Archivio Mensile: maggio 2010

Un funzionario dei Servizi segreti indagato per la strage di via D’Amelio

la verità viene a galla…

Fonte: Un funzionario dei Servizi segreti indagato per la strage di via D’Amelio.

Riconosciuto dal pentito Spatuzza. Accusa di concorso in strage

ROMA — Un funzionario dei servizi segreti tuttora in forza all’Aisi, l’Agenzia di informazioni per la sicurezza interna che ha sostituito il vecchio Sisde, è indagato dalla Procura di Caltanissetta per concorso nella strage di via d’Amelio, nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. È un nome poco noto alle cronache, ma comparso più volte nelle inchieste siciliane sui rapporti tra Cosa nostra ed esponenti delle istituzioni. Ha lavorato ed era amico con Bruno Contrada, l’ex poliziotto e numero 3 del Sisde condannato a dieci anni di carcere per concorso in associazione mafiosa, è comparso come testimone in quello e in altri processi ed inchieste.

Adesso è lui al centro degli accertamenti da parte dei magistrati che hanno riaperto l’indagine sull’autobomba esplosa il pomeriggio del 19 luglio 1992, 56 giorni dopo la strage di Capaci che aveva ucciso Giovanni Falcone. L’ordigno fu sistemato all’interno di una Fiat 126 rubata da Gaspare Spatuzza, boss del quartiere palermitano di Brancaccio. Il quale due anni fa ha deciso di collaborare con la giustizia, e nell’interrogatorio del 17 dicembre 2008 reso ai pubblici ministeri di Firenze, che indagano sulle stragi del ’93 in continente, a proposito dei contatti di Cosa nostra con ambienti esterni ha detto: «C’è una questione su via D’Amelio, che c’ho una figura di una persona che non avevo mai visto e che non conosco. Quando io consegno la 126 in questo garage (dove fu imbottita di esplosivo, ndr), insieme a Renzino Tinnirello (“uomo d’onore” della stessa cosca, ndr), c’è questa persona che io sconosco. Una figura che rimane in sospeso».

Lo stesso episodio l’aveva riferito agli inquirenti di Caltanissetta e prima ancora al superprocuratore antimafia Pietro Grasso, durante i colloqui investigativi; specificando che quando notò lo sconosciuto abbassò lo sguardo per mostrare di non averlo notato e di non essere interessato a sapere chi fosse. Nel tentativo di risalire all’identità del misterioso personaggio, i pm hanno sottoposto al neo-pentito dei voluminosi album di fotografie di appartenenti ai servizi segreti e alle forze dell’ordine. In due di queste, Spatuzza ha riconosciuto il funzionario all’epoca del Sisde e oggi dell’Aisi. Certo, si tratta dell’indicazione di una persona vista una volta sola sedici anni prima, che gli inquirenti hanno cominciato a valutare con le dovute riserve. Ma l’attendibilità del collaboratore di giustizia (lo stesso che ha testimoniato dei presunti contatti di Cosa Nostra con Dell’Utri e Berlusconi nel 1993, per come gli furono riferiti dal capomafia Giuseppe Graviano) per i magistrati è ormai fuori discussione.


Tanto che alla proposta del programma di protezione riservato ai pentiti, avanzata dalla Procura di Firenze, si sono associati gli uffici di Caltanissetta e Palermo, nonché la Direzione nazionale antimafia. Mentre erano in corso le verifiche sulla deposizione di Spatuzza è arrivato Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo che sta testimoniando sui rapporti tra suo padre — che si muoveva per conto di Bernardo Provenzano — e rappresentati dello Stato. Anche a lui sono stati sottoposti gli album di foto forniti dall’attuale dirigenza dei Servizi segreti, e sfogliandoli ha indicato due personaggi che secondo lui erano vicini al «signor Franco», l’uomo «di apparato » che incontrava sia suo padre che Provenzano. Uno dei volti riconosciuti dal giovane Ciancimino corrisponde a quello sul quale aveva già messo il dito Spatuzza. Secondo il figlio dell’ex sindaco mafioso, quell’uomo è colui che ha continuato ad avere contatti con Vito Ciancimino quando era detenuto, a partire dal dicembre 1992, entrando e uscendo spesso dal carcere di Rebibbia.

Dunque, se le individuazioni fotografiche dovessero corrispondere alla realtà e trovassero riscontri, la stessa persona presente tra i boss in una fase cruciale della preparazione dell’attentato a Paolo Borsellino— episodio catalogato fin da subito come difficilmente circoscrivibile ai soli interessi mafiosi — ha anche partecipato ai contatti tra Cosa nostra e istituzioni durante la «trattativa» avviata nel 1992, passata attraverso le stragi e proseguita (secondo Spatuzza, ma anche Ciancimino jr) fino ai primi anni Duemila. Ipotesi che confermerebbe misteriosi e inquietanti scenari, già immaginati in base ad altri elementi, sul ruolo di alcuni segmenti dello Stato nei rapporti con la mafia durante la sanguinosa e destabilizzante stagione delle stragi.

Giovanni Bianconi (il Corriere della Sera, 21 maggio 2010)

Gli 007 delle stragi

Ci siamo…

Fonte: Gli 007 delle stragi.

Un uomo dei servizi assieme ai mafiosi nel garage dove veniva preparata la bomba contro Borsellino. Ecco la svolta nelle indagini sui massacri del ’92. In edicola da venerdì 21 maggio 2010.

Uomini che avrebbero fatto parte degli apparati di sicurezza hanno avuto un ruolo nel 1992, accanto ai mafiosi, negli attentati in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e con loro i poliziotti delle scorte. Agenti 007 infedeli avrebbero preso parte alle fasi preparatorie dei progetti di morte con i quali i corleonesi di Totò Riina dichiaravano guerra allo Stato. È l’ultimo scenario inquietante che emerge dalle inchieste avviate dalla Procura di Caltanissetta sul ruolo di “soggetti” esterni a Cosa nostra nelle stragi che hanno cambiato la storia d’Italia. I pm hanno individuato e identificato gli uomini dell’intelligence che avrebbero affiancato i killer mafiosi.

Fino a pochi anni fa la presenza di funzionari dei servizi dietro agli attentati di Capaci e via d’Amelio appariva come un’ipotesi investigativa tutta da provare mentre oggi questa incredibile connection potrebbe trasformarsi in realtà processuale.
Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ricostruendo le fasi dell’attentato a Paolo Borsellino, svela ai pm di aver visto nel garage in cui venne sistemata la Fiat 126 da trasformare in autobomba, “un soggetto dell’età di circa 50 anni”: un uomo che non conosceva, ma che era insieme ai mafiosi con i quali mostrava anche confidenza. Lo vide il giorno prima della strage, quando stavano riempiendo l’utilitaria di esplosivo. Adesso Spatuzza ha riconosciuto quell’uomo in un album di foto che i magistrati gli hanno mostrato. Il pentito lo ha indicato subito, senza alcuna esitazione. Un colpo di scena, perché si tratterebbe proprio di un agente dei servizi segreti che all’epoca svolgeva compiti operativi in Sicilia. L’immagine è stata riconosciuta da Massimo Ciancimino, che lo ha indicato come uno dei personaggi in contatto con don Vito Ciancimino. Lo stesso uomo dell’intelligence che frequentava l’ex sindaco mafioso di Palermo avrebbe dunque partecipato alla preparazione dell’autobomba di Borsellino.

Spatuzza ha descritto ai magistrati il gruppo di mafiosi che alla vigilia della strage di via d’Amelio si riunì assieme al misterioso cinquantenne mai visto prima: c’erano i boss Fifetto Cannella, Nino Mangano e poi Renzino Tinnirello e persino Ciccio Tagliavia che all’epoca era latitante. Tutti affiliati che facevano riferimento al capomafia di Brancaccio: Giuseppe Graviano, lo stesso che disse a Spatuzza “ci siamo messi il Paese nelle mani” grazie a Berlusconi e Dell’Utri che stavano per entrare in politica.
L’opera di qualche 007 deviato sbuca fuori anche nelle indagini per la strage di Capaci. Lo svela il collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera, il mafioso che venne incaricato dai corleonesi di compiere sopralluoghi per l’attentato lungo l’autostrada in modo da individuare il luogo più adatto per colpire il giudice Falcone. Il pentito ha riferito agli inquirenti che in quella attività preparatoria avrebbero partecipato soggetti “non presentati ritualmente” e pertanto, secondo gli inquirenti, “verosilmilmente estranei a Cosa nostra”.
L’ipotesi di una entità esterna che avrebbe affiancato le cosche nell’attentato di Capaci era stata sollevata nei mesi scorsi dal procuratore nazionale, Piero Grasso, davanti ai parlamentari della Commissione Antimafia presieduta da Giuseppe Pisanu. “Non c’è dubbio che la strage di Falcone e della sua scorta sia stata commessa da Cosa nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Grasso lo scorso ottobre in Commissione antimafia aveva posto un quesito: perché si passò dall’ipotesi di colpire Falcone sparandogli mentre passeggiava per le vie di Roma a quella dell’attentato con 500 chili di esplosivo sull’autostrada a Capaci? Una scelta, quella dell’attentato devastante, che ha una modalità “chiaramente stragista ed eversiva”. Il capo della procura nazionale ha chiesto di approfondire “chi ha indicato a Riina questa modalità con cui si uccise Falcone”, perché “finché non si risponderà a questa domanda sarà difficile cominciare ad entrare nell’effettivo accertamento della verità che è dietro a questi fatti”.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, condotta dal procuratore Sergio Lari, dagli aggiunti Gozzo e Bertone e dai pm Marino e Luciani, vuole dare una risposta al quesito di Grasso, andando anche oltre. I pm nisseni – fra mille difficoltà che vanno dalla mancanza di magistrati a quella del personale giudiziario – puntano con grandi sacrifici anche ad un altro lato oscuro delle trame palermitane che affonda nel periodo della guerra di mafia degli anni Ottanta. Fino al fallito attentato a Giovanni Falcone nella villa sul mare dell’Addaura. Anche in questo contesto emerge il ruolo di apparati deviati dello Stato. E sbuca nelle indagini un ex poliziotto, riconosciuto per il volto coperto di bruciature: alcuni pentiti lo chiamano “il mostro”. L’agente era in contatto con funzionari dell’Alto Commissariato antimafia dagli anni Ottanta fino al luglio 1992. Un poliziotto dalla faccia deturpata che avrebbe avuto un ruolo in alcuni omicidi e agguati. Si tratta di un uomo che fino alla fine degli anni Settanta è stato in servizio alla Squadra mobile di Palermo. Dopo essere stato identificato, su di lui sono in corso indagini per ricostruire quello che ha fatto nel periodo della mattanza, quando nel capoluogo siciliano venivano uccise centinaia di persone l’anno, compresi poliziotti e carabinieri.

Secondo i collaboratori, il “mostro era un duro” con il vizio della cocaina e abitava a Palermo in una strada che si affaccia sul mare, nei pressi del Foro Italico. L’ex mafioso Vito Lo Forte lo chiamava il “bruciato”, perché aveva il volto ustionato, ed ha spiegato che si muoveva con una moto Suzuki e un fuoristrada Range Rover. Ed aveva rapporti con Gaetano e Pietro Scotto, entrambi coinvolti nell’attentato a Borsellino.
Per molte di queste indagini i magistrati hanno ottenuto la collaborazione degli attuali vertici dei servizi segreti civili e militari che hanno aperto gli archivi mettendo a disposizione i materiali decisivi per la svolta. Comprese le foto degli agenti – coperte da segreto di Stato – che per decenni hanno lavorato in Sicilia sotto copertura e che adesso sono state inoltrate ai pm nisseni: saranno mostrate a collaboratori e testimoni.

E anche il Comitato parlamentare di controllo sull’intelligence (Copasir) vuole far chiarezza sul ruolo degli agenti deviati nella stagione di fuoco che ha segnato la fine della Repubblica. Per questo Gianni De Gennaro, direttore del Dis e responsabile dei nostri apparati di informazione, ha chiesto alla Procura di Caltanissetta di ricevere notizie sugli sviluppi dell’istruttoria, in modo da intervenire sugli agenti coinvolti che fossero ancora impegnati in compiti operativi.


Lirio Abbate (
L’Espresso, 20 maggio 2010)

I pm di Palermo chiamano alla mobilitazione contro i ddl sulle intercettazioni e sul Csm

Fonte: I pm di Palermo chiamano alla mobilitazione contro i ddl sulle intercettazioni e sul Csm.

I pm attaccano i politici che, dice il presidente dell’Anm di Palermo Nino Di Matteo, “tentano di appropriarsi dei nomi di Falcone e Borsellino ogni 23 maggio e 19 luglio e poi ogni giorno spendono le loro energie per denigrare e isolare quei magistrati che credono che la legge è uguale per tutti, anche per i potenti”

Nel nome di Giovanni Falcone chiedono una mobilitazione generale a difesa dell’autonomia della magistratura e della libertà di informazione. Da Palermo, alla vigilia del diciottesimo anniversario della strage di Capaci, i magistrati antimafia sparano a zero contro le riforme al vaglio del parlamento e contro quei politici che  -  dice il presidente dell’Anm di Palermo, Nino Di Matteo -  “tentano di appropriarsi dei nomi di Falcone e Borsellino ogni 23 maggio e 19 luglio e poi ogni giorno spendono le loro energie per denigrare e isolare quei magistrati che credono che la legge è uguale per tutti, anche per i potenti”.

Di Matteo, pm titolare di quasi tutte le più importanti inchieste di mafia, esprime una fortissima preoccupazione per quei disegni di legge (quello di riforma del Csm e quello sulle intercettazioni) “che rischiano di ridurre la magistratura all’accettazione del fine ultimo inconfessabile della classe politica che vuole limitare il controllo di legalità e per il silenzio delle istituzioni davanti agli attacchi denigratori dei magistrati”. I magistrati lanciano un appello alla società civile alla mobilitazione contro il disegno di legge sulle intercettazioni: “Il silenzio sulle indagini  -  dice  -  costituirà il brodo di cultura di insabbiamenti e depistaggi di ogni genere e renderà i cittadini ignoranti e sudditi, insufflati solo dal potente di turno. Il Parlamento  -  ha concluso  -  sta facendo per legge quello che la mafia ha cercato di ottenere per anni con la forza della violenza”.


Alessandra Ziniti (
la Repubblica, 20 maggio 2010)

Il racconto del pm Ingroia:”Sono vivo grazie alle intercettazioni”

Con la nuova legge Riina e Provenzano sarebbero ancora liberi, si mettono paletti che impediranno di arrivare dove si deve arrivare”

ROMA – Il capo della mafia siciliana Bernardo Provenzano è imprendibile, ricercato da quarantasei anni e nove mesi. Dicono che si nasconda a un passo dalla sua casa di Corleone. È un fantasma: nessuno riesce mai a scovarlo. Una piccola folla ha applaudito ieri mattina nella parrocchia di Pagliarelli la bara di Gianni Nicchi detto Tiramisù, l’astro nascente di Cosa Nostra palermitana ucciso a colpi di pistola dai sicari del clan Lo Piccolo. Gli artificieri dei carabinieri hanno disinnescato l’ordigno piazzato sotto la casa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia dagli uomini di Mimmo Raccuglia, il boss di Altofonte che dal 2000 è diventato il più pericoloso latitante al servizio di Totò Riina. Sarebbe andata cosi. Sarebbe andata così per legge. “L’ho scampata per un pelo”, racconta divertito – e poi neanche tanto – Antonio Ingroia, che era sulla lista nera di Raccuglia, mentre ricorda tutto ciò che (non) si sarebbe mai verificato in questi ultimi anni in Sicilia con il decreto voluto dal governo.

Il procuratore aggiunto l’ha scampata per un pelo grazie a una telecamera. Una di quelle che era puntata su un casolare di Calatafimi dove aveva trovato rifugio Mimmo Raccuglia, il mafioso che era pronto a farlo saltare in aria. Una telecamera che, qualcuno, adesso vorrebbe spegnere per sempre. Dice Ingroia: “Oggi l’installazione di una telecamera in un luogo pubblico viene autorizzata dal pubblico ministero per esigenze investigative, d’ora in avanti  -  se mai dovessero approvare anche questo  -  ci vogliono gli stessi gravi indizi di reato previsti per le intercettazioni ambientali e telefoniche per poterlo fare”. Si chiede Ingroia: “Ma come si fa ad avere la certezza che dentro un casolare ci sia un latitante se non si piazza una telecamera che vede chi entra e chi esce?”.

Mimmo Raccuglia sarebbe oggi ancora là, a cavallo fra le province di Palermo e di Trapani, a trafficare con il suo esplosivo. E Renato Cortese, il poliziotto che per otto anni ha inseguito il Padrino di Corleone, sarebbe ancora sulle colline davanti alla Montagna dei Cavalli disteso fra le sterpaglie e sotto gli ulivi a cercare il niente. Il più fortunato è stato però Gianni Nicchi, con quella telecamera che ancora c’era e l’ha fatto finire dentro, ha evitato le vendette dei “vecchi” di San Lorenzo.

I mafiosi sono e saranno molto contenti. E fra pochi giorni parleranno a ruota libera e senza paura. Nei salotti delle loro case, nei summit in campagna, sulle loro automobili. Tanto non li ascolterà più nessuno. Libertà di parola per loro e libertà di silenzio per altri. Uno come Carmelo Amato, per esempio, oggi sarebbe in giro tranquillamente per il Borgo, il suo quartiere, a dispensare consigli ai picciotti. Tutto quello che aveva detto lo potrebbe ripetere pari pari ma questa volta senza pericolo: “Mi sono comprato l’apparecchio per le cimici, ogni tre giorni voglio controllare pure le macchine, c’è guerra, bisogna stare attenti e aprirei gli occhi perché è pieno di sbirri e di.. di..”. Di “spilli”.
Così i mafiosi chiamano le microspie. Palermo un tempo  -  all’epoca delle stragi  -  era come un grande microfono. “Ma d’ora in poi”, spiega il procuratore Ingroia, “per infilare una cimice in un’automobile occorre la prova che sia in corso in quel luogo un’attività criminale”. Come si farà allora? “È praticamente impossibile dimostrare che c’è in corso un’attività criminale dentro un’auto se dentro quell’auto non è stato piazzato un microfono”. Dopo la telecamera lo “spillo” nell’auto, prima dello “spillo” i telefoni. Indagini di mafia che non si sarebbero mai concluse e soprattutto che non si sarebbero mai cominciate.

Come quella su Vincenzo Zummo, prestanome storico di Vito Ciancimino. Gli hanno sequestrati beni di mafia per decine di milioni di euro partendo da un’inchiesta che, all’apparenza, non aveva niente a che a fare con la mafia. “Ma poi siamo arrivati sempre a Cosa Nostra. Con la nuova legge si introducono paletti che non ci permetteranno più di arrivare dove si deve arrivare”, dice ancora Ingroia che qualche mese fa ha scritto per Stampa Alternativa il libro “C’era una volta l’intercettazione”, un saggio sulle paure della classe politica che a tutti i costi vuole riformare – “controrifomare”, scrive lui  -  tutto il sistema delle intercettazioni. Chi avrebbe mai saputo sennò degli incontri di Marcello Dell’Utri con i falsi pentiti Chiofalo e Cirfeta che  – secondo la procura  -  erano al centro di una combine per screditare i pentiti veri?

Chi avrebbe mai saputo cosa faceva il governatore della Sicilia Totò Cuffaro in un retrobottega di un negozio di abbigliamento di Bagheria con Michele Aiello, il “re” delle cliniche private legato ai mafiosi di Bernardo Provenzano che con Totò stilava il tariffario della Sanità? Chi avrebbe mai scoperto che il Palazzo di Giustizia di Palermo era infestato di talpe. Senza quelle  -  le intercettazioni – Totò Cuffaro oggi sarebbe ancora l’amatissimo presidente di tutti i siciliani.

Attilio Bolzoni (la Repubblica, 21 maggio 2010)

La politica aiuta la mafia

Fonte: La politica aiuta la mafia.

“Dai palazzi del potere arrivano continui attacchi, tagli ai nostri mezzi e leggi che ci impediscono di indagare. Vogliono normalizzare e isolare la magistratura. Mentre le più alte istituzioni tacciono”. La durissima accusa di Antonino Di Matteo, 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia a Palermo

“I provvedimenti e i comportamenti dei magistrati possono essere legittimamente criticati. Ma non possiamo però più tollerare l’offensiva sistematica e violenta nei nostri confronti. Molti degli esponenti politici che ogni 23 maggio e 19 luglio tentano di appropriarsi della memoria dei nostri morti, per i restanti giorni dell’anno spendono le loro migliori energie per isolare e denigrare quei magistrati che si ostinano a credere che la legge è veramente uguale per tutti. Le stesse ragioni per le quali in vita venivano isolati e denigrati Falcone e Borsellino”. Diciotto anni dopo la strage di Capaci del 23 maggio del 1992 la magistratura è sempre sotto attacco. E Antonino Di Matteo, 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, è una delle toghe in trincea che da un lato vede commemorare Giovanni Falcone o Paolo Borsellino e dall’altro sente che i magistrati sono tacciati di essere eversivi e politicamente orientati.

L’Anm di Palermo ha parlato di recente di “silenzi” da parte di esponenti delle istituzioni dopo gli ennesimi attacchi subiti dal premier Silvio Berlusconi…
“A fronte di attacchi spesso violenti e volgari ci saremmo aspettati una presa di distanza più chiara e decisa dalle altre istituzioni. Penso ad esempio al presidente della Repubblica nella qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura o allo stesso ministro della Giustizia. Non mi sembra che ciò sia avvenuto”.

A Palermo, però, la società civile sembra risvegliarsi: vi sentite soli come lo furono Falcone e Borsellino nel ’92?
“Non credo che nonostante qualche isolato fermento la società civile sia oggi attenta e vigile come, sull’onda dell’emozione e della rabbia, dimostrò di essere nell’immediato post-stragi. Ciò contribuisce ad alimentare un a pericolosa sensazione di isolamento ed una strisciante tendenza alla rassegnazione di fronte al tentativo, a mio parere evidente , di “normalizzare” l’azione della magistratura”.

A Palermo ci sono delicate indagini in corso su collusioni tra servitori infedeli dello Stato e mafiosi: cosa si è scoperto finora? Ci sono processi che confermano patti o accordi tra boss e entità esterne?
“Non posso parlare nello specifico di indagini in corso se non per dire che si tratta di investigazioni per le quali impegneremo al massimo le nostre energie e le nostre assolutamente inadeguate risorse. Non si può pensare di voler sconfiggere la mafia senza recidere i rapporti che ha avuto e ha con settori importanti della politica e delle istituzioni. Lo Stato deve avere la forza, quando ne sussistono i presupposti, anche di processare sé stesso. Solo così potrà liberarsi definitivamente del potere di ricatto che, nelle mani di Cosa Nostra, costituisce la più micidiale della armi”.

Il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, sta raccontando alle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze i suoi segreti sui contatti che il padre – potente sindaco Dc condannato per mafia – aveva con politici e istituzioni. Esponenti del centrodestra, come Maurizio Gasparri, sostengono che la magistratura di Palermo ha già definito “non credibile” Ciancimino. E’ così?
“Molti, troppi, parlano senza conoscere nulla degli atti processuali. Al momento solo un tribunale, quello che ha processato l’onorevole Giovanni Mercadante, ha motivato con una sentenza le sue considerazioni sul teste Ciancimino che aveva ascoltato in pubblica udienza. Quella sentenza definisce Ciancimino “prezioso testimone diretto dei rapporti tra il padre Vito, Bernardo Provenzano, e esponenti del mondo politico e istituzionale”. E ritiene “credibili e riscontrate le sue dichiarazioni in aula” in quel processo. L’onorevole Gasparri liquida troppo frettolosamente un argomento serio e delicato, e lo fa sulla base dell’ordinanza di una corte – quella che processa il senatore Marcello Dell’Utri – che non ha nemmeno ascoltato Ciancimino e non può valutare nel merito una prova che non ha ritenuto di assumere nel processo. Il motivo? La testimonianza non era ritenuta così assolutamente necessaria da interrompere la discussione finale in corso”.

Le recenti catture di latitanti di primo piano in Cosa nostra, come Gianni Nicchi o Domenico Raccuglia, o le ultime indagini, hanno permesso di capire chi comanda, oggi, in Cosa nostra?
“L’esperienza dovrebbe indurci a non azzardare previsioni e giudizi, soprattutto in un momento storico come questo in cui l’asse del potere effettivo in Cosa nostra sembra essersi spostato dalle sue componenti militari – gli uomini d’onore organizzati gerarchicamente in famiglie e mandamenti – a quelle, ben più sottili menti economiche e finanziarie che stanno guidando la “legalizzazione” di Cosa Nostra attraverso il reinvestimento di enormi quantità di denaro in attività apparentemente pulite”.

In Sicilia, da Addio pizzo a Confindustria, qualcosa si muove nella ribellione delle coscienze contro la mafia, tante volte auspicata da Falcone e Borsellino?
“Sì, qualcosa di significativo si muove. Molte incrostazioni però sono difficili da rimuovere. Lo dimostra l’ancora veramente irrisorio numero di grandi imprenditori e grossi commercianti che si espongono concretamente nel denunciare i loro estorsori”.

Quale sarebbe, se c’è, l’asso nella manica per sconfiggere Cosa nostra?
“Più che di assi parlerei di sforzi seri e concreti per dotare magistratura e forze di polizia delle risorse che non hanno. Mi pare invece che si vada esattamente nella direzione contraria: smantellando l’incisività dello strumento investigativo più importante, le intercettazioni, lasciando sguarniti gli uffici di Procura più caldi, mortificando anche economicamente le aspettative di chi, magistrato o poliziotto, con sacrifici personali e familiari enormi, continua a volere rischiare in prima persona”.

Fonte: http://espresso.repubblica.it

Antimafia Duemila – Pentito, servizi chiesero a boss Misso pax mafiosa

Dunque la camorra è agli ordini dei servizi segreti… ma da chi prendono ordini i servizi segreti?

Fonte: Antimafia Duemila – Pentito, servizi chiesero a boss Misso pax mafiosa.

Al boss del rione Sanità Giuseppe Misso fu chiesto di mettere fine alla guerra tra i clan in quanto «c’era la necessità che nella città di Napoli non ci fossero scontri diretti tra le organizzazioni camorristiche o faide eclatanti perchè c’erano in corso procedure per opere pubbliche importanti» e «soprattutto le istituzioni non dovevano essere ‘insidiate’». A rivelare il presunto intervento di apparati dello Stato («appartenevano alle istituzioni, forse ai servizi») per realizzare una tregua tra le cosche napoletane è il pentito Michelangelo Mazza, nipote di Misso. L’interrogatorio è stato reso il 10 settembre 2007 al pm Giuseppe Narducci e oggi il pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli Sergio Amato lo ha depositato davanti al gup in un processo contro esponenti del clan. Nell’interrogatorio il collaboratore di giustizia parla di un incontro che si sarebbe svolto alla sua presenza alcuni anni fa in un ristorante di Salerno tra Misso e due persone «la prima di circa 60 anni, portava un vestito, la seconda aveva più o meno 40 anni e portava una maglietta e un jeans». Mazza racconta che, armato di due pistole, svolgeva il ruolo di guardaspalle dello zio che temeva di finire in una trappola. «La persona più giovane – racconta il pentito intervenne nella conversazione volendo puntualizzare che loro non chiedevano delle cose ma le ordinavano».

Il Csm non concede la proroga. E il Gip Tona lascia Caltanissetta

Ogni volta che apprendo notizie del genere dal CSM mi viene da pensare che in questa sigla la M stia li per mafia…

Fonte: Il Csm non concede la proroga. E il Gip Tona lascia Caltanissetta.

Il Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona lascerà definitivamente il suo incarico. Lo ha deciso oggi il Csm, che ha risposto con un secco “no” alla richiesta del giudice di rimanere applicato al suo ufficio dove era chiamato a decidere, proprio in questi giorni, su importanti atti relativi all’inchiesta appena riaperta sul fallito attentato all’Addaura. Per la quale in questi anni aveva ormai acquisito una notevole competenza.
Il gip, particolarmente apprezzato per il suo rigore e la sua precisione, doti riconosciute in diversi procedimenti sia dalle accuse che dalle difese, ha terminato il periodo di 10 anni in cui, secondo la legge Mastella, un magistrato può ricoprire lo stesso incarico. Motivo per cui aveva chiesto l’applicazione ad alcune indagini di notevole complessità, da lui seguite da lungo tempo.
Dopo il no Tona passerà alla magistatura civile e per chi erediterà il suo incarico occorreranno mesi per studiare le carte, cosa che potrebbe determinare una nuova stagnazione di importanti inchieste appena riaperte.

Redazione ANTIMAFIADuemila,
20 maggio 2010

Intercettazioni. La parola d’ordine della maggioranza: mentire | Pietro Orsatti

Fonte: Intercettazioni. La parola d’ordine della maggioranza: mentire | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Cronaca del giorno su intercettazioni e dintorni. Leggiamo dall’AdnKronos:

«La legge sulle intercettazioni sarà approvata nonostante le gravi inesattezze diffuse da più parti. Nessuno impedirà ai giornali di dare notizia di indagini o di reati. Si tratterà semplicemente di non utilizzare in modo disinvolto la pubblicazione letterale di intercettazioni quando le persone citate non sono nemmeno in un grado preliminare di giudizio. Di questo si tratta». Così il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. «Leggiamo, invece, anche da fonti autorevoli -aggiunge- parole che non rispondono al vero. Nessuna indagine sarà impedita, nessuna notizia giornalistica su fatti e circostanze potrà essere limitata o censurata». «Si tratta soltanto -rimarca Gasparri- di non pubblicare paginate intere di conversazioni telefoniche che nel novantanove per cento dei casi si sono rivelate penalmente irrilevanti. Vogliamo anche ricordare che il Parlamento è impegnato in questi giorni, ed in particolare il Senato, nell’approvazione di numerose e importantissime leggi».

Peccato che per ora il testo in discussione non parli di “paginate” o faccia differenza fra “atti giudiziari” e “intercettazioni”, anche perché non può farlo visto che le intercettazioni sono per forza inserite in atti giudiziari regolarmente depositati e perciò pubblici alle parti. Quindi pubblici e basta. Gasparri può dire quello che gli pare, ma il testo in discussione questi distinguo non li fa. Ieri, davanti ai microfoni delle televisioni Gasparri aveva detto ben altro. Aveva parlato esplicitamente di “punizione” nei confronti di giornalisti e giornali. E poi, caro Gasparri, anche se fosse vero, e non lo è, che nel testo non si parla di tutti gli atti giudiziari ma solo di uso eccessivo di citazioni, come “misuriamo” se si è ecceduto nel riportare notizie e citazioni da atti giudiziari? Preparerete un prontuario per il bravo giornalista con il numero di battute (spazi inclusi) da poter pubblicare? Ma andiamo avanti.

Si legge sul sito del Corriere della Sera:

«Sull’emendamento 1.2008 che prevede un raddoppio delle pene per i giornalisti che pubblicano arbitrariamente atti di un procedimento penale ci potrebbe essere un ripensamento della maggioranza. Vedremo lunedì, ne parleremo quando riprende il dibattito in commissione al Senato».

Lo ha detto il senatore Roberto Centaro (Pdl), relatore del ddl Alfano sulle intercettazioni telefoniche, nel corso della video-chat del Corriere.it alla quale ha partecipato anche il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti. Centaro, dunque, non ha escluso un passo indietro del governo e della maggioranza su uno degli emendamenti più contestati: quello che, rispetto al testo varatao dalla Camera, porta da 30 a 60 giorni l’arresto previsto per i giornalisti mentre il massimo dell’ammenda sale a 10 mila euro (20 mila se ad essere pubblicate sono i testi delle intercettazioni).

Vorrei sapere se esiste un reato che preveda nel nostro codice un numero preciso di giorni di arresto per un determinato reato. Non stiamo parlando di una “pena” dopo un “giudizio”, ma proprio di una punizione pre-giudiziale. Cioè. Tu scrivi, riporti atti giudiziari nel tuo pezzo, e perciò prima di tutto ti arresto tot giorni, poi ti porto in giudizio. E questa che cos’è se non un’intimidazione per via legislativa?

Sempre dall’AdnKronos apprendiamo che Cetraro qualche passo l’ha fatto.

«Dopo una riunione con il ministro della Giustizia Alfano e Ghedini che è il presidente della Consulta Giustizia del Pdl, si è presa la decisione, ovviamente condivisa dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, di ritirare l’emendamento 1.2008 del relatore che è quello che aggrava le pene per i giornalisti in caso di pubblicazione di notizie che non possono essere pubblicate». Lo ha annunciato a Sky Tg24 Pomeriggio il senatore del Pdl Roberto Centaro. «Penso che questo possa anche stemperare tante polemiche», ha spiegato.

Grazie Cetraro, ce ne faremo solo 30 di giorni di galera. E il bello che alcuni membri dell’opposizione si sono pure dichiarati “soddisfatti” della mediazione.

Poi prosegue sempre Cetraro: «Galera non se ne farà mai nessuno». E allora perché la prevedete? Perché la quantificate? Perché, soprattutto, la minacciate?

Bavagli e amnesie

Fonte: Bavagli e amnesie.

Sulle norme per le telefonate si procede a tappe forzate, l’iter del ddl sui corrotti ancora non parte

Impegnati a smentire l’impietosa statistica che al Senato dall’inizio dell’anno segnala 9 ore di lavoro alla settimana, da giorni i senatori della maggioranza in Commissione Giustizia si impegnano a lavare l’onta facendo le 3 di notte per mandare in Aula a giugno il disegno di legge governativo sulle intercettazioni. Neofiti dello stakanovismo. E pure incompresi da tutti, ma proprio tutti.

Il capo della polizia e i sindacati delle forze dell’ordine, i magistrati e gli avvocati, la federazione degli editori dei giornali accanto al sindacato dei cronisti, l’associazione degli editori di libri, per non parlare dell’opposizione e persino di liberi battitori nella maggioranza, i professori universitari, fino a chi fa sommessamente presente la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo: tutti mettono in guardia dalle assurdità e incongruenze di una legge che, con la scusa di colpire l’abuso di intercettazioni, renderà i cittadini più insicuri di fronte alla delinquenza; meno uguali, a forza di eccezioni per parlamentari, preti e agenti segreti; e più disinformati.

Proprio ieri, infatti, la Commissione ha approvato gli emendamenti che, come ripetutamente segnalato dal Corriere, impedirebbero fino all’inizio del processo (sotto il pugno di sanzioni agli editori fino a 465.000 euro per notizia) anche il semplice riassunto di qualunque atto d’indagine non più coperto da segreto: come le deposizioni delle due sorelle che vendettero casa a Scajola o l’esistenza di 80 assegni, dati giudiziari a partire dai quali i quotidiani hanno condotto le inchieste giornalistiche sfociate nelle dimissioni del ministro neppure indagato.

Sarà interessante verificare se il Parlamento si farà animare da analoga verve notturna per rimpolpare di contenuti l’anemico disegno di legge governativo contro la corruzione che, annunciato a dicembre 2009 e presentato in marzo, deve ancora iniziare il proprio iter.

La notte, oltre che consiglio, potrebbe ad esempio portare memoria di quando non un passante, ma il ministro più influente del governo, Giulio Tremonti, nel 2008 nella relazione annuale del Ministero dell’Economia al Parlamento sollecitava l’introduzione del reato di autoriciclaggio , cioè la punibilità di chi reimpiega i soldi frutto di un reato che ha commesso: modifica già reclamata nel 2005 dal Fondo monetario internazionale, richiesta dal Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nell’audizione in Senato il 15 luglio 2008, invocata dal Procuratore nazionale antimafia (sia Piero Grasso sia Pierluigi Vigna), e già esistente non solo negli Usa ma ad esempio anche in Francia e persino nella bistrattata Svizzera.

Bene: sono trascorsi due anni, ma in Italia l’autoriciclaggio dei soldi delle tangenti o dell’evasione fiscale continua a non essere reato, e nel ddl Alfano contro la corruzione non si trova traccia di questo intervento, benché proposto nel 2009 anche da un disegno di legge di iniziativa governativa (il ddl 733-bis).

Lo stesso vale per la «corruzione tra privati» e il «traffico di influenza »: traduzioni giuridiche di quel «sistema gelatinoso» nel quale le inchieste sulla «cricca» stanno sorprendendo imprenditori, politici, funzionari e magistrati non sempre in un classico scambio corruttivo (tangente in cambio di appalto), quanto piuttosto in una ragnatela di reciproche opacità che, quand’anche non sconfini nella bustarella, deruba comunque i contribuenti, fa lievitare costi e tare degli appalti, falsa la concorrenza tra imprese e sovverte i criteri di merito tra le persone. Eppure neanche il ddl Alfano introduce la «corruzione tra privati» e il «traffico di influenza», nonostante li raccomandi quella Convenzione del Consiglio d’Europa contro la corruzione che, firmata nel 1999, l’Italia continua a non ratificare.

Del resto, per chi voglia legiferare sulla corruzione, senza limitarsi a qualche aumento di pena massima (pura grida manzoniana se non si cambia la prescrizione accorciata nel 2005 dalla legge ex Cirielli) o all’annuncio di un nuovo «Piano nazionale anticorruzione» affidato all’ennesimo «Osservatorio», c’è poco da inventare. Basterebbe ripescare i 22 suggerimenti stilati dal «Comitato di saggi» presieduto da Sabino Cassese nel 1996 su nomina del presidente della Camera; i rimedi individuati dalla «Commissione di studio» istituita sempre nel 1996 dal ministero della Funzione pubblica e presieduta da Gustavo Minervini; o le 8 proposte di sintesi della «Commissione parlamentare » del 1998, compreso il testo sul quale confluirono persone molto diverse come Veltri (allora ulivista), Tremaglia (An) e Frattini (Fi, oggi ministro degli Esteri).

Invece ecco un Parlamento messo alla frusta di notte per approvare norme sulla stampa che non soltanto avrebbero fatto conoscere le intercettazioni 2005 della scalata Unipol-Bnl appena un anno fa, a fine udienza preliminare; ma ad esempio avrebbero reso molto più difficile, nel caso dell’asilo di Rignano Flaminio, la sterzata delle cronache rispetto all’errata prospettazione delle accuse, all’inizio costate l’arresto al poi scagionato benzinaio cingalese.

Non solo: la Commissione giustizia prima chiede a poliziotti e magistrati cosa pensino delle nuove regole sulle intercettazioni, poi ne ignora completamente gli allarmi, e a tappe forzate corre ugualmente a strozzare la durata delle intercettazioni; limitare le microspie in ambienti diversi da quelli nei quali si stia commettendo un reato; assoggettare anche la semplice acquisizione di tabulati agli stessi rigidi requisiti delle intercettazioni; paralizzare molti uffici giudiziari in un insostenibile andirivieni logistico di atti riservati verso il tribunale collegiale del capoluogo, che ora si vorrebbe competente sulle intercettazioni di un intero distretto.


Poi magari domani, al prossimo boss catturato o patrimonio confiscato, fioccheranno dalla maggioranza gli apprezzamenti per gli investigatori. Deve essere colpa di un sortilegio: perché nei convegni sì, e poi nei luoghi della decisione pubblica no?

Luigi Ferrarella (il Corriere della Sera, 20 maggio 2010)

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Come rubano ora non hanno rubato mai – ‘U CUNTU

Fonte: Come rubano ora non hanno rubato mai – ‘U CUNTU.

Quelli di Mani Pulite, al confronto, erano boy-scout. Questi sopravvivono solo perché non c’è più l’informazione (e vogliono imbavagliare quella poca che resiste, in internet). Così gli italiani li tollerano, o per ignoranza o perché gli piace…

Se l’informazione fosse ancora quella dei tempi normali (non chiedo molto: quella di vent’anni fa) l’Italia oggi sarebbe percorsa da cortei di gente incazzata che chiederebbe conto al governo della catastrofe imminente e in parte già in corso. Invece “tutto ok”, “tutto sotto controllo”. Se esistesse una tv in Italia la gente assedierebbe i palazzi tempestando di monetine le auto blu. Altro che Mani Pulite: qua rubano infinitamente di più di tutti i ladroni di allora messi insieme. Mario Chiesa è un boy-scout rispetto a un Bertolaso o a un Scajola. Mariuoli? Qua si parla di gente che si compra i Feltri come noccioline, altro che prime pagine coi cinghialoni. “Saviano – disse il procuratore del Re Emilio Fede (nel senso che al suo re gli procurava le tipe) – Saviano mi fa ridere, qua sono io, l’eroe!”. Una così non s’era mai sentita, sotto Craxi. “Craxi? Uno statista, un grand’uomo!” proclamò Sandra Milo, fedele nella catastrofe, ai reporter che la inseguivano nei giorni della disfatta. Ma quante resteranno fedeli, in circostanze analoghe, a Berlusconi? Diaco? Carfagna? La Noemi? E’ in momenti del genere che si vede chi fu Napoleone e chi Cagliostro. Di ciò si potrebbe anche ridere, se alla fine non fossero soldi nostri. Soldi, vite, dolori: il fascismo c’è già, per un quarto abbondante degli italiani (poveri, neri, gay, disoccupati). I giovani, qua al sud, non lavorano più, tranne gli spacciatori. La macchina maciulla-ragazzi funziona selvaggiamente (qua comandano i vecchi, gli ultra-settantenni) e tutto l’avanspettacolo, tutte le facce da fratelli De Rege (ma guardali una buona volta i Bossi, i La Russa, i Bondi, i Calderoli) splende a corte. I democristiani rubavano, ma nessuno per figli così scemi come il figlio di Bossi. I socialisti a Milano avranno grattato un poco, ma il duomo almeno l’hanno lasciato lì (c’è ancora? Non ci credo. Sarà un fotomontaggio). Un ministro, Tanassi, finì ai domiciliari e poi in galera per un intrallazzo da duecento milioni, nella vecchia Italia ladrona; un presidente, Leone, si dovette dimettere perché forse intrallazzavanno i suoi figli. Qua circola Bertolaso e circola Scajola. E sono ancora fra i migliori perchè nessuno (a differenza di altri colleghi, legati a mafia camorra e ’ndrangheta) li accusa di avere ammazzato nessuno. Questa è l’Italia che avete, miei nobili concittadini. Non ho ancora capito se l’accettiate per ignoranza, o perché proprio vi piace così. Nel primo caso (io debbo credere al primo caso, perché sono italiano), il nostro mestiere è di informarvi e qui, come in altri luoghi – per lo più eterei – facciamo il nostro lavoro. I vostri ladri ci cercano fin qui nell’internet, per metterci il bavaglio addosso e mantenervi ignoranti (o felici). “A signora donna Lionora/ che cantava ’ncoppa o teatro/ mo’ abballa in mezzo o’ mercato” dissero di una nostra collega che alla fine riuscirono a imbavagliare (e a impiccare in piazza mercato), molti anni fa. I Borboni, la plebe, l’Europa lontanissima, i Bossi e i La Russa di allora. Quanto tempo è passato, amici miei. E’ passato?

R.O.

G8 Genova, Diaz: condannati i vertici della Polizia di Stato

Fonte: G8 Genova, Diaz: condannati i vertici della Polizia di Stato.

Tutti i vertici che erano stati assolti hanno subito condanne comprese tra 3 anni e 8 mesi e 4 anni.

Ribaltate le sentenze di primo grado per i poliziotti responsabili dell’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. I giudici della Terza sezione della Corte d’Appello hanno condannato tutti i vertici della polizia, assolti in primo grado, a pene tra 3 anni e 8 mesi e i 4 anni, unitamente all’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Nel complesso le pene superano gli 85 anni. In totale sono stati condannati 25 imputati sui 27. Tra i giudicati colpevoli anche Francesco Gratteri e Giovanni Luperi: 4 anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.

LA REQUISITORIA – Nella requisitoria finale il procuratore generale Pio Machiavello aveva chiesto per i ventisette imputati oltre centodieci anni di carcere. Il magistrato aveva usato parole molto dure: «Non si possono dimenticare – aveva detto – le terribili ferite inferte a persone inermi, la premeditazione, i volti coperti, la falsificazione del verbale di arresto dei 93 no-global, le bugie sulla loro presunta resistenza. Nè si può dimenticare la sistematica e indiscriminata aggressione e l’attribuzione a tutti gli arrestati delle due molotov portate nella Diaz dagli stessi poliziotti». Il procuratore generale nel chiedere la condanna per lesioni gravi e falso ideologico aveva anche escluso la concessione delle attenuanti generiche.

In sostanza la Procura generale aveva riproposto la ricostruzione dell’irruzione nella scuola Diaz fatta dai pm del processo di primo grado, Zucca e Cardona Albini, rilevando anche con maggior forza le responsabilità degli alti gradi presenti quella notte. In primo grado di giudizio tutti i vertici, Francesco Gratteri, Giovanni Luperi e Gilberto Caldarozzi, erano stati assolti, così come il capo della Digos di Genova Spartaco Mortola, mentre il capo del settimo reparto della Mobile Vincenzo Canterini era stato condannato a quattro anni di reclusione, il suo vice Michelangeelo Fournier (che usò l’espressione «macelleria messicana» per descrivere la violenza dell’irruzione) a due anni, gli otto uomini del reparto erano stati condannati a pene diverse.

PRIMO GRADO – In tutto, in primo grado, il Tribunale aveva emesso tredici condanne e sedici assoluzioni per non aver commesso il fatto. In particolare era stato assolto Massimo Nucera protagonista di uno degli episodi più discussi durante il processo, ovvero il colpo di coltello al torace che Nucera sostenne di aver ricevuto da un non identificato no-global. L’agente era accusato di falso e di calunnia, i pm ritenevano infatti che il taglio sul giubbotto del poliziotto fosse stato fatto ad arte in un secondo momento.

Erano stati invece condannati il vicecommissario Troiani e l’agente Michele Burgio che avevano portato materialmente dentro la scuola dove dormivano i no-global le due bottiglie molotov servite poi per incriminare i manifestanti. La sentenza che assolveva i vertici e condannava i medi e bassi gradi della polizia era stata accolta dal grido di «vergogna», molti dei ragazzi picchiati a sangue quella notte erano presenti in aula. «Non c’erano le prove del coinvolgimento degli alti gradi” aveva commentato il presidente Gabrio Baroni “e la giustizia richiede prove».

corriere

Il diritto di cronaca? Un reato. E l’articolo 21 della Costituzione? «Ci avete rotto i coglioni» | gli italiani

Fonte: Il diritto di cronaca? Un reato. E l’articolo 21 della Costituzione? «Ci avete rotto i coglioni» | gli italiani.

di Pietro Orsatti

Questo non è un Paese serio. O meglio, è un Paese delle barzellette che sta precipitando in un dramma. Dopo giorni di inattività del Parlamento annichilito dall’ondata di notizie proveniente dall’inchiesta Grandi Eventi, ora si fanno le ore piccole in commissione giustizia del Senato per approvare il DDL intercettazioni. Blindata, la proposta del governo, punitiva verso i cronisti e cittadini che intendano diffondere notizie. Scandalosamente anticostituzionale (anche il ridicolo emendamento Pd, l’unico infatti a passare, relativo alle registrazioni che solo un giornalista professionista potrebbe fare). Che prevede multe e galera a chi, rispettando la Costituzione e l’articolo 21 della stessa, esercita il proprio diritto di espressione e, nel caso dei giornalisti, di cronaca. Attenzione, qui non si sta parlando di pubblicare atti coperti da segreto istruttorio. Si sta votando una legge che prevede che non si possa più pubblicare nessun atto giudiziario “depositato”, quindi pubblico. PUBBLICO.

In questo nauseabondo tentativo di cancellare una delle libertà fondamentali di una democrazia, l’iter del DDL diventa di ora in ora grottesco.

Ecco un take di agenzia del pomeriggio che ci racconta quello che sta avvenendo a palazzo Madama

Il clima in commissione Giustizia del Senato che sta esaminando il ddl intercettazioni è stato abbastanza sereno fino a quando non si è arrivati ad affrontare le norme sulla libertà di stampa. Sul comma 26 dell’articolo 1, infatti, la discussione si è fatta accesa e sono volate anche parole grosse. Al senatore Vincenzo Vita (Pd) che stava parlando di articolo 21 della Costituzione e di necessità di garantire libero accesso all’informazione, ha replicato duramente il collega del Pdl Mariano Delogu dicendo ad alta voce: «ci stanno rompendo i coglioni!». La reazione dell’esponente della maggioranza ha scatenato critiche anche tra i senatori del Pdl. E immediata è stata la replica di Vita: «Io non sono abituato a questi toni, avete perso il senso della misura». «Da questo momento in poi – incalza il vicepresidente del gruppo del Pd Felice Casson – faremo vero ostruzionismo, senza concedere tregua. Non ci sono, infatti, margini per tentare di raggiungere un’intesa nè sui tempi, nè sui modi, nè sui contenuti. Da ora si interverrà a oltranza». Per tentare di placare gli animi è arrivato in commissione Giustizia anche il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri. Il capogruppo del Pdl sta ora tentando di arrivare ad una mediazione almeno per quanto riguarda i tempi del dibattito che, al momento si annunciano ancora molto lunghi. (ANSA)

Parleremo in futuro solo delle epidemie virali che colpiscono le gardenie? O della salatura del prosciutto? Oppure faremo inchieste sulle candela di citronella quando arrivano le zaznzare? O della tinta di capelli di moda quest’anno?

Prepariamoci a trasformarci, quando il testo che sarà approvato diventerà pubblico, a essere l’anomalia delle democrazie occidentali.

La politica aiuta la mafia

Fonte: La politica aiuta la mafia.

“Dai palazzi del potere arrivano continui attacchi, tagli ai nostri mezzi e leggi che ci impediscono di indagare. Vogliono normalizzare e isolare la magistratura. Mentre le più alte istituzioni tacciono”. La durissima accusa di Antonino Di Matteo, 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia a Palermo

“I provvedimenti e i comportamenti dei magistrati possono essere legittimamente criticati. Ma non possiamo però più tollerare l’offensiva sistematica e violenta nei nostri confronti. Molti degli esponenti politici che ogni 23 maggio e 19 luglio tentano di appropriarsi della memoria dei nostri morti, per i restanti giorni dell’anno spendono le loro migliori energie per isolare e denigrare quei magistrati che si ostinano a credere che la legge è veramente uguale per tutti. Le stesse ragioni per le quali in vita venivano isolati e denigrati Falcone e Borsellino”. Diciotto anni dopo la strage di Capaci del 23 maggio del 1992 la magistratura è sempre sotto attacco. E Antonino Di Matteo, 49 anni, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, è una delle toghe in trincea che da un lato vede commemorare Giovanni Falcone o Paolo Borsellino e dall’altro sente che i magistrati sono tacciati di essere eversivi e politicamente orientati.

L’Anm di Palermo ha parlato di recente di “silenzi” da parte di esponenti delle istituzioni dopo gli ennesimi attacchi subiti dal premier Silvio Berlusconi…
“A fronte di attacchi spesso violenti e volgari ci saremmo aspettati una presa di distanza più chiara e decisa dalle altre istituzioni. Penso ad esempio al presidente della Repubblica nella qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura o allo stesso ministro della Giustizia. Non mi sembra che ciò sia avvenuto”.

A Palermo, però, la società civile sembra risvegliarsi: vi sentite soli come lo furono Falcone e Borsellino nel ’92?
“Non credo che nonostante qualche isolato fermento la società civile sia oggi attenta e vigile come, sull’onda dell’emozione e della rabbia, dimostrò di essere nell’immediato post-stragi. Ciò contribuisce ad alimentare un a pericolosa sensazione di isolamento ed una strisciante tendenza alla rassegnazione di fronte al tentativo, a mio parere evidente , di “normalizzare” l’azione della magistratura”.

A Palermo ci sono delicate indagini in corso su collusioni tra servitori infedeli dello Stato e mafiosi: cosa si è scoperto finora? Ci sono processi che confermano patti o accordi tra boss e entità esterne?
“Non posso parlare nello specifico di indagini in corso se non per dire che si tratta di investigazioni per le quali impegneremo al massimo le nostre energie e le nostre assolutamente inadeguate risorse. Non si può pensare di voler sconfiggere la mafia senza recidere i rapporti che ha avuto e ha con settori importanti della politica e delle istituzioni. Lo Stato deve avere la forza, quando ne sussistono i presupposti, anche di processare sé stesso. Solo così potrà liberarsi definitivamente del potere di ricatto che, nelle mani di Cosa Nostra, costituisce la più micidiale della armi”.

Il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, sta raccontando alle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze i suoi segreti sui contatti che il padre – potente sindaco Dc condannato per mafia – aveva con politici e istituzioni. Esponenti del centrodestra, come Maurizio Gasparri, sostengono che la magistratura di Palermo ha già definito “non credibile” Ciancimino. E’ così?
“Molti, troppi, parlano senza conoscere nulla degli atti processuali. Al momento solo un tribunale, quello che ha processato l’onorevole Giovanni Mercadante, ha motivato con una sentenza le sue considerazioni sul teste Ciancimino che aveva ascoltato in pubblica udienza. Quella sentenza definisce Ciancimino “prezioso testimone diretto dei rapporti tra il padre Vito, Bernardo Provenzano, e esponenti del mondo politico e istituzionale”. E ritiene “credibili e riscontrate le sue dichiarazioni in aula” in quel processo. L’onorevole Gasparri liquida troppo frettolosamente un argomento serio e delicato, e lo fa sulla base dell’ordinanza di una corte – quella che processa il senatore Marcello Dell’Utri – che non ha nemmeno ascoltato Ciancimino e non può valutare nel merito una prova che non ha ritenuto di assumere nel processo. Il motivo? La testimonianza non era ritenuta così assolutamente necessaria da interrompere la discussione finale in corso”.

Le recenti catture di latitanti di primo piano in Cosa nostra, come Gianni Nicchi o Domenico Raccuglia, o le ultime indagini, hanno permesso di capire chi comanda, oggi, in Cosa nostra?
“L’esperienza dovrebbe indurci a non azzardare previsioni e giudizi, soprattutto in un momento storico come questo in cui l’asse del potere effettivo in Cosa nostra sembra essersi spostato dalle sue componenti militari – gli uomini d’onore organizzati gerarchicamente in famiglie e mandamenti – a quelle, ben più sottili menti economiche e finanziarie che stanno guidando la “legalizzazione” di Cosa Nostra attraverso il reinvestimento di enormi quantità di denaro in attività apparentemente pulite”.

In Sicilia, da Addio pizzo a Confindustria, qualcosa si muove nella ribellione delle coscienze contro la mafia, tante volte auspicata da Falcone e Borsellino?
“Sì, qualcosa di significativo si muove. Molte incrostazioni però sono difficili da rimuovere. Lo dimostra l’ancora veramente irrisorio numero di grandi imprenditori e grossi commercianti che si espongono concretamente nel denunciare i loro estorsori”.

Quale sarebbe, se c’è, l’asso nella manica per sconfiggere Cosa nostra?
“Più che di assi parlerei di sforzi seri e concreti per dotare magistratura e forze di polizia delle risorse che non hanno. Mi pare invece che si vada esattamente nella direzione contraria: smantellando l’incisività dello strumento investigativo più importante, le intercettazioni, lasciando sguarniti gli uffici di Procura più caldi, mortificando anche economicamente le aspettative di chi, magistrato o poliziotto, con sacrifici personali e familiari enormi, continua a volere rischiare in prima persona”.

Fonte: http://espresso.repubblica.it

Antimafia Duemila – ”Complicita’ e silenzi sulle stragi del ’92”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Complicita’ e silenzi sulle stragi del ’92”.

Qualcuno scriverà mai la verità sulla stagione delle stragi? Qualcuno spariglierà i dubbi, risponderà mai alle domande che ancora rimbalzano dalle tragedie e dalla violenza di Capaci e di via D‘Amelio?
Il procuratore aggiunto (sub iudice, chiarisce lui, fino a un nuovo pronunciamento dopo l’intervento del Consiglio di Stato) Antonio Ingroia, in chat con i lettori di Livesicilia risponde: “Ci sono stati complicità e silenzi imbarazzanti. C’è una verità ingombrante. Si deve avere il coraggio di guardare in faccia la realtà fino in fondo. Ma la verità è una conquista collettiva”. Il sottotitolo è evidente: avrà mai questo Paese il coraggio di buttare uno sguardo in fondo al pozzo dei misteri, fino a scorgere almeno il contorno dei suoi orrori?
E’ stato questo uno dei momenti più intensi della “chiacchierata” tra Riccardo Lo Verso e il magistrato antimafia che ha tra le mani i fili di molte inchieste scottanti. Ed è normale, dunque, che l’attenzione dei lettori si sia concentrata sulle “carte”  che riempiono la scrivania di Antonio Ingroia.
Si parla della presunta trattativa tra mafia e Stato. Il riferimento successivo è una domanda sulla credibilità di Massimo Ciancimino, figlio di Vito. Ingroia replica: “Non faccio atti di fede per nessuno. Le parole di Massimo Ciancimino hanno avuto un riscontro minuzioso e certosino. Da qui il giudizio prudente di una sua complessiva credibilità”.
Dai misteri del passato a quelli dei giorni nostri. La mafia palermitana è un’idra decapitata, con i suoi latitanti fuori uso, in galera. Quali saranno gli scenari? Il procuratore aggiunto ha un’idea abbastanza chiara. Il superlatitante Matteo Messina Denaro è in marcia verso il potere assoluto. “A Palermo c’è il vuoto di comando – dice Ingroia -. Messina Denaro ha la capacità e l’efficienza per affermare il proprio dominio su Cosa nostra”.
Giustamente prudente il magistrato sui rapporti tra “L’architetto” Giuseppe Liga – considerato il nuovo referente della mafia dopo Lo Piccolo – e la politica. Gli chiedono che idea si sia fatto della visita dello stesso Liga al presidente Lombardo, immortalata da una foto. Ingroia dice: “Il presidente ha chiarito la natura squisitamente politica di quel rapporto. Non posso dire di più”.
Un lettore allarga la visuale ai conflitti in corso tra politica e magistratura. I pm possono fare politica? Ingroia replica: “La politica deve restare fuori dalle aule. Ogni magistrato ha ovviamente degli orizzonti culturali che le correnti rispecchiano. Trovo di buon auspicio le ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio sull’impunità dei ladri e nel senso del rispetto della magistratura. Però mi pare che la politica abbia esercitato poco ascolto nel provvedimento sulle intercettazioni. Il Parlamento è sovrano e deciderà pure in questa materia. Noi abbiamo detto come la pensiamo sui rischi che si corrono. Il nostro contributo finisce qui. Dobbiamo solo applicare la legge”.
Di domanda in domanda sul garantismo, sugli ordini professionali “che devono prendere provvedimenti in caso di collusione o reati gravi degli iscritti”, sulle fughe di notizie dai palazzi di giustizia “difficili da scoprire”, si arriva all’ultimo quesito: il signor Franco, l’uomo dei servizi implicato nella trattativa secondo Ciancimino jr, avrà mai un volto? Ingroia risponde: “Stiamo mettendo a punto i lineamenti del suo viso. Speriamo che possa essere nitido presto”. Un  annuncio per certi versi clamoroso nel Paese che eccelle in misteri e identikit velati d’ombra e sangue.

ComeDonChisciotte – L’ ULTIMO INCONTRO DELLA COMMISSIONE TRILATERALE

Stanno perdendo, sono quasi in rovina…

Fonte: ComeDonChisciotte – L’ ULTIMO INCONTRO DELLA COMMISSIONE TRILATERALE.

DI JAMES P.TUCKER JR.
americanfreepress.net/

La Commissione Trilaterale vuole una guerra in Iran, una moneta mondiale e una Banca Centrale

I membri della Commissione Trilaterale, irritati per il loro fallimento nello stabilire un governo mondiale e per la crisi economica che hanno generato, hanno proclamato la guerra contro l’Iran nel loro ultimo incontro tenuto a porte chiuse a Dublino dal 7 al 10 maggio.

I piani di guerra sono stati rivelati da Mikhail Slobodovsici, consigliere capo della leadership russa, mentre passeggiava per l’albergo Four Seasons, dove la Commissione Trilaterale si è asserragliata protetta da guardie armate e a porte chiuse. Nel rivolgersi a Alan Keenan, che lavora per il sito WeAreChange.org , lui credeva di star parlando ad un collega della Commissione.

Nella foto: L’albergo Four Seasons dove si è tenuta l’ultima riunione

“Stiamo decidendo il futuro del mondo” ha detto Slobodovisci. “Abbiamo bisogno di un governo mondiale” ha proseguito, ma, riferendosi all’Iran,” dobbiamo sbarazzarcene” ha affermato.

Indubbiamente è stato un proclama di guerra della Trilaterale. Molti dei milionari e miliardari della Commisione hanno pesanti investimenti nell’industria e le guerre fanno enormi profitti.

Improvvisamente Slobodovisci ha notato che la targhetta di Keenan era diversa dall’etichetta della Commisione e ha detto: “Non posso parlare – noi operiamo secondo le regole di Chatham House.”

A Slobodovisci la Trilaterale ha richiesto di pretendere ulteriori scuse per l’eccidio di una cifra stimata tra i 30 e 60 milioni di abitanti della vecchia Unione Sovietica ad opera del dittatore Josef Stalin. Il primo ministro Vladimir Putin ha chiesto umilmente scusa nell’anniversario dell’esecuzione di 20.000 soldati polacchi. Putin ha ammesso che il massacro era stato eseguito dai sovietici, non dai tedeschi come sostenuto dai sovietici per mezzo secolo. Nonostante tutto, il presidente russo Dmitry Medvedev ha nuovamente chiesto scusa il giorno dopo (il 9 Maggio), accusando i cittadini sovietici di aver tollerato il massacro, affermando che essi erano pienamente consapevoli dello spargimento di sangue.

Non sono mai stati così depressi gli illustri membri della Trilaterale.

“Ogni anno va peggio”, ha sostenuto uno di loro. “Perché ci prendiamo la briga di vederci ancora?”

“Non possiamo semplicemente cedere e lasciare,” ha risposto un altro. “Il Bildelberg si attende la bozza di un piano da parte nostra”.

Una parte notevole delle loro frustrazioni deriva dal fallimento nello stabilire un governo mondiale. Nel 1999, sia la Trilaterale che il gruppo Bildelberg confidavano nel prevedere che avrebbero ottenuto un governo mondiale per l’anno 2000. Una decina d’anni dopo, il loro obiettivo appare ancora più lontano. E di questo loro danno colpa ai “nazionalisti”, che si oppongono alla resa della sovranità nei confronti degli organismi internazionali.

Il gruppo Bildelberg si incontrerà dal 4 al 7 giugno in Spagna, a Sitges, una cittadina vacanziera a circa 20 miglia da Barcellona, per fare scelte definitive su cosa imporre al mondo.

Il Bildelberg chiuderà l’intero perimetro del Dolce Sitges con guardie armate e sicurezza privata. Il Bildelberg è composto da circa 120 finanzieri internazionali, capi di stato europei ed alti ufficiali della Casa Bianca, e dai segretari dei dipartimenti di Stato e Commercio, tra gli altri.

La Commissione Trilaterale è la squadra di riserva, con poco più di 300 partecipanti. Il Bildelberg, la squadra principale nell’aspirante governo mondiale segreto, ne conta poco più di 100. I due gruppi hanno una leadership coordinata e l’obiettivo comune di un governo mondiale sotto il loro controllo.

Tuttavia la Trilaterale attira capi di stato e altri alti funzionari in Europa e finanzieri internazionali, inclusi David Rockfeller e i membri della famiglia Rotschild. Parteciperanno anche alti funzionari della Casa Bianca e dei dipartimenti del Tesoro, Stato e Commercio dell’amministrazione di Obama.

I Trilateralisti sono delusi per non essere stati in grado di sfruttare la crisi economica che hanno contribuito a generare creando un “dipartimento del tesoro” sotto l’egida dell’ONU. Danno la colpa al “crescente nazionalismo” e chiedono “ come faceva quella gente a sapere di questo”, secondo testimoni all’interno dell’albergo della Trilaterale. Nonostante tutto, la Trilaterale va avanti. In un commento basato su interviste ai leader della Trilaterale o da loro dettate, l’economista Richard Douthwaite scriveva lo scorso 7 maggio su The Irish Times:

La crescita economica non può accrescere gli introiti in maniera certa e veloce in modo tale da garantire i risultati sperati. L’unico possibile rimedio è l’inflazione. Questa potrebbe essere costruita facendo creare alla Banca Centrale Europea denaro dal nulla per dare ai paesi della zona euro soldi da spendere…Un altro ostacolo irrazionale è il sentimento che il denaro non può essere creato sul nulla…

Dalle pagine di quel giornale Douthwaite chiede alla Banca Centrale Europea di avviare la stampa di valuta così come lo sta facendo la Federal Reserve , di proprietà e controllo privati, per inondare di dollari i suoi amici negli Stati Uniti.

Secondo le regole bancarie in Europa, la Banca Centrale Europea ha un limite nell’emissione di valuta per un tetto massimo del 2 per cento sull’inflazione. Doughwaite vorrebbe che questo limite fosse tolto ai banchieri.

Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha distribuito denaro gratuito alle banche che ne fanno parte abbassando il tasso di sconto a quasi zero. In Europa, scrive Douthwaite: “ questo obiettivo potrebbe essere costruito facendo creare alla Banca Centrale Europea denaro dal nulla per dare ai paesi della zona euro soldi da spendere”.

Il risultato – osserva lui – sarebbe l’inflazione, perché ci sarebbero più soldi in circolazione per pagare i debiti dei governi. Ma in questo lui non vede nulla di male.

Comunque, come il membro del congresso Ron Paul nota, il problema dell’inflazione è che colpisce la classe operaia perché agisce come una tassa indiretta.

“Detto in poche parole, stampare valuta per pagare le spese federali diluisce il valore del dollaro, il che causa prezzi più alti per beni e servizi” avverte Ron Paul. “I risparmiatori e chi vive di entrate fisse o basse sono i più colpiti per l’aumento del costo della vita. Famiglie a reddito medio-basso sono quelle che più soffrono perché lolottano per far quadrare i conti mentre la ricchezza viene letteralmente trasferita dalla classe media a quella abbiente”.

L’idea dell’emissione fraudolenta di denaro è stata abbracciata da Gary Jenkins di Evolution Securities. Ha detto che la Banca Centrale Europea può iniziare a stampare denaro per tirarsi fuori dalla fossa. “ Se giungiamo sull’orlo del baratro, potrebbe essere rimasta l’unica opzione possibile” ha continuato. “Solo la BCE può stampare gli euro per salvare il sistema”.

Per ora Jean-Claude Trichet, il presidente della Banca Centrale Europea, nega che stampare denaro possa essere avviata. Trichet sembra essere in minoranza qui e la pressione da parte dei momndialisti può forzarlo infine ad aumentare l’inflazione nel tentativo di contenere l’inevitabile collasso della UE.

Il primo ministro irlandese, Brian Cowen, era stato invitato a fare gli onori di casa al consesso della Commisione Trilaterale, per poi andare via. Questa è la prassi della Trilaterale e del Bilderberg: Il capo del paese che ospita parla e poi va via. Ma Cowen non aveva gradito l’essere escluso, così è apparso deliberatamente in ritardo di 35 minuti – e i Trilateralisti non sono abituati ad essere lasciati in attesa.

Paul Volker, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Economic Recovery Advisory Board del presidente Obama e precedentemente amministratore delegato della Fed, ha espresso la sua ira facendo domande ostili. Cowen ha cercato di separare l’economia irlandese da quella greca e di altri paesi della UE che sono sotto attacco per la crisi economica.

Volker ha detto a Cowen che sebbene lui fosse stato “storicamente..molto attratto dall’euro” ora appariva dubbioso”. Volker ha continuato: “ Voi avete alcune decisioni difficili da prendere qui, ma la questione dell’avere una Banca Centrale indipendente, il tasso d’interesse comune, la moneta comune…sono proprio curioso se nella sua testa questo genera domande circa le strutture governative dell’Europa.
v “Lei non è in favore di una ulteriore centralizzazione, mi sembra di capire, sebbene altri lo siano, ma cosa significa questa crisi per il futuro dell’Europa? Ha chiesto Volker.

Cowen ha ammesso che l’euro ha dei problemi di credibilità. Ha affermato che i ministri della Finanza della UE avrebbero rivisto “ gli accordi attuali” nei mesi a venire per capire come possono essere migliorati “ in modo di aggiungere credibilità alla moneta e al contempo creare ampio consenso popolare”.

In altre parole la Commissione Trilaterale prevede di:

Aumentare i prezzi della benzina negli Stati Uniti. Gli europei ora pagano 10 dollari il gallone, gli americani circa 3. I Trilateralisti sostengono che gli americani devono pagarne 7.

Il petrolio viene prodotto solo all’81% della capacità così da aumentare la domanda e quindi il prezzo. Molti dei membri sono nati nella ricchezza petrolifera.

Essi celebrano la legge sanitaria, che ritengono aumenterà drammaticamente i costi e ridurrà i servizi. E’ uno stile europeo, e Obama è il loro ragazzo tuttofare. Loro sono in attesa del giorno in cui gli americani pagheranno il 50% dei loro introiti in tasse federali, come avviene diffusamente in Europa.

James P. Tucker, Jr.
Fonte: http://americanfreepress.net/
Link: http://americanfreepress.net/html/tucker_trumps_trilats_222.html
16.05.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI

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Antimafia Duemila – Maggiani Chelli: ”Non c’e’ peggior sordo di chi non vuole sentire”

Fonte: Antimafia Duemila – Maggiani Chelli: ”Non c’e’ peggior sordo di chi non vuole sentire”.

Il nostro Parlamento è sordo in modo vergognoso ai nostri richiami in fatto di scarcerazioni per i mafiosi, rei di delitti gravissimi e comunque delitti che non si può escludere siano legati alla verità sulle stragi del 1993.
I Tribunali di Sorveglianza continuano a scarcerare mafiosi che potrebbero raccontare molto sulle stragi degli anni 92 e 93, ma che non si “pentono”, anzi escono dal carcere nascondendosi dietro al dito della malattia  e a nessuno viene in mente di cambiare una norma troppo consona alle esigenze di “cosa nostra”.
Il Tribunale di Sorveglianza di Voghera, su istanza dell’avvocato difensore Giuseppina Paci, per incompatibilità delle condizioni di salute dell’ergastolano con la detenzione ha rimesso in libertà Salvatore Vitale, condannato all’ergastolo per il sequestro e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo un bambino sciolto nell’acido a soli 12 anni.
Intanto come nostra considerazione diciamo che i detenuti condannati all’ergastolo e malati dovrebbero andare  in ospedale, e non a casa, e appena guariti dovrebbero ritornare in carcere. Questa è la logica.
Detto questo insistiamo, se il Parlamento continua a non legiferare affinchè i mafiosi stragisti la smettano di uscire dal carcere e il “fine pena mai” sia applicato per le vittime e non per i carnefici, si  istituisca un Tribunale di Sorveglianza anche per tutte le vittime di mafia.
Chiediamo un tribunale di Sorveglianza che valuti ogni giorno, caso per caso, lo stato di salute delle vittime di mafia e imponga miglioramenti continui per i loro sostentamenti in base alle loro esigenze di vita.
Comunque resta il fatto che con provvedimenti come quello preso per il mafioso Salvatore Vitale sentiamo, in prossimità dell’anniversario della strage di via dei Georgofili, tutto il pericolo di una deriva mafiosa dilagante.

Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli

Vice Presidente Portavoce
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Antimafia Duemila – Ingroia: ”Ecco perche’ Saviano deve continuare a scrivere”

Fonte: Antimafia Duemila – Ingroia: ”Ecco perche’ Saviano deve continuare a scrivere”.

«La mafia va raccontata soprattutto dai bravi scrittori come Roberto Saviano, che ha il merito di aver fatto conoscere una parte nascosta dell’universo camorristico, sconosciuto ai più. E la mafia va rappresentata, anche mediante le fiction tv, purchè non si scada nel folclore, o – peggio – nella mitizzazione del mondo e dei boss della mafia». Lo scrive sul mensile «S», in edicola da sabato 22 maggio, il sostituto procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, che collega le recenti polemiche su chi parla di mafia con il dibattito sulle intercettazioni: «C’è un certo modo di pensare, diffuso in una certa parte del Paese, che ritiene ‘pericolosò il parlare di certi argomenti – afferma Ingroia – Ora, io credo che è vero che il silenzio, a volte, è ‘d’orò. Però attenzione al silenzio dell’informazione, al silenzio sulla mafia». Un elemento che spinge il magistrato a tornare sul decreto sulle intercettazioni, «che punisce con sanzioni molto pesanti, carcere e multe salatissime, giornali e giornalisti per la pubblicazione del contenuto delle indagini giudiziarie prima del dibattimento anche dopo che non sono più ‘segretè», come annota Ingroia. «Le indagini, quando non sono più segrete, vanno spiegate ai cittadini, perchè loro hanno diritto ad essere informati – prosegue il magistrato -. Anche sul modo in cui vengono condotte le indagini, come viene amministrata la giustizia in nome, proprio, del popolo italiano. Così come hanno diritto a sapere delle condotte illecite dei potenti e dei loro governanti, talvolta coinvolti nelle indagini stesse».

Cancellata la nomina di Ingroia – «Io rimango al mio posto»

Fonte:Cancellata la nomina di Ingroia – «Io rimango al mio posto».

È come tornare al tormento del criterio d’«anzianità» che trent’anni fa penalizzò Giovanni Falcone nella successione ad Antonino Caponnetto, nella corsa a capo dell’Ufficio Istruzione. È come tornare allo psicodramma letterario-giudiziario dei «professionisti dell’antimafia», quando Leonardo Sciascia colse una contraddizione del Csm nella nomina di Paolo Borsellino a procuratore di Marsala. Perché sulla carta il Csm s’ancorava al parametro dell’anzianità, senza tenerne conto.

E qualcosa di simile si ripropone adesso che il Consiglio di Stato ha clamorosamente cancellato la nomina di sei procuratori aggiunti di Palermo su sette, compreso Antonio Ingroia, il pubblico accusatore di tanti processi eccellenti. Non pensava più nessuno al ricorso presentato da due pm siciliani, Ambrogio Cartosio e Giuseppe Fici, esclusi a loro avviso proprio per un’errata valutazione del punteggio relativo all’anzianità da parte del Csm che, nel dicembre 2008, aveva dato via libera anche alla promozione di Vittorio Teresi, Teresa Principato, Antonino Gatto, Leonardo Agueci e Maurizio Scalia.
Adesso è proprio Ingroia a chiedere celerità: «È interesse di tutti, il Csm deve sciogliere una volta per tutte il nodo». È questo il punto, anche se non siamo ai tempi di Falcone e Borsellino, come osserva lo stesso Ingroia: «Il Csm con una circolare ha diminuito il valore dell’anzianità, ma restano degli indici per cui qualche peso ha». Il magistrato continua a lavorare come gli altri aggiunti: «Ognuno rimane al suo posto perché il verdetto non prevede la rimozione». «Sono sub judice», aggiunge con una punta di ironia, forse pensando alla soddisfazione che avrà provato chi spesso lo attacca definendolo persecutore dei berlusconiani, a cominciare da Dell’Utri.

Fonte: Corriere.it (18 Maggio 2010)

Parli di noi? Allora ci devi 26 milioni di euro

Fonte: Parli di noi? Allora ci devi 26 milioni di euro.

Le Fs e Moretti portano in tribunale Chiarelettere e Gatti per il libro-inchiesta “Fuori Orario

Un risarcimento di 26 milioni di euro: questa la richiesta che le Ferrovie dello Stato e il loro amministratore delegato, Mauro Moretti, hanno rivolto al giornalista Claudio Gatti e alla casa editrice Chiarelettere. Per il libro-inchiesta “Fuori orario. Da testimonianze e documenti riservati le prove del disastro Fs”. Saranno i giudici del Tribunale civile di Milano a decidere.

L’atto di citazione è stato notificato due giorni fa a Gatti a New York, dove vive, e all’editore a Milano. “Una richiesta di 26 milioni a una piccola casa editrice che ha un capitale sociale di 100 mila euro equivale a una minaccia di chiusura”, ha reagito l’editore, Lorenzo Fazio, che sarà difeso, come Gatti, dall’avvocato Caterina Malavenda.
Il volume, arrivato in libreria nell’ottobre 2009, ha avuto finora due edizioni. È il racconto di uno sfascio che è sotto gli occhi di tutti: treni sporchi, ritardi, guasti, sprechi, disservizi; ma anche gare truccate, soldi sprecati, appalti poco trasparenti, strane relazioni con sindacati e sindacalisti, rapporti incestuosi tra dirigenti e fornitori, carriere facili per gli “amici”, licenziamenti e vendette per chi osa opporsi.

Un capitolo è dedicato… alla storia dell’Alta velocità all’italiana, alla sua discutibile transustanziazione in Alta capacità (non solo trasporto passeggeri, ma anche merci), alle alchimie finanziarie in cui, al di là delle promesse, i grandi gruppi imprenditoriali italiani guadagnano (senza alcuna gara internazionale) e lo Stato paga. Claudio Gatti, uno dei migliori giornalisti d’inchiesta italiani, inviato speciale del Sole 24 Ore e collaboratore del New York Times e dell’International Herald Tribune, è stato il primo giornalista a scrivere dello scandalo internazionale Oil for food.

In “Fuori orario” racconta le ferrovie italiane allineando alcune eccezionali testimonianze e molti inoppugnabili documenti: rapporti riservati, e-mail di dirigenti, consulenti, fornitori. Sei mesi dopo l’uscita in libreria, Moretti – in un momento in cui è in discussione la sua riconferma al vertice delle ferrovie italiane – passa al contrattacco.
Con richieste pesantissime. Sei milioni di danni morali più due di riparazione pecuniaria avanzate a titolo personale, a cui si aggiungono le richieste di Fs, la società capogruppo (altri sei milioni più due), e quelle di Rfi e di Trenitalia, le società operative (quattro milioni di danni morali più uno di riparazione pecuniaria ciascuna). Totale: 26 milioni.
Una cifra sproporzionata che non può non risultare intimidatoria nei confronti del giornalista e dell’editore. Come quella del presidente
del Senato Renato Schifani, che ha recentemente intentato una causa civile nei confronti del Fatto Quotidiano con una richiesta di 720 mila euro.

“Più che un atto di citazione, è una controinchiesta”, spiega Gatti. “Un documento di 67 pagine in cui però non si mette in dubbio neppure uno dei fatti da me raccontati, asserendo che sia falso. Semmai Moretti mi contesta di non aver reso individuabili le mie fonti: ma ci mancherebbe altro. Oppure nell’atto si fa capire che i problemi e i disservizi raccontati, magari veri in passato, non possono essere addebitati a Moretti, che li avrebbe risolti. Ora, Moretti è amministratore delegato di Fs, la capogruppo, dall’ottobre 2006, ma prima, dal 2000, era amministratore delegato di Rfi, la società operativa.
E tutta la sua carriera, da trent’anni, è interna al gruppo: questo me lo rende anche simpatico, perché è un personaggio diverso dai boiardi di Stato della Prima Repubblica, è un tecnico cresciuto tutto dentro il gruppo delle ferrovie. Ma non può dire: i problemi hanno cominciato a trovare soluzione da quando sono arrivato; perché Moretti non è mai arrivato, nelle ferrovie c’è sempre stato”.

La linea del contrattacco non è: hai scritto cose false; ma: non dipendono da noi, oppure non sono più vere.

Ma vallo a dire agli utenti, che i treni non sono più sporchi, non arrivano più in ritardo, non fanno più incidenti, non si guastano più.

il Fatto Quotidiano, 12 maggio 2010

Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni.

A La Spezia vi sono due record, anzi tre. Il primo è nella zona intorno al Porto Militare dove vi è la più alta percentuale di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Il secondo è zona intorno alla Discarica di Pitelli dove vi è la più alta percentuale di tumori infantili. Il terzo è generale, per tutta la provincia, e vede il record mondiale per malati per amianto di mesotelioma in rapporto alla popolazione. Davanti a tutto questo la Procura non nota nulla, figuriamoci la politica ed i funzionari pubblici…

Qui, come nella Lunigiana, il peso della Massoneria è ancora forte, anzi è determinante. Quindi certe cose non le si deve guardare, anzi bisogna starci ben alla larga. Alcuni magistrati ci avevano provato ed alla fine se traffici & affari sporchi sono rimasti saldi in quella terra spezzina, sono i magistrati che se ne sono dovuti andare. Ed è da qui che occorre partire, da quella rete di Potere che, trasversale, veramente come vi fosse a giostrare il tutto un abile Architetto dell’Universo, vede una commistione tra lecito e illecito, tra decenza ed indecenza, con protagonisti imprenditori, amministratori pubblici, funzionari, mafiosi e Servizi.

Certo c’è un porto, ci sono i cantieri navali… c’è l’Arsenale e l’area militare… Vero, ma vi è di più a La Spezia. Vi è un crocevia tra terra e mare, vi sono aree e spazi da riempire, con cosa poco importa, a quale costo (ambientale e sociale) nemmeno.

Qui la ‘ndrangheta, con la copertura dei Servizi, aveva uno degli snodi per i traffici dei veleni e soprattutto per le navi dei veleni, quelle verso l’Africa e quelle a perdere, destinate agli affondamenti. La Spezia era un nodo centrale per i servizi a basso costo offerti dalla ‘ndrangheta alle grandi industrie del nord per far sparire quei rifiuti tossici che per essere smaltiti regolarmente avrebbero comportato costi assai più elevati. E poi ci sono i servizi, sempre a basso costo, che la ‘ndrangheta poteva fornire per far sparire i rifiuti radioattivi… ed i Militari di questi ne hanno tanti!

Così a La Spezia dove prima dell’esplodere degli scandali facevano base anche i Messina con le loro flotte di navi, è il porto della Zanobia e della Rigel… è il porto dove una banchina era “a disposizione” e dove i Servizi permettevano di accedere con i camion pieni di veleni da far sparire interrati altrove, affondati nei loro fusti o container quando non con le stesse navi su cui venivano stipati… o condotti in Africa con quel viaggio di rifiuti ed armi coperto dalla nota “cooperazione internazionale”.

Qui avevano snodo rifiuti tossici delle grandi imprese del nord, a partire da quelle chimiche, i rifiuti dell’Acna di Cengio avevano un lascia-passare. Qui una parte finiva in Porto su quella banchina fantasma, altri, insieme alle ceneri delle Centrali Enel, finivano nella Discarica di Pitelli. Ed è di lì che iniziarono ad indagare i magistrati spezzini che poi dovettero spostasi altrove. In quella Discarica dove per fermarli, per non farli arrivare in quell’angolo dove interrati non vi erano solo i rifiuti tossici ma anche quelli radioattivi, fu posto il Segreto di Stato…

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Antimafia Duemila – Via dalla guerra in Afghanistan!

Fonte: Antimafia Duemila – Via dalla guerra in Afghanistan!.

Flavio Lotti: La politica si assuma le sue responsabilità. Altrimenti questa guerra non avrà più fine. La Rai aiuti gli italiani a capire cosa bisogna fare.

A poche ore dall’uccisione di due militari italiani in Afghanistan, all’indomani della Marcia per la pace Perugia-Assisi, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace ha scritto un articolo pubblicato sul sito www.perlapace.it .

“Il dolore dei familiari dei soldati uccisi e l’angoscia di quelli feriti gravemente è anche il nostro. E’ un dolore forte che ci deve spingere a fare qualcosa in più per fermare e non continuare a combattere questa guerra.

I nostri giovani soldati muoiono perché il governo continua a scaricare sui militari il compito di risolvere un problema che i militari non hanno nessuna possibilità di risolvere. Per questo il mostro della guerra continua da nove anni a fare stragi di vite umane, di legalità, di diritto e di diritti.

L’Italia deve uscire da questa guerra. Subito.

L’Italia deve abbandonare la via della guerra e impegnarsi a costruire un’alternativa politica alla guerra senza limiti.

Al Parlamento chiediamo di convocare subito una seduta straordinaria dedicata alla guerra in Afghanistan, alla revisione della politica dell’Italia e delle iniziative urgenti da assumere a livello nazionale e internazionale.

Alla Rai, servizio pubblico, e a tutto il mondo dell’informazione, chiediamo di organizzare un serio dibattito sulla guerra in Afganistan per aiutare gli italiani a capire cosa è accaduto, cosa sta succedendo e come si può fare per evitare di continuare a piangere inutilmente.

Chiediamo che a parlare non siano invitati solo i militari e i cosiddetti “esperti” ma anche i costruttori di pace, quelli che ieri hanno partecipato alla Marcia per la pace Perugia-Assisi, quelli che lavorano tutti i giorni per evitare queste inutili stragi”.

Perugia, 17 maggio 2010


L’articolo completo sul sito www.perlapace.it