Archivio Giornaliero: 18 marzo 2011

Blog di Beppe Grillo – Nucleare: siamo in guerra!

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Nucleare: siamo in guerra!.

Beppe Grillo – Quella lì che sta parlando in televisione non è l’Italia, sono dei morti, noi da vivi nel 1987 avevamo detto di no, i morti continuano a parlare. Sento dei discorsi di questa gente, dei morti che sono i Veronesi, i Fini, i Casini, questa Prestigiacomo è l’unico Ministro dell’ambiente al mondo che sta parlando a favore di questa tecnologia, l’unico al mondo, la Germania si è fermata, la Svizzera ci sta pensando, il Belgio anche, l’Australia che ha quasi il 30% delle miniere di uranio…
Annozero – Quali sono le ragioni del rilancio del nucleare in Italia? Perché?
Beppe Grillo – Per soldi, noi facciamo 5 centrali, vogliamo fare 5 centrali nucleari in Francia perché la Francia ha 511 miliardi di Euro del nostro debito, noi gli abbiamo venduto il debito e tu sai benissimo che quando vendi il debito a una persona, questa persona diventa padrone della tua vita, noi abbiamo svenduto, cari signori, sovranità popolare attraverso il debito, 511 miliardi di debito in cambio di 4, 5 centrali fatte qua. Questa energia elettrica viene usata per fare edifici che disperdono il 70% dell’energia, potremmo addirittura fare edifici che fanno energia, la fanno in più, allora creare una rete di energia, questa è l’intelligenza, non serve fare il nucleare, l’intelligenza è l’energia del futuro, è l’intelligenza, i cittadini fanno l’energia, se la comunicano e se la passano, faccio un 1 chilowatt in più, lo passo al mio vicino di casa che la compra, la vende, ce la compriamo e ce la vendiamo noi, come Internet.
Annozero- Però quello che le dicono i filonuclearisti è: in Italia saranno costruite centrali di terza generazione e i rischi saranno limitati.
Beppe Grillo – Ma cosa sono le parole? Terza generazione, quarta generazione? Ma se non siamo neanche riusciti a fare un piano di evacuazione per L’Aquila e c’erano tutti gli strumenti per poterlo fare, perché c’erano le previsioni, i terremoti prima e tutto! Questo nucleare è solo cemento, pile, cemento a debito perché la ragione è il debito che abbiamo con i francesi, e scambiamo salute, futuro dei miei figli con un debito, preferisco che questo Paese fallisca piuttosto che scambi il fallimento contro 5 centrali nucleari! Fine, basta, vi posso dimostrare domani mattina che si può fare un edificio a 3.500 metri su un ghiacciaio come hanno fatto gli svizzeri, il Politecnico di Zurigo, solo con l’energia solare, un edificio di 8 piani, con 128 posti letto, con l’acqua calda, con la temperatura di 20°, con 30° sotto zero, solo con energia solare a 3.500 metri sul ghiacciaio del Monte Rosa, va bene? In 35 giorni!
Voi non sapete niente, vi dovete informare, avete il dovere di informarvi su questa cosa e dovete avere il dovere di scendere in piazza e cominciare a prepararvi a protestare formalmente per voi, per i vostri figli! Qui siamo in guerra, nessuno può essere esente, anche voi giornalisti, cari signori, che fate i pennivendoli, con sto cazzo di nocciolo che si scioglie, stanno morendo migliaia di persone, moriranno ancora migliaia di persone, la maggior parte di persone che moriranno, che sono morte, devono ancora morire quelli di in Chernobyl, il picco di mortalità deve ancora esserci, abbiamo qualcosa che non riusciamo a controllare e li mettiamo in mano a chi? Ai Tronchetti Provera? A chi? A questa gente? Ma li avete visti chi sono? E Caltagirone, Ligresti chi sono? Questa gentaglia di sinistra, di destra che fanno il nucleare pulito, sicuro di quarta generazione, prendete, tenete i filmati, saranno per i nostri nipoti, i filmati di questa gente, li dobbiamo tenere, perché tra un anno, due anni, tre anni li andremo a rivedere e allora capiremmo con chi abbiamo avuto a che fare! Siamo gli unici oggi al mondo insieme alla Turchia a Erdogan, Berlusconi e Erdogan che vogliono costruire centrali nucleari, gli unici al mondo! Questa è gente malata di mente, sono malati di mente! Non sanno cos’è una pompa di calore, non sanno cos’è il geotermico, l’eolico, è chiaro che bisogna fare una politica dell’energia, perché non puoi dare al mercato le sovvenzioni così a pioggia, chi li prende? Li prendono i petrolieri, Garrone li prende, i Moratti, l’Enel, l’Edf, chi è che prende i… e io pago il 7% in più della mia bolletta per finanziare Garrone? Ma stiamo scherzando? Pago il 7% in più nella bolletta per finanziare il mio vicino di casa!
Annozero – Anche il Ministro delegato della Enel Conti ha detto “Ma non si può tornare indietro”.
Beppe Grillo – Ma devi smetterla! Ma devi smetterla! Sono andato a Vienna, mi hanno chiamato me a parlare delle vostre cazzo di centrali, me avete fatto in Slovacchia, l’Enel con i miei soldi, con i tuoi soldi va a finanziare due centrali nucleari in Slovacchia degli anni 70, pre – Chernobyl e le rimette a posto, a 40 chilometri dal confine austriaco . Basta! Questa è una guerra! Mettetevi in condizioni di dire: “Questa è una guerra!”, se sono parole forti me ne sbatto i coglioni, dovete andare a fare in culo, tu Berlusconi, tutta questa gente vergognosa e non dovete andare via per il Bunga Bunga, non me ne frega un cazzo del vostro Bunga Bunga, ve ne dovete andare via perché siete contro la società, siete contro il progresso e contro il futuro di questo Paese! La gente è contro, le regioni sono contro, dove fanno a farlo in nucleare? Dove? Con l’esercito? Ma basta dell’esercito, Giannini per favore sei il Generale, fermali tu! Ma è possibile? Vanno a fare le cose contro la volontà? Ma allora che democrazia è? Allora non accetto più nessuna legge da questa gente, non accetto più nulla da questa gente che ha escluso i cittadini da qualsiasi tipo di intervento, ho detto la mia, sul nucleare fate il nucleare, dico la mia sull’acqua che non voglio sia privatizzata me la volete privatizzare, vado a filmare una … faccio 350 mila firme per togliere i criminali dal Parlamento condannati due legislature, il voto di preferenza delle elezioni, le mettete in un cassetto, dove cazzo è andato a finire il cittadino? Con chi ha i rapporti il cittadino? Con un poliziotto antisommossa? E’ questo che volete? E’ finito il nucleare, è finito e lo faremo finire il 12 e il 13 giugno, lo faremo finire, fosse l’ultima cosa che faccio perché ho dei figli e voi mi state puntando una pistola oltre a me, sulla tempia dei miei figli, finito!

Ps: Le “Facce da nucleare” dell’opposizione che si sono assentate alla votazione per l’accorpamento del referendum con le elezioni amministrative sono: Capano, Cimadoro, Ciriello, D’Antona, Farina, Fassino, Fedi, Gozi, Madia, Mastromauro, Porcino, Samperi.
- Scarica il volantino delle “Facce da nucleare” e diffondilo
- Partecipa a “Spegni il nucleare” su FB

Antonio Di Pietro: L’urlo degli italiani

Fonte: Antonio Di Pietro: L’urlo degli italiani.

Domani alle 14.30 a Roma, in piazza Navona (guarda il programma), apriremo la campagna referendaria per cancellare la legge sul legittimo impedimento, uno scudo giudiziario ad personam per Silvio Berlusconi, e per abolire le norme che permettono al governo di tradire la volontà popolare, riaprendo le centrali nucleari bocciate dal referendum del 1987. Il pomeriggio sarà trasmesso in diretta sul canale 872 di Sky e in streaming sul blog e su www.italiadeivalori.it.

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L’Italia dei Valori ha raccolto due milioni di firme per ripristinare il principio per cui la legge è uguale per tutti e per consentire ai cittadini di decidere loro se vogliono correre il rischio di una catastrofe come quella che si sta verificando a Fukushima in cambio di un’energia obsoleta e che costa moltissimo come quella nucleare.

L’Idv è impegnata al 100% anche sul fronte degli altri due referendum, quelli che chiedono ai cittadini se vogliono che l’acqua resti un bene comune a disposizione di tutti oppure se vogliono privatizzarla e farla diventare un bene di mercato da mettere in vendita, promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Sul palco insieme a noi dell’Italia dei Valori ci saranno anche esponenti della cultura, dello spettacolo e della ricerca, così come politici di altri partiti: perché noi abbiamo sì raccolto le firme, ma il referendum non è “nostro”. E’ di tutti i cittadini che credono nella uguaglianza di fronte alla legge e che non vogliono il nucleare. Non c’è bisogno di essere dell’Italia dei Valori o del centrosinistra per credere che quando la legge non è uguale per tutti non si può più parlare di democrazia, o per contrastare una follia come il tornare al nucleare proprio quando tutti stanno pensando di abbandonarlo.

Spero che in piazza Navona ci siano moltissime persone, e sono convinto che sarà così. Solo una grande mobilitazione dal basso potrà contrastare la strategia delle disinformazione e il muro di silenzio col quale i governo e i suoi molti servitori sperano di contrastare slealmente e alla faccia della democrazia i referendum. Ma la mobilitazione è fondamentale anche per impedire che il governo provi a uscire dal vicolo cieco in cui si è infilato col ritorno al nucleare con un ennesimo trucchetto.

Non ci vuole molto a capire cosa sta succedendo. Fino a due giorni fa i ministri Romano e Prestigiacomo erano pronti a mordere chiunque gli chiedesse di fermarsi un attimo a riflettere invece di continuare a correre verso il burrone come cavalli ciechi.
All’improvviso tutto è cambiato. All’improvviso tutti questi signori vogliono riflettere e prendere un po’ di tempo. Tutti spiegano di essere preoccupati per la sicurezza dei cittadini mentre fino a ieri giuravano che non c’era nessunissimo problema. Se avessero davvero aperto gli occhi e cambiato idea, noi saremmo i primi a esserne felici. Ma non credo che sia così. E’ stata proprio la ministra Prestigiacomo a svelare involontariamente il gioco: si è fatta pizzicare mentre diceva che bisogna mollare il nucleare sennò si perdono le elezioni.

Però quello che pensano di fare non è ritirare la legge e rinunciare al loro folle progetto, ma solo bloccare tutto per un po’, in modo da far passare la nottata e scavallare il referendum per poi ricominciare come prima.
Sarebbe l’ennesima presa in giro e noi dobbiamo fare capire a Berlusconi, già da domani in piazza Navona, e al suo governo che gli italiani si sono stufati di essere presi in giro. Per evitare il referendum sulle centrali nucleari c’è solo un modo limpido onesto e trasparente: ritirare definitivamente la legge. Seppellire di nuovo e una volta per tutte il nucleare in Italia.

Antonio Di Pietro: L’energia rock

Fonte: Antonio Di Pietro: L’energia rock.

Quello che sta succedendo a Fukushima fa paura a tutto il mondo. Il presidente Obama dice apertamente che bisogna riflettere sull’opzione nucleare, tutti gli Stati europei a cominciare dalla Germania hanno sospeso la produzione di energia nucleare in molte centrali. Il commissario europeo all’Energia Oettinger ha parlato di “apocalisse” e di “situazione del tutto fuori controllo”.
La paura non deve mai essere strumentalizzata, però la sana paura è una cosa importante perché evita di farci finire nel burrone: è la pura di finire nel burrone che ti impone di guidare bene la macchina. Ci sono dei disastri naturali di fronte ai quali “resisti non potest”. Con un terremoto o uno tsunami non c’è nulla da fare. Ci sono invece delle scelte dell’uomo a proposito delle quali si deve valutare se il gioco vale la candela.
Io non discuto sul fatto che in passato si è pensato di poter trovare grazie alle centrali nucleari l’energia necessaria. Ma oggi, dopo tutto quel che è accaduto e sta accadendo, dopo che il tecnologico Giappone si è trovato a dover fronteggiare una realtà così disastrosa, ci dobbiamo chiedere se investire nelle energie alternative, come l’eolico e il solare, non convenga di più.

Si spende di meno, si fanno lavorare molte persone in più, si produce la stessa energia e soprattutto non si mettono a rischio la salute e l’ambiente. Noi parliamo sempre di quei vent’anni di funzionamento delle centrali, ma poi ci sono ventimila anni, o centomila anni, in cui non sappiamo dove mettere le scorie.
Ci viene detto che tanto ci sono già le centrali francesi al confine con il Piemonte. Ma non è che siccome di là hanno fatto una scelta che oggi può essere rivista, dobbiamo farla adesso anche noi. Quando tutti si interrogano se debba o meno essere mantenuta la scelta nucleare, penso che l’Italia debba fermarsi.
Come ha detto ieri Angela Merkel, secondo il piano energetico della Germania nei prossimi trent’anni si raggiungerà l’80% dell’energia prodotto dalle energie alternative, soprattutto il solare e l’eolico. Chi decine di anni fa ha costruito le centrali lo ha fatto perché quella era l’energia di allora. La “tecnologia rock” di oggi, tanto per usare le parole di Adriano Celentano, va verso l’uso di altre materie prime e fonti energetiche: il sole e l’aria, di cui l’Italia è ricchissima a differenza dell’uranio.

Queste cose noi non le diciamo certo per una forma di sciacallaggio. L’Italia dei valori ha raccolto le firme contro il nucleare l’anno scorso, non dopo quel che è successo in Giappone. Oggi dobbiamo dire ai cittadini che saranno chiamati alle urne, probabilmente il 12 giugno, che ci rimettiamo alla loro scelta. Col voto non si dice se si sta dalla parte dell’Italia dei valori o contro: si dice se si vogliono le centrali nucleari o no. L’energia nucleare non è né di destra né di sinistra. Quello che bisogna vedere è solo se è una scelta che conviene oppure no. Sono gli italiani che devono decidere se vogliono rischiare oppure no!
A differenza di quello che racconta Berlusconi, non è stata la sinstra a bloccare il nucleare nel 1987. E’ stato un referendum popolare. E’ stata la grande maggioranza dei cittadini italiani, più dell’80%, e quando un popolo viene chiamato a votare col referendum deve essere rispettato.
Tra poche settimane, di nuovo, saranno gli italiani a decidere sul loro futuro perché il referendum, aldilà del burocratese chiede di esprimersi su questa domanda: “Volete voi che per avere energia sufficiente per le nostre case e le nostre fabbriche si utilizzino le centrali nucleari o volete aumentare l’uso di risorse energetiche come l’eolico e il solare?”.
Saranno i cittadini a scegliere, come si usa in democrazia, e io rispetterò la loro scelta qualunque essa sia. Però è necessario che a questo come agli altri referendum, quelli sull’acqua pubblica promosso dai comitati e dai movimenti, e quello sul legittimo impedimento che chiede agli italiani se tutti devono essere uguali di fronte alla legge oppure no, gli italiani arrivino avendo avuto tutte le informazioni necessarie per fare la loro scelta. La partita deve essere leale, e non giocata coi colpi bassi della disinformazione o con i trucchetti sulla data del referendum.

A questo servirà la campagna elettorale che sarà aperta sabato, 19 marzo alle 14,30 in piazza Navona a Roma: a fare in modo che i referendum siano una prova di democrazia vera e registrino sul serio la volontà degli italiani, non l’abilità dei giocolieri e dei bari che siedono al governo.

SIAMO PROPRIO SICURI CHE QUESTI TERREMOTI E TSUNAMI SIANO DI ORIGINE NATURALE ?

Strana sequenza di coincidenze…

Fonte: ComeDonChisciotte – SIAMO PROPRIO SICURI CHE QUESTI TERREMOTI E TSUNAMI SIANO DI ORIGINE NATURALE ?.

DI ROBERTO QUAGLIA
roberto.info

Vincere alla lotteria è perfettamente possibile. Purché non avvenga tutti i giorni. Se qualcuno inizia a vincere alla lotteria troppo spesso giustamente ci insospettiamo e ci viene naturale chiederci se il gioco non sia in qualche modo truccato. Di solito lo è. Per i casi banali ci pensa Striscia la Notizia a fare luce. Per quelli più seri, mi sa che dobbiamo arrangiarci. La stessa cosa dovremmo infatti chiedercela quando la lotteria in oggetto è quella che non vorremmo vincere mai: la lotteria della catastrofi. Le grandi catastrofi sono rare, ed il loro verificarsi può venire paragonato alla vincita ad una lotteria, ad una grande lotteria negativa, la lotteria della sfiga massima. E non si può non notare che, da qualche tempo, di questa sgradevole lotteria ci sono in giro un po’ troppi biglietti vincenti.

Vi ricordate di avere mai sentito parlare di tsunami prima del film americano “The day after tomorrow”? Personalmente, nell’intero arco della mia vita non ricordo uno tsunami degno di nota fino a qualche anno fa. Ad essere sinceri non conoscevo neppure il vocabolo e, se fate un breve esame di coscienza, vi renderete conto che neppure voi sapevate di questa parola sino a qualche anno fa. Così rari da non essere neppure degni di menzione, all’atto pratico gli tsunami non esistevano proprio. Era l’ultima delle cose di cui preoccuparsi. Entità mitologiche che avvenivano più di rado che una volta ogni morte di papa.

Poi è uscito il film di Roland Emmerich, che mostrava uno tsunami sommergere New York, e da quel momento lo tsunami è entrato a pieno titolo nell’immaginario di tutti noi. Sfortunatamente, è per coincidenza entrato contemporaneamente anche nell’immaginario di Mamma Natura – quasi che Mamma Natura abbia un rapporto privilegiato con Hollywood – tanto che di punto in bianco Mamma Natura ha iniziato ad infliggerci uno tsunami dopo l’altro. Sembra quasi che Hollywood e Mamma Natura si siano messi d’accordo per farci fessi. Speriamo che non vadano anche a letto insieme. Tutto sommato, siamo un po’ tutti gelosi di Mamma Natura e ci dispiacerebbe scoprire che alle nostre spalle se la fa con Hollywood. Anche perché quello che succede alle nostre spalle rischia sempre di ficcarcisi prima o poi nel didietro.

A dicembre 2004 lo tsunami da oltre 200 mila morti nell’Oceano Indiano. A Luglio 2006 uno tsunami più modesto a Java. Piccolo tsunami anche a settembre 2007 in Indonesia, notevole tsunami a Samoa a settembre 2009, discreto tsunami senza vittime vicino al Giappone a dicembre 2010 ed infine il super tsunami in Giappone del marzo 2011. Qualche benpensante magari sbotterà: Ma andiamo, probabilmente c’erano anche prima gli tsunami, è solo che i giornali non ne parlavano!

Macché!

Guardando i grafici che mostrano frequenza, intensità e gravità dei fenomeni sismici nel tempo nel mondo, scopriamo che negli ultimi anni i terremoti con effetti importanti sono aumentati in modo a dir poco incredibile. I grafici sono completamente sconcertanti.

Grafico della potenza totale dei terremoti superiori ai 6 Gradi Richter negli ultimi decenni

Grafico dei terremoti devastanti e mortali fra i 6 e gli 8 Gradi Richter nell’ultimo secolo.
Qui lo vedi più grosso.

Si noti che i cosiddetti scienziati si guardano bene dallo spiegare in modo convincente questa incredibile modifica nel comportamento di Madre Natura. Il che diventa immediatamente comprensibile nell’eventualità che spiegare questa anomalia ti faccia naufragare la tua carriera. Abbiamo già visto per i fatti dell’11 settembre gli scienziati amanti della propria carriera darsi in pasto al lato osculo della scienza.

Mandati gli scienziati inadempienti a quel paese, ci tocca una volta di più provare ad iniziare a pensare finalmente con le nostre teste. O per lo meno con l’ausilio di teste che non se la facciano sotto all’idea di rovinarsi la carriera.

In occasione del terremoto che ha raso al suolo Haiti a gennaio del 2010, il presidente venezuelano Hugo Chavez ha dichiarato che il terremoto sarebbe stato provocato da un’arma sismica statunitense. L’informazione gli sarebbe giunta da fonti militari russe. Fantascienza? Sta di fatto che gli americani al momento del terremoto di Haiti stavano effettuando un’esercitazione militare per un intervento umanitario da effettuarsi ad Haiti in caso di catastrofe naturale. Invadere quindi Haiti per recare i propri “aiuti” è stato quindi molto semplice, tutte le forze erano già schierate. Per colmo di coincidenza, la stessa identica cosa era accaduta in occasione del terribile tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano. Pure là erano già pronti ad intervenire. Tutto ciò suona sospetto, ma ancora non prova nulla.

Già da parecchi anni si vocifera in rete che terremoti artificiali ed altre modificazioni climatiche sarebbero da ascriversi ad una misteriosa stazione scientifico-militare americana sita in Alaska: un progetto del Dipartimento della Difesa Statunitense, coordinato dalla Marina e dall’Aviazione: il famigerato programma HAARP (High Frequency Active Auroral Research Program), basato sullo sviluppo di tecnologie ideate da Nikola Tesla.

Soliti deliri da complottisti?

Non esattamente.

Del problema di HAARP si è occupato anche il Parlamento russo, la Duma, nel 2002, giungendo ad un documento firmato da 188 deputati: “Sotto il programma HAARP, gli Stati Uniti stanno creando nuove armi geofisiche integrali, che possono influenzare gli elementi naturali con onde radio ad alta frequenza. Il significato di questo salto è comparabile al passaggio dall’arma bianca alle armi da fuoco, o dalle armi convenzionali a quelle nucleari”.

Beh, i russi di armi qualcosa ne capiscono, quindi ci dovremmo pensare due volte prima di ridicolizzare i loro timori.

Ma di HAARP si è fuggevolmente occupato anche il Parlamento Europeo. Il problema è stato portato in discussione, ma è stato poi prontamente insabbiato.

E di HAARP si è occupato anche il GRIP (Groupe de recherche et d’information sur la paix et la sécurité), un istituto di ricerca creato a Bruxelles nel 1979. Se sapete il francese potete leggere il loro rapporto di 79 pagine.

Non avrete sentito parlare di HAARP al telegiornale e neppure nei giornali quotidiani di vostra fiducia, ma se ancora persistete ad informarvi nel vecchio modo, ormai completamente irreggimentato, avete poco di che stupirvi di certe lacune.

HAARP in parole povere consiste in un sistema di antenne in grado di sparare nella ionosfera onde elettromagnetiche ad alta frequenza con la potenza di milioni di Watts (fino a 1,7 Gigawatt, ovvero 1,7 miliardi di Watt) in grado di “cuocere” e modificare la ionosfera. Scaldando la ionosfera si creerebbero delle sorte di “lenti” in grado di ridirigere i fasci di energia e scaricarli ovunque nel globo. Usando la frequenza giusta, essi sarebbero ad esempio in grado di interferire con la crosta terrestre e provocare artificialmente terremoti.

Qualche ingenuo potrà pensare che nessuno potrebbe mai essere così folle da aprire il Vaso di Pandora delle modificazioni climatiche a scopo bellico. Errore. Il progetto per le guerre climatiche esiste di sicuro ed è in parte anche stato messo nero su bianco in uno studio del Dipartimento della Difesa statunitense nel 1996. Si chiama “Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025 (Il Clima come un Moltiplicatore di Forza: Possedere il Clima nel 2025). Potete leggerlo interamente online. Per chi vuole approfondire ulteriormente i misteri di HAARP, in rete si trova ampio materiale.

Ma se leggere è troppo faticoso, potete sempre guardarvi un documentario condotto dall’ex governatore del Minnesota Jesse Ventura, dove l’argomento viene raccontato e semplificato con i crismi della spettacolarizzazione all’americana.

 

L’unico problema in questo documentario è che alla fine finiscono per raccontarci che HAARP serve a controllare i nostri cervelli, il che ovviamente discredita l’intera tesi di HAARP come arma. Ma visto che il risultato è un calo di credibilità della tesi, forse l’obiettivo era proprio quello.

Se andiamo sulla homepage ufficiale di HAARP, troviamo un rassicurante sito che parla di ricerca scientifica e che promette che non farà mai del male a nessuno. Questo ovviamente lascia il tempo che trova, che arma segreta sarebbe se lo andassero a raccontare a tutti? Sul sito di HAARP possiamo anche guardare i grafici che ci illustrano l’attività di HAARP, roba da nerd e magari qualcuno ci capirà anche qualcosa.

In effetti, una persona che ci ha capito qualcosa, è saltata fuori. Tanto essa ci ha capito qualcosa, che addirittura è riuscita a prevedere il terremoto del Giappone. E come facciamo a sapere che ha davvero previsto il terremoto? E’ semplice: ha postato su Youtube un video con la sua previsione di un terremoto di elevatissima intensità per i giorni successivi. E ognuno di voi può andarsi a guardare quel video e verificare la data in cui il video è stato caricato: 3 marzo 2011. Lo tsunami è avvenuto 8 giorni dopo.

La persona che ci ha capito qualcosa aveva già previsto anche un precedente sisma in Nuova Zelanda. Non c’è ragione di dubitare troppo poiché, una volta capito il trucco, anche noi ci ritroveremo con questa capacità chiaroveggente.

A rivelare quando ci saranno importanti terremoti è involontariamente HAARP stesso, se si ha la pazienza di dare un occhiata alle sue misurazioni. Qualche giorno prima del sisma in Giappone, più precisamente il 3 Marzo, nel grafico delle misurazioni effettuate da HAARP c’è un buco. Per un errore tecnico, per un caso o per la deliberata intenzione di nascondere dei dati, il grafico altrimenti perfetto che mostra l’attività di HAARP si interrompe per qualche tempo. Beh, le spiegazioni possono essere parecchie, è il primo pensiero della maggioranza di noi. Certo, se il fenomeno si fosse verificato solo una volta, o se si verificasse a casaccio.

Peccato però che la stessa interruzione nei dati è verificata anche poco prima del terremoto di Haiti a gennaio 2010!

Vabbé, due eventi possono essere una coincidenza, e…

E anche poco prima del terremoto in Nuova Zelanda a settembre 2010!

E pazienza, trattasi chiaramente di triplice coincidenza, a volte i terni al lotto…

E anche poco prima del terremoto di Sumatra ad ottobre 2010!

E allora? La fortuna è cieca e di tanto in tanto le quaterne…

E anche poco prima del terremoto di Samoa a settembre 2009!

Cosa volete dimostrare? L’impossibile è impossibile solo fino a quando non si verifica e…

E anche poco prima del terremoto de l’Aquila ad aprile 2009!

Eh, no! L’Aquila per favore lasciatela stare! Quella abbiamo già deciso che è colpa di Berlusconi e…

Va beh, mettiamola in altri termini: o si tratta di una delle più incredibili serie di coincidenze mai viste – tanto valeva vincere al superenalotto – oppure qui ci stanno a raccontare tante di quelle balle che la metà basta. Se poi uno va a guardare ad alcune date delle varie catastrofi, la frittata è completa: 26 Dicembre 2002 (Ciclone Zoe in Polinesia), 26 Dicembre 2003 (terremoto in Iran), 26 Dicembre 2004, onda tsunami nelll’Oceano Indiano – o qualcuno ha poca fantasia nella scelta delle date, oppure Dio gioca a dadi e non appena Natale è passato gli escono fuori davvero delle giocate del cazzo. Anche di questa ossessione del numero 11 non se ne può più! Dopo l’11 settembre 2001, le bombe a Madrid l’11 marzo 2004 adesso ci tocca lo tsunami in Giappone lo stesso identico giorno, 11 marzo 2011. Ed esattamente un anno prima, l’11 marzo 2010 un bel terremoto da 7 gradi circa anche in Cile (anche se c’è da dire che un terremoto peggiore sempre in Cile era avvenuto 2 settimane prima)

Viene da chiedersi cosa ci sia in programma per l’11 novembre 2011 (11/11/11). E viene il sospetto che dovrà trattarsi di qualcosa di particolarmente memorabile!

Rimanendo in tema di date, potete vedere dai grafici soprastanti che questa sconcertante esplosione di sismi superiori ai 6 gradi Richter ha manifestato i suoi primi sintomi a partire dal 1996, per poi subire una brusca accelerata una decina di anni dopo. Ormai abbiamo vinto al superenalotto, quindi una coincidenza in più ci fa un baffo: HAARP è entrato in funzione più o meno nel 1996 ed è stato poi completato una decina di anni dopo, a marzo 2006.

Adesso che conoscete il trucco potete dilettarvi anche voi a prevedere i prossimi eclatanti terremoti. Non è detto che il criterio rimanga valido a lungo, poiché immagino che appena si sparge la voce a qualcuno in Alaska verrà bene in mente di usare la funzione clone-stamp di Photoshop ed aggiungere quei quattro pixel che mancano prima di ogni evento sismico importante. Probabilmente ciò avverrà anche coi grafici del passato, quindi andateveli a vedere finché sono genuini. Quello di Haiti pare sia stato già “restaurato”.

Cliccate qui per giocare anche voi al Piccolo Mago Otelma e prevedere terremoti futuri oppure indagare nel passato e capire retrospettivamente se avreste potuto prevedere i terremoti che ci sono già stati, facendo attenzione a notare un’interruzione del segnale di HAARP nei giorni prima dell’evento in questione.

Rammentando che in genere questa interruzione di segnale avviene prima di terremoti molto potenti, sopra i 7 gradi Richter. E che la maggior parte di terremoti, che sono di magnitudo inferiore, non sono preceduti da nessuna interruzione di segnale. C’è in rete chi sostiene di avere trovato in altri grafici di HAARP anche la traccia di un aumento di attività durante i terremoti importanti. Chi è curioso, approfondisca pure questo aspetto più tecnico.

Quando Photoshop entrerà in azione e questo trucco non funzionerà più, potete ancora cercare di intuire l’azione di HAARP da un altro curioso fenomeno che da qualche tempo si osserva prima di questa nuova generazione di grandi eventi sismici: strane ed inconsuete luci che appaiono in cielo, così strane che a volte vengono addirittura scambiate per UFO. Il calce all’articolo ne potete ammirare alcune, apparentemente riprese prima di terremoti in Cile e in Cina.

In conclusione, dopo averci rotto i marroni per anni con inesistenti armi di distruzione di massa nascoste in Iraq, Iran e ovunque si voglia andare a rubare petrolio, non sarebbe del tutto inappropriato che le Nazioni Unite mandassero qualche competente ispettore (magari giapponese…) a fare una visitina in Alaska, a capire con esattezza a che cavolo esattamente serve questo dannato HAARP. Dopotutto, se non c’è niente da nascondere, gli americani mica si opporranno all’ispezione, no? Non si oppose alle ispezioni Saddam, che era cattivo, figuriamoci se si opporranno gli americani, che sono buoni!

Roberto Quaglia

Originariamente pubblicato su www.Roberto.info
Magari ti incuriosisce anche il libro di Roberto sull’11 Settembre (September 11)
Notizie inconsuete le trovi su www.edicola.biz

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PS. Qualcuno potrebbe chiedersi perché io non abbia affrontato anche l’argomento del movente per cui tutte queste catastrofi verrebbero scatenate ad arte. Le mie idee in merito ce l’ho, ma si tratta di opinioni, e delle opinioni bisognerebbe imparare a cianciare di meno di quanto comunemente si faccia. Meglio limitarsi ai fatti e, naturalmente, alle deduzioni logiche che dai fatti si traggono. Purché ovviamente ligie ad una corretta applicazione del criterio logico del Rasoio di Occam. Per inciso, ipotizzai un’esplosione di fenomeni di guerra climatica già nella prima edizione del 2006 del mio libro sui misteri dell’11 Settembre, ovvero prima che il clima “impazzisse”. Scrissi in quel libro anche che ci avrebbero propinato virus mutanti dei maiali anni prima che partisse il marketing dell’influenza suina, ma questa è un’altra storia.

PPS. Qualcun altro si chiederà invece perché se tutto ciò è vero, nessuna delle nazioni colpite da HAARP si ribella. Perché nessun politico di una delle nazioni colpite dice nulla? La risposta ci viene dall’esempio di un politico che qualcosa ha detto: Nel 2009 il ministro delle Finanze Giapponese Shoichi Nakagawa rivela in un intervista a Benjamin Fulford di avere passato il controllo del sistema finanziario Giapponese ad un gruppo oligarchico di super banchieri internazionali perché costretto. Costretto da cosa? Tenetevi forte: il ministro e il suo portavoce hanno affermato di essere vittima della minaccia di un’”arma per terremoti” americana. Poco tempo dopo Shoichi Nakagawa verrà trovato morto. Capito perché? Ecco di seguito il racconto di Fulfold.

Altri articoli su HAARP li trovate qui.

Una serie di brevetti di tecnologie usate da HAARP li trovate qui sotto:

- Brevetto USA 4686605 – Metodo ed apparato per modificare una regione nell’atmosfera terrestra, nella ionosfera e/o magnetosfera – TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 4999637 – Creazione di nuvole artificiali ionizzate sopra la terra -TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 4712155 – Metodo ed apparato per creare una artificiale regione di plasma a riscaldamento elettronico ciclotronico – TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 5777476 – Tomografia globale terrena (CGT) usando una modulazione di electrojets ionosferici – TESTO INTEGRALE

- Richiesta di Brevetto USA 20070238252 – Accensione cosmica di particelle di pattern di plasma artificialmente ionizzato nell’atmosfera – TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 5068669 – Sistema di fascio di energia – TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 5041834 – Specchio ionosferico artificiale composto da uno strato di plasma che può venire inclinato – TESTO INTEGRALE

Scena apparentemente ripresa in Cile il giorno prima del devastante terremoto del 27 febbraio 2010 – da prendersi con beneficio di inventario poiché inverificabile

Scena apparentemente ripresa in Cina il giorno prima di un terremoto – da prendersi con beneficio di inventario poiché inverificabile

Collage di scene con strane luci nel cielo prima o durante terremoti – da prendersi con beneficio di inventario poiché inverificabili. Alla seduzione di immagini pittoresche, ma non sufficientemente circostanziate, è certamente più saggio preferire l’analisi critica di dati inoppugnabili.

Fonte: http://www.roberto.info/2011/03/16/terremoti-e-tsunami/.

L’ OPERAZIONE LIBIA E LA BATTAGLIA PER IL PETROLIO (PARTE SECONDA)

ComeDonChisciotte – L’ OPERAZIONE LIBIA E LA BATTAGLIA PER IL PETROLIO (PARTE SECONDA).

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
globalresearch.ca

Le implicazioni geopolitiche ed economiche di un intervento militare USA-NATO contro la Libia sono di vasta portata.

La Libia è tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti.

L’“Operazione Libia” fa parte della più ampia agenda militare in Medio Oriente e Asia centrale, che consiste nel detenere il controllo e la proprietà aziendale di oltre il 60% delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale, compresi gli oleogasdotti.

“I paesi musulmani tra cui Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Yemen, Libia, Egitto, Nigeria, Algeria, Kazakhstan, Azerbaijan, Malaysia, Indonesia, Brunei, possiedono tra il 66,2 e 75,9 per cento delle riserve petrolifere totali, a seconda della fonte e della metodologia della stima” (Si veda Michel Chossudovsky, La “demonizzazione” dei musulmani e la battaglia per il petrolio, Global Research, 4 gennaio 2007. Trad.italiana).

Con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate, (10 volte quelle dell’Egitto), la Libia è la più grande economia petrolifera del continente africano, seguita da Nigeria e Algeria (Oil and Gas Journal). Al contrario, le riserve accertate di petrolio degli Stati Uniti sono dell’ordine dei 20,6 miliardi di barili (dicembre 2008) secondo la Energy Information Administration. (US Crude Oil, Natural Gas, and Natural Gas Liquids Reserves)

Nota

Le più recenti stime pongono le riserve di petrolio della Libia a 60 miliardi di barili. Le sue riserve di gas a 1.500 miliardi di m3. La sua produzione è tra 1,3 e 1,7 milioni di barili al giorno, ben al di sotto della propria capacità produttiva. Il suo obiettivo a più lungo termine è di tre milioni di b/g ed una produzione di gas di 2.600 milioni di piedi cubi al giorno, secondo i dati della National Oil Corporation (NOC).

La BP Statistical Energy Survey (2008) poneva (in alternativa) le riserve accertate di petrolio della Libia a 41.464 milioni di barili alla fine del 2007, che rappresenta il 3,34% delle riserve mondiali comprovate. (Mbendi Oil and Gas in Libya – Overview).

Il petrolio è il “Trofeo” della guerra USA-NATO

Un’invasione della Libia servirebbe gli interessi delle imprese stesse, come l’invasione e l’occupazione dell’Iraq del 2003. L’obiettivo di fondo è quello di prendere possesso delle riserve di petrolio della Libia, destabilizzare la National Oil Corporation (NOC) e, infine, la privatizzazione dell’industria petrolifera del paese, vale a dire trasferire il controllo e la proprietà delle ricchezze petrolifere dalla Libia alle mani straniere.

La National Oil Corporation (NOC) è classificata tra le prime 25 compagnie petrolifere del mondo. (The Energy Intelligence ranks NOC 25 among the world’s Top 100 companies. – Libyaonline.com)

La pianificata invasione della Libia è già in corso nell’ambito della più ampia “battaglia per il petrolio”. Quasi l’80% delle riserve di petrolio della Libia si trovano nel bacino del Golfo dalla Sirte, nella Libia orientale.

La Libia è un premio economico. “La guerra fa bene agli affari”. Il petrolio è il trofeo di una guerra USA-NATO.

Wall Street, i giganti petroliferi anglo-statunitensi, i produttori di armi USA-UE, sarebbero i beneficiari occulti di una campagna militare condotta da USA e NATO contro la Libia.

Il petrolio libico è una manna per i giganti petroliferi anglo-statunitensi. Mentre il valore di mercato del petrolio greggio è attualmente ben al di sopra dei 100 dollari al barile, il costo del petrolio libico è estremamente basso, a partire da 1,00 dollaro al barile (secondo una stima). Un esperto del mercato petrolifero ha commentato, un po’ cripticamente:

“A 110 dollari sul mercato mondiale, la semplice matematica dà alla Libia un margine di profitto pari a 109 dollari” (Libya Oil, Libya Oil One Country’s $109 Profit on $110 Oil, EnergyandCapital.com, 12 Marzo 2008)

Gli interessi petroliferi stranieri in Libia

Le compagnie petrolifere straniere che operavano prima dell’insurrezione in Libia erano la francese Total, l’ENI dell’Italia, la China National Petroleum Corp (CNPC), British Petroleum, il consorzio petrolifero spagnolo REPSOL, ExxonMobil, Chevron, Occidental Petroleum, Hess, Conoco Phillips.

Attenzione, la Cina gioca un ruolo centrale nel settore petrolifero libico. La China National Petroleum Corp (CNPC) ha avuto fino al suo rimpatrio, una forza lavoro in Libia di 30.000 cinesi. British Petroleum (BP) invece aveva una forza lavoro di 40 britannici che sono stati rimpatriati.

L’undici per cento (11%) delle esportazioni di petrolio libico viene incanalato verso la Cina. Mentre non ci sono dati sulla dimensione e l’importanza della produzione e delle attività di esplorazione della CNPC, vi sono indicazioni che siano notevoli.

Più in generale, la presenza della Cina in Africa del Nord è considerata da Washington costituire un’intrusione. Dal punto di vista geopolitico, la Cina è in sovrapposizione. La campagna militare contro la Libia è finalizzata a escludere la Cina dal Nord Africa.

Altrettanto importante è il ruolo dell’Italia. ENI, il consorzio petrolifero italiano, estrae 244 mila barili di gas e petrolio, che rappresentano quasi il 25% delle esportazioni totali della Libia (Sky News: Foreign oil firms halt Libyan operations, 23 febbraio 2011).

Tra le aziende statunitensi in Libia, Chevron e Occidental Petroleum (Oxy) hanno deciso, appena 6 mesi fa (ottobre 2010), di non rinnovare le loro licenze di esplorazione petrolifere e gasifere in Libia. Sapevano già in anticipo dell’insurrezione? (Why are Chevron and Oxy leaving Libya?: Voice of Russia, 6 ottobre 2010). Al contrario, nel novembre del 2010, la compagnia petrolifera della Germania, RW DIA E aveva firmato un accordo pluriennale di vasta portata con la National Oil Corporation (NOC) della Libia, che coinvolgeva la produzione e condivisione delle esplorazioni. (AfricaNews – Libya: German oil firm signs prospecting deal – The AfricaNews).

La posta finanziaria in gioco, così come “bottino di guerra”, sono estremamente alti. L’operazione militare è intenta a smontare gli istituti finanziari della Libia, nonché a confiscare miliardi di dollari di attività finanziarie libiche, depositati nelle banche occidentali.

Va sottolineato che le capacità militari della Libia, compreso il sistema di difesa aerea, sono deboli.

Ridisegnare la mappa dell’Africa

La Libia ha le maggiori riserve di petrolio in Africa. L’obiettivo dell’ingerenza USA-NATO è strategico: consiste nel vero e proprio furto, rubare la ricchezza petrolifera della nazione, sotto le mentite spoglie di un intervento umanitario.

Questa operazione militare è intenta a stabilire l’egemonia statunitense nel Nord Africa, una regione storicamente dominata da Francia e in misura minore, da Italia e Spagna.

Per quanto riguarda la Tunisia, il Marocco e l’Algeria, il disegno di Washington è quello di indebolire i legami politici di questi paesi verso la Francia, e spingere ad l’installazione nuovi regimi politici che hanno un rapporto stretto con gli Stati Uniti. Questo indebolimento della Francia come parte di un disegno imperiale degli Stati Uniti, fa parte di un processo storico che risale alle guerre in Indocina.

L’intervento USA-NATO, indirizzato pure a escludere la Cina dalla regione e a mettere fuori gioco la cinese National Petroleum Corp (CNPC), porta alla fine alla creazione di un regime fantoccio filo-Stati Uniti. I giganti del petrolio anglo-statunitensi, tra cui British Petroleum, che hanno firmato un contratto di esplorazione nel 2007 con il governo di Gheddafi, sono tra i potenziali “beneficiari” della proposta operazione militare USA-NATO.

Più in generale, ciò che è in gioco è il ridisegno della mappa dell’Africa, un processo di ridistribuzione neo-coloniale, la demolizione della demarcazione delle Conferenza di Berlino del 1884, la conquista dell’Africa da parte degli Stati Uniti in alleanza con la Gran Bretagna, in una operazione congiunta USA-NATO.

Libia: Porta strategica sahariana sull’Africa centrale

La Libia confina con molti paesi che sono nella sfera di influenza francese, tra cui Algeria, Tunisia, Niger e Ciad.

Il Ciad è potenzialmente una ricca economia petrolifera. ExxonMobil e Chevron hanno interessi nel sud del Ciad, tra cui un progetto di gasdotto. Il Ciad meridionale è una porta sulla regione sudanese del Darfur. La Cina ha interessi petroliferi in Ciad e Sudan. La China National Petroleum Corp (CNPC) ha firmato un accordo pluriennale con il governo del Ciad nel 2007.

Il Niger è strategico per gli Stati Uniti nell’ottica delle sue ingenti riserve di uranio. Attualmente, la Francia domina il settore dell’uranio in Niger attraverso il gruppo francese nucleare Areva, precedentemente noto come Cogema. La Cina ha anche una partecipazione nel settore industriale dell’uranio del Niger.

Più in generale, il confine meridionale della Libia è strategico per gli Stati Uniti, nel loro tentativo di estendere la propria sfera di influenza nell’Africa francofona, un vasto territorio che si estende dal Nord Africa all’Africa centrale e occidentale. Storicamente questa regione era parte della Francia e dell’impero coloniale del Belgio, i cui confini sono stati stabiliti alla Conferenza di Berlino del 1884.

Fonte www.hobotraveler.com

Gli Stati Uniti svolsero un ruolo passivo nella Conferenza di Berlino del 1884. Questa nuova spartizione, nel 21° secolo, del continente africano, basata sul controllo di petrolio, gas naturale e minerali strategici (cobalto, uranio, cromo, manganese, platino e uranio) è ampiamente favorevole ai dominanti interessi aziendali anglo-statunitensi.

L’interferenza degli Stati Uniti in Africa del Nord ridefinisce la geopolitica di un’intera regione. Ciò mina la Cina e mette in ombra l’influenza dell’Unione europea.

Questa nuova spartizione dell’Africa non solo indebolisce il ruolo delle ex potenze coloniali (tra cui Francia e Italia) nel Nord Africa, è anche parte di un più ampio processo di emarginazione e indebolimento della Francia (e Belgio) su gran parte del continente africano.

Regimi fantoccio filo-Stati Uniti sono stati installati in diversi paesi africani, i quali storicamente erano nella sfera d’influenza della Francia (e del Belgio), comprese le Repubbliche del Congo e del Ruanda. Diversi paesi dell’Africa occidentale nella sfera francese (tra cui la Costa d’Avorio) sono candidati a diventare Stati filo-statunitensi.

L’Unione europea è fortemente dipendente dal flusso di petrolio libico. L’85% del suo petrolio viene venduto ai paesi europei. Nel caso di una guerra con la Libia, le forniture di petrolio all’Europa occidentale potrebbero essere interrotte, interessando in gran parte Italia, Francia e Germania, che sono fortemente dipendenti dal petrolio libico. Le implicazioni di queste interruzioni sono di vasta portata. Hanno anche un’influenza diretta sul rapporto tra Stati Uniti e l’Unione europea.

Considerazioni conclusive

I media mainstream, attraverso la disinformazione di massa, sono complici nel giustificare un ordine del giorno militare che, se attuato, avrebbe conseguenze devastanti non solo per il popolo libico: l’impatto sociale ed economico sarebbe sentito in tutto il mondo.

Ci sono attualmente tre distinti teatri di guerra nella più ampia regione del Medio Oriente e dell’Asia Centrale: Palestina, Afghanistan, Iraq. Nel caso di un attacco contro la Libia, un quarto teatro di guerra sarebbe aperto in Nord Africa, con il rischio di un’escalation militare.

L’opinione pubblica deve tener conto del programma nascosto dietro questo presunto impegno umanitario, annunciato dai capi di Stato e di governo dei paesi della NATO come una “guerra giusta”. La teoria della guerra giusta, in entrambe le sue versioni, classica e contemporanea, sostiene la guerra come “operazione umanitaria”. Chiede un intervento militare per motivi etici e morali contro gli “stati canaglia” e i “terroristi islamici“. La teoria della guerra giusta oggi demonizza il regime di Gheddafi.

I capi di Stato e di governo dei paesi della NATO sono gli architetti della guerra e della distruzione in Iraq e in Afghanistan. In una logica totalmente distorta, sono spacciate come la voce della ragione, come rappresentanti della “comunità internazionale”.

La realtà è capovolta. Un intervento umanitario è lanciato dai criminali di guerra al comando, che sono i guardiani della teoria della guerra giusta.

Abu Ghraib, Guantanamo, le vittime civili in Pakistan, in seguito agli attacchi dei droni USA su città e villaggi, ordinati dal presidente Obama, non sono notizie da prima pagina, né lo sono i 2 milioni di morti civili in Iraq. Non esiste una cosa come la “guerra giusta“.

La storia dell’imperialismo degli Stati Uniti dovrebbe essere chiara. La relazione del 2000 del Progetto del Nuovo Secolo Americano intitolato “Rebuilding America’s Defense”, prevede l’attuazione di una lunga guerra, una guerra di conquista. Uno dei componenti principali di questa agenda militare è: “Combattere e vincere in modo decisivo in diversi teatri di guerra contemporaneamente”.

L’Operazione Libia è parte di questo processo. Si tratta di un altro teatro nella logica del Pentagono dei “teatri di guerra simultanei”.

Il documento PNAC rispecchia fedelmente l’evoluzione della dottrina militare degli Stati Uniti dal 2001. Gli Stati Uniti pianificano di essere coinvolti contemporaneamente in diversi teatri di guerra in diverse regioni del mondo.

Mentre proteggere gli USA, vale a dire la “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti d’America, è accolto come un obiettivo, il rapporto PNAC spiega perché questi diversi teatri di guerra sono necessari. La motivazione umanitaria non è menzionata.

Qual è lo scopo della tabella di marcia militare degli USA?

La Libia è presa di mira in quanto è uno dei tanti altri paesi al di fuori della sfera d’influenza degli USA, che non sono conformi alle richieste degli Stati Uniti. La Libia è un paese che è stato selezionato come parte di una “road map” militare, che consiste nel “teatri di guerre multipli simultanei“. Nelle parole dell’ex comandante della NATO, Wesley Clark:

“Nel Pentagono, nel novembre 2001, uno dei più alti ufficiali ebbe il tempo per una chiacchierata. Sì, eravamo ancora in pista per andare contro l’Iraq, ha detto. Ma c’era di più. Questo è stato oggetto di discussione nell’ambito della pianificazione di una campagna quinquennale, ha detto, e vi rientra un totale di sette paesi, a partire dall’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan…” (Wesley Clark, Winning Modern Wars, p. 130).

Versione originale:

Michel Chossudovsky
Fonte: http://globalresearch.ca
Link: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=23605
9.03.2011

Versione italiana:

Fonte: www.eurasia-rivista.org
Link: http://www.eurasia-rivista.org/8640/loperazione-libia-e-la-battaglia-per-il-petrolio
11.03.2011

Traduzione a cura di ALESSANDRO LATTANZIO

http://www.aurora03.da.ru

http://www.bollettinoaurora.da.ru

http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/

INSURREZIONE E INTERVENTO MILITARE: ACCORDO USA-NATO SUL TENTATO COLPO DI STATO ? (PARTE PRIMA)

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
globalresearch.ca

Gli Stati Uniti e la NATO stanno sostenendo un’insurrezione armata in Libia orientale, al fine di giustificare un “intervento umanitario”. Questo non è un movimento di protesta non violento, come in Egitto e Tunisia. Le condizioni in Libia sono profondamente diverse. L’insurrezione armata in Libia orientale è direttamente supportata da potenze straniere. L’insurrezione a Bengasi ha subito issato la bandiera rossa, nera e verde con la mezzaluna e la stella: la bandiera della monarchia di re Idris, che simboleggiava il dominio delle ex potenze coloniali. (Cfr. Manlio Dinucci, Libia-Quando la memoria storica è cancellata, Global Research, 28 Febbraio 2011)

I consiglieri militari e le forze speciali USA e NATO sono già sul terreno. L’operazione è stata pianificata per farla coincidere con il movimento di protesta nei paesi arabi vicini. L’opinione pubblica è stata indotta a credere che il movimento di protesta si sia diffuso spontaneamente dalla Tunisia e dall’Egitto verso la Libia. L’amministrazione Obama, in consultazione con i suoi alleati, assiste una ribellione armata, cioè un tentativo di colpo di Stato:

“L’amministrazione Obama è pronta ad offrire qualsiasi tipo di assistenza a cittadini libici che cercano di cacciare Muammar Gheddafi”, ha detto la segretaria di Stato Hillary Clinton [27 Febbraio] “abbiamo raggiunto diversi libici che stanno tentando di organizzarsi in Oriente mentre inoltre la rivoluzione si sposta verso ovest”, ha detto Clinton. “Penso che sia troppo presto per dire come andrà a finire, ma abbiamo intenzione di essere pronti e preparati ad offrire qualsiasi tipo di assistenza che chiunque voglia ricevere dagli Stati Uniti.” Attualmente si sta formando un governo provvisorio nella parte orientale del paese, dove la ribellione è iniziata a metà mese.

Gli Stati Uniti, ha detto Clinton, minacciano ulteriori misure contro il governo di Gheddafi, ma non ha detto dove o quando potrebbero essere annunciate. Gli Stati Uniti dovrebbero “riconoscere un governo provvisorio, che stanno cercando di impostare…” [McCain]

Lieberman ha parlato in termini analoghi, sollecitando “un sostegno tangibile, (una) no-fly zone, il riconoscimento del governo rivoluzionario, il governo dei cittadini e sostenerli sia con l’assistenza umanitaria sia, io vorrei, fornendogli armi“.

(Clinton: US ready to aid to Libyan opposition – Associated Press, 27 febbraio 2011)

L’invasione pianificata

Un intervento militare è oggi contemplato dalle forze USA e della NATO, nel quadro di un “mandato umanitario”.

“Gli Stati Uniti stanno muovendo forze aero-navali nella regione” per “preparare una gamma completa di opzioni” nel confronto con la Libia: ha detto il portavoce del Pentagono, il colonnello dei Marines Dave Lapan [Marzo 1]. Ha poi detto che “E’ stato il presidente Obama che ha chiesto ai militari di prepararsi a queste opzioni”, perché la situazione in Libia peggiora.” (Manlio Dinucci, Preparativi per l’”Operazione Libia”: Il Pentagono “riposiziona” le sue forze aeronavali…, Global Research, 3 marzo 2011)

Il vero obiettivo dell’”Operazione Libia” non è quello di stabilire la democrazia, ma di prendere possesso delle riserve di petrolio della Libia, destabilizzare la National Oil Corporation (NOC) e, infine, la privatizzazione dell’industria petrolifera del paese, vale a dire trasferire il controllo e la proprietà delle ricchezze petrolifere della Libia nelle mani straniere. La National Oil Corporation (NOC) è classificata tra le prime 25 compagnie petrolifere del Mondo. (The Energy Intelligence ranks NOC 25 among the world’s Top 100 companies. – Libyaonline.com)

La Libia è tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti (per ulteriori dettagli vedere la Parte II del presente articolo, “Operazione Libia” e la battaglia per il petrolio).

La pianificata invasione della Libia è già in corso nell’ambito della più ampia “battaglia per il petrolio“. Quasi l’80 per cento delle riserve di petrolio della Libia si trova nel bacino del Golfo della Sirte, nella Libia orientale.

Le ipotesi strategiche dietro l’”Operazione Libia” ricordano i precedenti impegni militari USA-NATO in Jugoslavia e in Iraq.

In Jugoslavia, le forze USA-NATO innescarono una guerra civile. L’obiettivo era quello di creare divisioni politiche ed etniche, che alla fine hanno portato alla dissoluzione di un intero paese. Questo obiettivo è stato raggiunto attraverso il finanziamento occulto e la formazione di eserciti armati paramilitari, prima in Bosnia (l’esercito bosniaco musulmano, 1991-95) e poi in Kosovo (Kosovo Liberation Army (UCK), 1998-1999). Sia in Kosovo che in Bosnia, la disinformazione dei media (comprese menzogne e invenzioni) è stata utilizzata a sostegno delle rivendicazioni di Stati Uniti ed Unione Europea, secondo cui il governo di Belgrado aveva commesso atrocità, con ciò giustificando un intervento militare per motivi umanitari.

Ironia della sorte, l’”Operazione Jugoslavia” è ora sulla bocca dei responsabili della politica estera degli Stati Uniti: il senatore Lieberman ha paragonato la situazione in Libia agli eventi nei Balcani negli anni ’90, quando disse che gli USA “intervennero per fermare un genocidio contro i bosniaci. E la prima cosa che abbiamo fatto è stata quello di fornir loro le armi per difendersi. Questo è ciò che penso si debba fare in Libia” (Clinton: US ready to aid to Libyan opposition – Associated Press, 27 febbraio 2011)

Lo scenario strategico sarebbe quello di sostenere la formazione e il riconoscimento di un governo ad interim nella provincia secessionista, al fine di spezzare il paese. Questa opzione è già in corso. L’invasione della Libia è già cominciata.

“Centinaia di consiglieri militari statunitensi, francesi e britannici sono arrivati in Cirenaica, la provincia orientale separatista della Libia [...]. I consiglieri, tra cui ufficiali dei servizi segreti, sono sbarcati da navi da guerra e da motovedette lanciamissili, nelle città costiere di Bengasi e Tobruk” (DEBKAfile, US military advisers in Cyrenaica, 25 febbraio 2011) Le forze speciali statunitensi e alleate sono sul terreno, in Libia orientale, fornendo sostegno segreto ai ribelli. Ciò è diventato evidente allorché dei commando inglesi delle forze speciali (SAS) sono stati arrestati nella regione di Bengasi. Agivano come consiglieri militari delle forze di opposizione:

“Otto commando delle forze speciali britanniche, in missione segreta per mettere dei diplomatici britannici in contatto con gli avversari principali del Col Muammar Gheddafi in Libia, sono finiti umiliati, dopo essere stati detenuti dalle forze ribelli nella parte orientale della Libia, riportava oggi The Sunday Times. Gli uomini, armati, ma in abiti civili, hanno sostenuto che erano lì per controllare se l’opposizione aveva bisogno di aiuto e offrirglielo” (Top UK commandos captured by rebel forces in Libya: Report, Indian Express, 6 marzo 2011)

Le forze SAS sono state arrestate mentre scortavano una “rappresentanza diplomatica” britannica, che era entrata illegalmente nel paese (senza dubbio da una nave da guerra britannica) per discussioni con i leader della ribellione. Il Foreign Office britannico ha riconosciuto che “un piccolo team di diplomatici britannici [era] stato inviato nella Libia orientale per avviare contatti con l’opposizione in rivolta“. (UK diplomatic team leaves Libya – World – CBC News, 6 marzo 2011).

Ironia della sorte, non solo le relazioni confermano l’intervento militare occidentale (tra cui alcune centinaia di forze speciali), ma anche riconoscono che la ribellione era fermamente contraria alla presenza illegale di truppe straniere sul suolo libico:

“L’intervento delle SAS ha fatto arrabbiare alcuni esponenti dell’opposizione libica, i quali hanno ordinato ai soldati di rinchiuderli in una base militare. Gli oppositori di Gheddafi temono che possa usare le prove dell’interferenza militare occidentale per avere il sostegno patriottico al suo regime“. (Reuters, 6 marzo 2011)

Il “diplomatico” britannico catturato con sette soldati delle forze speciali, era un membro dell’Intelligence inglese, un agente dell’MI6 in “missione segreta”. (The Sun, 7 marzo 2011)

Come confermato dalle dichiarazioni della NATO e degli Stati Uniti, sono state fornite armi alle forze di opposizione. Ci sono indizi, anche se finora nessuna prova evidente, che sono state consegnate armi agli insorti, già prima della repressione dei ribelli. Con ogni probabilità, i consiglieri militari e dell’intelligence USA-NATO erano presenti sul terreno, anche prima dell’insurrezione. Questo è stato il modello applicato in Kosovo: le forze speciali sostennero e addestrarono l”esercito di liberazione del Kosovo (UCK) nei mesi precedenti la campagna di bombardamenti e l’invasione della Jugoslavia del 1999.

Mentre si svolgono gli eventi, tuttavia, le forze del governo libiche hanno ripreso il controllo delle posizioni che erano state prese dai ribelli:

“La grande forza offensiva pro-Gheddafi lanciata [il 4 marzo] per strappare ai ribelli il controllo delle più importanti città e dei centri petroliferi della Libia, ha portato [il 5 marzo] alla riconquista della città chiave di Zawiya e della maggior parte delle città petrolifere del Golfo della Sirte. A Washington e a Londra, i discorsi per un intervento militare a fianco dell’opposizione libica, sono stati silenziati dalla consapevolezza che l’intelligence su entrambi i lati del conflitto libico, è troppo imprecisa, per servire come base del processo decisionale” (Debkafile, Qaddafi pushes rebels back. Obama names Libya intel panel, 5 marzo 2011)

Il movimento di opposizione è fortemente diviso sulla questione di un intervento straniero. La divisione è tra il movimento popolare, da un lato, e i “leader” dell’insurrezione armata supportati dagli Stati Uniti, che favoriscono l’intervento militare straniero su “basi umanitarie“. La maggioranza della popolazione libica, sia i sostenitori sia gli oppositori del regime, sono fermamente contrari a qualsiasi forma di intervento esterno.

Disinformazione dei Media

I grandi obiettivi strategici alla base della proposta invasione non sono menzionati dai media. A seguito della campagna ingannevole dei media, in cui le notizie sono state letteralmente fabbricate, senza riferire su quanto stava realmente accadendo sul terreno, un vasto settore dell’opinione pubblica internazionale ha accordato il suo convinto sostegno ad interventi stranieri, per motivi umanitari.

L’invasione è sul tavolo del Pentagono. E’ previsto che verrà effettuata indipendentemente dalle richieste del popolo della Libia, tra cui gli oppositori del regime, i quali hanno espresso la loro avversione all’intervento militare straniero in deroga alla sovranità della nazione.

Schieramento delle forze aeronavali

Se questo intervento militare si realizzasse, sfocerebbe in una guerra totale, una guerra lampo, che implicherebbe il bombardamento di obiettivi militari e civili. A tal proposito, il generale James Mattis, comandante del Comando Centrale Usa (USCENTCOM), ha lasciato intendere che la creazione di una “no fly zone” includerebbe de facto una campagna di bombardamento, puntando tra l’altro alla difesa aerea della Libia:

‘Sarebbe una operazione militare – non sarebbe giusto dire alla gente che si tratta di non far volare degli aeroplani.’ ‘Si dovrebbe eliminare la difesa aerea, al fine di istituire una no-fly zone, quindi non facciamoci illusioni’ (US general warns no-fly zone could lead to all-out war in Libya, Mail Online, 5 marzo 2011).

Una massiccia potenza navale USA e alleata ha preso posizione lungo le coste libiche. Il Pentagono sta muovendo le sue navi da guerra nel Mediterraneo. La portaerei USS Enterprise aveva attraversato il Canale di Suez pochi giorni dopo l’insurrezione (Enterprise.navy.mil).

Le navi da assalto anfibio statunitensi, USS Ponce e USS Kearsarge, sono state dispiegate nel Mediterraneo. 400 marines statunitensi sono stati inviati sull’isola greca di Creta “prima del loro impiego sulle navi da guerra al largo della Libia” (“Operation Libya”: US Marines on Crete for Libyan deployment, Times of Malta, 3 marzo 2011).

Nel frattempo Germania, Francia, Gran Bretagna, Canada e Italia sono in procinto di schierare navi da guerra lungo le coste libiche. La Germania ha dispiegato tre navi da guerra con il pretesto di assistere l’evacuazione dei profughi al confine libico-tunisino. “La Francia ha deciso di inviare la Mistral, la sua portaelicotteri che, secondo il Ministero della Difesa, contribuirà alla evacuazione di migliaia di egiziani” (Towards the Coasts of Libya: US, French and British Warships Enter the Mediterranean, Agenzia Giornalistica Italia, 3 marzo 2011)

Il Canada ha inviato (2 marzo) la Fregata HMCS Charlottetown. Nel frattempo, la 17.ma US Air Force, denominata US Air Force Africa e dislocata nella Air Force Base di Ramstein in Germania, assiste l’evacuazione dei rifugiati. Le strutture dell’aviazione USA-NATO in Gran Bretagna, Italia, Francia e Medio Oriente sono in standby.

Michel Chossudovsky
Fonte: http://globalresearch.ca
Link: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=23548
9.03.2011

Versione italiana:

Fonte: www.eurasia-rivista.org
Link: http://www.eurasia-rivista.org/8630/insurrezione-e-intervento-militare-accordo-usa-nato-sul-tentato-colpo-di-stato-in-libia
11.03.2011

Traduzione a cura di ALESSANDRO LATTANZIO

http://www.aurora03.da.ru

http://www.bollettinoaurora.da.ru

http://sitoaurora.xoom.it/wordpress/

Il giorno prima | Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano

La riforma della giustizia proposta da Berlusconi sembra fatta apposta per favorire i delinquenti e punire gli onesti. Non passerà.

Fonte: Il giorno prima | Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano.

Ecco il mio editoriale sulla riforma dell giustizia, tratto dalla puntata di ieri di Annozero.
Buona visione.

Guarda tutta la puntata

Il nostro tempo è adesso. Mobilitazione delle associazioni dei precari, Roma 9 aprile 2011 | Il Fatto Quotidiano

Sveglia! E’ questo il momento di cambiare, muoviamoci e cambiamo l’Italia!

Fonte: Il nostro tempo è adesso. Mobilitazione delle associazioni dei precari, Roma 9 aprile 2011 | Il Fatto Quotidiano.

Una generazione fatta di disoccupati, precari, sottopagati, troppo a lungo dipendenti dai genitori scenderà in piazza il 9 aprile, senza bandiere e senza partiti, al grido di: Il nostro tempo è adesso | la vita non aspetta, con una mobilitazione nazionale promossa da 14 giovani rappresentativi di altrettante reti sociali. L’invito a partecipare è rivolto a tutti, ma soprattutto a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli. Lo chiediamo a tutti quelli che hanno intenzione di riprendersi questo tempo, di scommettere sul presente ancor prima che sul futuro, e che hanno intenzione di farlo adesso.
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Flash mob – Roma, 17 marzo 2001
In occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia c’è chi non è stato invitato alla festa. Questo è il momento
giusto per ricordare che il Paese è anche nostro eppure ci esclude dal welfare, dal lavoro, dai diritti. Il 30% di disoccupazione giovanile (come certificato dall’Istat); i salari medi dei neolaureati italiani – 827 Euro al 2010 contro i 1120 Euro del 2008 (dati agenzia Bachelor) – l’assenza di misure di sostengo al reddito per i precari e per chi cerca lavoro, l’inadeguatezza delle politiche di diritto allo studio la dicono lunga: c’è chi è cittadino solo a metà.

L’appello

Non c’è più tempo per l’attesa. E’ il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente.

Siamo la grande risorsa di questo paese. Eppure questo paese ci tiene ai margini. Senza di noi decine di migliaia di imprese ed enti pubblici, università e studi professionali non saprebbero più a chi chiedere braccia e cervello e su chi scaricare i costi della crisi. Così il nostro paese ci spreme e ci spreca allo stesso tempo.

Siamo una generazione precaria: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita.

Non siamo più disposti a vivere in un paese così profondamente ingiusto. Lo spettacolo delle nostre vite inutilmente faticose, delle aspettative tradite, delle fughe all’estero per cercare opportunità e garanzie che in Italia non esistono, non è più tollerabile. Come non sono più tollerabili i privilegi e le disuguaglianze che rendono impossibile la liberazione delle tante potenzialità represse.

Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione, un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli.

Vogliamo tutto un altro paese. Non più schiavo di rendite, raccomandazioni e clientele. Pretendiamo un paese che permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare. Che investa sulla ricerca, che valorizzi i nostri talenti e la nostra motivazione, che sostenga economicamente chi perde il lavoro, chi lo cerca e chi non lo trova, chi vuole scommettere su idee nuove e ambiziose, chi vuole formarsi in autonomia. Vogliamo un paese che entri davvero in Europa.

Siamo stanchi di questa vita insostenibile, ma scegliamo di restare. Questo grido è un appello a tutti a scendere in piazza: a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli. Lo chiediamo a tutti quelli che hanno intenzione di riprendersi questo tempo, di scommettere sul presente ancor prima che sul futuro, e che hanno intenzione di farlo adesso.

ADERISCI

“Se tutti vorremo la verità sulle stragi, non potranno non darcela”

Fonte: “Se tutti vorremo la verità sulle stragi, non potranno non darcela”.

… Quanti eventi terroristici, quante vittime, quanti morti ammazzati che io oggi qui fortemente rappresento, hanno condizionato la riuscita della vera unità di questo paese?
E che cosa ha condizionato quella riuscita di vera unità se non la mancanza di VERITA’ sulle stragi, sul terrorismo che ha insanguinato il paese, sugli ammazzamenti della mafia, dal più grande al più piccolo?

Ha detto il Procuratore Ingroia insieme a tanti altri magistrati: “se tutti vorremo la verità sulle stragi del 1993, non potranno non darcela”.

Ed è questo il mio appello a tutti voi che siete qui, a tutti quelli a cui racconterete di ciò che avete ascoltato oggi, a tutti quelli che leggeranno, sentiranno: vogliate tutti la verità, vogliatela insieme a me, che sono una madre che piange i figli ma anche una donna che ha imparato ad essere una cittadina, una cittadina che si è stufata dei torti che non trovano giustizia, e che rappresenta un’associazione di vittime di mafia, quella mafia che si è fatta terrorista eversiva, quella mafia che ha massacrato tutti noi in via dei Georgofili per andare in Parlamento.

Grazie
Giovanna Maggiani Chelli

ComeDonChisciotte – ROGER WATERS: DOVE I GOVERNI SI RIFIUTANO DI AGIRE, DEVE FARLO LA GENTE

Fonte: ComeDonChisciotte – ROGER WATERS: DOVE I GOVERNI SI RIFIUTANO DI AGIRE, DEVE FARLO LA GENTE.

DI ROGER WATERS
silviacattori.net

Lettera da Roger Waters, fondatore dei Pink Floyd e sostenitore dei diritti dei Palestinesi, in appoggio all’iniziativa per l’attuazione del Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Nel 1980 scrissi una canzone, “Another Brick in the Wall Part 2“, che fu censurata dal governo sudafricano perché veniva usata dai bambini neri sudafricani in difesa del loro diritto ad una pari educazione. Quello stesso governo dell’apartheid aveva imposto un blocco culturale, per così dire, a certe canzoni, tra cui la mia.

Venticinque anni dopo, nel 2005, i bambini palestinesi che partecipavano ad un festival in Cisgiordania, usarono la canzone per protestare contro il muro dell’apartheid israeliano. Cantavano “We don’t need no occupation! We don’t need no racist wall!“. A quel tempo non avevo ancora visto con i miei occhi quello di cui cantavano quei bambini.

Un anno dopo, nel 2006, presi accordi per esibirmi a Tel Aviv.

I Palestinesi del movimento per il sostegno al boicottaggio culturale ed accademico contro Israele mi esortarono e riconsiderare l’ipotesi. Mi ero già espresso contro il muro, ma non ero convinto che un boicottaggio culturale fosse la strada giusta da percorrere. I Palestinesi a favore del boicottaggio mi proposero di visitare i territori palestinesi occupati, così che io potessi vedere il Muro, prima di prendere una decisione. E io accettai.

Visitai Gerusalemme e Betlemme, sotto la protezione dell’ONU. Ma niente avrebbe potuto prepararmi a quello che vidi quel giorno. Il Muro è una costruzione orribile da vedere. È sorvegliato da giovani soldati israeliani che trattarono me, un osservatore casuale proveniente da un altro mondo, con sprezzante aggressività. Se era stato così per me, uno straniero, un visitatore, figuriamoci come avrebbe potuto essere per i Palestinesi, per le classi più povere, per chi ha solo un lasciapassare. Capii allora che la mia coscienza non mi avrebbe permesso di voltare le spalle al muro, al destino dei Palestinesi che avevo incontrato, persone le cui vite sono schiacciate quotidianamente in mille modi dall’occupazione israeliana. Per solidarietà, benché da impotente, quel giorno scrissi sul muro “We don’t need no thought control.

Realizzando a quel punto che la mia tappa a Tel Aviv avrebbe involontariamente legittimato l’oppressione di cui ero stato testimone, cancellai il mio concerto allo stadio di Tel Aviv e lo spostai a Neve Shalom, una comunità agricola, dedita all’allevamento di pollame e anche, in modo ammirevole, alla cooperazione tra persone di diverse appartenenze religiose, dove Musulmani, Cristiani ed Ebrei vivono e lavorano fianco a fianco in armonia.

Contro ogni aspettativa, quello si sarebbe rivelato il più grande evento musicale nella breve storia di Israele. 60.000 fans affrontarono ingorghi e code in auto pur di assistere al concerto. È stato straordinariamente toccante per me e la mia band, e alla fine del concerto mi emozionai nell’esortare i giovani lì raccolti a chiedere al loro governo di fare uno sforzo affinché ci si avvicinasse a una risoluzione di pace con i propri vicini e affinché venissero rispettati i diritti civili dei Palestinesi residenti in Israele.

Purtroppo nel frattempo il governo israeliano non ha fatto alcuno tentativo per introdurre una legislazione che parificasse i diritti civili degli Arabi Israeliani a quelli goduti dagli Ebrei Israeliani, e il Muro si è alzato, inesorabilmente, annettendo illegalmente sempre più territori della Cisgiordania.

Quel giorno a Betlemme, nel 2006, ho avuto un assaggio di cosa significhi vivere sotto occupazione, imprigionato dietro un muro. Significa, per un contadino palestinese, guardare i secolari oliveti, sradicati. Significa che gli studenti palestinesi non possono raggiungere la loro scuola perché il check point è chiuso. Significa, per una donna, partorire in un’ auto, perché il soldato non la lascerà passare per raggiungere l’ospedale, che dista soli dieci minuti. Significa che un artista palestinese non può viaggiare all’estero per esibire le proprie opere, o per presentare un film ad un festival internazionale.

Per gli abitanti di Gaza, rinchiusi di fatto in una prigione, dietro la barriera illegale israeliana, vuol dire un’altra serie di ingiustizie. Vuol dire che i bambini vanno a letto affamati, molti di loro cronicamente malnutriti. Vuol dire che padri e madri, impossibilitati a lavorare in una economia decimata, non hanno i mezzi di sostentamento per mantenere le loro famiglie. Vuol dire, per gli studenti universitari in possesso di borse di studio per studiare all’estero, prendere in considerazione la possibilità di non far più ritorno al loro paese, perché non è loro permesso viaggiare.

A mio parere, l’abominevole e draconiano controllo che Israele esercita sui Palestinesi assediati a Gaza, e sui Palestinesi nella Cisgiordania occupata, unito al suo rifiuto di riconoscere il diritto ai rifugiati di far ritorno alle loro case in Israele, esige il massimo sostegno ai Palestinesi nella loro resistenza civile e non violenta, da parte di persone “imparziali” provenienti da tutto il mondo.

Dove i governi si rifiutano di agire, le persone devono farlo, attraverso qualunque mezzo pacifico a loro disposizione. Per qualcuno ciò ha significato unirsi alla Gaza Freedom March, per altri invece ha voluto dire unirsi alla Flottilla umanitaria che cercò di portare beni di prima necessità a Gaza.

Per me significa dichiarare la mia intenzione di essere solidale non solo con i Palestinesi, ma anche con le migliaia di Israeliani che non condividono le politiche colonialiste e razziste del loro governo, unendomi alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele finché almeno tre diritti umani basilari richiesti nella legislazione internazionale non saranno soddisfatti.

1.La fine dell’occupazione e della colonizzazione da parte degli Israeliani di tutti i territori Arabi (occupati dal 1967) e l’abbattimento del Muro.

2. Il riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini Arabo-Palestinesi di Israele per la piena uguaglianza.

3. Il rispetto, la protezione e la promozione dei diritti dei Palestinesi rifugiati affinché possano tornare alle loro case e alle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell’ONU.

La mia convinzione è nata nell’idea che tutte le persone meritino il riconoscimento dei diritti umanitari basilari. La mia non è una presa di posizione antisemita. Questo non è un attacco agli Israeliani. Questo è, tuttavia, un appello a unirsi al boicottaggio culturale, rivolto ai miei colleghi che lavorano nell’industria musicale, nonché agli artisti che operano in altri ambiti.

Gli artisti fecero bene a rifiutarsi di suonare nel villaggio di Sun City in Sud Africa fin tanto che l’apartheid non cadde e i bianchi e i neri poterono godere di eguali diritti. E noi siamo nel giusto rifiutandoci di suonare in Israele fino a quando arriverà il giorno – e sicuramente arriverà – in cui il Muro dell’occupazione cadrà e i Palestinesi vivranno a fianco agli Israeliani nella pace, libertà, giustizia e dignità che tutti loro meritano.

Roger waters, 25 Febbraio 2011

Titolo originale: “Roger Waters: “Where governments refuse to act, people must” “

Fonte: http://www.silviacattori.net
Link
28.02.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DIANA LORENZI

”Questo mafioso finanzio’ Berlusconi”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Questo mafioso finanzio’ Berlusconi”.

di Lirio Abbate – 18 marzo 2011
Si chiama Giovannello Greco, era un killer fedelissimo di Bontate. E secondo le accuse di Giovanni Brusca avrebbe prestato centinaia di milioni al Cavaliere. Uscito dal carcere, è ancora vivo, non si sa dove.

Decine di miliardi di vecchie lire: quello che negli anni Settanta era un vero tesoro, pari a centinaia di milioni di euro odierni. E’ l’investimento che una cordata di mafiosi palermitani avrebbe affidato allora a Silvio Berlusconi: denaro raccolto con i proventi del narcotraffico. In prima fila in questa operazione ci sarebbe stato Stefano Bontate. Assieme a lui, un pool di altri boss avrebbe consegnato pacchi di milioni di lire al fondatore dell’Edilnord. Boss sterminati nella spietata guerra lanciata dai killer corleonesi di Totò Riina all’inizio degli anni Ottanta. Tutti morti, tranne uno. Almeno a dare fiducia alle ultimissime dichiarazioni di Giovanni Brusca: uno dei presunti finanziatori di Berlusconi sarebbe ancora vivo. E libero, perché è anche l’unico mafioso che ha ottenuto la revisione del celebre maxiprocesso.

Il nome messo a verbale da Brusca lo scorso 25 novembre è quello di Giovannello Greco, un sopravvissuto: scampato alla strage corleonese, fuggito in Spagna, arrestato 16 anni dopo e poi tornato in libertà grazie alla revisione della condanna definitiva. A 14 anni dal suo arresto si è scoperto che Brusca aveva custodito nel silenzio molte conoscenze. A partire dalla storia del presunto tesoro mafioso affidato a Berlusconi.

Il racconto – scrive l’Espresso nel numero in edicola domani – messo nero su bianco negli ultimi mesi secondo gli inquirenti è importante perché descrive nel dettaglio tutti i tentativi da parte dei boss di recuperare il capitale consegnato all’imprenditore milanese.

Brusca sostiene che ogni anno il Cavaliere avrebbe pagato 600 milioni di lire ai finanziatori siciliani. Poi la guerra corleonese tra il 1981 e il 1982 ha falcidiato Bontate e il suo gruppo, facendo interrompere i rapporti.

Oggi Brusca ha fornito nuovi racconti sui boss che negli anni Settanta avrebbero puntato sul Cavaliere. Tra loro ci sarebbe stato Pietro Marchese, ucciso in carcere nel 1982. E soprattutto Giovannello Greco, un fedelissimo di Bontate, accusato di aver commesso numerosi omicidi: uno dei pochi uomini del padrino palermitano sopravvissuto alla mattanza corleonese. Brusca racconta come Greco riuscì a spiazzare i sicari di Riina con un’azione improvvisa: sarebbe piombato nell’abitazione del mafioso Gaetano Cinà, amico di Dell’Utri e in quel momento alleato dei corleonesi. «Giovannello Greco torna da dove si trovava e fa una specie di sorpresa a questo Cinà, per recuperare i soldi». Cinà, secondo Brusca, è l’uomo che all’epoca poteva arrivare direttamente al braccio destro del Cavaliere. E tramite questo canale sarebbe riuscito a farsi riconsegnare la sua quota dell’investimento. Fuggito dalla Sicilia dopo la morte del suo capomafia, Giovannello Greco è stato arrestato dopo 16 anni di latitanza a Ibiza e – dopo una lunga resistenza all’estradizione – ha poi accettato di tornare in carcere in Italia. Nel 2001 Gaetano Grado, un altro degli alleati di Bontate che secondo i pentiti frequentava Arcore, ha deciso di collaborare e si è autoaccusato dell’unico tentato omicidio per cui Greco era stato condannato nel maxiprocesso.

Su questa base Greco ha ottenuto la revisione della sentenza, con l’assoluzione riconosciuta dalla Corte d’appello di Catania. Dopo avere scontato un’altra pena per associazione mafiosa, oggi Giovannello è libero e vive lontano dalla Sicilia insieme alla moglie e alle figlie.

Tratto da:
espresso.repubblica.it

LA MAFIA IMPRENDITRICE – La fermata – Cadoinpiedi

LA MAFIA IMPRENDITRICE – La fermata – Cadoinpiedi.
Intervista a Paolo Biondani – 18 Marzo 2011
Imprenditori impauriti, ramificazioni politiche, business: è la ‘ndrangheta al Nord

La ‘ndrangheta non è più solo un problema meridionale. Recenti indagini hanno portato a galla rapporti molto forti fra i clan e l’imprenditoria lombarda. Abbiamo sentito Paolo Biondani, giornalista che ha redatto diverse inchieste sulla mafia a Milano.

Una delle tue ultime inchieste parla parla dei legami mafiosi con i poteri forti della Lombardia. Di cosa si tratta?

Penso che il problema della mafia economica sia il primo problema che abbiamo in Italia. Ci sono organizzazioni mafiose che gestiscono montagne di soldi e che sono diventate mafie imprenditoriali, organizzazioni criminali che riescono a avere rapporti forti con la politica e a agganciare personaggi chiave. Nell’ultima inchiesta abbiamo cercato di far vedere semplicemente, perché erano cose scoperte dai magistrati, già finite agli atti, già documentate, i rapporti tra alcuni personaggi fondamentali di quella macchina di potere che governa la Lombardia dal 1995 e che ha il suo emblema politico in Formigoni, e personaggi o arrestati o indagati o comunque compromessi con le associazioni mafiose, con l”ndrangheta in particolare.

Una mafia che punta tutto sul business e non spara più?

E’ sicuramente una mafia imprenditrice, quasi tutti gli arrestati sono imprenditori, sono imprenditori edili, hanno alcuni settori in cui sono monopolisti, il movimento terra, le ruspe che fanno gli scavi, perché questo permette di controllare il territorio. Poi hanno settori come i rifiuti, sono dentro anche nella restaurazione. Però non bisogna cadere neanche nell’equivoco opposto, pensare, illudersi, che a questo punto portano qui al Nord i soldi e non sparano più. Perché poter usare la violenza, le armi è un vantaggio competitivo troppo forte per spaventare i concorrenti, per eliminare i concorrenti, per vincere gli appalti. Per cui alla fine usano anche le armi, ci sono state guerre di mafia che poi erano guerre economiche, anche in Lombardia.

Si è sempre detto che l’omertà appartenesse agli imprenditori del Sud. E invece oggi anche i lombardi non denunciano. Perché?

Alcuni sicuramente per paura, l’ha denunciato pubblicamente il Procuratore aggiunto Ilda Boccassini che ha diretto queste indagini. Ci sono casi di imprenditori intercettati in quanto vittime di estorsioni e di usura, che al telefono con i loro familiari protestano, si lamentano, smadonnano proprio contro le organizzazioni mafiose. Poi, però, sentiti a verbale dicono di non avere mai subito minacce. Questo può succedere da una parte per paura ed è impressionante vedere che c’è paura di organizzazioni mafiose a Desio, in Brianza o a Corsico o a Buccinasco, alle porte di Milano. Ma c’è anche un discorso più complesso di convenienza economica. In fondo queste organizzazioni mafiose, come ha spiegato Saviano in Gomorra, fanno il lavoro sporco che conviene anche alle grandi imprese del Nord, per cui non è una questione di dire: calabresi o lombardi, la divisione è tra persone oneste e persone disoneste. I clan fanno il lavoro sporto ma “utile”, perché smaltire i rifiuti, fare una demolizione di un palazzo e smaltire l’amianto costa, quindi per la grande impresa del Nord che fa il grattacielo è un costo grosso. Se arrivano i mafiosi e invece di smaltirli regolarmente, li seppelliscono sottoterra inquinando e avvelenando le falde, l’impresa del Nord risparmia e quindi ha maggiori margini di profitto.

Dalle inchieste della Dda sono emersi legami fra clan e politici. Pare che la ‘ndrangheta abbia “adottato” quale consigliere regionale.

Non solo consiglieri regionali. Abbiamo scoperto che c’è un parlamentare potentissimo che si chiama Giancarlo Abelli, che è un ex democristiano legatissimo a Comunione e Liberazione, che ha ricevuto un sacco di voti, lo dicono tutti i mafiosi, proprio dalle cosche, oltretutto dopo aver incontrato alcuni di loro. Questo non vuol dire che Abelli è complice. Anzi, fino a prova contraria non lo è. Certo, però, che oggettivamente fa impressione vedere in Lombardia i clan mafiosi che votano un parlamentare ciellino.

E’ difficile, oggi, contrastare queste ramificazioni?

Sì, soprattutto se dovesse passare la legge vergognosa che stabilisce che praticamente non si possono più fare intercettazioni ambientali. Intercettazioni ambientali vuole dire le microspie nascoste nella macchina, in casa del mafioso. Senza di queste le inchieste non si sarebbero mai potute fare, vuole dire che i 300 arresti che ci hanno permesso di liberare intere zone della Lombardia dai mafiosi, non si sarebbero fatte e avremmo ancora qui i mafiosi. E’ vergognoso che ci sia una classe politica che l’unica cosa che sta pensando di fare per la giustizia, per i problemi dell’Italia è quella di togliere le armi ai poliziotti, invece che toglierle ai mafiosi.