vaccino, Novartis, GlaxoSmithKline e Baxter. Tutto e’ racchiuso in una parolina magica: Vanguard, la avanguardia finanziaria mondiale. The Vanguard Group e’ una compagnia americana di investimenti che gestisce un patrimonio approssimativo di 1 trilione di dollari.
Il Vanguard possiede azioni della Smithfield (tramite, ad esempio, il Vanguard Group Inc), azioni della Glaxo (Vanguard Primecap Fund, Vanguard Health Care Fund ed altri), azioni della Novartis (Vanguard Primecap Fund, Vanguard Capital Opportunity Fund, etc.) e azioni della Baxter (Vanguard Group, Inc., Vanguard 500 Index Fund, e cosi’ via).
Ma chi detiene le azioni del Vanguard Group? Sono colossi come ExxonMobil Corporation, Microsoft Corporation, General Electric Company, J.P. Morgan Chase e Co., Procter e Gamble Company, Apple, Inc., Coca-Cola Company, Google, Inc., Hewlett-Packard Company, Philip Morris International Inc, Goldman Sachs Group, Inc., PepsiCo… Insomma, le multinazionali piu’ potenti, che possono permettersi il lusso di lanciare, allo stesso tempo, il malanno e la cura, la pandemia e il vaccino.

Andrea Succi
Fonte: www.lavocedellevoci.it
Link: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=248
12.12.2009

Gli affari “utili” tra Dell’Utri e amici dei Graviano

Fonte: Gli affari “utili” tra Dell’Utri e amici dei Graviano.

Scritto da Peter Gomez e Marco Lillo

Una concessionaria di pubblicità, il veicolo di contatto con il senatore

Non ci sono solo le parole di Spatuzza a legare i mondi lontani del gruppo Berlusconi e del clan Graviano.
C’è un filo che corre tra Segrate e Brancaccio e lega la società Pagine Utili, controllata dalla Fininvest, e un uomo considerato dagli investigatori un riciclatore delle cosche (ma uscito dal processo grazie alla prescrizione). Il Fatto Quotidiano ha scoperto negli archivi delle camere di commercio di Palermo un documento importante.
E’ il fascicolo camerale della New Trade System, una società che a metà dagli anni novanta era stata un partner privilegiato per la raccolta pubblicitaria della società “Pagine utili”, guidata proprio da Marcello Dell’Utri e che aspirava a diventare mandatario esclusivo per il sud Italia di Telepiù, la pay tv allora ancora controllata occultamente da Silvio Berlusconi.

Il documento va letto con attenzione perché il padrone della società era Fulvio Lima, un commercialista parente dell’onorevole Salvo Lima, poi processato nel 1999 per avere riciclato tre miliardi di lire dei fratelli Graviano.
A rendere ancora più impressionante la scoperta è che in tempi non sospetti un’informativa della Direzione Investigativa Antimafia indicava Fulvio Lima (mai indagato per questo) come il canale attraverso il quale fluivano i capitali dei Graviano a Dell’Utri. Il documento risale al novembre del 1996 ma è stato depositato al processo dell’Utri venti giorni fa.

Due funzionari che indagano sulle bombe di mafia del 1993 scrivono di avere ricevuto una serie di informazioni da un indagato. Il confidente, terrorizzato, si era rifiutato di verbalizzare ma i funzionari, avevano messo nero su bianco le sue quattro rivelazioni:

1) aveva ascoltato due telefonate tra Filippo Graviano e Dell’Utri nelle quali si parlava di affari “consistenti” in Lombardia e Sardegna;

2) i fratelli Graviano gli avevano detto che “tramite Fulvio Lima trasferivano ingenti capitali a Dell’Utri”;

3) i fratelli trascorrevano la latitanza a Milano proprio per seguire i loro affari, nei quali era coinvolto anche il finanziere Rapisarda;

4) aveva accompagnato i Graviano al ristorante “L’assassino” di Milano per incontrare Dell’Utri.


Il Fatto Quotidiano
ha cercato di verificare le dichiarazioni del confidente scoprendo l’esistenza di una società che rafforza una di quelle lontane rivelazioni anonime.

La società nasce nel 1986 con il nome di Nuova Sudgessi e si occupa di “estrazione e commercializzazione di solfato di calcio e dei pannelli di gesso per l’edilizia”.

Il 12 aprile 1995 viene rilevata da Fulvio Lima (66 per cento delle quote) e da Giovanna Barresi (34 per cento) e cambia il nome (New Trade System) e amministratore unico: Nerio Tassinari.

Oggi a “Il Fatto Quotidiano” Tassinari spiega: “ci occupavamo di cambi merci per la Promoservice del gruppo Publitalia (la concessionaria di Mediaset che raccoglie gli spot per le reti del Cavaliere ndr) ma”, aggiunge Tassinari, “non ricordo il ruolo di Lima. L’ho visto solo una volta”.

Nell’oggetto sociale, dopo l’ingresso di Lima e amici, compare: “la rappresentanza nel campo della pubblicità su pagine utili affari e su pagine utili famiglia”. Il primo luglio del 1996 la New Trade System di Palermo apre un ufficio a Verona. Nella nota integrativa del bilancio si spiega: “la società ha stipulato un mandato di agenzia con la società Pagine Italia per la ricerca pubblicitaria sugli annuari Pagine Utili. Lo sviluppo dell’attività ha comportato la realizzazione di un ufficio in Verona, essendo la zona del Veneto e del Trentino quella di esclusiva competenza della società”.

La società era stata premiata anche “quale migliore agente promotore dell’anno”. Non solo. Prosegue la relazione “è continuata nell’esercizio la collaborazione con ‘Telepiù pubblicità’”. Anche se era sfumato il grande affare: “non sono prevedibili particolari sviluppi riguardo alla stipula del contratti di agenzia in esclusiva per l’Italia meridionale per Telepiù”. Di lì a poco il controllo della pay-tv passerà dal Cavaliere a Vivendi. Mentre Pagine Utili sarà travolta dalle perdite e – per non appesantire la Mondadori, quotata in borsa – sarà assorbita dalla Fininvest, e poi ceduta nel 2002 alla Telecom.

Intanto Lima finisce nei guai per alcune vecchie operazioni del 1986-87 a Palermo. Nel 1999 lo rinviano a giudizio con l’accusa di avere riciclato 3,5 miliardi con un funzionario della Sicilcassa, Salvatore Cuccia. Cuccia chiede il patteggiamento. Lima ricusa i giudici e, dopo vari rinvii il 13 gennaio del 2003 spunta la prescrizione grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche.

di Peter Gomez e Marco Lillo (il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2009)

E’ Mafiagate (inchiesta integrale) | Pietro Orsatti

Fonte: E’ Mafiagate (inchiesta integrale) | Pietro Orsatti.

Tutta la difesa di Marcello Dell’Utri, e di conseguenza di Silvio Berlusconi, dalle accuse di Spatuzza è nel negare la credibilità del teste. Ma a raccontare di rapporti con Cosa nostra sono tanti, e da decenni
di Pietro Orsatti su
left/Avvenimenti

Se Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi (il non imputato ma comunque convitato di pietra) si trovassero di colpo a essere al centro delle dichiarazioni di un solo pentito, Gaspare Spatuzza, e tirati dentro un presunto intreccio di interessi innominabili con Cosa nostra, si potrebbe sospettare che ci troviamo davanti a un possibile complotto. Ma non è così, non è solo Spatuzza che parla, anzi, a parlare sono in parecchi e da parecchio tempo. Perché emerge dalle carte di quel processo in primo grado a Marcello Dell’Utri, con tanto di condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un rapporto consolidato, continuo, fin dai primi anni Settanta, cioè da quando Silvio Berlusconi, affiancato dai suoi più fidi collaboratori Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri, è solo un costruttore milanese che non si sogna ancora di buttarsi nel grande mondo delle televisioni e dell’editoria, e ancor meno della politica. Silvio è un giovane imprenditore di successo, in una Milano dove era approdata Cosa nostra, dove gli imprenditori erano diventati “vacche da mungere”, dove i rapimenti e le estorsioni erano cose di tutti i giorni, anche grazie alla consolidata presenza di Luciano Liggio e di gruppi di catanesi e messinesi. Dobbiamo, quindi, andare indietro nel tempo di almeno 35 anni per ricostruire una vicenda che da lì, dalla paura dei rapimenti, ci porterà all’oggi, alle accuse di Spatuzza e ai sospetti (già emersi negli anni Novanta sia a Firenze che a Caltanissetta) di un coinvolgimento di Berlusconi in una presunta trattativa. Con le stragi del 1992-93 a fare da “facilitatori” di un possibile accordo fra mafia e pezzi della politica e dello Stato. Si tratterebbe, perciò, di andare a vedere quale sarebbe stato, secondo le ricostruzioni fornite da numerosi pentiti e uomini d’onore, il primo incontro diretto fra uomini di Cosa nostra e l’allora costruttore lombardo Silvio Berlusconi.

Comincia a raccontare Gaspare Mutolo, amico di Liggio e Riina e boss dei quartieri Partanna e Mondello di Palermo, del clima che avrebbe portato Marcello Dell’Utri per conto di Silvio Berlusconi a contattare qualcuno in Sicilia, qualcuno che lo proteggesse dai rapimenti che in quel periodo (siamo negli anni Settanta) erano un fatto quasi quotidiano a Milano. L’obiettivo era diventato «l’uomo che aveva fatto la Milano 2», racconta Mutolo e spiega che «eravamo pronti diciamo… già c’era un gruppo di persone pronte per sequestrarlo. Non è che sono state parole così… eravamo là a Milano perché eravamo pronti da un momento all’altro che davano il via per sequestrare questa persona, che dopo io ho capito che era Berlusconi perché molto spesso la sera andava negli uffici che ci sono nella Milano 2 e questi battuti li aveva presi un certo Antonino Grado, un «uomo d’onore» della famiglia di Stefano Bontade, una persona che abitava là a Milano. Tutta assieme non se ne fece più niente, ma addirittura siamo rientrati tutti e mi ricordo che io non ho partito più per alcuni sequestri e dopo ho saputo così, insomma, che quell’impresario che aveva fatto la Milano 2 era Silvio Berlusconi, che era entrato in contatto con alcuni personaggi importanti in cui i mafiosi avevano il compito che investivano e questo Berlusconi era tranquillo, pacifico che non veniva più né minacciato e né… cioè che non correva più la minaccia che potesse essere sequestrato o lui o qualcuno dei suoi familiari».

E l’incontro, a quanto spiega un altro pentito, Antonino Galliano, la cui testimonianza è inserita anche lei nelle motivazioni della sentenza Dell’Utri, è diretto fra Silvio Berlusconi e Stefano Bontade che all’epoca era a capo della Commissione di Cosa nostra, ovvero a capo della mafia siciliana. «Quindi con Stefano Bontade fissano l’appuntamento a Milano e si… si recano a Milano il Tanino Cinà con Stefano Bontade e con Mimmo Teresi. A questo appuntamento vanno a trovare il Dell’Utri e il Berlusconi e mi dicono che c’erano anche altre persone; lo Stefano Bontade aveva ascoltato, diciamo, il problema e li rassicurò che non sarebbe successo più nulla e che per maggiore sicurezza avrebbe mandato un suo uomo nella…diciamo, per guardare le spalle alla famiglia Berlusconi, cioè nella villa di Arcore e gli manda, dicevano, il Vittorio Mangano, che era un esperto, diciamo, molto pratico di animali. Fece anche una precisazione il Tanino Cinà, disse che il signor Berlusconi rimase, diciamo, affascinato dalla figura di Stefano Bontade, che non si immaginava di avere a che fare con una persona così intelligente e così, diciamo, affascinevole, diciamo. Cioè… s’immaginava di avere a che fare con un uomo rozzo, cioè un mafioso tipico che… che si leggeva nei libri o si vedevano nei film a quei tempi. Quindi, quando poi, il Mangano prende servizio alla villa di Arcore, dopo poco tempo, per, diciamo, accattivarsi maggiormente la fiducia del Dottor Berlusconi, organizza un finto se, diciamo… un finto furto di quadri all’interno della villa e lui fa finta di adoperarsi per il recupero di questo maltolto». Così racconta Galliano, uomo d’onore del clan della Noce, in relazione a un incontro avvenuto nel 1975 nella sede della Edilnord, la società di Silvio Berlusconi costituita per edificare Milano 2. E poi prosegue: «Il Berlusconi, diciamo… dice allo Stefano Bontade che vuole fare un regalo… un regalo, diciamo, alla… diciamo a loro. E per questo, diciamo, incarica lo Stefano Bontade il Tanino Cinà. Il Tanino Cinà si reca, sin da quel momento, ogni… due volte l’anno per ritirare dei soldi nello studio di Marcello Dell’Utri. A quei tempi questi erano venticinque milioni a volta e quindi cinquanta milioni l’anno. Questi soldi poi lui, diciamo, lo Stefano… il Tanino Cinà li faceva avere allo Stefano Bontade; però questi soldi, quando succede la guerra di mafia e quindi lo Stefano Bontade viene ucciso, questi soldi il Tanino Cinà li consegna a Pippo Di Napoli, che a sua volta li faceva avere ad un uomo d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù, che è anche nipote di Tanino Cinà, Pippo Contorno».

Poi è la volta di Salvatore Cuccuzza, membro del mandamento di Porta Nuova retto proprio da Mangano “lo stalliere”, che spiega che «Mangano Vittorio aveva rapporti molto intimi con Stefano Bontade e con Rosario Riccobono che in quel periodo diciamo che erano molto in auge interno a “cosa nostra”, però il suo diretto capo era Pippo Calò. Avevano un rapporto buono, ma diciamo che Mangano essendo un tipo un po’ egocentrico preferiva l’amicizia anche di queste persone che andavano alla grande in quel periodo, quindi erano molto intimi con Bontade, con Inzerillo, con Riccobono». Amico quindi di quello che era, all’epoca, il Gotha di Cosa nostra prima della mattanza avviata da Totò Riina.
E poteva mancare il pentito Antonino Giuffrè, uno degli accusatori principali di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi? Certo che no. Anche lui ricorda perfettamente la circostanza che portò Dell’Utri a organizzare l’incontro fra Berlusconi e Bontade. « Sì, signor Presidente, vado un pochino a stento, perché sono discorsi molto vecchi e se ricordo bene, addirittura di questi discorsi ne ha parlato Michele Greco, cioè come le dicevo siamo nella metà degli anni Settanta e a Milano e nei dintorni vengono fatti molti sequestri da parte della mafia siciliana ed uno degli obiettivi cioè… ed appositamente il signor Berlusconi», racconta Giuffrè.

Quindi, Berlusconi era preoccupato di un possibile rapimento suo o di un suo familiare. Marcello Dell’Utri perciò si fa tramite, grazie a Gaetano Cinà, di un incontro con Stefano Bontade, incontro che sarebbe avvenuto nella sede della Edilnord. Qui si trova un accordo e Cosa nostra offre protezione, addirittura si parla di affari, di possibili costruzioni in Sicilia. A fare da “garante” della protezione di Silvio Berlusconi sarebbe stato individuato Vittorio Mangano. Questo il primo “approccio”. Poi la questione si fa ancora più complessa. Mangano è amico dei Graviano, in particolare c’è un patto fra il mandamento di Porta Nuova retto dallo “stalliere” e quello di Brancaccio retto dai Fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Spatuzza oggi racconta che addirittura i Graviano gli ordinarono di andare a dare “una controllata” al territorio di Mangano mentre questi era in carcere. Insomma i Graviano erano legati a Mangano, erano latitanti a Milano e non solo, si erano dimostrati interessati precedentemente anche a un altro affare che interessava Berlusconi, quello di Euromercato/Standa a Palermo. Si legge nella sentenza in primo grado a Dell’Utri che anche i Graviano intervenissero nell’affare. Quindi è improbabile che Dell’Utri non fosse a conoscenza di questa circostanza, come concludono i giudici.

C’è un passaggio, oggi, nel confronto fra Gaspare Spatuzza e il “ragioniere” Filippo Graviano avvenuto il 20 agosto scorso, un passaggio che forse anticipa se non un pentimento almeno una dissociazione da parte del più giovane dei due fratelli. Spatuzza si rivolge al suo ex capo: «Nessuno mi può dire (incompr.) perché non mi sto (incompr.) e non mi sto inventando niente». E Graviano gli risponde: «Assolutamente, vedi che io, dal primo momento, l’ho detto ai magistrati, oggi te l’ho detto davanti. Io non ho nulla contro le tue scelte». E Spatuzza insiste: «Nessuno mi può dire infame perché non sto infamando nessuno». E ancora Graviano: «Ma assolutamente». E visto che uno dei possibili “infamati” è proprio Filippo, è facile trarre delle conclusioni.

ComeDonChisciotte – LA POVERTÀ, LA GIUSTIZIA DEL COMMERCIO GLOBALE E LE RADICI DEL TERRORISMO

ComeDonChisciotte – LA POVERTÀ, LA GIUSTIZIA DEL COMMERCIO GLOBALE E LE RADICI DEL TERRORISMO.

DI JOHN PERKINS
YES! Magazine

Il brano che segue è tratto da “Hoodwinked: un economista di successo rivela perché i mercati finanziari mondiali sono implosi, e cosa dobbiamo fare per ricostruirli”. Random House, 2009.

“Domenica, i cecchini dei Navy Seal hanno tratto in salvo un capitano illeso di una nave cargo americana e hanno ucciso tre pirati somali in un’ardita operazione nell’Oceano Indiano, mettendo fine a una situazione di stallo che durava da cinque giorni tra le forze navali degli Stati Uniti e una piccola banda di briganti in giubbotti di salvataggio arancione al largo del Corno d’Africa”.

Il New York Times ha pubblicato questo articolo nell’aprile del 2009. Le stesse parole “pirati”, “operazione ardita”, “stallo” e “briganti” erano tipiche dei media americani; hanno fatto sembrare come se gli odiati cowboy bianchi avessero cavalcato in soccorso di una città assediata da Billy the Kid e la sua banda. Avendo vissuto in quella parte del mondo come sicario dell’economia, sapevo che c’era un altro lato di ciò che era accaduto. Mi chiedevo perché nessuno si domandava nulla in merito alle cause della pirateria.

Ho ricordato le mie visite al popolo Bugi, quando sono stato inviato nell’isola indonesiana di Sulawesi nei primi anni ’70. I Bugi erano stati pirati infami sin dai tempi delle Società delle Indie Orientali nel 1600 e 1700. La loro ferocia aveva ispirato i marinai europei ritornati per disciplinare i loro figli disobbedienti con le minacce “l’uomo bugi ti si piglia”. Nel 1970, abbiamo temuto che avrebbero attaccato le nostre petroliere mentre passavano attraverso il vitale Stretto di Malacca.

Un pomeriggio, mi sedetti con uno dei loro anziani sulla riva sulawese. Guardavamo la sua gente costruire un galeone a vela, chiamato aprahu, proprio come aveva fatto per secoli. Come una gigantesca balena arenata, era alto e asciutto, sostenuto verticalmente da una fila di pali nodosi che sembravano radici che spuntavano dallo scafo. Dozzine di uomini si attivavano intorno ad esso, lavorando d’ asce, d’accette e trapani a mano. Gli ho espresso le preoccupazioni del mio governo, facendo capire che ci sarebbero state ritorsioni se le vie del petrolio venivano minacciate.


[Il recente libro di J. Perkins, a sinistra, e, a destra, il suo maggiore successo, tradotto in Italia col titolo “Confessioni di un sicario dell'economia”]

Il vecchio mi guardò. “Non eravamo pirati ai vecchi tempi”, disse, i suoi folti capelli bianchi andavano su e giù sdegnosamente. “Abbiamo solo combattuto per difendere la nostra terra contro gli europei che sono venuti a rubare le nostro spezie. Se oggi attacchiamo le vostre navi, è perché ci portano via il commercio; le vostre ‘navi puzzolenti’ inquinano le nostre acque col petrolio, distruggendo i nostri pesci e facendo morire di fame i nostri bambini”. Poi si strinse nelle spalle. “Ora, siamo in perdita”. Il suo sorriso era disarmante. “Come può una manciata di persone a bordo di navi a vela in legno combattere i sottomarini americani, gli aerei, le bombe e i missili?”

Pochi giorni dopo il salvataggio, il Times ha pubblicato un editoriale dal titolo “Lotta alla pirateria in Somalia”, che concludeva:

Ancora lasciata a se stessa, la Somalia può solo diventare più nociva, diffondendo la violenza ai propri vicini dell’Africa orientale, generando più estremismo e rendendo la navigazione nel Golfo di Aden sempre più pericolosa e costosa. Vari sono gli approcci in discussione, come cercare attraverso i potenti clan della Somalia di ricostituire prima le istituzioni locali e poi quelle regionali e nazionali. Queste soluzioni devono essere urgentemente considerate.

Da nessuna parte il Times – o uno qualsiasi degli altri media che ho letto, sentito o visto – ha fatto il tentativo di analizzare le radici del problema in Somalia. I dibattiti sull’opportunità di armare gli equipaggi delle navi e inviare più navi da guerra nella regione, abbondano. C’è stato quel vago riferimento alla ricostituzione di istituzioni regionali e nazionali, ma che cosa esattamente l’autore intende dire? Istituzioni che sarebbero davvero di aiuto, come ospedali pubblici, scuole e mense per i poveri? O milizie locali, prigioni e forze di polizia stile Gestapo?

I pirati erano pescatori la cui sussistenza era stata distrutta. Erano padri i cui figli avevano fame. Far cessare la pirateria significherebbe aiutarli a vivere in modo sostenibile, dando dignità alle loro vite. Potrebbero i giornalisti non capire questo? Qualcuno di loro ha visitato la baraccopoli di Mogadiscio?

Infine, l’edizione del mattino dell’NPR del 6 maggio ha trasmesso un rapporto di Gwen Thompkins; ella ha intervistato un pirata che andava sotto il nome Abshir Abdullahi Abdi. “Abbiamo capito che quello che stiamo facendo è sbagliato”, ha spiegato Abdi. “Ma la fame è più importante di qualsiasi altra cosa”.

Thompkins ha commentato: “I villaggi dei pescatori della zona sono stati devastati da pescherecci da traino clandestini e dallo scarico di rifiuti da parte delle nazioni industrializzate. Le barriere coralline, secondo quanto si dice, sono morte. Aragosta e tonno sono scomparsi. La malnutrizione è alta”.

Si potrebbe pensare che avessimo imparato dal Vietnam, l’Iraq, l’incidente del “Black Hawk Down” in Somalia nel 1993 e da altre incursioni simili, che le risposte militari raramente scoraggiano le insurrezioni. In realtà, spesso fanno il contrario; l’intervento straniero potrebbe far infuriare le popolazioni locali, motivarle a sostenere i ribelli e il risultato è un’escalation di attività di resistenza. Questo fu quello che successe durante la Rivoluzione Americana, le guerre in America Latina per l’indipendenza dalla Spagna, e nell’Africa coloniale, in Indocina, nell’Afghanistan occupato dai sovietici e in tanti altri luoghi.

Incolpare i pirati e altre persone disperate per i nostri problemi è una distrazione che non possiamo permetterci se vogliamo davvero trovare una soluzione alla crisi che dobbiamo affrontare. Questi incidenti sono i sintomi del fallimento del nostro modello economico. Essi sono, per la nostra società, l’equivalente di un attacco di cuore per una persona. Mandiamo i Navy Seals a salvare gli ostaggi come consentiremmo ai medici di eseguire un by-pass coronarico. Ma è indispensabile riconoscere che entrambe sono reazioni a un problema di fondo. In primo luogo, il paziente ha bisogno di capire le ragioni per cui il suo cuore si è guastato, come il fumo, la dieta e la mancanza di esercizio fisico. Lo stesso vale per la pirateria e tutte le forme di terrorismo.

Il futuro dei nostri figli è intrecciato con il futuro dei bambini nati nei villaggi di pescatori della Somalia, le montagne della Birmania (Myanmar) e le giungle della Colombia. Quando dimentichiamo questo, quando consideriamo quei bambini distanti, come un qualcosa di scollegato dalle nostre vite, o solo come i discendenti di pirati, di guerriglieri o corrieri della droga, puntiamo la pistola alla nostra stessa progenie, come pure a padri disperati e a madri in terre che sembrano così lontane, ma in realtà sono i nostri vicini della porta accanto.

Ogni volta che leggo sulle azioni adottate per proteggerci dai cosiddetti terroristi, devo stupirmi della ristrettezza di vedute della nostra strategia. Anche se ho incontrato gente simile in Bolivia, Ecuador, Egitto, Guatemala, Indonesia, Iran e Nicaragua, non ne ho mai incontrato uno che volesse davvero imbracciare un fucile. So che ci sono uomini e donne impazzite che uccidono perché non riescono a controllarsi, serial killer e assassini di massa. Sono certo che i membri di Al Qaeda, dei talebani e altri gruppi del genere sono guidati dal fanatismo, ma tali estremisti sono in grado di reclutare un numero considerevole di seguaci solo da gruppi di persone che si sentono oppressi o indigenti. I “terroristi” che ho trovato nelle grotte andine e nei villaggi del deserto sono persone le cui famiglie furono scacciate dalle società petrolifere, dalle dighe idroelettriche o dagli accordi del “libero commercio”, i cui figli muoiono di fame, e che non vogliono niente di più che tornare alle loro famiglie con cibo, sementi e accesso a terre che possano coltivare.

In Messico, molti dei guerriglieri e narcotrafficanti una volta possedevano fattorie in cui coltivavano mais. Hanno perso i loro mezzi di sussistenza quando il North American Free Trade Agreement (NAFTA) ha dato ai produttori statunitensi un vantaggio sleale sui prezzi. Ecco come l’Organic Consumers Organization, un’organizzazione no-profit che rappresenta oltre 850.000 soci, iscritti e volontari, lo descrive:

Da quando il NAFTA è entrato in vigore il 1° gennaio 1994, le esportazioni di mais degli Stati Uniti al Messico sono quasi raddoppiate a circa 6 milioni di tonnellate nel 2002. NAFTA ha eliminato le quote che limitano le importazioni di mais. . . . ma ha continuato a permettere agli Stati Uniti di sussidiare la propria produzione per rimanere competitiva sul mercato del mais messicano, essendo il costo di produzione americano minore di quello messicano . . . Il prezzo pagato agli agricoltori per il mais in Messico è sceso di oltre il 70 per cento. . .

Il passaggio di cui sopra espone il lato oscuro delle politiche del “libero commercio”. I Presidenti degli Stati Uniti e il nostro Congresso hanno applicato norme che vietavano agli altri paesi di imporre le tariffe sui prodotti americani o di sovvenzionare prodotti locali che potrebbero competere con la nostra industria agro-alimentare, mentre a noi permette di mantenere le nostre barriere d’importazione e sovvenzioni, dando così alle aziende americane un vantaggio sleale. Il “libero commercio” è un eufemismo; esso vieta agli altri di usufruire dei vantaggi offerti alle multinazionali. Non disciplina, però, l’inquinamento che sta sciogliendo i ghiacciai, l’accaparramento di terre e lo sfruttamento.

Padre Miguel d’ Escoto Brockmann, un sacerdote nicaraguense che assisteva la guerriglia sandinista ed è ora presidente dell’ Assemblea Generale dell’ONU, ha un apprezzamento diretto per tali eufemismi e il potere delle parole usato per influenzare le percezioni del pubblico. “Il terrorismo non è davvero un ‘ismo’”, mi disse. “Non c’è alcun legame tra i sandinisti che hanno combattuto i Contras e Al Qaeda, o tra la FARC colombiana e i pescatori diventati pirati in Africa e in Asia. Eppure sono tutti chiamati ‘terroristi.’ Questo è solo un modo comodo per il vostro governo di convincere il mondo che c’è un altro nemico ‘ismo’ là fuori, come lo era il comunismo. Esso distoglie l’attenzione dai problemi reali”.

La nostra mentalità ristretta e le politiche che ne conseguono fomentano la violenza, le ribellioni e le guerre. A lungo termine, quasi nessuno trae beneficio dall’attaccare le persone etichettate come “terroristi”. Con una sola eccezione eclatante: la corporatocrazia.

Coloro che possiedono e dirigono le imprese che costruiscono navi, missili e veicoli corazzati; che fanno cannoni, uniformi e giubbotti antiproiettile; che distribuiscono cibo, bevande analcoliche e munizioni; che forniscono assicurazioni, medicinali e carta igienica; che costruiscono porti, piste di atterraggio e alloggi; e ricostruiscono villaggi distrutti, fabbriche, scuole, ospedali – loro e solo loro, sono i grandi vincitori.

Il resto di noi sono ingannati da quell’unica, esagerata parola: terrorismo.

Il collasso economico attuale ha risvegliato in noi l’importanza di regolamentare e prevalere sulle persone che controllano le imprese che ricevono un vantaggio dall’abuso di parole come terrorismo e che commettono altre truffe. Ci rendiamo conto che oggi i colletti bianchi dirigenti non sono una speciale razza incorruttibile. Come il resto di noi, hanno bisogno di regole. Eppure non è sufficiente per noi ristabilire regole che separano le banche di investimento dalle banche commerciali e dalle compagnie di assicurazione, ripristinare le leggi anti-usura e imporre linee guida per garantire che i consumatori non siano gravati da un credito che non possono permettersi. Non possiamo semplicemente tornare a soluzioni che hanno funzionato prima. Solo con l’adozione di nuove strategie che promuovano a livello mondiale la responsabilità ambientale e sociale proteggeremo il futuro.

John Perkins ha adattato questo estratto di “Hoodwinked: un sicario dell’economia rivela perché i mercati finanziari mondiali sono implosi, e cosa dobbiamo fare per ricostruirli” per “YES! Magazine”, un’organizzazione informatica nazionale non-profit che combina idee potenti con azioni concrete. John è anche autore di “Confessioni di un sicario dell’economia”, “Il mondo è come tu lo sogni: Insegnamenti shamanistici del Rio delle Amazzoni e delle Ande”, e “Lo spirito del Shuar.

Titolo originale: “Poverty, Global Trade Justice, and the Roots of Terrorism “

Fonte: http://www.yesmagazine.org
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15.11.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO