Archivi del giorno: 24 gennaio 2010

Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia.

I magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona sono dei bersagli viventi. Sono a rischio attentato. Il procuratore antimafia Nino Di Matteo che sta indagando sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino è più fortunato, è solo sotto scorta da 16 anni, come molti suoi colleghi. In Francia o in Gran Bretagna sotto scorta, o fuggiti all’estero ci sarebbero i mafiosi, non i giudici. Nel Sud le procure della Repubblica sono avamposti, fortini circondati dall’Antistato. Cuffaro è stato condannato a 7 anni in appello anni, due anni in più per l’aggravante mafiosa. Dell’Utri è in attesa della sentenza di secondo grado dopo le elezioni, in primo grado è stato condannato a 9 anni. La cosa sensazionale è che si tratta di due senatori della Repubblica intervistati con reverenza in trasmissioni come “Porta a Porta” e nei servizi dei telegiornali da giornalisti al loro servizio, ma pagati da noi.
Molti pentiti, più di trenta, parlano delle relazioni tra mafia e Stato come atto fondativo della seconda Repubblica. I processi per le stragi di Capaci, via D’Amelio e in tutta Italia del biennio 92/93 si stanno riaprendo e coinvolgono i politici di allora in modo bipartisan. In carcere a scontare ergastoli su ergastoli ci sono solo mafiosi, dai Graviano a Riina a Provenzano, ma nessun politico. Chi li ha fregati? Chi non ha mantenuto le promesse?
Un nuovo ciclo si sta per aprire. Dopo 16 anni di stragi, alcune commissionate da mandanti del cosiddetto “continente“, secondo i pentiti, e delle quali la mafia sarebbe stata solo il braccio armato, c’è stata la Pax mafiosa, durata anch’essa circa 16 anni. I prossimi processi potrebbero mandare in galera politici eccellenti, distruggere carriere costruite sul sangue. Quelli in corso in Sicilia sulle stragi non sono processi alla mafia, ma processi allo Stato. Per questo si potrebbe aprire un nuovo ciclo di omicidi. Passare dal processo breve al magistrato morto è un attimo. I partiti che hanno occupato lo Stato non si possono condannare. I democristiani non si volevano far processare nelle piazze.I politici attuali (Berlusconi è solo il loro rappresentante) neppure nei tribunali.
La Rete deve adottare i giudici Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Dar loro e alle loro inchieste la massima visibilità e sostegno. L’informazione è il loro giubbetto anti proiettile. Prima li diffamano (e lo stanno facendo da anni), poi li isolano (operazione in corso), poi li uccidono. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Chiamiamola amnistia – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Chiamiamola amnistia – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Da Il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2010

Alla fine il sagace Gasparri, ad Annozero l’ha ammesso. Non se n’è accorto, come spesso gli accade, ma l’ha ammesso: “Siccome nel 2006 il centrosinistra ha fatto l’indulto, i processi per reati commessi fino al 2006 sono inutili e quindi tanto vale non celebrarli più. Per questo abbiamo reso retroattivo il processo breve”. Cioè: dopo l’indulto del centrosinistra (votato anche da Forza Italia e Udc), arriva l’amnistia del centrodestra. Solo che, se la chiamassero col suo vero nome, quelli del Pdl non potrebbero approvarla con la loro maggioranza, avrebbero bisogno dei due terzi; ma, soprattutto, non potrebbero più uscire di casa nemmeno con barba posticcia e plastica facciale: qualcuno dei milioni di gonzi che li votarono meno di due anni fa in nome della “sicurezza”, della “certezza della pena” e della “tolleranza zero”, li riconoscerebbero e li farebbero a fette.

Perché l’amnistia è ancora peggio dell’indulto: se questo “abbuona” 3 anni di pena, quella cancella il reato e dunque il processo. Per questo il “processo breve” retroattivo è un’amnistia camuffata: estingue il processo e dunque il reato. Con l’indulto, i colpevoli vengono comunque condannati e se han danneggiato qualcuno devono risarcirlo. Con l’amnistia (e il processo breve) non c’è neppure l’accertamento della verità, dunque il colpevole la fa franca, rimane incensurato e la parte offesa deve imbarcarsi in una lunghissima causa civile dall’esito incerto (visto che non c’è stata condanna in sede penale). E per i processi nuovi, che succede? Per quelli niente paura, dice Gasparri: i giudici avranno “da 10 a 15 anni di tempo”. Campa cavallo.

E, se lo dice lui che della legge è il primo firmatario, c’è da credergli. Purtroppo, come disse un giorno Storace a proposito di quella sulle tv, “Gasparri ‘sta legge non solo non l’ha scritta, ma manco l’ha letta”. Infatti, salvo per i reati più gravi e più rari, puniti con pene superiori ai 10 anni (omicidio, mafia, terrorismo, strage), i processi non potranno durare più di 6 anni e mezzo: 3 dalla richiesta di rinvio a giudizio alla sentenza di primo grado, 2 da questa alla sentenza d’Appello, 1 e mezzo da questa alla sentenza di Cassazione. Il che significa, in un paese dove durano in media 7 anni, un’amnistia anche per i processi futuri. Anche perché, con una furbata da azzeccagarbugli, lorsignori hanno infilato al comma 3 dell’articolo 5, un codicillo che ammazza il processo ancor prima dei 6 anni e mezzo: “Il pm deve assumere le proprie determinazioni in ordine all’azione penale entro e non oltre tre mesi dal termine delle indagini preliminari. Da tale data iniziano comunque a decorrere i termini di cui ai commi precedenti, se il pm non ha già esercitato l’azione penale…”. Traduzione: se il pm non chiede il rinvio a giudizio entro 3 mesi dalla scadenza delle indagini, al 91° giorno parte comunque il conteggio dei 3 anni concessi per il primo grado. Ma è impossibile chiedere il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini, perché prima il pm deve far notificare l’avviso di chiusura indagini, i difensori hanno 20 giorni per chiedere nuove indagini e interrogatori, dopodiché il pm deve farli e depositare gli atti conseguenti. Impensabile che bastino 3 mesi.
Non solo: nei processi di media complessità, le indagini non scadono lo stesso giorno per tutti gli indagati: alcuni vengono iscritti prima e altri dopo; alla fine il pm chiede il rinvio a giudizio per tutti quelli che lo meritano. Quindi, con la nuova legge, la sabbia dei 3 anni per il calcolo della prescrizione processuale comincerà a scendere nella clessidra per i primi iscritti sul registro degli indagati ancor prima che scadano i termini delle indagini per gli ultimi iscritti. E il processo morirà certamente prima della sentenza di primo grado. Ecco la filosofia del processo breve: prendono un atleta, gli tagliano le gambe, poi gli ordinano di correre i 100 metri in 10 secondi netti; se non ce la fa, gli sparano.

L’Italia censura la diffusione di video in internet | BananaBis

Fonte: L’Italia censura la diffusione di video in internet | BananaBis.

Articolo di , pubblicato lunedì 18 gennaio 2010 in Francia.

[Le Nouvel Observateur]

Un decreto impone ormai un’autorizzazione per poter diffondere dei filmati sulla rete. L’opposizione critica un attacco alla libertà d’espressione.

In Italia i video su internet hanno i minuti contati. Secondo un decreto adotatto dal Parlamento italiano e che entrerà in vigore il prossimo 27 gennaio, al fine di “diffondere e distribuire su internet immagini animate, accompagnate o meno dal sonoro”, è ormai obbligatoria un’autorizzazione rilasciata dal ministero italiano delle Comunicazioni.

“La legge assoggetta la trasmissione di immagini sulla rete alle stesse regole caratteristiche della televisione, che richiedono ad ogni diffusione un’autorizzazione preliminare rilasciata dal ministero delle Comunicazioni, è una limitazione incredibile al modo di funzionamento di internet”, ha ricordato sul suo blog Paolo Gentiloni, ex ministro delle Comunicazioni e membro dell’opposizione. “Tale decreto è un vero e proprio scandalo”, ha aggiunto.

Siti di condivisione di video, come YouTube, saranno sottoposti agli stessi obblighi a cui è sottoposta la RAI.

“L’applicazione di una direttiva europea”

La legge è già largamente condannata dall’opposizione, da differenti associazioni così come da aziende del digitale, che parlano di un attacco alla libertà d’espressione.
Il viceministro allo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni, Paolo Romani, insiste sul fatto che “questa legge non è altro che l’applicazione della direttiva europea
2007/65/CE

Per Nicola D’Angelo, commissario dell’autorità delle Comunicazioni, tale legislazione è contraria allo spirito della direttiva europea. L’Italia diviene “l’unico paese occidentale nel quale è necessaria un’autorizzazione preliminare del governo prima di utilizzare questo genere di servizi”, aggiunge. “Questo aspetto costituisce un rischio per la democrazia.”

Dal canto suo, l’associazione per la difesa della libertà d’espressione Articolo 21 denuncia delle “restrizioni” che “impediranno la testimonianza della vita degli italiani sotto forma d’immagini animate su internet.”

Paolo Romani si difende: “Il decreto non intende censurare l’informazione sulla rete, e ancora meno influire sulla possibilità d’esprimere le proprie idee ed opinioni attraverso blog, reti sociali.”

Conflitto d’interessi per Silvio Berlusconi

Altri puntano sul conflitto d’interessi di fronte a cui si trova Silvio Berlusconi, primo ministro italiano e proprietario della rete televisiva Mediaset. In effetti, con questa nuova legge, i siti di condivisione di filmati saranno privati degli estratti di trasmissioni diffuse sui canali del gruppo Mediaset. Mediaset ha accusato YouTube di violazione dei diritti d’autore, citandolo per 500 milioni di euro. (Ho tolto il “che” perchè secondo me il giornalista ha fatto casino)

Google, proprietario di YouTube, in un’intervista a bloomberg, si è dichiarata “un po’ inqueta” per la nuova legge italiana.

Inoltre, il gruppo non ha così più da temere la concorrenza delle televisioni su internet. Per Alessandro Gilioli, giornalista e blogger di L’Espresso, questa legge mira a polverizzare la concorrenza delle TV sulla rete. “È il metodo Berlusconi [...] ammazzate i vostri nemici intanto che sono piccoli. Ecco perchè tutti quelli che fanno TV-internet, devono ottenere un’autorizzazione dal Governo e superare una miriade di barriere amministrative”, osserva.

In attesa, il decreto deve essere mandato dall’opposizione dinanzi il Consiglio di Stato italiano.

[Articolo originale "L'Italie censure la diffusion de vidéos sur Internet" di Nouvel Observateur]

Quando lo Stato si arrende alla mafia dei colletti bianchi | Pietro Orsatti

Quando lo Stato si arrende alla mafia dei colletti bianchi | Pietro Orsatti.

La condanna dell’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro rappresenta un segnale in assoluta controtendenza. Ovviamente bisognerà aspettare la decisione, e ci vorrà tempo, della Cassazione, ma è evidente che la capacità di indagare e colpire anche il mondo dei colletti bianchi, collaterali o parte della mafia, è aumentata. In un momento molto particolare della storia di Cosa nostra e degli altri sodalizi criminali non solo siciliani. Un momento in cui i clan hanno scelto per un lungo periodo un profilo basso sul piano militare per organizzare una scalata economico-finanziaria di dimensione nazionale, cercando – riuscendoci – a radicarsi in tutto il Paese, diversificando azioni e attività.
«La criminalità organizzata ha subito colpi molto duri, sono stati arrestati quasi tutti i capi latitanti e c’è un’azione dello Stato sul territorio importante, grazie soprattutto alle forze dell’ordine – spiega il procuratore aggiunto Antonio Ingroia -. La mafia sta attraversando una fase di “finanziarizzazione” della sua attività, e perciò più facilmente può mimetizzarsi e più facilmente è propensa a reinvestire i capitali sporchi nelle zone più ricche del Paese. Significativo è il fatto che negli ultimi anni la presenza degli interessi mafiosi sia aumentata al Nord». No solo. Cosa nostra, ‘ndrangheta e anche quel potentissimo frammento di camorra rappresentato dai Casalesi, sono riusciti in meno di due decenni prima a creare delle vere e proprie “teste di ponte” nel resto del Paese (e anche in Europa), ma collegabili comunque a modelli e gerarchie tradizionali, per poi passare a una fase compenetrativa tale da rendere quasi indistinguibili le organizzazioni mafiose dal tessuto economico locale.
E questo è avvenuto grazie anche alla disattenzione di molti esponenti dello Stato. Come definire infatti la frase pronunciata dal prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi durante la sua audizione alla commissione parlamentare Antimiafia in missione in Lombardia? Lombardi ha affermato distintamente che «a Milano la mafia non esiste». Un’affermazione gravissima se fatta dal rappresentante del governo che proprio su questi argomenti dovrebbe prestare il massimo dell’attenzione e di vigilanza. «La realtà – ha denunciato Giuseppe Lumia, componente della commissione – è completamente diversa da quella illustrata dal prefetto nella sua relazione. A Milano e in Lombardia non ci sono solo singoli boss mafiosi, ma organizzazioni strutturate che si coordinano tra loro. Sono soprattutto le terze file, i nipoti di grandi boss mafiosi, che non solo condizionano le imprese, ma si fanno essi stessi imprenditori entrando dentro i circuiti legali dell’economia». Si parla ormai di terza generazione per la presenza delle mafie (Cosa nostra e ‘ndrangheta in particolare) nel nord del Paese e in particolare a Milano. Non singoli mafiosi, ma reti strutturate, gerarchiche, differenziate. Con tanti obiettivi, ma uno in particolare in questa fase storica come denuncia Andrea Orlando, responsabile giustizia del Pd: «La dichiarazione del prefetto Lombardi è indice di una sottovalutazione del rischio mafia a Milano tanto più grave alla vigilia di un evento come l’Expo».
Potremmo azzardare un parallelo fra l’attuale situazione lombarda e quella tedesca. Un Paese che non ha voluto riconoscere, per sottovalutazione e anche per comodità, la penetrazione del fenomeno mafioso della ‘ndrangheta sul suo territorio. «Per troppo tempo si è sottovalutato il fenomeno dell’espansione delle mafie – spiega l’ex presidente della commissione Antimafia Francesco Forgione -. Mafie che non vivono, soprattutto nella dimensione internazionale, esclusivamente del loro carattere militare e “criminale”, ma vivono invece la natura di grandi holding finanziarie e criminali. Questa è la novità. Purtroppo tutto questo avviene dentro all’ipocrisia di governi e di strutture sovranazionali, ad esempio dell’Unione europea. Nessuno parla di questi aspetti». E nello specifico tedesco l’ipocrisia, la negazione dell’evidenza, poi si è trasformata in sangue. «Prendiamo la ’ndrangheta – prosegue Forgione-, che oggi è diventata la vera potenza globale, la mafia più potente a livello mondiale, anche perché è il vero grande broker della cocaina su scala internazionale. La Germania ha scoperto la ’ndrangheta una mattina di Ferragosto del 2007, ma solo perché ha insanguinato le sue strade. Ma i rapporti del Bka, dei servizi di sicurezza tedesca, sulle famiglie di San Luca in Germania erano del 2000. E li avevamo noi. Loro invece non hanno fatto niente perché a livello internazionale, e vale in pratica per tutta l’Europa, l’ipocrisia qual è? Fino a quando arrivano i soldi dei mafiosi si possono accettare pensando che quando arrivano i soldi non arrivino anche i mafiosi. Invece Duisburg ha dimostrato che quando arrivano i soldi arrivano anche i mafiosi e che probabilmente si erano insediati a Duisburg per la vicinanza oggettiva alla Borsa di Francoforte. Una delle più importanti d’Europa».
Di sottovalutazione in sottovalutazione, di “ipocrisia” in “ipocrisia, anche la politica a livello nazionale ha abbassato la guardia, anzi a volte ha favorito la crescita del potere economico delle mafie con leggi e provvedimenti controversi, con gravissime disattenzioni sul piano fiscale e di controllo. «Riteniamo che ci siano menti raffinate, organiche o contigue all’organizzazione, che stanno cercando di ripulire questi enormi capitali in importanti attività commerciali e imprenditoriali apparentemente legali – spiega Antonino Di Matteo, pm e presidente dell’Anm a Palermo -. Il rischio è quello di una strisciante legalizzazione di Cosa nostra. Non più stragi, omicidi, lotte intestine, ma controllo dell’economia che conta e per questa via infiltrazione della politica e di altre istituzioni». Qualche esempio? «Giudico pericoloso il rientro in Italia, consentito dal cosiddetto scudo fiscale, di 95 miliardi di euro – prosegue Di Matteo -, che, non dimentichiamolo, rientrano nella piena disponibilità di soggetti che li avevano illegalmente trasferiti all’estero. Quindi, è facile prevedere che altrettanto illegalmente possano reimpiegarli e investirli». Ma non solo. Anche sul piano del contrasto alla mafia l’azione della politica si fa controversa. «Sono altrettanto preoccupanti – conclude il magistrato – alcune riforme che sono in discussione. Il disegno di legge sulle intercettazioni comporterebbe, se approvato, delle gravissime limitazioni anche nelle indagini antimafia, in particolare per quelle riguardanti i colletti bianchi, i reati contro la pubblica amministrazione che costituiscono il grimaldello attraverso il quale la criminalità organizzata penetra e condiziona le istituzioni. Le limitazioni all’indagine tecnica in materia di pubblica amministrazione piuttosto che di turbativa d’asta e gestione illecita delle gare d’appalto, certamente comporterebbero delle gravi conseguenze sulla possibilità di scoprire le infiltrazioni mafiose».
Ritornando al fenomeno delle ‘ndrine, balzate agli onori delle cronache dopo l’attentato di Reggio Calabria e fatti di Rosarno, e della loro capacità di condizionare, penetrare e farsi parte dell’economia e delle istituzioni, il quadro si fa ancora più torbido. «La ’ndrangheta ha moltiplicato le strategie più disparate per accrescere e consolidare il proprio potere, accedendo ad ambienti borghesi e perbenisti, entrando e pesando anche all’interno di ambienti massonici . racconta Angela Napoli, deputata del Pdl e membro della commissione Antimafia -. Sempre più spesso l’appartenente delle cosche si presenta in maniera differente, ci sono laureati che accedono a ambienti e professioni e livelli prima condizionabili solo dall’esterno. Si tratta di ambienti borghesi e perbenisti in cui ormai la ’ndrangheta è penetrata. La ’ndrangheta che dovrebbe preoccupare di più in questo momento è quella che è riuscita ad inserirsi in tutti gli ambiti professionali. È già emerso dalle numerose inchieste giudiziarie che la ’ndrangheta in Calabria è presente un po’ ovunque, dalla pubblica amministrazione alle istituzioni, là dove si decide, là dove si gestiscono appalti e affari. Oggi è presuppone che lo scontento dei cittadini sposti il consenso elettorale verso il Pdl, la ’ndrangheta sta facendo di tutto per spostare le proprie pedine». Come, un deputato del Pdl che denuncia che la ‘ndrangheta voterà per il suo partito? E questo senza che non vi sia nessuna conseguenza? «Sicuramente si è creato un processo di isolamento politico – dichiara la Napoli -. E poi manovre da parte di qualcuno, che naturalmente non appare, per contrastare la mia attività. Su questo non c’è dubbio».
Certo, la condanna a Cuffaro (e agli altri imputati) per l’affaire delle talpe nella Dda di Palermo e delle fughe di notizie di atti e inchieste per favorire Cosa nostra è un segnale in controtendenza. Ma che non rimanga solo un segnale. Perché è evidente che sul potere vero della mafia, quello dei soldi, quello della capacità di condizionare mafia ed economia, le scelte della politica sembrano propendere a una sorta di amnistia camuffata e a una depenalizzazione de facto. Una piega pericolosa, per un Paese come il nostro in cui già ora almeno il 30 % dell’economia reale (che somma quella legale e quella “in nero”) è in mano alla criminalità, agli immensi capitali accumulati grazie ad attività illecite e criminali. Perché, nonostante il detto, i soldi puzzano.