Due anni fa Renato Schifani veniva eletto presidente del Senato. In due articoli sull’Unità e in due programmi televisivi, “Crozza Italia” e “Che tempo che fa”, ricordai le sue frequentazioni con personaggi poi condannati per mafia e le sue consulenze per il Comune di Villabate sciolto per mafia. Nel programma di Fazio osservai anche lo scadimento della classe politica italiana per spiegare l’ascesa di uno Schifani alla seconda carica dello Stato, e mi concessi una battuta: “Mi domando chi verrà dopo… in questa parabola a precipizio… cioè dopo c’è solo la muffa, probabilmente… il lombrico, come forma di vita”. Quando Fazio si dissociò, scherzai ancora: “In effetti, dalla muffa si ricava la penicillina, quindi era un esempio sbagliato…”. Successe un putiferio, ovviamente perché avevo osato accostare il neopresidente del Senato a vicende e personaggi mafiosi, non certo per quel paio di battute. Fui attaccato da tutto il centrodestra e dal Pd (Finocchiaro, Gentiloni, Violante…), per non parlare di tutta la stampa di ogni orientamento.
Ci fu anche quell’“incidente” con Giuseppe D’Avanzo di Repubblica. Schifani annunciò querela poi, tanto per cambiare, promosse un’azione civile per risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, chiedendomi 1.750.000 euro in tutto.L’altro giorno il Tribunale civile di Torino ha emesso la sentenza di primo grado: dovrò risarcirgli danni non patrimoniali per 12 mila euro più 4 mila di riparazione pecuniaria (meno di un centesimo di quanto chiedeva Schifani) per la battuta sulla muffa, il lombrico e la penicillina; mentre tutto il resto (compresa la “parabola a precipizio” della nostra classe politica che ha portato un soggetto del genere al vertice del Senato) è coperto dal “diritto di cronaca politica e di critica”. Cioè: la mia battuta è stata giudicata “satirica”, ma offensiva perché rivolta alla “persona” Schifani e non al “politico” Schifani (naturalmente io mi riferivo al politico, visto che la persona ho la fortuna di non conoscerla, ma il giudice ha ritenuto diversamente e pazienza); invece tutti i fatti che ho raccontato sull’Unità, da Crozza e da Fazio erano veri e le mie critiche erano legittime, “ravvisandosi l’interesse pubblico alla conoscenza delle notizie narrate, la sostanziale verità delle stesse, la contestualizzazione dei vari episodi narrati e la continenza dell’esposizione”.
Non intendo commentare la sentenza, anche perché sono parte in causa. Preferisco pubblicarla, così ciascuno potrà valutarla e farsene un’idea. Trovo particolarmente interessante la risposta che dà a quei fresconi che mi avevano contestato il diritto di ricordare i rapporti di Schifani con certi personaggi solo perché quelli erano stati condannati per mafia “soltanto dopo” aver fatto parte della Siculabroker insieme a lui: “E’ noto – scrive il giudice – che le associazioni criminali di tipo mafioso riescono a realizzare il controllo del territorio attraverso l’inserimento di propri associati, o di fiduciari, nelle attività economiche legali, così realizzando una sistematica attività di infiltrazione nel sistema imprenditoriale dei territori da esse controllati. Tale circostanza non solo è ampiamente nota, ma non è neppure ignorabile da soggetti nati ed operanti da sempre in quel medesimo territorio”. Altrimenti dovremmo pensare che, per fare un solo esempio, Michele Greco, il boss della Cupola detto “il Papa”, o i cugini Salvo vadano considerati mafiosi soltanto dal 1984, quando Falcone li fece arrestare, mentre lo erano dalla notte dei tempi.
“Conseguentemente – prosegue il Tribunale – a maggior ragione, deve chiedersi a chi ricopre incarichi pubblici l’assenza di zone d’ombra nella propria storia professionale, o, perlomeno, una rivisitazione critica di eventuali inconsapevoli contatti avvenuti in passato con soggetti, oggetto di indagini giudiziarie anche successive, che ne hanno dimostrato l’inserimento (o quanto meno la contiguità) in organizzazioni criminali operanti in un territorio identificabile quale proprio bacino elettorale”. Quanto a ciò che avevo scritto e detto, scrive il giudice che le mie “affermazioni non avevano per oggetto la mafiosità dell’attore (che non è un fatto), ma la sua indegnità a ricoprire la seconda carica dello Stato per via delle sue passate e appurate frequentazioni (che sono un fatto)”. L’”attore”, naturalmente, è il senatore Renato Schifani che ha promosso la causa contro di me (il “convenuto”).Il quale, scrive sempre il giudice, ha detto ripetutamente il falso nell’atto di citazione contro di me: “Non corrisponde a verità che il convenuto non abbia evidenziato che l’attore aveva sostanzialmente contestato il contenuto delle dichiarazioni del ‘pentito’ Campanella…” ed “è altresì infondata la doglianza dell’attore secondo cui il convenuto non avrebbe evidenziato che quanto asserito dal Campanella sarebbe stato appreso da terzi e quindi non fonte di cognizione diretta”; e “non coglie nel segno” neppure quando mi accusa di aver confuso l’amministrazione di Villabate sciolta per mafia nel 1998 con quella di cui era consulente Schifani fino al 1996, “posto che nell’articolo si dice chiaramente che fin dal 1996 l’on. Schifani era stato eletto in Parlamento, con conseguente cessazione dell’incarico per il Comune di Villabate. Inoltre, sebbene i componenti del Consiglio comunale fossero stati rinnovati a seguito delle elezioni del 1998, è però altrettanto vero che i vertici del Comune non erano mutati, essendo nuovamente rieletto Sindaco Giuseppe Navetta, determinandosi così sostanzialmente una continuità con la precedente amministrazione”.
Ho dunque appreso con un certo stupore della soddisfazione espressa da Schifani tramite i suoi legali per la sentenza del Tribunale di Torino. Ma chi si contenta gode. Da oggi si può dire che la seconda carica dello Stato ha avuto rapporti con gente di Cosa Nostra, ma non che il suo successore potrebbe essere un lombrico o una muffa. Questa battuta mi costa un po’ cara, ma ne è valsa comunque la pena.
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Una ampia solidarietà da parte mia e un riconoscimento lodevole per quanto fai.
In quest’Italia, travolta dalle mafie, dalle stragi, dal sudiciume politico e arrogante quale è oggi, servirebbero tanti giornalisti che come te denunciano al Popolo le storture che attanagliano il paese. Dei giornalai lacchè potremo farne a meno, così come i politici piduisti zerbinotti mafiosi, tutti questi, non fanno il bene del paese e non danno onore alla vostra categoria e all’immagine italiana, per questi motivi che chiedo a tutti voi di gridare al paese l’eliminazione degli Ordini tutti. E’ importantissimo rendere illegale la massoneria ed altre associazioni similari, la storia secolare delle attività svolte da costoro, c’è lo può ricordare.
Dotare la Magistratura della macchina della verità, soprattutto come strumento deterrente per far rispettare il giuramento di fedeltà al Popolo dal personale dello Stato; in particolare: parlamentari, statali e chi si avvale di contributi comunitari e nazionali, rinnovando ogni anno questo tipo di controllo. Avremo meno parlamentari mafiosi e ladri, magistrati che non sono aggiogati alla massoneria, ed un paese più libero dalla corruzione, ricatti e dal giogo delle mafie. Avremo personale statale rispettoso del ruolo ricoperto, e dello stesso Stato, ma soprattutto , <> da monito a quei pochi parlamentari puliti ed anche alle forze dell’ordine. Un appunto necessita farlo sui sevizi, e su questo dovreste essere voialtri a rimarcare sempre più le funzioni di costoro e come appurare da chi sono diretti e manovrati. Lo dico, perché mi fa specie sapere che i Magistrati non sono a conoscenza di quello che avviene da sessanta anni in questo paese; e se non arrivano a far conoscere al Popolo le discrepanze che avviluppano il paese perché la politica ha spuntato le armi alla Costituzione e alle leggi, le loro associazioni, dovrebbero gridare a gran voce dove si annidano le serpi o le discrepanze.
A nome degli italiani che aspirano a un’Italia senza mafie; grazie Marco