Archivio Mensile: agosto 2010

ComeDonChisciotte – NUOVO DOCUMENTO STRATEGICO DEL FMI TRACCIA IL LANCIO DELLA VALUTA MONDIALE “BANCOR”

La politica è un teatrino, il vero potere è in mano a chi controlla il denaro. Con una moneta globale controllata da una banca privata come è il FMI (non lo sapevate?) la vita di tutta la popolazione mondiale sarebbe nelle mani dei banchieri privati. Non riusciranno mai nel loro piano, la gente si ribellerà! Ma bisogna avere gli occhi bene aperti.

ComeDonChisciotte – NUOVO DOCUMENTO STRATEGICO DEL FMI TRACCIA IL LANCIO DELLA VALUTA MONDIALE “BANCOR”.

DI STEVE WATSON
Prisonplanet.com

Un documento strategico del FMI recentemente pubblicato chiede l’adozione di una valuta globale, chiamata “bancor”, onde stabilizzare il sistema finanziario internazionale, mentre riconosce che soltanto uno spostamento radicale verso l’accettazione del globalismo farà che ciò sia possibile nel breve termine.

Il progetto del FMI, scritto da Reza Moghadam, capo del dipartimento di strategie, politiche e valutazioni, è rimasto in sordina per tre mesi.

Tuttavia, un articolo uscito oggi sul blog alphaville del Financial Times dal titolo IMF blueprint for a global currency – yes really [“Piano del FMI per una valuta mondiale - sì, per davvero” NdT] mette in evidenza il documento e la chiara strategia dell’autorità finanziaria globale.

“…agli occhi del FMI almeno, il modo migliore per assicurare la stabilità del sistema finanziario internazionale (dopo la crisi) si basa in realtà sul lancio di una valuta globale”, ha affermato Izabella Kamiska. “E questo dipende in grande misura, afferma il FMI, dal fatto che non si può affidare ai governi sovrani – così come sono – il compito di ridistribuire le riserve in eccedenza, o di fare fronte ai passivi da soli.”

Un grafico all’interno del documento, inoffensivamente intitolato Reserve Accumulation and International Monetary Stability, presenta il primo passo verso una valuta mondiale completamente sviluppata.

Iniziando con un suggerimento vago perché gli stati membri adottino “aggiustamenti volontari nelle politiche”, il grafico va avanti spiegando misure economiche sempre più draconiane verso uno stadio finale a lungo termine che vedrà la valuta globale.

Il grafico traccia anche le “possibili resistenze” ad ogni passo da parte degli stati sovrani, con un incremento a breve termine, seguito da un calo e infine un sollevamento generale col progressivo avanzamento dell’adozione della valuta globale.

La via del FMI per una moneta mondiale fa perno su un uso esteso e di un’eventuale adozione di un sistema monetario internazionale basato sui DSP (diritti speciali di prelievo), la moneta di carta sintetica del FMI.

Una volta che il sistema basato sui DSP sia messo in piedi, il FMI prevede soltanto un passaggio finale prima del lancio della nuova moneta mondiale.

Il documento dà perfino un nome alla moneta globale, il “bancor”, l’unità monetaria per le compensazioni proposta da John Maynard Keynes ma mai adottata.

La sezione successiva del documento del FMI sottolinea questo:

48. Dai DSP al bancor. Una limitazione dei DSP, come è stato affermanto sopra, è quella di non essere una valuta. Sia i DSP, sia gli strumenti di denominazione DSP devono essere cambiati alla fine in una valuta nazionale per la maggior parte dei pagamenti o degli interventi sui mercati di valuta esteri, facendo sì che le transazioni siano più scomode.

E anche se un sistema basato sui DSP si allontanerebbe da una moneta nazionale dominante, il valore dei DSP rimane fortemente legato alle condizioni e all’andamento dei principali Paesi membri. Un opzione riformatrice più ambiziosa sarebbe quella di basarsi sulle idee precedenti e di sviluppare, nel tempo, una valuta mondiale. Denominata, ad esempio, bancor in onore a Keynes, una valuta simile potrebbe essere usata come mezzo di scambio -una “valuta interna”.

Il documento conclude che senza un catalizzatore in grado di invocare a gran voce il globalismo, l’adozione di una valuta mondiale andrebbe per le lunghe: è chiaro che alcune delle idee discusse non prenderanno forma in un futuro immediato salvo che non si verifichi un cambiamento radicale nell’appetito per la cooperazione internazionale.

Il FMI ha publicizzato per la prima volta la possibilità di una nuova valuta globale nel mese di marzo dell’anno scorso. La questione è stata discussa al vertice del G20 svoltosi a Londra qualche giorno dopo.

Una clausola nel Punto 19 del comunicato emesso dai leader del G20 ha portato gli analisti a descrivere l’alba di una “rivoluzione dell’ordinamento finanziario mondiale”. La clausola afferma: “Siamo d’accordo nel sostenere uno stanziamento generale di DSP in grado di immettere 250 miliardi di dollari nell’economia mondiale, incrementando così la liquidità globale”.

“In effetti, i leader del G20 hanno messo in moto il potere del FMI per creare moneta iniziando quindi un alleggerimento quantitativo su scala globale. Facendo così, hanno di fatto messo in funzionamento una valuta mondiale. Si trova fuori dalla portata di qualsiasi entità sovrana. I teorici del complotto sono in visibilio”, ha scritto allora Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph di Londra. Ha aggiunto inoltre che “Il mondo è un passo più vicino all’adozione di una valuta globale, appoggiata da una banca centrale mondiale, e che controlla la politica monetaria dell’intera umanità”. Anthony Faiola del Washington Post è arrivato alla stessa conclusione, il quale ha descritto come il FMI sia in corso di trasformazione per diventare “le vere Nazioni Unite dell’economia mondiale”.

La mossa ha ricevuto l’appoggio, separatamente, della Banca Mondiale e dell’ONU.

Il capo del FMI, Dominique Strauss-Kahn, ha ripetuto l’appello per una valuta mondiale attraverso i DSP diverse volte. L’adozione di una nuova valuta mondiale e di un sistema impositivo, gestiti da un ente regolatorio onnicomprensivo, sarebbe la pietra miliare in una mossa verso un governo mondiale controllato in maniera centralizzata che vedrebbe il potere sempre più concentrato in poche mani che non devono rispondere a nessuno.

La spinta del FMI verso questo tipo di sistema fa parte del processo in corso che vuole dare più potere a un gruppo di banchieri centrali non eletti con l’autorità di usurpare la sovranità degli stati sorvegliando alcuni valori di riferimento per le finanze dei governi nazionali e stabilendo regolamenti per le istituzioni finanziarie di tutto il pianeta.

Titolo originale: “New IMF Strategy Document Charts Launch Of “Bancor” Global Currency “

Fonte: http://www.prisonplanet.com
Link
04.08.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NIKLAUS4

Blog di Beppe Grillo – Il silenzio nucleare

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il silenzio nucleare.

Il fatto di avere 50 testate atomiche sotto il culo tra Aviano e Ghedi Torre, capaci di spazzare via mezza Europa, non è sufficiente ai nostri imbelli pidiellini, pidimenoellini e dintorni. E neppure la costruzione della più grande base militare europea a Vicenza. L’orgasmo nucleare dei politici ha bisogno anche di centrali nucleari francesi sparse su tutto il territorio italiano, uno dei più sismici del mondo.
“Ciao Beppe ( e collaboratori, s’intende), leggo oggi sul giornale della Carinzia Kleine Zeitung (www.kleinezeitung.at) che in Italia alcuni possibili siti per piazzare le nostre centrali atomiche future sono a Monfalcone o Chioggia. Nell’articolo a pagina 20 si segnala anche la base di Aviano come deposito di ben 50 testate atomiche. Ovvio che i nostri vicini austriaci siano ben preoccupati di ciò.Meno ovvio è che invece da noi sia calato il più assoluto silenzio su questa vicenda, favorito dalle dimissioni di Sciaboletta…e meno ovvio ancora che nessuno da noi (tranne voi) parli dell’arsenale atomico nascosto sul nostro territorio…”. Massimiliano A.

Mondadori salvata dal Fisco | BananaBis

Crocifiggono fini per un appartamento del partito e tacciono sul regalo di quasi 200 milioni di euro di denaro dei contribuenti che Berlusconi ha fatto a se stesso? L’informazione italiana è al capolinea…

Fonte: Mondadori salvata dal Fisco | BananaBis.

scandalo “ad aziendam” per il Cavaliere

La somma dovuta dall’azienda editoriale: 173 milioni, più imposte, interessi, indennità di mora e sanzioni. Una norma che si somma ai 36 provvedimenti “ad personam” fatti licenziare alle Camere dal premier. Segrate è difesa al meglio: i suoi interessi li cura lo studio tributario di Giulio Tremonti, nel ’91 non ancora ministro. Marina Berlusconi mette da parte 8,6 milioni, in attesa delle integrazioni al decreto. Che puntualmente arrivano

Antimafia Duemila – Francesco Cossiga e il giorno in cui fummo ”fucilati” per la nostra inchiesta su Cia-P2

Fonte: Antimafia Duemila – Francesco Cossiga e il giorno in cui fummo ”fucilati” per la nostra inchiesta su Cia-P2.

di Roberto Morrione
La morte di una persona, semplice o importante che sia, richiede sempre rispetto umano e civile ma per un uomo come Francesco Cossiga, che ha vissuto da protagonista la recente storia d’Italia, esige anche contributi di testimonianza e di verità. Il solenne coro a più voci che ha accompagnato la sua scomparsa, certo significativo di un ruolo poliedrico nelle vicende del Paese e nello stesso immaginario degli italiani, minaccia infatti di coprire con la glorificazione retorica dello statista o con l’anatema liquidatorio del picconatore un po’ folle troppo amante dei segreti, quelli che sono stati invece eventi, scelte, atti che hanno inciso nel corso della Repubblica, fino a condizionare i giorni che viviamo, oltrechè le vite e i destini di tanta gente. Un contributo di conoscenza diretta, al di fuori di ogni tentazione immodesta di giudizio critico, può essere utile soprattutto per i più giovani, per coloro ai quali i concetti di “statista” e di “picconatore”, a distanza di decenni, dicono di per sé poco o nulla. Credo pertanto che sia corretto, dal punto di vista morale oltrechè professionale, rievocare sulla base dei nudi fatti l’insolito incontro “a distanza non ravvicinata”, ma certo letale, che il TG 1 ebbe con Cossiga nell’estate del 1990. Ero allora capocronista, in un TG 1 assolutamente su Marte rispetto a quello oggi conosciuto, animato da inchieste, approfondimenti, testimonianze, che cercava di penetrare i mille problemi del Paese in una stagione difficile per la democrazia, compresi i misteri e gli angoli oscuri del potere. Con l’impegno diretto di Ennio Remondino e d’intesa con il direttore Nuccio Fava, realizzammo con il massimo riserbo un’inchiesta internazionale senza precedenti, che partiva da un telegramma inviato dai capi della loggia P 2 Gelli e Ortolani a uno stretto collaboratore del presidente americano Bush in cui si annunciava che “l’albero svedese sarà abbattuto”: pochi giorni dopo veniva assassinato a Stoccolma il leader socialista e pacifista Olof Palme. Ennio, acutissimo giornalista investigativo già punta di diamante in inchieste su servizi segreti, mafia, terroristi rossi e neri, corruzioni di ogni tipo, mentre si sviluppava Tangentopoli, percorse mezza Europa, incontrando ex-agenti della CIA e approdò negli Stati Uniti. Qui intervistò un ex-contractor CIA, Richard Brenneke, che aveva a lungo lavorato a contatto di Licio Gelli e che gli rivelò come la loggia deviata del Gran Maestro aretino era stata per anni la longa manus dei servizi USA per alimentare il terrorismo e l’eversione in Italia. Testimone assolutamente credibile, che aveva appena vinto una causa contro il presidente Bush davanti a una Corte Federale, in merito alle vicende Iran-Contras e che gli consegnò una mole di documenti sui traffici d’armi ed esplosivi della P 2 di Gelli. Al ritorno di Remondino, questi documenti, fatti sequestrare dai magistrati romani che indagavano sulla P 2, si rivelarono tutti autentici ed esatti… Nuccio Fava mandò in onda l’inchiesta in quattro puntate nell’edizione principale delle 20.00 e, nonostante il concomitante svolgimento dei Mondiali di calcio, la eco politica e giornalistica fu considerevole. E qui entra prepotentemente in campo il Presidente della Repubblica. Chiamato direttamente e pubblicamente in causa da Licio Gelli, il Capo dello Stato scrive una lettera riservata al Presidente del Consiglio Andreotti, chiedendo di fatto o una clamorosa azione diplomatica verso gli Stati Uniti o, in caso di falso, di cui si dice peraltro certo, il licenziamento dei “dipendenti” Rai che hanno costruito la “provocazione”. Andreotti, secondo un’antica abitudine di prudenza, mette in un primo momento la lettera in un cassetto, ma qualche “manina” la fa uscire dal Quirinale per lanciarla in copertina su Panorama. Il premier è costretto così a presentarsi alla Camera negando su tutta la linea la veridicità dell’inchiesta. Le sue fonti di verifica in USA sono ovviamente la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato, la stessa CIA, ma tant’è…Lo scandalo è enorme, i giornali cosiddetti d’opinione linciano Fava, Remondino, Morrione, mentre si scatena all’interno del TG 1 la canea dei boiardi democristiani, che hanno fiutato il vento che porterà di lì a poco al cambio fra la segreteria di De Mita e il triumvirato Craxi, Andreotti, Forlani. Fava è costretto a dimettersi ed è pronto ad arrivare Bruno Vespa. Altro quadro politico, altro TG 1. Da quel momento Ennio Remondino viene spostato come inviato e successivamente come corrispondente all’estero e non toccherà più inchieste investigative su temi nazionali, mentre io rimarrò per due mesi a confrontarmi ogni giorno duramente con Vespa direttore, che mi costringerà a dimettermi dopo aver spaccato in due a mia insaputa compiti e contenuti della redazione Cronaca. Un anno di ferie “forzate” in una stanzetta di Saxa Rubra, prima di approdare al TG 3 d Sandro Curzi. Nel frattempo Licio Gelli, che in un primo momento aveva chiesto alla Rai un indennizzo civile di 10 miliardi, ritirò la querela: su nostra richiesta al governo americano sulla base del Freedom of Information Act in merito ai suoi eventuali rapporti con l’amministrazione americana, ci avevano formalmente risposto che non potevano dare notizie riguardanti “la sicurezza del governo e della politica americana” e relative “a persone di cui l’Agenzia si è avvalsa”. Cosa era avvenuto al Quirinale dopo l’incalzare di Licio Gelli, qual’era il legame massonico o di natura politica o di rapporti internazionali che ha indotto Cossiga a prendere quella posizione? Non so e forse non lo sapremo mai, anche se è certo che quello scoppio d’ira, quella inusitata pressione anche sulla Rai, fra le prime esternazioni anomale del Presidente picconatore, coincidevano curiosamente con l’inchiesta giudiziaria che il giudice veneziano Casson stava conducendo sulle strutture militari segrete di Gladio e Stay Behind. Noi del TG 1 non ne sapevamo francamente niente, ma fummo fucilati lo stesso per la nostra inchiesta, chissà, forse a scopo preventivo… La memoria ed evidentemente l’abitudine di tenere aggiornati elenchi di persone ritenute “ostili” non difettavano comunque in Francesco Cossiga, se nel ’99, quando il DG della Rai Celli mi spostò da Rai International alla direzione della nascenda Rai News 24, ritenne opportuno di attaccarmi in un’interpellanza urgente al Senato, con farneticanti quanto disinformate accuse di aver dissipato denaro Rai e male amministrato la precedente direzione. Perché dunque affidarmi un campo tecnologico strategico come i New Media della Rai? Tentai allora di querelarlo, ma l’ottimo avvocato Cossu mi spiegò che l’interpellanza urgente non era suscettibile di querela, una sorta di licenza d’uccidere. Mi è rimasta invece la curiosità di questo suo interesse per i New Media delle tecnologie digitali. Un mistero davvero piccolo, fra i tanti che hanno costellato la sua fulminante ascesa politica.

Tratto da:
liberainformazione.org

Francesco Cossiga e la leggenda metropolitana del picconatore | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Francesco Cossiga e la leggenda metropolitana del picconatore | Il Fatto Quotidiano.

Che Francesco Cossiga sia stato “il picconatore” della Prima Repubblica, come hanno titolato ieri tutti i giornali, di destra e di sinistra, è una leggenda metropolitana che non si capisce come si sia potuta creare. Se “picconò” mai qualcosa fra il 1990 e il 1992, quando era Capo dello Stato, fu proprio quello che allora veniva chiamato “il nuovo che avanza”: la Lega, la Rete, Leoluca Orlando, Mani Pulite.

La telefonata a Miglio
Prima delle elezioni del 1990, violando ogni regola di imparzialità imposta dalla sua carica, attaccò pesantemente la Lega allora agli albori e qualche mese dopo definì i leghisti “criminali”. Inaudita è la telefonata intimidatoria che fece a Gianfranco Miglio, il principale consigliere di Bossi, come qualcuno ricorderà, il 26 maggio 1990, pochi giorni dopo le elezioni, e che lo stesso Miglio ha raccontato in un libro: “Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire” (Io, Bossi e la Lega, Mondadori, 1994, p. 28). E Miglio così proseguiva: “Confesso che la sorpresa provocatami in questa sfuriata mi lasciò senza parola. Cossiga era per me un amico ma era anche il Presidente della Repubblica! Mi avevano detto che piccoli operatori economici in odore di leghismo, avevano ricevuto insistenti ispezioni della Finanza; ma se addirittura il custode della Costituzione era pronto ad avallare atti illeciti a danno di cittadini colpevoli soltanto di avere un’opinione politica diversa da quella dominante, dove andavano a finire le garanzie dello Stato di diritto?”.
Cossiga non ha mai querelato Miglio per queste affermazioni gravissime che denunciavano atti (la telefonata intimidatoria con i suoi corollari) che andavano ben oltre la violazione clamorosa del galateo istituzionale ma che non possono essere definiti altrimenti che criminali e che non hanno precedenti, nella pur nebulosa storia dell’Italia repubblicana e che in qualsiasi altro Paese avrebbero provocato l’avvio immediato di un procedimento di impeachment. Ma gli scricchiolanti partiti della Prima Repubblica, che stavano per essere abbattuti dai colpi di maglio della Lega e di Mani Pulite, si guardarono bene dal muovere orecchia, plaudirono anzi alle iniziative antileghiste e anti-magistratura così come oggi altri partiti, diversi nei nomi ma non nella sostanza, e le più alte cariche dello Stato lo beatificano come “Padre della Patria” e definiscono “insigne costituzionalista” un uomo che ha sistematicamente violato, e nei modi più gravi, la Costituzione (sia detto di passata: docente di Diritto Costituzionale Francesco Cossiga non ha mai scritto un rigo in materia se non, nel 1950, una nota sulla Rassegna di diritto pubblico che conteneva un clamoroso errore sulle attribuzioni dei Pubblici ministeri e nel 1969, fatto credo unico, il Consiglio di Facoltà dell’Università di Sassari, su richiesta degli studenti, gli revocò la cattedra dopo che il futuro “Presidente emerito” era stato bocciato due volte agli esami per diventare ordinario, per salvarlo gli inventarono una cattedra di “Diritto costituzionale regionale”).

Il grande difensore
In compenso, se picconava “il nuovo che avanza”, Cossiga difese fino all’ultimo i socialisti che dell’ancien régime e delle sue sozzure, delle sue tangenti, delle sue prevaricazioni erano considerati l’emblema. “Perché li difende?” gli chiesi una volta che mi aveva invitato al Quirinale dolendosi per alcune critiche che gli avevo mosso. “Oh bella – rispose – perché i socialisti difendono me”. Che non mi sembra un bel modo di ragionare per un Presidente della Repubblica. Del resto nella Prima Repubblica, e proprio nel suo centro, la Democrazia Cristiana, aveva fatto tutto il suo “cursus honorum”. Lui stesso ammise, in un momento di rara lucidità, di essere “un puro prodotto dell’oligarchia”.
Forse l’averlo confuso con un “picconatore” deriva dal fatto che negli ultimi due anni del suo settennato si mise a insultare, nel modo più gratuito e sguaiato, uomini politici e non, con cui aveva vecchie e nuove ruggini personali: “piccolo uomo e traditore” (il dc Onorato), “cappone” (il dc Galloni), “zombie con i baffi” (il pds Occhetto), “poveretto” (il dc Flamigni), “analfabeta di ritorno” (il dc Zolla), “mascalzone, piccolo e scemo” (il dc Cabras), “cialtrone e gran figlio di puttana” (Wallis, caporedattore della Reuter) e, infine, un onnicomprensivo “accozzaglia di zombie e di superzombie” appioppato all’intero Parlamento.
Da allora si aprirono le cateratte e furono una serie di messaggi trasversali, cifrati, allusivi, intimidatori, secondo il suo miglior stile. Ricattò il governo con una grottesca e inapplicabile “autosospensione”, minacciò undici volte le dimensioni, minacciò una crisi perché due parlamentari si erano permessi di concedere un’intervista a La Repubblica, giornale a lui sgradito.

Finito il suo mandato si sperò che di Francesco Cossiga non si sarebbe sentito parlare più. E invece ha continuato a mestare, a mandare messaggi trasversali, a creare partitini (l’Udr, l’Upr, l’Associazione XX settembre, il Trifoglio) che otterranno sempre percentuali di albumina, senza però dismettere mai quell’aria di arrogante superiorità che non si capisce bene su che si fondasse se non sul suo delirio narcisistico che tutto riportava a sé, tutto riferiva a sé, come se il mondo intero ruotasse intorno alla sua augusta persona. È stato un vecchio malvissuto. E noi non saremo così ipocriti da scrivere ora, perché è morto, cose diverse da quelle che scrivevamo quando era vivo.

Blog di Beppe Grillo – Cossiga o Kossiga?

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Cossiga o Kossiga?.

Cossiga con o senza la K? Nel dubbio scelgo la K di Kossiga. Ai defunti il rispetto è d’obbligo, ma il giudizio sulla loro vita è un’altra cosa. Il cordoglio untuoso dei partiti e di molti che lo hanno odiato di certo non gli avrebbe fatto piacere. Cossiga se n’è andato con due gesti simbolici. Il primo, molto apprezzabile, di non volere funerali di Stato e il codazzo dei cialtroni della politica al suo corteo funebre. Lui del resto li conosceva bene. Il secondo è, solo in apparenza, sorprendente. Ha indirizzato quattro lettere ai “vertici istituzionali“, di cui una, dal contenuto per ora riservato, allo psiconano. Nessuna lettera aperta agli italiani invece per spiegare ciò che sapeva di Gladio, degli gli anni di piombo, dei servizi segreti deviati, delle stragi di Stato e dell’omicidio Moro. Il suo testamento politico e umano è in questo ultimo gesto.

Post:
Cossiga fuori dal Parlamento, 24/10/2008
Il sagace Cossiga, 24/6/2006

ComeDonChisciotte – LA NUOVA CINA CHE ABBIAMO SOTTOVALUTATO

…Sul volo che mi riporta in un aeroporto del terzo mondo (Fiumicino) provo a tirare le somme di quello che ho visto. Crescente utilizzo di alta tecnologia a basso impatto ambientale, competitività sempre più basata sulla elevata produttività del lavoro anziché sul basso costo della forza-lavoro, manodopera qualificata, aumenti salariali al fine di creare un grande mercato interno, efficienza delle infrastrutture fisiche e amministrative (come lo sportello unico per le imprese che ho visto nel Comune di Qingdao: un solo interlocutore e 8 giorni per avviare un’impresa). In una parola: il contrario di quanto sta accadendo da noi. La Cina ha trasformato la crisi mondiale in opportunità per ridurre la propria dipendenza dalle esportazioni e puntare sulla crescita accelerata del mercato interno, così come sta rovesciando il problema ambientale in opportunità per conquistare un primato tecnologico.

Conclusione: la nostra immagine di una Cina che vince grazie al basso costo del lavoro e all’uso irresponsabile delle risorse naturali non è soltanto sbagliata, ma pericolosa. Perché ci impedisce di capire su quali nuovi terreni si gioca oggi la competizione globale.

Molte imprese tedesche hanno capito la situazione e stanno riemergendo dalla crisi proprio grazie alle esportazioni in Cina. Da noi, invece, c’è ancora qualcuno che pensa di recuperare competitività abbassando i salari e peggiorando le condizioni di lavoro, anziché aumentando gli investimenti in ricerca. O producendo automobili in Serbia (a spese della Bers e del governo di Belgrado) per venderle in Italia. Tanti auguri.

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Quando Schifani fu indagato per mafia L’affare-metano e l’archiviazione | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Quando Schifani fu indagato per mafia L’affare-metano e l’archiviazione | Il Fatto Quotidiano.

Palermo, quell’affare da 140 miliardi e le accuse di essere “consulente” per gli interessi dei boss

Non finisce di stupire il passato di Renato Schifani. Il presidente del Senato è stato indagato dal 1996 dalla Procura di Palermo per associazione mafiosa e un’altra decina di reati. Al termine di un complesso iter, la sua posizione è stata archiviata nel 2002. La vicenda prende origine dalle dichiarazioni del pentito Salvatore Lanzalaco e, al di là della sua irrilevanza penale, merita di essere riportata perché comunque descrive l’ambiente dal quale proviene il primo presidente del Senato indagato (e prosciolto) per mafia. Il Fatto Quotidiano è riuscito a visionare il fascicolo dell’indagine.

Tutto inizia nel 1996 quando si pente l’ingegnere Salvatore Lanzalaco, un professionista che si occupava di appalti pubblici e che era in contatto con Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra. Era il periodo nel quale il tavolino tra Cosa nostra, le imprese e la politica funzionava a meraviglia. Lanzalaco preparava i progetti per le gare. I politici mettevano a disposizione i finanziamenti, le imprese si accordavano in modo da fare vincere una di loro, la mafia eseguiva i subappalti e incassava anche una tangente, come anche i politici.

Lanzalaco racconta quello che sa su decine di gare. Il 18 dicembre del 1996 il collaboratore di giustizia viene sentito dal pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Gaspare Sturzo sulla metanizzazione di Palermo. La gara da 140 miliardi di vecchie lire è stata aggiudicata il 14 dicembre del 1993 all’associazione temporanea di imprese capeggiata dalla Saipem di Milano e composta da Bonatti di Parma, Mediterranea Costruzioni Srl di Roma e Consorzio Emiliano Romagnolo (Cooperative bianche) che a sua volta girava il 10 per cento della sua quota del lavoro a due società siciliane: Cogepa e Climega. Secondo Lanzalaco la gara era stata truccata a suon di mazzette. Lanzalaco racconta che nell’accordo era inclusa una percentuale dell’1,5 per cento per la mafia e il suo socio Riccardo Savona (ora consigliere regionale) gli riferiva le lamentele della mafia a causa del mancato pagamento da parte delle imprese del nord. Lanzalaco racconta poi di essere andato a Parma a discutere prima dell’aggiudicazione con gli imprenditori della Bonatti sulla spartizione dei lavori. In questo contesto fa il nome di Schifani.

“Altri documenti che ho predisposto- spiega Lanzalaco ai pm – riguardavano i cosiddetti patti parasociali che dovevano servire nella gestione del lavoro successivamente all’aggiudicazione dell’appalto della metanizzazione all’Ati composta da Saipem, Bonatti, Mediterranea e Cer, nella trasformazione della stessa in consorzio con la divisione delle quote dei lavori. Il Raimondo mi presentò tale Avvocato Schifani Renato come un esperto del ramo. L’ho conosciuto per la prima volta a Parma quando ci recammo lì come ho detto nei precedenti verbali, nella sede della Bonatti e ricordo che fu lo Schifani assieme ai legali della Bonatti a preparare i patti parasoeiali. Lo Schifani era a conoscenza di tutte le fasi illecite di gestione della gara, e mi risulta che fosse molto inserito tra i consulenti del Comune di Palermo”.

Sulla base di queste e altre dichiarazioni di Lanzalaco, Schifani e altre 30 persone furono iscritte nel registro degli indagati il 13 marzo del 1996 per associazione mafiosa e altri reati. L’inchiesta fu archiviata nel marzo del 1998 ma quando a dicembre del 1998 il Gico della Finanza consegna finalmente l’informativa con alcuni riscontri, la Procura iscrive nuovamente Schifani e compagni. Il Gico scoprì che le ruspe erano di soggetti come il cugino del boss Salvatore Cancemi, Vincenzo Cancemi, e di una società di di Vito Buscemi, arrestato e sottoposto a misure di prevenzione. Buscemi – per una coincidenza della quale gli investigatori non si sono accorti – abita nel palazzo di via D’Amelio costruito dalla cooperativa Desio nella quale Schifani e Buscemi sono stati soci per breve periodo prima di diventare condomini. Le Fiamme gialle recuperano anche l’elenco dei passeggeri dei voli Palermo-Bologna nel periodo precedente all’assegnazione della gara, quando Lanzalaco sosteneva di avere lavorato con Schifani ai patti sociali tra emiliani e siciliani. Nell’informativa si riporta l’elenco dei passeggeri del volo del 29 ottobre 1993: Schifani era seduto accanto ai fratelli Michele e Aldo Raimondo. Michele, morto nel 1995, era il politico Dc che aveva garantito a Lanzalaco e ai suoi amici “una quota di 5 miliardi di lire sui lavori della Bonatti”. Mentre Aldo era l’imprenditore che – sempre secondo Lanzalaco – andava in giro con le valigette piene di soldi per i consiglieri comunali. Secondo il pentito: “Quando chiesi al Raimondo quanto avevamo speso per tangenti, lui mi riferi che ci eravamo attestati su una quota di circa 500 milioni, che dovevano però essere intese come anticipazioni e che dopo l’aggiudicazione avremmo dovuto pagare la rimanente quota”. Il 9 novembre del 1999 il pm Sturzo iscrive ancora Schifani per associazione mafiosa e altri 9 reati, tra i quali il concorso in corruzione, concussione e abuso di ufficio “in relazione all’acquisto dei decreti di finanziamento e al pilotaggio dell’asta inerente l’appalto per la metanizzazione della città di Palermo e in particolare agli accordi raggiunti con Cosa Nostra per l’assegnazione della gara a un gruppo di imprese collegate con l’organizzazione mafiosa e agli accordi economici successivi per l’affidamento di noli autorizzati a imprese facenti capo direttamente o indirettamente a Cosa Nostra”.

Trascorrono due anni e la Procura stralcia alcuni indagati, che verranno arrestati nel 2003 per bancarotta aggravata dal favoreggiamento alla mafia e manda in archivio il filone principale. L’appalto della metanizzazione è salvo. Nessun reato nemmeno per Schifani: “considerato che in base alle dichiarazioni dei collaboratori e all’attività di riscontro del Gico non è stato addirittura possibile ricostruire in concreto quali interessi specifici o quali condotte in concreto abbia tenuto” i pm Lia Sava e Sergio Lari chiedono di archiviare “lo Schifani che è menzionato solo dal Lanzalaco come soggetto che avrebbe fatto parte di un gruppo che a Parma avrebbe redatto i patti parasociali per il contratto di appalto”.

Il 2 marzo del 2002 il Gip archivia Schifani, nel frattempo diventato capogruppo di Forza Italia al Senato.

Consulenze e mafia: nuove accuse a Schifani

Fonte: Consulenze e mafia: nuove accuse a Schifani.

Il pentito Campanella ai Pm di Palermo: favorì il boss Mandalà. Quei “consigli” per la variante del piano regolatore a Villabate e gli interessi dei clan

Francesco Campanella, il pentito che ha ottenuto la falsa carta d’identità per favorire la latitanza di Bernardo Provenzano, torna ad accusare Renato Schifani.
Il presidente del senato, 15 anni fa quando era solo un avvocato, secondo l’ex politico Udeur legato al clan Mandalà, avrebbe messo a disposizione del capofamiglia del mandamento Nino Mandalà (allora incensurato) la sua scienza giuridica. Nel suo ruolo di consulente del comune in materia urbanistica, secondo Campanella, Schifani avrebbe suggerito le soluzioni tecniche per modificare il piano regolatore in modo da aderire agli interessi immobiliari e imprenditoriali di Nino Mandalà. La Procura di Palermo sta verificando con attenzione queste dichiarazioni. Anche perché il duello tra il pentito e il presidente va avanti da alcuni anni e quello che si sta svolgendo a Palermo è il secondo round della contesa svoltasi davanti ai giudici di Firenze e conclusa con un pareggio che ha il sapore della sconfitta per Campanella.

Il pentito aveva parlato dei rapporti tra Schifani e Nino Mandalà nel 2007 in un’aula a Firenze. La querela di Schifani per diffamazione è stata archiviata ma il decreto del gip conteneva giudizi molto duri nei confronti di Campanella. Il gip Michele Barillaro scriveva: “gli atti del procedimento hanno fornito la chiara e inconfutabile prova che le dichiarazioni di Campanella relative alla persona ed al ruolo dell’avvocato Schifani non solo non abbiano avuto alcun positivo riscontro ma, anzi, siano risultate, in taluni casi, palesemente infondate”.

Campanella non è stato affatto contento dell’archiviazione ed è tornato in Procura per puntualizzare le sue accuse. Al Fatto Quotidiano risulta che il pentito ha accusato Schifani di reticenza nel suo verbale reso di fronte alla Procura di Firenze nel 2008. Secondo Campanella quando il presidente del senato è stato nominato consulente del comune di Villabate nel novembre del 1994 non è vero che nessuno, come ha sostenuto davanti ai pm, “mi dà nessun ruolo nella rivisitazione del piano regolatore”. Non è vero che non c’era stato “nessun accenno a varianti (del piano regolatore Ndr) perché il piano c’era, io non mi sono occupato di nessuna variante, nei primi mesi del 1996 non si parla di nuova variante né mi viene compulsata l’ipotesi di assistere qualcuno su varianti quindi con me non ha mai parlato con nessuno”. Queste affermazioni, secondo Campanella, contrastano non solo con quanto appreso dal pentito per bocca del boss Nino Mandalà ma anche con gli atti del comune e della regione Siciliana. Campanella sfida i magistrati a riscontrare le sue parole acquisendo le delibere del consiglio comunale e della commissione urbanistica del comune di Villabate relative alle varianti presentate alla Regione Sicilia.

La ricostruzione di Campanella inquadra il ruolo di Schifani in un momento particolare della storia di Villabate. In quegli anni il clan Mandalà aveva appena vinto la guerra di mafia con i Montalto che avevano guidato il mandamento fino ad allora. Il piano regolatore del 1993 era figlio della vecchia mafia e per questa ragione i Mandalà volevano modificarlo.

Il sindaco Giuseppe Navetta era espressione della famiglia Mandalà, capeggiata dal vecchio Antonino (poi arrestato nel 1998 e condannato per mafia e riarrestato e ora scarcerato) e dal figlio Nicola (arrestato nel 2006 quando era diventato il braccio destro diProvenzano). Nicola Mandalà era amico fraterno di Campanella che divenne presidente del consiglio comunale di quella giunta, nonostante fosse stato eletto con la lista legata ai Montalto. Quando parlo del piano regolatore, del ruolo di Schifani e dei rapporti con Nino Mandalà, sostiene Campanella, in parte sono testimone diretto e in parte riferisco le cose che mi raccontò Nino Mandalà. Che non era uno che passava lì per caso ma era il vero dominus della maggioranza e del clan.

Schifani scopre di essere stato scelto come consulente del comune nello studio di La Loggia alla presenza del sindaco Navetta e proprio di Mandalà. Il boss sosteneva di avere puntato su La Loggia e Schifani perché erano stati suoi soci e avevano partecipato al suo matrimonio. Il presidente ha confermato queste due circostanze riducendone però la portata. Fino al 1998, Antonino Mandalà era un dirigente provinciale di Forza Italia incensurato e sia la sua partecipazione (con una quota minima) alla società Sicula Brokers sia la presenza al matrimonio risalivano al 1980-1981 quando Schifani era un giovane legale dello studio La Loggia. Secondo Campanella, però Mandalà gli raccontava che ci furono diverse riunioni nello studio Schifani alla presenza di Mandalà proprio per il piano regolatore. Nell’estate del 1995 la Regione Sicilia, secondo il pentito, chiede al comune di Villabate le sue controdeduzioni. A quel punto si tiene un consiglio comunale al quale partecipa anche l’avvocato Schifani come consulente. L’avvocato Schifani, sempre secondo il racconto di Mandalà riferito ai pm da Campanella, si interessò anche di altre modifiche al piano regolatore. Mandalà avrebbe ottenuto dall’avvocato Schifani preziosi consigli per risolvere un paio di problemi: il centro storico e i terreni delle cooperative edilizie.

La Regione aveva chiesto al comune di creare una zona A tutelata come centro storico. Mandalà aveva i suoi interessi in quell’ area e – racconta sempre Campanella ai pm – fu proprio l’anziano capofamiglia a preparare le controdeduzioni con l’aiuto di Schifani per limitare i danni della zona A. Mentre della questione della localizzazione delle cooperative edilizie, Campanella racconta di aver parlato in prima persona con Schifani.

In fondo l’avvocato del comune era pagato per fare il consulente. Il problema sorgerebbe se fosse mai provata la sua consapevolezza di fare gli interessi di Antonino Mandalà, in qualità di mafioso. E anche Campanella ammette con i pm di Firenze di non essere certo che il presidente del senato fosse consapevole della caratura mafiosa del suo vecchio ex socio. Al collaboratore di giustizia preme un altro aspetto: Schifani non ha detto tutta la verità nella sua testimonianza a Firenze. Il presidente del senato – a differenza di quello che ha detto ai pm – secondo Campanella, fu interessato da subito da Mandalà di tutte le questioni che riguardavano il piano regolatore di Villabate e si occupò delle varianti fino al maggio 1996 quando si candidò al Senato e lasciò l’incarico.

Marco Lillo (da Il Fatto Quotidiano del 19 agosto 2010)

Primi e secondi Fini – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Primi e secondi Fini – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Ci vorrebbe il candore di un bambino, come nella fiaba del re nudo, per strillare: “Che ce ne frega dell’alloggio di 65 metri quadri a Montecarlo venduto da An e abitato dal fratello della compagna di Fini?”. Non ce ne frega niente perché riguarda una bega privata tra gli eredi della contessa Annamaria Colleoni che lo donò ad An che lo vendette a due off-shore che lo affittarono a Giancarlo Tulliani (da privato a privato a privato a privato). Perchè non investe un solo euro di denaro pubblico. E perchè a menarne scandalo sono il partito e i giornali di un tizio, incidentalmente presidente del Consiglio, indagato per aver minacciato un’organismo pubblico (l’Agcom) affinchè chiudesse trasmissioni a lui sgradite e imputato per gravissimi reati contro l’interesse pubblico: corruzione giudiziaria di un testimone, frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita. L’unico pallido motivo d’interesse pubblico nel “caso Fini” è l’accusa, mossa ai vertici di An, di aver tradito le ultime volontà della contessa Colleoni, che aveva lasciato i suoi beni (compreso un gatto) al partito per sostenerne “la buona battaglia”.

La vicenda ricorda, per sommi capi, quella del Bosco di Gioia, la rara e antica area verde sopravvissuta nel Parco Sempione alla cementificazione di Milano e donata nel 1964 da una nobildonna, Giuditta Sommaruga, all’Ospedale Maggiore. Ma a una condizione: che “non venga venduta né data in affitto, ma sia mantenuta fra le proprietà dell’Ospedale Maggiore, non solo ma venga bensì destinata ed adibita a scopi ospitalieri… per lenire le sofferenze dell’umanità”. L’ospedale pubblico, poi divenuto Niguarda, accettò l’eredità, ma poi tradì le ultime volontà della donatrice vendendo i terreni nel 1983 con la complicità della Regione Lombardia. Che in seguito decise di costruirvi un grattacielo di 160 metri, una cosina sobria da 400 milioni destinata a ospitare la sua nuova sede: una moderna piramide non di Cheope, ma di Roberto Formigoni, a imperitura memoria del Celeste governatore del Pdl. Così, per non disturbare il capolavoro, vennero rase al suolo le 200 piante del Bosco di Gioia, 12 mila metri quadri di area verde.

Contro lo scempio ambientale insorsero 15.500 abitanti del quartiere e vari comitati spontanei animati da Verdi, Milly Moratti, Dario Fo, Beppe Grillo e Rocco Tanica (il tastierista del gruppo Elio e le storie tese che ha dedicato al fattaccio la canzone- invettiva Parco Sempione). Ma fu tutto inutile.Oggi al posto degli alberi c’è un gigantesco cantiere, l’ennesima colata di cemento. Ma nessuno, a parte Report, ha mai denunciato lo scandalo su scala nazionale. Forse perché questo, diversamente dall’eredità Colleoni, riguarda denari, poteri, enti e interessi pubblici.O forse perché Formigoni è amico di Berlusconi. O forse perché gli alberi non posseggono tv né giornali. O forse perché non c’è di mezzo Fini. O forse per tutti questi motivi insieme.

Blog di Beppe Grillo – Processo per l’Iraq

Blog di Beppe Grillo – Processo per l’Iraq.

Oggi, 18 agosto 2010, un attentato in Iraq, a Baghdad, una bomba in un’autocisterna, 8 morti e 50 feriti. Ieri, 17 agosto 2010, un attentato suicida in Iraq, 59 morti e 125 feriti in un centro di addestramento militare. Giorno dopo giorno, attentato dopo attentato, in Iraq si continua a morire nonostante le elezioni del 2005 salutate in Occidente come un miracolo di esportazione della democrazia. Il 20 marzo 2003 una coalizione guidata dagli Stati Uniti invadeva l’Iraq, l’Italia di Berlusconi aderì entusiasta come in seguito quella di Prodi. George Bush cercava le armi di distruzione di massa. Non le trovò per il semplice motivo che non esistevano. Ottenne il controllo dell’Iraq e di un’area strategica per il petrolio al cui domino medio orientale manca solo l’Iran.
Il conto di questa guerra che può essere paragonata a Sebrenica, una strage contro l’umanità, e il cui responsabile, George Bush, dovrebbe essere giudicato da un tribunale internazionale, è di 106.000 morti solo tra i civili. Un massacro senza interruzioni come documentato dal sito Iraq Body Count. I morti per bombe e attacchi suicidi, dopo un rallentamento, non accennano a diminuire, nel 2010 sono morte in media 6,5 persone al giorno, nel 2004, secondo anno di occupazione, erano 5,2.
Quest’anno il parlamento serbo ha approvato una risoluzione di condanna del massacro di Sebrenica chiedendo scusa per le vittime. Il Congresso degli Stati Uniti e i Parlamenti delle forze che hanno illegittimamente occupato l’Iraq, inclusa l’Italia, dovrebbero fare lo stesso. Chiedere ufficialmente scusa, almeno questo! Si discute se costruire una moschea a Ground Zero, Obama non si è opposto, sembra che i leader musulmani abbiano comunque rinunciato. In Iraq ci sono decine, centinaia di Ground Zero, da Falluja con i civili bruciati vivi dalle bombe al fosforo bianco a Abu Ghraib, moderna imitazione dei lager. Nessuno pagherà per questo. I vincitori non si fanno mai processare.

Sarò onesto, Cossiga non mi mancherà | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Sarò onesto, Cossiga non mi mancherà | Il Fatto Quotidiano.

di Nando Dalla Chiesa

Certo non si porterà nell’aldilà solo i segreti veri di questa Repubblica. Si porterà anche i segreti da lui inventati, le trame inesistenti fatte intravedere, le panzane spacciate per misteri

Sarò onesto: non mi mancherà. Guai se la pietà per la morte offuscasse la memoria e il giudizio che la memoria (viva, ben viva) porta con sé. Non esisterebbe più la storia. E dunque, parlando di Francesco Cossiga, rifiuterò il metodo che gli fu alla fine più congeniale: quello di ricordare i morti diffamandoli, dicendo di loro cose dalle quali non potevano difendersi. Fidando nel fatto che i familiari una cosa sapevano con certezza: che se avessero osato replicargli lui avrebbe inventato altri episodi sconvenienti ancora e poi li avrebbe dileggiati, forte della sua passata carica istituzionale e della compiaciuta docilità con cui la stampa ospitava ogni sua calunnia. Fece così con Moro, con Berlinguer, con il generale dalla Chiesa. Fece così con altri. Era nato d’altronde un autentico genere giornalistico, l’intervista a Cossiga, che consisteva nel mettergli davanti un microfono o un taccuino e ospitare senza fiatare le sue allusioni, le sue bugie.

Da trasformare in rivelazioni storiche, provenienti dal loro unico e inesauribile depositario. Mi atterrò dunque ai fatti che tutti possono pubblicamente controllare. Perché ai tempi fui tra parlamentari che ne chiesero l’impeachement, anzitutto. Perché io il sistema politico di allora, quello che chiamavo il regime della corruzione, lo volevo cambiare per davvero. Ma per renderlo conforme alla Costituzione e a un decente senso delle istituzioni. Perciò mi scandalizzavo nel vedere un capo dello Stato giocare soddisfatto al picconatore, conducendo una massiccia attività di diseducazione civica. Quando poi Cossiga si mise alla testa della lotta contro i giudici, minacciando, lui presidente del Csm, di farlo presidiare militarmente dai carabinieri avvalendosi delle sue prerogative di Capo supremo delle Forze armate, pensai che la misura era colma. Che l’uomo esprimeva una cultura golpista e che era nella posizione istituzionale per tradurla in realtà politica.

Le chiavi di casa e i giudici ragazzini
Perché titolai la storia di Rosario Livatino “Il giudice ragazzino”. Esattamente in polemica con lui, che delegittimava i giovani magistrati che in Sicilia sfidavano la mafia. A questi giudici ragazzini non affiderei neanche le chiavi di una casa di campagna, aveva detto. E Livatino, morto a trentotto anni, aveva compiuto le sue prime coraggiosissime inchieste quando di anni ne aveva ventotto. Avevo imparato dai racconti di mio padre che quando si ha a che fare con la mafia chi ha un grado superiore protegge chi sta sul posto, ci passeggia insieme in piazza perché tutti capiscano. Che non è solo, che ha dietro lo Stato. Lui, capo dei magistrati, aveva invece umiliato sprezzantemente proprio i giudici più esposti negli anni della mattanza. Perchémi astenni, unico nel centrosinistra, sulla fiducia al primo governo D’Alema. Non per oltranzismo ulivista, ma perché non ero certo entrato in parlamento per fare un governo con Cossiga e con ciò che lui rappresentava nella vita del paese e nella mia vita personale. Il testo dell’intervento pronunciato in quell’occasione è agli atti. Allora mi valse richieste di interruzione da sinistra e qualche stretta di mano (tra cui quella di Gianfranco Fini). Perché l’ho spesso citato – ma non quanto avrei voluto – nei libri, negli articoli o negli interventi che avevano per oggetto la vicenda di mio padre.


Veleni attorno a un sacrificio

Perché ho sempre trovato maramaldo quello spargergli veleno intorno dopo il suo sacrificio. Non ho mai capito se fosse il seguito dell’isolamento che il sistema aveva inflitto al prefetto dopo l’ annuncio che sarebbe andato in Sicilia per combattere la mafia per davvero. Ricordo però con certezza che Cossiga iniziò a colpirne l’immagine in vista del maxiprocesso presentandolo con naturalezza come iscritto alla P2. I giudici che avevano indagato a Castiglion Fibocchi, Gherardo Colombo e Giuliano Turone, mi garantirono che loro nella lista quel nome non l’avevano trovato. Lui insisté contro ogni atto giudiziario e parlamentare (della storia ho reso i particolari su “In nome del popolo italiano”, biografia postuma di mio padre, nel 1997). Finché anni dopo ancora raccontò la sua pazzesca verità: per proteggere mio padre Colombo e Turone, giudici felloni, avevano strappato un foglio dall’elenco. Non smise mai di raccontarlo. Così come, per sminuire il lavoro di Giancarlo Caselli e di mio padre contro il terrorismo, sostenne un giorno, poco dopo l’avviso di garanzia per Andreotti a Palermo, che il vero merito del pentimento di Patrizio Peci fosse di un maresciallo delle guardie carcerarie di Cuneo. Costui venne da lì lanciato pubblicamente in orbita giornalistica e televisiva per seminare nuove e inverosimili calunnie su mio padre, alcune delle quali si sono ormai purtroppo depositate negli atti giudiziari (tra i quali rimane però anche, a Palermo, il testo della controaudizione da me richiesta).

Altro verrebbe da dire, dalla memoria di Giorgiana Masi uccisa in quella famigerata manifestazione del ‘77 zeppa di infiltrati in armi, al contrasto avuto con lui in Senato, dai banchi della Margherita, sui fatti della Diaz, che lui, sedicente garantista, avallò senza scrupoli. Come e più che con Giovanni Leone, che non ebbe comunque le sue colpe, avremo probabilmente un mieloso coro di elogi. Poiché l’uomo ha incarnato alla perfezione la qualità media della nostra politica questo è assolutamente naturale. Certo non si porterà nell’aldilà solo i segreti veri di questa Repubblica. Si porterà anche i segreti da lui inventati, le trame inesistenti fatte intravedere, le panzane spacciate per misteri. Riposi in pace, e che nessuno faccia a lui i torti che lui fece alle vittime della Repubblica.

Cossiga, il clown assassino | Il blog di Daniele Martinelli

Fonte: Cossiga, il clown assassino | Il blog di Daniele Martinelli.

Maria Fida Moro: “Cossiga è il responsabile della morte di mio padre”.

Il senatore a vita ed ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga se ne è finalmente andato all’età di 82 anni. Assieme al corpo la morte di Cossiga seppellirà un torbido impostore, uno spietato e bieco massone, un eversore golpista corrotto nell’animo camuffato da cattolico, che ha coronato la sua arricchita vita da politico grazie a 50 anni di silenzi e omertà sulle più sanguinose stragi di Stato, culminate col suo ruolo di presidente del Consiglio durante i giorni del sequestro Moro, nel 1978.
Ero bambino, ricordo i servizi in bianco e nero che la tivù di regime trasmetteva nei telegiornali. Intravedevo nell’immagine dell’ancora giovane Cossiga una tracotante baldanza nelle sembianze di un uomo a forma di armadio blindato, dietro il quale si celavano, soffocate da una patina isolante, le urla di disperazione dei martiri della patria, quelli sì, veri servitori dello Stato, torturati e uccisi perché testimoni di un ideale politico espresso da una corposa fetta di cittadini italiani che esprimevano nell’urna tramite il voto il loro unico frammento di libertà.
Con Francesco Cossiga scompare un lurido sarcofago debordante di scheletri dalle ossa rotte a mo’ di picconate, che ha stazionato nei palazzi del potere assieme al prescritto per mafia Giulio Andreotti (qualcuno sa se sia ancora vivo?) alleati di una generazione di terroristi impegnati nel proteggere il segreto di Stato sotto le mentite spoglie di Paese democratico.

Un servitore della mafia prima che dello Stato, e della Loggia P2 prima che degli italiani onesti, Cossiga da ministro dell’Interno fu un autentico guru nel pilotare l’Italia verso il loro regime. Fu lui a guidare e nominare la cricca di piduisti nei gangli del potere e del controllo degli apparati di sicurezza dello Stato italiano, appositamente per depistare le indagini sul sequestro Moro. Dagli ex generali Giuseppe Santovito nel Sismi e Giulio Grassini nel Sisde, a Walter Pelosi nel Cesi e Raffaele Giudice al vertice della Guardia di Finanza. Da Pietro Musumeci capo dell’ufficio “Controllo e sicurezza” agli ex colonnelli Giuseppe Belmonte, Elio Cioppa, Domenico Scoppio dirigente del Sios (servizio informazioni dell’Esercito), Sergio Di Donato (addetto alla gestione fondi), Antonio Romano (addetto alla sicurezza) fino all’ex capitano dei Carabinieri Vincenzo Rizzuti, è grazie al loro operato se Aldo Moro non fu mai ritrovato vivo.

Il Viminale di Cossiga, subito dopo la strage del rapimento in Via Fani, incrementò la ragnatela della P2 ingaggiando in qualità di esperti gli iscritti Federico Umberto D’Amato e lo psichiatra Franco Ferracuti (uomini di fiducia della Cia) il prefetto Fernando Guccione (a capo della “cossighiana” Sala direzione globale) l’ammiraglio Antonio Geraci a capo del Sios Marina (la maggior infiltrata nella P2) e Steve Pieczenik, uomo di fiducia del Segretario di Stato americano Henry Kissinger che da tempo lamentava le simpatie per i comunisti da parte delle alleate Francia e Italia tramite Aldo Moro.
All’indomani del ritrovamento del cadavere di Moro, Cossiga si dimise dal Viminale con un comunicato che celava con cinica chiarezza la copertura offerta alla banda piduista vincitrice occulta sulla resa dello Stato. La P2 mantenne il controllo dei servizi segreti e pilotò le indagini sul sequestro e l’uccisione dello statista democristiano rendendole inconcludenti.

Cossiga mentì ai magistrati dicendo di aver conosciuto Gelli dopo la tragedia Moro tramite il segretario di Donat Cattin, Ilio Giasolli, ma Gelli al contrario, dichiarò di aver conosciuto Cossiga nel 1972. Per il suo contributo di alleato con la malavita piduista che ancora oggi governa l’Italia, Francesco Cossiga tornò alla ribalta a Palazzo Chigi guidando ben 2 governi, il primo nel 1980 tripartitico in cui diventarono ministri i piduisti Adolfo Sarti alla Difesa e Gaetano Stammati al commercio estero. Nel secondo governo dello stesso anno (settembre) Sarti finì all’Istruzione lasciando il posto alla Difesa al massone Lelio Lagorio, e al compagno di merende Enrico Manca il Ministero del commercio estero (successivamente nominato direttore della Rai).

E’ grazie a quelle nomine eversive di Francesco Cossiga se la Loggia P2 ha impiantato le radici in Italia e spianato la strada alla cricca di Berlusconi. Per questo Francesco Cossiga fu premiato con un settennato da presidente della Repubblica delle banane. Stimato dai piduisti Berlusconi e Cicchitto, riverito da terroristi e brigatisti per il suo impegno portato avanti fino al 2008 nel cercare di liberarli tutti con un’amnistia, assieme a spie ed eversori dell’ordine democratico commessi contro lo Stato italiano, si è recentemente speso “cercando di sistemare un parente in Rai“, ossia nominare direttruce del Tg3 sua nipote Bianca Berlinguer e tentato di convincere il direttore di Rai2 Mauro Masi ad affiancare un antagonista a Marco Travaglio in Annozero per “normalizzare” il programma. Fervente sostenitore dell’esame psicoattitudinale per i magistrati, Francesco Cossiga è morto con la pensione di Tenente colonnello a libro paga degli italioti senza aver mai svolto un giorno di servizio militare, grazie a una legge fascista di Mussolini.

Ricorderemo Cossiga per essere stato un dannoso, pericoloso e sovversivo massone che si porta nella bara i segreti delle più orrende stragi di Stato, per le quali ceninaia di famiglie italiane hanno versato litri di lacrime senza avere mai avuto giustizia: Bologna, Ustica, Italicus, delitti Pecorelli e Calvi, intrecci criminali tra Sindona e la banca vaticana, le stragi Falcone e Borsellino, con Cossiga muore uno dei più efferrati traditori della democrazia in giacca e cravatta che, tra una picconata e un invito a legnare a sangue gli studenti in piazza, è riuscito a tacere su quelle orrende pagine della storia italiana fino all’ultimo. Senza mai recarsi da un magistrato a denunciare ciò che sapeva, Cossiga contende all’eroe Vittorio Mangano il podio di icona del presidente del consiglio dei piduisti attuale, che ha prostrato in ginocchio - anche oggi - giornali e tivù in un unico coro stonato concentrato sulle 4 lettere indirizzate alle alte cariche intrise di fandonie populiste, degne da Repubblica delle banane. A prova di bombe che io ricorderò con 4 lettere di altro tenore: M.O.R.O.

Ecco, da ateo, rimpiango che non esista un inferno in cui possa ardere Francesco Cossiga assieme ai papi e ai porporati che oggi lo riveriscono

Piero Ricca » Francesco Cossiga

Io mi chiedo ancora perché dopo una dichiarazione del genere Cossiga non sia stato processato per istigazione a delinquere…

Fonte: Piero Ricca » Francesco Cossiga.

Il grande uomo di Stato, tutto dedito alla salute della Res Publica, ci ha lasciati. Così viene celebrato. Lo ricorderemo tutti con queste parole di saggezza, che ispireranno generazioni di ministri dell’interno.

“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni. Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì”.

Antimafia a due velocità

Fonte: Antimafia a due velocità.

Il pm Antonio Ingroia: “Occhio ai trionfalismi. Sulle contaminazioni con la politica vittoria lontana”

I Ministri dell’Interno e della Giustizia da Palermo, al termine del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, fanno il bilancio degli ultimi due anni di lotta alla criminalità organizzata, concludendo che il governo Berlusconi ha ottenuto risultati mai raggiunti prima. Fiore all’occhiello, come sottolinea Maroni la confisca dei patrimoni mafiosi a cui si debbono aggiungere gli 800 milioni confiscati nei giorni scorsi a all’ex re della sanità privata in Sicilia, Michele Aiello, condannato a 15 anni e 6 mesi in appello come regista della rete di “talpe” alla Dda di Palermo. Ovviamente neppure una parola su chi siede in Parlamento nonostante sia stato condannato in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.

Dottor Ingroia, leggere tutti questi successi in termine di lotta alla mafia non può che farle piacere.
Premessa doverosa: non tocca a me assegnare pagelle a questo o a quel governo. Dico che è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare e riconoscere che i meriti di tali successi vanno riconosciuti alle forze di polizia e alla magistratura, visto che non credo che il merito della cattura dei latitanti si possa attribuire al governo di turno, sia esso di centrodestra o di centrosinistra. Auspicherei altresì una maggiore coerenza.

Si spieghi.
Dico che di questa magistratura occorrerebbe ricordarsi sempre, anche quando quegli stessi magistrati si occupano di indagini che non riguardano solo la mafia militare, ma toccano i piani alti dove mafia e politica coabitano. Se ci abbandoniamo a facili trionfalismi commetteremmo un imperdonabile errore, lo stesso commesso altre volte. Si pensi al trionfalismo per gli arresti del maxi-processo, la più grande operazione della storia. Ma anche da quella batosta Cosa Nostra ha saputo riemergere. Eppure venne utilizzata dalla politica per far credere che la mafia era stata sconfitta. E non a caso quella stessa politica fu pronta a criticare Falcone nella stagione successiva, quando vennero toccati i santuari della politica e dell’economia siciliana. Noto molti punti di contatto tra ciò che accadde allora e ciò che si vede oggi.

Come dire: non sminuire i risultati e nel contempo evitare di consegnare all’opinione pubblica l’illusione che colpendo la mafia militare il problema è prossimo alla soluzione?
Dispiace dover registrare il ripetersi dello stesso errore: percepire la mafia come un problema di ordine pubblico, non vedendo l’altra faccia della mafia, la sua rete di relazioni dentro la nostra società, che coinvolge e condiziona politica ed economia. E sul fronte della contaminazione dell’economia e della politica non mi pare che si possa cantare vittoria. Siamo molto più indietro. Come diceva Borsellino, il nodo della lotta alla mafia è essenzialmente politico, e dunque se si continua ad affrontarlo sul fronte del regime carcerario e della cattura dei latitanti, senza tenere conto della capacità del fenomeno mafioso di rinnovarsi, valutando con adeguata preoccupazione i casi di collusione con la politica la mafia non la sconfiggeremo mai.

Ne consegue che la mafia sarà sconfitta quando vi sarà una ferma chiara e trasversale volontà di spezzare il suo legame con la politica?
L’avremo sconfitta quando non avrà più nessuna capacità di sostituire i quadri arrestati. Quando l’avremo privata della capacità di rimpiazzare gli uomini arrestati e di mantenere quella capacità di condizionamento dell’economia e della politica, emersa in questi ultimi tempi dalle indagini di tante procure.

Ma Alfano ha parlato anche di una efficace legislazione antimafia come il codice antimafia varato dal Senato dimenticando ma forse si è trattato di una svista del ddl sulle intercettazioni pronto per essere votato…
L’approvazione del codice antimafia è una buona notizia. Un tema affrontato per la prima volta 13 anni fa dal Governo Prodi (Ministro della Giustizia Flick), ma che nessun Governo è stato in grado di portare in fondo. E quindi un importante passo avanti, ma anche un’occasione perduta per intervenire adeguando l’art 416 ter che oggi punisce solo il politico che in cambio dei voti mafiosi offre soldi e non quello che offre appalti o altri favori.

E magari anche affrontare la questione morale introducendo la responsabilità politica senza attendere le sentenze definitive. Concorda?
Non c’è dubbio che se si vogliono fare svolte sostanziali occorre che la politica cominci a fare un passo in avanti in questo senso e non passi indietro.

E’ pericoloso dare messaggi contraddittori: da un lato il codice antimafia, dall’altro il ddl sulle intercettazioni e lo stop al sistema di protezione per Spatuzza…
Il rischio è reale: al di là di ciò che si dice, l’attuale impegno è a senso unico: colpire la mafia militare e trascurare il rapporto mafia-politica, dimenticare la mafia dei colletti bianchi. I magistrati sono bravi quando arrestano i latitanti, ma ci si prepara a togliere loro strumenti indispensabili, da un lato, con il ddl sulle intercettazioni e, dall’altro, con la riforma del codice di procedura penale che toglie al pm il potere di iniziativa investigativa. Ci aspettiamo atti di coraggio politico, ad esempio raccogliendo l’invito di Agnese Borsellino di dare la possibilità agli uomini di mafia di dire tutto quello che sanno sulle stragi. Con un caso, come quello di Spatuzza, che sta consentendo di scoprire cosa davvero è accaduto in via D’Amelio, si rischia invece di mettere il bavaglio ai collaboratori di giustizia. C’è qualcosa che non funziona. Chiamiamoli inconvenienti per non dire peggio. Perché non cambiare allora la legge sui pentiti?

Sandra Amurri
da
Ilfattoquotidiano.it

La mafia che gocciola dai polsini del Re

Fonte: La mafia che gocciola dai polsini del Re.

La notizia dei 100 milioni versati da Silvio Berlusconi alla mafia secondo il foglio dattiloscritto e controfirmato da Vito Ciancimino secondo quanto scritto da Felice Cavallaro sul Corriere della Sera sarebbe una notizia solo in un Paese con la memoria andata in prescrizione dove un Governo ricattabile gioca a confondere i fatti con le opinioni, e a curare il cancro delle mafie con i cerotti. Quindi è una notizia.

Eppure, nell’Italia dell’informazione trasformata in vassoio per raccogliere le bave del re, l’ultima rivelazione di Massimo Ciancimino (e, per la prima volta, di sua madre Epifania Scardino) è passata come una brezza di ferragosto perfettamente inscatolata tra i “complotti” e le “invenzioni” che sono la ciclica difesa del fedele Ghedini a tutela servile del premier. Non importa nemmeno che l’anziana moglie di Don Vito dica «Si, mio marito incontrava negli anni Settanta Berlusconi a Milano… Ma alla fine si sentì tradito dal Cavaliere…». Eppure di un assegno di 25 milioni dato dal Cavaliere ai Ciancimino se ne parla ormai da sei anni, dopo un’intercettazione in cui il figlio Massimo parla della regalìa berlusconiana alla sorella dichiarando di avere ricevuto quei soldi direttamente dalle mani di Pino Lipari. Sarebbe una notizia, in un Paese normale. In questo ferragosto di battibecchi e divorzi è diventata invece una voce di corridoio.

O forse non è una notizia perché la memoria non si è appassita come qualcuno vorrebbe e ci si ricorda che nel processo Dell’Utri si legge che ogni anno arrivavano milioni in regalo direttamente da Arcore. Dichiarazioni di più pentiti ma (poiché il cecchino Feltri ci insegna che solo la “carta canta”) anche ben documentati: durante le indagini negli anni novanta sulla famiglia mafiosa di San Lorenzo infatti si ritrova un appunto nel libro mastro del pizzo che dice “Can 5 5milioni reg”. O forse ci si ricorda perfettamente che i fratelli Graviano furono spediti a Milano a partire dal ’92 dove “avevano contatti importanti” e dove incontrarono più volte anche Marcellino Dell’Utri. Lo dice il pentito Gaspare Spatuzza ma (siccome vi diranno che Spatuzza non è credibile e i pentiti non possono deviare il corso della politica) lo dice anche l’ex funzionario della DC Tullio Cannella, politico per nulla pentito. E ci si ricorda che Gaetano Cinà, uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), visitava spesso gli uffici di Milano 2 e l’ex fattore di Arcore Vittorio Mangano sia un condannato mafioso con il tratto per niente eroico della vile omertà.

Nonostante il premier si affanni a scrivere pizzini a Cicchitto in cui gli raccomanda in Aula di parlare di mafia (avendo già altri nel partito che si occupano a parlare “con la mafia”), nonostante anche nel centrosinistra qualcuno insista per scambiare la mafia come sceneggiatura buona per le fiction piuttosto che cancro delle istituzioni, oggi Cosa Nostra può guardare dall’alto i frutti della propria strategia di tensione e poi cooperazione con le istituzioni: tra il ’95 e il 2001 sono state approvate alcune leggi che sono fatti, mica opinioni. Sono state chiuse le carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara. Con la scusa della privacy si è imposta la distruzione dei tabulati telefonici più vecchi di cinque anni. In modo bipartisan è stata riformata la legge sui collaboratori di giustizia con il risultato di una diminuzione sensibile dei pentiti (calpestando il modello di Falcone e Borsellino). Si è pressoché smantellato il 41 bis e con la riforma del “giusto” processo si è concessa la facoltà di non rispondere, elevando l’omertà ad un (eroico) diritto di stato. Alcuni parlamentari hanno anche provato a parlare di “dissociazione” mafiosa. Il ministro Alfano ha proposto una riforma che consentirebbe alle difese di chiamare in tribunale un numero illimitato di testimoni, per ingolfare ancora meglio la palude dei processi. L’onorevole Gaetano Pecorella ha proposto il ricorso alla Convenzione Europea per la revisione dei processi (guarda caso, idea del vecchio Vito Ciancimino per annullare la sentenza del maxi processo di Palermo). Sempre ricalcando l’idea del vecchio boss Don Vito la Lega propone l’elezione dei giudici. Ad abbattere le difficoltà del riciclaggio ci ha pensato lo “scudo fiscale”.

Cosa dobbiamo aspettare perché sia un diritto (e soprattuto un dovere) raccontare e dire del rapporto adultero tra le mafie e questa Seconda Repubblica? Quando si riuscirà a gridare che il marcio di questo Stato sta uscendo dai polsini dei nostri governanti?

Mafia é mafia. Senza sinonimi, senza moderazioni.

Giulio Cavalli
da: www.giuliocavalli.net

Gli elettori dei Ladri – Passaparola – Voglio Scendere

Fonte: Gli elettori dei Ladri – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, si avvicina la ripresa delle attività, questo è il penultimo Passaparola registrato prima delle vacanze, credo che questi Passaparola così un po’ a volo pindarico ci aiutino a guardare un po’ più dall’alto la nostra realtà e magari a capire meglio quello che succede.

Tutti i ladri del Presidente

Molto spesso ci sono commentatori che non è che non capiscono quello che succede, fanno finta di non capire quello che succede, pensate soltanto a quanta ipocrisia intorno alle leggi vergogna, quanti paraculi ci hanno raccontato che le leggi vergogna con qualche aggiustamento, con qualche emendamento possono funzionare e quanti altri dicono: ma perché Berlusconi continua a occuparsi di queste faccende, della giustizia quando c’è un paese in crisi profonda, non si sa quante imprese riapriranno i battenti dopo l’estate, quanta gente perderà ancora il lavoro, quanto crollerà ancora il reddito degli italiani e lui si occupa soltanto di queste cose?

Ma è il suo dovere, la sua missione, è entrato in politica per quello, non è mica entrato in politica per risolvere gli affari nostri, è entrato in politica per risolvere gli affari suoi, non solo suoi, ma di un’intera classe dirigente cresciuta e selezionata in questi anni a sua immagine e somiglianza o da lui o comunque secondo criteri simili ai suoi che ha un disperato bisogno di leggi per impedire i processi, le indagini, le intercettazioni, la libertà di stampa, perché? Perché hanno una tale montagna di merda da nascondere che se venisse fuori in aule di giustizia o sugli organi di informazione, non potrebbero più restare nei posti dove sono. Qualche tempo fa per il fatto mi sono divertito proprio a fare una specie di lista della spesa della nostra classe dirigente, di quelli che sono nelle posizioni di vertice, ci si rende conto che è sembra il museo Lombroso di Torino, dove ci sono questi cranietti in forma Aldeide, facce e crani che costituiscono reati soltanto a vederli, anche senza sapere cosa hanno fatto, andiamo a vedere un po’ quelli che comandano in Italia come sono messi e poi capiremo, secondo me molto meglio, perché fino a quando non verrà giù tutto questo sistema, questa classe dirigente, il Parlamento non potrà fare altro che occuparsi di bloccare continuamente iniziative della Magistratura e quel pochissimo che resta della libertà di stampa, intanto abbiamo il Presidente del Consiglio che sappiamo che razza di personaggino è, la sfangata in una quindicina di processi, ora per amnistia, ora per prescrizione del reato spesso propiziata dalla legge ex Cirielli che aveva fatto lui, per avere depenalizzato il suo reato di falso in bilancio, per insufficienza di prove, quasi mai perché è stato ritenuto innocente e in più ha dei processi in corso, ne ha tre a Milano, Mediaset e Media Trade per appropriazione indebita, falso in bilancio e evasione a fiscale, poi ne ha uno a Milano per corruzione in atti giudiziari, il processo Mills, quest’ultimo è già stato ritenuto colpevole fino in Cassazione, reato alla fine prescritto, Berlusconi non ha ancora avuto la prescrizione perché i tempi per lui sono stati congelati nell’anno e mezzo in cui il processo è rimasto sospeso per il lodo Alfano e poi è stato di nuovo bloccato per illegittimo impedimento, quindi tutto questo tempo morto viene calcolato e aggiunto al termine di prescrizione che ordinariamente sarebbe scaduto nel novembre dell’anno scorso.

Poi c’è l’inchiesta di Trani trasferita in parte a Roma, dove Berlusconi è indagato per minacce a organo dello Stato, all’AgCom per ottenere la multa che avrebbe dato alla RAI il pretesto di chiudere Annozero. Il suo braccio destro, Previti, è un pregiudicato, 7 anni e mezzo di galera definitivi per corruzione giudiziaria, quindi è stato addirittura espulso dal Parlamento, non ci può più rientrare, interdizione perpetua dai pubblici uffici, il suo braccio sinistro, il Marcello Dell’Utri è stato condannato anche in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, aveva già una condanna definitiva a 2 anni e tre mesi per frode fiscale, false fatture cumulate con alcuni patteggiamenti per falso in bilancio per la gestione allegra di Publitalia e le ruberie sui fondi neri di Publitalia, ha un processo in appello che ha bloccato in extremis questa estate con una richiesta di trasferimento di dimissione a altra sede per legittimo sospetto in base alla legge Cirami, una di quelle leggi che il centro-sinistra doveva abolire secondo quello che aveva raccontato, in realtà lasciato in vigore e Dell’Utri l’ha utilizzata per allontanare il momento della sentenza che è abbastanza imminente e quello è il processo dove Dell’Utri è accusato di avere organizzato un complotto di falsi pentiti per calunniare i veri pentiti che sono quelli che accusano lui, ma accusano anche i capimafia in base a quei pentiti sono stati condannati tutti i capi della cupola, non è che sono altri i pentiti e poi ha un altro processo per estorsione mafiosa a Milano, ne abbiamo parlato qualche mese fa, è quello dove Dell’Utri è accusato di fare fatto minacciare dal Boss di Trapani Virga, un imprenditore, Garraffa dal quale Dell’Utri pretendeva in nero 750 milioni di lire come ritorno della metà del valore di una sponsorizzazione che Publitalia aveva procacciato alla squadra di pallacanestro di questo Garraffa, la pallacanestro Trapani. Anche Dell’Utri è ben messo anche perché poi è pure indagato per lo scandalo dell’eolico e della P3. Il coordinatore del partito, uno dei 3 coordinatori nazionali, quello più importante, Denis Verdini è indagato per corruzione nello scandalo dell’eolico e è anche indagato per violazione della legge Anselmi, per avere ricostituito un’associazione segreta e una nuova P2, la P3 insieme a Carboni e a quegli altri galantuomini.

Il vicecoordinatore nazionale Giancarlo Abelli, di Milano, ciellino, ex democristiano già beccato per strane consulente non fatturate ai tempi dello scandalo del Prof. Poggi Longostrevi, è stato di nuovo beccato recentemente nell’inchiesta sulla’‘ndrangheta a Milano, quella del blitz con cui Ilda Boccassini ha fatto arrestare circa 300 ‘ndranghetisti legati a vari uomini politici che volevano mettere le mani su Expo 2015 a Milano e è risultato dalle carte che questo gentiluomo aveva preso voti da alcuni di questi signori. Poi ci sono i Ministri, il Ministro Matteoli è sotto processo per favoreggiamento con l’accusa di avere avvertito l’ex Prefetto di Livorno che c’erano intercettazioni su di lui in un’indagine sugli abusi edilizi all’Isola d’Elba, processo che è stato bloccato dal Parlamento con ogni sorta di artifizi, ho raccontato tutto nel dettaglio nel libro “Ad personam” e poi c’è Fitto, Raffaele Fitto, l’ex governatore della Puglia che è stato rinviato a giudizio, credo già due volte, oppure una in udienza preliminare e l’altra già approdata a rinvio a giudizio per vicende di corruzione, associazione a delinquere, finanziamento illecito, tangenti provenienti, secondo l’accusa dalla famiglia Angelucci, dai re delle cliniche editori di Libero e del Riformista a spese dei contribuenti ovviamente. Poi ci sono altri due Ministri che sono addirittura pregiudicati Maroni lo sappiamo tutti, la leggendaria condanna per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale per avere picchiato dei poliziotti durante la perquisizione a Via Bellerio e Bossi pregiudicato sia per la maxi tangente Enimont, 200 milioni da Carlo Sama e poi finanziamento illecito e poi per istigazione a delinquere per avere detto che bisognava andare a prendere quelli di Alleanza Nazionale casa per casa e fare giustizia e poi altre cose minori come le indagini di Verona sulla costituzione di una banda armata come le Camicie Verdi.

Poi abbiamo i sottosegretari Gianni Letta indagato, salvo notizie contrarie che finora non sono arrivate, però a Lagonegro per lo scandalo degli appalti per il catering dei centri di raccolta per profughi stranieri, Bertolaso indagato per corruzione nello scandalo della protezione civile e degli appalti del G8, Brancher imputato a Milano per i soldi, circa 300 mila Euro che gli avrebbe dato Fiorani per costruire una lobby favorevole al Governatore Fazio e a tutti i furbetti del quartierino, Cosentino e basta la parola, c’è un mandato di cattura che pende sul suo capo ormai da 8/9 mesi per concorso esterno in associazione camorristica, 8 collaboratori del clan dei Casalesi lo indicano come il referente politico di Gomorra.

Il viceMinistro della Giustizia Caliendo, anche lui indagato per la storia della P3, non a caso relatore della norma sulle intercettazioni telefoniche, ex magistrato, anzi forse magistrato in aspettativa, questo meraviglioso governo gode della fiducia e l’ha già ottenuta una trentina di volte in due anni, di un Parlamento che gli somiglia perché il Parlamento italiano conta 24 pregiudicati, salvo errori o omissioni e 90 tra imputati, condannati in primo e secondo grado, prescritti etc.. Anche al Parlamento europeo abbiamo un’eccellente rappresentanza perché abbiamo pregiudicati per finanziamento illecito come Patriciello, di nuovo imputato per storie di malaffare in Molise, Borghezio condannato definitivamente per incendio doloso e Bonsignore condannato per tentata corruzione e poi abbiamo indagati tipo Mastella per quelle belle cose che faceva insieme alla moglie nella sanità e nei posti pubblici della Campania.

Molti sindaci anche sono indagati è il federalismo penale, molti sindaci e molti governatori, la Moratti è indagata per abuso d’ufficio per le consulenze facili concesse al Comune di Milano, è indagata per lo smog e per lo smog a Milano è indagato anche il governatore Formigoni, poi ci sono i sindaci leghisti condannati per razzismo come Tosi definitivamente e Gentilini in primo grado, poi c’è il Sindaco di Salerno, De Luca, ha una sfilza di pendenze, è stato salvato dalla prescrizione nel processo per smaltimento abusivo di rifiuti dopo avere promesso solennemente in cambio della sua candidatura a governatore della Campania che avrebbe rinunciato alla prescrizione, l’ha incassata questa estate e l’ha portata a casa in appello, in primo grado era stato condannato e poi è ancora imputato in due dibattimenti per associazione per delinquere, concussione, truffa, falso e altre simpatiche accuse. Poi c’è Cammarata Diego, il sindaco di Palermo di nuovo piena di immondizia da fare schifo, Cammarata è indagato per abuso d’ufficio. Poi ci sono i governatori, ne abbiamo 6 su 20 indagati, quindi una bella media anche tra di loro, Formigoni l’ho detto, poi c’è Raffaele Lombardo il governatore della Sicilia che è indagato per mafia a Catania e per abuso d’ufficio, poi per avere messo in piedi un ufficio stampa che sembra l’esercito americano tanto è nutrito, tanto paghiamo noi! Scopelliti, il neogovernatore della Calabria era già imputato prima di essere eletto per omissione in atti di ufficio e recentemente è stato beccato a cena con un boss della’‘ ndrangheta . Poi c’è De Filippo il governatore della Basilicata che è ancora indagato per favoreggiamento in un’indagine aperta a Potenza da Woodcock, poi c’è Iorio il governatore del Molise che è indagato per concussione e abuso, poi ci sono gli ex governatori e qui non finiremmo più, abbiamo Del Turco imputato per corruzione in udienza preliminare, abbiamo Cuffaro condannato in appello a 7 anni per favoreggiamento mafioso e adesso è di nuovo udienza preliminare per l’altro processo per concorso esterno in associazione mafiosa, dove i PM hanno addirittura chiesto di condannarlo a 10 anni.

Politica, economia, giornalismo e Chiesa nel Paese di Berlusconi

I vertici della protezione civile sappiamo come sono messi, sono tutti tra l’ora d’aria e i domiciliari, c’è pure un cardinale indagato, il Cardinale Sepe, Vescovo di Napoli che era il capo della propaganda Fide e gestiva il patrimonio immobiliare sterminato del Vaticano, non tanto per raccogliere soldi per i poveri e le missioni, quanto per fare ogni tanto anche qualche favore a gente tipo Lunardi, Bertolaso, Bruno Vespa è un suo inquilino affezionatissimo.E abbiamo anche insigni gentiluomini di Sua Santità come Balducci arrestati e indagati, per i monarchici abbiamo l’erede al trono imputato, Vittorio Emanuele si era detto: ah l’hanno arrestato quei pazzi Woodcock, quelli Potenza, finirà tutto nel nulla, l’inchiesta è passata a Roma e persino Roma, la Procura ha chiesto il suo rinvio a giudizio per associazione per delinquere finalizzata a vari traffici nel mondo del slot machine, proprio una cosa da principe!

I Presidenti emeriti della Cassazione ne abbiamo due che sono uno meglio dell’altro, uno era Mirabelli quello che telefonava con Pasqualino Lombardi, quello della P3 e l’altro è Antonio Baldassarre che qualche anno fa ha capeggiato una cordata per prendere Alitalia e poi si è scoperto che era una cordata di cartapesta, infatti è indagato per millantato credito.

Governatore della Banca d’Italia, quello attuale non ha problemi, il suo predecessori, Fazio è sotto processo per aggiotaggio delle scalate bancarie sia nel caso Unipol, sia nel caso Fiorani Antonveneta, il Gota di Confindustria è una meraviglia a cominciare dalla Presidente Marcegaglia, la cui ditta di famiglia, quella fondata dal famoso Steno Marcegaglia ha patteggiato come azienda per corruzione nello scandalo dell’Enel power a Milano e per di più il padre è stato di nuovo indagato di recente per smaltimento illegale di rifiuti tossici.

Poi c’è il gruppo FIAT – Agnelli che è sotto processo con i suoi supermanager Grande Stevens e Gabetti a Torino per lo scandalo dell’equity swap, anche lì sono reati finanziari ai danni della borsa, dei risparmiatori, la Telecom di Tronchetti è nei guai sempre di più per lo scandalo della security e dello spionaggio di Tavaroli e poi abbiamo grandi ditte, il riciclaggio miliardario di Fastweb, quello di Finmeccanica, la Parmalat, che ancora è sotto processo insieme a una serie di banche italiane e americano che hanno contribuito al crac, l’Unipol, l’Impregilo , pensate lo scandalo dei rifiuti che coinvolge oltre all’Impregilo anche un altro ex governatore celeberrimo, Bassolino, ce lo eravamo dimenticato, abbiamo Ligresti che passa da condanne a indagini in continuazione, abbiamo Geronzi che ha ancora un bel po’ di processi sia per gli scandali della Cirio, sia della Parmalat, abbiamo le forze dell’ ordine e i servizi di sicurezza in grande spolvero, il Sismi di Pollaro e Pompa è sotto processo a Perugia per i dossier illegali accumulati in quell’ufficietto riservato di Via Nazionale a Roma, il Dis (Centro di coordinamento di tutti i servizi segreti capeggiato da Gianni De Gennaro che è stato appena condannato in appello per istigazione alla falsa testimonianza di un funzionario di polizia che doveva stare zitto, coprire le responsabilità dei vertici della Polizia Municipale nel G8 di Genova del 2001 e per quei pestaggi, per quelle sevizie tra torture alla Diaz e torture alla caserma di Bolzaneto abbiamo ben 73 tra dirigenti e agenti di polizia condannati già in appello, nessuno di questi è stato rimosso, nessuno! Chi vogliono rimuovere? Giocacchino Genchi, quello collabora con le procure, mica va a massacrare la gente in giro, quello sì, è stato sospeso e adesso lo vogliono destituire, è già stato sospeso e lo vogliono destituire.

Poi abbiamo l’ex comandante della Guardia di Finanza, il Generale Roberto Speciale condannato in appello per peculato perché si faceva portare le spigole fresche quando andava in alta montagna, arrivava proprio una spigola aviotrasportata a spese nostre, 18 mesi di reclusione in appello, il Comandante in capo attuale del Ros dei Carabinieri, il Generale Ganzer è stato condannato a 14 anni in primo grado dal Tribunale di Milano per traffico internazionale di droga e anche lui gode della fiducia del governo e del Parlamento e ci mancherebbe, con il governo e il Parlamento che abbiamo volete che non abbiano fiducia di uno condannato in primo grado a 14 anni per traffico di droga, ma è un Marocchino che spaccia erba agli un angoli delle strade, è uno serio, è uno che si è beccato 14 anni in primo grado, massima fiducia, rimane al suo posto, combatte la droga con una condanna per traffico di droga.

Il Ros ha una grossa tradizione, perché l’ex capo del Ros, il Generale Mori è imputato insieme al suo braccio destro il Colonnello Obinu per avere mancato o forse per non avere voluto catturare Provenzano nel 1995, quando ce l’avevano lì pronto in un casolare di Mezzojuso e averlo lasciato scorrazzare per un’altra decina di anni, sapete che Provenzano con il suo Maggiolone verde andava addirittura a trovare Vito Ciancimino a Roma e Ciancimino era agli arresti domiciliari, ma quando arrivava Provenzano si voltavano tutti dall’altra parte.

Infine ci siamo noi, che non commettiamo reati e che dovremmo cominciare a domandarci dove abbiamo sbagliato, perché o abbiamo sbagliato noi o hanno sbagliato loro, il problema è che ci sono molte persone oneste che non commettono reati che poi al momento di andare a votare continuano a votare per i ladri, forse sarebbe il caso di smettere, visto che come dimostrano i dati dell’economia che sono sempre peggiori rispetto a quelli del giorno precedente.

Questo sistema fondato sul malaffare, sul crimine del potere, sulla corruzione e su tutti i contorni, non ci conviene proprio dal punto di vista economico e quindi se conoscete qualcuno che vota per dei ladri, ditegli di smettere, passate parola!

ComeDonChisciotte – BOMBARDARE L’ IRAN

Fonte: ComeDonChisciotte – BOMBARDARE L’ IRAN.

DI WILLIAM BLUM
counterpunch.org/

Se affonderanno porteranno il mondo giù con loro

Se e quando gli Stati Uniti ed Israele bombarderanno l’Iran (il che lo renderebbe il fortunato sesto paese preso di mira da Barack Obama) e questo vecchio triste mondo avrà un nuovo horror show da guardare in televisione, e scopriremo poi che l’Iran in realtà non stava costruendo armi nucleari dopo tutto, i media della corrente predominante e l’ottenebrata mente americana chiederà: “Perché mai non ce lo hanno detto? Volevano che li bombardassimo?”

Queste stesse domande erano state poste nel caso dell’Iraq, dopo la scoperta del fatto che Saddam Hussein in realtà non possedeva alcuna arma di distruzione di massa. Comunque, in realtà, prima dell’invasione statunitense, degli ufficiali iracheni avevano affermato chiaramente, in diverse occasioni, che non possedevano armi di quel tipo. Me lo ha ricordato un recente servizio su Hans Blix, ex ispettore capo delle Nazioni Unite in materia di armi, che condusse una fallimentare caccia alle ADM (ndt. abbreviazione per “armi di distruzione di massa”) in Iraq.

La settimana scorsa ha raccontato, nell’ambito dell’inchiesta britannica sull’invasione del marzo 2003, che si è scoperto che quelli che erano “sicuri al 100 per cento che ci fossero armi di distruzione di massa” in Iraq avevano “meno dello zero per cento di conoscenze” riguardo ai presunti nascondigli delle stesse. Egli ha testimoniato di aver avvertito il primo ministro britannico Tony Blair nell’incontro del febbraio 2003 – così come il segretario di stato USA Condoleezza Rice, in colloqui distinti – riguardo al fatto che Hussein non avrebbe avuto armi di distruzione di massa.(1)

Nell’agosto 2002, il vice primo ministro iracheno Tariq Aziz disse al giornalista Dan Rather sulla CBS: “Noi non possediamo alcuna arma nucleare, né biologica, né chimica.” (2)

In dicembre, Aziz dichiarò a Ted Koppel sulla ABC: “Il fatto è che non abbiamo armi di distruzione di massa. Non abbiamo armamenti chimici, biologici o nucleari.” (3)

Lo stesso Hussein disse a Rather nel febbraio 2003: “Questi missili sono stati distrutti. Non ci sono missili vietati dalle disposizioni delle Nazioni Unite [quanto a portata] in Iraq. Non li abbiamo più qui.” (4)

Inoltre, il Gen. Hussein Kamel, ex capo del programma di armi segrete dell’Iraq, e genero di Saddam Hussein, raccontò alle Nazioni Unite nel 1995 che l’Iraq aveva distrutto i missili vietati e le armi chimiche e biologiche appena dopo la Guerra del Golfo. (5)

Ci sono anche altri esempi di ufficiali iracheni che raccontano al mondo dell’inesistenza delle ADM.

Se non vi sono ancora venuti seri dubbi riguardo la devozione dei media della corrente principale ad indagare le premesse e le basi logiche sottostanti la politica estera statunitense, considerate questo: nonostante le due rivelazioni nei programmi di Dan Rather alla CBS, e altre rivelazioni riportate sopra, nel gennaio 2008 abbiamo l’intervista del reporter CBS Scott Pelley all’agente FBI George Piro, che aveva intervistato Saddam Hussein prima della sua esecuzione:

PELLEY: E cosa ti raccontò a proposito del fatto che le sue armi di distruzione di massa erano state distrutte?

PIRO: Mi raccontò che gran parte delle ADM erano state distrutte dagli ispettori ONU negli anni ’90, e quelle che non erano state distrutte dagli ispettori erano state distrutte unilateralmente dall’Iraq.

PELLEY: Aveva ordinato che venissero distrutte?

PIRO: Sì.

PELLEY: Allora perché mantenere il segreto? Perché mettere a rischio la sua nazione? Perché mettere a rischio la sua vita per mantenere la farsa? (6)

Sarebbe cambiato qualcosa se l’amministrazione Bush avesse creduto completamente all’Iraq quando diceva di non avere ADM? Probabilmente no. Ci sono molte prove a sostegno del fatto che Bush sapesse quale fosse la realtà dei fatti, così come Tony Blair. Solo che Saddam Hussein non comprendeva appieno quanto psicopatici fossero i suoi due avversari. Bush era deciso ad annientare l’Iraq, per il bene di Israele, per il controllo del petrolio e per espandere il suo impero, sebbene non sia andato tutto come si aspettava; per qualche strana ragione, sembra che gli iracheni se la siano presa per essere stati bombardati, invasi, occupati e torturati.

Il risultato della politica di Bush riguardo l’Iraq può essere riassunto dicendo che sarebbe difficile citare molti altri esempi storici di una nazione che ne distrugge un’altra così totalmente, annientando e sovvertendo quasi ogni aspetto della loro società e umanità.

Ora Israele spinge Washington a fare lo stesso con l’Iran – non che gli Stati Uniti debbano essere molto spronati – soprattutto perché Israele è deciso a rimanere l’unica potenza nucleare nel Medio Oriente; nonostante l’Iran abbia detto agli Stati Uniti e al mondo intero, molte volte, che non sta costruendo armi nucleari. Ma anche se l’Iran, in realtà, stesse costruendo armi nucleari, dovremmo chiederci: esiste qualche legge internazionale che stabilisce che gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Russia, la Cina, Israele, la Francia, il Pakistan e l’India sono autorizzati ad avere armi nucleari, ma l’Iran non lo è? Se gli Stati Uniti avessero saputo che i giapponesi possedevano bombe atomiche, Hiroshima e Nagasaki sarebbero state distrutte? USraele crede che non ci sia ancora abbastanza orrore e sofferenza nel mondo ?

In quello che potrebbe essere parte dei preparativi per l’aggressione dell’Iran, 47 membri della Camera dei Rappresentati hanno recentemente proposto una risoluzione non vincolante in cui si dichiara che l’Iran è “una minaccia immediata ed esistenziale per lo Stato di Israele”. Per illustrare questa minaccia, la risoluzione cita il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che esprime in diverse occasioni opinioni come: “Se Dio vuole, sostenuti dalla forza di Dio, avremo presto un mondo senza gli Stati Uniti e il Sionismo” … richiediamo che “questo regime occupante [Israele] venga cancellato dalla faccia della terra”… “Che piaccia o meno, il regime sionista va verso l’annientamento”… “Devo annunciare che il regime sionista, con un passato di 60 anni di genocidio, saccheggio, invasione e tradimento sta per morire e sarà presto cancellato dalla scena geografica”… “Oggi, è giunto il tempo che cada il potere satanico degli Stati Uniti, ed il conto alla rovescia verso l’annientamento dell’imperatore del potere e del benessere è iniziato.”

Lo si potrebbe proprio condannare per questo, vero? N’est-ce pas? Nicht war? Ma in queste affermazioni c’é molto meno di quanto sembra. Notate che non viene citato Ahmadinejad in esplicite e specifiche minacce di attacchi iraniani a Israele o agli Stati Uniti. Nessuna menzione o indicazione che “Io” o “Noi” o “l’Iran” farà qualcosa del genere, o effettuerà qualche atto di violenza. E io direi che è perché non è ciò che intende. In un’altra citazione, che la risoluzione non riporta, il presidente iraniano nel dicembre 2006 disse: “Il regime sionista sarà cancellato presto, così come lo fu l’Unione Sovietica, e l’umanità otterrà la libertà.

Ovviamente non esorta alcun attacco violento a Israele, perché la dissoluzione dell’Unione Sovietica ebbe luogo molto pacificamente. Inoltre, nel giugno 2006, il leader supremo dell’Iran, Ayatollah Ali Khamenei, dichiarò: “Non abbiamo alcun problema con il mondo. Non siamo una minaccia di alcun tipo per il mondo, e il mondo lo sa. Non inizieremo mai una guerra. Non abbiamo intenzione di dichiarare guerra a nessuno stato.(7) Perché gli autori della risoluzione del Congresso non hanno citato questa dichiarazione?

Credo che da questa si possa meglio comprendere le affermazioni del presidente iraniano, considerandole metafore, così come vanti, desideri, così come cattive traduzioni (per esempio: “cancellare dalla faccia della terra”) (8) di un uomo folle abbastanza da dichiarare pubblicamente che non ci sono gay in Iran.

Ma ancor più significativo, la risoluzione non dà alcuna ragione per cui l’Iran vorrebbe in realtà attaccare Israele o gli Stati Uniti. Quali ragioni avrebbe l’Iran per usare armi nucleari contro uno dei due Paesi, se non l’irresistibile desiderio di un suicidio nazionale di massa? In effetti, proprio la stessa domanda potrebbe – e dovrebbe – essere stata posta prima dell’invasione dell’Iraq. Delle tante menzogne che circondano quell’invasione, la peggiore è che, in realtà, Saddam Hussein avesse avuto quelle armi di distruzione di massa che avrebbero giustificato l’invasione.

Svelate tutte le menzogne riguardo la disavventura irachena, io e molti altri ci siamo permessi il lusso, il piacere nascosto, di credere che il governo e i media degli Stati Uniti avessero imparato una lezione per qualche tempo. Erano stati presi e smascherati. Ma ci risiamo con le menzogne sull’Iran e Ahmadinejad. (No, non nega nemmeno l’Olocausto).

In ogni caso, Israele probabilmente non crede alla propria propaganda. Nel marzo dello scorso anno, il Washington Post scrisse: “Un ufficiale superiore israeliano a Washington” ha affermato che “difficilmente l’Iran userà i suoi missili in un attacco [contro Israele] a causa delle ritorsioni.” (9) Questa era proprio l’ultima riga dell’articolo e, secondo un’ampia ricerca su Nexis, non compare in nessun altro mezzo di comunicazione di lingua inglese nel mondo.

E in precedenza, quest’anno, possiamo leggere nel Sunday Times di Londra: “Il generale di brigata Uzi Eilam, 75 anni, un eroe di guerra e pilastro della difesa [israeliana], crede che probabilmente l’Iran avrà bisogno di 7 anni per creare armi nucleari. Le opinioni espresse dall’ex direttore generale della Commissione per l’energia atomica israeliana contraddicono le stime della difesa israeliana e la pongono in disaccordo con i leader politici. (10)

Se c’è un Paese al mondo che costituisce una minaccia perché potrebbe usare delle armi atomiche con poca attenzione alle conseguenze è proprio Israele. Martin van Creveld, professore israeliano di storia militare, e fedele cittadino israeliano, mise in evidenza nel 2002: “Noi abbiamo la possibilità di affondare il mondo con noi. E posso assicurarvi che succederà prima che Israele scompaia.” (11) Pensate alla scena finale de Il Dr. Stranamore. C’é Israele a cavalcioni del missile nucleare in picchiata, e sventola il cappello da cowboy.

William Blum è l’autore di Killing Hope: U.S. Military and CIA Interventions Since World War II, Rogue State: a guide to the World’s Only Super Power e West-Bloc Dissident: a Cold War Political Memoir.
Lo potete contattare a: BBlum6@aol.com

Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/blum08062010.html
6/8.08.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIADA GHIRINGHELLI

Note.

1. Associated Press, July 28, 2010
2. CBS Evening News, August 20, 2002
3. ABC Nightline, December 4, 2002
4. “60 Minutes II”, February 26, 2003
5. Washington Post, March 1, 2003
6. “60 Minutes”, January 27, 2008. See also: Fairness and Accuracy in Reporting [FAIR] Action Alert, February 1, 2008
7. Associated Press, December 12, 2006
8. Letter to the Washington Post from M.A. Mohammadi, Press Officer, Iranian Mission to the United Nations, June 12, 2006
9. Vedi Anti-Empire Report, October 1, 2008, second part
10. Washington Post, March 5, 2009
11. Sunday Times (London), January 10, 2010
12. Originariamente nel settimanale danese, Elsevier, April 27, 2002, pages 52-3; ripreso anche da molte altre pubblicazioni internazionali.

Virus A, gli esperti dell’Oms sul libro di BigPharma | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Virus A, gli esperti dell’Oms sul libro di BigPharma | Il Fatto Quotidiano.

E’ ufficiale, l’emergenza per la febbre “suina”, il Virus A, H1N1, che ha sconvolto il mondo lo scorso inverno, è finita. Lo ha proclamato l’Organizzazione mondiale della sanità con una dichiarazione formale della sua direttrice Margaret Chan, lo scorso 10 agosto. Non ci sono stati sfracelli, i morti sono stati molto meno di una banale influenza ma le società farmaceutiche globali hanno guadagnato un sacco di soldi dalla realizzazione di un vaccino che si è rivelato poi inutile. Forse perché quelle società hanno dentro la stessa Oms più di qualche sponda. Non siamo noi sospettosi a denunciarlo ma lo ammette la stessa Oms che l’11 agosto ha pubblicato la lista completa dei componenti il suo Comitato d’urgenza; lista dalla quale emergono, comprovate, i legami fortissimi con l’industria farmaceutica.

Il Comitato di Urgenza è composto da 16 nomi che possono essere consultati sul sito ufficiale dell’Oms. Di questi, solo sei hanno pubblicato, sullo stesso sito, la “dichiarazione di interesse”, cioè una scheda in cui vengono riportati curriculum e eventuali conflitti di interesse. Benché, in calce alla dichiarazione, la stessa Oms precisi che non si riscontrano “conflitti particolari” e che comunque questi legami erano stati resi noti agli altri membri del Comitato, quello che si legge desta più di un’inquietudine.

La dottoressa Nancy Cox riceve regolarmente «supporto finanziario» per la sua attività di ricerca direttamente dalla Ifpma, cioè l’associazione internazionale delle industrie farmaceutiche. Il professor Arnold Monto ha svolto consulenze proprio nel campo delle influenze pandemiche e/o stagionali per Gsk, Novartis, Roche, Baxter and Sanofi. cioè le principali società produttrici di vaccino. Il dottor John Wood ha avuto contratti per le sue ricerche in Inghilterra con Sanofi, Csl, Ifpma e Novartis. Ancora in Gran Bretagna, la professoressa Maria Zambon riceve fondi dalle industrie produttrici di vaccino come Sanofi, Novartis, CSL, Baxter and GSK. Consulenze sempre per Roche e Gsk, infine, da parte del professor Neil Morris Ferguson. Solo uno dei sei ha dichiarato di aver collaborato solo con le associazioni del trasporto aereo, mentre gli altri dieci “saggi” – tra cui non figurano italiani – non hanno rilasciato dichiarazioni di “interesse”.

L’influenza A ha provocato nel mondo 18500 decessi contro i 250-500 mila attribuibili ogni anno all’influenza stagionale. Un rapporto incredibile che non giustifica in nessun modo l’allarme lanciato lo scorso anno e che spinse i governi a stanziare circa 10 miliardi di euro, finiti nelle casse delle grandi case farmaceutiche, per la produzione di vaccini che oggi, spiega ancora l’Oms, «non servono più a niente». L’Italia stanziò circa 400 milioni di euro assicurandosi 48 milioni di dosi. Lo scorso luglio il governo ha ammesso che circa 8 milioni di dosi, su 12, sarebbero state gettate. Non solo, altre 12 milioni acquistate ma non ritirate saranno a carico dello Stato per via di un contratto capestro firmato dal ministero della Sanità con la Novartis. Da ricordare che lo scorso anno il ministro della Salute era Maurizio Sacconi la cui moglie è direttrice di Farmindustria. Un conflitto di interessi che allora non colpì a sufficienza e che forse andrebbe meglio indagato.

Negli Usa sono stati già gettati via 40 milioni di dosi per una perdita di 260 milioni di euro. Come spesso capita, un disastro per le finanze pubbliche un affari per poche multinazionali.

“Fidi facili ai costruttori amici” così il Credito è stato spolpato – Repubblica.it

Fonte: “Fidi facili ai costruttori amici” così il Credito è stato spolpato – Repubblica.it.

Gli ispettori: redditività azzerata, diffuse irregolarità. Il Credito cooperativo fiorentino trasformato nelò forziere personale di Verdini e dei suoi amici

di ANDREA GRECO

MILANO -Come ti trasformo una banca cooperativa nel forziere personale del presidente e dei costruttori suoi amici. Dalla relazione ispettiva di Bankitalia al Credito cooperativo fiorentino emerge una banca stravolta, piegata agli interessi del ventennale leader Denis Verdini e agli affari dei suoi sodali, tanto che “si è sostanzialmente azzerata la redditività, e si è assottigliata ai minimi l’eccedenza patrimoniale”.
Spicca il supporto inossidabile al gruppo costruttore Fusi-Bartolomei (Btp spa) e ai suoi satelliti, cui l’istituto ha prestato il 60% del patrimonio di vigilanza. Un supporto che “per entità e modalità di concessione e gestione non è improntato a minimali criteri di prudenza, ed è contraddistinto da diffuse irregolarità”. La relazione di via Nazionale si snoda attorno ai rapporti incestuosi tra Verdini e l’orbita del contractor Btp. E per i quali l’ex banchiere e coordinatore Pdl “risulta indagato in diverse sedi giudiziarie per ipotesi di corruzione e riciclaggio, in concorso con uno dei titolari della Fusi-Bartolomei, principale affidato della banca, a cui Verdini risulta legato da relazioni d’affari”. Per altro, Btp naviga in cattive acque, da aprile è in un complesso progetto di ristrutturazione. E ha contagiato i creditori: nel 2009, ha stimato Bankitalia, le “partite anomale” di Ccf tra incagli, sofferenze e perdite stimate su crediti sono cresciute del 130%, e sfiorano il 30% dei 400 milioni impiegati…