Archivi del mese: giugno 2011

Oceani al collasso- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Oceani al collasso- Blog di Beppe Grillo.

“Il 20 giugno 2011 l’IPSO, International program of the state of the ocean ha pubblicato un rapporto sull’impoverimento ittico degli oceani, molto più grave del previsto per il gruppo di scienziati internazionali guidato da Alex Rogers, direttore scientifico e Senior Research Fellow all’ Institute of Zoology di Londra: “La situazione è così grave che si sta alterando la chimica dell’Oceano, con un forte impatto sulla vita marina e il funzionamento degli ecosistemi marini. L’oceano ha già assorbito oltre l’80% del calore aggiunto al sistema climatico e circa il 33% dell’anidride carbonica. Gli ecosistemi sono al collasso, le specie sono spinte verso l’estinzione a causa della distruzione degli habitat naturali“. Particolarmente allarmante è poi che la pesca ha ridotto alcuni stock ittici commerciali di oltre il 90%. Non è solo più un problema di etica, se scegliere se cibarsi o meno di pesce. E’ una questione di sopravvivenza dell’ambiente marino e quindi degli oceani che ha effetti sull’ecosistema globale e sulle nostre vite. L’oceano, ricordano gli esperti, è “il più grande ecosistema della Terra, che garantisce a tutti noi delle condizioni vivibili sul pianeta”. E’ meglio continuare a cibarsi indiscriminatamente di pesci di ogni genere senza alcun ritegno o salvaguardare questo nostro sempre più malato pianeta? Sono convinto che la risposta la conosciamo tutti”. Alessandro I.

ComeDonChisciotte – QUELLO CHE STA FACENDO LA NATO IN LIBIA

Basta con la guerra in Libia. Non si proteggono i civili bombandandli e lanciando missili all’usanio impoverito.

Foto e video al link qui sotto

Fonte: ComeDonChisciotte – QUELLO CHE STA FACENDO LA NATO IN LIBIA.

FONTE: AAGIRFAN (BLOG)

Attenzione immagini molto forti

“Appena un giorno dopo aver ammesso di aver ucciso 9 civili in un raid aereo, la NATO è stata accusata dalle autorità libiche di aver ucciso almeno altri 15 civili.”

La NATO ha confermato di aver effettuato un altro bombardamento, ma non ha risposto alle accuse di aver ucciso dei civili.

“Una troupe dell’emittente televisiva RT a Tripoli ha girato alcuni filmati scioccanti di corpi mutilati dai bombardamenti della NATO.”

Fonte: http://aangirfan.blogspot.com

Link: http://aangirfan.blogspot.com/2011/06/what-nato-is-doing-in-libya.html

22.06.2011

Traduzione a cura di http://www.comedonchisciotte.org

 

ComeDonChisciotte – UN MILIONE IN MARCIA PER GHEDDAFI: DOV’È LA STORIA?

Fonte: ComeDonChisciotte – UN MILIONE IN MARCIA PER GHEDDAFI: DOV’È LA STORIA?.

DI TIMOTHY BANCROFT-HINCHEY
Pravda.Ru

Lo scorso venerdì un milione di cittadini libici sono scesi nelle strade di Tripoli per marciare in favore del loro Fratello Leader Muammar Gheddafi e contro il terrorismo dalla precisione criminale scagliato sulla popolazione libica dalla NATO e dai terroristi che stanno proteggendo. Ma dove si può leggere questa storia?

Nella sua intervista con Press TV, la giornalista Lizzie Phelan ha parlato di quello che ha visto nei suoi viaggi in Libia. Quello che ha riferito non è propaganda, sono testimonianze di prima mano della verità nel paese che Muammar Gheddafi ereditò come il più povero in Terra e lo trasformò nel più ricco dell’Africa. Tutti questi nemici sono riusciti a fare qualcosa del genere?

In questa magnifica intervista, Lizzie Phelan ha fornito resoconti di prima mano alle fonti di Pravda.Ru presenti in Libia che venerdì a Tripoli è avvenuta una dimostrazione di massa a favore di Muammar Gheddafi. Un milione di libici su una popolazione di sei milioni è uscito nelle strade in supporto del loro governo e contro i terroristi contro-rivoluzionari, reazionari e che la NATO sta sostenendo.Questa sarebbe l’equivalente di una dimostrazione di dieci milioni di persone in Gran Bretagna o di cinquanta negli Stati Uniti. Riuscirebbero Cameron, Sarkozy o Obama a radunare tali folle di sostenitori? Se ne avessero anche dieci volte meno sparerebbero i fuochi d’artificio. E questo mostra la dimensioni di questi… uomini di fronte al Colonnello Gheddafi.

Lei ha parlato della rivolta e del disgusto sentito dalla gente comune in Libia – qualcosa che ci era già stato riferito dai nostri contatti, in principal modo contro la perfida malvagità di Cameron e Sarkozy – e ha sottolineato la convinzione che in futuro non verrà firmato alcun contratto con le compagnie britanniche o francesi dopo lo scandalo dei terroristi:

“Questa scusa della NATO è davvero una barzelletta. È la prima scusa che ha fatto in tre mesi nonostante i civili muoiano ogni giorno a causa dei bombardamenti della NATO; negli ultimi tre mesi ci sono stati migliaia di bombardamenti sul paese e così hanno deciso di scusarsi ieri di domenica. Ma di nuovo alle 2 di mattina c’è stato un altro attacco sulla città di Sorman, 130 chilometri a est di Tripoli dove altri quindici civili e tre bambini sono stati uccisi.”

“Nelle settimane precedenti abbiamo assistito al bombardamento dell’Università di Al-Nasr a Tripoli alla luce del giorno in cui sono stati assassinati civili: questi sono gli obbiettivi militari che abbiamo visto bombardare. Vediamo bombe che cadono sulle università, bombe sulle strade dei mercati del venerdì in quartieri dove non ci sono siti militari. La strada del mercato di venerdì dove ero presente inizia con un ufficio postale e finisce con una scuola elementare e hanno bombardato quattro edifici e hanno ucciso nove civili tra cui un infante di quattro mesi.”

Phelan ha anche evidenziato un altro punto, totalmente tralasciato dai media occidentali che hanno raccontato la storia libica con una serie sgradevole di falsità mal riuscite, con poco giornalismo e molta faziosità: le vessazioni, la persecuzione e il massacro dei neri libici da parte dei terroristi di Benghazi e le bugie diffuse da Al Jazeera e da altri media che questi fossero mercenari. Non lo erano.

Ha parlato in modo particolare delle “indicibili atrocità” che ha testimoniato e dell’incredibile supporto per il governo di Gheddafi:

“Per quanto riguarda le tribù libiche, dalle mie fonti ho informazioni che il 90 per cento delle tribù in Libia stanno sostenendo il governo e tra queste ci sono le più numerose.” Ha anche evidenziato che Gheddafi “sta facendo passi indietro per sistemare le forze dell’opposizione dentro il governo”.

Leggete questo documento dettagliato sui dati umanitari di Muammar Gheddafi:

http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/docs/16session/A-HRC-16-15.pdf

Timothy Bancroft-Hinchey

Pravda.Ru

***************************************Fonte: http://english.pravda.ru/world/africa/23-06-2011/118288-million_gaddafi-0/

23.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – PERCHE’ SIAMO IN LIBIA ?

Fonte: ComeDonChisciotte – PERCHE’ SIAMO IN LIBIA ?.

DI RUSS BAKER
WhoWhatWhy

La finta primavera araba: È vero che la Primavera Araba è una cosa buona. È vero che Gheddafi è un cattivo elemento. Ma se unite i puntini vedrete che qualcuno gli ha dato una mano. Le prove indicano che c’è un piano per creare una “Primavera Araba” per i Soliti Bravi Ragazzi, CIA, banche, compagnie petrolifere. Leggere per credere.

In un articolo precedente ci siamo posti la seguente domanda: “Perché siamo in Libia?” Abbiamo fornito qualche spunto.

Ora abbiamo altri elementi. Questi elementi hanno i nomi dei nostri giocatori preferiti: aziende petrolifere, banche come Goldman Sachs, e ne risulta un quadro di infiniti intrighi corporativi. Quel genere di intrighi che non viene mai fuori nei media corporativi.

Vediamo quali.

Lo scorso febbraio, parecchi giorni dopo le dimissioni di Hosni Mubarak in Egitto, una protesta civile è iniziata nella confinante Libia. In tutta fretta, il ministro della Giustizia di Gheddafi è passato dalla parte dei ribelli, diventandone un leader. E ha sostenuto che il suo ex capo è stato il responsabile dell’esplosione del volo Pan Am 103:

Il leader libico Mohammar Gheddafi ha ordinato l’attentato nel 1988 al volo Pan Am 103 sul cielo di Lockerbie, Scozia, notizia riportata da un giornale svedese mercoledì scorso e attribuita ad un ex ministro del parlamento libico.L’ex ministro della Giustizia Mustafà Mohamed Abud Al Jeleil, che pare abbia rassegnato le dimissioni questa settimana per le violenze scatenate dal governo contro i manifestanti, ha detto al tabloid Expressen di essere in possesso delle prove che Gheddafi aveva ordinato l’attentato che uccise 270 persone.

“Ho le prove che Gheddafi ha dato l’ordine per l’attentato di Lockerbie”, Expressen cita Al Jeleil in un’intervista tenuta presso una grande città libica ignota.

Il giornale non ha detto qual era la prova del coinvolgimento di Gheddafi nell’attentato.

Un libico, Abdel Basset al-Megrahi, è stato processato e condannato al carcere in Scozia per l’attentato e Gheddafi, al potere dal 1969, è stato marchiato per anni come un paria.

Nel 2009 il governo scozzese ha liberato al-Megrahi per motivi umanitari dopo che i medici gli hanno diagnosticato un cancro alla prostata, in uno stadio terminale, decisione fortemente criticata dagli Stati Uniti. È tornato in Libia ed è tuttora vivo.

Secondo al Jeleil,“per nascondere (il suo ruolo nell’attentato), ha fatto tutto il possibile per far tornare Megrahi dalla Scozia.”

“Lui (Gheddafi) ha ordinato a Megrahi di farlo.”

Questa è la storia che è comparsa nei maggiori media del mondo, senza che nessuno si sia fermato un attimo per fare domande sul vantaggio propagandistico di questa affermazione o sulla tempistica. Per esempio, il britannico The Telegraph, ha intervistato Jeleil/Jalil:

In un’intervista al Daily Telegraph, Mustafà Abdel Jalil, il capo del provvisorio governo ribelle a Bengasi ed ex ministro della Giustizia, ha detto di avere le prove del coinvolgimento di Gheddafi nell’attentato del 1988 all’aereo Pan Am 103 sui cieli di Lockerbie.“L’ordine era stato dato da Gheddafi in persona” ha detto a Rob Crilly.

Il signor Abel Jalil ha sostenuto di avere le prove che l’attentatore condannato Abdelbaset Ali Mohmed al-Megrahi lavorava per Gheddafi.

“Le prove le abbiamo nelle nostre mani e abbiamo documenti che provano quel che ho detto, siamo pronti a fornirli ad una corte criminale internazionale” ha aggiunto.

Da allora, non si è mai avuta alcuna indicazione che queste prove siano state fornite a nessuno. Quindi non sappiamo se esistono, o se lui stesse dicendo la verità. Ma i titoli hanno fatto il loro lavoro – chiunque abbia guardato i telegiornali o letto le notizie sarà rimasto convinto che Gheddafi è dietro questo vile atto.

Un paio di giorni dopo, per la prima volta, il presidente Obama chiedeva a Gheddafi di lasciare il suo posto. E poco dopo, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro alleati si stavano preparando per avviare un’azione militare contro Gheddafi, inizialmente indicata come esclusivamente umanitaria, “per proteggere i civili”. (Alla fine, il personaggio più importante dell’esercito britannico ha imprudentemente ammesso che l’inesorabile bombardamento aveva come obiettivo la rimozione del leader libico).

Torneremo alla macchina propagandistica e alla sua efficacia più avanti, ma ora esaminiamo la relazione tra i governi occidentali e Gheddafi. Si è trattato, come presentato ai media, di fare semplicemente la cosa giusta contro un brutale tiranno? Contro uno che è anche accusato di essere dietro l’omicidio di quei passeggeri?

Non è questo il luogo dove riassumere tutte i rapporti tra Gheddafi e l’alleanza. Basti dire che Gheddafi è uno della lunga lista di leader stranieri che ha insistito su un percorso indipendente, includendo un necessario atteggiamento autoritario nella regione, e questo gli ha procurato guai. In particolare, possiamo ricordare alcune schermaglie con la marina americana durante l’amministrazione Reagan-Bush, ma c’è una lunga lista di aggravanti. E, come nel caso di Hugo Chavez in Venezuela, si deve aggiungere il fatto che Gheddafi si trova su un territorio con enormi riserve petrolifere. In combinazione con la sua brutalità, avarizia e maniere bizzarre, ecco servito un target appetibile e facile da trattare per i dipartimenti propagandistici dei suoi nemici.

Con l’aumento delle ostilità, alla Libia è stata affibbiata, possibilmente con qualche motivo, la patente di forza terrorista e quindi collegata a una serie di offese di enorme portata con le quali potrebbe avere avuto a che fare o forse no.

Una di queste è stata la morte di diversi soldati americani in un night a Berlino nel 1986, un’altra il presunto sostegno a un dirottamento nello stesso anno. Ma quel che ha messo quasi tutto il mondo contro Gheddafi è stato il presunto ruolo della Libia nell’attentato che fece esplodere il volo Pan Am 103.

Molti di noi ricordano, distrattamente, il ruolo della Libia su quel caso come un fatto accertato. Se è così, siamo fuori strada. Iniziamo con questo documento della BBC del 2001, in seguito alla condanna di Megrahi, un agente dell’intelligence libica:

Robert Black, il professore di legge che ha ideato la struttura del processo tenuto in Olanda, ha detto domenica scorsa di essere “assolutamente sbalordito” dal fatto che Al Megrahi sia stato giudicato colpevole.Il signor Black ha affermato che secondo lui il processo ha avuto “un quadro probatorio estremamente debole” e che è riluttante a credere che i giudici scozzesi abbiano potuto “condannare chiunque, anche un libico” sulla base di tali prove.

Il punto di vista, pubblicato sui quotidiani britannici, riecheggia quello di alcune famiglie di vittime britanniche dell’attentato di Lockerbie, che chiedono un’inchiesta pubblica per trovare “il vero responsabile e quale è stato il movente”.

Le proteste

Il verdetto di mercoledì ha scatenato rabbiose proteste in Libia sabato scorso, mentre Washington e Londra hanno chiesto al governo libico di assumersi la responsabilità di questa atrocità e di indennizzare le famiglie delle vittime.

I manifestanti hanno condannato quello che hanno chiamato un verdetto “dettato dalla CIA” e hanno chiesto di indennizzare le vittime dei raid americani del 1986 su Tripoli e Bengasi.

Per avere altre informazioni sui dubbi circa il ruolo della Libia nell’attentato, consultate l’eccellente sommario di forte testimonianza sul fatto che i libici potrebbero essere stati incastrati, testimonianza non presentata al processo, su Wikipedia. (Se da un lato Wikipedia non può essere considerata una fonte sicura, spesso è un buon sommario di ciò che si può trovare in giro e quindi un buon punto di partenza per ulteriori ricerche). Gli elementi problematici, che costituiscono una lista davvero lunga, includono una presunta offerta di 4 milioni di dollari per una testimonianza che avrebbe portato a certa incriminazione, la successiva ammissione di un testimone chiave di aver mentito, dettagli di uno strano andazzo nei laboratori della scientifica del FBI, e indicazioni che la bomba potrebbe essere stata introdotta in un aeroporto dove l’imputato non era presente.

Tuttavia, la condanna di Megrahi e la deferente cronaca dei media come di giustizia fatta, ha avuto come conseguenza la continuazione delle sanzioni contro la Libia e Gheddafi, sanzioni che avevano già isolato il paese per un decennio dalla comunità internazionale.

Gheddafi ha cercato di liberarsi da quel marchio, arrivando a consegnare Megrahi per il processo nel 1999. Ma non ha funzionato e la sentenza di condanna del 31 gennaio 2001, arrivata appena 11 giorni dopo l’insediamento di George W. Bush alla presidenza americana, ha minacciato di peggiorare parecchio le cose. A quel punto, Gheddafi ha dovuto anche badare alla propria sopravvivenza.

Nel maggio 2002, dopo che le truppe americane in Afghanistan avevano cacciato i Talebani e 4 mesi dopo che Bush aveva inserito Iran, Nord Corea e Siria nella lista di un certo “asse del male” nella ricerca di “armi di distruzione di massa”, la Libia ha avvertito il pericolo. Quel mese, essa offrì di fornire pagamenti scaglionati alle famiglie delle vittime di Lockerbie, come parte della negoziazione per la cancellazione delle sanzioni commerciali da parte dell’ONU e degli Stati Uniti, e della rimozione della Libia dalla lista dei paesi che sponsorizzavano il terrorismo redatta dal Dipartimento di Stato americano. In agosto del 2003, diversi mesi dopo l’invasione dell’Iraq e della rimozione di Saddam Hussein, Gheddafi negoziò un accordo, come riportato dal New York Times:

La Libia e i legali delle famiglie delle vittime dell’attentato del 1988 al volo Pan Am 103 su Lockerbie, Scozia, oggi hanno firmato un accordo per creare un conto di 2.7 miliardi di dollari come indennizzo dovuto, ha detto un avvocato.“La Libia e i legali che rappresentano le famiglie delle vittime hanno firmato un accordo per creare un deposito presso la Bank for International Settlements” ha detto il legale Saad Djebbar, un algerino che vive a Londra e che ha seguito il caso dal 1992.

Di conseguenza, ha aggiunto che le sanzioni delle Nazioni Unite potrebbero essere revocate.

Con l’accordo, la Libia è tenuta a depositare il denaro nel conto e inviare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una lettera con la quale ammette la responsabilità per l’attentato nel quale morirono 270 persone.

Oggi a Washington, alcuni membri delle famiglie hanno dichiarato che il Dipartimento di Stato ha invitato le famiglie delle vittime a una riunione informativa per venerdì prossimo.

Si è trattato di un accordo complesso, che ha avuto molti tentennamenti. La Libia riferì alle Nazioni Unite che si sarebbe “presa la responsabilità” dei bombardamenti, anche se, va detto, non ammise alcuna colpevolezza. Infatti, alla fine del 2008, il figlio di Gheddafi, Saif, disse a una squadra di documentaristi della BBC che l’unico motivo per cui la Libia aveva “ammesso le responsabilità” era solo per veder rimosse le sanzioni. Il documentario ha evidenziato che molte famiglie delle vittime avevano rifiutato il risarcimento perché credevano che la Libia non era davvero la responsabile dei bombardamenti.

L’accordo del 2003 era comunque sufficiente per iniziare a dare di nuovo alla Libia la benvenuta nella famiglia delle nazioni. L’amministrazione Bush avviò rapidamente i commerci con la Libia. Nel dicembre del 2003 la Libia acconsenti a porre fine a tutti i programmi esistenti relativi alle armi di distruzioni di massa per rimuovere le sanzioni del Stati Uniti.

Questo ha dato un abbrivio non solo alla Libia, ma anche alle maggiori compagnie occidentali, che da anni scalpitavano per prendersi un pezzo dei beni libici, tra cui le ingenti riserve petrolifere e le entrate da queste generate.

L’inesorabile macchina del commercio continuò a fare la sua corsa. Nel giro di poche settimane Bush firmò un ordine esecutivo per ripristinare l’immunità della Libia dai processi per terrorismo e per porre fine alle richieste di risarcimento ancora pendenti negli Stati Uniti.

Nel 2007, spinta con decisione dalla compagnia BP, li Regno Unito iniziò a spingere per avanzare una richiesta di estradizione in Libia per Megrahi, che hanno poi portato a una serie di eventi che sono culminati nel 2009 con il suo rilascio per supposti motivi di salute. (Nuove informazioni sul ruolo della BP sono apparse di recente, quando Hillary Clinton e i più importanti senatori al Congresso espressero sconcerto e dichiararono la loro intenzione di avviare un’indagine. Nessuna menzione da parte dei Democratici sui dubbi di questa incriminazione, ma solo indignazione che un “assassinio” fosse stato liberato.)

Nel 2009, lo stesso anno in cui Megrahi fu rilasciato, Gheddafi, di fronte alle rigide richieste di pagamento per Lockerbie, iniziò a pressare le compagnie petrolifere per fargli pagare somme più alte in modo da aiutarlo a pagare il proprio debito.

Abbiamo appreso delle pressioni sulle compagnie petrolifere durante gli sforzi propagandistici di questi giorni che si sono adoperati per fornire il supporto per l’azione militare contro Gheddafi. In un articolo del New York Times intitolato “Trattative nell’ombra hanno aiutato Gheddafi a costruirsi una fortuna e un regime”, il nodo della questione secondo cui Gheddafi avrebbe agito in modo losco (senza però parlare delle compagnie petrolifere) consiste nella gemma che segue. È stato subito tralasciata e abilmente fraintesa:

Nel 2009 i collaboratori più stretti del colonnello Muammar Gheddafi hanno riunito a sé quindi manager delle compagnie energetiche mondiali che operano nei campi petroliferi libici e gli hanno fatto una richiesta straordinaria, quella di tirare fuori i soldi per il conto da 1,5 miliardi di dollari che la nazione deve pagare per il suo ruolo nell’abbattimento del volo Pan Am Flight 103 e per altri attacchi terroristici.Nel caso in cui le compagnie non avessero acconsentito, i funzionari libici hanno assicurato il profilarsi di “serie conseguenze” per le loro licenze petrolifere, secondo un resoconto del meeting stilato dal Dipartimento di Stato.

Ma come mai Gheddafi aveva un così disperato bisogno di soldi? L’articolo non lo dice. Ma se collego i punti correttamente, allora suggerisco di leggere un altro documento, e poi collegarli insieme.

Ecco il Wall Street Journal con un’esclusiva del 31 maggio che è enormemente importante ma che è sempre stata messa in disparte, scollegata dalle questioni relative al petrolio summenzionate. Raccomando di leggere l’intero estratto che segue:

All’inizio del 2008 il fondo sovrano libico, controllato dal colonnello Moammar Gheddafi, ha affidato 1,3 miliardi di dollari al gruppo Goldman Sachs per investirlo in valute e in altri complicati strumenti finanziari. Gli investimenti hanno perso il 98% del loro valore, secondo i dati di un documento interno di Goldman.

[…] Nel 2004 il governo degli Stati Uniti elevò un primo pacchetto di sanzioni […] che aprì la strada a decine di banche europee e statunitensi, agli hedge funds e ad altre agenzie di investimenti per addossarsi alla nazione nord-africana.

L’Autorità degli Investimenti Libica inaugurò la sede al 22esimo piano di quello che era l’edificio più alto di Tripoli e partì nel giugno del 2007 con circa 40 miliardi di dollari in asset. La Libia avvicinò 25 istituzioni finanziarie, offrendo a ciascuna la possibilità di gestire almeno 150 milioni di dollari, come ricorda una persona a conoscenza con i progetti del fondo.

Presto iniziò a spargere frazione del capitale nelle aziende di tutto il mondo. Oltre a Goldman, queste istituzioni comprendevano Société Générale SA, HSBC Holdings PLC, Carlyle Group, J.P. Morgan Chase & Co., Och-Ziff Capital Management Group e Lehman Brothers Holdings Inc., secondo una registrazione interna del fondo controllata dal Journal.

“La nazione ha preso la matura decisione di unirsi ai grandi”, ha detto Edwin Truman, un importante membro del Peterson Institute for International Economics ed ex assistente del Segretario al Tesoro. Fino ad allora, le somme del fondo d’investimento erano depositate nella banca centrale libica, ottenendo scarsi ritorni da obbligazioni di alta affidabilità.

Goldman colse al volo l’opportunità. Nel maggio del 2007 alcuni partner di Goldman si incontrarono con i libici nel loro ’ufficio londinese. Mustafa Zarti, l’allora direttore aggiunto del fondo, e Hatem el-Gheriani, il suo capo-ufficio agli investimenti, invitarono i clienti di Goldman di andare a visitare il quartier generale del fondo in Libia. Zarti era un sodale molto stretto del figlio del colonnello Gheddafi Saif al-Islam e un amico di lunga data del comandante libico.

[…] Goldman elaborò presto un nuovo business con i libici con delle opzioni – investimenti che danno ai compratori il diritto di acquistare azioni, divise o altri asset in una data futura a un prezzo prefissato. Tra gennaio e giugno del 2008 il fondo libico pagò 1,3 miliardi di dollari di opzioni scelte tra un paniere di divise e sei azioni: Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit SpA, lo spagnolo Banco di Santander, il gigante delle assicurazioni tedesco Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e quella italiana Eni SpA. Il fondo avrebbe iniziato a ottenere profitti se i prezzi delle sottostanti azioni o divise fosse salito ai livelli contrattati.

Ma quell’inverno la crisi del credito colpì in modo cieco, facendo fallire Lehman Brothers e le banche in tutto il mondo dovettero far fronte a una crisi finanziaria. Il miliardo e trecentomila dollari di opzioni furono colpiti in modo molto pesante. Il valore dei titoli sottostanti crollò e tutti gli scambi persero soldi, secondo i dati di un memo interno di Goldman controllato dal Journal. Il memorandum evidenziava che gli investimenti avevano un valore di circa 25,1 milioni di dollari nel febbraio del 2010, una perdita del 98%.

I funzionari del fondo sovrano accusarono Goldman di aver mascherato la modalità dell’investimento e di aver concluso la trattativa senza una propria autorizzazione, secondo le parole di persone a conoscenza dei fatti. Nel luglio del 2008, Zarti, il direttore aggiunto del fondo, convocò Kabbaj, il direttore di Goldman per il Nord Africa, a una riunione con il legale del fondo e il personale addetto, secondo le email dell’Autorità degli Investimenti Libica controllate dal Journal.

Una persona che ha assistito alla riunione ha detto che Zarti era “come un toro scatenato”, offendendo e minacciando Kabbaj e un altro impiegato di Goldman. Goldman ingaggiò agenti per la security per proteggere i dipendenti fino al momento della partenza dalla Libia del giorno successivo, secondo persone a conoscenza dei fatti.

[…]Dopo questa resa dei conti, il fondo ha richiesto la restituzione e ha fatto vaghe minacce per un’azione legale.

Il Journal prosegue nel descrivere la risposta di Goldman, la cui “audacia” non inizia nemmeno a descrivere. Goldman ha offerto di sistemare la questione vendendo alla Libia una enorme compartecipazione… di Goldman stessa. L’articolo del Journal deve essere letto, come questo saggio da Rolling Stone, ma tutto questo non significa davvero che le compagnie occidentali, alla cosa, vogliano che andarci davvero a fondo.

Il punto, almeno per me, è che la Libia ha seguito il consiglio di un’azienda americana e ha investito, e perso, un’enorme somma dei fondi che si pensava dovessero generare profitti da usare per governare la Libia. Come ad esempio fornire il tipo di servizi che all’inizio hanno tenuto i libici vicini a Gheddafi.

È davvero una sorpresa che, dopo questo disastro bancario, Gheddafi nel 2009 si rivolse disperatamente alle compagnie petrolifere occidentali, che stavano facendo davvero bene in Libia, chiedendo loro di pagare diritti più alti per finanziare gli accordi relativi all’affare Lockerbie? Accordi che forse non avrebbe nemmeno dovuto pagare?

***

Nel dicembre del 2010, quando un tunisino si è dato fuoco, la Primavera Araba prese avvio, in Egitto, in Bahrein e ovunque. Molto velocemente, fu chiaro che le potenze occidentali era a rischio di perdere cruciali forniture petrolifere, oltre a basi militari di vitale importanza.

È fu certamente positivo che, proprio in quel momento, la Libia mostrasse l’intenzione di muoversi nella direzione opposta, dalla parte degli Stati Uniti. Leggete il nostro articolo sui legami della CIA con le rivolte libiche.

Poi considerate, nel febbraio, la tempistica delle dichiarazioni avventate degli ufficiali disertori libici secondo cui era Gheddafi stesso che aveva ordinato il bombardamento del Lockerbie.

Ma siccome tutto questo, per il dipartimento della propaganda, non era sufficiente per sollecitare una maggiore collaborazione dell’opinione pubblica, è così apparsa la storia degli stupri. La persona comune non ha il tempo o la voglia di seguire questa ridda di complicate manovre che tanto ci affascinano, ma viene comprensibilmente scossa dai bombardamenti sui civili e dagli stupri.

Abbiamo scritto qualcosa sulla storia degli stupri. Il nostro punto di vista, che è ancora ben saldo, è che si tratta di una cosa molto inusuale che le vittime degli stupri e le loro famiglie si facciano avanti pubblicamente. È una cosa praticamente sconosciuta nei paesi arabi, dove le conseguenze possono essere davvero gravi. (Aggiornamento: la donna e la sua famiglia sono state trasferite in Occidente e lei ha detto che ha piacere di venire in America.)

Abbiamo compreso la tempistica della storia, l’alacrità con cui la stampa occidentale l’ha fatta propria e l’ha diffusa, e il semplice fatto che non ci sono prove che legano in alcun modo Gheddafi a questi atti. Persino la stessa donna non lo dice. Ma ha infuriato milioni e milioni di persone che hanno riempito di post la rete, e tutto questo ha mosso l’opinione pubblica nelle colonne a supporto dell’azione militare per rimuovere il leader libico.

Il fatto che i media mainstream non possano, o non vogliano, vedere quello che è successo ci dice quanto poco ci siamo allontanati dalla Risoluzione del Golfo di Tonchino.

Comunque ci riesce bene capire cosa potrà accadere se stiamo con le antenne ben alzate. Ad esempio, l’altro giorno il sito web Politico si è brevemente interessato a una riunione informale tra Hillary Clinton e i manager esecutivi sulle opportunità di business in Iraq.

FIRST LOOK: WALL STREET IN IRAQ? – Il Segretario di Stato Hillary Clinton e il Segretario Aggiunto Tom Nides (in precedenza funzionario-capo amministrativo a Morgan Stanley) hanno ospitato un gruppo di manager esecutivi questa mattina come parte dell’Iraq Business Roundtable. I manager delle trenta maggiori multinazionali degli Stati Uniti – che comprendono aziende della finanza come Citigroup, JPMorganChase e Goldman Sachs – si uniranno ai funzionari statunitensi e iracheni per discutere delle opportunità economiche nel nuovo Iraq. Questa la lista completa dei partecipanti: http://politi.co/kOpyKADiamogli un paio di anni e faranno un’altra festicciola per celebrare un nuovo regime bendisposto in Libia.

**********************************************Fonte: http://whowhatwhy.com/2011/06/06/libya-connect-the-dots-you-get-a-giant-dollar-sign/

06.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI E SUPERVICE

ComeDonChisciotte – SE IL CIBO DIVENTA BENZINA

Fonte: ComeDonChisciotte – SE IL CIBO DIVENTA BENZINA.

DI SARA SEGANTI
Altre Notizie

Una settimana intensa per i biocarburanti è appena trascorsa. Il bioetanolo e il biodiesel, due tra i biocarburanti più diffusi, rappresentano un’alternativa a benzina e gasolio e sono prodotti a partire da materie prime alimentari. I biocarburanti hanno origine da fonti rinnovabili e rientrano, perciò, nella direttiva comunitaria 2009/28 che fissa, come obiettivo generale, per l’Unione Europea una quota del 20% di energia rinnovabile rispetto al consumo totale di energia, da conseguire entro il 2020.

In seguito all’emanazione di questi obiettivi vincolanti, l’Unione ha specificato che, per quanto riguarda i biocarburanti, essi devono garantire la sostenibilità, intesa principalmente come tutela della biodiversità, e la riduzione dei gas serra rispetto all’utilizzo delle energie fossili. Tradotto: non si possono produrre biocarburanti con la deforestazione e poi pretendere di usufruire degli incentivi europei per le rinnovabili.

E questo è già qualcosa, ma a livello internazionale si sta prendendo coscienza che i problemi causati dai biocarburanti non si esauriscono affatto nella questione ambientale tout court.

Infatti i vincoli posti dall’Unione, fin qui, non sono bastati a indirizzare la produzione di biocarburanti in una direzione compatibile con gli equilibri alimentari dei paesi in cui vengono prodotti. L’aumento esponenziale della produzione, conseguenza degli incentivi europei e della crescita del prezzo del petrolio, richiede sempre più terra da convertire dalla produzione di derrate alimentari destinate al mercato interno, alla produzione di biocarburanti per il mercato esterno.

Nei paesi in via di sviluppo, dove la terra si svende ancora con facilità, i prezzi degli alimenti stanno salendo a dismisura: e così, anche per via dei biocarburanti, si apre la strada alla possibilità di una vera e propria crisi alimentare. Se il cibo si trasforma in benzina, come correre ai ripari?

Lo scorso 24 maggio è uscito il protocollo sui biocarburanti del GBEP (Global Bioenergy Partnership), cui aderiscono 23 paesi tra emergenti e industrializzati e 13 istituzioni internazionali con lo scopo di coordinarsi, su base volontaria, riguardo alle linee di indirizzo sulle bioenergie.

Il GBEP punta il dito sulla necessità di garantire un livello di sostenibilità nella produzione dei biocarburanti, attraverso l’individuazione di 24 criteri da rispettare, tra cui figurano, sì, il contenimento dei livelli di emissioni di gas e la tutela della diversità biologica, ma anche, il calmieramento dei prezzi e la reperibilità dei generi alimentari nei paesi in via di sviluppo.

Il 31 maggio è stata la volta del Guardian, autorevole quotidiano d’oltre Manica, che ha pubblicato uno speciale sulla speculazione in atto nella corsa alla terra africana per la produzione di biocarburanti, all’origine di forti squilibri alimentari locali.

Quasi la metà dei 3.2 milioni di ettari di terra coltivata per i biocarburanti, nei paesi che vanno dal Mozambico al Senegal, può essere ricollegata a 11 aziende inglesi indifferenti alla questione alimentare, complici governi locali conniventi e lauti guadagni. E sono ben 7 le aziende italiane nelle prime file del business dei biocarburanti in Africa.

A completare il quadro è arrivato, lo scorso 1° giugno, il rapporto Oxfam (un coordinamento di diverse Ong), dal titolo evocativo “Growing a Better Future” (Coltivare un futuro migliore) sull’imminente crisi alimentare dove i biocarburanti figurano come una delle principali cause.

Se si smettesse di ridurre la produzione alimentare, dati alla mano, sarebbe possibile sfamare una popolazione mondiale che dovrebbe raggiungere una cifra stimata, nel 2020, vicina ai 10 miliardi di esseri umani. Ma per questa data il prezzo di un alimento base come il mais, già al suo massimo storico, sarà più che raddoppiato. Sono sempre di più le persone che spendono fino all’80% di quel che guadagnano unicamente per nutrirsi: secondo le recenti stime della Banca Mondiale, solo per i rincari alimentari degli ultimi mesi, dallo scorso giugno a oggi, sono entrati sotto la soglia di povertà già 44 milioni di persone. I biocarburanti sono allora davvero energie rinnovabili?

Sono in molti oggi a sostenere di no. Circa il 40% del grano prodotto negli Stati Uniti finisce nei biocarburanti e, ad oggi, il 18% dei biocarburanti usati nel Regno Unito sono prodotti a partire da grano e frumento, cereali che rappresentano l’alimentazione di base del mondo in via di sviluppo.

Dato che gli obiettivi Ue prevedono di raddoppiare l’utilizzo di biocarburanti nei prossimi dieci anni, queste percentuali sono destinate a salire mettendo seriamente a rischio la sostenibilità alimentare nei paesi in via di sviluppo.

E non bisogna neanche dimenticare che l’effetto serra, generato dai sistemi di produzione estensivi dei biocarburanti, potrebbe seriamente ridimensionare i risultati positivi ottenuti sulle emissioni di carbonio.

Sarebbe utile, innanzitutto, che l’Ue si assumesse le sue responsabilità stilando delle linee guida più rigide per fare rientrare i biocarburanti nel conteggio delle rinnovabili.
Si è giunti al paradosso che con lo scopo di tutelare l’ambiente, proprio nel nome dello sviluppo sostenibile, si aggravano le già difficili condizioni di vita del mondo in via di sviluppo. Questa sembra essere la riprova che gli incentivi sono strumenti da utilizzare con cautela perché, nel nostro mondo globalizzato, influenzare gli equilibri economici in modo artificiale può trasformare facilmente una buona idea in un pessimo risultato.

E, giacché le alghe sono la next big thing tra le fonti per produrre biocarburanti di seconda generazione, speriamo di riuscire a organizzarci per tempo e salvare almeno quelle, prima che chi si nutre di alghe non abbia più niente da mangiare.

Fonte: http://www.altrenotizie.org/economia/4099-se-il-cibo-diventa-benzina.html

PeaceReporter – Bilderberg 2011, temi e partecipanti

Fonte: PeaceReporter – Bilderberg 2011, temi e partecipanti.

All’annuale conclave dei potenti si è parlato di crisi dell’Euro, guerre in Afghan e Libia, rivoluzioni in Medio Oriente, social network e sicurezza informatica, sovrappopolazione e Cina. C’erano Tremonti, Scaroni, Bernabé, Elkann e Monti

Crisi dell’Euro, guerre in Afghan e Libia, rivoluzioni in Medio Oriente, social network e sicurezza informatica, sovrappopolazione e Cina. Questi i principali temi discussi alla 59esima riunione annuale del Bilderberg Club, conclusasi domenica sera al lussuoso hotel Suvretta House di St. Moritz, in Svizzera.

Gli organizzatori del più esclusivo conclave dei potenti della terra – svoltosi al riparo di muri di plastica e protetto da centinaia di agenti di sicurezza privati e poliziotti elvetici – si sono limitati a rendere pubblici gli argomenti. Massimo riserbo, come sempre, su cosa i centotrenta partecipanti al summit abbiano detto, e deciso, in merito a tali problematiche.

Gli italiani invitati quest’anno all’esclusivo conclave dei potenti della terra sono stati il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, l’amministratore delegato di Telecom Franco Bernabé, di Fiat John Elkann, dell’Eni Paolo Scaroni, e l’economista Mario Monti.
Segue la lista completa dei partecipanti.

Presidente onorario:
BEL Davignon, Etienne Minister of State

Partecipanti:
DEU Ackermann, Josef Chairman of the Management Board and the Group Executive Committee, Deutsche Bank AG
GBR Agius, Marcus Chairman, Barclays PLC
USA Alexander, Keith B. Commander, USCYBERCOM; Director, National Security Agency
INT Almunia, Joaquín Vice President, European Commission; Commissioner for Competition
USA Altman, Roger C. Chairman, Evercore Partners Inc.
FIN Apunen, Matti Director, Finnish Business and Policy Forum EVA
PRT Balsemão, Francisco Pinto Chairman and CEO, IMPRESA, S.G.P.S.; Former Prime Minister
FRA Baverez, Nicolas Partner, Gibson, Dunn & Crutcher LLP
FRA Bazire, Nicolas Managing Director, Groupe Arnault /LVMH
ITA Bernabè, Franco CEO, Telecom Italia SpA
USA Bezos, Jeff Founder and CEO, Amazon.com
SWE Bildt, Carl Minister of Foreign Affairs
SWE Björling, Ewa Minister for Trade
NLD Bolland, Marc J. Chief Executive, Marks and Spencer Group plc
CHE Brabeck-Letmathe, Peter Chairman, Nestlé S.A.
AUT Bronner, Oscar CEO and Publisher, Standard Medien AG
CAN Carney, Mark J. Governor, Bank of Canada
FRA Castries, Henri de Chairman and CEO, AXA
ESP Cebrián, Juan Luis CEO, PRISA
NLD Chavannes, Marc E. Political Columnist, NRC Handelsblad; Professor of Journalism, University of Groningen
TUR Ciliv, Süreyya CEO, Turkcell Iletisim Hizmetleri A.S.
CAN Clark, Edmund President and CEO, TD Bank Financial Group
BEL Coene, Luc Governor, National Bank of Belgium
USA Collins, Timothy C. CEO, Ripplewood Holdings, LLC
ESP Cospedal, María Dolores de Secretary General, Partido Popular
INT Daele, Frans van Chief of Staff to the President of the European Council
GRC David, George A. Chairman, Coca-Cola H.B.C. S.A.
DNK Eldrup, Anders CEO, DONG Energy
ITA Elkann, John Chairman, Fiat S.p.A.
DEU Enders, Thomas CEO, Airbus SAS
AUT Faymann, Werner Federal Chancellor
DNK Federspiel, Ulrik Vice President, Global Affairs, Haldor Topsøe A/S
USA Feldstein, Martin S. George F. Baker Professor of Economics, Harvard University
PRT Ferreira Alves, Clara CEO, Claref LDA; writer
GBR Flint, Douglas J. Group Chairman, HSBC Holdings plc
CHN Fu, Ying Vice Minister of Foreign Affairs
IRL Gallagher, Paul Senior Counsel; Former Attorney General
CHE Groth, Hans Senior Director, Healthcare Policy & Market Access, Oncology Business Unit, Pfizer Europe
TUR Gülek Domac, Tayyibe Former Minister of State
NLD Halberstadt, Victor Professor of Economics, Leiden University; Former Honorary Secretary General of Bilderberg Meetings
GRC Hardouvelis, Gikas A. Chief Economist and Head of Research, Eurobank EFG
USA Hoffman, Reid Co-founder and Executive Chairman, LinkedIn
CHN Huang, Yiping Professor of Economics, China Center for Economic Research, Peking University
USA Hughes, Chris R. Co-founder, Facebook
USA Jacobs, Kenneth M. Chairman & CEO, Lazard
CHE Janom Steiner, Barbara Head of the Department of Justice, Security and Health, Canton Grisons
FIN Johansson, Ole Chairman, Confederation of the Finnish Industries EK
USA Johnson, James A. Vice Chairman, Perseus, LLC
USA Jordan, Jr., Vernon E. Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
USA Keane, John M. Senior Partner, SCP Partners; General, US Army, Retired
GBR Kerr, John Member, House of Lords; Deputy Chairman, Royal Dutch Shell plc
USA Kissinger, Henry A. Chairman, Kissinger Associates, Inc.
USA Kleinfeld, Klaus Chairman and CEO, Alcoa
TUR Koç, Mustafa V. Chairman, Koç Holding A.S.
USA Kravis, Henry R. Co-Chairman and co-CEO, Kohlberg Kravis Roberts & Co.
USA Kravis, Marie-Josée Senior Fellow, Hudson Institute, Inc.
INT Kroes, Neelie Vice President, European Commission; Commissioner for Digital Agenda
CHE Kudelski, André Chairman and CEO, Kudelski Group SA
GBR Lambert, Richard Independent Non-Executive Director, Ernst & Young
INT Lamy, Pascal Director General, World Trade Organization
ESP León Gross, Bernardino Secretary General of the Spanish Presidency
CHE Leuthard, Doris Federal Councillor
FRA Lévy, Maurice Chairman and CEO, Publicis Groupe S.A.
BEL Leysen, Thomas Chairman, Umicore
USA Li, Cheng Senior Fellow and Director of Research, John L. Thornton China Center, Brookings Institution
DEU Löscher, Peter President and CEO, Siemens AG
GBR Mandelson, Peter Member, House of Lords; Chairman, Global Counsel
IRL McDowell, Michael Senior Counsel, Law Library; Former Deputy Prime Minister
CAN McKenna, Frank Deputy Chair, TD Bank Financial Group
GBR Micklethwait, John Editor-in-Chief, The Economist
FRA Montbrial, Thierry de President, French Institute for International Relations
ITA Monti, Mario President, Universita Commerciale Luigi Bocconi
RUS Mordashov, Alexey A. CEO, Severstal
USA Mundie, Craig J. Chief Research and Strategy Officer, Microsoft Corporation
NOR Myklebust, Egil Former Chairman of the Board of Directors SAS, Norsk Hydro ASA
DEU Nass, Matthias Chief International Correspondent, Die Zeit
NLD Netherlands, H.M. the Queen of the
ESP Nin Génova, Juan María President and CEO, La Caixa
PRT Nogueira Leite, António Member of the Board, José de Mello Investimentos, SGPS, SA
NOR Norway, H.R.H. Crown Prince Haakon of
FIN Ollila, Jorma Chairman, Royal Dutch Shell plc
CAN Orbinksi, James Professor of Medicine and Political Science, University of Toronto
USA Orszag, Peter R. Vice Chairman, Citigroup Global Markets, Inc.
GBR Osborne, George Chancellor of the Exchequer
NOR Ottersen, Ole Petter Rector, University of Oslo
GRC Papaconstantinou, George Minister of Finance
TUR Pekin, Şefika Founding Partner, Pekin & Bayar Law Firm
FIN Pentikäinen, Mikael Publisher and Senior Editor-in-Chief, Helsingin Sanomat
USA Perle, Richard N. Resident Fellow, American Enterprise Institute for Public Policy Research
CAN Prichard, J. Robert S. Chair, Torys LLP
CAN Reisman, Heather Chair and CEO, Indigo Books & Music Inc.
USA Rockefeller, David Former Chairman, Chase Manhattan Bank
INT Rompuy, Herman van President, European Council
USA Rose, Charlie Executive Editor and Anchor, Charlie Rose
NLD Rosenthal, Uri Minister of Foreign Affairs
AUT Rothensteiner, Walter Chairman of the Board, Raiffeisen Zentralbank Österreich AG
FRA Roy, Olivier Professor of Social and Political Theory, European University Institute
USA Rubin, Robert E. Co-Chairman, Council on Foreign Relations; Former Secretary of the Treasury
ITA Scaroni, Paolo CEO, Eni S.p.A.
CHE Schmid, Martin President, Government of the Canton Grisons
USA Schmidt, Eric Executive Chairman, Google Inc.
AUT Scholten, Rudolf Member of the Board of Executive Directors, Oesterreichische Kontrollbank AG
DNK Schütze, Peter Member of the Executive Management, Nordea Bank AB
CHE Schweiger, Rolf Member of the Swiss Council of States
INT Sheeran, Josette Executive Director, United Nations World Food Programme
CHE Soiron, Rolf Chairman of the Board, Holcim Ltd., Lonza Ltd.
INT Solana Madariaga, Javier President, ESADEgeo Center for Global Economy and Geopolitics
NOR Solberg, Erna Leader of the Conservative Party
ESP Spain, H.M. the Queen of
USA Steinberg, James B. Deputy Secretary of State
DEU Steinbrück, Peer Member of the Bundestag; Former Minister of Finance
GBR Stewart, Rory Member of Parliament
IRL Sutherland, Peter D. Chairman, Goldman Sachs International
GBR Taylor, J. Martin Chairman, Syngenta International AG
USA Thiel, Peter A. President, Clarium Capital Management, LLC
ITA Tremonti, Giulio Minister of Economy and Finance
INT Trichet, Jean-Claude President, European Central Bank
GRC Tsoukalis, Loukas President, ELIAMEP
USA Varney, Christine A. Assistant Attorney General for Antitrust
CHE Vasella, Daniel L. Chairman, Novartis AG
USA Vaupel, James W. Founding Director, Max Planck Institute for Demographic Research
SWE Wallenberg, Jacob Chairman, Investor AB
USA Warsh, Kevin Former Governor, Federal Reserve Board
NLD Winter, Jaap W. Partner, De Brauw Blackstone Westbroek
CHE Witmer, Jürg Chairman, Givaudan SA and Clariant AG
USA Wolfensohn, James D. Chairman, Wolfensohn & Company, LLC
INT Zoellick, Robert B. President, The World Bank Group

Reporter accreditati:
GBR Bredow, Vendeline von Business Correspondent, The Economist
GBR Wooldridge, Adrian D. Foreign Correspondent, The Economist

ComeDonChisciotte – BILDERBERG REPORT 2011

Fonte: ComeDonChisciotte – BILDERBERG REPORT 2011.

DI DANIEL ESTULIN
Danielestulin.com

Premessa

Nel mondo della finanza internazionale, c’è chi dirige gli eventi e chi reagisce agli eventi. Mentre si conoscono meglio i secondi, più numerosi, e apparentemente più potenti, il vero potere rimane ai primi. Al centro del sistema finanziario globale c’è l’oligarchia finanziaria oggi rappresentata dal gruppo Bilderberg.

L’organizzazione del gruppo Bilderberg è dinamica, si adatta ai tempi, assorbe e crea nuove parti mentre espelle quelle che decadono. I suoi membri vanno e vengono ma il sistema non è mai cambiato. È un sistema che si perpetua, una ragnatela virtuale di interessi finanziari, politici, economici e industriali intrecciati con il modello di fondo veneziano ultramontano al suo centro.

Ora, il Bilderberg non è una società segreta. Non è un occhio maligno che tutto vede, nè una cospirazione giudaico-massonica. Non c’è alcuna cospirazione anche se tanta gente con fantasia infantile la ritiene tale. Non c’è nessun gruppo di persone, per quanto potenti possano essere, che si siedono intorno a un tavolo in una stanza scura tenendosi le mani, con gli occhi fissi sulla sfera di cristallo, che pianificano il futuro del mondo.

Il Bilderberg non è un mondo cartesiano di fantasia, nel quale le intenzioni isolate di alcuni individui, piuttosto che le dinamiche di processi sociali, determinano il corso della storia come movimento di idee e tematiche che si sviluppano per le generazioni a venire. È scientificamente significativo che le più svariate teorie cspirazioniste popolari riflettano lo stile peculiarmente patologico della fantasia infantile associata ai culti di The Lord of the Rings, Star Wars e Harry Potter. La caratteristica forma di azione mentale che questi culti esprimono è il potere magico della volontà, che agisce fuori dalla dimensione spazio-temporale.

Invece, è l’incontro di persone che rappresentano una certa ideologia. Il Bilderberg è un mezzo per far incontrare le istituzioni finanziarie che costituiscono i più potenti e predatori interessi finanziari del mondo. E in questo momento, questa combinazione è il peggior nemico dell’umanità.

Non il Governo Unico Mondiale nè il Nuovo Ordine Mondiale come tanti erroneamente credono. Piuttosto, l’ideologia di una S.P.A. MONDIALE. Nel 1968, George Ball, l’allora sottosegretario per gli affari economici di JFK e Johnson, in un meeting di Bilderberg in Canada dichiarò: “Dove è possibile trovare una base legittima per il potere della dirigenza delle corporazioni così da poter prendere decisioni che possono influire profondamente sulla vita economica delle nazioni presso i cui governi esse hanno solo responsabilità limitate?”

L’idea dietro ogni meeting del Bilderberg è quella di creare quella che loro stessi chiamano l’ARISTOCRAZIA DEI PROPOSITI tra l’élite europea e quella nordamericana, sul miglior modo di dirigere il pianeta. In altre parole, la creazione di una rete globale di cartelli giganti, più potente di qualunque nazione sulla faccia della terra, destinata a controllare le esigenze vitali del resto dell’umanità.

*****

Iraq

Uno dei punti chiave dell’argomento Iraq ha riguardato il futuro della missione statunitense in considerazione del fatto che l’occupazione di 8 anni sta volgendo al termine. Sotto il titolo “Quali diritti abbiamo in Iraq?” i delegati del gruppo Bilderberg hanno discusso della possibilità per il governo statunitense di esercitare una forma di “diritto degli occupanti”. Per ora è un tema con poca visibilità, ma è prevedibile che in un futuro la storia sarà al centro dell’attenzione mediatica. Ciò che preoccupa tutti è il capitolo finale, la fine dell’occupazione. Se gli Stati Uniti lasciano l’Iraq, cosa che la maggior parte dei delegati del Bilderberg vede poco plausibile, a quali condizioni e dietro quali accordi sarà possibile?

Come ricordato da un delegato americano ai colleghi, dal primo ottobre di quest’anno, l’intera responsabilità della presenza statunitense in Iraq dovrebbe essere trasferita dai militari al Dipartimento di Stato. Traduzione: La grande stampa potrebbe raccontarci quache falsa storiella su come vanno le cose. Il governo statunitense non ha alcuna intenzione di lasciare l’Iraq, anche se si dovesse cambiare la gestione.

L’affermazione di un delegato americano può riassumere la posizione degli Stati Uniti sull’Iraq:”Quando pensiamo all’Iraq, pensiamo in grande.” In effetti, per capire la posizione americana nel paese, bisogna ricordare che la missione degli Stati Uniti a Bagdad occupa l’ambasciata più grande a livello mondiale, costata poco meno di un miliardo di dollari e comparabile per dimensioni al Vaticano e visibile dallo spazio.

Un delegato europeo ha domandato seccamente se dopo 8 anni di guerra sia possibile dire che ne è valsa la pena. Al costo impressionante di migliaia di miliardi di dollari, oltre cinque mila vite americane perse e oltre un milione di iracheni innocenti uccisi, più di uno deve ammettere lo spettacolare fallimento della missione. Con il prossimo passaggio di consegne dal Dipartamento della Difesa a quello di Stato, ci si domanda cosa sarà della missione americana in Iraq all’inizio del 2012. “È quello che si domandano tutti”, ha aggiunto un altro membro europeo del Bilderberg.

Un delegato americano ha fatto presente che ora c’è un governo stabile nel paese come risultato di “elezioni democratiche”. Gli è stato ricordato che la ragione iniziale dell’invasione riguardava la necessità di trovare ed eliminare armi di distruzione di massa. “La preoccupazione per la loro libertà è stata aggiunta in un secondo momento”, ha aggiunto un europeo. Si parlava anche di enormi investimenti finanziari in Iraq per rilanciare la debole economia. Tuttavia, molti partecipanti sono stati d’accordo sul fatto che l’investimento è stato del tutto autoreferenziale, centrato sull’ambasciata americana per giustificarne l’esistenza e i costi.

Medio Oriente

Iniziamo dalla conclusione: Con l’elargizione di miliardi per la contro rivoluzione, il futuro delle grandi rivolte arabe del 2011 diventa sempre più cupo. Il gruppo Bilderberg sostiene del tutto la repressione draconiana e la guerra perpetua attraverso tutto il golfo persico e utilizza volentieri il suo leale alleato, l’Arabia Saudita, per far eseguire i suoi ordini. Questa guerra coinvolgerà tutti nel Medio Oriente, tranne Israele. L’Arabia Saudita è un partner strategico, non solo perché è una monarchia repressiva e una dittatura, quindi non deve rispondere a un elettorato, ma anche per la sua strategica riserva petrolifera.

L’instabilità lungo l’intero Medio Oriente fornisce al Bilderberg una scusa per portare il prezzo del crudo a 150-180 dollari al barile. La conseguenza è quella di mettere la Germania e la UE sotto forte pressione politica da un lato, e di esercitare la stessa pressione sulla Cina e le sue aspirazioni economiche e politiche dall’altro.

Non si deve dimenticare che al di là di come gira la ruota, il Bilderberg vince comunque. Nell’estate del 2008 il prezzo del petrolio schizzò a 147 dollari al barile, come avevo previsto a maggio del 2005, dopo la conferenza del Bilderberg a Rottach-Egern, dove si decise di portare i prezzi a quei livelli proprio per l’estate del 2008. Jp Morgan allora consigliava al governo cinese di acquistare tutto il crudo perché il prezzo sarebbe salito a 200 dollari al barile. Ciò che quasi nessuno sa è che circa tre quarti del prezzo del petrolio è pura speculazione, manipolato dal Goldman Sachs Commodity Index. Quindi, Wall Street controlla il prezzo del petrolio senza alcuna considerazione della domanda e dell’offerta. Non c’è dubbio che l’obiettivo è di ampia portata e mira non solo a controllare il prezzo del petrolio ma anche i mercati finanziari mondiali.

A ben vedere, l’Arabia Saudita ha le mani dapertutto nella torta mediorientale. Consideriamo l’Egitto. La casa saudita ha appena dato 4 miliardi di dollari in contanti al leader del Consiglio Supremo Militare, feldmaresciallo Tantawi. Nello Yemen, i sauditi stanno comprando le tribù yemenite con denaro, nel nome della stabilità nella regione. Nel Bahrain stanno sostenendo apertamente la National Human Rights Organization, il cui presidente è stato nominato da Re Hamad bin Isa al-Khalifa nel 2010.

Quindi, la scorsa settimana alla Casa Bianca, il presidente americano Barack Obama ha ricevuto il principe della casa del Bahrain Salman al-Khalifa. Per motivi strategici, il Bahrain, ricco di petrolio è un alleato chiave degli Stati Uniti nella regione del golfo e ospita il quartier generale della Quinta Flotta americana.

Infine, c’è la Fratellanza Musulmana da essere compresa nel contesto della contro-rivoluzione attentamente orchestrata dagli USA/ Arabia Saudita. Dalla Siria all’Egitto, la Fratellanza lavora insieme al Consiglio militare egiziano come compenso per il buon comportamento.

Cina

Il Bilderberg appare parecchio preoccupato per l’ingresso della Cina nella politica africana a livello sovranazionale così come per il suo protagonismo nei più disparati angoli del continente africano. Per anni la Cina ha rastrellato le risorse naturali del continente praticamente senza contendenti. Ora la China State Construction Engineering Corporation (CSCEC) sta costruendo un enorme complesso dell’Unione Africana ad Addis Abeba. Se Bruxelles è la capitale europea, così Addis Abeba è stata incoronata come nuova capitale dell’Africa.

Il Bilderberg ha riconosciuto che le proprie corporazioni non sono state in grado di competere con le compagnie in mano allo stato cinese perché “il prezzo è giusto…cioè gratis”. Inoltre, come il Bilderberg ha prontamente ammesso, la Cina non ha il tratto coloniale che ancora contraddistingue i rapporti tra Europa e Africa, e questo conferisce alla Cina un sicuro vantaggio nell’area.

Un’altra area che preoccupa il Bilderberg è l’abile diplomazia cinese in Africa. Fuori dall’occhio del radar, la Cina riesce a manovrare gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali. Per esempio, la visita del ministro degli esteri libico Abdelati Obeidi a Pechino fornisce alla Cina un’enorme opportunità per contrastare l’influenza americana nell’arena internazionale e migliora la sua immagine di amica del mondo musulmano.
Inoltre, la Cina non si è fatta sfuggire l’opportunità di migliorare le relazioni con i nuovi governi in Egitto e Tunisia dopo la caduta dei loro leader durante le recenti rivolte.

Il potere economico della Cina

Secondo le più recenti previsioni del FMI, l’economia cinese sarà la più estesa in termini reali nel 2016 – solo 5 anni a partire da ora. In termini reali significa “parità di potere d’acquisto” (PPA). Questo termine mette in relazione ciò che la gente guadagna e spende in termini reali nelle economie interne. Contro lo sfondo del conflitto mediorientale, Iraq, Afghanistan, Iran e la distruzione dell’economia mondiale, enormi dubbi sono sorti sul dollaro americano e l’enorme mercato del Tesoro, che sono stati foraggiati per decenni da uno status privilegiato come le liabilities del potere egemonico mondiale.

Secondo il Bilderberg, chiunque diventi presidente americano l’anno prossimo sarà sicuramente l’ultimo a dirigere l’economia più grande del mondo.

Con il PPA, l’economia cinese si espanderà da 11.2 migliaia di miliardi di dollari di quest’anno ai 19 del 2016. Intanto le dimensioni dell’economia americana passeranno da 15.2 migliaia di miliardi a 18.8. Significa che l’indice della produttività americano scenderebbe al 17.7%, il peggiore degli ultimi tempi. La Cina raggiungerebbe il 18% e sarebbe comunque in crescita.

Facendo un paragone, appena 10 anni fa, l’economia americana era tre volte quella cinese.

Come già ammesso dal Bilderberg, questa è più di una prospettiva finanziaria. È la fine dell’epoca dell’egemonia economica americana. L’America prese il posto di potenza economica leader che era della Gran Bretagna negli anni ’90 dell’800 e non si è mai fermata. C’è però un aspetto positivo per gli Stati Uniti. Per controbilanciare l’avanzamento economico della Cina, cresce costantemente il numero di paesi asiatici che cercano il sostegno degli USA.

Come ammesso da un membro di Bilderberg, la crescita della Cina e il relativo declino dell’America, il cosiddetto cambiamento di paradigma, o i cambi rivoluzionari in ambito geopolitico, è la storia più importante del nostro tempo.

Irlanda

La discussione sull’Irlanda era motivata da sobrie statistiche che nessuno dei delegati voleva ascoltare. Così come la Grecia, l’Irlanda è un incubo economico, pronto a diventare un altro protettorato economico europeo. Anche se le statistiche ufficiali della disoccupazione arrivano al 15%, i numeri che circolano al Bilderberg sono più vicino al 21%. Senza temere il rischio di essere offuscato dalle cattive notizie che circolano in questi giorni, gli interessi dovuti sono la metà di quanto incassato dal paese con il prelievo fiscale e il debito sta crescendo. Va anche considerato che il debito totale è pari al 100% del PIL.

Il debito delle banche irlandesi non rimborsato, circa 125 miliardi di euro, così come il debito fiscale dello stato irlandese – grazie alla partnership instaurata tra UE e FMI – ha affossato l’economia irlandese e i suoi contribuenti con un peso impossibile da sostenere.

Quello che è inevitabile, e viene ammesso anche dai delegati al Bilderberg, è che l’Irlanda, come la Grecia, avrà bisogno di un secondo bailout dall’UE-FMI. Altri sembrano avere una visione più drastica. “L’Unione Europea è in crisi di sopravvivenza”, ha detto un partecipante europeo al Bilderberg. Quello che sembra preoccupare il Bilderberg è la mancanza di solidità e volontà politica nell’Unione Europea. Come affermato da un’analista finanziario del Bilderberg, “i mercati sono tra l’incudine e il martello. I mercati possono far fronte a cattive notizie e a quelle buone, ma quella che i mercati finanziari non sono in grado di sopportare è l’indecisione. E questo è il punto in cui siamo. Nessuno ha la minima idea su come uscirne.”

Ma, come un altro del Bilderberg ha severamente rammentato ai delegati, “non abbiamo a che fare con una, ma con tre crisi: una crisi del debito, una crisi politico-economica e una crisi politica”. Come ben sa il Bilderberg, è impossibile fronteggiarne tre allo stesso tempo.

Il Bilderberg ha ammesso che le banche irlandesi non hanno possibilità di movimento, avendo tremende difficoltà nel reperire fondi quando, allo stesso tempo, stanno perdendo sangue, anche perché le persone hanno perso fiducia nel sistema. Con il ricordo ancora fresco dell’esperienza della Northern Rock, gli irlandesi sono con i piedi piantati. Per il momento, la stampa mainstream ha tenuto quest’informazione ben nascosta ma, come il Bilderberg ha ammesso, “è solo una questione di tempo prima che la cosa ci precipiti addosso.”

Un irlandese del Bilderberg ha ammesso che le banche irlandesi potrebbero finire i soldi prima ancora del governo irlandese.

Ma quello che preoccupa il Bilderberg è la reazione dei cittadini irlandesi. Come ha sottolineato uno del Bilderberg, “l’Irlanda vorrà prendere a prestito soldi per rimborsare i possessori delle obbligazioni e le banche europee che hanno scommesso sul boom irlandese?”

Per risolvere la crisi in corso, il governo europeo sta proponendo una massiccia presa di potere che fa parte di un progetto a lungo termine per salvare l’Unione. Se il piano sarà approvato, il governo dell’Unione stabilirà le regole per il futuro assumendosi un ruolo poliziesco, e una qualsiasi nazione che infrangerà le regole, o sarà in disaccordo con le misure draconiane implementate dall’UE, si vedrà ritirati i propri diritti di voto. Come ha apertamente ammesso un partecipante europeo al Bilderberg, “quello verso cui ci stiamo incamminando è la forma di un vero governo economico.”

Grecia

La Grecia è morta. Il messaggio venuto fuori dalla riunione del Bilderberg è indubitabile. I guai della Grecia non hanno solo mostrato i difetti strutturali dell’Unione Europea Monetaria, ma hanno anche evidenziato i problemi strutturali dell’economia globale. I funzionari governativi di tutto il mondo hanno cercato di risolvere il problema del debito aggiungendo ancora debito. Sfortunatamente, innalzare il tetto dei debito non può risolvere il problema. Questo è uno schema Ponzi, molto simile ai segreti dei casino di Las Vegas. Per tenere lontana la struttura piramidale dal collasso economico, coloro che vogliono che la speculazione prosegua richiedono uno stillicidio di una quantità di soldi sempre maggiore.

La risposta alla crisi ha solo evidenziato la dinamica che ha creato l’avvio della crisi: il credito facile significa debito. Storicamente, le crisi finanziarie portano a crisi del debito. E la crisi del debito pubblico in genere porta a crisi delle monete e a un futuro fatto di difficoltà economiche.

La crisi del debito pubblico non è ancora scoppiata. Lo scorso anno l’Europa, cercando disperatamente di risolvere la crisi dei paesi deboli dell’Eurozona, ha svalutato l’Euro e inflazionato il debito per cercare di fermare la spirale in discesa. Il problema in questione ha tre aspetti. Prima di tutto, gli stati membri non possono svalutare la propria moneta per rendere più competitive le proprie esportazioni. In secondo luogo, non possono sostenere una politica monetaria espansiva. Per finire, non possono istituire un’appropriata politica fiscale a causa delle restrizioni dell’Unione Europea sulla crescita e sul patto di stabilità. Di conseguenza, mentre gli stati membri europei non possono controllare le loro politiche monetarie, la svalutazione del debito diventa l’unica opzione a disposizione. L’Unione Europea è letteralmente chiusa in un angolo.

Come anche il Bilderberg ammette a porte chiuse, la Grecia non potrà mai restituire quanto dovuto ai mercati. Mai. E non è la sola. L’ex Ministro delle Finanze olandese, Willem Vermeend, ha scritto su De Telegraaf che “la Grecia dovrebbe lasciare l’euro”, dato che non sarà mai in grado di rimborsare i suoi debiti”. E questo l’élite del Bilderberg lo sa e lo comprende a pieno. I dati reali della disoccupazione in Grecia sono attorno al 19%. Secondo il delegato del FMI al Bilderberg, i dati previsti per la disoccupazione greca nel 2012 arriveranno al 25%. Il Bilderberg può solo sperare che queste informazioni non arrivino mai nelle prime pagine delle riviste più diffuse. Alla riunione del 2011 il Bilderberg ha cercato un modo per ristrutturare il debito della Grecia, non a beneficio dei greci, ma dell’élite finanziaria che potrebbe perdere un sacco di soldi nel caso di un fallimento. In seconda analisi, un default destabilizzerebbe i mercati e porterebbe poi a un abbassamento del rating per altri paesi deboli dell’Eurozona, come la Spagna, l’Italia, l’Irlanda e il Portogallo. I funzionari della BCE hanno ripetutamente fatto riferimento al rischio di turbolenza dei mercati per spiegare la loro opposizione alla ristrutturazione del debito greco.

Un’opzione presa in considerazione per salvare la faccia è quella di uno scambio sul debito. I possessori delle obbligazioni greche cambierebbero le proprie con titoli a lunga scadenza, dando alla Grecia ancora qualche anno in più per rimborsare i 340 miliardi di euro di debito. Comunque, per fare in modo che quest’opzione funzioni, gli investitori privati devono convincersi di accollarsi il compito di salvare la Grecia. Se l’opzione degli investitori privati non funzionasse, la Francia è stata incaricata di fornire supporto per questo scambio sul debito, secondo le fonti che erano presenti alla conferenza del Bilderberg.

Allo stesso tempo, l’Unione Europea e il FMI si stanno preparando per annunciare un secondo salvataggio per la Grecia, riconoscendo implicitamente che il primo tentativo da 110 miliardi di euro lanciato nel maggio del 2010 è stato un fallimento totale, anche per il fatto che Atene ha mancato alla grande i suoi obbiettivi di riforma fiscale.

Ma c’è un altro problema che concerne la volontà dello scambio sul debito. Come riuscire a convincere di nuovo gli investitori che sono stati raggirati una prima volta? Alla fine dei giochi, se il Bilderberg la spunterà, i contribuenti dovranno accollarsi la gran parte del bailout concesso per salvare le speculazioni e i debiti del governo. Un secondo salvataggio includerà una supervisione esterna draconiana dell’economia della Grecia, che riguarderà sia la spesa pubblica che quella privata. Ciò preoccupa il Bilderberg, specialmente alla luce delle forti proteste che si sono scatenate in tutto il paese.

Lo scenario di un’uscita della Grecia dall’euro è ora ufficialmente sul tavolo, così come i modi per metterla in pratica. Così come avvenuto in Islanda, i tagli al bilancio greco saranno soggetti al voto di un referendum nazionale, con i sondaggi che riportano un 85 per cento di greci che rifiutano il piano di salvataggio. Il movimento di lavoratori greci è sempre stato solido e la crisi del debito lo ha radicalizzato ancor di più. E quindi la questione per l’élite del Bilderberg è come liberarsi della Grecia, simulando di aiutarla a uscire dalla depressione.

Con la minaccia di ritirare il sostegno per le banche dei paesi, come la Grecia, che vogliono ristrutturare il debito, la BCE sta in pratica incitando a correre agli sportelli per ritirare i propri depositi e sta forzando il paese membro a uscire dall’Unione. In Grecia più dell’ 85% dei cittadini sono contrari alle riforme proposte.

Pakistan

La Cina è la nuova migliore amica del Pakistan. Si tratta di un grosso cambiamento geopolitico. Viene sulla scia dell’approvazione dell’amministrazione Obama di una tattica aggressiva contro il Pakistan, compreso anche l’uso di armi nucleari da parte della NATO per prevenire il loro potenziale uso da parte dei terroristi o di uno stato canaglia. Secondo il London Sunday Express, “le truppe degli Stati Uniti saranno schierate in Pakistan se le installazioni militari della nazione verranno minacciate per la rivendicazione dell’uccisione di Osama Bin Laden. […] Barack Obama avrebbe ordinato alle truppe di paracadutarsi per proteggere i siti delle testate nucleari. Queste includono il quartier generale delle forze aeree di Sargodha, la base per gli aerei da combattimento F-16 riforniti di armi nucleari e almeno 80 missili balistici.” E ora parliamo della Cina. L’avvertimento alla Cina è stato reiterato alla conferenza del Bilderberg da un delegato cinese che ha presenziato per la prima volta, secondo cui l’attacco programmato dal governo degli Stati Uniti sul Pakistan verrà interpretato come un atto di aggressione contro Pechino. I rischi sono adesso così alti come forse non lo sono mai stati per gli Stati Uniti post-Guerra Fredda mentre il Bilderberg cerca di sbrogliarsi dal pantano del Pakistan.

Come affermato da un delegato europeo, “gli Stati Uniti sono la nazione più potente al mondo, ma non sono più potenti del mondo intero”. Tutti sono d’accordo sul grave pericolo posto in essere dal rischio di una guerra generalizzata portato dal confronto tra USA e Pakistan.

Da un punto di vista geopolitico, il governo degli Stati Uniti è preoccupato del ruolo sempre più protagonista che ha la Cina nella regione. La Cina ha costruito un porto per il Pakistan a Gwadar, che è nelle vicinanze dell’ingresso nello Stretto di Hormuz. I delegati degli USA hanno espresso preoccupazioni sul fatto che il porto possa diventare una base navale cinese nel Mar Arabico. Questo riguarda da vicino l’India, la nuova migliore amica degli Stati Uniti nella regione. Siamo di fronte alla formazione della tempesta perfetta. Gli Stati Uniti dotati del nucleare che supportano un’India anch’essa fornita di testate e forte di 1,2 miliardi di persone contro il nemico acerrimo dell’India, il Pakistan nucleare e la sua nuova migliore amica, la Cina con le sue armi nucleari e con 1,4 miliardi di persone.

I tentativi del Bilderberg per creare le condizioni per un confronto tra Cina e India hanno dato alla Russia un’importanza chiave. Mentre sia Russia che Cina stanno lavorando alacremente per portare la pace in Libia, lo scopo di queste iniziative, come riconosciuto anche dallo stesso Bilderberg, è quello di ridurre l’influenza delle potenze occidentali e di assicurare alla Cina la forniture del petrolio libico.

Bisogna ancora vedere come possa essere raggiunto un accordo su questo argomento tra i delegati del Bilderberg, ma le intenzioni degli Stati Uniti si possono desumere con facilità. Per contrastare efficacemente il duopolio cino-pakistano, Washington cercherà di tirarsi fuori dal confronto usando l’India per fare il lavoro al proprio posto. Quando India e Cina avranno capito che sono stati manovrati e usati dagli Stati Uniti per distruggersi a vicenda, sarà troppo tardi per tornare indietro senza perdere la faccia.

Ancora una volta, la chiave per comprendere il confronto tra India e Cina è nella Russia e nel suo ruolo nel futuro Governo Globale delle Multinazionali. Fino a che la Russia non verrà soggiogata, il Bilderberg e i suoi sostenitori non possono sperare realisticamente di esercitare un controllo totale. Eliminando le due superpotenze asiatiche, la Russia rimarrà da sola, circondata da basi missilistiche USA e isolata dall’Europa e dalla NATO, a cui adesso aderiscono anche le ex repubbliche sovietiche, per larga parte antagoniste alla Russia. Inoltre, con l’appoggio del Bilderberg, una degradazione culturale ha portato una larga parte dei giovani russi ad ammirare la presunta “libertà” propugnata dagli Stati Uniti, che ora viene considerata un’ancora di salvezza contro gli eccessi “autoritari” della nazione russa, considerata, grazie all’influenza della stampa dei media occidentali, come una mera continuazione del vecchio sistema sovietico.

Una volta eliminata la Russia, gli Stati Uniti concentreranno le sue forze armate in Sud America. Chavez verrà scalzato dal potere, per poi essere seguito dai suoi alleati, Ecuador e Bolivia.

Comunque, il Pakistan è solo una parte della strategia tentacolare posta in essere in Asia dal governo degli Stati Uniti e dal Bilderberg. Nel 2002 uno degli argomenti chiave discussi alla conferenza del Bilderberg, che si è tenuta a Chantilly, era centrato sul progetto decennale del Bilderberg per eliminare il terrorismo, mettendo in essere iniziative sia diplomatiche che militari. È diventato in un secondo momento noto con il nome di “Operazione Aquila Nobile”.

Infatti, il Bilderberg ha ben chiaro che quello che stiamo affrontando è un processo in evoluzione che porta a un escalation senza fine di conflitti in tutto il pianeta. L’Asia è una delle aree di queste operazioni. Il Medio Oriente e il Magreb fanno parte di un altra.

Economia

Se vivessimo in un mondo reale, i titoli dei giornali che meglio descrivono la situazione finanziaria odierna dovrebbero recitare: “La fine è vicina. Siamo nel mezzo di un collasso finanziario dell’economia.” Il problema dei manager finanziari di alto livello del Bilderberg è quello di posticipare i default più a lungo possibile per poi effettuare i salvataggi, lasciando ai governi (gli elettori) la patata bollente e subentrando nelle obbligazioni dei debitori insolventi. Con la stragrande maggioranza della popolazione che si oppone a tutto questo, il trucco è quello di aggirare le politiche democratiche.

E come è nelle intenzioni del Bilderberg, le politiche economiche devono essere trasferite dalle istituzioni democraticamente elette ai pianificatori finanziari, rendendo così l’economia interamente dipendente da essi, con il debito pubblico che crea un enorme mercato “libero dal rischio” per i prestiti gravati dagli interessi. Tutto questo spiega quello che George Ball, l’allora Sottosegretario per gli Affari Economici con J.F. Kennedy e Johnson, disse nel 1968 nel corso di una riunione del Bilderberg che si tenne in Canada: “Dove possiamo trovare una base legittima su cui si basi il potere dei manager delle multinazionali per poter prendere decisioni che modificano profondamente la vita economica delle nazioni, quando nei governi hanno solo una responsabilità limitata?”

Questo è il modo in cui l’oligarchia finanziaria rimpiazza le democrazie. Il ruolo della Banca Centrale Europea, del FMI, della Banca Mondiale, della Banca dei Regolamenti Internazionali, della Federal Reserve e di altre agenzie finanziarie che tralascio è stato quello di assicurarsi che i banchieri venissero ben pagati.

Il problema con la situazione attuale è che il mondo è guidato dal sistema monetario, non dai sistemi nazionali del credito. Se hai le idee chiare, non vorrai di certo un sistema monetario che governi il mondo. Vorrai che esistano Stati-nazione sovrani che abbiano i loro sistemi creditizi, basati sulla propria moneta. L’aspetto determinante è che la possibilità della creazione del credito produttivo e non inflattivo, cosa chiaramente stabilita dalla Costituzione degli Stati Uniti, è stata esclusa dal Trattato di Maastricht in modo da determinare le politiche finanziarie ed economiche.

Adesso, in Europa, questo non può essere fatto perché i governi sono soggetti al controllo degli interessi bancari privati, conosciuto come sistema bancario indipendente, che blocca costituzionalmente la possibilità di creare credito da parte dei governi. Queste istituzioni hanno il potere di influenzare e di dettare le condizioni ai governi. Pensate cosa rappresenta quell’istituzione chiamata Banca Centrale Europea. Cerca di operare come una banca centrale europea indipendente, senza che ci sia un governo corrispondente. Non ci sono governi. Non ci sono nazioni. È solo un gruppo di nazioni guidate da una banca privata.

La supposta “indipendenza” della Banca Centrale è il meccanismo di controllo che è decisivo per gli interessi finanziari privati, che storicamente si sono insediati in Europa come strumento autoritario contro le politiche economiche delle nazioni sovrane, che sarebbero orientate verso lo stato sociale. Il sistema bancario europeo è il residuo di una società feudale, nella quale gli interessi privati – come evidenziato dagli antichi cartelli veneziani o dalla Lega Lombarda, risalgono ai tempi oscuri del XIV secolo.

Conclusione

Quella che abbiamo oggi non è una crisi di liquidità, ma è una crisi d’insolvenza. Gli Stati Uniti hanno un debito di 14,3 trilioni di dollari. Inoltre, il governo infilerà per il terzo anno consecutivo un deficit di un triliardo di dollari, un qualcosa che nessun paese nella storia mondiale è mai riuscito a fare. C’è già la conferma di una nuova recessione nel mercato immobiliare con i prezzi che affondano ancora di più di quanto successo nella Grande Depressione. E una caduta delle quotazioni delle azioni delle banche, con le compagnie come Bank of America e Citigroup che cedono ogni centesimo dei profitti ottenuti negli ultimi due anni. Ma non si tratta solo di Bank of America e della Citi, si parla di tutte le istituzioni finanziarie degli Stati Uniti. Da Wells Fargo a JP Morgan Chase, il sistema sta implodendo: le banche, il mercato finanziario, il mercato delle obbligazioni, quello immobiliare. E ora possiamo aggiungere anche gli Stati Uniti alla lista dei paesi in bancarotta. Il dollaro USA ha perso il 12% del suo valore in un anno. E la Cina, per la prima volta, è diventata un venditore netto dei buoni del Tesoro statunitensi. Ciò significa che la bolla delle obbligazioni sta per esplodere e, quando questo accadrà, vi consiglio di prendere un posto in prima fila per godersi i fuochi d’artificio. È un’occasione che capita una sola volta nella vita.

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Il Bilderberg non è l’effetto, ma la causa di un futuro Governo Globale delle Multinazionali. Questa organizzazione è cresciuta dal suo avvio, avvenuto in disparte, per diventare un nodo cruciale nelle decisioni delle élite. La meta ultima di questo futuro da incubo è quello di trasformare il pianeta in una prigione a cielo aperto con la realizzazione di un mercato globale, controllato una Multinazionale Globale, regolato finanziariamente dalla Banca Mondiale e popolato da una popolazione rincretinita i cui bisogni di vita saranno ridotti al materialismo e alla sopravvivenza – il lavoro, le compere, il sesso, le dormite – collegata a un computer globale che monitora ogni mossa. E sta diventando sempre più facile perché lo sviluppo della tecnologia delle telecomunicazioni, assieme alle conoscenze approfondite e ai nuovi metodi di ingegneria comportamentale per la manipolazione della condotta individuale, stanno trasformando quelle che erano, in altre epoche storiche, solo intenzioni maligne in una nuova realtà sconvolgente. Ogni singola misura, vista in sé, potrebbe sembrare un’aberrazione, ma tutto l’insieme dei cambiamenti, che fanno parte di un continuum sempre in azione, costituisce un processo che conduce alla totale schiavitù.

E mentre vediamo il mondo che va in malora, ci troviamo a un bivio. La strada che prenderemo determinerà il futuro dell’umanità, se diventeremo parte di uno stato di polizia globalmente connesso o se rimarremo essere umani liberi. Ricordate, non dipende da Dio se torneremo indietro a un nuovo Medioevo, dipende da noi. Uomo avvisato mezzo salvato. Non troveremo mai la giusta risposta se non ci facciamo le domande corrette.

**********************************************Fonte: http://www.danielestulin.com/2011/06/13/bilderberg-report-2011-informe-club-bilderberg-2011/

13.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI E SUPERVICE