Archivio Mensile: novembre 2010

Intervista ad Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo e Luca Tescaroli – 20/11/2010

Fonte: Intervista ad Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo e Luca Tescaroli – 20/11/2010.

Sabato 20 novembre 2010, in occasione della manifestazione organizzata da Salvatore Borsellino, dal Movimento delle agende rosse e della scorta civica, per tutelare i magistrati impegnati a scoprire la verità sulle stragi del ’92 e ’93, e soprattutto il magistrato Antonino Di Matteo (sottoposto ad accertamenti per opinioni espresse nella sua veste di Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo), ilfattoquotidiano.it ha intervistato a Palermo Di Matteo e il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. I due hanno analizzato il rapporto tra mafia e politica, prendendo anche in considerazione le recenti sentenze su Domenico Miceli e Marcello Dell’Utri.
Nella stessa giornata il giornalista Emiliano Morrone ha intervistato il sostituto procuratore Luca Tescaroli che ha partecipato al presidio organizzato a Roma dalle agende rosse e dalla scorta civica. ‘Credo che sia un atto significativo essere qui oggi – ha detto il dott. Tescaroli – perché viviamo in un momento in cui l’Istituzione Giudiziaria è al centro di una campagna di demonizzazione senza precedenti. Dinanzi alle aggressioni verbali io credo che sia un diritto quello di reagire ed anche un dovere etico soprattutto quando si colpisce e delegittima l’intera magistratura’.

LE CIRCOSTANZE POLITICHE DELLA MORTE DI YASSER ARAFAT

Fonte: ComeDonChisciotte – LE CIRCOSTANZE POLITICHE DELLA MORTE DI YASSER ARAFAT.

6 anni fa moriva per avvelenamento il presidente palestinese

DI THIERRY MEYSSAN
voltairenet.org

L’ 11 novembre 2004, il presidente Yasser Arafat moriva in un ospedale militare francese. Una polemica fu innescata sulla causa del suo avvelenamento. Solo molto più tardi, durante il sequestro da parte di Hamas di documenti personali negli archivi del ministro Mohamed Dahlan, furono raccolte le prove del complotto. L’uccisione del presidente palestinese era sponsorizzata da Israele e dagli Stati Uniti, ma fu commessa dai palestinesi. Thierry Meyssan descrive le circostanze politiche che hanno portato al piano di questa eliminazione.

La salita al potere di George W. Bush, nel gennaio 2001, e quella del generale Ariel Sharon, nel marzo 2001, in piena Intifada, segnano un cambiamento radicale della politica nei confronti dei palestinesi. Il periodo coincide con la presentazione del rapporto del senatore George Mitchell sulle responsabilità condivise nella continuazione del conflitto. Il presidente Bush designa un diplomatico provetto, Williams Burns, per essere rappresentato in Medio Oriente. Insieme al direttore della CIA, George Tenet, elaborano un protocollo in sei punti per il cessate il fuoco. Sharon e Bush lo esaminano il 26 giugno 2001 alla Casa Bianca.

Si tratta in realtà di una messa in scena. La riapertura delle vie di transito nei territori occupati è subordinata al totale ed immediato arresto delle ostilità. In altre parole le misure di repressione nei Territori occupati saranno interrotte se i palestinesi rinunceranno, senza contropartita, alla resistenza armata. Sharon e Bush si accordano su un discorso che stigmatizzi il presidente Yasser Arafat e lo renda responsabile della prosecuzione delle ostilità: lui è il “terrorista” per eccellenza e i due paesi debbono unirsi per dare scacco al “terrorismo”. Di conseguenza, il generale Sharon decide di applicare da quel momento la strategia degli “assassinii mirati” dei dirigenti politici palestinesi. Il primo eliminato sarà Abou Ali Moustapha, un dei capi dell’OLP.

In più quando sopraggiungono gli attentati dell’11 settembre. Questa retorica si fonde senza problemi in quella della “guerra al terrorismo”. Quella mattina d’altronde, i media diffondono una rivendicazione da parte di un gruppo palestinese e Israele chiude tutte le rappresentanze diplomatiche nel mondo. Le immagini di una quindicina di palestinesi gridanti di gioia davanti ai danni inflitti agli Stati Uniti fanno il giro del mondo. Comunque sia la responsabilità palestinese sarà scartata/ nel corso della giornata e gli attentati saranno attribuiti a un gruppuscolo dell’Afghanistan.

Per chiudere questo capitolo, Yasser Arafat si recherà in un ospedale per donare il sangue per le vittime statunitensi. Ma l’occasione è troppo ghiotta: i dirigenti israeliani moltiplicano le dichiarazioni di compassione nei confronti delle vittime stabilendo un parallelo tra ciò che sopportavano gli statunitensi e gli israeliani. Ariel Sharon qualifica l’Autorità palestinese come un’ “organizzazione che sostiene il terrorismo”, tanto che il portavoce della Casa Bianca sottolinea che Israele ha il diritto di difendersi. Il miscuglio tra Resistenza e terrorismo è completo.

Tel Aviv moltiplica le misure per isolare “il terrorista” Yasser Arafat. Tuttavia i ministri degli Affari Esteri dell’Unione europea riaffermano che il presidente dell’Autorità palestinese è un partner per la pace, mentre Washington mantiene i suoi contatti con li vecchio leader.

Constatando l’impossibilità di una soluzione militare, il generale Sharon immagina un piano di ri-suddivisione della Palestina che assicuri la continuità territoriale di Israele e delle sue colonie e che, al contrario divida i Territori palestinesi in due zone discontinue. Con discrezione, inizia dei grandi lavori, in particolare la costruzione di un muro che marcherà la nuova frontiera. Il piano d’insieme non sarà svelato se non in seguito. Il generale Sharon si accontenta in un primo momento di annunciare la creazione di “zone tampone” ritagliate nei territori occupati. Allo stesso tempo un’associazione di vecchi ufficiali conduce una campagna di propaganda per una separazione unilaterale degli ebrei dagli arabi. Ci si orienta verso una forma di apartheid in cui Gaza e la Cisgiordania giocheranno il ruolo di Bantustan[1]

Per spostare le linee (la frontiera) sul territorio, il gabinetto israeliano lancia l’operazione “Muro di protezione” (a volte tradotto con operazione “Muraglia”) la cui inutilità non sarà colta che in seguito. Tsahal rade al suolo una parte di Jennina e assedia la Basilica della Natività a Betlemme dove la Chiesa cattolica ha accordato asilo a uomini della resistenza palestinese. Il generale Sharon designa Yasser Arafat come il “nemico di Israele”, ciò che molti interpretano come il segnale della sua eliminazione imminente. In un’esternazione televisiva solenne, il primo ministro israeliano dichiara: “Lo Stato di Israele è in guerra (…) Una guerra senza compromessi contro il terrorismo (…) attività coordinata e diretta da Yasser Arafat”. Per cinque mesi, le forze israeliane assediano il palazzo presidenziale a Ramallah e dichiarano la città “zona militare vietata”. Il vecchio leader viene isolato in alcune stanze (del palazzo), mentre vengono tagliate acqua ed elettricità. Sharon gli offre di partire, “con un biglietto sola andata”. Alla fine dell’assedio, rimosso sotto la pressione internazionale, Arafat resta agli arresti domiciliari nelle rovine del palazzo presidenziale.

Il principe Abdullah d’Arabia saudita presenta un ragionevole piano di pace, tenendo conto degli interessi sei diversi protagonisti. Lo presenta al summit della Lega araba a Beirut, mentre Yasser Arafat è prigioniero a Ramallah, ed ottiene il sostegno degli Stati arabi. George Bush, – che faceva il duro da una parte con Williams Burns e Donald Rumsfeld, dall’altra con Antohony Zini e Colin Powell – sabota il progetto di pace arabo. Il 24 giugno 2001, si pronuncia a favore della creazione di uno Stato palestinese, ma pone come premessa l’uscita di scena del presidente Arafat e la creazione di una nuova direzione palestinese che non sia compromessa “col terrorismo”.

La logica che porterà all’assassinio del vecchio leader è oramai in moto. Nulla potrà arrestarla.

Washington sollecita invano i suoi partner del Quartet (ONU, Unione Europea, Russia) affinché appoggino la partenza di Arafat. In seguito all’attentato a Tel Aviv che fa 7 morti, il generale Sharon ordina di riprendere l’assedio del palazzo presidenziale. Tsahal distrugge quasi tutto il complesso governativo e i dirigenti israeliani non nascondono di volerla finire con il loro “nemico” Arafat. Tutta la popolazione palestinese manifesta il sostegno al vecchio leader, mentre il Consiglio di Sicurezza vota la risoluzione 1435 intimando ad Israele di cessare immediatamente l’operazione. Tsahal va via.

In Israele vengono convocate elezioni anticipate. Il loro risultato rafforza il potere d’Ariel Sharon. Componendo il suo nuovo gabinetto, dichiara senza giri di parole che “porterà a termine la guerra contro il terrorismo, allontanerà la direzione terrorista e creerà le condizioni per la nascita di una nuova direzione con la quale sarà possibile raggiungere una vera pace”.

La Russia e la Francia spingono Arafat a liberarsi della zavorra per evitare il peggio. Il vecchio leader acconsente alla creazione di un posto di primo ministro e ad affidarla ad una personalità accettata da Tel-Aviv e Washington e potrà discutere con loro per rompere l’isolamento. Designa Mahmoud Abbas. I due uomini hanno grandi difficoltà ad accordarsi per la formazione del governo. Abbas vuole affidare le relazioni con le organizzazioni della Resistenza militare al generale Mohammed Dahlan che Arafat respinge. Alla fine convengono a nominare Dahlan a capo della polizia.

Comunque sia, la formazione di questo governo non cambia nulla. La decisione di uccidere Arafat è stata presa. E’ proprio il programma ufficiale del nuovo gabinetto Sharon. L’ambasciatore Williams Burns e il primo ministro Ariel Sharon organizzano un incontro segreto con il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas e il futuro ministro dell’Interno Mohammed Dahlan. I congiurati mettono a punto i dettagli del crimine. Si mettono d’accordo per assassinare il vecchio leader e i capi di Hamas, così che non possano più innescare nuov e reazioni.

Il Quartet accoglie la nomina del nuovo governo palestinese pubblicando la “roadmap”. Il gabinetto Sharon approva pubblicamente questa pratica, ma trasmette in segreto alla Casa Bianca una nota esplicitando in essa 14 riserve che svuotano in sostanza la “roadmap” del suo senso. Per sei mesi, Mahmoud Abbas partecipa a numerosi incontri internazionali per mettere in opera le raccomandazioni del Quartet e viene ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca. Tuttavia, appare subito prendere impegni oltre le proprie competenze. Avrebbe così promesso al summit d’Akaba la fine della Resistenza armata, senza contropartita. Comunque sia, Jacques Chirac viene informato del complotto. Allerta il suo omologo russo, Vladimir Putin. La Francia e la Russia propongono al presidente Arafat di lasciare immediatamente Ramallah e di accordargli asilo politico nel paese di sua scelta. Il vecchio leader declina l’offerta. Sa che se lascerà la Palestina, non vi farà più ritorno.

Per garantire la propria sicurezza, Arafat crea un Consigliere nazionale di sicurezza che usurpa le prerogative di Abbas e Dahlan. Lo affida a Jibril Rajoub. La tensione arriva al suo massimo. Abbas da le dimissioni portando con sé Dahlan.

E’ in questo periodo che Mohammed Dahlan invia una lettera al ministro israeliano della Difesa Shaul Mozaf; un documento la cui copia è stata ritrovata negli archivi privati di Dahlan dopo la sua fuga. Scriveva: “Siate certi che i giorni di Yasser Arafat sono contati. Ma lasciatecelo abbattere a modo nostro, non vostro (…) manterrò le promesse fatte davanti al presidente Bush”.

Yasser Arafat nomina Ahmed Qorei Primo Ministro. Il gabinetto Sharon replica adottando il principio dell’espulsione del presidente dell’Autorità palestinese fuori dalla Palestina. I palestinesi manifestano di nuovo a sostegno del loro leader. La Siria chiede al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di vietare l’espulsione del presidente Arafat, la gli Stati Uniti oppongono il veto al progetto di risoluzione. Per ritorsione, gli aerei israeliani sorvolano il palazzo presidenziale siriano e bombardano un antico campo (profughi) palestinese vicino Damasco.

Nel marzo 2004, Tsahal assassina Ahmed Yassine, capo spirituale di Hmas. Questo omicidio non può essere compreso se non come la volontà di decapitare il ramo musulmano della Resistenza così che non possa subentrare quando il ramo laico verrà anch’esso decapitato. All’ONU, Washington oppone il veto a una risoluzione condannando questo crimine. Proseguendo sullo slancio iniziale, Tsahal assassina il mese successivo Abdel Aziz al-Rantissi, capo civile di Hamas.

Ariel Sharon si reca a Washington e svela il nuovo piano di divisione della Palestina che sta mettendo in atto da tre anni. Insiste sul fatto che la continuità territoriale israeliana esige lo smantellamento delle colonie troppo avanzate e indifendibili; e che le truppe israeliane si ritirino dai territori destinati ai palestinesi. Ammette il progetto di separazione delle popolazioni in entità etnicamente omogenee e il tracciato completo del muro di separazione. Il presidente Bush gli da per iscritto il via libera di Washington e aggiunge che, tenuto conto della “nuova realtà sul territorio” il principio di ritorno alle frontiere stabilite dalla comunità internazionale è oramai “irrealistico”. Il fatto compiuto prima del diritto. Il Consiglio di sicurezza rifiuta di condannare le annessioni di territori dietro il muro di separazione, l’Assemblea generale interpella la Corte dell’Aja perché si pronunci.

A Ramallah, Yasser Arafat teme che il ministro dell’Interno del governo Qorei abbia preso parte al complotto. Decide di dimetterlo. Ahmed Qorei, sentendosi sconfessato, presenta le dimissioni. Alla fine Arafat rinuncia. Qorei e la sua equipe restano, compresi i traditori. Errore fatale.

Il 21 ottobre 20014, Yasser Arafat viene preso da spasmi (attacchi di vomito), I medici credono dapprima ad una semplice influenza. Il suo stato peggiora rapidamente e il suo sistema immunitario si indebolisce gravemente. Su proposta del suo omologo francese, Jacques Chirac, accetta di lasciare la Palestina per farsi curare. Sa che la sua vita è in pericolo e che anche se se la caverà, non ritornerà più nella sua terra. E’ preso a carico di un ospedale militare specializzato. I medici non riescono ad isolare il veleno dal momento che i suoi assassini gli hanno inoculato anche il retrovirus dell’HIV rendendo illeggibili tutti gli esami. Entra in coma. La sua morte viene annunciata l’11 novembre 2004 alle 3.30, ora di Parigi. L’Eliseo si occupa che l’atto di decesso dichiari che il presidente dell’Autorità palestinese è nato a Gerusalemme.

Il gabinetto Sharon si oppone all’inumazione a Gerusalmme; esequie internazionali hanno luogo al Cairo e la sepoltura a Ramallah. I Collaboratori che hanno complottato con l’Occupante per farlo uccidere non si attardano ad impossessarsi del potere.

Thierry Meyssan, analista politico francese, presidente fondatore della Rete Voltaire e della conferenza Asse per la Pace. Pubblica ogni settimana cronache di politica estera nella stampa araba e russa. Ultima opera pubblicata: L’Effroyable imposture 2 (L’orribile impostura 2), JP Bertand editore (2007)

Fonte: www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article162429.html
11.11.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUSANNA TROIANO

[1] Termine che si riferisce ai territori del Sudafrica e della Namibia assegnati alle etnie nere dal governo sudafricano nell’epoca dell’apartheid

Mafia e Stato: il patto

Fonte: Il Fatto Quotidiano » Blog Giustizia & impunità » Mafia e Stato: il patto.

Andreotti Giulio, anni dieci. Berlusconi Silvio, anni otto. Cuffaro Salvatore detto Totò, anni sette. Lombardo Raffaele, anni due e mesi sei…”.

No, non è quello che stavate pensando. E’ semplicemente il numero degli anni in cui la Repubblica Italiana e la Regione Siciliana sono state governate da politici ufficialmente e giudiziariamente in contatto con mafiosi. Per un terzo della nostra  storia civile, quindi, siamo stati comandati da gente che s’intendeva coi mafiosi. Questo è il Patto.

Il Patto non esclude patti minori – anzi, li esalta – ma non coincide con essi. Questi ultimi possono essere considerati delle patologie del sistema, ma il Patto è una fisiologia.

Uccidere Falcone, ad esempio, può essere stata una scelta eccezionale, una patologia. Ma se ciò è stato fatto per  impedirgli di portare Badalamenti (tramite Buscetta) a rivelare gli incontri tra Cosa Nostra e il Governo – rivelazioni che ora sono agli atti della Storia ma vent’anni fa avrebbero rivoluzionato il Paese – uccidere Falcone allora non sarebbe più una decisione occasionale, un caso estremo, ma una componente fisiologica, necessitata, del Patto. Lo stesso per Borsellino, ucciso dalla mafia ma non per essa.

Il Patto, agli albori della Repubblica, consiste in questo: l’Italia è un paese civile, con libere elezioni, ma fino a un certo punto. Mezza Italia resta pre-repubblicana, feudo senza diritti del grande latifondo. L’altra metà è repubblica, ma con un confine preciso: in nessun caso può andare al governo il partito dei lavoratori dipendenti, che per ragioni storiche si chiamava comunista.

Entro questi binari, la vita della repubblica andava avanti tranquilla. Un nord corporativo e democratico, e tutto sommato europeo, in cui lo Stato finanziava gli imprenditori e questi garantivano la piena occupazione. Un sud largamente autonomo ma non ribelle, in cui i grandi proprietari terrieri si evolvevano in “imprenditori” e i loro armati in moderni mafiosi. Due insiemi collegati dalla Dc e dall’emigrazione.

Nei momenti di crisi (l’occupazione delle terre, l’autunno caldo) s’interveniva con mezzi forti: Portella delle Ginestre, Piazza Fontana. Ma erano casi estremi. A poco a poco la crisi rientrava (i contadini emigravano, gli operai accettavano la ristrutturazione industriale) e tutto tornava nella normalità. Che era una normalità italiana, legata al Patto.

* * *

Il nostro – sto parlando del Sud: ma ormai arriva a Milano – è un Paese antichissimo, molto più antico della politica. Da noi la destra non è quella parte del parlamento che siede alla destra dell’onorevole speaker, è proprio il padrone feroce, nato sulla zolla; e la sinistra non è un club di gentlemen riformisti, è generazioni infinite di contadini. La paura, la fame, muovevano reciprocamente i due mondi.

Certo: poi venne De Gasperi, venne Togliatti; ci siamo inciviliti parecchio, nei nostri anni belli, prima di diventare quel che siamo. Ma l’imprinting è quello: una lotta di classe a volte umanamente “politica”, altre volte feroce. In altri Paesi simili (la Grecia del dopo-guerra, la Spagna di Franco) questa lotta di classe fu risolta con stragi di centinaia di migliaia di cittadini. In Italia col Patto.

* * *

A Brescia, in questi giorni, sono accadute – per singolare coincidenza, quasi insieme – due cose che ci ricordano cos’è stato in pratica, e cosa ancora è ogni volta che gli si lascia via libera, la gestione del potere in questo paese. Sono stati esiliati d’autorità, con un ottocentesco foglio di polizia, i capi di una pacifica manifestazione di operai; ché  tali erano i senegalesi della gru, prima ancora che forestieri o immigrati: operai.

Ed è stata definitivamente dichiarata impunita la strage del maggio ’74 di Brescia, di trentasei anni fa. Otto italiani ammazzati, feriti più di cento: la giustizia, impotente, alza le braccia.

Perseguitati gli operai, liberi e trionfanti gli stragisti: questo è lo stato del mio Paese nell’anno di grazia 2010. Non sarà la politica piccola a sollevarlo.

Maroni, spingendo Tremonti, tradisce Berlusconi in proprio o per conto di Bossi? Chi ha spinto la Carfagna a quest’ultima storia di Bocchino? Lombardo è più o meno mafioso di Cuffaro?

E che ce ne frega. Pensiamo alla politica seria, almeno noi. Cacciare Berlusconi, deridere i suoi cortigiani, sberlursconizzare  la sinistra: vi pare un programma da niente?

COME SI DISTRUGGONO LE BANCHE ? RITIRANDO IL NOSTRO DENARO

Fonte: ComeDonChisciotte – COME SI DISTRUGGONO LE BANCHE ? RITIRANDO IL NOSTRO DENARO.

FONTE: ILSOLE24ORE.COM

Cantona guida la rivolta contro le banche: ritiriamo i risparmi il 7 dicembre.

L’ex stella del Manchester United Eric Cantona, che i tifosi inglesi chiamavano «Dio», si ritrova in Francia alla testa di un movimento di protesta contro le banche, che ha già raccolto migliaia di simpatizzanti. Tutto è iniziato – ricostruisce il Guardian – con una intervista al quotidiano Presse Ocean di Nantes, l’8 ottobre scorso.

Rispondendo a una domanda sulle dimostrazioni contro la riforma delle pensioni in Francia, Cantona, che indossava una maglietta rosso fuoco, ha criticato gli episodi di violenza spiegando che i dimostranti farebbero meglio a far nascere un movimento economico rivoluzionario, «iniziando a ritirare i propri soldi dalle banche».

Nella foto: Eric Cantona

«Che senso ha scendere in piazza? Per dimostrare? Non è più questa la strada - ha detto Cantona -. La rivoluzione è veramente facile oggi: il sistema è costruito sulle banche, quindi deve essere distrutto attraverso le banche. Se i tre milioni di persone che hanno dimostrato andassero in banca e ritirassero i propri soldi le banche collasserebbero».

Il video è finito su Youtube: 40.000 i clic in poche ore, con il movimento francese “StopBanque” pronto a concretizzare l’iniziativa, fissando al prossimo 7 dicembre il «D-day», il giorno in cui gli aderenti andranno in banca a ritirare i propri risparmi.

E sarebbero già 14.000 quelli pronti a farlo, aderendo al manifesto di StopBanque firmato da una regista belga, Geraldine Feullein, e da uno francese, Yann Sarfati. Il movimento si è propagato velocemente in tutta Europa, grazie ai social network, arrivando fino in Corea del Sud. Interesse anche in Italia: quasi 20.000 i clic sulla versione con sottotitoli in italiano e numerose pagine Facebook che invitano, il prossimo 7 dicembre, a ritirare i propri soldi dalle banche.

Un responsabile della federazione bancaria francese ha liquidato l’iniziativa con una risata, «è una cosa stupida», e ricordato con ironia che se Cantona, che nel ’95 venne condannato a due settimane di carcere per aver colpito un tifoso avversario con un calcio stile Kung fu, vuole veramente ritirare i propri soldi «avrebbe bisogno di molte valigie».

Fonte: www.ilsole24ore.com
Link: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-11-21/stella-manchester-cantona-attacca-190546.shtml?uuid=AYxYfflC
22.11.2010

Blog di Beppe Grillo – Chi parla? Riso Scotti Energia!

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Chi parla? Riso Scotti Energia!.

La società “Riso Scotti Energia” è nata per bruciare gli scarti del riso, la cosiddetta “lolla“. In tre anni, dal 2007 al 2009, ha bruciato fanghi, cadmio, polveri provenienti dai fumi, arsenico, nichel, piombo. I guadagni erano garantiti dagli incentivi per l’energia rinnovabile, 30 milioni di euro (attraverso il CIP6), dai soldi ricevuti per smaltire rifiuti tossici nocivi delle aziende e dalla vendita dell’impasto residuo come lettiera a allevamenti zootecnici di Lombardia, Piemonte e Veneto. L’impianto di 17.000 metri quadri, appena fuori Pavia, è stato sequestrato, i dirigenti arrestati. I pavesi hanno pagato tre volte: con la quota CIP6 nella bolletta dell’ENEL, con l’aria tossica e con l’assorbimento di sostanze nocive da parte di maiali e pollame. Quanti impianti non a norma esistono in Italia? Chi li controlla? Nessuno. Mereu, capo per la Lombardia della Forestale, ha detto: “E’ la prima inchiesta di questo tipo su una centrale a biomasse, Ci vogliono più controlli…“. E, soprattutto, vanno eliminati i contributi CIP6, senza i quali non esisterebbero gli inceneritori.

Caro Beppe,
ti scrivo da Pavia, finalmente da due giorni l’aria della mattina e della sera è respirabile, non si sente più quell’odore acre che era ormai diventato tipico da almeno 3 anni (se non anche 4) il motivo c’è: la Polizia e la Forestale hanno sequestrato l’inceneritore di Riso Scotti Energia che era stato costruito sulla carta per bruciare solamente la lolla, poi non riuscendo “a starci dentro” hanno iniziato a bruciare anche rifiuti. Sui giornali c’è scritto che la Procura stima che abbiano bruciato almeno 40.000 tonnellate di rifiuti tossici. Ne hanno arrestati solo 7, il gran capo naturalmente no, strano che non potesse non sapere, non li firmava i bilanci? Come potevano stare in piedi solo con la lolla? Che schifo! Il bello è che, è riportato sempre nei giornali, gli allevatori di maiali della zona comprassero quella lolla in cui venivano occultati i rifiuti, come se poi nessuno di loro mangi mai un salame, un prosciutto, una coppa. Che idioti. Ma la gente non si rende conto che ci stiamo distruggendo? Nessuna TV nazionale ha parlato del sequestro. Tutto ciò è causato dall’ingordigia di queste bestie di persone, i profitti non bastano mai, sono degli squali. Perchè tramite il tuo blog non facciamo partire una campagna per boicottare i prodotti della SCOTTI? Spero onestamente per mio figlio che l’inceneritore non venga più aperto. Saluti.” Leonardo P.

Fuori la mafia dallo Stato

Fonte: Antimafia Duemila – Fuori la mafia dallo Stato.

di Luigi de Magistris – 21 novembre 2010
Dopo la stagione stragista di Cosa nostra degli anni 1992-1993, culminata nelle bombe di Capaci e via D’Amelio, realizzatasi anche a causa della condotta di pezzi delle istituzioni, le mafie hanno scelto di istituzionalizzarsi, di penetrare nell’economia (mafia imprenditrice)…

…e nelle articolazioni dello Stato (mafia statuale).
Questa “normalizzazione” e “legalizzazione” delle mafie si è realizzata anche attraverso l’azione dei poteri occulti di matrice massonica (deviata). Con il riciclaggio di milioni di euro di denaro sporco le mafie sono penetrate in tutti i settori economici, ovunque circola il denaro (calcio compreso).
Con la penetrazione istituzionale – soprattutto nella gestione del denaro pubblico (finanziamenti europei, emergenza ambientale, protezione civile) – si sono consolidati i rapporti con la politica e con i pubblici amministratori. La corruzione è divenuta sistema (dazioni di denaro, incarichi, consulenze, poltrone). Le mafie garantiscono voti e denaro, ciò che serve alla politica. L’intreccio tra cricche e mafie, il rapporto organico tra politica e criminalità organizzata e le collusioni nella pubblica amministrazione e nelle istituzioni di controllo, consentono di far assumere al sistema criminale il volto rassicurante dello Stato.
Utilizzano la legge, l’atto amministrativo, il provvedimento giudiziario, la carta da bollo, per perseguire il disegno criminale. Il consolidamento della mediazione tra criminalità organizzata e istituzioni è stato realizzato dai poteri occulti: dalla P2 alla P3. Un governo occulto della cosa pubblica.
Nei luoghi in cui si riunisce la borghesia mafiosa si decidono anche leggi, provvedimenti amministrativi, punizioni di servitori dello Stato, epurazioni di giornalisti, il sovvertimento “legale” dell’ordine costituzionale. Questo disegno autoritario gode di sponde istituzionali di alto livello e si avvale della strategia delle tensione dell’(ab)uso del diritto. Se non si spezza l’intreccio tra mafia e politica la criminalità organizzata non sarà sconfitta. Questo legame, in continuità con la P2 degli anni 70-80, è stato preservato anche per il ruolo deviato di magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine e servizi segreti. L’elenco è lungo: gli ostacoli che ebbero Falcone e Borsellino da parte di magistrati, il ruolo dei servizi nell’attentato dell’Addaura, le stragi (in particolare via D’Amelio) e il coinvolgimento di esponenti dei servizi, la trattativa tra pezzi di Stato e mafia, l’emergere di magistrati e servizi nelle indagini di Catanzaro e Salerno sulla Nuova P2 e di Roma sulla P3. Spesso il Sisde. Queste convergenze parallele hanno consolidato il rapporto tra mafie e politica. Se si connettono talune indagini giudiziarie degli ultimi anni la verità è vicina ed è necessaria per far fuori la mafia dallo Stato. La magistratura e le forze dell’ordine sane non abbiano paura e chi sa parli, prima che sia troppo tardi e che si consolidi la strategia della tensione.

CIA = Agenzia Importazione Cocaina

Fonte: Voci Dalla Strada: CIA = Agenzia Importazione Cocaina.

L’aumento della droga negli USA e nell’ UE, il narcotraffico a livello mondiale, vanno di pari passo con l’espansione imperiale militari in tutto il mondo. La “lotta alla droga” è una farsa …

Kaos en la Red

Il giornale Mercury News di San Josè California, ha rivelato che agenti della CIA hanno venduto centinaia di tonnellate di cocaina negli USA durante gli anni in cui si è tenuto il conflitto in Nicaragua, al fine di ottenere fondi, per i Contras (paramilitari creati dagli USA per impedire la rivoluzione sandinista). Il dossier spiega che i leader del Contras si sono incontrati con un agente della CIA per pianificare l’operazione. La droga era trasportata in aerei militari, verso aeroporti nel Texas.
La droga dapprima fu distribuita nei ghetti neri di Los Angeles California e da qui si diffuse in tutto il paese, all’inizio degli 80, il crack e la cocaina hanno devastato interi quartieri degli USA, distruggendo cervelli e la volontà di lottare, di protestare, la CIA allora fu chiamata agenzia d’importazione della cocaina.

Il crack è un derivato della cocaina, la pasta della cocaina si produce spruzzando foglie secche di coca con potassio, benzina, acido solfurico, acqua, cherosene, l’impasto derivante acquista la consistenza dell’argilla, noto anche come pasta base, e attraverso un altro processo chimico, rilascia altri alcaliodi, e rimane soltanto cloridrato di cocaina.
I precursori chimici sono ingredienti indispensabili per la creazione della cocaina, e non si producono in Colombia, ma nonostante questo non esiste un “piano Germania” o “un piano Svizzera”, di bombardamenti alle multinazionali producono le sostanze chimiche … Perché è così?
La pasta base, una volta essiccata si vendeva in Colombia come “paco” (droga) dal 1981, usata per essere fumata dai tossicodipendenti, mischiata con tabacco, verso il 1985 il “paco” cominciò a essere diluito con ammoniaca, o etere, riscaldato, filtrato ed essiccato, si trasforma in crack, e dopo averlo introdotto in Colombia, gli USA lo portano al loro paese. Bisogna precisare che il crack è stato introdotto in Colombia dagli USA; che dal 1962 hanno instaurato la creazione di bande di paramilitari, intensificando le bande degli squadroni della morte che preesistevano al servizio dei latifondisti, per la loro lotta “anti-insurrezione”. Questo terrorismo di Stato, patrocinato dalla CIA, è finanziato in gran parte dei suoi strumenti paramilitari con il narcotraffico.
In quello stesso anno, 1985, il New York Times, pubblicava sull’apparizione di questa droga nei quartieri poveri, chiamando crack la droga che creava più dipendenza nella storia dell’umanità, ed è vero, il fumo arriva immediatamente alla testa, oltre ad essere assorbito dai polmoni, produce intensa euforia, seguita immediatamente da una violenta depressione, fumarla crea demenza, desiderio incontrollabile, il suo uso provoca l’arresto cardiaco, difficoltà respiratorie, disturbi mentali, delirio con forti allucinazioni, creando un atteggiamento irritabile ed aggressivo.
Fino ai primi anni 80, a causa dell’alto costo della cocaina, questa era consumata solo da artisti e gente del jet set, un anno dopo, Reagan autorizzò la formazione di un esercito paramilitare per destabilizzare il governo di Daniel Ortega in Nicaragua, conosciuto come fronte democratico nicaraguense (FDN) o Contras, era agli ordini del Colonnello Bermudez, vecchio ufficiale della guardia nazionale. Ma i fondi assegnati non bastano per l’addestramento e l’acquisto di armi. A marzo del 1982, due esiliati nicaraguensi, Danilo Blandon e Juan Meneses, volarono in Honduras per riunirsi con il Colonnello Bermudez, con lo scopo di trattare il finanziamento dei Contras. Meneses era un narcotrafficante, conosciuto come il re della droga, ha accettato di essere trasferito a San Francisco per sorvegliare l’importazione di tonnellate di cocaina, mentre Blandon la distribuiva ai trafficanti. In quell’epoca già la CIA ed il Pentagono con il Colonnello Oliver North formavano parte del cartello.
Negli USA il numero di consumatori, è passato da 6 milioni nel 1974 a circa 25-30 milioni nel 1985. Di questi consumatori il 75% si potevano considerare dipendenti. O’Maley e Washton, realizzarono uno studio sul profilo dei consumatori di cocaina negli USA nel 1982, i risultati mostrarono che l’età media dei consumatori era di 30 anni, il 50% di loro aveva entrate superiori ai 25 mila dollari annui, il 50% restante con un livello educativo uguale o superiore al liceo. Ma nel 1987, dopo l’intervento della CIA, l’età media dei consumatori era minore dei 25 anni e solo il 15% aveva entrate di 25mila dollari, solo il 12% avevano conseguito studi uguali a quelli del liceo.
Il giornalista Gary Webb del Mercury News, ha denunciato nel 2002, che la CIA è stata l’organizzatrice chiave nel traffico di armi e cocaina, per finanziare tutta la guerra sporca degli USA contro il Nicaragua, attraverso le reti di trasporto create dalla CIA in Costa Rica, Honduras e El Salvador, aerei di questo paese portavano la cocaina agli aeroporti del Texas, Florida, eludendo controlli della DEA e della dogana, dopo ritornavano carichi con armi per i Contras.
La CIA ha autorizzato l’operazione, la cocaina all’ inizio degli 80 era estremamente costosa negli USA dato che nessuno aveva trovato il modo di trasportarla con sicurezza e in enormi quantità, la rete dei Contras, si mise in contatto con i cartelli colombiani, perché la distribuissero in grandi quantità, e fu così che Meneses riuscì ad introdurre la cocaina negli USA, quasi 200 tonnellate all’anno, riuscendo ad abbassare il costo, da 50 mila dollari al chilo fino a 20 mila, e anche 10mila dollari, a causa della grande offerta, peggio ancora, era più popolare nei quartieri poveri sotto forma di crack, l’impatto è stato devastante, la dipendenza era 20 volte più forte della cocaina e molto più economica.
Mentre l’amministrazione nordamericana a metà degli 80 lanciò un’aggressiva campagna, per preservare la gioventù dai pericoli della droga, 4 organizzazioni, la DEA, DOGANE, lo Sheriff’s Department e il Bureau of Narcotics California, si lamentarono che le ricerche sul narcotraffico erano sistematicamente rese difficili dalla CIA, allegando interessi di “sicurezza nazionale”.
Il Mercury News, ha affermato non molto tempo fa, “mentre la guerra in Nicaragua, nessuno la ricorda più, i quartieri neri degli USA continuano a soffrire gli effetti della droga, specialmente del crack, introdotta dalla CIA, comunità intere di vagabondi dipendenti girovagano promuovendo violenza, le carceri sono piene di giovani neri e latini, per la maggiore, scontando sentenze per traffico di cocaina, una droga difficile da tovarere nei quartieri neri prima che la CIA la distribuisse in grandi quantità, le gang di Los Angeles, usano quei soldi per armarsi e distribuire cocaina in tutto il paese.
L’OMS, l’ONU, l’ufficio per il controllo e la supervisione UNDCP stima che attualmente, i  tossicodipendenti di cocaina  superano i 44 milioni di persone, senza considerare altre droghe legali o illegali, l’ONU, suppone che il consumo di eroina è aumentato, considerando gli ettari coltivati in Afghanistan, e per l’aumento delle esportazioni di eroina dalla Colombia, negli ultimi anni, in coincidenza con l’invasione in Afghanistan ed il piano Colombia (un’altra forma di invasione).
Gli studi di WOLA, incaricata dell’analisi dell’impatto del Piano Colombia, contro le droghe e le sue ripercussioni sui diritti umani in questo paese, avverte sul fallimento di questo progetto, fin dal suo inizio nel 2000, la proiezione di consumatori di droghe illecite nelle città statunitensi, secondo l’ultimo studio nel 2004, mostra l’aumento del consumo di droga e non solo della marijuana.
Gli USA sono i principali produttori di marijuana, superando il mais e grano, i suoi principali prodotti agricoli, sostanza praticamente legalizzata in questo paese, storia che comincia negli anni 40, le cui raccolti erano usate dall’industria della carta, e la sua alta qualità in carta moneta, per quell’epoca, poi a causa di problemi con i Rockefeller, principale imprenditore dell’industria della carta, per discussioni interne con altre aziende che producevano carta in California, e per la falsa morale dell’impero, si finì per catalogarla come droga. Gli ospedali nordamericani l’hanno sempre usata per i malati di cancro allo stomaco, oggi si consegna in dispense, prima della sua ufficiale legalizzazione negli Stati Uniti, fumare una canna era uguale a fare una passeggiata.
Questi aumenti della droga negli USA, il narcotraffico a livello mondiale, vanno di pari passo con l’espansione imperiale militari in tutto il mondo.
Con i fondi che produce il narcotraffico della CIA, si finanzia il 100% della guerra sporca, contro i paesi che non sono affini al sistema capitalista.
Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da VANESA

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ComeDonChisciotte – L’ ORRIBILE VERITA’ COMINCIA A FARSI STRADA TRA I LEADER EUROPEI

Fonte: ComeDonChisciotte – L’ ORRIBILE VERITA’ COMINCIA A FARSI STRADA TRA I LEADER EUROPEI.

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
blogs.telegraph.co.uk

L’intero progetto europeo è ora a rischio di disgregazione, con conseguenze strategiche ed economiche che sono molto difficili da prevedere.

In un discorso tenuto questa mattina, il presidente dell’Unione europea Herman Van Rompuy (poeta e scrittore di versi giapponesi e latini) ha avvertito che se i leader europei trattano maldestramente la crisi attuale e consentono lo scioglimento dell’eurozona, essi distruggono la stessa Unione europea.

“Siamo in una crisi di sopravvivenza. Dobbiamo lavorare tutti insieme per sopravvivere con la zona euro, perché se non sopravviviamo con la zona euro non sopravviveremo con l’Unione europea “, ha detto.

Bene, bene. Questo tema è fin troppo familiare ai lettori del The Daily Telegraph, ma è come uno shock ascoltare una tale confessione dal presidente europeo dopo tutti questi anni.

Egli ammette che la scommessa di lanciare una moneta prematura e disfunzionale, senza una tesoreria centrale, o unione del debito, o governo economico per sostenerla – e prima che le economie, i sistemi giuridici, le pratiche di contrattazione salariale, la crescita della produttività, la sensibilità del tasso d’interesse del Nord e del Sud Europa arrivassero dovunque vicino ad una convergenza sostenibile – ora può ritorcersi contro orribilmente.

Fu detto a Jacques Delors e compagni, padri dell’UEM (Economic and Monetary Union), dagli economisti della Commissione nei primi anni ‘90 che questa avventura spericolata non avrebbe potuto funzionare così come costruita, e avrebbe portato ad una crisi traumatica. Essi fecero spallucce di fronte alle avvertenze.

Gli era anche stato detto che la moneta unica non elimina il rischio: essa sposta semplicemente il rischio di cambio verso ill rischio di default. Per questo motivo era tanto più importante disporre di un meccanismo efficace per i default sovrani e le ristrutturazioni del debito in atto sin dall’inizio, con regole chiare per stabilire i giusti prezzi di tale rischio.

Ma no, i maestri della UE non volevano sentire niente di tutto ciò. Non potevano esserci dei default e nessuna preparazione fu fatta o addirittura consentita per un simile risultato del tutto prevedibile. Fu sufficiente la sola fede politica. Gli investitori che avrebbero dovuto essere informati meglio andarono dritti nella trappola, pagando il debito greco, portoghese e irlandese  a 25-35 punti base al di sopra dei Bund. all’apice del boom i fondi d’investimento  acquistavano obbligazioni spagnole con uno spread di 4 punti base. Ora stiamo vedendo quello che succede quando si consolida tale rischio morale nel sistema, e si spegne il segnale d’allarme.

Delors ha detto ai colleghi che ogni crisi sarebbe una “crisi salutare”, consentendo all’UE di abbattere la resistenza al federalismo fiscale, e di accumulare energia fresca. Lo scopo della EMU è stato politico, non economico, per cui le obiezioni degli economisti potevano felicemente essere ignorate. Una volta che la moneta era in vita, gli stati UE avrebbero rinunciato alla sovranità nazionale per farla funzionare nel tempo. Ciò porterebbe inevitabilmente al sogno di Monnet di uno stato dell’Unione europea a pieno titolo. E causare la crisi.

Dietro a questa scommessa, ovviamente, c’era il presupposto che ogni crisi potrebbe essere contenuta ad un costo tollerabile una volta che gli squilibri del sistema monetaria EMU “un’unica taglia che non va bene a nessuno” avessero già raggiunto livelli catastrofici, e una volta che le bolle del credito di Club Med e dell’Irlanda fossero esplose. Si presumeva anche che la Germania, Paesi Bassi, Finlandia in ultima analisi – a seguito di molte proteste – si sarebbero impegnate a pagare il conto per una “Unione europea di sussidi di solidarietà”.

Si può presto scoprire se tale ipotesi è corretta. Lungi dall’amalgamare l’Europa, l’unione monetaria sta portando ad acrimonia e recriminazioni reciproche. Abbiamo avuto la prima eruzione all’inizio di quest’anno quando il vice premier della Grecia ha accusato i tedeschi di aver rubato l’oro greco dai forzieri della banca centrale e aver ucciso 300.000 persone durante l’occupazione nazista.

La Grecia è ora sotto un protettorato dell’Unione europea, o il “Memorandum”, come lo chiamano. Ciò ha provocato attacchi terroristici di minor conto contro chiunque associato al governo UE. Irlanda e Portogallo sono più indietro su questa strada per la servitù della gleba, ma sono già alle prese con la politica imposta da Bruxelles per essere presto sotto protettorati formali in ogni caso. La Spagna è più o meno stata costretta a tagliare i salari pubblici del 5% per soddisfare le richieste dell’UE in maggio. Tutti sono costretti a lavorare duro a causa dell’agenda di austerità dell’Europa, senza la contropartita del soccorso della svalutazione e di una più libera politica monetaria.

Dato che questo continuerà anche nel prossimo anno, con tasso di disoccupazione fermo a livelli da depressione o addirittura oltre in maniera strisciante, ci si comincia a interrogare sulla paternità di tali politiche. C’è pieno consenso democratico, oppure questa sofferenza è imposta da capi supremi stranieri con un obiettivo ideologico? Non ci vuole molta immaginazione per vedere cosa tutto questo sta per fare per la concordia in Europa.

La mia opinione personale è che l’UE è divenuta illegittima quando si è rifiutata di accettare il rigetto della Costituzione europea da parte degli elettori francesi e olandesi nel 2005. Non ci poteva essere alcuna giustificazione per resuscitare il testo del trattato di Lisbona ed imporlo attraverso una procedura parlamentare senza referendum, in quanto costituiva un putsch autoritario. (Sì, i parlamenti nazionali sono stati a loro volta eletti – quindi non scrivete commenti indignati di puntualizzazione -. Ma quale era il loro motivo per negare ai loro popoli  un voto in questo caso specifico? I leader eletti possono anche violare la democrazia. C’era un caporale in Austria … ma lasciamo perdere questo).

L’Irlanda era l’unico paese costretto a considerare una votazione della sua corte costituzionale. Quando anche questo elettorato solitario ha votato no, l’UE ha nuovamente ignorato il risultato e intimato all’Irlanda di votare una seconda volta per farlo “giusto”.

Questo è il comportamento di una organizzazione proto-fascista, per cui se l’Irlanda ora – per ironia della storia, e senza compenso – fa scoppiare la reazione a catena che distrugge la zona euro e l’Unione europea, sarà difficile resistere alla tentazione di aprire una bottiglia di whisky Connemara e godersi il momento. Ma bisogna resistere. Il cataclisma non sarà gradevole.

Il mio pensiero per tutti quei vecchi amici che ancora lavorano per le istituzioni dell’UE è: cosa accadrà alle loro pensioni in euro se il signor Van Rompuy ha ragione?

Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk/
Link: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100008667/the-horrible-truth-starts-to-dawn-on-europes-leaders/
16.11.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI

“Berlusconi e Cosa Nostra”. Il primo capitolo de “L’Intoccabile, di Peter Gomez e Leo Sisti

Pubblichiamo qui di seguito il primo capitolo del libro di Peter Gomez e Leo Sisti “L’intoccabile. Berlusconi e Cosa Nostra” (edizioni Kaos) nel quale già nel 1997 si ricostruiva la genesi dei rapporti tra Marcello Dell’Utri, il boss Vittorio Mangano e il Cavaliere. Un legame che sembra svilupparsi secondo i canoni classici dei rapporti mafia e impresa. L’imprenditore inizialmente cerca un mediatore e qualcuno che gli garantisca protezione. Poi, nel corso degli anni, la relazione si trasforma. Fino a diventare qualcosa di diverso….
Il Contratto

Quando varcò per la prima volta i cancelli di villa San Martino, ad Arcore, Vittorio Mangano stava per compiere 34 anni. Ormai da qualche mese era abituato a far la spola tra Palermo e Milano, dove divideva un piccolo appartamento con la suocera e il cognato – un operaio dell’Ansaldo impegnato nel movimento sindacale – che tentava sempre di coinvolgerlo in estenuanti discussioni politiche. Tutto quel parlare di lavoratori, di padroni, di comunisti, a Mangano non piaceva. Ma almeno fino alla primavera del 1974, quando si trasferisce con moglie e figlie nella tenuta di Silvio Berlusconi, il giovane boss lo sopporta di buon grado: in fondo, più stava lontano dalla Sicilia e meglio era. Palermo, infatti, gli andava stretta. La questura già nel 1967 lo aveva diffidato come persona pericolosa, e poliziotti e carabinieri da qualche tempo sembravano avercela particolarmente con lui. Nel giro di cinque anni aveva collezionato una lunga serie di denunce, arresti e condanne per reati di ogni tipo. Procedimenti penali per truffa, assegni a vuoto, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione, che lo avevano portato in prigione per ben tre volte.

Leggi tutto: Il Fatto Quotidiano » Berlusconi e Cosa Nostra”. Il primo capitolo de “L’Intoccabile, di Peter Gomez e Leo Sisti.

Chi cattura i mafiosi latitanti

Fonte: Antimafia Duemila – Chi cattura i mafiosi latitanti.

di Claudio Fava – 20 novembre 2010
Il governo mette il cappello sull’arresto di Iovine dimenticando il ruolo di forze dell’ordine e magistrati e le proprie ambiguità nella lotta al crimine.
Ventotto pericolosi latitanti mafiosi arrestati sull’elenco dei trenta criminali più ricercati è un bel successo: si tratta solo di capire a chi vada attribuito.

Il governo vi ha subito piazzato cappello e manifesti, utilizzando l’ultimo arresto, quello del boss Antonio Iovine, per chiedere clemenza nei confronti di Berlusconi e della sua maggioranza.
Maroni ha parlato di antimafia dei fatti (contrapposta, ci mancherebbe, all’antimafia delle anime belle e dei saviani). Il cavaliere ci ha fatto sopra un pezzo da cabaret, come se Iovine fossero andati a prenderlo per i tetti di Casale lui e l’amico Dell’Utri. Insomma,un po’ di fanfara che di questi tempi non guasta.
Pochi, pochissimi, si sono rammentati che non sono i ministri a dare la caccia ai latitanti ma le forze di polizia. Che l’attività d’indagine è il frutto dell’azione del PM (a patto che sia un pubblico ministero indipendente, dotato di poteri di coordinamento dell’azione della polizia giudiziaria: ovvero le due cose che la riforma Alfano vuole cancellare).
Che quelli come Iovine li arresti, dopo quattordici anni di latitanza, perché le intercettazioni telefoniche e ambientali a carico dei loro amici non sono state compresse nello spazio di poche settimane come vuole il progetto di legge del governo Berlusconi.
Insomma, se avessero dovuto parlare la lingua della verità, Maroni e Alfano avrebbero dovuto spiegare che Iovine e gli altri superlatitanti sono stati arrestati nonostante loro, nonostante le leggine del governo Berlusconi, nonostante le protezioni che ai Casalesi sono state garantite in questi anni direttamente da onorevoli colleghi del loro partito, nonostante il voto della Camera che ha impedito fino ad oggi di arrestare e processare il coordinatore del PDL in Campania Nicola Cosentino. L’elenco potrebbe continuare: ma qui ci preme rimediare ad alcuni grossolani furti di memoria che il ministro Maroni ha tentato di mettere a segno nella sua polemica contro l’antimafia delle parole.
Li riepiloghiamo in due parole: Fondi e Milano.
Due anni fa il prefetto di Latina Bruno Frattasi chiese al ministro dell’Interno lo scioglimento del comune di Fondi, platealmente inquinato da interessi e pratiche mafiose.
La sua richiesta era confortata da centinaia di pagine e di documenti forniti dai Carabinieri e dall’evidenza di numerose inchieste penali. Fino ad allora le richieste di scioglimento, per l’urgenza e la gravità che rappresentano, erano state esaminate (e quasi sempre accolte) dai governi in carica nei giro di pochi giorni. Bene: per più d’un anno il consiglio dei ministri si rifiutò di mettere all’ordine del giorno la richiesta su Fondi, consentendo la sopravvivenza della più inquinata amministrazione d’Italia. Un’omertà istituzionale che aveva una precisa ragione politica: Fondi era il feudo di un ras del PDL, e dunque andava preservato da atti istituzionali traumatici. Alla fine, di fronte all’evidenza dello scandalo, la giunta e i consiglieri di maggioranza si dimisero: evitarono scioglimento e commissariamento, ottennero di tornare al voto tre mesi dopo e rivinsero le elezioni con la stessa squadra di malgoverno precedente. Il ministro Maroni, quello dell’antimafia dei fatti, dopo aver taciuto per oltre un anno, aprì bocca solo a misfatto consumato per ordinare che il prefetto di Latina venisse trasferito a lucidar ottoni al Viminale. Milano. Altro prefetto, altra pasta. Diceva Gianvalerio Lombardi, ascoltato in commissione antimafia poco meno di un anno fa, che Milano è città solare, trasparente, senza rischi di alterazioni mafiose del suo tessuto sociale ed economico.
Una menzogna clamorosa, smentita poche settimanedopo dalla più gigantesca operazione di polizia in Lombardia: centinaia di arresti, una colonna della ndrangheta che aveva già arruolato funzionari, amministratori, dirigenti…Un prefetto della repubblica che ammannisce parole di conforto e di convenienza mentre il suo territorio viene spolpato dalla più agguerrita organizzazione criminale d’Europa o è in malafede o non è all’altezza.
Toccava al suo capo, Maroni, offrirci la risposta. Il ministro si è limitato a dire che il prefetto di Milano non si tocca. Punto.
Difesa a oltranza, anche quando dal prefetto Lombardi è arrivata una risposta piccata al presidente dell’Antimafia Pisanu che aveva chiesto a tutte le prefetture di conoscere i nomi dei candidati e degli eletti non in regola con il codice di autoregolamentazione approvato da tutti i partiti tre anni fa. Non è compito nostro, fece sapere il prefetto: e i nomi non li ha mai dati. Maroni, anche stavolta, ha taciuto. E pazienza se tra gli eletti ci sono stati anche alcuni camorristi e mafiosi già condannati. Ma sì, signor ministro, chiamiamola pure antimafia dei silenzi.

Ciancimino junior teste al processo De Mauro: ”Su delitti di mafia la regia e’ tutta romana”

Fonte: Antimafia Duemila – Ciancimino junior teste al processo De Mauro: ”Su delitti di mafia la regia e’ tutta romana”.

Il legale di Riina: ”Don Vito informatore dei carabinieri”
di Aaron Pettinari – 20 novembre 2010
Alla fine il tanto atteso “faccia a faccia” tra il capomafia corleonese Riina, ed il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha avuto luogo ieri, durante il processo per l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro.

Il “capo dei capi” è l’unico imputato come mandante del delitto, mentre Massimo Ciancimino è stato chiamato a deporre dall’accusa. Dall’altra parte del televisore, in diretta dal carcere milanese di Opera, Riina ascolta le parole del figlio di Don Vito mentre risponde alle domande del pm Sergio Demontis. Quindi Ciancimino ha tratteggiato, ricordando le rievelazioni del padre, il quadro degli anni ’70 e di quel periodo che ha visto la scomparsa di De Mauro.
“I delitti De Mauro, Scaglione, Mattarella e Dalla Chiesa hanno un’unica regia, con mandanti romani, e Cosa nostra per la prima volta si occupa solo della parte logistica’’.
Massimo Ciancimino ha riferito così in aula le convinzioni maturate dal padre dopo che proprio nel 1970, a cavallo della sua elezione a sindaco di Palermo nel novembre di quell’anno, venne convocato a Roma dall’allora ministro dell’Interno Franco Restivo e da Attilio Ruffini, poi ministro della Difesa, per fare quello che il figlio ha definito “un salto di qualita” per assumere il ruolo di informatore dei servizi e di “mediatore” tra gli ambienti istituzionali e i capi emergenti di Cosa nostra. Ciancimino jr ha fatto soprattutto riferimento alla “triade”, come l’ha definita, composta da Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano con i quali il padre aveva rapporti sin dagli anni giovanili. Con Liggio il figlio di don Vito ricorda un incontro in vacanza a Sirmione mentre Riina e Provenzano (che si presentava come il geometra Lo Verde) avevano frequentato la sua casa.
“Mio padre non aveva rapporti idilliaci con Totò Riina – ha aggiunto – Diceva sempre che Riina aveva un carattere irruento e irascibile, uno che agiva di pancia, mentre con Bernardo Provenzano c’erano delle affinità. Riina venne diverse volte a casa mia in via Sciuti a Palermo, almeno tre o quattro volte, ed era accompagnato dal geometra Lipari. Poi lo rividi anche al Castello di Trabia, nei pressi dello Zagarella e a Bagheria. Mio padre lo chiamava ‘il torto’”.
Interpellato sul delitto De Mauro si è limitato a riferire che il giornalista aveva chiesto al padre di prendere per lui un appuntamento con il procuratore di Palermo Pietro Scaglione (che poi avrebbe incontrato ugualmente pochi giorni prima di sparire il 16 settembre del ‘70), ma che don Vito tergiversava con l’intenzione di ignorare la richiesta, “così come spesso faceva con i giornalisti, ed in particolare quelli de L’Ora”.
L’eliminazione di De Mauro avrebbe sconvolto gli equilibri e innescato un meccanismo che poco dopo portò all’uccisione del procuratore Pietro Scaglione.
Il collegamento fra i due delitti veniva ricondotto da don Vito proprio alle trame della regia “romana”. Lo ha scritto lui stesso in alcuni appunti che il figlio, prima di deporre in aula, ha consegnato alla Procura. Con Scaglione l’ex sindaco aveva un’amicizia familiare. Il figlio ricorda che si trovava a casa del procuratore la sera del luglio 1969 in cui la tv trasmetteva le immagini dello sbarco sulla luna. Quando il magistrato fu ucciso, il 5 maggio 1971, don Vito rimase profondamente colpito. Si entì così male che dovette essere assistito da un medico.
“Mio padre era rimasto molto sorpreso per l’omicidio Scaglione, perché negli ambienti mafiosi erano noti i loro rapporti di amicizia. In un primo momento mio padre si sentì in colpa – ha spiegato Ciancimino junior – era convinto che Scaglione fosse stato ucciso perché non aveva voluto riesaminare il processo a Luciano Liggio. Cosa che poi fece un altro magistrato, sua eccellenza Palazzolo”.
Fu Provenzano a spiegare a Vito Ciancimino: “Chiedi ai tuoi amici romani, noi abbiamo solo eseguito degli ordini. Lo disse con un sorriso. Mio padre mi raccontò che Scaglione era stato ucciso perché aveva preso in mano l´indagine sull´omicidio De Mauro”. E su De Mauro mio padre mi disse che stava indagando sul delitto di Enrico Mattei e sul golpe Borghese, o sui cugini Salvo”.
Quando Scaglione prese in mano l’indagine sulla morte del giornalista de L’Ora, don Vito sentì la necessità di avvertire il procuratore del “vero spessore dell’avvocato Vito Guarrasi”, il potente e misterioso professionista di Palermo al centro di mille affari e sospetti. Questi era, secondo don Vito, il suo “alter ego”, cioè un mediatore tra le istituzioni e Cosa Nostra, però “dell’ala antagonista”, quella di Riina.
Successivamente ha avuto luogo il controinterrogatorio dell’avvocato Cianferoni, durante il quale Massimo Ciancimino ha parlato dell’arresto del padre: “Quando mio padre venne arrestato, il 19 dicembre del 1992, non venne mai fatta una perquisizione nella sua abitazione di Roma, dove abitava da tempo e dove teneva tutta la documentazione che poi ho consegnato, anni dopo, alla magistratura”. Quindi ha sostenuto di essere entrato in possesso della documentazione del padre, che negli ultimi mesi ha consegnato ai magistrati di Palermo e di Caltanissetta “tra il 2000 e il 2002”, cioè nel periodo della morte del padre avvenuta il 19 novembre del 2002. Cianferoni ha chiesto poi a Ciancimino junior di fare una descrizione fisica di Riina e il figlio di don Vito ha risposto: “ricordo che quando veniva a casa di mio padre indossava sempre un borsello, e che era più basso di me”. Il legale del Capo dei capi ha poi chiesto cosa lo avrebbe spinto a parlare due anni fa con il giornalista Maurizio Belpietro nel 2008. “Quando venni raggiunto da un’indagine anomala, perchè riguardava solo me e nessuno dei miei quattro fratelli, pensai di rivolgermi a Enrico Mentana, che era al Tg5 – ha risposto Ciancicmino – Lo incontrai all’aeroporto a Roma e lui mi diede il numero della sua segretaria. Poi però non si fece più sentire. Così mi rivolsi a Belpietro”.
Secondo Cianferoni, che ha fatto notare alla Corte d’Assise di avere “chiesto per anni l’audizione di Massimo Ciancimino, senza che la sua testimonianza non fu ammessa fino ad oggi”, le ricostruzioni del figlio dell’ex sindaco palermitano sono tutte fantasiose. Quindi ha chiesto la citazione in aula il prefetto Mario Mori, il generale Antonio Subranni ed il colonnello Giuseppe de Donno.
L’avvocato Luca Cianferoni vuole sentire i tre ufficiali, soprattutto Mori, per sapere proprio quali “erano i rapporti tra Vito e Massimo Ciancimino con l’Arma dei Carabinieri fino a quando Vito Ciancimino era in vita” per verificare “la credibilità di Ciancimino”.
Il pm Sergio De Montis, dal canto suo, ha chiamato sul pretorio la vedova di don Vito, Epifania Silvia Scardino.
Il Presidente della Corte d’Assise, Giancarlo Trizzino, ha accolto l’audizione di quest’ultima e inoltre sentirà Enrico Servillo, figlio del fotografo che riprese i momenti della visita il 27 maggio 1962 a Gagliano Castelferrato del presidente dell’Eni Enrico Mattei, morto la stessa sera a Bascapè sull’aereo precipitato in seguito a un sabotaggio. Saranno infine acquisiti i verbali delle dichiarazioni rese, nell’ambito dell’inchiesta sul caso De Mauro, dall’ex ministro Franco Restivo, dall’ex presidente della Regione siciliana Giuseppe Alessi e dal deputato del Msi Angelo Nicosia. Sono tutti deceduti. La Corte si è invece riservata se accogliere la richiesta del difensore di Totò Riina di audizione dei generali dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni e del colonnello Giuseppe De Donno. Il processo è stato quindi rinviato al 3 dicembre.

Quando Dell’Utri usava la mafia per il recupero crediti

Fonte: Il Fatto Quotidiano » Quando Dell’Utri usava la mafia per il recupero crediti.

Marcello Dell’Utri non è stato il “mediatore” tra cosa nostra e Silvio Berlusconi solo per proteggere la famiglia del presidente del Consiglio, e in Sicilia i ripetitori Fininvest e i magazzini Standa, in cambio di tanto denaro, naturalmente. Marcello Dell’Utri ha usato cosa nostra per far avere soldi in nero a Publitalia, la cassaforte pubblicitaria del biscione, di proprietà del presidente del Consiglio. A scriverlo sono i giudici della Corte d’appello di Palermo nelle motivazioni di condanna a 7 anni per il senatore Pdl, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

La vicenda risale al 1991-1992 e riguarda una sponsorizzazione della “pallacanestro Trapani”. Al proprietario della squadra, Giuseppe Garraffa, è stato chiesto di pagare, in nero a Publitalia ( Dell’Utri allora era il presidente) 530 milioni di lire. Quasi il 50% della sponsorizzazione concessa dalla Birra Messina. A fare la richiesta, che non prevedeva un rifiuto, non fu solo Dell’Utri, ma anche il capomafia di Trapani, Vincenzo Virga.

Una storia questa, che giudiziariamente non è ancora chiusa. Anzi la Cassazione il 28 maggio scorso l’ha riaperta. La suprema Corte ha annullato con rinvio la sentenza d’appello di Milano. I giudici di secondo grado avevano derubricato l’accusa di tentata estorsione in minacce gravi e pertanto avevano dichiarato prescritto il reato. Secondo la Cassazione appare “insuperabilmente contraddittorio argomentare della sussistenza della minaccia che costituisce elemento costitutivo del delitto di tentata estorsione, ma al tempo stesso affermare che essa non avrebbe avuto ‘sicura natura estorsiva’ e, contestualmente, ritenere che poiché a quella minaccia – di fatto – non ne erano seguite altre, il tentativo di estorsione si era “estinto” per desistenza volontaria”. Dunque il processo è da rifare.

Ma secondo i giudici di Palermo, comunque, il “fatto storico” è ormai accertato ed è per questo che lo inseriscono nella sentenza, con diversi dettagli, per motivare il “contributo” di Dell’Utri al mantenimento e al rafforzamento di cosa nostra.

Ricordano i giudici: “…Il Garraffa aveva riferito che dopo l’accredito della seconda rata di 750 milioni di lire gli era stato richiesto di versare, in contanti ed in nero, altri 530 milioni a titolo di ‘provvigione’ senza emissione di fattura seppure richiesta e con l’invito a risolvere se del caso la questione direttamente incontrando il Dell’Utri. Nel corso dell’incontro, avvenuto tra la fine del 1991 o i primi giorni del 1992, nella sede di Publitalia a Milano, il Dell’Utri aveva ribadito al Garraffa che non sarebbe stata rilasciata alcuna fattura a fronte della ‘provvigione’ richiesta, rammentando nell’occasione al suo interlocutore che ‘…i siciliani prima pagano e poi discutono…’ e che avevano comunque ‘uomini e mezzi per convincerlo a pagare’.

Si legge ancora dalle motivazioni: “Qualche mese dopo, comunque prima dell’elezione al Senato del 5 aprile 1992, il Garraffa aveva ricevuto presso l’ospedale di Trapani ove era primario, la visita di Vincenzo Virga accompaganato da Michele Buffa, che gli aveva chiesto se fosse possibile risolvere la questione con Publitalia, aggiungendo, alla richiesta del medico di sapere chi lo aveva ‘mandato’, che si trattava di ‘amici’, menzionando infine proprio il Dell’Utri”. A confermare l’intervento di Virga e dello stesso Dell’Utri, anche il pentito Vincenzo Sinacori, ex reggente del mandamento di Mazara del Vallo. Ha raccontato che il capomafia della provincia di Trapani, Matteo Messina Denaro, lo incaricò di parlare con Virga per chiedergli di “parlare” con Garraffa perché saldasse il “ debito” con Publitalia. E Virga, ricorda Sinacori, poi gli confermò di aver assolto il compito.

La sentenza Dell’Utri non ammette repliche

Fonte: Antonio Di Pietro: La sentenza Dell’Utri non ammette repliche.

Le motivazioni della sentenza di condanna per il senatore Marcello Dell’Utri confermano quel che già sapevamo ma che troppi in questo paese fanno finta di non sapere. Quelle motivazioni dicono che negli anni ’70, all’inizio della sua irresistibile ascesa, l’uomo che oggi guida il paese non esitò a intrecciare rapporti intimi e a stringere loschi patti con Cosa nostra. Incontrò nel 1975 nei suoi stessi uffici milanesi Stefano Bontade, “il principe di Villagrazia”, che allora era il più potente tra tutti i boss mafiosi. Si avvalse dei buoni uffici della mafia per sbarcare con le sue emittenti in Sicilia. La presenza di un mafioso di peso come Vittorio Mangano nelle stalle di Arcore suggellava l’accordo e garantiva a Silvio Berlusconi la protezione di Cosa nostra.
Per l’Italia, il fatto che un uomo simile occupi ancora la presidenza del consiglio è una vergogna che impiegheremo anni a lavare. Trovo incredibile che quest’uomo non senta il bisogno di restituire all’Italia onore e credibilità rassegnando da solo le dimissioni, come farebbe qualunque altro presidente del consiglio nel mondo democratico.
Ma Berlusconi non lo farà. Si barricherà invece più che mai a palazzo Chigi, non per governare il paese, di cui nulla gli importa, ma per difendersi dai processi e dalle sentenze, per evitare ancora una volta di affrontare le sue responsabilità.
Berlusconi non se ne andrà da solo. Dovrà essere il Parlamento, se ha ancora una dignità e una coerenza, a restituire all’Italia un volto presentabile nel mondo mandandolo una volta per tutte a casa e in tribunale. Coloro che il 14 dicembre non voteranno la sfiducia a Berlusconi ne diventeranno i conniventi e complici.

Blog di Beppe Grillo – Marcello, portali via con te

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Marcello, portali via con te.

Ora sappiamo che Marcello Dell’Utri ha mediato tra la mafia e Silvio Berlusconi. E’ uno sparo nel buio, il sole a mezzanotte, un sipario strappato, l’inconcepibile che si manifesta. Noi che lo credevamo bibliofilo, manager, senatore della Repubblica. Un tranquillo signore laureato in giurisprudenza, ospite gradito della Rai, di Mediaset e intervistato dal Corriere della Sera e dalla Repubblica per quindici lunghi anni. Presidente della Commissione per la biblioteca e per l’archivio storico, membro della Commissione permanente per territorio, ambiente, beni ambientali, membro della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea del Consiglio d’Europa. E’ vero, in passato Marcello è stato condannato in via definitiva a 2 anni e 3 mesi per false fatture e frodi fiscali nella gestione di Publitalia ed è stato ospite delle patrie galere per 18 giorni dove si è comportato da detenuto modello. Ma fu un errore giovanile (aveva solo 54 anni), una svista. Può essere considerato un peccato veniale, persino un attestato di umanità, di onestà intellettuale. Quanti parlamentari hanno rubato e non hanno trascorso un solo giorno in carcere?
L’eurodeputato, l’amico di Vittorio Mangano, il frequentatore di noti mafiosi era e resta innocente fino a prova contraria. Le condanne della magistratura non sono sufficienti a infangare la reputazione di una persona. Va fatto un chiaro distinguo tra Legge e Giustizia. Resta comunque un velo di tristezza. Ora, dopo che le 641 pagine dei giudici di Palermo hanno precipitato la nazione nello sconforto, che faremo ora? E’ facile dire che gli italiani non potevano non sapere, che ci sono voluti anni e anni di indagini per arrivare alla verità, che il gessato di Marcello era di alta sartoria. Tutto vero. Ma quanto ci vorrà per dimenticare, metterci una pietra sopra e continuare a vivere in una beata ignoranza? Un mese, due giorni, qualche ora? Il fine settimana ci aiuterà a medicare le ferite inferte dai giudici, lunedì questa maledetta pioggia smetterà e Marcello sarà di nuovo lui, tirato a lucido in televisione, alleato di Maroni che combatte la mafia, amico di Casini che gli diede la sua solidarietà nel 2004, da presidente della Camera, durante il processo che lo condannò a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, collega del Pdmenoelle che mai ne ha chiesto l’espulsione dal Parlamento e ha ignorato la legge popolare “Parlamento Pulito“, intervistato da stuoini in forma umana che in Italia sono chiamati giornalisti, leader del Pdl come fondatore di Forza Italia, mai messo in discussione dal Fini neo giustizialista.
Leonardo Sciascia divise gli uomini in cinque categorie: “… ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…“.
Se Marcello Dell’Utri, per un motivo o per l’altro, dovesse scomparire dalla scena, ci faccia un favore. Non ci lasci soli con gli ominicchi e i quararaquà. Marcello, portali via con te.

Coso nostro

Fonte: Coso nostro – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Ci sarà tempo per valutare nei dettagli la sentenza della Corte d’appello di Palermo che spiega la condanna di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa a 7 anni di carcere (contro i 9 del primo grado). Il perché dello sconto era già chiaro dal dispositivo emesso il 29 giugno: i secondi giudici, diversamente dai primi, hanno ritenuto provata la mafiosità del senatore imputato fino al 1992 e non dopo, quando Dell’Utri inventò Forza Italia e Berlusconi portò la Fininvest nello Stato.

Le motivazioni del taglio netto al ‘92 aprono ampi spazi per un ricorso in Cassazione: i giudici fanno i salti mortali per salvare il Berlusconi politico dalle contiguità mafiose, negando addirittura l’evidenza delle prove documentali (come gli incontri con Mangano nel novembre ’93 registrati nelle agende di Dell’Utri primo e da lui stesso ammessi) e liquidando frettolosamente le testimonianze di Spatuzza e Ciancimino. Ma, anche alla luce di questa sentenza discutibile e minimalista, non si comprende – se non per scopi di bieca propaganda – l’esultanza che accompagnò la lettura estiva del dispositivo. Semmai c’è da notare come i giudici più benevoli che Dell’Utri abbia mai incontrato nella sua lunga carriera di imputato non abbiano potuto fare a meno di citare in una sentenza di mafia Silvio Berlusconi per ben 440 volte, mettendo nero su bianco che: per vent’anni Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e B. (non è un omonimo del nostro premier: è proprio lui); che “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” capeggiato prima da Bontate e poi da Riina fino a tutto il 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio; che l’assunzione del mafioso Mangano nel 1974 fu suggellata da un incontro a Milano fra B. (sempre il nostro premier) e Dell’Utri da una parte, e i boss Bontate, Teresi e Di Carlo dall’altra; che Mangano non era uno stalliere o un fattore, come han sempre raccontato Silvio e Marcello, ma il garante di Cosa Nostra a protezione dell’“incolumità” di B. (sempre il nostro premier); e che, per vent’anni, fino al 1992 mentre esplodevano le bombe, B. versò sistematicamente a Cosa Nostra “ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari” e della “messa a posto” delle tv Fininvest in Sicilia.

In pratica il nostro premier non denunciò mai alle forze dell’ordine attentati e minacce della mafia, ma preferì farsi proteggere dai mafiosi. Cioè: abbiamo un presidente del Consiglio che per vent’anni ha finanziato la mafia degli omicidi eccellenti e delle stragi, mentre il suo braccio destro che siede in Senato è un mafioso “esterno” infiltrato nelle istituzioni. Noi lo sappiamo da 15 anni. Altri, si spera, lo scopriranno ora. Ogni giorno che passa con Berlusconi a Palazzo Chigi e Dell’Utri in Senato è un giorno di troppo.

”Sentenza Dell’Utri mi soddisfa a meta”’

Fonte: Antimafia Duemila – ”Sentenza Dell’Utri mi soddisfa a meta”’.

«Vuole sapere come la penso? Se devo essere sincero, posso essere soddisfatto della sentenza solo a metà. Ho letto questa mattina i giornali, ma le motivazioni della sentenza dei giudici le ho avute solo un’ora fa.

Però, da quello che leggo dai giornali, dico che è stata confermata solo in parte la mia tesi accusatoria». Lo ha detto all’ADNKRONOS Antonino Gatto, il sostituto procuratore generale di Palermo, che ha rappresentato l’accusa nel processo d’appello al senatore Marcello Dell’Utri, condannato lo scorso 29 giugno per concorso esterno in associazione mafiosa a sette anni di carcere con una riduzione di pena di due anni rispetto al giudizio di primo grado. Mentre ieri il pm di primo grado, Antonio Ingroia, si era detto «profondamente soddisfatto» perchè «è stato confermato dalla sentenza d’appello l’impianto accusatorio di primo grado», il pg Gatto non la pensa allo stesso modo. «Per quanto riguarda la parte sulla politica – ha spiegato Gatto – purtroppo non è stata confermata la tesi che io avevo portato in aula». Secondo l’accusa Forza Italia, dopo la sua nascita nel 1994, avrebbe fatto un ‘pattò con Cosa nostra. «Ma i giudici di secondo grado non confermano la tesi dell’accusa sulla parte politica», ha detto Gatto. Poi, il magistrato che ha rappresentata l’accusa nel lungo processo d’appello, che si è concluso l’estate scorsa, contesta anche la parte della sentenza riguardante la mancanza di prove sui presunti rapporti tra il senatore Dell’Utri e i boss mafiosi Giuseppe e Filippo Graviano. Per i giudici di secondo grado, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale «non sussiste alcun concreto elemento ancorchè indiziario comprovante l’esistenza di contatti o rapporti, diretti o indiretti, tra Marcello dell’Utri e i fratelli Graviano, essendo risultato sostanzialmente inconsistente anche il contributo offerto da Gaspare Spatuzza le cui dichiarazioni si sono palesate prive di ogni effettiva valenza probatoria». «Ho letto la parte della sentenza riguardante i fratelli Graviano solo sui giornali, perchè le motivazioni non le ho ancora lette, però se così fosse contesterei vigorosamente questo punto», ha detto ancora il pg Antonino Gatto parlando della sentenza depositata ieri in cancelleria dopo cinque mesi. E il magistrato spiega anche il perchè: «Da mie elaborazioni c’è la prova documentale dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Quindi lo dimostrerò nel ricorso». Parlando poi delle dichiarazioni rese ieri da Dell’Utri all’ADNKRONOS, che continua a dirsi «fiducioso» sull’esito dei giudici della Corte di Cassazione, il pg Gatto risponde serafico: «Mi pare giusto che il senatore sia fiducioso, è umano che sia così. D’altro canto se lui è convinto della sua innocenza…».

Io, Bollate e la ‘ndrangheta

Fonte: Il Fatto Quotidiano » Io, Bollate e la ‘ndrangheta.

La squadra mobile di Catanzaro ieri ha sequestrato a Bollate due ville appartenenti a Francesco Corapi, 63 anni, personaggio vicino ai clan calabresi di Soverato, arrestato per estorsione continuata e aggravata dal metodo mafioso il 6 settembre 2010. Il Francesco Corapi secondo le indagini della squadra mobile, svolgeva da tempo attività estorsiva insieme ad altre 4 persone appartenenti alla cosca mafiosa dei Gallace di Guardavalle. Avevano imposto il pizzo per mille euro al mese a un villaggio turistico di Sant’ Andrea Apostolo dello Jonio, dove imponevano anche la fornitura di merci e servizi. Di qui l’ indagine patrimoniale che ha portato al sequestro delle due ville di sua proprietà a Bollate. Le ville in questione sono abitate dai figli Pietro e Maria Teresa. Maria Teresa Corapi è titolare, assieme al marito, di una società che si occupa di movimento terra denominata SDS s.r.l.. Questa società più volte ha scaricato nella discarica di Bollate. Quella stessa discarica  dove vengono portati rifiuti di ogni tipo. A testimoniarlo un clamoroso video pubblicato il 22 luglio scorso sul sito di Sos Racket e usura.

In questa stessa cava, precisamente la ex cava Bossi, abbiamo potuto vedere decine di camion della SDS che scaricavano terra. Recentemente, uno dei soci dell’impresa, assieme al boss latitante Vincenzo Mandalari sono stati denunciati per estorsione da un imprenditore dell’ hinterland Milanese. Denuncia regolarmente depositata alla stazione dei carabinieri di Caronno Pertusella. Intanto nell’ ex cava Bossi si continua a scaricare veleni, e rifiuti di ogni tipo come hanno accertato i Vigili della Polizia Provinciale intervenuti sia il 24 luglio 2010, due giorni dopo la diffusione del nostro video, si lo scorso mercoledì. In entrambi i casi è stato accertato che sono stati scaricati rifiuti di ogni sorta senza documentazione. Tanto che l’assessore provinciale alla Sicurezza Stefano Bolognini dice: “Vista la vicinanza della cava a case e scuola, non dà la garaizia per la tranquillità dei cittadini. Per questo stiamo lavorando per la revoca dell’autorizzazione”.

Ma l’ex cava Bossi già nel 1987 fu protagonista di una clamorosa inchiesta. Al settore ecologia del comune di Bollate si accorsero che all’ interno della cava si stava eseguendo un’ escavazione abusiva, in quanto avevano asportato 70.000 metri cubi di ghiaia. Fu chiamata la Finanza di Rho che accertò la gravissima irregolarità, ed emise un verbale di 1.600.000 di lire. Racconta l’allora assessore alle Finanze Carlo Galimberti: “Negli uffici del settore ecologia, per 15 anni, ha lavorato un parente di Vincenzo Mandalari. A un certo punto la multa sparì dai cassetti”. Il documento fu ritrovato grazie all’ ostinazione dello stesso Galimberti e della geometra Elena Feleppa, che riuscirono a fare emergere questo scandalo, ripescando la multa su cui era stata apposta da funzionari del Comune di Bollate la richiesta di archiviazione. Esplose lo scandalo che portò all’ apertura di una commissione di inchiesta comunale. Prosegue Galimberti: “Si trovò l’ accordo per ottenere il pagamento della multa attraverso la cessione dell’ area stessa, ma a una condizione: era necessario il parere dell’ ASL che dovesse certificare che sotto non vi erano rifiuti tossici o dannosi. L’ ASL non ha mai dato nessun tipo di parere e di fatto il Comune di Bollate tuttora non ha mai incassato il 1.600.000 di lire”.

Questa è la cronaca di uno scandalo, uno scandalo che in questa cava va avanti dal 1980 e che si intreccia con brutte ombre di mafia. Dimostrazione perfetta di quanto sostenuto da Roberto Saviano. Vale a dire che la ‘ndrangheta sta infiltrando l’economia lombarda.

ComeDonChisciotte – ATTACCO ALL’ ISTRUZIONE PUBBLICA

Fonte: ComeDonChisciotte – ATTACCO ALL’ ISTRUZIONE PUBBLICA.

Aggiornamento Il Più Grande Crimine 2

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Non credo che sia chiara a tutti la finalità ultima dell’attacco all’istruzione pubblica cui da tempo assistiamo. Eppure l’intento primario è alla luce del sole e si qualifica appieno come parte del Più Grande Crimine, cioè l’ennesimo massacro delle speranze di vita per milioni di cittadini europei, noi inclusi di certo, lungo il percorso preordinato della distruzione del sistema Europa. Prima di scrivere di questo scempio, chiedo al lettore di sostare per alcune righe su un effetto collaterale che per dovere di completezza va ricordato, e che gode di un preliminare favorevole, questo: la paralisi completa inflitta agli Stati dell’Eurozona nella loro capacità di spendere a deficit per creare la piena ricchezza sociale, di cui la scuola e l’università sono una parte (sulla paralisi si legga il saggio paolobarnard.info/intervento)

Di questo effetto collaterale dell’attacco all’istruzione, va detto qualcosa che vada oltre l’ovvia e annosa pratica dell’impoverimento di un servizio pubblico al fine poi di renderlo appetibile per una privatizzazione selvaggia per pochi spiccioli e per il giubilo degli investitori privati (pratica di cui il centrosinistra italiano è maestro eccelso). Il fatto che risulta evidente è che nell’intervallo che separa la scuola pubblica di oggi dalla sua definitiva scomparsa, non era concepibile per il settore privato non lucrarvi sopra in attesa del banchetto finale. A tal proposito, la corsa al business dell’istruzione ci dovrebbe insegnare di nuovo come lavora il Vero Potere. Sotto il naso distratto di studenti e genitori, e distratto non di rado dai falò dell’Antisistema dei falsari italiani, sono spuntate ovunque sigle come European Schoolnet, ANSAS, CoSN, Education.eu, EMINENT 2010, UNI-C, ANP, DANTE, BDEB, Consortium GARR, HEAnet, RedlRIS, RENATER, SWITCH… e una ridda di altre. Sulla facciata si tratta di impeccabili istituti per l’avanzamento delle tecnologie didattiche, non profit di rigore, che tuttavia nascondono immancabilmente le ombre onnipresenti in ogni loro mossa di Microsoft, Intel, Oracle, Pasco, Smart, eInstruction, Acer, Apple, per dirne solo alcuni. Bè, che le nascondano non è proprio il termine giusto, poiché in effetti ci sono istanze in cui mostrano una faccia tosta incredibile. Alla premiazione di Docente dell’Anno 2010, la sorridente Mariastella Gelmini accompagnata dall’amministratore delegato della Microsoft Italia Pietro Scott Jovene, premiava un progetto scolastico chiamato “Un robot che gioca a Dama è spesso avanti di un passo se utilizza Windows!”. No comment. La quantità di eventi, simposi, concorsi, summits, che costoro sono in grado di organizzare è incredibile. Il loro lavoro di lobbistica presso i ministeri competenti non lascia speranza di poter distrarre la formazione di milioni di nostri giovani da quel killer delle anime che si chiama Information Computer Technology (ITC). Cioè un sistema educativo all’esclusivo servizio di chi da una parte spera nella scomparsa dell’umanizzazione dei cittadini, e dall’altra nella trasformazione (in atto) di chiunque abbia ancora una mente ribelle in puri attivisti di tastiera per annullarli (esiste già il termine inglese di clicktivism). Naturalmente, sempre per l’esclusivo interesse del solito Vero Potere.

Vengo allo scopo primario dell’attacco all’istruzione. Eccolo: drasticamente ridurre il numero di giovani che conseguono un titolo d’istruzione alto, per schiacciare ancora di più le rivendicazioni salariali. In altre parole, impoverirci in massa. La tendenza storica originatasi dal dopoguerra d’innalzamento delle qualifiche di studio nella popolazione media, ha portato nei decenni a reclamare redditi sempre più alti, ed è avvenuto, anche se poi il trend è stato interrotto. Questo però è un meccanismo che anche solo in sé, cioè per il solo fatto di esistere, da sempre minaccia il piano di deflazione della ricchezza pubblica e dei mercati voluto dai falchi neoliberisti, di scuola ricardiana soprattutto, i seguaci dell’eminenza grigia Francois Perroux, che nel 1933 scrisse: “Il futuro vedrà la supremazia delle nazioni capaci di imporre povertà di massa, per generare super profitti e perciò accumulo di capitale”. Costoro, cioè i nostri reali padroni, temono sempre gli altissimi pericoli di una deflagrazione sociale anche nelle classi medie, quelle che oggi vedono i propri figli laureati elemosinare lavori ignobili per stipendi ignobili quando va bene. E più cresce il numero di giovani cittadini altamente qualificati, più diviene difficile per i datori di lavoro comprimere i loro salari senza scatenare ondate di sdegno nelle opinioni pubbliche e soprattutto instabilità sociali incontrollabili. Meglio, come strategia, evitare all’origine la creazione di tali professionalità, e quindi la falcidia delle istituzioni scolastiche secondarie e universitarie diventa essenziale, con la mira di impedirvi l’accesso ai più. In Gran Bretagna, una ricerca della Ipsos Mori ha scoperto che il vertiginoso aumento dei costi universitari pianificato dal presente governo taglierà fuori dagli atenei fino ai 2/3 (sic) degli studenti meno ricchi. Come dimostrato nei dettagli nel mio Il Più Grande Crimine, la pianificazione economica/sociale del Vero Potere in Europa e negli Stati Uniti, impersonato dalle destre finanziarie e grandi industriali, punta alla creazione, in Europa soprattutto, di sacche di sottoccupazione ‘cinese’. La strategia della creazione delle moneta unica (euro) e della stagnazione degli stipendi reali negli USA sta rendendo realtà quel piano. Servono quindi masse di giovani sotto qualificati e possibilmente disoccupati per imporre il crollo dei salari, mentre pochi colletti bianchi rigorosamente figli di classi agiate (gli unici in grado di pagarsi l’università) saranno funzionali alla nuova classe dirigente.

Mariastella Gelmini è solo un’esecutrice di ordini, che come sempre vengono dall’esterno del ‘cortiletto del potere, escono cioè dalle stanze del Vero Potere. Personalmente non provo alcuno scandalo per ciò che ella sta facendo; è il suo compito di scherana e lo svolge con diligenza, forse unica nel governo Berlusconi ad aver compreso cosa si deve fare per una carriera futura di prestigio (Prodi docet). Assai più scandaloso è che nessuno dei sindacati italiani stia capendo chi sia il nemico del lavoro e dei salari, e non parlo dei patetici CGIL, CISL e UIL, ma precisamente delle formazioni cosiddette oltranziste. E chi ci rimette alla fine…

Il nostro premier per parte sua non ne capisce nulla di questa storia, ed è stato ‘suicidato’ il 10 novembre scorso quando ha versato (consapevolmente?) la goccia che ha fatto traboccare il vaso del Vero Potere finanziario internazionale con una lettera consegnata al G20 di Seul, dove il Cavaliere (o chi per lui) chiede “che il G20 adotti misure che contrastino la speculazione sui mercati finanziari e delle materie prime… e un maggiore controllo sui derivati… Le regole e la vigilanza devono riguardare anche i mercati precedentemente non regolamentati… al fine di scoraggiare operazioni esclusivamente speculative… noi, leader del G20, dobbiamo fare pressione perché siano prese azioni immediate e incisive”. Per un uomo che l’organo di stampa del Vero Potere, il Wall Street  Journal, definiva nel marzo del 2008 “un nemico corporativo del Libero Mercato”, questa è la fine. Vero Fini? (salvo sorprese clamorose dall’elettorato italiano).

Ma la falcidia dell’istruzione come mezzo di emancipazione sociale non si fermerà. Masse sottoqualificate, sottoccupate, intimidite, e dunque da pagare poco. Semplice. Come ai bei vecchi tempi di David Ricardo, appunto. Questo attende tuo figlio. Smetti di farti distrarre, datti da fare.

Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=195
19.11.2010

ComeDonChisciotte – SOVRANITA’, BOMBE ATOMICHE E PATACCHE

Fuori le bombe atomiche dall’Italia! Se gli USA devono riposizionarle, che se le portino a casa.

Nota: l’analisi di Chiesa è interessante anche se l’attacco alla petizione anti-nucleare mi pare fuori luogo oltre che superficiale.

Fonte: ComeDonChisciotte – SOVRANITA’, BOMBE ATOMICHE E PATACCHE.

Tra due giorni il vertice NATO di Lisbona deciderà dove dislocare le circa 200 testate nucleari tattiche attualmente sul suolo europeo, sparse tra Belgio, Italia, Germania, Olanda e Turchia.

Dislocare dove, visto che Belgio, Olanda, Germania e altri – avendo male interpretato, evidentemente, le promesse di Obama di andare verso una drastica riduzione delle armi atomiche- avevano dichiarato di non volerle più sui loro territori? Resterebbero, dunque Turchia e Italia. Ma la Turchia di Erdoğan negli ultimi tempi è diventata un alleato assai scomodo.

Video. Giulietto Chiesa, Le atomiche in casa nostra

E non solo è poco verosimile che qualcuno le faccia una tale proposta, ma è ancor meno verosimile che Ankara l’accetterebbe. Rimane, apparentemente, l’Italia, che sulle sue circa 80 bombe atomiche sparse nei suoi territori non ha mai detto parola, né ai tempi del centro sinistra, né ai tempi presenti della destra. E oggi, con un Berlusconi traballante, bisognoso dell’aiuto dell’abbronzato presidente, non vede l’ora di accettare. Intanto quelle armi non fanno nemmeno il solletico all’amico Putin.

Il fatto è che la decisione non è passata inosservata in Europa. Un nutrito gruppo di leader politici europei dell’Europa pre- 11 settembre hanno alzato la voce protestando: perché tenerci queste bombe atomiche? E qual è il ruolo della NATO in questa fase? I nomi erano grossi e restano grossi anche oggi: sono Helmut Schmidt, ex cancelliere tedesco, l’ex ministro degli esteri belga, Willy Claes, l’ex ministro degli esteri britannico Des Browne, e l’ex primo ministro olandese, Ruud Lubbers. E le stesse domande irritate sono risuonate in numerose altre capitali europee minori, un tempo prostrate di fronte a Washington. Naturalmente nel silenzio tombale di Roma.

Tutti pensano, come noi, che quelle 200 bombe atomiche non aumentano la nostra sicurezza. Tutti pensano che, anzi, sono pericolose solo per noi europei. Ma non si può certo dire che non servano a niente. A qualcosa servono: a costringerci a tenere in casa le basi americane, cioè a tenerci legati, mani e piedi , agli Stati Uniti. I quali, precipitando – come stanno facendo (e non pochi europei cominciano ad accorgersene) – trascinano giù anche noi.

Ma una cosa gli Stati Uniti continuano a fare ad alti livelli professionali: lo spettacolo. Ieri un sito abbastanza misterioso, avaaz.org (ma molto bene organizzato. Indirizzo New York, 857 Broadway, 3-rd floor) ha lanciato un appello drammatico, dicendo cose in parte vere (come quella dell’Italia prona), in parte stravaganti (come quella della Turchia, appunto, destinataria di quelle armi). E invitando a firmare un appello contro le bombe con la promessa che «se raggiungeremo le 25.000 firme ci daranno voce in Parlamento prima del vertice».

Qui la stranezza diventa meglio visibile. A chi daranno voce? Chi porterà quelle firme in Parlamento, visto che il link delle firme conduce in un altro posto virtuale e non alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica? E da quando in qua 25.000 firme garantiscono che verrà data voce a voci diverse da quelle del Potere? A noi risulta che il Potere non ha dato voce a ben più di 25.000 firme, in questo paese preso per i fondelli dal maggioritario e dalla legge porcata.

Insomma: una sollecitudine che puzza lontano un miglio di prestazioni da multi-level marketing, o di rivoluzioni colorate.

Restano, oltre le ingenuità e le truffe che navigano in rete, le bombe atomiche che si muoveranno sulle strade e sulle ferrovie europee alla ricerca di un nuovo parcheggio. Fino a che l’Europa tornerà ad essere un paese sovrano e non com’è stata ed è un conglomerato a sovranità limitata.

Giuletto Chiesa
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/5095-sovranita-bombe-atomiche-e-patacche.html
19.11.2010

”Dell’Utri fu mediatore tra boss e Berlusconi”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Dell’Utri fu mediatore tra boss e Berlusconi”.

Il senatore Marcello Dell’Utri avrebbe svolto negli anni ’80 un ruolo di «mediazione» tra Cosa nostra e l’allora imprenditore Silvio Berlusconi.

È quanto scrivono i giudici della Corte d’Appello di Palermo che lo scorso 29 giugno hanno condannato a 7 anni di carcere il politico accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Come scrivono i giudici, presieduti da Claudio Dall’Acqua, Marcello Dell’Utri «ricorrendo all’amico Gaetano Cinà e alle sue ‘autorevolì conoscenze e parentele, ha svolto un’attività di ‘mediazionè quale canale di collegamento tra l’associazione mafiosa Cosa nostra, in persona del suo più influente esponente dell’epoca, Stefano Bontade e Silvio Berlusconi, così apportando un consapevole rilevante contributo al rafforzamento del sodalizio criminoso al quale ha procurato una cospicua fonte di guadagno illecito rappresentata da una delle più affermate realtà imprenditoriali di quel periodo». I giudici hanno insomma confermato quanto sostenuto sia in primo che in secondo grado dall’accusa. Secondo la Corte d’Appello la mediazione tra i boss mafiosi e il premier Silvio Berlusconi sarebbe durata per circa vent’anni, una mediazione che avrebbe consentito a Cosa nostra «con piena coscienza e volontà, di perpetrare un’intensa attività estorsiva ai danni del facoltoso imprenditore milanese (Berlusconi, ndr) imponendogli sistematicamente il pagamento di ingenti somme di denaro in cambio di ‘protezionè personale e famigliare». Però gli stessi giudici hanno sottolineato nella sentenza, lunga più di 600 pagine, che non è stato provato il patto politico-mafioso tra Dell’Utri e Cosa nostra. Secondo l’accusa, invece, il senatore nel 1994 avrebbe stipulato un «patto di scambio». «Non risulta provato nè che l’imputato Marcello Dell’Utri abbia assunto impegni nei riguardi del sodalizio mafioso nè che tali pretesi impegni siano stati rispettati». Infine i giudici hanno anche parlato dello ‘stallierè di Arcore, Vittorio Mangano, che non sarebbe stato assunto per occuparsi dei cavalli bensì per impedire che all’allora imprenditore Silvio Berlusconi potesse accadere qualcosa.

Adnkronos


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PER LEGGERE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA

Depositate motivazioni condanna a 7 anni

19 novembre 2010
Palermo.
Sono state depositate oggi presso la Cancelleria della seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo le motivazioni della sentenza di condanna del senatore Pdl Marcello Dell’Utri, che lo scorso 29 giugno è stato condannato a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il politico, che ha sempre respinto le accuse, è stato condannato per i fatti che gli vengono contestati fino al 1992 e assolto per quelli successivi. In primo grado, Dell’Utri, era stato condannato a 9 anni di reclusione. La Corte d’Appello era presieduta da Claudio Dall’Acqua, giudici a latere Sergio La Commare e Salvatore Barresi. Nella sentenza i giudici hanno sottolineato il ruolo che avrebbe svolto Marcello Dell’Utri come «mediatore» tra la politica e Cosa nostra. Nelle motivazioni i giudici fanno anche riferimento allo «stalliere» di Arcore Vittorio Mangano che sarebbe stato assunto, come aveva affermato l’accusa, per garantire la «incolumità», del premier Silvio Berlusconi.

Adnkronos

Ingroia: ”Sentenza Dell’Utri conferma nostro impianto accusatorio”

19 novembre 2010
Palermo.
«Dalla lettura dei primi stralci delle motivazioni della sentenza d’appello di condanna a 7 anni del senatore Marcello Dell’Utri, non posso che esprimere soddisfazione perchè è un’ulteriore conferma della bontà dell’impianto accusatorio del processo di primo grado». Lo ha detto all’ADNKRONOS il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, commentando le motivazioni della sentenza di secondo grado del processo a carico del senatore Pdl Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. «Bisogna leggere con attenzione la parte della sentenza che riguarda il patto politico-mafioso», ha detto ancora Ingroia parlando del capitolo nel quale i giudici d’appello di Palermo sostengono che non c’è una prova certa «nè concretamente apprezzabile» che tra il senatore Dell’Utri e Cosa nostra sia stato stipulato un patto politico-mafioso. Commentando poi della parte della sentenza in cui i giudici d’appello hanno assolto Dell’Utri per i fatti di mafia nel periodo successivo al 1992, il procuratore aggiunto spiega: «ma il grosso dell’impianto accusatorio, anche in primo grado, era quello che riguardava il periodo antecedente al 1992. Era quello il nucleo vero dell’accusa». Poi Ingroia sottolinea: «è stata confermata, insomma, la nostra impostazione e anche quella dei giudici di primo grado che non avevano dato spessore al patto politico-mafioso». Poi, Ingroia ribadisce: «se ci saranno i margini per ricorrere in Cassazione la Procura generale, se lo riterrà opportuno, lo farà».

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