Archivio Mensile: gennaio 2010

Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – Affari di scorie nucleari tra Emilia e Liguria… spuntano i Mamone

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – Affari di scorie nucleari tra Emilia e Liguria… spuntano i Mamone.

Si aggiungono tasselli a quanto stiamo seguendo da tempo.
La notizia resa nota dal giornalista Gianni Lannes ad un convegno è inquietante e, comunque, non ci stupisce.
Al centro via sarebbe di nuovo la ECO.GE dei Mamone, famiglia della ‘ndrangheta, indicata come tale sin dal 2002 dalla DIA, che da anni denunciamo per i suoi legami, le sue entrature politiche, i suoi disastri ambientali, gli appalti pubblici ed il legame solido con il mondo delle cooperative emiliane, e che è entrata in molteplici inchieste giudiziarie, tra cui l’Operazione Pandora, false fatturazioni per costituzione di fondi neri, episodi di corruzione e smaltimenti illeciti di rifiuti pericolosi.

I mezzi della ECO.GE ha dichiaro il giornalista Lannes sono stati fotografati da lui stesso al lavoro nella centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza, per gli smaltimenti connessi allo smantellamento della più grande centrale nucleare italiana. Il giornalista ha seguito poi quei mezzi marchiati ECO.GE ed ha evidenziato che ripartivano per Genova per poi giungere a La Spezia. Fatto curioso questo, da Caorso a Genova e poi La Spezia… quando La Spezia è vicinissima a Piacenza, capire il perché di questo assurdo girovagare sui camion sarebbe utile, anche considerando che a Genova non esistono aree per lo stoccaggio di scorie radioattive.
Questo lavoro relativo allo smantellamento degli impianti ed al conseguente smaltimento delle scorie è seguito dalla SOGIM, la struttura affidataria dell’incarico dal Governo, che, quindi, a quanto si apprende, ha affidato in subappaltato l’opera alla società dei Mamone, la nota ECO.GE…
I traffici di rifiuti nucleari e non, in ed attraverso la Liguria non sono una novità.
Non lo sono rispetto al confine con la Francia e non lo sono considerando che il più grande porto turistico del mediterraneo – prima del faraonico “porticciolo” di Imperia, dove lavorava sempre la ‘ndrangheta-, quello di Lavagna, è in mano ad un noto personaggio il cui nome ricorre in atti relativi a fatti inquietanti di traffici internazionali di rifiuti, tra Servizi ed ‘ndrangheta, ovvero Jack Roc Mazreku. Il nome di Mazreku lo si è trovato in molteplici filoni delle inchieste sulle navi dei veleni, lungo le rotte delle scorie e di armi, a partire da quelli per via delle navi dei Messina con, su tutte, la Jolly Rosso, per arrivare ai porti dell’Africa, dove la Comerio company era di casa, in mezzo agli “aiuti umanitari” del nostro Paese. Ora costui è a Lavagna, dove controlla quel porto mai collaudato con una diga dove il “sapore” dei veleni sembra celarsi alle terre di riempimento per l’ampliamento effettuato violando le prescrizioni più elementari… mentre i pescatori parlano di decine e decine di imbarcazioni affondate al largo di Lavagna, direzione Corsica.

Rifiuti ed armi, scorie e morte sono rotte che dalla Liguria sono sempre partite e dove le diverse province hanno giocato ruoli determinanti per gli smaltimenti illeciti di rifiuti tossici. Province dove sono accertati i “locali” della ‘ndrangheta, da Ventimiglia a Savona, da Genova a Lavagna…

Un capitolo mai pienamente chiuso è quello, ad esempio, della Rifiuti Connection dei primi anni Novanta, che vedeva noti “imprenditori” al fianco di pericolosi soggetti legati alla ‘ndrangheta, come i Fazzari – Gullace. Una cava nella ridente località turistica di Borghetto Santo Spirito, nel savonese, venne scoperta con oltre 12 mila fusti tossici. Altri 40 mila fusti vennero indicati, agli inquirenti, occultati nel levante genovese, nell’altra ridente terra di turismo e massoneria, il Tigullio, non sono mai stati cercati e potrebbero essere sepolti in quella che è divenuta una bomba ecologica innescata ed ancora inesplosa, tra le gallerie dell’immane ex Miniera di Libiola, sulle alture di Sestri Levante.

A La Spezia è tenuto in sordina e ignorato uno dei processi cardine dei traffici illeciti, quello che fa riferimento alla discarica di Pitelli, dove erano coinvolti uomini di primo piano della sinistra e dove la prescrizione per i reati principali è giunta salvifica praticamente per tutti… e dove i politici sono riusciti ad uscire di scena in fretta. Prima era un ostacolo dopo l’altro che veniva posto sulla strada dell’inchiesta coordinata dal pm Franz e poi, quando questi abbandonò il Palazzo di Giustizia spezzino, tutto cadde nel silenzio.
Ed è qui a La Spezia, dove si stava recando il capitano De Grazia prima di morire, che vi è un impatto devastante, da un lato, quella intorno alla discarica dei veleni di Pitelli dove i tumori infantili sono un record (negativo) nazionale, mentre dall’altro, quello del Porto, con l’Arsenale militare, vi è un’incidenza devastante di malattie autoimmunizzanti come la sclerosi multipla.

E’ a La Spezia che operava il boss Iamonte per riempire le navi da affondare… è qui che è pesante ed accertata, ancora una volta, la presenza di Cosa Nostra proprio nel settore portuale… e sempre da qui passava la rotta dei rifiuti derivanti dalle bonifiche di Seveso, che paiono ancora stoccate tra capannoni nella zona di Garlasco ed in alcuni lungo le banchine di La Spezia. E’ qui che vennero provati i missili “penetretor” della banda di Comerio per sparare nei fondali marini le scorie tossiche. E’ qui che recentemente un Gabriele Volpi, campione dello sport, anche lui con notevoli affari e traffici lungo le rotte con l’Africa, ed al centro di molteplici inchieste giudiziarie, ha avuto qualche banchina in concessione proprio in questo porto dell’estremo levante ligure.

Un panorama devastante dove le società di famiglie di mafia da quelle dei Fazzari-Gullace, su tutti la Sa.Mo.Ter. a quelle dei Fotia con la Scavo-Ter – entrambe già in rapporto con le società Mamone -, vedono assecondare le loro iniziative per adibire le cave a “discarica” da parte della dirigenza del settore ambiente della Regione Liguria, sempre il settore cave, sempre quella dott.ssa Minervini che era già stata indicata dalla Guardia di Finanza alla Procura di Genova tra i soggetti che, sulla partita dell’ex stabilimento “killer” della Stoppani, hanno operato per agevolare i Mamone, amici, ad esempio, del potente presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. Fatti le cui responsabilità delle Pubbliche Amministrazioni sono pesanti e che vedono reggere il ruolo di assessore all’ambiente della Regione Liguria quell’uomo che pare un perenne distratto, ovvero Franco Zunino, già responsabile del procedimento – nella veste di funzionario comunale di Celle Ligure – relativo all’appalto irregolare alla società Co.For. dei fratelli Guarnaccia (colpiti da arresto e sequestro, da parte della DDA di Reggio Calabria, dei beni in quanto esponenti della ‘ndrangheta impegnata nell’infiltrazione negli appalti pubblici, con l’operazione Arca).

Questa è la Liguria che ora, grazie anche alla linea del Governo Berlusconi, su impulso del “sovrano” imperiese e ministro della Repubblica, Claudio Scajola, sempre in tandem con Claudio Burlando, punta sul business del nucleare, pronta, sul nastro di partenza, per divorare la sua buona fetta di affari.

Mafia: Caltanissetta “scorta” i PM minacciati, “Siamo commossi”

Mafia: Caltanissetta “scorta” i PM minacciati, “Siamo commossi”.

(AGI) – Caltanissetta, 23 gen. – “Siamo commossi per questa grande partecipazione. Il fatto che la magistratura nissena riceva questo ampio consenso da parte della collettivita’ costituisce un episodio unico nel suo genere. Noi abbiamo la fortuna di non essere commemorati ex post e questo ci riempie di gioia sotto ogni punto di vista. Non riesco a trovare neanche le parole adatte per esprimere quello che proviamo in questo momento”. Lo ha detto il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, in occasione della manifestazione antimafia organizzata in citta’ da un comitato spontaneo denominato “Scorta Civica”, da Confindustria e dal Provveditorato agli studi, a pochi giorni di distanza dagli sventati attentati che stava organizzando Cosa nostra in Sicilia nei confronti di magistrati e politici. Visibilmente emozionati, il procuratore Lari e il giudice Giovanbattista Tona, anch’egli nel mirino delle agguerrite cosche della provincia, sono scesi dal Palazzo di Giustizia di Caltanissetta per ringraziare personalmente quanti si sono accalcati nel piazzale antistante il Tribunale, piazzale intitolato ai giudici Falcone e Borsellino. Ai due magistrati nisseni e’ stata anche consegnata simbolicamente l’agenda rossa di Paolo Borsellino, quasi a voler lanciare un messaggio alla procura nissena affinche’ prosegua nel suo lavoro e continui ad indagare sulle stragi del ‘92.


“E’ una sensazione molto strana – ha sottolineato il giudice Tona – perche’ per un verso sono emozionato e stupito da questa grande manifestazione. Per l’altro verso, ripensando ai 14 anni di lavoro che ho fatto in questo territorio e in questa citta’, mi rendo conto che quello che oggi succede e’ l’espressione di una citta’ che ha tante risorse. Devo affermare che sono una persona molto fortunata ad aver potuto lavorare per tutti questi anni qui, a Caltanissetta, e certamente continuero’ a farlo”. La manifestazione e’ stata organizzata con un tam tam su facebook. Uno degli organizzatori, Giancarlo Cancelleri, ha detto: “Siamo qui per dare solidarieta’ ai magistrati nisseni. Vogliamo essere la loro scorta civica. I magistrati non dobbiamo lasciarli da soli. Siamo stanchi di commemorare quelli morti. Noi siamo e resteremo al loro fianco. Sempre”. (AGI) Cli/Pa/Mrg

Fonte: AGI, 23 gennaio 2010

MAFIA: A CALTANISSETTA MANIFESTAZIONE SOLIDARIETA’ A LARI, TONA E GOZZO

CALTANISSETTA (ITALPRESS) – Manifestazione di solidarieta’ della societa’ civile nissena nei confronti dei giudici antimafia Sergio Lari, Giovanbattista Tona e Domenico Gozzo, nei cui confronti Cosa Nostra progettava degli attentati. Questa mattina oltre un migliaio di studenti, numerosi rappresentanti della societa’ civile, delle associazioni di volontariato, del mondo imprenditoriale e sindacale sono scesi in piazza. Accolti dagli applausi dei manifestanti il procuratore della Repubblica, Sergio Lari e il Gip, Giovanbattista Tona. “I giudici antimafia di Caltanissetta – hanno scandito gli studenti – sono i nostri eroi vivi”. Lari, affiancato dalla moglie, ha voluto dedicare questa giornata “ai colleghi che sono morti e che hanno raccolto tanta solidarieta’ soltanto dopo morti. Noi speriamo che non ci sia un dopo. La lotta alla mafia e’ una lotta senza distinzioni politiche e di ruoli e questo e’ il messaggio che parte da Caltanissetta e che bisogna recepire. In un sistema politico bipolare – ha proseguito – la magistratura e le forze dell’ordine devono affermare il controllo di legalita’ per garantire l’alternanza ed e’ necessario che in questo lavoro siamo supportati dalla scuola, dai sindacati, dall’impresa e da tutta la societa’ civile”. A fianco di Lari gli imprenditori di Confindustria e l’assessore regionale Marco Venturi, secondo cui “i tempi sono adesso maturi ed e’ importante che la citta’ abbia reagito cosi’. Dobbiamo ribadire che la lotta alla mafia e’ di tutti e non soltanto la lotta di qualcuno”. “La societa’ civile e’ stata in grado di reagire, non e’ vero che non cambia niente”, ha detto il Gip del tribunale nisseno Giovanbattista Tona. (ITALPRESS). red 23-Gen-10 13:52 NNNN
Fonte: Sicilia On Line, 23 gennaio 2010

Condannato Cuffaro. Vasa vasa, una carriera nata all’ombra di Mannino e finita per un vassoio di cannoli | Pietro Orsatti

Fonte: Condannato Cuffaro. Vasa vasa, una carriera nata all’ombra di Mannino e finita per un vassoio di cannoli | Pietro Orsatti.

Il senatore Salvatore Cuffaro, detto Totò “vasa vasa”, già governatore della Sicilia e figlio della corrente della Dc guidata da Calogero Mannino, nonché vicepresidente dell’Udc, è stato condannato in secondo grado a 7 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio. In primo grado i giudici avevano escluso la sussistenza dell’aggravante mafiosa e avevano condannato il politico a 5 anni di reclusione. A dire il vero, dopo la sentenza di primo grado, in molti non credevano che venisse riconosciuta l’aggravante “mafia”, ma da alcune settimane era evidente che il dibattimento avesse avuto una svolta e che Cuffaro, e gli altri imputati del processo, rischiassero davvero molto. Come, infatti, è avvenuto.
Il senatore ha subito annunciato le dimissioni dall’incarico di vicepresidente dell’Udc, ma non ha mostrato alcuna intenzione, per ora, di rinunciare né al seggio a palazzo Madama e tantomeno alla poltrona di membro della delicatissima commissione di vigilanza Rai. Seggio e incarico che ha ottenuti nonostante sia stato condannato nel 2008 all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Ma andiamo a vedere di cosa era accusato. Non si tratta di un reato da poco, anzi. In pratica lo si è accusato di aver contribuito, utilizzando anche il proprio ruolo di governatore della Sicilia, all’attivitò di una rete di “talpe” presso la Direzione distrettuale antimafia di Palermo per poter accedere a informazioni relative a indagini in corso. Destinataria di queste informazioni un’organizzazione chiamata Cosa nostra. La mafia. In particolare Cuffaro è stato accusato di aver informato Giuseppe Gattadauro, boss mafioso ma anche collega medico di Miceli all’Ospedale Civico di Palermo, e Michele Aiello, importante imprenditore siciliano nel settore della sanità, indagato per associazione mafiosa, di notizie riservate legate alle indagini in corso che li vedeva coinvolti.
È la fine della carriera politica del radiologo (è medico) più potente della Sicilia? Una carriera che è frutto di una lunga gavetta e di uno “stile” molto particolare di trattare la cosa pubblica e soprattutto di un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’illegalità e di Cosa nostra. Una gavetta iniziata fin dagli anni ’80 quando faceva da autista al potentissimo Calogero Mannino, come ha raccontato ultimamente Massimo Ciancimino ai magistrati. Stesso Ciancimino che lo accusa di aver intascato tangenti e favorito Cosa nostra assieme a due compagni di partito, Saverio Romano e Salvatore Cintola, e a Carlo Vizzini del Pdl.
Ma ritorniamo alla carriera e alla gavetta di Totò “vasa vasa”. Dopo essere stato rappresentante di Facoltà e poi membro del Consiglio di amministrazione dell’Università di Palermo, nel 1980 viene eletto (lista Dc) al consiglio comunale di Raffadali e in seguito, alla fine degli anni ’80, come consigliere comunale di Palermo. Da lì alla Regione il salto è breve, e infatti vi approda nel 1991 come deputato regionale all’Ars. Dopo pochi mesi si fa notare nel corso di una trasmissione speciale del programma televisivo Samarcanda dedicata alla commemorazione dell’imprenditore Libero Grassi ucciso dalla mafia. In maniche di camicia, urlante, interviene dal pubblico. In diretta si scaglia contro conduttori ed intervistati, sostenendo come le iniziative portate avanti da un certo tipo di “giornalismo mafioso” fossero degne dell’attività mafiosa vera e propria, tanto criticata e comunque lesive della dignità della Sicilia. In studio è presente anche Giovanni Falcone quando l’attacco del giovane Cuffaro muta bersaglio passando dai giornalisti a “certa magistratura che mette a repentaglio e delegittima la classe dirigente siciliana”. A chi riferiva Cuffaro? All’allora sostituto procuratore di Trapani Francesco Taurisano che stava indagando sul suo protettore Calogero Mannino.
Gli anni successivi sono una continua ascesa sul piano Siciliano, sempre all’ombra di Mannino e poi subbentrandogli quando questi esce di scena. Sempre in area democristiana ma mutando continuamente micro partito di riferimento: prima PPi, poi CDU e ancora UDEUR fino ad approdare fra le braccia di Casini e Cesa all’UDC. Presidente dell’Ars dopo un veloce passaggio al Parlamento Europeo, è stato costretto a dimettersi dopo la sentenza in primo grado. E per un vassoio di cannoli di troppo.


Info:
La terza sezione della corte d’appello di Palermo oltre alla condanna di Cuffaro, ha riformato le pene inflitte all’ex manager della sanità privata Michele Aiello, condannato a 15 anni e 6 mesi contro i 14 del primo grado per associazione mafiosa e ha modificato in concorso esterno all’ associazione mafiosa l’accusa di favoreggiamento contestata all’ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, condannandolo a 8 anni di carcere. In primo grado Riolo aveva avuto 7 anni. La Corte ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell’imputata. Per il resto la sentenza di primo grado è stata interamente confermata. Queste le condanne confermate per gli altri imputati: il radiologo Aldo Carcione (accusato di rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico della Procura), 4 anni e 6 mesi; l’ex segretaria della Procura Antonella Buttitta (accesso abusivo al sistema informatico della Procura e rivelazione ed utilizzazione di segreto d’ufficio), 6 mesi; Roberto Rotondo (favoreggiamento), un anno; Giacomo Venezia (favoreggiamento), 3 anni; Michele Giambruno (truffa e corruzione), 9 mesi; Salvatore Prestigiacomo (corruzione), 9 mesi; Angelo Calaciura (corruzione), 2 anni; Lorenzo Iannì (truffa) 4 anni e 6 mesi. La conferma della condanna al pagamento di 400 mila euro è stata inflitta alla società ‘Atm – Alte Tecnologie Medicalì (truffa). A 600 mila euro di multa è stata invece condannata la società ‘Diagnostica per immagini Villa Santa Teresà (truffa). Le due società erano state sequestrate ad Aiello ed ora sono in amministrazione giudiziaria.
Fonte Ansa

Il Massimo del minimo – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Il Massimo del minimo – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Signornò
da l’Espresso in edicola

Due anni fa, in pieno scandalo Unipol, il Signornò domandò cosa dovesse ancora fare Massimo D’Alema contro il centrosinistra per essere accompagnato alla porta. D’Alema ha risposto con i fatti. Nel giro di un mese ha riabilitato l’inciucio con Berlusconi, ha riabilitato per l’ennesima volta quel Craxi a cui 10 anni fa offrì addirittura i funerali di Stato e soprattutto ha devastato alla velocità della luce il centrosinistra nella sua Puglia, una delle poche regioni in cui il Pd conservava una vocazione maggioritaria.
Ha sacrificato il governatore Nichi Vendola sull’altare dell’Udc, ha lanciato al suo posto il sindaco appena rieletto di Bari Michele Emiliano senza passare per le primarie, poi l’ha cambiato in corsa con Francesco Boccia irridendo alle primarie, poi le ha riesumate (“le ho sempre volute”) ma a patto che le vinca Boccia, poi si è meravigliato del fatto che Vendola non si ritiri tutto giulivo dalla corsa. Infine, con l’aria di chi passa di lì per caso e vola alto su una distesa di cadaveri e macerie, ha commentato schifato: “Non ci capisco più niente”.

Il tutto in una regione dove non muove foglia che lui non voglia. La Volpe del Tavoliere, come lo chiama “il manifesto”, aveva già tentato di imporre Boccia quattro anni fa: purtroppo però le primarie le vinse Vendola. D’Alema, furibondo con gli elettori che non lo capivano, commentò: “La mia pazienza ha un limite” e scaricò il suo sarcasmo su Nichi: “Vincere le primarie è facile, battere Fitto è un’altra cosa”. Naturalmente Vendola battè Fitto. Allora Max gli diede una mano delle sue, regalandogli due assessori coi fiocchi: il vicepresidente Sandro Frisullo e il responsabile della Sanità, l’ex socialista Alberto Tedesco. Sarà un caso, ma il primo s’è scoperto cliente del pappone Giampi Tarantini, ras delle protesi sanitarie e fornitore privilegiato delle Asl pugliesi, esattamente come la famiglia di Tedesco, assessore in pieno conflitto d’interessi. Sia Frisullo sia Tedesco sono stati indagati dalla Procura e dimissionati da Vendola, che ha azzerato l’intera giunta. Tedesco è passato al Senato col Pd, cioè al sicuro, grazie al dalemiano Paolo De Castro, spedito a Strasburgo per liberargli il seggio.

Ora, dopo l’ennesimo passaggio dell’Attila di Gallipoli, si contano i morti e i feriti: Emiliano, uno dei sindaci più popolari d’Italia, deve far dimenticare l’autocandidatura e la richiesta di una legge ad personam per correre alla Regione senza lasciare il Comune; Boccia, dopo aver detto “primarie mai”, deve tentare di vincerle contro Vendola, il quale è riuscito a far dimenticare gli errori politici degli ultimi mesi (come la lettera aperta contro il pm Desirèe Di Geronimo che indaga sulla sua ex-giunta), ma ormai ha col Pd rapporti talmente conflittuali da rendere impossibile qualunque ricucitura. Sabato scorso, Max pareva avere finalmente capito: “In certi momenti – ha detto – un leader deve fare un passo indietro”. Ma l’illusione è durata poco: parlava di Vendola.

Il verdetto non modifica il mio percorso politico | BananaBis

Fonte: Il verdetto non modifica il mio percorso politico | BananaBis.

Processo Talpe alla Dda, 7 anni a Cuffaro -
riconosciuto il favoreggiamento alla mafia

di Alessandra Ziniti, La Repubblica

Sette anni di carcere e l’aggravante di avere agevolato Cosa nostra. E’ questa la condanna inflitta a Salvatore Cuffaro dalla terza sezione della Corte d’appello di Palermo. Un verdetto più pesante rispetto a quello pronunciato dai giudici di primo grado che all’ex governatore della Sicilia, oggi senatore dell’Udc, inflissero una pena di 5 anni senza l’aggravante del favoreggiamento alla mafia.

In appello sono state modificate anche le altre condanne: all’ex manager della sanità privata Michele Aiello è stata inflitta una pena di 15 anni e 6 mesi per associazione mafiosa, in primo grado erano 14 gli anni di reclusione. Ed è stata modificata in concorso esterno all’associazione mafiosa la condanna per favoreggiamento all’ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, per lui 8 anni di carcere: in primo grado aveva avuto 7 anni. La Corte, infine, ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell’imputata. Per il resto la sentenza di primo grado è stata interamente confermata.

“So di non essere mafioso e di non avere mai favorito la mafia. Avverto, da cittadino, la pesantezza di questa sentenza che, però, non modifica il mio percorso politico”, ha dichiarato Cuffaro, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli subito dopo il verdetto di condanna. “Ciò non vuol dire – ha continuato – che le sentenze non debbano essere rispettate dal momento che sono espresse dalle istituzioni”. Poi, in una nota, ha aggiunto: “So di non aver mai voluto favorire la mafia e di essere culturalmente avverso a questa piaga, come la sentenza di primo grado aveva riconosciuto. Prendo atto però della sentenza della corte di appello. In conseguenza di ciò  lascio ogni incarico di partito. Mi dedicherò con la serenità che la Madonna mi aiuterà ad avere alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di giustizia”.

Nei confronti dell’ex presidente della Regione siciliana è scattata l’aggravante per il cosiddetto “episodio Guttadauro”: l’attuale senatore dell’Udc avrebbe messo il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro in condizione di scoprire una microspia nel salotto di casa e questo è un fatto che, secondo l’accusa e secondo la terza sezione della Corte d’appello, presieduta da Giancarlo Trizzino, a latere il relatore Ignazio Pardo e Gaetano La Barbera, ha favorito l’intera associazione mafiosa.

(23 gennaio 2010)

Antimafia Duemila – Il giudice breve

Fonte: Antimafia Duemila – Il giudice breve.

di Marco Travaglio – 21 gennaio 2010
E’letteralmente strepitosa l’idea che un miracolato dai processi lunghi, uno che se durassero un po’ meno sarebbe in galera da un pezzo, abbia potuto varare il processo breve.

Ma è addirittura entusiasmante il fatto che la cosiddetta stampa indipendente, la cui unica funzione è di trovare le parole giuste per difendere cause sbagliate, faccia finta di prenderlo sul serio.
E’ la stessa stampa indipendente che non ha scritto una riga sul rapporto della Dia svelato dal Fatto sui progetti di attentato della mafia contro i pm Lari, Ingroia, Gozzo e Paci e contro il giornalista Lirio Abbate. E in questa censura, non si sa bene se dovuta al fatto che la notizia l’ha data il Fatto o alla circostanza che le vittime designate sono pubblici ministeri, c’è della coerenza. In fondo Cosa Nostra, con la sua rudimentale ed essenziale semplicità, il processo breve l’ha sperimentato ben prima che vi si applicassero Berlusconi e i suoi legislatori à la carte. Non c’è processo più breve di quello che non si fa più perché i giudici e/o i pubblici ministeri sono morti ammazzati. Eliminando Falcone, Borsellino, Livatino, Caccia, Chinnici, Costa, Terranova, Scopelliti, le cosche hanno tracciato la strada del processo più breve del mondo: quello che si estingue e riposa in pace insieme col magistrato.

E’ il “giudice breve” (con separazione delle carriere incorporata: i giudici che processano i mafiosi e i loro amici muoiono subito, gli altri no). Invece di tante leggi ad personam, che richiedono tempi e costi sociali elevatissimi, il problema è risolvibile quasi gratis, al netto di una modica quantità di tritolo per uso personale. Infatti il Cavaliere, troppo impegnato a celebrare un corrotto latitante, non ha detto una parola sui progetti di attentati ai magistrati, a parte definirli “plotone di esecuzione” (del resto si attende ancora una sua parola di plauso ai poliziotti che catturarono Provenzano nel maggio 2006). E i suoi uomini, per difendere in tv il processo breve, cioè morto, usano gli stessi argomenti degli avvocati dei boss nei processi di mafia: “Minchia, signor giudice, il mio cliente è un perseguitato, lo processano da quando era piccolo, ma sempre assolto fu…”. L’altra sera Bonaiuti, con quella faccia da Bonaiuti, sbavava a Porta a Porta dinanzi all’insetto, comprensibilmente affezionato alle leggi vergogna, che portano il timbro della sua signora Augusta Iannini, direttore dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia per volontà di Angelino Jolie. “Il processo breve – spiegava Bonaiuti – serve a difendere Berlusconi contro i processi ad personam”. Originale tesi ripresa anche dall’acuto Gasparri: “A Milano c’è una giustizia contra personam”. A nessuno è venuto in mente di rispondere ai due giureconsulti che tutti i processi sono ad o contra personam: la personam dell’imputato.

Forse i due geni pensano a una legge che imponga di fare i processi senza imputati, magari omissandone i nomi col segreto di Stato. Infatti, oltre alla personam del premier, la porcata salverà anche le personas imputate per i crac Parmalat, Cirio e Hdc, per le scalate Bnl e Antonveneta, per gli spionaggi Telecom e Sismi, per le truffe Impregilo sui rifiuti, e persino per i processi contabili alla Corte dei conti che coinvolgono le personas di Letizia Moratti, del viceministro Castelli e persino dell’autore dell’emendamento che estende il processo morto alle cause contabili, senatore Giuseppe Valentino. Più che una legge, un’auto-legge. Ora, sul modello del processo breve, si provvederà a una riforma della chirurgia breve: se l’intervento in sala operatoria va per le lunghe, il medico deve smettere, magari eliminando direttamente il paziente. Poi avremo il treno breve e l’auto breve: se non arrivano a destinazione entro un paio di minuti, esplodono in corsa.

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

Antonio Di Pietro: Processo Bassolino: veleno al posto del concime

Hanno inondato i terreni della Campania con tonnellate di rifiuti spacciandoli per frazione organica stabilizzata. Il veleno al posto del concime. E tutto a spese dei contribuenti italiani.

Un’altra udienza illuminante del Processo Bassolino, che si celebra a Napoli nell’aula bunker del carcere “Poggioreale”, fa capire come l’intreccio tutt’altro che virtuoso tra imprese e apparati burocratici con poteri illimitati abbiano provocato danni irreversibili al territorio di una delle regioni più vaste d’Italia.

Un sistema messo a punto grazie all’ormai consolidato “metodo dell’emergenza” che pone i “commissari straordinari” figure fuori da ogni controllo, mentre le imprese più forti si dividono la torta dei finanziamenti in ballo.

Fonte: Antonio Di Pietro: Processo Bassolino: veleno al posto del concime.

Antonio Di Pietro: Processo Bassolino: l’inceneritore illegale

Ma ad Acerra, nonostante il progetto originario prevedesse di bruciare il CdR, ovvero rifiuti al netto di compost e differenziata attraverso una accurata raffinazione, almeno teorica, per disposizione del commissario straordinario Bertolaso viene bruciato il cosiddetto “tal quale”. Rifiuti non differenziati senza sottoporli ad alcun trattamento.

Il tutto a dispetto di una famosa lettera che Bertolaso si premurò di inviare alla popolazione di Acerra nella quale assicurava che sarebbe stato incenerito solo il Combustibile derivato da Rifiuti conforme alle prescrizioni. Salvo poi ordinare di bruciare i sacchetti di immondizia “tal quale” così come raccolti dai cassonetti.

Leggi tutto: Antonio Di Pietro: Processo Bassolino: l’inceneritore illegale.

L’Italia l’è malada

Fonte: L’Italia l’è malada.

Di seguito riportiamo il discorso introduttivo di Silvia Buzzelli, professoressa associata di procedura penale europea e sovranazionale all’università di Milano Bicocca, tenuto in occasione dell’incontro di martedì 19 gennaio a Monza con Salvatore Borsellino.
Ci auguriamo che questo discorso sia da esempio morale non solo per chi come voi lettori di questo sito lotta ogni giorno per restituire dignità a questo nostro disgraziato Paese, ma lo sia soprattutto per quei giuristi che ogni giorno dovrebbero condividere il sapere con i propri studenti, per tutti quei professori universitari che dovrebbero uscire dal proprio guscio istituzionale ed esporsi di più: esporsi non vuol dire “attaccare”, “denigrare un avversario politico”, vuol dire semplicemente prendere consapevolezza del proprio ruolo di tecnico-giuridico, fornire una spiegazione  tecnica e neutrale del nostro ordinamento processuale per esempio, dare quanto meno le basi per poter capire cosa succede ora e cosa succederà dopo a seguito di riforme giudiziarie.
Ognuno dovrebbe avere il proprio ruolo: questo non è solo un diritto ma anche un dovere sociale.
L’Italia l’è malada” è il titolo dell’intervento di Silvia Buzzelli, l’Italia è morente aggiunge poi Salvatore Borsellino, ma  voi, tecnici e ricercatori del diritto siete davvero  stati mai disposti a debellare questo cancro sociale?

Desirèe Grimaldi
L’Italia l’è malada

Discutendo di legalità – una sera d’inverno – con Salvatore Borsellino
di Silvia Buzzelli
Da dove partire, caro Salvatore?
Era il 1882 quando, nelle campagne di Rovigo e del mantovano, iniziò il primo grande sciopero: fu un’agitazione senza precedenti, una lotta durissima – fatta di arresti, persecuzioni, processi – che si estese nel lodigiano, nel parmense, in tutta la nostra Pianura Padana, insomma. “La boje, la boje e de botto la va fora”, bolle, bolle e, all’improvviso, trabocca: questo era il grido dei braccianti che, nel Polesine, cantavano “L’Italia l’è malada”.
Bisognerebbe, forse, imparare la dignità di quelle donne e di quegli uomini (uniti nelle leghe e nelle società di mutuo soccorso); bisognerebbe – chissà – intonare di nuovo “L’Italia l’è malada“.

Perché ” L’Italia l’è” ancora ” malada” (o no?), e quali sono i sintomi?

“L’Italia l’è malada” perché si propone di intitolare una strada a un latitante (perdonate, uso le categorie del codice di procedura penale, le sole che conosco), un condannato in via definitiva: Bettino Craxi. Per di più, lo si paragona a Giordano Bruno, morto sul rogo dell’Inquisizione a Campo de’ Fiori (davvero tutta un’altra storia).
Una strada a Craxi va bene, una biblioteca già dedicata a Peppino Impastato no: ecco che vicino Bergamo tocca difendere quella targa che ricorda un ragazzo ucciso dalla mafia. E non va bene, è di questi giorni, neppure una Piazza XXV aprile (a Pecorara nel piacentino).

“L’Italia l’è malada” perché un Ministro della Difesa elogia la “non dimenticata X Mas” (sono parole di La Russa). Se lo ricordano – eccome – il passaggio della Decima in Versilia, nelle Langhe, nell’Ossola, a Borgo Ticino il 13 agosto del ’44. Mettiamo da parte il coraggio, però: a uccidere donne, vecchi, bambini, a torturare, stuprare, saccheggiare non ci vuole coraggio.

“L’Italia l’è malada” perché un altro Ministro, qualche tempo fa, ha consigliato di utilizzare la bandiera al posto della carta igienica, la bandiera, la bandiera italiana, il tricolore.

“L’Italia l’è malada” perché la nostra scuola pubblica, dalle elementari all’università, sta morendo. Essere colti è l’unico modo di essere liberi, avvertiva Josè Martì nel Continente latinoamericano: e questo è troppo, decisamente troppo pericoloso. Agli scolari di Usmate-Velate sarà vietato leggere il Diario di Anna Frank (osceno per una pagina in cui Anna descrive il sesso, e lo fa in maniera delicatissima). Faranno leggere un altro Diario, quello di Hans Frank, Governatore generale di Polonia, responsabile per lo sterminio degli ebrei del ghetto di Varsavia? Vorremmo una risposta dal parlamentare che ha sollevato il caso.

“L’Italia l’è malada” perché pare che a Rosarno un caporale incassi 5,00 euro al giorno per ogni “sporco negro” – si dice così, vero? -, quindi se gli “sporchi negri” sono 1.500 quel caporale incassa 7.500 euro al giorno.
Dove sono finiti gli zelanti difensori del crocefisso? I politici scandalizzati per la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (che ha solo affermato alcuni principi essenziali della società democratica, come il diritto all’istruzione e la libertà di pensiero). A Rosarno, di costoro, neanche l’ombra: peccato, non hanno fissato bene la croce; l’avessero fatto, si sarebbero accorti che sulla croce non c’è rimasto nessuno: quel trentenne con la corona di spine, è chino a raccogliere frutta e verdura.

“L’Italia l’è malada” perché nel nostro codice penale non c’è ancora il reato di tortura, così non stiamo onorando gli impegni assunti da anni a livello internazionale. Pensare che, proprio in Italia, nel luglio 2001 – a Genova – si è verificata (stando a fonti europee) la più grave sospensione dei diritti individuali mai avvenuta nell’Europa del dopoguerra.

“L’Italia l’è malada” perché qualche governante che ama le collusioni, gli attendismi, i compromessi, le furberie (diceva Antonino Caponnetto) vuole difendersi non “nel” processo (come garantisce la Costituzione), ma “dal” processo. E insulta i magistrati, tutti comunisti, tutte toghe rosse. A dir il vero troppe volte i magistrati hanno avuto la toga rossa, ma in un altro senso. Era sporca del loro stesso sangue, del resto, come quella di tuo fratello, caro Salvatore, che proprio oggi avrebbe compiuto settantanni.

“L’Italia l’è malada” perché è piena di inceneritori che costano e fanno male alla salute: e ne vogliono costruire di nuovi (o ampliare i vecchi, succede a Desio). E poi intendono costruire centrali nucleari e, persino, un ponte sullo Stretto.

“L’Italia l’è malada” allora, ma il vaccino non serve, non serve nemmemo per l’influenza, solo per arricchire le case farmaceutiche.

“L’Italia l’è malada” perché sui tetti, ci dovrebbero stare (e tranquillamente) i gatti innamorati, non gli operai in lotta.

“L’Italia l’è malada” perché la televisione è diventata una volgare macelleria (e a me, che son vegetariana, le macellerie piacciono poco) in cui le donne si vendono un tanto al chilo: guardate il filmato “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, meglio studiatelo…

“L’Italia l’è malada” perché – a dicembre – durante la seduta del consiglio comunale, non di un piccolo paese, ma della “nobile” Siena, un consigliere ha urlato: “meglio amici dei mafiosi, che dei comunisti”. Nessun scandalo, consideriamo l’urlo una prova di certi legami di “famiglia”.

“L’Italia l’è malada”, e come in una filastrocca di Gianni Rodari (che scriveva ai bambini pensando agli adulti) si potrebbe continuare con i “perché”.
Ma, adesso, domandiamoci quale sarà mai la malattia.
E’ una carenza – non di vitamine – di legalità.

Sarebbe poco impegnativo per ognuno di noi, ridurre la legalità al solo rispetto della legge: manca qualcosa.
La legalità è scomoda, impone di rispettare la legge giusta, e di farlo fino in fondo, talvolta a costo della vita.
Non c’è nulla di nuovo in questo discorso, anzi, sembrano esserci vecchie e buone idee andate in letargo. Socrate, il grande filosofo ateniese, scelse di morire, avrebbe potuto salvarsi, non lo fece e decise di bere la cicuta.
Pure tuo fratello, caro Salvatore, “è andato incontro alla morte annunciata” (dirà Antonino Caponnetto nella sua preghiera “laica e fervente” ai funerali di Paolo). Pure Guido Galli, magistrato milanese – troppo cattolico, troppo comunista, questi erano i difetti secondo i suoi detrattori – sapeva di rischiare; e quando lo raccolsero cadavere gli trovarono in tasca un biglietto: “se mi succede qualcosa, avvertite” un altro magistrato, Armando Spataro.

Bisogna osservare, senza mezzi termini, le leggi giuste. Quelle ingiuste, poco importa che siano promulgate, che abbiano firme e sigilli, quelle ingiuste, illegittime, no.
L’obbedienza non è più una virtù, scriveva Don Milani (e per questo suo scrivere fu processato, insieme al giornale dei comunisti… e ci risiamo). L’obbedienza cieca non è mai stata una virtù. Sono, ancora una volta, gli antichi a insegnarcelo: Antigone (un bel nome che significa “lottare contro”), non è solo il personaggio di una tragedia greca; da millenni è il simbolo femminile dell’opposizione al potere. Antigone rifiuta le leggi della città, segue la sua legge scritta nel corpo delle donne.

Allora, la cosa si complica e di molto: come si fa a distinguere una legge giusta da una ingiusta? Una legittima, da una illegittima?
Bisogna aver molto chiara la linea dell’orizzonte e vederla sempre anche quando gli occhi sono velati di pianto. Perché si può piangere e senza vergogna: come Antonino Caponnetto, in quel luglio del ’92. La sua disperazione – “è tutto finito” disse in Via D’Amelio – fu la disperazione di molti di noi, me compresa. Però, quell’anziano magistrato si riprese subito, e ai funerali di tuo fratello Paolo, con fermezza, affermò: “nessuno può dire che ormai tutto è finito” Le lacrime non gli impedivano di scorgere la linea dell’orizzonte disegnata dalla Costituzione.

Non la Costituzione della Repubblica italiana nata dalla Resistenza.
La retorica fa perdere il senso delle parole.

Dovremmo dire: la Costituzione strappata con le unghie, i denti e il sangue dai ragazzi che hanno fatto la Resistenza.

Dovremmo dire: la Costituzione mantenuta in vita – sembra un paradosso – dai braccianti morti ammazzati a Portella della Ginestra (volevano solo festeggiare il 1° maggio), da Placido Rizzotto (siamo in una Camera del lavoro, pronunciamolo forte il nome del segretario della CGIL di Corleone), da Pio La Torre (deputato del PCI che aveva solo capito come colpire la mafia: toccare i “piccioli”, gli affari), da Peppino Impastato (era solo un ragazzo), da Giovanni Falcone, da tuo fratello Paolo – in fondo erano solo magistrati – caro Salvatore.

Dovremmo dire: la Costituzione inattuata (lo scriveva Piero Calamandrei), e perciò ancora da attuare, con i suoi diritti e le sue garanzie: ecco, appunto, i diritti e le garanzie che nessun inciucio (pensato da quegli abili strateghi che finora non hanno vinte battaglie e, men che meno, guerre) può comprare, semplicemente perché non sono in vendita, non hanno prezzo.
Non si può vendere la linea dell’orizzonte. E noi che siamo qui stasera lo sappiamo bene, perché abbiamo probabilmente tutti gli stessi occhi, vediamo tutti le stesse cose.

Grazie Salvatore e benvenuto, per la prima volta, a Monza.

Monza, 19 gennaio 2010.

Blog di Beppe Grillo – Il coretto di irrisione a Ingroia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il coretto di irrisione a Ingroia.

Una volta, alla morte dei giudici, i mafiosi brindavano in carcere. Oggi dei senatori irridono in aula il giudice antimafia Ingroia sotto protezione.Ci sarà un legame? Forse un legame storico? Delle affinità elettive accomunano il Senato e l’Ucciardone di Palermo?
“da Resoconto stenografico intervento sen. Li Gotti: “Sapevamo della felicità dei mafiosi in carcere e del boato di giubilo quando la radio diffuse la notizia della morte di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino. Eravamo a questo. Eravamo a questa torbida conoscenza. Oggi abbiamo qualcosa di altro: una parte dell’Aula del Senato, ieri, ha fatto un coretto di irrisione alla pronuncia del nome di Antonio Ingroia, di un magistrato che la mafia vuole uccidere e di cui organizza l’eliminazione fisica.” antoniodipietro.it

Antonio Di Pietro: Stato criminale

Fonte: Antonio Di Pietro: Stato criminale.

Ieri al Senato e’ stato approvato il disegno di legge che questa maggioranza, con delinquenziale maestria comunicativa, ha chiamato “processo breve” per far credere che d’ora in poi i processi si faranno prima e la giustizia funzionera’ meglio.

Magari fosse così! In realtà è l’esatto opposto. Trattasi di un “processo ad impunità assicurata“, nel senso che i processi d’ora in poi non si faranno più e i delinquenti se la spasseranno alla faccia delle vittime e della giustizia. Il disegno di legge in questione è un vero e proprio ammazza processi e ammazza giustizia che serve solo alla Casta degli amministratori pubblici, ai faccendieri senza scrupoli, ai truffatori, agli sfruttatori della prostituzione e a una lista infinita di soggetti che agiscono nell’illegalità e che, d’ora in poi, sanno che possono farlo anche con garanzia di impunità.

Cominciamo dal famigerato emendamento presentato dal senatore Valentino del Pdl: norma che cancella in un batter d’occhio 500 milioni di euro che Ministri, sindaci, amministratori pubblici a vari livelli e parlamentari hanno rubato alle casse dello Stato con sprechi e truffe. Soldi che, stando agli accertamenti in corso della Corte dei Conti, devono essere restituiti allo Stato a titolo di risarcimento. Ieri al Senato, la maggioranza parlamentare (quelli del Pdl e della Lega, per intenderci) ha deciso di condonare le procedure di pagamento di questi risarcimenti, senza che se ne comprenda minimamente la ragione, giacchè la Corte dei Conti fa attività completamente diversa da quella dei Tribunali ordinari italiani.

Allora, uno si domanda: ma chi sarebbero questi gloriosi fortunati beneficiari di una norma del genere? In primis, guarda caso, lo stesso firmatario dell’emendamento, nonché relatore del provvedimento, ossia il senatore del Pdl Giuseppe Valentino. Segue una schiera di Ministri passati e presenti, amministratori e parlamentari. Ecco solo alcuni dei nomi: il vice ministro leghista Roberto Castelli, gli onorevoli Jole Santelli e Alfonso Papa, di salda fede Pdl, coinvolti in un’inchiesta sulle consulenze al Ministero di grazia e giustizia; i cinque membri del centrodestra del vecchio Cda Rai, l’ex direttore generale Flavio Cattaneo e l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco; il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e tutta la sua giunta per il caso delle “consulenze d’oro e così via.

Tra i possibili beneficiati vip della norma c’è di tutto. Il bitume processuale che abbiamo visto passare negli ultimi anni verrà scaricato a mare: dall’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, al presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, agli ex imprenditori del calibro di Calisto Tanzi, Fiorani, Cragnotti, ma anche una pletora infinita di politici di tutti i partiti coinvolti in ogni sorta di ruberia, dai pesci grossi al plancton sparsi nelle migliaia di amministrazioni locali. Insomma verranno annullati i processi a tutti coloro sospettati dai Tribunali o dalla Corte dei Conti di aver amministrato male e sperperato i soldi dei cittadini e, persino, coloro che hanno preso tangenti.

Un regalo niente male per i fortunati e che, in questo momento di crisi economica, non è certo un toccasana per le casse dello Stato, oltre ad essere un segnale inequivocabile per tutti i cittadini onesti.

Ma l’ammazza giustizia non finisce qua. Si renderà, di fatto, impossibile l’accertamento di delitti come gli omicidi colposi, realizzati nell’ambito dell’attivita’ medica, le lesioni personali, le truffe, gli abusi d’ufficio, la corruzione, le frodi comunitarie, le frodi fiscali, i falsi in bilancio, la bancarotta preferenziale, le intercettazioni illecite, i reati informatici, la ricettazione, il traffico di rifiuti, lo sfruttamento della prostituzione, la violenza privata, la falsificazione di documenti pubblici, la calunnia, la falsa testimonianza, l’incendio, l’aborto clandestino, i reati della criminalita’ dei colletti bianchi. In particolare, con il disegno di legge in questione potrebbero estinguersi i reati contestati nei processi per i crack Cirio e Parmalat, per le scalate alle banche Antonveneta e Bnl, per la corruzione nella vicenda Eni-Power, per le “morti bianche” alla Thyssen, per le morti da amianto. E ancora: i processi Impregilo, Unipol, Pirelli-Telecom, Italgas, Eni-Snam. E chissà quanti altri ne scopriremo nei prossimi giorni.

Il disegno di legge grazia sì i Vip della politica, della finanza e dell’imprenditoria ma investe come una manna dal cielo anche i delinquenti di strada, quelli che vivono nella realtà delle piazze, dei mercati, delle discoteche, dei quartieri malfamati e che stuprano, rubano in appartamenti, scassinano negozi, scippano le vecchiette riducendole in fin di vita, picchiano, taglieggiano, bruciano, inquinano, danneggiano la cosa pubblica e la proprietà privata. Questa galassia, ai margini della società e con un piede nella malavita, vede in Silvio Berlusconi e nel suo governo la speranza e l’opportunità di poter delinquere in sicurezza dalla giustizia come prima e più di prima.

A questo punto anche le loro vittime, i cittadini, avranno la consapevolezza che con tutta probabilità il torto subìto non verrà punito dallo Stato.

Berlusconi, la sua maggioranza e tutti coloro che si renderanno complici di questa polizza d’impunità per malviventi saranno responsabili di aver ridotto l’Italia ad un Far West dove i cittadini, esasperati, finiranno per optare per una giustizia “fai da te”. A questi prossimi giustizieri si aggiungeranno altrettanti disperati, che oggi vivono con fatica ai margini della legalità, che decideranno di provare la strada della delinquenza che ieri il Senato ha contribuito a rendere più sicura.

Ops! Dimenticavo, di inserire nella lista un altro beneficiario, quello per eccellenza: il nostro presidente del Consiglio. Si, avevamo proprio rimosso. Guarda caso, nella lista nera c’è pure lui. Anzi, prima di tutti lui, dato che – per stessa ammissione dell’interessato – questa legge è stata da lui fortissimamente voluta proprio perché gli serviva per bloccare i processi che ha in corso.

A noi non resta che esprimere la nostra solidarietà a tutti i familiari delle vittime della Thyssen, ai risparmiatori vittime del crack Cirio e Parmalat e a tutte le altre vittime dei reati e delle gravi truffe sopra elencate.

Si, sono giorni neri per la nostra democrazia. Continuiamo a resistere democraticamente, per evitare di ripercorrere la strada del fascismo, dalla sua apoteosi fino a piazzale Loreto!

ComeDonChisciotte – I NUMERI “TRUCCATI” SUI TEMPI E IL CONDONO PER I SOLITI NOTI

Dunque il “processo breve” oltre ai processi di Berlusconi farà saltare anche molti processi di mafia, oh Silviuzzu…

ComeDonChisciotte – I NUMERI “TRUCCATI” SUI TEMPI E IL CONDONO PER I SOLITI NOTI.

DI BRUNO TINTI
antefatto.ilcannocchiale.it

Durata massima: ma se si trattasse di un’operazione chirurgica, farebbero morire il paziente?

Ieri 20 gennaio il Senato ha approvato il “processo breve”; adesso dovrà passare alla Camera e poi diventerà legge dello Stato.
Magari “legge dello Stato” è troppo, visto che è una legge che serve solo per evitare a Berlusconi di essere condannato per corruzione in atti giudiziari e di essere l’unico (credo) premier del mondo occidentale ufficialmente dichiarato delinquente.

Ma è questo che capita quando si manda uno che commette reati a fare il presidente del Consiglio dei ministri. Ciò detto, non so da dove cominciare per parlar male di questa legge. Forse la cosa migliore è partire dalla relazione che l’accompagna. Il “processo breve” sarebbe imposto dall’art.111 della Costituzione (un’altra ignominia fabbricata dal “dialogo costruttivo” di maggioranza e opposizione) secondo il quale la legge deve assicurare la ragionevole durata del processo che non deve attardarsi “più del dovuto nell’affermazione della verità giudiziale”.

Insomma, se ce la facciamo entro i termini previsti, bene; se no, al diavolo l’accertamento del reato, della responsabilità dell’imputato, del diritto al risarcimento delle parti offese, dell’interesse dello Stato alla punizione dei colpevoli; processo ammazzato e via: così dice la Costituzione.

E naturalmente non è vero: la Corte costituzionale ha sempre precisato che ogni intervento legislativo deve tener conto del corretto bilanciamento tra tutti gli interessi costituzionalmente garantiti; e ciò in particolare nel processo penale, dove il principio della ragionevole durata del processo deve essere contemperato con quello dell’accertamento della verità e della tutela delle parti offese; sicché privilegiare il rispetto della rapidità formale senza curarsi di accertare la verità dei fatti è non solo privo di senso ma anche non costituzionale.

E quindi è ragionevole pensare che anche questo nuovo parto della fantasia dei think tank berlusconiani farà la fine dei precedenti: una sentenza della Corte lo spazzerà via. Ma poi quali sono i termini previsti? Variano, da 6 anni e mezzo per i processi che riguardano reati puniti con pena massima inferiore a 10 anni fino a 7 anni e mezzo per quelli puniti con più di 10 anni; per i soliti reati di mafia, terrorismo ecc. i termini massimi sono 10 anni.
Sembrerebbero termini ragionevoli: può un processo penale durare di più? Bè, no, non dovrebbe, anzi non deve. Quindi bisogna darsi da fare per evitare che duri tanto; il che non significa che la soluzione sia: se dura troppo non lo facciamo.

Cominciamo con il buttare a mare l’attuale Codice di procedura penale, compriamo una copia di un qualsiasi Codice di procedura europeo e adottiamolo (con una legge che preveda l’assoluto divieto di modificarne anche solo una virgola). Poi abroghiamo qualche centinaio di reati ridicoli che fanno perdere un mucchio di tempo (omessa esposizione della tabella dei giochi leciti, omesso versamento di ritenute fiscali e Inps, parcheggio utilizzando voucher contraffatti, guida senza patente, soggiorno illegale nel territorio dello Stato – pena prevista 10.000 euro – e altre amenità del genere); spendiamo un po’ di soldi per personale di cancelleria e segreteria e qualche computer; recuperiamo questi soldi abolendo un centinaio di tribunali piccoli e piccolissimi e del tutto inutili.

Dopodiché stabiliamo che il processo penale deve durare al massimo 6 anni e mezzo; anzi a questo punto anche 4 o 5 solamente: con qualche modifica che gente che sa come funziona un processo penale può elaborare in un mesetto (ma deve trattarsi di gente che non ha interessi personali o di categoria da difendere), la cosa è possibilissima. Ma se, lasciamo tutto così com’è, facciamo come se in ospedale ci fosse un tempo massimo per ogni operazione chirurgica: entro due ore deve essere conclusa; se no, si richiude la pancia del paziente e vada a morire da qualche parte. Vi pare ragionevole?

Ma poi, quali pazienti mandiamo a morire da qualche parte; voglio dire, quali processi rinunciamo a fare? Qui sta il bello. Come tutti sanno la durata media del processo penale italiano, con le leggi, l’organizzazione giudiziaria e le risorse che abbiamo, è di 8 anni.

Lo ha detto anche Alfano nella sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia in Italia. Durata media vuol dire risultante della durata di tutti i processi, dalla guida senza patente all’omicidio, dal furto al supermercato al traffico di droga, dall’oltraggio al vigile urbano fino alla frode fiscale.

Ed è evidente che un processo per guida senza patente si fa in un quarto d’ora e che quello per traffico di droga o frode fiscale richiede moltissimo tempo. Così durata media del processo significa che alcuni si concludono in poco tempo e altri in moltissimo. E quindi un gran numero di processi in effetti potranno essere conclusi prima della tagliola del “processo breve”: tutti quelli che durano poco o niente. Mentre quelli più complicati, quelli che durano anni e anni (sono quelli che fanno salire la media) non si faranno mai.

Insomma, per continuare con la metafora dell’ospedale, si cureranno presto e bene quelli che hanno l’influenza e il raffreddore; per cancro e infarto, dopo due ore, via, che muoiano pure. Adesso la domanda è: quali sono i processi più complicati? E, tra questi, quali sono quelli per reati puniti con una pena inferiore a 10 anni per cui si debbono obbligatoriamente concludere in 6 anni e mezzo? Nessuno si stupirà scoprendo che si tratta sempre dei soliti: sono i processi per corruzione, concussione, peculato, falsa testimonianza, falso in bilancio, frode fiscale ecc. ecc; insomma tutti quelli tanto cari alla classe dirigente del paese.

Proprio quei reati che sono puniti poco (pensate: il falso in bilancio di una società quotata in Borsa ha una pena massima di 4 anni; e parcheggiare la macchina utilizzando un tagliando di parcheggio contraffatto di 5) ma che richiedono processi lunghi e complicati. Sicché il risultato del “processo breve” sarà questo: tutti i processi per i reati da quattro soldi si faranno regolarmente; e quelli per i reati veramente gravi per l’economia nazionale, per l’entità del danno cagionato alle parti offese, per la qualità degli imputati che proprio grazie a questi reati occupano cariche pubbliche rilevanti, si estingueranno per “prescrizione processuale”, l’ultima salvaguardia di una classe dirigente inguaribilmente dedita al malaffare.

Ultima perla: gran parte della relazione che illustra il “processo breve” racconta di progetti di legge molto simili, elaborati negli anni passati da vari governi di sinistra (?). Come dire: “Trattasi di riforma condivisa; tanto è cosa buona e giusta che anche gli altri…”. E poi si stupiscono se uno dice che questa opposizione ti fa incazzare.

Bruno Tinti
Fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it
Link: http://antefatto.ilcannocchiale.it/2010/01/21/i_numeri_truccati_sui_tempi_e.html
21.01.2010

Da Il Fatto Quotidiano del 21 gennaio

Blog di Beppe Grillo – In un Paese di ladri

Fonte: Blog di Beppe Grillo – In un Paese di ladri.

Se i disonesti potranno delinquere senza finire in galera, potranno farlo anche gli onesti. In fondo il processo breve è democratico. L’ingiustizia è uguale per tutti!

“ANSA – 20 gennaio, 13:26 ROMA, 20 GEN – Il Senato approva il ddl sul processo breve con 163 sì, 130 no e due astenuti. Il provvedimento passa ora all’esame della Camera. Hanno votato a favore Pdl e Lega Nord, contro Pd, Idv e Udc. Proteste dell’opposizione. L’Idv ha esposto cartelli con le scritte: ‘Berlusconi fatti processare’, ‘muoiono processi Cirio-Parmalat’.” Esultano invece: stupratori, pedofili, corrotti, collusi, stalking-isti, associati a delinquere, stupratori, associati per mafia, usurai, banche e chi più ne ha più ne può mettere…Il motto di quest’Italia è “Fanculo l’onestà!”.Così tutti i sacrifici e le lotte dei nostri padri e madri per darci un futuro migliore in un paese libero ed onesto possono anche andare a farsi FOTTERE!”. Carlo L., Ravenna

Antimafia Duemila – Traffico rifiuti tossici, parla pentito Sigma: ”So come funziona il sistema”

Fonte: Antimafia Duemila – Traffico rifiuti tossici, parla pentito Sigma: ”So come funziona il sistema”.

di Nerina Gatti – 17 gennaio 2010
“Dietro allo smaltimento illegale dei rifiti tossici c’è un “sistema” che va avanti tutt’ora. Io conosco come funziona. Conosco i fatti, –svela per la prima volta Sigma- se qualcuno mi vorrà ascoltare parlerò, ho sempre raccontato la verità.”

Da quanto ci riferisce il suo avvocato, Claudia Conidi, il pentito Sigma fu sentito anche dalla Procura di Potenza per le indagini sull’interramento dei rifiuti tossici in alcune zone del potentino.
Il pentito ci racconta di aver fatto anche dei sopralluoghi vicino Potenza, indicando agli inquirenti  i terreni dov’erano stati interrati i rifiuti nocivi. “Ma poi non è successo nulla”, conclude amareggiato Sigma. Forse troppe persone avevano interesse a che i rifiuti non si trovassero. Sigma ha dato la sua disponibilità ad essere ascoltato. Sulla sua attendibilità non ci dovrebbero essere dubbi, le sue testimonianze sono servite in passato a far luce su importanti segreti della ‘Ndrangheta in processi che hanno fatto la storia del contrasto alle ‘ndrine.

Antimafia Duemila – L’irritazione del Senatore fa di Ciancimino un testimone eccellente

Antimafia Duemila – L’irritazione del Senatore fa di Ciancimino un testimone eccellente.

di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella – 16 gennaio 2010
Il periodo potrebbe essere paragonato a quello dei grandi processi e delle collaborazioni eccellenti, ma è soprattutto per l’Italia l’occasione di conoscere la verità su un sistema affaristico e colluso che va avanti da decenni.

È per questo che il fermento dovuto alle dichiarazioni del figlio di don Vito Ciancimino suscitano da una parte ammirazione dall’altra forte, fortissima irritazione.
La verità di Massimo Ciancimino è la risultante di una vita vissuta tra quell’impercettibile linea di confine tra affari e mafia, in una Palermo che ha ospitato nei salotti buoni politici e capimafia in doppiopetto. Non si facevano distinzioni allora e non se ne fanno oggi. L’unica differenza sta nella certezza di un processo penale. Se ci sono le prove si procede fino al giudizio (almeno per ora), se non ce ne sono si archivia l’indagine. Massimo Ciancimino racconta fatti e porta documenti. Rappresentano parte dell’eredità di suo padre, un democristiano doc che ha fatto carriera grazie alla sua appartenenza al gruppo dei Corleonesi di Riina e in particolare di Provenzano. Criminali della peggior specie che si sono infilati nei pantaloni della politica, sfruttando le loro alleanze con imprese di prim’ordine (come la Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi) e, portando la loro genìa fino al sistema centrale del potere. 
È una stranezza che uomini condannati per mafia, seppure in primo grado, parlino di complotti. Massimo Ciancimino infatti racconta vecchie storie, accadute da circa trent’anni a questa parte, parla coi magistrati di fatti di sangue, delitti eccellenti e sparizioni improvvise come quelle dei Maiorana padre e figlio, dell’omicidio di Piersanti Mattarella, quello del Gen. dalla Chiesa fino ad arrivare al caso Moro e l’incidente di Ustica. Parla dei contatti tra suo padre e Provenzano e indica coloro che a casa Ciancimino solevano entrare. Non è dunque un’aberrazione sentirlo parlare.  Lo è invece il fatto che ad un ex deputato come Cuffaro (costretto a lasciare la Regione a causa della sua condanna) sia stato poi concesso un posto al Senato. Se nei racconti di Ciancimino entrano dunque le gesta di persone come Cuffaro o Dell’Utri non dovremmo stupirci ma lasciarlo parlare. 
Per ora tutti i dati disponibili sono contenuti nei 23 verbali di interrogatorio che la Procura di Palermo ha depositato al processo Mori  – Obinu e che contribuiranno ad avvalorare l’attendibilità del teste il quale, il prossimo febbraio, sarà chiamato a testimoniare sulla Trattativa tra Stato e mafia intercorsa, secondo la sua datazione, nel 1992, a cavallo della strage di Capaci e quella di via d’Amelio. Massimo Ciancimino non si presenta dunque a mani vuote, con sé porta gli appunti scritti personalmente dal suo vecchio genitore e, soprattutto, i pizzini che Provenzano inviava a suo padre. Uno dei più rappresentativi era stato consegnato a don Vito l’11 settembre 2001, durante un periodo di degenza in una clinica romana. “Carissimo Ingegnere – diceva – ho letto quello che mi ha dato M. ma a scanso di equivoci ho riferito che ne parlerò quando ci sarà, ci sarà possibile vederci. Mi è stato detto dal nostro Sen e dal nuovo Pres che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. È benintenzionato. (…)” In quel periodo don Vito stanco e un po’ deluso cerca in tutti i modi di trovare una soluzione per ottenere la libertà. Da poco è ai domiciliari e ha finito di scontare la sua condanna per associazione mafiosa. Gli resta ancora qualche anno per estinguere la pena per reati di corruzione. Così chiede a Provenzano un intervento per ottenere l’amnistia. “Visti i continui appelli della Chiesa” si poteva approfittare e, con un indulto, “mio padre diventava libero a tutti gli effetti”. Una soluzione che doveva essere perorata da un Senatore e un Presidente che, secondo Massimo Ciancimino, sarebbero rispettivamente Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro. Oltre che da un avvocato, per Ciancimino riferibile al loro difensore Mormino, il quale (all’epoca vice-presidente della commissione giustizia alla Camera) si sarebbe potuto e dovuto muovere per presentare un disegno di legge che avrebbe portato la firma dell’avv. Pisapia. Ma come faceva a sapere Provenzano che l’avvocato era ben intenzionato? Chiede il pm. “Mio padre mi disse che il rapporto con l’avvocato Mormino avveniva attraverso quello che mio padre chiamava lo ‘sfregiato’” ovvero “l’onorevole Reina, il padre di Fulvio Reina sposato con la figlia dell’avvocato Mormino”. Per quanto riguarda i rapporti diretti tra Binnu – Dell’Utri e Binnu – Cuffaro, Ciancimino spiega: “Non so se Cuffaro avesse rapporti diretti con Provenzano ma so che aveva modo di contattarlo direttamente e di poter disporre di favori a suo piacimento”. Dell’ex Presidente della Regione “si era parlato come un soggetto che aveva dato una grande mano di aiuto a questo volere espandersi di Provenzano sia nel campo della distribuzione alimentare sia nella Sanità. Con Dell’Utri invece i rapporti sarebbero stati diretti. Il padre glielo confermò in occasione della preparazione del libro che voleva scrivere con suo figlio, nel passaggio inerente la trattativa gli spiegò che Provenzano lo aveva “scaricato” come politico scegliendo il nuovo uomo di Forza Italia. Ciononostante Don Vito “non stimava Dell’Utri” “lo riteneva troppo impulsivo”. “I loro rapporti, secondo quello che è il racconto di mio padre, risalgono alla gestione di mio papà col preposto della banca di fronte casa che non mi ricordo come si chiamava, del Banco di Sicilia e Banco di Roma con l’operazione dei libretti al portatore. Lo stesso Dell’Utri operava con la zona dove lui aveva competenza in banca, con questo volume di libretti al portatore”. Ciancimino però ribadisce: “Mio padre col dottor Dell’Utri rapporti diretti non ne ha mai avuti” “si reputava a un livello più alto, non gli dava confidenza”, ma se proprio aveva bisogno di lui si rivolgeva ad altri canali come per esempio Francesco Paolo Alamia. Quell’oscuro ragioniere di Villabate che negli anni Settanta era entrato in società con Filippo Alberto Rapisarda nella Inim Spa. La terza azienda milanese nel campo immobiliare nella quale Vito Ciancimino avrebbe custodito interessi economici e, guarda caso, i cui consiglieri erano Marcello e Alberto Dell’Utri. 
Una storia questa già discussa al processo per concorso esterno in associazione mafiosa a carico dell’ex dirigente di Publitalia, ma che oggi si completa con i discorsi sugli investimenti nel capoluogo lombardo di boss del calibro di Bontade, Buscemi e Bonura rivelati da Ciancimino jr ai magistrati. Proprio su questo punto il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha consegnato ai procuratori di Palermo dei fogli manoscritti da suo padre, in cui i cognomi dei costruttori palermitani sono riportati nella stessa riga insieme ad Alamia, Dell’Utri e Berlusconi. Si tratta di un inquietante documento ancora omissato che fa parte dei 23 verbali d’interrogatorio a cui l’ultimo figlio di casa Ciancimino sta cercando di fornire delle risposte. Un intricato intreccio d’interessi finanziari e speculazioni edilizie che riportano l’attenzione sui soldi di Cosa Nostra all’ombra della madonnina, attraverso i contatti che gli uomini d’onore coltivavano a Milano. In particolare ritornano quelli che vedono Vittorio Mangano nella villa di Arcore, assunto dal Cavaliere come stalliere. 
Si rimettono sul tavolo questioni rimaste in sospeso per lungo tempo. Storie di cui si conoscevano filamenti parziali di verità ma che ora possono ritrovare un seguito nei racconti del figlio dell’ex sindaco di Palermo il quale potrebbe essere chiamato a testimoniare al processo Dell’Utri. Per lui il primo banco di prova già fissato è quello del processo per favoreggiamento alla mafia a carico del Generale Mario Mori e del Maggiore Mauro Obinu. Il tema è la mancata cattura di Provenzano nel 1995. I carabinieri non avrebbero catturato il capo di Cosa Nostra per obbedire a un patto scellerato stretto nel 1992. L’anno in cui Riina tra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio intavolò, attraverso Vito Ciancimino, una trattativa con gli stessi carabinieri del Ros, questa volta Mori e De Donno, per dettare allo Stato le regole di una Cosa Nostra sanguinaria e stragista. Si tratta dei famosi 12 punti che lo stesso don Vito aveva cercato di correggere perché ritenuti improponibili e che avevano finito per mettere lo stesso Riina in una condizione di svantaggio: da interlocutore a oggetto di scambio di una nuova trattativa che aveva preso in mano Provenzano con i referenti di una nuova classe politica che doveva rinascere dalle ceneri di quella devastata da Tangentopoli. Da qui il racconto di Massimo Ciancimino sul Senatore di Forza Italia. Il padre si era sentito scavalcato ma aveva capito che Provenzano aveva stretto il nuovo accordo con una persona più credibile: il Senatore di Forza Italia appunto, Marcello Dell’Utri. Rimane sullo sfondo il ruolo centrale svolto dall’uomo dei Servizi Segreti, il signor Franco, in contatto con Provenzano e Vito Ciancimino e la presenza degli Apparati sulla scena dell’eccidio del giudice Borsellino e la sua scorta. A tutte queste domande ancora non sono state date delle risposte e, di certo, l’atteggiamento nervoso del Senatore Dell’Utri lascia intuire che forse le dichiarazioni di Massimo Ciancimino non siano poi così astruse. L’ex presidente della Bacigalupo ha ammesso infatti nei suoi interrogatori con i magistrati di aver incontrato mafiosi (anche se non sapeva che lo fossero, ndr) e di aver pranzato con loro (fatti che sono stati confermati anche da altri testimoni). Inoltre l’eroe a cui Dell’Utri fa riferimento e con cui ha detto di essere stato amico è Vittorio Mangano, non un mafioso qualunque ma un capomafia di Palermo. Se il Senatore non avesse nulla da nascondere risponderebbe con calma e linearità a tutte le accuse, spingendo perfino l’amico Berlusconi, che si era avvalso della facoltà di non rispondere, a spiegare ai magistrati l’origine dei soldi del suo vasto e discusso impero. L’irritazione di Dell’Utri invece fa di Ciancimino un testimone eccellente.

Blog di Beppe Grillo – La guerra per l’acquedotto pugliese

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La guerra per l’acquedotto pugliese.

Se Vendola avesse in Puglia l’appoggio del Pdmenoelle vincerebbe a mani basse. D’Alema prosegue la demolizione del suo partito di cui Bersani è solo il portavoce. In gioco nelle elezioni della Regione Puglia c’è la privatizzazione dell’acquedotto pugliese, il resto è fumo negli occhi dei cittadini
“Le fonti sono sotto gli occhi di tutti. La scelta del Governatore della Puglia alle prossime elezioni è conseguenza della privatizzazione dell’acquedotto pugliese. In prima fila c’e’ il gruppo Caltagirone (ergo Casini UDC) per rilevare la concessione sulla gestione del più grande acquedotto d’Europa. Vendola, il Governatore uscente, ha dichiarato che non privatizzerà una struttura pubblica costruita con il sangue e i soldi dei cittadini italiani e pugliesi! Allora D’Alema ha cominciato la sua manovra politica per cercare di accaparrarsi l’acquedotto con un governatore (BOCCIA) “economista” del PD che farà alleanza con l’UDC, ossia Casini, ossia Caltagirone, che avrà la gestione della più grande infrastruttura pugliese. Questo significa gestire soldi dei cittadini, posti di lavoro, ergo voti! Vendola si trova a non essere candidato in pectore perché vuole salvare la più grande infrastruttura pugliese oggi esistente. Spero che Beppe Grillo possa salvarci da questo scippo colossale! Aiutateci!”. Antonio L.

Mangano e Craxi i loro eroi – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Mangano e Craxi i loro eroi – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Con la lettera del presidente Napolitano alla famiglia Craxi, indirizzata dal Quirinale alla villa di Hammamet, appena lasciata da tre ministri aviotrasportati del governo in carica, si chiude degnamente il triduo di celebrazioni per l’anniversario della scomparsa del grande statista corrotto, pregiudicato e latitante: 10 anni, tanti quanti ne aveva totalizzati in Cassazione. Oggi completeranno l’opera in Senato altri luminosi statisti come l’ex autista Renato Schifani e il pluriprescritto Silvio Berlusconi, già noto per aver definito “eroe” il mafioso pluriomicida Vittorio Mangano.
Intanto fervono i preparativi per festeggiare i 150 anni dell’Italia unita e il Pantheon dei padri della Patria è un porto di mare. Gente che va, gente che viene. Soprattutto gentaglia.
Nel felpato linguaggio del capo dello Stato, la latitanza di Craxi viene tradotta testualmente così: “Craxi decise di lasciare il Paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti”. Anche perché, aggiunge Napolitano in perfetto napolitanese, le indagini sulla corruzione (non la corruzione) avevano determinato “un brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”.
E il sant’uomo fu trattato “con una durezza senza eguali” mentre, com’è noto, la legge impone di processare i politici che rubano senza eguali con una morbidezza senza eguali. E le mazzette miliardarie, e gli appalti truccati, e i soldi rovesciati sul letto, e i 50 miliardi su tre conti personali in Svizzera? Non sono reati comuni: il napolitanese li trasforma soavemente in “fenomeni degenerativi ammessi e denunciati” (come se rubare e poi, una volta scoperti, andare in Parlamento a dire “qui rubano tutti” rendesse meno gravi i furti).

Il presidente ricorda che “la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ritenne violato il ‘diritto ad un processo equo’ per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea”. Ma non spiega che Craxi fu processato in base al Codice di procedura che lui stesso aveva voluto e votato, il Pisapia-Vassalli del 1989 che – modificato da due sentenze della Consulta – consentì fino al 1999 di usare i verbali delle chiamate in correità dei coimputati anche se questi non si presentavano a ripeterle nei processi altrui.
Se i processi a Craxi non furono “equi”, non lo furono tutti quelli celebrati in Italia dal 1946 al 1999. Su un punto Napolitano ha ragione: Craxi lasciò “un’impronta incancellabile”: digitale, ovviamente. Quel che sta accadendo è fin troppo chiaro: si riabilita il corrotto morto per beatificare il corruttore vivo. Si rimuovono le tangenti della Prima Repubblica per legittimare quelle della Seconda. Si sorvola sulla latitanza di Craxi per apparecchiare nuove leggi vergogna che risparmino la latitanza a Berlusconi.
L’ha ammesso, in un lampo di lucidità, Stefania Craxi: “Gli italiani non credettero a Bettino, ma oggi credono a Berlusconi”. Ma perché credano a Berlusconi su Craxi, ne devono ancora passare di acqua sotto i ponti e di balle in televisione. Stando a tutti i sondaggi, la stragrande maggioranza degli italiani di destra, di centro e di sinistra è contraria a celebrare Craxi, come è contraria all’immunità parlamentare e alle leggi ad personam prossime venture. Forse gli italiani sono ancora migliori di chi dice di rappresentarli.

E allora, tanto peggio tanto meglio. Si dedichino pure a Craxi monumenti equestri, targhe votive, busti bronzei, strade, piazze, vicoli, parchi e soprattutto tangenziali. Dopodiché si passi a Mangano (sono ancora in tempo: anche lui scomparve prematuramente nel 2000). Così sarà chiaro a tutti chi sono i “loro” eroi. Noi ci terremo i nostri e da domani chiameremo i lettori a sceglierli.
A Mangano preferiamo ancora Falcone e Borsellino. A Craxi e a Berlusconi, politici diversi ma limpidi come De Gasperi e Berlinguer. Ieri, poi, ci è venuta un’inestinguibile nostalgia per Luigi Einaudi e Sandro Pertini.

ComeDonChisciotte – HAITI E I QUATTRO TIRAPIEDI

Se si trattasse di un’operazione militare, questra tragedia smisurata di Haiti avrebbe già visto truppe occupare ogni spazio libero dove gli elicotteri possano atterrare e decollare ogni cinque minuti. Al largo la Seabees [flotta della Marina militare statunitense impegnata nella costruzione edilizia, ndt] e la Army Corp of Engineers [sezione dell'esercito statunitense specializzata in ingegneria e progettazione, ndt] sarebbero concentrate a ripulire dalle macerie ed impegnate a ricostruire le strade necessarie; lavorerebbero per ristabilire le comunicazioni, e si occuperebbero di fornire cibo e medicine laddove fosse necessario. Le navi ospedali sarebbero a disposizione per l’evacuazione dei pazienti più critici e a tutto questo si sarebbe provveduto ieri. Per come stanno le cose ora, le nazioni principali sono ancora impegnate ad organizzarsi e a cercar di capire come farsi ripagare da Haiti per una generosità che non gli arriverà mai!

Se fosse stata una semplice operazione militare, i soldi necessari sarebbero stati istantaneamente stanziati dai parlamentari corrotti (e dalle forze alleate delle nazioni “volenterose”). Tutti gli sforzi possibili a dirottare il maggior numero di aiuti sarebbero stati fatti; quantomeno si sarebbe riusciti ad alleviare il dolore e a salvare qualche centinaia se non migliaia di vite.

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Istigazione a delinquere

Fonte: Istigazione a delinquere.

Scritto da Giorgio Bongiovanni

Questo editoriale, di cui mi assumo la piena responsabilità, non intende assolutamente offendere l’uomo Giorgio Napolitano, nè le intenzioni con cui, in probabile buona fede, ha indirizzato la sua lettera ad Anna Craxi, la vedova del segretario del PSI Bettino Craxi.
Il mio giudizio è asetticamente nel merito del suo significato istituzionale.
La mia fede cristiana mi impone di non giudicare la persona, ma bensì un atto che considero di particolare gravità.
Leggendo questa lettera non ho potuto fare a meno di provare la sensazione che le parole del Capo dello Stato possano risuonare alle orecchie di tutti i cittadini italiani e soprattutto di quei giovani che si affacciano ora al mondo della politica come una pericolosa istigazione a delinquere. Secondo la più alta carica dello Stato infatti dovrebbero sentirsi autorizzati a commettere ogni sorta di ruberia, di ladrocinio, di saccheggio ai danni dei propri concittadini, nella certezza che alla fine tutto, o in parte, sarà loro perdonato. Non solo. Che sarà addirittura esaltato il loro talento, se sapranno essere “grandi statisti” come lo è stato Craxi. E non importa se ha truffato, se ha attuato una politica nefasta, “la sua figura complessiva – come ha detto Napolitano – non può venir sacrificata”.
Di fronte a queste vergognose parole un Parlamento sano dovrebbe chiedere l’impeachment. L’immediato allontanamento di quel Presidente della Repubblica che calpestando gli stessi principi della Costituzione che è stato chiamato a proteggere e garantire istiga i futuri  giovani ledears politici a delinquere.
Ciò che voglio credere è che questa istigazione sia incosciente. Che sia fatta, per quanto possibile, in buona fede. Perché solo una totale incoscienza può giustificare una simile ipocrisia e può aver spinto la mano di Napolitano a scrivere questa famigerata missiva.
Intanto però al Presidente dico che italiano non mi sento più. Che voglio essere esule di una patria che non mi appartiene. Anche se amo l’Italia, anche se amo la mia terra, la Sicilia, ma non mi sento rappresentato dal vertice delle nostre istituzioni.
L’anno scorso noi di ANTIMAFIADuemila abbiamo chiesto udienza al Presidente della Repubblica per condividere con lui i nostri progetti futuri, seppur modesti, a favore della legalità nella lotta contro tutte le mafie. La segreteria personale ci aveva risposto, chiedendoci di attendere ed assicurandoci che Napolitano era solidale con i nostro progetti. Dopo questa assurda lettera ritiriamo ufficialmente la nostra richiesta. Non vogliamo incontrare un Presidente che riabilita “la figura complessiva di Bettino Craxi”. Uno dei più grandi ladri e delinquenti che l’Italia abbia mai avuto.
Certo è che guardando allo sconfortante scenario mondiale comprendo che questo vertice si allinea perfettamente al potere che domina il mondo. E che passa attraverso la grande finanza, la grande economia così come è puntualmente spiegato nell’articolo scritto dal nostro amico Giulietto Chiesa, che appare qui in anteprima e che sarà pubblicato nel prossimo numero della rivista ANTIMAFIADuemila.
A leggere di questi temi viene certamente la pelle d’oca. Perché è chiaro che l’istinto a delinquere, a truffare, a rubare è nel Dna di tutti coloro che hanno nelle mani il mondo. E che hanno fatto dell’illegalità un valore e della legalità un disvalore.
Noi però ci sentiamo diversi.
Noi apparteniamo a quella schiera di “poveri illusi”, e non sono pochi, che vivono ancora di “concetti superati”. Che vorrebbero l’uguaglianza per tutti, i diritti per tutti, che non accettano le ingiustizie di un mondo in cui ogni 3 secondi un bambino muore di fame.
Un mondo che andrà verso l’autodistruzione se non si ritornerà, il più in fretta possibile, a una nuova questione morale. Senza se e senza ma.

Giorgio Bongiovanni (fonte: ANTIMAFIADuemila.com, 19 gennaio 2010)

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ComeDonChisciotte – I PADRONI DEGLI STATI

Fonte: ComeDonChisciotte – I PADRONI DEGLI STATI.

DI IDA MAGLI
Italiani liberi

Da molti giorni si discute di tasse: tagliarle, non tagliarle, con la conclusione, abbastanza assurda, che questo non si può fare, come ha detto Berlusconi, a causa “dell’eccessivo debito pubblico e dell’aumento degli interessi da pagare su questo debito”. Assurda nel senso che non si capisce perché mai il Governo abbia avanzato un’ipotesi del genere se non aveva intenzione di passar sopra al problema del debito pubblico e dei suoi interessi visto che questo ostacolo c’era ovviamente anche prima. Sarebbe stata finalmente l’occasione per discuterne con i cittadini invece di prenderli in giro con speranze inutili. Ma nulla. Non una parola sulle cause dei “debiti pubblici”, sull’aumento progressivo e inevitabile degli interessi da pagare su questi debiti, sulla sovranità monetaria consegnata dagli Stati alle Banche.

Tacciono tutti, però; non soltanto Berlusconi e Tremonti. Tacciono i Governi di tutto il mondo, che si trovano nelle nostre stesse condizioni, avendo demandato alle Banche il diritto di creare il denaro; tacciono i giornalisti di tutto il mondo che, pur sapendo, compilano diligentemente ogni giorno la loro brava rubrica di economia, senza mai il più piccolo accenno al problema dei problemi; tacciono i governanti degli Stati europei e non si azzardano ad aprire bocca neanche di fronte all’arrogante spudoratezza del Signor Trichet, governatore della Banca Centrale Europea, il quale afferma, evidentemente con la certezza di poter mentire quanto vuole, che sarebbe sbagliato addossare ai banchieri le colpe della crisi economica! E’ questa, con tutta evidenza, l’immediata reazione di rabbia di un potente banchiere al piccolo passo d’indipendenza compiuto da Obama, non per riappropriarsi della sovranità monetaria (non sia mai), ma soltanto per restituire ai cittadini americani, impedendo che i guadagni vengano intascati con ricchi bonus dai banchieri, almeno una parte dell’immenso fiume di denaro dei contribuenti che è stato speso per salvare le grandi banche dal fallimento. In Italia, poi, tace anche quella “Opposizione” cui non va mai bene niente e che, come al solito, ha condannato il Governo perché non mantiene la promessa di abbassare le tasse, ma dell’assurda “anomalia” del debito che lo Stato ha nei confronti della Banca Centrale Europea non parla; e tanto meno parla dei ricchi per eccellenza – i Banchieri – che dovrebbero essere i suoi maggiori nemici. Silenzio, silenzio, silenzio…

La cosa più grave, però, è che politici e giornalisti non permettono neanche ai singoli cittadini di discutere di questo argomento. Non appena qualcuno ci prova, scatta appunto quella strategia del “silenzio”, adottata da tutti, che è la forma moderna di censura, molto più grave e più efficace nell’attuale mondo dell’informazione planetaria, di una censura dichiarata ed esplicitamente coercitiva in quanto se una notizia non viene “raccolta” e ripetuta passando da uno strumento di comunicazione all’ altro, è inesorabilmente condannata ad una morte peggiore della morte perché, quale che sia la sua importanza, ne viene negata l’esistenza. Si può dedurre, dunque, dal silenzio mondiale che circonda la questione della sovranità monetaria, che le Banche sono le uniche, vere padrone del mondo. Possiedono, nella precisa accezione tecnica del termine “possedere”, tutti gli Stati, mentre politici e giornalisti svolgono la funzione di servizio, in qualità di gestori, del Potere finanziario. E’ a causa del silenzio da parte di tutti che si è creata l’idea di una “cospirazione”, di un “segreto”. Idea che fa comodo soltanto ai detentori del Potere. Non esistono né cospirazioni, né segreti: la realtà è questa. Punto e basta.

Esistono, però, da diversi anni, ed hanno numerosissimi lettori, malgrado il silenzio che li accompagna, innumerevoli libri, saggi, articoli, dedicati alla questione monetaria e al sistema delle banche; così come esistono numerosi Siti internet dedicati a questi problemi, anche se politici e giornalisti fingono di ignorarli non citandoli mai. A questo proposito bisogna riconoscere, a vanto degli Italiani, allenati da duemila anni a lottare con la sola arma dell’intelligenza contro le sopraffazioni del Potere, che l’Italia è forse la Nazione più viva e battagliera in questo campo, soprattutto da quando, all’approssimarsi della rinuncia alla moneta nazionale con l’introduzione dell’Euro, si sono formati movimenti, partiti, comitati pronti a combattere fino all’ultimo sangue. Credo che soltanto l’Italia, fra tutte le Nazioni d’Europa, si sia presentata alle elezioni con un Partito dal bellissimo e inequivocabile nome di “ No Euro”. E’ noto a tutti lo strenuo sforzo compiuto dal Professor Giacinto Auriti, con la sua straordinaria competenza, per informarci, per esortarci, per inculcarci l’idea che “ce la potevamo fare”, addirittura realizzando concretamente una moneta a latere dell’euro. Se mi è permesso ricordarlo (più che altro per fare coraggio a me stessa in un momento di così grave incertezza), anch’io ho fatto il poco che mi era possibile, scrivendo innumerevoli articoli contro l’adozione dell’euro, polemizzando con incontri di persona e sulla stampa, alla radio, alla televisione con tutti i politici, i giornalisti, i professori universitari, i Vescovi e i Cardinali con i quali ero in contatto; pregando l’allora Cardinale, Prefetto della S. Congregazione della Fede, Ioseph Ratzinger di tenere lo Stato del Vaticano fuori dall’Euro così da segnalare all’opinione pubblica dell’Europa e soprattutto ai politici italiani, la non accettazione da parte della Chiesa del primato economicistico quale “valore” assegnato all’UE. Ho tentato, infine, con la forza della disperazione, di convincere Alberto Sordi, uniti come eravamo dallo stesso innamoramento per l’Italia, di “salvare la Lira”, invece di innalzarle un monumento come aveva deciso di fare; l’ho supplicato di impegnare in questa straordinaria “Grande Guerra” il suo nome, l’immensa fama che si era conquistato nel mondo. Ma tutto è stato inutile. La bravura dei traditori delle Patrie, delle Nazioni, dei Popoli, che hanno progettato l’unificazione-distruzione dell’Europa impadronendosene attraverso la nuova moneta, è stata soprattutto quella di usare a piene mani l’enorme massa di denaro, denaro nostro, di cui sono in possesso, per diffondere la convinzione che l’Euro era un “Destino”, un destino al quale sarebbe stato fatale sottrarsi.

La battaglia per il recupero della sovranità monetaria, tuttavia, è continuata anche dopo l’adozione dell’Euro, ed è andata anzi sempre più intensificandosi mano a mano che cresceva la consapevolezza della frode bancaria. La bibliografia sull’argomento è ormai fittissima, con molte traduzioni in italiano dall’inglese e dal francese e molti saggi scritti direttamente da tecnici dell’economia ed esperti italiani. Degna di nota soprattutto l’opera dei fondatori del Comitato di Liberazione Monetaria, seguaci e continuatori degli studi di Auriti (purtroppo scomparso nel 2006) con l’obiettivo, fra l’altro, di “ restituzione allo Stato del monopolio di battere la sua moneta attribuendone la proprietà ai cittadini”. Uscire dall’Euro non significa uscire contemporaneamente dall’UE in quanto già altri Stati ne fanno parte pur non avendo adottato la moneta unica (Gran Bretagna, Svezia, Danimarca) e la possibilità di una tale uscita è prevista dal Trattato di Lisbona. Possiamo e dobbiamo dunque lavorare per ora in questa direzione anche se l’obiettivo vero non può non essere il recupero dell’indipendenza e della libertà politica dell’Italia, con l’abbandono totale dell’Impero fraudolento e tirannico dei Banchieri.

Ida Magli
Fonte: http://web.mclink.it/
Link: http://web.mclink.it/ME3643/Edito10/banche1701.html
17.01.2010