Archivi del giorno: 3 gennaio 2010

La ‘Ndrangheta attacca le istituzioni: bomba esplode davanti alla Procura generale

La ‘Ndrangheta attacca le istituzioni: bomba esplode davanti alla Procura generale.

Scritto da Monica Centofante e Rainews 24

Reggio Calabria. Non hanno dubbi i responsabili delle forze dell’ordine e della magistratura di Reggio Calabria che questa mattina si sono riuniti d’urgenza insieme al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica: l’ordigno fatto esplodere nelle prime ore dell’alba davanti alla procura generale della città calabrese è di origine mafiosa.
E a dimostrarlo, in particolare, il confezionamento della bomba, per il quale sarebbero stati utilizzati materiali in tutto simili a quelli adoperati nei continui tentativi di estorsione della ‘Ndrangheta nei confronti di commercianti e imprenditori reggini.
E’ quanto emerso dai primi accertamenti seguiti allo scoppio dell’ordigno ad alto potenziale che alle 5 di questa mattina ha svegliato il centro storico della città dello Stretto, in prossimità di piazza Castello, in un momento in cui la strada era fortunatamente deserta. E che per questo motivo non ha provocato vittime, ma ha scardinato un’inferriata del portone della procura e danneggiato gli altri infissi della struttura.
Secondo quanto emerso dalle indagini appena iniziate, e condotte dai Carabinieri del comando provinciale reggino, le telecamere di sorveglianza avrebbero ripreso due persone coperte da casco integrale che a bordo di uno scooter si sarebbero avvicinate al portone della Procura generale. Ma che risulterebbero ancora ignote.
Sul movente del gesto intimidatorio – che il professor Enzo Ciconte, esperto del fenomeno ‘Ndrangheta, ha interpretato come “un messaggio chiaro e forte alla magistratura” per motivi ancora  sconosciuti – è intervenuto il Procuratore generale Salvatore Di Landro: “Voglio ricordare – ha detto – che l’ufficio della Procura si occupa della confisca e del sequestro dei beni, e dei procedimenti di appello contro le cosche della criminalità organizzata”. A fargli eco Franco Mollace, per anni alla Dda di Reggio Calabria e dal 10 dicembre sostituto procuratore generale a Reggio. Il fatto – ha dichiarato – è “di una gravità senza dimensione un attacco diretto all’ufficio che evidentemente, negli ultimi tempi, ha segnato una rottura col passato”. Mentre “è evidente un indirizzo nuovo dell’ufficio e certamente non gradito alla criminalità organizzata”.
L’europarlamentare Luigi de Magistris, intervenuto con una nota, ha tenuto invece a sottolineare che l’atto criminale non è il primo, ma solo l’ultimo di una lunga serie. Più di una volta, ha detto, Reggio Calabria è stata “crocevia di attentati dinamitardi compiuti dalla criminalità organizzata nei confronti delle istituzioni democratiche. Questo è accaduto spesso quando l’attività della magistratura ha avuto ad oggetto i rapporti tra politica e ‘Ndrangheta, tra quest’ultima e persone delle istituzioni”. “La strategia della tensione – ha proseguito de Magistris – è uno dei mezzi di comunicazione della ‘Ndrangheta anche quando viene colpita nei suoi interessi economici. Bisogna mantenere alta la vigilanza democratica ed essere vicini alle donne e agli uomini delle istituzioni impegnati per l’attuazione e la difesa della legalità”.
Vicinanza e sostengo ai magistrati reggini impegnati nella lotta alla ‘Ndrangheta, sono stati intanto espressi da più parti politiche e dallo stesso Presidente Napolitano che ha manifestato in una nota il convinto apprezzamento e il forte incoraggiamento alla tenace azione, assieme alle forze dell’ordine, di contrasto della criminalità.

Monica Centofante da Antimafiaduemila

Reggio Calabria.

Un ordigno ad alto potenziale, costruito artigianalmente, con esplosivo collegato a una bombola del gas, è esploso intorno alle 5 di questa mattina, davanti al portone del tribunale di Reggio Calabria, dove ha sede anche la Procura Generale, nella centralissima piazza Castello.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del fuoco e i Carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria che hanno avviato le indagini.

La bomba è stata posizionata intorno alle 4.50 della scorsa notte da due persone al momento ignote che si sono avvicinate al portone della Procura Generale a bordo di uno scooter. La telecamera a circuito chiuso della Procura generale di Reggio Calabria ha registrato le immagini dell’attentato che adesso sono al vaglio degli inquirenti che stanno cercando di dare un volto e un nome ai due individui che hanno compiuto il gesto.

E’ certa l’origine mafiosa
E’ certa l’origine mafiosa dell’attentato. L’attacco, per il procuratore generale Salvatore Di Landro, può essere avvenuto sia per le attività della procura in materia di misure di prevenzione sia per una serie di procedimenti in appello sulla criminalità organizzata.  “Dalla telecamera di servizio – ha detto Di Landro – è stato possibile notare che due individui, che indossavano i caschi e che sono giunti a bordo di un motorino, hanno depositato l’ordigno composto da una bombola di gas e da materiale esplodente. Siamo certi che si tratti di un grave attentato perpetrato dalla criminalità organizzata”.

Napolitano: solidarietà e vicinanza
Napolitano ha espresso ai Capi degli uffici requirenti di Reggio Calabria solidarietà e la vicinanza del Paese ai magistrati della città. Il Capo dello Stato, si legge in una nota del Quirinale, ha manifestato il convinto apprezzamento e il forte incoraggiamento alla tenace azione, assieme alle forze dell’ordine, di contrasto della criminalità, assicurando il pieno sostegno delle istituzioni.

L’attentato di questa mattina ai danni della procura generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria è “un episodio gravissimo che colpisce uno degli uffici giudiziari più impegnati nella lotta alla ‘ndrangheta”, dichiara il presidente del Consiglio Regionale, Giuseppe Bova. “E’ un atto di “inaccettabile spregiudicatezza, che condanniamo con forza, indigna e allarma perche’ conferma come la criminalità organizzata sia tornata ad alzare il tiro”.

Maroni convoca riunione il 7 gennaio
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha convocato per il pomeriggio del 7 gennaio una riunione straordinaria alla prefettura di Reggio Calabria dei vertici delle forze dell’ordine, dopo la bomba fatta esplodere all’alba di oggi contro la Procura generale del capoluogo. Nell’occasione, si insedierà anche il nuovo prefetto della città. E’ quanto fa sapere la portavoce del ministro, Isabella Votino. Maroni ha chiamato oggi il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, e il procuratore Giuseppe Pignatone, per esprimere loro solidarietà.

Fini: condanna all’attentato e sostegno ai magistrati
l presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha espresso il proprio sostegno e la propria piena solidarietà ai magistrati e a tutti gli operatori della giustizia del Tribunale di Reggio Calabria, per il vile attentato di questa notte. Nell’esprimere la più ferma condanna per il grave episodio, Fini ha dichiarato la sua vicinanza a quanti quotidianamente svolgono con dedizione e senso di responsabilità il proprio lavoro nel nome della legalità e della democrazia.

Alfano, sdegno per il grave attentato
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano esprime il proprio “sdegno per il grave attentato perpetrato ai danni degli uffici giudiziari di Reggio Calabria, simbolo della lotta alla mafia e luogo di straordinari successi dello Stato nei confronti delle cosche mafiose”. Il Guardasigilli si dice “assolutamente certo” che l’attentato “non fara’ venir meno, anzi accrescera’, l’impegno della magistratura reggina nel contrasto ad ogni forma di violenza e prevaricazione”. Alfano sottolinea infine “la propria vicinanza alla operosa Procura generale di Reggio Calabria e a tutta la magistratura del distretto”.

Pg, grati al Capo dello Stato per la vicinanza
“La magistratura reggina non puo’ che essere profondamente grata e gratificata della vicinanza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e del ministro Roberto Maroni. E’ di conforto sapere che il Presidente ci e’ stato subito vicino”. Lo ha detto il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. “In questo momento cosi’ forte e delicato – ha aggiunto – l’ufficio ha ricevuto la solidarieta’ ampia, piena e diretta della Presidenza della Repubblica e del ministro Maroni che ringrazio vivamente per la loro vicinanza e la condivisione dei problemi che abbiamo. Ci giunge particolarmente gradito e di conforto il messaggio del Presidente della Repubblica per l’alto livello istituzionale. Tutta la magistratura reggina me e il procuratore della Repubblica in primis, gli esprime la piu’ viva gratitudine”. Di Landro, che ha preso servizio come procuratore generale il 5 dicembre scorso, ha avuto stamani un lungo colloquio con il Quirinale.

Da Rainews24

Blog di Beppe Grillo – Menzogne sugli inceneritori e la gente muoreIntervista a Patrizia Gentilini

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Menzogne sugli inceneritori e la gente muoreIntervista a Patrizia Gentilini.

Le affermazioni dell’oncologa Patrizia Gentilini sono gravissime. Fa riferimento a falsificazioni di documenti utilizzati da pubbliche associazioni per negare gli effetti degli inceneritori sulla salute. Per occultare le nuove fabbriche di tumori. Credo che sia opportuno che un magistrato (sicuramente almeno uno leggerà il blog) proceda di ufficio per accertare la verità. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

“Sono Patrizia Gentilini, un medico, un oncologo, appartengo all’Associazione dei Medici per l’Ambiente e sono qui per spiegare il nostro comunicato stampa del 25 novembre scorso, in occasione del nostro ventennale. Vogliamo portare alla conoscenza di tutti e denunciare il fatto che sono stati modificati i risultati di studi scientifici in documenti in uso ad associazioni pubbliche, per attestare la presunta innocuità degli impianti di incenerimento dei rifiuti.
Ci rifacciamo a un documento: il Quaderno N. 45 di ingegneria ambientale. Il documento a firma di Umberto Veronesi, Michele Giugliano, Mario Grasso e Vito Foà, è stato ripreso dalla Regione Sicilia e da altre Regioni, quali la Regione Toscana e altre Province in Italia. L’impatto sanitario è sviluppato a pag. 54/55 a firma di Vito Foà, nel documento sono presi in esame 4 studi, tutti riportati in maniera non corretta. In particolare per lo studio condotto in Inghilterra, di Elliot, in prossimità di 72 inceneritori, è riferito che non è stata trovata alcuna diversità di incidenza e mortalità per cancro nei 7,5 chilometri di raggio circostanti gli impianti di incenerimento e in pratica non si è riscontrata nessuna diminuzione nel rischio mano a mano che ci si allontanava dalla sorgente emissiva.
Quello scritto nel lavoro originale di Elliot è esattamente il contrario, perché viene riportata, per l’esattezza, una diminuzione statisticamente significativa, mano a mano ci si allontanava dall’impianto di incenerimento per tutti i cancri: il tumore allo stomaco, al colon retto, al fegato e al polmone, quindi mano a mano che ci si allontanava dagli impianti il rischio diminuiva.
Nella versione italiana è stata aggiunta una negazione in modo da capovolgere il significato del lavoro.
Un altro esempio è lo studio condotto in prossimità dei due impianti di incenerimento di Coriano a Forlì e anche in questo caso è riportata solo la frase iniziale delle conclusioni, in cui si dice che lo studio non ha messo in evidenza eccessi di mortalità generale e di incidenza per tutti i tumori, è un’interpretazione molto parziale. Vi spiego come stanno le cose: lo studio di Coriano è stato condotto valutando l’esposizione a metalli pesanti, secondo una mappa di ricaduta di questi inquinanti, questa è la mappa che riguarda lo studio di Coriano (vedi video) fatta per valutare le ricadute sulla popolazione in base alle emissioni dei due impianti di incenerimento. I due inceneritori sono questi due continui al centro (vedi video) : 1) per i rifiuti urbani; 2) per rifiuti ospedalieri; è stata considerata l’emissione di metalli pesanti in aria e la loro ricaduta nel territorio. L’area più scura è dove è massima la ricaduta, poi via, via i livelli sfumano, fino a un colore giallo più chiaro preso come livello di riferimento.
E’ stata analizzata la popolazione residente per circa 14 anni, dal 1990 al 2003/2004, e i risultati che ci sono stati sono stati estremamente importanti per quanto riguarda le donne. Nel grafico ho riportato l’andamento della mortalità per cancro nel sesso femminile in funzione dell’esposizione, quindi in funzione dei livelli della mappa precedente.
In pratica questo è l’andamento del rischio di morte in funzione del livello di esposizione (vedi video), questo è l’andamento della mortalità per tutti i tipi di tumore nel loro complesso nel sesso femminile, che arriva fino a un aumento del 54%, questo l’andamento della mortalità per cancro alla mammella, al colon retto, per cancro allo stomaco, vedete che c’è una coerenza innegabile tra aumento del rischio e aumento del livello di esposizione, questo risultato certamente molto importante viene sottaciuto nel paragrafo che riguarda l’impatto sanitario dell’incenerimento, in modo da sottostimare questo rischio che è di fatto assolutamente di rilievo.
Cosa vogliamo dire con il nostro documento e con il nostro comunicato stampa? Abbiamo voluto ricordare la nascita delll’Associazione dei Medici per l’Ambiente, che la nostra associazione ha come finalità di fornire strumenti di conoscenza al servizio di tutti i cittadini e di essere coerenti in questo, seguendo il nostro grande maestro, purtroppo scomparso: Lorenzo Tomatis che ci ha insegnato che medicina e scienza devono essere al servizio dell’uomo, della salute e non degli interessi economici. Abbiamo voluto ricordare che non è la prima volta che l’uso pure artefatto, strumentale degli studi scientifici è servito e ha costituito l’alibi per non adottare delle misure di protezione della salute pubblica, con un carico di sofferenze, di morti, malattia che si poteva evitare. Noi non vogliamo che questo si ripeta anche con l’incenerimento dei rifiuti che è una pratica assolutamente da bandire, dobbiamo riciclare, recuperare la materia e non bruciarla.
Vorrei ricordare che la nostra associazione è indipendente, non è necessario essere medici, tutti possono iscriversi, potete andare sul nostro sito, tutti possono associarsi, non godiamo di finanziamenti da parte di terzi, ci autososteniamo. Nell’ambito del tema della gestione dei rifiuti, vorrei ricordare un nostro libro come strumento di conoscenza per le amministrazioni, per i cittadini, le associazioni. Nessuno di noi ha diritti, quindi non è una promozione commerciale.
Come associazione siamo interessati a una variegata presenza di problemi come per esempio: telefonini, Ogm, pesticidi, inquinamento dell’aria. Problemi cruciali per la salute di tutti, siamo convinti che solo con la conoscenza, con la partecipazione e con l’impegno di tutti, si riuscirà a trovare soluzioni per la tutela della salute, della vita e del futuro di tutti noi.” Patrizia Gentilini

Anteprima intervista al Pm Di Matteo | Pietro Orsatti

Anteprima intervista al Pm Di Matteo | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

«FINO A QUANDO LO STATO NON AVRÀ LA FORZA, ANCHE AL COSTO DI ARRIVARE QUASI A PROCESSARE SE STESSO, FINCHÉ NON AVRÀ IL CORAGGIO DI SCIOGLIERE DEFINITIVAMENTE IL NODO DELL’ESISTENZA O MENO DI PATTI O ACCORDI CON I VERTICI DI COSA NOSTRA, LO STATO RAPPRESENTERÀ SEMPRE UN POTERE DIMEZZATO».

Il pm di Matteo fa un bilancio sulle luci e sulle ombre della lotta alla mafia e sulle politiche di contenimento del fenomeno mafioso e in particolare di quelli proposti dalla maggioranza già in atto o in discussione. Sullo scudo fiscale, ad esempio, dichiara a Terra: «Giudico pericoloso il rientro in Italia, consentito dal cosiddetto scudo fiscale, di 95 miliardi di euro, che, non dimentichiamolo, rientrano nella piena disponibilità di soggetti che li avevano illegalmente trasferiti all’estero. Quindi è facile prevedere che altrettanto illegalmente cercheranno di reimpiegarli e investirli».
Poi parla anche della stagioni della presunta trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa nostra:
«Nel contesto complessivo nella lotta alla mafia, al di là di quelli che sono i proclami propagandistici o previsioni di debellare entro poco tempo definitivamente il fenomeno, io credo che le inchieste e i processi sulle stragi e la trattativa fra mafia e Stato assumano una valenza fondamentale nel contesto complessivo della situazione anche attuale. Perché fino a quando lo Stato non avrà la forza e il coraggio, anche al costo di arrivare quasi a processare se stesso, finché non avrà la forza di sciogliere definitivamente il nodo dell’esistenza o meno di patti o accordi con i vertici di Cosa nostra, lo Stato rappresenterà sempre un potere dimezzato. Perché possibile oggetto di ricatto mafioso. Noi potremo in futuro arrestare altre decine, centinaia, di picciotti, di uomini d’onore, ma fino a quando non ci sarà verità piena sulle stragi e sulla trattativa potenzialmente lo Stato sarà sempre oggetto di possibile ricatto. Quando si dice che indagare sulle stragi e sulla trattativa mafia e Stato in quel periodo, costituisce uno spreco di risorse economiche e di energie investigative, non si capisce o si finge di non capire che la vera sconfitta di Cosa nostra non può passare attraverso gli arresti e le condanne, ma passa attraverso la neutralizzazione del potere di ricatto di Cosa nostra, attraverso la neutralizzazione di ogni tentativo anche eventualmente attuale e futuro di dialogo o di accordo a qualsivoglia livello tra la mafia e lo Stato».

Contro la mafia. Nonostante il governo | Pietro Orsatti

Contro la mafia. Nonostante il governo | Pietro Orsatti.

Criminalità – Il ministro Maroni si vanta degli arresti eccellenti degli ultimi 14 mesi. Meriti condivisi anche dallo scrittore Roberto Saviano. In realtà magistrati e forze dell’ordine hanno lavorato a corto di mezzi visti i tagli ai fondi. Per Anna Garavini, capogruppo Pd nella commissione Antimafia: «Questo esecutivo, al di là della propaganda, sotto il piano legislativo sta facendo dei favori alla criminalità organizzata». Con lo scudo fiscale probabilmente ci sono molti miliardi appartenenti alle mafie che rientrano “ripuliti” con un costo inferiore a quello usuale : il 5% invece che il 15-20%.


di Pietro Orsatti su
Terra

Un anno particolare per la lotta alla mafia quello appena trascorso. Un anno di grandi successi della magistratura e delle forze di polizia e dei carabinieri che hanno condotto, in particolare in Sicilia negli ultimi mesi, a un numero impressionante di arresti “eccellenti” di latitanti di rango quali Baglisi, Raccuglia, Nicchi e Fidanzati. Alcuni di loro boss locali di peso, altri capi in ascesa ai vertici di Cosa nostra come Domenico Raccuglia, detto il “veterinario”. «La migliore stagione di contrasto alla mafia che sia stata vissuta in Italia – ha dichiarato prima di Natale il ministro dell’Interno Maroni -. A indicarlo sono in numeri: in questi ultimi 14 mesi sono state svolte 309 operazioni di polizia giudiziaria contro i clan (+35% rispetto ai 14 mesi precedenti), sono state arrestate 3.315 persone (+32%) e 235 latitanti (+78%)». Successi, però, non tanto per l’azione del governo, quanto per la cocciutaggine di magistrati e forze di polizia che hanno proseguito l’azione di contrasto alla criminalità nonostante le difficoltà. Anche se poi il governo ha rivendicato un proprio ruolo di «guida e indirizzo», di «antimafia dei fatti» in contrapposizione all’«antimafia delle parole ». «Non scherziamo, siamo davanti a successi ottenuti nonostante i tagli sulle risorse alle forze di polizia, gli straordinari non pagati da anni, i continui attacchi mirati a criminalizzare i magistrati, e nonostante i tanti provvedimenti che ne hanno limitato gravemente l’efficienza come nel caso delle intercettazioni telefoniche, delle nuove regole per lo scioglimento dei Comuni, e non ultimo il provvedimento inserito in Finanziaria sulla vendita dei beni confiscati», dichiara a Terra Anna Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia. «Il nostro giudizio politico è molto severo – prosegue la parlamentare -. Perché questo governo, al di là di quelle che sono state le dichiarazioni propagandistiche, sotto il piano legislativo sta facendo dei grossissimi favori alla mafia. Sta cercando di smantellare da un lato le forze dell’ordine e dall’altro la magistratura che sono invece i veri protagonisti degli ultimi successi. Sappiamo molto bene che la lotta alla mafia non si può fare solo con la repressione del fenomeno, ed è un errore clamoroso limitarsi a questo. E per di più gli attacchi continui alla magistratura a lungo andare ne depotenzieranno la capacità di far fronte anche soltanto all’ala cosiddetta militare della criminalità organizzata. Ormai le mafie si sono infiltrate e hanno investito in ambiti paralegali e legali dell’economia e della finanza, condizionano politiche e appalti, determino spesso la sopravvivenza o meno di un’azienda».

E mentre si festeggiano i 95 miliardi di euro rientrati grazie allo scudo fiscale, pochi dicono che fra quell’enorme quantità di denaro probabilmente ci sono molti miliardi di soldi appartenenti alle mafie che rientrano “ripuliti” con un costo ben inferiore di quello usuale per riciclarli (il 5% invece che il solito 15-20%). Insomma, anche lo scudo è stato un bell’aiuto all’impresa mafia che, nonostante un’evidente crisi militare, continua a rappresentare un terzo del Pil grazie alle imprese infiltrate o direttamente collegate alla crimine spa e che detiene circa il 30 cento della liquidità nel nostro Paese.

Ma torniamo agli ultimi successi nella lotta all’ala militare, in questo caso di Cosa nostra. La cattura di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli, condotta dalla squadra Catturandi della mobile di Palermo, ha rappresentato uno spartiacque. Sia per la rilevanza del personaggio criminale sia per il numero e l’importanza dei documenti (i famosi “pizzini”) che furono trovati in seguito al suo arresto. Ma questa cattura non è, ovviamente, uno spartiacque solo per Cosa nostra. Succede qualcosa anche all’interno delle forze dello Stato che in pochi mesi, fra l’operazione “Gotha”, la cattura dei Lo Piccolo e quella di Provenzano, avevano messo a segno un’impressionante serie di successi, impedendo di fatto anche l’esplosione di una guerra di mafia causata dalle ambizioni egemoniche del clan Lo Piccolo. Succede che si interrompe l’azione in particolare della Catturandi, che a partire dall’arresto di Giovanni Brusca dieci anni prima, aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia e nella cattura dei latitanti. Il modello Catturandi, ormai, era rodato. Veniva perfino esportato in altre regioni d’Italia, in particolare in Calabria e Campania, ma la Cat- Pietro Orsatti U turandi originale veniva messa da parte, le indagini sugli altri latitanti di peso nel palermitano affidate ai carabinieri. Per tre anni. Perché l’azione di indagine viene delegata ad altri, perché non vi sono più soldi. Se si pensa che un latitante “medio” spende alcune decine di migliaia di euro a settimana per garantirsi la latitanza, è ovvio che per prenderlo bisogna quantomeno mettere in campo risorse uguali se non maggiori. Agli uomini della Catturandi, invece, non sono stati pagati, se non parzialmente, gli straordinari e le missioni della cattura dei Lo Piccolo del 2006. Da questa constatazione è facile capire che le catture dei tre latitanti di spicco nel palermitano negli ultimi mesi, Domenico Raccuglia, Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, non sono state il frutto di uno sforzo estremo del governo, ma di una sorta di scatto morale di alcuni magistrati e di alcuni reparti della polizia, Catturandi in primis.

Successivamente, proprio alla vigilia del nuovo anno e dopo la battuta del premier Silvio Berlusconi su una promessa di sconfiggere la mafia entro la fine del suo mandato, arriva la dichiarazione di guerra di Roberto Maroni, con tanto di un programma speciale di lotta ala crimine organizzato per «debellarlo» definitivamente dal nostro Paese e dalla nostra società. Con tanto di benedizione di Roberto Saviano che ha dichiarato: «Roberto Maroni? Sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri dell’Interno di sempre». Dimenticando, Saviano, dei tagli ai fondi della polizia, dimenticando lo spostamento (centinaia di milioni di euro) di risorse alle cosiddette “ronde”, dimenticando anche la devastante politica di gestione sia dei testimoni di giustizia che, oggi, anche dei pentiti da parte del suo sottosegretario Alfredo Mantovano. Ormai le vicende dei testimoni quali Ulisse, Pino Masciari e Piera Aiello, in pratica abbandonati dallo Stato o in fuga da esso vista l’assenza di una politica di protezione coerente con le necessità umane, affettive e lavorative dei teste a rischio, sono sulla bocca di tutti.

Ma Mantovano, che gestisce da anni il settore testimoni e pentiti (praticamente in tutti i governi Berlusconi) e presiede la commissione che gestisce i programmi di protezione, ha raggiunto l’apice durante e dopo le dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza nel processo Dell’Utri, mettendo in dubbio pubblicamente la sua testimonianza e la correttezza della magistratura (entrambi giudizi che non spettano a lui e soprattutto che paventano un suo parere negativo alla richiesta dell’applicazione di un programma di protezione per il pentito). «Una posizione e dichiarazioni gravissime – spiega Anna Garavini -. Per questo in commissione Antimafia abbiamo chiesto e ottenuto con urgenza una sua audizione a gennaio. Sia per i toni sia per le implicazioni che avrebbero, e forse hanno già avuto, le sue dichiarazioni». Saviano dimentica molto e cerca la battuta a effetto anche in questo caso. Mantovano è uomo (e di fiducia) di Maroni, sul contrasto alle mafie ha un ruolo determinante. E quindi Saviano, alla luce dei fatti e non delle ipotesi, ha di nuovo sottovalutato il peso che, dopo il grande successo mediatico del suo libro e della sua figura, ottiene ogni sua battuta. Anche per le molte cose dette con leggerezza e superficialità quest’anno di lotta alla mafia è stato un anno particolare.