Archivio Mensile: aprile 2011

Acqua, referendum a rischio “Il governo ci ruba la democrazia” – Repubblica.it

Fonte: Acqua, referendum a rischio “Il governo ci ruba la democrazia” – Repubblica.it.

Il governo punta ad una legge per bloccare la consultazione.L’Idv: “Colpo di Stato”. Vendola: “Esecutivo condizionato dalle lobby affaristiche”

ROMA - Dopo lo stop al referendum sul nucleare, il governo prova a stoppare anche il referendum sull’acqua 1. Puntando su nuova legge varata in corsa 2. Una prospettiva che fa infuriare promotori e sostenitori del quesito referendario che gridano, come nel caso dell’Idv, “al colpo di Stato”.

“Dopo il tentativo di scippare il referendum sul nucleare ora il governo sotto la spinta delle lobby affaristiche tenta di mettere mano anche al referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Siamo di fronte ad un vero e proprio furto di democrazia” affermano Nichi Vendola e Paolo Cento, presidente e responsabile campagne referendarie di Sinistra Ecologia Libertà. “Mentre tentano scippo del referendum sul nucleare, ora governo e poteri forti di questo paese vogliono provare a fare lo stesso con i due referendum sull’acqua. Non ci provino: giù le mani dai referendum” tuona comitato “Due sì per l’acqua pubblica”

I toni più accessi arrivano dai dipietristi. Che, per bocca  del capogruppo al Senato Felice Belisario vedono nel tentativo di intervenire per via legislativa “l’ennesima presa in giro degli elettori”. Definendo quello del governo “solo un espediente tecnico per impedire ai cittadini, di cui evidentemente non si fida, di esprimersi”.

“Insomma, ancora un inganno, ancora una legge ad personam, ancora un tentativo eversivo in piena regola sul quale l’Idv, e spero anche il resto dell’opposizione, inviterà a una mobilitazione generale perchè questo governo di imbroglioni e di piduisti venga neutralizzato prima che sia troppo tardi” conclude il senatore dipietrista.

E anche i verdi lanciano un appello alla mobilitazione per scongiurare il rischio “di una sospensione delle libertà democratiche” dice il presidente Angelo Bonelli. Che definisce lo stop del governo “un atto criminale”.

Antimafia Duemila – Vogliono boicottare il referendum: rompiamo il silenzio

Fonte: Antimafia Duemila – Vogliono boicottare il referendum: rompiamo il silenzio.

di Giuseppe Giulietti – 22 aprile 2011
Ed ora ci riproveranno con i referendum sull’acqua, come per altro ha già annunciato il ministro Romani.

Così, dopo aver imbrogliato le carte sul nucleare, cercheranno di fare lo stesso con gli altri quesiti, in modo da svuotare la consultazione e da impedire che il referendum sul legittimo impedimento, quello che turba i sonni del capo, sia affossato per mancanza di quorum.
Siamo in presenza di una colossale truffa che dovrebbe trovare la risposta unitaria anche di chi non ha firmato i referendum, persino di chi non li condivide in parte o in tutto.
Lo strappo democratico che si è già consumato non può essere archiviato, magari per non scontentare gli interessi di chi già si lecca i baffi ed il conto in banca al pensiero dei soldi che potrà ricavare dalle privatizzazioni degli acquedotti.
Quello che sta accadendo è un dichiarato imbroglio per far passare il tempo, per allentare la tensione, per impedire che ai cittadini sia fornita una adeguata informazione sui referendum.
Non bisogna cadere nela trappola, bisogna comportarsi come se le votazioni fossero domattina.
Per queste ragioni l’associazione Articolo 21, insieme a tanti altri comitati e movimenti che hanno dato vita alla grande manifestazioe per la costituzione del 12 marzo scorso, ha deciso di promuovere sulle piazze virtuali e sulle piazze reali Il “referendum week”, una settimana di campagna informativa per spiegare ai cittadini che i referendum ci saranno, che quello in atto è solo un imbroglio, che le supreme magistrature non potranno che respingere un simile trucco, anzi proprio a loro chiediamo di tutelare la legalità costituzionale e di impedire che l’interesse privaro possa continuare a soffocare l’interesse generale.
A tutto il mondo della comunicazione, dell’informazione, della cultura chiediamo di aderire a questa campagna, di trovare il modo di rompere la consegna del silenzio, di usare loro stessi e i propri spettacoli o le proprie trasmissioni per invitare gli italiani a rifiutare il broglio perchè potrebbe essere la premessa di brogli ancora più gravi ed ancora più insidiosi per la vita pubblica.
Il 25 aprile ed il primo maggio sono due date simboliche per l’Italia civile, usiamole anche per respingere l’assalto di chi, dopo aver regalato la prescrizione al capo, vorrebbe ” proscrivere” il diritto degli italiani a pronunciarsi liberamente sui quesiti referendri.

NdR: a partire da oggi è stata avvita sul sito una raccolta firme all’appello “Cara Cassazione facci votare ai Referendum” tra i primi firmatari Giuseppe Giulietti portavoce di Articolo 21, Federico Orlando Presidente Articolo21, Vincenzo Vita Senatore PD, Ottavia Piccolo attrice teatrale, Roberto Morrione direttore Liberainformazione

Care Autorità di Garanzia fateci votare ai referendum- FIRMA L’APPELLO

Tratto da: articolo21.org

ComeDonChisciotte – PEGGIO IL RISCHIO FUKUSHIMA O IL RISCHIO TERRORISMO?

Fonte: ComeDonChisciotte – PEGGIO IL RISCHIO FUKUSHIMA O IL RISCHIO TERRORISMO?.

di Roberto Quaglia – Roberto.info

A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca.
Giulio Andreotti

Cosa distingue nel ventunesimo secolo una vera catastrofe nucleare da una ipotetica minaccia del terrorismo? Che della prima è vietato preoccuparsi, mentre della seconda è obbligatorio rabbrividire.

Ma insomma, i governanti e i media vogliono spaventarci o tranquillizzarci? Che si decidano una buona volta! Perché usano due pesi e due misure a seconda della classe di pericoli che ci minaccerebbero?

Il disastro nucleare in Giappone ci ha innanzitutto confermato una cosa che sapevamo già: i governi mentono più o meno sempre, e quando per caso non mentono è solo perché hanno deciso che la verità è loro utile oppure perché mentire non è più un’opzione.

Adesso tutto ciò è anche grottescamente ufficiale, poiché il democratico governo giapponese avrebbe dichiarato illegale la diffusione di notizie sul disastro di Fukushima che non siano in linea con la versione ufficiale. La situazione nella centrale nucleare di Fukushima è stata a lungo dipinta come un incidente di scarso impatto e sostanzialmente sotto controllo e ad un mese di distanza viene finalmente ammesso ufficialmente che si tratta invece di un disastro della magnitudo di Chernobyl. Gli alti venti spargono iodio e cesio radioattivo per tutto l’emisfero boreale e negli Stati Uniti e in Canada già piove volentieri acqua radioattiva, a San Francisco 180 volte i limiti di legge dell’acqua potabile, e radiazioni hanno iniziato a comparire anche già nel latte. Nel mare di fronte a Fukushima la radioattività è già milioni di volte superiore ai livelli normali e l’inquinamento radioattivo è logicamente destinato a propagarsi per la catena alimentare superiore. La reazione dell’Organizzazione Mondiale di Sanità è ripetere il mantra sedativo: rischi per la salute molto ridotti. Con qualche pennellata di surreale come la dichiarazione “rischi per la salute stabili”, una formulazione escogitata dall’OMS per tranquillizzare, ma che puzza di gran presa per il culo. Anche dentro al sarcofago del reattore di Chernobyl ci sono rischi per la salute stabili. Sono venticinque anni che non aumentano né diminuiscono!

Non mentono però solo i governi; a cascata, mentono tutti coloro che nella piramide del potere hanno interessi da difendere ed obiettivi da perseguire, spesso giornalisti compresi. La gravità della situazione è stata come al solito illustrata con largo anticipo dai media alternativi e da ricercatori indipendenti su Internet, mentre scienziati di regime (sembra anche del prestigioso MIT, sebbene la cosa appaia controversa) e pennivendoli dei grandi media hanno cercato a lungo di minimizzare le cose. C’è da chiedersi come faccia così tanta gente a continuare imperterrita a lasciarsi sedurre dalle fonti tradizionali di informazioni ormai sistematicamente inattendibili, quando per le verità che contano i nuovi circuiti indipendenti dell’informazione su Internet sono infinitamente migliori.

Quando su Internet i media alternativi già azzeccavano le dimensioni e la gravità della catastrofe (brutti allarmisti! come si permettono!), sui mass media si assisteva ad un coro di messaggi tranquillizzanti che col senno di poi appaiono grotteschi in modo sublime. C’è chi è giunto a definire il caso Fukushima un trionfo per l’industria nucleare (ma non intendeva raccontare barzellette). In Italia passerà alla storia l’ammasso di fesserie incautamente profferite con saccente sicumera dall’ex presidente dell’Enel Chicco Testa alla giornalista Lili Gruber e che possiamo rivederci su Youtube tutte le volte che vogliamo farci qualche grassa risata.

Fino a qui, nulla di nuovo sotto il sole. La menzogna è da tempo immemore parte integrante del nostro modo di vivere e la vera colpa non è probabilmente neppure di chi mente, bensì di chi delega a fonti più autorevoli di sé la capacità e la responsabilità di giudizio ed è sempre pronto a bersi qualsiasi balla piuttosto che fronteggiare una scomoda realtà delle cose. E che in ragione di ciò continuerà imperterrito a credere agli stessi che egli sa avergli già ripetutamente mentito in passato. Come le mosche che cercando di uscire da una stanza continuano a battere contro il vetro della finestra senza mai imparare nulla dalla loro esperienza, così il grosso della gente continua a credere imperterrita a chi continua a mentirgli ed ogni volta si stupirà di ogni nuova menzogna, senza tuttavia imparare nulla che serva loro per non cadere nella trappola della menzogna successiva.

Detto questo, qualcuno si è chiesto come mai sulle conseguenze della catastrofe che si sta consumando nelle centrali nucleari giapponesi le autorità cerchino di tranquillizzare le popolazioni, mentre quando si tratta dei pericoli del terrorismo e delle epidemie che ancora non ci sono fanno invece di tutto per spaventare i cittadini?

E’ un atteggiamento completamente contraddittorio. Da un lato si fa di tutto per tenere i cittadini all’oscuro di pericoli reali causati da catastrofi certe, mentre dall’altro si fa di tutto per rendere i cittadini consapevoli di pericoli ipotetici connessi a catastrofi annunciate che però poi non si verificano mai.

La catastrofe nucleare di Chernobyl ha nel tempo causato otto milioni di morti secondo uno studio del 2006 riportato da Greenpeace, un milione di morti secondo un successivo studio pubblicato nel 2010 dalla New York Academy of Sciences. Ma nel 2011, dopo il disastro nucleare in Giappone la BBC se ne esce con un tranquillizzante articolo in cui uno “scienziato” spiega che non c’è motivo di preoccuparsi delle radiazioni giapponesi, poiché dopotutto a Chernobyl sarebbero morte solo 43 persone. Sarebbe altamente morale che un tribunale inglese comminasse adesso a questo esimio scienziato una pena che nel rispetto delle sue stesse dichiarazioni egli dovrebbe considerare un premio, e quindi accogliere con grande favore: una vacanza (obbligatoria) di una settimana ad abbronzarsi sulle ridenti spiagge di Fukushima. D’altra parte qualcuno deve pure dare il buon esempio.

Ora che la catastrofe di Fukushima è stata promossa ufficialmente al rango di quella di Chernobyl (catastrofe di livello 7, caratterizzata da dispersioni radioattive nell’ordine di almeno dieci petabecquerel (PBc), 10 milioni di miliardi di decadimenti nucleari al secondo), è logico aspettarsi purtroppo che anche il bilancio dei morti sarà in futuro di analoga magnitudo. Quindi centinaia di migliaia o anche milioni di morti. E questo, se la catastrofe di Fukishima non si aggraverà. Nonostante i media cerchino di glissare sul tema, a Fukusima ci troviamo al momento ancora nel “best case scenario” – il migliore dei casi – ovvero il disastro è già comparabile con Chernobyl, ma questo è solo perché ci sta andando ancora bene. Se i noccioli in fusione dovessero sprofondare fino ad una falda acquifera, allora ci cuccheremmo il “worst case scenario” – il peggiore dei casi – ovvero immense esplosioni che diffonderebbero una tale quantità di roba radioattiva nell’aria da fare rimpiangere i bei tempi di Chernobyl in tutto l’emisfero boreale. Ma di questo nessuno si deve preoccupare, neanche quelli che moriranno o si ammaleranno. Dobbiamo invece continuare a spaventarci della terribile minaccia del terrorismo, che in dieci anni ha ucciso meno persone di quelle che muoiono in un paio di settimane di ordinario traffico stradale. Sembra follia pura, ma è ovvio che invece c’è uno schema in tutto ciò, che lascio indovinare al lettore. Rammento solo a mo’ di esempio ai deboli di memoria le grottesche procedure di perquisizione alle quali devono sottostare ogni volta che vogliono prendere un aereo, col relativo sequestro di beni personali potenzialmente letali come bottiglie di acqua minerale, shampoo, profumi, creme per la pelle.

Altro che Iodio 131 e Cesio 137! Sono lo shampoo e l’acqua minerale che rischiano di ucciderci! Attendiamo a breve retate anche negli istituti di bellezza.

Se dopo decine di milioni di perquisizioni negli aeroporti in tutti questi anni nessun terrorista è mai stato arrestato nel tentativo di imbarcarsi armato su un aereo, lascio al lettore giudicare se è verosimile che tali terroristi in primo luogo addirittura esistano. Non vi viene il dubbio che se esistessero, in dieci anni almeno una volta ci avrebbero provato? Ma di questi “terroristi”, che in dieci anni neppure una volta hanno provato ad imbarcarsi su un qualsiasi aereo da qualsiasi parte[1], ci viene costantemente ripetuto che dobbiamo essere terrorizzati.

Sono anni che ci stanno inoltre promettendo una pandemia che certamente farà milioni di morti, provocata da un virus che ufficialmente non esiste ancora. Promettono però anche che la natura inventerà ben presto tale virus. L’OMS ed altre autorità sanitarie garantiscono che non è una questione del “se”, ma del “quando” ciò avverrà. Viene da chiedersi se lorsignori non abbiano un qualche rapporto privilegiato con la natura, per prevedere con tale confidenza cose del genere. In effetti, per essere certi che la natura produrrà tale letale mutazione, è stato ufficialmente dichiarato che si sta cercando di prevenire la natura anticipando la temuta mutazione in laboratorio[2], allo scopo dichiarato di poterla così combattere meglio. Questa, beninteso, secondo loro sarebbe la notizia tranquillizzante. Il virus dell’influenza spagnola, che nel 1918 uccise decine di milioni di persone, è stato invece riportato in vita già nel 2005. Dobbiamo quindi spaventarci a morte di fronte alle orribili minacce che la natura avrebbe in serbo per noi, mentre dobbiamo tranquillizzarci perché nei laboratori biologici militari americani si cerca di produrre le mutazioni che la natura starebbe progettando di scatenare contro di noi. Fate un po’ voi.

Governi e mass media da loro controllati fanno quindi di tutto per terrorizzarci riguardo catastrofi che non ci sono (ancora) mentre tentano (maldestramente peraltro) di non farci spaventare di fronte a catastrofi che ci sono veramente. Qual è la loro finalità? Governi e mass media si sforzano inoltre di terrorizzarci agitando lo spauracchio di terroristi che da soli non riuscirebbero mai ad impensierirci (numeri alla mano, la probabilità di morire di un incidente d’auto o un incidente domestico è infinitamente superiore di quella di morire per mano di “terroristi”). Quindi di fatto fanno l’esatto gioco dei “terroristi”. Se infatti il terrore è il l’ovvio fine dei “terroristi” (per questo si chiamano così), ma gli unici che all’atto pratico riescono a terrorizzare le popolazioni sono i loro governi e i mass media – chi sono in effetti, concretamente, i terroristi? E quali sono le loro nascoste finalità?

Ai lettori più smaliziati le risposte saranno già ovvie, ma le domande sono in realtà rivolte a tutti quei cittadini che invece ancora nutrono ancora qualche fiducia nelle informazioni che ricevono dalle “fonti autorevoli” – i politici che essi votano, i telegiornali che essi guardano ed i giornali che essi leggono. A parole tutti conveniamo sul fatto che “i politici mentono” e che “i giornalisti non sempre dicono la verità”, tanto che questi sono ormai luoghi comuni. Ma all’atto pratico, tanto è il bisogno di “credere” che poi quasi tutti ci ricascano. La relazione cittadini-governanti si fonda sul modello comportamentale bambini-genitori. Questo spiega il continuo sconclusionato mugugnare dei bambini-cittadini nei confronti dei genitori-governanti, senza che tuttavia il vincolo di sudditanza venga mai meno. E così nulla cambia. Se fate parte della categoria dei lettori smaliziati, in effetti quest’articolo vi servirà a ben poco. Potete però suggerirne la lettura ai vostri conoscenti meno smaliziati, arenati nel triste e popolare ruolo di bambini-cittadini. Magari qualcuno di essi apre gli occhi. A furia di suonare a tutto volume la sveglia, ogni tanto qualcuno che bofonchiando emerge dal proprio sonno dogmatico per fortuna c’è. Sono pochi. Ma buoni. Beh, quasi buoni. Dopo una breve e orgogliosa veglia buona parte di essi tuttavia volentieri si rigira nel letto, riaccende la tivù e riprende a dormire.

Ricapitolando:

Qual è il principio in base al quale governi ed autorità decidono se tu – sì, tu che leggi – ti devi tranquillizzare oppure spaventare? Come puoi fare a capirlo per poterti poi ogni volta comportare nel modo a te più conveniente?

Il sistema migliore sarebbe ovviamente l’uso efficiente e critico del proprio pensiero logico. Ma quando per carenza di dati o altro questo non basta, nel dubbio il criterio da adottare che con tutta probabilità produrrà il minor numero di errori è quello di credere esattamente il contrario di quanto le “fonti autorevoli” ti vogliono far credere. Ovviamente così si rischia di cadere nell’errore opposto, quello che genera l’oltranzismo “complottista” (che può anche portare a credere di essere stati invasi – o invasati – dagli UFO o cose di analoga inverosimiglianza), ma nell’insieme ritengo che il bilancio sarebbe tutto sommato favorevole. Chi si informa solo con i tradizionali mass media ormai vive in un tale mondo di fantasia, che qualsiasi alternativa è probabilmente più realistica.

Quindi possiamo concludere con un consiglio semplice.

Se cercano di spaventarti evocando lo spettro di Osama (da non confondersi con lo spettro di Obama, che NON A CASO differisce da quello di Osama per una consonante soltanto) – allora ridi! Sei su Scherzi a Parte!

Ma quando provano a tranquillizzarti e ti dicono che non c’è nulla da temere… allora è probabilmente venuto il tempo di fuggire.

Roberto Quaglia

Genova, Aprile 2011

Per evadere completamente dal mondo delle favole mi permetto di insistere a consigliare il mio libro ­­­Il Mito dell’11 Settembre (the Myth of September 11), del quale in molti parlano (a favore o a sfavore) senza neppure averlo letto.

Altre notizie inconsuete su www.Edicola.biz

[1] Ci sono stati in effetti un paio di casi di minorati mentali imbarcatisi su aerei con pseudo-esplosivo nelle scarpe o nelle mutande, i quali sono poi stati arrestati a bordo con grande clamore mediatico. Una semplice analisi ha però evidenziato come si trattasse di grottesche montature, allestite per sostenere il mito del terrorismo sugli aerei. Potete leggere i dettagli nel mio libro “il Mito dell’11Settembre”.
[2] Washington Times, 24 Marzo 2005

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Fonte: http://www.roberto.info
Link
21.04.2011

ComeDonChisciotte – 200 MILIARDI FANNO CORRERE LONDRA E PARIGI – LE VERE RAGIONI DELLA GUERRA

Fonte: ComeDonChisciotte – 200 MILIARDI FANNO CORRERE LONDRA E PARIGI – LE VERE RAGIONI DELLA GUERRA.

DI IKRAM GHIOUA
lexpressiondz.com

Sparsi per l’Europa, i fondi sovrani libici stuzzicano l’appetito degli Occidentali.

Nel 2004 Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo Capo di Stato occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello Gheddafi aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora e che può giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo? La risposta è stata data dal quotidiano statunitense The Washington Times.

Questo stesso giornale ci ha rivelato lo scorso marzo che ci sono 200 miliardi di dollari dei fondi libici che fanno impazzire gli occidentali.

Questo è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani, il cui l’importo è stimato essere circa 200 miliardi di dollari. “Queste sono le vere ragioni dell’intervento della NATO in Libia”, afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione.

Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli Occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento congelati nelle banche centrali europee. Spesso associano questo denaro alla famiglia Gheddafi, “cosa che è totalmente falsa”, sottolinea il signor Leghliel. I grandi gruppi finanziari nascondono segretamente questi investimenti nelle loro società e filiali.

“Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio”, chiarisce il nostro analista. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si istallerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’unico scoglio per la Francia, in questa regione, è ovviamente l’Algeria. Questo spiega l’aggressività del Quai d’Orsay (sede del Ministero francese degli Affari Esteri, N. d. T.) nei confronti di Algeri. Parigi sembra privilegiare le vie informali e, invece di collaborare con gli altri paesi alleati, li accusa di non fornire un sostegno sufficiente nella direzione da lei intrapresa. Così, rimette in gioco il dossier della sicurezza dei suoi cittadini nel Sahel e si affretta a dare l’allarme sulle nuove minacce in base a un rapporto dell’ambasciata di Francia in Mali. “Esiste un rischio molto elevato di cattura di cittadini francesi in Mali e in Niger”, indica l’Ambasciata di Francia a Bamako in un’allerta pubblicato sul suo sito web.

Si potrebbe pensare che questo nuovo allarme sia attendibile per quello che riguarda la Libia, una situazione che vede la Francia sicuramente responsabile, ma dobbiamo interrogarci sulla solerzia dei francesi nel raccomandare ai propri cittadini di evitare il sud dell’Algeria. “A causa delle attuali minacce nel Sahel, si raccomanda ai francesi residenti o in transito di evitare qualsiasi movimento nelle aree di Djanet e di Tamenrasset, anche nel contesto di itinerari turistici delle agenzie autorizzate”, sottolinea il Ministero sul suo sito web, nella rubrica “Consigli ai viaggiatori”.

La regione di Mopti si trova a più di 1.000 chilometri dalla frontiera algerina. E’ possibile trasportare, da un punto di vista logistico, uno o più ostaggi su simili distanze? Perché hanno fatto il nome dell’Algeria proprio quando questa nazione sta impiegando ingenti risorse per rendere sicure le sue frontiere con il Niger e la Libia?

La Francia, il cui ruolo in Libia è ambiguo, non sta forse mischiando le carte in tavola? La domanda merita di essere posta.
I francesi, colpiti da una crisi economica e sociale senza precedenti, impantanati nella campagna elettorale per l’elezione presidenziale, si trovano ad affrontare gravi problemi, alcuni dei quali nelle loro ex-colonie.
Ignorando gli accordi bilaterali con i paesi nordafricani e criminalizzando il pagamento di riscatto ai terroristi, Parigi interviene, facendo uso di tutte le carte in suo possesso, per far abortire le iniziative di lotta contro il terrorismo che i paesi del Sahel stanno promuovendo.

Il suo obiettivo è semplicemente quello di riprendere il controllo delle sue ex-colonie. La Francia ha una fissazione per il Sud algerino. Gioca d’astuzia per coinvolgere lo Stato algerino in una controversia avviata dal CNT libico (Comitato Nazionale Transitorio), accusando la stessa Algeria di sostenere Gheddafi.

Ikram Ghioua
Fonte: www.lexpressiondz.com
Link : http://www.lexpressiondz.com/article/2/2011-04-21/88554.html
21.04.2011

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da MIMI MOALLEM

STUPRO CONTINUO – La fermata – Cadoinpiedi

La chiesa non deve avere paura a fare pulizia al suo interno. Via dalla chiesa i religiosi implicati in casi di pedofilia.

Fonte: STUPRO CONTINUO – La fermata – Cadoinpiedi.

di Vania Lucia Gaito – 22 Aprile 2011
La Chiesa e la pedofilia: reato impunito e seppellito per troppi anni. E nonostante gli scandali si ha l’impressione che nulla sia cambiato. Anzi, il fenomeno cresce ancora

C’è ancora la pedofilia nella Chiesa. Il blog ha interpellato Vania Luicia Gaito.

Un vescovo accusato di pedofilia scappa da un convento francese. Che succede?

Il Vescovo Vangheluwe era stato mandato in questo convento perché era un Vescovo che aveva abusato di due bambini, entrambi suoi nipoti, inizialmente ne aveva confessato uno di questi abusi e si era dimesso, circa un annetto fa quando esplose lo scandalo della pedofilia clericale lì in Belgio. In realtà dimessosi dalla carica non significa ovviamente che si sia sottratto a un procedimento canonico nei suoi confronti, soltanto che come pochissimi sanno, la prescrizione non è prevista soltanto dall’ordinamento legislativo italiano, è prevista anche dal diritto canonico. Non sapevo che i peccati avessero la data di scadenza come le mozzarelle, invece ce le hanno, perché anche il diritto canonico prevede la prescrizione del reato dopo 10 anni dal compimento del 18° anno della vittima. Si presume che questo tempo sia passato, tant’è che pare che non sia perseguibile per le leggi canoniche il Vescovo e conseguentemente il Vaticano lo aveva inviato in un conventino di suore per fare un po’ di penitenza, di redenzione e di riflessione in realtà. Soltanto che la settimana scorsa, una decina di giorni fa in realtà, il Vescovo ha rilasciato un’intervista televisiva in cui ha ammesso un altro abuso di un altro suo nipote e poi all’improvviso non si è più trovato, di questo Vescovo non si hanno più notizie. Questa è la punta dell’iceberg in realtà dello scandalo che è scoppiato in Belgio e che si trascina ancora oggi, perché tutt’ora la Chiesa non ha preso nessun serio provvedimento, poi al di là delle dichiarazioni di Benedetto XVI o del cospargersi il capo di cenere, un conto è dire a chiacchiere determinate cose, un altro paio di maniche è andare a porre effettivamente rimedio. La pedofilia è un sintomo, il problema è affrontare realmente quello che c’è alla base e alla base c’è la cultura sessofobica che veniva e viene tutt’ora impartita nei seminari.

Pedofilia nella Chiesa: Giovanni Paolo II sapeva. Ratzinger sa?

In realtà dobbiamo essere sinceri con noi stessi e dirci che al di là di quello che si racconta, le probabilità, non le certezze, che certe cose fossero risapute e non solo di questo Vescovo in particolare, sono altissime perché prima della riforma che ha fatto Ratzinger avocando a sé e quindi alla congregazione per la dottrina della fede e al Vaticano quelli che erano i procedimenti per reati di carattere sessuale con minori, ovviamente l’iter era diverso perché nel momento in cui c’erano delle denunce, c’erano delle cose che venivano all’orecchio del Vescovo, si faceva il procedimento canonico e era il Vescovo, attorniato dal Tribunale canonico diocesano, a celebrare il processo nei confronti del sacerdote. Inutile dire che il più delle volte si concludeva a tarallucci e vino! Nel 2001 Ratzinger ha cambiato la direttiva, dicendo: ok i processi non li fate più lì in diocesi, ma li facciamo qui in Vaticano, li fa la congregazione per la dottrina della fede. Da un certo punto di vista doveva essere un modo per garantire più giustizia, in realtà basta guardare al caso di Padre Masiella o più vicino a noi al caso di Don Cantini. La prima denuncia è del 1952, le denunce sono state messe lì a dormire in Vaticano perché poi sono arrivate fino ai giorni nostri e sono state messe lì a prendere polvere, fin quando i casi non sono esplosi in maniera mediatica eclatantissima per cui si è dovuto fare qualcosa, ma di Padre Masiella, lo stesso Wojtyla all’epoca disse che era una guida e un esempio per i giovani. Stiamo parlando di una persona che ha stuprato non si sa quanti ragazzini a lui affidati e ha dei figli illegittimi. E’ un morfinomane, le cose peggiori si possono dire di Masiella ed è inverosimile pensare che con tutte quelle denunce nulla fosse arrivato né all’orecchio di Ratzinger né all’orecchio di Wojtyla. La stessa cosa vale per il Belgio come per l’Austria, come per gli Stati Uniti, come per l’Italia, lo sanno benissimo quello che succede. Faccio un esempio: il caso di Don Conti. Adesso Don Ruggero Conti, l’ex parroco della natività, quello che era anche il consigliere per le politiche della famiglia di Alemanno, condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi. Il suo Vescovo sapeva benissimo quello che stava succedendo, perché non solo aveva ricevuto tante, tante, tante recriminazioni, persone che erano andate da lui, a raccontare cosa Don Ruggero facesse con i ragazzini e il fatto di portarseli a dormine a casa e tutto il resto appresso. Per quanto c’era stato anche un altro sacerdote che aveva denunciato Don Conti, il Vescovo non ha fatto assolutamente nulla. Quando la Caramella buona, quando Roberto Mirabile della Caramella buona (che è un’associazione antipedofilia) è venuto a conoscenza della situazione, si è recato in Vaticano a parlare con Monsignor Sciclona e Monsignor Sciclona non ha fatto assolutamente nulla, nulla! Non c’è tutt’ora a carico di questo sacerdote una presa di posizione decisa da parte della Chiesa o un’indagine da parte della Chiesa, questo è il modo di comportarsi poi delle gerarchie ecclesiastiche, alla fine raccontano a chiacchiere tante belle cose. A Malta è di pochi giorni fa la notizia che non è stato fatto nulla, lì c’è andato addirittura Ratzinger a chiedere scusa agli ex bambini abusati perché ormai sono adulti. Alle vittime del clero pedofilo e non è stato fatto nulla, nulla assolutamente! Non sono stati presi dei provvedimenti, non è stato fatto nulla a carico di questi sacerdoti, continuano molti a avere a che fare ancora con i bambini. Questa cosa è veramente drammatica. Per rispondere alla domanda: certo che lo sapevano, lo sanno benissimo, lo sanno dal 1984 quando gli è arrivato il manuale ai vescovi americani che li avvertiva di quello che sarebbe successo perché i casi di pedofilia accertati all’interno della Chiesa erano migliaia.

Cos’è cambiato dopo l’ultimo scandalo in Belgio?

Sono cambiate le parole, sono cambiati i cospargimenti dei capi di cenere, ma null’altro. Per esempio l’associazione americana delle vittime dei petri pedofili ha segnalato, ed è stato segnalato anche dalla Congregazione dei vescovi statunitensi, una recrudescenza del fenomeno, un aumento delle denunce rispetto agli anni precedenti nel 2010. Non si sta facendo assolutamente nulla se non chiacchiere, tant’è che il vescovo a cui facciamo riferimento, quello belga che si è dimesso, nel momento in cui si è dimesso ha semplicemente chiesto di ritirarsi in un convento a riflettere e meditare. Ma null’altro! Negli Stati Uniti perlomeno è stata aperta una finestra temporale per cui alcune denunce, le denunce anche di abusi ormai caduti in prescrizione, potevano essere di nuovo perseguiti. Da questo punto di vista la chiesa e il diritto canonico potrebbe dichiarare imprescrivibile questa cosa perché realmente è una piaga.

A che legge sono soggetti i preti?

I preti sono soggetti alla legge dello Stato cui appartengono, perché sono cittadini italiani. A meno che il Vaticano non intenda dare la cittadinanza a tutti e tenerseli come cittadini dello Stato Vaticano. Quindi sono sottoposti alle leggi dello Stato in primis. In alcuni paesi la legge prescrive che chiunque sia a conoscenza di un fatto di questo genere, quindi di un abuso sessuale etc. lo debba denunciare, in Italia questo obbligo di denuncia non c’è. In altri stati l’obbligo di denuncia invece esiste, quindi la legge prescrive che laddove un Vescovo sia a conoscenza di un prete pedofilo lo debba denunciare, in Italia no. Il pedofilo prete o non prete è sottoposto alla legge statale, prima che a qualsiasi altra, poi il resto è tutto un di più. Ovviamente essendo sacerdote è sottoposto anche al diritto canonico che prevede questo come un reato con una prescrizione in un certo modo, con dei procedimenti che dovrebbero essere messi in atto e che non vengono praticamente mai messi in atto. Basti pensare che in Italia i casi di cui si è riportata notizia certa di condanna sui giornali negli ultimi 10 anni, riguardano 172 sacerdoti. Monsignor Crociata dice che in Italia i petri pedofili sono sì e no un centinaio. Come abbiano fatto i conti questo non lo so.

ComeDonChisciotte – IL MELTDOWN: NON SOLO UNA METAFORA

Fonte: ComeDonChisciotte – IL MELTDOWN: NON SOLO UNA METAFORA.

DI JOSEPH STIGLITZ
guardian.co.uk

Le conseguenze del terremoto giapponese, in particolare la crisi in corso all’impianto nucleare di Fukushima, stanno facendo fischiare le orecchie agli studiosi del collasso finanziario che ha provocato la Grande Depressione. Entrambi gli eventi ci forniscono una lezione nuda e cruda di come la società e i mercati riescono malamente a controllare i rischi.

Naturalmente, non c’è possibilità di confronto tra la catastrofe del terremoto, che ha provocato la morte o la scomparsa di più di 25.000 persone, e la crisi finanziaria, a cui non possono essere attribuite sofferenze fisiche così forti. Ma quando si analizza il disastro nucleare di Fukushima, c’è un tema che accomuna i due eventi.

Sia gli esperti del nucleare che quelli della finanza ci hanno assicurato che le nuove tecnologie avevano eliminato del tutto i rischi di una catastrofe. Gli eventi hanno dimostrato che si erano sbagliati: non solo il rischio esiste, ma le conseguenze sono così enormi da erodere tutti i vantaggi del sistema che i dirigenti dell’industria promuovono.

Prima della Grande Recessione, i guru economici statunitensi – dalla direzione della Federal Reserve ai titani della finanza – si vantavano di saper gestire il rischio. Alcuni strumenti finanziari ‘innovativi’ quali i derivati e i credit default swap avrebbe distribuito il rischio su tutto l’ambiente economico. Adesso sappiamo che hanno illuso non solamente il resto della società, ma anche sé stessi.

Abbiamo verificato che i maghi della finanza non hanno compreso la complessità del rischio, senza aver poi considerato i pericoli determinati dalle “distribuzioni fat tail“, un termine statistico per eventi rari con conseguenze enormi, che sono conosciuti anche con il nome di “cigni neri“. Eventi che si supponeva accadessero una volta in un secolo, o addirittura una volta nella vita dell’universo, sembrano susseguirsi ogni 10 anni. C’è di peggio, non solo la frequenza di questi eventi e il danno che potrebbero provocare sono stati fortemente sottostimati, un qualcosa di simile allo scioglimento del reattore che assilla l’industria nucleare.

Gli studi in economia e in psicologia ci aiutano a capire perché non riusciamo proprio a gestire questi rischi. Abbiamo piccole basi empiriche per giudicare eventi rari, quindi si può difficilmente giungere a stime corrette. In tali circostanze, più che i desideri profondi, ha una grande importanza il fatto che abbiamo pochi incentivi per pensare in profondità. Al contrario, quando altri soggetti patiscono le conseguenze degli errori, gli incentivi favoriscono l’auto-inganno; un sistema che socializza le perdite e privatizza i guadagni è destinato a gestire male il rischio.

L’intero settore finanziario era costipato di problemi delle agenzie e delle esternalità. Le agenzie di rating avevano tutto il vantaggio di dare buone valutazioni ai titoli a alto rischio che venivano venduti dalle banche di investimento, le stesse per cui lavoravano. Quelli che hanno concesso i mutui non hanno patito alcuna conseguenza per le loro irresponsabilità, persino coloro che hanno concesso prestiti simili a usura o che hanno creato e diffuso titoli progettati per perdere valore, sono stati in qualche modo protetti nelle cause civile e penali che li hanno visti protagonisti.

Questo ci porta alla successiva domanda: ci sono altri cigni neri che dovranno accadere? Sfortunatamente, alcuni degli enormi rischi che affrontiamo sono oggi più probabili degli eventi rari. La buona notizia è che tali rischi possono essere controllati con poca o nessuna spesa. La cattiva è che in questo modo si dovrà affrontare una forte opposizione politica e, proprio per questa ragione, ci sono persone che approfittano dello status quo.

Abbiamo avuto a che fare con due grandi rischi negli ultimi anni, ma è stato fatto veramente poco per tenerli sotto controllo. In un certo senso, il modo in cui la crisi è stata affrontata può aver incrementato il rischio di un futuro cataclisma finanziario.

Le banche ‘troppo grandi per cadere’ e i mercati a cui partecipavano sanno che non possono più aspettarsi altri salvataggi se finiranno nei guai. Il risultato di questo azzardo morale è dato dal fatto che queste banche possono prestare denaro a termini vantaggiosi e avere dunque un vantaggio competitivo non basato su performance superiori, ma solo sulla loro forza politica. Mentre alcuni degli eccessi nell’assunzione del rischio sono stati contenuti, il prestito di rapina e il commercio non regolato degli oscuri derivati over-the-counter proseguono. Le strutture incentivanti l’assunzione del rischio sono ancora immutate.

E mentre la Germania ha chiuso i suoi reattori più vecchi, negli Stati Uniti e nel resto del pianeta gli impianti che sono stati progettati insieme a quello di Fukushima continuano a operare. L’esistenza dell’industria nucleare dipende da sussidi pubblici nascosti – costi che verranno sostenuti dalla società in caso di disastro nucleare, così come i costi non determinati delle scorie nucleari. Veramente troppo per un capitalismo senza freni!

Per il pianeta, c’è un rischio in più, che, come gli altri due, è quasi una certezza: il riscaldamento globale e la modificazione del clima. Se ci fossero altri pianeti in cui muoversi a basso costo, nel caso degli eventi che hanno una notevole possibilità di verificarsi in base alla previsione degli scienziati, si potrebbe obiettare che è un rischio che vale la pena prendere; ma altri pianeti non ce ne sono.

I costi della riduzione delle emissioni sono bruscolini in confronto ai possibili rischi che il mondo affronta e tutto questo potrebbe verificarsi anche se fosse esclusa l’opzione nucleare (i cui costi sono stati sempre sottostimati). Per esserne certi, le compagnie petrolifere e del carbone dovrebbe scontarne le conseguenze e le grandi nazioni inquinatrici – come gli Stati Uniti – dovrebbero pagare un prezzo più alto di quelle che hanno un tenore di vita meno dissoluto.

In conclusione, quelli che giocano a Las Vegas perdono sempre più di quello che guadagnano. Anche la nostra società sta giocando, con le nostre grandi banche, con le nostre strutture nucleari, con il nostro pianeta. Come succede a Las Vegas, ci sono pochi fortunati – i banchieri che mettono a repentaglio la nostra economia e i proprietari delle compagnie energetiche che mettono il nostro pianeta a rischio – potranno sempre stare al calduccio ma, vedendo la cosa dal punto di visto collettivo, siamo destinati a perdere.

Questa, sfortunatamente, è la lezione del disastro del Giappone che continuiamo a ignorare a nostro rischio e pericolo.

Joseph Stiglitz
Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2011/apr/06/japan-nuclearpower.
6.04.2011

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Disastro Bp un anno dopo, spiagge e paludi ancora ricoperte di petrolio | Roberto Festa | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Disastro Bp un anno dopo, spiagge e paludi ancora ricoperte di petrolio | Roberto Festa | Il Fatto Quotidiano.

Oltre 100 km di terreni danneggiati. Questa la denuncia di un gruppo di scienziati indipendenti per i quali il sistema immunitario di alcune specie ittiche è compromesso. Mentre una crosta di petrolio ricopre il fondo marino attorno all’area del pozzo

Più di 100 km di terreni paludosi il cui ecosistema appare danneggiato. Il sistema immunitario di alcune specie ittiche seriamente compromesso. La produzione di alghe marine alterata. Una crosta di petrolio a coprire il fondo marino nell’area attorno al pozzo. E morte, morte ovunque: di comunità coralline, crostacei, tartarughe di mare, delfini. Appare così, nella denuncia di diversi scienziati indipendenti, l’area del Golfo del Messico dove un anno fa si inabissò Deepwater Horizon, il pozzo petrolifero di BP.

“C’è ancora una quantità terribile di petrolio disperso nell’ambiente”, ha detto al Washington Post Ian R. McDonald, un oceanografo della Florida State University che da tempo lavora nel Golfo. Le prospettive, a un anno dal disastro, appaiono del resto molto più incerte rispetto a molte delle analisi, e delle assicurazioni, offerte dalle autorità in questi mesi. Lo scorso novembre la NOAA, l’agenzia del governo federale che si occupa di clima e oceani, aveva assicurato che almeno un quarto del greggio rilasciato era evaporato, o si era dissolto nell’acqua. Un altro 29% circa sarebbe stato vaporizzato in particelle finissime, naturalmente o attraverso il disperdente chimico Corexit 9500, e poi riassorbito attraverso l’azione dei batteri marini. Il 5% del greggio era invece stato bruciato sulla superficie dell’Oceano.

Le stime della NOAA, che il suo direttore Jane Lubchenco ha comunque definito “parziali”, sono state in questi mesi sempre più messe in discussione dagli scienziati che, in modo indipendente, lavorano nell’area del disastro. Samantha Joye, una scienziata della University of Georgia che sta per pubblicare uno studio sugli effetti del petrolio su flora e fauna del Golfo, spiega che greggio e gas naturale “si dissolvono in modo molto più lento” rispetto a quanto affermato dal governo americano. Gli sforzi per “scremare” il petrolio si sono poi dimostrati “inefficaci” (lo ha spiegato la stessa Guardia Costiera della Louisiana). E molti segnalano che i disperdenti chimici, se hanno aiutato a combattere il greggio, si sono dimostrati altrettanto tossici e nocivi per la vita di piante e animali.

Il vero punto interrogativo riguarda però il petrolio residuo (negli 86 giorni in cui il pozzo restò spezzato, in mezzo all’oceano, fuoriuscirono 200 milioni di galloni). Che fine ha fatto? Dove si è depositato? La risposta è semplice. Il petrolio è ancora lì: sul fondo marino, disperso tra le paludi, sulle spiagge. Nelle operazioni di ripulitura sono in questo momento impegnate circa 2000 persone della Guardia Costiera, che navigano a bordo di 200 battelli lungo le coste di Lousiana, Alabama, Mississippi, Florida. Ma i loro sforzi restano ben al di sotto della sfida. Mancano mezzi e personale (nei mesi immediatamente successivi al disastro, furono 48mila gli uomini impegnati). Il periodo della riproduzione, per molte specie di volatili e tartarughe, suggerisce alle squadre della Guardia Costiera di tenersi lontani dalle zone di nidificazione, e rallenta le operazioni di ripulitura. Intanto 130 miglia di palude della Lousiana appaiono tragicamente senza vita. La loro scomparsa significa la fine di un rifugio sicuro per gli stormi che di qui passano, e di un luogo di vita e nutrimento per gamberetti e altri crostacei.

Scienziati e operatori ecologici in queste settimane hanno segnalato altri possibili, e devastanti, effetti. Alghe e altri microrganismi sono scomparsi in un’area pari a circa 100 miglia intorno al pozzo di BP. “Le alghe sono come l’erba sulla terra. La loro scomparsa influisce sull’ossigeno, quindi sull’intero ecosistema e sulla catena alimentare”, ha spiegato Suzanne Fredericq, della University of Louisiana (molti animalisti prevedono di trovare tracce di greggio, attraverso le alghe, anche nello sperma delle balene). E lo scorso gennaio ben 153 carcasse di delfini, molti di questi molto giovani, alcuni persino in fase fetale, sono stati segnalati al largo della costa della Lousiana.

“Conserviamo gran parte delle evidenze di prova per il processo contro BP”, annunciano da NOAA, che sinora ha fatto filtrare col contagocce le notizie sugli effetti del disastro della Deepwater Horizon. Ma scienziati ed ecologisti temono che il governo federale cerchi di bloccare la diffusione della verità su quanto è successo e quanto potrebbe succedere. Gli ostacoli e le limitazioni imposte agli scienziati non legati al governo lo proverebbero. “Sinora sono state prodotte soltanto 14 ricerche indipendenti sullo stato del Golfo del Messico”, dice Lisa Suatoni del National Resources Defense Council.

Nucleare, il governo fa fallirela tornata referendaria | Lorenzo Galeazzi | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Nucleare, il governo fa fallirela tornata referendaria | Lorenzo Galeazzi | Il Fatto Quotidiano.

Approvato da Palazzo Madama l’emendamento che mette la pietra tombale sul ritorno al nucleare. Romani: “Voto su un programma già superato”. Ma l’esecutivo ha detto solo arrivederci all’atomo, se ne riparlerà dopo il fallimento del referendum che fra i quesiti annovera anche il No allo scudo giudiziario per B.

“Da bravo livornese posso dirle che una centrale atomica la costruirei più volentieri a Pisa”. La butta sul ridere il ministro per le Infrastrutture Altero Matteoli che al fattoquotidiano.it commenta la clamorosa retromarcia del governo sul programma nucleare italiano. L’ultimo atto di questa vicenda è stato il voto del Senato che ha approvato l’emendamento inserito nel decreto Omnibus che congela le norme previste per il ritorno all’atomo dell’Italia. “Io sono e resto un nuclearista convinto – specifica Matteoli – ma sono consapevole che dopo quello che è accaduto in Giappone, la scelta dell’esecutivo era in qualche modo obbligata e io mi sono adeguato”.

Con questo passaggio parlamentare il voltafaccia di Berlusconi su uno dei punti più importanti del proprio programma elettorale può considerarsi completo. Se ne parlerà al massimo fra un anno, quando l’ondata emotiva per quanto accaduto a Fukushima e soprattutto l’imminente tornata referendaria saranno solo un pallido ricordo.

“Il referendum che chiamerà i cittadini fra qualche settimana al voto sarà su un programma di fatto superato”, ha detto il ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani nella sua relazione al Senato. Un’impostazione condivisa anche da Matteoli secondo il quale “con l’emendamento in questione vengono abolite tutte le norme su cui si fa il quesito”.

Quindi, secondo il governo, non c’è più nessun bisogno che il 12 e il 13 giugno gli italiani si scomodino per andare alle urne. Un voto che, è sempre bene ricordarlo, oltre al No al nucleare prevede anche due No alla privatizzazione dei servizi idrici e soprattutto il No al legittimo impedimento, la legge fatta su misura per tenere Silvio Berlusconi lontano dalle aule dei tribunali che è già stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Consulta lo scorso 14 gennaio.

Come ha scritto La Stampa, il premier ha in mano un sondaggio che parla di un’affluenza alle urne pari al 60 per cento. E il problema, come aveva scritto già settimana scorsa ilfattoquotidiano.it, è che gli italiani andrebbero a votare anche contro il legittimo impedimento. Insomma, il timore di Berlusconi è che il referendum sul nucleare possa trasformarsi in un plebiscito contro di lui e contro il suo scudo giudiziario.

Oggi se ne sono accorte anche le opposizioni: dal Pd, all’Italia dei Valori fino a Sinistra e libertà. “Il governo – attacca Massimo D’Alema – ha eliminato il proprio programma nucleare per paura che gli italiani, andando a votare contro le centrali, facessero raggiungere il quorum popolare anche al quesito che cancella i processi del premier”. Dichiarazioni in sintonia con quanto detto da Nichi Vendola: “La paura del quorum, dunque della democrazia, spinge il governo a cancellare le norme della sua rivoluzione nuclearista nella speranza di preservare la sua porcata del legittimo impedimento”.

Posizioni che Matteoli bolla come “dietrologia politica”. Secondo il titolare delle Infrastrutture, “la sinistra insultava il governo quando diceva che voleva andare avanti, ora che ha rivisto radicalmente il programma nucleare, continua a prenderlo a insulti. C’è qualcosa che non va. Poi se gli italiani vogliono votare contro il legittimo impedimento, sono liberissimi di farlo. E se il tema è così forte come sostiene l’opposizione, il quesito sulla giustizia raggiungerà il quorum”.

Ora la parola spetta alla Corte di Cassazione che sarà chiamata a decidere se, alla luce dell’emendamento votato dal Senato, la tornata referendaria salterà o se la consultazione si terrà ugualmente. Matteoli è convinto che alla fine la suprema Corte deciderà di cancellare il quesito, anche se ammette che la decisione del governo più che “un addio” è “un arrivederci”.

Un punto che ha ben presente anche Antonio Di Pietro che fin dal principio ha schierato l’Italia dei Valori in prima linea nella campagna referendaria. “L’emendamento che è stato presentato – dice Di Pietro – non abroga l’impostazione nuclearista del governo, ma posticipa solo la localizzazione degli impianti”. E’ per questo che il leader dell’Idv ha annunciato che il suo partito presenterà un altro emendamento teso a cancellare definitivamente la legge sul nucleare della maggioranza. “Senza l’abrogazione totale della legge persiste il referendum”.

“Più che uno stop quello del governo sembra un pit stop”. Così il comitato pro-referendum ha commentato in una nota le decisioni dell’esecutivo: “una pausa strumentale e transitoria per evitare di ricevere una mazzata dagli italiani al referendum e pure alle amministrative. Ma senza cambiare rotta”. Fatto sta che il governo ce l’ha fatta a sparigliare il mazzo e a confondere i cittadini su cosa fare a giugno. Lo sa anche Greenpeace che con Salvatore Barbera, responsabile della campagna nucleare dell’associazione, sottolinea come “l’obiettivo del governo fosse quello di guastare la campagna referendaria”.

E ci è pure riuscito dato che i primi di maggio comincerà la campagna elettorale ufficiale per i quesiti di metà giugno. Peccato che per quella data la Corte di Cassazione non si sarà ancora espressa sulla legittimità del quesito alla luce dell’approvazione dell’emendamento. “Ci vorrà almeno un mese per avere il parere della Suprema corte – sostiene Barbera – E qualcuno sa spiegarmi come si fa a fare una campagna elettorale senza sapere se ci sarà o meno il referendum?”

Il gioco delle tre truffe | Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Il gioco delle tre truffe | Marco Travaglio | Il Fatto Quotidiano.

Fino a un mese fa, chiunque azzardasse qualche pallida critica, qualche tenue perplessità, qualche timida riserva sul ritorno al nucleare veniva bollato da un ampio fronte di giornali, politici ed “esperti” come un vecchio rottame nemico della Modernità. E non solo dagli house organ del Cainano, ma anche da quelli della banda larga dei costruttori che già pregustavano la pappatoia degli appalti per le nuove centrali atomiche. Ancora all’indomani del disastro in Giappone, il Messaggero (gruppo Caltagirone) ospitava un profetico commento di Oscar Giannino, quello che pare una comparsa del Marchese del Grillo con il cocchio dorato che l’attende fuori dagli studi televisivi: “Tentare di dimostrare che il nucleare non possiamo permettercelo è dimostrazione di crassa ignoranza tecnologica”.

Da oggi c’è da giurare che nessuno di quelli che vengono eufemisticamente chiamati “giornalisti e intellettuali di destra” (in realtà dipendenti a libro paga di B.) oserà più dire una mezza parola pro nucleare. Anzi, diventeranno tutti antinuclearisti convinti e accuseranno di “crassa ignoranza tecnologica” chi fosse a favore. Così come per l’Iraq e l’Afghanistan erano guerrafondai e oggi per la Libia sono pacifisti. Così come sulla morale sessuale erano puritani e bigotti (addirittura “atei devoti”), per poi trasformarsi in sfrenati libertini quando si è dimostrato che il premier è un puttaniere e “utilizza” minorenni. In attesa di vedere Giannino col berretto del Sole che ride, Ferrara con le mutande verdi, Belpietro appeso all’altare della patria avvolto nella bandiera di Greenpeace, Olindo Sallusti sulla goletta verde di Legambiente con Rosa Santanchè nella scialuppa di salvataggio, la retromarcia su Fukushima segnala le catastrofiche condizioni in cui versa il premier.

Lui, ovviamente, del nucleare se ne infischia: non distingue una centrale da un palo della lap dance. Ciò che lo angoscia sono i referendum: non quelli sul nucleare e l’acqua pubblica (è talmente liberaleliberistaliberalizzatore che non ha mai privatizzato nemmeno un canile), ma quello sul legittimo impedimento. Quel diavolo di Di Pietro gli ha infilato proprio lì un cuneo mica male: fra due mesi, dopo vent’anni di leggi ad personam, i cittadini potranno finalmente decidere se la legge è uguale anche per B. o no. Un referendum sull’imputato B. che, al contrario di quel che cianciano i soliti idioti, lo colpisce nel suo unico vero tallone d’Achille: i processi. L’unico attacco che teme davvero, perché gli fa perdere consensi e lo manda fuori di testa, è quello giudiziario: infatti non dorme la notte all’idea che il 12-13 giugno si raggiunga il quorum e il legittimo impedimento venga raso al suolo. Infatti ha relegato i referendum in periodo vacanziero, a costo di sperperare 350 milioni con la rinuncia all’election day, nella speranza che gl’italiani andassero al mare. Ma l’emozione per la catastrofe di Fukushima è tale da garantire che il quorum si raggiungerà per tutti e tre i quesiti, compreso quello che lo riguarda ad personam.

Ed ecco, ieri, la mossa da giocatore delle tre carte: una leggina che sospende il piano nucleare per un anno, così il referendum sull’atomo salta, gli altri due mancano il quorum, e poi da settembre, fra il lusco e il brusco, quando nessuno ci penserà più, si riesumano le centrali. Una truffa al cubo. Ricapitolando. Tre anni fa B. truffa una prima volta i cittadini che nell’87 avevano detto No al nucleare, annunciando una raffica di nuove centrali. Di Pietro raccoglie le firme di quasi un milione di cittadini per cancellare quel piano criminale e lui B. li truffa una seconda volta, assieme ai milioni di italiani che avrebbero votato Sì a cancellare per sempre dall’Italia la fonte energetica più vecchia, inquinante e pericolosa del mondo. Fra qualche mese li trufferà per la terza volta, facendo rientrare dalla finestra il nucleare appena espulso dalla porta. Per salvare una legge ad personam, la numero 40, ne fa un’altra, la numero 41. È troppo sperare, oltre ai soliti moniti, che non venga firmata?

Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2011

Lumezzane, i cittadini condannati a viverecon le scorie radioattive in casa | Elisabetta Reguitti | Il Fatto Quotidiano

Lumezzane, i cittadini condannati a viverecon le scorie radioattive in casa | Elisabetta Reguitti | Il Fatto Quotidiano.

Nel paese del bresciano è stato costruito un bunker dove verranno depositate 150 tonnellate di materiale contaminato. Ma nessuno dei residenti ne era a conoscenza

Lumezzane, provincia di Brescia. La strada arriva fin nel profondo della valle. Da un lato le montagne, dall’altro le mille aziende. Siamo nel cuore dell’industria del tondino. Un tempo, negli Anni 80, questa era considerata la “Valle dell’oro”, ai vertici delle classifiche dei redditi pro-capite più alti d’Europa.

Si continua a salire verso le frazioni aggrappate ai dossi della Valgobbia, si arriva al piccolo borgo di Premiano, dove improvvisamente appare una costruzione nuova di zecca dal tetto bianco. E qui, se qualcuno non lo impedirà, che verranno depositati sei container di materiale contaminato da Cesio 137.
Sono 150 tonnellate di rifiuti di cui non si conosce esattamente il grado di nocività. La certezza è che sono scorie radioattive prossime allo stoccaggio destinate ad essere “tombate” per oltre 300 anni in un sarcofago messo nel bunker di proprietà , costruito e gestito dalla “Raffinerie Metalli Rivadossi Srl”. È un’industria nella quale si lavorano bronzo, rame e ottone, inserita, tra l’altro, nell’inventario del ministero dell’Ambiente – aggiornato al giugno 2008 – degli stabilimenti suscettibili “di causare incidenti rilevanti”.

Il bunker confina con la casa madre Rivadossi, incastonata nella piccola valle lambita dal fiume Gobbia. Una zona scoscesa, una stretta gola di terra, fatta di roccia e materiale di riporto, circondata da case e piccoli orti. Solo la folta vegetazione trattiene la terra delle sponde dell’avvallamento.

É proprio qui che è stato deciso di costruire il bunker maledetto. I lavori di costruzione del capannone sono terminati in questi giorni, ma gli abitanti del luogo hanno saputo solo a gennaio che quella nuova costruzione altro non sarà che un cimitero di rifiuti radioattivi. Il tam-tam si è diffuso sui blog e nei siti. Il primo incontro ufficiale organizzato dall’amministrazione comunale di centrodestra c’è stato a marzo. Eppure l’attenzione avrebbe dovuto essere alta, visto che la vicenda era iniziata già nell’ottobre 2008, durante la giunta di centrosinistra, quando all’interno dell’industria venne bruciata una sorgente radioattiva (cioè l’elemento che ha generato la contaminazione). Seguirono i controlli e l’impianto venne fermato per quattro mesi.

Di quel periodo a Lumezzane ricordano anche le terribili emissioni “moleste” nell’aria. Fu la stessa Arpa (con un documento mandato a Prefettura e Comune) a suggerire di spostare l’attività, in burocratese: “Avviare tutte le possibili soluzioni amministrative atte a favorire una diversa collocazione dell’insediamento”. Ma torniamo alla sorgente radioattiva bruciata nella fabbrica: “Fu il primo caso mondiale di contaminazione di materiale non ferroso”, sostiene Paolo Ghidini, che abita a poche centinaia di metri dalla fabbrica. Insieme ad altri cittadini si sta facendo portavoce delle preoccupazioni su quello che riguarderà la gestione e il controllo del bunker Rivadossi.

Una pericolosa partita di giro. Infatti dopo il processo di fusione, la Rivadossi vende il materiale radiocontaminato alla Germania che però lo rispedisce al mittente che dovrà occuparsi del suo stoccaggio.

Perché? Come? Sul perché la versione ufficiale è che le scorie erano troppo altamente contaminate, mentre un’altra ipotesi è che non sia stato pagato il prezzo pattuito equivalente a diversi milioni di euro.

Sul come, invece, basta leggere il progetto di “ampliamento dello stoccaggio e di immagazzinamento dei materiali contaminati” del marzo del 2009. Questa operazione è prevista “all’interno dello perimetro aziendale, nel cortile destinato a parcheggio e zona di manovra automezzi, adiacente al deposito dei rottami di fonderia”.

Al momento, quindi, i “bags” di materiale contaminato si troverebbero in un’area scoperta “normalmente non frequentata da lavoratori che vi accedono sporadicamente ed esclusivamente per movimentazione di materiali vari”. Nella relazione si parla di pavimentazione in calcestruzzo ed una semplice parete separa l’area da un altro magazzino. Insomma, c’è qualcosa di peggio del bunker e riguarda chi ha lavorato e lavora nei pressi di materiale il cui contatto può sviluppare forme leucemiche e in alcuni casi anche malformazioni fetali. Eppure, quello che accade in azienda, sembra essere perfettamente a norma. Così come del resto la scelta di costruire il bunker in corrispondenza di una scarpata. Del materiale contenuto nei container sono stati resi pubblici i livelli di contaminazione di cinque nulla si sa invece del sesto e rispetto alla collocazione della costruzione ci sono 20 righe di relazione geologica commissionata dalla Rivadossi.

Tutto ciò non basta ai cittadini. “Nessuno si è mai preoccupato di informarci su cosa stavano costruendo. È mancata la partecipazione della popolazione rispetto a una questione che non riguarda solo un privato ma tutti noi – riferisce Ghidini -. Ormai il materiale contaminato è sotto le finestre delle nostre case ma chi ci assicura che la gestione verrà condotta in modo regolare? Che interesse può avere un imprenditore a occuparsi della salute pubblica e spendere per i controlli? Inoltre se questa società a responsabilità limitata chiudesse i battenti quali certezze avrebbe la popolazione di Lumezzane? Il piano di protezione civile è stato adeguato alla presenza di un sito di questa portata? Non abbiamo garanzie. Siamo preoccupati e non poco per le ricadute sulla nostra salute”. C’è un altro aspetto che preoccupa: uno dei titolari di questa stessa azienda è agli arresti domiciliari per un’indagine iniziata proprio nel 2008. Tutto maturato nel giro del commercio dei rottami metallici: un’operazione da 180 milioni di euro di fatture fittizie, 8 arresti nella sola Lumezzane e 15 società coinvolte. Sul bunker della Rivadossi, oggi, la Procura di Brescia ha aperto una serie di accertamenti.

Blog di Beppe Grillo – Le tiroidi di Chernobyl

Blog di Beppe Grillo – Le tiroidi di Chernobyl.

“Stanno cercando di distoglierci dal nucleare parlando di altro. Vogliono che dimentichiamo in fretta Fukushima. Ma non si può abbassare la guardia. Qualche anno fa ero dal mio vecchio medico di famiglia, al quale facevo vedere gli esiti degli esami alla tiroide che mi bollavano come ipotiroideo. Il mio vecchio medico di famiglia, sicuramente non famoso come Cancronesi, mi disse. “Quando iniziai a fare il medico trent’anni fa, su mille pazienti ne avevo 1 con problemi di tiroide, oggi ne ho 250″. Gli chiesi “cosa è successo in questo periodo?” La risposta fu “Chernobyl”.”Esterino

ComeDonChisciotte – LA GUERRA GLOBALE DEGLI USA CONTRO IL PIANETA TERRA

Fonte: ComeDonChisciotte – LA GUERRA GLOBALE DEGLI USA CONTRO IL PIANETA TERRA.

DI DANA VISALLI
Globalresearch.ca

Mentre ero a Kabul nel marzo di quest’anno, ho fatto una vista alla base militare USA di quella città, Camp Eggers. Sapendo che avrei avuto bisogno di un pretesto per riuscire a entrare, ho battuto a macchina una lettera dove mi offrivo di fare una presentazione della natura dell’Afghanistan, che ho studiato in passato.

Quando ci si avvicina alla base, si deve passare attrraverso un primo checkpoint, dove un Hummer coronato da una postazione-mitra sta di guardia. Dopo, ci sono cento metri di cammino da percorrere in uno stretto corridoio tra due muri anti-esplosione, alla fine del quale si arriva a un punto d’ingresso inserito nel muro.

Ho mostrato il mio passaporto e la mia lettera e poi sono stata scortata attraverso la seconda sezione di muri anti-esplosione nella direzione di una piccola cabina utilizzata per le informazioni, in questo ancora periferico circolo di difesa. Il pischello brufoloso che è in organico alla cabina era confuso dalla mia richiesta; non aveva mai visto niente del genere. E ha fatto quello che tutti i soldati fanno quando si trovano di fronte a qualcosa di nuovo: ha telefonato ai superiori per ricevere istruzioni su come affrontare il caso.

Sono così riuscita a ottenere il pass per il successivo livello d’ingresso. Al rifugio #2 un altro giovane e amichevole soldato di nome Ryan, ugualmente perplesso di fronte alla mia richiesta scritta, ha telefonato al suo ufficio di comando per avere indicazioni su come comportarsi con me. Dopo di che, con Ryan come scorta, ce l’ho fatta a entrare nel sancta sanctorum della base, dove i soldati e i contractor militari girellano con tranquillità per le strade di quella che prima era una zona residenziale di Kabul.

Dopo essere passata vicino a soldati dei gradi più diversi, sono finalmente arrivata all’ufficio “Buon Umore, Benessere e Ricreazione”. L’ufficiale donna in carico è rimasta interdetta dalla mia presenza come tutti quelli che mi avevano incontrato e, dopo aver letto la mia proposta, mi ha chiesto in modo arcigno, “Come ha fatto a raggiungere la base?” Ha rimproverato Ryan per avermi portato al centro di Camp Eggers, poi ha realizzato che avrebbe dovuto telefonare al suo ufficio di comando perché non c’erano protocolli standardizzati per risolvere la faccenda.

Mentre stavamo tornando al punto di partenza, Ryan mi ha fatto presente che di certo non poteva essere responsabile per avermi fatto entrare nella base, perché tutto quello che aveva fatto era eseguire gli ordini. Infatti, la prima preoccupazione di tutti quelli con cui ho interagito a Camp Eggers era quella di seguire le direttive dei propri superiori; nessuno sembrava avere la capacità di prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

Nella metà degli anni ’60, l’analista politica Hannah Arendt ha pubblicato uno studio della lunghezza di un libro che trattava di come le più grandi tragedie dell’umanità, come la schiavitù o l’Olocausto, siano potute accadere. Il suo libro, “La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme“, afferma che, spesso, tali crimini non vengono commessi da fanatici o da sociopatici, ma piuttosto da gente ordinaria che ha accettato le prerogative dei propri superiori e del proprio Stato e, in conseguenza di ciò, ha eseguito quello che gli veniva detto di fare, ritenendo che le proprie azioni fossero normali. La parola “banale” indica “qualcosa di trito, normale e ordinario”. L’etimologia della parola viene dal francese antico “ban”, termine che si riferiva al servizio militare feudale, che era obbligatorio e comunemente accettato. La cultura militare è per definizione sinonimo di banalità, proprio come le mie frequentazioni a Camp Eggers hanno dimostrato, nel vedere come tutti hanno lottato per scovare ordini da eseguire al fine di evitare la responsabilità delle proprie azioni.

La maggior parte dei membri della struttura militare riceve un notevole addestramento in tecniche di combattimento, incluse quelle per uccidere esseri umani. Un’esercitazione frequente al campo d’addestramento è quella in cui le reclute che si gettano in continuazione verso bersagli umani con la baionetta montata, al grido “Uccidi! Uccidi!” mentre colpiscono le loro vittime immaginarie. Dopo mesi di tale addestramento, uccidere diventa in sé banale, qualcosa di normale e ordinario. La cultura militare di sottomissione irriflessiva all’autorità, combinata al pesante condizionamento nello spazzare via le vite umane, crea un sentiero spazioso verso i “grandi mali” che Hannah Arendt ha analizzato.

Gli esempi di quello che una società sana definirebbe atti malvagi abbondano negli annuari delle guerre odierne. Ad esempio, nel 2010 un gruppo di cinque soldati statunitensi ha ucciso un quantità di civili afgani “per sport” e ha raccolto le dita delle loro vittime come trofei. Per loro uccidere è diventato normale e banale; era proprio quello a cui i soldati sono stati addestrati.

Nel marzo del 2011 due elicotteri Blackhawk dell’esercito USA si sono posizionati al di sopra di dieci bambini afgani, dell’età compresa tra i sette e i tredici anni, che stavano raccogliendo sterpaglia per riscaldare le loro capanne e li hanno attaccati col fuoco delle mitragliatrici. Quando i genitori dei bambini sono arrivati sul posto, allertati dagli spari, hanno potuto solamente raccogliere i monconi dei loro bambini. Per i piloti degli elicotteri, uccidere è il loro lavoro, una normalità nella vita di soldati. Il 12 marzo del 2006, quattro soldati USA sono entrati nella casa di una ragazza di 14 anni nella città irachena di Mahmudiya, hanno chiuso la madre, il padre e la sorella in una camera da letto e li hanno trucidati, dopo di che hanno violentato in gruppo la ragazza. Per finire, gli hanno sparato in testa e hanno cercato di bruciarne il cadavere. Hanno poi relazionato le morti come risultato di un attacco dei ribelli. Il 25 marzo del 2003, il sergente dei Marines Eric Schrumpf stava partecipando all’invasione dell’Iraq quando ha individuato un soldato iracheno dietro una civile. Siccome non riusciva ad avere la visuale sgombra per la presenza della donna, le ha sparato per toglierla dalla linea di tiro.“Mi dispiace, ma la tizia era proprio nel mezzo”, questa è stata la spiegazione di Schrumpf. Più tardi è entrato nei dettagli, “Abbiamo passato proprio una bella giornata. Abbiamo ammazzato un sacco di gente.”

Nel lungo termine, molti dei soldati che commettono crimini di questo tipo divengono vittime della propria mancanza di giudizio, incapaci di convivere con gli atti drammaticamente antisociali che hanno commesso. Il sergente Schrumpf è al momento debilitato dal disturbo post traumatico da stress e non riesce a avere un ruolo nella società civile. Ha attaccato persone nei cinema perché confondeva le lattine di Coca con le armi. “Non sarò mai più lo stesso”, sono le parole di Schrumpf, che sembra in qualche modo disorientato dall’eziologia delle proprie disfunzioni comportamentali.

Siamo limitati solo dal tempo per descrivere storie simili, frutto di missioni in combattimento. Dopo aver prestato servizio nei Marines durante l’invasione dell’Iraq nel 2003, il soldato, Lance Corporal, Walter Rollo Smith è tornato a casa e ha subito ucciso la moglie, Nicole Marie Speirs, ventiduenne madre dei suoi due gemelli. L’ha affogata nella vasca da bagno senza alcuna provocazione o motivo apparente. Riflettendo sull’atroce delitto, Smith ha detto, “Ne ero assolutamente sicuro prima di andare in Iraq, non c’era modo che io potessi uccidere qualcuno.” Dopo aver servito l’esercito in Iraq nel 2004, il Caporale Brandon Bare, 19 anni, di Wilkesboro, Carolina del Nord, una volta rientrato a casa ha accoltellato la moglie Nabila Bare, di 18 anni, almeno per 71 volte con coltelli e mannaia. Circa tre dozzine delle ferite sono state inflitte sulla testa e sul collo. Uccidere è quello a cui era stato addestrato.

L’angoscia esistenziale e le disfunzioni dei soldati di ritorno dal fronte è una cosa ordinaria. Un recente studio indica che il 62% dei soldati di rientro dalla guerra in Iraq hanno chiesto una consulenza per la salute mentale, con il 27% che mostra pericolosi livelli di abuso di alcol. I tassi di suicidio tra i soldati e i veterani sono incrementati drammaticamente negli ultimi anni. Più di 100,000 veterani del Vietnam si sono uccisi, molti più di quelli morti in guerra. Più di 300,000 veterani delle forze armate USA sono al momento senza casa, come rivela un altro studio.

Se la guerra nei fatti distrugge i giovani d America trasformandoli in killer addestrati e traumatizzati, si potrebbe almeno sperare che le guerre di per sé aggiungano, in una qualche maniera, valore alla società statunitense. Le evidenze obbiettive ci suggeriscono qualcos’altro. La condotta attuale in guerra assomiglia più a un circo che alle nobili tinte con cui viene spesso dipinta. Per citare uno dei molti esempi dell’insensatezza della guerra raccontato nel libro “Achille in Vietnam“, l’autore e veterano del Vietnam Jonathan Shay descrive come “durante una pattuglia nella stagione secca, una squadra dell’esercito USA aveva esaurito l’acqua e non era stata rifornita. Camminarono per un giorno e mezzo in cerca d’acqua nel territorio controllato dai Vietcong. Quando gli uomini iniziarono a collassare per la deidratazione, la supplica fatta dall’ufficiale per avere il rifornimento fu accolta: un elicottero sorvolò e bombardò la squadra con alcune casse di Tab, ferendo seriamente uno degli uomini. Il maggior, il cui elicottero aveva sganciato le casse, fu poi richiamato per evacuare il ferito. Non c’era nessuna attività del nemico. In un secondo momento, lessi sul giornale della divisione che il maggiore si era vantato di tutto questo e aveva ricevuto la medaglia di bronzo al Valore per aver rifornito le truppe e evacuato i feriti sotto il fuoco.” Ricordatevi di questa storia quando la prossima volta vedrete una divisa di un soldato stipata di medaglie.

La guerra in Vietnam fu combattuta perché, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Ho Chi Minh dichiarò l’indipendenza dalla Francia colonizzatrice, dopo aver letto la Costituzione degli Stati Uniti che enfatizzava la ragionevole volontà del proprio popolo all’autodeterminazione. Invece di sostenere quest’esigenza universale che l’umanità ha per la libertà, gli Stati Uniti appoggiarono gli sforzi francesi al fine di riguadagnare la loro colonia per 10 lunghi anni (1945-1954). Dopo che la Francia fu sconfitta, gli Stati Uniti combatterono i vietnamiti per altri 22 anni (1955-1975). Si sono quindi accavallati 32 anni di distruzione, quando tutto ciò che il popolo vietnamita chiedeva era la propria indipendenza. Le vite degli americani distrutte – 58 mila morti, più di 100 mila suicidi, 300 mila senza casa – sono state spazzate via per nulla, così come i 3,4 milioni di vietnamiti morti in quella guerra. Per menzionare brevemente un’altra delle guerre recenti, oggi l’Iraq sopravvive tra le rovine, la popolazione è impoverita, un milione di morti e 5 milioni di persone rifugiate, quando tutto ciò su cui si è basta l’invasione del 2003 è unanimemente riconosciuto essere una totale fabbricazione.

La guerra in sé non è solo “un furto a coloro che sono affamati e non hanno da mangiare, a quelli che hanno freddo e non hanno vestiti”, come Dwight Eisenhower affermò in un discorso del 1953, ma la guerra è dannosa anche per il pianeta, per le fonti della vita sulla Terra e in fondo per tutte le vite. Gli Stati Uniti hanno sganciato 15 milioni di tonnellate di bombe sulla superficie terrestre negli ultimi 60 anni e 1 milione di tonnellate di napalm su campi e foreste, hanno disperso 20 milioni di galloni di defoliante in alcune delle foreste con più biodiversità del pianeta. In ogni caso, le forze armate USA stanno conducendo una guerra contro la Terra stessa. Uno sforzo così inutile non è avvenuto con poca spesa: il costo totale di tutte le spese militari per il 2012 si stima che ammonti a 1200 miliardi di dollari, un terzo del totale del budget federale. Sono proprio le forze armate che stanno portando il paese in bancarotta.

In ultima analisi, le forze armate statunitensi stanno distruggendo le vite dei suoi giovani uomini e allo stesso tempo devastano le altre culture; minacciano la sopravvivenza economica degli Stati Uniti mentre si sta logorando la struttura ecologica che rende possibile la vita sulla Terra.

Mikhail Gorbachev dichiarò che il sistema sovietico era malvagio e andava pertanto smantellato. Le forze armate statunitensi sono una potenza dalla simile malvagità, sguinzagliata per il mondo. Così come fu fatto per il ripugnante sistema sovietico, anche le analogamente ripugnanti forze militari degli Stati Uniti dovrebbero essere completamente smantellate, con tutti i soldati, le navi, gli aerei e le armi riportate a casa dall’imponente rete di 1000 basi militari americane sparse per il globo. I risparmi in termini di vite umane, di sofferenza, d’integrità ecologica e di dollari sarebbe incommensurabile. Dovremmo cominciare a ricostruire una difesa nazionale nella forma di piccole milizie che possano sorvegliare i nostri confini e “respingere le invasioni”, così come riporta la Costituzione degli Stati Uniti, ricordando che la miglior difesa consiste nel farsi degli amici.

Dana Visalli è un’ecologista, botanica e giardiniera nello stato di Washington.

Fonte: www.globalresearch.ca
Link. http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24374
18.04.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Antimafia Duemila – Quirra, c’e’ uranio impoverito

Fonte: Antimafia Duemila – Quirra, c’e’ uranio impoverito.

Un agnello morto vicino al poligono sardo era contaminato. Lo rivela un rapporto dell’università che l’ha analizzato. Adesso è ora che emerga la verità su questa base militare dove da decenni si sperimentano armi segrete.

La notizia è tanto delicata quanto clamorosa: in un campione di agnello proveniente dal comune sardo di Escalaplano, accanto al Poligono sperimentale interforze Salto di Quirra, è stata trovata traccia di uranio impoverito. Un’informazione contenuta nel documento del 19 aprile titolato “Misurazioni di uranio condotte su campioni provenienti dalla Sardegna”. L’intestazione è prestigiosa: Dipartimento di energetica del Politecnico di Torino. E la firma è quella autorevole di Massimo Zucchetti, professore di Protezione dalle radiazioni. «Con ogni probabilità», scrive Zucchetti, «le ossa dell’agnello hanno visto una parziale contaminazione con uranio impoverito».

Di più: i riscontri effettuati, annota il docente, forniscono «un dato statisticamente significativo di deviazione dalla presenza di uranio naturale». Il che non consente confusioni, dunque, ma addirittura «indica una presenza di uranio nelle ossa non compatibile con la presenza di uranio naturale», da cui si giunge alla «probabile contaminazione da uranio impoverito».

Le conseguenze sono immaginabili. Per anni le autorità militari hanno smentito, a livello nazionale, l’utilizzo di armi ad uranio impoverito dentro le basi sarde, ma non è bastato a cancellare le perplessità sul gigantesco poligono di Quirra (12 mila ettari lungo la costa sudorientale), dove dal 1956 a oggi eserciti e aziende internazionali hanno testato armamenti e materiali segreti. La settimana scorsa, il nostro settimanale ha riportato la testimonianza choc di Mauro Artizzu, ex militare di leva che ha raccontato di spaventose esplosioni con le quali, parole sue, venivano brillate armi e munizioni provenienti da ogni parte d’Italia. Ricordi che il procuratore capo di Lanusei, provincia dell’Ogliastra, ha inglobato nell’indagine sul poligono, ipotizzando reati che spaziano dall’omicidio plurimo di pastori all’introduzione in Sardegna di uranio impoverito, sparso sul terreno anche con le esplosioni che cita Artizzu (e dalle quali, tra l’altro, sarebbe derivato l’occultamento sotterraneo di ciò che ricadeva sul territorio).

«Questioni che ora assumono straordinaria urgenza», commenta un investigatore dopo aver letto il documento di Zucchetti. E per chiarire a cosa si riferisca, svela che le considerazioni del docente torinese derivano, a sua volta, da una relazione dell’ingegner Massimo Esposito, il quale il 18 aprile ha fornito in bozza gli esiti delle «misurazioni di uranio condotte su campioni dell’autunno 2003». E anche in queste carte, puntualmente, si ritrova la solita, drastica constatazione: «I risultati ottenuti», scrive Esposito, «mostrano che uno dei due campioni provenienti dall’agnello di Escalaplano presenta un rapporto di attività U234/U238 (due isotopi dell’uranio) significativamente inferiore, anche tenuto conto dell’incertezza statistica, al rapporto di attività dell’uranio naturale». Come dire: sia chiaro a tutti, che siamo fuori dall’ordinario.

Cosa succederà, a questo punto? Sul fronte tecnico-sanitario, per ipotizzarlo basta citare le frasi che concludono il documento di Zucchetti: «Si raccomanda», sottolinea, «di effettuare approfondimenti e verifiche (…) e di proseguire nelle analisi». Il che si sposa con le dichiarazioni fatte da Federico Palomba, deputato dell’Italia dei valori, subito dopo la rivelazione delle esplosioni nella base di Quirra: «E’ un’eventualità su cui bisogna fare al più presto chiarezza», ha avvertito. La stessa linea che il comitato “Gettiamo le basi” tiene dal 1997, invocando la verità sul poligono di Quirra e sulle morti che sarebbero scaturite dalle attività militari. E’ la volta buona per avere giustizia?

Tratto da: espresso.repubblica.it

Spunta una ‘leggina’ per salvare anche Dell’Utri e Cosentino

I soliti mafiosi…
Fonte: Spunta una ‘leggina’ per salvare anche Dell’Utri e Cosentino.

Una nuova leggina. Questa volta per togliere dagli impicci il senatore Marcello Dell’Utri e l’ex sottosegretario Nicola Cosentino. La proposta prevede l’introdurre nel codice penale del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (che non esiste in quanto reato) e di fissare le pene al massimo in cinque anni (oggi il reato è parificato all’associazione mafiosa e la pena ha un minimo di 7 anni). Un tetto che, se la norma dovesse essere approvata in pochi mesi, cancellerebbe la condanna per il senatore Dell’Utri, condannato in secondo grado per concorso esterno a 7 anni, e darebbe una bella mano d’aiuto all’onorevole Cosentino il cui processo, sempre per concorso esterno, è appena cominciato in primo grado.
Il promotore non è il solito onorevole avvocato della folta schiera di penalisti presenti tra Camera e Senato nei banchi del Pdl ma il senatore di tradizione liberale Luigi Compagna che rifiuta a priori di essere catalogato tra gli estensori delle leggi ad personam. Precisa: «Voglio bene sia a Dell’Utri che a Cosentino ma entrambi sono all’oscuro della mia iniziativa». E aggiunge: «E’ una questione aperta da tempo che ho mutuato da un disegno di legge che porta la firma dell’ex onorevole Giuliano Pisapia». La proposta Compagna è depositata al Senato da una decina di giorni. La questione della codificazione del concorso esterno è tema aperto e mai risolto. Riproporla adesso ha di per sè un che di sospetto visto che il processo Dell’Utri è in attesa solo della Cassazione e tra un anno sarà prescritto. Laura Garavini (Pd) denuncia l’ennesima legge ad personam. Per Donadi (Idv) è giusto codificare la norma ma non ridurre i tempi della pena.

Claudia Fusani (L’Unità, 19 aprile 2011)

Blog di Beppe Grillo – Genchi: colpevole per non aver commesso il fatto

Blog di Beppe Grillo – Genchi: colpevole per non aver commesso il fatto.

Buongiorno a tutti, vorrei cominciare leggendovi due righe da un documento che risale a 32 anni fa “oggi 29 gennaio 1979 alle ore 8,30 il gruppo di fuoco Romano Tognini Valerio dell’organizzazione comunista Prima Linea ha giustiziato il sostituto Procuratore della Repubblica Emilio Alessandrini, uno dei magistrati che maggiormente ha contribuito in questi anni a rendere efficiente la Procura della Repubblica di Milano nel tentativo di ridare credibilità democratica e progressista allo Stato”.

Thyssenkrupp: una sentenza storica
Questo è il volantino con cui i terroristi rossi di prima linea rivendicavano l’assassinio del Pubblico Ministero Alessandrini, sostituto Procuratore a Milano che stava indagando sulla strage nera di Piazza Fontana.
Perché dei terroristi rossi ammazzano un magistrato, tra l’altro esponente delle correnti progressiste della Magistratura che sta indagando su una strage neofascista? Perché lo spiegano bene, per i suoi meriti, perché è uno dei magistrati che maggiormente hanno contribuito in questi anni a rendere efficiente la Procura della Repubblica di Milano e a ridare credibilità democratica e progressista allo Stato, colpivano i magistrati bravi, onesti e li colpivano non per i loro errori o per i loro demeriti, ma per i loro meriti.
La stessa cosa sta avvenendo oggi, soltanto che a colpirli non è più un’organizzazione terroristica che si propone di sovvertire lo Stato, ma è un Presidente del Consiglio che sta sovvertendo lo Stato e che sta facendo alle istituzioni dello Stato molti più danni di quelli che hanno fatto i terroristi delle Brigate Rosse che involontariamente finirono per rafforzare le istituzioni e per conservare ai loro posti anche dei politici che invece avrebbero dovuto andarsene, proprio perché lo Stato fece fronte comune contro il terrorismo negli anni della solidarietà nazionale, oggi l’insidia è molto, molto maggiore e più pericolosa proprio perché le armi non sono più i mitra, ma sono le parole, le leggi, i proclami televisivi, i comizi, le istituzioni piegate agli interessi privati, non c’è nessuno di autorevole che lanci l’allarme, il Quirinale almeno mentre sto parlando tace e tutte le altre istituzioni che dovrebbero intervenire, tacciono a loro volta, protestano i magistrati, ma come al solito sembra una guerra personale, tra loro e Berlusconi, protestano poco per la verità le opposizioni che non hanno ancora preso l’iniziativa che avrebbero dovuto prendere, quella di abbandonare in blocco un Parlamento comprato e venduto per interessi privati, i grandi giornali, a parte rare eccezioni fanno i pesci in barile e fanno finta di non vedere e parlano di scontro mentre c’è un’aggressione direi senza precedenti perché è semplicemente l’ultimo episodio di tanti altri, ma un’aggressione forsennata, forse la battaglia finale, ultima spallata contro l’unico potere di controllo che con tutti i suoi limiti e i suoi difetti ci rimane e cioè il potere giudiziale, è interessante vedere che ancora una volta non vengono attaccati i magistrati fannulloni, i magistrati corrotti, i magistrati inefficienti, vengono attaccati esattamente come da parte dei terroristi 32 anni fa, i magistrati migliori, quelli delle Procure di Milano, di Palermo e adesso vedrete che partirà un attacco anche a Torino, perché a Torino, proprio nel giorno in cui a Milano venivano fuori questi orribili manifesti fuori le BR dalla Procura, a Torino un grande magistrato, Raffaele Guariniello otteneva da una grande Corte di Assise una sentenza memorabile in cui si condannano i vertici di un gruppo multinazionale tedesco la Thyssen Krupp, per avere scientemente messo a rischio la vita dei loro lavoratori nello stabilimento di Torino, dando origine a quel rogo stragista che ne eliminò, se non erro, 7.
Il N. 1 della Thyssen Krupp è stato condannato a 16 anni e attenzione non per il solito reato di omicidio colposo con cui ce la si cava sempre con qualche anno, da cui poi detraendo indulti, attenuanti condizionali etc. gli imprenditori assassini la fanno sempre franca e non vanno in galera, condannato a 16 anni di reclusione per omicidio volontario, avete letto sui giornali, avete sentito in televisione, volontario con dolo eventuale, cosa vuole dire? Vuole dire che sapere che gli impianti antincendio non sono a norma e non fare nulla per metterli a norma, per risparmiare qualche migliaio di Euro, perché questa è la ragione per cui sono morti gli operai della Thyssen Krupp, significa ammazzare gli operai, accettando il rischio, ecco il dolo eventuale, che gli operai possano lasciarci la vita e questo equivale a una volontà, a un dolo e quindi omicidio volontario con dolo eventuale e questa è una sentenza pilota e naturalmente adesso sta mettendo il terrore, la Confindustria non ha perso occasione per schierarsi dalla parte dei condannati e per strillare contro la presunta esagerazione della pena.
La pena è il minimo che potesse toccare ai responsabili di una strage dove sono morte molte persone, a causa della colpevole, dolosa incuria dei vertici della Thyssen Krupp, il fatto che l’organizzazione sindacale degli imprenditori italiani invece di scomunicare coloro che tradiscono la legge e mettono a repentaglio la vita dei loro lavoratori, solidarizzi con loro, la dice lunga sul culo sporco degli imprenditori italiani che si fanno rappresentare da gente così!
La dice lunga sul fatto che non si possono permettere che altre sentenze del genere vengano emesse e quindi strillano e quindi anche loro cercano di intimidire la magistratura, visto che ci sono altri processi aperti per altre stragi sul lavoro, che si spera sull’esempio di questa sentenza, potranno imboccare quando ne ricorreranno i presupposti giuridici, la stessa strada e cioè quella non dell’omicidio colposo, involontario, ma quello dell’omicidio volontario con il dolo eventuale e nel momento in cui i magistrati vengono definiti brigatisti, terroristi, cellule rosse, eversori, associazione per delinquere, dalla più alta carica di governo, purtroppo l’abbiamo sul groppone, è bene sapere da quale parte stare, dalla parte dei magistrati che hanno visto tanti loro colleghi cadere negli anni del terrorismo, mentre Berlusconi si faceva proteggere dalla mafia, non dimentichiamo mai e mentre altri magistrati si facevano corrompere da Berlusconi tramite l’Avvocato Previti, non dimentichiamolo mai!

Genchi mazziato e assolto
Ciò premesso non ho nessuna intenzione, l’ho già detto la settimana scorsa, di inseguire questo squilibrato nei suoi deliri, essi sì, eversivi e terroristici, ma vorrei darvi una notizia che, salvo Il Fatto Quotidiano e qualche trafiletto e altri giorni nessuno ha dato, credo neanche i telegiornali che pure a suo tempo si occuparono a lungo del presunto scandalo da cui poi era scaturito quel processo.Mi riferisco alla sentenza che è stata emessa mercoledì a carico di Gioacchino Genchi, sapete voi del blog di Beppe, voi del sito del Fatto, voi che leggete Il Fatto chi è Gioacchino Genchi, quest’ultimo è il poliziotto, il consulente informatico di decine e decine di tribunali, Procure, Corti di Assise e Corti di Appello che da 25 anni ormai mette la sua intelligenza e la sua competenza tecnica al servizio delle indagini, mai al servizio di parti private, sempre al servizio della magistratura, per fare luce su stragi, omicidi di mafia, vicende di mafia politica e che per questo dopo avere collaborato con Luigi De Magistris in una delle tante indagini alle quali ha collaborato a Catanzaro, è stato fucilato con i mezzi moderni, con le televisioni, con i giornali, con le penne assassine che si aggirano non informazione, nella disinformazione italiana e che l’altro giorno fortunatamente ha trovato un giudice che lo ha assolto.
Lo ha assolto dall’accusa di accessi abusivi Genchi ha due processi: uno è ancora in corso, l’altro è quello che si è chiuso mercoledì in primo grado con la sua piena assoluzione e attenzione, non perché il fatto non costituisce reato ma è stato commesso, oppure perché il fatto non costituisce più reato perché è stato depenalizzato, neanche per insufficienza di prove, è stato assolto perché l’accusa non stava in piedi e come nascono le accuse a Gioacchino Genchi? Forse è interessante andare a ripescare la genesi di questi processi perché è una genesi politica, la Procura di Roma aprì indagini su Gioacchino Genchi dopo una campagna martellante di attacchi a Genchi, in cui politici di quasi tutti i partiti, tranne uno, il solito, non lo nomino altrimenti dico poi che faccio pubblicità, ma è cronaca, tutti i partiti politici di destra e di sinistra, tranne uno attaccarono Genchi.
Era il gennaio 2009, per la precisione il 24 gennaio 2009, Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio terrorizzato in quel momento dalla possibile uscita di certe telefonate che minacciavano di svelare retroscena dei suoi rapporti con alcune signorine, poi diventate ministre, annunciava in televisione “sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica, c’è un signore che ha spiato 350 mila persone” il signore in questione era naturalmente Gioacchino Genchi, erano i giorni in cui si bombardava a reti e edicole unificate sul caso Genchi, l’archivio Genchi, Genchi ha sospettato di avere accumulato milioni di tabulati, di numeri di telefono, di intercettazioni telefoniche e era sospettato addirittura di usare quell’enorme archivio informatico per ricattare di qua e di là, tant’è che del caso si occupo il Copasir, il comitato per il controllo sui servizi di sicurezza, il comitato parlamentare bicamerale, all’epoca presieduto da Rutelli e oggi presieduto da Massimo D’Alema, Massimo D’Alema non c’era ancora.
A ruota tutti i garantisti a gettone o a intermittenza, quelli che intervengono solo quando c’è di mezzo il loro padrone o uno dei loro padroni, si misero a strillare all’unisono con il Cavaliere per dire che quello di Genchi era uno scandalo mai visto.
Maurizio Gasparri capogruppo del Pdl disse “roba da Corte Marziale” la Corte Marziale è il Tribunale speciale dinanzi al quale si trascinano i soldati che commettono dei crimini durante le guerre, finiscono davanti alla Corte Marziale e poi vengono fucilati, questo disse Gasparri. Rutelli per non essere da meno all’epoca stava nel PD, poi si è messo improprio, disse che quello di Genchi era un caso molto rilevante per la libertà e per la democrazia. Cicchito disse “siamo di fronte a un’inquietante Grande Fratello” e non si riferiva al Grande Fratello di Canale 5, si riferiva al Grande Fratello di Orwell al mostro spionistico che controlla tutto e tutti nelle dittature.
Lanfranco Tenaglia ex Magistrato del PD disse “vicenda grave”. Italo Bocchino ancora nel Pdl e non ancora diventato antiberlusconiano disse “è il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana”. Clemente Mastella che da anni martellava Genchi, chiamandolo addirittura Licio Genchi lo definì quella volta “un pericolo per la democrazia” e Luciano Violante del PD disse che era un fatto intollerabile e Gaetano Quagliariello del Pdl disse “scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello Stato” Genchi era un nemico delle istituzioni, da respingere probabilmente a cannonate. Giuseppe Caldarola ex PD che scrive su Il Riformista disse “spioni deviati spiano migliaia di cittadini, il Parlamento e il governo” e Luigi Zanda del PD disse che Tavaroli e Genchi presentavano diverse analogie, chi è Tavaroli? E’ il capo della Security privata della Telecom, arrestato per avere accumulato dossier per conto dei vertici della Telecom, mentre Genchi lavora per conto di un’entità che si chiama Stato italiano, giustizia italiana, fa niente, Tavaroli e Genchi tante analogie!
I giornali si scatenano, non tutti naturalmente, i principali, La Stampa e Il Corriere titolano “un italiano su 10 nell’archivio di Genchi” gli italiani sono 60 milioni, quindi Genchi avrebbe nei suoi archivi dossier su 6 milioni di italiani, pensate quanto deve essere enorme la sede degli uffici di Genchi per contenere 6 milioni di schedature, forse è grossa come il Pentagono, come la sede della Cia. Il Giornale “il grande orecchio, miniera d’oro” Libero “l’intercettatore folle” Pierluigi Battista Corriere della Sera “lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria” questo è una piccola antologia di quello che fu detto e fu scritto quando scoppiò il caso Genchi. La Procura di Roma, sempre molto sensibile agli umori della politica, pensò bene di fare cosa gradita aprendo indagini e processi a carico di Genchi.
Uno, quello ancora in corso, riguarda l’accusa a Genchi di avere, abuso d’ufficio, accumulato ai tempi dell’indagine Why not?, una serie di dati su cellulari intestati a parlamentari, sapete che i parlamentari non possono essere intercettati e non si può neanche acquisire informazioni sul traffico telefonico che compare nei tabulati telefonici, il tabulato è l’elenco delle telefonate che partono e arrivano a una certa scheda associata ovviamente a un telefonino e così si capisce chi telefona a chi, per quanto tempo, da dove parte la chiamata, non si sa naturalmente chi viene chiamato prima, chi viene chiamato dopo, ci sono le sequenze, gli incroci è questo che fa Genchi, non c’è il contenuto delle chiamate, ma naturalmente si può desumere dalla frequenza di certe chiamate anche il rapporto di intimità che c’è tra il chiamante e il chiamato e quindi questi dati sensibili a carico dei parlamentari non possono essere acquisiti perché il parlamentare ha l’immunità, salvo che il Parlamento autorizzi il magistrato a acquisire queste intercettazioni e questi tabulati.
Altra cosa, naturalmente, lo sappiamo benissimo, è se la voce del parlamentare viene intercettata mentre si controlla il telefono di un altro che parla con il parlamentare, in quel caso si parla di intercettazioni in diretta e è perfettamente legittima, ma per usarla contro il parlamentare, ci vuole comunque il permesso del Parlamento, lo stesso vale per i tabulati, naturalmente quando è che chiedi il permesso al Parlamento di poter usare i tabulati di un parlamentare? Quando inizia il processo perché è durante il processo che si fa un uso penale di certa documentazione.
Ma in ogni caso per mandare al Parlamento la richiesta di autorizzazione all’uso dei tabulati acquisiti, bisogna prima sapere che quei tabulati appartengono a un numero di telefono in uso a un parlamentare e come mai a sapere se un telefono lo usa un parlamentare o un normale cittadino? Mica lo individui dal prefisso, l’utente della scheda e del cellulare, quante volte uno si imbatte in un numero di telefono e come fa a riconoscere un telefono di un parlamentare dal telefono di un cittadino normale? Il prefisso è sempre lo stesso, non è che ci sono dei prefissi particolari per i parlamentari, soltanto quando sviluppi, vedi da dove partono le telefonate, vedi dove arrivano, puoi desumere che c’è un parlamentare, quindi li devi giustamente acquisire presso le compagnie telefoniche e soltanto dopo che hai cominciato a lavorarci, quindi a usarli, puoi capire che c’è un parlamentare dietro a quel numero, anche perché spessissimo sono intestati a società, altri sono intestati direttamente alla Camera, altri sono intestati direttamente addirittura a Ministeri, quindi come fai a sapere se un telefono intestato a un Ministero o a uno dei due rami del Parlamento è in uso a un segretario, a un usciere, a un agente della scorta, a un funzionario, a un dirigente, o se è in uso proprio al Ministro o al parlamentare? Devi fare delle indagini e questo è quello che hanno fatto De Magistris e Genchi e Genchi, come del resto De Magistris si trovano indagati per avere acquisito e usato tabulati di parlamentari, come se dotati di virtù divinatorie, potessero loro immaginare e già sapessero che i numeri di cui chiedevano alla Tim o alla Vodafone o a altri gestori il tabulano, erano intestati a parlamentari, è un processo totalmente incredibile, folle, paradossale, si pretende che il magistrato e il suo consulente siano lo spirito santo, riescano a individuare dal solo numero telefonico se appartiene o non appartiene a un parlamentare.

Tante inchieste, stesse ombre
E’ un processo folle che credo finirà nel nulla anche per una semplice ragione: l’abuso in atti d’ufficio è stato riformato nel 1997 dal Parlamento italiano, una legge tra l’altro vergognosa, votata da quasi tutti i partiti, in questo modo: per essere ancora reato l’abuso d’ufficio, l’abuso commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, deve contenere una finalità patrimoniale, ci devi guadagnare dall’abuso che fai. Se per esempio favorisci un tuo parente, la tua fidanzata, tua moglie, tuo figlio, un amico, un compagno di partito che poi ti dà in cambio un tornaconto, allora c’è l’abuso di ufficio patrimoniale, se invece fai semplicemente un atto abusivo, ma non c’è finalità patrimoniale, un atto illegale, illecito, indebito e non c’è una finalità patrimoniale, l’abuso d’ufficio non è più reato, allora anche se per assurdo e come dico è un assurdo, Genchi e De Magistris avessero disposto indebitamente l’acquisizione di quei tabulati perché già sapevano, preveggenti che i tabulati erano di telefoni intestati a parlamentari, il reato di abuso d’ufficio non può scattare perché? Perché non è che De Magistris o Genchi ci hanno guadagnato qualcosa patrimonialmente ad acquisire dei tabulati di parlamentari al massimo hanno avuto degli elementi in mano per indagare che non avrebbero potuto avere e che naturalmente se si fosse arrivati al processo, sarebbero stati immediatamente dichiarati nulli e inutilizzabili, in quanto acquisiti non secondo la legge, ma contro la legge, quindi anche se avessero fatto ciò di cui sono accusati, né Genchi, né De Magistris potrebbero mai rispondere di un reato che è iscritto completamente in maniera diversa da come invece sono andate le cose in quel caso, ma questo processo è ancora in corso e quindi si vedrà come andrà a finire davanti al Tribunale di Roma.
Invece l’altro processo nato da quella campagna forsennata contro Genchi, nemico dello Stato, nemico della Repubblica, nemico della democrazia, eversore, spione, ricattatore, raccoglitore di dossier e chi più ne ha, più ne metta, si è concluso mercoledì scorso, assoluzione piena, il più grave scandalo della storia della Repubblica come lo definì Berlusconi, per metà si è già sgonfiato ma nessuno naturalmente ha chiesto scusa a Genchi, nessuno di quelli che hanno detto o scritto quelle puttanate che vi ho letto prima, ha fatto retromarcia, ha ammesso di essersi sbagliato, ha detto di non farlo più, ha rimediato con articoli riparatori, chissà per esempio Pierluigi Battista se ci farà la grazia di riconoscere che non c’era nessun lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria nel caso Genchi o quei giornali come Il Corriere e La Stampa che titolarono “un italiano su 10 nell’archivio Genchi” o altre scemate di quelle dimensioni, cosa ha stabilito il giudice?
Che Genchi è innocente, parola del Gup, del Tribunale di Roma Marina Finiti dall’accusa di accesso abusivo alla banca dati Siatel, quale era l’accusa? Che Genchi abbia interpellato abusivamente gli archivi informatici della Siatel per acquisire informazioni su Giorgio Riolo e Maddalena Carollo, chi sono? Giorgio Riolo è quel Maresciallo del Ros dei Carabinieri che fu accusato insieme a un altro, a Ciuro di essere una delle talpe nella Dda di Palermo e che fu poi arrestato e condannato in Cassazione, Maddalena Carollo era l’intestataria di una scheda telefonica che era stata fornita a Totò Cuffaro, questa era una prestanome, non si sa neanche se consapevole o meno, di quelle schede telefoniche che usava Cuffaro, sperando di non essere intercettato e chi gliele aveva date quelle schede “sicure” a Cuffaro, una delle quali intestata a questa Maddalena Carollo? Gliele aveva date Francesco Campanella, il mafioso legatissimo a Provenzano che faceva anche nei ritagli di tempo, il Presidente del Consiglio Comunale di Villa Abbate e era anche il leader dei giovani nazionali dell’Udeur, era il capo dei giovani mastelliani a livello nazionale, poi si è rivelato essere un mafioso, era quello che aveva procurato i documenti falsi a Bernardo Provenzano per la sua trasferta ospedaliera a Marsiglia per l’operazione alla prostata, poi è diventato collaboratore di Giustizia e è finito in galera.
Campanella fornisce a Cuffaro questa scheda “sicura” sicura fino a un certo punto perché poi viene smascherata nelle indagini proprio grazie alla capacità tecnica di Gioacchino Genchi e scopre che quella scheda era in uso a Cuffaro, vedete com’è difficile risalire al reale utente di un numero telefonico? Questo numero telefonico era intestato a questa Maddalena, era stato fornito da Campanella a chi? Al governatore della Regione Sicilia, immaginate quante indagini per riuscire a capire la trafila, per riuscire a capire alla fine chi era che faceva le telefonate con quella scheda. La scheda GSM serviva a coprire i contatti telefonici con Riolo e stiamo parlando, quindi, dell’inchiesta sulle talpe, un’inchiesta molto importante a cui Genchi, come a tante altre aveva collaborato, l’accusa si è rivelata infondata, assolto, interessante però capire perché ce l’avevano tanto con Genchi per avere lavorato così bene in quell’inchiesta?
Il perché lo potete capire anche voi, ci sono personaggi legati all’Udc , Cuffaro, al centro-destra sempre Cuffaro che poi è passato infatti con Berlusconi, giusto in tempo prima di finire in galera e anche a esponenti deviati delle forze dell’ ordine e l’inchiesta era nata da un rapporto del Direttore dell’Agenzia delle Entrate Stefano Crociata e del Colonnello del Ros Pasquale Angelo Santo, lo scandalo Genchi monta mentre Genchi scrive, Antonio Massari su Il Fatto, sta collaborando con De Magistris nell’inchiesta Why not?, Genchi ha ricostruito un’anomala fuga di notizie nell’inchiesta Poseidone e in questi suoi report investigativi scrive “è dalle indagini sulla strage di Capaci che non provavo un simile imbarazzo” infatti Genchi che si era occupato anche dalle indagini sulla strage di Capaci lavorando per De Magistris, sospetta che la talpa, questa volta, sia il diretto superiore di De Magistris, il Procuratore capo che guarda un po’ la combinazione, dopo un po’ sottrae l’inchiesta Poseidone a De Magistris, sottrazione illegale scopriranno poi i magistrati di Salerno che dopo averlo scoperto verranno a loro volta trasferiti lontano da Salerno dal Csm e quindi anche l’inchiesta Why not?, poco dopo viene sottratta, sempre illegalmente secondo Salerno a De Magistris.
Nel marzo 2009 lo studio di De Magistris viene perquisito dal Ros e i giornali in quell’occasione, siamo con singolare tempismo, il 24 gennaio 2009 Berlusconi urla che sta per scoppiare il più grave scandalo della storia della Repubblica italiana, quindi quegli ultimi 60 anni, due mesi dopo uomini del Ros, bisogna sempre parlare di uomini del Ros perché il Ros è una cosa grossa, seria e importante, il reparto operativo speciale dei Carabinieri, all’interno del Ros ogni tanto ci sono alcuni tipetti mica male, due mesi dopo la sparata di Berlusconi parte il Ros e va a perquisire il maxiarchivio, come veniva definito dai giornali, quello con 6 milioni di dati, su 6 milioni di persone a Palermo e nei giornali si scrive che il maxiarchivio illegale di Genchi sono state intercettate milioni di persone e il Ministro Alfano lo definisce un grave pericolo per la sicurezza della Repubblica, naturalmente l’assoluzione dell’altro giorno, dimostra che Genchi tutto quello che ha fatto lo ha fatto nell’assoluta legalità, anzi ogni volta che Genchi fa un accertamento peritale, lo fa su mandato scritto del magistrato, non è che si inventa le cose da fare, tutti gli incarichi peritali del consulente tecnico del PM devono essere richiesti per iscritto, in modo che non resti nulla di misterioso, tutto documentato.
Nel frattempo Genchi, lo sapete, un mese fa, è stato cacciato dalla Polizia di Stato per ordine del Capo della Polizia Manganelli, anche lì su richiesta pressante di molti politici che se lo volevano levare di torno e è stato destituito dalla Polizia, è la sanzione più pesante ovviamente, gli hanno levato i gradi e l’hanno buttato fuori, è un trattamento che non hanno subito neanche i poliziotti aguzzini, condannati per le violenze al G8 di Genova o condannati per altri episodi di sevizie e di torture, Genchi che non ha mai torto un capello a nessuno, ma ha fatto solo quello che gli chiedevano i magistrati, e l’ha fatto bene, è stato destituito dalla Polizia , quindi non è più un poliziotto, nel suo blog su Ilfattoquotidiano.it scrive “si è conclusa alle 15,15 un’udienza preliminare del processo a mio carico tenuta dal Gup Marina Finiti, il processo è stato aperto per i presunti accessi abusivi alla Siatel oggetto delle contestazioni della Procura di Roma, formulate nel marzo 2009, sempre 2 mesi dopo la sparata di Berlusconi in contestualità con la perquisizione del Ros, con la perquisizione e il sequestro del mio archivio. Alla base delle indagini il rapporto del direttore dell’agenzia delle entrate e gli accertamenti del Ros. Mi erano state contestate le attività di accertamento nei processi più importanti degli ultimi anni, tra questi interrogazione, interpello di quella banca dati relativa al nominativo del Maresciallo del Ros, anche esso, Giorgio Riolo, poi arrestato e condannato dalla Cassazione come talpa nella Dda di Palermo e quello su Maddalena Carollo, la fantomatica intestataria della scheda GSM coperta fornita all’allora Presidente della Regione Cuffaro da Francesco Campanella, per i contatti riservati con Riolo e con un altro ex Maresciallo dei Carabinieri, poi entrato in politica credo nell’Udc Massimo Zucchelli. Grazie alla difesa dell’Avvocato Fabio Repici, ci scrive sempre Gioacchino Genchi, ho dimostrato la legittimità di tutti gli accessi alla Siatel, necessari per l’identificazione dei soggetti poi indagati e condannati per gravissimi reati, dall’omicidio alla strage, dal traffico di stupefacenti alla mafia, dai vari tribunali e Corte d’Assise che avevano utilizzato le risultanze del mio lavoro in quasi tutta Italia, dove una breve camera di consiglio di pochi minuti e dopo un calvario giudiziario di oltre due anni, il Gup Marina Finiti ha pronunciato la sentenza “il fatto non sussiste”. Ormai anche i bambini, commenta Genchi, hanno capito che la montatura del cosiddetto caso Genchi dopo le anticipazioni del Presidente del Consiglio Berlusconi che mi aveva definito il più grande scandalo della storia della Repubblica, serviva solo a bloccare la mia collaborazione con l’autorità giudiziaria nelle più importanti inchieste che si stavano facendo in Italia, nonostante tutto non ho mai perso la mia fiducia nella giustizia, mi sono presentato al Giudice e mi sono fatto processare come loro volevano, la cosa che mi rende più orgoglioso è che anche il Pubblico Ministero di udienza che non è lo stesso evidentemente che aveva fatto quella meravigliosa indagine, la Dott. Ssa Maria Cristina Palaia ha chiesto la mia assoluzione con formula piena.” Sapete qual è il risultato? Il risultato è che Genchi non è più poliziotto in seguito alla campagna di diffamazione e di calunnia e ha perso, anche da privato cittadino, consulente tecnico, titolare di una società specializzata in consulenze tecniche delle procure, gran parte delle sue consulenze, perché? Perché ci vuole un bel coraggio da parte dei magistrati a affidare ancora le consulenze tecniche di indagine a uno che è indagato e addirittura imputato a Roma per avere violato la legge, quindi Genchi ha perso molto del suo lavoro, da un lato ha perso il lavoro in Polizia e dall’altro ha perso il lavoro che svolgeva in aspettativa della Polizia di consulente tecnico di moltissime procure e tribunali.
Dico questo non perché pensi che ci sia stato un complotto a danno di Genchi, c’è stata una campagna violentissima della politica, quasi concentrica, c’è stata un’indagine sbagliata della Procura di Roma, forse per compiacere i politici, questo non lo so perché è un processo alle intenzioni, lo penso, penso che sia stata per compiacere tutti quei politici che lo volevano sotto indagine, ma nessuno di tutti quelli che parlano di errori giudiziari, di quelli che ogni volta che viene o prescritto o magari assolto con varie formule tutt’altro che limpide un potente, urlano subito: e adesso chi paga? Chiedetegli scusa, restituitegli quello che gli è stato tolto, gli avete rovinato la vita, caso Tortora! Questo non è un caso Tortora perché per fortuna Genchi non è mai stato arrestato e per fortuna gode anche ottima salute, ma certamente ha subito un danno nella sua reputazione, ha subito un danno nel suo lavoro e ha subito un danno anche nel suo orgoglio perché immaginate un poliziotto che vede continuare a far carriera in Polizia gente condannata per avere torturato ragazzi innocenti, tipo quelli del G8, che si vede invece lui cacciato dalla Polizia, dopo avere servito né più e né meno lo Stato italiano per tutti questi anni, forse meriterebbe qualche articoletto, forse meriterebbe le scuse di qualcuno e forse chi, con tanta leggerezza parla di errori giudiziari quando riguardano sé stesso, dovrebbe cominciare a rendersi conto che i processi si fanno per vedere se uno è colpevole o è innocente, quando poi si stabilisce che tizio era innocente, bisogna andare a vedere come era nata l’indagine, perché ci sono molte indagini che nascono quando sembra che veramente uno potrebbe essere il colpevole e poi durante il corso del procedimento si scopre che invece, magari non lo era, a questo serve la giustizia, questa però non è un’indagine nata quando sembrata che Genchi avesse commesso dei reati, perché lo si sapeva benissimo anche nel gennaio 2009 quando Berlusconi lo definì il più grave scandalo della storia repubblicana che Genchi non aveva commesso nessun reato, bastava andare a vedere le carte.
Andatevi a prendere i passaparola, gli articoli che abbiamo scritto nel 2008/2009 quando partì l’attacco a Genchi in simbiosi con l’attacco a De Magistris, in simbiosi con l’attacco ai PM di Salerno Nuzzi e Verasani e Apicella che stavano indagando sul complotto, quello sì, che aveva portato a espropriare De Magistris delle sue inchieste a Catanzaro e vi renderete conto che c’erano già allora gli strumenti per capire dove stava la verità, poi non discuto, uno può anche aprire un’indagine e dopo 3 anni non presentarsi in udienza, mandarci un altro che chiede l’assoluzione dell’indagato, fa parte della fisiologia, ma se non ci fosse stato quel fuoco di sbarramento concentrico contro Genchi, probabilmente quell’indagine non sarebbe mai iniziata, probabilmente Genchi sarebbe ancora in Polizia, probabilmente continuerebbe a essere il consulente di gran parte delle Procure dei tribunali per la semplice ragione che è bravo e ci azzecca e bisognerebbe anche interrogarsi su un’altra cosa: ma se per farlo fuori hanno impiegato quell’enorme dispendio di energie e di balle, cosa c’era che non doveva saltare fuori nelle inchieste Why not?, Poseidone e limitrofe?

Guardate che nelle indagini che sono state strozzate sul nascere dopo che le hanno tolte dalle mani di De Magistris e di Genchi e anche di altri che lavoravano lì, che lavoravano in quell’indagine nazionale a De Magistris, c’erano personaggi che guarda un po’, sono venuti fuori in altre indagini! Alcuni sono venuti fuori nelle indagini sulla cricca della protezione civile, altri sono venuti fuori nelle indagini sulla P3 che hanno portato a indagare e/o a arrestare Carboni, Lombardi, Verdini, Dell’Utri, quella nuova Loggia P2 aggiornata ai giorni d’oggi e un altro personaggio sul quale stavano lavorando nell’indagine “Why not?”, Luigi Bisignani già piduista, già pregiudicato per la maxitangente Enimont, ora di nuovo attenzionato dalla Procura di Napoli nell’indagine di Woodcock. Erano tutti personaggi che evidentemente fino a 3 anni fa erano molto ben coperti, al punto che appena qualche Magistrato si avvicinata o qualche consulente si avvicinava a loro e ai loro telefoni saltava immediatamente in aria, forse l’indagine Why not? e l’indagine Poseidone attendono ancora di essere scritte e sappiamo esattamente per colpa di chi non hanno potuto arrivare fino in fondo e sappiamo anche che, per non farle arrivare fino in fondo si è fatta strage dei diritti della reputazione dell’immagine dell’orgoglio, onestà, della carriera lavorativa di persone come Gioacchino Genchi, passate parola.

ComeDonChisciotte – BERLUSCONISMO, ALIBI DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

Fonte: ComeDonChisciotte – BERLUSCONISMO, ALIBI DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE.

FONTE: COMIDAD

Le leggi berlusconiane sulla prescrizione breve e sul processo lungo costituiscono qualcosa di più di semplici leggi ad personam, poiché configurano una depenalizzazione di fatto dei reati finanziari, che diverrebbero non più processabili a causa delle illimitate possibilità di ostruzionismo offerte ai collegi di difesa, a fronte dei tempi più stretti per giungere ad una sentenza definitiva. Sebbene la stragrande maggioranza della magistratura sia composta da giudici e pubblici ministeri conformisti o corrotti, basterebbero comunque pochi magistrati integerrimi per causare danni irreparabili, data la vastità e l’evidenza del fenomeno del crimine affaristico, perciò occorreva correre ai ripari.

Ciò spiega il consenso che il governo attuale continua a riscuotere da parte degli organi di stampa più rappresentativi della borghesia, come il “Corriere della Sera” e, ovviamente, da parte degli opinionisti ufficiali come Pierluigi Battista, che si affanna a spiegarci che a Berlusconi non ci sono alternative. Berlusconi infatti si assume la responsabilità assoluta ed esclusiva di un lavoro sporco che, peraltro, va a vantaggio dell’affarismo nel suo complesso. Anche “La Repubblica”, concentrando il fuoco sul berlusconismo, si guarda bene però dal sottolinearne le ricadute positive per l’impunità dell’affarismo sia interno che multinazionale.

Ciò era accaduto già in passato con le tante leggi considerate esclusivamente ad personam, come, ad esempio, quella sulla depenalizzazione del falso in bilancio, che fu salutata con silenzioso entusiasmo da tutto il mondo degli affari, in quanto poter falsificare impunemente i bilanci facilita ancora di più l’evadere il fisco. L’esistenza di un Presidente del Consiglio pluri-imputato come Berlusconi conferisce così alla borghesia un alibi a prova di bomba, e le consente di fare comodamente i propri affari all’ombra delle “riforme della giustizia” concepite dall’avvocato Ghedini, conservando però il mito e l’alone dell’imprenditoria “sana”, con tanto di sceneggiate antimafia da parte di Confindustria. I media internazionali, a loro volta, mettono Berlusconi alla berlina, ma le multinazionali che possiedono quei media possono agire in Italia sotto la copertura delle leggi “ghediniane”, senza che nessun commentatore osi supporre che le stesse multinazionali abbiano qualche responsabilità nel sabotaggio del sistema della giustizia in Italia. Questa ostilità del tutto apparente della stampa internazionale, ha certamente contribuito al mito positivo del Berlusconi in conflitto con i poteri forti della finanza mondiale, così come pure al mito negativo del Berlusconi corpo estraneo all’Occidente democratico; anche se i pochi narratori ancora in buona fede di entrambe le fiabe sono costretti a forzare talmente l’evidenza ed il buon senso, che finiscono per pagare un prezzo davvero terribile in termini di perdita di lucidità.

L’Italia di questi anni è diventata quindi un laboratorio dell’impunità legale dell’affarismo criminale, ma di questo esperimento politico il berlusconismo rappresenta un’intensificazione ed un’accelerazione, senza detenerne l’esclusiva. Nel 2002, al momento di rinviare a giudizio i dirigenti della Philip Morris per un’evasione fiscale da ottomila miliardi di lire, ci si accorse che i reati erano stati depenalizzati dalla riforma fiscale varata dal governo Prodi nella legislatura appena trascorsa, perciò la Philip Morris fu prosciolta. (1)

Nel 2001 la Corte di Cassazione aveva quantificato l’evasione fiscale complessiva della Philip Morris in 120mila miliardi di vecchie lire, che lo Stato italiano non ha più visto grazie a quelle leggi salva-multinazionali del primo governo Prodi. Del resto risulta un’ovvietà osservare che l’attività legislativa e di governo tende sempre a favorire i potenti. Lo stesso istituto della prescrizione in corso di giudizio va a favorire gli imputati in grado di permettersi costosi collegi difensivi addetti alla ricerca di cavilli.

Allorché nel 1989, con la riforma del codice di procedura penale, in Italia si è passati dal processo inquisitorio all’attuale processo di tipo accusatorio, nessuno fece notare che la prescrizione in corso di giudizio non aveva più un senso giuridico, poiché questo istituto di garanzia era strettamente legato alla natura particolare del processo inquisitorio. La figura preminente del processo inquisitorio era infatti quella del giudice istruttore, il quale poteva anche tenere sulla corda per anni un imputato prima di rinviarlo a giudizio; da qui la necessità di porre un limite di tempo alla durata complessiva del processo inquisitorio, mentre porre questo limite per il processo accusatorio ha senso solo in una logica di tutela degli imputati eccellenti.

La novità attuale non sta quindi tanto nella qualità, ma nella quantità di provvedimenti legislativi a favore degli imputati potenti. Se al governo oggi ci fosse ancora un Prodi, o comunque un altro politico dall’aspetto “normale”, non vi sarebbe poi alcun modo di spacciare una simile pioggia torrenziale di leggi salva-affaristi come un semplice problema personale del Presidente del Consiglio. Berlusconi quindi deve essere proprio quel clown squallido, laido ed abietto che è, altrimenti potrebbe sorgere il sospetto che il problema non sia solo lui, ma il sistema di potere affaristico multinazionale che lo esprime, e di cui, probabilmente, egli è sempre stato solo un prestanome.

Esperimenti di questa portata non possono avvenire se non sotto la tutela e la gestione dell’ente assistenziale per le multinazionali, il Fondo Monetario Internazionale, che quanto ad illegalità non ha nulla da imparare da nessuno. Ultimamente la propaganda ufficiale si sta dando da fare per convincerci che il FMI sia diventato “buono”, che esso abbia messo da parte gli aspetti più feroci ed atroci della sua gestione dell’economia mondiale. (2)
Di fatto c’è invece da constatare la rapidità con cui lo stesso FMI ha formalizzato l’associazione del Kosovo, e della sua economia criminale, alla propria organizzazione. Generato dalla NATO nel 1999 con l’aggressione alla Serbia, il Kosovo è diventato indipendente nel 2008, ed il primo atto ufficiale del Kosovo indipendente è stato la richiesta di adesione al FMI, il quale lo ha accontentato in un tempo record, appena l’anno dopo. La circostanza non stupisce più di tanto, se si considera che il FMI e la NATO sono praticamente la stessa cosa, cioè due organizzazioni espresse dalla stessa cordata affaristico-criminale a guida anglosassone. (3)

Il FMI è un’istituzione che detiene un riconoscimento giuridico in ambito ONU, quindi è un’agenzia ONU, e doveva essere perciò a conoscenza dei risultati delle indagini della stessa ONU sul diretto coinvolgimento del governo kosovaro nel traffico di organi umani. Il FMI non ha avuto però nessuna remora a finanziare con i propri prestiti un business del genere, né la NATO si è fatta scrupolo di tutelarlo con la presenza delle sue truppe. Il Kosovo è stato inventato infatti per costituire un laboratorio dell’illegalità multinazionale, e l’Italia berlusconiana si sta rapidamente adeguando a quel modello. La NATO sta cercando ora di trasformare anche la Libia orientale, la Cirenaica, in un altro Kosovo, e l’Italia perciò si troverebbe a fare da anello di congiunzione geografico di questa grande Mafialand mediterranea.(4)

Fonte: www.comidad.org
Link: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=418
21.04.2011

(1) http://archiviostorico.corriere.it/2002/giugno
/27/Frode_fiscale_tutti_prosciolti_nell_co_0_02062710393.shtml (2) webcache.googleusercontent.com
(3) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://online.wsj.com/article/SB124154560907188151.html&ei=Z3SsTdWLEsiUswbWltWeCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=5&ved=0CEwQ7gEwBA&prev=/search%3Fq%3Dimf%2Bkosovo%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Divns
(4) http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:C1vTtg4GBAsJ:www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/02/12/visualizza_new.html_1588677658.html+16+febbraio+2011+kosovo+onu+organi+umani&cd=28&hl=it&ct=clnk&gl=it&source=www.google.it http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.france24.com/en/20110216-un-confidential-document-kosovo-organ-trafficking-investigation-unmik-eulex

ComeDonChisciotte – ISTITUZIONI DEGLI STATI UNITI HANNO AIUTATO LO SVILUPPO DELLE RIVOLTE ARABE

Fonte: ComeDonChisciotte – ISTITUZIONI DEGLI STATI UNITI HANNO AIUTATO LO SVILUPPO DELLE RIVOLTE ARABE.

DI ROY NIXON
nytimes.com/

E’ ufficiale: La “Primavera Araba” finanziata dagli USA

Se anche gli Stati Uniti stanno dirottando miliardi di dollari nei programmi militari e nelle campagne anti-terrorismo, c’è un piccolo gruppo di organizzazioni statunitensi, finanziate dal governo, che sta promuovendo la democrazia negli autoritari stati arabi.

Il denaro speso in questi programmi è poca cosa in confronto agli sforzi condotti dal Pentagono. Ma, proprio quando i funzionari statunitensi tenevano a modello le rivolte della Primavera Araba, hanno potuto notare come le campagne di supporto alla democrazia da loro promosse stavano avendo un ruolo determinante nel fomentare le proteste, e in un modo superiore al previsto, addestrando i capi del movimento per favorire la loro candidatura, tramite l’utilizzo di nuovi supporti mediatici e col monitoraggio delle elezioni.

Una parte dei gruppi e degli individui direttamente coinvolti nelle rivolte e nei tentativi di riforma che hanno scosso la regione, incluso il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro per i Diritti Umani del Bahrein e attivisti di base quali Entsar Qadhi, un giovane leader yemenita, hanno ricevuto addestramenti e finanziamenti da gruppi quali l’International Republican Institute, il National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione non-profit a difesa dei diritti umani con sede a Washington, in base alle interviste delle ultime settimane e ai dispacci diplomatici statunitensi ottenuti da WikiLeaks.

Il lavoro di questi gruppi provoca frequenti tensioni tra gli Stati Uniti e molti capi del Medio Oriente, che si lamentano della messa in discussione della loro leadership.

Gli istituti Repubblicani e Democratici sono scarsamente connessi ai partiti di riferimento. Sono stati riconosciuti dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, creato nel 1983 per veicolare i fondi indirizzati alla promozione della democrazia verso le nazioni in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari l’anno dal Congresso. Freedom House riceve la gran parte dei propri finanziamenti dal governo USA, principalmente dal Dipartimento di Stato.

Nessuno mette in discussione il fatto che le rivolte arabe abbiano un’origine interna, più che per l’effetto di un’influenza straniera, come viene ipotizzato da alcuni leader mediorientali.

“Non li abbiamo finanziati per iniziare le proteste, ma abbiamo sostenuto lo sviluppo delle loro capacità e del loro lavoro di gruppo”, ha detto Stephen McInerney, direttore esecutivo del Project on Middle East Democracy, un gruppo di ricerca con base a Washington. “Quell’addestramento ha avuto un ruolo negli ultimi avvenimenti, ma è stata la loro rivoluzione. Non l’abbiamo iniziata noi.”

Alcuni giovani capi egiziani hanno partecipato a un meeting sulla tecnologia tenuto a New York nel 2008, dove furono addestrati all’uso dei social network e della tecnologia mobile per promuovere la democrazia; tra gli sponsor della riunione, c’erano Facebook, Google, MTV, la Columbia Law School e il Dipartimento di Stato.

“Abbiamo imparato come organizzare e costruire coalizioni”, sono le parole di Bashem Fathy, un fondatore di un movimento giovanile che ha guidato recentemente le sollevazioni in Egitto. Il signor Fathy, che ha ricevuto addestramento da Freedom House, assicura che “tutto questo ci ha certamente aiutato durante la rivoluzione”.

Il signor Qadhi, un giovane attivista yemenita, ha partecipato a sedute di addestramento tenute in Yemen dagli statunitensi: “Mi hanno aiutato molto perché pensavo che il cambiamento potesse avvenire solo tramite la forza e le armi. Ma ora, ci è chiaro che i risultati possono essere ottenuti con proteste pacifiche e altri mezzi non-violenti.”

Ma alcuni membri dei gruppi di attivisti si sono lamentati in alcune interviste dell’atteggiamento ipocrita degli Stati Uniti, che sosteneva i ribelli e contemporaneamente aiutava anche il governo da loro combattuto.

“Anche se apprezzavamo l’addestramento ricevuto dalle ONG sponsorizzate dal governo USA, che davvero ci hanno aiutato nelle nostre lotte, eravamo al contempo preoccupati del fatto che lo stesso governo lavorava con i servizi d’investigazione che erano responsabili delle persecuzioni e dell’incarcerazione di molti di noi”, sono le parole del signor Fathy, un attivista egiziano.

Alcune interviste con rappresentanti di gruppi non governativi e l’esame di un dispaccio diplomatico ottenuto da WikiLeaks ci mostrano che i programmi di supporto alla democrazia erano fonte costante di tensione tra gli Stati Uniti e molti governi arabi.

I telegrammi, in particolare, ci dimostrano che i leader nel Medio Oriente e nel Nord Africa vedevano questi gruppi con profondo sospetto e hanno sempre cercato di indebolirli. L’operato di questi attivisti costituisce motivo di turbolenza tra i governi, che lamentano l’intromissione dell’Occidente dietro le rivolte, mentre alcuni ufficiali assicurano che persone come il signor Qadhi sono stati addestrati e finanziati dagli Stati Uniti.

I telegrammi tra ambasciate spesso riportano i funzionari statunitensi nel tentativo di placare lo scetticismo dei governi, assicurando loro che l’addestramento aveva l’intenzione di promuovere le riforme e non certo una rivoluzione.

L’anno scorso, ad esempio, pochi mesi prima delle elezioni in Bahrein, alcuni funzionari vietarono l’ingresso nel paese a un rappresentante del National Democratic Institute.

In Bahrein, i funzionari erano preoccupati che l’addestramento politico dei gruppi “beneficia in modo sproporzionato le opposizioni”, secondo quanto riportato in un telegramma del gennaio 2010. In Yemen, dove gli Stati Uniti stanno spendendo milioni in programmi anti-terrorismo, i funzionari si sono lamentati che gli sforzi degli USA per promuovere la democrazia costituivano un’“interferenza negli affari interni.”

Ma in nessun luogo l’opposizione ai gruppi statunitensi era forte quanto in Egitto, dove il governo, che riceveva dagli Stati Uniti 1,5 miliardi di dollari l’anno in aiuti militari e economici, vedeva l’incoraggiamento al cambio di scenario politico con profondo sospetto, persino con indignazione.

Un telegramma diplomatico dall’ambasciata degli Stati Uniti al Cairo datato 9 ottobre del 2007 riportava che Hosni Mubarak, l’allora presidente egiziano, era profondamente scettico sul ruolo degli USA nel promuovere la democrazia.

Una volta, gli Stati Uniti finanziavano i gruppi di riformisti, convogliando i fondi tramite il governo egiziano. Ma nel 2005, sotto l’iniziativa dell’amministrazione Bush, alcuni gruppi locali hanno ricevuto direttamente finanziamenti, con grande sconcerto dei funzionari egiziani.

Secondo un telegramma del settembre 2006, Mahmoud Nayel, funzionario del ministero degli Affari Esteri egiziano, si lamentava con l’Ambasciata statunitense della ‘tattica arrogante’ adottata dal governo americano per promuovere le riforme in Egitto.

L’obbiettivo principale delle rimostranze egiziane erano gli istituti dei Repubblicani e dei Democratici. I telegrammi tra le ambasciate evidenziano che gli ufficiali egiziani si lamentavano del supporto fornito dagli Stati Uniti a ‘iniziative illegali’.

Gamal Mubarak, il figlio dell’ex-presidente, ci viene descritto in un dispaccio del 20 ottobre 2008 “alterato per il finanziamento diretto da parte degli USA delle ONG egiziane.”

Il governo egiziano si è persino appellato a gruppi come Freedom House per interrompere i rapporti con gli attivisti politici del posto e con i gruppi che operano a tutela dei diritti umani. “Gli dicono in continuazione: ‘Perché lavorate con questi gruppi, che non rappresentano niente, tutto quello che hanno sono solo slogan”, sono le parole di Sherif Mansour, un attivista egiziano, responsabile dei programmi per il Medio Oriente e il Nord Africa di Freedom House.

Da quando la stima che riscuotevano presso il governo USA è scemata, le autorità egiziane hanno reagito con la restrizione delle attività delle ONG statunitensi.

Gli alberghi che avevano ospitato le sessioni di addestramento furono chiusi per rinnovo, i membri dello staff dei gruppi pedinati e gli attivisti locali hanno ricevuto intimidazioni e sono stati incarcerati. I giornali di proprietà dello Stato hanno accusato gli attivisti di ricevere denaro dalle agenzie d’intelligence statunitensi.

L’affiliarsi con le organizzazioni statunitensi può aver messo in discussione i leader all’interno dei loro gruppi. Secondo un dispaccio diplomatico, i capi del Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto hanno riferito nel 2009 all’Ambasciata statunitense che alcuni membri del gruppo avevano accusato Ahmed Maher, un leader delle rivolte di gennaio, e anche altri capi di ‘tradimento’ in un falso processo, per la loro associazione a Freedom House, che molti militanti del movimento descrivono come un’“organizzazione sionista”.

Un importante blogger, secondo il telegramma, ha minacciato di postare sul suo sito le informazioni sui collegamenti tra i capi del movimento e Freedom House.

Non ci sono prove che tutto ciò sia realmente accaduto e un telegramma successivo mostra in verità che il gruppo ha estromesso i membri che si lamentavano di Maher e degli altri leader.

Vista la contrarietà dei propri governi, alcuni gruppi hanno trasferito le loro sessioni di addestramento in paesi più amichevoli, quali come Giordania e il Marocco. Anche loro hanno inviato attivisti negli Stati Uniti per l’addestramento.

Roy Nixon
Fonte: www.nytimes.com
Link: http://www.nytimes.com/2011/04/15/world/15aid.html?pagewanted=1&_r=2&emc=eta1
14.04.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

In Bolivia la Natura avrà i diritti civili: arriva la Legge della Madre Terra

Fonte: In Bolivia la Natura avrà i diritti civili: arriva la Legge della Madre Terra.

Dopo decenni in cui le rivendicazioni dell’ambiente venivano disattese, ora si sta seriamente riflettendo sul fatto che è arrivato il momento di ascoltarle.

L’idea, riferisce Wired, è nata in Bolivia e l’iniziativa si chiama Legge della Madre Terra e sarà discussa mercoledì alle Nazioni Unite sulla base della Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra, che è stata redatta dagli lo scorso anno. Entrambi i documenti sanciscono il diritto all’esistenza dell’ecosistema. Tale iniziativa è stata ampiamente criticata e bollata come una perdita di tempo. Ma molti ci credono.

GIURISPRUDENZA DELLA TERRA - “Deve accadere, prima o poi, che noi si garantisca all’ambiente una tutela dal punto di vista legale.” Ha dichiarato Patricia Siemen, direttore esecutivo del Centro di Giurisprudenza della Terra. “Deve essere un interesse primario per gli uomini, che fanno parte del mondo naturale.” Il primo principio della legge boliviana è che la Madre Terra è “un’unica, indivisibile comunità di esseri viventi collegati tra loro e che dalla terra vengono sostenuti e contenuti e ai quali la terra dà la possibilità di riprodursi”.

TRADIZIONI ANDINE - Che la legge venga dalla Bolivia non sorprende. Come ha osservato il Guardian,la legge è profondamente influenzata dalle tradizioni spirituali andine, che sono molto legate all’idea di un abbraccio quasi mistico nei confronti della natura. Inoltre, a seguito dei cambiamenti climatici, la Bolivia sta vivendo un periodo di siccità. Molte città boliviane, compresa la capitale, rischiano di diventare deserti prima della fine del secolo. Quando il confine tra proteggere la natura e proteggere la vita delle persone si assottiglia il discorso cambia.

CAUSA- Negli Stati Uniti già nel 1972 si parlava di dare diritti alla natura. Il primo a trattare l’argomento era stato Christopher Stone dell’University of Southern California. Il professore aveva scritto: “dire che l’ambiente naturale dovrebbe avere dei diritti non significa dire alcunché di sciocco e non significa affatto affermare che nessuno deve avere il diritto di tagliare un albero.” Stone proponeva che le persone si facessero custodi della natura. Un’idea che in questi tempi andrebbe rivalutata. I fautori dell’idea di conferire diritti legali alla Madre Terra sanno che ci sarà molto scetticismo e anche un’opposizione a tale iniziativa. È inevitabile, di fronte a qualcosa di nuovo. Certo, di fronte ai fatti che accadono, una considerazione va fatta: meno male che la Madre Terra finora non ha avuto diritti, altrimenti chissà che causa avrebbe già intentato al genere umano.

Fusione nucleare a freddo “A Bologna ci siamo riusciti” – Bologna – Repubblica.it

Buone notizie per l’umanità. Speriamo che industrializzino presto la scoperta.

Fonte: Fusione nucleare a freddo “A Bologna ci siamo riusciti” – Bologna – Repubblica.it.

Per la prima volta in Italia, davanti ad esperti, è stato realizzato il processo utilizzando nichel ed idrogeno. E’ la strada per ottenere energia pulita. Andrea Rossi, ingegnere e Sergio Focardi, fisico, spiegano: “Dietro questo processo non c’è una base teorica, per quale motivo avvengono questi risultati lo abbiamo solo ipotizzato”
di ILARIA VENTURI

CI sono le guardie giurate a controllare l’accesso, devi firmare una dichiarazione in cui accetti i rischi nell’assistere all’esperimento che potrebbe rivoluzionare il settore della produzione di energia. Per la prima volta in Italia, davanti ad esperti, in un capannone avvolto dalla nebbia nella zona industriale di Bologna, è stato realizzato un processo di fusione nucleare fredda, utilizzando nichel ed idrogeno, capace di produrre una energia incredibilmente superiore a quella utilizzata per creare la reazione. E’ la strada per ottenere energia pulita. “La novità assoluta sta nel fatto che tutto ciò viene prodotto da una macchina che funziona come una stufetta elettrica di casa”, spiega l’inventore, Andrea Rossi, ingegnere. Con lui Sergio Focardi, professore emerito dell’Alma Mater, fisico di calibro, in passato preside della facoltà di Scienze.

Di possibili fonti di energia con reazioni di fusione nucleare a bassa temperatura se ne parla da tempo nel mondo. L’annuncio nel 1989 degli scienziati Fleshmann e Pons suscitò speranze e illusioni. Focardi è stato pioniere in Italia di questo tipo di studi. Quello di ieri è stato il primo esperimento condotto a Bologna con osservatori esterni: giornalisti e
fisici, in gran parte dell’Ateneo come Paolo Capiluppi, direttore del dipartimento di Fisica, Gianfranco Campari, Ennio Bonetti. L’esperimento, “industriale più che scientifico”, dicono i docenti universitari, è condotto in una stanzina di un capannone in via dell’Elettricista, dove è stato installato un catalizzatore di energia che occupa lo spazio di un tavolo. Dura alcune ore.

Rossi spiega il funzionamento della macchina, il ricercatore Giuseppe Levi illustra una stima dell’energia prodotta sulla base della misura di quanta acqua viene vaporizzata al secondo. E al termine Rossi conclude: “Si sono consumati 600Wh e se ne sono prodotti 12mila Wh”.  Il prototipo, già coperto da brevetto di proprietà di Maddalena Pascucci, moglie di Rossi, è ora pronto per la produzione industriale e la commercializzazione. “Sarà il prossimo passo”, dice Rossi. I fisici obiettano: “Dovremmo poter riprodurre l’esperimento in un nostro laboratorio, ma c’è il segreto industriale sul processo”. “Ci vuole cautela, il metodo scientifico esigerebbe verifiche, ad oggi non sappiamo cosa avviene dentro la macchina”, dicono Capiluppi e Bonetti.

“Siamo un’azienda, se mi chiedono di aprire la scatola dovrei pagare i danni agli investitori”, replica Andrea Rossi. “I costi? Posso dire che l’apparecchiatura costa duemila euro per Kilowatt di potenza e funziona con un grammo di nichel”. Lo stesso ingegnere ammette: “Dietro questo processo non c’è una base teorica: per quale motivo avvengono questi risultati lo abbiamo solo ipotizzato”. Il professor Focardi spiega perché un esperimento simile avvenga fuori dai laboratori accademici: “I miei colleghi non ci credono, sono scettici. Non so come un protone di idrogeno possa entrare nel nucleo di nichel, ma avviene. Ed è la strada dell’energia per l’umanità”. Comunque sia, sembra un grosso passo avanti. Per dire addio al petrolio? “Non sono in grado di rispondere”, allarga le braccia l’ingegner Rossi.

ComeDonChisciotte – UN UOMO E LA SUA FORZA

A chi giova la morte di Vittorio Arrigoni? Di certo non al popolo palestinese. E se volevano veramente fare uno scambio di prigionieri, perché l’hanno assassinato subito?

Fonte: ComeDonChisciotte – UN UOMO E LA SUA FORZA.

DI HS
comedonchisciotte.org

Nel bel mezzo dell’era postmoderna o (post) postmoderna e postundici settembre ancora non riusciamo ad attribuire alle cose il loro nome corretto, perché nell’epoca in cui la barbarie ha indossato abiti eleganti e civili non ci siamo accorti che la guerra non è mai esistita o, per meglio dire, non esiste oggi. Fino ad un tempo non molto lontano gli eserciti si affrontavano in campo aperto, magari con grande spreco di sangue, ma rispettando delle regole non scritte, quasi dettate da una sorta di etica cavalleresca. Naturalmente le vittime civili non sono mai mancate anche in passato, ma la brutalità verso gli innocenti non costituiva, tutto sommato, almeno fino a due secoli fa, il tratto distintivo di una guerra.
Progressivamente e forse soprattutto per il degrado culturale delle masse e per il pragmatico cinismo di capi di stato e governanti, la guerra è mutata in puro e semplice terrorismo, omicidio di massa e barbarie generalizzata.

Le cosiddette “guerre” odierne non contemplano più l’aspro e violento confronto fra divisioni corazzate, ma spesso si impongono all’attenzione come sanguinarie e fratricide guerre civili con il coinvolgimento di potenze e forze esterne per basse ragioni di bottega o finalità geopolitiche e strategico militari. Perdendo contatto con l’umanità del nemico, la guerra ha svelato il volto più sordido dell’orrore puro. Se gli aviatori, a cui è stato ordinato di bombardare indifferentemente obiettivi strategici o villaggi, giocano ai videogames con le vite altrui, i soldati chiamati a partecipare alle operazioni delle coalizioni di marca NATO o, semplicemente, di “stati volenterosi” si dilettano nell’ebbrezza dell’uso delle armi riprendendo le loro azioni con voyeuristica e pornografica dovizia di particolari. La guerriglia delle bande irregolari è sempre più assimilabile al banditismo organizzato da equivoci elementi che traggono dall’uso delle armi un senso di assoluta onnipotenza. Nei conflitti postmoderni e (post)postmoderni i bombardamenti aerei a tappeto, gli attentati indiscriminati, i rastrellamenti che evocano i sinistri metodi delle divisioni naziste e gli omicidi mirati sono all’ordine del giorno.

In quest’orgia di sinistri colori che mescolano il rosso delle carni violate e il nero del fumo che fiorisce dai crateri, coloro che provocano le macellerie si trincerano chi dietro la francamente stucchevole e disgustosa retorica “umanitaria”, dei diritti e dei buoni propositi come i Presidenti e i Premier degli stati occidentali, chi riesumando l’ormai frusta e spesso insincera oratoria da capopopolo terzomondista, antimperialista e populista. Ma tutte le quotidiane guerre terroristiche uccidono prima di tutto l’uomo e la sua umanità, martoriandone la pelle e gli arti e avvelenandone lo spirito. Oggi anche chi decide di imbracciare un’arma capace di stendere decine di avversari, sia pure per una causa sacrosanta, dovrebbe sapere che c’è sempre un prezzo molto alto da pagare…

Come non molto di eroico è concesso a chi combatte, così morire realmente in guerra non si presta ad alcuna piccola retorica patriottica o nazionalista, perché, si tratti di civili o militari, si è destinati a perire male, maciullati sotto il deflagrare dei missili o il crepitio delle pesanti mitragliatrici, crivellati da più proiettili vaganti oppure dileggiati, picchiati e seviziati fino all’ultimo respiro. Se nella morte risiede una profonda ed insopprimibile solitudine, nelle terroristiche guerre postmoderne e (post)postmoderne si muore doppiamente soli, imprecando dal dolore ed invocando gli affetti più cari, ma senza nessun conforto e senza alcuna consolazione.

Nella sua natura più intima il cristianesimo appare come una fede profondamente triste e cupa per tutta quella simbologia e ritualità che rimanda alla morte del Cristo – nonostante la Resurrezione -, perché di una persona che ha dato molto si dovrebbe ricordarne la vita e la vitalità cancellando dalla mente gli ematomi, il volto lacerato e sofferente e il corpo esanime. Il miglior modo per rievocare una figura di deciso attivista per i diritti del popolo palestinese, volontario e blogger di un sito seguitissimo perché fra i pochi ad informare sulla reale situazione della Striscia di Gaza quale era Vittorio Arrigoni, dovrà essere quello di ripercorrere i suoi passi per comprenderne, in un certo senso, l’unicità e per dare significato anche ad una morte violenta che, a prima vista superficiale e grazie al solito tam tam del sistema mainstream dei media, viene derubricata come l’ennesimo folle gesto di un gruppetto di islamisti fanatizzati dall’ideologia jihadista promossa dallo sceicco virtuale del terrore Bin Laden.

Se di quella assurda e apparentemente misteriosa morte siamo quasi obbligati a trattare è per riprendere il filo della vita di Vittorio Arrigoni, però a tempo debito…

Disponendo di poco tempo e per via dei miei disturbi “umorali” confesso di aver poco seguito l’avventura umana di questo coraggioso blogger. Ho letto qualcosina su Guerrilla Radio e ho ascoltato qualche corrispondenza che veniva generosamente prestata a Radio Popolare o a RAI News, ma nulla di più… Invece devo ammettere, fuori da ogni retorica, che questo ragazzo – e mi permetto di apostrofarlo così perché più giovane di me di qualche anno – meritava e continuerà a meritare un’attenzione particolare che a pochi si può riservare realmente. Carisma come pochi, Vittorio Arrigoni ha coltivato un amore come pochi per l’Umanità, un amore che ha saputo trasmettere ai suoi amici e ai suoi lettori. In definitiva sussistono molte buone ragioni, non solo per apprezzarne il raro impegno, ma per cercare di seguirne l’impegno, la dedizione e l’applicazione per quei pochi valori e principi per i quali valga la pena di dedicare un minimo di sacrificio. Vediamo perché…

Innanzitutto, come i suoi compagni dell’International Solidarity Movement, sembra che sia stato catapultato da un altro tempo, un’era in cui realmente la parola solidarietà si concretizzava attraverso un impegno militante a favore del prossimo, di quella parte della collettività e del consorzio sociale ed umano più debole, disagiato e, addirittura, vilipeso. Un’epoca in cui gli uomini erano perfino capaci di sacrificare loro stessi pur di far discendere dal platonico mondo delle idee quanto poteva appagare la sete di progresso e sviluppo sociale, collettivo, culturale ed umano. Nel nostro piccolo mondo occidentale dominato dal paradigma e dalle logiche del Mercato che, oltre ad alimentare le ingiustizie e la povertà e ad approfondire le differenze di reddito, ha diffuso e continua a diffondere un pernicioso spirito competitivo che si nutre di individualismo, egoismo, cinismo, consumismo ed edonismo… Nel nostro minuscolo guscio vuoto, ormai quasi privo e deprivato di ogni valore, soffocato dal frastuono onnipresente della società dello spettacolo e dei divertimenti le soggettività espresse da personaggi come Vittorio Arrigoni sono – per dirla ironicamente – merce realmente rara e sui generis. Ma come dovremmo giudicare, con i nostri parametri intrisi di pragmatismo ed “economicismo”, un tizio che decide di decidere al di fuori della gamma di scelte che, quotidianamente, siamo chiamati ad effettuare ? Un tale che, per evidente amore per il popolo palestinese e per la parte migliore dell’umanità, sceglie di vivere per anni in una delle regioni più disgraziate del mondo ? Agli occhi dei più deve essere sembrato un autentico pazzo o un extraterrestre venuto da chissà quale strano pianeta… A osservarlo con questi occhiali un po’ deformati, l’indomabile Vik – e mi scuso sin da subito per aver usato questo diminutivo che gli amici e i compagni più cari gli indirizzavano – ci appare molto, ma molto lontano… Se avesse optato per restare nel Belpaese, da buona penna quale era, si sarebbe magari conquistato un posticino nei salotti più chic che radical, avrebbe partecipato a lucrosi incontri e conferenze e, forse, non si sarebbe lasciato scappare l’occasione di farsi pubblicare un buon saggio dalla berlusconiana Mondadori, ma se avesse preso quella strada per rinunciare ad un impegno ben più serio, genuino e solido, avrebbe semplicemente rinnegato il suo nome…

Eppure c’è qualcosa che ci fa sentire Vik più vicino a noi che non ad altre figure più o meno giustamente celebrate come eroiche, perché lui non era né un solerte magistrato, né un cronista di guerra, né un medico o un chirurgo dedito a missioni umanitarie. L’impegno profuso nella striscia di Gaza è assimilabile ad una missione dagli aspetti totalizzanti più che ad un’onesta funzione, ad un nobile e disinteressato servizio. Facendo i conti con l’attivismo di Vik ci si avvede di quanto possa essere arduo applicare delle etichette. Semplicemente ha donato sé stesso, la sua parte intellettuale, creativa e realizzativa migliore per metterla al servizio di un popolo che tanto ha sofferto e tanto continuerà a soffrire e, in fondo, nel nostro intimo, molti di noi vorrebbero munirsi di quel coraggio e di quella determinazione per fare quanto è giusto e necessario. In questo senso, paradossalmente, lo sentiamo più vicino: lui ha osato e chissà se anche noi potremmo mettere un briciolo di quella volontà in quel che veramente conta. Le fiaccolate, sorte spontaneamente in questi giorni, testimoniano questo grande affetto, un sentimento che deve essere mantenuto vivo e fiammante, perché è a quell’impegno concreto a cui la sua esistenza è stata dedicata che dobbiamo guardare…

Le “incursioni” della Freedom Flottilla, i trasbordi di medicinali e cibo nei tunnel scavati per aggirare il blocco israeliano che da anni strangola il popolo palestinese, l’impegno a fianco dei contadini e dei pescatori palestinesi che hanno procurato due arresti arbitrari da parte dell’esercito israeliano con il solito contorno di brutalità assortite, finalizzate all’annullamento di questa piccola solidarietà transnazionale a favore di un popolo assolutamente violentato… Come si può sommariamente vedere, un curriculum di genuina militanza politica di tutto rispetto, ben distante dalla politica “politicante” parlata e fatta di slogan vacui che, in definitiva, rappresenta lo stadio di morte terminale dell’impegno sociale sia a livello interno che internazionale. Non deve, quindi, sorprendere che un nutrito gruppo di giovani palestinesi abbia voluto accompagnare il feretro di Vik e stendervi la bandiera nazionale. Infatti la militanza filo palestinese è fuori questione… In questi giorni Vik è stato dipinto come un pacifista, un volontario ed operatore di pace, quasi a sottolinearne una sorta di neutralità nel conflitto in corso. Sono sicuro che, abbassando sconsolatamente, lo sguardo a terra dopo essersi acceso la sua inseparabile pipa, avrebbe speso qualche parola di disapprovazione. Il comodo pacifismo “ad ogni costo” di chi teme di sporcarsi le mani e si obbliga a non prendere mai posizione al prezzo di accantonare qualsiasi altro discorso sui diritti umani – chi è la vittima ? Chi il carnefice ? – non apparteneva certo al suo orizzonte politico – culturale. Probabilmente avrebbe bollato come “imbelle” tale atteggiamento, alla “Ponzio Pilato”, perché Vik era un autentico “guerriero disarmato” dedito ad azioni di disobbedienza civile, un non violento gandhiano piuttosto che un pacifista. Quale significato attribuire, infatti, alla sfida lanciata al blocco imposto dall’esercito israeliano ? E tuttavia era ben consapevole che la guerra delle armi non convenzionale, dei mitra e delle bombe, dei bombardamenti indiscriminati e degli omicidi mirati entra nel circolo dei pensieri e dei sentimenti avvelenando le coscienze. Ha vissuto per tre anni a Gaza ed aveva abbastanza anni ed esperienze alle spalle per rendersene conto. In questo senso soleva spesso ripetere che “bisogna restare umani” e “Restare umani” è anche il titolo del bel libro scritto da lui e pubblicato da Manifesto Libri un paio di anni fa con la prefazione di Illan Pappe, l’autore dell’imprescindibile “Pulizia etnica della Palestina”. A conti fatti, più che pacifista, un “costruttore” di pace secondo la migliore tradizione laica e di sinistra, consapevole di quanto possa essere estremamente difficoltoso consolidare le fondamenta per gettarsi alle spalle le macerie.
Un sincero cittadino del mondo e militante per i diritti umani e uno degli ultimi esemplari di “umanista”… Razza di altri tempi…

Questo impegno totale e totalizzante non poteva escludere dalle sue prospettive, l’assiduo e costante aggiornamento informativo sulla questione palestinese attraverso guerrillaradio che, almeno ci auguriamo, venga raccolto e proseguito dai colleghi blogger che condividono la posizione filo palestinese di Vik e che sono disponibili a perpetuarne la militanza. Si tratta di un’eredità gravosa e veramente impegnativa, perché Vik non era certo un giornalista professionale e sotto padrone e non era neanche un entusiasta free lance journalist. Non parliamo poi di coloro che trascorrono il tempo a smanettare davanti al monitor pretendendo di pontificare sul mondo al chiuso delle quattro mora domestiche ! In lui militanza e genuina “controinformazione” si sono fusi senza che una potesse fare a meno dell’altra ed è forse su questo versante che Vik ha dato il meglio di sé stesso. Il giovane ostinato e caparbio blogger è assurto agli onori (od oneri) della notorietà internazionale quando, unico fra i media occidentali, il blog Guerrilla Radio informò l’opinione pubblica sulla famigerata operazione dell’esercito israeliano “Piombo Fuso”, l’uso pesante e massiccio di armi non convenzionali sulla Striscia di Gaza. Per il resto si registrò il consueto silenzio complice degli organi di informazione occidentali e ufficiali, specchio della posizione che USA e Unione Europea hanno tenuto e tengono tuttora rispetto al comportamento scandalosamente criminoso dei vertici dello Stato di Israele a riprova che il diritto internazionale funziona a più velocità e a seconda delle convenienze delle cancellerie che contano. Doveva essere già chiaro allora che Vittorio Arrigoni sarebbe stato inserito in qualche “lista nera”, come nemico della causa sionista. Da allora il blog è diventato un punto di riferimento irrinunciabile per conoscere lo stato dell’occupazione israeliana per un sempre maggior numero di utenti della “rete”. Coerente con la sua adesione alla causa palestinese, Vik non ha rinunciato a presentarsi come una voce indipendente sposando esclusivamente le sofferenze di una popolazione violentata e martoriata. Nel corso dei suoi interventi ha lanciato bordate contro la corrotta amministrazione di Fatah in Cisgiordania e non ha neanche risparmiato quello di Hamas della Striscia di Gaza. Agli inizi di quest’anno ha ripubblicato sul proprio blog il manifesto dei giovani di Gaza Gaza Youth Breaks Out in segno di protesta e a favore della loro rivendicazione di libertà sia dall’occupazione israeliana sia dal regime di Hamas. In quest’ultimo periodo aveva simpatizzato con i recenti movimenti che stanno sconvolgendo gli assetti dei paesi arabi e del Medio Oriente. Personalità libera ed autonoma, Vik si è comunque segnalato e fatto conoscere per la decisa, dura e sacrosanta presa di posizione contro la politica di occupazione dello stato israeliano. Libero da lacci e lacciuoli e svincolato dall’obbligo di rispondere a qualcuno per il contenuto dei suoi post e dei suoi editoriali, ha avuto il notevole coraggio di sfidare uno dei tabù della contemporaneità postmoderna accusando Israele di responsabilità genocidarie nei confronti dei palestinesi dei cosiddetti “territori occupati” e di pratiche da apartheid, discriminatorie e semisegregazioniste praticate nei confronti degli arabi, cittadini “non israeliani” all’interno dei propri confini. Sul suo blog si poteva leggere la cronaca quotidiana di un’oppressione che ha pochi eguali al mondo e che non lesina certo sui mezzi per portare a termine i propri scopi. Muri di separazione, blocchi navali, bombardamenti, rastrellamenti, arresti, brutalità, torture, omicidi mirati ed extragiudiziali, ecc…

Mentre la cattiva coscienza occidentale si commuove per le vittime della guerra civile libica in uno dei suoi ultimi post, dava conto di un autentico pogrom compiuto dall’esercito israeliano nel villaggio di Awarta senza risparmiare anziani, donne e bambini. Prendendo a pretesto il massacro di cinque coloni su cui pare non sia stata fatta ancora piena luce, venivano e vengono effettuati massicci rastrellamenti nel corso dei quali i militari israeliani danno libero sfogo ai propri sentimenti antiarabi e antipalestinesi distruggendo case, lanciando granate e sequestrando scorte alimentari. Sempre secondo Guerrilla Radio sarebbero 50 le vittime palestinesi della Striscia di Gaza dal principio di quest’anno, mentre gli israeliani farebbero ancora ampio ricorso ad armi bandite dai Trattati Internazionali. Soprattutto di fronte al silenzio e all’inerzia di un mondo intellettuale e di un giornalismo che voltano costantemente gli occhi dall’altra parte, Vik si è spesso polemicamente confrontato con personaggi più “quotati” come il corrispondente del “Corriere” Lorenzo Cremonesi, ma l’intervento più celebre e mirato rimane quello indirizzato all’ultima icona della “pop cultura” italiana, quel Roberto Saviano sin troppo coccolato e vezzeggiato da un’internazionale dell’intellighenzia piuttosto esclusiva e sempre in cerca di platee da affabulare. All’incirca nel periodo in cui si imponeva definitivamente come stella nel firmamento della televisione italiana con la nota trasmissione ideata dallo scaltro Fabio Fazio, il giovane scrittore campano manifestò l’acritico sostegno alle istanze della “democrazia” di Israele nel corso di una manifestazione promossa dai coloni. Con una buona dose di garbo e di savoir faire Vik invitò Saviano a scendere dal suo pulpito e a visitare la Striscia di Gaza per sincerarsi delle condizioni dei contadini e dei pescatori palestinesi. Provocatoriamente, ma non troppo, accostò la brutalità dell’attuale Presidente israeliano Shimon Peres a quella del mafioso Brusca, per toccare una corda sensibile del giovane scrittore anticamorrista e antimafioso. Naturalmente l’invito non è stato raccolto e Saviano continua a frequentare i soliti salotti, dedicando il suo tempo attuale a lanciare invettive e prendere le distanze dall’editore che ha contribuito a forgiare le sue fortune. Ma la conversione “antiberlusconiana” è piuttosto recente e, quindi, un po’ opportunistica e sospetta… Si sa: Saviano ama la narrazione e il monologo e il contradditorio gli procura probabilmente dolori di stomaco ed orticarie. Fino a qualche tempo fa esprimere anche la minima critica rispetto alle posizioni assunte da Saviano esponeva al rischio di essere tacciati come oggettivi complici della camorra, utili idioti nelle mani della criminalità organizzata, perché notoriamente si andava a toccare un soggetto a rischio. Ora che Vittorio Arrigoni è morto assassinato, senza aver ricevuto neanche una cordiale risposta di rifiuto – vuoi mettere le grandi firme e Fabio Fazio in confronto a quei disgraziati pescatori palestinesi ! – sarebbe curioso leggere qualcosa di Roberto Saviano in proposito. Ma forse, in questo caso, la decenza e il rispetto imporrebbero realmente il silenzio…

La travagliata vita militante di Vik finisce per illuminare la sua morte le cui circostanze devono essere assolutamente chiarite. Sono bastate poche immagini per comprendere quanto fosse anomalo il sequestro attuato dalla improvvisata e raccogliticcia cellula jihadista salafita “Tawid Wal Jihad”, un gruppo terrorista assolutamente sconosciuto nella variegata galassia islamista. Un sequestro anomalo e singolare… Già dalle riprese del volto di Vik sono visibili sul suo volto ferire ed escoriazioni che lasciano intendere un trattamento brutale fin dal suo prelevamento. Un comportamento che non pare avere precedenti se si confronta con quello di altri gruppi che hanno effettuato questo tipo di azioni in Iraq, in Afganistan e in Palestina. Nelle modalità di quel prelevamento sono già forse insiti gli esiti del sequestro ?

Apparentemente e secondo una prassi consolidata fra i movimenti guerriglieri di varia tendenza ed estrazione politica, religiosa e culturale, il gruppetto intende avviare un negoziato con il governo di Hamas per la liberazione di alcuni prigionieri jihadisti in cambio della liberazione di Vik. Si tenga tranquillamente conto che questo genere di operazioni vengono allestite per durare mesi, a volte anni, per costringere governi recalcitranti a venire a patti e non di rado tali vicende si concludono con un pagamento di riscatto e un effettivo scambio di prigionieri. Magari può accadere che, per salvare la faccia, un governo che i sia mostrato duro e chiuso agli occhi dei suoi cittadini organizzi qualche messinscena per dimostrare che il malcapitato è stato liberato oppure abbandonato dai suoi carcerieri. Ad appena poche ore dal suo rapimento, invece Vik viene soffocato ed è la dimostrazione lampante che l’ostaggio doveva essere ucciso. Infatti se i sequestratori si sentivano braccati dalla polizia di Hamas perché non risolvere la situazione con un rapido colpo di pistola ? La verità è che Vik è stato assassinato ben prima che i suoi carcerieri avessero il sentore di essere stati individuati. Dunque l’operazione terroristica è già direttamente finalizzata all’assassinio del giovane volontario dietro la copertura del sequestro guerrigliero. A questo punto sorge spontanea un’altra domanda: quel sequestro a scopo di puro e semplice assassinio era indiscriminato oppure mirato ? I “guerriglieri” di “Tawid Wal Jihad” dovevano rapire e uccidere un qualsiasi volontario italiano ed occidentale colpevole di diffondere “i vizi dell’Occidente” – come affermato dagli stessi interessati – ? Oppure Vik era il loro obiettivo ? Considerando che quel giovane italiano piuttosto ben piazzato e sempre accompagnato dalla sua inseparabile pipa si faceva ben notare e che era anche ben conosciuto dai palestinesi della Striscia per la sua infaticabile attività, la risposta mi sembra piuttosto scontata…

Naturalmente la stampa e i media occidentali, ormai assolutamente proni a ricevere e trasmettere le veline delle solite ed “informate” fonti, si limitano a registrare le verità ufficiali e superficiali senza prendersi la briga di approfondire i troppi lati oscuri della vicenda… Uno sgangherato gruppuscolo estremista che vuole accreditarsi nella galassia jihadista ? Un’organizzazione organicamente inserita nelle fila dell’islamismo qaidista e salafita ? Una banda di fuoriusciti dall’ala militare di Hamas in aperto contrasto con il moderatismo dei loro antichi compagni di armi ? Sono le domande che apparentemente fanno perdere il sonno ai cervelloni della stampa e agli accreditati esperti di terrorismo, mentre l’interrogativo da un milione di dollari che ci si dovrebbe porre per trovare una risposta soddisfacente è un altro: sono realmente dei guerriglieri gli sbandati che hanno sequestrato e ucciso Vik ? E’ possibile che abbiano agito su commissione ? Il fatto che si tratti di ex militanti di Hamas non fa che alimentare atroci sospetti, perché molto ma molto spesso gli ex sono colmi di acredine e risentimento nei confronti dei loro precedenti trascorsi. Può darsi che abbiano assassinato Vik per un lauto compenso oppure perché fanatizzati, ma, in un caso come nell’altro, la strumentalizzazione non può essere esclusa e l’opera svolta dal volontario italiano indica che il movente “forte” per compiere l’azione criminosa sta tutta dalla parte dei servizi segreti israeliani.
A chi potevano dare fastidio i post di Guerrilla Radio ?
Chi è il maggiore beneficiario dell’assassinio di Vik ?
Rispondendo alla semplice e istruttiva domanda “cui prodest ?” non si può fare a meno di rilevare che, in caso di diretta responsabilità, il MOSSAD prenderebbe più piccioni con una fava sola… Innanzitutto l’omicidio di Vik è un mezzo tremendamente dissuasivo nei confronti di volontari e militanti pacifisti occidentali impegnati ad alleviare le sofferenze dei palestinesi: è veramente arduo operare se oltre ad essere marchiati come indesiderati da una delle più potenti macchine da guerra, percepisci di essere nel mirino di gruppi estremisti e di sette fanatiche che vogliono eliminare le “impurità occidentali”. Un messaggio semplice, diretto ed immediato per “invitare” i militanti internazionali “filopalestinesi” ad andarsene… In secondo luogo passa tranquillamente la versione della morte di uno sfortunato ragazzo che si è trovato nel mezzo di uno scontro fra feroci fazioni islamiste. In terzo luogo la responsabilità di ex militanti di Hamas a livello esecutivo mette comunque in una pessima luce il movimento che sta amministrando la Striscia di Gaza. Senza, appunto, contare il fatto che Vittorio Arrigoni ha dedicato la vita – sacrificandola – a contrastare concretamente l’occupazione israeliana e suoi effetti nefasti. Inoltre al MOSSAD o agli altri servizi segreti israeliani non mancano uomini e mezzi per sfruttare sia le bande estremiste improvvisate che gruppi più militarizzati ed efficienti come quelli salatiti. La storia è costellata di operazioni di infiltrazione o di semplice strumentalizzazione di bende estremiste o fanatizzate che, teoricamente, dovrebbero essere combattute. E’ tutt’altro da escludere l’istigazione dei violenti gruppi salafiti da parte degli israeliani: nel suo classico “Una guerra empia”, lo scrittore e giornalista John K Cooley sostenne la presenza di testimoni in grado di dimostrare che in Pakistan un certo numero di istruttori israeliani addestrarono elementi mujaheddin – “i famosi combattenti per la libertà” – nella guerra afgana contro l’Armata Rossa. Come è noto la costituzione dell’esercito fondamentalista dei mujaheddin costituì la più dispendiosa e imponente operazione di guerriglia della contemporaneità con l’apporto offerto dai servizi segreti pakistani dell’ISI oltre che da quelli americani, inglesi, francesi e di altri paesi NATO. E’ difficile fugare completamente il sospetto che i gruppi salafiti non vengano utilizzati per danneggiare Hamas. I lanci di razzi verso Israele potrebbero servire a legittimare le operazioni antiterrorismo dell’esercito israeliano mirate, in realtà, alimentare vere e proprie azioni genocidi.

Alla luce di queste riflessioni e per non lasciare che sulla vicenda venga steso un velo di silenzio dai media ufficiali e irreggimentati, si dovrebbe proporre un’inchiesta, o, meglio, una controinchiesta per dare una risposta completa e definitiva a tutti gli inquietanti interrogativi che gravitano intorno all’”affaire Arrigoni”.

Questa è una storia…
Una storia come poche…
La storia di un uomo e della sua forza…
Un uomo forte di una verità…
Un uomo a cui vorremmo assomigliare…
Per coraggio e per lealtà…
Da scettico e gnostico non ho un Dio da offrire, ma se veramente c’è un Dio di Amore e di Giustizia, sicuramente ti accoglierà nel Regno dei Cieli.

Addio Vik e riposa in pace.

FINE

HS
Fonte: www.comedonchisciotte.org
19.04.2011