Archivio Mensile: dicembre 2010

GENERAZIONE RABBIA

Fonte: ComeDonChisciotte – GENERAZIONE RABBIA.

DI MAURIZIO MAGGIANI
ilsecoloxix.it

Ho manifestato i miei sdegni e i miei aneliti per le strade d’Italia dal 1968 al 1977. Ho smesso di farlo a Bologna, una bella mattina di fine estate quando, arrivato in ritardo al corteo delle “mitiche” giornate contro la repressione, lo lasciai sfilare da cima a fondo senza trovare dove inserirmi, senza riconoscermi in nessuno dei gruppi, delle facce, degli slogan, degli abbigliamenti. Ero diventato troppo vecchio per quella roba, o troppo prudente, o troppo saggio, o troppo codardo; non so, ma ero davvero e definitivamente da un’altra parte.

Un quarto di secolo dopo mi sono trovato a Genova, residente della Zona Rossa con cartellino, inutile, di giornalista accreditato appeso al collo. Ho assistito a tutte le manifestazioni a cui mi è stato possibile, cercando di vedere e capire, e ho partecipato a quella del sabato, la grande manifestazione pacifica finita nei grandi pestaggi; ho salvato dalle manganellate due signore che portavano una maglietta con su scritto “un unico Padre, cinque miliardi di fratelli”, e sono io stesso stato salvato da una giovane famiglia che mi ha aperto la porta di casa.

Tornando al Secolo XIX, quella sera vidi all’Acquasola giovani togliersi le loro tute nere e rimettersi a modino sotto lo sguardo spensierato di un gruppo di poliziotti. Quella notte i “fatti” della Diaz, ed ebbi la certezza che il movimento pacifista internazionale era stato distrutto, intenzionalmente annientato. A parte l’affermazione di un principio di imperio – «l’abbiamo fatta finita con quei rompicoglioni!» fu l’articolata analisi che ascoltai dalla bocca di un alto dirigente del governo di allora – a parte la quasi fantascientifica supposizione che si volesse limitare con salda brutalità i limiti spaziali e di principio della partecipazione democratica, ancora oggi mi sfugge la lungimiranza di quell’opera demolitoria.
v Sono passati dieci anni e assisto, non più di persona ma attraverso i canali di informazione internazionali ufficiali e no, ad altre manifestazioni; ad Atene, a Parigi, a Londra, a Roma. Forse dovrei essere lì, e vedere e toccare con mano per capire davvero, ma se posso azzardare un giudizio su una realtà che percepisco solo virtualmente, allora mi sento di dire che quello che i giovani manifestanti, i loro volti e le loro azioni, le loro parole, io non le conosco, e men che meno le riconosco. Sideralmente lontani da quell’ultima mia manifestazione di Bologna e da quel sabato di Genova.

Giovani, e ancor più che giovani, ragazzi. Non sono marziani, sono i miei figli, sono la nuova generazione. Non parlano lingue sconosciute, ma la mia. Non chiedono cose a me ignote, ma cose che posso comprendere bene. Solo che dicono e fanno ogni cosa in modo diverso, nuovo. E la novità, la grande novità, è la rabbia. Non che io non conoscessi questo sentimento, ma la loro e una rabbia, un profondo, interiore, assoluto scontento, e un’energia nel manifestarlo, una forza che io non ho avuto, né visto, da ragazzo, giovane uomo, adulto. E con quella loro rabbia, che gli vedi insorgente come un geyser, intrattenibile nelle parole, hanno cominciato a rompere, a spaccare.

Vedendo i filmati dalle stupefatte capitali d’Europa, non è così difficile riconoscere i professionisti, quelli che lavorano con metodo a sfasciare e picchiare, quelli che da secoli fanno il lavoretto sporco degli infiltrati, ma è facile vedere che non ci sono solo loro, che il gesto di violenza è diffuso. Credo che lo sarà sempre di più. Perché è nella natura delle cose che sia così, irreparabilmente intrinseco allo stato delle nazioni. E lo sappiamo bene, non c’è nessuna analisi speciale da fare, nessun dibattito che non sia una ipocrita pappina consolatoria.

Non si può spedire un’intera generazione nel vuoto pneumatico pensando che non cerchi di tornare sulla terra, non la si può comprimere all’infinito nel nulla cosmico senza sapere che prima o poi esploderà. Questa generazione non ha niente di quello che hanno avuto i loro padri e che si sono ingegnati a dissipare, il pensiero per primo e la previdenza sociale per ultima. I loro padri che si sono mangiati il modo intero e ora li prendono anche in giro andandogli a spiegare che la festa è finita. Questa generazione non ha parole perché è da quando andava all’asilo che non trova un cane che la stia a sentire, che le dica qualcosa che valga la pena di essere ascoltato, buono o cattivo maestro che sia.

Questa generazione è frutto del ventre nostro, una pancia gonfia di supponenza e inverosimile egotismo. È come se non fossero mai nati quei ragazzi, tenuti nello stato inoffensivo di feti, ad avvizzire nella vita. E vorremmo che fossero ragionevoli. Portatori di una ragione tollerabile agli occhi di padri che si titillano nel sogno perverso di durare in eterno da eterni adolescenti, impotenti innamorati del potere. Ne abbiamo allevato qualcuno perché ci facesse da ventriloquo con toni più convincenti delle nostre voci screditate, ma non funzionerà, non ha mai funzionato.

Non sono tanti, al momento, quelli che ci stanno preoccupando; possiamo ancora illuderci che i più possiamo ancora tenerli a bada continuando a rifornirli di gadget e snack moderatamente aggiunti di anfetamine e narcotici. Ma se non fossimo dimentichi della storia, compresa la nostra, ricorderemmo che bastano pochi a renderci la vita scomoda, a tenerci in angosciante sgomento e paura per tutti i giorni che Iddio manda in terra, e alla fine sono i pochi quelli che fanno saltare in aria tutta la baracca.

Maurizio Maggiani
Fonte: http://www.ilsecoloxix.it/
19.12.2010

via http://www.libreidee.org

L’Ungheria non può stare in Europa | PierGiorgio Gawronski | Il Fatto Quotidiano

Fonte: L’Ungheria non può stare in Europa | PierGiorgio Gawronski | Il Fatto Quotidiano.

Questa volta non è uno scherzo. In Ungheria da sei mesi governa il centro-destra. Ha il 70% dei seggi in Parlamento: la Costituzione non è più un problema! “Il popolo ha parlato: è la democrazia, bellezza!

E così, il governo ha fatto una nuova legge sull’informazione.

  • Ha soppresso tutte le redazioni che producono o diffondono informazione nelle radio e nelle televisioni: resta solo l’Agenzia di stampa governativa, che centralizzerà tutte le informazioni e le distribuirà personalmente ai media.
  • Sono previste multe salate per chi scrive articoli “non equilibrati politicamente”. L’equilibrio sarà valutato dal Garante per l’informazione. Il Garante per l’informazione sarà nominato dal Governo, sì.
  • E poi ci saranno altre multe per chi pubblica “informazioni contrarie agli interessi nazionali” (non si dice quali sono), o “lesive della dignità umana” (idem). Decide il Garante di cui sopra.
  • I giornalisti hanno, da ora in poi, l’obbligo di rivelare le loro fonti, pena sanzioni penali, quando ci sono “questioni legate alla sicurezza nazionale”, devono consegnare tutti i loro documenti e supporti elettronici su semplice richiesta del potere esecutivo. Anche se nessuno là fuori ha commesso un reato.

Mi fermo qui. Avete capito. Noto solo che da noi c’è un’arietta… come di gente che avrebbe tanto voluto fare come gli ungheresi… Andiamo al dunque.

Signor Ambasciatore della Repubblica Ungherese. Immagino che ci spiegherà che non abbiamo capito… Che è tutto un equivoco… Che il Suo Governo vuole solo razionalizzare, prevenire il terrorismo, garantire l’ordine pubblico… Ci spieghi! Qualche volta è duro persino fare il diplomatico. Qualche volta è duro essere Uomini.

Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana, on. Frattini. Lei crede che un paese che si dà queste leggi sulla stampa e l’informazione possa rimanere in Europa? E assumerne addirittura la Presidenza nel primo semestre 2011? Pensa che i cittadini Europei possano accettare di essere rappresentati da un governo del genere, che ha dimostrato chiaramente in patria che cosa ha in mente per loro? Intende prendere una posizione dignitosa e ferma, a parole e nei fatti? Oppure non trova poi così male il nuovo modello ungherese di “libertà di stampa”?

Onorevole Bossi: Lei crede che la gente del posto (molto incazzata per la crisi economica e per i comportamenti della “casta” dei politici ungheresi) abbia fatto bene a mandare al governo con una valanga di voti uno che aveva dichiarato: “Preferisco fare gli interessi del popolo ungherese piuttosto che quelli dei rom, e degli ebrei che cospirano per mandare a fondo tutto il mondo e anche il mio paese”, e “Anche oggi, a Gerusalemme, si insegna l’ungherese ai bambini, dicendogli che è la lingua della loro prossima patria!”. Non è che per caso, per questi signori che si apprestano a guidare l’Europa, ha in serbo una delle Sue colorite espressioni?

Aspettiamo di sapere.

‘Ndrangheta: 11 anni a ex consigliere regionale della Calabria Domenico Crea

Fonte: Antimafia Duemila – ‘Ndrangheta: 11 anni a ex consigliere regionale della Calabria Domenico Crea.

Undici anni e tre mesi di reclusione: è la condanna inflitta dal Tribunale di Reggio Calabria all’ex consigliere regionale della Calabria Domenico Crea, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del procedimento chiamato «Onorata sanità». Il processo è scaturito da un’inchiesta riguardante presunti intrecci tra politica e ‘ndrangheta nella gestione del settore della sanità nel reggino che, nel gennaio del 2008, portò ad una serie di arresti tra cui quello di Crea. Nella passata legislatura Domenico Crea era entrato in Consiglio regionale subentrando, come primo dei non eletti, a Francesco Fortugno, il vice presidente dell’Assemblea ucciso in un agguato a Locri il 16 ottobre del 2005. Il Tribunale ha poi condannato a tre anni e tre mesi di reclusione il figlio di Crea, Antonio, attualmente detenuto, e a nove mesi la moglie di Domenico Crea, Angela Familiari, accusata di truffa. Nove mesi di reclusione sono stati inflitti all’ex direttore dell’Azienda sanitaria di Reggio Calabria poi divenuto collaboratore di Domenico Crea, Antonino Iacopino. Assolti da ogni addebito la figlia di Crea, Annunziata, due suoi collaboratori, Paolo Attinà e Giuseppe Scordo, per i quali era stata chiesta la condanna a sette anni di reclusione, ed il dirigente dell’Azienda sanitaria Mario Neri. Il Tribunale ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici per Crea e la confisca del patrimonio sequestrato tra cui la clinica della famiglia Crea, Villa Anya. Per Domenico Crea l’accusa, sostenuta dai pm Mario Andrigo e Marco Colamonici, avevano chiesto la condanna a 16 anni di reclusione, mentre per il figlio erano stati chiesti 11 anni.

Le mani morte

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Le mani morte.

Quando leggo i titoli dei giornali, di carta o on line, penso, non so perché, alla “mano morta“. Quella pratica di lasciar ciondolare la propria mano nei luoghi affollati alla “dove prendo prendo” il cui bersaglio è il culo di una signora (o di una “signorina“, come si usava dire un tempo). L’informazione è molesta, lasciva, disgustosa, come la bava di un vecchio porco. Infatti, non a caso, un vecchio porco è oggi la panacea dei quotidiani, che riempiono i fogli inchiostrati con le sue foto. Alcuni, i più devoti, gli dedicano 10/15 titoli al giorno. Un’informazione che mette una nullità assoluta come Gasparri in prima pagina e che dedica le sue inchieste a un pacco bomba nella metropolitana di Roma rivelatosi “materiale inerte“.
Una volta, negli anni ’70, c’era un grande giornale di satira politica. Si chiamava: “Il Male“. Sono rimaste celebri una foto di Aldo Moro prigioniero delle BR, trasandato, la barba incolta, con la frase “Scusate, abitualmente vesto Marzotto” e una vignetta dove una donna vietnamita in fuga tra le onde, come tanti boat people, alla domanda del figlio: “Cos’è il comunismo, mamma?“, risponde “Zitto e nuota“. In seguito venne “Cuore” con una rubrica dal titolo “E chi se ne frega” che riportava titoli come: “Un gattone di Treviglio forse rapito in cortile. La Notte” e “Facevo politica nell’Unione goliardica. Claudio Martelli. L’Espresso“. I giornalisti di quell’epoca scrivono ora sui giornali più importanti. Il “E chi se ne frega” si è trasferito con loro nelle redazioni, è diventato la notizia principale, quella di cui non ci può fregare di meno. In compenso i fatti si sono trasferiti nei trafiletti in ventesima pagina. E’ un travaso avvenuto sotto i nostri occhi. La merda è venuta a galla piano piano e li si è fermata. Nelle edicole, nei siti on line, nella lettura dei quotidiani alla radio, nella sottolineatura con il pennarello dei titoli dei quotidiani nelle trasmissioni televisive, l’informazione è morta.
In ordine sparso sulle testate nazionali odierne: “Barbara Berlusconi attacca la Carfagna: ‘Almeno abbia il pudore di tacere‘.” “Bondi pianista” “Cinema, aumento biglietti“. Un circuito chiuso dove si ricicla l’ovvio e si addormentano le coscienze al servizio dei partiti, della Confindustria e della propria fazione. L’opinione che sostituiva e manipolava i fatti è roba ormai di un’altra epoca. I fatti non esistono più, sono stati sostituiti dal gossip. Dagospia è meglio di qualunque giornale. I 329 milioni di euro regalati all’editoria nella Finanziaria e sottratti alla scuola e alla sanità sono uno spreco ormai intollerabile per produrre rifiuti tossici non riciclabili.

Antimafia Duemila – Il centro del potere mondiale

Antimafia Duemila – Il centro del potere mondiale.

ComeDonChisciotte – FONDO ORDINARIO DI RICERCA 2010 SPESE MILITARI E REGALI A ISRAELE

Questo governo è la vergogna del genere umano…

Fonte: ComeDonChisciotte – FONDO ORDINARIO DI RICERCA 2010 SPESE MILITARI E REGALI A ISRAELE.

DI MARCELLO SORDO
facebook.com

Segnalo atti del Senato del 3 e 7 dicembre sul Fondo ordinario alla ricerca:

 

Si evince che grandi somme di denaro saranno veicolate dalle casse della ricerca per scopi militari (compreso l’asse con Israele che l’Italia va rafforzando) e per l’energia nucleare (“Dà indi conto delle novità del provvedimento, prima tra tutti l’esplicitazione delle assegnazioni straordinarie tra le quali quelle finalizzate ad attività internazionali. Ciò consente a suo giudizio un’analisi più di dettaglio rispetto al passato e sottrae dalla disponibilità degli enti di ricerca dette iniziative di carattere internazionale, che ammontano a circa 40 milioni di euro.) veicolati tramite il CNR, il cui attuale vicedirettore è un acceso sostenitore del creazionismo (sic!)

 

Va notato, tra i vari punti di spesa, la ricorrente partnership con Israele e in particolare con il Progetto Europeo di Spettroscopia non Lineare (LENS), dopo che Israele è stata denunciata dalla Comunità Internazionale per l’impiego e la sperimentazione di Armamenti di Distruzione di Massa in Libano (2006) e a Gaza (tra 2006 e 2010), in particolare Armi a Energia Diretta e Laser, oltre che le più note cluster bomb e Fosforo Bianco.

Oltre al carattere puramente militare di alcune spese, va segnalato lo stanziamento di 5 milioni di euro, a decorrere dall’anno in corso, per la traduzione del Talmud, in collaborazione con il Collegio Rabbinico Italiano. Il testo sacro non è mai stato tradotto in italiano e l’urgenza dello staziamento è da collocarsi unicamente a scopi di propaganda e di alleanza militare da parte dell’attuale Governo con lo Stato di Israele, in spregio alle condanne internazionali sui crimini commessi nei Territori Occupati .

 

Oltre all’obbrobio della riforma gelmini e ai regali, in fatto di istruzione, elargiti al Vaticano, non vanno quindi sottovalutati gli usi distorti e impropri dei Fondi alla Ricerca, veicolati verso scopi altri: militari, energetici nucleari, di interesse extranazionale per rafforzare alleanze discutibili.

 

 

Resoconto sommario n. 262 del 07/12/2010

 

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=16&id=514617

 

Lavori (area Commissioni); XVI legislatura:

IN SEDE CONSULTIVA SU ATTI DEL GOVERNO Schema di decreto ministeriale recante ripartizione del Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca, per l’anno 2010 (n. 303)

(Parere al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, ai sensi dell’articolo 7, comma 2, del decreto legislativo 5 giugno 1998, n. 204. Esame e rinvio)

 

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer?tipo=BGT&id=514605%EF%BB%BF

Marcello Sordo
Fonte: www.facebook.com
Link: http://www.facebook.com/notes/marcello-sordo/fondo-ordinario-di-ricerca-2010-spese-militari-e-regali-a-israele/434819153238
20.12.

La politica calabrese commissariata dalla ‘ndrangheta, fermato consigliere regionale Pdl | Il Fatto Quotidiano

consigliere PDL, chissà perchè ma la cosa non mi sorprende…

Fonte: La politica calabrese commissariata dalla ‘ndrangheta, fermato consigliere regionale Pdl | Il Fatto Quotidiano.

Si tratta di Santi Zappalà eletto il marzo scorso con oltre 11mila voti. In totale gli arrestati sono dodici. Tra questi cinque politici. L’operazione prende spunto dall’inchiesta Reale che mesi fa portò in carcere il boss Beppe Pelle

Politici in pellegrinaggio a casa del boss per contrattare candidature e in cambio pianificare favori. Tradotto: pacchetti di voti pagati a suon di appalti pubblici e privati. Dalla Calabria fino a Milano con investimenti milionari (appalti al nord già approvati) il cu volano principale sono due direttori di istituti di credito amici. Padrini che ragionano più da lobbisti che da capi mafia. Veri sovrani del voto che attendono i politici nelle proprie abitazioni. Ascoltano le loro ragioni. Non fanno promesse. Solo valutano l’opportunità di appoggiarli con il voto. Insomma, un commissariamento pressoché totale dell’amministrazione pubblica nei confronti delle cosche. A tal punto che uno dei boss più potenti della ‘ndrangheta come Giuseppe Pelle, figlio di ‘Ntoni Gambazza, può permettersi di valutare strategie future. Le elezioni regionali del marzo scorso. Ma anche quelle provinciali. Ragionando su pochi candidati su cui concentrare i voti. Il modo migliore per portarli fino a Roma Dopodiché le preferenze, oltre che con appalti, vengono pagate “con quattro, cinquemila euro”. Oppure in auto “da sessanta, ottantamila euro” o in viaggi di piacere.

Per mesi di questo si è parlato nell’appartamento di Giuseppe Pelle, boss di San Luca. E mentre si parlava, gli investigatori coordinati dalla Dda di Reggio Calabria mandavano in archivio filmati e intercettazioni ambientali. Tutto materiale confluito nelle 56 pagine di ordinanza che oggi ha portato in carcere dodici persone. Sette uomini legati a una delle più potenti cosche della ‘ndrangheta e cinque politici che nel marzo scorso si sono candidati alle regionali. Cinque candidati, ma solo un eletto: Santi Zappalà, sindaco nel comune di Bagnara Calabra, spinto in regione da oltre 11mila preferenze tra le file del Pdl. Oltre a lui in carcere sono finiti Antonio Manti (Alleanza per la Calabria), Pietro Nucera (Insieme per la Calabria), Liliana Aiello (Insieme per la Calabria) e Francesco Iaria (Udc). Tutti avrebbero avuto, in misura diversa, l’appoggio della cosca Pelle. In particolare Antonio Manti del centrosinistra  si è presentato con la lista Alleanza per la Calabria che ha sostenuto per la presidenza Agazio Loiero.

La figura di Zappalà aggancia poi altri nomi noti della politica calabrese. Tra questi l’ex An Alberto Sarra che pur non indagato è indicato come politico molto vicino alla famiglia Lampada da anni residenti a Milano e definita dai Ros il braccio finanziario della cosca Condello. Ma c’è di più. Secondo i magistrati “Zappalà non rappresenta un normale candidato che si limita a chiedere l’appoggio dell’organizzazione criminale per favorire la sua elezione, ma un personaggio abituato a trattare con ambienti malavitosi”. Tanto che nelle conversazioni registrate, lo stesso Zappalà, a colloquio con Pelle, confessa di aver già cercato appoggi mafiosi. “Già si era recato a Siderno – scrive il gip – dove aveva incontrato degli esponenti della famiglia dei Commisso”. E “questi ultimi, pur essendosi già impegnati a sostenere un altro candidato, lo avevano comunque trattato con grande deferenza promettendogli anche un pacchetto di voti”.

In particolare Zappalà era legato a Giuseppe Mazzacuva, imprenditore prestanome della cosca che per conto dei boss manteneva i rapporti con i politici. Scrive il gip: “E’ stato Mazzacuva a portarlo al cospetto di Pelle”. Quella fu l’occasione “per negoziare con lui i termini dell’accordo” con il quale “la cosca Pelle si impegnava a garantire allo Zappalà un pacchetto di voti nel mandamento jonico e il politico, in cambio, prometteva l’affidamento di lavori pubblici e un trattamento privilegiato per detenuti di notevole spessore criminale come Salvatore Pelle”.

Ma Zappalà, secondo gli investigatori, sarebbe in contatto anche con Francesco Barbaro (“il ragazzo di Platì”) che gli avrebbe potuto portare “quattro…cinquecento voti là…”. Non a caso “Santi Zappalà riferiva che un tal Luca, gli aveva portato Francesco Barbaro, affermando che quest’ultimo poteva controllare un consistente numero di voti”.

A conferma di agganci importanti nella politica, lo stesso Zappalà “conferma che la sua candidatura era fortemente sostenuta da Antonio Buonfiglio attuale deputato e sottosegretario alle politiche agricole”. Racconta: “Io con Alberto Sarra, ho una vecchissima amicizia, risalente dai tempi che furono! Alberto Sarra è molto vicino ad Antonio Buonfiglio che è il suo segretario alle Politiche Agricole”

Da tutto questo emerge un quadro allarmante in cui la politica calabrese risulta totalmente commissariata alle cosche. Non a caso il gip scrive: “Erano sempre i candidati a sollecitare gli incontri con Giuseppe Pelle”. Un’allarmante dipendenza attraverso la quale “il boss riceveva tutti e a tutti manifestava la propria disponibilità a concedere l’appoggio elettorale dell’organizzazione”. Dopodiché “Pelle si riserva di verificare lo spessore politico di ogni candidato e le sue effettive possibilità di elezione nonché la disponibilità manifestata dallo stesso nei confronti del sodalizio criminale”.

La strategia del boss era chiara. “Sostenere un ristretto numero di candidati per evitare una dispersione di voti” perché “doveva essere l’organizzazione a individuare i candidati ai quali offrire il proprio appoggio”. Il tutto per arrivare a un risultato certo. Posizione che viene approvata ad esempio da Antonio Manti (uno dei cinque politici arrestati), candidato per una lista civica che nel marzo scorso appoggiavo Agazio Loiero, il candidato del centrosinistra.

Il boss della ‘ndrangheta ragiona più come lobbista della politica che come capo mafia. I punti, per lui, sono chiari: “Per il Consiglio Regionale l’organizzazione avrebbe dovuto appoggiare candidati ben precisi, scelti fra soggetti appartenenti ai diversi mandamenti in cui l’organizzazione è strutturata”. Riflette Beppe Pelle: “La politica nostra è sbagliata se noi eravamo una cosa più compatta compà”. Il padrino ragiona a lungo termine. Riflette sui numeri e sulle persone. “La prossima volta – dice – quei sei che escono dalle regionali, se si portavano bene andavano a Roma”

Il concetto di puntare su un numero ristretto viene ribadito più volte dal boss. L’idea, infatti, è quella di formare un nocciolo duro da portare fino alle provinciali del 2011. “Tutti là si portano. Ogni paese chi ne ha due, chi ne ha tre, chi ne ha quattro. Per me è una cosa che non la condivido perché poi ognuno ha le sue, voi avete le vostre, quello ha le sue, l’altro ha le sue e questi voti compare si disperdono tutti”.

Politici a disposizione, insomma. Come quel Pietro Nucera, candidato (non eletto), ma soprattutto medico all’ospedale di Melito Porto Salvo. Anche per questo, il sospetto degli investigatori è che lo stesso Nucera possa “aver favorito la lunghissima latitanza di Antonio Pelle”. Non a caso il boss di San Luca conferma, che al di là della vittoria elettorale, Nucera può essere utile. Perché “a prescindere dal fatto delle votazioni, se occorre qualche cosa, di vedere qualche malato, qualche cosa che non si può muovere e cosa”. Ecco allora che Giovanni Ficara, uomo vicino ai clan Latella ma anche allo stesso Pelle “prendeva l’impegno di far confluire verso Nucera tutti i voti dei propri familiari e conoscenti”. Anche per questo Ficara si informa per capire da che parte politica stai Nucera. “Facendo presente che, se fosse stato candidato in un lista di sinistra, ci sarebbero state maggiori difficoltà nella raccolta dei voti”.

Oltre al voto, poi ci sono gli interessi e soprattutto gli affari. Che in questo caso si traducono in appalti pubblici e non. Il tutto giocato nel campo dell’edilizia. Ne parlano ad esempio Francesco Iaria, politico dell’Udc finito in carcere, e Giuseppe Pelle. “Quei progetti vi interessano o no?”, chiede Iaria. E prosegue: “Perché di Reggio ne hanno cinque, poi vedete lo valutate e poi vi voglio dire ci sono i posti, c’è tutto là, c’è tutto il progetto, cioè quanto pure per realizzare, ovvio con i prezzi di Milano”. La Lombardia, dunque. E non è un caso. Visto che l’inchiesta di ieri, pur prendendo spunto dall’indagine Reale attinge molto dall’operazione Crimine che nel luglio scorso ha messo a segno oltre 300 arresti tra la Calabria e il Nord Italia. Scrive il gip: “Giuseppe Pelle, apparendo seriamente interessato all’affare, chiedeva allo Iaria informazioni dettagliate sul tipo di lavoro da effettuare”. Quello allora risponde: “Parliamo di sbancamento, cose, tutto”. Mentre per i finanziamenti Iaria non ha dubbi. Su Milano ci sono due direttori generali di Unicredit Uno e Ubi Banca l’altro che sono disposti.

Processo Mori, carabiniere racconta “Fu bloccato il sequestro del papello”

Fonte: Processo Mori, carabiniere racconta “Fu bloccato il sequestro del papello”.

Il capitano Angeli mi disse che, nel corso di una perquisizione a casa di Ciancimino, trovò il papello di Totò Riina, e informò della scoperta il suo superiore, il colonnello Sottili, ma che questi gli ordinò di non sequestrarlo sostenendo che già lo avevano”.

Questa la dichiarazione del maresciallo Saverio Masi, sottufficiale dei carabinieri nella deposizione al processo al generale dell’Arma Mario Mori, nella foto, accusato di favoreggiamento alla mafia.

Masi, prima in servizio al Reparto Operativo e ora nella scorta del pm Nino Di Matteo, pubblica accusa nello stesso dibattimento Mori, ha raccontato quanto gli aveva detto allora il capitano Antonello Angeli dopo una perquisizione del 2005 a casa di Massimo Ciancimino accusato per il riciclaggio del denaro del padre, l’ex sindaco di Palermo Vito.

 

In casa di Ciancimino, nascosto in un controsoffitto, ci sarebbe stato l’elenco delle richieste del boss Totò Riina allo Stato. Angeli, stupito dall’ordine del superiore di non sequestrare il papello, lo fece fotocopiare di nascosto a un collega e informò della vicenda il maresciallo Masi un anno dopo la perquisizione a casa di Massimo Ciancimino.

Gli raccontò anche di averne discusso animatamente con Sottili e con un altro ufficiale del Reparto Operativo, Francesco Gosciu. Il capitano Angeli non a caso scelse Masi per fargli queste confidenze, perché sapeva che questi aveva avuto rapporti conflittuali sia con Sottili che con Gosciu ed era quindi sicuro di trovare in lui un “alleato”.

Angeli e Masi, molto preoccupati per la decisione di non sequestrare il papello, decisero di far arrivare la notizia alla stampa. Questo, secondo loro, avrebbe “costretto” i magistrati a convocarli e gli avrebbe consentito di riferire all’autorità giudiziaria una circostanza che ritenevano inquietante.

Nel giugno del 2006 Masi contattò il giornalista dell’Unità Saverio Lodato, proponendogli un appuntamento con un collega, e riferendogli di essere in possesso di una notizia importante. A Lodato chiese però che gli garantisse la pubblicazione dell’articolo.

Masi durante il processo è stato anche controesaminato dal legale di Mori, l’avvocato Basilio Milio, che ha evidenziato che il teste ha un procedimento penale in corso in cui è accusato per falso materiale e che è stato più volte trasferito. Adesso ha cominciato a deporre Lodato.

Da Blogsicilia.it

Processo Mori: carabiniere in aula, ”Fu bloccato sequestro papello”

 

21 dicembre 2010, Palermo. Il ‘papello’ con le richieste del boss mafioso Totò Riina era stato trovato dai carabinieri il 17 febbraio 2005 nell’abitazione di Ciancimino Jr ma l’allora comandante del reparto operativo, colonnello Giammarco Sottili «ordinò di non sequestrare il papello perchè sosteneva di averlo già». A raccontarlo in aula, al processo al prefetto Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, è il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi che sostiene di avere appreso i particolari del mancato sequestro dall’allora capitano Antonello Angeli, presente alla perquisizione nella casa al mare di Ciancimino. «Il capitano Angeli trovò il ‘papello’ a casa di Massimo Ciancimino, disse che era in un controsoffitto -racconta il maresciallo Masi- chiamò subito il suo superiore, il colonnello Sottili, informandolo del rinvenimento della documentazione e gli chiese se fosse il caso che Sottili venisse e partecipasse alla perquisizione. Sottili gli rispose invece che non era il caso di procedere al sequestro perchè il ‘papellò ce l’avevano già. Angeli rimase esterrefatto del contenuto di quella telefonata». Così, come spiega sempre il sottufficiale dei carabinieri, l’allora capitano Angeli, che è indagato nell’ambito dell’indagine sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, nonostante l’ordine di Sottili «fece fotocopiare il ‘papello’. Disse che incaricò una persona fidata». Il maresciallo Masi avrebbe appreso questa circostanza soltanto molto tempo dopo. «Il capitano Angeli me lo disse molti mesi dopo l’arresto di Bernardo Provenzano». «Il capitano Angeli mi disse che attribuiva a Riina il documento che aveva trovato nell’abitazione di Massimo Ciancimino e mi disse che conteneva le richieste riferibili a Cosa nostra e che poteva ritenersi una trattativa proprio di interesse di Cosa nostra -prosegue ancora il maresciallo dei carabinieri Saverio Masi nell’interrogatorio condotto dai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo- Angeli era molto intimorito da questa situazione. Conservò una fotocopia del ‘papellò mentre rimise a posto il documento originale, ma non disse dove». È sempre il sottufficiale dei carabinieri a spiegare ai magistrati che l’allora capitano Angeli avrebbe avuto dei «grossi conflitti» con i suoi superiori, il comandante del nucleo operativo di allora, Francesco Gosciu e il comandante del reparto operativo Giammarco Sottili. «Mi disse che era in enorme conflitto con i due ufficiali, ci furono degli alterchi molto pesanti e addirittura stavano venendo in un’occasione anche alle mani. Ma Gosciu lasciò le cose come stavano. Angeli voleva togliersi questo peso dalla coscienza ma Gosciu non lo ascoltò». Sull’incontro tra lo stesso Angeli e il maresciallo Masi, il sottufficiale spiega al tribunale che doveva restare «una cosa riservata». Lo stesso Masi spiega poi dei suoi «contrasti con la scala gerarchica, una cosa nota a tutto il reparto operativo dei carabinieri. Angeli sapeva delle mie controversie, sia con Gosciu che con Sottili. Noi parlammo in diverse occasioni. Eravamo impauriti per la situazione che stavamo vivendo. Angeli era sconcertato e intimorito. Venne perfino mandato dai suoi superiori a un controllo medico perchè volevano farlo passare per pazzo, per screditarlo».Dopo poco tempo l’allora capitano Angeli venne trasferito a Roma. «Ma noi ci siamo incontrati a Palermo -racconta Masi- mi chiamò su una delle mie utenze telefoniche e mi chiese di incontrarci». Secondo Masi Angeli sarebbe stato trasferito a Roma «a causa dei suoi contrasti sulle indagini su Massimo Ciancimino. Giravano altre voci che anche altri colleghi avevano subito ripercussioni sempre sulla vicenda Ciancimino e avevano subito trasferimenti. Nel nostro incontro decidemmo che ci volevamo rivolgere ad un quotidiano nazionale per fare filtrare la notizia in modo che poi l’autorità giudiziaria ci convocasse». Così Masi incontrò il giornalista de L’Unita Saverio Lodato, che oggi verrà sentito allo stesso processo, per raccontargli quanto avvenuto nell’abitazione di Massimo Ciancimino e il mancato sequestro del ‘papello’. «Angeli mi disse che voleva essere sicuro che la notizia venisse pubblicata. Ritenevamo Lodato una persona seria e affidabile. Così ci incontrammo nella sua abitazione. Io ero in compagnia del mio collega Carmelo Barbaria». Ma non se ne fece niente perchè dopo qualche tempo Lodato avrebbe spiegato al maresciallo Masi di aver parlato con il suo direttore e che gli era stato detto che «sarebbe stato meglio che del caso si occupassero i redattori locali di ‘Repubblica’. Per noi fu una cosa scoraggiante e capimmo che non se ne voleva occupare». Lo scorso luglio il maresciallo Masi ha deciso di presentarsi spontaneamente alla Procura di Palermo per essere ascoltato. «L’ho deciso -dice- dopo avere appreso delle notizie di stampa riguardanti Massimo Ciancimino» sul ‘papello’ che poi è stato consegnato alla Dda dallo stesso Ciancimino junior. Oggi il maresciallo Masi è uno degli agenti di scorta del pm antimafia Antonino Di Matteo, uno dei due magistrati che oggi lo hanno interrogato al processo Mori. Nel controesame, condotto dall’avvocato Basilio Milio, il maresciallo Masi ha detto che è stato denunciato per falso materiale per una falsa autocertificazione. Non sono mancati i momenti di scontro tra l’accusa e la difesa durante l’esame e il controesame. Adesso verrà ascoltato il giornalista Saverio Lodato.


Adnkronos

I misteri della perquisizione a casa di Ciancimino

21 dicembre 2010. La perquisizione della casa di Massimo Ciancimino, testimone nell’ inchiesta trattativa tra Stato e mafia, il ritrovamento di misteriosi documenti fatti fotocopiare da un capitano dei carabinieri e poi spariti dal fascicolo degli atti sequestrati sono stati gli argomenti al centro della deposizione dell’appuntato Samuele Lecca, sentito al processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia. Lecca, citato dalla Procura, ha raccontato ai giudici della quarta sezione, in dettaglio, l’ispezione fatta nell’abitazione e nel magazzino di Ciancimino il 17 febbraio del 2005, quando il testimone era indagato per riciclaggio. “Nel magazzino – ha raccontato – trovai uno scatolone in cui c’era una sorta di libro scritto a mano e rilegato approssimativamente. Dentro c’erano pure foglietti volanti. Lo mostrai al mio comandante, il capitano Angeli, che lo visionò e poi fece una telefonata. Finita la conversazione mi disse di fotocopiarlo subito e riportarlo in caserma”. Lecca non ha saputo dire cosa ci fosse scritto nel “libro”. “Non lo guardai”, ha spiegato. Ma Angeli, secondo l’appuntato, avrebbe avuto molta fretta di avere le fotocopie. Di una cosa, però, il teste è certo: la documentazione non era tra quelle “catalogate” e sequestrate dopo la perquisizione. La testimonianza dell’appuntato è seguita a quella del maresciallo Saverio Masi all’epoca, come Lecca, in servizio al Reparto Operativo. Masi ha riferito di avere saputo da Angeli, un anno dopo, che tra le carte c’era il ‘papello’ di Riina e che i superiori gli dissero di non sequestrarlo sostenendo che ne erano già in possesso. All’udienza di oggi ha deposto anche il giornalista dell’Unità Saverio Lodato contattato da Masi a giugno del 2006. “Venne a casa mia – ha raccontato Lodato – insieme a un altro carabiniere per dirmi che dovevano parlarmi di una cosa importante. Mi accennarono che erano a un passo dalla cattura di Messina Denaro e che i superiori volevano bloccarli, ma dissero che ci saremmo dovuti incontrare in un altro luogo per parlarne meglio”. Il giornalista, che ha smentito Masi che aveva sostenuto di averlo cercato per raccontargli del mancato sequestro del papello, non diede credito ai due militari e lasciò cadere la cosa.

ANSA (
da livesicilia.it)

Il pm lavora troppo, Alfano chiede il procedimento disciplinare | Il Fatto Quotidiano

Si conferma il governo dell’impunità…

Fonte: Il pm lavora troppo, Alfano chiede il procedimento disciplinare | Il Fatto Quotidiano.

Manuela Fasolato da anni conduce le più importanti inchieste sui reati ambientali nel nord-est. Ora il ministero della giustizia vuole sanzionarla per le indagini condotte sulla centrale Enel di Porto Tolle

Se mai arriverà sarà la prima sanzione bipartisan, comminata per avere leso interessi che non andavano toccati: quelli dell’Enel, cui esponenti tanto del governo che dell’opposizione sembrano molto attenti. Rischia infatti un procedimento disciplinare il pm di Rovigo Manuela Fasolato, da almeno dieci anni in prima linea contro i reati ambientali compiuti nel delta del Po. Su di lei e il procuratore di Rovigo Dario Curtarello, infatti, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha chiesto di indagare alla procura generale della Cassazione.

Il provvedimento segue l’invio in procura degli ispettori del ministero dello scorso gennaio, ma i fatti a cui si riferisce sono noti già dalla fine del 2007. Da anni, infatti, Fasolato sta lavorando a diversi filoni di inchiesta sulla centrale Enel di Porto Tolle: il pm ipotizza legami tra le emissioni della centrale e l’aumento dell’incidenza di malattie nei territori circostanti l’impianto. Intanto, però, sulla centrale pende l’iter della Valutazione d’impatto ambientale (Via) per un progetto di riconversione dall’olio combustibile al carbone che vale 4mila posti di lavoro e 2 miliardi e mezzo di investimento. Il via libera arriverà solo il 29 aprile del 2009, dopo che il ‘dl incentivi’, approvato il 6 aprile, ha modificato i vincoli burocratici e risolto i conflitti con la normativa regionale. Il ministero dell’ambiente in ogni caso non mancherà di accompagnare la scelta con un comunicato di esultanza: “Dal punto di vista ambientale – si dice – con la riconversione si ottiene una sostanziale riduzione delle emissioni rispetto al passato. Dal punto di vista economico ci sarà un vantaggio per la bolletta energetica visto che il ‘carbone pulito’ costa meno degli idrocarburi”.

Ma per qualcuno il ritardo è da imputare alla magistratura. Così il 5 gennaio 2010 Luciano Violante, nella inedita veste di presidente della associazione Italia decide, si espone in prima persona sul palco di CortinaIncontra: “Il ministro della Giustizia dovrebbe fare delle ispezioni, e capire se un’autorità giudiziaria può compiere un atto di questo genere, intimidendo sostanzialmente quelli che dovrebbero prendere la decisione”. Sarebbero solo parole in libertà, se non fosse per un dettaglio: Enel è tra i soci fondatori di Italia decide. Ma la coincidenza non impedisce al ministro Alfano di prendere in esame le doglianze di Violante. Tanto che il 22 gennaio gli ispettori partono alla volta di Rovigo, capitanati da Arcibaldo Miller. Il capo degli ispettori del ministero finirà poi nelle carte dell’inchiesta sulla nuova P2, ma questo non gli ha impedito di conservare il suo posto fino ad oggi.

Contro Fasolato e Curtarolo, invece, il ministero chiede la mano pesante. Tre in sostanza le accuse. La prima: la pm avrebbe infatti lavorato troppo, con il colpevole “consenso” del superiore. Dal 23 ottobre 2007 al 23 luglio 2009, infatti, Fasolato ha l’”esonero totale” dall’attività giudiziaria “in quanto componente della commissione esaminatrice nell’ambito del concorso per 350 posti da uditore giudiziario”. Eppure, bontà sua, continua la sua attività, sia nelle udienze che nelle indagini. Peccato che mentre Fasolato viene mandata di fronte alla procura generale della Cassazione, niente succeda agli altri otto colleghi – compreso il presidente della commissione – che hanno fatto e condiviso la medesima scelta. E a niente vale che il magistrato abbia deciso di lavorare di più per portare a termine processi importanti. Come quello Eurobic, che porterà alla condanna dei responsabili di una truffa da 3 miliardi di euro.

La seconda accusa non è meno originale. Il Guardasigilli contesta infatti la “continuativa corrispondenza” che Fasolato ha intrattenuto con il ministero dell’Ambiente e la commissione Via. Secondo Alfano, così facendo la pm ha divulgato “atti di procedimento ancora coperti da segreto”. Nel carteggio con il ministero, infatti, finiscono anche alcune relazioni svolte nelle indagini dai consulenti di Fasolato. Quale sia la violazione del segreto non è dato sapere, però, essendo vincolate alla riservatezza tutte le istituzioni coinvolte. La terza accusa è in ogni caso direttamente conseguente: avendo sollevato il problema della centrale, la procura di Rovigo perseguiva un fine “che non era di ricerca di mezzi di prova, bensì di impedire – mediante un’indebita ingerenza nelle attività degli apparati amministrativi – la commissione di reati, quando ancora non erano stati acquisiti sufficienti e concreti indizi della consumazione di fatti di rilievo penale”. Vale a dire: “Interferivano e condizionavano le attività degli organi amministrativi stessi, determinandone il rallentamento”.

Ecco il punto: il “rallentamento” del progetto dà fastidio, anche se la responsabilità è da imputare al conflitto tra le norme nazionali e quelle regionali, risolto, lo abbiamo visto, dal legislatore. Tanto fastidio che a gettare benzina sul fuoco è arrivato sulle prime pagine dei giornali locali il plauso del comitato dei lavoratori della centrale: “Da 5 anni — dice al Carlino il portavoce Maurizio Ferro — eravamo in attesa delle autorizzazioni per la riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle. I vari rallentamenti avevano destato perplessità sull’operato della magistratura di Rovigo nell’interferenze con il lavoro svolto dalle competenti commissioni Via ministeriali e regionali. I lavoratori Enel di Porto Tolle, che avevano denunciato la situazione sin dall’inizio — aggiunge Ferro — chiedono provvedimenti esemplari per questo grave e ingiustificato atto che è da ascrivere alla Procura di Rovigo. L’azione disciplinare dimostra che tutti i nostri timori erano fondati”, conclude Ferro, che si dichiara pronto, a nome dei lavoratori, addirittura “a chiedere i danni”.

Antimafia Duemila – 80mila firme per un’altra energia

Fonte: Antimafia Duemila – 80mila firme per un’altra energia.

di Giovanna Tiné - Alternativa - 20 dicembre 2010
Gli ultimi dati della raccolta firme per la legge di iniziativa popolare “Sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima” (in cui c’è anche un esplicito no al nucleare), iniziata il 25 giugno e ora in fase di chiusura, ci raccontano un risultato notevole: ad oggi sono state raccolte complessivamente circa 80mila firme, di cui 67mila già verificate e pronte da consegnare, almeno altre 10mila non ancora verificate e altre ancora in arrivo. La soglia minima richiesta di 50mila firme verificate è stata dunque al momento superata di 17mila.

Obiettivo raggiunto, quindi, e con grande soddisfazione di tutti coloro che si sono spesi per fare concretamente una campagna di democrazia diretta e per sensibilizzare e informare i cittadini.Alternativa ha creduto molto in questo progetto tanto da parteciparvi in modo attivo fin dall’inizio. Queste le tappe e le attività: il 7 giugno scorso Giulietto Chiesa ha firmato insieme agli altri promotori la presentazione della legge, e a partire dal 25 dello stesso mese tutti gli attivisti del movimento si sono messi in moto per raccogliere le firme e promuovere iniziative e incontri di informazione e dibattito sul tema del nucleare e delle energie alternative.

Sul territorio nazionale sono stati organizzati punti di raccolta firme e si è contribuito a quelli promossi dagli altri movimenti coinvolti.

Nel Lazio, Alternativa ha coordinato le azioni comuni nell’occasione delle manifestazioni nazionali FIOM del 16 ottobre e CGIL del 27 novembre, oltre che in altre occasioni unitarie di raccolta firme. In fase finale i volontari hanno inoltre aiutato nella richiesta dei certificati elettorali.

Quindi un grazie di cuore agli aderenti ad Alternativa che hanno aiutato a raggiungere l’obiettivo e che, nel farlo, hanno portato come preziosissimo contributo il loro personale spirito di collaborazione e condivisione.

Questi i prossimi appuntamenti:Martedì 21 dicembre alle ore 11.00 i promotori della raccolta di firme a sostegno della proposta di legge consegneranno i moduli con le firme raccolte alla Camera dei Deputati.

Martedì 21 alle ore 12.00 si svolgerà una conferenza stampa del Comitato promotore presso la sede della redazione di PaneAcqua in via della Colonna Antonina n°41 a Roma.

Giulietto Chiesa sarà presente ad entrambe le iniziative.

Informazioni sul sito: oltreilnucleare.it

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IL LABORATORIO POLITICO


- La prima lettera-manifesto del Gennaio 2010. Una ”centuria” di volontari per ”Alternativa” - di Giulietto Chiesa

- Prima Assemblea Nazionale di Alternativa. Relazione introduttiva al dibattito
di Giulietto Chiesa

- Lettera-appello di Giulietto Chiesa: Cinque ”centurie” di volontari per l’Alternativa
di Giulietto Chiesa

- Il laboratorio politico di Alternativa: Stato dell’arte n° 3 - di Giulietto Chiesa

Come ti distruggo l’Italia 14. – Napoli e la Campania: una discarica a cielo aperto

Fonte: Antimafia Duemila – Come ti distruggo l’Italia 14. – Napoli e la Campania: una discarica a cielo aperto.

Un territorio rovinato dalla politica e dal malaffare
di Marina Bisogno – 17 dicembre 2010
Napoli. Libertà è partecipazione cantava il grande Giorgio Gaber, ma non aveva fatto i conti con le repressioni della polizia, che con la violenza, impedisce a liberi cittadini di manifestare il proprio dissenso rispetto alle scellerate decisioni del Governo.

Le scene di Terzigno sono ancora vive negli occhi degli italiani, che ancora si chiedono come sia possibile che un territorio non riesca a smaltire la propria immondizia. “Sono terroni” qualcuna replica, ma, come ho ribadito più volte, la verità va ben oltre l’immaginazione del saccente di turno.  Sabato 14 Dicembre è stato smantellato il presidio antidiscarica situato presso la rotonda di via Panoramica. “Le istituzioni tutte devono sapere che non hanno fatto altro che distruggere un luogo simbolico, la materialità di un luogo; non hanno distrutto, però, le persone che riempivano quello spazio: quelle persone sono vive e continueranno a lottare. Questo sia ben chiaro anche ai sindaci collusi che invece di difendere i propri cittadini e pretendere il rispetto della carta costituzionale sulla quale hanno giurato, si sono resi complici di questo sistema camorristico-mafioso che sull’altare delle compatibilità e delle logiche capitalistiche avvelena i territori e le persone che vi abitano” gridano a gran voce i Comitati antidiscarica. Sono mesi che la popolazione si batte per la chiusura ed il sequestro della Cava Sari. I miasmi sono insopportabili, e c’è chi giura che in discarica continuano ad arrivare rifiuti di ogni tipo.
Il presidio ha costituito in questi ultimi mesi un luogo di ritrovo, di aggregazione. Un lungo in cui tessere relazioni, azioni, organizzare manifestazioni. È stato colpito al cuore il simbolo della protesta, ma nessuno ha intenzione di fermare le manifestazioni.
Da oltre 20 anni Napoli e la Campania sono diventate una discarica  a cielo aperto, in cui quotidianamente vengono sversati rifiuti indifferenziati, tossici e nocivi provenienti dal ciclo industriale del resto d’Italia e d’Europa. Le conseguenze di questo crimine, realizzatosi con la complicità di istituzioni ed autorità preposte alla pianificazione ed al controllo del territorio, sono l’incremento inspiegabile di tumori, malformazioni infantili, in una regione ormai priva di industrie. La politica e il malaffare hanno condannato a morte uno dei territori più belli e ricchi del mondo. Mentre l’Europa privilegia il riciclo dei materiali, e aborrisce gli inceneritori, considerati  nocivi per la salute, in Campania siamo ancora fermi alla preistoria delle discariche contro cui legittimamente le popolazioni resistono.
Grazie alle mobilitazioni di attivisti e comunità in lotta, la verità è ormai evidente a tutti: la politica dell’emergenza è stata utilizzata contro gli abitanti per derogare a leggi e prescrizioni per la tutela dei territori e della salute pubblica e quando ciò non è bastato sono state approvate leggi ad hoc, ricorrendo alla militarizzazione dei territori e allo stato di polizia contro chi protestava, al fine di imporre con la forza un ciclo criminale e nocivo di gestione dei rifiuti.
L’intera classe politica ha cercato di accreditare in questi anni, l’idea  che l’unica soluzione possibile fossero discariche ed inceneritori,  incolpando i napoletani  di non volere o saper fare la raccolta differenziata, mentre ad ostacolarla in ogni modo sono state proprio le istituzioni locali e nazionali, impegnate unicamente a garantire i profitti e le speculazioni di aziende come Impregilo e della camorra.
Così da un lato si è continuato a sversare rifiuti  in buche vecchie e nuove, spesso gestite da cordate criminali, e dall’altro si sono accumulati milioni di tonnellate di balle da bruciare. Un business quello dell’incenerimento, finanziato solo in Italia, non a caso soggetta a continue sanzioni dall’Europa, con il 7% (chiamato CIP6) delle nostre bollette elettriche, originariamente destinato alle energie alternative.
Un sistema a dir poco mortifero, che di democratico ha veramente ben poco.

FOTOGALLERY A Napoli la monnezza è ancora per le strade by SkyTg24

Blog di Beppe Grillo – Nucleare. E tu che posizione hai?

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Nucleare. E tu che posizione hai?.

Il Forum Nucleare Italiano ha acquistato un’intera pagina sui quotidiani per stimolare la discussione su “nucleare si – nucleare no” (a proposito… chi paga?). Per la pubblicità al nucleare è stata usata una scacchiera con riquadri neri e bianchi. I bianchi riportano opinioni favorevoli, i neri contrarie. Bianco è luce, nero è oscurità. Non contenti di un accostamento da persuasori occulti da strapazzo, i neonuclearisti riportano una serie di minchiate nucleari: “Ci spaventano i residui radioattivi, ma non i miliardi di tonnellate di CO2 che immettiamo nell’atmosfera… pensiamo che il nucleare sia costoso però non pensiamo a quanto potrebbe farci risparmiare sulla bolletta… la tecnologia a rischio zero non esiste ma forse non sappiamo che gli scienziati ci garantiscono altissimi livelli di sicurezza… ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli ma non del fatto che tra 50 anni non potranno più contare solo sull’energia da combustibili fossili“. E’ fin troppo facile confutare questo compitino dell’asilo affidato all’agenzia Saatchi e Saatchi per la sua pubblicazione. Il nucleare ha bisogno di uranio che è presente in quantità limitate e in pochi Stati, finirà forse prima del petrolio ed è sempre più costoso. Le scorie radioattive sono per sempre, il CO2 no e l’alternativa esiste e si chiama “rinnovabili“. Nessuna assicurazione al mondo si espone per una centrale nucleare, non esistono sicurezze se non nella testa di Veronesi, un oncologo pluriottantenne (quindi non un esperto di energia). Una centrale nucleare costa miliardi per farla e dopo venti/trent’anni altri miliardi per chiuderla, i miliardi li pagano i contribuenti con le tasse, come avviene in Francia, e li incassa la Confindustria.
Scrivete le vostre opinioni sul Forum Nucleare italiano. Partecipate numerosi: http://www.newclear.it/?p=2476

IL DISASTRO ECOLOGICO PERPETRATO DA USA-IRAN IN IRAQ

Fonte: ComeDonChisciotte – IL DISASTRO ECOLOGICO PERPETRATO DA USA-IRAN IN IRAQ.

DI LAYLA ANWAR
An Arab Woman Blues

Mi proponevo di fare una lunga passeggiata per respirare un po’ d’aria fresca, ma ho cambiato idea. Ieri ho immagazzinato informazioni nella mia mente e ho annotato vari fatti su di un pezzo di carta e non voglio perdere nessuno di questi dati. E’ qualcosa di molto urgente. Di un’urgenza letale, come tutto ciò che accade in Iraq. Prima ho scritto alcune cose, non molte, sul disastro ecologico sopraggiunto in Iraq dopo l’occupazione statunitense del 2003. Una crisi ecologica a vari livelli, dato che ha già prodotto frutti molto amari.

Incominciamo dal milione di anni che durerà la contaminazione di uranio impoverito nel terreno e nell’acqua irachena … Suppongo che a questo punto il lettore abbia già familiarizzato con gli effetti dell’uranio impoverito sul popolo iracheno e la sua salute, (1) specialmente la crescente incidenza sulle malformazioni alla nascita e sulla percentuale di casi di cancro tra i bambini, che non risparmierà nemmeno donne, uomini e anziani. Un’indagine rapida su Falluja e Bassora servirà da promemoria.

Oltre all’uranio impoverito, abbiamo la distruzione delle coltivazioni. Gli statunitensi si apprestano a bruciare campi agricoli, giardini e palmeti. In passato l’Iraq aveva 350 tipi diversi di datteri che usava esportare in tutto il mondo, attualmente invece li importa.

La distruzione dei campi agricoli si è aggravata anche per la siccità che appesta l’ Iraq. La diminuzione del livello delle acque dei suoi fiumi principali, Eufrate e Tigri, è stata causata principalmente da Iran, Siria e Turchia che ne hanno sviato il corso verso i loro paesi mediante la costruzione di dighe illegali, incuranti di tutti gli accordi e i protocolli firmati con l’ Iraq. La siccità è così grave che l’anno scorso l’Iraq ha dovuto elemosinare dell’ acqua dalla Turchia. Iran, d’ altra parte, ha preso le distanze da ogni responsabilità per ovvi motivi: ha un governo a Bagdad.

Ma esiste un aspetto ancor più nefasto del ruolo iraniano in Iraq, oltre ad avere un governo in piena Bagdad e rubare acqua. L’ Iran deposita le sue scorie radioattive nucleari nella provincia di Anbar, anche se nessuno ovviamente parla del tasso di incidenza del cancro in Anbar; svuota giornalmente vari metri cubi di acque contaminate da scarti industriali, mediante tre immensi tubi, dalla provincia di Khuzestan sino al Shatt Al-Arab, vicino a Bassora.

Shatt Al-Arab è la fonte principale di erogazione d’acqua per tutta la zona del sud dell’Iraq. L’immissione di residui industriali tossici e di acqua stagnante in questa zona ha alzato la salinità delle acque e in sole poche settimane, (4)a causa della contaminazione e della salinità dell’acqua, Bassora ha perso i suoi campi agricoli nel raggio di 17 km, che si sono seccati a causa del sale industriale tossico. Se questa tendenza continua, Bassora perderà tutti i suoi terreni agricoli. Il rapporto è di circa 40 metri cubi di residui industriali per la distruzione di 3 km di terra arabe. Fino ad ora Iran ha scaricato tra i 40000 e i 65000 mc di scarti tossici.

Alcuni esperti ambientali indipendenti iraniani stanno già parlando di un altro disastro ambientale nel sud: estinzione di flora e fauna, quindi la fine della biodiversità in questa zona e , cosa ancor più importante, la contaminazione di acqua potabile e per l’irrigazione.

Nonostante Iran e Iraq abbiano siglato diversi accordi ambientali, incluso l’Accordo Ramsar del 1991 e l’ Accordo di Rio del 1992, oltre ad una serie di protocolli bilaterali (che includono Siria e Turchia), non sembra sia stato rispettato nemmeno uno di essi. Gli ambientalisti iracheni stanno cercando di portare l’Iran davanti alla Corte Penale Internazionale, per porre fine ad un disastro che sta risucchiando province irachene intere.

Ovviamente l’Iran potrebbe processare e smaltire in un altro modo i suoi rifiuti invece di riversarli nel Shatt Al-Arab, inquinando e contribuendo alla morte del sud iracheno, purtroppo l’ Iran considera Iraq una pattumiera.(5) Il governo lobbista sciita di Bagdad purtroppo aiuta molto in questo senso.
E c’è molto di più a parte il disastro ecologico iracheno … ma per oggi mi accontenterò di ciò che ho scritto.

Layla Anwar
Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=118486&titular=desastre-ecol%F3gico-perpetrado-por-eeuu-e-ir%E1n-en-iraq-
12.12.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALESSANDRA CAVALLARO

“Lo stato colluso” e la morte del giudice Il libro ‘Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino’ | Il Fatto Quotidiano

Fonte: “Lo stato colluso” e la morte del giudice Il libro ‘Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino’ | Il Fatto Quotidiano.

Gli autori sono Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, direttore e vicedirettore del mensile ‘Animafia Duemila’. “Borsellino rappresenta un problema per chi sta preparando la discesa in campo di Forza Italia. Un nuovo potere che sicuramente il giudice avrebbe messo sotto inchiesta”

Paolo Borsellino sapeva. Sapeva della trattativa tra Stato e mafia. Aveva intuito il ruolo di Dell’Utri, secondo Cosa nostra, “il personaggio su cui scommettere”. E ancora, il mistero dell’agenda rossa. Il racconto degli ultimi giorni del magistrato antimafia alla caccia dei mandanti “interni” ed “esterni” della strage di Capaci, in cui morì Giovanni Falcone. “Una ricerca che Borsellino pagherà con la vita”. Così dicono al Fattoquotidiano.it gli autori del libro “Gli Ultimi Giorni di Paolo Borsellino”, dalla strage di Capaci a via d’Amelio (Aliberti editore, 16,50 euro), Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo.

Avete deciso di focalizzare l’attenzione sugli ultimi 57 giorni della vita di Borsellino.
Sì. E abbiamo scoperto che c’è un filo rosso che lega tanti momenti della storia della mafia, dell’antimafia e dei loro protagonisti. Gente diversa e dinamiche opposte. Ma la strada che porta al martirio è uguale.

Ci fa un esempio?
Parliamo della strage mafiosa di via Carini (Palermo) del 3 settembre 1982 in cui cadde Carlo Alberto Della Chiesa e la moglie, Emanuela Setti Carraro. Accostiamola a quella di via d’Amelio. Dalla Chiesa sa che a Palermo ha solo 100 giorni a disposizione. Stessa cosa vale per Borsellino. Con la differenza che a disposizione di giorni ne ha avuti meno, 57. Per entrambi la morte è annunciata. Entrambi, ne sono consapevoli. Entrambi lo annunciano.

Chi è Borsellino dopo la morte di Falcone e come impiega i suoi ultimi giorni?
In quel momento il magistrato ha nelle mani la possibilità di trasformare la storia d’Italia. E’ lui il magistrato più famoso del mondo. Lo diventa, purtroppo, a seguito della morte di Giovanni Falcone. Impiega giorno e notte nel tentativo di vendicare la morte del suo amico fraterno. Indaga sui mandanti interni ed esterni.

Cosa intende per mandanti “interni” ed “esterni”?
Per interni intendo gli esponenti di Cosa Nostra. Gli esterni sono quelli che hanno dato l’imput. Una struttura parallela a Cosa Nostra. Certamente, nei fatti, superiore: lo Stato.

Si parla molto negli ultimi mesi della trattativa.
All’interno delle nostre istituzioni, in quel momento, c’è chi vuole eliminare Borsellino.

Perché ne è così convinto?
Borsellino sapeva già della trattativa tra Stato e la mafia. Sa dei contatti tra Cosa nostra e Ros. Sa di Mario Mori.

Una storia ancora tutta da dimostrare.
Appunto. Ma c’è qualcosa di più inquietante. Borsellino, proprio in quei giorni, sta iniziando le indagini che riguardano Marcello Dell’Utri. Di lui, il magistrato sa che per la mafia rappresenta un nuovo cavallo su cui scommettere.

Si riferisce all’ intervista rilasciata a Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi due giorni prima della strage di Capaci?
Sì. Borsellino in quel momento rappresenta un ostacolo non solo per la trattativa in corso, rappresenta un problema per chi sta preparando la discesa in campo di Forza Italia. Un nuovo potere che sicuramente il giudice avrebbe messo sotto inchiesta. Sono convinto che lui avrebbe indagato su Dell’Utri per associazione mafiosa e Silvio Berlusconi per favoreggiamento.

Sono affermazioni pesanti. Ne è proprio sicuro?
Aggiungo un particolare. In quel momento Cosa nostra non ha interesse a uccidere Borsellino. Le carte dei magistrati che noi pubblichiamo lo dimostrano. Brusca, Cangemi, Giuffrè, vale a dire il gotha della mafia indica nomi di altri personaggi da eliminare: Andreotti, Martelli, Mannino, Vizzini, Grasso. Non si capisce da dove venga l’urgenza, a un certo punto, di eliminare il magistrato.

Nel libro mettete insieme tutte le dichiarazioni rilasciate alle toghe dalle persone presenti in via D’Amelio, subito dopo l’esplosione. Ricostruite anche i momenti che portano alla sparizione della agenda rossa.
L’agenda è stata sottratta, questo è sicuro. Ma l’episodio è ancora avvolto nel mistero. L’unica cosa che possiamo dire è che il colonnello Arcangioli (l’indagato numero uno della sparizione, ndr), in quei momenti di angoscia tra le macchine ancora fumanti, ha preso la borsa del magistrato. Con questa è andato in giro tra le macerie. Per poi tornare indietro e riportarla nella macchina. Questa condotta non ha nessuna logica.

Però è stato assolto.
Sì, i giudici hanno stabilito così. Non si sa nemmeno se l’agenda si trovava dentro la borsa. Ma restano i dubbi, e resta l’illogico comportamento del funzionario.

Trattativa: si compongono nuovi pezzi del ”puzzle”

Fonte: Trattativa: si compongono nuovi pezzi del ”puzzle”.

Caltanissetta interroga De Gennaro mentre i pm di Palermo ascoltano gli ex presidenti della Repubblica, Scalfaro e Ciampi
16 dicembre 2010
. “L’inchiesta sulla trattativa? Un puzzle che stiamo componendo”. Sono queste le parole pronunciate oggi in un’intervista al Giornale Radio Rai dal procuratore di Palermo, Francesco Messineo.
E di nuovi tasselli tra le due procure siciliane, quella di Palermo e quella di Caltanissetta, se ne stanno aggiungendo parecchi.
Mentre i primi erano impegnati nell’interrogare i due “presidenti emeriti” della Repubblica, Scalfaro e Ciampi, sempre a Roma i giudici nisseni hanno sentito per oltre 5 ore Gianni De Gennaro, capo del servizio segreto (Dis). Riguardo ai contenuti di entrambi gli incontri è trapelato poco o nulla.

Dalle indiscrezioni uscite oggi De Gennaro sarebbe stato ascoltato dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e dai suoi sostituti, nella doppia veste di persona informata sui fatti ed anche come parte lesa dopo essere stato chiamato in causa dal figlio dell´ex sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino. Questi aveva parlato di lui come “persona vicina agli ambienti che facevano capo al signor Franco”, l’enigmatico agente segreto presunto anello di collegamento tra la mafia e lo Stato.
Una tesi che De Gennaro ha allontanato denunciando a sua volta Ciancimino per calunnia.
Ma le domande degli inquirenti non si sono esaurite a questo argomento, tanto che il direttore del Dis avrebbe relazionato in merito alla vasta attività investigativa contro la mafia in Sicilia a partire dagli anni ’80 fino a quelli successivi la morte di Falcone e Borsellino.
De Gennaro ha anche risposto ai pm riguardo alla rivelazione di Ciancimino Jr sui rapporti, che ci sarebbero stati negli anni Ottanta, tra l’allora investigatore della Criminalpol, il padre e l’imprenditore romano Romolo Vaselli.
Su quest’ultimo il teste avrebbe dichiarato possibile qualche contatto per esigenze investigative su precisa indicazione del giudice Falcone, mentre in merito alla conoscenza con la famiglia di Don Vito ha negato ogni tipo di rapporto.

“Dissociazione mafiosa”
Un altro tema delicato, inerente alla trattativa, affrontato dai pm con De Gennaro sarebbe stato quello della “dissociazione mafiosa”.
Tempo fa il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, in un interrogatorio, ha riferito di aver sentito nel luglio 1992, tra le stragi di Capaci e di via D’Amelio, Paolo Borsellino dialogare con alcuni investigatori ed alterarsi all’ipotesi che si potesse concedere alla mafia la possibilità di dissociarsi.
Su questo tema erano stati sentiti anche Francesco Gratteri, oggi alla direzione anticrimine, e l’ex colonnello dei carabinieri, Domenico Di Petrillo, passato ai servizi di sicurezza dell’Eni, che avrebbe confermato l’esistenza di un’ “ipotesi di dissociazione”.
Il prefetto avrebbe detto di aver affrontato l’argomento (dichiarandosi peraltro contrario) solo due anni dopo quando fu posto dal vescovo di Acerra, monsignor Riboldi. Nell’indagine sulla trattativa fra Stato e mafia il tema “dissociazione” è sicuramente un tassello cruciale perché è uno dei punti inseriti nel “Papello”, il documento con le richieste di Riina allo Stato per far cessare le stragi nel luglio ’92, consegnato nel 2009 da Massimo Ciancimino. Se si accertasse che proprio negli anni delle stragi nei palazzi governativi si discuteva di una tale possibilità starebbe a significare che il documento consegnato dal figlio di don Vito avrebbe un suo fondamento.
 Un passaggio importante così come quello inerente la decisione presa nel ’93 dal Guardasigilli dell’epoca, Giovanni Conso, di non rinnovare il carcere duro per circa 150 mafiosi.
Sentiti per due ore ciascuno dal procuratore di Palermo Francesco Messineo, dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal pm Nino Di Matteo, presso Palazzo Giustiniani a Roma, Oscar Luigi Scalfaro, al tempo capo dello Stato, e Carlo Azeglio Ciampi, che era presidente del Consiglio, hanno affermato di non essere al corrente di una trattativa che aveva come oggetto l’allentamento del regime del 41 bis nelle carceri.
Ciampi ha anche confermato quanto aveva dichiarato in una intervista a “Repubblica” nei mesi scorsi dove sosteneva di avere temuto, dopo le bombe del ´93 di Milano e Roma, la realizzazione di un “colpo di Stato”.

I numeri delle revoche del 41 bis
Sulle revoche dei 41 bis nei due anni delle stragi di mafia sempre in questi giorni si sta interrogando la Commissione parlamentare Antimafia. Dopo una tornata di audizioni e dopo che il Presidente Pisanu aveva posto, nel disinteresse dei più, la questione delle revoche con la sua relazione del maggio scorso ora la vicenda è diventata centrale.
Di fatto non c’è nessuna certezza e si continua ad indagare sul contesto in cui maturò, nel novembre del 1993, la decisione di revocare a 140 mafiosi il regime di carcere duro. Una questione che assume un rilievo maggiore se alle revoche si sommano altri provvedimenti amministrativi come i mancati rinnovi. La cifra, ha ricordato ieri il senatore del Pd Beppe Lumia, arriva a poco meno di 500. Il ministro Giovanni Conso, sia ai pm che in commissione, ha rivendicato la “scelta in solitaria”. Tuttavia di certo c’è che nel marzo del 1993 il Dap (Direzione amministrazione penitenziaria) chiedeva un abbandono del carcere duro per i mafiosi ed uguali indicazioni sarebbero arrivate dall’allora capo della Polizia, Vincenzo Parisi.
Su questi temi è stato interrogato nei giorni scorsi anche il capo segreteria di Conso, Giuseppe La Greca, che avrebbe fatto sorgere nuovi dubbi.
Non sarebbe infatti chiara quella che sia stata la trafila della documentazione e degli incartamenti che indussero Conso a fare la sua scelta. La Greca ha detto di aver percepito, durante i mesi in cui si preparava il 41 bis, una sorta di “resistenza” da parte di quegli organi interni del ministero che gestivano le carceri e cioè gli Affari Penali e il Dap. Lui però, ha assicurato, non vide nulla, non seppe nulla e non è in grado nemmeno di chiarire nulla. Per cercare di far luce la commissione Antimafia chiederà gli elenchi degli uomini di mafia interessati al 41 bis in quei mesi, il carteggio tra il ministero dell’Interno e quello di Grazia e Giustizia, i verbali delle riunioni del Comitato per l’ordine e la sicurezza che nel febbraio del 1993 già registravano perplessità.

Aaron Pettinari (da Antimafia Duemila)

Dissociazione e 41 bis: “Lo Stato trattava sul papello già nel 1992”

Fonte: Dissociazione e 41 bis: “Lo Stato trattava sul papello già nel 1992”.

Nuovi elementi per la procura di Palermo. Sempre più evidente il dialogo tra istituzioni e mafia

Palermo. Dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, nella seconda metà del ’92, dentro i ministeri si cominciò a discutere della possibilità di applicare misure penitenziarie ridotte per i mafiosi “dissociati”, sulla scia della normativa utilizzata in precedenza per il terrorismo. Accanto al pugno di ferro di Pianosa e dell’Asinara, con la “deportazione” di centinaia di mafiosi al 41 bis, dopo l’eliminazione di Paolo Borsellino dentro le stanze del Governo si discuteva di una via alternativa, più “morbida”. È questo, si chiedono oggi gli inquirenti, l’esito della trattativa per placare la furia stragista?

Ascoltate le richieste di Cosa nostra

LA CLAMOROSA scoperta emerge dall’analisi della corposa documentazione recentemente acquisita negli uffici di via Arenula dalla procura di Palermo e adesso confluita agli atti dell’inchiesta sulla trattativa tra Cosa nostra e lo Stato. È il primo indizio – fanno notare in ambienti giudiziari – che il “papello” (il documento con le richieste di Cosa nostra, tra cui anche la “dissociazione”) consegnato l’anno scorso da Massimo Ciancimino ai pm di Palermo, venne tenuto in considerazione a vari livelli istituzionali. Non solo. È un ulteriore traccia che proverebbe come il foglietto con le dodici rivendicazioni, fatto pervenire dai boss a don Vito Ciancimino, sarebbe stato in grado di aprire un dibattito giuridico, non ufficiale, sulla possibilità di attuare un piano B, alternativo alla risposta repressiva dura di contrasto a Cosa nostra. Almeno per i mafiosi dissociati.
E la “dissociazione” è stata al centro anche dell’interrogatorio di Gianni De Gennaro, sentito mercoledì pomeriggio a Roma dal procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e dal pm Nicolò Marino. Al capo del Dis è stato chiesto di confermare i ricordi del pentito Gaspare Mutolo e di un funzionario della Dia che datavano le prime discussioni sulla presa di distanza dei boss da Cosa nostra all’estate delle stragi siciliane. Per il pentito e il funzionario, però, si trattava del periodo tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. Per De Gennaro le prime riflessioni sulla via pacifica allo scioglimento del vincolo associativo vanno spostate ad un periodo successivo. Di trattativa, invece, non hanno mai sentito parlare gli ex capi dello Stato Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. Ai pm di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, che li hanno sentiti a Roma mercoledì mattina, risulterebbe che fu Scalfaro a disporre la rimozione di Nicolò Amato dal vertice del Dap proprio per la sua posizione “morbida” nei confronti del 41 bis. L’ex presidente non ha, sul punto, ricordi precisi, e i magistrati sentiranno nei prossimi giorni l’ex segretario del Quirinale Gaetano Gifuni. A Scalfaro è stato chiesto pure il perché della sostituzione del ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, a cui subentrò Nicola Mancino.

Quando Ciampi temeva il golpe
NEL CONFERMARE i suoi timori di un colpo di Stato (del quale Scalfaro non ha mai avuto sentore), Ciampi ha affermato che il suo governo fu il bersaglio della stagione stragista, visto che si insediò ad aprile ’93 e la prima bomba scoppiò in via Fauro, a Roma, un mese dopo. Il tritolo cessò di esplodere quando il premier si dimise, a dicembre del ’93. Su questo punto, i pm di Palermo hanno avviato una serie di indagini mirate per ricostruire tutte le posizioni espresse nel consiglio di Difesa del 27 luglio del ’93 per capire chi eventualmente fosse stato favorevole, dopo l’esplosione di quelle bombe, ad un atteggiamento “morbido” nei confronti di Cosa nostra. Il guardasigilli Giovanni Conso, infatti, dice di aver disposto “in solitudine” la revoca di oltre 500 provvedimenti di 41 bis, nel novembre ’93, nonostante il parere contrario, per la procura di Palermo, per la gran parte delle mancate proroghe. Nel libro Gli intoccabili Peter Gomez e Leo Sisti ricordano che Conso, prima di diventare ministro, aveva difeso il faccendiere Filippo Alberto Rapisarda (negli anni ’70 in affari con Marcello Dell’Utri), che per primo accusò Berlusconi di riciclare i miliardi di Cosa nostra.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 17 dicembre 2010)

ANNI ‘70: IL GERARCA MISSINO NELLA MILANO CON LA BAVA ALLA BOCCA

Fonte: Antonio Di Pietro: ANNI ‘70: IL GERARCA MISSINO NELLA MILANO CON LA BAVA ALLA BOCCA.

I suoi camerati d’un tempo, quelli che erano al suo fianco nel fuoco degli anni Settanta, non riescono a crederci. Proprio non ce lo vedono, Ignazio La Russa, nei panni del difensoredella legalità contro la violenza, dei poliziotti contro i giovani in piazza. “Fu proprio lui a volere più d’ogni altro la manifestazione del 12 aprile 1973 in cui fu ammazzato l’agente Antonio Marino”, ricorda Tomaso Staiti di Cuddia, camerata ed ex parlamentare del Msi. Allora Ignazio era un giovane dirigente missino, segretario regionale del Fronte della gioventù e leader a Milano di quella destra che si presentava davanti alle scuole e nelle piazze armata di catene e coltelli. Il 1973 fu l’anno più duro della “strategia della tensione”. “A Milano il Msi da tempo non riusciva a fare una manifestazione all’aperto, con corteo”, racconta Staiti. “Così La Russa s’impuntò: il 12 aprile dovevamo riuscirci. A tutti i costi. Man mano che la data s’avvicinava, diventava chiaro a tutti che sarebbe stato un massacro.

Alla fine il corteo fu vietato dalla questura. Ma Ignazio continuò a insistere: dovevamo scendere in piazza. E così fu”. Quel pomeriggio gli scontri con la polizia furono durissimi. Era arrivato a Milano da Reggio Calabria anche Ciccio Franco, il caporione dei “boia chi molla”. Durante la manifestazione (“Contro la violenza rossa”, diceva il manifesto che la convocava), furono lanciate perfino due bombe a mano Srcm. Una distrusse un’edicola in largo Tricolore. L’altra, in via Bellotti, uccise il poliziotto Antonio Marino, 22 anni, a cui fu tirata in pieno petto.
larussa_capellone.jpgDi quel giorno, resta una foto che ritrae La Russa, capelli lunghi, occhi luciferini, assieme a Ciccio Franco, al senatore missino Franco Servello e a tutti i caporioni del Msi milanese.
“Ma non aspettatevi di trovarlo direttamente coinvolto in azioni violente”, racconta un altro camerata che chiede di non fare il suo nome. “Ignazio restava nell’ombra, le cose le faceva fare agli altri. Era già un politico. E poi diciamolo: non è mai stato un cuor di leone. Dopo quel pomeriggio di sangue, Giorgio Almirante, che non amava quel ragazzotto con i capelli troppo lunghi e gli occhi spiritati, sciolse la federazione milanese del Msi e il Fronte della gioventù. Ma La Russa ricostruì,anzi aumentò, il suo influsso sul partito a Milano, di cui divenne pian piano il padrone.

“A parole era tutt’altro che un moderato: un fascista con la bava alla bocca”, racconta Staiti. “Quando divenni deputato del Msi, tentò di emarginarmi. Alle riunioni della segreteria provinciale non mi invitava. Io partecipavo ugualmente e lui cominciava così: ‘Saluto i camerati e anche Staiti che non è stato invitato’.
Alla quarta volta mi alzai e gli allungai quattro ceffoni: ‘Io l’invito me lo sono preso, e tu ti tieni le sberle’ ”.
In quei turbolenti anni Settanta, Ignazio s’impossessò di Radio University, un’emittente di destra che trasmetteva da Milano. In quella “radio libera” lavorava una ragazza di nome Amina Fiorillo. Ignazio la presentò a un camerata di Roma, Maurizio Gasparri, che poi divenne suo marito. “Il potere che Ignazio aveva nel Msi non gli derivava però dalla militanza, ma dalla famiglia”, continua Staiti. Il padre, Antonino La Russa, ex federale fascista di Paternò e poi senatore missino, era arrivato a Milano dalla Sicilia con una dote di rapporti pesanti. Con Michelangelo Virgillito innanzitutto, suo compaesano, cognato e grande corsaro di Borsa. E con Raffaele Ursini, l’uomo che ereditò da Virgillito il gruppo Liquigas. “Il vecchio patriarca Antonino era invisibile, ma potentissimo nel partito: era lui a trovare i soldi per finanziarlo”. È anche l’uomo che pilota le eredità.

Convogliando rapporti, soldi, affari e azioni verso un giovane di bottega, arrivato anch’egli da Paternò, che diventa, non senza qualche conflitto, l’erede del potere dei La Russa-Virgillito-Ursini: è Salvatore Ligresti. Don Totò è cresciuto insieme con Ignazio, tra busti del duce e scorribande in Borsa. E non dimentica la fonte del suo potere e della sua ricchezza, tanto da riservare sempre ai La Russa qualche poltrona nei consigli d’amministrazione delle sue aziende.
“Con Almirante”, dice Staiti, “Ignazio ricucì il rapporto quando fece dare a un figlio di donna Assunta, che aveva fatto fallire la sua concessionaria d’automobili, la gestione di un’agenzia romana della Sai, la compagnia d’assicurazioni di Ligresti ”. Oggi Ignazio vive a Milano in un palazzo che, di notte, sembra uscito dalla Gotham City di Batman, con le luci che si proiettano dritte sulla geometrica facciata anni Trenta.

La leggenda dice che La Russa abbia ristrutturato l’appartamento dove viveva Mussolini. Nostalgie private. In pubblico, però, oggi prevale il senso pratico di Ignazio, amico di Ligresti, sostenitore di Berlusconi, ministro della Repubblica e ospite pirotecnico dei talk – show.

di Gianni Barbacetto (dal Fatto Quotidiano di oggi 18/12/2010)

Menti critiche di Marco Barone: Dall’identificazione del presunto infiltrato a nuove prove verso il misterioso agente provocatore.

Fonte: Menti critiche di Marco Barone: Dall’identificazione del presunto infiltrato a nuove prove verso il misterioso agente provocatore..

Dall’identificazione del presunto infiltrato a nuove prove verso il misterioso agente provocatore.

Il ragazzo con il giaccone beige di cui si vocifera da ieri essere un infiltrato, è uno studente minorenne di roma, conosciuto dai compagni che ci confermano la sua identità.
Non ha nulla a che fare con gli sbirri.
Per cortesia stop alle ricostruzioni: era un manifestante come gli altri.
Questo è quanto si legge testualmente su http://emiliaromagna.indymedia.org/node/9978, breve nota informativa inserita dall’amministratore di uno dei principali siti di contro informazione di movimento.

Sulla stessa linea è la Procura di Roma: “L’individuo che indossava il giubbotto color beige non risulterebbe tra le persone fermate”. Mentre il  Questore di Roma precisa che : “L’abbiamo identificato, è un estremista di sinistra”.
Alla fine verrà disposto il fermo del giovane che risulta essere anche minorenne.

Ma, e dico ma, esistono altre foto, altri video che in realtà sono molto più inquietanti della storia che ha tanto incuriosito giornalisti, critici, politici e magistrati.

Mi riferisco alla vicenda di quella persona che si presume essere agente provocatore, con la radio trasmittente in mano mentre viene manganellata dal finanziere.. La scena è sempre quella. Il contesto è sempre lo stesso.
Ovvero quando il finanziere ha protetto la pistola di ordinanza nel momento in cui è stato oggetto di aggressioni da parte di manifestanti ed agenti provocatori.


a partire dal minuto 2.08 al minuto 1.50  noterete che l’infiltrato, perchè alla fine capiremo che altro non può essere,  si muove ed agisce in modo assolutamente e  chiaramente indisturbato tra la polizia e con la polizia e con la radio trasmittente. Sì con quella radio che si diceva essere stata prelevata al finanziere. Peccato che quel momento, che a noi interessa, del video è antecedente all’evento relativo all’aggressione del finanziere; peccato che dal video si vede chiaramente che quella persona non è un semplice manifestante.
Eh già, peccato.

Altra prova: guardate la foto numero 5 di questa raccolta fotografica:
http://www.unionesarda.it/Articoli/FotoGalleryDettaglio.aspx?pos=5&id=206874#gallery

Guardate ora questo video  http://www.youtube.com/watch?v=21GZTFRLvyk&feature=player_embedded#! tra i secondi 0.42 e 0.48 noterete che il tipo che nella foto aggredisce il finanziere, quello con il berretto blu e disegno bianco è lo stesso che è con le forze di polizia e tra la polizia. Sembra essere lo stesso soggetto che viene poi manganellato dal finanziere, quello della radio trasmittente.
Ma come prima si schiera e collabora con le forze di polizia e poi aggredisce i finanzieri?
Qualcosa non quadra, o forse tutto quadra ed anche in modo palese.
La vicenda del ragazzo minorenne, che sembra essere confermata sia dal movimento che dalla Procura e Questura certamente ha creato grande scalpore,ma ciò non deve distogliere l’attenzione dall’agente provocatore, e dalle prove che ora noi forniamo.
In ogni caso i dubbi è lecito manifestarli, la democrazia permette anche questo ed i dubbi non possono che incrementare il senso di libertà da tutti noi ricercato e non vissuto in questo malato paese.
Invito la magistratura a visionare questi filmati, a fare i riscontri del caso, perchè a differenza della vicenda del  ragazzo minorenne, qui emergono non indizi, ma prove, ovvero elementi gravi, precisi e concordanti che evidenziano l’esistenza e non immaginaria ma reale dell’agente provocatore,  nella giornata del 14 dicembre 2010 a Roma.

Marco Barone

Cosa afferma Stefano Montanari alla domanda sulle scie chimiche

Fonte: Sole Attivo: Cosa afferma Stefano Montanari alla domanda sulle scie chimiche.

Il prof. Stefano Montanari, direttore scientifico del Laboratorio Nanodiagnostica – Modena, alla domanda sulle scie chimiche, afferma:
Quando tiro su gli occhi, queste scie le vedo, eh c’è poco da fare, io a volte vedo il cielo a scacchi, lo vedo un po’ dappertutto. Su questo credo che non ci siano dubbi.
Per dire se questa roba fa bene o fa male – intanto ‘ fa bene’ direi subito di no, ma questo lo dico proprio come preconcetto perché il fumo non fa mai bene, mai, che sia una sigaretta che una scia chimica, non fa bene, tanto che gli animali rifuggono il fumo; siamo solo noi che non lo rifuggiamo.
Io per dire, per dire se questa roba fa bene o fa male.. io devo sapere che cos’è questa roba; non lo so; non lo so. La gente mi dice : “è quella cosa che io ho visto per terra..”; ma io non posso sapere se è vero, se quella roba che hai visto per terra viene dalla scia chimica, viene da una fabbrica, viene da….non lo so.
L’unica cosa che si può fare, e che è tecnicamente possibile, è prelevare un campione di scia chimica; tecnicamente è possibilissimo.
Esistono degli aerei, particolari, che si affittano, si segue quell’aereo e si prende un campione di aria – un campionatore di aria costa 2.000 euro quindi è un apparecchietto semplicissimo – a me basta un campione di quell’aria e allora posso dire qualcosa; senza di questo non posso dire…”


http://it.truveo.com/Montanari-Inceneritori-e-scie-chimiche/id/4170192500.


fonte: http://www.cieliliberi.blogspot.com/

visita il sito del prof. Stefano Montanari: http://www.stefanomontanari.net

Antimafia Duemila – Ecco gli infiltrati della guerriglia romana

Le azioni degli infiltrati provocatori non sono degne di una democrazia, che schifo!

Fonte: Antimafia Duemila – Ecco gli infiltrati della guerriglia romana.

di Marco Barone – 15 dicembre 2010
La giornata di oggi, positiva per la grande reazione di piazza, negativa ma forse scontata per l’esito del voto alla Camera è stata caratterizzata da scontri di piazza di grande consistenza. Guardando le foto pubblicate su vari siti però si nota qualcosa d’interessante.

Il contesto ruota intorno alla vicenda del finanziere con la pistola in mano. Pistola che per foruna non ha esploso nessun colpo.

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Guardate ora il ragazzo con il giubbotto marrone chiaro, a destra, indossa anche una sciarpa bianca. Come si nota nella foto è schierato dalla parte dei manifestanti.

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Guardate ora questa foto. Lo stesso ragazzo in pochi attimi con la sciarpa bianca si copre il viso, si copre il capo con il cappuccio del giubbotto, ma, ecco il ma, dal nulla spunta come per magia un manganello e non è più schierato dalla parte dei manifestanti.

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Ma nella stessa foto noterete che un finanziere picchia con il manganello un ragazzo che ha nella mano una radio mobile trasmittente. Certamente non è un manifestante, o quanto meno è poco credibile che lo sia.

Nella foto che segue si nota ancora più chiaramente come il finanziere cerchi di picchiare un suo probabile collega.

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Con ciò non voglio sminuire l’importanza della reazione di piazza di oggi 14 dicembre 2010.

Con ciò però è necessario evidenziare come la scuola G8 è ancora viva, come il tentativo di infiltrare agenti provocatori nelle manifestazioni è elemento ancora utilizzato dalle forze dell’ordine.
Forse oggi cercavano il morto tanto sospirato ed atteso da alcune forze politiche di governo.
Non è successo, per oggi almeno.

Fonte: gliitaliani.it

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