Archivi del giorno: 3 maggio 2011

Blog di Beppe Grillo – Stato infanticida

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Stato infanticida.

Marina di Campo, 01 maggio 2011. Illustrissimo Sig. Sindaco del Comune di Campo nell’Elba Dott. Vanno Segnini, E p.c. On. Giorgio Napolitano; Sen. Renato Schifani;On. Gianf ranco Fini;ri, On. Silvio Berlusconi;
Segretario Comune Campo nell’Elba, Dott. Maria Rosa Chiecchi;
Membri del Consiglio Comunale di Campo nell’Elba;
OGGETTO: DIMISSIONI DA CONSIGLIERE COMUNALE
Illustrissimo Signor Sindaco,
pur nella mia modesta qualità di semplice Consigliere di un piccolo Comune, mi sento a tutti gli effetti un rappresentante dello Stato e delle sue Istituzioni. Ho appena appreso la notizia che un raid Nato, e che per quanto ne sappiamo potrebbe benissimo essere stato effettuato anche da un NOSTRO aereo, finalizzato sembra all’eliminazione fisica di un Capo di Stato, indubbiamente dittatoriale e autoritario, ma che fino a poco tempo fa veniva tranquillamente ricevuto ed omaggiato dalla Comunità internazionale in generale e dai nostri massimi rappresentanti in particolare, nel contesto di una guerra non dichiarata e comunque del tutto interna ad un Paese terzo, ha avuto come bersaglio una CIVILE ABITAZIONE, e come vittime un giovane ventinovenne, reo solo di rapporti di stretta parentela con l’obiettivo principale, nonché TRE BAMBINI. La notizia, passata come da prassi in sordina dagli organi di stampa, è, a mio parere, di una gravità inaudita e inaccettabile. Come Lei ben sa, conosco purtroppo da vicino il dolore immenso e insanabile per la perdita di un figlio. E di un bambino in particolare. Ritenendo violato in maniera palese l’articolo 11 della Costituzione con il pieno consenso di chi avrebbe avuto il dovere istituzionale di impedirlo, e ritenendo il nostro Stato, a tutti gli effetti, COMPLICE CONSAPEVOLE DI STRAGE E INFANTICIDIO VOLONTARIO, non posso e non voglio continuare a rappresentarlo in alcun modo. Le preannuncio pertanto le mie Dimissioni da Consigliere Comunale, che verranno debitamente comunicate e confermate nei modi e nei tempi di legge… Tanto era, ritengo, dovuto. In fede, Yuri Tiberto” Marina Tiberto

Gli esperti Schneider e Maltini spiegano perché il nucleare non conviene e non è sicuro | Fabio Abati | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Gli esperti Schneider e Maltini spiegano perché il nucleare non conviene e non è sicuro | Fabio Abati | Il Fatto Quotidiano.

Il 26 aprile, nonostante la legge che sembrava abrogare il nucleare, Berlusconi ha dichiarato che “il nucleare è l’energia del futuro, la più sicura”. A Sarkozy ha detto che gli accordi con Edf sono solo sospesi. E il presidente francese ha risposto: ”Rispettiamo la decisione italiana e siamo pronti a lavorare con voi rispondendo a tutte le vostre domande sulla sicurezza delle nostre centrali”.

Ma Mycle Schneider, 52 anni, ingegnere con ufficio in centro a Parigi consiglia agli italiani “di continuare a lottare contro questo ritorno idiota al nucleare”. Schneider è uno tra i massimi conoscitori dell’industria nucleare d’Oltralpe, quella che dovrebbe riportare i reattori in Italia. Fino al 2003 è stato consigliere per l’Eliseo sulle questioni ambientali e per più di vent’anni si è occupato di energia atomica per il Parlamento europeo. Oggi è consulente per l’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Schneider considera pura follia la partnership italo-francese sul nucleare. “Questa industria nel mio paese – continua Schneider – è in fin di vita e la probabilità di un incidente come quello di Fukushima, con la fusione del nucleo, è possibile ogni giorno nelle nostre 58 centrali nucleari. Queste hanno una età media di quasi 40 anni ed Edf (la compagnia elettrica francese, ndr) desidera investire 35 miliardi di euro per allungare la loro vita a 60 anni. Una follia totale”.

Schneider conosce molto bene l’Italia. Di recente è uscito un libro in cui il suo pensiero antinuclearista è ben espresso: Scram, a cura di Angelo Baracca e Giorgio Ferrari Ruffino (Jaca Book, 412 pp., 34 euro). Ma soprattutto ha molti amici e colleghi originari del nostro paese e che ora lavorano al suo fianco. L’ingegner Fulcieri Maltini è uno di questi. In passato ha lavorato per il Cern, per la Westinghouse ed è stato responsabile della sicurezza nucleare per l’European Bank for Reconstruction and Development, il fondo creato per il decommissioning di impianti dell’ex Urss come quello di Chernobyl. Anche lui vive e lavora in Francia dagli anni Ottanta, dove ha visto l’industria atomica muovere i primi passi. Oggi si stupisce che il suo paese d’origine voglia fare dietrofront rispetto a quanto stabilito in un referendum nel 1987. Con l’aggravante di dare retta alle promesse di Sarkozy. “So che il primo reattore che sarà portato in Italia – dice Maltini – non funziona ancora, ma soprattutto è sottoposto a delle critiche durissime da parte delle autorità di sicurezza francesi, finlandesi e britanniche che richiedono una revisione totale della progettazione. I sistemi di sicurezza progettati non garantiranno l’esclusione di incidenti gravi. E poi il costo è faraonico ed ha passato i 7 miliardi di euro. Sono cifre che non rendono più competitivo il kWh generato in questo modo”.

Maltini è un fiume in piena: “Ci potrebbe essere un’altra beffa per l’Italia. Potrebbe essergli ceduto un reattore a basso costo realizzato in collaborazione coi cinesi, una partnership caldamente voluta dall’Eliseo per rendere il tutto più competitivo”.

“L’interesse è politico, ma soprattutto industriale”, riprende Schnider. “Queste offerte servono per ripianare la situazione debitoria di Edf. Ma è evidente che la Francia si trova in una condizione di isolamento rispetto al resto del mondo. Da noi nel 2010 il 74 per cento dell’elettricità è stato prodotto da centrali atomiche e abbiamo generato il 46 per cento della produzione nucleare di tutta l’Ue. La Francia, quindi, ha tutto l’interesse ad esportare questo ‘suo sistema’, pubblicizzando l’efficienza dei reattori prodotti dalla sua industria e attivando joint venture con altri paesi”.

Per quanto riguarda gli accordi commerciali, “il contratto firmato tra Edf ed Enel nel 2009 – spiega Maltini – prevede la costruzione in partnership di reattori nucleari in Italia per un totale di 6400 MWe. Ma il grande guadagno sarà tutto per l’industria francese. Il 70% del reattore sarà importato da Oltralpe. All’Italia resteranno le briciole. E penso che anche le turbine verranno dall’Alstom francese, perché la vostra Ansaldo non credo sia in grado di costruire una turbina da 1600 MWe. L’Enel avrà così soli i rischi di gestione. Va ricordato, infatti, che gli accordi internazionali per le assicurazioni sul rischio nucleare, rendono responsabile l’operatore e non il costruttore”.

“Non è vero – prosegue Schneider – che in un paese nucleare come la Francia l’energia è più a buon mercato. Da noi ci sono dai 3 ai 4 milioni di famiglie che non riescono a pagare le loro bollette dell’elettricità e d’inverno soffrono il freddo. Il presidente Sarkozy, come molti capi di stato, non comprende bene il sistema energetico. L’obiettivo di una buona politica è di mettere a disposizione dei cittadini servizi energetici economici, durevoli ed ecologici. E non di ragionare in kWh, in barili di petrolio o metri cubi di gas. Anche per quanto riguarda l’emissione di CO2 la Francia non fa meglio di paesi ‘meno’ nucleari. Siamo appena al di sotto della Germania, che ha un’economia basata sul carbone. Insomma, cari italiani – conclude l’ingegner Schneider – restate lontani da questo ‘affare’”. “Mi auguro – gli fa eco Maltini – che l’opposizione nel mio paese resti compatta. Il nemico da abbattere è uno solo: la rinascita del nucleare”.

Blog di Beppe Grillo – Obametor

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Obametor.

Persino i nazisti, prima di essere impiccati, furono processati a Norimberga. Bin Laden non è stato assassinato, ucciso, fucilato, ammazzato, sparato. No. Bin Laden è stato “terminato“, citando le parole di Obama. Un’elegante metafora che riduce un uomo a un insetto. I familiari di Goring non furono condannati a morte, un figlio di Bin Laden è stato invece “terminato“. Era lì, sul luogo del delitto, la colpa è sua. Bin Laden, l’ex amico della Cia e degli Stati Uniti, educato nelle migliori università occidentali, è innocente o colpevole dell’ 11 settembre? Avrebbe dovuto stabilirlo un tribunale in base alle prove, al dibattimento. Il mondo avrebbe assistito e, forse, capito. Gli americani sono intervenuti a casa degli altri, come di consuetudine, cow boy della Terra. Il Pakistan è uno Stato indipendente. Per le leggi internazionali, gli Stati Uniti avrebbero dovuto chiedere al governo pachistano di catturare Osama. Perché non lo hanno fatto? Il cadavere di Bin Laden è stato, secondo le fonti statunitensi gettato in mare dopo un funerale islamico(?) su di una portaerei. Lo hanno trasportato da Islamabad per centinaia chilometri per darlo in pasto ai pesci. Chi potrà dimostrare il decesso?
Bin Laden serve a Obama per vincere le elezioni. Forse però perderà la guerra. Questa morte è infatti una vendetta e sangue chiama sempre sangue. Il fanatismo islamico può riesplodere e dilagare. Le scene di giubilo nelle strade delle città americane dopo la notizia della scomparsa di Osama hanno ricordato le stesse scene nei Paesi arabi dopo il crollo delle Torri Gemelle. C’è qualcosa di malato nel festeggiare la morte di una persona, anche di un criminale, come allora era rivoltante celebrare un massacro.
Bin Laden viveva in una palazzina di tre piani a Abbottabad, una località turistica montana non distante da Islamabad. Abbottabad è sede di un’accademia militare e ha numerose caserme. Il governo pachistano non poteva non sapere, così come a suo tempo il governo italiano non poteva non sapere che Totò Riina viveva con la sua famiglia al centro di Palermo. Bin Laden è stato sacrificato, ammesso che non fosse già morto da tempo. “Terminato” come si usa dire in America per coloro che osano sfidarla. La disumanità è tra noi. Restiamo umani“, come voleva Vittorio Arrigoni.

Antimafia Duemila – Lo spettacolo Osama

Fonte: Antimafia Duemila – Lo spettacolo Osama.

da megachip.info – 3 maggio 2011
Giulietto Chiesa commenta l’e-mail di un lettore, scritta a caldo dopo il battage dei media sulla morte di Bin Laden.

Gentilissimo Giuletto Chiesa,

Ci siamo incontrati e “scontrati”, tempo fa durante Zero etc. Sono l’amico di Paolo Attivissimo, ma seguo sempre con interesse il suo lavoro, anche perché ormai oggetto della mia prossima Tesi che parlerà del cinema sull’11 settembre e inevitabilmente parlerà di Zero. Tuttavia, considerazioni personali a parte, da stamane ho visto letteralmente crearsi la notizia della morte di Bin Laden,

da bravo studente di Scienze della Comunicazione, in tempo reale ho postato la foto del presunto Bin Laden morto su Facebook, prima della Rai, trovato vari commenti etc. per poi trovarmi la notizia fonte CNN del suo corpo sepolto in mare secondo rito islamico (sic!).

A questo punto attendo con ansia suo autorevole commento, perché si creda o no alla teoria del complotto, non é che si faccia molto per smentirla, già partendo dal fatto che secondo la compianta Benazir Butto il buon Osama era morto da tempo…

insomma sembra proprio che Obama, in cerca di rielezione, tiri fuori ora la cosa e via! C’e’ poco da fare, l’impressione è quella.

Per parte mia sto scrivendo direttamente ai Navy Seals (e quelli di gente sul campo ne hanno lasciato davvero) per sapere davvero da qualcuno come è andata, per fortuna internet, per quanto lo si controlli è ancora relativamente libero e speriamo anche nel povero Assange.

La saluto , non credo avrà mai il tempo di rispondermi, ma la ricontatterò sicuramente per Zero per via della Tesi e spero possa dedicarmi qualche minuto online o di persona.

I miei più cordiali Saluti,

Roberto

Gentile Roberto,

quando non si insulta ma si discute io rispondo sempre. E poiché avrei comunque commentato l’evento, uso la sua lettera per farlo pubblicamente.

Bene quando lei dice, molto appropriatamente, che noi “abbiamo letteralmente visto crearsi la notizia della morte di Osama bin Laden”.

Proprio così. E un normale giornalista dovrebbe essersene accorto. Invece questa mattina decine di network, tutti quelli italiani, ma anche i paludati americani, e tedeschi e inglesi, hanno pubblicato, mostrandola al mondo intero, una falsa fotografia di Osama bin Laden che era già stata dimostrata falsa nel 2006, mi pare, quando emerse per la prima volta dai meandri di qualche servizio segreto. Colmo del divertimento estetico è stata un giornalista di un network italiano che, commentando una foto falsa ha detto che “si vede anche l’occhio che Osama aveva perduto”. La signorina confondeva Osama con il mullah Omar.

E nessuno ancora, che mi risulta, ha osservato che questo Osama è stato ucciso con “un colpo di pistola alla testa”. Non so sa dove sia venuta la notizia, ma se fosse venuta da una fonte ufficiale, mi sarei chiesto subito: perché ucciderlo? Non era meglio tenerlo in vita e mostrare al mondo il trofeo? Un conto, infatti, è uccidere il ricercato in uno scontro a fuoco. Succede. Ma ammazzarlo a freddo non quadra. Eppure tutti zitti ad accettare tutto quello che viene da Washington.

Adesso ci dicono (ma prendiamo con le pinze anche questo) che il suo cadavere è stato sepolto in mare “secondo il rito islamico”!!!!

Non mi risultava che il rito islamico prevedesse sepolture in mare. Certo è che, se non ci fanno vedere il cadavere, io starei molto, molto attento ad accreditare qualsiasi virgola successiva, qualsiasi testimonianza, qualsiasi prova. Inclusa, ovviamente quella del DNA. Anche a proposito del Pentagono ci diedero il DNA di tutti i passeggeri e dei “terroristi” a bordo. Basta chiedersi quanto costa la parcella di un collegio di analisti del DNA, specie se si tratta di medici militari e il problema è risolto.

Abbiamo, per altro, due dichiarazioni di non poco conto che ci parlarono della morte già avvenuta di Osama bin Laden. Una è quella della defunta Benazir Bhutto (su Al-Jazeera: dichiarazione immediatamente qualificata come un lapsus linguae, ma che rimane visibile e ascoltabile sul web). L’altra del presidente pakistano in carica, Zardari, che disse che, secondo le sue informazioni, Osama era “morto da tempo”.

Terza osservazione. E’ elementare sottolineare che queste operazioni non si improvvisano. Era in preparazione da tempo. Mi pare che Obama abbia detto che Osama era stato individuato e rintracciato “fin dall’agosto scorso”. Bene, prendiamo per buona questa tesi. Resta la domanda: perché ora? A questa domanda io non so dare risposta perché troppe sono le ipotesi in campo, tutte ugualmente attendibili, e inattendibili.

Una cosa certa è che la campagna elettorale per la rielezione di Obama è cominciata oggi. Sotto il segno giubilante di “Obama il vendicatore dell’America”.

Non so se lo rieleggeranno, ma è altrettanto certo che le sue sorti politiche erano in forse e, forse, lo sono ancora. Questa è una spiegazione possibile. Delle altre avremo occasioni di parlare.

Un’altra cosa certa è che comincia il florilegio di scemenze su Al Qaeda “decapitata”. Ho detto stamani alla trasmissione “Agorà” che Al Qaeda non esiste più dal 2000. Sempre che sia esistito qualcosa di simile a ciò che la Grande Fabbrica dei Sogni e della Menzogne ci ha venduto in questi anni.

L’ho fatto citando l’ex capo dell’antiterrorismo francese Alain Chouet che, in una audizione al Senato di Parigi ha dichiarato testualmente che Al Qaeda “non esiste dal 2002″, aggiungendo che quando esisteva era composta da non più di una quarantina di elementi e che non era comunque possibile assegnare ad Al Qaeda tutti gli attentati che le furono assegnati.

Se lei spera che la Navy Seal le dia qualche dritta, temo che si sbagli. Sono i detentori del segreto e non lo verranno a raccontare a lei. Che, per altro, vedo già fortemente penetrato di complottismo. Perché complottisti sono tutte quelle persone dotate dell’intelligenza minima di rifiutare di credere che gli asini volano. E, quando sentono qualcuno che gli racconta di avere visto un asino che vola, subito si ritraggono e vanno a cercare un’altra spiegazione. Anche se tutte le tv del mondo gli mostrano un asino che vola sul serio.

Non so se a Scienza della Comunicazione usano “La società dello spettacolo” di Guy Debord, ma quello di cui stiamo parlando qui, adesso, è esattamente uno dei mille atti della società dello spettacolo che si mettono in scena tutti i giorni. Per giunta gratis. Cosa vuole di più?

Cordiali saluti

Giulietto Chiesa

Mafia, Brusca cita il premier «Gli dissi: accordo o bombe»

Fonte: Mafia, Brusca cita il premier «Gli dissi: accordo o bombe».

«Mandai Mangano da Berlusconi e Dell’Utri». Il Cavaliere: «Accuse incredibili, non ero in politica»

MILANO – Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri «non c’entrano niente» con le stragi del 1993. Giovanni Brusca lo disse dialogando con il cognato e lo ha ripetuto a Firenze, deponendo al processo al boss Francesco Tagliavia, unico imputato per la strage dei Georgofili. Il collaboratore di giustizia lo ha voluto precisare: Berlusconi e Dell’Utri «non sono i mandanti esterni delle stragi», ma, nel contro-esame ha poi dichiarato che, subito dopo la seconda ondata di attentati, mandò Mangano in missione a Milano. Il compito dello stalliere di Arcore era di avvertire Dell’Utri e Berlusconi che, se non avessero trattato con la mafia, rivedendo il 41 bis e il maxiprocesso, gli attentati sarebbero continuati.

«MANDAI MANGANO A MILANO» – «Nel ’92 Cosa nostra aveva rapporti con la sinistra, con politici locali, con Lima e a livello nazionale con Andreotti» ha raccontato Brusca, sottolineando che invece dopo la strage di via d’Amelio cessò «ogni contatto» con lo Stato. Le stragi di Firenze, Roma e Milano furono quindi «strumenti per risvegliare lo Stato e per consigliarlo a trattare nuovamente». È a questo punto, ha spiegato il pentito nella sua deposizione, che è subentrato un nuovo referente politico dei mafiosi, cui vennero rivolte le stesse richieste che erano già state rivolte all’allora ministro degli Interni Nicola Mancino. «Mandai Mangano a Milano – ha testimoniato Brusca – ad avvertire dell’Utri e, attraverso lui, Berlusconi che si apprestava a diventare premier, che senza revisione del maxiprocesso e del 41 bis le stragi sarebbero continuate. Mangano – ha aggiunto Brusca – tornò dicendo che aveva parlato con dell’Utri, che si era messo a disposizione». Secondo il collaboratore di giustizia, l’attentato all’Olimpico contro i carabinieri era una vendetta per chi non aveva mantenuto le promesse: «Chiudiamo il caso con il vecchio – ha spiegato – vendicandoci, e apriamo il nuovo».

VELTRONI E IL PREMIER - «Le dichiarazioni di Brusca al processo di Firenze andranno verificate ma intanto la commissione Antimafia, che ricostruisce i fatti tra il ’93 e il ’94, dovrà audire Berlusconi» ha detto Walter Veltroni, rivolgendo il suo appello al presidente della commissione Antimafia Giuseppe Pisanu. Delle dichiarazioni di Brusca si è parlato anche nel corso del vertice a Palazzo Chigi sulla mozione sulla Libia. Maurizio Gasparri, ha letto le frasi del pentito di mafia sul premier, Mangano e Dell’Utri. «Ci accusano di cose incredibili – avrebbe detto Berlusconi riferendosi a chi aveva parlato di collegamenti tra lui e la mafia – persino di avere responsabilità in fatti avvenuti in un periodo in cui non ero nemmeno in politica».

«MANCINO COMMITTENTE FINALE» – Nella sua deposizione, Brusca ha anche affrontato il tema del «papello», il foglio con le richieste dei boss allo Stato e dunque prova di una trattativa confermata dallo pentito in aula a Firenze. Quindici-venti giorni prima della morte di Borsellino, Brusca incontrò Riina che gli disse: «Finalmente si sono fatti sotto, gli ho consegnato un papello con tutta una serie di richieste». «Il tramite non me lo disse – ha spiegato Brusca -, ma mi fece il nome del committente finale. Quello dell’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino». «È la prima volta – ha concluso il collaboratore di giustizia – che lo dico pubblicamente». Immediata la replica di Mancino alle parole di Brusca. «È una vendetta contro chi ha combattuto la mafia con leggi che hanno consentito di concludere il maxiprocesso e di perfezionare e rendere più severa la legislazione di contrasto alla criminalità organizzata» ha scritto in una nota l’ex titolare del Viminale.

«VOLEVANO PORTARCI LA LEGA» - Sempre Riina, poi, avrebbe rivelato a Brusca, dopo l’uccisione di Falcone, che Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino si sarebbero offerti come tramite tra la mafia e la Lega e un altro soggetto politico. Brusca ha raccontato infatti che fino all’attentato al giudice l’obiettivo di Riina era di influenzare il maxiprocesso di mafia a Palermo. In seguito, sarebbero subentrati Dell’Utri e Ciancimino che volevano «portare» a Riina la Lega e un altro soggetto politico. «In un primo tempo Riina era titubante e anch’io gli chiedevo se ci fossero novità -ha dichiarato Brusca-. Fino all’ultimo attentato Riina pensava di condizionare il maxi-processo». Ma poi, ha concluso, sarebbero subentrati,«dei soggetti indicati in Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino che gli volevano portare la Lega e un altro soggetto che non ricordo».

Le telefonate del dottor Canali e del suo network

Fonte: Le telefonate del dottor Canali e del suo network.

Ricordate la storia di quel modesto cronista, corrispondente del quotidiano catanese “La Sicilia”, che fu assassinato a Barcellona Pozzo di Gotto (provincia di Messina) in una fredda serata di gennaio del 1993? Parlo di mio padre, il “giornalista post-mortem” Beppe Alfano. Si disse che sicuramente aveva dato fastidio a mariti gelosi, che aveva debiti di gioco e che aveva molestato le sue alunne. Non una, tante. Forse tutte. Lo si dice ancora, nonostante le innegabili risultanze processuali: le condanne definitive dell’organizzatore del delitto, il boss Giuseppe Gullotti, e del killer, Antonino Merlino. E non finisce qui, perchè le indagini sui mandanti occulti, partite da una mia denuncia del 2003, stanno andando avanti, visto che il tentativo di archiviare tutto fatto l’anno scorso dalla D.d.a. di Messina è stato rispedito al mittente dal Gip che ha ordinato ulteriori indagini sollecitate dal mio difensore. Dubito che i nomi dei personaggi che risulteranno coinvolti in questa vicenda appartengano a fantomatici padri feriti da abusi sulle figlie, a mariti traditi impunemente o a vecchietti che si sfidano a briscola fuori dai bar.

Ricordate quel magistrato che coordinò le indagini subito dopo l’omicidio? L’ex sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali, l’<<amico>> di mio padre, quello a cui il segugio Alfano raccontava tutti i fatti utili alle inchieste sulle cosche barcellonesi e le brillanti intuizioni sul cosiddetto “terzo livello”? Bene: lui è finito sotto la lente degli investigatori perchè denunciato dal mio legale, l’avvocato Fabio Repici, per le false dichiarazioni rese quale testimone nel secondo grado del processo “Mare Nostrum”. Di recente la D.d.a. di Reggio Calabria ha notificato al dr. Canali l’avviso di conclusione delle indagini, in genere preludio del rinvio a giudizio, per falsa testimonianza con l’aggravante mafiosa.
Ho sempre detto, e lo ribadisco, che il dr. Canali è il principale responsabile dei depistaggi seguiti all’omicidio di mio padre. Oggi ho deciso che nei prossimi giorni pubblicherò le intercettazioni telefoniche ed ambientali che riguardano Olindo Canali e il suo network di sodali. La rete dei suoi contatti, infatti, è significativa: Canali parla con l’avvocato Ugo Colonna, con il giornalista Michele Schinella di Centonove, con l’attuale procuratore generale di Messina Antonio Franco Cassata, e persino con il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, Francesco Maisto: lo stesso magistrato che scandalizzò tutta Italia ordinando la scarcerazione del boss ergastolano Gerlando Alberti Jr., responsabile dell’assassinio della giovane Graziella Campagna (consumatosi il 12 dicembre 1985), dopo soli 8 mesi di detenzione. Lo stesso personaggio che querelò l’avvocato Fabio Repici, difensore della mia famiglia ma anche della famiglia Campagna. Tutto (scarcerazione di Alberti e querela contro Repici) fatto a meno di quattro mesi di distanza dai contatti e dagli incontri con Canali, nel corso dei quali l’ex P.m. di Barcellona P.G. gli spiegò bene che l’indagine a suo carico e i suoi problemi al Csm erano derivati dalla denuncia dell’avv. Repici.

Canali, come potrete appurare, è molto prudente durante le conversazioni. E’ evidente il suo sospetto di essere intercettato. Tanto che il giorno dopo essere stato interrogato cosa fa? Porta l’auto dal meccanico! Proprio l’auto sulla quale era stata attivata pochi giorni prima l’intercettazione ambientale. Coincidenza? Ne dubito.
E che dire delle sue molteplici utenze telefoniche cellulari? Quella ai più ignota (è lui stesso a confessarlo in un’intercettazione) era intestata ad una donna di Biella. Come mai?
Dal fascicolo della Procura di Reggio Calabria emerge uno spaccato indecente sul dr. Canali, sui suoi colleghi che hanno tentato di proteggerlo davanti al Csm e sul dr. Antonio Franco Cassata, vero e proprio tutore dell’ex sostituto procuratore, che lo stesso Canali e sua moglie appellano non con il nome proprio, ma con la locuzione “lo zio”, come nella malavita siciliana si suole etichettare un capobastone.
E’ giunto dunque il momento di fare chiarezza, pubblicamente e una volta per tutte, su queste vicende. Non accetterò che la memoria di mio padre venga infangata ancora a lungo, e non permetterò ai referenti istituzionali delle cosche di passare per eroi e martiri.

Non mi fermerò a queste pubblicazioni. A breve interpellerò ufficialmente con una lettera aperta l’Anm nazionale e quella distrettuale di Milano, città dove l’ex sostituto procuratore si è “rifugiato” per sfuggire ai provvedimenti paradisciplinari. Chiederò loro se non sia giunta l’ora perché cessino le protezioni corporative – alle volte insospettabili – di cui Canali è stato beneficiario e se non sarebbe il caso che, a tutela del buon nome della magistratura, gli organi competenti provvedano a proporre e a disporre la sospensione di Canali dalle funzioni giudiziarie. Per un magistrato che ha begato con la mafia sarebbe il minimo, per cominciare a rendere il giusto rispetto alla memoria di mio padre, a quella del prof. Adolfo Parmaliana e a tutti i cittadini onesti che hanno fame di verità.

da: SoniaAlfano.it

Barcellona impiccata alla Corda Fratres

Fonte: Barcellona impiccata alla Corda Fratres.

La “centralità” di una piccola città della Sicilia nelle stragi di mafia degli anni Novanta, ma anche nella protezione istituzionale delle latitanze di Nitto Santapaola e di Bernardo Provenzano. Barcellona Pozzo di Gotto, quarantaduemila abitanti nel messinese, diverse logge massoniche e un circolo esclusivo nel quale boss, mandanti di delitti eccellenti e personaggi inquietanti hanno convissuto e continuano a convivere con parlamentari nazionali, con sindaci e con altissimi magistrati. Una “centralità” imposta perfino – dopo vedremo perché – in una città “tranquilla” come Viterbo. Una “centralità” i cui equilibri, secondo qualcuno, potrebbero saltare per le dichiarazioni del nuovo pentito Carmelo Bisognano, boss di primissimo piano di Mazzarà Sant’Andrea, che ai magistrati della Dda di Messina sta raccontando parecchi retroscena legati alla “guerra” di mafia degli anni Novanta: grazie alle sue dichiarazioni, gli inquirenti hanno scoperto un cimitero della mafia dove venivano seppellite le vittime della “lupara bianca”. Bisognano potrebbe far luce su tanti misteri, non solo siciliani. Ma cos’è questa “centralità”?
Primo flash. Barcellona Pozzo di Gotto. Primavera 1992. Pochi giorni prima della strage di Capaci, il boss barcellonese Giuseppe Gullotti, ben nascosto su un camion adibito al trasporto dei cavalli, si reca da Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato – cinquecento chilometri fra andata e ritorno – per consegnargli il telecomando che servirà a far saltare in aria il giudice Giovanni Falcone. Per quell’operazione alquanto difficile i Corleonesi si affidano ai Barcellonesi. Che evidentemente possiedono le giuste competenze per fabbricare uno strumento così complesso. Giuseppe Gullotti dunque è uno che prende parte alla “missione” di morte che farà a pezzi Falcone. E oggi, grazie ai processi, sappiamo che quella “missione” non è stata pensata solo da Cosa nostra, ma da altre entità “esterne”. Gullotti è sposato con Venerina Rugolo, la figlia di Francesco Rugolo, capo storico della mafia barcellonese. Testimone di nozze è un personaggio che gode di grande prestigio in tutta Barcellona: si chiama Rosario Cattafi e fa l’avvocato. Quando all’inizio degli anni Novanta il vecchio Rugolo viene ucciso, a prendere le redini di Cosa nostra a Barcellona è proprio Gullotti, il quale si allea con Santapaola, sbarcato in quella zona per proteggere i cantieri del cavaliere del lavoro Carmelo Costanzo, che sta realizzando il doppio binario della ferrovia Messina-Palermo. Eppure a quel tempo Giuseppe Gullotti è un personaggio molto stimato: è iscritto alla Corda fratres, il circolo che annovera uomini politici come Domenico Nania (che lo candida in Consiglio comunale), magistrati come l’odierno Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina Franco Cassata, e quel Rosario Cattafi che nel frattempo – per i suoi legami con boss del calibro di Rampulla, di Santapaola e di Epaminonda – nel luglio del 2000 è stato sottoposto a misure di prevenzione antimafia in quanto ritenuto pericoloso: sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno a Barcellona per cinque anni.

Secondo flash. Barcellona, 8 gennaio 1993. A otto mesi dalla strage di Capaci e a sei da quella di via D’Amelio, un killer uccide il giornalista Beppe Alfano, autore di una serie di scoop su giri di tangenti miliardarie che gravitano attorno a un ente assistenziale e alle truffe europee legate al commercio di agrumi. In quest’ultima vicenda è coinvolta pesantemente Cosa nostra, specie Nitto Santapaola. Il cronista indaga, parla con un sacco di gente, ha confidenti nei carabinieri e nella polizia, alla fine scopre che il super latitante si nasconde proprio a Barcellona, in un appartamento ubicato in centro e messo a disposizione da Gullotti. Pare che in quell’appartamento non si tengano solo summit di mafia ma vere e proprie riunioni di massoneria anche con persone importanti. Santapaola è solito frequentare un negozio di pesce di proprietà del mafioso barcellonese Sam Di Salvo: per tutti è lo zio Filippo. Nitto Santapaola non è un boss come tanti. È l’uomo che alla fine degli anni Settanta ha sostituito a capo di Cosa nostra catanese nientemeno che Giuseppe Calderone, colui che, secondo Tommaso Buscetta, nel 1962 ha sabotato l’aereo nel quale è morto per un falso incidente l’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei, con l’auspicio dei servizi segreti americani e francesi, delle sette compagnie che detengono il monopolio mondiale del petrolio; e di Eugenio Cefis, successore di Mattei alla guida dell’Eni. Santapaola diventa più potente di Calderone, e questo dà il senso delle protezioni di cui gode. Quando è ancora un libero cittadino non colpito da ordini di cattura, è un concessionario di automobili riverito dalle massime autorità catanesi. Durante la latitanza – scattata dopo il delitto Dalla Chiesa (2 settembre 1982) – viene scortato regolarmente da pattuglie di carabinieri in divisa, proprio lui che nella strage del casello di San Gregorio, vicino Catania, e della circonvallazione di Palermo, pochi mesi prima, aveva ucciso dei militari dell’Arma. Più che un capomafia, sembra il braccio armato di uno Stato deviato che combatte, attraverso l’eversione, quel sistema democratico per il quale muoiono tanti servitori dello Stato di diritto. Nel libro Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza (Castelvecchi editore), Sonia Alfano (oggi parlamentare europeo dell’Italia dei valori) rivela: “Papà mi aveva svelato quel segreto su Santapaola. Un giorno, assieme a me, si recò nell’ufficio del pubblico ministero Olindo Canali (che con Beppe aveva instaurato un rapporto di amicizia e di lavoro particolarmente stretto, n.d.r.) e gli confidò due cose: che Santapaola si nascondeva a Barcellona e che Portorosa (dove lo stesso Santapaola aveva trascorso la prima parte della sua latitanza) era un luogo di un intenso traffico di armi di cui fummo testimoni oculari”. E cosa rispose Canali? “Che purtroppo, trattandosi di vicende molto grosse, non se ne poteva occupare personalmente perché i fatti esulavano dalla sua competenza. Fu lo stesso Pm a consigliare a papà di mettere tutto per iscritto e di inviarlo, mediante un plico giallo, alla Dia di Catania dove lo avrebbe ricevuto un superpoliziotto che il magistrato, a suo dire, aveva provveduto a informare. ‘Ma all’attenzione di chi devo indirizzarlo?’, chiese papà. ‘Non ti preoccupare’, rispose il magistrato, ‘metti tutto in una busta gialla e spedisci alla Dia di Catania. Chi di dovere sa che dovrà consegnarla al superpoliziotto’ ”. Peccato che il nome di questo fantomatico superpoliziotto, secondo la figlia del cronista, non si sia mai saputo. Dunque, qualche giorno prima di morire, Beppe Alfano spedì il plico senza sapere chi lo avrebbe ricevuto e che uso se ne sarebbe fatto. Un mistero che dopo tanti anni nessuno è riuscito a chiarire. “Dopo il delitto”, dice l’europarlamentare dell’Idv, “la nostra abitazione si riempì di agenti dei servizi segreti che frugarono dappertutto, specie nel computer di papà”. Sonia rifiutò addirittura di essere interrogata da Canali: “Parlerò solo con il superpoliziotto che ha ricevuto il plico”. Alcuni giorni dopo, la figlia del cronista venne convocata al commissariato di Barcellona: “Là dentro c’è la persona con la quale hai chiesto di parlare”, disse Canali. “In una stanza”, ricorda Sonia, “trovai un signore seduto dietro la scrivania. ‘Si accomodi signorina, mi dica’ ”. Mi dica… La ragazza nota uno strano clima e ribatte: “Deve essere lei a dirmi qualcosa, non io. Il signore non pronunciò una sola parola. Uscii sconvolta, incontrai nuovamente Canali, che mi disse in modo non proprio amichevole: ‘Se fossi in te dimenticherei tutto. E’ una storia troppo grande per te”. Fin troppo grande…
La presenza di Santapaola a Barcellona assume contorni ancora più inquietanti se pensiamo a certi risvolti su cui ancora si sta indagando, risvolti che a distanza di diciotto anni sono oggetto di una violenta polemica tra la stessa Alfano e l’ex capitano Ultimo, Sergio De Caprio, autore della cattura di Totò Riina, oggi colonnello dei carabinieri.
Dopo la morte di Alfano, il Ros mette sotto controllo i luoghi frequentati da Santapaola (compresa una casa di Terme Vigliatore, a quattro chilometri da Barcellona, nella quale lo zio Filippo trascorre l’ultimo periodo della latitanza nel messinese). “Il 6 aprile 1993”, seguita il parlamentare europeo, “a Terme Vigliatore si verifica un fatto stranissimo di cui pochi conoscono i retroscena. Dato che il Ros di Messina non riesce a beccare Santapaola, Ultimo decide di venire a Barcellona. Non c’è bisogno di fare operazioni eclatanti, è tutto abbastanza semplice, basta andare nel covo di Terme Vigliatore e catturare Santapaola. E invece che succede? Nei pressi del nascondiglio, Ultimo finisce per inseguire una macchina, ingaggiando un conflitto a fuoco con la persona che si trova a bordo, che viene ferita. Non è Santapaola. Il boss ha il tempo di scappare da Terme Vigliatore e di tornare a Barcellona”. Che succede dopo? “Lo zio Filippo trascorre tranquillamente altri ventitré giorni nel centro messinese e poi si sposta a Mazzarone, nel siracusano, dove verrà catturato il 18 maggio del ‘93”. Perché Ultimo ingaggia quel conflitto a fuoco mettendo sull’avviso Santapaola? Qualcuno lo mette su una pista sbagliata? Perché i nastri con le intercettazioni ambientali sul boss catanese sono misteriosamente spariti? “La verità”, dice Sonia Alfano, “è che Santapaola non doveva essere arrestato a Barcellona”. Perché? “Per proteggere quello Stato, aggiunge l’avv. Fabio Repici, “che non solo aveva fatto da culla alla latitanza di Santapaola, ma anche alla trattativa con Cosa nostra e alle riunioni per le stragi”. La “centralità” barcellonese…
La morte di Beppe Alfano rientra in questo “gioco grande” nel quale il giornalista era rimasto coinvolto? Secondo i magistrati, mandante del delitto del giornalista è Giuseppe Gullotti, condannato a trent’anni con sentenza passata in giudicato. Ma secondo il pentito Maurizio Avola, a volere la sua morte ci sono entità di livello superiore alle quali il cronista dava molto fastidio: Beppe era l’unico in città che riusciva a “leggere” determinati fatti. Da giovane aveva fatto parte dei gruppi dell’estremismo di destra che negli anni Settanta avevano hanno messo a ferro e fuoco l’Università di Messina: “Ordine nuovo e Avanguardia nazionale”, dice il giornalista-scrittore Antonio Mazzeo, “a quel tempo si muovevano nell’ambito della strategia della tensione all’interno delle organizzazioni parastudentesche che operavano con personaggi legati alla ‘ndrangheta e alla mafia”. Alfano in quegli anni frequentava due personaggi che un ventennio dopo balzeranno agli onori della cronaca per vicende ben più scabrose: Pietro Rampulla e Rosario Cattafi. “Rampulla e Cattafi”, seguita Mazzeo, “all’Università di Messina sono stati gli indiscussi protagonisti di quella stagione violenta. Molti ricordano le sventagliate di mitra di Cattafi alla Casa dello studente: fu allora che i due estremisti cominciarono a prendere confidenza con armi ed esplosivi. È il momento in cui queste organizzazioni saldano delle relazioni di tipo politico, istituzionale ed economico con soggetti iscritti alla P2 e risultati determinanti nelle stragi degli anni Novanta”. Dopo un ventennio Beppe Alfano, pur rimanendo uomo di destra, indirizza le sue energie per fare la lotta alla mafia, Rampulla e Cattafi per fare esattamente l’opposto. Il primo, figlio del boss di Mistretta, è l’uomo di Santapaola a Caltagirone: adesso che ha acquisito grande dimestichezza con gli esplosivi deve fare il salto di qualità: per quella strage nella quale deve morire il giudice Falcone avrà il compito di confezionare l’ordigno e di collocarlo sotto il viadotto dell’autostrada Palermo-Trapani. Saro Cattafi, dopo molti anni di permanenza a Milano – dove resta coinvolto nella storia dell’autoparco di via Salomone – torna a Barcellona proprio alla vigilia delle grandi stragi. Quando Beppe Alfano lo rivede, confida alla figlia Sonia che quella presenza in Sicilia non è casuale. Cattafi non è il tipo che si muove per niente. Ma qui siamo nel campo delle pure congetture. Fatto sta che Cattafi, finito nel frattempo sotto inchiesta anche per un traffico d’armi (poi prosciolto dalla Procura di Messina), dopo le stragi viene accusato dalla magistratura di essere – assieme a Silvio Berlusconi e a Marcello Dell’Utri – uno dei mandanti esterni degli eccidi di Capaci e di via D’Amelio. Ma viene prosciolto anche stavolta.

Terzo flash. Viterbo, 2004. Il giovane urologo barcellonese Attilio Manca, da alcuni anni in servizio presso il locale ospedale, viene trovato morto nel suo appartamento con due buchi al braccio sinistro. Manca è uno dei rarissimi medici italiani che a quel tempo opera il cancro alla prostata mediante laparoscopia. Gli inquirenti dichiarano che si è suicidato con un micidiale cocktail di eroina, alcol e tranquillanti. Peccato che Attilio sia mancino e con la mano destra non riesca a fare praticamente nulla. L’urologo ha il volto tumefatto e il setto nasale deviato. Perché? Colpa di un telecomando riposto sul piumone, sostengono gli inquirenti: il medico, stordito dall’effetto della droga, ci sarebbe andato a sbattere fracassandosi il naso e la faccia. Peccato che le foto ritraggano il telecomando sotto il braccio della vittima. E quel corpo perché è pieno di lividi? Lo stato di quel cadavere, in verità, appare più compatibile con una violenta colluttazione che con un suicidio per overdose. Per ben due volte il Pubblico ministero di Viterbo chiede l’archiviazione, per ben due volte il Gip la respinge perché fin dal primo momento non sono stati effettuati accertamenti fondamentali come, per dirne una, l’esame delle impronte digitali sulle due siringhe trovate nell’appartamento. E quelle strane visite fatte a Viterbo da un paio di barcellonesi prima di quella morte come si spiegano? Mica barcellonesi così. Un cugino, Ugo Manca, implicato pesantemente nell’organizzazione mafiosa e processato per traffico di droga (condannato in primo grado e assolto in Appello nel processo “Mare nostrum”), entra ed esce dalla casa dell’urologo lasciando pure un’impronta digitale. E un sorvegliato dalla Polizia, tale Angelo Porcino, di cui l’urologo, pochi giorni prima di morire, chiede notizie telefoniche alla famiglia. La Procura di Viterbo non ritiene di approfondire i movimenti di entrambi, e neanche le conversazioni che in quei giorni scorrono copiosamente sul filo telefonico Viterbo-Barcellona e viceversa. Insiste sul banale suicidio di un giovane medico drogato. Stop. Ma Attilio non è un drogato. Lo testimoniano tutti, dal primario ai colleghi, dai collaboratori agli amici. La Squadra mobile lo accerta e lo scrive ufficialmente. E allora? Allora potrebbe esserci dell’altro, qualcosa di terribile, un segreto che Attilio si è portato nella tomba o che potrebbe aver confessato alla persona sbagliata: l’operazione per il cancro alla prostata di Bernardo Provenzano in una clinica di Marsiglia, eseguita proprio nei giorni in cui, secondo i familiari, Attilio si trova nella città francese. Il giovane urologo potrebbe avere operato inconsapevolmente Provenzano recatosi in Francia sotto il falso nome di Gaspare Troia, e poi sarebbe stato eliminato attraverso la simulazione del suicidio. Il pentito Francesco Pastoia, guardaspalle di Provenzano, ha dichiarato che un “medico siciliano” (“siciliano”, non italiano) ha assistito all’intervento e probabilmente anche al decorso post operatorio del boss corleonese. La circostanza è stata confermata da un altro collaboratore di giustizia, Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate. I medici siciliani che nel 2004 operano con sistemi d’avanguardia sono più unici che rari. Attilio Manca è uno di questi. Ma le indagini si incartano sul suicidio. Frattanto tre giorni dopo quelle dichiarazioni, il pentito Pastoia viene trovato morto nel carcere di Modena. Suicida anche lui. Perché non ipotizzare che l’urologo avrebbe potuto svelare i retroscena di quell’intervento alla prostata e quella fitta rete di complicità che ha protetto la latitanza di Provenzano a Barcellona? Sì, perché per ricostruire questo mistero, bisogna andare proprio a Barcellona dove, secondo l’avvocato Fabio Repici, “il boss sarebbe stato nascosto da personaggi insospettabili addirittura in un convento”. La “centralità” barcellonese, ancora una volta.
Perno fondamentale, secondo un parere unanime, sarebbe quel Rosario Cattafi ritenuto il dominus inter pares della città, il rappresentante di un “Quarto livello” che sta al di sopra di tutto: sopra Giuseppe Gullotti e Pietro Rampulla; sopra Ugo Manca, implicato nella morte del cugino; sopra una pletora di uomini d’onore che in quel territorio hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Secondo diversi pentiti, Cattafi è il trait d’union fra il mondo della politica, della massoneria coperta e dei servizi segreti deviati. Ecco cosa scrive la Guardia di Finanza di La Spezia a proposito della Corda Fratres e di Cattafi: “In merito alle attività di tale associazione o circolo, apparirebbe opportuno maggiormente indagare, essendo tali attività sovente mezzo di copertura a congreghe massoniche coperte… Si avvisa anche che notizie informative indicano in Rosario Cattafi appartenere a tali consorterie”. Per capire la potenza di questo personaggio, basti pensare che nel periodo in cui è stato sottoposto a sorveglianza speciale (con relativo ritiro di patente), l’attuale sindaco di Barcellona, Candeloro Nania – cugino del più famoso Mimmo – non trova di meglio che mandargli l’autista del Comune per i suoi spostamenti. Recentemente il Consiglio comunale ha approvato la realizzazione di un mega parco commerciale sui terreni intestati alla madre. Soltanto adesso, nell’ambito delle indagini della Guardia di Finanza, la Direzione distrettuale antimafia di Messina ha sequestrato all’avvocato barcellonese beni per 7 milioni di Euro.
Sempre secondo le Fiamme Gialle sono acclarati i rapporti tra Cattafi e il Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina Franco Cassata, principale animatore della Corda fratres, di cui è stato pure presidente. Cassata è un’altra figura di spicco di Barcellona. Allegro, gentile, disponibile con tutti, non si capisce se per generosità o per un innato senso del potere, “il magistrato nel 1974”, ricorda l’avv. Repici, “si fa un viaggio da Barcellona a Milano con il suo amico avvocato Franco Bertolone (anche lui iscritto alla Corda fratres) e con un giovane affiliato, tale Pino Chiofalo, detto Pino u sceccu, criminale già allora”. All’inizio degli anni Novanta Chiofalo, staccatosi dalla cosca imperante di Gullotti, si mette in proprio e scatena una guerra di mafia che causa centinaia di morti. “Cassata”, spiega Antonio Mazzeo, “esercita un’attività giudiziaria nello stesso distretto in cui vive, è animatore di un circolo paramassonico, è amico intimo, come spiega lo stesso Chiofalo, del principale legale dei mafiosi di Barcellona e della provincia, ha creato un grande museo con finanziamenti della Regione, del Comune e della Provincia di Messina, e per questo è in stretta relazione con politici di cui teoricamente può essere istruttore di processi. Allora mi chiedo: esiste o non esiste un problema di compatibilità ambientale?”. “Ugo Manca nel processo Mare nostrum”, prosegue Fabio Repici, “era stato condannato in primo grado per traffico di droga. In appello è stato assolto con una sentenza sorprendente per una questione di gretta interpretazione giuridica sulle fonti di prova. Quella sentenza è passata in giudicato perché il dott. Cassata, amico di famiglia di Ugo Manca, ha omesso di proporre ricorso per Cassazione”. Nel 2008 Franco Cassata, con voto unanime, viene nominato dal Csm Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina, malgrado le proteste di Sonia Alfano e dell’avvocato Repici, gli articoli contro, e le interrogazioni parlamentari presentate dell’onorevole Antonio Di Pietro e del senatore Giuseppe Lumia.

Quarto flash. Il 2 Ottobre 2008 si toglie la vita il professore universitario Adolfo Parmaliana, segretario dei Democratici di sinistra di Terme Vigliatore: per tanti anni aveva documentato alle Procure di Barcellona e di Messina fatti e misfatti di quel territorio. Inutilmente. Invece di fare luce su quegli esposti, la magistratura di Barcellona lo rinvia a giudizio per diffamazione nei confronti di un politico locale. Al culmine dell’esasperazione, Parmaliana prende la macchina, percorre alcuni chilometri di autostrada e si lascia andare da un viadotto. Lo ritrovano fracassato. Molte delle denunce presentate dal docente universitario sono riscontrabili in un rapporto esplosivo (l’ “Informativa Tsunami”) stilato dei carabinieri di Barcellona sul Comune di Terme Vigliatore, su cui il procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone sta indagando: “Nelle oltre duecento pagine firmate dall’ex capitano di Barcellona Pozzo di Gotto, Domenico Cristaldi”, dice l’avv. Biagio Parmaliana, fratello di Adolfo, “si legge di tutto: dagli affari sporchi di alcuni politici ai legami con la mafia, dalle vastissime ramificazioni clientelari alle protezioni di cui certi amministratori avrebbero beneficiato da parte di qualche magistrato locale”. Il rapporto dell’Arma si sofferma sull’amicizia fra il Pm di Barcellona Olindo Canali (recentemente trasferito dal Csm al Tribunale di Milano) e Salvatore Rugolo, ritenuto il nuovo reggente della cosca barcellonese. Nel rapporto si parla di almeno due talpe “molto vicine a Canali”, che dalla Procura barcellonese passava le informazioni al boss. “Ma in quelle duecento pagine”, seguita Parmaliana, “si parla di un intervento del Procuratore Cassata (vero protettore di Canali, secondo Sonia Alfano, n.d.r.) presso il sostituto procuratore Andrea De Feis, titolare dell’indagine su Terme Vigliatore, per bloccare l’informativa Tsunami. Nel 2001 in un esposto presentato al Csm, mio fratello rivelò che alcuni anni prima aveva invitato il Procuratore generale ad avocare alcune indagini su Terme Vigliatore senza ricevere alcuna risposta. Nello stesso periodo notò che il figlio avvocato aveva ricevuto degli incarichi proprio dal Comune di Terme Vigliatore”. Proprio il figlio di Cassata negli ultimi tempi è balzato agli onori della cronaca per un presunto giro di truffe alle assicurazioni portato avanti con altri avvocati barcellonesi e con la malavita locale. Si parla di ricavi ingenti. A causa di questo, molte assicurazioni sono andate via da Barcellona. Le poche rimaste applicano prezzi stratosferici sulle polizze auto. La Procura di Reggio Calabria indaga. Intanto, malgrado una pesantissima relazione di quattrocento pagine degli ispettori prefettizi sui legami mafia-politica, né il governo di centrosinistra né quello di centrodestra hanno ritenuto di sciogliere il Consiglio comunale di Barcellona.
Ma c’è un’altra vicenda che sta creando non poche polemiche: la nomina del nuovo commissario della Polizia di Stato di Barcellona, Mario Spurio Ceraolo. “E’ una decisione quantomeno inopportuna”, seguita Sonia Alfano. “Non ho mai messo in dubbio la capacità del dott. Ceraolo, ma in un momento in cui un importante collaboratore di giustizia come Carmelo Bisognano sta aprendo uno squarcio su determinate situazioni, forse sarebbe stato meglio evitare di trasferire a Barcellona un funzionario attualmente imputato a Catania per falso e calunnia”. Il dott. Ceraolo è accusato dai magistrati etnei di avere manipolato il boss di Tortorici, Orlando Galati Giordano, il pentito più importante dei Nebrodi. Intanto Bisognano continua a vuotare il sacco e in città sono in molti a tremare.

Luciano Mirone

Fonte: I quaderni de l’Ora

da: Attiliomanca.it