Archivi del giorno: 2 novembre 2010

L’energia nucleare? In bolletta sarebbe più cara di gas e carbone

Fonte: Il Fatto Quotidiano » L’energia nucleare? In bolletta sarebbe più cara di gas e carbone.

Il ritorno all’atomo potrebbe non essere conveniente per le tasche degli italiani. Anzi, l’elettricità proveniente dal nucleare in bolletta potrebbe risultare ben più salata di quella che arriva dalle centrali a gas o a carbone.

A sostenerlo, mentre il neoministro Romani assicura che le nomine per l’Agenzia nucleare arriveranno a inizio novembre, è la Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

Nel suo ultimo report, che confronta i costi dell’elettricità prodotta nel mondo da nuove centrali a gas e a carbone con quelli dell’elettricità prodotta da nuove centrali nucleari, il centro studi presieduto dall’ex ministro dell’ambiente Edo Ronchi, spiega che quest’ultima è mediamente di 72,8 Euro per Megawattora (MW/h). Più elevata del 16% rispetto ai 61 Euro/MWh delle centrali a gas e del 21% rispetto ai 57,5 del carbone.

Il report comparativo si basa sull’analisi di 8 studi, pubblicati tra il 2008 e il 2010 da Agenzia Nucleare dell’Ocse, Commissione Europea, Ufficio budget del Congresso e Dipartimento energetico americani, Mit, Camera dei Lords, Electric Power Research Institute e Moody’s.

«In Italia - si legge nel rapporto – il nucleare sarebbe ancora più caro rispetto ai Paesi in cui esiste da tempo». Il nostro Paese infatti dovrà ripartire da capo, tenendo conto delle caratteristiche morfologiche del territorio e affrontando le forti opposizioni locali, già ampiamente emerse da quando hanno cominciato a filtrare le indiscrezioni sulla lista dei siti messa a punto da Sogin (un assaggio lo ha avuto lo stesso Romani con il polverone che si è alzato dopo che si è lasciato scappare che una centrale nucleare in Lombardia non ci starebbe male). Infine bisognerebbe tenere conto dei tempi di realizzazione, presumibilmente più lunghi, e dei reattori da importare.

Il programma nucleare italiano, con i suoi 100 Terawattora e 13.000 Megawatt di nuove centrali da realizzare entro il 2030, scrive Ronchi, «non può semplicemente essere aggiunto all’esistente che comprende uno sviluppo delle rinnovabili (circa 100 TWh entro il 2020), di nuove centrali a gas e a carbone in costruzione o in fase avanzata di autorizzazione (almeno altri 10.000 MW entro il 2020), perché la crisi economica e le politiche di risparmio e di efficienza energetica stanno configurando una futura crescita moderata dei consumi elettrici».

È un dibattito acceso da sempre in Italia, quello fra chi lo stigmatizza e chi sostiene la bontà del nucleare come fonte di energia pulita, come modo per affrancarsi dalla dipendenza energetica dall’estero e anche come volano per la ricerca. Proprio in questi giorni è partito da Genova il roadshow che Enel e EDF hanno organizzato insieme a varie università italiane sul tema del ritorno all’atomo. “Non c’è attualmente un settore come quello del nucleare – ha affermato in quell’occasione Paola Girdinio, preside della facoltà di Ingegneria del capoluogo ligure – che sia in grado di favorire lo sviluppo della ricerca”.

Secondo la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, e in effetti sarebbe strano il contrario visto il nome, la via da seguire è il mix di energie rinnovabili. Fonti di energia che restano ancora molto costose, ma sembrano avviarsi, pian piano, a diventare meno salate.

Secondo un recente studio della Duke University la convenienza rispetto all’atomo ci sarebbe già. L’energia fotovoltaica, dicono gli studiosi americani, è già meno cara di quella nucleare.

  • Il fotovoltaico più economico dell’energia atomica, ma l’Italia non vuole cambiare strada
  • ComeDonChisciotte – E’ TEMPO DI UNA NUOVA TEORIA DEL DENARO

    Fonte: ComeDonChisciotte – E’ TEMPO DI UNA NUOVA TEORIA DEL DENARO.

    DI ELLEN BROWN
    webofdebt.com

    Il motivo per cui il nostro sistema finanziario viene a trovarsi periodicamente nei guai, con ondate periodiche di depressione come quella contro la quale combattiamo oggi, può essere ricercato in un’errata percezione non solo delle regole che stanno alla base del sistema bancario e del credito, ma della natura stessa del denaro. Durante la nostra adolescenza economica, eravamo abituati a guardare al denaro come a un “oggetto”, qualcosa di indipendente dalla relazione che esso mira ad agevolare. Ma oggi non vi sono più oro o argento a supporto della nostra moneta. Essa viene invece creata dalle banche quando concedono prestiti (ciò include le banconote della Federal Reserve o dollari, che sono creati dalla Federal Reserve, una corporazione appartenente a banche private, e poi prestati all’economia).

    Virtualmente, tutta la moneta oggi circolante ha origine come credito o come debito, cioè come un semplice impegno legale a pagare qualcosa nel futuro.

    Denaro come relazione

    In un’illuminante dissertazione intitolata “ Verso una teoria generale del credito e della moneta”, pubblicata su The Review of Austrian Economics (vol. 14:4, pagine 267-317, 2001), Mostafa Moini, professore di economia presso l’Università di Oklahoma City, sostiene che il denaro non è mai realmente stato un “bene” o un “oggetto”. Esso è sempre stato una mera “relazione”, un impegno legale, un concordato credito/debito, il riconoscimento di un debito dovuto unito alla promessa di ripagarlo.

    Il concetto di “denaro come bene” può essere fatto risalire all’utilizzo di monete in metallo pregiato. L’oro è ampiamente accreditato come la più antica e più stabile valuta mai esistita, ma questo in realtà non è vero. Il denaro non è iniziato con le monete d’oro per poi evolversi in un sofisticato sistema contabile. E’ iniziato invece come sistema contabile per poi evolversi nell’utilizzo di monete di metallo pregiato. Il denaro come “unità contabile” (cioè come ricevuta di somme a debito e a credito) ha anticipato il denaro come “unità di valore” (“bene” o “oggetto”) di molti millenni; la civiltà sumera e quella egizia, che utilizzavano questo sistema di contabilità nei pagamenti, non sono durate qualche centinaio di anni (come è avvenuto per alcune civiltà che utilizzavano l’oro), ma migliaia di anni. I loro antichi sistemi di pagamento simil-bancari erano sistemi pubblici, gestiti dal governo con gli stessi criteri con cui oggi vengono gestiti i tribunali, le biblioteche e gli uffici postali.

    Nel sistema di pagamento in uso presso gli antichi sumeri, ad ogni bene veniva attribuito un valore in termini di peso ed esso veniva confrontato con altri beni a partire da queste unità di misura. L’unità di peso era lo “shekel”, che in origine non era una moneta ma un’unità di misura standardizzata. La parola “she” significava “orzo”, il che fa pensare che l’unità di misura originaria fosse riferita al peso dei cereali. Ogni altro bene veniva confrontato con essa in base al peso: tot “shekel” di frumento equivalevano a tot mucche, che equivalevano a tot “shekel” d’argento, e così via. I prezzi dei beni più diffusi erano stabiliti dal governo; Hammurabi, sovrano e legislatore di Babilonia, aveva tavole dei prezzi assai dettagliate. Anche l’interesse era fisso e invariabile, il che rendeva la vita economica molto prevedibile.

    I cereali venivano immagazzinati nei granai, che servivano come una specie di “banca”. Ma i cereali erano deperibili, così a un certo punto l’argento divenne il riferimento standard per rappresentare le somme dovute. Un contadino poteva andare al mercato e scambiare i suoi beni deperibili con un certo peso in argento, per poi tornare, quando lo desiderava, a riscuotere il suo credito verso il mercato, ottenendone altri beni di cui aveva bisogno. Ma la moneta era ancora una semplice ricevuta che certificava l’esistenza di un debito e il diritto a poterlo successivamente riscuotere. Un po’ alla volta, le ricevute in argento diventarono ricevute in legno, poi ricevute in carta, infine ricevute elettroniche.

    La rivoluzione del credito

    Il problema delle monete d’oro stava nel fatto che di esse non vi era quantità sufficiente per far fronte alle necessità del commercio. Il rivoluzionario progresso dei banchieri medievali fu che essi riuscirono a creare una moneta flessibile, in grado di tenere il passo con un traffico mercantile in vigorosa espansione. Ci riuscirono grazie all’utilizzo del credito, qualcosa che avevano creato consentendo prelievi allo scoperto sui conti dei loro clienti. Grazie a ciò che verrà poi chiamato “riserva frazionaria”, i banchieri rilasciavano ricevute cartacee chiamate banconote per maggiori quantità di oro di quelle che realmente possedevano. I mercanti loro clienti sarebbero così salpati con le loro mercanzie e sarebbero poi tornati con oro o argento, saldando i conti e permettendo ai registri bancari di tornare in equilibrio. Il credito così creato era fortemente richiesto in un’economia in rapida espansione; ma poiché si fondava sulla presunzione che il denaro fosse un “oggetto” (oro), i banchieri erano costretti a prodursi in un gioco delle tre carte che li cacciava periodicamente nei guai. Essi scommettevano sul fatto che i loro clienti non sarebbero mai venuti tutti insieme a chiedere la restituzione del proprio oro; ma quando facevano male i loro calcoli o quando la gente diventava sospettosa per qualche motivo, avveniva un assalto alle banche, il sistema finanziario collassava e l’economia sprofondava nella depressione.

    Oggi la moneta cartacea non è più convertibile in oro, ma il denaro viene ancora percepito come un “oggetto” che deve “essere lì” prima che il credito possa essere concesso. Le banche si dedicano ancora alla creazione di denaro, estendendo il credito bancario, che si trasforma in deposito sul conto di chi richiede il prestito, che si trasforma in disponibilità di cassa. Tuttavia, per poter liquidare tutti gli assegni in uscita, le banche devono prendere il denaro a prestito da un gran numero di depositi dei loro clienti. Se non hanno depositi a sufficienza, devono prenderlo a prestito dai mercati o da altre banche.

    Come osserva l’autrice britannica Ann Pettifor:

    “Il sistema bancario… ha fallito nel suo obiettivo principale: quello di agire come meccanismo per immettere denaro nell’economia reale. Invece, il sistema bancario ha ribaltato la propria funzione, diventando un meccanismo per ottenere prestiti”.

    Le banche risucchiano denaro a basso interesse e lo restituiscono come denaro ad alto interesse, sempre ammesso che lo restituiscano. Le banche controllano i rubinetti del denaro e possono negare credito ai piccoli operatori, che finiscono per fallire a causa dei prestiti contratti, per consentire ai grossi operatori che hanno accesso al credito a basso interesse di acquistare a poco prezzo gli attivi disponibili.

    Questo è uno dei “buchi” sistemici del modello attuale. Un altro sta nel fatto che il denaro che le banche prendono a prestito per sostenere i crediti che concedono viene da prestiti a breve termine. Come l’istituto di credito sull’orlo del fallimento di Jimmy Stewart in La vita è meravigliosa, le banche “richiedono prestiti a breve termine per concedere crediti a lungo termine” e se il mercato monetario improvvisamente resta a secco, le banche si ritrovano nei guai. Questo è quanto è avvenuto nel settembre 2008: secondo quanto dichiarato a C-Span dal repubblicano Paul Kanjorski nel febbraio 2009, c’è stato un assalto da 500 miliardi di dollari ai mercati monetari.


    Securitizzazione: “monetizzare” i prestiti non con oro ma con immobili

    I mercati monetari sono parte del “sistema bancario ombra” in cui grandi investitori istituzionali parcheggiano i loro fondi. Il sistema bancario ombra permette alle banche di aggirare i requisiti di capitale e riserve oggi imposti agli istituti di credito, grazie alla possibilità di rimuovere dai registri le somme prese a prestito. I grandi investitori istituzionali utilizzano il sistema bancario ombra perché il sistema bancario tradizionale garantisce i depositi solo fino a 250.000 $ e molti grandi investitori hanno bisogno di spostare quotidianamente cifre molto più alte di questa. Il mercato monetario ha un alto livello di liquidità e a proteggerlo, anziché la garanzia della FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation), vi è la “securitizzazione”, cioè il fatto che esso sia garantito da beni reali di qualche tipo. Spesso la garanzia accessoria consiste nelle “mortgage-backed securities” (MBS), cioè le obbligazioni fondate sui mutui, unità di securitizzazione nelle quali il patrimonio immobiliare americano è stato affettato e impacchettato, a mò di salsiccia.

    Così come nel corso del 17° secolo una stessa unità d’oro poteva essere prestata più volte contemporaneamente, anche una stessa casa può oggi fungere da “security” per diversi gruppi d’investimento allo stesso tempo. Ciò viene fatto dietro la protezione di una cortina elettronica chiamata MERS (Mortgage Electronic Registration Systems, Inc.) che permette agli immobili di transitare attraverso proprietari multipli e continuamente variabili, aggirando le leggi locali relative alla registrazione. Ma proprio come avveniva nel 17° secolo, questo schema mostra la corda quando più di un gruppo d’investimento cerca di avviare la procedura fallimentare. Così, il modello di securitizzazione si è ormai schiantato contro la dura roccia di centinaia di anni di legislazione statale sugli immobili, la quale richiede requisiti che le banche non rispettano e non possono rispettare, se devono ottemperare alle norme fiscali in materia di obbligazioni garantite da mutui. (Per saperne di più su questo argomento, vedere qui).

    I banchieri si ritrovano coinvolti in una frode colossale, non necessariamente perché fossero partiti fin dall’inizio con intenzioni criminali (benché tale circostanza non si possa escludere), ma perché è stato loro richiesto di agire in questo modo allo scopo di procurarsi beni (in questo caso immobili) per garantire i prestiti contratti. E’ così che funziona il nostro sistema: le banche non hanno più lo scopo di creare credito per poi estenderlo a noi, contando sulla nostra futura produttività per ottenerne la restituzione, come facevano un tempo sotto la maschera ingannevole ma funzionale della riserva frazionaria. Invece, esse prosciugano tutto il nostro denaro e poi ce lo prestano a interessi più alti. Con il sistema bancario ombra, esse stanno risucchiando i nostri beni immobili per poi ridarceli in prestito, gravati da interessi composti, sotto forma di fondi pensione o fondi assistenziali. Il risultato è uno schema piramidale matematicamente insostenibile e intrinsecamente votato al fallimento sistemico.

    La soluzione del credito pubblico

    Le pecche del sistema attuale vengono ormai denunciate da tutti i principali media ed è probabile che esso sia sul punto di crollare. La domanda è: da cosa verrà rimpiazzato? Qual è la prossima logica fase della nostra evoluzione economica?

    Il credito deve venire al primo posto. Come collettività noi siamo in grado di creare il nostro credito, senza doverci per forza ingolfare nell’impossibile schema piramidale in cui dobbiamo sempre prendere a prestito da Pietro per pagare a Paolo gli interessi composti. Possiamo evitare la voragine del credito gestito da privati tramite un sistema di credito pubblico, un sistema che scommetta sulla futura produttività dei suoi membri, garantita non da “oggetti” furtivamente spostati avanti e indietro in un gioco delle tre carte sempre a rischio di essere smascherato, ma dalla collettività stessa.

    Il modello più semplice di credito pubblico è il sistema di valuta della comunità elettronica. Consideriamo ad esempio il sito chiamato “Friendly Favors”. La comunità di internet che vi partecipa non deve partire con un fondo di capitale o con riserve di denaro, come viene oggi richiesto agli istituti bancari privati. Né i membri ricevono prestiti da un fondo monetario preesistente pagando interessi ai proprietari del fondo stesso. Essi creano da soli il proprio credito, semplicemente iscrivendo un debito sul proprio account e segnandolo a credito di qualcun altro. Se Jane cuoce dei biscotti per Sue, Sue iscrive “5 favori” a credito di Jane e ne addebita 5 a se stessa. In questo modo essi “creano” denaro esattamente come fanno le banche, ma il risultato non è inflazionario. Il “più 5” di Jane è controbilanciato dal “meno 5” di Sue e quando Sue ripagherà il suo debito facendo qualcosa per qualcun altro, i conti torneranno. E’ un gioco a somma zero.

    I sistemi valutari delle comunità di internet possono essere molto funzionali su piccola scala, ma poiché non commerciano in valuta nazionale, tendono ad essere troppo limitati per imprese e progetti su larga scala. Se mai dovessero ingrandirsi in modo sostanziale, potrebbero far fronte ai problemi relativi al tasso di cambio che affliggono le piccole nazioni. Sono essenzialmente sistemi di baratto, non progettati per fornire credito su ampia scala.

    L’equivalente funzionale del sistema valutario delle comunità si può ottenere utilizzando la valuta nazionale, attraverso la creazione di una banca a proprietà pubblica. Trasformando il sistema bancario in un servizio pubblico gestito a beneficio della collettività, è possibile conservare le virtù del sistema di espansione creditizia dei banchieri medievali, evitando al tempo stesso lo sfruttamento parassitario cui gli schemi bancari appaiono inclini. I profitti generati dalla comunità potranno essere restituiti alla comunità.

    Una banca pubblica in grado di generare credito in valuta nazionale potrebbe essere fondata da una collettività o da un gruppo di qualunque dimensione, ma fino a quando avremo vincoli di riserve e capitale minimo e altre rigorose normative bancarie di questo tipo, uno stato sarà l’opzione più praticabile. Uno stato può facilmente rispettare questi requisiti senza mettere a rischio la solvibilità della collettività che ne è proprietaria.

    Come capitale, una banca di stato potrebbe utilizzare una parte del denaro oggi stanziato in una molteplicità di fondi pubblici. Questo denaro non ha bisogno di essere speso. Deve solo essere spostato dagli investimenti di Wall Street dov’è parcheggiato attualmente nella nuova banca di stato. Esiste un precedente in grado di farci capire che una banca di stato può rappresentare un investimento assai solido e lucrativo. La Banca del North Dakota, che è attualmente l’unica banca del paese di proprietà dello stato, ha un rating AA e di recente ha restituito allo stato un profitto del 26 per cento. Negli Stati Uniti sta crescendo un movimento decentralizzato per esplorare ed implementare questa opzione. [Per maggiori informazioni vedere www.public-banking.com ].

    Siamo emersi dalla crisi finanziaria con una nuova consapevolezza: il denaro oggi non è altro che credito. Quando il credito è concesso da una banca, quando la banca è posseduta dalla collettività e quando i profitti ritornano alla collettività, il risultato può essere quello di un sistema finanziario funzionale, efficiente e sostenibile.

    Versione originale:

    Ellen Brown
    Fonte: http://www.webofdebt.com
    Link: http://www.webofdebt.com/articles/new_theory.php
    27.10.2010

    Versione italiana:

    Fonte: http://blogghete.blog.dada.net
    Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-10-31
    31.10.2010

    Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

    ComeDonChisciotte – GLI AFFARI FESTEGGIANO LA MORTE DI KIRCHNER

    Fonte: ComeDonChisciotte – GLI AFFARI FESTEGGIANO LA MORTE DI KIRCHNER.

    MARK ENGLER
    dissentmagazine.org

    Raramente lo si vede scritto in termini così espliciti. Mercoledì scorso Néstor Kirchner – passato presidente argentino, candidato alle elezioni dell’anno prossimo e marito dell’attuale presidente Cristina Fernández de Kirchner – è morto improvvisamente di infarto. I mercati hanno gioito.

    Un articolo della Reuters intitolato “Gli assets argentini aumentano alla morte dell’ex presidente Kirchner”, riporta:

    “Una vacanza del mercato in Argentina ha bloccato i prezzi locali, ma gli investitori hanno aumentato improvvisamente i credit ed equity assets nei mercati globali in seguito alla notizia della morte improvvisa di Kirchner, 60 anni, marito della attuale presidente Cristina Fernandez:

    “Sinceramente, per l’Argentina e da una prospettiva di mercato è un’ottima notizia il fatto che Kirchner non concorrerà alle prossime elezioni. Per anni il suo stile aggressivo, risentito verso investitori, aziende e negoziatori di bonds ha privato l’Argentina di capitali di cui aveva tanto bisogno” ha dichiarato Roberto Sanchez-Dahl, che prevede 1.1 miliardi per la Federated Investment Management di Pittsburgh in debiti dei mercati emergenti.

    Seppur vere le proteste dei manager, Kirchner non era affatto un radicale. I movimenti sociali in Argentina hanno avuto rapporti conflittuali con i Kirchner. E anche quegli analisti stranieri che hanno seguito la strategia, diffusa nella Casa Bianca di Bush, di dividere i progressisti latinoamericani in sinistra “buona” (Cile, Brasile, Uruguay con Vázquez) e “cattiva” (Venezuela, Bolivia, Ecuador), hanno avuto posizioni diverse riguardo all’Argentina di Kirchner.

    Comunque, gli obiettivi raggiunti per i quali Kirchner sarà ricordato, almeno nella scena internazionale, sono di tipo progressista. Sul fronte dei diritti umani, ha bloccato l’amnistia che proteggeva i militari colpevoli di atroci abusi durante la “guerra sporca” degli anni ‘70 e primi ‘80. La sua volontà di vedere i capitani della passata dittatura al banco degli imputati era in netto contrasto con le amministrazioni precedenti e ha aperto le porte ai processi dei vertici militari.

    Le decisioni più ricche di conseguenze da parte di Kirchner erano per lo più nel campo dell’economia. In precedenza avevo scritto:

    “Nel 2003, l’uomo di sinistra Néstor Kirchner iniziava il suo mandato presidenziale – in seguito al collasso economico del paese del 2001 e delle rivolte popolari che hanno costretto i successivi governi alle dimissioni. Le politiche neoliberiste appoggiate dall’FMI e attuate dal presidente Carlos Menem negli anni ‘90 erano accusate pesantemente di essere responsabili del disastro. Da allora, l’Argentina ha stabilito un importante precedente, rompendo con l’FMI e giocando aggressivamente coi creditori internazionali.

    Nel 2003, il paese minacciò in modo molto credibile di non pagare i suoi debiti all’ FMI, una novità tra i paesi di reddito medio. Di conseguenza, l’FMI rinunciò a richiedere maggiore austerità e più elevati tassi d’interesse, nel timore che altri paesi volessero seguire l’esempio argentino. L’accordo ridimensionò il valore del FMI e permise all’Argentina di concludere una rinegoziazione del proprio debito internazionale di oltre 100 miliardi di dollari nel 2005. La rinegoziazione ridusse drasticamente il valore delle notevoli obbligazioni del paese con i creditori privati.”

    E inoltre:

    Dal momento che non esiste un meccanismo internazionale per i paesi che dichiarano bancarotta, e che i poveri in molte nazioni sono ostaggi dei creditori internazionali che in modo spietato richiedono il pagamento di debiti anche se sfacciatamente illegittimi, la presa di posizione del presidente è stata drastica. Il ricordo del presidente da parte di Mark Weisbrot sul Guardian riporta proprio questo momento chiave:

    “Il suo ruolo nel riscatto dell’economia argentina è comparabile a quello avuto da Franklin D.Roosevelt nella Grande Depressione degli Stati Uniti. Come Roosevelt, Kirchner si è opposto sia agli interessi del denaro e ai migliori professionisti in campo economico, che sostenevano che le sue misure avrebbero portato al disastro. Loro sbagliavano, Kirchner no.

    L’Argentina ha iniziato a crescere a una media dell’otto percento annuale lungo il 2008, portando fuori dalla povertà 11 milioni di persone, in un paese di 40 milioni. Le misure del governo Kirchner, inclusa la scelta da parte della banca centrale di un tasso di scambio stabile e competitivo e il pugno duro contro i creditori non pagati, non erano popolari a Washington o sulla stampa affaristica. Ma hanno funzionato.”

    Ovviamente, le stesse misure hanno causato sdegno tra i manager del denaro, che continuano a valutare i fatti in termini di perdite per gli investitori più ricchi. Così come indicato dalla Reuters in questo articolo su Kirchner:

    “La sua critica combattiva e diretta al mondo dei grandi affari e ai suoi rivali in politica non gli portava amici tra gli investitori. Si rifiutò di negoziare con gli investitori che avevano fatto causa al governo nell’inadempienza del debito del 2002, bloccando l’Argentina dal libero aumento di capitale nei mercati internazionali.

    Secondo Richard Segal, analista di Knight Libertas di Londra, “questo riduce i rischi politici. Se ci fosse la possibilità di arrivare con il tempo a una leadership più vicina al mercato e trasparente, questo potrebbe essere benefico per le misure economiche.”

    Vedere questi analisti danzare sulla tomba di Kirchner è uno spettacolo piuttosto indegno. Ma per chi ha operato al servizio della giustizia e non delle banche, i festeggiamenti dei banchieri vanno considerati come l’omaggio più appropriato.

    Mark Engler è un giornalista freelance e senior analyst di Foreign Policy in Focus, un gruppo di esperti di politica estera. È autore di How to Rule the World: The Coming Battle Over the Global Economy. È possible comunicare con lui attraverso il sito www.DemocracyUprising.com

    Fonte: http://dissentmagazine.org
    Link: http://dissentmagazine.org/atw.php?id=298
    29.10.2010

    Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI

    1994, l’anno in cui la mafia si è fatta Stato

    Fonte: 1994, l’anno in cui la mafia si è fatta Stato.

    Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la postfazione di Salvatore Borsellino a “1994. L’anno che ha cambiato l’Italia. Dal caso Moby Prince agli omicidi di Mauro Rostagno e Ilaria Alpi. Una storia mai raccontata” di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari, in questi giorni in libreria per Chiarelettere. Un libro che indaga il volto insanguinato della Seconda Repubblica.

    Dal 19 luglio 1992, i manovratori delle luci hanno fatto calare le tenebre attorno alla scena della strage. Sono rimasti solo i riflettori accesi sul numero 19 di via D’Amelio. Con una luce forte, accecante, in maniera che gli occhi, colpiti da quella luce, non riescano a distinguere quello che succede attorno, in mezzo alle tenebre.

    Buio sul castello Utveggio, su via dell’Autonomia siciliana, buio sul golfo di Palermo, sull’Arenella, sull’Acquasanta, le tenebre coprono tutto, si può solo sentire ogni giorno, alle 17, il suono delle sirene che arriva da via dell’Autonomia siciliana, le macchine blindate che sbucano d’improvviso da quelle tenebre in una via che dovrebbe essere sgombra, dove dovrebbe essere vietato fare sostare le macchine e che invece ne è tanto piena che, una volta entrati, se ne può uscire solo a marcia indietro.

    Ogni giorno, alla stessa ora, il giudice scende dalla macchina lasciando la sua borsa di cuoio sul sedile posteriore, deve solo suonare il campanello della casa di sua madre e dirle di scendere perché deve accompagnarla dal cardiologo.
    Tutti gli uomini e l’unica donna della sua scorta scendono insieme a lui e gli si fanno attorno, non hanno che il loro corpo per proteggerlo. Il giudice suona il campanello e non si capisce se riesce a pronunciare qualche parola prima che l’esplosione di centinaia di chili di tritolo, anzi di Semtex, l’esplosivo usato dai militari, scateni l’inferno. Antonino Vullo, l’autista della macchina del giudice, è restato dentro l’auto, sta facendo la manovra per essere pronto a ripartire appena il guidice ritornerà tenendo per il braccio la madre. Un’onda di calore lo sbalza all’indietro ma la macchina è blindata e resiste all’onda d’urto.

    Ogni giorno, alla stessa ora, scende ferito e intontito dalla macchina e camminando sente sotto i piedi delle cose molli, sono i pezzi dei suoi compagni, cammina con i piedi in mezzo alle pozzanghere, è il sangue dei suoi compagni, del suo giudice, insieme ai quali, da allora, continuerà a desiderare di essere morto per non dovere rivivere ogni giorno e ogni notte, nei suoi terribili sogni, sempre la stessa scena.
    Il giudice viene tagliato in due, il troncone del suo corpo viene sbalzato tra quel che rimane della cancellata e la facciata crollata del palazzo. Dei corpi dei ragazzi che lo proteggevano non rimane quasi nulla, una mano vola ogni giorno in alto, in una sequenza senza fine, e si ferma su quello che è rimasto su un balcone del quinto piano.

    La madre del giudice sa che è scoppiata quella bomba che tutti sanno, da due mesi, servirà per eliminare, dopo l’altro giudice, anche suo figlio, ma, per pietà, il suo cervello le fa credere che siano scoppiate le tubature del gas e allora, a piedi nudi, corre per le scale, cerca di arrivare all’esterno, scende per quattro piani in mezzo alle macerie, alle vetrate distrutte, ma arriva giù senza un graffio. Forse suo figlio, prima di andare via per sempre, la prende in braccio e la porta giù, dolcemente e, quando passa vicino al suo corpo, le chiude gli occhi per non farle vedere quello che è rimasto di lui, quello che è rimasto di Emanuela, di Agostino, di Claudio, di Vincenzo, di Walter. In ospedale, dove la porta un pompiere che la raccoglie dalle braccia del giudice, dirà di non avere visto niente di quell’inferno che c’era davanti al numero 19 di via D’Amelio, di non avere visto il corpo di suo figlio, di non avere visto il sangue che riempiva la strada.

    Ogni giorno alla stessa ora, qualcuno, dal castello Utveggio, vede distintamente il giudice che sta per premere il pulsante del citofono e preme il pulsante del telecomando che scatena l’inferno, il castello ora è immerso nelle tenebre ma da lassù l’ingresso del numero 19 di via D’Amelio si distingue chiaramente, illuminato dalla luce accecante dei riflettori ed è facile sincronizzare il comando al momento in cui viene premuto il campanello e non lasciare scampo al giudice e agli uomini della sua scorta.

    Ogni giorno, alla stessa ora, il capitano Giovanni Arcangioli si avvicina alla Croma blindata del giudice e prende la borsa di cuoio che contiene l’agenda rossa, o è qualcuno a porgergliela, in mezzo alle fiamme e al fumo non si distingue bene, ma poi si allontana con passo sicuro, guardandosi intorno, verso via dell’Autonomia siciliana dove c’è qualcuno ad aspettarlo. Quell’attentato è stato preparato anche per poter avere in mano quell’agenda.

    Nell’allontanarsi dalla macchina calpesta gli stessi pezzi di carne, lo stesso sangue che ha calpestato l’agente Vullo, ma dal suo viso non traspaiono emozioni, forse ha un preciso incarico da compiere, è come essere in guerra, e in guerra le emozioni devono essere controllate. Arriva in via dell’Autonomia siciliana ma qui le luci dei riflettori che illuminano la scena della strage non arrivano, c’è il buio, il buio assoluto e non si riesce a vedere a chi il capitano Arcangioli consegna la borsa e chi ne estrae l’agenda rossa del giudice [Il capitano Arcangioli è stato in seguito prosciolto nell’inchiesta relativa alla
    sparizione dell’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, nda
    ]. Vediamo solo, ancora sotto la luce dei riflettori, qualcuno che un’ora dopo riporta la borsa, ormai vuota di quell’agenda che potrebbe inchiodare gli assassini del giudice e chi aveva interesse a eliminarlo, sul sedile posteriore della macchina blindata.

    Sono passati sedici anni e ogni anno, al 19 di luglio, arrivano i padroni dei tecnici delle luci, portano delle corone, le appoggiano alle cancellate, si fanno fotografare, e intanto sorvegliano che tutto vada come previsto, che i riflettori siano sempre accesi con la loro luce accecante sul luogo della strage e che tutto intorno sia tenebra, che niente si riesca a vedere di quello che è successo, di quello che succede, intorno al luogo della strage.
    Ma i tecnici delle luci possono controllare solo i riflettori, non possono controllare il cielo e ogni tanto, nel buio, qualche lampo arriva a squarciare le tenebre e lascia intravedere, anche se solo per un attimo, quello che loro non vogliono farci vedere, quello che non dobbiamo, non possiamo vedere, non possiamo sapere perché su di esso sono fondati gli equilibri e i ricatti incrociati che tengono in piedi questa Seconda Repubblica, questo nuovo regime fondato sul sangue delle stragi del 1992.

    Ecco un lampo che squarcia le tenebre. Sono le 7 del mattino del 19 luglio, in via Cilea, a casa del giudice che è in piedi dalle 5, arriva una telefonata del suo capo, Pietro Giammanco. Non gli ha mai telefonato a quell’ora, e di domenica, non lo ha avvisato di un rapporto del Ros in cui si rivelava che era arrivato a Palermo un carico di tritolo per l’attentato al giudice (il quale ha potuto conoscere la circostanza per caso, all’aeroporto, incontrando il ministro Scotti) e che sui motivi di questa omissione con il suo capo ha avuto un violento alterco. Non gli ha ancora concesso, da quando è rientrato da Marsala prendendo le funzioni di procuratore aggiunto a Palermo, la delega per condurre le indagini in corso sulle cosche palermitane e, in conseguenza, la possibilità di interrogare senza la sua espressa autorizzazione pentiti chiave come Gaspare Mutolo. Ora, il 19 luglio, quando la macchina per l’attentato è già posteggiata davanti al numero 19 di via D’Amelio, gli telefona per dirgli che gli concede quella delega e gli dice una frase che, oggi, suona in maniera sinistra: «Così si chiude la partita». La moglie del giudice, Agnese, lo sente urlare al telefono e dire «no, la partita comincia adesso», e lo stesso giudice, qualche tempo prima, aveva confidato al maresciallo Canale, che lo affiancava nelle indagini, che «in estate avrebbe fatto arrestare Giammanco perché dicesse cosa conosceva sull’omicidio Lima».
    Dal recarsi ai funerali del giudice lo stesso Giammanco venne dissuasosolo all’ultimo momento da un procuratore.

    Ecco un altro lampo, è ancora il 19 luglio e si vede il giudice nella casa in cui si trasferisce in estate a Villagrazia di Carini, che invece di dormire per una mezzora, come è solito fare dopo aver mangiato, continua a fumare nervosamente tanto da riempire un portacenere di mozziconi, e intanto scrive sulla sua agenda rossa, poi prende la sua borsa di cuoio, vi mette dentro l’agenda e il pacchetto di sigarette, saluta i suoi e parte con la scorta verso il suo ultimo appuntamento, quello con la morte che, dopo l’omicidio di Giovanni Falcone, ha sempre saputo che sarebbe presto arrivata, tanto da continuare a dire a sua madre e a sua moglie: «Devo fare in fretta, devo fare in fretta».

    Ecco un altro lampo e in mezzo alle tenebre che circondano il castello Utveggio. Si vede qualcuno in attesa, ecco che arriva una telefonata sul suo cellulare e allora punta il binocolo sul portone al numero 19 di via D’Amelio, vede scendere il giudice dalla macchina blindata, lo vede alzare la mano verso il pulsante del citofono, e allora preme un altro pulsante di un telecomando che stringe nella mano e subito si vede una colonna di fumo e si sente un boato, e allora, dopo avere osservato in mezzo al fumo, per un attimo, gli effetti dell’esplosione, prende il cellulare fa un numero e dice appena qualche parola. Poi il baleno provocato dal lampo finisce e tutto ripiomba ancora nelle tenebre.

    Ecco un altro lampo, e si vede una barca nel golfo di Palermo, è piena di uomini, ma non sono persone qualsiasi, appartengono tutti ai servizi segreti, così che le loro testimonianze potranno, dovranno essere tutte concordi. È quasi l’ora dell’attentato e tutti sono in silenzio, sembrano attendere qualcosa. Poi si ode, attutito dalla distanza e dalla montagna, un tremendo boato, e dalla parte di Palermo verso il monte Pellegrino si vede alzare un’alta colonna di fumo e quasi subito arriva una telefonata. Il giudice è morto, quel maledetto ostacolo sulla via della trattativa è eliminato. Dai telefoni cellulari sulla barca partono altre telefonate concitate. Poi il motore viene acceso e la barca riparte velocemente verso il porto.
    Per chiunque, in Italia, sono passate dalle quattro alle cinque ore prima di sapere che il giudice era morto, che quella morte annunciata era arrivata, ma per chi stava su quella barca sono bastati solo centoquaranta secondi per sapere tutto. Ora il baleno provocato dal lampo è finito e tutto è ripiombato nelle tenebre.

    Un altro lampo, ma stavolta è troppo di breve durata per capire se è veramente Bruno Contrada quell’uomo che si aggira in via D’Amelio subito dopo la strage, come affermano due capitani del Ros, Umberto Sinico e Raffaele del Sole, che dicono di averlo saputo dal funzionario di polizia Roberto Di Legami che riportava a sua volta una relazione di servizio, poi distrutta, di alcuni agenti accorsi sul luogo della strage.
    Ancora un altro lampo che squarcia per poco tempo le tenebre. È la fine di giugno e si riesce a vedere Vito Ciancimino che consegna al capitano De Donno e al colonnello Mori un foglio scritto a mano, il papello di Riina, con le dodici richieste del capo della cupola per fermare l’attacco al cuore dello Stato.

    Un altro lampo. È il 1° luglio e si vede il giudice al ministero, davanti alla porta di Mancino, per un incontro a cui è stato chiamato dallo stesso ministro mentre stava interrogando Gaspare Mutolo. Il giudice ha annotato questo appuntamento nella sua agenda: «1° luglio, ore 19: Mancino». Ma la luce provocata dal lampo si esaurisce e non riusciamo a vedere chi c’è dietro quella porta ad aspettarlo e che cosa gli viene detto. Dall’agitazione del giudice quando torna a interrogare Mutolo si può solo immaginare che gli viene detto che lo Stato ha deciso di aderire alla richieste contenute nel papello. La reazione del giudice deve essere stata così violenta e sdegnata da non lasciare spazio, per procedere nella trattativa, ad altra possibilità se non quella di eliminarlo, e in fretta. Ma le tenebre sono troppo fitte per vedere qualcosa e solo Mancino ci potrebbe dire, se guarisse improvvisamente dalle sue amnesie, che cosa accadde veramente in quella stanza.
    Altrimenti potremo solo aspettare, se mai avverrà, che una serie continua di lampi squarci le tenebre e allora potremo veramente vedere quali e quante mani, di quelle che oggi godono i frutti dei nuovi equilibri raggiunti, siano lorde del sangue delle stragi del 1992 e di quelle altre stragi che, nel 1993, furono necessarie prima che la trattativa venisse conclusa.

    * * *

    Scrissi questo pezzo nel settembre del 2008 (prima del proscioglimento del capitano Arcangioli), mi alzai in piena notte con queste immagini che mi balenavano davanti, come in un sogno a occhi aperti, ripensando a quanto nel corso degli anni, a partire da quel giorno di luglio del 1992, avevo letto, saputo, intuito sui motivi e sulle poche risultanze certe delle modalità di quella strage. Tutto mi appariva come un’unica scena illuminata, quella della strage, circondata dalle tenebre sulle circostanze che l’avevano determinata e sulle modalità di esecuzione. Quelle poche cose conosciute o intuite mi apparivano come scene staccate, illuminate da lampi che ogni tanto lasciavano intravedere una verità che non poteva e non doveva essere conosciuta.

    Dal 1992 e dal 1993, gli anni delle stragi, e dall’anno del cambiamento della scena politica italiana, il 1994, è passato tanto tempo, eppure una verità completa, esauriente sulle stragi e sulla morte di Paolo e dei ragazzi della sua scorta non c’è ancora. Ma dopo tanti anni di battaglie per la verità oggi finalmente una verità l’abbiamo. Una sola: ci sono finalmente dei giudici che a Palermo, a Caltanisetta, a Firenze, a Milano, stanno portando avanti le indagini, e le cose stanno cambiando. Il 17 luglio del 2007, in occasione dell’anniversario di via D’Amelio, scrissi una lettera aperta che chiamai «19 luglio 1992, una strage di Stato», dove parlavo di un’agenda rossa, di Mancino, del castello Utveggio. Per molti di quelli che la lessero era come se stessi parlando dei marziani.

    Ora, da quando Sergio Lari è procuratore a Caltanissetta e Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato portano avanti con determinazione a Palermo le istruttorie di nuovi filoni di indagine, improvvisamente tutto è cambiato. Ci sono tante persone che dopo diciassette anni sembrano aver ritrovato la memoria e cominciano a parlare. E su tutti i giornali, alla televisione, si parla di trattativa, di papello, anche se non ancora – ma ancora per poco – di strage di Stato.

    Già nel 2007 dicevo che la trattativa era il vero motivo dell’assassinio di Paolo Borsellino. Che Paolo sarebbe stato ucciso lo sapevano tutti, lui per primo, dal momento in cui era stato ucciso Falcone. Uccidere l’uno senza uccidere l’altro non sarebbe servito a nulla perché erano due magistrati che lavoravano con gli stessi fini e con lo stesso sogno di sconfiggere la criminalità organizzata in Sicilia e nel resto del paese. Oggi a portare verso l’ipotesi di una strage di Stato ci sono le rivelazioni di Brusca, di Spatuzza, e le rivelazioni e i documenti prodotti da Massimo Ciancimino. Fatti e nomi che ritornano anche in questo libro, in questa ricerca che tratteggia anche connessioni diverse e che, anche per altri fatti e per altre piste, conduce allo stesso scenario, alle connessioni tra mafia e servizi, tra lo Stato e il sistema criminale, tra la politica e il potere mafioso, che oggi si è purtroppo annidato all’interno delle stesse istituzioni.

    Penso prima di tutto alle conseguenze di quella sciagurata trattativa e al fatto che lo stesso Ciancimino, alla domanda del perché certe cose di gravità inaudita le racconti solo oggi, ha risposto che soltanto adesso qualcuno è andato a cercarlo per porgli certe domande.
    Fino a oggi non l’aveva fatto nessuno, e quando le indagini andavano in certe direzioni tutto si fermava, o meglio veniva fermato.
    Quando si andava a vedere quali erano le collusioni e le connivenze all’interno dello Stato che avevano portato all’eliminazione di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, o quantomeno all’accelerazione delle stragi di via D’Amelio, sembrava che ci fosse un limite invalicabile oltre il quale non era permesso andare e le indagini si fermavano… Anche politici e figure di rango istituzionale, tranne per ora Nicola Mancino, cominciano a far riaffiorare ricordi sepolti da lunghi anni di reticenze e di silenzi.

    Oggi sembra che finalmente l’aria sia cambiata e che si siano create le condizioni per fare dei passi decisivi verso la verità. Ma è una verità che fa paura a molti, anche se molti, proprio per paura di essere coinvolti in maniera più pesante nelle indagini in corso, cominciano a dire quello che sanno e che per anni avevano taciuto.

    So che c’è da temere che ora i poteri occulti che hanno portato a quelle stragi e che hanno poi impedito che si arrivasse alla verità prendano le contromisure, non con l’esplosivo, che forse è passato di moda e ha come controindicazione la rivolta della società civile, ma con quegli stessi metodi che sono stati usati con magistrati scomodi come Luigi de Magistris, Clementina Forleo, Gabriella Nuzzi e l’intera Procura di Salerno.

    Oggi, come io ho sempre ritenuto, sta venendo alla luce che la trattativa tra mafia e Stato sia nata, non come si pensava e come sostenevano i Ros dei carabinieri, dopo la strage di via D’Amelio, ma già dopo la strage di Capaci. La trattativa è alla base della strage di via D’Amelio. Paolo e la sua scorta sono stati massacrati per permettere alla trattativa stessa di andare avanti, e per impedire a Paolo, come sicuramente avrebbe fatto se non fosse riuscito a fermarla, di rivelarla all’opinione pubblica.

    Si parla sempre di «trattativa» come se fosse l’unica, ma non è così. Lo Stato con la mafia, con l’anti-Stato, ha sempre «trattato», da Portella della Ginestra in poi. Per capire gli eventi che hanno preparato la svolta del 1994 bisogna andare indietro almeno fino al 1991, un anno chiave nelle vicende raccontate in questo lavoro.

    Tutto va ricondotto a un momento storico, il maxiprocesso di Palermo a seguito del quale il Gotha della mafia viene condannato a pesanti pene detentive. I collaboratori di giustizia hanno riferito che la parola d’ordine che circolava tra i mafiosi era di stare tranquilli perché tanto poi si sarebbe aggiustato tutto, come era sempre accaduto, perché i processi venivano sempre annullati dal giudice Carnevale e dalla I Corte di cassazione.

    Invece che accade nel 1991? Che Falcone va al ministero di Grazia e giustizia, riesce a individuare il cuore del problema e ottiene di far passare il criterio della rotazione delle sezioni. In base a questo criterio non saranno più la prima sezione e il giudice Carnevale a occuparsi del maxiprocesso ma sarà un’altra Corte. È così che la storica sentenza del maxiprocesso di Palermo viene confermata. Ed è a questo punto che i vertici della criminalità organizzata ritengono che il patto che c’è sempre stato tra Stato e mafia, e che è stato sempre rispettato, sia stato invece violato.

    Insomma «questa» trattativa, l’ultima in ordine di tempo, doveva rimettere a posto gli equilibri con la mafia. Una nuova trattativa resasi necessaria dopo che la mafia ha ritenuto che non fossero più affidabili i vecchi interlocutori, Lima, i fratelli Salvo, Andreotti. E non solo ritengono rotto il patto ma reagiscono uccidendo Salvo Lima e uno dei fratelli Salvo impedendo così che Andreotti possa diventare, come era nell’aria, presidente della Repubblica. Il messaggio è stato lanciato forte e chiaro, la mafia cerca nuovi referenti.
    Forse aveva già cominciato a cercarli anche prima. Anzi, la mafia da quel momento in poi vuole di più, e percorre l’ipotesi di formare nuovi partiti, partiti della mafia, espressione diretta della criminalità organizzata, non semplicemente punti di riferimento della mafia. L’ambizione è diversa, è nuova, punta a far nascere movimenti politici per cui la mafia «sarebbe diventata Stato», come ha riferito un collaboratore di giustizia.

    Un piano strategico senza precedenti, una guerra con bombe, morti e feriti. La mafia che diventa Stato. Alla fine mi pare che sia esattamente ciò che è accaduto, perché credo che non ci sia stato mai prima d’ora, in Italia, un’epoca in cui l’anti-Stato è penetrato così profondamente nei meccanismi dello Stato, arrivando fino ai vertici delle istituzioni. Penso che questa sia la realtà del nostro paese di oggi. E perché questo si potesse realizzare Paolo Borsellino doveva essere eliminato. E la sua agenda rossa sparire.

    In quella fase ci fu la creazione di diversi partiti e leghe del Sud, con una complessa manovra che si era svolta sotto la supervisione di Marcello Dell’Utri. Poi, d’improvviso, le cose cambiano e si decide di appoggiare un partito che ancora doveva nascere. Quale sia questo partito ce lo ha spiegato l’attuale presidente del Consiglio, che in uno dei primi congressi di Forza Italia, indicando Marcello Dell’Utri disse: «Senza quest’uomo Forza Italia non esisterebbe».
    Dell’Utri, lo stesso che insieme al presidente del Consiglio ha proclamato eroe Vittorio Mangano, stalliere di Arcore e pluriassassino, quel Mangano che risulta condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un reato che oggi qualcuno vorrebbe abolire. Quanto a Dell’Utri, la condanna per lo stesso reato è stata confermata in appello.

    Alcuni collaboratori hanno rivelato che all’interno delle cosche mafiose circolava la consegna che il nome di Dell’Utri non doveva neanche essere fatto, tanto importante era il suo compito strategico. È una persona che non deve essere neanche nominata.
    Tutto nasce dal maxiprocesso e dalla successiva conferma degli ergastoli in esso comminati. Questi eventi hanno avviato quel processo che ha portato alla nascita di Forza Italia e alla nascita, nel 1994, della Seconda Repubblica. Che per me quindi nasce direttamente dalle stragi del 1992 e da quelle del 1993, compiute per alzare il prezzo della «trattativa».

    Sono andato via da Palermo quarant’anni fa, non ho potuto stargli fisicamente accanto nei periodi più importanti della sua vita. Oggi vengo a sapere che mio fratello, prima di essere ucciso, disse di essere stato tradito da un amico. Oggi io non posso più fidarmi di quelli che mi dicono di essere stati amici di Paolo, anzi… Diciassette anni fa, dopo la strage, rifiutammo i funerali di Stato.
    Quest’anno ho voluto impedire che questi funerali di Stato ci venissero imposti, come ogni 19 luglio, dalle autorità che vengono a ogni ricorrenza in via D’Amelio a porre corone sul luogo di quella strage che lo Stato, nella migliore delle ipotesi, non ha saputo né voluto evitare.

    È bastato annunciare che una folla di persone con delle Agende rosse in mano avrebbe presidiato per tutto il giorno il luogo della strage per far sì che, per la prima volta in diciassette anni, nessun rappresentante istituzionale si affacciasse in via D’Amelio. Era stata preparata una lapide con l’effigie di Mangano e la sua data di nascita e di morte. Avremmo detto a chi avesse portato delle corone, per celebrare dei riti di morte per chi è oggi invece più vivo che mai, di porle davanti all’effigie di quel nuovo loro eroe.

    Il giorno precedente una folla di persone con le Agende rosse levate in alto ha percorso la strada che da via D’Amelio porta fino al castello Utveggio, lì dove, come dice la sentenza del processo Borsellino-bis c’era una sede del Sisde, i servizi segreti civili italiani. Da quel castello partirono le telefonate che, nel giro di centoquaranta secondi dalla strage, diedero la certezza a qualcuno che si trovava in una barca ancorata nel golfo dell’Acquasanta che la strage era stata effettuata e che Paolo Borsellino, l’ultimo ostacolo alla trattativa, era stato eliminato. Le prime volanti arrivarono in via D’Amelio sette minuti dopo la strage, io ci misi cinque ore a sapere che mio fratello Paolo era stato ammazzato. Ne fui certo soltanto quando mia madre mi telefonò dall’ospedale per dirmi: «Hanno ucciso tuo fratello».

    Il giorno seguente, davanti al Palazzo di giustizia di Palermo, lo stesso popolo delle Agende rosse ha manifestato la sua solidarietà ai magistrati della Procura.
    Il 26 settembre di quest’anno una folla di persone arrivate a proprie spese a Roma da ogni parte d’Italia ha levato in alto le Agende rosse per le vie della capitale, e ha manifestato a piazza Navona, levando in alto solo quelle agende e le bandiere italiane, per la LIBERTÀ, la VERITÀ e la GIUSTIZIA. Una manifestazione che è stata completamente ignorata dai mezzi di informazione. Forse quelle Agende rosse a qualcuno fanno troppa paura, o risvegliano colpe e ricordi che si vogliono seppellire.

    Io ritengo che il patto tra Stato e mafia sia stato siglato e che la trattativa, dopo l’uccisione di Paolo, si sia conclusa. Lo dimostra il fatto che l’attentato più catastrofico, quello preparato allo stadio Olimpico nell’ottobre del 1993 non fu portato a termine. Dissero che non avevano funzionato i telecomandi. Qualche volta i telecomandi usati dalla mafia possono non funzionare, ma di telecomandi usati dai servizi segreti che non abbiano funzionato non ne ho notizia. Hanno funzionato alla Banca dell’Agricoltura a Milano, a piazza della Loggia a Brescia, sul treno Italicus, sul Rapido 904, alla stazione di Bologna, per tutte le stragi di Stato che hanno preceduto quella del 19 luglio del 1992.

    E chi ha tempo e voglia di capire quanto è successo, apra le pagine di questo libro e i «lampi nel buio» si faranno sempre più frequenti e illumineranno sempre più a lungo la scena di via D’Amelio e di tutto il nostro disgraziato paese. A patto che riusciate a resistere al disgusto provocato del «puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità » che saltano fuori da ogni pagina, e abbiate voglia di tornare a sentire quel «fresco profumo di libertà» per cui Paolo e i suoi ragazzi hanno sacrificato la loro vita.

    Un profumo che da quel puzzo è stato completamente sommerso e che potremo ritornare a sentire solo se le nostre parole d’ordine, come per tutto il popolo delle Agende rosse, saranno queste: «RESISTENZA, RESISTENZA, RESISTENZA».

    Salvatore Borsellino (fonte: micromega-online, 28 ottobre 2010)

    Sei anni, dal 1988 al 1994. Quattro storie. Quattro misteri tra la Prima e la Seconda Repubblica. Il delitto Rostagno (1988), la tragedia del traghetto Moby Prince (1991), gli omicidi dell’ufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi (1993) e dei reporter Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (1994). Un filo lega fatti e date che preparano la grande svolta del 1994, l’anno della discesa in campo di Berlusconi e del suo trionfo.

    Questa è una controinchiesta che impiega i risultati di diverse indagini della magistratura (da “Sistemi criminali” della Procura di Palermo a “Cheque to cheque” della Procura di Torre Annunziata, e molte altre). Testimonianze e documenti inediti, in un coacervo di omissioni, depistaggi, prove inquinate. Negli anni emergono brandelli di verità sulla tragedia del Moby Prince, nella rada di Livorno, dove erano in corso manovre illecite di trasbordo di armi e materiale bellico. E sul progetto Urano, una delle più colossali operazioni di smaltimento di rifiuti tossici. Il puzzle non è completo, ma ce n’è abbastanza per cogliere il disegno finale.

    Mogadiscio, Livorno, Trapani, Palermo, Roma, Milano: tappe di un unico percorso che porta alle stragi di mafia del 1992-1993 e pone sotto una nuova luce la svolta elettorale del 28 marzo 1994, una settimana dopo l’uccisione in Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i due giornalisti del Tg3 pronti a mandare in onda un servizio annunciato e clamoroso.

    Un percorso che parla di traffici internazionali di armi, del coinvolgimento di personaggi della comunità per tossicodipendenti di Mauro Rostagno e del suo socio Francesco Cardella. E degli affari sporchi dei socialisti e della mafia, soprattutto trapanese, non quella delle coppole storte ma dei colletti bianchi e della massoneria. In prima linea anche uomini importanti nel progetto Dell’Utri per la nascita di Forza Italia. Ecco la faccia nascosta della Seconda Repubblica.

    “1994″
    di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari
    Collana: Principio attivo
    Pagine: 480
    Euro 16,60