Sul sito del Fatto Quotidiano è disponibile il testo della sentenza pronunciata il 29 giugno scorso, di cui sono state pubblicate le motivazioni in questi giorni (641 pagine).
La condanna è stata così formulata: per il coimputato GAETANO CINA’, seppure non estraneo agli addebiti, pena estinta per morte del reo; per MARCELLO DELL’UTRI, conferma parziale della condanna di primo grado per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1992.Di seguito, un breve estratto della parte decisoria della sentenza:
“Risulta in conclusione provato, come in precedenza già osservato, che egli ha svolto, ricorrendo all’amico Gaetano Cinà ed alle sue “autorevoli”conoscenze e parentele, un’attività di “mediazione” quale canale di collegamento tra l’associazione mafiosa cosa nostra, in persona del suo più influente esponente dell’epoca Stefano Bontate, e Silvio Berlusconi, così apportando un consapevole rilevante contributo al rafforzamento del sodalizio criminoso al quale ha procurato una cospicua fonte di guadagno illecito rappresentata da una delle più affermate realtà imprenditoriali di quel periodo, divenuta nel volgere di pochi anni un vero e proprio impero finanziario ed economico. Va riaffermato che l’imputato non ha svolto solo un ruolo di collaborazione con l’imprenditore estorto al fine esclusivo di trovare soluzione ai suoi problemi, ma ha invece coscientemente mantenuto negli anni amichevoli rapporti con coloro che erano gli aguzzini del suo amico e datore di lavoro, incontrando e frequentando sia Gaetano Cinà che Vittorio Mangano, pranzando con loro ed a loro ricorrendo ogni qualvolta sorgevano problemi derivanti da attività criminali rispetto ai quali i suoi amici ed interlocutori avevano una sperimentata ed efficace capacità di intervento. Non dunque un reato di “amicizia” per avere frequentato un soggetto dalle parentele “ingombranti” ed un esponente mafioso in ascesa, bensi il consapevole sfruttamento di quell’amicizia e di quel rapporto che gli consentivano di porsi in diretto collegamento con i vertici della potente mafia siciliana. Marcello Dell’Utri ha così oggettivamente fornito un rilevante contributo all’associazione mafiosa cosa nostra consentendo ad essa, con piena coscienza e volontà, di perpetrare un’intensa attività estorsiva ai danni del facoltoso imprenditore milanese imponendogli sistematicamente per quasi due decenni il pagamento di ingenti somme di denaro in cambio di “protezione” personale e familiare. Infatti, anche dopo la morte di Stefano Bontate nell’aprile del 1981 e l’ascesa in seno all’associazione mafiosa di Salvatore Riina, l’imputato ha mantenuto i suoi rapporti con cosa nostra specificamente adoperandosi, fino agli inizi degli anni ’90, affinchè il gruppo imprenditoriale facente capo a Silvio Berlusconi continuasse a pagare cospicue somme di danaro a titolo estorsivo al sodalizio mafioso in cambio di “protezione” a vario titolo assicurata. Ciò Dell’Utri ha potuto fare proprio perché ha mantenuto negli anni, mai rinnegandoli ed anzi alimentandoli, amichevoli e continuativi rapporti con i due esponenti mafiosi in contatto con i vertici di cosa nostra i quali hanno accresciuto nel tempo il loro peso criminale in seno al sodalizio proprio in ragione del fatto che l’imputato ha loro consentito di accreditarsi come tramiti per giungere a Silvio Berlusconi, destinato a diventare uno dei più importanti esponenti del mondo economico-finanziario del paese, prima di determinarsi anche verso un impegno personale anche in politica. Marcello Dell’Utri, dunque, per circa due decenni, ogni volta che l’amico imprenditore Silvio Berlusconi subiva attentati ed illecite richieste ad opera della criminalità organizzata, si è proposto come soggetto capace, in forza delle sue risalenti conoscenze, di risolvere il problema con l’unico sistema che conosceva, ovvero favorire le ragioni di cosa nostra inducendo l’amico a soddisfarne le pressanti pretese estorsive. Egli è divenuto dunque costante ed insostituibile punto di riferimento sia per Silvio Berlusconi, che lo ha interpellato ogni volta che ha dovuto confrontarsi con minacce, attentati e richieste di denaro sistematicamente subite negli anni, sia soprattutto per l’associazione mafiosa cosa nostra che, sfruttando il rapporto preferenziale ed amichevole con lui intrattenuto dai suoi due membri, Gaetano Cinà e Vittorio Mangano, sapeva di disporre di un canale affidabile e proficuo per conseguire i propri illeciti scopi non rischiando denunce ed interventi delle forze dell’ordine, quanto piuttosto con la garanzia di un esito positivo e dell’accoglimento delle proprie pretese estorsive. Tale condotta dell’imputato, che anche per la sua sistematicità va fondatamente ritenuto abbia consapevolmente contribuito al consolidamento ed al rafforzamento dell’associazione mafiosa, integra dunque il contestato concorso nel reato associativo che deve tuttavia ritenersi sussistente solo fino ad epoca in cui, in forza delle risultanze acquisite, può ritenersi E’ stato evidenziato come la critica ed approfondita disamina delle dichiarazioni dei collaboratori imponga di ritenere certamente provata la corresponsione, da parte del Berlusconi per il tramite di Dell’Utri, di somme di denaro a cosa nostra, fino al 1992, difettando invece elementi certi per affermare che ciò sia avvenuto anche negli anni successivi ed in particolare dopo la strage di Capaci e nel periodo in cui, dalla fine del 1993,l’imprenditore Berlusconi decise di assumere il ruolo a tutti noto nella politica del paese. Mancano infatti per il periodo successivo al 1992 prove inequivoche e certe di concrete e consapevoli condotte di contributo materiale ascrivibili a Marcello Dell’Utri aventi rilevanza causale in ordine al rafforzamento dell’organizzazione criminosa. Se infatti la giurisprudenza della Suprema Corte a Sezioni Unite impone che la prova da acquisìre ai fini della configurabilità del reato di concorso esterno in associazione mafiosa debba riguardare ogni singolo contributo apportato dall’agente ed alla sua portata agevolativa rispetto agli scopi dell’associazione, risultando insufficiente ad integrare il reato una condotta che configuri mera “disponibilità” o “vicinanza”, deve concludersiche per Marcello Dell’Utri il contributo penalmente rilevante apportato agli scopi dell’associazione è stato rappresentato, per le ragioni esposte, dalla comprovata condotta di mediazione, consapevolmente svolta per circa due decenni consentendo a cosa nostra di estorcere denaro a Berlusconi, con certezza protrattasi solo sino al 1992. In difformità a quanto ritenuto dal primo Giudice, osserva infatti la Corte, all’esito dell’approfondita ed obiettiva analisi delle risultanzeacquisite, che non sussiste alcun concreto elemento ancorchè indiziario comprovante l’esistenza di contatti o rapporti, diretti o indiretti, tra Marcello Dell’Utri ed i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, essendo risultato sostanzialmente inconsistente anche il contributo offerto nel presente giudizio di appello da Gaspare Spatuzza, le cui dichiarazioni, al di là del risalto mediatico oggettivamente assunto, si sono palesate prive di ogni effettiva valenza probatoria, sia per l’inutilizzabilità processuale delle mere deduzioni ed inammissibili congetture che hanno caratterizzato l’esame del predetto, sia soprattutto per la manifesta genericità dell’unico concreto riferimento alla persona dell’imputato. La Corte infine ribadisce che l’obiettivo e rigoroso esame dei dati processuali acquisiti, costituiti prevalentemente da plurime dichiarazioni di collaboratori di giustizia, non ha evidenziato prove certe idonee a supportare la grave accusa contestata a Marcello Dell’Utri di avere stipulato nel 1994 un accordo politico-mafioso con cosa nostra nei termini richiesti per la configurabilità della fattispecie di cui agli artt.110 e 416 bis c.p. nel caso paradigmatico del patto di scambio tra l’appoggio elettorale da parte della associazione e l’appoggio promesso a questa da parte del candidato. … L’imputato va dunque assolto dall’imputazione ascritta, relativamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992, perché il fatto non sussiste .”
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Passi ancora Dell’Utri, ma la gente non vuole che Berlusconi sia condannato, non vuole che le si dica che si e’ fatta governare per quasi vent’anni da un mariuolo, da un mafiosello. Sedici anni, quasi diciassette, ma ci pensate?
p.s. di quei sedici pero’, a ben vedere, sette li ha avuti a disposizione quella che dovrebbe essere la “sinistra” e nessuno ha ancora saputo spiegarmi perche’, in quei sette anni, questa curiosa “sinistra” non ha trovato un minuto per liberare il Paese dal virus.
TNEPD
http://tnepd.blogspot.com