Archivi del mese: gennaio 2010

Blog di Beppe Grillo – Il punto di non ritorno

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il punto di non ritorno.

Nel 2008 gli Stati salvarono le banche dal fallimento, quelle stesse banche che avevano causato la crisi. Da allora è iniziato un domino mondiale. Dalla crisi finanziaria durata qualche mese, il tempo necessario per iniettare liquidità nelle banche, si è passati alla crisi economica con effetti a catena. Chiusura delle aziende, licenziamenti di massa, calo dei consumi, crollo del valore del mercato immobiliare, diminuzione del gettito fiscale. Per evitare il collasso gli Stati hanno usato il debito pubblico. Hanno indebitato i cittadini in modo inconsapevole (il debito pubblico nell’immaginario è sempre di qualcun altro), prima per tenere in vita le banche, poi per le spese correnti. L’innalzamento del debito ha avuto come effetto l’aumento degli interessi che gli Stati devono pagare a chi ha comprato le nuove emissioni di titoli. Gli interessi sono un cappio al collo dello sviluppo del Paese. Più interessi dal debito, meno capacità di politica economica. Più cresce il debito, più i tagli allo Stato sociale sono l’unica soluzione possibile.
Se uno Stato, prima della crisi, aveva un alto debito pubblico, ha dovuto indebitarsi oltre il punto di non ritorno. La domanda che tutti si pongono è: “Quando si raggiunge il punto di non ritorno?“. E’ semplice, quando nessuno compra più i titoli di Stato. In mancanza di compratori lo Stato deve dichiarare bancarotta, va in default, non paga gli stipendi ai dipendenti pubblici e le pensioni. Un’altra domanda che ci si deve porre è: “Quali Stati hanno più probabilità di fallire?“. Anche in questo caso la risposta è semplice, quelli che oltre a un grande debito pubblico pre crisi e a un suo forte incremento post crisi hanno diminuito la loro capacità produttiva. Producono di meno (il cosiddetto PIL) e, allo stesso tempo, aumentano il loro debito. Nell’UE gli Stati con queste caratteristiche sono almeno tre: Grecia, Italia e Spagna.
Grecia e Italia sono accomunate dalla stessa strategia, vendere il loro debito agli Stati extra UE, in quanto la UE non riesce a soddisfare l’offerta continua di Temorti e di George Papandreou. Tremorti ha venduto il nostro debito in Cina lo scorso mese, curiosamente, dato che il debito è nostro, non sappiamo il valore della vendita. La Cina con il debito ha comprato una parte della nostra sovranità nazionale, forse Termini Imerese o scivoli privilegiati per il commercio estero. Anche la grande Cina ha però i suoi limiti e, dopo aver digerito Tremorti, non ha acquistato i 25 miliardi di euro di titoli greci proposti la scorsa settimana dalla Goldman Sachs.
A Davos stanno discutendo dell’economia mondiale le stesse persone che hanno provocato la più grande bolla degli ultimi 150 anni. Circola una domanda: “Fallirà prima l’Italia o la Grecia?“. Gli investitori internazionali hanno già dato una risposta tecnica. I titoli di Stato dei Paesi a rischio sono coperti da un’assicurazione sul loro fallimento detta CDS, Credit Default Swap. L’Italia è prima assoluta, con molte lunghezze sul secondo in classifica. La Grecia è solo quinta. Alla catastrofe con ottimismo.

ComeDonChisciotte – DONAZIONI PER PAGARE UN DEBITO ABIETTO?

Fonte: ComeDonChisciotte – DONAZIONI PER PAGARE UN DEBITO ABIETTO?.

DI ERIC TOUSSAINT E SOPHIE PERCHELLET
Rebelion

Una delle più grandi operazioni di soccorso della storia potrebbe essere molto simile a quella fatta dopo lo tsunami del 2004, tranne che il modello di ricostruzione adottato è radicalmente diverso. Haiti è stata parzialmente distrutta in seguito ad un terremoto di magnitudo 7. Tutto il mondo la compiange e i mezzi di comunicazione, offrendo immagini apocalittiche, continuano a riproporci modi e maniere in cui i generosi Stati si prodigheranno. Ci viene detto che bisogna ricostruire Haiti, quel paese vinto dalla miseria e dalla “catastrofe”. Ci ricordano impetuosamente che è uno dei Paesi più poveri del mondo, ma senza spiegarci il motivo di tutto ciò. Ci lasciano credere che questa povertà è un fatto irrimediabile, senza motivo plausibile: “Sono colpiti dalla sfortuna”.

E’ fuor di dubbio che quest’ultima catastrofe naturale ha causato danni umani e materiali tanto enormi quanto inaspettati. Siamo tutti d’accordo nell’ affermare che misure d’aiuto urgenti siano d’obbligo. Tuttavia la povertà e la miseria che contraddistinguono questo Paese non sono dovuti a questo terribile terremoto. Bisogna ricostruire il Paese perché già prima era stato privato dai mezzi necessari per farlo. Haiti non è un paese né libero né sovrano.

Negli ultimi anni la sua politica interna è guidata da un governo costantemente sotto pressione da influssi esterni e manovrata da gruppi di potere locali.
Haiti è stata tradizionalmente denigrata e spesso descritta, nel migliore dei casi, come un paese violento, povero e repressivo. Non ci sono note che ci ricordino la conquista dell’indipendenza avvenuta nel 1804 dopo una crudele lotta contro le truppe napoleoniche. Anziché sottolineare il profilo umanitario e la lotta per i diritti umani, saranno la barbarie e la violenza le caratteristiche attribuite agli haitiani. Eduardo Galeano parla della “maledizione bianca”: “Al confine di stato, dove finisce la Repubblica Dominicana ed inizia Haiti troviamo un grande cartello che avverte: ‘Il varco maledetto. Dall’altra parte troverete l’inferno. Sangue e fame, miseria e pestilenze’”[2]

È essenziale ricordare la lotta di liberazione condotta dal popolo haitiano, perché in rappresaglia a questa doppia rivoluzione, anti-schiavista ed anti-coloniale, il paese ebbe ad affrontare “il salvataggio francese di indipendenza”, corrispondente a 150 milioni di franchi in oro (ovvero il bilancio annuale della Francia all’epoca). Nel 1825, la Francia decise che “gli attuali abitanti della parte francese di Santo Domingo versassero alla cassa federale erariale della Francia, anno dopo anno in cinque rate annue, il primo a scadenza 31 dicembre 1825, la somma di centocinquanta milioni di franchi, come riscatto d’indennizzo agli antichi coloni che chiedevano un risarcimento”[3]. Oggi si parlerebbe di 21.000 milioni di dollari. E cosi che dall’inizio della sua indipendenza Haiti parte con un debito molto alto, debito che sarebbe lo strumento neocoloniale per facilitare l’accesso alle numerose risorse naturali del paese.

Il pagamento del riscatto è stato quindi un elemento fondante dello Stato haitiano. In termini giuridici ciò significa che esso è stato contratto da un regime dispotico e usato contro gli interessi della popolazione. La Francia e poi gli Stati Uniti, la cui area di influenza si consolida ad Haiti dal 1915, sono interamente responsabili. Anche se sarebbe stato possibile affrontare le dolorose responsabilità del passato nel 2004, la Commissione Régis Debray [4], scelse di scartare l’idea di una restituzione della somma, sostenendo che era “priva di fondamento giuridico” e che avrebbe potuto aprire un “vaso di Pandora”. Le richieste del governo di Haiti furono respinte dalla Francia: non c’è posto per le riparazioni. La Francia non ha riconosciuto il suo ruolo nel dono infame che fece al dittatore “baby doc” Duvalier [Jean-Claude Duvalier, figlio di Francois Duvalier,”papa doc”] nel suo esilio, offrendogli l’immunità e lo status di rifugiato politico.


Il regno dei Duvalier iniziò nel 1957 con l’aiuto degli Stati Uniti, e finì nel 1986 quando il figlio “baby doc” fu rovesciato da una rivolta popolare. La violenta dittatura, ampiamente sostenuta dall’Occidente, governò per quasi 30 anni ed è stata caratterizzata da una crescita esponenziale del debito. Tra il 1957 e il 1986, il debito estero aumentò del 17,5%. Al momento della fuga di Duvalier, ammontava a 750 milioni di dollari. Successivamente aumentato, con gli interessi e le sanzioni, arrivò a più di 1.884 milioni di dollari [5]. Questo debito, lungi dal servire per la popolazione, che continuò a impoverirsi, aveva lo scopo di arricchire il regime. Quindi si tratta di un debito abbietto. Recenti ricerche hanno dimostrato che le fortune personali della famiglia Duvalier (ben protette in conti bancari occidentali) ammontavano a circa 900 milioni di dollari, ovvero un importo superiore al debito totale del paese al momento della fuga di “Baby Doc “. Vi è un processo in corso presso la giustizia svizzera per la restituzione allo Stato haitiano dei beni mal amministrati durante la dittatura dei Duvalier. Tali beni sono però, attualmente, congelati dalla banca svizzera UBS, che impone condizioni intollerabili per la restituzione di quei fondi [6]. Jean Baptiste Aristide, in un primo momento eletto con molto entusiasmo dal popolo, fu in un secondo tempo accusato di corruzione e deposto. A costo di diventare un fantoccio degli Stati Uniti è stato riportato al potere solo per essere, infine, catturato ed espulso dalle truppe di coloro a cui doveva il potere. Aristide, purtroppo, non è stato immune all’uso improprio e alla malversazione dei fondi stabilito da Duvalier. Inoltre, secondo la Banca mondiale, tra il 1995 e il 2001, il servizio del debito, cioè gli interessi più l’ammortizzamento del capitale, ha raggiunto la notevole quantità di 321 milioni di dollari.

Tutti gli aiuti finanziari proclamati fino a questo momento a causa del terremoto sono già compromessi per il pagamento del debito estero.

Secondo le ultime stime, oltre l’80% del debito estero di Haiti è di proprietà della Banca Mondiale e della Banca Interamericana di Sviluppo [Inter-American Development Bank (IDB)], ciascuna con il 40%. Sotto il loro controllo, il governo ha applicato i “piani di aggiustamento strutturale” camuffati sotto il nome di “Piani strategici per la riduzione della povertà” (DSRP). In cambio del rilancio dei prestiti, vennero concesse ad Haiti delle riduzioni o annullamenti del debito, insignificanti in sé, ma mirati ad edulcorare l’immagine di “buona volontà” dei creditori. L’inclusione di Haiti nella Iniciativa Paises Pobres Muy Endeudados (PPME) [Paesi Poveri Molto Indebitati] è una tipica manovra di riciclaggio del ripugnante debito, come egualmente è avvenuto nella Repubblica Democratica del Congo[7]. Così facendo si rimpiazza l’ esecrabile debito già esistente con altri nuovi, che si presumono legittimi. CADMT ritiene tali nuovi prestiti sempre parte dei vecchi odiosi debiti, giàcche servono sempre per estinguere a monte; c’è per tanto una continuità del delitto.


Nel 2006, quando il FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi decisero che Haiti dovesse far parte dell’iniziativa PPME, il totale complessivo di debito pubblico estero era di 1.337 milioni di dollari. Nel momento clou dell’iniziativa (giugno 2009), il debito era 1.884 milioni di dollari. Fu deciso l’annullamento del debito per un importo di 1.200 milioni di dollari per far si che questo “fosse sostenibile”. Nel frattempo, piani di adeguamento strutturale distruggevano tutto il paese, in particolare il settore agricolo, i cui effetti portarono alla crisi alimentare del 2008. L’agricoltura contadina haitiana fu succube dello smaltimento dei prodotti agricoli americani. “Le politiche macroeconomiche sostenute da Washington, l’ONU, il FMI e della Banca mondiale non si preoccupano per nulla del bisogno di sviluppo e di protezione del mercato interno. L’unica preoccupazione di queste politiche è la produzione a basso costo per l’esportazione verso il mercato mondiale “[8]. È quindi sconvolgente sentire che il FMI si dice “pronto ad esercitare le proprie funzioni con un adeguato sostegno nei settori di competenza”.[9]

Come espresso nel recente appello internazionale, “Haiti ci chiama alla solidarietà e al rispetto per la sovranità popolare”: “Negli ultimi anni, insieme a molte organizzazioni haitiane, abbiamo denunciato l’occupazione militare da parte delle truppe ONU, l’impatto della dominazione imposta dal debito esterno, il commercio senza regole, il saccheggio della natura e la propagazione di interessi globali. Le condizione di vulnerabilità del paese di fronte ad eventi naturali – causate in gran parte dalla devastazione dell’ambiente, dalla assenza di infrastrutture di base, dalla impossibilità dello Stato ad agire – non sono lontane dalle azioni che storicamente attentano contro la sovranità popolare.”

“È giunto il momento per i governi che fanno parte della MINUSTAH [“United Nations Stabilization Mission in Haiti “ N.d.r.], le Nazioni Unite e in particolare la Francia e gli Stati Uniti, i governi fratelli di Sudamerica, di rivedere le politiche che lavorano contro i bisogni fondamentali della popolazione haitiana. Noi sollecitiamo questi governi e le organizzazioni internazionali a sostituire l’occupazione militare con una vera missione di solidarietà, così come la urgente cancellazione del debito estero che altro non è che una illegittima azione che Haiti sta ancora pagando sulla sua pelle”[10].


Al di là della questione del debito, si teme che gli aiuti facciano la stessa fine che fecero nella triste tragedia dello tsunami del dicembre 2004 in diversi Paesi dell’Asia (Sri Lanka, Indonesia, India e Bangladesh)[11], oppure dopo l’uragano Jeanne nella stessa Haiti nel 2004. Le promesse non sono state soddisfatte e una gran parte dei fondi sono stati utilizzati per arricchire le società straniere o cupole locali. Queste “generose donazioni” provengono soprattutto da parte dei creditori del paese. Piuttosto che fare donazioni, non sarebbe preferibile l’annullamento dei debiti che Haiti ha con loro, immediatamente senza indugi e senza obblighi? Possiamo veramente parlare di aiuti, sapendo che la maggior parte di questo denaro servirà a coprire il debito estero o ad accrescere “progetti di sviluppo nazionale”, in conformità agli interessi dei creditori e di quelle stesse oligarchie locali? È chiaro che, senza queste donazioni sarebbe impossibile esigere il rimborso immediato di un passivo la cui metà, almeno, corrisponde ad un ripugnante debito. Le grandi conferenze internazionali di qualsiasi G8 o G20 ampliato alle IFI [“International financial institutions”, istituzioni finanziarie internazionali N.d.r], non contribuiranno a far progredire lo sviluppo di Haiti, bensì serviranno per ricostruire gli strumenti a loro necessari per ristabilire solidamente il controllo neocoloniale del Paese. Cercheranno di garantire il proseguo del rimborso del debito, sul quale si basa la sottomissione, come è già successo negli ultimi tentativi di ridimensionamento del debito.

Al contrario, è la sovranità nazionale la condizione fondamentale per far sì che Haiti possa ricostruirsi degnamente. La completa ed incondizionata cancellazione del debito haitiano dovrebbe essere il primo passo di una politica più generale. Un modello nuovo di sviluppo alternativo alle politiche delle IFI e agli accordi finanziari (APE firmato nel dicembre 2008, Collaborazione Hope II, ecc.) è necessario ed urgente. I Paesi industrializzati che sistematicamente sfruttarono Haiti, iniziando dalla Francia e dagli Stati Uniti, devono elargire riparazioni attraverso un fondo per il finanziamento della ricostruzione controllato dalle organizzazione popolari haitiane.

Eric Toussaint è il presidente del CADTM Belgio (Comitato per l’ Annullamento del Debito del Terzo Mondo, www.cadtm.org). E’ l’ autore di “Banca del Sur y Nueva Crisis Internacional”, Viejo Topo, Bcn, Gennaio 2008; “La Bolsa o la Vida”, Clacso, Buenos Aires, 2004; coautore con Damien Millet di “60 preguntas/60 respuestas sobre la Deuda, el FMI y el Banco Mundial”, Icaria/Intermon Osfam, Bcn,2010.

Sophie Perchellet è vicepresidentessa del CADTM-Francia.

[2] Eduardo Galeano, “La Maldicion Blanca”, pag. 12, Buenos Aires, 4 aprile 2004.

[3] http://www.haitijustice.com/jsite/images/stories/files/pdfs/Ordonnance_de_X_de_1825.pdf

[4] haiti.pdf http://www.diplomatie.gouv.fr/fr/IMG/pdf/rapport

[5] http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2009/cr09288.pdf (pagina 43)

[6] http://www.cadtm.org/Le-CADTM-exige-que-la-restitution

[7] Si veda la pubblicazione CADTM, audit Pour audit de la dette congolaise, Liegi, 2007, sul sito http://www.cadtm.org/spip.php?page=imprimer&id_article=2599

[8] Cfr. http://www.cadtm.org/Haiti-Le-gouvernement-mene-une

[9] http://www.liberation.fr/monde/0101613508-haiti-l-aide-internationale-se-mobilise-apres-le-seisme

[10] http://www.cadtm.org/Solidaridad-y-respeto-a-la

[11] Cfr. Damien Millet e Eric Toussaint, “Gli Tsunami dei debiti”, Editorial Icaria, Barcelona, 2006


Titolo originale: “¿Donaciones para pagar una deuda odiosa?”

Fonte: http://www.rebelion.org
Link
20.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARISA CRUZCA

Eco-Mafie: le denunce di Gianni Lannes

Fonte: Eco-Mafie: le denunce di Gianni Lannes.

Vi proponiamo gli intervenenti in due conferenze, “L’alba di una nuova Resistenza” a Palermo il 12-12-09 e “Giornalisti a Roma: una notte per raccontare” a Roma il 28-01-10, di Gianni Lannes, giornalista d’inchiesta che ha recentemente subito una serie di attentati e che da poco più di un mese ha, finalmente, ottenuto la protezione della polizia.

“Drammatico nella sua estrema attualità è l’intervento del giornalista Gianni Lannes. Le parole dell’ex cronista de ‘La Stampa’ che per le sue inchieste ha ricevuto minacce di morte ed ha perso il lavoro scuotono l’auditorium. ‘Abbiamo trovato centinaia di navi dei veleni sepolte nei nostri mari – grida Lannes – è un’ecatombe!’. Il giornalista pugliese spiega che a fine gennaio terminerà il lavoro di ricerca svolto insieme a un pool di giornalisti sulle navi affondate cariche di rifiuti radioattivi. Un lavoro dal quale emergeranno le gravissime responsabilità dei governi che hanno permesso quello che lo stesso procuratore di Paola (CZ), Bruno Giordano, ha definito ‘un genocidio’. La gente è attonita. In maniera del tutto spontanea Salvatore Borsellino grida ‘basta!’ e dalla platea la gente si unisce al suo appello a mettere fine a questa vergogna.” (L’alba di una nuova resistenza, Lorenzo Baldo, Antimafia Duemila)

I pezzi mancanti

Fonte: I pezzi mancanti.

TITOLO: I PEZZI MANCANTI

AUTORE: SALVO PALAZZOLO

EDITORE: LATERZA


DOCUMENTI:

Deposizione della vedova Borsellino al processo di Caltanissetta
Deposizione del magistrato Antonio Ingroia

(Fonte: il BLOG www.ipezzimancanti.it curato dal giornalista Salvo Palazzolo)

Una drammatica costante lega i delitti eccellenti commessi dai sicari di Cosa nostra, dagli anni Settanta agli anni Novanta. Alcune prove importanti sono state trafugate, perché non restasse nulla delle verità che stavano per essere scoperte. Prima dell’agenda rossa di Paolo Borsellino altri oggetti sono misteriosamente scomparsi. La sequenza è lunga: dagli appunti di Peppino Impastato alla bobina delle intercettazioni che nel 1980 avrebbe potuto svelare gli affari del “ragioniere” Bernardo Provenzano con un misterioso finanziere legato ai servizi segreti. Dagli appunti del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa all’agenda del commissario Ninni Cassarà, agli atti di una rogatoria che il capo della sezione Investigativa della squadra mobile aveva inviato in Svizzera.


Non si trova più un’altra bobina di intercettazioni che molto avrebbe potuto dire sul ruolo di alcuni insospettabili professionisti palermitani nella morte del consigliere istruttore Rocco Chinnici. Non si trovano alcune videocassette con un scoop che Mauro Rostagno stava per mandare in onda, e poi ancora gli appunti del poliziotto Nino Agostino, i files del giudice Falcone, l’archivio di Totò Riina, gli appunti del maresciallo Antonino Lombardo, morto suicida in caserma.
Salvo Palazzolo
, giornalista di “Repubblica”, ripercorre i misteri di 24 prove trafugate. Il suo ultimo libro – “I pezzi mancanti, viaggio nei misteri della mafia” (Editori Laterza) – è un’inchiesta dentro ciò che ancora non sappiamo della storia (molto attuale) di Cosa nostra. Attorno alle prove trafugate Palazzolo segna anche le tracce di 25 possibili talpe che avrebbero agito in momenti determinanti. Dal 1977 al 1992 i pezzi mancanti sono legati da un’unica trama criminale: quei segreti costituiscono la vera forza dei padrini in carcere e l’eredità per chi verrà dopo di loro. Quei segreti continuano a muovere complicità e ricatti: se non verranno svelati, non potremo dire che la mafia è stata sconfitta.

L’inchiesta di Palazzolo prosegue su Internet sul blog www.ipezzimancanti.it

Riportiamo la pagina del blog curato da Salvo Palazzolo relativa alla sottrazione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino

L’agenda rossa di Paolo Borsellino.

Non si trovano gli ultimi appunti del magistrato

(di Salvo Palazzolo, 17 dicembre 2009)


Cosa può esserci stato di tanto importante in quell’agenda rossa? Per trovare una risposta bisogna ripercorrere i cinquantasette giorni che restano da vivere a Paolo Borsellino dopo la morte di Giovanni Falcone.
Sappiamo che il magistrato ha deciso di riprendere le indagini sulle infiltrazioni di Cosa Nostra nel mondo degli appalti, quelle indagini che per Falcone erano ormai una priorità. Lo sappiamo perché Borsellino va a interrogare un nuovo collaboratore di giustizia, originario della provincia di Caltanissetta. Si chiama Leonardo Messina.
Borsellino sa che Cosa Nostra è mossa dalla necessità di proteggere i suoi patrimoni. In quei giorni il magistrato interroga anche Gaspare Mutolo, un altro uomo d’onore di rango che già a Falcone aveva detto di voler collaborare con la giustizia. Mutolo annuncia un’altra rivoluzione: svelare i rapporti fra uomini dello Stato e la mafia. In cima alla lista c’è Bruno Contrada, il poliziotto che ha segnato un’epoca a Palermo, e poi è passato ai servizi segreti.
“Non si separava mai da quell’agenda”, racconta la vedova, Agnese Piraino Leto, ai giudici del primo processo Borsellino. “Segnava tutto: incontri, impegni di lavoro. Però adesso non si trova più. Quella domenica, a pranzo, la teneva nelle mani ed aveva segnato gli appuntamenti della settimana successiva”.

Antonio Ingroia: “Giustizia e diritti: in Italia c’è un’emergenza democratica”

Fonte: Antonio Ingroia: “Giustizia e diritti: in Italia c’è un’emergenza democratica”.

Viterbo – Lo ha detto il magistrato Antonio Ingroia a “Il Sal8 delle 6″

“L’Italia si trova in una vera e propria emergenza democratica che, con il passare del tempo, anziché attenuarsi continua ad aggravarsi”.
E’ quanto sostenuto ieri sera a Viterbo dal procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia a margine della manifestazione “Il Sal8 delle 6″ organizzato dall’amministrazione provinciale per la presentazione del libro “C’era una volta l’intercettazione”, scritto dallo stesso Ingroia.

“C’è un’emergenza democratica in Italia – ha spiegato – perché sono sotto attacco e sotto assedio alcuni punti cardine della nostra Carta Costituzionale: il principio dell’autonomia della magistratura, che una parte della classe dirigente vorrebbe sottoporre al controllo del potere politico; il diritto di cronaca, con continue minacce di sanzioni ai giornalisti e alle testate, soprattutto a quelle ritenute non amiche; il principio dell’uguaglianza tra i cittadini, come sta avvenendo con l’introduzione del processo breve, che sottrae all’autorità giudiziaria chi può permettersi di trascinare per anni i processi fino alla loro estinzione”.
“Quello che s’intende introdurre, perché serve a qualcuno e non alla società, non è il processo breve ma la morte veloce del processo. Anzi è l’eutanasia del processo”. “Siamo davanti a una vera e propria truffa delle etichette – ha aggiunto Ingroia – che con un nome tranquillizzante qual è la brevità del processo, finirà per negare ai cittadini il diritto di vedere concludere i procedimenti con una sentenza di merito, che sarà sostituita da una dichiarazione di morte del processo”.

Ingroia ha aggiunto: “Siamo tutti d’accordo sulla necessità di stabilire un tempo massimo entro il quale si debba concludere un processo, ma prima dobbiamo mettere le procure e i tribunali in condizioni di svolgere la loro funzione al meglio. Gli uffici giudiziari – ha sottolineato – sono mediamente il 30 per cento al di sotto dell’organico, in alcuni casi, come quelli di Gela ed Enna, la carenza arriva al 100 per cento. E’ chiaro che in tali situazioni, riscontrabili un po’ in tutta Italia, il processo non si vuole abbreviare ma estinguere”.
Secondo Ingroia, per uscire dall’emergenza democratica “è necessaria una mobilitazione dal basso dell’opinione pubblica, come quella che portò alla cosiddetta Primavera di Palermo, che svegliò le coscienze della gente sul dilagare del potere mafioso”.
“I propositi contenuti nel cosiddetto ‘decalogo di Reggio Calabria’, il piano in dieci punti deciso dal governo per contrastare le organizzazioni criminali, è apprezzabile. Speriamo che dai buoni propositi si passi al più presto ai fatti concreti”.
“Sono dieci anni – ha aggiunto il magistrato – che chiediamo l’adozione di un codice antimafia. Ora sembra che anche il governo voglia introdurlo attraverso un testo unico delle leggi contro la criminalità organizzata. Il mio giudizio è positivo anche per la creazione di una mappa nazionale delle organizzazioni criminali e di un’agenzia che si occupi dei beni confiscati alla mafia, alla ‘ndrangheta e alle altre organizzazioni criminali”. Secondo il magistrato è però necessario che quanto previsto “sia tramutato al più presto in norme di legge”.

Ciancimino junior è attendibile quando parla di un accordo tra la mafia e alcuni pezzi dello Stato. Non posso essere più esplicito – ha continuato Ingroia – perché lo stesso Ciancimino, all’inizio della prossima settimana deve essere interrogato come testimone nel processo contro il generale Mori e altri in corso a Palermo”.
“Ciancimino – ha aggiunto il magistrato – non è né un pentito né un collaborante ma solo un semplice dichiarante. E le indagini condotte sulle sue affermazioni hanno confermato la sua attendibilità”.

Fonte: ViterboOggi, 30 gennaio 2010

Antimafia Duemila – La verita’ su B. raccontata dal suo ex avvocato

Antimafia Duemila – La verita’ su B. raccontata dal suo ex avvocato.

di Alessandro Gilioli – 30 gennaio 2010
«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me.

E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».

Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.

Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?
«La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».

Mi spieghi meglio.
«Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».

E perché?
«Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncerà al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimentoı».

E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis?
«Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta».

Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale?
«Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente».

Come fa a esserne così certo?
«Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella».

Tipo?
«Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi».

Che all’epoca era Presidente della Repubblica.
«Esatto. E Ciampi chiese una modifica».

Quindi?
«Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente».

Pentito?
«Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.

A chi si riferisce?
«A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani».

Prego?
«Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu».

Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura…
«Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate».

E perché?
«Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto».

Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020?
«E’ quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente. L’unica variabile che può intralciare questo disegno, più che il Pd, mi pare che sia il centro, cioè il lavorio tra Casini e Rutelli. Ma se questo lavorio funzionerà o no, lo vedremo solo dopo le regionali».

Tratto da: L’espresso BLOG

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa.

di Marco Travaglio – 30 gennaio 2010
Proponiamo un estratto dalla prefazione di Marco Travaglio a “Il patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci (Chiarelettere, pp. 342, euro 16).
A un certo punto del loro racconto, Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci buttano lì una frase che è la chiave del libro: «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage». Poco più avanti, ricordano quando Salvatore Riina, dalla gabbia del processo Scopelliti, il 25 maggio 1994 diede la linea al primo governo Berlusconi appena insediato: «C’è tutta questa combriccola, il signor Caselli, il signor Violante, questo Arlacchi che scrive libri… Ecco, secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi di questi comunista (sic)». Cinque mesi dopo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiarò da Mosca: «Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù.
Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo». Sei giorni dopo, dalla solita gabbia, Riina gli rispose a tono: «È vero, ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra! Sono romanzi…
Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi».
Quattordici anni dopo, alla vigilia delle elezioni del 12 aprile 2008 che l’avrebbero consacrato premier per la terza volta, il Cavaliere poté essere ancora più esplicito di un tempo, avendo assuefatto gli italiani a digerire tutto, anche i sassi, anche la beatificazione di un mafioso sanguinario morto con una condanna per mafia, una per droga e una in primo grado all’ergastolo per duplice omicidio: «Mangano era un eroe».

Ora che, dall’estate del 2009, tutti (o quasi) parlano delle trattative fra Stato e mafia che diedero il via libera alla Seconda Repubblica – mentre Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, i ragazzi delle scorte e i cittadini inermi di Milano, Firenze e Roma saltavano in aria e gli uomini del cosiddetto Stato facevano la faccia feroce in Parlamento e la faccia commossa ai funerali – è tutto un fiorire di «misteri», «veleni», «ombre», «interrogativi». Ma io non vedo alcun mistero. Alcun veleno. Alcun’ombra. Alcun interrogativo.
A me pare tutto così chiaro. Basta mettere in fila i fatti.
Incollarli l’uno all’altro in ordine cronologico. Poi riavvolgere il nastro e vedere il film tutto intero. Il film che questo libro prezioso ci restituisce in tutti i suoi fotogrammi. Almeno in quelli fin qui noti, che comunque bastano e avanzano per capire tutto.

Perché si parla di quei fatti solo 17 anni dopo, anche se i nove decimi delle cose che vengono spacciate da giornali e tv come nuove, sono vecchie come il cucco? Massimo Ciancimino, ad Annozero, ha dato una risposta efficace: «Io non sono mica come gli ospiti di Gigi Marzullo, che si fanno una domanda e si danno una risposta. Se certe cose non me le ha chieste nessuno, perché avrei dovuto raccontarle io?». A quel punto c’era da attendersi che sciami di giornalisti si precipitassero da colui che quelle domande non fece, o non fece fare: il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che era procuratore capo di Palermo quando partì l’indagine su Ciancimino jr. Perché né lui, né il suo fedelissimo aggiunto Giuseppe Pignatone né i solerti sostituti che seguivano l’inchiesta rivolsero mai una sola domanda al figlio di don Vito sulla trattativa intrecciata da suo padre con i carabinieri del Ros durante e dopo le stragi del 1992? Così, tanto per sapere se lui non ne sapesse qualcosa. Eppure fior di pentiti avevano parlato di quella trattativa. E perché, per fare quelle fatidiche domande, la Procura di Palermo dovette attendere di cambiare capo, nella persona del dottor Francesco Messineo, che riportò nel pool antimafia i magistrati che il dottor Grasso e il Csm avevano a suo tempo allontanato?
L’unica spiegazione, volendo escludere la malafede (per carità), è che il dottor Grasso e i suoi fedelissimi credessero nelle coincidenze.
Perché di coincidenze il nostro film è costellato dalla prima all’ultima scena. È proprio un monumento a Santa Coincidenza.

[…] Ora si spera che, dopo 18 anni trascorsi a obbedir tacendo, ritrovino un po’ di memoria e un po’ di coraggio anche quei carabinieri che la ragion di Stato e qualche politico ancora nell’ombra ha costretto per troppo tempo a combinarne e a dirne di tutti i colori.
Forse bisogna attendere la fine della Seconda Repubblica per poterne aprire finalmente la scatola nera, come fu per la Prima con Tangentopoli.
Forse il patto d’acciaio che lega i trattativisti della prima fase, legati all’Ancien Regime e traghettati nel «nuovo», e quelli della seconda fase che portò all’accordo e alla Pax Mafiosa è ancora troppo saldo per consentire spiragli di verità. Ma in quel monolite bipartisan cominciano ad aprirsi le prime crepe. E spetta alla libera informazione – di cui Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono un ottimo esempio – e alla società civile il compito di vigilare e possibilmente di spalancarle sempre di più. Alla fine la verità, come dimostra anche questo libro, è più forte di tutte le coincidenze, di tutte le censure, di tutte le ragion di Stato, di tutti i coperchi.

Tratto da: Micromega

Antimafia Duemila – Il governo mafioso di Messina Denaro, tra le sue mani i miliardi della Cosa Nostra ”sommersa”

Se ci fosse una hit parade dei capimafia più ricchi, in testa, probabilmente, ci sarebbe lui: Matteo Messina Denaro, giovane boss trapanese, originario di Castelvetrano, 48 anni ad aprile e latitante dal 1993.

In un anno, le forze dell’ordine gli hanno sequestrato un patrimonio di un miliardo e 400 milioni di euro, più o meno il 5% del bilancio annuale della Regione siciliana.

Tutti imprenditori prestati o finiti assoldati negli organici della nuova cosa nostra. Quella sommersa, che non spara ma che non è meno pericolosa. Non perché sia invisibile perché il vero è il contrario, è visibilissima, è pericolosa perché è bene infiltrata, pronta a mascariare tutto e a rendere sistema legale ciò che è un sistema illegale. Questo raccontano le cronache giudiziarie. E le sentenze di diversi processi.

Leggi tutto: Antimafia Duemila – Il governo mafioso di Messina Denaro, tra le sue mani i miliardi della Cosa Nostra ”sommersa”.

ComeDonChisciotte – LA TERRA STESSA È DIVENTATA USA E GETTA

Fonte: ComeDonChisciotte – LA TERRA STESSA È DIVENTATA USA E GETTA.

DI GEORGE MONBIOT
The Guardian

Chi ha detto questo? “Tutti i dati dimostrano che al di là del tipo di standard di vita che la Gran Bretagna ha ora raggiunto, la crescita extra non si traduce automaticamente in benessere e felicità dell’uomo”. Era a) il capo di Greenpeace, b) il direttore della New Economics Foundation, o c) un anarchico che pianificava il prossimo campo climatico? Nessuna delle precedenti: d) l’ex capo della Confederazione dell’Industria Britannica, che attualmente gestisce la Financial Services Authority. In un’intervista televisiva trasmessa lo scorso Venerdì, Lord Turner ha portato le osservazioni più sovversive sulla società dei consumi all’attenzione del grande pubblico.

Nei nostri cuori la maggior parte di noi sa che è vero, ma viviamo come se non lo fosse. Il progresso viene misurato dalla velocità con cui si distruggono le condizioni che sostengono la vita. I governi sono ritenuti di successo o fallimentari in base a come fanno girare il denaro, indipendentemente dal fatto che serva ad una qualche utilità. E’ considerato come un dovere sacro incoraggiare lo spettacolo più rivoltante del paese: l’annuale frenesia alimentare in cui gli acquirenti fanno la fila per tutta la notte, poi si precipitano nei negozi, sgomitando, calpestando e, talvolta, lottando per essere i primi a portare via qualche cianfrusaglia firmata che andrà in una discarica prima delle svendite del prossimo anno. Più pazza l’orgia, maggiore è il trionfo della gestione economica.

Come il Guardian ha rivelato oggi, il governo britannico è ora divisa sulla pubblicità nei programmi televisivi: se si attua la politica proposta da Ben Bradshaw, il segretario della cultura, le trame ruoteranno attorno a cioccolatini e cheeseburger, e la pubblicità sarà impossibile da filtrare, forse anche da rilevare. Bradshaw deve sapere che questo indottrinamento non ci farà più felici, più saggi, più verdi e più snelli, ma renderà alle imprese televisive 140 milioni di sterline l’anno.

Anche se sappiamo che non sono la stessa cosa, non possiamo fare a meno di identificare la crescita e il benessere. La settimana scorsa, per esempio, il Guardian portava il titolo “Lo standard di vita del Regno Unito è inferiore al livello del 2005“. Ma la storia non aveva nulla a che fare con il nostro tenore di vita. Invece ha riferito che, pro capite, il prodotto interno lordo è inferiore a quello che era nel 2005. Il PIL è una misura dell’attività economica, non dello standard di vita. Ma i termini sono così spesso confusi che i giornalisti oggi li trattano come sinonimi. Le basse vendite al dettaglio dei mesi precedenti sono state recentemente descritte da questo giornale come “desolate” e “cupe”. Le vendite elevate sono sempre “buone notizie”, le vendite basse sono sempre “cattive notizie”, anche se il prodotto offerto è porno da cortile. Credo che sia tempo che il Guardian contesti questi riferimenti pregiudizievoli.

Coloro che ancora vogliono confondere il benessere e il PIL sostengono che il consumo elevato da parte dei ricchi migliora la sorte dei poveri del mondo. Forse, ma è uno strumento molto goffo e inefficace. Dopo circa 60 anni di questa festa, 800 milioni di persone hanno permanentemente fame. La piena occupazione è una prospettiva meno probabile di quanto lo fosse prima che la frenesia iniziasse.

In un nuovo documento pubblicato nelle Philosophical Transactions della Royal Society, Sir Partha Dasgupta puntualizza che il problema con il prodotto interno lordo è il fatto che è, appunto, lordo. Non ci sono detrazioni coinvolte: ogni attività economica viene considerata come se si trattasse di un valore positivo. Il danno sociale è aggiunto, non sottratto, al bene sociale. Un incidente ferroviario che genera un valore di 1 miliardo di sterline per riparazioni delle rotaie, spese mediche e spese funerarie, è ritenuto, da questo punto di vista, vantaggioso come un servizio continuo che generi 1 miliardo di sterline dalla vendita di biglietti.

Più importante, nessuna deduzione è fatta per tener conto del deprezzamento del capitale naturale: l’uso eccessivo o il degrado del suolo, l’acqua, le foreste, la pesca e l’atmosfera. Dasgupta dimostra che la ricchezza totale di una nazione può diminuire anche se il suo PIL è in crescita. In Pakistan, ad esempio, le sue cifre approssimate indicano che, mentre il PIL pro capite è cresciuto in media del 2,2% l’anno tra il 1970 e il 2000, la ricchezza complessiva è diminuita dell’ 1,4%. Sorprendentemente, non esistono ancora cifre ufficiali che cerchino di mostrare le tendenze in termini di ricchezza reale delle nazioni.

Si può dire tutto questo senza timore di punizioni o persecuzioni. Ma nei suoi effetti pratici, il consumismo è un sistema totalitario: essa permea ogni aspetto della nostra vita. Anche il nostro dissenso dal sistema è confezionato e ci è venduto sotto forma di consumo dell’ anti-consumo, come l’ “io non sono un sacchetto di plastica“, che avrebbe dovuto sostituire le borse usa e getta, ma è stato in gran parte utilizzato una o due volte prima di uscire fuori moda, o come i redditizi nuovi libri sul come vivere senza denaro.

George Orwell e Aldous Huxley hanno proposto totalitarismi diversi: uno sostenuto dalla paura, l’altro, in parte dalla cupidigia. L’incubo di Huxley si è avvicinato alla realizzazione. Nei vivai del Brave New World, “le voci adeguavano la futura domanda alla futura offerta industriale. ‘Io amo volare,’ sussurravano, ‘io amo volare, io amo avere vestiti nuovi … i vestiti vecchi sono orribili … Buttiamo sempre via i vestiti vecchi. Buttare è meglio che rammendare, buttare è meglio che riparare”. Il sottoconsumo era stato considerato “assolutamente un crimine contro la società”. Ma non c’era bisogno di punirlo. In un primo momento l’autorità mitragliava i Semplici che cercavano di dissociarsi, ma questo non ha funzionato. Invece hanno usato “metodi più lenti, ma infinitamente più sicuri” di condizionamento: immergere la gente in slogan pubblicitari sin dall’infanzia. Un totalitarismo guidato dalla cupidigia, alla fine, diventa auto-esecutivo.

Lasciate che vi dia un esempio di quanto questa auto-esecuzione sia progredita. In una recente riflessione, un articolista ha espresso un’ idea che ho già sentito un paio di volte. “Abbiamo bisogno di scendere da questo minuscolo mondo e andare fuori, nell’universo più ampio … se ci vogliono le risorse del pianeta per farci andare là fuori, così sia. In qualsiasi modo le usiamo, in qualsiasi modo sfruttiamo l’energia del sole e la ricchezza di minerali di questo mondo e degli altri del nostro sistema planetario, o li usiamo per espandere ed esplorare altri mondi e diventare qualcosa di più grande di un animale semi-senziente che mangia fango, oppure moriremo come specie”.

Questa è la società dei consumi portata alle sue estreme conseguenze: la Terra stessa diventa usa e getta. Quest’idea sembra essere più accettabile, in alcuni ambienti, di qualsiasi restrizione della spesa inutile. Che potremmo saltellare, come gli alieni del film Independence Day, da un pianeta all’altro, consumare le loro risorse per poi passare oltre, è considerato da queste persone una prospettiva più realistica e auspicabile che cambiare il modo in cui la ricchezza si misura.

Come possiamo rompere questo sistema? Come possiamo perseguire la felicità e il benessere piuttosto che la crescita? Per diverse ragioni sono ritornato depresso dai colloqui di Copenaghen sul clima, ma soprattutto perché, ascoltando le discussioni durante il vertice dei cittadini, mi ha colpito il fatto che non abbiamo più i movimenti; abbiamo migliaia di persone e ognuno chiede a gran voce che le proprie visioni siano adottate. Potremmo unirci per manifestazioni e marce occasionali. Ma non appena si comincia a discutere di alternative, la solidarietà viene frantumata da un individualismo possessivo. Il consumismo ha cambiato tutti noi. La nostra sfida è ora di combattere un sistema che abbiamo interiorizzato.

George Monbiot è l’autore dei libri bestseller “The Age of Consent: un manifesto per un nuovo ordine mondiale” e “Captive State: l’acquisizione aziendale della Gran Bretagna”. Scrive una rubrica settimanale per il quotidiano The Guardian. Visitate il sito http://www.monbiot.com

Titolo originale: “After this 60-year feeding frenzy, Earth itself has become disposable”

Fonte: http://www.guardian.co.uk/
Link
04.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO

ComeDonChisciotte – RIFLESSIONI ATTUALI SU BANCHE E BANCHIERI

Fonte: ComeDonChisciotte – RIFLESSIONI ATTUALI SU BANCHE E BANCHIERI.

DI IDA MAGLI
web.mclink.it

Ringrazio tutti coloro (e sono molti) che mi hanno scritto compiacendosi della pubblicazione su di quotidiano politico (Il Giornale) del mio articolo sulla questione della sovranità monetaria. Il silenzio da parte di tutti gli organi d’informazione, su un argomento determinante per l’indipendenza politica ed economica della Nazione come questo, è sempre stato così assoluto che l’apparizione di un solo articolo ha suscitato meraviglia e addirittura entusiasmo da parte dei lettori, sia di quelli che ignoravano del tutto il problema, sia e soprattutto di quelli che si battono da anni in questo campo ma che sanno bene che il silenzio dei giornalisti rappresenta la prova sostanziale dell’impossibilità di uscire dalla prigione.

Ebbene io prego tutti di non scrivere a me ma al Direttore Vittorio Feltri; di inondarlo di lettere, o nella rubrica apposita del sito web del Giornale, o in quella del quotidiano a stampa, oppure nelle rubriche riservate ai Lettori di altri organi di informazione perché, senza l’interesse e l’appoggio forte, esplicito, il più numeroso possibile dei Lettori, lo sforzo che è stato fatto per uscire allo scoperto non servirà a nulla.

Nessuno ci tornerà più sopra o, diciamo meglio, a nessuno sarà più permesso tornarci sopra. Si tratta di una battaglia davvero all’ultimo sangue, alla quale, però, tutti possono partecipare purché non si lasci spazio al silenzio neanche per un giorno. Banche, Banche, Banche: dobbiamo parlare sempre di Banche.

Faccio un esempio: coloro che abitano a Roma, non si sa per quale misteriosa ragione devono pagare la tassa per i rifiuti attraverso le agenzie della Banca Popolare di Sondrio. Viene logico domandarsi: Sondrio? Perché Sondrio? Il giro di denaro dei contribuenti del Comune di Roma è senza dubbio imponente, ma non sappiamo chi siano coloro che ci guadagnano visto che non conosciamo i nomi degli azionisti della Banca Popolare di Sondrio. Perché mai non dovrebbero essere i cittadini di Roma? Insomma si torna al problema principale: perché le Istituzioni – comunali, provinciali, regionali, nazionali – si servono di banche? E nel caso fosse utile servirsi di banche, perché debbono essere “private”? Perché i cittadini non debbono sapere chi ci guadagna e non essere eventualmente essi stessi a guadagnarci? Perché lo Stato non può possedere una sua banca? (Lo ripetiamo nel caso qualcuno ancora non lo sapesse: la Banca d’Italia non è la “Banca d’Italia” in quanto appartiene ad azionisti privati; dovremmo anzi proporci anche il compito di farle cambiare il nome per non indurre in errore i cittadini). Quello che per ora si può cominciare a fare è mettere in pubblico il nome delle banche di cui si servono gli Amministratori dei Comuni nei quali abitano i lettori di questo sito e di altri siti interessati alla questione monetaria. Certamente saranno molti i cittadini che, come si sorprendono gli abitanti di Roma di dover pagare la tassa per i rifiuti alla Banca di Sondrio, si sorprenderanno delle stranissime scelte, o predilezioni bancarie, dei propri amministratori. E’ probabile che ne vedremo delle belle e che, incrociando i dati, riusciremo forse a capire quali interessi possano avere oltre che Roma a Sondrio anche, chissà, Palermo a Trieste.

Marco della Luna, uno degli autori del bellissimo saggio intitolato “Euroschiavi” (Arianna ed.), si occupa con il suo Centro Studi Monetario proprio di questo tipo di accertamento: chi siano gli azionisti delle Banche. Contiamo sul suo aiuto, anche se la questione principale rimane la mancanza di sovranità monetaria dell’Italia. A dire la verità questa mancanza, naturalmente decisa a suo tempo da “maschi”, appare alle donne addirittura assurda, anzi comica, in quanto nessuno al mondo sa meglio delle donne come la loro minorità sociale, la difficoltà insuperabile a diventare “libere”, quali che fossero i loro meriti e i loro sforzi, ha attraversato pietrificata secoli e secoli solo e soltanto per questo motivo: non avevano denaro proprio e non se lo potevano procurare lavorando (per questo le prostitute si vantavano di essere libere a fronte delle donne “per bene”: guadagnavano dei soldi). Si può chiacchierare oggi quanto si vuole esaltando la dichiarazione dei diritti dell’Uomo, l’uguaglianza di tutti gli individui, quale che sia il sesso, la religione, ecc. ecc., ma è stato il lavoro retribuito, o meglio, è stato soltanto poter possedere in proprio del denaro a rendere le donne libere e indipendenti.

Come può, dunque, una Nazione essere “libera” se non è padrona dei soldi con i quali vive? La cosa più grottesca, poi, è la “giustificazione” che viene invocata per tale stato di cose: i politici non saprebbero regolare nel modo giusto il flusso del denaro da immettere nel mercato se fossero liberi di crearlo. Non vogliamo neanche evocare le terribili crisi economiche che si sono succedute nel tempo, provocate con il loro comportamento dagli abilissimi banchieri messi al posto dei politici proprio, a sentir loro, perché questo non accadesse. Rispondere con questa evocazione sarebbe come avallare una tale presa in giro dei cittadini. Nel momento in cui ai politici abbiamo devoluto, in nostra rappresentanza, il potere di fare le leggi, abbiamo devoluto tutto, assolutamente tutto quello che ci riguarda. Ben più che la quantità di denaro necessaria al mercato: il nostro territorio, il rapporto con amici e nemici, guerra, tassazione, diritto, educazione dei nostri figli. La costituzione italiana afferma che la sovranità appartiene al popolo. Quindi anche quella monetaria. Si tratta di studiare un modo per riappropriarsene. Esistono già diverse proposte in proposito. Ritengo che rivolgersi ai magistrati per delle cause singole, come indicato da alcuni studiosi del problema, sia un sistema, per quanto giusto in teoria, troppo lento e poco efficace a livello di consapevolezza collettiva in quanto, anche quando le cause si concludono con una vittoria del cittadino, sussiste pur sempre il silenzio dei mezzi d’informazione che le sprofonda nel nulla. Io mi auguro che si formi un Partito, nel quale convergano, superando piccole differenze di punti di vista, tutti i movimenti già esistenti, un Partito che si presenti all’opinione pubblica con l’unica etichetta della battaglia contro i Banchieri per riappropriarsi della sovranità monetaria. E’ questo l’unico modo, dato che vi sono obbligati per legge, per costringere i giornalisti a parlarne e per poter discutere apertamente di problemi di cui la maggioranza dei cittadini è all’oscuro. So che è difficile rinunciare a ciò che contraddistingue un gruppo dall’altro, ma nessuna battaglia è “per l’Italia” più di questa. E- ne sono sicura- non soltanto per l’Italia. Diversi paesi (in questi giorni si è spesso alluso alla Grecia, che però, piccola e povera com’è, non ha avuto il coraggio di mettersi contro l’UE) non desiderano altro che avere un buon motivo per rinunciare all’euro e allontanarsi anche così a poco a poco da quel Impero in fallimento che è l’Unione Europea.

Il progetto ultimo dei banchieri – una sola moneta in tutto il mondo, un solo governo in tutto il mondo – è con tutta evidenza un progetto privo di realtà. E’ questo che dobbiamo gridare a viso aperto: i grandi Banchieri che ci guidano sono dei folli giocolieri privi di principio di realtà, pronti a gettare al vento vite, valori, affetti di tutto il pianeta così come ne hanno gettato al vento le ricchezze nell’ultima crisi. I loro sogni di potere globale sono vuoti tanto quanto i “salsicciotti” con i quali hanno riempito le Borse di tutto il mondo. Denunciarli è un dovere assoluto, fermarli è un dovere assoluto.

Ida Magli
Fonte: http://web.mclink.it
Link: http://web.mclink.it/ME3643/Edito10/banche2701.html
27.01.2010

VEDI ANCHE: I PADRONI DEGLI STATI

Il pentito Spatuzza e la tv spazzatura

Fonte: Il pentito Spatuzza e la tv spazzatura.

I più affezionati lettori di questa mia rubrica si saranno resi conto da un pezzo che uno dei miei “chiodi fissi”, su cui mi sono spesso soffermato, è quello dell’informazione in materia di mafia e di giustizia. Un’informazione il più delle volte ai confini della disinformazione, ed in ogni caso quasi sempre gridata, sopra le righe, superficiale, concentrata sui particolari folcloristici o di colore. Mai fredda e distaccata, ma accaldata da opinioni partigiane che prevalgono sulla cronaca dei fatti, specie quando sfiora temi infuocati come quelli di mafia e politica, pentiti, processi a imputati “eccellenti”, scontri fra politica e magistratura, e così via.
A costo di essere ripetitivo, e col rischio di riproporre monotone prediche e litanie, mi sono ritrovato spesso a comparare, con un pizzico di nostalgia, il passato glorioso del giornalismo d’inchiesta e dei programmi televisivi di approfondimento con questo presente, spesso desolante, della perenne rissa mediatica politico-giornalistica, che ottunde le menti e le coscienze. Un presente ove i protagonisti della scena, a volte in modo inconsapevole, spesso in modo intenzionale e perciò non innocente, confondono l’opinione pubblica, e ne orientano umori e indirizzi verso obiettivi e finalità non sempre limpide. Così, è spesso avvenuto nel passato, remoto e recente. È accaduto al pool antimafia di Falcone e Borsellino, etichettato come “centro di potere”, e a quei grandi magistrati accusati di essere giudici-sceriffi che strumentalizzavano l’azione giudiziaria per disegni torbidi e liberticidi. È accaduto pure, e con argomentazioni altrettanto pretestuose e strumentali, al pool di Caselli, accusato nella stagione post-stragista di strumentalizzare pentiti, inchieste e processi per finalità politiche. E si ripropone spesso, quando si toccano i fili ad alta tensione, i rapporti mafia-politica e mafia-istituzioni, autentico nervo scoperto della materia. È accaduto ancora, di recente, attorno al cosiddetto “caso Spatuzza”, il nuovo collaboratore di giustizia, già reggente del mandamento mafioso di Brancaccio e fedelissimo dei fratelli Graviano, approdato agli onori della cronaca soprattutto in virtù di rivelazioni subito definite, con grande clamore, “esplosive” perché concernenti i presunti rapporti con Cosa Nostra del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafi osa e attualmente sotto processo nel giudizio d’appello, braccio destro dell’attuale premier Silvio Berlusconi.

Le dichiarazioni di Spatuzza sono finite, perciò, inevitabilmente per irrompere sulla scena del giudizio d’appello nei confronti del senatore Dell’Utri, e vi sono arrivate in modo irruento, perché nel mezzo della discussione finale del processo che sembrava pronto per essere definito. Non c’era scelta: una volta effettuata la verifica delle dichiarazioni, la Procura non può che trasmettere alla Corte tutti gli atti potenzialmente rilevanti ai fini della sentenza. Tocca, poi, alle parti fare le proprie scelte ed al giudice decidere. Una cosa ovvia e banale. Invece no: si sono scatenate ridde di ipotesi, crociate, guerre sante, fino al punto – da una parte – di scatenare perfino richieste di dimissioni del premier e – dall’altra – di svilire qualsiasi valenza probatoria non solo delle dichiarazioni di Spatuzza, ma di tutto ciò che era stato finora esaminato. Una kermesse che ha dato vita ad un circo politico-mediatico-giudiziario giunto al suo apice con la presenza di centinaia e centinaia di giornalisti ed inviati da tutto il mondo all’udienza in cui Spatuzza è stato sentito nel processo Dell’Utri, un processo per anni letteralmente dimenticato
È normale tutto questo? Perché l’informazione ed il dibattito è malato di questa schizofrenia cronica, che porta oggi a dimenticare i processi e le prove di quei processi, e l’indomani ad infiammarsi intorno alle parole di un collaborante, il cui peso avrebbe dovuto essere ridimensionato, anziché enfatizzato? Come spiegare l’accendersi di salotti televisivi trasformati in ring, dove si celebrano processi paralleli, già pregiudicati nella decisione finale, quando si pronunciano a reti unificate a seconda dei casi, condanne alla gogna mediatica dell’imputato più malcapitato o assoluzioni a furor di popolo dei più fortunati o… privilegiati? Come giustificare quei politici e quegli opinionisti che, partecipando a programmi TV spazzatura, piuttosto che proporre ragionamenti, fanno facili battute e giochi di parole sul nome di Spatuzza, accostandolo alla spazzatura? Che Paese mai è diventato il nostro? Quando riuscirà ad essere un Paese serio, maturo, consapevole, capace di affrontare realtà anche difficili a viso aperto, senza nasconderle sotto il tappeto? A confrontarsi senza falsità, scorciatoie, disinformazioni e campagne denigratorie? Non lo so. Oggi, francamente, la luce in fondo al tunnel mi sembra solo un lumicino…

Dalla rubrica I Love Sicilia di Antonio Ingroia su Livesicilia.it di Venerdì 29 Gennaio 2010

Antimafia Duemila – La Cassazione conferma: ”Legittimo l’arresto di Cosentino”

Fonte: Antimafia Duemila – La Cassazione conferma: ”Legittimo l’arresto di Cosentino”.

La prima sezione penale della Corte di Cassazione conferma l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal Gip di Napoli il 7 novembre scorso nei confronti del sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa per presunti contatti con il clan dei Casalesi.
La Suprema Corte ha rigettato il ricorso presentato dai difensori di Cosentino, per il quale la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere richiesta dai magistrati napoletani.
Cosentino, dunque, non finira’ in carcere: questa è un’eventualità che potrebbe accadere solo nel momento in cui dovesse lasciare il Parlamento.

Antimafia Duemila – Un altro segreto di Stato rimasto segreto

Antimafia Duemila – Un altro segreto di Stato rimasto segreto.

di Salvo Palazzolo – 28 gennaio 2010

Anche la sorella di Mauro Rostagno, come il papà dell’agente Agostino, si è ritrovata fra le mani uno strano foglio consultando i faldoni dell’inchiesta giudiziaria sulla morte del proprio congiunto. E’ un foglio, solo un foglio, con l’intestazione “Servizio per le informazioni e la sicurezza militare”.

E’ un foglio che assomiglia molto a quello inviato dal Sisde, il servizio segreto civile, ai magistrati che anni fa avevano chiesto notizie su alcuni 007, nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio del poliziotto Nino Agostino.
Quel foglio in cui si è imbattuta Carla Rostagno è un altro segreto di Stato imposto alle indagini della magistratura siciliana.

Nel 1997, il Sismi ha invocato “i prioritari interessi statuali tutelati dall’articolo 12 della legge 24 ottobre 1977 numero 801” quando la Procura di Trapani ha chiesto notizie sui “compiti e le aree di intervento” di tre generali dei Servizi di cui Rostagno si sarebbe interessato nella sua ultima indagine giornalistica sul traffico d’armi. Era l’estate 1988: Rostagno, direttore dell’emittente Rtc, preparava uno scoop di cui non voleva parlare con nessuno, si era fatto dare una telecamera portatile e la cassetta con le riprese la teneva chiusa nel cassetto dell’ufficio.

“Mauro mi confidò di un traffico d’armi che avveniva in una pista aerea in disuso che si trova nei pressi di Trapani – ha raccontato un amico di Mauro, Sergio Di Cori, ai magistrati – lui aveva fatto delle riprese con una telecamera”. A Di Cori Rostagno avrebbe fatto il nome di alcuni generali. Ma la Procura di Trapani, che fra il 1996 e il 1997 ha riaperto l’indagine sul delitto del giornalista sociologo, non ha potuto mai scoprire il ruolo di quegli ufficiali. E neanche la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che adesso prosegue le indagini, è stata più fortunata (!).

La corrispondenza fra il palazzo di giustizia e i Servizi è in uno dei 34 faldoni che racchiudono 22 anni di indagini sulla morte di Mauro Rostagno. “Gli stessi nomi fatti da Di Cori li troviamo in un processo celebratosi a Venezia per esportazione illegale di armi verso l’Iran”, scriveva il procuratore Garofalo ai colleghi di Palermo in una nota riservata, sottolineando che nel mese di novembre 1996 il ministero della Difesa aveva negato che quattro ufficiali facessero parte dello Stato maggiore della Difesa e altri tre del Sismi. Solo il 24 marzo 1997, arrivò la risposta ufficiale del Sismi. Con la laconica annotazione finale: “Nel comunicare che non è possibile precisare compiti e aree di intervento dei menzionati dirigenti, poiché riguardano attività istituzionali del Sismi e sono pertanto da ritenere compresi tra quei prioritari interessi statuali tutelati dall’articolo 12 della legge 24 ottobre 1977 numero 801, si precisa che fra tali compiti non vi è in ogni caso quello menzionato nella lettera di riferimento di tenere sotto controllo tutti i movimenti di aerei militari nei cieli italiani”.

Il segreto di Stato ha così fermato un’altra indagine. E non si è mai saputo.

Tratto da: ipezzimancanti.it

“Sono io l’infiltrato dentro la tana di Provenzano”

Fonte: “Sono io l’infiltrato dentro la tana di Provenzano”.

“Mi chiamo Luigi Ilardo,mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo”.

Gli succede sempre più spesso di ripetere il proprio nome fino a storpiarne il senso e il suono. Lo ripeterà altre cento volte, tutte le volte che sarà necessario: davanti ai carabinieri, ai giudici che lo interrogheranno, in un’aula di tribunale. Di lì a poco però, per molto tempo, forse per sempre, nel trantran quotidiano, fra la gente e perfino a un controllo di polizia, quel nome, il suo nome, non lo potrà più fare. Eppure tutto è iniziato da là, da quel “Mi chiamo Luigi Ilardo”, cui è seguito un lungo racconto che continua così: “Sono arrivato a prendere il mondo nelle mani il giorno in cui fui fatto uomo d’onore…”.
“Mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo”. Da oltre due anni, ripeterlo è il suo modo di darsi coraggio (…). Ilardo guida assorto e concentrato, all’alba del 31 ottobre 1995. È atteso a un incontro. Le istruzioni ricevute due giorni prima erano state precise. Il telefono aveva squillato allo scoccare della mezzanotte: era Salvatore Ferro, una vecchia conoscenza. “Super strada Palermo-Agrigento, bivio di Mezzojuso, ore otto del mattino”. (…) Il boss si era presentato con una 127 color carta da zucchero. (…) Vorrebbe urlare il proprio nome, fare marcia indietro, tornare a casa, prendere la sua donna e i suoi figli, scomparire. Ma non può. Perché quell’incontro Gino lo insegue da un mucchio di tempo, come si insegue un fantasma. (…) In quegli stessi istanti, due sottufficiali dei carabinieri hanno appena abbandonato l’auto civetta: camminano per le campagne di Mezzojuso, un piccolo centro vicino a Palermo. Sono armati solo di macchine fotografiche e si stanno piazzando nel punto migliore per fotografare. Quella mattina diversi occhi li osservano muoversi guardinghi: sono alcuni colleghi arrivati da Palermo. Hanno il compito di proteggerli. Alle 7.55, Luigi si ferma al bivio di Mezzojuso. Alle 7.57: la macchina di Ilardo viene affiancata da una Fiat Uno rossa; al volante c’è un uomo non identificato, accanto a lui Lorenzo Vaccaro, rappresentante della famiglia mafiosa di Caltanissetta (…). Trascorrono cinque minuti: una Ford Escort guidata da Giovanni Napoli imbocca il bivio di Mezzojuso e si arresta davanti ai due in attesa (…) i tre uomini a bordo imbocca la statale in direzione di Agrigento. (…)

L’INCONTRO DECISIVO CON ’U ZU BINU
Ilardo scende dalla Ford, davanti a una misera casa di campagna. (…) Poi lo vede. “Carissimo zio”, dice Ilardo, facendosi avanti. “Carissimo Gino”, risponde l’uomo. Li circonda una sparuta folla di persone. Sono amici. E quello a cui tutti si rivolgono con ossequio familiare è Bernardo Provenzano, ’u zu Binu, il fantasma. Provenzano non immagina che il mafioso a cui adesso stringe la mano e che gli si avvicina per baciarlo ha in mente solo una cosa: consegnarlo allo Stato. Perché Luigi Ilardo, uomo d’onore rispettato e ascoltato, in realtà è un infiltrato dei carabinieri. Uno che vuole un’altra vita, e per ottenerla è disposto a tutto. Da mesi Ilardo tiene una fitta corrispondenza con il padrino: ha mosso le sue pedine con pazienza certosina per avere la possibilità di incontrarlo. Si è accreditato agli occhi di Provenzano come mediatore tra due famiglie mafiose in guerra, ma è stato proprio lui a seminare zizzania dentro Cosa nostra. Ha fatto arrestare una decina di latitanti, sta ricostruendo l’organigramma dell’onorata società, sta parlando di segreti inconfessabili. (…) Nessuno prima ci ha mai provato. Ma l’obiettivo che Gino si è posto è uno solo: fottere lo zio Bernardo. Poi, Luigi Ilardo scomparirà per sempre. (…) Il boss gli racconta di muoversi a proprio agio in quelle campagne. Due giorni prima aveva fatto venticinque chilometri d’automobile per incontrare “una persona molto impor tante”. Ed è una battuta ironica quella del padrino, perché la persona in questione è Giovanni Brusca. Per Provenzano, Brusca è solo un killer, uno scagnozzo di Totò Riina, uno che non ha ancora capito che i tempi sono cambiati e che non è più utile sparare. (…) Poi, poco prima delle undici, spunta una Fiat campagnola verde guidata da un tipo sui sessant’anni. È Nicola La Barbera, uno degli uomini più fidati del boss. Sembra una riunione di anziani agricoltori. Girano bicchieri di vino, qualche pezzo di formaggio. La Barbera, che è lo chef del padrino, prepara la brace. Provenzano soffre di prostata e segue una dieta ferrea: carne al sangue, verdure cotte, niente sale. (…) Altro che boss sanguinario, altro che Binu ’u tratturi. Provenzano dimostra calma e lungimiranza, predica pace per vincere la sua battaglia dentro Cosa nostra. La guerra allo Stato è una fase chiusa, i tempi sono cambiati e bisogna recuperare terreno. “Vi dico che tra cinque-sette anni avremo la giusta tranquillità per fare i nostri affari e migliorare la situazione economica di tutti”. (…) Alle quindici circa il pranzo si è concluso. Il padrino riceve gli ospiti privatamente e a uno a uno. L’ultimo è Gino. “Mi devi scusare se ti ho fatto aspettare – dice Provenzano all’infiltrato – ma gli amici veri preferisco tenermeli di più a casa”. (…) Poi, lo fissa negli occhi. “Dimmi una cosa: ti capitò mai di chiamarmi ‘ragio – n i e re ’ con qualcuno?” “No, non credo proprio – risponde Gino. – Per me, tu sei sempre lo Zio”. “Bonufacisti”. “Capitò qualche cosa?” domanda Gino. Il boss spiega di aver avuto delle noie per quel soprannome: Giuseppe Mandalari, fondatore di molte logge coperte in Sicilia, che ha curato personalmente diversi affari dei boss corleonesi, lo ha chiamato così nel corso di alcune telefonate. “Quello sbirro di Mandalari va parlando di me, dice che sono un ragioniere. Pare che non lo sa che lo sentono”. Provenzano ci tiene a sapere tutto ciò che lo riguarda, anche le cose meno importanti. È così che è riuscito a diventare un fantasma imprendibile. Ma quella che gioca da decenni con le forze dell’ordine è una partita truccata. Perché nel suo mazzo il boss ha delle spie, insospettabili uomini dello Stato che lo tengono informato. (…)

COSA NOSTRA PUNTA SU FORZA ITALIA
La mafia insomma, dopo avere ponderato, sceglie e si mobilita. E decide di votare Forza Italia. “Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi – ammetterà Nino Giuffré – il popolo era stufo della Dc e allora ha trovato in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi. [...] Vi sono state due fasi. Quella dell’acquisizione delle ‘garanzie’ e quella della ricerca dei referenti ‘g iusti’ sul territor io”. Uno spostamento rilevante di voti da un partito all’altro la mafia lo ha già attuato qualche tempo prima. Diverse sentenze raccontano che alla metà degli anni Ottanta, Riina, ordina ai suoi di cambiare cavallo e votare il Partito socialista. L’obiettivo è dare una lezione alla Dc. Troppe scelte non sono piaciute al boss (…). Nel corso delle politiche del 1987 il segnale arriva chiaro e forte. A Palermo il Psi prende il sedici per cento, mentre nelle zone ad alta densità mafiosa come il quartiere Brancaccio arriva a circa il venti (…). Forse proprio per questo nel seggio dell’Ucciardone Martelli sarà il politico più votato. (…) “In quel periodo – racconta Ilardo – erano i socialisti quelli che erano entrati nelle grazie di ‘Cosa Nostra’, in particolar modo il gruppo legato a MARTELLI, per quanto concerne la zona orientale di Palermo, e ANDO su Catania, e dovevano essere loro quelli a dovere sistemare i problemi della giustizia in Italia, cioè quelli che avevano preso l’impegno ben preciso, certo non è stato MARTELLI in prima persona a parlare con… però il gruppo era quello là, che facevano capo a lui e quindi di riflesso a CRAXI (…)”. Dicono le sentenze che quel voto, quella prima vistosa crepa nel patto decennale tra partito cattolico e mafia inneschi un meccanismo che in pochi anni porterà alle stragi (…).

SICILIANI AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO…
Dopo aver appreso del patto elettorale del gennaio 1994, le informazioni di Ilardo si arricchiscono di dettagli. “I tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di ‘Cosa nostra’ e la direzione di ‘Forza Italia’ che sarebbero stati votati dagli ambienti della mafia sono: Per la Sicilia Orientale: Il Sen. LA RUSSA Antonino e principalmente il di lui figlio Vincenzo LA RUSSA che si presentava nella lista unica (Alleanza nazionale Forza Italia) su Palermo”. Oriente riceve queste notizie in particolare da Ciro Vara, che sostituisce Piddu Madonia nella gestione della provincia di Caltanissetta. Il tema è scivoloso. “Le dichiarazioni sui politici Ilardo voleva farle solo ai giudici – spiega Michele Riccio. –Temeva che se avesse rivelato qualche nome pesante prima di diventare ufficialmente pentito, avrebbe potuto rischiare la vita a causa di talpe istituzionali”. Proviamo quindi a raccontare chi sono coloro che Ilardo identifica come insospettabili che avrebbero chiesto voti a Cosa nostra. Un’avvertenza da fare: i nominativi citati, laddove non diversamente specificato, a quanto è dato sapere non sono mai entrati ufficialmente in una indagine. Antonino La Russa è un importante esponente della destra siciliana e (…) tiene a battesimo la folgorante carriera di Salvatore Ligresti (…). Nino La Russa ricopre importanti incarichi in alcune delle società di Ligresti, e ha un ruolo rilevante nell’acquisto della società assicuratrice Sai da parte del finanziere siciliano. Vincenzo La Russa è uno dei figli dell’avvocato Antonino(…). Continua Ilardo: “Per la zona di Caltanissetta: MAIRA Raimondo Luigi Bruno, residente a Caltanissetta. Candidato nel Collegio Senatoriale nr. 6 (…)” Già sindaco di Caltanissetta, quando ne parla l’infiltrato il nome di “Rudi” Maira è stato già accostato a Cosa nostra. Lo aveva menzionato il collaboratore di giustizia Leonardo Messina. (…) La Criminalpol sospetta che uno dei telefoni cellulari intestati all’onorevole sia stato usato per contattare alcuni personaggi legati alle stragi di Capaci e via D’Amelio; ipotesi ancora più terribile, Maira potrebbe essere una delle talpe che hanno informato i killer di Capaci dei movimenti di Falcone. (…) Nell’ottobre 2003 il tribunale di Caltanissetta assolve Rudi Maira dall’accusa di concorso esterno, ipotizzando a suo carico solo il reato di voto di scambio ormai prescritto. Maira conferma in parte quanto riferito dai pentiti, e cioè di aver pagato il clan Madonia. Ma non in cambio di voti, bensì perché vittima di un’estorsione. (…) “I segnalati LA RUSSA e MAIRA – prosegue Luigi Ilardo – candidatisi nelle imminenti elezioni, e già indicati in precedenza, nei loro contatti con gli ambienti mafiosi a cui facevano capo, avevano promesso in cambio del contributo di voti a ‘Forza Italia’, in caso di vittoria, dopo sei mesi di governo, il varo di normative di legge che avrebbero garantito gli interessi dei vari inquisiti di mafia nonché il rallentare dell’azione repressiva delle forze di polizia e l’assicurazione di coperture per lo sviluppo delle molteplici attività economiche mafiose”. Dello stretto legame tra i La Russa e Ligresti parla uno dei protettori del finanziere, Bettino Craxi. “L’Msi – di – chiara Craxi il 14 novembre 1994 nel corso di un’intervista al quotidiano spagnolo ‘El Mundo’ – era una forza politica confinata in un ghetto e penso che non disponeva di grandi risorse e che tutte erano legali; non metterei la mano sul fuoco, ma non posso accusarli di cose che non conosco. Forse solo in certi casi: per esempio Ignazio La Russa a Milano, che adesso si dà le arie del moralizzatore, e che è stato notoriamente finanziato dal gruppo Ligresti”. (…) Oggi in alcune delle società di Ligresti compaiono esponenti della famiglia La Russa (…).
CERTI NOMI È MEGLIO NON FARLI…
Quando nel febbraio del 1994, in piena campagna elettorale, Ilardo tira fuori la storia di un insospettabile esponente dell’entourage di Berlusconi in contatto con la mafia, il tenente colonnello Riccio decide di non fargli troppe domande. Si limita a parlarne a Gianni De Gennaro. “Il Capo e io – afferma oggi Riccio – abbiamo ragionato insieme su chi potesse essere. C’era una rosa di ‘candidati’ nella quale immaginammo si potesse individuare il nome a cui si riferiva Ilardo”. Nell’estate del 1995, mentre si trova in macchina con lui, l’ufficiale torna sull’argomento. Sta sfogliando un quotidiano locale, e l’occhio gli cade su un articolo che racconta di una querelle giudiziaria fra Marcello Dell’Utri e l’imprenditore Alberto Rapisarda. “Per caso l’uomo dell’entourage di Berlusconi di cui mi parlavi è Dell’Utri?” domanda Riccio all’infiltrato. “Colonnello – gli risponde Gino con un sorriso a mezza bocca – ma se lei le cose le capisce, che me le chiede a fare?

di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci da Il Fatto Quotidiano del 28 gennaio 2010

Blog di Beppe Grillo – La morte breve del processo.Intervista a Antonio Ingroia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La morte breve del processo.Intervista a Antonio Ingroia.

Cinque magistrati sono stati minacciati di morte: Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Non tutti sanno chi sono questi magistrati o conoscono le inchieste di cui si occupano. Il blog con l’iniziativa: “Adottiamo un magistrato” vuole dar loro visibilità. Antonio Ingroia introduce una nuova definizione del “processo breve“, quella della “morte breve del processo“. In sostanza, non si punta a diminuire i tempi processuali, ma a eliminare la possibilità di una sentenza. A Roma si lavora da vent’anni alla riforma della giustizia, dai tempi di Mani Pulite in cui i partiti si accorsero di essere soggetti alla legge. Un lavoro intenso, faticoso, bipartisan, che ogni anno rende sempre più difficile processare e condannare i politici. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Intervista a Antonio Ingroia, magistrato:


La morte breve del processo

Blog: riforma della giustizia, si tratta del processo breve, che sembra essere un accorciamento dei tempi di prescrizione.
Ingroia: sì, infatti credo che l’unica cosa felice dal punto di vista dell’idea del legislatore sia stata soltanto quella dell’etichetta, ossia viene messa un’etichetta accattivante a questa legge, “processo breve“, partendo dal presupposto ovvio che tutti i cittadini vogliono il processo breve, ma lo vogliono, naturalmente, anche i magistrati un processo breve. Non è certo dalla magistratura che verrà una posizione contro una vera legge del processo breve.


Una vera riforma della Giustizia

Blog: la soluzione è il trasferimento d’ufficio dei magistrati, che è la proposta del Ministro Alfano per ridurre le vacanze di organico?
Ingroia: non è questa certo la soluzione: la soluzione è quella che sembra che il governo stia finalmente intraprendendo, grazie alla spinta della magistratura associata, alle minacce di sciopero e così via, ossia quella di ripristinare la possibilità per i magistrati di prima nomina, i cosiddetti uditori giudiziari, di venire anche nelle sedi difficili, mentre credo che siano del tutto incomprensibili le ragioni di questo ostracismo nei confronti dei giovani magistrati, ritenuti degli irresponsabili a cui non si potrebbe affidare un compito di Pubblico Ministero.


Il processo breve e la legge sulle intercettazioni

Blog: lei è autore del libro: “ C’era una volta l’intercettazione”, in cui ha fatto l’analisi di un altro progetto in cantiere. Lei dice: “c’è il rischio di perdere un importante strumento d’indagine, che già sembrava una cosa molto grave: adesso la legge sul processo breve rischia proprio di ridurre la portata dell’efficacia di quella che è la destinazione dell’indagine, ossia il processo”. Sono due cose connesse?
Ingroia: diciamo che anche la legge sulle intercettazioni avrà come effetto quello di inserire un ulteriore strumento di ingiustizia, perché? Perché le intercettazioni, come le indagini degli ultimi anni hanno dimostrato, sono state uno straordinario strumento d’indagine, soprattutto in un certo tipo di procedimenti: i procedimenti dove si è svelata la criminalità del potere, la criminalità dei potenti, molti dei quali sono incappati nelle intercettazioni telefoniche e nelle intercettazioni ambientali, che hanno svelato le malefatte.


L’impunità dei colletti bianchi

Blog: alcuni suoi colleghi dicono che nei tribunali si macina l’acqua, oppure che sono posti dove entrano tonnellate di carta e escono tonnellate di carta: è possibile che vada bene alla classe politica una giustizia che funziona così?
Ingroia: non mi piace fare considerazioni squisitamente politiche, registro soltanto il dato di fatto che le grida d’allarme su una giustizia che non funziona si levano soprattutto dalla magistratura da anni e le risposte sono delle risposte del tutto inadeguate e spesso offensive, accusando i magistrati di essere fannulloni, corporativi, disorganizzati, quando chi conosce – e ce ne sono tanti anche in Parlamento – come funziona la macchina della giustizia sa quali sarebbero le riforme giuste per far riprendere velocità a un motore che sembra inceppato.

Blog di Beppe Grillo – Se questo è un uomo

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Se questo è un uomo.

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, ricordiamolo attraverso le parole di Primo Levi.
“SE QUESTO E’ UN UOMO
Voi che vivete sicuri – nelle vostre tiepide case, – voi che trovate tornando a sera – il cibo caldo e visi amici: – Considerate se questo è un uomo – che lavora nel fango – che non conosce pace – che lotta per mezzo pane – che muore per un si o per un no. – Considerate se questa è una donna, – senza capelli e senza nome – senza più forza di ricordare – vuoti gli occhi e freddo il grembo – come una rana d’inverno. – Meditate che questo è stato: – vi comando queste parole. – Scolpitele nel vostro cuore – stando in casa andando per via, – coricandovi, alzandovi. – Ripetetele ai vostri figli. – O vi si sfaccia la casa, – la malattia vi impedisca, – i vostri nati torcano il viso da voi. (Primo Levi)”

Articolo 21 – Giù le mani dalla rete. Firma l’appello

Firmate, firmate, firmate…

Fonte: Articolo 21 – Giù le mani dalla rete. Firma l’appello.

GIU’ LE MANI DALLA RETE

Il Decreto legislativo del governo, che contiene nuove regole sulla Televisione e sui media, si è abbattuto con violenza sulla scena della comunicazione italiana, già segnata dalla concentrazione e dai conflitti di interessi.

E’ di una gravità inaudita. Mette in discussione la libertà di informare e di essere informati. Blocca qualsiasi possibilità di sviluppo moderno del paese.

Da una parte, contiene la secca riduzione dell’obbligo per le emittenti nazionali di produrre film ed audiovisivi italiani ed europei; dall’altra, estende a dismisura gli spazi per la pubblicità, fino a determinare i contenuti stessi dei programmi e delle opere audiovisive. Infine, viene subdolamente aggredita la libertà di operare in Rete.

In pratica, viene evocato un incisivo intervento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, per estendere la normativa sul “copyright” anche ai fruitori dei servizi indipendentemente dalla piattaforma di trasmissione utilizzata (abolendo così la “neutralità della rete” tutelata a livello internazionale!).

Quindi, viene esteso l’obbligo di rettifica anche ai telegiornali trasmessi sul WEB e fruiti a richiesta.

Infine, il Decreto concede al Ministero competente il potere di autorizzare la fornitura di immagini attraverso Internet.

Dobbiamo battere questa tendenza! E’ autoritaria e, per di più, impraticabile. Serve, invece, una vera e propria Carta dei Diritti e dei Doveri per la “Cittadinanza digitale”. La Rete è un bene comune e un fondamentale diritto costituzionale.

Chiediamo al governo di cancellare dal testo del Decreto le norme censorie sul WEB.

Per queste ragioni, chiediamo a tutte le cittadine e a tutti i cittadini di sottoscrivere questo documento

FIRMA L’APPELLO E GUARDA I NOMI DEI FIRMATARI

Antimafia Duemila – Da domani in libreria ”Il patto. Dalle stragi del 1992 a oggi”

Antimafia Duemila – Da domani in libreria ”Il patto. Dalle stragi del 1992 a oggi”.

E’ previsto per il 28 gennaio 2010 lo ’sbarco’ in libreria di uno dei libri che, oltre ad aprire il nuovo anno per l’editore Chiarelettere, farà parlare molto e a lungo sui fatti riportati nelle sue 300 pagine.
Il libro in questione è ‘Il patto. Dalle stragi del 1992 a oggi. L’accordo segreto tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato’ di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci, un libro-inchiesta che svela i termini del famoso ‘Papello’, la presunta (o certa?) trattativa tra Mafia e Stato. Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci raccontano la vera storia di Luigi Ilardo, infiltrato tra i mafiosi negli anni delle stragi e che nel 1995 condusse i carabinieri nella campagna di Mezzojuso, fino al casolare del boss Provenzano, senza che questi ne provvedessero all’arresto. I tempi all’epoca non erano maturi, bisognava aspettare e così anni dopo arrivò l’autoconsegna di Provenzano, com’era già stato per Riina e come probabilmente sarà per il superlatitante ancora in libertà Matteo Messina Denaro.

Il patto. Dalle stragi del 1992 a oggi. L’accordo segreto tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato
il-patto-web-big.jpgGeneri: Scienze umane, Sociologia
Autore: Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci
Editore: Chiarelettere
Anno di pubblicazione: 2010
Informazioni: pg. 300
Codice EAN: 9788861900745

Prezzo di copertina: € 16,00


IL LIBRO

Sembra un film ma è una storia vera, e inedita, di cui pochissimo si è scritto e parlato. Un infiltrato dentro Cosa nostra negli anni delle stragi e all’inizio della Seconda repubblica. Un uomo d’onore al servizio dello Stato. Oggi le rivelazioni di Ilardo – raccolte dal colonnello Michele Riccio – sono alla base di un processo in corso a Palermo che vede come principale imputato il generale Mario Mori.

Ilardo parla di patti e di arresti di capimafia (“In Sicilia i capi o muoiono o si vendono“). Fa i nomi. Cita Marcello Dell’Utri: “un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi“. Sembra una storia sudamericana, ma accade in Italia. Meno di venti anni fa. E oggi, dopo le rivelazioni del figlio di Vito Ciancimino, molti all’improvviso parlano.

Ilardo nel 1994 nessuno lo ascolta – a parte il colonnello Riccio, che registra tutto. Ed è incredibile perché proprio l’infiltrato porterà gli uomini del Ros nel casolare di Provenzano. Perché il boss non fu arrestato? Dice Mori ai magistrati di Palermo: “Non ricordo… tenga presente che io ero responsabile di una struttura quindi avevo una serie di problematiche…

E il suo vice Mario Obinu: “Abbiamo localizzato il casale… (va considerata) la difficoltà tecnica di entrare, in quanto era costantemente occupato da pastori, mucche e pecore“. Risultato? Provenzano continuerà a trattare con i nuovi referenti politici della Seconda repubblica. E Ilardo sarà ammazzato dalla mafia nel 1996, pochi giorni prima di diventare ufficialmente pentito.

Oggi si parla di misteri e ombre dietro le trattative tra Stato e mafia. Ma non ci sono né misteri né ombre. Basta mettere in fila i fatti, come fanno gli autori in questo libro. Basta ascoltare Ilardo (ci sono i nastri con la sua voce). È difficile da credere ma è tutto clamorosamente chiaro.


GLI AUTORI

Nicola Biondo ha lavorato alla redazione di Blu notte, è stato consulente parlamentare e di alcuni uffici giudiziari. Vive a Palermo, collabora con l’Unità.

Sigfrido Ranucci è giornalista di Report. Ha realizzato numerose inchieste sulle stragi di mafia e altri temi di attualità.

Antimafia Duemila – Giudici processo Mercadante: ”Ciancimino e’ attendibile”

Fonte: Antimafia Duemila – Giudici processo Mercadante: ”Ciancimino e’ attendibile”.

27 gennaio 2010
Palermo.
Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, che sta svelando ai magistrati ciò che sa sui segreti della trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, riceve la sua prima «patente» di testimone attendibile dall’autorità giudiziaria.
A riconoscerne la credibilità sono i giudici della seconda sezione del tribunale, che hanno depositato le motivazioni della sentenza con cui hanno condannato per mafia, a 10 anni, l’ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante. Nel processo al parlamentare, Ciancimino ha testimoniato citato dall’accusa. «Quel che è certo – si legge nella motivazione della sentenza – e che può indiscutibilmente affermarsi nel presente processo è che egli (Massimo Ciancimino, ndr) ebbe realmente modo di assistere a incontri tra il padre e Provenzano e ancora del padre con Lipari e Cannella nella propria abitazione familiare e nei luoghi domiciliari in cui il padre fu ristretto o confinato, incontri in cui Vito Ciancimino e i suoi interlocutori parlavano di affari, appalti mafia e politica». «La vicinanza di Massimo Ciancimino al padre – proseguono i giudici – ha fatto di lui un testimone se non un protagonista di riflesso di incontri ed episodi, oggi al centro di interesse investigativo in quanto utili a ricostruire il perverso sistema di frequentazioni alleanze ed accordi politico-istituzionali che fece dei corleonesi dei vari Liggio e Riina un centro di potere oltre che un gruppo di assassini senza scrupoli, capaci di condizionare la storia politico-sociale-economica della Sicilia(e in parte della Repubblica) dagli anni ’70 a buona parte dei anni ’90». Un viatico importante, quello dei giudici, che mettono nero su bianco la veridicità delle dichiarazioni del teste in particolare sugli incontri tra il padre e Provenzano, alla vigilia di una nuova testimonianza del figlio dell’ex sindaco. Massimo Ciancimino, infatti, lunedì comparirà davanti ai giudici della quarta sezione del tribunale di Palermo per deporre al processo contro il generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia. E proprio Mori, secondo i racconti del teste, sarebbe stato l’interlocutore istituzionale del padre nella cosiddetta trattativa.

ANSA


Quei coretti anti Ingroia

Fonte: Quei coretti anti Ingroia.

Dall’aula del Senato dovrebbe essere bandita ogni forma di inciviltà e barbarie. Non sempre accade. Lo testimonia il resoconto stenografico della seduta dedicata alla discussione sul “giusto processo”, che registra una denunzia del senatore Li Gotti, crudamente espressa nei termini seguenti:
“In quest’aula, mentre si citava il gravissimo fatto del programmato attentato distruttivo ordito contro alcuni magistrati che combattono la mafia, una parte di questa assemblea ha irriso all’e vocazione dei nomi delle possibili vittime… Sapevamo dei mafiosi che brindarono alla morte di Giovanni Falcone… Eravamo a questa torbida conoscenza. Oggi abbiamo qualcosa di altro: una parte dell’aula del Senato, ieri, ha fatto un coretto di irrisione alla pronunzia del nome di Antonio Ingroia, un magistrato che la mafia vuole uccidere”.

Ora, nessuno pretende che chi mette quotidianamente a rischio la propria vita per servire il paese nella lotta alla criminalità organizzata mafiosa sia pensato da tutti come perennemente avvolto in una bandiera tricolore. Ci mancherebbe. In un mestiere come quello di magistrato, nel quale l’errore è un rischio immanente, l’accettazione acritica dell’operato di questo o quell’ufficio o di un singolo giudice sarebbe inconcepibile. Anche perché le critiche, se oneste, aiutano a sbagliare di meno. Ma la mancanza di rispetto, fino a schernire chi viene indicato come vittima designata di un attentato programmato dalla mafia, è fuori di ogni logica e decenza. Non mi risulta che ci siano state reprimende o altre prese di distanza verso i senatori che si son permessi di scherzare – letteralmente – sulla pelle degli altri. Sarebbe utile invece che qualche amico o sodale provasse a responsabilizzarli un po’ magari rivelando loro un fatto che mi è capitato tempo fa, di sentire proprio da Ingroia. E’ il racconto di quando (per la prima volta dopo anni) egli si trovò sull’ascensore col figlio: per caso, da solo, senza la scorta. Il figlio si guardò intorno e rivolto al padre, con tenerezza esclamò a bassa voce: “Qui noi finora non siamo mai stati da soli”, e gli mandò un piccolo bacio, senza far rumore. Per Ingroia fu un momento di profondo affetto e verità, di riflessione sul fatto che non era mai stato (e mai sarebbe stato) solo con i suoi figli fuori dalla porta di casa. Niente di patetico in questo, semplici constatazioni che non hanno mai modificato le scelte di Ingroia (e dei tanti magistrati che in Sicilia operano e vivono come lui), ma che ormai fanno integralmente parte del suo modo di essere padre. Sono i condizionamenti sulla vita privata di un mestiere e soprattutto dei rischi di un mestiere che è faticosamente pubblico. E che dovrebbe meritare da tutti (anche dai senatori capaci invece di scandalosi coretti) considerazione e rispetto. Ragionare su vizi e virtù della giustizia e del sistema che dovrebbe realizzarla è doveroso e giusto. Ma su binari di razionalità. Deraglia chi irresponsabilmente scherza, nella sacralità istituzionale della “Camera alta”, sulle possibili vittime di attentati progettati da quella feroce organizzazione criminale che tutti sanno (o dovrebbero sapere) essere Cosa Nostra. L’irrazionalità può anche generare mostri. Certo, nessuno lo vuole e non sarebbe nell’interesse di nessuno se ciò si verificasse. Per questo chi in Senato ha sbagliato, reagendo alla notizia degli attentati mafiosi contro magistrati impegnati in prima linea come se si trattasse di una cosettina da ridere, dovrebbe essere – nelle forme istituzionalmente corrette – quantomeno invitato a vergognarsi.

Gian Carlo Caselli da il Fatto Quotidiano del 27 Gennaio 2010