Archivio Mensile: marzo 2011

Il bavaglio al nucleare

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il bavaglio al nucleare.

I nuclearisti hanno messo la sordina al Giappone. Per loro non è un problema, controllano televisioni e giornali, che hanno già declassato Fukushima nelle pagine interne. Nelle versioni on line è scivolato al terzo o quarto posto. Sedare, sopire, prendere per il culo con ritirate strategiche per arrivare al referendum in silenzio. In modo da non raggiungere il quorum. La Prestigiacomo, unico ministro dell’Ambiente nuclearista nel mondo, ha dettato la linea: “E’ finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate. Bisogna uscirne ma in maniera soft. Ora non dobbiamo fare nulla, si decide tra un mese.” Per queste persone le elezioni, e il potere che ne consegue, sono la priorità, non la salute dei nostri figli. Se ne devono andare.

LIBIA: LA VERGOGNA SENZA FINE DI NOI OCCIDENTE IN GUERRA

Fonte: ComeDonChisciotte – LIBIA: LA VERGOGNA SENZA FINE DI NOI OCCIDENTE IN GUERRA.

DI GIUSEPPE GENNA
carmillaonline.com

Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo “scatto d’orgoglio” che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l’Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall’erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l’entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E’ come fosse “firmato Diaz” e invece è “firmato Giorgio Napolitano” questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.

Con inusitata fantasia, tutta di marca Ansa, i maggiori quotidiani italiani on line hanno titolato che è “Pioggia di bombe sulla Libia”. Speravo di non leggere mai più, dopo i timori e tremori della mia pubertà condizionata dalla incertezza militare e geopolitica, il nome Cruise, se non negli annali di Scientology. Eppure eccoli di nuovo qui,i missili statunitensi, un centinaio, sempre di marca nordamericana, sempre la stessa solfa paratexana dell’esportazione della democrazia, quando l’evidenza denuncia la consistenza morale degli attori in gioco.

Anzitutto il Premio Nobel Per La Pace Barack Obama, questo eletto dagli svedesi, questa versione angosciante del Sir Bis di Mowgli, questo assassino che avrebbe pure origini africane, questo paladino della speranza che fa un discorso da illuminato al Cairo davanti a Mubarak pochi mesi prima di scaricarlo in quella che solamente gli ingenui entusiasti potevano salutare come “primavera”. Telecomandati da americani e francesi, i vertici militari di Egitto e Tunisi si sono mossi secondo direttiva. E lo spontaneismo, al solito, è stato virato contro la sincera volontà di masse enormi di popolo. Era stato predetto, qui, su Carmilla, grazie all’occhio di lince del compianto Sbancor, che entro la decade si sarebbe passati a una risistemazione geopolitica del Nord Africa e del medio Oriente. Dai sultanati più a est, dove si stanno muovendo rivolte ambiguissime, potrebbe nascere lo Stato-AlQaeda, come annunciava esuberante di colori la cartina Usa citata dallo stesso Sbancor. Mai però si sarebbe immaginato che, ad avallare una simile perversione politica, sarebbe stato questo Presidente che in due anni e mezzo ha già pareggiato il conto con Bush in fatto di sceriffato internazionale. La Cina dovrà andarsi a cercare il petrolio altrove, per il momento: era ora di agire e l’Occidente morente l’ha fatto. E lo ha fatto con una miopia inverosimile, oltre che vergognosa per il sangue che sta spargendo in questi drammatici minuti. E’ miope inseguire il petrolio nel momento in cui si sta per lanciare, come sostituto dello Shuttle, una nuova navetta che va a idrogeno.

La Francia è il secondo attore di questo affaire lurido e stagnante come i depositi di oro nero e cariato che stanno sotto le distese di sabbia libiche. E’ incredibile che, anche grazie all’intervento del filosofo del nulla Bernard-Henri Lévy, si dia appoggio a una unica fazione di una guerra civile di un Paese straniero, lanciando i valori e i missili della Marsigliese. La verità vera e ovvissima è che la Francia, così come la Gran Bretagna e la Germania, ha semplicemente interrato la presenza in quelle che non sono affatto le sue ex colonie africane: sono ancora propriamente le sue colonie. E che bella occasione sfruttare gli Stati Uniti per ampliare l’estensione del proprio dominio! Andare a prendere la Libia, considerata, non si sa perché, “territorio di conquista italiano”, quando da lustri è il contrario di ciò che accadde sotto Mussolini. Quanto contano le quote libiche in Fiat? E in Unicredit? E nella campagna elettorale dell’Ulteriore Nano a capo di una nazione europea? Questa “vittoria diplomatica” è, a nostro modesto parere, una delle macchie più ingiustificabili dai tempi dell’Algeria, per l’Eliseo.

Il terzo attore che brilla per indecenza, come già accennato, siamo noi: gli italiani, questa specie all’avanguardia di Fine Impero, gli spaghettari che condiscono col plasma altrui la loro pasta e le loro pastette. Non vorrei altro scrivere, poiché dispongo di un formidabile dialogo a distanza tra i paladini di quello che, nel 1994, fu battezzato come “il nuovo”, grazie a Tangentopoli, cioè la finta rivoluzione con cui l’Italia iniziò a praticare il piano di rinascita di Gelli: e cioè Bossi e Di Pietro. Saranno sufficienti le dichiarazioni di questi due emeriti paladini della sincerità a risultare più efficaci di qualunque commento:

Ha dichiarato Umerto Bossi:

«Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela. Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua. La sinistra sará contenta di quel che succede in Nordafrica perchè per loro conta solo portar qui un sacco di immigrati e dargli il voto. È questo l’unico modo che hanno per vincere le elezioni».Ha dichiarato Antonio Di Pietro:

«Bossi non ha fatto una dichiarazione ipocrita (“se bombardiamo la Libia ci porteranno via petrolio e gas e arriveranno immigrati a milioni”), ma nel merito fa un errore. Sul piano economico l’errore che fa Bossi è pensare che stando con Gheddafi un domani ci saranno ancora petrolio e gas. Ormai è partita la coalizione, bisogna giá pensare al dopo Gheddafi. Il “domani” e l’approvvigionamento delle materie prime dalla Libia sarà a disposizione di coloro che hanno aiutato la transizione, non di coloro che si sono messi contro. Fare parte della coalizione non crea problemi, semmai il contrario. Ma non deve essere questa – conclude – la ragione per la quale non andiamo in Libia, sarebbe ragione volgare».Non si tratta qui assolutamente di difendere un furbone vestito come se stesse recitando il Nabucco al teatro di Forlimpopoli. Che Gheddafi sia un criminale è patente dallo scorso secolo. Craxi e Andreotti gli salvarono la vita telefonandogli nel deserto un quarto d’ora prima che gli aerei di Reagan bombardassero la sua tenda da harem. Ciò fu interpretato patriottisticamente, quando era una servile delazione di un atto di killeraggio spietato.
Tuttavia è incredibile che si adducano le ragioni che si sono addotte all’ONU per intervenire in Libia, con la risoluzione-lampo. L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi.
La risoluzione dell’ONU è per ragione filologica ciò che attende questo vergognoso Occidente che muove guerra costantemente: il ri-scioglimento è la fine delle esistenze comode, dello stile di vita garantitoci a spese della vita altrui. La fine del crimine made in Usa & allies. Non ci si illuda che il crimine sia emendato dalla storia umana. Soltanto, non avrà più questo retrogusto da Stranamore.

Osserviamo con denunciante avvilimento uno dei penultimi sussulti di una civiltà al tramonto, che si crede Sansone e però prima fa morire tutti i filistei e poi continua a non crepare.
Ormai siamo tuttavie alle ultime. Che sia la rivoluzione dell’idrogeno, l’avvento di India e Brasile sul piano militare globale o una catastrofe ambientale poco importa. Ciò che accadrà farà sì che una situazione tragica qual è quella libica oggi si ripeta con altre modalità e altri attori.

Giuseppe Genna
Fonte: www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003839.html
21.03.2011

Prima che sia troppo tardi

Fonte: Prima che sia troppo tardi.

Usciamo dalla partita doppia dell’alternativa tra il tiranno libico che deve uscire di scena e i bombardieri «umanitari» della Nato. Diciamo chiaro quello che sta avvenendo. La decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, presa con cinque astensioni e dieci voti a favore – sotto pressione della Francia e della Gran Bretagna che torna in Medio oriente, e alla fine con i recalcitranti Stati uniti – è un intervento militare. Non devono esserci dubbi. Anche se è camuffata ancora una volta da intervento umanitario per «proteggere i civili» e anche se esclude, per ora, l’occupazione da terra.
La no-fly zone infatti, decisa senza alcun rapporto con Tripoli, deve essere per questo imposta, con i bombardamenti. In queste occasioni si preferisce dire che verranno usati obiettivi mirati e target «chirurgici». Con la possibilità cioè di nuove stragi di civili come è avvenuto in Iraq e in Afghanistan, come abbiamo visto nei Balcani. Abbiamo una serie infinita di prove di questa enorme menzogna.
Eppure dalla Russia e dalla Germania, paesi che si sono astenuti al Palazzo di Vetro, è stata espressa proprio questa preoccupazione, con l’inserimento all’ultimo momento della necessità, prima, di una dichiarazione di cessate il fuoco per entrambe le parti in conflitto. Non è un caso che ora la Germania motivi il suo rifiuto alla no-fly zone per i «considerevoli pericoli e rischi» che comporta. Pericoli e rischi confermati del resto dal fatto che, appena il cessate il fuoco è stato accettato a Tripoli, subito si è gridato al «bluff».
Ma non dobbiamo tacere nemmeno sulla necessità che Gheddafi esca davvero di scena. Lui, il suo regime che dura da troppo tempo e che è comunque andato in pezzi, i suoi deliri di onnipotenza le sue pesanti responsabilità rispetto alla degenerazione della crisi.
Da questo punto di vista tutto era ancora in gioco solo fino a dieci giorni fa. Era stata avanzata in sedi internazionali la possibilità di un esilio, per Gheddafi e la sua famiglia, con un salvacondotto verso un paese neutrale. Ma è stata avanzata, su insistenza degli Stati uniti che pure non riconoscono la Corte penale dei diritti umani, il deferimento a questo tribunale per «crimini di guerra» ancora tutti da provare. Nonostante l’insistenza di Fogh Rasmussen il segretario della Nato – che di vittime civili se ne intende – a denunciarli. Crimini che, insieme a troppa propaganda, ci sono certo stati e vanno puniti. Ma che, anche per il procuratore della Corte penale Moreno Ocampo, riguardano «tutte le parti in armi».
Così la possibilità che Gheddafi uscisse definitivamente di scena è andata persa. Ora tutto sembra finito in un vicolo cieco. Senza possibilità, se non quella di un bagno di sangue.
Perché al punto in cui stanno le cose, sembra che l’unico obiettivo rimasto sia l’attacco militare con i bombardamenti aerei. Dimenticando che alcuni degli apparecchi che stanno bombardando e uccidendo i civili e i ribelli in Libia sono gli stessi jet francesi venduti a Gheddafi proprio da Sarkozy, con una corte assidua capace di rifilargli aeroplani micidiali e tra i più cari al mondo.
Infine c’è l’ambiguità del governo italiano, fino a dieci giorni fa strenuo alleato di Gheddafi al quale chiedeva di «contenere» l’immigrazione del Maghreb relegando in nuovi campi di concentramento i disperati in fuga dalla miseria dell’Africa; e ora piattaforma di lancio dei raid aerei e del blocco navale militare. E forse nemmeno solo base, perché il dannunziano ministro della difesa Ignazio La Russa rivendica anche ai jet italiani il «diritto» di bombardare.
Mi chiedo se l’Italia sul piano storico si sente di ripetere a sessant’anni dagli avvenimenti del colonialismo, un attacco militare a un paese del quale ha già provocato la morte di 100mila persone, un ottavo della popolazione libica. Mi chiedo se ci arroghiamo davvero questa responsabilità. Per la memoria bisogna dire no. Ma anche per il presente.
Che triste epilogo sarebbe infatti per le primavere nel mondo arabo. Il segnale sarebbe quello del sangue e della repressione militare, come accade in Yemen, come è accaduto nel silenzio generale in questi giorni in Bahrein dove gli stessi paesi del Golfo fautori ora della no-fly zone sulla Libia, sono intervenuti militarmente a Manama per sostenere invece il «Gheddafi» locale.
Anche in queste ore, fino all’ultimo c’è ancora spazio per la mediazione di pace. La strada è quella del cessate il fuoco, come sembra emergere all’ultimo momento anche dalle parole del presidente Barack Obama alle prese ora con un altro conflitto armato che puzza troppo di petrolio. E insieme di un intervento di Osservatori dell’Onu sul campo che si frapponga e difenda le vite umane. Sennò vola davvero solo la guerra.

GREG PAGE, L’ UOMO CHE CONTROLLA IL CIBO DEL PIANETA

Fonte: ComeDonChisciotte – GREG PAGE, L’ UOMO CHE CONTROLLA IL CIBO DEL PIANETA.

FONTE: XLSEMANAL.FINANZAS.COM

Ha 59 anni e non concede mai interviste. Sicuramente il suo nome e quello della sua impresa non vi dicono niente. Eppure nelle sue mani passano la gran parte degli alimenti che riuscite a immaginare. Cargill è una delle quattro compagnie che controllano il 70% del commercio mondiale del cibo. Mentre il mondo affronta la più grande crisi alimentaria da decenni, loro fanno cassa “leggendo i mercati”….. Funziona così.

Voi non lo sapete, ma il pane della vostra colazione è una merce con più valore del petrolio. La farina con cui è fatto si chiama Cargill. Vi dice qualcosa? E si chiama Cargill anche il grasso del burro che spalmate sul pane e il glucosio della marmellata.

Nella foto: Greg Page, amministratore delegato della Cargill fotografato nel quartier generale della società a Minnetonka, Minnesota

Cargill è il mangime che ha ingrassato la vacca da latte e la gallina che ha fatto le uova che friggiamo in padella. Cargill è il chicco di caffè e il seme di cacao; la fibra dei biscotti e l’olio di soia. Il dolcificante delle bibite, la carne dell’hamburger, la farina della pasta? Cargil. E il mais dei nachos, il girasole dell’olio, il fosfato dei fertilizzanti…? E l’amido che le industrie del petrolio raffinano per convertirlo in etanolo e mescolarlo alla benzina? Indovinate.

Non cercate marche o etichette; non le troverete. Cargill ha attraversato la storia in punta di piedi. Com’è possibile che un’impresa fondata nel 1865, con 131.000 impiegati divisi in 67 paesi, con un fatturato annuo di 120.000 milioni di dollari, quattro volte quello di Coca-Cola e cinque quello di McDonald sia così sconosciuta? Come si spiega che una compagnia così gigantesca, con conti che superano l’economia del Kuwait, del Perù e di altri 80 paesi, sia passata inosservata? In parte perché è un’impresa familiare. Sì, i numeri stupiscono, ma Cargill non è quotata in borsa e non deve dar conto a nessuno. I soci sono uno sciame di discendenti dei fondatori, i fratelli William e Samuel Cargill, contadini dello Iowa che crearono un impero nel XIX secolo grazie a un silos di cereali collegato alla via ferroviaria in un paesino della prateria che non esisteva sulla cartina. Più tardi, un cognato – John MacMillan – prese le redini e per decenni, i Cargill e i MacMillan aggiunsero silos di grano, mulini, mine di sale, macelli e una flotta di navi mercantili. Oggi, circa 80 discendenti si suddividono i ricavati e giocano a golf. Di loro si sa poco, salvo che nelle feste gli uomini portano gonne scozzesi per onorare gli antenati. E che sette siedono nel consiglio d’amministrazione e sono nella lista Forbes dei più ricchi del pianeta, con fortune che si aggirano attorno ai 7000 milioni ciascuno. Il presidente della compagnia è Greg Page, un tipo flemmatico a cui piace dire, con lentezza, che Cargill si dedica “alla commercializzazione della fotosintesi”.

In realtà c’è poco da scherzare. Quest’anno i prezzi degli alimenti di base sono aumentati in modo vertiginoso: il grano l’80%, il mais 63, e il riso, quasi il 10; i tre cereali che danno d mangiare all’umanità. Sono massimi storici, avverte la FAO, maggiori dei prezzi che nel 2008 causarono rivolte in 40 paesi e condannarono alla fame 130 milioni di persone. E i prezzi continueranno ad aumentare, pronostica il Financial Times. “Il prezzo dei cereali è critico per la sicurezza alimentare perché è l’elemento di base dei paesi poveri. Se i prezzi continuano a crescere ci saranno altre rivolte”.

Le cause sono molteplici. Un insieme di siccità, cattivi raccolti e speculazioni. A guadagnarci sono in pochi. E tra loro ci sono le mastodontiche imprese che controllano il commercio mondiale dei cereali. Cargill ha triplicato i benefici nell’ultimo semestre e i suoi guadagni superano i 4000 milioni di dollari, record raggiunto nel 2008 nel pieno della crisi alimentare. La compagnia aveva scommesso che la siccità in Russia, uno dei grandi produttori mondiali, avrebbe obbligato Vladimir Putin a proibire le esportazioni per assicurare il consumo interno. E indovinò. “Abbiamo fatto un buon lavoro leggendo i mercati e abbiamo reagito rapidamente”, spiegò un portavoce di Cargill. In cosa consiste la reazione? Si tratta, essenzialmente, di giocare al Monopoli, comprando i raccolti nel mercato del futuro, cioè prima che sia piantato un solo seme, e di venderli poi in un posto o l’altro del pianeta, là dove risulti più proficuo..

Fonte: http://xlsemanal.finanzas.com
Link: http://xlsemanal.finanzas.com/web/articulo.php?id=66619&id_edicion=6127
7.03.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.oreg a cura di MARIO SEI

No all’intervento militare contro la Libia

Eh no, l’Italia si è buttata in un’altra guerra. Adesso basta. L’Italia ripudia la guerra. Avrà pure un senso la costituzione. Ci dobbiamo ribellare, sveglia gente!!!

Fonte: Antimafia Duemila – No all’intervento militare contro la Libia.

di Giulietto Chiesa – 18 marzo 2011
Mi proponevo di scadenzare i miei interventi a ritmi più lunghi, ma la crisi mondiale galoppa a tale velocità che non si può restare indietro.
Poiché temo che siamo alla vigilia di una guerra, questa volta alle nostre porte, ritengo mio dovere dire cosa sta succedendo.

Lo faccio non da solo, ma insieme ad altre persone che stimo. Forse contiamo poco, ma, per quel poco, abbiamo deciso di far sentire la nostra voce. Per un dovere non solo politico ma soprattutto morale. Noi non usiamo due pesi e due misure. E ricordiamo, per esempio, il silenzio che accompagnò l’eccidio dei palestinesi della striscia di Gaza. Allora nessuno gridò all’intervento militare contro i massacratori e contro uno stato sovrano quale Gaza era già divenuto.
Adesso ci risiamo con gl’interventi “umanitari”. Stare zitti non si può. Quello che segue è il parere comune di un gruppo di privati cittadini. Altri, se vorranno, potranno aggiungersi.

Dopo il voto, inaccettabile, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha autorizzato, insieme alla no-flight zone, il ricorso a “tutte le misure necessarie” (di fatto il via libera ai bombardamenti), si moltiplicano le notizie di un imminente intervento militare anglo-francese (con una misera foglia di fico araba) sulla Libia.
Noi, che siamo cittadini di un paese che porta responsabilità grandi per la situazione che storicamente si è creata in Libia, ci dichiariamo disponibili a sostenere ogni azione legittima che contribuisca a fermare lo spargimento di sangue e a trovare una soluzione politica alla crisi, mentre dichiariamo la nostra ferma contrarietà ad ogni azione bellica condotta dall’esterno contro un paese sovrano.
Quale che sia il regime, quale l’ordinamento che lo regge, la Libia resta un paese sovrano. Un paese diviso, in preda a una guerra civile assai grave, che ha già prodotto migliaia di vittime, ma non vi sono tribunali esterni, tanto meno armati, che potranno sciogliere legittimamente i nodi che vi si sono aggrovigliati. Non c’è alcuna legittimità in questa impresa, se verrà tentata.
L’obiettivo dei sostenitori dell’intervento è consegnare la Libia a un partner affidabile in qualità di fornitore di materie prime energetiche.
Sappiamo già che la no-flight zone sarà presa come pretesto per bombardamenti, come al solito “chirurgici”, di cui altri morti, militari e civili, saranno il prezzo che il popolo libico dovrà pagare.
Ironia della sorte, toccherà di nuovo a Francia e Inghilterra il ruolo infausto che assunsero nella lontana crisi di Suez. Allora agirono apertamente nel loro interesse. Oggi fingono di farlo per “ragioni umanitarie”.

Marino Badiale, Maria Bonafede, Gennaro Carotenuto, Angelo Del Boca, Tommaso Di Francesco, Giulietto Chiesa, Massimo Fini, Maurizio Pallante, Fernando Rossi, Alex Zanotelli.

Blog di Beppe Grillo – Nucleare: siamo in guerra!

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Nucleare: siamo in guerra!.

Beppe Grillo – Quella lì che sta parlando in televisione non è l’Italia, sono dei morti, noi da vivi nel 1987 avevamo detto di no, i morti continuano a parlare. Sento dei discorsi di questa gente, dei morti che sono i Veronesi, i Fini, i Casini, questa Prestigiacomo è l’unico Ministro dell’ambiente al mondo che sta parlando a favore di questa tecnologia, l’unico al mondo, la Germania si è fermata, la Svizzera ci sta pensando, il Belgio anche, l’Australia che ha quasi il 30% delle miniere di uranio…
Annozero – Quali sono le ragioni del rilancio del nucleare in Italia? Perché?
Beppe Grillo – Per soldi, noi facciamo 5 centrali, vogliamo fare 5 centrali nucleari in Francia perché la Francia ha 511 miliardi di Euro del nostro debito, noi gli abbiamo venduto il debito e tu sai benissimo che quando vendi il debito a una persona, questa persona diventa padrone della tua vita, noi abbiamo svenduto, cari signori, sovranità popolare attraverso il debito, 511 miliardi di debito in cambio di 4, 5 centrali fatte qua. Questa energia elettrica viene usata per fare edifici che disperdono il 70% dell’energia, potremmo addirittura fare edifici che fanno energia, la fanno in più, allora creare una rete di energia, questa è l’intelligenza, non serve fare il nucleare, l’intelligenza è l’energia del futuro, è l’intelligenza, i cittadini fanno l’energia, se la comunicano e se la passano, faccio un 1 chilowatt in più, lo passo al mio vicino di casa che la compra, la vende, ce la compriamo e ce la vendiamo noi, come Internet.
Annozero- Però quello che le dicono i filonuclearisti è: in Italia saranno costruite centrali di terza generazione e i rischi saranno limitati.
Beppe Grillo – Ma cosa sono le parole? Terza generazione, quarta generazione? Ma se non siamo neanche riusciti a fare un piano di evacuazione per L’Aquila e c’erano tutti gli strumenti per poterlo fare, perché c’erano le previsioni, i terremoti prima e tutto! Questo nucleare è solo cemento, pile, cemento a debito perché la ragione è il debito che abbiamo con i francesi, e scambiamo salute, futuro dei miei figli con un debito, preferisco che questo Paese fallisca piuttosto che scambi il fallimento contro 5 centrali nucleari! Fine, basta, vi posso dimostrare domani mattina che si può fare un edificio a 3.500 metri su un ghiacciaio come hanno fatto gli svizzeri, il Politecnico di Zurigo, solo con l’energia solare, un edificio di 8 piani, con 128 posti letto, con l’acqua calda, con la temperatura di 20°, con 30° sotto zero, solo con energia solare a 3.500 metri sul ghiacciaio del Monte Rosa, va bene? In 35 giorni!
Voi non sapete niente, vi dovete informare, avete il dovere di informarvi su questa cosa e dovete avere il dovere di scendere in piazza e cominciare a prepararvi a protestare formalmente per voi, per i vostri figli! Qui siamo in guerra, nessuno può essere esente, anche voi giornalisti, cari signori, che fate i pennivendoli, con sto cazzo di nocciolo che si scioglie, stanno morendo migliaia di persone, moriranno ancora migliaia di persone, la maggior parte di persone che moriranno, che sono morte, devono ancora morire quelli di in Chernobyl, il picco di mortalità deve ancora esserci, abbiamo qualcosa che non riusciamo a controllare e li mettiamo in mano a chi? Ai Tronchetti Provera? A chi? A questa gente? Ma li avete visti chi sono? E Caltagirone, Ligresti chi sono? Questa gentaglia di sinistra, di destra che fanno il nucleare pulito, sicuro di quarta generazione, prendete, tenete i filmati, saranno per i nostri nipoti, i filmati di questa gente, li dobbiamo tenere, perché tra un anno, due anni, tre anni li andremo a rivedere e allora capiremmo con chi abbiamo avuto a che fare! Siamo gli unici oggi al mondo insieme alla Turchia a Erdogan, Berlusconi e Erdogan che vogliono costruire centrali nucleari, gli unici al mondo! Questa è gente malata di mente, sono malati di mente! Non sanno cos’è una pompa di calore, non sanno cos’è il geotermico, l’eolico, è chiaro che bisogna fare una politica dell’energia, perché non puoi dare al mercato le sovvenzioni così a pioggia, chi li prende? Li prendono i petrolieri, Garrone li prende, i Moratti, l’Enel, l’Edf, chi è che prende i… e io pago il 7% in più della mia bolletta per finanziare Garrone? Ma stiamo scherzando? Pago il 7% in più nella bolletta per finanziare il mio vicino di casa!
Annozero – Anche il Ministro delegato della Enel Conti ha detto “Ma non si può tornare indietro”.
Beppe Grillo – Ma devi smetterla! Ma devi smetterla! Sono andato a Vienna, mi hanno chiamato me a parlare delle vostre cazzo di centrali, me avete fatto in Slovacchia, l’Enel con i miei soldi, con i tuoi soldi va a finanziare due centrali nucleari in Slovacchia degli anni 70, pre – Chernobyl e le rimette a posto, a 40 chilometri dal confine austriaco . Basta! Questa è una guerra! Mettetevi in condizioni di dire: “Questa è una guerra!”, se sono parole forti me ne sbatto i coglioni, dovete andare a fare in culo, tu Berlusconi, tutta questa gente vergognosa e non dovete andare via per il Bunga Bunga, non me ne frega un cazzo del vostro Bunga Bunga, ve ne dovete andare via perché siete contro la società, siete contro il progresso e contro il futuro di questo Paese! La gente è contro, le regioni sono contro, dove fanno a farlo in nucleare? Dove? Con l’esercito? Ma basta dell’esercito, Giannini per favore sei il Generale, fermali tu! Ma è possibile? Vanno a fare le cose contro la volontà? Ma allora che democrazia è? Allora non accetto più nessuna legge da questa gente, non accetto più nulla da questa gente che ha escluso i cittadini da qualsiasi tipo di intervento, ho detto la mia, sul nucleare fate il nucleare, dico la mia sull’acqua che non voglio sia privatizzata me la volete privatizzare, vado a filmare una … faccio 350 mila firme per togliere i criminali dal Parlamento condannati due legislature, il voto di preferenza delle elezioni, le mettete in un cassetto, dove cazzo è andato a finire il cittadino? Con chi ha i rapporti il cittadino? Con un poliziotto antisommossa? E’ questo che volete? E’ finito il nucleare, è finito e lo faremo finire il 12 e il 13 giugno, lo faremo finire, fosse l’ultima cosa che faccio perché ho dei figli e voi mi state puntando una pistola oltre a me, sulla tempia dei miei figli, finito!

Ps: Le “Facce da nucleare” dell’opposizione che si sono assentate alla votazione per l’accorpamento del referendum con le elezioni amministrative sono: Capano, Cimadoro, Ciriello, D’Antona, Farina, Fassino, Fedi, Gozi, Madia, Mastromauro, Porcino, Samperi.
- Scarica il volantino delle “Facce da nucleare” e diffondilo
- Partecipa a “Spegni il nucleare” su FB

Antonio Di Pietro: L’urlo degli italiani

Fonte: Antonio Di Pietro: L’urlo degli italiani.

Domani alle 14.30 a Roma, in piazza Navona (guarda il programma), apriremo la campagna referendaria per cancellare la legge sul legittimo impedimento, uno scudo giudiziario ad personam per Silvio Berlusconi, e per abolire le norme che permettono al governo di tradire la volontà popolare, riaprendo le centrali nucleari bocciate dal referendum del 1987. Il pomeriggio sarà trasmesso in diretta sul canale 872 di Sky e in streaming sul blog e su www.italiadeivalori.it.

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L’Italia dei Valori ha raccolto due milioni di firme per ripristinare il principio per cui la legge è uguale per tutti e per consentire ai cittadini di decidere loro se vogliono correre il rischio di una catastrofe come quella che si sta verificando a Fukushima in cambio di un’energia obsoleta e che costa moltissimo come quella nucleare.

L’Idv è impegnata al 100% anche sul fronte degli altri due referendum, quelli che chiedono ai cittadini se vogliono che l’acqua resti un bene comune a disposizione di tutti oppure se vogliono privatizzarla e farla diventare un bene di mercato da mettere in vendita, promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Sul palco insieme a noi dell’Italia dei Valori ci saranno anche esponenti della cultura, dello spettacolo e della ricerca, così come politici di altri partiti: perché noi abbiamo sì raccolto le firme, ma il referendum non è “nostro”. E’ di tutti i cittadini che credono nella uguaglianza di fronte alla legge e che non vogliono il nucleare. Non c’è bisogno di essere dell’Italia dei Valori o del centrosinistra per credere che quando la legge non è uguale per tutti non si può più parlare di democrazia, o per contrastare una follia come il tornare al nucleare proprio quando tutti stanno pensando di abbandonarlo.

Spero che in piazza Navona ci siano moltissime persone, e sono convinto che sarà così. Solo una grande mobilitazione dal basso potrà contrastare la strategia delle disinformazione e il muro di silenzio col quale i governo e i suoi molti servitori sperano di contrastare slealmente e alla faccia della democrazia i referendum. Ma la mobilitazione è fondamentale anche per impedire che il governo provi a uscire dal vicolo cieco in cui si è infilato col ritorno al nucleare con un ennesimo trucchetto.

Non ci vuole molto a capire cosa sta succedendo. Fino a due giorni fa i ministri Romano e Prestigiacomo erano pronti a mordere chiunque gli chiedesse di fermarsi un attimo a riflettere invece di continuare a correre verso il burrone come cavalli ciechi.
All’improvviso tutto è cambiato. All’improvviso tutti questi signori vogliono riflettere e prendere un po’ di tempo. Tutti spiegano di essere preoccupati per la sicurezza dei cittadini mentre fino a ieri giuravano che non c’era nessunissimo problema. Se avessero davvero aperto gli occhi e cambiato idea, noi saremmo i primi a esserne felici. Ma non credo che sia così. E’ stata proprio la ministra Prestigiacomo a svelare involontariamente il gioco: si è fatta pizzicare mentre diceva che bisogna mollare il nucleare sennò si perdono le elezioni.

Però quello che pensano di fare non è ritirare la legge e rinunciare al loro folle progetto, ma solo bloccare tutto per un po’, in modo da far passare la nottata e scavallare il referendum per poi ricominciare come prima.
Sarebbe l’ennesima presa in giro e noi dobbiamo fare capire a Berlusconi, già da domani in piazza Navona, e al suo governo che gli italiani si sono stufati di essere presi in giro. Per evitare il referendum sulle centrali nucleari c’è solo un modo limpido onesto e trasparente: ritirare definitivamente la legge. Seppellire di nuovo e una volta per tutte il nucleare in Italia.

Antonio Di Pietro: L’energia rock

Fonte: Antonio Di Pietro: L’energia rock.

Quello che sta succedendo a Fukushima fa paura a tutto il mondo. Il presidente Obama dice apertamente che bisogna riflettere sull’opzione nucleare, tutti gli Stati europei a cominciare dalla Germania hanno sospeso la produzione di energia nucleare in molte centrali. Il commissario europeo all’Energia Oettinger ha parlato di “apocalisse” e di “situazione del tutto fuori controllo”.
La paura non deve mai essere strumentalizzata, però la sana paura è una cosa importante perché evita di farci finire nel burrone: è la pura di finire nel burrone che ti impone di guidare bene la macchina. Ci sono dei disastri naturali di fronte ai quali “resisti non potest”. Con un terremoto o uno tsunami non c’è nulla da fare. Ci sono invece delle scelte dell’uomo a proposito delle quali si deve valutare se il gioco vale la candela.
Io non discuto sul fatto che in passato si è pensato di poter trovare grazie alle centrali nucleari l’energia necessaria. Ma oggi, dopo tutto quel che è accaduto e sta accadendo, dopo che il tecnologico Giappone si è trovato a dover fronteggiare una realtà così disastrosa, ci dobbiamo chiedere se investire nelle energie alternative, come l’eolico e il solare, non convenga di più.

Si spende di meno, si fanno lavorare molte persone in più, si produce la stessa energia e soprattutto non si mettono a rischio la salute e l’ambiente. Noi parliamo sempre di quei vent’anni di funzionamento delle centrali, ma poi ci sono ventimila anni, o centomila anni, in cui non sappiamo dove mettere le scorie.
Ci viene detto che tanto ci sono già le centrali francesi al confine con il Piemonte. Ma non è che siccome di là hanno fatto una scelta che oggi può essere rivista, dobbiamo farla adesso anche noi. Quando tutti si interrogano se debba o meno essere mantenuta la scelta nucleare, penso che l’Italia debba fermarsi.
Come ha detto ieri Angela Merkel, secondo il piano energetico della Germania nei prossimi trent’anni si raggiungerà l’80% dell’energia prodotto dalle energie alternative, soprattutto il solare e l’eolico. Chi decine di anni fa ha costruito le centrali lo ha fatto perché quella era l’energia di allora. La “tecnologia rock” di oggi, tanto per usare le parole di Adriano Celentano, va verso l’uso di altre materie prime e fonti energetiche: il sole e l’aria, di cui l’Italia è ricchissima a differenza dell’uranio.

Queste cose noi non le diciamo certo per una forma di sciacallaggio. L’Italia dei valori ha raccolto le firme contro il nucleare l’anno scorso, non dopo quel che è successo in Giappone. Oggi dobbiamo dire ai cittadini che saranno chiamati alle urne, probabilmente il 12 giugno, che ci rimettiamo alla loro scelta. Col voto non si dice se si sta dalla parte dell’Italia dei valori o contro: si dice se si vogliono le centrali nucleari o no. L’energia nucleare non è né di destra né di sinistra. Quello che bisogna vedere è solo se è una scelta che conviene oppure no. Sono gli italiani che devono decidere se vogliono rischiare oppure no!
A differenza di quello che racconta Berlusconi, non è stata la sinstra a bloccare il nucleare nel 1987. E’ stato un referendum popolare. E’ stata la grande maggioranza dei cittadini italiani, più dell’80%, e quando un popolo viene chiamato a votare col referendum deve essere rispettato.
Tra poche settimane, di nuovo, saranno gli italiani a decidere sul loro futuro perché il referendum, aldilà del burocratese chiede di esprimersi su questa domanda: “Volete voi che per avere energia sufficiente per le nostre case e le nostre fabbriche si utilizzino le centrali nucleari o volete aumentare l’uso di risorse energetiche come l’eolico e il solare?”.
Saranno i cittadini a scegliere, come si usa in democrazia, e io rispetterò la loro scelta qualunque essa sia. Però è necessario che a questo come agli altri referendum, quelli sull’acqua pubblica promosso dai comitati e dai movimenti, e quello sul legittimo impedimento che chiede agli italiani se tutti devono essere uguali di fronte alla legge oppure no, gli italiani arrivino avendo avuto tutte le informazioni necessarie per fare la loro scelta. La partita deve essere leale, e non giocata coi colpi bassi della disinformazione o con i trucchetti sulla data del referendum.

A questo servirà la campagna elettorale che sarà aperta sabato, 19 marzo alle 14,30 in piazza Navona a Roma: a fare in modo che i referendum siano una prova di democrazia vera e registrino sul serio la volontà degli italiani, non l’abilità dei giocolieri e dei bari che siedono al governo.

SIAMO PROPRIO SICURI CHE QUESTI TERREMOTI E TSUNAMI SIANO DI ORIGINE NATURALE ?

Strana sequenza di coincidenze…

Fonte: ComeDonChisciotte – SIAMO PROPRIO SICURI CHE QUESTI TERREMOTI E TSUNAMI SIANO DI ORIGINE NATURALE ?.

DI ROBERTO QUAGLIA
roberto.info

Vincere alla lotteria è perfettamente possibile. Purché non avvenga tutti i giorni. Se qualcuno inizia a vincere alla lotteria troppo spesso giustamente ci insospettiamo e ci viene naturale chiederci se il gioco non sia in qualche modo truccato. Di solito lo è. Per i casi banali ci pensa Striscia la Notizia a fare luce. Per quelli più seri, mi sa che dobbiamo arrangiarci. La stessa cosa dovremmo infatti chiedercela quando la lotteria in oggetto è quella che non vorremmo vincere mai: la lotteria della catastrofi. Le grandi catastrofi sono rare, ed il loro verificarsi può venire paragonato alla vincita ad una lotteria, ad una grande lotteria negativa, la lotteria della sfiga massima. E non si può non notare che, da qualche tempo, di questa sgradevole lotteria ci sono in giro un po’ troppi biglietti vincenti.

Vi ricordate di avere mai sentito parlare di tsunami prima del film americano “The day after tomorrow”? Personalmente, nell’intero arco della mia vita non ricordo uno tsunami degno di nota fino a qualche anno fa. Ad essere sinceri non conoscevo neppure il vocabolo e, se fate un breve esame di coscienza, vi renderete conto che neppure voi sapevate di questa parola sino a qualche anno fa. Così rari da non essere neppure degni di menzione, all’atto pratico gli tsunami non esistevano proprio. Era l’ultima delle cose di cui preoccuparsi. Entità mitologiche che avvenivano più di rado che una volta ogni morte di papa.

Poi è uscito il film di Roland Emmerich, che mostrava uno tsunami sommergere New York, e da quel momento lo tsunami è entrato a pieno titolo nell’immaginario di tutti noi. Sfortunatamente, è per coincidenza entrato contemporaneamente anche nell’immaginario di Mamma Natura – quasi che Mamma Natura abbia un rapporto privilegiato con Hollywood – tanto che di punto in bianco Mamma Natura ha iniziato ad infliggerci uno tsunami dopo l’altro. Sembra quasi che Hollywood e Mamma Natura si siano messi d’accordo per farci fessi. Speriamo che non vadano anche a letto insieme. Tutto sommato, siamo un po’ tutti gelosi di Mamma Natura e ci dispiacerebbe scoprire che alle nostre spalle se la fa con Hollywood. Anche perché quello che succede alle nostre spalle rischia sempre di ficcarcisi prima o poi nel didietro.

A dicembre 2004 lo tsunami da oltre 200 mila morti nell’Oceano Indiano. A Luglio 2006 uno tsunami più modesto a Java. Piccolo tsunami anche a settembre 2007 in Indonesia, notevole tsunami a Samoa a settembre 2009, discreto tsunami senza vittime vicino al Giappone a dicembre 2010 ed infine il super tsunami in Giappone del marzo 2011. Qualche benpensante magari sbotterà: Ma andiamo, probabilmente c’erano anche prima gli tsunami, è solo che i giornali non ne parlavano!

Macché!

Guardando i grafici che mostrano frequenza, intensità e gravità dei fenomeni sismici nel tempo nel mondo, scopriamo che negli ultimi anni i terremoti con effetti importanti sono aumentati in modo a dir poco incredibile. I grafici sono completamente sconcertanti.

Grafico della potenza totale dei terremoti superiori ai 6 Gradi Richter negli ultimi decenni

Grafico dei terremoti devastanti e mortali fra i 6 e gli 8 Gradi Richter nell’ultimo secolo.
Qui lo vedi più grosso.

Si noti che i cosiddetti scienziati si guardano bene dallo spiegare in modo convincente questa incredibile modifica nel comportamento di Madre Natura. Il che diventa immediatamente comprensibile nell’eventualità che spiegare questa anomalia ti faccia naufragare la tua carriera. Abbiamo già visto per i fatti dell’11 settembre gli scienziati amanti della propria carriera darsi in pasto al lato osculo della scienza.

Mandati gli scienziati inadempienti a quel paese, ci tocca una volta di più provare ad iniziare a pensare finalmente con le nostre teste. O per lo meno con l’ausilio di teste che non se la facciano sotto all’idea di rovinarsi la carriera.

In occasione del terremoto che ha raso al suolo Haiti a gennaio del 2010, il presidente venezuelano Hugo Chavez ha dichiarato che il terremoto sarebbe stato provocato da un’arma sismica statunitense. L’informazione gli sarebbe giunta da fonti militari russe. Fantascienza? Sta di fatto che gli americani al momento del terremoto di Haiti stavano effettuando un’esercitazione militare per un intervento umanitario da effettuarsi ad Haiti in caso di catastrofe naturale. Invadere quindi Haiti per recare i propri “aiuti” è stato quindi molto semplice, tutte le forze erano già schierate. Per colmo di coincidenza, la stessa identica cosa era accaduta in occasione del terribile tsunami del 2004 nell’Oceano Indiano. Pure là erano già pronti ad intervenire. Tutto ciò suona sospetto, ma ancora non prova nulla.

Già da parecchi anni si vocifera in rete che terremoti artificiali ed altre modificazioni climatiche sarebbero da ascriversi ad una misteriosa stazione scientifico-militare americana sita in Alaska: un progetto del Dipartimento della Difesa Statunitense, coordinato dalla Marina e dall’Aviazione: il famigerato programma HAARP (High Frequency Active Auroral Research Program), basato sullo sviluppo di tecnologie ideate da Nikola Tesla.

Soliti deliri da complottisti?

Non esattamente.

Del problema di HAARP si è occupato anche il Parlamento russo, la Duma, nel 2002, giungendo ad un documento firmato da 188 deputati: “Sotto il programma HAARP, gli Stati Uniti stanno creando nuove armi geofisiche integrali, che possono influenzare gli elementi naturali con onde radio ad alta frequenza. Il significato di questo salto è comparabile al passaggio dall’arma bianca alle armi da fuoco, o dalle armi convenzionali a quelle nucleari”.

Beh, i russi di armi qualcosa ne capiscono, quindi ci dovremmo pensare due volte prima di ridicolizzare i loro timori.

Ma di HAARP si è fuggevolmente occupato anche il Parlamento Europeo. Il problema è stato portato in discussione, ma è stato poi prontamente insabbiato.

E di HAARP si è occupato anche il GRIP (Groupe de recherche et d’information sur la paix et la sécurité), un istituto di ricerca creato a Bruxelles nel 1979. Se sapete il francese potete leggere il loro rapporto di 79 pagine.

Non avrete sentito parlare di HAARP al telegiornale e neppure nei giornali quotidiani di vostra fiducia, ma se ancora persistete ad informarvi nel vecchio modo, ormai completamente irreggimentato, avete poco di che stupirvi di certe lacune.

HAARP in parole povere consiste in un sistema di antenne in grado di sparare nella ionosfera onde elettromagnetiche ad alta frequenza con la potenza di milioni di Watts (fino a 1,7 Gigawatt, ovvero 1,7 miliardi di Watt) in grado di “cuocere” e modificare la ionosfera. Scaldando la ionosfera si creerebbero delle sorte di “lenti” in grado di ridirigere i fasci di energia e scaricarli ovunque nel globo. Usando la frequenza giusta, essi sarebbero ad esempio in grado di interferire con la crosta terrestre e provocare artificialmente terremoti.

Qualche ingenuo potrà pensare che nessuno potrebbe mai essere così folle da aprire il Vaso di Pandora delle modificazioni climatiche a scopo bellico. Errore. Il progetto per le guerre climatiche esiste di sicuro ed è in parte anche stato messo nero su bianco in uno studio del Dipartimento della Difesa statunitense nel 1996. Si chiama “Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025 (Il Clima come un Moltiplicatore di Forza: Possedere il Clima nel 2025). Potete leggerlo interamente online. Per chi vuole approfondire ulteriormente i misteri di HAARP, in rete si trova ampio materiale.

Ma se leggere è troppo faticoso, potete sempre guardarvi un documentario condotto dall’ex governatore del Minnesota Jesse Ventura, dove l’argomento viene raccontato e semplificato con i crismi della spettacolarizzazione all’americana.

 

L’unico problema in questo documentario è che alla fine finiscono per raccontarci che HAARP serve a controllare i nostri cervelli, il che ovviamente discredita l’intera tesi di HAARP come arma. Ma visto che il risultato è un calo di credibilità della tesi, forse l’obiettivo era proprio quello.

Se andiamo sulla homepage ufficiale di HAARP, troviamo un rassicurante sito che parla di ricerca scientifica e che promette che non farà mai del male a nessuno. Questo ovviamente lascia il tempo che trova, che arma segreta sarebbe se lo andassero a raccontare a tutti? Sul sito di HAARP possiamo anche guardare i grafici che ci illustrano l’attività di HAARP, roba da nerd e magari qualcuno ci capirà anche qualcosa.

In effetti, una persona che ci ha capito qualcosa, è saltata fuori. Tanto essa ci ha capito qualcosa, che addirittura è riuscita a prevedere il terremoto del Giappone. E come facciamo a sapere che ha davvero previsto il terremoto? E’ semplice: ha postato su Youtube un video con la sua previsione di un terremoto di elevatissima intensità per i giorni successivi. E ognuno di voi può andarsi a guardare quel video e verificare la data in cui il video è stato caricato: 3 marzo 2011. Lo tsunami è avvenuto 8 giorni dopo.

La persona che ci ha capito qualcosa aveva già previsto anche un precedente sisma in Nuova Zelanda. Non c’è ragione di dubitare troppo poiché, una volta capito il trucco, anche noi ci ritroveremo con questa capacità chiaroveggente.

A rivelare quando ci saranno importanti terremoti è involontariamente HAARP stesso, se si ha la pazienza di dare un occhiata alle sue misurazioni. Qualche giorno prima del sisma in Giappone, più precisamente il 3 Marzo, nel grafico delle misurazioni effettuate da HAARP c’è un buco. Per un errore tecnico, per un caso o per la deliberata intenzione di nascondere dei dati, il grafico altrimenti perfetto che mostra l’attività di HAARP si interrompe per qualche tempo. Beh, le spiegazioni possono essere parecchie, è il primo pensiero della maggioranza di noi. Certo, se il fenomeno si fosse verificato solo una volta, o se si verificasse a casaccio.

Peccato però che la stessa interruzione nei dati è verificata anche poco prima del terremoto di Haiti a gennaio 2010!

Vabbé, due eventi possono essere una coincidenza, e…

E anche poco prima del terremoto in Nuova Zelanda a settembre 2010!

E pazienza, trattasi chiaramente di triplice coincidenza, a volte i terni al lotto…

E anche poco prima del terremoto di Sumatra ad ottobre 2010!

E allora? La fortuna è cieca e di tanto in tanto le quaterne…

E anche poco prima del terremoto di Samoa a settembre 2009!

Cosa volete dimostrare? L’impossibile è impossibile solo fino a quando non si verifica e…

E anche poco prima del terremoto de l’Aquila ad aprile 2009!

Eh, no! L’Aquila per favore lasciatela stare! Quella abbiamo già deciso che è colpa di Berlusconi e…

Va beh, mettiamola in altri termini: o si tratta di una delle più incredibili serie di coincidenze mai viste – tanto valeva vincere al superenalotto – oppure qui ci stanno a raccontare tante di quelle balle che la metà basta. Se poi uno va a guardare ad alcune date delle varie catastrofi, la frittata è completa: 26 Dicembre 2002 (Ciclone Zoe in Polinesia), 26 Dicembre 2003 (terremoto in Iran), 26 Dicembre 2004, onda tsunami nelll’Oceano Indiano – o qualcuno ha poca fantasia nella scelta delle date, oppure Dio gioca a dadi e non appena Natale è passato gli escono fuori davvero delle giocate del cazzo. Anche di questa ossessione del numero 11 non se ne può più! Dopo l’11 settembre 2001, le bombe a Madrid l’11 marzo 2004 adesso ci tocca lo tsunami in Giappone lo stesso identico giorno, 11 marzo 2011. Ed esattamente un anno prima, l’11 marzo 2010 un bel terremoto da 7 gradi circa anche in Cile (anche se c’è da dire che un terremoto peggiore sempre in Cile era avvenuto 2 settimane prima)

Viene da chiedersi cosa ci sia in programma per l’11 novembre 2011 (11/11/11). E viene il sospetto che dovrà trattarsi di qualcosa di particolarmente memorabile!

Rimanendo in tema di date, potete vedere dai grafici soprastanti che questa sconcertante esplosione di sismi superiori ai 6 gradi Richter ha manifestato i suoi primi sintomi a partire dal 1996, per poi subire una brusca accelerata una decina di anni dopo. Ormai abbiamo vinto al superenalotto, quindi una coincidenza in più ci fa un baffo: HAARP è entrato in funzione più o meno nel 1996 ed è stato poi completato una decina di anni dopo, a marzo 2006.

Adesso che conoscete il trucco potete dilettarvi anche voi a prevedere i prossimi eclatanti terremoti. Non è detto che il criterio rimanga valido a lungo, poiché immagino che appena si sparge la voce a qualcuno in Alaska verrà bene in mente di usare la funzione clone-stamp di Photoshop ed aggiungere quei quattro pixel che mancano prima di ogni evento sismico importante. Probabilmente ciò avverrà anche coi grafici del passato, quindi andateveli a vedere finché sono genuini. Quello di Haiti pare sia stato già “restaurato”.

Cliccate qui per giocare anche voi al Piccolo Mago Otelma e prevedere terremoti futuri oppure indagare nel passato e capire retrospettivamente se avreste potuto prevedere i terremoti che ci sono già stati, facendo attenzione a notare un’interruzione del segnale di HAARP nei giorni prima dell’evento in questione.

Rammentando che in genere questa interruzione di segnale avviene prima di terremoti molto potenti, sopra i 7 gradi Richter. E che la maggior parte di terremoti, che sono di magnitudo inferiore, non sono preceduti da nessuna interruzione di segnale. C’è in rete chi sostiene di avere trovato in altri grafici di HAARP anche la traccia di un aumento di attività durante i terremoti importanti. Chi è curioso, approfondisca pure questo aspetto più tecnico.

Quando Photoshop entrerà in azione e questo trucco non funzionerà più, potete ancora cercare di intuire l’azione di HAARP da un altro curioso fenomeno che da qualche tempo si osserva prima di questa nuova generazione di grandi eventi sismici: strane ed inconsuete luci che appaiono in cielo, così strane che a volte vengono addirittura scambiate per UFO. Il calce all’articolo ne potete ammirare alcune, apparentemente riprese prima di terremoti in Cile e in Cina.

In conclusione, dopo averci rotto i marroni per anni con inesistenti armi di distruzione di massa nascoste in Iraq, Iran e ovunque si voglia andare a rubare petrolio, non sarebbe del tutto inappropriato che le Nazioni Unite mandassero qualche competente ispettore (magari giapponese…) a fare una visitina in Alaska, a capire con esattezza a che cavolo esattamente serve questo dannato HAARP. Dopotutto, se non c’è niente da nascondere, gli americani mica si opporranno all’ispezione, no? Non si oppose alle ispezioni Saddam, che era cattivo, figuriamoci se si opporranno gli americani, che sono buoni!

Roberto Quaglia

Originariamente pubblicato su www.Roberto.info
Magari ti incuriosisce anche il libro di Roberto sull’11 Settembre (September 11)
Notizie inconsuete le trovi su www.edicola.biz

Articolo pubblicato con licenza diritti Creative Commons, ovvero è permessa la libera riproduzione di questo testo purché in forma inalterata e comprensiva di immagini e link in esso contenuti e purché la pubblicazione non abbia carattere commerciale

PS. Qualcuno potrebbe chiedersi perché io non abbia affrontato anche l’argomento del movente per cui tutte queste catastrofi verrebbero scatenate ad arte. Le mie idee in merito ce l’ho, ma si tratta di opinioni, e delle opinioni bisognerebbe imparare a cianciare di meno di quanto comunemente si faccia. Meglio limitarsi ai fatti e, naturalmente, alle deduzioni logiche che dai fatti si traggono. Purché ovviamente ligie ad una corretta applicazione del criterio logico del Rasoio di Occam. Per inciso, ipotizzai un’esplosione di fenomeni di guerra climatica già nella prima edizione del 2006 del mio libro sui misteri dell’11 Settembre, ovvero prima che il clima “impazzisse”. Scrissi in quel libro anche che ci avrebbero propinato virus mutanti dei maiali anni prima che partisse il marketing dell’influenza suina, ma questa è un’altra storia.

PPS. Qualcun altro si chiederà invece perché se tutto ciò è vero, nessuna delle nazioni colpite da HAARP si ribella. Perché nessun politico di una delle nazioni colpite dice nulla? La risposta ci viene dall’esempio di un politico che qualcosa ha detto: Nel 2009 il ministro delle Finanze Giapponese Shoichi Nakagawa rivela in un intervista a Benjamin Fulford di avere passato il controllo del sistema finanziario Giapponese ad un gruppo oligarchico di super banchieri internazionali perché costretto. Costretto da cosa? Tenetevi forte: il ministro e il suo portavoce hanno affermato di essere vittima della minaccia di un’”arma per terremoti” americana. Poco tempo dopo Shoichi Nakagawa verrà trovato morto. Capito perché? Ecco di seguito il racconto di Fulfold.

Altri articoli su HAARP li trovate qui.

Una serie di brevetti di tecnologie usate da HAARP li trovate qui sotto:

- Brevetto USA 4686605 – Metodo ed apparato per modificare una regione nell’atmosfera terrestra, nella ionosfera e/o magnetosfera – TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 4999637 – Creazione di nuvole artificiali ionizzate sopra la terra -TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 4712155 – Metodo ed apparato per creare una artificiale regione di plasma a riscaldamento elettronico ciclotronico – TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 5777476 – Tomografia globale terrena (CGT) usando una modulazione di electrojets ionosferici – TESTO INTEGRALE

- Richiesta di Brevetto USA 20070238252 – Accensione cosmica di particelle di pattern di plasma artificialmente ionizzato nell’atmosfera – TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 5068669 – Sistema di fascio di energia – TESTO INTEGRALE

- Brevetto USA 5041834 – Specchio ionosferico artificiale composto da uno strato di plasma che può venire inclinato – TESTO INTEGRALE

Scena apparentemente ripresa in Cile il giorno prima del devastante terremoto del 27 febbraio 2010 – da prendersi con beneficio di inventario poiché inverificabile

Scena apparentemente ripresa in Cina il giorno prima di un terremoto – da prendersi con beneficio di inventario poiché inverificabile

Collage di scene con strane luci nel cielo prima o durante terremoti – da prendersi con beneficio di inventario poiché inverificabili. Alla seduzione di immagini pittoresche, ma non sufficientemente circostanziate, è certamente più saggio preferire l’analisi critica di dati inoppugnabili.

Fonte: http://www.roberto.info/2011/03/16/terremoti-e-tsunami/.

L’ OPERAZIONE LIBIA E LA BATTAGLIA PER IL PETROLIO (PARTE SECONDA)

ComeDonChisciotte – L’ OPERAZIONE LIBIA E LA BATTAGLIA PER IL PETROLIO (PARTE SECONDA).

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
globalresearch.ca

Le implicazioni geopolitiche ed economiche di un intervento militare USA-NATO contro la Libia sono di vasta portata.

La Libia è tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti.

L’“Operazione Libia” fa parte della più ampia agenda militare in Medio Oriente e Asia centrale, che consiste nel detenere il controllo e la proprietà aziendale di oltre il 60% delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale, compresi gli oleogasdotti.

“I paesi musulmani tra cui Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Yemen, Libia, Egitto, Nigeria, Algeria, Kazakhstan, Azerbaijan, Malaysia, Indonesia, Brunei, possiedono tra il 66,2 e 75,9 per cento delle riserve petrolifere totali, a seconda della fonte e della metodologia della stima” (Si veda Michel Chossudovsky, La “demonizzazione” dei musulmani e la battaglia per il petrolio, Global Research, 4 gennaio 2007. Trad.italiana).

Con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate, (10 volte quelle dell’Egitto), la Libia è la più grande economia petrolifera del continente africano, seguita da Nigeria e Algeria (Oil and Gas Journal). Al contrario, le riserve accertate di petrolio degli Stati Uniti sono dell’ordine dei 20,6 miliardi di barili (dicembre 2008) secondo la Energy Information Administration. (US Crude Oil, Natural Gas, and Natural Gas Liquids Reserves)

Nota

Le più recenti stime pongono le riserve di petrolio della Libia a 60 miliardi di barili. Le sue riserve di gas a 1.500 miliardi di m3. La sua produzione è tra 1,3 e 1,7 milioni di barili al giorno, ben al di sotto della propria capacità produttiva. Il suo obiettivo a più lungo termine è di tre milioni di b/g ed una produzione di gas di 2.600 milioni di piedi cubi al giorno, secondo i dati della National Oil Corporation (NOC).

La BP Statistical Energy Survey (2008) poneva (in alternativa) le riserve accertate di petrolio della Libia a 41.464 milioni di barili alla fine del 2007, che rappresenta il 3,34% delle riserve mondiali comprovate. (Mbendi Oil and Gas in Libya – Overview).

Il petrolio è il “Trofeo” della guerra USA-NATO

Un’invasione della Libia servirebbe gli interessi delle imprese stesse, come l’invasione e l’occupazione dell’Iraq del 2003. L’obiettivo di fondo è quello di prendere possesso delle riserve di petrolio della Libia, destabilizzare la National Oil Corporation (NOC) e, infine, la privatizzazione dell’industria petrolifera del paese, vale a dire trasferire il controllo e la proprietà delle ricchezze petrolifere dalla Libia alle mani straniere.

La National Oil Corporation (NOC) è classificata tra le prime 25 compagnie petrolifere del mondo. (The Energy Intelligence ranks NOC 25 among the world’s Top 100 companies. – Libyaonline.com)

La pianificata invasione della Libia è già in corso nell’ambito della più ampia “battaglia per il petrolio”. Quasi l’80% delle riserve di petrolio della Libia si trovano nel bacino del Golfo dalla Sirte, nella Libia orientale.

La Libia è un premio economico. “La guerra fa bene agli affari”. Il petrolio è il trofeo di una guerra USA-NATO.

Wall Street, i giganti petroliferi anglo-statunitensi, i produttori di armi USA-UE, sarebbero i beneficiari occulti di una campagna militare condotta da USA e NATO contro la Libia.

Il petrolio libico è una manna per i giganti petroliferi anglo-statunitensi. Mentre il valore di mercato del petrolio greggio è attualmente ben al di sopra dei 100 dollari al barile, il costo del petrolio libico è estremamente basso, a partire da 1,00 dollaro al barile (secondo una stima). Un esperto del mercato petrolifero ha commentato, un po’ cripticamente:

“A 110 dollari sul mercato mondiale, la semplice matematica dà alla Libia un margine di profitto pari a 109 dollari” (Libya Oil, Libya Oil One Country’s $109 Profit on $110 Oil, EnergyandCapital.com, 12 Marzo 2008)

Gli interessi petroliferi stranieri in Libia

Le compagnie petrolifere straniere che operavano prima dell’insurrezione in Libia erano la francese Total, l’ENI dell’Italia, la China National Petroleum Corp (CNPC), British Petroleum, il consorzio petrolifero spagnolo REPSOL, ExxonMobil, Chevron, Occidental Petroleum, Hess, Conoco Phillips.

Attenzione, la Cina gioca un ruolo centrale nel settore petrolifero libico. La China National Petroleum Corp (CNPC) ha avuto fino al suo rimpatrio, una forza lavoro in Libia di 30.000 cinesi. British Petroleum (BP) invece aveva una forza lavoro di 40 britannici che sono stati rimpatriati.

L’undici per cento (11%) delle esportazioni di petrolio libico viene incanalato verso la Cina. Mentre non ci sono dati sulla dimensione e l’importanza della produzione e delle attività di esplorazione della CNPC, vi sono indicazioni che siano notevoli.

Più in generale, la presenza della Cina in Africa del Nord è considerata da Washington costituire un’intrusione. Dal punto di vista geopolitico, la Cina è in sovrapposizione. La campagna militare contro la Libia è finalizzata a escludere la Cina dal Nord Africa.

Altrettanto importante è il ruolo dell’Italia. ENI, il consorzio petrolifero italiano, estrae 244 mila barili di gas e petrolio, che rappresentano quasi il 25% delle esportazioni totali della Libia (Sky News: Foreign oil firms halt Libyan operations, 23 febbraio 2011).

Tra le aziende statunitensi in Libia, Chevron e Occidental Petroleum (Oxy) hanno deciso, appena 6 mesi fa (ottobre 2010), di non rinnovare le loro licenze di esplorazione petrolifere e gasifere in Libia. Sapevano già in anticipo dell’insurrezione? (Why are Chevron and Oxy leaving Libya?: Voice of Russia, 6 ottobre 2010). Al contrario, nel novembre del 2010, la compagnia petrolifera della Germania, RW DIA E aveva firmato un accordo pluriennale di vasta portata con la National Oil Corporation (NOC) della Libia, che coinvolgeva la produzione e condivisione delle esplorazioni. (AfricaNews – Libya: German oil firm signs prospecting deal – The AfricaNews).

La posta finanziaria in gioco, così come “bottino di guerra”, sono estremamente alti. L’operazione militare è intenta a smontare gli istituti finanziari della Libia, nonché a confiscare miliardi di dollari di attività finanziarie libiche, depositati nelle banche occidentali.

Va sottolineato che le capacità militari della Libia, compreso il sistema di difesa aerea, sono deboli.

Ridisegnare la mappa dell’Africa

La Libia ha le maggiori riserve di petrolio in Africa. L’obiettivo dell’ingerenza USA-NATO è strategico: consiste nel vero e proprio furto, rubare la ricchezza petrolifera della nazione, sotto le mentite spoglie di un intervento umanitario.

Questa operazione militare è intenta a stabilire l’egemonia statunitense nel Nord Africa, una regione storicamente dominata da Francia e in misura minore, da Italia e Spagna.

Per quanto riguarda la Tunisia, il Marocco e l’Algeria, il disegno di Washington è quello di indebolire i legami politici di questi paesi verso la Francia, e spingere ad l’installazione nuovi regimi politici che hanno un rapporto stretto con gli Stati Uniti. Questo indebolimento della Francia come parte di un disegno imperiale degli Stati Uniti, fa parte di un processo storico che risale alle guerre in Indocina.

L’intervento USA-NATO, indirizzato pure a escludere la Cina dalla regione e a mettere fuori gioco la cinese National Petroleum Corp (CNPC), porta alla fine alla creazione di un regime fantoccio filo-Stati Uniti. I giganti del petrolio anglo-statunitensi, tra cui British Petroleum, che hanno firmato un contratto di esplorazione nel 2007 con il governo di Gheddafi, sono tra i potenziali “beneficiari” della proposta operazione militare USA-NATO.

Più in generale, ciò che è in gioco è il ridisegno della mappa dell’Africa, un processo di ridistribuzione neo-coloniale, la demolizione della demarcazione delle Conferenza di Berlino del 1884, la conquista dell’Africa da parte degli Stati Uniti in alleanza con la Gran Bretagna, in una operazione congiunta USA-NATO.

Libia: Porta strategica sahariana sull’Africa centrale

La Libia confina con molti paesi che sono nella sfera di influenza francese, tra cui Algeria, Tunisia, Niger e Ciad.

Il Ciad è potenzialmente una ricca economia petrolifera. ExxonMobil e Chevron hanno interessi nel sud del Ciad, tra cui un progetto di gasdotto. Il Ciad meridionale è una porta sulla regione sudanese del Darfur. La Cina ha interessi petroliferi in Ciad e Sudan. La China National Petroleum Corp (CNPC) ha firmato un accordo pluriennale con il governo del Ciad nel 2007.

Il Niger è strategico per gli Stati Uniti nell’ottica delle sue ingenti riserve di uranio. Attualmente, la Francia domina il settore dell’uranio in Niger attraverso il gruppo francese nucleare Areva, precedentemente noto come Cogema. La Cina ha anche una partecipazione nel settore industriale dell’uranio del Niger.

Più in generale, il confine meridionale della Libia è strategico per gli Stati Uniti, nel loro tentativo di estendere la propria sfera di influenza nell’Africa francofona, un vasto territorio che si estende dal Nord Africa all’Africa centrale e occidentale. Storicamente questa regione era parte della Francia e dell’impero coloniale del Belgio, i cui confini sono stati stabiliti alla Conferenza di Berlino del 1884.

Fonte www.hobotraveler.com

Gli Stati Uniti svolsero un ruolo passivo nella Conferenza di Berlino del 1884. Questa nuova spartizione, nel 21° secolo, del continente africano, basata sul controllo di petrolio, gas naturale e minerali strategici (cobalto, uranio, cromo, manganese, platino e uranio) è ampiamente favorevole ai dominanti interessi aziendali anglo-statunitensi.

L’interferenza degli Stati Uniti in Africa del Nord ridefinisce la geopolitica di un’intera regione. Ciò mina la Cina e mette in ombra l’influenza dell’Unione europea.

Questa nuova spartizione dell’Africa non solo indebolisce il ruolo delle ex potenze coloniali (tra cui Francia e Italia) nel Nord Africa, è anche parte di un più ampio processo di emarginazione e indebolimento della Francia (e Belgio) su gran parte del continente africano.

Regimi fantoccio filo-Stati Uniti sono stati installati in diversi paesi africani, i quali storicamente erano nella sfera d’influenza della Francia (e del Belgio), comprese le Repubbliche del Congo e del Ruanda. Diversi paesi dell’Africa occidentale nella sfera francese (tra cui la Costa d’Avorio) sono candidati a diventare Stati filo-statunitensi.

L’Unione europea è fortemente dipendente dal flusso di petrolio libico. L’85% del suo petrolio viene venduto ai paesi europei. Nel caso di una guerra con la Libia, le forniture di petrolio all’Europa occidentale potrebbero essere interrotte, interessando in gran parte Italia, Francia e Germania, che sono fortemente dipendenti dal petrolio libico. Le implicazioni di queste interruzioni sono di vasta portata. Hanno anche un’influenza diretta sul rapporto tra Stati Uniti e l’Unione europea.

Considerazioni conclusive

I media mainstream, attraverso la disinformazione di massa, sono complici nel giustificare un ordine del giorno militare che, se attuato, avrebbe conseguenze devastanti non solo per il popolo libico: l’impatto sociale ed economico sarebbe sentito in tutto il mondo.

Ci sono attualmente tre distinti teatri di guerra nella più ampia regione del Medio Oriente e dell’Asia Centrale: Palestina, Afghanistan, Iraq. Nel caso di un attacco contro la Libia, un quarto teatro di guerra sarebbe aperto in Nord Africa, con il rischio di un’escalation militare.

L’opinione pubblica deve tener conto del programma nascosto dietro questo presunto impegno umanitario, annunciato dai capi di Stato e di governo dei paesi della NATO come una “guerra giusta”. La teoria della guerra giusta, in entrambe le sue versioni, classica e contemporanea, sostiene la guerra come “operazione umanitaria”. Chiede un intervento militare per motivi etici e morali contro gli “stati canaglia” e i “terroristi islamici“. La teoria della guerra giusta oggi demonizza il regime di Gheddafi.

I capi di Stato e di governo dei paesi della NATO sono gli architetti della guerra e della distruzione in Iraq e in Afghanistan. In una logica totalmente distorta, sono spacciate come la voce della ragione, come rappresentanti della “comunità internazionale”.

La realtà è capovolta. Un intervento umanitario è lanciato dai criminali di guerra al comando, che sono i guardiani della teoria della guerra giusta.

Abu Ghraib, Guantanamo, le vittime civili in Pakistan, in seguito agli attacchi dei droni USA su città e villaggi, ordinati dal presidente Obama, non sono notizie da prima pagina, né lo sono i 2 milioni di morti civili in Iraq. Non esiste una cosa come la “guerra giusta“.

La storia dell’imperialismo degli Stati Uniti dovrebbe essere chiara. La relazione del 2000 del Progetto del Nuovo Secolo Americano intitolato “Rebuilding America’s Defense”, prevede l’attuazione di una lunga guerra, una guerra di conquista. Uno dei componenti principali di questa agenda militare è: “Combattere e vincere in modo decisivo in diversi teatri di guerra contemporaneamente”.

L’Operazione Libia è parte di questo processo. Si tratta di un altro teatro nella logica del Pentagono dei “teatri di guerra simultanei”.

Il documento PNAC rispecchia fedelmente l’evoluzione della dottrina militare degli Stati Uniti dal 2001. Gli Stati Uniti pianificano di essere coinvolti contemporaneamente in diversi teatri di guerra in diverse regioni del mondo.

Mentre proteggere gli USA, vale a dire la “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti d’America, è accolto come un obiettivo, il rapporto PNAC spiega perché questi diversi teatri di guerra sono necessari. La motivazione umanitaria non è menzionata.

Qual è lo scopo della tabella di marcia militare degli USA?

La Libia è presa di mira in quanto è uno dei tanti altri paesi al di fuori della sfera d’influenza degli USA, che non sono conformi alle richieste degli Stati Uniti. La Libia è un paese che è stato selezionato come parte di una “road map” militare, che consiste nel “teatri di guerre multipli simultanei“. Nelle parole dell’ex comandante della NATO, Wesley Clark:

“Nel Pentagono, nel novembre 2001, uno dei più alti ufficiali ebbe il tempo per una chiacchierata. Sì, eravamo ancora in pista per andare contro l’Iraq, ha detto. Ma c’era di più. Questo è stato oggetto di discussione nell’ambito della pianificazione di una campagna quinquennale, ha detto, e vi rientra un totale di sette paesi, a partire dall’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan…” (Wesley Clark, Winning Modern Wars, p. 130).

Versione originale:

Michel Chossudovsky
Fonte: http://globalresearch.ca
Link: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=23605
9.03.2011

Versione italiana:

Fonte: www.eurasia-rivista.org
Link: http://www.eurasia-rivista.org/8640/loperazione-libia-e-la-battaglia-per-il-petrolio
11.03.2011

Traduzione a cura di ALESSANDRO LATTANZIO

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INSURREZIONE E INTERVENTO MILITARE: ACCORDO USA-NATO SUL TENTATO COLPO DI STATO ? (PARTE PRIMA)

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
globalresearch.ca

Gli Stati Uniti e la NATO stanno sostenendo un’insurrezione armata in Libia orientale, al fine di giustificare un “intervento umanitario”. Questo non è un movimento di protesta non violento, come in Egitto e Tunisia. Le condizioni in Libia sono profondamente diverse. L’insurrezione armata in Libia orientale è direttamente supportata da potenze straniere. L’insurrezione a Bengasi ha subito issato la bandiera rossa, nera e verde con la mezzaluna e la stella: la bandiera della monarchia di re Idris, che simboleggiava il dominio delle ex potenze coloniali. (Cfr. Manlio Dinucci, Libia-Quando la memoria storica è cancellata, Global Research, 28 Febbraio 2011)

I consiglieri militari e le forze speciali USA e NATO sono già sul terreno. L’operazione è stata pianificata per farla coincidere con il movimento di protesta nei paesi arabi vicini. L’opinione pubblica è stata indotta a credere che il movimento di protesta si sia diffuso spontaneamente dalla Tunisia e dall’Egitto verso la Libia. L’amministrazione Obama, in consultazione con i suoi alleati, assiste una ribellione armata, cioè un tentativo di colpo di Stato:

“L’amministrazione Obama è pronta ad offrire qualsiasi tipo di assistenza a cittadini libici che cercano di cacciare Muammar Gheddafi”, ha detto la segretaria di Stato Hillary Clinton [27 Febbraio] “abbiamo raggiunto diversi libici che stanno tentando di organizzarsi in Oriente mentre inoltre la rivoluzione si sposta verso ovest”, ha detto Clinton. “Penso che sia troppo presto per dire come andrà a finire, ma abbiamo intenzione di essere pronti e preparati ad offrire qualsiasi tipo di assistenza che chiunque voglia ricevere dagli Stati Uniti.” Attualmente si sta formando un governo provvisorio nella parte orientale del paese, dove la ribellione è iniziata a metà mese.

Gli Stati Uniti, ha detto Clinton, minacciano ulteriori misure contro il governo di Gheddafi, ma non ha detto dove o quando potrebbero essere annunciate. Gli Stati Uniti dovrebbero “riconoscere un governo provvisorio, che stanno cercando di impostare…” [McCain]

Lieberman ha parlato in termini analoghi, sollecitando “un sostegno tangibile, (una) no-fly zone, il riconoscimento del governo rivoluzionario, il governo dei cittadini e sostenerli sia con l’assistenza umanitaria sia, io vorrei, fornendogli armi“.

(Clinton: US ready to aid to Libyan opposition – Associated Press, 27 febbraio 2011)

L’invasione pianificata

Un intervento militare è oggi contemplato dalle forze USA e della NATO, nel quadro di un “mandato umanitario”.

“Gli Stati Uniti stanno muovendo forze aero-navali nella regione” per “preparare una gamma completa di opzioni” nel confronto con la Libia: ha detto il portavoce del Pentagono, il colonnello dei Marines Dave Lapan [Marzo 1]. Ha poi detto che “E’ stato il presidente Obama che ha chiesto ai militari di prepararsi a queste opzioni”, perché la situazione in Libia peggiora.” (Manlio Dinucci, Preparativi per l’”Operazione Libia”: Il Pentagono “riposiziona” le sue forze aeronavali…, Global Research, 3 marzo 2011)

Il vero obiettivo dell’”Operazione Libia” non è quello di stabilire la democrazia, ma di prendere possesso delle riserve di petrolio della Libia, destabilizzare la National Oil Corporation (NOC) e, infine, la privatizzazione dell’industria petrolifera del paese, vale a dire trasferire il controllo e la proprietà delle ricchezze petrolifere della Libia nelle mani straniere. La National Oil Corporation (NOC) è classificata tra le prime 25 compagnie petrolifere del Mondo. (The Energy Intelligence ranks NOC 25 among the world’s Top 100 companies. – Libyaonline.com)

La Libia è tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti (per ulteriori dettagli vedere la Parte II del presente articolo, “Operazione Libia” e la battaglia per il petrolio).

La pianificata invasione della Libia è già in corso nell’ambito della più ampia “battaglia per il petrolio“. Quasi l’80 per cento delle riserve di petrolio della Libia si trova nel bacino del Golfo della Sirte, nella Libia orientale.

Le ipotesi strategiche dietro l’”Operazione Libia” ricordano i precedenti impegni militari USA-NATO in Jugoslavia e in Iraq.

In Jugoslavia, le forze USA-NATO innescarono una guerra civile. L’obiettivo era quello di creare divisioni politiche ed etniche, che alla fine hanno portato alla dissoluzione di un intero paese. Questo obiettivo è stato raggiunto attraverso il finanziamento occulto e la formazione di eserciti armati paramilitari, prima in Bosnia (l’esercito bosniaco musulmano, 1991-95) e poi in Kosovo (Kosovo Liberation Army (UCK), 1998-1999). Sia in Kosovo che in Bosnia, la disinformazione dei media (comprese menzogne e invenzioni) è stata utilizzata a sostegno delle rivendicazioni di Stati Uniti ed Unione Europea, secondo cui il governo di Belgrado aveva commesso atrocità, con ciò giustificando un intervento militare per motivi umanitari.

Ironia della sorte, l’”Operazione Jugoslavia” è ora sulla bocca dei responsabili della politica estera degli Stati Uniti: il senatore Lieberman ha paragonato la situazione in Libia agli eventi nei Balcani negli anni ’90, quando disse che gli USA “intervennero per fermare un genocidio contro i bosniaci. E la prima cosa che abbiamo fatto è stata quello di fornir loro le armi per difendersi. Questo è ciò che penso si debba fare in Libia” (Clinton: US ready to aid to Libyan opposition – Associated Press, 27 febbraio 2011)

Lo scenario strategico sarebbe quello di sostenere la formazione e il riconoscimento di un governo ad interim nella provincia secessionista, al fine di spezzare il paese. Questa opzione è già in corso. L’invasione della Libia è già cominciata.

“Centinaia di consiglieri militari statunitensi, francesi e britannici sono arrivati in Cirenaica, la provincia orientale separatista della Libia [...]. I consiglieri, tra cui ufficiali dei servizi segreti, sono sbarcati da navi da guerra e da motovedette lanciamissili, nelle città costiere di Bengasi e Tobruk” (DEBKAfile, US military advisers in Cyrenaica, 25 febbraio 2011) Le forze speciali statunitensi e alleate sono sul terreno, in Libia orientale, fornendo sostegno segreto ai ribelli. Ciò è diventato evidente allorché dei commando inglesi delle forze speciali (SAS) sono stati arrestati nella regione di Bengasi. Agivano come consiglieri militari delle forze di opposizione:

“Otto commando delle forze speciali britanniche, in missione segreta per mettere dei diplomatici britannici in contatto con gli avversari principali del Col Muammar Gheddafi in Libia, sono finiti umiliati, dopo essere stati detenuti dalle forze ribelli nella parte orientale della Libia, riportava oggi The Sunday Times. Gli uomini, armati, ma in abiti civili, hanno sostenuto che erano lì per controllare se l’opposizione aveva bisogno di aiuto e offrirglielo” (Top UK commandos captured by rebel forces in Libya: Report, Indian Express, 6 marzo 2011)

Le forze SAS sono state arrestate mentre scortavano una “rappresentanza diplomatica” britannica, che era entrata illegalmente nel paese (senza dubbio da una nave da guerra britannica) per discussioni con i leader della ribellione. Il Foreign Office britannico ha riconosciuto che “un piccolo team di diplomatici britannici [era] stato inviato nella Libia orientale per avviare contatti con l’opposizione in rivolta“. (UK diplomatic team leaves Libya – World – CBC News, 6 marzo 2011).

Ironia della sorte, non solo le relazioni confermano l’intervento militare occidentale (tra cui alcune centinaia di forze speciali), ma anche riconoscono che la ribellione era fermamente contraria alla presenza illegale di truppe straniere sul suolo libico:

“L’intervento delle SAS ha fatto arrabbiare alcuni esponenti dell’opposizione libica, i quali hanno ordinato ai soldati di rinchiuderli in una base militare. Gli oppositori di Gheddafi temono che possa usare le prove dell’interferenza militare occidentale per avere il sostegno patriottico al suo regime“. (Reuters, 6 marzo 2011)

Il “diplomatico” britannico catturato con sette soldati delle forze speciali, era un membro dell’Intelligence inglese, un agente dell’MI6 in “missione segreta”. (The Sun, 7 marzo 2011)

Come confermato dalle dichiarazioni della NATO e degli Stati Uniti, sono state fornite armi alle forze di opposizione. Ci sono indizi, anche se finora nessuna prova evidente, che sono state consegnate armi agli insorti, già prima della repressione dei ribelli. Con ogni probabilità, i consiglieri militari e dell’intelligence USA-NATO erano presenti sul terreno, anche prima dell’insurrezione. Questo è stato il modello applicato in Kosovo: le forze speciali sostennero e addestrarono l”esercito di liberazione del Kosovo (UCK) nei mesi precedenti la campagna di bombardamenti e l’invasione della Jugoslavia del 1999.

Mentre si svolgono gli eventi, tuttavia, le forze del governo libiche hanno ripreso il controllo delle posizioni che erano state prese dai ribelli:

“La grande forza offensiva pro-Gheddafi lanciata [il 4 marzo] per strappare ai ribelli il controllo delle più importanti città e dei centri petroliferi della Libia, ha portato [il 5 marzo] alla riconquista della città chiave di Zawiya e della maggior parte delle città petrolifere del Golfo della Sirte. A Washington e a Londra, i discorsi per un intervento militare a fianco dell’opposizione libica, sono stati silenziati dalla consapevolezza che l’intelligence su entrambi i lati del conflitto libico, è troppo imprecisa, per servire come base del processo decisionale” (Debkafile, Qaddafi pushes rebels back. Obama names Libya intel panel, 5 marzo 2011)

Il movimento di opposizione è fortemente diviso sulla questione di un intervento straniero. La divisione è tra il movimento popolare, da un lato, e i “leader” dell’insurrezione armata supportati dagli Stati Uniti, che favoriscono l’intervento militare straniero su “basi umanitarie“. La maggioranza della popolazione libica, sia i sostenitori sia gli oppositori del regime, sono fermamente contrari a qualsiasi forma di intervento esterno.

Disinformazione dei Media

I grandi obiettivi strategici alla base della proposta invasione non sono menzionati dai media. A seguito della campagna ingannevole dei media, in cui le notizie sono state letteralmente fabbricate, senza riferire su quanto stava realmente accadendo sul terreno, un vasto settore dell’opinione pubblica internazionale ha accordato il suo convinto sostegno ad interventi stranieri, per motivi umanitari.

L’invasione è sul tavolo del Pentagono. E’ previsto che verrà effettuata indipendentemente dalle richieste del popolo della Libia, tra cui gli oppositori del regime, i quali hanno espresso la loro avversione all’intervento militare straniero in deroga alla sovranità della nazione.

Schieramento delle forze aeronavali

Se questo intervento militare si realizzasse, sfocerebbe in una guerra totale, una guerra lampo, che implicherebbe il bombardamento di obiettivi militari e civili. A tal proposito, il generale James Mattis, comandante del Comando Centrale Usa (USCENTCOM), ha lasciato intendere che la creazione di una “no fly zone” includerebbe de facto una campagna di bombardamento, puntando tra l’altro alla difesa aerea della Libia:

‘Sarebbe una operazione militare – non sarebbe giusto dire alla gente che si tratta di non far volare degli aeroplani.’ ‘Si dovrebbe eliminare la difesa aerea, al fine di istituire una no-fly zone, quindi non facciamoci illusioni’ (US general warns no-fly zone could lead to all-out war in Libya, Mail Online, 5 marzo 2011).

Una massiccia potenza navale USA e alleata ha preso posizione lungo le coste libiche. Il Pentagono sta muovendo le sue navi da guerra nel Mediterraneo. La portaerei USS Enterprise aveva attraversato il Canale di Suez pochi giorni dopo l’insurrezione (Enterprise.navy.mil).

Le navi da assalto anfibio statunitensi, USS Ponce e USS Kearsarge, sono state dispiegate nel Mediterraneo. 400 marines statunitensi sono stati inviati sull’isola greca di Creta “prima del loro impiego sulle navi da guerra al largo della Libia” (“Operation Libya”: US Marines on Crete for Libyan deployment, Times of Malta, 3 marzo 2011).

Nel frattempo Germania, Francia, Gran Bretagna, Canada e Italia sono in procinto di schierare navi da guerra lungo le coste libiche. La Germania ha dispiegato tre navi da guerra con il pretesto di assistere l’evacuazione dei profughi al confine libico-tunisino. “La Francia ha deciso di inviare la Mistral, la sua portaelicotteri che, secondo il Ministero della Difesa, contribuirà alla evacuazione di migliaia di egiziani” (Towards the Coasts of Libya: US, French and British Warships Enter the Mediterranean, Agenzia Giornalistica Italia, 3 marzo 2011)

Il Canada ha inviato (2 marzo) la Fregata HMCS Charlottetown. Nel frattempo, la 17.ma US Air Force, denominata US Air Force Africa e dislocata nella Air Force Base di Ramstein in Germania, assiste l’evacuazione dei rifugiati. Le strutture dell’aviazione USA-NATO in Gran Bretagna, Italia, Francia e Medio Oriente sono in standby.

Michel Chossudovsky
Fonte: http://globalresearch.ca
Link: http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=23548
9.03.2011

Versione italiana:

Fonte: www.eurasia-rivista.org
Link: http://www.eurasia-rivista.org/8630/insurrezione-e-intervento-militare-accordo-usa-nato-sul-tentato-colpo-di-stato-in-libia
11.03.2011

Traduzione a cura di ALESSANDRO LATTANZIO

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Il giorno prima | Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano

La riforma della giustizia proposta da Berlusconi sembra fatta apposta per favorire i delinquenti e punire gli onesti. Non passerà.

Fonte: Il giorno prima | Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano.

Ecco il mio editoriale sulla riforma dell giustizia, tratto dalla puntata di ieri di Annozero.
Buona visione.

Guarda tutta la puntata

Il nostro tempo è adesso. Mobilitazione delle associazioni dei precari, Roma 9 aprile 2011 | Il Fatto Quotidiano

Sveglia! E’ questo il momento di cambiare, muoviamoci e cambiamo l’Italia!

Fonte: Il nostro tempo è adesso. Mobilitazione delle associazioni dei precari, Roma 9 aprile 2011 | Il Fatto Quotidiano.

Una generazione fatta di disoccupati, precari, sottopagati, troppo a lungo dipendenti dai genitori scenderà in piazza il 9 aprile, senza bandiere e senza partiti, al grido di: Il nostro tempo è adesso | la vita non aspetta, con una mobilitazione nazionale promossa da 14 giovani rappresentativi di altrettante reti sociali. L’invito a partecipare è rivolto a tutti, ma soprattutto a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli. Lo chiediamo a tutti quelli che hanno intenzione di riprendersi questo tempo, di scommettere sul presente ancor prima che sul futuro, e che hanno intenzione di farlo adesso.
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Flash mob – Roma, 17 marzo 2001
In occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia c’è chi non è stato invitato alla festa. Questo è il momento
giusto per ricordare che il Paese è anche nostro eppure ci esclude dal welfare, dal lavoro, dai diritti. Il 30% di disoccupazione giovanile (come certificato dall’Istat); i salari medi dei neolaureati italiani – 827 Euro al 2010 contro i 1120 Euro del 2008 (dati agenzia Bachelor) – l’assenza di misure di sostengo al reddito per i precari e per chi cerca lavoro, l’inadeguatezza delle politiche di diritto allo studio la dicono lunga: c’è chi è cittadino solo a metà.

L’appello

Non c’è più tempo per l’attesa. E’ il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente.

Siamo la grande risorsa di questo paese. Eppure questo paese ci tiene ai margini. Senza di noi decine di migliaia di imprese ed enti pubblici, università e studi professionali non saprebbero più a chi chiedere braccia e cervello e su chi scaricare i costi della crisi. Così il nostro paese ci spreme e ci spreca allo stesso tempo.

Siamo una generazione precaria: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita.

Non siamo più disposti a vivere in un paese così profondamente ingiusto. Lo spettacolo delle nostre vite inutilmente faticose, delle aspettative tradite, delle fughe all’estero per cercare opportunità e garanzie che in Italia non esistono, non è più tollerabile. Come non sono più tollerabili i privilegi e le disuguaglianze che rendono impossibile la liberazione delle tante potenzialità represse.

Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione, un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli.

Vogliamo tutto un altro paese. Non più schiavo di rendite, raccomandazioni e clientele. Pretendiamo un paese che permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare. Che investa sulla ricerca, che valorizzi i nostri talenti e la nostra motivazione, che sostenga economicamente chi perde il lavoro, chi lo cerca e chi non lo trova, chi vuole scommettere su idee nuove e ambiziose, chi vuole formarsi in autonomia. Vogliamo un paese che entri davvero in Europa.

Siamo stanchi di questa vita insostenibile, ma scegliamo di restare. Questo grido è un appello a tutti a scendere in piazza: a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli. Lo chiediamo a tutti quelli che hanno intenzione di riprendersi questo tempo, di scommettere sul presente ancor prima che sul futuro, e che hanno intenzione di farlo adesso.

ADERISCI

“Se tutti vorremo la verità sulle stragi, non potranno non darcela”

Fonte: “Se tutti vorremo la verità sulle stragi, non potranno non darcela”.

… Quanti eventi terroristici, quante vittime, quanti morti ammazzati che io oggi qui fortemente rappresento, hanno condizionato la riuscita della vera unità di questo paese?
E che cosa ha condizionato quella riuscita di vera unità se non la mancanza di VERITA’ sulle stragi, sul terrorismo che ha insanguinato il paese, sugli ammazzamenti della mafia, dal più grande al più piccolo?

Ha detto il Procuratore Ingroia insieme a tanti altri magistrati: “se tutti vorremo la verità sulle stragi del 1993, non potranno non darcela”.

Ed è questo il mio appello a tutti voi che siete qui, a tutti quelli a cui racconterete di ciò che avete ascoltato oggi, a tutti quelli che leggeranno, sentiranno: vogliate tutti la verità, vogliatela insieme a me, che sono una madre che piange i figli ma anche una donna che ha imparato ad essere una cittadina, una cittadina che si è stufata dei torti che non trovano giustizia, e che rappresenta un’associazione di vittime di mafia, quella mafia che si è fatta terrorista eversiva, quella mafia che ha massacrato tutti noi in via dei Georgofili per andare in Parlamento.

Grazie
Giovanna Maggiani Chelli

ComeDonChisciotte – ROGER WATERS: DOVE I GOVERNI SI RIFIUTANO DI AGIRE, DEVE FARLO LA GENTE

Fonte: ComeDonChisciotte – ROGER WATERS: DOVE I GOVERNI SI RIFIUTANO DI AGIRE, DEVE FARLO LA GENTE.

DI ROGER WATERS
silviacattori.net

Lettera da Roger Waters, fondatore dei Pink Floyd e sostenitore dei diritti dei Palestinesi, in appoggio all’iniziativa per l’attuazione del Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Nel 1980 scrissi una canzone, “Another Brick in the Wall Part 2“, che fu censurata dal governo sudafricano perché veniva usata dai bambini neri sudafricani in difesa del loro diritto ad una pari educazione. Quello stesso governo dell’apartheid aveva imposto un blocco culturale, per così dire, a certe canzoni, tra cui la mia.

Venticinque anni dopo, nel 2005, i bambini palestinesi che partecipavano ad un festival in Cisgiordania, usarono la canzone per protestare contro il muro dell’apartheid israeliano. Cantavano “We don’t need no occupation! We don’t need no racist wall!“. A quel tempo non avevo ancora visto con i miei occhi quello di cui cantavano quei bambini.

Un anno dopo, nel 2006, presi accordi per esibirmi a Tel Aviv.

I Palestinesi del movimento per il sostegno al boicottaggio culturale ed accademico contro Israele mi esortarono e riconsiderare l’ipotesi. Mi ero già espresso contro il muro, ma non ero convinto che un boicottaggio culturale fosse la strada giusta da percorrere. I Palestinesi a favore del boicottaggio mi proposero di visitare i territori palestinesi occupati, così che io potessi vedere il Muro, prima di prendere una decisione. E io accettai.

Visitai Gerusalemme e Betlemme, sotto la protezione dell’ONU. Ma niente avrebbe potuto prepararmi a quello che vidi quel giorno. Il Muro è una costruzione orribile da vedere. È sorvegliato da giovani soldati israeliani che trattarono me, un osservatore casuale proveniente da un altro mondo, con sprezzante aggressività. Se era stato così per me, uno straniero, un visitatore, figuriamoci come avrebbe potuto essere per i Palestinesi, per le classi più povere, per chi ha solo un lasciapassare. Capii allora che la mia coscienza non mi avrebbe permesso di voltare le spalle al muro, al destino dei Palestinesi che avevo incontrato, persone le cui vite sono schiacciate quotidianamente in mille modi dall’occupazione israeliana. Per solidarietà, benché da impotente, quel giorno scrissi sul muro “We don’t need no thought control.

Realizzando a quel punto che la mia tappa a Tel Aviv avrebbe involontariamente legittimato l’oppressione di cui ero stato testimone, cancellai il mio concerto allo stadio di Tel Aviv e lo spostai a Neve Shalom, una comunità agricola, dedita all’allevamento di pollame e anche, in modo ammirevole, alla cooperazione tra persone di diverse appartenenze religiose, dove Musulmani, Cristiani ed Ebrei vivono e lavorano fianco a fianco in armonia.

Contro ogni aspettativa, quello si sarebbe rivelato il più grande evento musicale nella breve storia di Israele. 60.000 fans affrontarono ingorghi e code in auto pur di assistere al concerto. È stato straordinariamente toccante per me e la mia band, e alla fine del concerto mi emozionai nell’esortare i giovani lì raccolti a chiedere al loro governo di fare uno sforzo affinché ci si avvicinasse a una risoluzione di pace con i propri vicini e affinché venissero rispettati i diritti civili dei Palestinesi residenti in Israele.

Purtroppo nel frattempo il governo israeliano non ha fatto alcuno tentativo per introdurre una legislazione che parificasse i diritti civili degli Arabi Israeliani a quelli goduti dagli Ebrei Israeliani, e il Muro si è alzato, inesorabilmente, annettendo illegalmente sempre più territori della Cisgiordania.

Quel giorno a Betlemme, nel 2006, ho avuto un assaggio di cosa significhi vivere sotto occupazione, imprigionato dietro un muro. Significa, per un contadino palestinese, guardare i secolari oliveti, sradicati. Significa che gli studenti palestinesi non possono raggiungere la loro scuola perché il check point è chiuso. Significa, per una donna, partorire in un’ auto, perché il soldato non la lascerà passare per raggiungere l’ospedale, che dista soli dieci minuti. Significa che un artista palestinese non può viaggiare all’estero per esibire le proprie opere, o per presentare un film ad un festival internazionale.

Per gli abitanti di Gaza, rinchiusi di fatto in una prigione, dietro la barriera illegale israeliana, vuol dire un’altra serie di ingiustizie. Vuol dire che i bambini vanno a letto affamati, molti di loro cronicamente malnutriti. Vuol dire che padri e madri, impossibilitati a lavorare in una economia decimata, non hanno i mezzi di sostentamento per mantenere le loro famiglie. Vuol dire, per gli studenti universitari in possesso di borse di studio per studiare all’estero, prendere in considerazione la possibilità di non far più ritorno al loro paese, perché non è loro permesso viaggiare.

A mio parere, l’abominevole e draconiano controllo che Israele esercita sui Palestinesi assediati a Gaza, e sui Palestinesi nella Cisgiordania occupata, unito al suo rifiuto di riconoscere il diritto ai rifugiati di far ritorno alle loro case in Israele, esige il massimo sostegno ai Palestinesi nella loro resistenza civile e non violenta, da parte di persone “imparziali” provenienti da tutto il mondo.

Dove i governi si rifiutano di agire, le persone devono farlo, attraverso qualunque mezzo pacifico a loro disposizione. Per qualcuno ciò ha significato unirsi alla Gaza Freedom March, per altri invece ha voluto dire unirsi alla Flottilla umanitaria che cercò di portare beni di prima necessità a Gaza.

Per me significa dichiarare la mia intenzione di essere solidale non solo con i Palestinesi, ma anche con le migliaia di Israeliani che non condividono le politiche colonialiste e razziste del loro governo, unendomi alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele finché almeno tre diritti umani basilari richiesti nella legislazione internazionale non saranno soddisfatti.

1.La fine dell’occupazione e della colonizzazione da parte degli Israeliani di tutti i territori Arabi (occupati dal 1967) e l’abbattimento del Muro.

2. Il riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini Arabo-Palestinesi di Israele per la piena uguaglianza.

3. Il rispetto, la protezione e la promozione dei diritti dei Palestinesi rifugiati affinché possano tornare alle loro case e alle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell’ONU.

La mia convinzione è nata nell’idea che tutte le persone meritino il riconoscimento dei diritti umanitari basilari. La mia non è una presa di posizione antisemita. Questo non è un attacco agli Israeliani. Questo è, tuttavia, un appello a unirsi al boicottaggio culturale, rivolto ai miei colleghi che lavorano nell’industria musicale, nonché agli artisti che operano in altri ambiti.

Gli artisti fecero bene a rifiutarsi di suonare nel villaggio di Sun City in Sud Africa fin tanto che l’apartheid non cadde e i bianchi e i neri poterono godere di eguali diritti. E noi siamo nel giusto rifiutandoci di suonare in Israele fino a quando arriverà il giorno – e sicuramente arriverà – in cui il Muro dell’occupazione cadrà e i Palestinesi vivranno a fianco agli Israeliani nella pace, libertà, giustizia e dignità che tutti loro meritano.

Roger waters, 25 Febbraio 2011

Titolo originale: “Roger Waters: “Where governments refuse to act, people must” “

Fonte: http://www.silviacattori.net
Link
28.02.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DIANA LORENZI

”Questo mafioso finanzio’ Berlusconi”

Fonte: Antimafia Duemila – ”Questo mafioso finanzio’ Berlusconi”.

di Lirio Abbate – 18 marzo 2011
Si chiama Giovannello Greco, era un killer fedelissimo di Bontate. E secondo le accuse di Giovanni Brusca avrebbe prestato centinaia di milioni al Cavaliere. Uscito dal carcere, è ancora vivo, non si sa dove.

Decine di miliardi di vecchie lire: quello che negli anni Settanta era un vero tesoro, pari a centinaia di milioni di euro odierni. E’ l’investimento che una cordata di mafiosi palermitani avrebbe affidato allora a Silvio Berlusconi: denaro raccolto con i proventi del narcotraffico. In prima fila in questa operazione ci sarebbe stato Stefano Bontate. Assieme a lui, un pool di altri boss avrebbe consegnato pacchi di milioni di lire al fondatore dell’Edilnord. Boss sterminati nella spietata guerra lanciata dai killer corleonesi di Totò Riina all’inizio degli anni Ottanta. Tutti morti, tranne uno. Almeno a dare fiducia alle ultimissime dichiarazioni di Giovanni Brusca: uno dei presunti finanziatori di Berlusconi sarebbe ancora vivo. E libero, perché è anche l’unico mafioso che ha ottenuto la revisione del celebre maxiprocesso.

Il nome messo a verbale da Brusca lo scorso 25 novembre è quello di Giovannello Greco, un sopravvissuto: scampato alla strage corleonese, fuggito in Spagna, arrestato 16 anni dopo e poi tornato in libertà grazie alla revisione della condanna definitiva. A 14 anni dal suo arresto si è scoperto che Brusca aveva custodito nel silenzio molte conoscenze. A partire dalla storia del presunto tesoro mafioso affidato a Berlusconi.

Il racconto – scrive l’Espresso nel numero in edicola domani – messo nero su bianco negli ultimi mesi secondo gli inquirenti è importante perché descrive nel dettaglio tutti i tentativi da parte dei boss di recuperare il capitale consegnato all’imprenditore milanese.

Brusca sostiene che ogni anno il Cavaliere avrebbe pagato 600 milioni di lire ai finanziatori siciliani. Poi la guerra corleonese tra il 1981 e il 1982 ha falcidiato Bontate e il suo gruppo, facendo interrompere i rapporti.

Oggi Brusca ha fornito nuovi racconti sui boss che negli anni Settanta avrebbero puntato sul Cavaliere. Tra loro ci sarebbe stato Pietro Marchese, ucciso in carcere nel 1982. E soprattutto Giovannello Greco, un fedelissimo di Bontate, accusato di aver commesso numerosi omicidi: uno dei pochi uomini del padrino palermitano sopravvissuto alla mattanza corleonese. Brusca racconta come Greco riuscì a spiazzare i sicari di Riina con un’azione improvvisa: sarebbe piombato nell’abitazione del mafioso Gaetano Cinà, amico di Dell’Utri e in quel momento alleato dei corleonesi. «Giovannello Greco torna da dove si trovava e fa una specie di sorpresa a questo Cinà, per recuperare i soldi». Cinà, secondo Brusca, è l’uomo che all’epoca poteva arrivare direttamente al braccio destro del Cavaliere. E tramite questo canale sarebbe riuscito a farsi riconsegnare la sua quota dell’investimento. Fuggito dalla Sicilia dopo la morte del suo capomafia, Giovannello Greco è stato arrestato dopo 16 anni di latitanza a Ibiza e – dopo una lunga resistenza all’estradizione – ha poi accettato di tornare in carcere in Italia. Nel 2001 Gaetano Grado, un altro degli alleati di Bontate che secondo i pentiti frequentava Arcore, ha deciso di collaborare e si è autoaccusato dell’unico tentato omicidio per cui Greco era stato condannato nel maxiprocesso.

Su questa base Greco ha ottenuto la revisione della sentenza, con l’assoluzione riconosciuta dalla Corte d’appello di Catania. Dopo avere scontato un’altra pena per associazione mafiosa, oggi Giovannello è libero e vive lontano dalla Sicilia insieme alla moglie e alle figlie.

Tratto da:
espresso.repubblica.it

LA MAFIA IMPRENDITRICE – La fermata – Cadoinpiedi

LA MAFIA IMPRENDITRICE – La fermata – Cadoinpiedi.
Intervista a Paolo Biondani – 18 Marzo 2011
Imprenditori impauriti, ramificazioni politiche, business: è la ‘ndrangheta al Nord

La ‘ndrangheta non è più solo un problema meridionale. Recenti indagini hanno portato a galla rapporti molto forti fra i clan e l’imprenditoria lombarda. Abbiamo sentito Paolo Biondani, giornalista che ha redatto diverse inchieste sulla mafia a Milano.

Una delle tue ultime inchieste parla parla dei legami mafiosi con i poteri forti della Lombardia. Di cosa si tratta?

Penso che il problema della mafia economica sia il primo problema che abbiamo in Italia. Ci sono organizzazioni mafiose che gestiscono montagne di soldi e che sono diventate mafie imprenditoriali, organizzazioni criminali che riescono a avere rapporti forti con la politica e a agganciare personaggi chiave. Nell’ultima inchiesta abbiamo cercato di far vedere semplicemente, perché erano cose scoperte dai magistrati, già finite agli atti, già documentate, i rapporti tra alcuni personaggi fondamentali di quella macchina di potere che governa la Lombardia dal 1995 e che ha il suo emblema politico in Formigoni, e personaggi o arrestati o indagati o comunque compromessi con le associazioni mafiose, con l”ndrangheta in particolare.

Una mafia che punta tutto sul business e non spara più?

E’ sicuramente una mafia imprenditrice, quasi tutti gli arrestati sono imprenditori, sono imprenditori edili, hanno alcuni settori in cui sono monopolisti, il movimento terra, le ruspe che fanno gli scavi, perché questo permette di controllare il territorio. Poi hanno settori come i rifiuti, sono dentro anche nella restaurazione. Però non bisogna cadere neanche nell’equivoco opposto, pensare, illudersi, che a questo punto portano qui al Nord i soldi e non sparano più. Perché poter usare la violenza, le armi è un vantaggio competitivo troppo forte per spaventare i concorrenti, per eliminare i concorrenti, per vincere gli appalti. Per cui alla fine usano anche le armi, ci sono state guerre di mafia che poi erano guerre economiche, anche in Lombardia.

Si è sempre detto che l’omertà appartenesse agli imprenditori del Sud. E invece oggi anche i lombardi non denunciano. Perché?

Alcuni sicuramente per paura, l’ha denunciato pubblicamente il Procuratore aggiunto Ilda Boccassini che ha diretto queste indagini. Ci sono casi di imprenditori intercettati in quanto vittime di estorsioni e di usura, che al telefono con i loro familiari protestano, si lamentano, smadonnano proprio contro le organizzazioni mafiose. Poi, però, sentiti a verbale dicono di non avere mai subito minacce. Questo può succedere da una parte per paura ed è impressionante vedere che c’è paura di organizzazioni mafiose a Desio, in Brianza o a Corsico o a Buccinasco, alle porte di Milano. Ma c’è anche un discorso più complesso di convenienza economica. In fondo queste organizzazioni mafiose, come ha spiegato Saviano in Gomorra, fanno il lavoro sporco che conviene anche alle grandi imprese del Nord, per cui non è una questione di dire: calabresi o lombardi, la divisione è tra persone oneste e persone disoneste. I clan fanno il lavoro sporto ma “utile”, perché smaltire i rifiuti, fare una demolizione di un palazzo e smaltire l’amianto costa, quindi per la grande impresa del Nord che fa il grattacielo è un costo grosso. Se arrivano i mafiosi e invece di smaltirli regolarmente, li seppelliscono sottoterra inquinando e avvelenando le falde, l’impresa del Nord risparmia e quindi ha maggiori margini di profitto.

Dalle inchieste della Dda sono emersi legami fra clan e politici. Pare che la ‘ndrangheta abbia “adottato” quale consigliere regionale.

Non solo consiglieri regionali. Abbiamo scoperto che c’è un parlamentare potentissimo che si chiama Giancarlo Abelli, che è un ex democristiano legatissimo a Comunione e Liberazione, che ha ricevuto un sacco di voti, lo dicono tutti i mafiosi, proprio dalle cosche, oltretutto dopo aver incontrato alcuni di loro. Questo non vuol dire che Abelli è complice. Anzi, fino a prova contraria non lo è. Certo, però, che oggettivamente fa impressione vedere in Lombardia i clan mafiosi che votano un parlamentare ciellino.

E’ difficile, oggi, contrastare queste ramificazioni?

Sì, soprattutto se dovesse passare la legge vergognosa che stabilisce che praticamente non si possono più fare intercettazioni ambientali. Intercettazioni ambientali vuole dire le microspie nascoste nella macchina, in casa del mafioso. Senza di queste le inchieste non si sarebbero mai potute fare, vuole dire che i 300 arresti che ci hanno permesso di liberare intere zone della Lombardia dai mafiosi, non si sarebbero fatte e avremmo ancora qui i mafiosi. E’ vergognoso che ci sia una classe politica che l’unica cosa che sta pensando di fare per la giustizia, per i problemi dell’Italia è quella di togliere le armi ai poliziotti, invece che toglierle ai mafiosi.

Antonio Di Pietro: Nucleare = 0%

Fonte: Antonio Di Pietro: Nucleare = 0%.

Oggi alla Camera ho prima chiesto al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo che rendesse conto della strategia nucleare del governo, anche alla luce di un’Europa, e di un mondo, che vanno nella direzione opposta. Subito dopo ho risposto al Governo, che ha rigettato la richiesta di un election day, unendo referendum e amministrative, con scuse ridicole. La realtà è che hanno paura.


Il nucleare dev’essere cancellato

Signori del Governo, gli italiani, anni fa, hanno detto no al nucleare come fonte di approvvigionamento energetico e come vedete ci avevano visto giusto, perché si ripropone spesso il tema della sicurezza, tanto che il Commissario all’Energia della Ue, Guenther Oettinger, ha definito “apocalisse atomica” quanto sta avvenendo in Giappone. Sempre la Commissione europea ha detto che ci sono almeno quattro centrali nucleari in Europa nelle stesse condizioni di quelle nipponiche, due in Spagna e due in Svizzera. E proprio la Svizzera ha dato disposizioni di bloccare la produzione di energia nucleare, così come è avvenuto anche in Lituania e in Germania che ha fermato ben sette centrali. Quindi, mentre nel mondo (espandi | comprimi)
si sta sviluppando una forma di energia alternativa, le chiedo: in Italia c’è proprio bisogno di ricorrere a questa soluzione distruttiva per l’uomo, pericolosa per la salute e per l’ambiente o possiamo, invece, sfruttare il sole e il vento che ne abbiamo in abbondanza? Ministro Prestigiacomo, si possono non condividere le opinioni ma i fatti vanno riferiti correttamente. Lei ha detto una bugia clamorosa e le cito testualmente cosa, invece, ieri ha dichiarato il Commissario all’Energia della Ue, Guenther Oettinger, dopo la riunione con tutti i ministri competenti: “Dopo gli eventi giapponesi l’Unione europea deve pensare a un’opzione zero per il nucleare”. L’esatto contrario di quello che lei, ministro, ha voluto far credere oggi agli italiani. Allora il quesito è uno e uno solo: conviene il nucleare? Ci sono dei disastri naturali cui resisti non potest, non è possibile fermare il terremoto, ma possiamo evitarne alcune conseguenze e tutti quei disastri che sono causati dal comportamento dell’uomo. E allora mi chiedo, il gioco del nucleare ne vale la candela? Io dico di no perché oggi come oggi, rispetto a quando gli altri Paesi che lei ha citato hanno costruito le centrali nucleari, la moderna tecnologia produce un sistema di approvvigionamento energetico diverso, più qualificato, più qualificante e più pulito, meno dispendioso, meno pericoloso per i prossimi 20-100 mila anni. Nessuno, infatti, racconta agli italiani dove andranno a finire le scorie nucleari né dove saranno collocate le centrali. Proprio ieri un sottosegretario del vostro Governo ha detto che gli impianti non si faranno se non nelle Regioni che sono d’accordo, ma la maggior parte delle Regioni, pure quelle governate dalla maggioranza, hanno detto che non vogliono il nucleare sul loro territorio. In una situazione di questo genere, sul piano economico non è vero che si risparmia, anzi si spende di più, non è vero che la materia prima è meno cara perché l’uranio è esauribile e bisogna acquistarlo dall’estero, mentre sole e aria in Italia ce l’abbiamo in abbondanza. Allora chiediamo a tutti voi e al ministro dell’Interno si vada al referendum, che l’Italia dei Valori ha promosso, si dia la parola agli italiani e si chieda: siete voi disposti a rischiare la vita con il nucleare oppure volete un’energia pulita, come il fotovoltaico e l’eolico?

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Hanno paura dei referendum

Signori del Governo ho ascoltato adesso il parere contrario di un vostro rappresentante che dice che non si può fissare il voto dei referendum lo stesso giorno delle amministrative. Io lo chiamo un gesto di codardia, perché nel 2009 c’è già stato l’accorpamento con la motivazione che voi giudicate “eccezionale” e noi invece riteniamo secondo legge e Costituzione, ovvero facilitare il diritto di voto dei cittadini, evitare spese suppletive a carico dell’erario, permettere agli italiani di esprimere il loro parere su quattro quesiti importanti. Stiamo, infatti, parlando di decidere se possono bere tutti o soltanto quelli che hanno i soldi, se l’acqua deve rimanere un bene pubblico o divenire bene privato. Non è un quesito dell’Italia dei Valori ma che ha proposto il Forum per l’acqua pubblica, (espandi | comprimi)
un’associazione apartitica, traversale, che si rivolge a tutti i cittadini e non solo a quelli che condividono una determinata ideologia politica. Io esprimo gratitudine a questo forum per l’acqua pubblica che ha proposto ben due quesiti referendari per far sì che sia applicato il principio di uguaglianza, in base al quale se siamo tutti uguali alla legge, benedetto il Signore, anche un bicchier d’acqua non deve essere negato a nessuno. Non è un principio comunista questo, ma di buon cristiano perché anche Gesù Cristo diceva di dar da bere agli assetati. L’altro referendum che noi chiediamo sia accorpato alle elezioni amministrative è molto semplice: è ciò di cui si discute in queste ore perché, come dice il Commissario per l’Energia dell’Unione europea, stiamo assistendo a “un’apocalisse atomica” in Giappone e se dovesse scoppiare quella centrale nucleare ci sarebbe un disastro più grande della stessa Chernobyl. Allora noi chiediamo agli italiani: volete davvero queste centrali nucleari? In realtà gli italiani hanno già detto con un referendum di non volerle, di preferire l’energia rinnovabile. Abbiamo, infatti, la possibilità di produrre energia con materie prime che si trovano nel nostro Paese, come il sole e il vento, invece dovremmo andare a comprare l’uranio dall’estero, una materia prima esauribile, utilizzabile forse tra 20-30 anni, non disponibile sul nostro territorio ed estremamente pericoloso. Vedete, i disastri naturali non si possono prevenire ma si possono contenere ed evitare gli effetti che sono conseguenza dei comportamenti dell’uomo. Quindi bisogna far attenzione alle scelte che incidono sulla salute, sull’ambiente e sull’esistenza della stessa umanità, che portano appunto a “un’apocalisse”, come purtroppo stiamo vedendo in questi giorni. Rispetto a tutto questo non si può dire che la percentuale che esploda una centrale nucleare è bassa, perché non possiamo sapere se un disperato un giorno faccia con un aereo come l’11 settembre a New York oppure se si scateni un terremoto come tanti che avvengono nel nostro Paese.
L’altro referendum riguarda il legittimo impedimento. Dopo che il Governo Berlusconi ha proposto una riforma costituzionale che mette al primo posto la non funzionalità del sistema giustizia, la rottura del patto democratico, mettendo il giudice sotto il controllo del Parlamento e contraddicendo il principio della divisione dei poteri. Rispetto a tutto questo, il quesito referendario chiederà ai cittadini: vuoi che questo Governo continui a farsi le leggi per conto suo, senza pensare agli interessi del Paese, oppure vuoi dirgli basta?
Io credo che dobbiamo creare le condizioni affinché i cittadini possano davvero andare a votare. Caro sottosegretario e voi tutti del Governo, avete detto un sacco di bugie poco fa quando avete dichiarato che non si può accorpare il voto del referendum con quello delle amministrative perché secondo voi il non voto è l’espressione di una volontà positiva di mantenimento della legge. Niente di più falso perché chi non va a votare non si esprime né in un modo né in un altro. Una cosa sbagliata in questa legge è proprio il quorum di ammissibilità del referendum, perché non è possibile che per modificare la Costituzione basta il quorum semplice, ovvero la maggioranza dei votanti, mentre per far passare un referendum è necessario che la maggioranza degli aventi diritto al voto si rechino alle urne, compresi i tre milioni cittadini all’estero e quelli nati nel 1860. In una situazione di questo genere, strumentalizzare i cittadini che si astengono e dire che votano a favore del Governo ci sembra un artificio, un raggiro, un trucco, una truffa politica ed elettorale. Ecco perché noi siamo convinti più che mai di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’atteggiamento di questo Governo che si comporta come un prete spretato che invita i fedeli a non andare a messa, in questo caso invita i cittadini a non andare a votare, oppure rende loro difficoltoso l’esercizio del diritto di voto. Il sottosegretario ha detto che non si spenderebbero 300 milioni di euro in più ma soltanto 50 milioni, alla faccia! Sono niente 50 milioni? Dateli alla ricerca, alla cultura, alle persone che sono diversamente abili. Ecco perché io dico che il Governo si è arrampicato sugli specchi per giustificarsi, dicendo che ci sarebbero troppe schede. Però sulle schede c’è scritto a cosa servono. Considerate i cittadini degli scemi? Pensate che gli elettori siano incapaci? Questa è la vostra grande arroganza, pensate che gli italiani non capiscano che cosa vanno a votare e li trattate come bambocci. Voi dite anche che siccome i cittadini ci impiegherebbero troppo tempo nel seggio, sarebbero disincentivati a votare. Io penso che sia peggio costringerli a recarsi alle urne per tre week end di seguito, soprattutto in un periodo già di ferie, nel quale le scuole sono chiuse. Allora diciamo le cose come stanno signori del Governo. Le ragioni dell’accorpamento che noi sosteniamo sono diverse: ci sono quelle costituzionali – bisogna agevolare il diritto del voto e non renderlo difficoltoso -, ci sono motivi di buon senso – perché portare a votare i cittadini due volte quando potrebbero farlo una sola volta? -, ci sono quelli economici – saranno 300 milioni, 50 milioni, ma anche soltanto un euro, voi avete il dovere di non sprecarlo -, e ce ne sono molte altre che voi non volete dire. In realtà avete paura del risultato elettorale, perché sapete che in tema di acqua, di nucleare e di giustizia state attuando una politica contro il popolo, contro i cittadini e contro gli elettori. Voi vi chiudete nel vostro bunker e pretendete di governare senza avere il consenso. Il presidente del Consiglio ha detto che ha il consenso del popolo, allora vada dal popolo a chiederlo, altrimenti si chiuda nella sua casa di Arcore.

OLTRAGGIO ALLA SALMA

Fonte: ComeDonChisciotte – OLTRAGGIO ALLA SALMA.

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Aggiornamento Il Più Grande Crimine 11

Infierire su un cadavere è un atto orrendo, oltre che un reato. Ma i tecnocrati europei lo stanno facendo sotto gli occhi impotenti di Giulio Tremonti, che sa tutto ma non può farci nulla, né ci dice nulla. La democrazia è stata assassinata dal Vero Potere qui in Europa con il Trattato di Lisbona e con l’Unione Monetaria – cioè con la fine della sovranità sia legislativa che economica degli Stati dell’Eurozona in cui noi oggi votiamo governi privi di potere reale – e ne ho lungamente parlato. Essa giace morta, con conseguenze troppo orribili da contemplare per i nostri figli, ma agli assassini della Commissione Europea e ai loro sottomessi del Consiglio Europeo non basta. Ora vi descrivo cosa stanno preparando per noi, ovvero il male che ci vogliono ancora infliggere, l’ennesimo golpe. E di nuovo vi dimostro che a decidere il nostro destino sono elites potentissime e a voi sconosciute. Se riuscirete a finire la lettura prima di urlare sarete stati forti.

Ma per darvi il giusto contesto di quanto noi cittadini siamo tenuti all’oscuro di cose a questo livello vitale di importanza, storiche persino, vi porto per un attimo alla puntata di Annozero di giovedì 10 marzo scorso. Forse l’avete vista: De Bortoli, Scalfari, Bertinotti e Tremonti, a discutere di crisi e di Europa, proprio il tema qui trattato. Prima serata Tv, nomi ad alti livelli di competenza politico-economica, un contenitore che dovrebbe essere dalla parte dei cittadini, e dunque il massimo dell’informazione al momento. Scalfari e De Bortoli con l’auricolare dei rispettivi suggeritori: Fiat/Bilderberg e De Benedetti/Bilderberg; Bertinotti che bofonchiava cose da sberle operaie in piena faccia; e poi Tremonti. Sul ministro mi soffermo. Lui sa tutto, e infatti di fronte all’inasprimento del golpe europeo che viene in queste ore preparato e di cui tratto in questo articolo, Tremonti ha già rilasciato la seguente dichiarazione: “Questo processo porterà a un colossale trasferimento di sovranità… le politiche di bilancio ora non sono più nelle mani dei governi nazionali” (EUbusiness.com, Reuters 01/2011). Non sono più nelle mani dei governi nazionali, e, preciso, sono nelle mani di una mafia di criminali economici che stanno uccidendo i diritti e il lavoro, e il nostro futuro. Ma lui, perché non parla qui da noi? Perché va da Santoro e dice solo i primi due quinti della verità? Permette a Travaglio di dire corbellerie come quella del denaro della corruzione come rovina economica italiana (come dire che le sigarette sono la fonte dell’effetto serra), e non dice quello che sa, che potrebbe letteralmente spellare vivi sia i suoi interlocutori sia la gente a casa. Non può? E’ complice? Non lo sappiamo, ma ecco quello che lui sa.

Sa che la Commissione Europea, avvallata dal Consiglio Europeo, vuole far precipitare il collasso degli Stati europei del sud e dell’est, fra cui noi italiani, mentre tiene anche sotto servitù persino i lavoratori tedeschi e francesi. Non gli basta che Roma o Lisbona o Atene e Bonn abbiano perso la sovranità legislativa e monetaria, non gli basta che la spirale di crisi dell’euro, studiata a tavolino, stia reclutando milioni di persone in quello che Marx chiamava “l’esercito di riserva dei disoccupati” che si litigano stipendi da insulto senza più protestare, e non gli basta aver già steso un velo di pece sul futuro dei nostri piccoli. Evidentemente l’agonia europea è troppo lunga e loro la vogliono sveltire. A questo fine hanno scritto un programma d’azione micidiale, un golpe, che imporranno dall’alto e che si compone di New Economic Governance; EU Semester; Excessive Imblace Procedure; Europe 2020 Strategy. Fermi, non staccate la spina…

Vi dovete rendere conto che il destino del vostro stipendio di insegnanti o infermieri o segretarie, o del vostro laboratorio artigianale, officina, negozio, azienda, di tutta la vostra economia, dei vostri diritti sociali e democratici, NON STA NEI TITOLI DEL CORRIERE SULLA POLITICA ITALIANA, ma nel linguaggio noioso di astrusi comunicati di burocrati olandesi, italiani, o francesi e tedeschi che voi neppure sapete che esistono. Non storcete il naso davanti a queste righe. Gli astrusi comunicati vi stanno schiavizzando in un golpe senza precedenti nella Storia d’Europa, su democrazie ormai morte.

(Per i lettori appena giunti a queste cose, riassumo in brevissimo come il Vero Potere ha già distrutto gli Stati d’Europa e per quali fini. Questa è la spirale perversa che fu pianificata fin dagli anni ’30 dello scorso secolo e che oggi è giunta a piena fruizione – i dettagli ne Il Più Grande Crimine:

- Agli Stati dell’Eurozona è stata sottratta la sovranità legislativa e monetaria con i Trattati di Maastricht e di Lisbona, che danno poteri immensi alla Commissione Europea di burocrati NON eletti.

- Quei Trattati hanno regole che hanno paralizzato gli Stati nella loro funzione di spendere a deficit per la piena occupazione e pieno Stato sociale dei cittadini. E in ogni caso l’euro non è più degli Stati, che lo devono chiedere in prestito ai capitali privati con limiti enormi di sovranità proprio nella spesa.

- Peggio, ai governi è stato inculcato il dogma dei taglia alla spesa a tutto campo, blocco o riduzione degli stipendi pubblici, e di tutti i servizi sociali.

- Il calo degli investimenti pubblici ha così sottratto ricchezza anche al settore privato, che di conseguenza taglia, licenzia o precarizza. C’è una deflazione dei redditi sia pubblici che privati.

- La deflazione dei redditi pubblici e privati crea un calo di domanda, cioè meno vendite e meno ricchezza che circola, ma questo costringe le aziende che non vendono a licenziare e precarizzare ancor più, innescando un circolo vizioso di calo di redditi, calo di domanda e ancora crisi di aziende e licenziamenti e deflazione dei redditi senza fine.

- Licenziamenti e calo dei redditi costringono però gli Stati a spendere in ammortizzatori sociali di ogni tipo, per cui ciò che essi avevano risparmiato dai tagli alle spese viene poi rispeso per gli ammortizzatori, cioè sempre peggio in termini di deficit e debito.

- A peggiorare ancora il deficit e il debito c’è appunto il fatto che gli Stati devono chiedere gli euro in prestito ai privati che ne decidono i tassi d’interesse. Questo fa sì che oggi il debito degli Stati dell’Eurozona sia un vero debito dovuto a grandi capitali esteri, che gli Stati possono ripagare solo tassandoci o facendo altro debito. I mercati sanno questo e hanno perso la fiducia negli Stati dell’Eurozona che sono visti come a rischio di fallimento. E più crolla la fiducia e più i mercati alzano i tassi per darci gli euro, e questo ci indebita sempre più, in una spirale senza fine di debito che causa sfiducia, sfiducia che causa debito e via così.

- Quella spirale costringe gli Stati a tagli pubblici sempre maggiori, quindi come detto sopra riparte la spirale del crollo dei redditi, crollo delle aziende, crollo dell’impiego, aumento spese per ammortizzatori e di nuovo riparte la spirale del debito e del deficit ecc. ecc. Un gorgo nero senza fondo che si chiama Crisi, quella che oggi stiamo vivendo, ma che come sopra dimostrato è stata voluta a tavolino.

- Stati ridotti in questo modo fruttano però ai grandi capitali del Vero Potere due cose: masse di lavoratori disperati per un lavoro e disposti ad accettare ogni precarizzazione indegna; e la svendita agli stessi capitali dei beni pubblici a due soldi ‘per far cassa di Stato’. Conclusione: il Vero Potere della grande industria franco-tedesca assume a costi del lavoro stracciati e può esportare in concorrenza con USA, Cina e India. Gli speculatori della finanza ci comprano le telefonie, l’acqua, la sanità, le autostrade, ecc. a prezzi stracciati perché Stati con economie in collasso non possono certo contrattare sui prezzi delle privatizzazioni. Tutto questo sotto la supervisione complice della Commissione Europea e del Consiglio Europeo.)

Spero che vi rendiate conto di cosa significa tutto questo. Un truffa immensa per arricchire poche elites, e dove il prezzo fu pagato, è pagato e sarà pagato solo dai cittadini che lavorano oggi in Stati che sono zimbelli privi di sovranità nella mani del capitale privato, quindi fine della democrazia. Noi, i nostri figli siamo in queste condizioni.

E su queste condizioni giunge oggi il golpe in preparazione di cui parlavo.

Golpe.

Cosa stanno facendo: la Commissione Europea, che ha potere sovranazionale in tutta la UE, sta pianificando 1) di sottrarre il bilancio degli Stati alle decisioni dei loro governi legittimi e dei loro parlamenti legittimi. 2) di interferire con forti poteri nelle politiche del fisco, dello Stato Sociale, del mondo del lavoro, delle retribuzioni, dei servizi essenziali ai cittadini degli Stati. 3) di punire con sanzioni enormi gli Stati che osano disubbidire al comando della Commissione. 4) di rendere ancora più soffocanti le regole dei Trattati che paralizzano la facoltà degli Stati di arricchire i propri cittadini e che sono una delle cause maggiori del collasso europeo. 5) di imporre la competitività come valore supremo delle politiche economiche degli Stati a costo di distruggere i redditi e tutto lo Stato Sociale, e persino le nazioni stesse, ma a esclusivo vantaggio del grande capitale finanziario e industriale. 6) e di far pagare i prezzi di questo golpe senza precedenti nella Storia d’Europa unicamente alle fasce basse dei lavoratori e dei giovani sottoccupati per intere generazioni.

Tutto questo sotto dettatura da alcune precise lobby finanziarie di poche centinaia di oligarchi (Vero Potere). Il risultato sarà quello descritto dal prof. Peder Nedergaard sul Danish Daily Politiken nel settembre del 2010: “Un effetto di condizionamento sulle economie degli Stati paragonabile a quello delle testate nucleari in campo militare”.

E ora, mi dispiace, ma devo essere tecnico e complesso, perché tali accuse richiedono prove dettagliate. Chi non se la sente rilegga la sintesi dei 6 punti qui sopra, che è già sufficiente a far comprendere la gravità del golpe.

La crisi economica del 2007-2011 ha dato alla Commissione Europea cioè che l’11 di Settembre diede a George W. Bush, cioè il pretesto per un attacco frontale senza precedenti a popoli senza colpa. Col pretesto di riportare ordine nelle finanza terremotate della UE, ma senza mai neppure sfiorare i veri colpevoli della crisi, la Commissione già dal 2009 si era messa all’opera per perfezionare il piano settantennale di sottomissione degli Stati, cioè distruzione della loro sovranità legislativa e monetaria, messa in schivitù di milioni di lavoratori, distruzione del settore pubblico, e consegna nella mani del Vero Potere dei profitti derivanti. Aveva scritto in diversi rapporti delle idee, che furono sottoposte ai nostri governi nel Giugno del 2010, e da essi approvate in via preliminare. Quelle idee, si scoprirà poco dopo, erano state dettate quasi alla lettera da tre lobby finanziarie europee: il European Roundtable of Industrialists (ERT); la European Employers Association (EEA); e Business Europe (BE). Alle loro spalle altri giganti della lobbistica, come il LOTIS, il TABD, o l’International Capital Markets Association e molti altri. Primo obiettivo: impossessarsi dei bilanci degli Stati e poter interferire in essi senza alcuna considerazione per la sovranità degli elettori. A tal fine, e sempre con la scusa di porre un controllo a future crisi, ecco l’idea (questa già esecutiva):

Gli Stati membri della UE dovranno presentare entro l’Aprile di ogni anno alla Commissione e al Consiglio Europeo i loro bilanci per essere discussi, e questo PRIMA che la discussione avvenga nei parlamenti nazionali. Commissione e Consiglio presenteranno le loro raccomandazioni entro Luglio, e in autunno i governi poi dialogheranno coi relativi parlamenti. Questa procedura si chiama il European Semester.

Dunque già a questo punto si ravvede una perdita di sovranità enorme, ma il peggio deve ancora venire. Infatti, il cosa accadrà se il bilancio di, ad esempio, Italia non è gradito alla Commissione (formata da burocrati NON ELETTI) e al Consiglio Europeo è una delle parti forti del golpe. Di fatto verremo posti sotto amministrazione controllata, e puniti.

Amministrazione controllata.

Si tenga presente che un bilancio dello Stato non gradito alla Commissione significa unicamente non gradito agli speculatori e agli investitori delle lobby del Vero Potere sopraccitate, e non necessariamente sbagliato per il benessere invece di milioni d’italiani, francesi, spagnoli ecc. Questa parte della pianificazione prende il nome di Preventing Macroeconomic Imbalances. Prevede un ‘allarme preventivo’ che segnalerà alla Commissione i primi segni che loro ritengono critici in una economia di uno Stato, e poi prevede di conseguenza ampi poteri di intervenire in quella economia, come la richiesta che un’intera finanziaria dello Stato sia rivista per adattarsi ai dettemi dei burocrati europei. E di nuovo è il linguaggio astruso di costoro che nasconde pericoli micidiali, e va visto e capito. Parlano di ‘parametri’ che se violati faranno scattare l’allarme preventivo, e in questi includono due voci critiche: lo “spreco di risorse” e “livelli insostenibili di consumo”. Il problema è solo IN CHE MODO saranno interpretate quelle voci. Perché “spreco di risorse” può essere una spesa pubblica sociale essenziale per noi persone, in sanità o in previdenza o nella pubblica istruzione. E “livelli insostenibili di consumo” possono essere quelli che invece stanno proprio alla base di un circolo virtuoso economico dove i consumi alimentano occupazione e investimenti (come sosteneva John Maynard Keynes nella sua Theory of Effective Demand).

Ci sarà un ‘tabellone punti’ con i nostri voti, chi ha l’insufficienza viene… invaso. Gli ampi poteri di intervenire di cui parlavo includono la pretesa che lo Stato sotto accusa stili un suo programma di obbedienza alla Commissione con gli esatti tempi d’azione. Se non è diligente, può essere costretto a riscrivere il programma. Le materie su cui saremo esaminati e poi forse puniti, oltre a “spreco di risorse” e “livelli insostenibili di consumo” includono le politiche del lavoro, le tasse, i servizi sociali ai cittadini, i redditi. Insomma, tutto quello che ci tutela. Siamo sotto controllo stretto, e chi ci controlla, lo ricordo, non è mai stato eletto da nessuno e risponde direttamente alle lobby finanziarie (leggi sotto). Rivelatrici sono le parole di uno di quegli oscuri potenti burocrati, l’italiano Marco Buti, che nel Settembre 2010 ha detto al Die Welt “Quando gli stipendi nel settore pubblico danneggiano la competitività e la stabilità dei prezzi (cioè sono troppo alti, nda), allora quello Stato dovrà cambiare le sue politiche”.

Le sanzioni.

Chiare: se lo Stato non si allinea ed è membro dell’Eurozona, ci sarà una multa dello 0,2% del PIL, che in parole chiare significa miliardi di euro all’anno. Se è membro solo della UE, la Commissione potrà negargli i fondi europei, che alla fine sono gli stessi soldi. Ma la penalità di gran lunga più devastante non è esplicitata nei testi della Commissione. Si tratta del fenomeno di sfiducia che viene appiccicato alla nazione sotto accusa da tali verdetti, e che i mercati usano senza pietà per sottrarre investimenti in essa e per alzare i suoi costi per avere qualsiasi credito. Si innesca una spirale negativa che ne collassa l’economia e ne devasta di conseguenza posti di lavoro e benessere sociale. Una tragedia.

Chi ci tiene in pugno.

Chi mi ha letto in passato sa cosa sia la Commissione Trilaterale (gruppi di potere USA, UE, Giapppone che si riuniscono in privato dal 1973). A una riunione di questo gruppo tenutasi assai prima dell’attuale golpe, l’allora direttore della lobby European Roundtable of Industrialists (ERT), Daniel Janssen, dichiarò: “Da una parte stiamo riducendo il potere dello Stato e del settore pubblico in generale attraverso le privatizzazioni e la deregulation… Dall’altra stiamo trasferendo molti dei poteri delle nazioni a una struttura più moderna a livello europeo (la Commissione, nda)… che aiuta i business internazionali come il nostro”. Più sfacciato di così… Nel 2002, in un altro rapporto della ERT, si trovano gli esatti dettami che ispireranno l’amministrazione controllata (European Semester) di cui sopra, parola per parola: “Le implicazioni dei bilanci nazionali degli Stati devono essere esaminate dalla EU quando sono ancora a livello della pianificazione”. La lobby Business Europe (BE), si esprimeva nel Giugno del 2010 presso la Commissione con queste parole: “Noi chiediamo un meccanismo di imposizione delle sanzioni molto duro per assicurarsi l’obbedienza (degli Stati, nda)… e un sistema di penalizzazioni in caso di ripetute disobbedienze”. Parola per parola ciò che la Commissione e il Consiglio Europeo stanno pianificando. Ma non finisce qui. La BE rincarò la dose: “Chiediamo tagli alle spese (degli Stati, nda), e che siano riviste tutte le priorità dei governi”.

Vi rendete conto di quale umiliante posizione è riservata ai governi sovrani? Non per nulla Tremonti parlava di ”processo che porterà a un colossale trasferimento di sovranità… le politiche di bilancio ora non sono più nelle mani dei governi nazionali”. Ci si rende conto che la nostra vita è decisa dai diktat di queste lobby che nessuno controlla? Addirittura una di esse, il Trans Atlantic Business Dialogue (TABD) consegna alla Commissione una lista di priorità del business speculativo, e la Commissione si deve auto-apporre un voto sulla sua obbedienza a quei diktat (I Globalizzatori, P. Barnard, Report, 2000).

Impedire la ribellione.

Ci si chiede, e il pubblico che legge queste cose spesso si chiede, come sia possibile che almeno qualche governo non esploda in un grido di ribellione. Le risposte sono molte, ma in particolare per impedire quell’eventualità i criminali economici di cui ho parlato qui (e altrove) si sono inventati alcune micidiali regole dei Trattati europei che tutti noi nella UE abbiamo trasformato in leggi nazionali (con la ratifica, e senza che i cittadini ne sapessero nulla). Si chiamano Patto di Stabilità. E’ quella sciagurata ‘camicia di forza’ (così la si chiama in finanza) che ci obbliga a un deficit non superiore al 3% del PIL, a un debito non superiore al 60%, a bassa inflazione. Tradotto: IMPEDIRE CHE GLI STATI SPENDANO A DEFICIT PER IL PIENO STATO SOCIALE E LA PIENA OCCUPAZIONE, perché noi dobbiamo soffrire nelle mani dei privati e senza più tutele sui redditi. Questo significa. La ‘camicia di forza’ è stata definita una catastrofe economica per l’Europa da economisti del calibro dei Nobel Stiglitz e Krugmann, e da Roubini, Hudson, Parguez, dallo speculatore George Soros, da infiniti studi di macroeconomia, e persino dal Fondo Monetario Internazionale. Ma la Commissione non la discute, e anzi, nel golpe di cui tratto la sta inasprendo. Non trovo migliori parole per descrivere i futuri effetti dell’inasprimento del Patto di Stabilità di quanto scritto dalla European Trade Union-Confederation nell’Ottobre 2010: “Le regole proposte dalla Commissione sono solo mirate ai tagli, tagli e tagli, ai salari, ai posti di lavoro, alle protezioni dai licenziamenti, alla previdenza, ai servizi. Saranno i lavoratori a pagare gli immensi costi della crisi… la Commissione sta applicando una politica di deflazione economica immensa” (esattamente la spirale descritta sopra nel riassunto). Va compreso che qualsiasi Stato compresso fra l’incudine del Patto di Stabilità e il martello dei mercati che con esso agiscono, non può assolutamente più nulla. Fine, sovranità e democrazia morte. Ed è veramente carino scoprire che il gruppo socialdemocratico, quello liberale, oltre ovviamente a quello conservatore del Parlamento europeo si sono levati nel marzo del 2010 a gran voce per difendere proprio i “tagli, tagli e tagli, ai salari, ai posti di lavoro, alle protezioni dai licenziamenti, alla previdenza, ai servizi… cioè gli immensi costi della crisi… la politica di deflazione economica immensa”, cioè l’inasprimento del Patto di Stabilità, la ‘camicia di forza’, con tutta la perdita di sovranità che esso comporta. Vero De Magistris? Vero Di Pietro? Proprio voi che qui fingete di difendere la Costituzione italiana (sottomessa ai Trattati) e la democrazia, poi a Strasburgo ce le distruggete…

La corsa dei topi.

Il mantra della Commissione e del Consiglio Europeo suona un’unica nota, ossessivamente, ed essa parla della competitività, sancita dal documento Europe 2020, parte del golpe. E’ una bella parola, all’orecchio del cittadino magari suona anche ok, ma che invece significa la spremitura all’osso di milioni di lavoratori europei. La ragione è semplice. Chiedetevi come può uno Stato essere competitivo, nel senso di crescere ma anche di tutelare i cittadini. Classicamente lo può essere se 1) può gestire la propria moneta svalutandola se necessario, alzando o abbassando i tassi. 2) usando la medesima per iniettare investimenti nella società, alzando i redditi, edificando liberamente infrastrutture, modernizzando, investendo in ricerca o formazione, innovando, così da attrarre anche capitali stranieri, cioè il modello sociale pubblico nordico (si leggano i dati del World Economic Forum che lo testimoniano). Ma se uno Stato è privo di sovranità legislativa (non può legiferare liberamente per fare quanto sopra) e monetaria (non ha neppure più il portafoglio), se non può più neppure decidere sul proprio bilancio autonomamente, se rischia punizioni devastanti all’accenno di disobbedienza, quale altra strada gli rimane per essere competitivo sui mercati? Solo una: svalutare il proprio costo del lavoro e deprimere i consumi. Cioè creare sacche di lavoro alla cinese in Europa, distruggere i sindacati (bè, lì c’è rimasto poco), e incassare disperatamente dalle privatizzazioni selvagge. Esattamente il sogno, e il profitto, del Vero Potere come descritto ne Il Più Grande Crimine nei dettagli e in riassunto anche sopra. Cioè un massacro ai redditi, ancor più precari nel lavoro, tagli alla previdenza, privatizzazione dei servizi essenziali, e “una massiccia trasformazione di scuola e università per servire gli interessi del big business” (CEO, Big Business as Usual, 03/2010), come peraltro già sancito da un altro Trattato sovranazionale, il GATS dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, diligentemente firmato dall’Italia ben prima di Berlusconi. Prendano nota qui, fra le altre cose, coloro che ancora si fanno trascinare in vacue manifestazioni di piazza contro la Gelmini, responsabile dei tagli così come il cassiere della banca sotto casa tua è responsabile dei tassi miserabili che ti dà.

Ecco come ciascuno di voi padri e madri di famiglia dovrebbe tradurre oggi la parola competitività.

Come sempre in questo golpe, i poteri della Commissione decretati da Europe 2020 sono quelli di intervenire nelle decisioni degli Stati sulla competitività prima ancora dei relativi parlamenti. E non si creda che i cittadini degli Stati più forti siano immuni da questo disastro. Contrariamente a quanto strombazzato dai De Bortoli e tromboni vari del Corriere, i tedeschi hanno negli ultimi 10 anni subito esattamente quanto detto sopra, avendo sofferto un crollo dei salari del 50% rispetto alla media europea, mentre li si spremeva al lavoro come limoni, cioè con una produttività su del 35% (studi di K. Brenke, W. Mosler, J. Halevi, R. Bellofiore).

In parole povere: competitivi forzati, spremuti come limoni, correre come topi, privi di sovranità, impotenti, sempre più precari, sempre meno diritti, e nel nome degli interessi di chi? Ora lo sapete.

La crisi finanziaria del 2007-2011 è solo servita come pretesto per questo nuovo golpe. Solo 5 anni fa un tentativo golpista identico rimase impantanato nel Consiglio Europeo per un soffio. Oggi la crisi greca, del tutto architettata a tavolino da Germania e Goldman Sachs più Moody’s e soci, ha dato la stura all’ignobile trama che vi ho illustrato. E vale la pena citare le parole di un eminente golpista italiano per concludere questo abominio: “Grazie crisi greca!” ha esclamato l’ex commissario europeo Mario Monti a una conferenza della Commissione nel gennaio scorso, proprio per dare il benvenuto all’ignobile trama di questo golpe (K. Haar, EuropeVoice.com, 02/2011).

Di nuovo quel pollaio.

E’ una questione di vita o indecente sopravvivenza, di democrazia o dittatura reale. Dobbiamo assolutamente per prima cosa aprire gli occhi di chiunque ci possa ascoltare sul Vero Potere, sul Vero attacco alla repubblica costituzionale italiana, sulle Vere responsabilità nella morte del diritto al lavoro, sulla Vera mafia economica da porre al primo posto nella lotta per la sopravvivenza in Stati di diritto, su Il Più Grande Crimine (paolobarnard.info). I nostri connazionali ancora attivi sono stati chiusi in un pollaio dove alcuni falsari ‘paladini’ in politica o nei media li hanno convinti che il problema sono quei dieci metri quadri di letame, col galletto più sporco degli altri accusato di essere la causa della miseria degli altri polli… mentre fuori dal pollaio le infernali macchine per la macellazione dei polli lavorano 24 ore su 24 sterminandone masse immense. Queste sono le esatte proporzioni.

Il Vero Potere ha già ammazzato la democrazia e il lavoro, e noi al suo interno. Oggi infieriscono sulla salma. Buon anniversario della nascita di questo Paese liberato dalla servitù a poteri stranieri. Peccato che nella servitù sia tornato appieno.

Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=208%3Cbr%3E
15.03.2011

* si ringrazia il Corporate Europe Observatory, e Olivier Hoedman per il preziosissimo aiuto.

L’utopia dello struzzo e chi ci bagna il pane | Riccardo Orioles | Il Fatto Quotidiano

Fonte: L’utopia dello struzzo e chi ci bagna il pane | Riccardo Orioles | Il Fatto Quotidiano.

Il “mercato”, il consumo e il “progresso” illimitati vanno benissimo per i Grandi Animali, ma sono la morte per noi comuni esseri umani. “E’ sempre stato così”. Sì, ma qua finisce male.

“No all’emotività! Forza, nucleare!”. Sarebbe facile polemizzare col nostro signor governo e la nostra Confindustria che, mentre i tedeschi chiudono le centrali e i giapponesi cercano disperatamente di salvarsi la pelle, non sanno dire altro che “E’ successo qualcosa?”. Facile, ma in fondo ingiusto. Perché la bestialità della nostra orribile classe dirigente, la più disumana e la più ignorante che questo disgraziato Paese abbia mai avuto, fa leva sul nostro sogno, sulla nostra inespressa ma convintissima utopia: che possiamo andare avanti tranquillamente così, sfruttando sempre più la natura, picchiando chi riceve di meno e ruttando felici in un dopo pranzo sempre più inacidito.

Non è così. Il Giappone, molto più civile e tecnologico di noi, era sopravvissuto a duemila anni di terremoti e tsunami: e adesso sta crepando semplicemente perché (a dispetto di una sua cultura antichissima, bollata come “vecchia” e “superata”) s’è messo a costruire centrali nucleari in mezzo alle faglie sismiche. Modernissime, “sicure”, dotate (tranne quella mantenuta in servizio per le pressioni dei politici) della migliore tecnologia. E sono saltate per aria. Perché?

Per lo stesso motivo per cui si rompe un vaso in una stanza in cui si gioca a pallone, per semplice statistica: prima o poi. E perché, se lo sapevano, non si sono organizzati? Per semplice rimozione mentale, come lo struzzo: per eliminare il pericolo non bastava “rendere più sicure” le centrali (o mettere il vaso un po’ più in alto), bisognava abolirle del tutto (“Bambini, in questa stanza non si gioca a pallone”). Ma questo avrebbe significato treni un po’ meno veloci, automobili un po’ meno grosse e così via (“Ahhh… cattiva mamma! Non ci vuoi fare giocare!”). La gente, non solo i politici, non l’avrebbe accettato. La stessa gente che adesso è intenta a razionarsi l’acqua e a seppellire i morti.

“Il Giappone è lontano”. No, il Giappone è qua. Intanto, perché fra un anno probabilmente dovremo stare più attenti all’acqua che beviamo, all’insalata che mangiamo e così via (e già c’era da stare attenti prima). Poi perché la crisi economica (l’economia è mondiale) sarà tremenda e la pagheremo, anche qua, noi semplici cittadini. E poi perché il modello Giappone (con molta più rozzezza e intrallazzo, all’italiana) è esattamente il nostro, quello in cui viviamo: comprarsi più giocattoli, fregarsene della natura, manganellare i poveri, sedare con chiacchiere e botte le spaventate proteste (“Che avvenire ho?”) dei nostri figli. Illudendoci che funzioni, che vada avanti.

L’utopia dello struzzo: testa sotto la sabbia, chiappe all’aria, convinto che il pericolo è lontano e che tutto va bene.

Non serve una “svolta politica” (certo che serve, e subito: ma non basta). Ci vuole proprio una svolta di sistema. Socialismo, buddismo, impero Ming? E che ne so: io voglio semplicemente salvarmi la pelle, e voglio non essere pisciato addosso nella mia tomba da mio nipote – se sopravviverà e se ci saranno ancora delle tombe. Voglio che cambi parecchio, e non solo alla superficie, e anche alla svelta. La mia vita, e quella del mio nipotino, non può restare in balia di pazzi politici, terremoti, multinazionali ciniche ed economie senza controllo. Per i terremoti non ci possiamo far niente. Ma per il resto sì, e dobbiamo sbrigarci perché c’è poco tempo.

Mister B e la farsa delle navi dei veleni – parola d’autore – Cadoinpiedi

Fonte: Mister B e la farsa delle navi dei veleni – parola d’autore – Cadoinpiedi.

di Luigi Grimaldi – 16 Marzo 2011
Ecco come insabbiare un’inchiesta. Il caso Mills, il pentito Fonti e il procuratore Macrì

Lo scorso 16 marzo la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro ha depositato la richiesta di archiviazione al giudice per le indagini preliminari, relativa all’inchiesta sulle “navi dei veleni” e in particolare sul relitto della nave “Cunsky” che, secondo le rivelazioni del pentito Francesco Fonti, sarebbe stipata di rifiuti radioattivi.
Le indagini avrebbero rivelato che la nave affondata al largo delle coste calabre in realtà sarebbe la “Catania“, un’unità passeggeri, affondata nel 1917, al cui interno non sarebbe contenuta alcuna traccia di rifiuti. Un esito assolutamente prevedibile che se da un lato non avrebbe potuto essere diverso, in relazione alle presunte rivelazione del “pentito” Francesco Fonti, dall’altro non consente affatto di chiudere il caso stabilendo che le navi dei veleni non esistono.
Certo che nel centrodestra su questo tema possiamo registrare punte di super attivismo tali da rendere la vicenda curiosa se non sospetta. Sono accaduti strani fatti che val la pena di ricordare nel loro quadro d’assieme a riprova che in questa storia degli smaltimenti illegali di tossici e forse nucleari c’é in ballo assai di più di quanto si creda.

Atto primo, scena prima. Don Diego e Mr. Mills.
Cominciamo col dire che la decisione del governo di assegnare il contratto di ricerca del relitto della “Cunsky”alla famiglia dell’armatore Diego Attanasio, proprietaria della nave Mare Oceano, utilizzata per le prospezioni, lascia allibiti. Infatti qui compare il primo colpo di scena: David Mills, l’avvocato londinese del Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi, ha sempre sostenuto, al pari di Berlusconi, che Attanasio gli avrebbe pagato i famosi 600.000 dollari che, invece, secondo la giustizia italiana, sarebbero stati un “regalo” da parte del leader di Forza Italia come premio per la falsa testimonianza rilasciata in soccorso del Primo Ministro italiano.

Scena seconda. David Mills, Giorgio Comerio e Forza Italia.
Stando a quanto riferito nel 2004 dal governo al Parlamento italiano è esistito un piano, il Progetto Urano, «finalizzato all’illecito smaltimento, in alcune aree del Sahara, di rifiuti industriali tossico-nocivi e radioattivi provenienti dai Paesi europei. Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia». Ora il fatto è che Giorgio Comerio, uno dei protagonisti della vicenda delle “navi dei veleni” non è mai stato il responsabile italiano del progetto Urano riconducibile invece a Roberto Ruppen, procuratore fiduciario del governo somalo di Alì Mahdi e membro del gruppo di lavoro messo in piedi da Marcello Dell’Utri a Publitalia (nel giugno 1992) per trasformare la olding berlusconiana in un partito politico: Forza Italia.
Traffici e trafficanti, una rete in cui i dossier di Greenpeace inseriscono anche David Mills, il quale ha ammesso al quotidiano inglese “The Independent” di avere avuto un contatto telefonico con Comeio. Poca roba, se non fosse che, sempre Mills, risulta essere stato in affari, oltre che con Diego Attanasio e Berlusconi anche con Filippo Dollfus, azionista della Odm di Comerio impegnata in progetti per lo smaltimento in mare di rifiuti tossici e nucleari.

Atto terzo: come ti insabbio l’inchiesta.
Davanti alla Commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, presieduta da Gaetano Pecorella, mente giuridica di Forza Italia e avvocato difensore di Silvio Berlusconi, il procuratore nazionale antimafia Vincenzo Macrì ha messo a fuoco alcuni dettagli dell’enigma rappresentato da Francesco Fonti, il pentito di ‘ndrangheta che con le sue rivelazioni sembrava aver svelato i misteri che ancora avvolgono il giallo delle “navi dei veleni”, e indicato la posizione del relitto della “Catania” scambiandolo per la “Cunsky”. Il tema dell’inchiesta che oggi pare indirizzata ad una inevitabile archiviazione.
Macrì sulla attendibilità del pentito ha espresso una convinzione: «Fino ad oggi alle parole di Fonti non sono seguiti riscontri ».
Il Procuratore Macrì, con Francesco Fonti, ha avuto molti colloqui investigativi in un periodo compreso tra il ’94 e il 2005, «ma con me – rivela – non ha mai parlato di navi affondate. Nel maggio del 2003 mi parlò per la prima volta di rifiuti tossici in parte interrati in Basilicata, in parte trasportati a bordo di camion al porto di Livorno e qui imbarcati su una nave battente bandiera norvegese diretta in Somalia. (…) A ottobre dello stesso anno tornò a parlarmi, facendomi anche alcuni nomi, del traffico di rifiuti tossici verso l’Africa e il Medio Oriente…». A settembre di quello stesso anno risale anche l’ultimo colloquio investigativo, «in cui – ricorda Macrì – Fonti mi parlò dei rapporti con un tale, conosciuto in carcere, che gli aveva parlato di un traffico di rifiuti radioattivi con la Somalia».
Secondo Macrì sull’attendibilità di Fonti occorre «essere cauti». «Eppure – riconosce – le sue dichiarazioni sul traffico di stupefacenti delle cosche di San Luca e sulla organizzazione interna della ‘ndrangheta sono attendibili e verificate (…); mi pare invece decisamente meno credibile quando racconta di rapporti con imprenditori, massoni, uomini politici e delle istituzioni», personaggi con tutta evidenza «superiori a quello che è il suo spessore criminale».
Insomma c’è il rischio che Fonti, non si sa se consapevolmente o no, sia stato manipolato da un terzo soggetto interessato a intorbidare le acque delle inchieste sui traffici di scorie nucleari. E indirettamente il Procuratore Macrì, proprio su questo punto, una vera e propria rivelazione, dalle importanti implicazioni, sfuggita a tutti, l’ha fatta. Basta leggere le relazioni conclusive dell’opposizione nella commissione parlamentare di inchiesta sul delitto Alpi-Hrovatin (i cui lavori sono terminati nel 2006 con roventi polemiche sull’operato del presidente Carlo Taormina, anche lui di Forza Italia), per scoprire chi sia con ogni probabilità l’autore delle imbeccate che Fonti ha poi propalato nei suoi interrogatori e nelle rivelazioni alla stampa.
Il magistrato ha riferito di aver compiuto un accertamento «dal quale risultava che Francesco Fonti e Guido Garelli erano stati detenuti nello stesso periodo presso il carcere di Ivrea ove occupavano celle diverse che si trovavano, però, sostanzialmente una di fronte l’altra. Da qui si poteva tranquillamente dedurre che, seppur non risultava che all’interno della struttura carceraria i due personaggi si fossero incontrati, era altrettanto vero che avrebbero potuto tranquillamente colloquiare relativamente alla posizione che le rispettive celle occupavano». Garelli, il sodale di Roberto Ruppen nella gestione del Progetto Urano. Traffici collegati allo scambio armi/rifiuti nelle aree più disparate del pianeta. Si tratta dello stesso Guido Garelli firmatario di una “lettera di intenti riservatissima”, risalente al giugno 1992, assieme a Giancarlo Marocchino (il cui nome è legato alle indagini sul delitto Alpi-Hrovatin avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994 e principale “collaboratore nella ricerca della verità” scelto da Taormina) e al console onorario di Somalia in Italia, il massone Ezio Scaglione (già membro della segreteria dell’onorevole Boniver ai tempi del Psi e prima dell’approdo di quest’ultima a Forza Italia), finalizzata alla prosecuzione del progetto Urano in Somalia.
E proprio Scaglione ha di fatto confermato in un interrogatorio reso davanti agli investigatori della procura della Repubblica di Asti l’intento che animava il progetto Urano in Somalia, ammettendo che l’impegno sottoscritto con la “lettera di intenti riservatissima”, siglata a Nairobi il 24 giugno 1992, non riguardava affatto – come scritto – partite di derrate alimentari, ma lo sviluppo del progetto di esportazione di rifiuti tossico-nocivi: «Detto progetto riguardava anche i rifiuti radioattivi e nucleari (hanno scritto i magistrati nella richiesta di archiviazione del procedimento del 19 febbraio 2004) i quali secondo i disegni esibiti dal Garelli dovevano essere contenuti in grandi cilindri metallici contenenti al loro interno una camera di stoccaggio, secondo un progetto asseritamente concepito, a detta di Garelli, dalla Oto Melara di La Spezia».
Insomma tutte le vicende connesse ai traffici di armi e di scorie tossiche e nucleari verso la Somalia, così come i corollari annessi alle indagini sull’omicidio dei due inviati Rai uccisi a Mogadiscio, ad una settimana dalle “storiche” elezioni del 27 marzo 1994, continuano ad essere oggetto di partite sotterranee, pilotate da mani esperte, misteriose e potenti, per allontanare una verità che evidentemente, nonostante siano passati tanti anni dai fatti, fa ancora molta paura.

Atto quarto: gran finale ma la commedia continua.
Nel frattempo continuano le attività della commissione parlamentare presieduta da Gaetano Pecorella che ha più volte ribadito l’impegno della Commissione sul fenomeno delle cosiddette “navi a perdere”. Anzi, Pecorella si appresta a ripercorrere le piste già battute da Carlo Taormina: “La Commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti riaprirà le indagini sulla morte di Ilaria Alpi – ha di recente annunciato Pecorella con squilli di tromba e rullo di tamburi – all’interno della più ampia inchiesta sulle cosiddette navi dei veleni e sul traffico transfrontaliero dei rifiuti tossici o radioattivi”. La commedia continua.