Archivi del mese: giugno 2011

Oceani al collasso- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Oceani al collasso- Blog di Beppe Grillo.

“Il 20 giugno 2011 l’IPSO, International program of the state of the ocean ha pubblicato un rapporto sull’impoverimento ittico degli oceani, molto più grave del previsto per il gruppo di scienziati internazionali guidato da Alex Rogers, direttore scientifico e Senior Research Fellow all’ Institute of Zoology di Londra: “La situazione è così grave che si sta alterando la chimica dell’Oceano, con un forte impatto sulla vita marina e il funzionamento degli ecosistemi marini. L’oceano ha già assorbito oltre l’80% del calore aggiunto al sistema climatico e circa il 33% dell’anidride carbonica. Gli ecosistemi sono al collasso, le specie sono spinte verso l’estinzione a causa della distruzione degli habitat naturali“. Particolarmente allarmante è poi che la pesca ha ridotto alcuni stock ittici commerciali di oltre il 90%. Non è solo più un problema di etica, se scegliere se cibarsi o meno di pesce. E’ una questione di sopravvivenza dell’ambiente marino e quindi degli oceani che ha effetti sull’ecosistema globale e sulle nostre vite. L’oceano, ricordano gli esperti, è “il più grande ecosistema della Terra, che garantisce a tutti noi delle condizioni vivibili sul pianeta”. E’ meglio continuare a cibarsi indiscriminatamente di pesci di ogni genere senza alcun ritegno o salvaguardare questo nostro sempre più malato pianeta? Sono convinto che la risposta la conosciamo tutti”. Alessandro I.

ComeDonChisciotte – QUELLO CHE STA FACENDO LA NATO IN LIBIA

Basta con la guerra in Libia. Non si proteggono i civili bombandandli e lanciando missili all’usanio impoverito.

Foto e video al link qui sotto

Fonte: ComeDonChisciotte – QUELLO CHE STA FACENDO LA NATO IN LIBIA.

FONTE: AAGIRFAN (BLOG)

Attenzione immagini molto forti

“Appena un giorno dopo aver ammesso di aver ucciso 9 civili in un raid aereo, la NATO è stata accusata dalle autorità libiche di aver ucciso almeno altri 15 civili.”

La NATO ha confermato di aver effettuato un altro bombardamento, ma non ha risposto alle accuse di aver ucciso dei civili.

“Una troupe dell’emittente televisiva RT a Tripoli ha girato alcuni filmati scioccanti di corpi mutilati dai bombardamenti della NATO.”

Fonte: http://aangirfan.blogspot.com

Link: http://aangirfan.blogspot.com/2011/06/what-nato-is-doing-in-libya.html

22.06.2011

Traduzione a cura di http://www.comedonchisciotte.org

 

ComeDonChisciotte – UN MILIONE IN MARCIA PER GHEDDAFI: DOV’È LA STORIA?

Fonte: ComeDonChisciotte – UN MILIONE IN MARCIA PER GHEDDAFI: DOV’È LA STORIA?.

DI TIMOTHY BANCROFT-HINCHEY
Pravda.Ru

Lo scorso venerdì un milione di cittadini libici sono scesi nelle strade di Tripoli per marciare in favore del loro Fratello Leader Muammar Gheddafi e contro il terrorismo dalla precisione criminale scagliato sulla popolazione libica dalla NATO e dai terroristi che stanno proteggendo. Ma dove si può leggere questa storia?

Nella sua intervista con Press TV, la giornalista Lizzie Phelan ha parlato di quello che ha visto nei suoi viaggi in Libia. Quello che ha riferito non è propaganda, sono testimonianze di prima mano della verità nel paese che Muammar Gheddafi ereditò come il più povero in Terra e lo trasformò nel più ricco dell’Africa. Tutti questi nemici sono riusciti a fare qualcosa del genere?

In questa magnifica intervista, Lizzie Phelan ha fornito resoconti di prima mano alle fonti di Pravda.Ru presenti in Libia che venerdì a Tripoli è avvenuta una dimostrazione di massa a favore di Muammar Gheddafi. Un milione di libici su una popolazione di sei milioni è uscito nelle strade in supporto del loro governo e contro i terroristi contro-rivoluzionari, reazionari e che la NATO sta sostenendo.Questa sarebbe l’equivalente di una dimostrazione di dieci milioni di persone in Gran Bretagna o di cinquanta negli Stati Uniti. Riuscirebbero Cameron, Sarkozy o Obama a radunare tali folle di sostenitori? Se ne avessero anche dieci volte meno sparerebbero i fuochi d’artificio. E questo mostra la dimensioni di questi… uomini di fronte al Colonnello Gheddafi.

Lei ha parlato della rivolta e del disgusto sentito dalla gente comune in Libia – qualcosa che ci era già stato riferito dai nostri contatti, in principal modo contro la perfida malvagità di Cameron e Sarkozy – e ha sottolineato la convinzione che in futuro non verrà firmato alcun contratto con le compagnie britanniche o francesi dopo lo scandalo dei terroristi:

“Questa scusa della NATO è davvero una barzelletta. È la prima scusa che ha fatto in tre mesi nonostante i civili muoiano ogni giorno a causa dei bombardamenti della NATO; negli ultimi tre mesi ci sono stati migliaia di bombardamenti sul paese e così hanno deciso di scusarsi ieri di domenica. Ma di nuovo alle 2 di mattina c’è stato un altro attacco sulla città di Sorman, 130 chilometri a est di Tripoli dove altri quindici civili e tre bambini sono stati uccisi.”

“Nelle settimane precedenti abbiamo assistito al bombardamento dell’Università di Al-Nasr a Tripoli alla luce del giorno in cui sono stati assassinati civili: questi sono gli obbiettivi militari che abbiamo visto bombardare. Vediamo bombe che cadono sulle università, bombe sulle strade dei mercati del venerdì in quartieri dove non ci sono siti militari. La strada del mercato di venerdì dove ero presente inizia con un ufficio postale e finisce con una scuola elementare e hanno bombardato quattro edifici e hanno ucciso nove civili tra cui un infante di quattro mesi.”

Phelan ha anche evidenziato un altro punto, totalmente tralasciato dai media occidentali che hanno raccontato la storia libica con una serie sgradevole di falsità mal riuscite, con poco giornalismo e molta faziosità: le vessazioni, la persecuzione e il massacro dei neri libici da parte dei terroristi di Benghazi e le bugie diffuse da Al Jazeera e da altri media che questi fossero mercenari. Non lo erano.

Ha parlato in modo particolare delle “indicibili atrocità” che ha testimoniato e dell’incredibile supporto per il governo di Gheddafi:

“Per quanto riguarda le tribù libiche, dalle mie fonti ho informazioni che il 90 per cento delle tribù in Libia stanno sostenendo il governo e tra queste ci sono le più numerose.” Ha anche evidenziato che Gheddafi “sta facendo passi indietro per sistemare le forze dell’opposizione dentro il governo”.

Leggete questo documento dettagliato sui dati umanitari di Muammar Gheddafi:

http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/docs/16session/A-HRC-16-15.pdf

Timothy Bancroft-Hinchey

Pravda.Ru

***************************************Fonte: http://english.pravda.ru/world/africa/23-06-2011/118288-million_gaddafi-0/

23.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – PERCHE’ SIAMO IN LIBIA ?

Fonte: ComeDonChisciotte – PERCHE’ SIAMO IN LIBIA ?.

DI RUSS BAKER
WhoWhatWhy

La finta primavera araba: È vero che la Primavera Araba è una cosa buona. È vero che Gheddafi è un cattivo elemento. Ma se unite i puntini vedrete che qualcuno gli ha dato una mano. Le prove indicano che c’è un piano per creare una “Primavera Araba” per i Soliti Bravi Ragazzi, CIA, banche, compagnie petrolifere. Leggere per credere.

In un articolo precedente ci siamo posti la seguente domanda: “Perché siamo in Libia?” Abbiamo fornito qualche spunto.

Ora abbiamo altri elementi. Questi elementi hanno i nomi dei nostri giocatori preferiti: aziende petrolifere, banche come Goldman Sachs, e ne risulta un quadro di infiniti intrighi corporativi. Quel genere di intrighi che non viene mai fuori nei media corporativi.

Vediamo quali.

Lo scorso febbraio, parecchi giorni dopo le dimissioni di Hosni Mubarak in Egitto, una protesta civile è iniziata nella confinante Libia. In tutta fretta, il ministro della Giustizia di Gheddafi è passato dalla parte dei ribelli, diventandone un leader. E ha sostenuto che il suo ex capo è stato il responsabile dell’esplosione del volo Pan Am 103:

Il leader libico Mohammar Gheddafi ha ordinato l’attentato nel 1988 al volo Pan Am 103 sul cielo di Lockerbie, Scozia, notizia riportata da un giornale svedese mercoledì scorso e attribuita ad un ex ministro del parlamento libico.L’ex ministro della Giustizia Mustafà Mohamed Abud Al Jeleil, che pare abbia rassegnato le dimissioni questa settimana per le violenze scatenate dal governo contro i manifestanti, ha detto al tabloid Expressen di essere in possesso delle prove che Gheddafi aveva ordinato l’attentato che uccise 270 persone.

“Ho le prove che Gheddafi ha dato l’ordine per l’attentato di Lockerbie”, Expressen cita Al Jeleil in un’intervista tenuta presso una grande città libica ignota.

Il giornale non ha detto qual era la prova del coinvolgimento di Gheddafi nell’attentato.

Un libico, Abdel Basset al-Megrahi, è stato processato e condannato al carcere in Scozia per l’attentato e Gheddafi, al potere dal 1969, è stato marchiato per anni come un paria.

Nel 2009 il governo scozzese ha liberato al-Megrahi per motivi umanitari dopo che i medici gli hanno diagnosticato un cancro alla prostata, in uno stadio terminale, decisione fortemente criticata dagli Stati Uniti. È tornato in Libia ed è tuttora vivo.

Secondo al Jeleil,“per nascondere (il suo ruolo nell’attentato), ha fatto tutto il possibile per far tornare Megrahi dalla Scozia.”

“Lui (Gheddafi) ha ordinato a Megrahi di farlo.”

Questa è la storia che è comparsa nei maggiori media del mondo, senza che nessuno si sia fermato un attimo per fare domande sul vantaggio propagandistico di questa affermazione o sulla tempistica. Per esempio, il britannico The Telegraph, ha intervistato Jeleil/Jalil:

In un’intervista al Daily Telegraph, Mustafà Abdel Jalil, il capo del provvisorio governo ribelle a Bengasi ed ex ministro della Giustizia, ha detto di avere le prove del coinvolgimento di Gheddafi nell’attentato del 1988 all’aereo Pan Am 103 sui cieli di Lockerbie.“L’ordine era stato dato da Gheddafi in persona” ha detto a Rob Crilly.

Il signor Abel Jalil ha sostenuto di avere le prove che l’attentatore condannato Abdelbaset Ali Mohmed al-Megrahi lavorava per Gheddafi.

“Le prove le abbiamo nelle nostre mani e abbiamo documenti che provano quel che ho detto, siamo pronti a fornirli ad una corte criminale internazionale” ha aggiunto.

Da allora, non si è mai avuta alcuna indicazione che queste prove siano state fornite a nessuno. Quindi non sappiamo se esistono, o se lui stesse dicendo la verità. Ma i titoli hanno fatto il loro lavoro – chiunque abbia guardato i telegiornali o letto le notizie sarà rimasto convinto che Gheddafi è dietro questo vile atto.

Un paio di giorni dopo, per la prima volta, il presidente Obama chiedeva a Gheddafi di lasciare il suo posto. E poco dopo, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro alleati si stavano preparando per avviare un’azione militare contro Gheddafi, inizialmente indicata come esclusivamente umanitaria, “per proteggere i civili”. (Alla fine, il personaggio più importante dell’esercito britannico ha imprudentemente ammesso che l’inesorabile bombardamento aveva come obiettivo la rimozione del leader libico).

Torneremo alla macchina propagandistica e alla sua efficacia più avanti, ma ora esaminiamo la relazione tra i governi occidentali e Gheddafi. Si è trattato, come presentato ai media, di fare semplicemente la cosa giusta contro un brutale tiranno? Contro uno che è anche accusato di essere dietro l’omicidio di quei passeggeri?

Non è questo il luogo dove riassumere tutte i rapporti tra Gheddafi e l’alleanza. Basti dire che Gheddafi è uno della lunga lista di leader stranieri che ha insistito su un percorso indipendente, includendo un necessario atteggiamento autoritario nella regione, e questo gli ha procurato guai. In particolare, possiamo ricordare alcune schermaglie con la marina americana durante l’amministrazione Reagan-Bush, ma c’è una lunga lista di aggravanti. E, come nel caso di Hugo Chavez in Venezuela, si deve aggiungere il fatto che Gheddafi si trova su un territorio con enormi riserve petrolifere. In combinazione con la sua brutalità, avarizia e maniere bizzarre, ecco servito un target appetibile e facile da trattare per i dipartimenti propagandistici dei suoi nemici.

Con l’aumento delle ostilità, alla Libia è stata affibbiata, possibilmente con qualche motivo, la patente di forza terrorista e quindi collegata a una serie di offese di enorme portata con le quali potrebbe avere avuto a che fare o forse no.

Una di queste è stata la morte di diversi soldati americani in un night a Berlino nel 1986, un’altra il presunto sostegno a un dirottamento nello stesso anno. Ma quel che ha messo quasi tutto il mondo contro Gheddafi è stato il presunto ruolo della Libia nell’attentato che fece esplodere il volo Pan Am 103.

Molti di noi ricordano, distrattamente, il ruolo della Libia su quel caso come un fatto accertato. Se è così, siamo fuori strada. Iniziamo con questo documento della BBC del 2001, in seguito alla condanna di Megrahi, un agente dell’intelligence libica:

Robert Black, il professore di legge che ha ideato la struttura del processo tenuto in Olanda, ha detto domenica scorsa di essere “assolutamente sbalordito” dal fatto che Al Megrahi sia stato giudicato colpevole.Il signor Black ha affermato che secondo lui il processo ha avuto “un quadro probatorio estremamente debole” e che è riluttante a credere che i giudici scozzesi abbiano potuto “condannare chiunque, anche un libico” sulla base di tali prove.

Il punto di vista, pubblicato sui quotidiani britannici, riecheggia quello di alcune famiglie di vittime britanniche dell’attentato di Lockerbie, che chiedono un’inchiesta pubblica per trovare “il vero responsabile e quale è stato il movente”.

Le proteste

Il verdetto di mercoledì ha scatenato rabbiose proteste in Libia sabato scorso, mentre Washington e Londra hanno chiesto al governo libico di assumersi la responsabilità di questa atrocità e di indennizzare le famiglie delle vittime.

I manifestanti hanno condannato quello che hanno chiamato un verdetto “dettato dalla CIA” e hanno chiesto di indennizzare le vittime dei raid americani del 1986 su Tripoli e Bengasi.

Per avere altre informazioni sui dubbi circa il ruolo della Libia nell’attentato, consultate l’eccellente sommario di forte testimonianza sul fatto che i libici potrebbero essere stati incastrati, testimonianza non presentata al processo, su Wikipedia. (Se da un lato Wikipedia non può essere considerata una fonte sicura, spesso è un buon sommario di ciò che si può trovare in giro e quindi un buon punto di partenza per ulteriori ricerche). Gli elementi problematici, che costituiscono una lista davvero lunga, includono una presunta offerta di 4 milioni di dollari per una testimonianza che avrebbe portato a certa incriminazione, la successiva ammissione di un testimone chiave di aver mentito, dettagli di uno strano andazzo nei laboratori della scientifica del FBI, e indicazioni che la bomba potrebbe essere stata introdotta in un aeroporto dove l’imputato non era presente.

Tuttavia, la condanna di Megrahi e la deferente cronaca dei media come di giustizia fatta, ha avuto come conseguenza la continuazione delle sanzioni contro la Libia e Gheddafi, sanzioni che avevano già isolato il paese per un decennio dalla comunità internazionale.

Gheddafi ha cercato di liberarsi da quel marchio, arrivando a consegnare Megrahi per il processo nel 1999. Ma non ha funzionato e la sentenza di condanna del 31 gennaio 2001, arrivata appena 11 giorni dopo l’insediamento di George W. Bush alla presidenza americana, ha minacciato di peggiorare parecchio le cose. A quel punto, Gheddafi ha dovuto anche badare alla propria sopravvivenza.

Nel maggio 2002, dopo che le truppe americane in Afghanistan avevano cacciato i Talebani e 4 mesi dopo che Bush aveva inserito Iran, Nord Corea e Siria nella lista di un certo “asse del male” nella ricerca di “armi di distruzione di massa”, la Libia ha avvertito il pericolo. Quel mese, essa offrì di fornire pagamenti scaglionati alle famiglie delle vittime di Lockerbie, come parte della negoziazione per la cancellazione delle sanzioni commerciali da parte dell’ONU e degli Stati Uniti, e della rimozione della Libia dalla lista dei paesi che sponsorizzavano il terrorismo redatta dal Dipartimento di Stato americano. In agosto del 2003, diversi mesi dopo l’invasione dell’Iraq e della rimozione di Saddam Hussein, Gheddafi negoziò un accordo, come riportato dal New York Times:

La Libia e i legali delle famiglie delle vittime dell’attentato del 1988 al volo Pan Am 103 su Lockerbie, Scozia, oggi hanno firmato un accordo per creare un conto di 2.7 miliardi di dollari come indennizzo dovuto, ha detto un avvocato.“La Libia e i legali che rappresentano le famiglie delle vittime hanno firmato un accordo per creare un deposito presso la Bank for International Settlements” ha detto il legale Saad Djebbar, un algerino che vive a Londra e che ha seguito il caso dal 1992.

Di conseguenza, ha aggiunto che le sanzioni delle Nazioni Unite potrebbero essere revocate.

Con l’accordo, la Libia è tenuta a depositare il denaro nel conto e inviare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una lettera con la quale ammette la responsabilità per l’attentato nel quale morirono 270 persone.

Oggi a Washington, alcuni membri delle famiglie hanno dichiarato che il Dipartimento di Stato ha invitato le famiglie delle vittime a una riunione informativa per venerdì prossimo.

Si è trattato di un accordo complesso, che ha avuto molti tentennamenti. La Libia riferì alle Nazioni Unite che si sarebbe “presa la responsabilità” dei bombardamenti, anche se, va detto, non ammise alcuna colpevolezza. Infatti, alla fine del 2008, il figlio di Gheddafi, Saif, disse a una squadra di documentaristi della BBC che l’unico motivo per cui la Libia aveva “ammesso le responsabilità” era solo per veder rimosse le sanzioni. Il documentario ha evidenziato che molte famiglie delle vittime avevano rifiutato il risarcimento perché credevano che la Libia non era davvero la responsabile dei bombardamenti.

L’accordo del 2003 era comunque sufficiente per iniziare a dare di nuovo alla Libia la benvenuta nella famiglia delle nazioni. L’amministrazione Bush avviò rapidamente i commerci con la Libia. Nel dicembre del 2003 la Libia acconsenti a porre fine a tutti i programmi esistenti relativi alle armi di distruzioni di massa per rimuovere le sanzioni del Stati Uniti.

Questo ha dato un abbrivio non solo alla Libia, ma anche alle maggiori compagnie occidentali, che da anni scalpitavano per prendersi un pezzo dei beni libici, tra cui le ingenti riserve petrolifere e le entrate da queste generate.

L’inesorabile macchina del commercio continuò a fare la sua corsa. Nel giro di poche settimane Bush firmò un ordine esecutivo per ripristinare l’immunità della Libia dai processi per terrorismo e per porre fine alle richieste di risarcimento ancora pendenti negli Stati Uniti.

Nel 2007, spinta con decisione dalla compagnia BP, li Regno Unito iniziò a spingere per avanzare una richiesta di estradizione in Libia per Megrahi, che hanno poi portato a una serie di eventi che sono culminati nel 2009 con il suo rilascio per supposti motivi di salute. (Nuove informazioni sul ruolo della BP sono apparse di recente, quando Hillary Clinton e i più importanti senatori al Congresso espressero sconcerto e dichiararono la loro intenzione di avviare un’indagine. Nessuna menzione da parte dei Democratici sui dubbi di questa incriminazione, ma solo indignazione che un “assassinio” fosse stato liberato.)

Nel 2009, lo stesso anno in cui Megrahi fu rilasciato, Gheddafi, di fronte alle rigide richieste di pagamento per Lockerbie, iniziò a pressare le compagnie petrolifere per fargli pagare somme più alte in modo da aiutarlo a pagare il proprio debito.

Abbiamo appreso delle pressioni sulle compagnie petrolifere durante gli sforzi propagandistici di questi giorni che si sono adoperati per fornire il supporto per l’azione militare contro Gheddafi. In un articolo del New York Times intitolato “Trattative nell’ombra hanno aiutato Gheddafi a costruirsi una fortuna e un regime”, il nodo della questione secondo cui Gheddafi avrebbe agito in modo losco (senza però parlare delle compagnie petrolifere) consiste nella gemma che segue. È stato subito tralasciata e abilmente fraintesa:

Nel 2009 i collaboratori più stretti del colonnello Muammar Gheddafi hanno riunito a sé quindi manager delle compagnie energetiche mondiali che operano nei campi petroliferi libici e gli hanno fatto una richiesta straordinaria, quella di tirare fuori i soldi per il conto da 1,5 miliardi di dollari che la nazione deve pagare per il suo ruolo nell’abbattimento del volo Pan Am Flight 103 e per altri attacchi terroristici.Nel caso in cui le compagnie non avessero acconsentito, i funzionari libici hanno assicurato il profilarsi di “serie conseguenze” per le loro licenze petrolifere, secondo un resoconto del meeting stilato dal Dipartimento di Stato.

Ma come mai Gheddafi aveva un così disperato bisogno di soldi? L’articolo non lo dice. Ma se collego i punti correttamente, allora suggerisco di leggere un altro documento, e poi collegarli insieme.

Ecco il Wall Street Journal con un’esclusiva del 31 maggio che è enormemente importante ma che è sempre stata messa in disparte, scollegata dalle questioni relative al petrolio summenzionate. Raccomando di leggere l’intero estratto che segue:

All’inizio del 2008 il fondo sovrano libico, controllato dal colonnello Moammar Gheddafi, ha affidato 1,3 miliardi di dollari al gruppo Goldman Sachs per investirlo in valute e in altri complicati strumenti finanziari. Gli investimenti hanno perso il 98% del loro valore, secondo i dati di un documento interno di Goldman.

[…] Nel 2004 il governo degli Stati Uniti elevò un primo pacchetto di sanzioni […] che aprì la strada a decine di banche europee e statunitensi, agli hedge funds e ad altre agenzie di investimenti per addossarsi alla nazione nord-africana.

L’Autorità degli Investimenti Libica inaugurò la sede al 22esimo piano di quello che era l’edificio più alto di Tripoli e partì nel giugno del 2007 con circa 40 miliardi di dollari in asset. La Libia avvicinò 25 istituzioni finanziarie, offrendo a ciascuna la possibilità di gestire almeno 150 milioni di dollari, come ricorda una persona a conoscenza con i progetti del fondo.

Presto iniziò a spargere frazione del capitale nelle aziende di tutto il mondo. Oltre a Goldman, queste istituzioni comprendevano Société Générale SA, HSBC Holdings PLC, Carlyle Group, J.P. Morgan Chase & Co., Och-Ziff Capital Management Group e Lehman Brothers Holdings Inc., secondo una registrazione interna del fondo controllata dal Journal.

“La nazione ha preso la matura decisione di unirsi ai grandi”, ha detto Edwin Truman, un importante membro del Peterson Institute for International Economics ed ex assistente del Segretario al Tesoro. Fino ad allora, le somme del fondo d’investimento erano depositate nella banca centrale libica, ottenendo scarsi ritorni da obbligazioni di alta affidabilità.

Goldman colse al volo l’opportunità. Nel maggio del 2007 alcuni partner di Goldman si incontrarono con i libici nel loro ’ufficio londinese. Mustafa Zarti, l’allora direttore aggiunto del fondo, e Hatem el-Gheriani, il suo capo-ufficio agli investimenti, invitarono i clienti di Goldman di andare a visitare il quartier generale del fondo in Libia. Zarti era un sodale molto stretto del figlio del colonnello Gheddafi Saif al-Islam e un amico di lunga data del comandante libico.

[…] Goldman elaborò presto un nuovo business con i libici con delle opzioni – investimenti che danno ai compratori il diritto di acquistare azioni, divise o altri asset in una data futura a un prezzo prefissato. Tra gennaio e giugno del 2008 il fondo libico pagò 1,3 miliardi di dollari di opzioni scelte tra un paniere di divise e sei azioni: Citigroup Inc., la banca italiana UniCredit SpA, lo spagnolo Banco di Santander, il gigante delle assicurazioni tedesco Allianz, la compagnia energetica francese Électricité de France e quella italiana Eni SpA. Il fondo avrebbe iniziato a ottenere profitti se i prezzi delle sottostanti azioni o divise fosse salito ai livelli contrattati.

Ma quell’inverno la crisi del credito colpì in modo cieco, facendo fallire Lehman Brothers e le banche in tutto il mondo dovettero far fronte a una crisi finanziaria. Il miliardo e trecentomila dollari di opzioni furono colpiti in modo molto pesante. Il valore dei titoli sottostanti crollò e tutti gli scambi persero soldi, secondo i dati di un memo interno di Goldman controllato dal Journal. Il memorandum evidenziava che gli investimenti avevano un valore di circa 25,1 milioni di dollari nel febbraio del 2010, una perdita del 98%.

I funzionari del fondo sovrano accusarono Goldman di aver mascherato la modalità dell’investimento e di aver concluso la trattativa senza una propria autorizzazione, secondo le parole di persone a conoscenza dei fatti. Nel luglio del 2008, Zarti, il direttore aggiunto del fondo, convocò Kabbaj, il direttore di Goldman per il Nord Africa, a una riunione con il legale del fondo e il personale addetto, secondo le email dell’Autorità degli Investimenti Libica controllate dal Journal.

Una persona che ha assistito alla riunione ha detto che Zarti era “come un toro scatenato”, offendendo e minacciando Kabbaj e un altro impiegato di Goldman. Goldman ingaggiò agenti per la security per proteggere i dipendenti fino al momento della partenza dalla Libia del giorno successivo, secondo persone a conoscenza dei fatti.

[…]Dopo questa resa dei conti, il fondo ha richiesto la restituzione e ha fatto vaghe minacce per un’azione legale.

Il Journal prosegue nel descrivere la risposta di Goldman, la cui “audacia” non inizia nemmeno a descrivere. Goldman ha offerto di sistemare la questione vendendo alla Libia una enorme compartecipazione… di Goldman stessa. L’articolo del Journal deve essere letto, come questo saggio da Rolling Stone, ma tutto questo non significa davvero che le compagnie occidentali, alla cosa, vogliano che andarci davvero a fondo.

Il punto, almeno per me, è che la Libia ha seguito il consiglio di un’azienda americana e ha investito, e perso, un’enorme somma dei fondi che si pensava dovessero generare profitti da usare per governare la Libia. Come ad esempio fornire il tipo di servizi che all’inizio hanno tenuto i libici vicini a Gheddafi.

È davvero una sorpresa che, dopo questo disastro bancario, Gheddafi nel 2009 si rivolse disperatamente alle compagnie petrolifere occidentali, che stavano facendo davvero bene in Libia, chiedendo loro di pagare diritti più alti per finanziare gli accordi relativi all’affare Lockerbie? Accordi che forse non avrebbe nemmeno dovuto pagare?

***

Nel dicembre del 2010, quando un tunisino si è dato fuoco, la Primavera Araba prese avvio, in Egitto, in Bahrein e ovunque. Molto velocemente, fu chiaro che le potenze occidentali era a rischio di perdere cruciali forniture petrolifere, oltre a basi militari di vitale importanza.

È fu certamente positivo che, proprio in quel momento, la Libia mostrasse l’intenzione di muoversi nella direzione opposta, dalla parte degli Stati Uniti. Leggete il nostro articolo sui legami della CIA con le rivolte libiche.

Poi considerate, nel febbraio, la tempistica delle dichiarazioni avventate degli ufficiali disertori libici secondo cui era Gheddafi stesso che aveva ordinato il bombardamento del Lockerbie.

Ma siccome tutto questo, per il dipartimento della propaganda, non era sufficiente per sollecitare una maggiore collaborazione dell’opinione pubblica, è così apparsa la storia degli stupri. La persona comune non ha il tempo o la voglia di seguire questa ridda di complicate manovre che tanto ci affascinano, ma viene comprensibilmente scossa dai bombardamenti sui civili e dagli stupri.

Abbiamo scritto qualcosa sulla storia degli stupri. Il nostro punto di vista, che è ancora ben saldo, è che si tratta di una cosa molto inusuale che le vittime degli stupri e le loro famiglie si facciano avanti pubblicamente. È una cosa praticamente sconosciuta nei paesi arabi, dove le conseguenze possono essere davvero gravi. (Aggiornamento: la donna e la sua famiglia sono state trasferite in Occidente e lei ha detto che ha piacere di venire in America.)

Abbiamo compreso la tempistica della storia, l’alacrità con cui la stampa occidentale l’ha fatta propria e l’ha diffusa, e il semplice fatto che non ci sono prove che legano in alcun modo Gheddafi a questi atti. Persino la stessa donna non lo dice. Ma ha infuriato milioni e milioni di persone che hanno riempito di post la rete, e tutto questo ha mosso l’opinione pubblica nelle colonne a supporto dell’azione militare per rimuovere il leader libico.

Il fatto che i media mainstream non possano, o non vogliano, vedere quello che è successo ci dice quanto poco ci siamo allontanati dalla Risoluzione del Golfo di Tonchino.

Comunque ci riesce bene capire cosa potrà accadere se stiamo con le antenne ben alzate. Ad esempio, l’altro giorno il sito web Politico si è brevemente interessato a una riunione informale tra Hillary Clinton e i manager esecutivi sulle opportunità di business in Iraq.

FIRST LOOK: WALL STREET IN IRAQ? – Il Segretario di Stato Hillary Clinton e il Segretario Aggiunto Tom Nides (in precedenza funzionario-capo amministrativo a Morgan Stanley) hanno ospitato un gruppo di manager esecutivi questa mattina come parte dell’Iraq Business Roundtable. I manager delle trenta maggiori multinazionali degli Stati Uniti – che comprendono aziende della finanza come Citigroup, JPMorganChase e Goldman Sachs – si uniranno ai funzionari statunitensi e iracheni per discutere delle opportunità economiche nel nuovo Iraq. Questa la lista completa dei partecipanti: http://politi.co/kOpyKADiamogli un paio di anni e faranno un’altra festicciola per celebrare un nuovo regime bendisposto in Libia.

**********************************************Fonte: http://whowhatwhy.com/2011/06/06/libya-connect-the-dots-you-get-a-giant-dollar-sign/

06.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI E SUPERVICE

ComeDonChisciotte – SE IL CIBO DIVENTA BENZINA

Fonte: ComeDonChisciotte – SE IL CIBO DIVENTA BENZINA.

DI SARA SEGANTI
Altre Notizie

Una settimana intensa per i biocarburanti è appena trascorsa. Il bioetanolo e il biodiesel, due tra i biocarburanti più diffusi, rappresentano un’alternativa a benzina e gasolio e sono prodotti a partire da materie prime alimentari. I biocarburanti hanno origine da fonti rinnovabili e rientrano, perciò, nella direttiva comunitaria 2009/28 che fissa, come obiettivo generale, per l’Unione Europea una quota del 20% di energia rinnovabile rispetto al consumo totale di energia, da conseguire entro il 2020.

In seguito all’emanazione di questi obiettivi vincolanti, l’Unione ha specificato che, per quanto riguarda i biocarburanti, essi devono garantire la sostenibilità, intesa principalmente come tutela della biodiversità, e la riduzione dei gas serra rispetto all’utilizzo delle energie fossili. Tradotto: non si possono produrre biocarburanti con la deforestazione e poi pretendere di usufruire degli incentivi europei per le rinnovabili.

E questo è già qualcosa, ma a livello internazionale si sta prendendo coscienza che i problemi causati dai biocarburanti non si esauriscono affatto nella questione ambientale tout court.

Infatti i vincoli posti dall’Unione, fin qui, non sono bastati a indirizzare la produzione di biocarburanti in una direzione compatibile con gli equilibri alimentari dei paesi in cui vengono prodotti. L’aumento esponenziale della produzione, conseguenza degli incentivi europei e della crescita del prezzo del petrolio, richiede sempre più terra da convertire dalla produzione di derrate alimentari destinate al mercato interno, alla produzione di biocarburanti per il mercato esterno.

Nei paesi in via di sviluppo, dove la terra si svende ancora con facilità, i prezzi degli alimenti stanno salendo a dismisura: e così, anche per via dei biocarburanti, si apre la strada alla possibilità di una vera e propria crisi alimentare. Se il cibo si trasforma in benzina, come correre ai ripari?

Lo scorso 24 maggio è uscito il protocollo sui biocarburanti del GBEP (Global Bioenergy Partnership), cui aderiscono 23 paesi tra emergenti e industrializzati e 13 istituzioni internazionali con lo scopo di coordinarsi, su base volontaria, riguardo alle linee di indirizzo sulle bioenergie.

Il GBEP punta il dito sulla necessità di garantire un livello di sostenibilità nella produzione dei biocarburanti, attraverso l’individuazione di 24 criteri da rispettare, tra cui figurano, sì, il contenimento dei livelli di emissioni di gas e la tutela della diversità biologica, ma anche, il calmieramento dei prezzi e la reperibilità dei generi alimentari nei paesi in via di sviluppo.

Il 31 maggio è stata la volta del Guardian, autorevole quotidiano d’oltre Manica, che ha pubblicato uno speciale sulla speculazione in atto nella corsa alla terra africana per la produzione di biocarburanti, all’origine di forti squilibri alimentari locali.

Quasi la metà dei 3.2 milioni di ettari di terra coltivata per i biocarburanti, nei paesi che vanno dal Mozambico al Senegal, può essere ricollegata a 11 aziende inglesi indifferenti alla questione alimentare, complici governi locali conniventi e lauti guadagni. E sono ben 7 le aziende italiane nelle prime file del business dei biocarburanti in Africa.

A completare il quadro è arrivato, lo scorso 1° giugno, il rapporto Oxfam (un coordinamento di diverse Ong), dal titolo evocativo “Growing a Better Future” (Coltivare un futuro migliore) sull’imminente crisi alimentare dove i biocarburanti figurano come una delle principali cause.

Se si smettesse di ridurre la produzione alimentare, dati alla mano, sarebbe possibile sfamare una popolazione mondiale che dovrebbe raggiungere una cifra stimata, nel 2020, vicina ai 10 miliardi di esseri umani. Ma per questa data il prezzo di un alimento base come il mais, già al suo massimo storico, sarà più che raddoppiato. Sono sempre di più le persone che spendono fino all’80% di quel che guadagnano unicamente per nutrirsi: secondo le recenti stime della Banca Mondiale, solo per i rincari alimentari degli ultimi mesi, dallo scorso giugno a oggi, sono entrati sotto la soglia di povertà già 44 milioni di persone. I biocarburanti sono allora davvero energie rinnovabili?

Sono in molti oggi a sostenere di no. Circa il 40% del grano prodotto negli Stati Uniti finisce nei biocarburanti e, ad oggi, il 18% dei biocarburanti usati nel Regno Unito sono prodotti a partire da grano e frumento, cereali che rappresentano l’alimentazione di base del mondo in via di sviluppo.

Dato che gli obiettivi Ue prevedono di raddoppiare l’utilizzo di biocarburanti nei prossimi dieci anni, queste percentuali sono destinate a salire mettendo seriamente a rischio la sostenibilità alimentare nei paesi in via di sviluppo.

E non bisogna neanche dimenticare che l’effetto serra, generato dai sistemi di produzione estensivi dei biocarburanti, potrebbe seriamente ridimensionare i risultati positivi ottenuti sulle emissioni di carbonio.

Sarebbe utile, innanzitutto, che l’Ue si assumesse le sue responsabilità stilando delle linee guida più rigide per fare rientrare i biocarburanti nel conteggio delle rinnovabili.
Si è giunti al paradosso che con lo scopo di tutelare l’ambiente, proprio nel nome dello sviluppo sostenibile, si aggravano le già difficili condizioni di vita del mondo in via di sviluppo. Questa sembra essere la riprova che gli incentivi sono strumenti da utilizzare con cautela perché, nel nostro mondo globalizzato, influenzare gli equilibri economici in modo artificiale può trasformare facilmente una buona idea in un pessimo risultato.

E, giacché le alghe sono la next big thing tra le fonti per produrre biocarburanti di seconda generazione, speriamo di riuscire a organizzarci per tempo e salvare almeno quelle, prima che chi si nutre di alghe non abbia più niente da mangiare.

Fonte: http://www.altrenotizie.org/economia/4099-se-il-cibo-diventa-benzina.html

PeaceReporter – Bilderberg 2011, temi e partecipanti

Fonte: PeaceReporter – Bilderberg 2011, temi e partecipanti.

All’annuale conclave dei potenti si è parlato di crisi dell’Euro, guerre in Afghan e Libia, rivoluzioni in Medio Oriente, social network e sicurezza informatica, sovrappopolazione e Cina. C’erano Tremonti, Scaroni, Bernabé, Elkann e Monti

Crisi dell’Euro, guerre in Afghan e Libia, rivoluzioni in Medio Oriente, social network e sicurezza informatica, sovrappopolazione e Cina. Questi i principali temi discussi alla 59esima riunione annuale del Bilderberg Club, conclusasi domenica sera al lussuoso hotel Suvretta House di St. Moritz, in Svizzera.

Gli organizzatori del più esclusivo conclave dei potenti della terra – svoltosi al riparo di muri di plastica e protetto da centinaia di agenti di sicurezza privati e poliziotti elvetici – si sono limitati a rendere pubblici gli argomenti. Massimo riserbo, come sempre, su cosa i centotrenta partecipanti al summit abbiano detto, e deciso, in merito a tali problematiche.

Gli italiani invitati quest’anno all’esclusivo conclave dei potenti della terra sono stati il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, l’amministratore delegato di Telecom Franco Bernabé, di Fiat John Elkann, dell’Eni Paolo Scaroni, e l’economista Mario Monti.
Segue la lista completa dei partecipanti.

Presidente onorario:
BEL Davignon, Etienne Minister of State

Partecipanti:
DEU Ackermann, Josef Chairman of the Management Board and the Group Executive Committee, Deutsche Bank AG
GBR Agius, Marcus Chairman, Barclays PLC
USA Alexander, Keith B. Commander, USCYBERCOM; Director, National Security Agency
INT Almunia, Joaquín Vice President, European Commission; Commissioner for Competition
USA Altman, Roger C. Chairman, Evercore Partners Inc.
FIN Apunen, Matti Director, Finnish Business and Policy Forum EVA
PRT Balsemão, Francisco Pinto Chairman and CEO, IMPRESA, S.G.P.S.; Former Prime Minister
FRA Baverez, Nicolas Partner, Gibson, Dunn & Crutcher LLP
FRA Bazire, Nicolas Managing Director, Groupe Arnault /LVMH
ITA Bernabè, Franco CEO, Telecom Italia SpA
USA Bezos, Jeff Founder and CEO, Amazon.com
SWE Bildt, Carl Minister of Foreign Affairs
SWE Björling, Ewa Minister for Trade
NLD Bolland, Marc J. Chief Executive, Marks and Spencer Group plc
CHE Brabeck-Letmathe, Peter Chairman, Nestlé S.A.
AUT Bronner, Oscar CEO and Publisher, Standard Medien AG
CAN Carney, Mark J. Governor, Bank of Canada
FRA Castries, Henri de Chairman and CEO, AXA
ESP Cebrián, Juan Luis CEO, PRISA
NLD Chavannes, Marc E. Political Columnist, NRC Handelsblad; Professor of Journalism, University of Groningen
TUR Ciliv, Süreyya CEO, Turkcell Iletisim Hizmetleri A.S.
CAN Clark, Edmund President and CEO, TD Bank Financial Group
BEL Coene, Luc Governor, National Bank of Belgium
USA Collins, Timothy C. CEO, Ripplewood Holdings, LLC
ESP Cospedal, María Dolores de Secretary General, Partido Popular
INT Daele, Frans van Chief of Staff to the President of the European Council
GRC David, George A. Chairman, Coca-Cola H.B.C. S.A.
DNK Eldrup, Anders CEO, DONG Energy
ITA Elkann, John Chairman, Fiat S.p.A.
DEU Enders, Thomas CEO, Airbus SAS
AUT Faymann, Werner Federal Chancellor
DNK Federspiel, Ulrik Vice President, Global Affairs, Haldor Topsøe A/S
USA Feldstein, Martin S. George F. Baker Professor of Economics, Harvard University
PRT Ferreira Alves, Clara CEO, Claref LDA; writer
GBR Flint, Douglas J. Group Chairman, HSBC Holdings plc
CHN Fu, Ying Vice Minister of Foreign Affairs
IRL Gallagher, Paul Senior Counsel; Former Attorney General
CHE Groth, Hans Senior Director, Healthcare Policy & Market Access, Oncology Business Unit, Pfizer Europe
TUR Gülek Domac, Tayyibe Former Minister of State
NLD Halberstadt, Victor Professor of Economics, Leiden University; Former Honorary Secretary General of Bilderberg Meetings
GRC Hardouvelis, Gikas A. Chief Economist and Head of Research, Eurobank EFG
USA Hoffman, Reid Co-founder and Executive Chairman, LinkedIn
CHN Huang, Yiping Professor of Economics, China Center for Economic Research, Peking University
USA Hughes, Chris R. Co-founder, Facebook
USA Jacobs, Kenneth M. Chairman & CEO, Lazard
CHE Janom Steiner, Barbara Head of the Department of Justice, Security and Health, Canton Grisons
FIN Johansson, Ole Chairman, Confederation of the Finnish Industries EK
USA Johnson, James A. Vice Chairman, Perseus, LLC
USA Jordan, Jr., Vernon E. Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
USA Keane, John M. Senior Partner, SCP Partners; General, US Army, Retired
GBR Kerr, John Member, House of Lords; Deputy Chairman, Royal Dutch Shell plc
USA Kissinger, Henry A. Chairman, Kissinger Associates, Inc.
USA Kleinfeld, Klaus Chairman and CEO, Alcoa
TUR Koç, Mustafa V. Chairman, Koç Holding A.S.
USA Kravis, Henry R. Co-Chairman and co-CEO, Kohlberg Kravis Roberts & Co.
USA Kravis, Marie-Josée Senior Fellow, Hudson Institute, Inc.
INT Kroes, Neelie Vice President, European Commission; Commissioner for Digital Agenda
CHE Kudelski, André Chairman and CEO, Kudelski Group SA
GBR Lambert, Richard Independent Non-Executive Director, Ernst & Young
INT Lamy, Pascal Director General, World Trade Organization
ESP León Gross, Bernardino Secretary General of the Spanish Presidency
CHE Leuthard, Doris Federal Councillor
FRA Lévy, Maurice Chairman and CEO, Publicis Groupe S.A.
BEL Leysen, Thomas Chairman, Umicore
USA Li, Cheng Senior Fellow and Director of Research, John L. Thornton China Center, Brookings Institution
DEU Löscher, Peter President and CEO, Siemens AG
GBR Mandelson, Peter Member, House of Lords; Chairman, Global Counsel
IRL McDowell, Michael Senior Counsel, Law Library; Former Deputy Prime Minister
CAN McKenna, Frank Deputy Chair, TD Bank Financial Group
GBR Micklethwait, John Editor-in-Chief, The Economist
FRA Montbrial, Thierry de President, French Institute for International Relations
ITA Monti, Mario President, Universita Commerciale Luigi Bocconi
RUS Mordashov, Alexey A. CEO, Severstal
USA Mundie, Craig J. Chief Research and Strategy Officer, Microsoft Corporation
NOR Myklebust, Egil Former Chairman of the Board of Directors SAS, Norsk Hydro ASA
DEU Nass, Matthias Chief International Correspondent, Die Zeit
NLD Netherlands, H.M. the Queen of the
ESP Nin Génova, Juan María President and CEO, La Caixa
PRT Nogueira Leite, António Member of the Board, José de Mello Investimentos, SGPS, SA
NOR Norway, H.R.H. Crown Prince Haakon of
FIN Ollila, Jorma Chairman, Royal Dutch Shell plc
CAN Orbinksi, James Professor of Medicine and Political Science, University of Toronto
USA Orszag, Peter R. Vice Chairman, Citigroup Global Markets, Inc.
GBR Osborne, George Chancellor of the Exchequer
NOR Ottersen, Ole Petter Rector, University of Oslo
GRC Papaconstantinou, George Minister of Finance
TUR Pekin, Şefika Founding Partner, Pekin & Bayar Law Firm
FIN Pentikäinen, Mikael Publisher and Senior Editor-in-Chief, Helsingin Sanomat
USA Perle, Richard N. Resident Fellow, American Enterprise Institute for Public Policy Research
CAN Prichard, J. Robert S. Chair, Torys LLP
CAN Reisman, Heather Chair and CEO, Indigo Books & Music Inc.
USA Rockefeller, David Former Chairman, Chase Manhattan Bank
INT Rompuy, Herman van President, European Council
USA Rose, Charlie Executive Editor and Anchor, Charlie Rose
NLD Rosenthal, Uri Minister of Foreign Affairs
AUT Rothensteiner, Walter Chairman of the Board, Raiffeisen Zentralbank Österreich AG
FRA Roy, Olivier Professor of Social and Political Theory, European University Institute
USA Rubin, Robert E. Co-Chairman, Council on Foreign Relations; Former Secretary of the Treasury
ITA Scaroni, Paolo CEO, Eni S.p.A.
CHE Schmid, Martin President, Government of the Canton Grisons
USA Schmidt, Eric Executive Chairman, Google Inc.
AUT Scholten, Rudolf Member of the Board of Executive Directors, Oesterreichische Kontrollbank AG
DNK Schütze, Peter Member of the Executive Management, Nordea Bank AB
CHE Schweiger, Rolf Member of the Swiss Council of States
INT Sheeran, Josette Executive Director, United Nations World Food Programme
CHE Soiron, Rolf Chairman of the Board, Holcim Ltd., Lonza Ltd.
INT Solana Madariaga, Javier President, ESADEgeo Center for Global Economy and Geopolitics
NOR Solberg, Erna Leader of the Conservative Party
ESP Spain, H.M. the Queen of
USA Steinberg, James B. Deputy Secretary of State
DEU Steinbrück, Peer Member of the Bundestag; Former Minister of Finance
GBR Stewart, Rory Member of Parliament
IRL Sutherland, Peter D. Chairman, Goldman Sachs International
GBR Taylor, J. Martin Chairman, Syngenta International AG
USA Thiel, Peter A. President, Clarium Capital Management, LLC
ITA Tremonti, Giulio Minister of Economy and Finance
INT Trichet, Jean-Claude President, European Central Bank
GRC Tsoukalis, Loukas President, ELIAMEP
USA Varney, Christine A. Assistant Attorney General for Antitrust
CHE Vasella, Daniel L. Chairman, Novartis AG
USA Vaupel, James W. Founding Director, Max Planck Institute for Demographic Research
SWE Wallenberg, Jacob Chairman, Investor AB
USA Warsh, Kevin Former Governor, Federal Reserve Board
NLD Winter, Jaap W. Partner, De Brauw Blackstone Westbroek
CHE Witmer, Jürg Chairman, Givaudan SA and Clariant AG
USA Wolfensohn, James D. Chairman, Wolfensohn & Company, LLC
INT Zoellick, Robert B. President, The World Bank Group

Reporter accreditati:
GBR Bredow, Vendeline von Business Correspondent, The Economist
GBR Wooldridge, Adrian D. Foreign Correspondent, The Economist

ComeDonChisciotte – BILDERBERG REPORT 2011

Fonte: ComeDonChisciotte – BILDERBERG REPORT 2011.

DI DANIEL ESTULIN
Danielestulin.com

Premessa

Nel mondo della finanza internazionale, c’è chi dirige gli eventi e chi reagisce agli eventi. Mentre si conoscono meglio i secondi, più numerosi, e apparentemente più potenti, il vero potere rimane ai primi. Al centro del sistema finanziario globale c’è l’oligarchia finanziaria oggi rappresentata dal gruppo Bilderberg.

L’organizzazione del gruppo Bilderberg è dinamica, si adatta ai tempi, assorbe e crea nuove parti mentre espelle quelle che decadono. I suoi membri vanno e vengono ma il sistema non è mai cambiato. È un sistema che si perpetua, una ragnatela virtuale di interessi finanziari, politici, economici e industriali intrecciati con il modello di fondo veneziano ultramontano al suo centro.

Ora, il Bilderberg non è una società segreta. Non è un occhio maligno che tutto vede, nè una cospirazione giudaico-massonica. Non c’è alcuna cospirazione anche se tanta gente con fantasia infantile la ritiene tale. Non c’è nessun gruppo di persone, per quanto potenti possano essere, che si siedono intorno a un tavolo in una stanza scura tenendosi le mani, con gli occhi fissi sulla sfera di cristallo, che pianificano il futuro del mondo.

Il Bilderberg non è un mondo cartesiano di fantasia, nel quale le intenzioni isolate di alcuni individui, piuttosto che le dinamiche di processi sociali, determinano il corso della storia come movimento di idee e tematiche che si sviluppano per le generazioni a venire. È scientificamente significativo che le più svariate teorie cspirazioniste popolari riflettano lo stile peculiarmente patologico della fantasia infantile associata ai culti di The Lord of the Rings, Star Wars e Harry Potter. La caratteristica forma di azione mentale che questi culti esprimono è il potere magico della volontà, che agisce fuori dalla dimensione spazio-temporale.

Invece, è l’incontro di persone che rappresentano una certa ideologia. Il Bilderberg è un mezzo per far incontrare le istituzioni finanziarie che costituiscono i più potenti e predatori interessi finanziari del mondo. E in questo momento, questa combinazione è il peggior nemico dell’umanità.

Non il Governo Unico Mondiale nè il Nuovo Ordine Mondiale come tanti erroneamente credono. Piuttosto, l’ideologia di una S.P.A. MONDIALE. Nel 1968, George Ball, l’allora sottosegretario per gli affari economici di JFK e Johnson, in un meeting di Bilderberg in Canada dichiarò: “Dove è possibile trovare una base legittima per il potere della dirigenza delle corporazioni così da poter prendere decisioni che possono influire profondamente sulla vita economica delle nazioni presso i cui governi esse hanno solo responsabilità limitate?”

L’idea dietro ogni meeting del Bilderberg è quella di creare quella che loro stessi chiamano l’ARISTOCRAZIA DEI PROPOSITI tra l’élite europea e quella nordamericana, sul miglior modo di dirigere il pianeta. In altre parole, la creazione di una rete globale di cartelli giganti, più potente di qualunque nazione sulla faccia della terra, destinata a controllare le esigenze vitali del resto dell’umanità.

*****

Iraq

Uno dei punti chiave dell’argomento Iraq ha riguardato il futuro della missione statunitense in considerazione del fatto che l’occupazione di 8 anni sta volgendo al termine. Sotto il titolo “Quali diritti abbiamo in Iraq?” i delegati del gruppo Bilderberg hanno discusso della possibilità per il governo statunitense di esercitare una forma di “diritto degli occupanti”. Per ora è un tema con poca visibilità, ma è prevedibile che in un futuro la storia sarà al centro dell’attenzione mediatica. Ciò che preoccupa tutti è il capitolo finale, la fine dell’occupazione. Se gli Stati Uniti lasciano l’Iraq, cosa che la maggior parte dei delegati del Bilderberg vede poco plausibile, a quali condizioni e dietro quali accordi sarà possibile?

Come ricordato da un delegato americano ai colleghi, dal primo ottobre di quest’anno, l’intera responsabilità della presenza statunitense in Iraq dovrebbe essere trasferita dai militari al Dipartimento di Stato. Traduzione: La grande stampa potrebbe raccontarci quache falsa storiella su come vanno le cose. Il governo statunitense non ha alcuna intenzione di lasciare l’Iraq, anche se si dovesse cambiare la gestione.

L’affermazione di un delegato americano può riassumere la posizione degli Stati Uniti sull’Iraq:”Quando pensiamo all’Iraq, pensiamo in grande.” In effetti, per capire la posizione americana nel paese, bisogna ricordare che la missione degli Stati Uniti a Bagdad occupa l’ambasciata più grande a livello mondiale, costata poco meno di un miliardo di dollari e comparabile per dimensioni al Vaticano e visibile dallo spazio.

Un delegato europeo ha domandato seccamente se dopo 8 anni di guerra sia possibile dire che ne è valsa la pena. Al costo impressionante di migliaia di miliardi di dollari, oltre cinque mila vite americane perse e oltre un milione di iracheni innocenti uccisi, più di uno deve ammettere lo spettacolare fallimento della missione. Con il prossimo passaggio di consegne dal Dipartamento della Difesa a quello di Stato, ci si domanda cosa sarà della missione americana in Iraq all’inizio del 2012. “È quello che si domandano tutti”, ha aggiunto un altro membro europeo del Bilderberg.

Un delegato americano ha fatto presente che ora c’è un governo stabile nel paese come risultato di “elezioni democratiche”. Gli è stato ricordato che la ragione iniziale dell’invasione riguardava la necessità di trovare ed eliminare armi di distruzione di massa. “La preoccupazione per la loro libertà è stata aggiunta in un secondo momento”, ha aggiunto un europeo. Si parlava anche di enormi investimenti finanziari in Iraq per rilanciare la debole economia. Tuttavia, molti partecipanti sono stati d’accordo sul fatto che l’investimento è stato del tutto autoreferenziale, centrato sull’ambasciata americana per giustificarne l’esistenza e i costi.

Medio Oriente

Iniziamo dalla conclusione: Con l’elargizione di miliardi per la contro rivoluzione, il futuro delle grandi rivolte arabe del 2011 diventa sempre più cupo. Il gruppo Bilderberg sostiene del tutto la repressione draconiana e la guerra perpetua attraverso tutto il golfo persico e utilizza volentieri il suo leale alleato, l’Arabia Saudita, per far eseguire i suoi ordini. Questa guerra coinvolgerà tutti nel Medio Oriente, tranne Israele. L’Arabia Saudita è un partner strategico, non solo perché è una monarchia repressiva e una dittatura, quindi non deve rispondere a un elettorato, ma anche per la sua strategica riserva petrolifera.

L’instabilità lungo l’intero Medio Oriente fornisce al Bilderberg una scusa per portare il prezzo del crudo a 150-180 dollari al barile. La conseguenza è quella di mettere la Germania e la UE sotto forte pressione politica da un lato, e di esercitare la stessa pressione sulla Cina e le sue aspirazioni economiche e politiche dall’altro.

Non si deve dimenticare che al di là di come gira la ruota, il Bilderberg vince comunque. Nell’estate del 2008 il prezzo del petrolio schizzò a 147 dollari al barile, come avevo previsto a maggio del 2005, dopo la conferenza del Bilderberg a Rottach-Egern, dove si decise di portare i prezzi a quei livelli proprio per l’estate del 2008. Jp Morgan allora consigliava al governo cinese di acquistare tutto il crudo perché il prezzo sarebbe salito a 200 dollari al barile. Ciò che quasi nessuno sa è che circa tre quarti del prezzo del petrolio è pura speculazione, manipolato dal Goldman Sachs Commodity Index. Quindi, Wall Street controlla il prezzo del petrolio senza alcuna considerazione della domanda e dell’offerta. Non c’è dubbio che l’obiettivo è di ampia portata e mira non solo a controllare il prezzo del petrolio ma anche i mercati finanziari mondiali.

A ben vedere, l’Arabia Saudita ha le mani dapertutto nella torta mediorientale. Consideriamo l’Egitto. La casa saudita ha appena dato 4 miliardi di dollari in contanti al leader del Consiglio Supremo Militare, feldmaresciallo Tantawi. Nello Yemen, i sauditi stanno comprando le tribù yemenite con denaro, nel nome della stabilità nella regione. Nel Bahrain stanno sostenendo apertamente la National Human Rights Organization, il cui presidente è stato nominato da Re Hamad bin Isa al-Khalifa nel 2010.

Quindi, la scorsa settimana alla Casa Bianca, il presidente americano Barack Obama ha ricevuto il principe della casa del Bahrain Salman al-Khalifa. Per motivi strategici, il Bahrain, ricco di petrolio è un alleato chiave degli Stati Uniti nella regione del golfo e ospita il quartier generale della Quinta Flotta americana.

Infine, c’è la Fratellanza Musulmana da essere compresa nel contesto della contro-rivoluzione attentamente orchestrata dagli USA/ Arabia Saudita. Dalla Siria all’Egitto, la Fratellanza lavora insieme al Consiglio militare egiziano come compenso per il buon comportamento.

Cina

Il Bilderberg appare parecchio preoccupato per l’ingresso della Cina nella politica africana a livello sovranazionale così come per il suo protagonismo nei più disparati angoli del continente africano. Per anni la Cina ha rastrellato le risorse naturali del continente praticamente senza contendenti. Ora la China State Construction Engineering Corporation (CSCEC) sta costruendo un enorme complesso dell’Unione Africana ad Addis Abeba. Se Bruxelles è la capitale europea, così Addis Abeba è stata incoronata come nuova capitale dell’Africa.

Il Bilderberg ha riconosciuto che le proprie corporazioni non sono state in grado di competere con le compagnie in mano allo stato cinese perché “il prezzo è giusto…cioè gratis”. Inoltre, come il Bilderberg ha prontamente ammesso, la Cina non ha il tratto coloniale che ancora contraddistingue i rapporti tra Europa e Africa, e questo conferisce alla Cina un sicuro vantaggio nell’area.

Un’altra area che preoccupa il Bilderberg è l’abile diplomazia cinese in Africa. Fuori dall’occhio del radar, la Cina riesce a manovrare gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali. Per esempio, la visita del ministro degli esteri libico Abdelati Obeidi a Pechino fornisce alla Cina un’enorme opportunità per contrastare l’influenza americana nell’arena internazionale e migliora la sua immagine di amica del mondo musulmano.
Inoltre, la Cina non si è fatta sfuggire l’opportunità di migliorare le relazioni con i nuovi governi in Egitto e Tunisia dopo la caduta dei loro leader durante le recenti rivolte.

Il potere economico della Cina

Secondo le più recenti previsioni del FMI, l’economia cinese sarà la più estesa in termini reali nel 2016 – solo 5 anni a partire da ora. In termini reali significa “parità di potere d’acquisto” (PPA). Questo termine mette in relazione ciò che la gente guadagna e spende in termini reali nelle economie interne. Contro lo sfondo del conflitto mediorientale, Iraq, Afghanistan, Iran e la distruzione dell’economia mondiale, enormi dubbi sono sorti sul dollaro americano e l’enorme mercato del Tesoro, che sono stati foraggiati per decenni da uno status privilegiato come le liabilities del potere egemonico mondiale.

Secondo il Bilderberg, chiunque diventi presidente americano l’anno prossimo sarà sicuramente l’ultimo a dirigere l’economia più grande del mondo.

Con il PPA, l’economia cinese si espanderà da 11.2 migliaia di miliardi di dollari di quest’anno ai 19 del 2016. Intanto le dimensioni dell’economia americana passeranno da 15.2 migliaia di miliardi a 18.8. Significa che l’indice della produttività americano scenderebbe al 17.7%, il peggiore degli ultimi tempi. La Cina raggiungerebbe il 18% e sarebbe comunque in crescita.

Facendo un paragone, appena 10 anni fa, l’economia americana era tre volte quella cinese.

Come già ammesso dal Bilderberg, questa è più di una prospettiva finanziaria. È la fine dell’epoca dell’egemonia economica americana. L’America prese il posto di potenza economica leader che era della Gran Bretagna negli anni ’90 dell’800 e non si è mai fermata. C’è però un aspetto positivo per gli Stati Uniti. Per controbilanciare l’avanzamento economico della Cina, cresce costantemente il numero di paesi asiatici che cercano il sostegno degli USA.

Come ammesso da un membro di Bilderberg, la crescita della Cina e il relativo declino dell’America, il cosiddetto cambiamento di paradigma, o i cambi rivoluzionari in ambito geopolitico, è la storia più importante del nostro tempo.

Irlanda

La discussione sull’Irlanda era motivata da sobrie statistiche che nessuno dei delegati voleva ascoltare. Così come la Grecia, l’Irlanda è un incubo economico, pronto a diventare un altro protettorato economico europeo. Anche se le statistiche ufficiali della disoccupazione arrivano al 15%, i numeri che circolano al Bilderberg sono più vicino al 21%. Senza temere il rischio di essere offuscato dalle cattive notizie che circolano in questi giorni, gli interessi dovuti sono la metà di quanto incassato dal paese con il prelievo fiscale e il debito sta crescendo. Va anche considerato che il debito totale è pari al 100% del PIL.

Il debito delle banche irlandesi non rimborsato, circa 125 miliardi di euro, così come il debito fiscale dello stato irlandese – grazie alla partnership instaurata tra UE e FMI – ha affossato l’economia irlandese e i suoi contribuenti con un peso impossibile da sostenere.

Quello che è inevitabile, e viene ammesso anche dai delegati al Bilderberg, è che l’Irlanda, come la Grecia, avrà bisogno di un secondo bailout dall’UE-FMI. Altri sembrano avere una visione più drastica. “L’Unione Europea è in crisi di sopravvivenza”, ha detto un partecipante europeo al Bilderberg. Quello che sembra preoccupare il Bilderberg è la mancanza di solidità e volontà politica nell’Unione Europea. Come affermato da un’analista finanziario del Bilderberg, “i mercati sono tra l’incudine e il martello. I mercati possono far fronte a cattive notizie e a quelle buone, ma quella che i mercati finanziari non sono in grado di sopportare è l’indecisione. E questo è il punto in cui siamo. Nessuno ha la minima idea su come uscirne.”

Ma, come un altro del Bilderberg ha severamente rammentato ai delegati, “non abbiamo a che fare con una, ma con tre crisi: una crisi del debito, una crisi politico-economica e una crisi politica”. Come ben sa il Bilderberg, è impossibile fronteggiarne tre allo stesso tempo.

Il Bilderberg ha ammesso che le banche irlandesi non hanno possibilità di movimento, avendo tremende difficoltà nel reperire fondi quando, allo stesso tempo, stanno perdendo sangue, anche perché le persone hanno perso fiducia nel sistema. Con il ricordo ancora fresco dell’esperienza della Northern Rock, gli irlandesi sono con i piedi piantati. Per il momento, la stampa mainstream ha tenuto quest’informazione ben nascosta ma, come il Bilderberg ha ammesso, “è solo una questione di tempo prima che la cosa ci precipiti addosso.”

Un irlandese del Bilderberg ha ammesso che le banche irlandesi potrebbero finire i soldi prima ancora del governo irlandese.

Ma quello che preoccupa il Bilderberg è la reazione dei cittadini irlandesi. Come ha sottolineato uno del Bilderberg, “l’Irlanda vorrà prendere a prestito soldi per rimborsare i possessori delle obbligazioni e le banche europee che hanno scommesso sul boom irlandese?”

Per risolvere la crisi in corso, il governo europeo sta proponendo una massiccia presa di potere che fa parte di un progetto a lungo termine per salvare l’Unione. Se il piano sarà approvato, il governo dell’Unione stabilirà le regole per il futuro assumendosi un ruolo poliziesco, e una qualsiasi nazione che infrangerà le regole, o sarà in disaccordo con le misure draconiane implementate dall’UE, si vedrà ritirati i propri diritti di voto. Come ha apertamente ammesso un partecipante europeo al Bilderberg, “quello verso cui ci stiamo incamminando è la forma di un vero governo economico.”

Grecia

La Grecia è morta. Il messaggio venuto fuori dalla riunione del Bilderberg è indubitabile. I guai della Grecia non hanno solo mostrato i difetti strutturali dell’Unione Europea Monetaria, ma hanno anche evidenziato i problemi strutturali dell’economia globale. I funzionari governativi di tutto il mondo hanno cercato di risolvere il problema del debito aggiungendo ancora debito. Sfortunatamente, innalzare il tetto dei debito non può risolvere il problema. Questo è uno schema Ponzi, molto simile ai segreti dei casino di Las Vegas. Per tenere lontana la struttura piramidale dal collasso economico, coloro che vogliono che la speculazione prosegua richiedono uno stillicidio di una quantità di soldi sempre maggiore.

La risposta alla crisi ha solo evidenziato la dinamica che ha creato l’avvio della crisi: il credito facile significa debito. Storicamente, le crisi finanziarie portano a crisi del debito. E la crisi del debito pubblico in genere porta a crisi delle monete e a un futuro fatto di difficoltà economiche.

La crisi del debito pubblico non è ancora scoppiata. Lo scorso anno l’Europa, cercando disperatamente di risolvere la crisi dei paesi deboli dell’Eurozona, ha svalutato l’Euro e inflazionato il debito per cercare di fermare la spirale in discesa. Il problema in questione ha tre aspetti. Prima di tutto, gli stati membri non possono svalutare la propria moneta per rendere più competitive le proprie esportazioni. In secondo luogo, non possono sostenere una politica monetaria espansiva. Per finire, non possono istituire un’appropriata politica fiscale a causa delle restrizioni dell’Unione Europea sulla crescita e sul patto di stabilità. Di conseguenza, mentre gli stati membri europei non possono controllare le loro politiche monetarie, la svalutazione del debito diventa l’unica opzione a disposizione. L’Unione Europea è letteralmente chiusa in un angolo.

Come anche il Bilderberg ammette a porte chiuse, la Grecia non potrà mai restituire quanto dovuto ai mercati. Mai. E non è la sola. L’ex Ministro delle Finanze olandese, Willem Vermeend, ha scritto su De Telegraaf che “la Grecia dovrebbe lasciare l’euro”, dato che non sarà mai in grado di rimborsare i suoi debiti”. E questo l’élite del Bilderberg lo sa e lo comprende a pieno. I dati reali della disoccupazione in Grecia sono attorno al 19%. Secondo il delegato del FMI al Bilderberg, i dati previsti per la disoccupazione greca nel 2012 arriveranno al 25%. Il Bilderberg può solo sperare che queste informazioni non arrivino mai nelle prime pagine delle riviste più diffuse. Alla riunione del 2011 il Bilderberg ha cercato un modo per ristrutturare il debito della Grecia, non a beneficio dei greci, ma dell’élite finanziaria che potrebbe perdere un sacco di soldi nel caso di un fallimento. In seconda analisi, un default destabilizzerebbe i mercati e porterebbe poi a un abbassamento del rating per altri paesi deboli dell’Eurozona, come la Spagna, l’Italia, l’Irlanda e il Portogallo. I funzionari della BCE hanno ripetutamente fatto riferimento al rischio di turbolenza dei mercati per spiegare la loro opposizione alla ristrutturazione del debito greco.

Un’opzione presa in considerazione per salvare la faccia è quella di uno scambio sul debito. I possessori delle obbligazioni greche cambierebbero le proprie con titoli a lunga scadenza, dando alla Grecia ancora qualche anno in più per rimborsare i 340 miliardi di euro di debito. Comunque, per fare in modo che quest’opzione funzioni, gli investitori privati devono convincersi di accollarsi il compito di salvare la Grecia. Se l’opzione degli investitori privati non funzionasse, la Francia è stata incaricata di fornire supporto per questo scambio sul debito, secondo le fonti che erano presenti alla conferenza del Bilderberg.

Allo stesso tempo, l’Unione Europea e il FMI si stanno preparando per annunciare un secondo salvataggio per la Grecia, riconoscendo implicitamente che il primo tentativo da 110 miliardi di euro lanciato nel maggio del 2010 è stato un fallimento totale, anche per il fatto che Atene ha mancato alla grande i suoi obbiettivi di riforma fiscale.

Ma c’è un altro problema che concerne la volontà dello scambio sul debito. Come riuscire a convincere di nuovo gli investitori che sono stati raggirati una prima volta? Alla fine dei giochi, se il Bilderberg la spunterà, i contribuenti dovranno accollarsi la gran parte del bailout concesso per salvare le speculazioni e i debiti del governo. Un secondo salvataggio includerà una supervisione esterna draconiana dell’economia della Grecia, che riguarderà sia la spesa pubblica che quella privata. Ciò preoccupa il Bilderberg, specialmente alla luce delle forti proteste che si sono scatenate in tutto il paese.

Lo scenario di un’uscita della Grecia dall’euro è ora ufficialmente sul tavolo, così come i modi per metterla in pratica. Così come avvenuto in Islanda, i tagli al bilancio greco saranno soggetti al voto di un referendum nazionale, con i sondaggi che riportano un 85 per cento di greci che rifiutano il piano di salvataggio. Il movimento di lavoratori greci è sempre stato solido e la crisi del debito lo ha radicalizzato ancor di più. E quindi la questione per l’élite del Bilderberg è come liberarsi della Grecia, simulando di aiutarla a uscire dalla depressione.

Con la minaccia di ritirare il sostegno per le banche dei paesi, come la Grecia, che vogliono ristrutturare il debito, la BCE sta in pratica incitando a correre agli sportelli per ritirare i propri depositi e sta forzando il paese membro a uscire dall’Unione. In Grecia più dell’ 85% dei cittadini sono contrari alle riforme proposte.

Pakistan

La Cina è la nuova migliore amica del Pakistan. Si tratta di un grosso cambiamento geopolitico. Viene sulla scia dell’approvazione dell’amministrazione Obama di una tattica aggressiva contro il Pakistan, compreso anche l’uso di armi nucleari da parte della NATO per prevenire il loro potenziale uso da parte dei terroristi o di uno stato canaglia. Secondo il London Sunday Express, “le truppe degli Stati Uniti saranno schierate in Pakistan se le installazioni militari della nazione verranno minacciate per la rivendicazione dell’uccisione di Osama Bin Laden. […] Barack Obama avrebbe ordinato alle truppe di paracadutarsi per proteggere i siti delle testate nucleari. Queste includono il quartier generale delle forze aeree di Sargodha, la base per gli aerei da combattimento F-16 riforniti di armi nucleari e almeno 80 missili balistici.” E ora parliamo della Cina. L’avvertimento alla Cina è stato reiterato alla conferenza del Bilderberg da un delegato cinese che ha presenziato per la prima volta, secondo cui l’attacco programmato dal governo degli Stati Uniti sul Pakistan verrà interpretato come un atto di aggressione contro Pechino. I rischi sono adesso così alti come forse non lo sono mai stati per gli Stati Uniti post-Guerra Fredda mentre il Bilderberg cerca di sbrogliarsi dal pantano del Pakistan.

Come affermato da un delegato europeo, “gli Stati Uniti sono la nazione più potente al mondo, ma non sono più potenti del mondo intero”. Tutti sono d’accordo sul grave pericolo posto in essere dal rischio di una guerra generalizzata portato dal confronto tra USA e Pakistan.

Da un punto di vista geopolitico, il governo degli Stati Uniti è preoccupato del ruolo sempre più protagonista che ha la Cina nella regione. La Cina ha costruito un porto per il Pakistan a Gwadar, che è nelle vicinanze dell’ingresso nello Stretto di Hormuz. I delegati degli USA hanno espresso preoccupazioni sul fatto che il porto possa diventare una base navale cinese nel Mar Arabico. Questo riguarda da vicino l’India, la nuova migliore amica degli Stati Uniti nella regione. Siamo di fronte alla formazione della tempesta perfetta. Gli Stati Uniti dotati del nucleare che supportano un’India anch’essa fornita di testate e forte di 1,2 miliardi di persone contro il nemico acerrimo dell’India, il Pakistan nucleare e la sua nuova migliore amica, la Cina con le sue armi nucleari e con 1,4 miliardi di persone.

I tentativi del Bilderberg per creare le condizioni per un confronto tra Cina e India hanno dato alla Russia un’importanza chiave. Mentre sia Russia che Cina stanno lavorando alacremente per portare la pace in Libia, lo scopo di queste iniziative, come riconosciuto anche dallo stesso Bilderberg, è quello di ridurre l’influenza delle potenze occidentali e di assicurare alla Cina la forniture del petrolio libico.

Bisogna ancora vedere come possa essere raggiunto un accordo su questo argomento tra i delegati del Bilderberg, ma le intenzioni degli Stati Uniti si possono desumere con facilità. Per contrastare efficacemente il duopolio cino-pakistano, Washington cercherà di tirarsi fuori dal confronto usando l’India per fare il lavoro al proprio posto. Quando India e Cina avranno capito che sono stati manovrati e usati dagli Stati Uniti per distruggersi a vicenda, sarà troppo tardi per tornare indietro senza perdere la faccia.

Ancora una volta, la chiave per comprendere il confronto tra India e Cina è nella Russia e nel suo ruolo nel futuro Governo Globale delle Multinazionali. Fino a che la Russia non verrà soggiogata, il Bilderberg e i suoi sostenitori non possono sperare realisticamente di esercitare un controllo totale. Eliminando le due superpotenze asiatiche, la Russia rimarrà da sola, circondata da basi missilistiche USA e isolata dall’Europa e dalla NATO, a cui adesso aderiscono anche le ex repubbliche sovietiche, per larga parte antagoniste alla Russia. Inoltre, con l’appoggio del Bilderberg, una degradazione culturale ha portato una larga parte dei giovani russi ad ammirare la presunta “libertà” propugnata dagli Stati Uniti, che ora viene considerata un’ancora di salvezza contro gli eccessi “autoritari” della nazione russa, considerata, grazie all’influenza della stampa dei media occidentali, come una mera continuazione del vecchio sistema sovietico.

Una volta eliminata la Russia, gli Stati Uniti concentreranno le sue forze armate in Sud America. Chavez verrà scalzato dal potere, per poi essere seguito dai suoi alleati, Ecuador e Bolivia.

Comunque, il Pakistan è solo una parte della strategia tentacolare posta in essere in Asia dal governo degli Stati Uniti e dal Bilderberg. Nel 2002 uno degli argomenti chiave discussi alla conferenza del Bilderberg, che si è tenuta a Chantilly, era centrato sul progetto decennale del Bilderberg per eliminare il terrorismo, mettendo in essere iniziative sia diplomatiche che militari. È diventato in un secondo momento noto con il nome di “Operazione Aquila Nobile”.

Infatti, il Bilderberg ha ben chiaro che quello che stiamo affrontando è un processo in evoluzione che porta a un escalation senza fine di conflitti in tutto il pianeta. L’Asia è una delle aree di queste operazioni. Il Medio Oriente e il Magreb fanno parte di un altra.

Economia

Se vivessimo in un mondo reale, i titoli dei giornali che meglio descrivono la situazione finanziaria odierna dovrebbero recitare: “La fine è vicina. Siamo nel mezzo di un collasso finanziario dell’economia.” Il problema dei manager finanziari di alto livello del Bilderberg è quello di posticipare i default più a lungo possibile per poi effettuare i salvataggi, lasciando ai governi (gli elettori) la patata bollente e subentrando nelle obbligazioni dei debitori insolventi. Con la stragrande maggioranza della popolazione che si oppone a tutto questo, il trucco è quello di aggirare le politiche democratiche.

E come è nelle intenzioni del Bilderberg, le politiche economiche devono essere trasferite dalle istituzioni democraticamente elette ai pianificatori finanziari, rendendo così l’economia interamente dipendente da essi, con il debito pubblico che crea un enorme mercato “libero dal rischio” per i prestiti gravati dagli interessi. Tutto questo spiega quello che George Ball, l’allora Sottosegretario per gli Affari Economici con J.F. Kennedy e Johnson, disse nel 1968 nel corso di una riunione del Bilderberg che si tenne in Canada: “Dove possiamo trovare una base legittima su cui si basi il potere dei manager delle multinazionali per poter prendere decisioni che modificano profondamente la vita economica delle nazioni, quando nei governi hanno solo una responsabilità limitata?”

Questo è il modo in cui l’oligarchia finanziaria rimpiazza le democrazie. Il ruolo della Banca Centrale Europea, del FMI, della Banca Mondiale, della Banca dei Regolamenti Internazionali, della Federal Reserve e di altre agenzie finanziarie che tralascio è stato quello di assicurarsi che i banchieri venissero ben pagati.

Il problema con la situazione attuale è che il mondo è guidato dal sistema monetario, non dai sistemi nazionali del credito. Se hai le idee chiare, non vorrai di certo un sistema monetario che governi il mondo. Vorrai che esistano Stati-nazione sovrani che abbiano i loro sistemi creditizi, basati sulla propria moneta. L’aspetto determinante è che la possibilità della creazione del credito produttivo e non inflattivo, cosa chiaramente stabilita dalla Costituzione degli Stati Uniti, è stata esclusa dal Trattato di Maastricht in modo da determinare le politiche finanziarie ed economiche.

Adesso, in Europa, questo non può essere fatto perché i governi sono soggetti al controllo degli interessi bancari privati, conosciuto come sistema bancario indipendente, che blocca costituzionalmente la possibilità di creare credito da parte dei governi. Queste istituzioni hanno il potere di influenzare e di dettare le condizioni ai governi. Pensate cosa rappresenta quell’istituzione chiamata Banca Centrale Europea. Cerca di operare come una banca centrale europea indipendente, senza che ci sia un governo corrispondente. Non ci sono governi. Non ci sono nazioni. È solo un gruppo di nazioni guidate da una banca privata.

La supposta “indipendenza” della Banca Centrale è il meccanismo di controllo che è decisivo per gli interessi finanziari privati, che storicamente si sono insediati in Europa come strumento autoritario contro le politiche economiche delle nazioni sovrane, che sarebbero orientate verso lo stato sociale. Il sistema bancario europeo è il residuo di una società feudale, nella quale gli interessi privati – come evidenziato dagli antichi cartelli veneziani o dalla Lega Lombarda, risalgono ai tempi oscuri del XIV secolo.

Conclusione

Quella che abbiamo oggi non è una crisi di liquidità, ma è una crisi d’insolvenza. Gli Stati Uniti hanno un debito di 14,3 trilioni di dollari. Inoltre, il governo infilerà per il terzo anno consecutivo un deficit di un triliardo di dollari, un qualcosa che nessun paese nella storia mondiale è mai riuscito a fare. C’è già la conferma di una nuova recessione nel mercato immobiliare con i prezzi che affondano ancora di più di quanto successo nella Grande Depressione. E una caduta delle quotazioni delle azioni delle banche, con le compagnie come Bank of America e Citigroup che cedono ogni centesimo dei profitti ottenuti negli ultimi due anni. Ma non si tratta solo di Bank of America e della Citi, si parla di tutte le istituzioni finanziarie degli Stati Uniti. Da Wells Fargo a JP Morgan Chase, il sistema sta implodendo: le banche, il mercato finanziario, il mercato delle obbligazioni, quello immobiliare. E ora possiamo aggiungere anche gli Stati Uniti alla lista dei paesi in bancarotta. Il dollaro USA ha perso il 12% del suo valore in un anno. E la Cina, per la prima volta, è diventata un venditore netto dei buoni del Tesoro statunitensi. Ciò significa che la bolla delle obbligazioni sta per esplodere e, quando questo accadrà, vi consiglio di prendere un posto in prima fila per godersi i fuochi d’artificio. È un’occasione che capita una sola volta nella vita.

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Il Bilderberg non è l’effetto, ma la causa di un futuro Governo Globale delle Multinazionali. Questa organizzazione è cresciuta dal suo avvio, avvenuto in disparte, per diventare un nodo cruciale nelle decisioni delle élite. La meta ultima di questo futuro da incubo è quello di trasformare il pianeta in una prigione a cielo aperto con la realizzazione di un mercato globale, controllato una Multinazionale Globale, regolato finanziariamente dalla Banca Mondiale e popolato da una popolazione rincretinita i cui bisogni di vita saranno ridotti al materialismo e alla sopravvivenza – il lavoro, le compere, il sesso, le dormite – collegata a un computer globale che monitora ogni mossa. E sta diventando sempre più facile perché lo sviluppo della tecnologia delle telecomunicazioni, assieme alle conoscenze approfondite e ai nuovi metodi di ingegneria comportamentale per la manipolazione della condotta individuale, stanno trasformando quelle che erano, in altre epoche storiche, solo intenzioni maligne in una nuova realtà sconvolgente. Ogni singola misura, vista in sé, potrebbe sembrare un’aberrazione, ma tutto l’insieme dei cambiamenti, che fanno parte di un continuum sempre in azione, costituisce un processo che conduce alla totale schiavitù.

E mentre vediamo il mondo che va in malora, ci troviamo a un bivio. La strada che prenderemo determinerà il futuro dell’umanità, se diventeremo parte di uno stato di polizia globalmente connesso o se rimarremo essere umani liberi. Ricordate, non dipende da Dio se torneremo indietro a un nuovo Medioevo, dipende da noi. Uomo avvisato mezzo salvato. Non troveremo mai la giusta risposta se non ci facciamo le domande corrette.

**********************************************Fonte: http://www.danielestulin.com/2011/06/13/bilderberg-report-2011-informe-club-bilderberg-2011/

13.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI E SUPERVICE

ComeDonChisciotte – SI CERCA IL PIANO B PER L’EUROPA

Fonte: ComeDonChisciotte – SI CERCA IL PIANO B PER L’EUROPA.

DI DANIEL ESTULIN
danielestulin.com

La notizia di ieri è stata la nomina di Draghi alla direzione della BCE. Vi aggiungo la foto di Draghi nella riunione del Bilderberg del 2004 avvenuta a Stresa, in Italia.

Un’altra cosa che di cui immagino vi siate resi conto è l’estorsione imposta alla Grecia. Se prima i poteri artificiali minacciavano la Grecia per farle accettare le condizioni del ricatto, ora, con l’opposizione sul piede di guerra e il paese sull’orlo del caos totale, Zapatero, Trichet e compagnia la stanno pregando perché alla fine accetti di essere ricattata.

La casa europea mai è stata così vicina a una morte annunciata, né il progetto della sua élite di creare la una Azienda Mondiale SpA tanto lontani. Ieri mentre parlavo con una delle mie fonti nella BCE, mi diceva che all’interno dell’organismo finanziario si dubita che l’Europa possa farcela fino a settembre. Magari e che Dio li ascolti. Nel frattempo, sono appena terminate varie riunioni segrete ai più alti livelli della Federal Reserve, della BCE, dei rappresentanti della Banca Mondiale e del FMI che si sono tenute all’isola di Capri in Italia. Obbiettivi della riunione? Il Piano B per l’Europa. La brutta copia del documento mette in discussione se proseguire con questa pazzia chiamata Europa. La Serie A dell’Europa sarebbe formata da Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Finlandia, Austria e Svezia. La seconda divisione da paesi some Portogallo, Spagna, Irlanda, Ungheria, Lettonia, Lituania, eccetera. Già ne avevo parlato nella mia articolo sul Bilderberg del 2010. Vale la pena di tornarlo a leggere.

(Con Carlo de Benedetti)

Un’altra cosa. La copertina della rivista Negocio del 21 giugno 2011 ha come titolo “IL FMI EVIDENZIA LA DISUNIONE EUROPEA”. Il sottotitolo recita: “La mancanza di decisione dell’Eurogruppo catapulta lo spread sui titoli di stato spagnoli verso i 275 punti base.” Di questo si parla. Richiamo ancora la vostra attenzione al mio report sul Bilderberg 2011. lo cito:“L’Unione Europea è in una crisi di sopravvivenza”, ha detto un partecipante europeo al Bilderberg. Quello che sembra preoccupare il Bilderberg è che la mancanza di decisione e di volontà politica avrà conseguenze in tutta l’Unione Europea. Come affermato da un analista finanziario del Bilderberg, “i mercati sono intrappolati tra l’incudine e il martello. I mercati possono far fronte alle buone notizie e possono far fronte a quelle cattive, ma quello che i mercati finanziari non possono sopportare è l’indecisione. E questa è invece l’unica cosa che è presente dappertutto. Nessuna ha la minima idea di come uscirne.”

(Douglas J. Feith, Sottosegretario del Dipartimento della Difesa dell’UE, Draghi, Thornton)

Alcuni mesi fa, celebrando il decimo anniversario dell’Unione, il Presidente Barroso disse che “l’UE già fa parte della storia”. Per una volta in vita mia, sono d’accordo con questo tizio. L’Unione Europea è storia o meglio è un incubo che sarebbe nello terminasse velocemente in modo da poter tornare a essere uno Stato nazione, il fatto storico che risale al 1439 e al Concilio di Firenze che ci dette il primo Stato nazione in Francia con Luigi XI. Dopo, arrivò Enrico VII in Inghilterra, il progresso, lo sviluppo e più tardi gli Stati Uniti con la sua costituzione e il benessere sociale.

(Jean-Claude Trichet, Presidente della Banca Centrale Europea)

Buon sabato a tutti.

Daniel Estulin

*******************************************Fonte: http://www.danielestulin.com/2011/06/25/se-busca-plan-b-para-europa/

25.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

LEGGI ANCHE: BILDERBERG REPORT 2011

ComeDonChisciotte – BILDERSFOTTERE LA GENTE

Fonte: ComeDonChisciotte – BILDERSFOTTERE LA GENTE.

Taki Mag

Dal 9 al 12 giugno, mentre i media statunitensi erano impegnati nel puntare i riflettori su, on, oh, Betty White che mostrava la sua marca preferita di pannoloni per adulti o qualcosa del genere, più di un centinaio tra i più potenti finanzieri e politici si sono riuniti in Svizzera senza che si sia sentita volare una mosca.

Si poteva pensare che un evento che ha ammassato alti funzionari di alcune dei nomi più rilevanti della finanza globale – la Federal Reserve, il FMI, il WTO, la Banca Mondiale, la Bank of Canada, la Banca Centrale Europea, Citigroup, Barclays, Chase Manhattan, Goldman Sachs e numerose altre banche nazionali europee – potesse ricevere una maggiore attenzione.

Ma avreste pensato male.

Dovrebbe essere una storia che va in prima pagina, se i titani delle multinazionali di Microsoft, Coca-Cola, Alcoa, Nestlé, Fiat, Airbus, Siemens, Shell e Pfizer si riunissero tutti insieme a porte chiuse, giusto?

Ma solo per una mente paranoica.

Solo un folle suggerirebbe che riunire allo stesso tavolo globalisti dichiarati, come David Rockefeller e Henry Kissinger, con organizzazioni semi-ufficialmente globaliste, come il Council on Foreign Relations, la Commissione Europea, il Consiglio Europeo, il Center for Global Economy and Geopolitics e il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, abbia a che vedere con il tentativo di delineare un’agenda globale.

E allora, per il bene della tua salute, scaccia via i sospetti dalla tua mente.

Dal 1954 il gruppo Bilderberg, così denominato dall’Hotel de Bilderberg nei Paesi Bassi che fu sede della prima riunione, si è segretamente riunito ogni anno in Europa e negli Stati Uniti per stare in un silenzio assordante, grazie alla totale assenza di una qualsiasi copertura mediatica.

Ma non chiedere il perché. Non c’è un motivo. Assolutamente. Non c’è niente da vedere, ragazzi. Sloggiare, prego. Si tratta solo di un gruppo di vecchi, che sfiatano scoregge mentre bevono il tè, che giocano a minigolf e si fanno a vicenda massaggi alla prostata.

E se sospetti che stiano facendo dell’altro, allora sei un “teorico della cospirazione”, un attacco ad personam senza senso, spesso utilizzato per svilire e far tacere chiunque osi suggerire che le élite planetarie potrebbero addirittura sollevare un mignolo per mantenere, consolidare e perfino rafforzare il loro potere.

Il Washington Post ha usato la calunnia della “teoria della cospirazione” verso chiunque abbia osato scalfire l’inviolabile e segreta santità di questa annuale convocazione del Bilderberg. Ma si è dimenticato di dire che il suo proprietario, Donald Graham, ha frequentato il meeting del Bilderberg dello scorso anno come persona invitata.

La BBC ha in modo sprezzante alluso ai “complottisti fuori di testa”, alle trasmutazioni dei rettiliani, a James Bond, alla Massoneria, alla “paura estrema” e, naturalmente, all’antisemitismo. Ogni scetticismo che si può avere sui partecipanti al Bilderberg e sulle loro motivazioni è stato affiancato, legato e definitivamente saldato ai Protocollli dei Savi di Sion.

È una strana accusa, visto che molte personalità del Bilderberg hanno innegabili trascorsi nazisti. L’ex membro del partito Nazionalsocialista, il Principe Bernardo d’Olanda, era uno dei fondatori del gruppo del Bilderberg e la Chase Manhattan Bank di David Rockefeller era finanziariamente avviluppata ai Nazisti.

Ma l’analogia con i Protocolli è istruttiva perché, piaccia o non piaccia, prova in modo irrefutabile l’esistenza delle cospirazioni politiche. Considerato una congiura ebraica per la dominazione del mondo, è stato ripetutamente provato che il documento è una frode perpetrata dai russi zaristi. Ma se questo è il caso, non erano questi apologeti zaristi a COSPIRARE per confondere l’opinione pubblica? In ogni caso, c’è stata una cospirazione politica.

E non ti provare a pensare che sia stata la CIA abbia orchestrato e finanziato la creazione del Bilderberg, perché tutti noi sappiamo che la CIA distribuisce annualmente decine di miliardi di dollari delle tasse dei contribuenti solo per non mentirci.

No. Levati di dosso ogni brandello di sospetto che ti è rimasto sulla tua testolina con un ruvido colpo di spazzola.

Se non lo farai, l’affettato lecchino della Ford Foundation, Chip Berlet, ti arriderà come qualcuno che dice solo “sciocchezze” e che spara “castronerie”. Quello che Chip sembra non abbia voglia di rilevare è che la Ford Foundation aiutò a finanziare la prima riunione del Bilderberg in America nel 1957. Invece, Chip ha la tendenza di collegare tutto lo scetticismo sul Bilderberg all’antisemitismo, che è clamorosamente ironico considerando le opinioni dell’omonimo della Ford Foundation.

Malgrado le coazioni a ripetere delle servili lavandaie dell’élite golfista planetaria, il presumere che i finanzieri internazionali stiano manipolando gli eventi globali e profittando delle mattanze in guerra non è solo un appannaggio degli schizofrenici e dei razzisti. La fervente abolizionista Lysander Spooner ha fatto le stesse ipotesi, molto prima che i Protocolli apparissero nel 1869, con il suo scritto, polemico e virulento, No Treason. Il pluridecorato generale della Marina Smedley Butler ha dichiarato che, nel 1934, un gruppo di industriali gli si è avvicinato chiedendogli di per rovesciare Franklin Delano Roosevelt. Non fu convinto e nel 1935 mise in nero su bianco l’indispensabile War is a Racket. Anche il notoriamente paranoico, antisemita, squilibrato e con la testa schermata John F. Kennedy, prima che qualcuno gli facesse saltare le cervella, aveva già condannato le “società segrete”.

E ancora gli esperti, sempre lieti del fatto di essere dei venduti, sogghignano alla sola idea che il Bilderberg o un qualsiasi altro gruppo stia tentando di rafforzare la finanza globale e di costruire un “Nuovo Ordine Mondiale”.

Non sia mai che ci sia stato qualche esponente di rilievo del Bilderberg che abbia mai alluso a queste eventualità.

Dalle Memorie di David Rockefeller:

Alcuni credono addirittura che facciamo parte di un complotto segreto che opera contro gli interessi del Stati Uniti, rappresentando me e la mia famiglia come degli “internazionalisti” che cospirano con altre persone sparse per il mondo per poter costruire una struttura politica ed economica globale più integrata, un mondo solo, per così dire. Se questa è l’accusa, mi dichiaro colpevole e ne sono orgoglioso.

Da Denis Healey, membro del Comitato Direttivo del Bilderberg:

Dire che la nostra ambizione sia quello un unico governo mondiale è esagerato, ma non totalmente scorretto.

E sia mai che il perenne frequentatore del Bilderberg, Henry Kissinger, abbia sempre in bocca le parole “Nuove Ordine Mondiale” e che scriva interi editorialidel New York Times con quelle parole nel titolo.

E allora perché si dovrebbe pensare che il gruppo Bilderberg conviene ogni anno per farsi scherzi senza cattiveria e per approfittare di un lussuoso buffet? E che siamo impazziti?

**************************************Fonte: http://takimag.com/article/bilderbullshitting_the_public/print

18.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

La Grecia e il bagnino UE- Blog di Beppe Grillo

Fonte: La Grecia e il bagnino UE- Blog di Beppe Grillo.

La cura proposta per l’indebitamento greco è surreale. Dalla spiaggia si sente il grido di uno che affoga, si prende il moscone, si rema a più non posso. Il malcapitato è finalmente raggiunto. Tende il braccio. Per aiutarlo, gli si lega intorno un masso da cento chili e poi si ritorna appagati a riva. Sul New York Times di oggi una vignetta spiega la situazione. La UE dichiara “Abbiamo una soluzione per il debito greco” e un cartello riporta “Più debiti greci!“. I 12 miliardi di euro che la UE darà alla Grecia in cambio di ulteriori tagli sociali e diminuzione di sovranità con la cessione di aziende pubbliche è la classica carota che fa muovere l’asino in avanti di qualche miglio, prima che si fermi e collassi. Il problema è che se l’asino schianta ci potrebbe essere un effetto domino. Uno stampede di banche e governi europei. Il bail out alla Grecia è la classica sigaretta al condannato prima della fucilazione.

ComeDonChisciotte – LA MODERNA TEORIA MONETARIA SPIEGATA ALLE MAMME

Fonte: ComeDonChisciotte – LA MODERNA TEORIA MONETARIA SPIEGATA ALLE MAMME.

DI PAOLO ROSSI BARNARD
New Economic Perspectives

Introduzione

Il post che segue propone l’esempio di come potrebbe essere comunicata alla gente comune che sta là fuori l’enorme complessità della “modern money theory” (MMT) all’interno dei contesti politici e storici. L’abbiamo chiamata la “MMT spiegata alle mamme” proprio per questo motivo.

 

Questo sforzo non è di poca importanza, dal momento che senza una nuova visione economica e senza il sostegno popolare per la nostra visione dell’economia, non potremo mai avere forza sufficiente per spingere la MMT oltre le barriere del potere politico.

 

L’autore di questo post è un giornalista italiano e sostenitore della MMT, Paolo Rossi Barnard. Naturalmente non si tratta di un’analisi definitiva e invitiamo i nostri blogger e lettori a esprimere commenti e contributi a questo essenziale sforzo comunicativo.Sappiamo tutti che milioni di persone e di famiglie stanno in questo momento soffrendo inutilmente per le follie dell’attuale dogma economico. Gli deve essere detto che c’è un’alternativa al sistema attuale che può salvare la vita, i risparmi e anche la nazione: si chiama MMT ed è una cosa autorevole, ma questo è stato negato da una ristretta élite di intermediari del potere. La gente comune questo lo deve sapere, perché una volta evidenziò Noam Chomsky, “quando la gente è a conoscenza delle ingiustizie, prima o poi si organizza per impedirle. Lo ha sempre fatto.”

L’MMT spiegato alle mamme

Questo potrebbe cambiare lo stato del vostro benessere e di quello dei vostri figli come mai è avvenuto fino ad ora e riguarda quello che il governo avrebbe dovuto fare per voi, per il lavoro, la casa, il reddito, l’istruzione e la salute. Vi dico perché non lo ha fatto e come si potrebbero cambiare le cose. Oggi è estremamente importante per tutti noi, per la gente comune. Non stiamo sprecando il vostro tempo con delle teorie ridicole. Quello che segue è autorevole, nasce da una ricerca accademica di alto livello. L’abbiamo semplificata per voi.

 

Ancora una cosa: non siamo politici, non siamo né la sinistra né la destra. Crediamo solo che alla gente dovrebbe essere raccontato che cosa c’è veramente di sbagliato nell’economia, che dovrebbe essere il loro sostentamento. Con il popolo americano la verità funziona.

 

Chiedetevi: Qual è lo scopo del governo?

 

La risposta ovvia è quella di governare il paese, d’accordo. C’è altro? Sì, il governo dovrebbe prima di tutto prendersi cura del suo popolo, giovani, lavoratori e anziani, fornendo una buona istruzione, buoni posti di lavoro e delle garanzie quando le persone ne sono prive per una qualsiasi ragione. Questo è quello che veramente dovrebbe fare il governo.

 

Il governo lo fa?

 

No. Abbiamo ancora una disoccupazione dilagante, la sottoccupazione, la mancanza dell’assistenza sanitaria per milioni di poveri e di una buona formazione per tantissimi bambini, oltre a tanti altri mali. Lo potrebbe fare il governo fare? Se lo potrebbe permettere?

 

Sì, facilmente, e noi vi spiegheremo perché.

 

Quindi, perché il governo non l’ha mai fatto?

 

Perché le aziende private, le grandi banche e i super-ricchi sapevano che, se il governo avesse utilizzato i suoi poteri monetari (il dollaro USA) per prendersi cura di noi – il popolo -, avrebbero perso. Perso cosa? La fetta più grande della ricchezza nazionale con i suoi privilegi, e anche milioni di lavoratori precari, da utilizzare come manodopera a basso costo per i loro profitti. Infine, avrebbero perso il controllo sulla politica.

 

Così hanno organizzato una rete di lobby, i grandi media, e soprattutto una miriade di teorie economiche che il governo ha fatto proprie e che lo hanno distolto dalla spesa da destinare a noi tutti. In questo modo i poteri hanno aumentato la fetta della torta a loro disposizione, ma hanno anche impedito alla stessa torta di crescere: è come se avessero ucciso la gallina dalle uova d’oro e per questo la torta del benessere patrimoniale degli Stati Uniti, alla fine, è semplicemente più ridotta. Sta succedendo questo negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di un complotto, è semplicemente la realtà del potere politico negli Stati Uniti e anche altrove. Vi stiamo dicendo che la disoccupazione e la mancanza del benessere non dovrebbero esserci nell’America moderna. Sono stati usati come strumento politico per impedire ai cittadini di controllare una quota troppo consistente della ricchezza nazionale e del potere politico, con l’aiuto del loro governi.

 

Basti pensare: se la maggior parte di noi fosse bloccata per tutta la vita nella lotta per la sopravvivenza, non potremmo nemmeno cominciare a pensare di gestire o controllare proprio nulla. Diventeremmo cittadini di serie B, noi non conteremmo niente. E noi non contiamo affatto. Capite ora perché i potenti ci hanno sempre detto che un grande Governo è il male? Certo, è male per loro. Ecco invece ciò che il governo avrebbe potuto fare, quello che potrebbe ancora fare.

 

In primo luogo, il governo americano potrebbe retribuire ogni disoccupato con uno stipendio che gli rende possibile vivere, anche a quelli che attualmente hanno un salario bassissimo. Ha tutti i soldi del mondo per farlo, perché il nostro governo possiede il dollaro USA e può pagare qualsiasi salario voglia (sotto vi darò una semplice spiegazione). Voi chiederete: non questo non provocherebbe un aumento del già enorme debito pubblico? No, per niente, semplicemente perché una classe lavoratrice americana ben pagata può creare tanta nuova produzione, nuove infrastrutture, nuovi investimenti e nuovi servizi che forniranno più ricchezza nelle tasche degli americani e nelle casse del suo governo. Si tratta di una spesa pubblica che finirebbe per pagare in gran parte sé stessa, a beneficio di tutti. Non c’è bisogno d’aver paura di un debito ingente. In secondo luogo, il governo potrebbe pagare adeguati servizi per tutti gli americani, vale a dire una copertura sanitaria universale, una buona istruzione, l’assistenza sociale per i bisognosi e gli anziani e un buon sistema pensionistico. Di nuovo, non provocherebbe ulteriore debito a Washington, perché ci renderebbe di nuovo migliori lavoratori, migliori studenti e anziani meno bisognosi.

 

In sintesi: saremmo una nazione ancora più competitiva che crea valore invece di sprecarlo per problemi sociali gravissimi. E una società dove il senso di sicurezza sostituisce il dolore e la paura porta a meno mali sociali, a meno disintegrazione della famiglia, a meno criminalità. Suona bene, vero? Ma il governo ha davvero tutti questi dollari da spendere per noi? Una risposta molto semplice. Chiedetevi: chi dà al governo degli Stati Uniti i suoi dollari? Siamo noi? Possiamo noi cittadini stampare i dollari? No. Possono le aziende stampare i dollari? No. Possono le banche stampare i dollari? No. I cittadini, le aziende e le banche possono utilizzare solo i dollari già esistenti. Non fatevi ingannare: quando leggete di aziende che hanno fatto fortuna, tutto quello che è successo in realtà è che una massa di dollari già esistenti si è semplicemente spostata da tanti luoghi o depositi nelle casse di quelle aziende. In alcuni casi, nuova moneta è creata da enti privati, ma viene sempre compensata dallo stesso ammontare di debito privato da qualche altra parte; quindi, non è stato creato nessun aumento di moneta. E quando il nostro governo vende i propri titoli e qualcuno li compra avviene la stessa cosa: i dollari già esistenti si spostano da un luogo all’altro. Quindi, chi è colui che crea una nuova emissione di dollari, allora? Solo il nostro governo può farlo. Lo fa presso la Tesoreria e alla Federal Reserve. Pensate in questo modo: il governo crea dollari mettendo la sua firma su pezzi di carta (banconote e obbligazioni), oppure sui trasferimenti di moneta elettronica. Può mai essere a corto della propria firma? Ha bisogno di prenderli in prestito da qualcun altro? Ha bisogno di tassare la gente per riavere quelle firme che lui ha creato? No, certo che no. Quindi, per ricapitolare: il governo crea nuovi dollari, non deve mai prenderli a prestito, non può mai finirli, non ha bisogno di tassare nessuno per questo. E così può usare i suoi dollari per fare qualsiasi cosa voglia, come creare occupazione per tutti noi, educare tutti noi, prendersi cura di tutti noi. E non dimenticate: questa forma di spesa del governo finisce per pagarsi in gran parte da sola, a causa del circolo virtuoso della nuova ricchezza nazionale netta che crea. E questo non richiede super-tasse per nessuno. In realtà, tutto funziona proprio come se il governo ci desse più dollari di quanti ne preleva con la tassazione.

 

Si combatte anche l’inflazione grazie a tutte le cose nuove che saranno prodotte e così il governo riuscirà a smettere di aumentare la sua spesa (oppure ulteriori emissioni di dollari) quando tutti noi avremo più posti di lavoro.

 

Quindi, si può chiedere: cosa è tutta questa frenesia sul debito pubblico e sul deficit?

 

Debito e deficit sono il modo normale per mandare avanti un’economia, nella storia americana sono sempre esistiti e non ci ha fatto mai fallire. Il panico è in gran parte una manovra architettata dalle élite corporative, dai loro economisti e dai loro grandi media. Ricorda: dovevano impedire al governo e ai suoi cittadini di acquisire una fetta troppo grande della ricchezza nazionale.

 

Così, fra le altre cose, hanno elaborato un brillante slogan: il bilancio del governo funziona proprio come il bilancio delle vostre famiglie, per essere a posto il governo deve guadagnare più di quello che spende e non deve spendere più di quanto guadagna. Hanno detto che, così come il debito familiare è una cosa cattiva, anche quello del governo lo è. Hanno condizionato tutto questo da un’economia mainstream con le loro persone, i professori, posizionati in tutte le migliori università e che spesso sono anche consiglieri del governo. Vi sembra ragionevole, giusto? Sì, così tanto che ci siamo cascati e il governo ha cominciato a preoccuparsi del debito e del deficit e ha così tagliato le spese che avrebbero fatto vivere meglio tutti noi.

 

E le conseguenze sono state disastrose. Ma aspettate: vi ricordate che il governo crea i dollari a propria volontà? Lo può fare una famiglia americana? Certo che no, punto. Ma il governo e una famiglia possono avere le stesse regole di bilancio? Il debito della famiglia deve essere pareggiato da dollari che sono guadagnati da qualche altra parte, di solito con duro lavoro. Voi non coltivate biglietti verdi nel vostro giardino. E se non si riesce a guadagnarli, allora siete in guai grossi. Quindi sì, si dovrebbe essere molto attenti ai debiti. Niente di tutto questo si applica al governo perché, come abbiamo detto, per ottenere i dollari si deve affidare sempre e solo su sé stesso e li crea dal nulla, dalla Tesoreria e dalla Federal Reserve. Pensate: se si potessero creare i dollari per ripagare i debiti, vi preoccupereste mai dei debiti e del deficit? Ok, avete capito bene.

 

È proprio per questo motivo che tutta questa frenesia per il debito pubblico degli Stati Uniti è solo una semplice bugia, architettata dalle élite delle grandi compagnie per raggiungere i propri obiettivi.

 

E guardate: l’America più ricca che noi abbiamo mai conosciuto, cioè il sogno americano che è affiorato dopo la II Guerra Mondiale, aveva un passivo enorme, eppure siamo diventati una super-potenza mondiale che ha diffuso la sua ricchezza dappertutto, Europa inclusa.

 

Questo per quanto riguarda l’isteria da deficit, in realtà è stato creato per consentire ai conservatori di eliminare quei programmi sociali che beneficiano l’americano medio. Dovete capire che questo non è una questione di Repubblicani o Democratici; entrambe le parti hanno unito le forze per tagliare i programmi in modo da favorire i loro amici di Wall Street, che pensano sia meglio se si è poveri e disoccupati.

 

In conclusione.

 

Vi rendete conto di quello che avete appena letto? Sì, la disoccupazione e la sottoccupazione universale non dovrebbe. Sì, il benessere per tutti è possibile. Sì, tutto questo sarebbe potuto provenire dalla spesa pubblica a deficit senza alcun tipo problema. In realtà, a lungo andare potrebbe perfino rendere l’America più ricca. Pensate a tutte le sofferenze che il sistema attuale invece genera, il trasferimento di milioni di famiglie dignitose in tutto il paese. E a quale scopo? Solo per garantire che alcune piccole élite super-ricche siano in grado di controllare la maggior parte della nostra ricchezza comune. È scandaloso.

 

Ecco cosa si può fare per reclamare ciò che dovrebbe essere nostro. Chiunque lo può fare.

 

In primo luogo, possiamo cercare di farvi capire quello che provoca tutto questo per spiegarvi perché quanto detto prima è davvero possibile e vi daremo le fonti autorevoli accademiche nel caso in cui lo voleste. Poi la cosa immediata che dovreste fare è quella di sfidare il vostro rappresentante nel Congresso con una semplice lettera o e-mail per dirgli/le: “Io e la mia famiglia siamo per la piena occupazione, per la stabilità dei prezzi, per un deficit utile alla gente, come qui proposto dall’economista (l’url del NEP). Aprite una discussione al Congresso, è vitale per noi, cittadini comuni americani. Altrimenti si potrà scordare del nostro voto.” Quindi, per ricapitolare: gli americani e le famiglie americane hanno sofferto inutilmente per decenni per l’avidità di pochi e per l’ignoranza dei politici, e le cose stanno peggiorando di giorno in giorno. È ora di fermarli. Costringiamo il governo a fare correttamente il proprio lavoro.

 

 

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Fonte: http://neweconomicperspectives.blogspot.com/2011/06/mmt-explained-to-mums.html

 

12.06.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MIKAELA

 

ComeDonChisciotte – MEGLIO LA FINESTRA – LIBERARCI DALL’EURO, PER UN’ALTRA EUROPA

Fonte: ComeDonChisciotte – MEGLIO LA FINESTRA – LIBERARCI DALL’EURO, PER UN’ALTRA EUROPA.

DI MARINO BADIALE E FABRIZIO TRINGALI
megachip.info[1]

1. Introduzione

Il tema dell’Europa diventerà uno dei punti cruciali della discussione politica in Italia nei prossimi mesi, perché le nuove regole europee in tema di finanza pubblica hanno conseguenze durissime per l’Italia. La discussione sul “che fare” di fronte a tali norme diventerà estremamente accesa quando il governo italiano comincerà ad agire secondo il loro dettato. Chi voglia combattere il degrado che attanaglia il nostro paese, e opporsi alla rovina cui ci porta l’attuale organizzazione economica e sociale, deve aver ben chiaro lo scenario che ci troveremo di fronte nel breve e medio periodo.

L’analisi che qui proponiamo inizia illustrando la recente riforma che il Consiglio europeo ha varato lo scorso 24-25 marzo. Gli accordi introducono nuove regole di governo delle finanze pubbliche dei paesi dell’Eurozona, con lo scopo di garantire la stabilità dell’Euro e di far ripartire la crescita del PIL nell’area Euro.

 

L’articolo è diviso in tre parti: nelle prima descriveremo i fatti, cioè spiegheremo le principali caratteristiche di questa riforma epocale, e le motivazioni che hanno spinto l’Europa a prendere tali decisioni.

Nella seconda ci soffermeremo sulle gravissime conseguenze sociali e politiche che i nuovi accordi comporteranno per il nostro Paese.

Nella terza discuteremo le possibili risposte politiche alla situazione descritta. In particolare affronteremo il tema di una possibile Europa diversa dalla attuale, cioè delle caratteristiche dell’Unione Europea di cui avremmo bisogno, che sono diametralmente opposte a quelle dell’attuale UE. Dopo aver discusso e criticato alcune proposte possibili, tireremo le logiche conclusione della nostra analisi, che anticipiamo qui: è necessario difendere il popolo italiano dall’attuale Unione Europea, promuovendo al più presto l’uscita del nostro Paese dall’Euro.

 

 

2. I fatti.

Il problema che le nuove regole europee si propongono di affrontare è quello del debito pubblico di alcuni paesi europei, i famigerati “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). E’ noto che la crisi economica, iniziata nel 2007 negli USA e dilatatasi poi al mondo intero nel 2008, si è trasformata per questi paesi in possibilità di “crisi del debito sovrano”, cioè in una possibile incapacità di onorare il loro debito pubblico. I meccanismi di questo passaggio sono diversi nei vari paesi, perché diverse sono le situazioni di partenza e le loro storie rispettive. Si può comunque genericamente affermare che la causa prossima dei problemi è rappresentata in primo luogo dalla trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici, tramite le diverse forme di aiuto al settore finanziario adottate dai diversi paesi, e in secondo luogo dalla crisi dell’economia reale, con drastica riduzione del PIL e con la necessità di spese anticicliche. Questa situazione ha generato una dinamica negativa del rapporto debito/PIL (in questa fase il parametro fondamentale) che si teme possa sfuggire al controllo. In questa realtà agiscono i timori degli investitori, che chiedono interessi sempre più alti per sottoscrivere le nuove emissioni di titoli di Stato dei paesi in difficoltà, uniti a manovre speculative che accentuano le difficoltà. Il risultato è che il debito continua a crescere, fino al rischio di insolvibilità.

Pertanto l’Unione Europea ha deciso di intervenire, promuovendo negoziati finalizzati alla stesura di un nuovo patto di stabilità e crescita.

I negoziati hanno portato alla riforma della governance europea, approvata il 24-25 marzo 2011. Ecco alcune delle novità principali:

 

A. Gli accordi stabiliscono obiettivi molto chiari, che i paesi membri sono tenuti a rispettare:

- pareggio di bilancio entro 5 anni

- riduzione del debito per un importo annuale pari ad un ventesimo della cifra eccedente il rapporto del 60 per cento fra debito e PIL

Il mancato rispetto di questi parametri darà luogo a sanzioni.

 

B. I Paesi in difficoltà potranno accedere a prestiti in base all’ European Stability Mechanism[2].

 

C. Viene introdotto l’”Euro Plus Pact”. Si tratta di un patto per la competitività di stampo fortemente liberista, che impone agli stati membri di rivedere diversi aspetti della legislazione nazionale, prevalentemente nel campo del lavoro. Flessibilità, contenimento dei salari e della spesa pensionistica sono i capisaldi di questo pacchetto.

 

D. Viene varato il “Six Pack”: si tratta di sei proposte di legge, di cui gli stati membri hanno già avviato l’iter legislativo. Contengono diverse norme, prevalentemente finalizzate ad aumentare le sanzioni in caso di sforamento dei parametri di stabilità, e a rendere automatica la loro applicazione, attraverso il reverse mechanism (la Commissione Europea attiva automaticamente le sanzioni, a meno che il Consiglio non si pronunci diversamente).

 

E. Viene confermato il cosiddetto “Semestre Europeo”, varato nel 2010. Si tratta di una procedura di sorveglianza multilaterale dei bilanci nazionali, affidata ad una task-force presieduta dal presidente del Consiglio europeo. Lo scopo è rafforzare il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri. Le raccomandazioni emesse devono essere recepite dagli stati membri. Prevalentemente si tratta di spinte alla liberalizzazione/privatizzazione, alla riforma del lavoro e al ridimensionamento della spesa per la previdenza sociale.

L’avvio del primo Semestre europeo quest’anno è stato segnato dalla ‘Annual Growth Survey’ della Commissione, pubblicata a gennaio, che ha messo in luce 10 azioni che l’Ue dovrà intraprendere nel 2011/2012. Tra di esse è prevista la riforma dei sistemi pensionistici[3].

 

L’insieme di queste norme garantisce agli organismi di Bruxelles una forte capacità di orientamento delle politiche economiche degli Stati nazionali, ai quali resta un margine di manovra molto ristretto.

Occorre inoltre notare che, accanto a queste misure già varate, si stanno elaborando misure ulteriori che toglierebbero agli Stati ogni residua forma di sovranità sull’economia. Il Presidente della BCE Trichet ha recentemente proposto che le autorità dell’Eurozona possano avere “il diritto di veto su alcune decisioni di politica economica a livello nazionale”[4]. In particolare, secondo Trichet, Bruxelles dovrebbe poter bloccare qualsiasi decisione di uno Stato che riguardi “le principali voci di spesa del bilancio e gli elementi essenziali per la competitività del Paese”.

 

Per avere un quadro completo della situazione, occorre però chiedersi quali siano le reali motivazioni che hanno spinto l’Europa a prendere queste decisioni. Per dare una risposta serve sapere chi è che detiene la maggior parte del debito pubblico dei paesi PIIGS, e cosa comporterebbe l’eventuale insolvenza (default) di uno Stato membro dell’Euro.

La maggioranza del debito italiano è in mano a banche e governi esteri: in base ai dati raccolti dal New York Times, la Francia ne possiede oltre un terzo. Importanti quote sono in mano anche a Germania e Gran Bretagna[5].

La situazione della Grecia è simile: buona parte del suo debito è in mano a stranieri, fra i quali la regione Lombardia e la stessa BCE, che possiede un portafoglio di titoli greci per un valore nominale di circa 50 miliardi di euro. Ovviamente i creditori esteri hanno interesse ad evitare il default di uno Stato di cui detengono grosse quantità di titoli, per evitare le perdite relative alla conseguente ristrutturazione del debito. Dunque sia la BCE, che gli stati creditori, hanno interesse a garantire la solvibilità dei paesi a rischio default. Al massimo potrebbero accettare una “ristrutturazione soft” del debito, come ambienti tedeschi sembrano suggerire per quanto riguarda la Grecia. Il principale scopo delle nuove regole europee, e delle politiche draconiane che queste imporranno al nostro Paese (e agli altri PIIGS), è semplicemente quello di proteggere gli investimenti degli stati economicamente più forti, e della stessa BCE.

 

 

3. Le conseguenze.

Quali effetti produrranno per il nostro Paese i vincoli della nuova governance europea?

Il già citato quaderno di approfondimento dell’ISPI[6] ci ricorda che il nuovo patto di stabilità e crescita obbliga gli Stati ad azzerare il deficit di bilancio in cinque anni e a ridurre il rapporto debito/PIL seguendo un programma stringente. “Per l’Italia, che ha un rapporto debito/PIL eccedente il 110%, questo implica una riduzione compresa fra due e tre punti percentuali di tale rapporto, almeno per i primi anni (…). Si tratta di un aggiustamento importante, pari in valore assoluto ad oltre 40 miliardi di euro l’anno”[7]. Tale importo potrebbe diminuire in presenza di una crescita significativa del PIL, mentre “minore sarà la crescita del PIL, maggiore sarà l’onere a carico della finanza pubblica, onere che potrebbe velocemente diventare insostenibile nell’ipotesi di un tasso di crescita non superiore all’1% annuo”[8].

Poche righe più avanti il quaderno ISPI citato smorza qualsiasi ottimismo, rilevando quanto sia poco credibile una previsione di crescita per l’Italia superiore all’1,5% annuo.

Dello stesso avviso è la Corte dei Conti, che nel rapporto 2011 sottolinea come, dopo la grande recessione del biennio 2008-2009, dal 2010 gli andamenti del PIL mostrano una tendenza al modesto aumento (+1.3%). Tuttavia “La fine della recessione economica non comporta il ritorno ad una gestione ordinaria del bilancio pubblico, richiedendosi piuttosto sforzi anche maggiori di quelli finora accettati. Tanto più che va tenuto conto delle implicazioni dell’inasprimento dei vincoli europei, ed in particolare della nuova regola, assistita da apposita sanzione di tipo praticamente automatico, secondo la quale i paesi che registrano un rapporto fra debito pubblico e prodotto superiore al 60% dovranno ridurre lo scarto fra il dato effettivo e questo valore-soglia di un ventesimo all’anno (del 3% all’anno, pari, oggi, a circa 46 miliardi nel caso dell’Italia)”[9].

La Corte prosegue la sua analisi descrivendo uno scenario inquietante: “Le simulazioni presentate nel Rapporto segnalano, a tal riguardo, come, con l’ipotizzata continuazione di tassi di crescita molto modesti, il rispetto dei nuovi vincoli europei richieda un aggiustamento di dimensioni paragonabili a quello realizzato nella prima parte degli anni novanta, per l’ingresso nella moneta unica. A differenza di allora, però, gli elevati valori di saldo primario andrebbero conservati nel lungo periodo, rendendo permanente l’aggiustamento sui livelli della spesa”.

Dunque le misure che si renderanno necessarie per il rispetto dei parametri europei possono essere paragonate a quelle che furono adottate per ottenere l’ingresso nell’Euro. Ma con una importantissima differenza: la fase di aggiustamento dei conti pubblici precedente all’ingresso nella moneta unica fu relativamente breve, temporalmente circoscritta. La fase nella quale stiamo per entrare, invece, si protrarrà per un tempo indefinito, sicuramente molto lungo.

Da questa dilatazione del periodo di difficoltà, emerge un problema cruciale, che molti studiosi mettono in rilievo: manovre di queste dimensioni, protratte per anni, avranno un profondo effetto depressivo. Andranno cioè a incidere negativamente sulla crescita del PIL, che già si prevede stentata. Se succederà questo, allora gli obiettivi fissati (che, ricordiamolo, riguardano il rapporto debito/PIL) potrebbero essere molto più lenti da raggiungere del previsto, o addirittura rivelarsi non raggiungibili: se diminuisce il debito ma contemporaneamente diminuisce anche il PIL, il rapporto fra i due può benissimo restare costante o anche aumentare. Sembra sia questo lo scenario che si profila per la Grecia: manovre durissime che abbattono il debito ma anche l’economia, cosicché il rapporto debito/PIL non diminuisce. Questo rende necessarie altre manovre, che a loro volta abbattono ulteriormente il PIL, e così via, in una spirale depressiva dalla quale non si vede via d’uscita[10].

E’ dunque probabile che le manovre di riduzione della spesa pubblica che l’UE intende imporci non avranno gli effetti previsti in termini di riduzione del rapporto debito/PIL.

Come se non bastasse le UE continuerà a spingere perché gli Stati assumano politiche di stampo iperliberista. E nel prossimo futuro potrà sostanzialmente imporle, tramite gli strumenti introdotti dalle nuove regole. Scorrendo diversi documenti prodotti da vari organismi dell’Unione, emerge che alcuni dei provvedimenti ritenuti necessari per il rilancio della crescita sono i seguenti:

 

A. Ancorare i salari alla produttività aziendale, cancellando o ridimensionando il peso dei contratti nazionali di lavoro.

 

B. Riformare ulteriormente le pensioni (aumentando l’età pensionabile e diminuendo ulteriormente il rapporto tra contributi versati e valore della pensione percepita).

 

C. Realizzare privatizzazioni.

 

Ricordiamo che in base all’ European Stability Mechanism, in caso di rischio default l’eventuale prestito di salvataggio sarà vincolato ad un pacchetto di riforme decise dai tecnocrati europei.

Lo scenario che ci aspetta è quello di una progressiva perdita di sovranità nazionale a favore della UE, finalizzata all’implementazione delle fallimentari politiche liberiste da essa imposte.

 

E’ facile prevedere gli effetti sociali di tutto questo. Si tratta di misure che costringeranno a tagliare drasticamente la spesa destinata alla salute, alla scuola, ai servizi sociali. Gli enti locali subiranno ridimensionamenti ai bilanci ben maggiori di quelli già realizzati, trovandosi costretti a tagli draconiani ai servizi pubblici, con fortissime ricadute negative per le condizioni di vita di tutti noi. La scuola e l’Università subiranno ulteriori tagli, a partire da una situazione come quella attuale, nella quale esse sono già sostanzialmente al limite della sopravvivenza. L’attacco ai diritti dei lavoratori continuerà, secondo la linea scelta in Italia da Marchionne. Il lavoro sarà sempre più precario. La depressione economica rafforzerà il drammatico problema della disoccupazione, mentre le famiglie avranno sempre maggiori difficoltà a fungere, come hanno fatto finora, da sostituti del Welfare State.

La conseguenza sarà la cancellazione di ogni residua forma di Stato sociale, un ulteriore e drammatico aumento della disoccupazione e del lavoro senza diritti, la drastica diminuzione delle condizioni di vita di larghissimi strati della popolazione.

Una delle conseguenze dell’impoverimento materiale e culturale che ne risulterà, sarà che l’Italia non sarà più in grado di competere sui segmenti del mercato ad alta specializzazione.

Quale potrà essere il ruolo del nostro paese, di questa Italia impoverita e depressa, all’interno dell’Europa? Sarà probabilmente quello di fornire una riserva di forza lavoro dequalificata e sottopagata; di fungere da discarica per i rifiuti della parte più forte dell’Europa, e da fornitrice di servizi finanziari occulti tramite le nostre mafie.

Quello che stiamo delineando è lo scenario di una profonda involuzione che renderà il nostro paese in sostanza un paese del Terzo Mondo[11].

 

 

4. Reazioni possibili.

Dopo aver descritto la situazione e i suoi esiti più probabili, è naturale sollevare la questione del “che fare”. Come opporsi al degrado e alla decadenza che si prospetta per l’Italia? Se si assume di continuare a rimanere nella moneta unica, vi sono due possibilità: in primo luogo, impegnarsi per impostare una battaglia politica a livello europeo finalizzata a cambiare le direttive di politica economica dell’UE, in secondo luogo ottemperare a ciò che ci viene imposto cercando però di adottare misure di segno sociale opposto a quello che è probabile aspettarsi, per esempio aumentando le imposte che gravano sui ceti abbienti o recuperando risorse con la lotta all’evasione fiscale e all’economia sommersa. Discutiamo allora queste due possibilità.

 

4.1. La lotta per “un’altra Europa”. L’idea di lottare per una “Europa diversa”, un “Europa dei popoli” contrapposta all’attuale “Europa della banche”, rappresenta come è noto uno slogan molto diffuso nella sinistra dei vari paesi europei. Ma nonostante esso abbia rappresentato il riferimento generale di molti movimenti e partiti, fin dalla nascita dell’UE, in tutti questi anni non è stato fatto nessun passo significativo non solo nella costruzione della fantomatica “altra Europa”, ma neppure nella costruzione di un serio movimento dei popoli europei di opposizione all’Europa attuale. Crediamo che sia tempo di chiedersi i motivi di questa assenza. Chi sostiene la possibilità di restare nell’UE per impostare una battaglia di cambiamento, ha il dovere di indicare quale sia il soggetto sociale di riferimento per tale battaglia. Chi dovrebbe lottare per “un’altra Europa”? La risposta ovvia dovrebbe essere “i ceti subalterni dei vari paesi europei” (a seconda delle preferenze ideologiche, al posto dei “ceti subalterni” si possono ovviamente mettere “la masse popolari”, “i ceti dominati”, “il proletariato”, e così via). La questione fondamentale diventa allora la seguente: i ceti subalterni dei vari paesi europei hanno la capacità politica, l’unità culturale, la solidarietà ideale necessarie per una simile lotta comune a livello europeo? L’esperienza di quasi vent’anni di UE ci dice che la risposta è NO. La questione fondamentale è appunto che non esiste un popolo europeo, esistono tanti popoli europei divisi fra loro prima di tutto dalla lingua e poi da culture e modi di vita. L’incapacità di una azione comune dei popoli europei appare in tutta la sua evidenza in relazione alla vicenda dell’attuale crisi economica greca. Non si vede nessuna forma di solidarietà popolare europea con il popolo greco, sottoposto in questi mesi ad un micidiale attacco che ne insidia i diritti e le condizioni di vita. Una reazione popolare europea sarebbe ovvia, se i popoli europei fossero uniti da due legami fondamentali: in primo luogo un legame emotivo di solidarietà umana, in secondo luogo il senso di un interesse e di un destino comuni. Sono questi i due elementi che fanno di un insieme generico di persone un collettivo (“massa”, “popolo”, “classe”) capace di un’azione politica comune. La crisi greca mostra con chiarezza come questi due elementi manchino totalmente ai popoli europei. Non c’è nessun moto spontaneo di solidarietà con il popolo greco. Nessun segnale di vicinanza al movimento popolare che in Grecia cerca di opporsi alle scelte imposte dalla UE e dal Fondo Monetario Internazionale, e che ha già prodotto diversi scioperi generali molto partecipati. Ciò significa che nessuno sente i greci come i propri simili e fratelli, nessuno percepisce una forma di empatia nei loro confronti. Sembra piuttosto prevalere l’indifferenza o addirittura la riprovazione per le “cicale greche” che hanno finora “vissuto al di sopra dei loro mezzi”. Ma ciò che più colpisce è che, se manca l’elemento di “solidarietà empatica”, manca addirittura quello della considerazione dei propri interessi. Sappiamo che la crisi greca è solo il primo effetto dell’attacco complessivo ai ceti popolari di molti paesi europei (appunto i famosi PIIGS, ma non solo). La solidarietà nella lotta dovrebbe scattare, se non per empatia, almeno per freddo calcolo di opportunità: sarebbe infatti nell’interesse di tutti i popoli minacciati bloccare l’aggressione nella sua fase attuale, prima che inizi ad attaccare direttamente gli altri popoli. Il fatto che questo non succeda è la prova dell’incapacità di azione politica comune dei popoli europei in questa fase storica.

Chi auspica un movimento europeo che cambi il volto della UE non ha dunque un referente sociale per l’azione politica che chiede. O almeno, se ce l’ha, non è quello più ovvio, appunto i ceti subalterni dei vari paesi europei. Si potrebbe infatti pensare che un referente sociale dopotutto vi sia. Vi è infatti nella realtà europea uno strato sociale capace di azione politica e culturale a livello europeo: si tratta delle élites, dei ceti dirigenti. Per essi infatti non valgono le linee di divisione che impediscono ai popoli europei di essere un popolo: le élites hanno una lingua comune (l’inglese internazionale), stili di vita simili (dominati dai viaggi e dallo scarso radicamento in un singolo paese), ideologie comuni (l’accettazione del capitalismo come unica realtà pensabile, che può essere poi declinato in versioni più “di sinistra” o più “di destra”). Sono quindi le élites, e solo esse, che in questa fase sono capaci di un’azione comune a livello europeo. E’ a queste élites che ci rivolgiamo, nei fatti, se proponiamo di riformare la UE. E allora si capisce bene il fallimento di quindici anni di slogan su “un’altra Europa”: questa Europa è esattamente quella voluta dalle élites, rivolgersi a loro per chiedere un cambiamento significa parlare a vuoto.

 

4.2. Risorse per pagare il debito. Un’altra possibile linea di azione potrebbe essere quella di ottemperare alle richieste che derivano dalle nuove regole europee in primo luogo scaricandone il peso sui ceti privilegiati, realizzando quindi quella giustizia fiscale che da molto tempo manca in Italia, e in secondo luogo colpendo l’evasione fiscale, le ricchezze della criminalità, gli sprechi e la corruzione che fanno sperperare denaro pubblico.

Si tratta di una proposta che ha una sua ragionevolezza. Certamente qualche decisione indirizzata ad una maggiore equità fiscale potrebbe essere presa. Per esempio è possibile che alcuni Paesi come l’Italia, che ancora non hanno una tassa sui grandi patrimoni, la introducano.

Altresì è possibile un recupero di risorse dall’evasione-elusione fiscale e dall’economia sommersa, fenomeni che nel nostro Paese riguardano circa il 15% della ricchezza prodotta, e causano un mancato gettito molto elevato, stimato intorno al 7% del PIL, pari a circa 100 miliardi di Euro[12]. Altri significativi risparmi si potrebbero ottenere tagliando drasticamente le spese militari.

Le prime osservazioni critiche su questa proposta sono le seguenti: ci si può chiedere se tali risorse sarebbero sufficienti ad ottemperare alle richieste europee, e occorrerebbe una discussione approfondita e l’intervento di studiosi competenti per approfondire la questione. Si può in secondo luogo osservare che né la UE, né le altre istituzioni internazionali sono particolarmente interessate a misure di questo tipo[13].

Ma l’obiezione principale che intendiamo svolgere a questa tesi è di un altro tipo. In primo luogo dobbiamo riprendere il tema dell’origine delle difficoltà attuali. E’ vero infatti, come dicevamo all’inizio, che la causa prossima è la crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2008. Ma esistono cause più lontane. L’Italia mostra da tempo un andamento negativo di alcuni fondamentali indicatori economici, in particolare la crescita del PIL e quella della produttività[14]. Ciò significa in sostanza che l’Italia è poco competitiva nella lotta internazionale per i mercati. Ora, in questa situazione la creazione di un mercato unico per merci e capitali e la creazione di una moneta unica sono evidentemente mosse che danneggiano il nostro paese. La libera circolazione delle merci fa perdere alle nostre produzioni il mercato interno, l’aggancio alla moneta unica rende impossibile ricorrere alla svalutazione per recuperare competitività. Essere agganciati alla stessa moneta di economie tanto più forti e competitive, come quella tedesca, è un evidente svantaggio. La moneta che va bene alla Germania non può andare bene a paesi come l’Italia, la Grecia o il Portogallo[15]. La competitività dell’industria tedesca toglie spazio alle industrie dei paesi deboli, che, costretti dall’euro, non possono ricorrere alla svalutazione[16]. Si creano così squilibri che possono venire coperti per un certo tempo, soprattutto in presenza di una situazione economica internazionale positiva, ma che diventano esplosivi al sopraggiungere di una crisi. Come spiega bene lo studioso Vladimiro Giacché in una intervista[17], la crisi di paesi come Italia, Grecia e Portogallo, “è infatti una cronica crisi di solvibilità, perché hanno un deficit strutturale nei confronti dell’estero, una bilancia commerciale pesantemente negativa. Detto in parole povere, consumano da anni più di quanto producono. Un deficit che per di più, invece di ridursi, aumenta. Quando succede questo, è inevitabile che una o più categorie di agenti economici (…) accumuli debiti: si può trattare del settore privato (famiglie e imprese) o si può trattare del settore pubblico, o anche di entrambi”. Il deficit strutturale nella bilancia commerciale di cui parla Giacché è appunto legato al fatto che in presenza di una stessa moneta, le aree più forti inevitabilmente sottraggono mercati, anche interni, alle aree più deboli[18].

Ci sembrano chiare le conseguenze di tutto questo: se si vuole rimanere nell’UE non basta mobilitare tutte le risorse possibili per abbattere debito e deficit, occorre sopratutto un radicale rinnovamento della struttura produttiva del paese, dei rapporti di lavoro, delle realtà istituzionali, per rendere l’Italia competitiva rispetto alla Germania (e agli altri paesi del nordeuropa). Se non si fa questo i problemi si ripresenteranno, magari in altra forma. Ci sembra allora che questa realtà permetta di elaborare tre obiezioni contro la proposta che stiamo discutendo. Le mettiamo in ordine (crescente) di importanza:

 

A. In primo luogo le risorse da mobilitare diventano davvero ingenti, e diventa più pressante il problema se per ottenerle basti colpire i ceti privilegiati oppure non diventi necessario colpire anche i ceti subalterni.

 

B. In secondo luogo è chiaro che impostare un’opera di radicale trasformazione del paese del tipo indicato preclude qualsiasi altra possibilità. Noi siamo convinti che la società umana possa salvarsi dalle crisi epocali che ci aspettano solo uscendo dal dogma della crescita economica indefinita che ha dominato le società industriali negli ultimi due secoli. Riteniamo quindi che sia necessario avviare il nostro paese su un percorso di decrescita razionalmente controllata. Ma è chiaro che nell’ottica della proposta che stiamo discutendo, questa transizione è impossibile[19]. Se dobbiamo radicalmente ristrutturare il paese per competere con la Germania (e rimanendo nell’UE, come abbiamo spiegato, non c’è altra scelta, pena il ripresentarsi nel medio periodo di problemi simili agli attuali), è chiaro che non possiamo contemporaneamente avviare l’Italia sul percorso della decrescita, perché non ci saranno le risorse per fare entrambe le cose, e soprattutto perché non si può contemporaneamente fare una cosa e il suo contrario, lottare per la crescita e lottare per la decrescita.

 

C. In terzo luogo, è necessario sottolineare che l’estensione dei fenomeni da contrastare, nell’ottica della proposta che stiamo discutendo, è tale che un intervento strutturale in questo campo costituirebbe una vera e propria rivoluzione. Il nostro Paese necessita di serissime riforme in materia fiscale e tributaria, e in tema di trasparenza e controlli. Ma soprattutto occorre sottolineare che nessun risultato importante potrà essere raggiunto senza sciogliere i legami fra politica ed affari, rivedere le norme che regolano gli appalti, distruggere la criminalità organizzata, risolvere i conflitti di interesse. Conoscendo ciò che è la classe dirigente italiana, il suo sostanziale illegalismo, i perversi intrecci di affari e potere che la caratterizzano, è chiaro, ripetiamolo, che questo è il programma di una rivoluzione. Ma se si propone la rivoluzione bisogna avere chiaro il soggetto sociale al quale ci si rivolge e gli obiettivi che a questo vengono proposti. Il soggetto sociale dovrebbe essere l’insieme dei ceti subalterni italiani. Ma quale obiettivo ci si propone? In sostanza l’obiettivo che abbiamo delineato è quello di cercare di non rimanere indietro nella competizione globale che è tipica del capitalismo neoliberista globale che conosciamo da tre decenni. Ma sappiamo che questa competizione ha costi altissimi per i ceti subalterni, che devono rinunciare ai diritti conquistati nella fase precedente (quella socialdemocratico-riformista del secondo dopoguerra). La vicenda degli “strappi” al contratto nazionale dei metalmeccanici imposti dalla FIAT negli ultimi mesi è indicativa di cosa significhi competere sul mercato globale. Ne risulta che la conseguenza logica della proposta che stiamo discutendo è quella di chiedere ai ceti subalterni del nostro paese di impegnarsi in una lotta rivoluzionaria contro gli attuali ceti dirigenti, con tutti i rischi che questo comporta, per trovarsi poi, come adesso, a non avere nessuna garanzia e nessun diritto, perché tutti i diritti e tutte le conquiste possono essere revocate se diventano di ostacolo alla competitività. E’ chiaro che c’è qui una profonda contraddizione: si può chiamare un popolo alla rivoluzione solo prospettando un profondo cambiamento sociale, non la continuazione dello stesso modello “messo in sicurezza” dal punto di vista dei conti pubblici. Le rivoluzioni si fanno per cambiare la vita, non per fare contenti Trichet o Draghi.

 

 

5. Per un’altra Europa: uscire dall’UE.

La discussione precedente non lascia nessuno spazio a proposte politiche che permettano all’Italia di restare nell’UE evitando il massacro sociale che le nuove norme ci minacciano. La conclusione diventa inevitabile: se vogliamo evitare la degradazione irreversibile del paese, la sua “terzomondizzazione”, occorre uscire dall’euro e dall’UE, e contemporaneamente rinegoziare il nostro debito pubblico. Non si tratta di scelte facili, lo sappiamo benissimo. L’uscita dell’euro comporterebbe problemi gravissimi. Ma si tratta di problemi che possono essere affrontati e superati. Il permanere nell’euro comporta invece la degradazione irreversibile del tessuto sociale e civile del paese. Per capirci con una metafora, si pensi al supplizio medioevale della ruota: il condannato veniva legato ad una grande ruota e gli venivano spezzate le ossa a colpi di mazza. Veniva lasciato lì ad agonizzare fra sofferenze atroci per un po’, poi veniva finito con un colpo di mazza allo sterno. Ora, immaginiamo che un condannato a questo terribile supplizio abbia la possibilità di fuggire saltando da una finestra (sotto la quale lo aspettano persone amiche per portarlo in salvo) correndo però in questo modo il rischio di rompersi una gamba. Chiunque sceglierebbe di saltare. Il nostro paese si trova nella stessa situazione. Se rimaniamo nell’euro saremo sottoposti a un supplizio terribile, con pesantissimi e ripetuti colpi che ci spaccheranno le ossa. Se usciamo dall’euro corriamo il rischio di romperci una gamba. Il che non è piacevole, ma è cosa dalla quale si può guarire in tempi ragionevolmente brevi.

E’ ovvio quello che ci conviene scegliere: meglio la finestra.

L’uscita dall’Euro va naturalmente pensata a fondo. Le recenti esperienze di altri paesi possono aiutarci a ridurre di molto le difficoltà connesse alla ristrutturazione del nostro debito pubblico, e alla conseguente svalutazione della moneta. Andranno studiate le misure prese nel corso dell’attuale crisi dall’Islanda, che ha scelto di far fallire le banche private indebitate e di svalutare la propria moneta, e soprattutto le misure prese dall’Argentina all’inizio degli anni 2000, quando prese la decisione di sganciare la propria moneta dal dollaro. Fra le misure che potranno essere prese, possiamo elencare, a titolo puramente indicativo: la temporanea limitazione della quantità di denaro contante prelevabile dai conti correnti, per evitare la “corsa agli sportelli”; programmi di austerità sui beni importati, in modo che l’inevitabile svalutazione abbia il minor effetto possibile; misure di protezione delle industrie esportatrici, per mantenere un buon settore dedito all’esportazione che permetterà di rendere meno dura la svalutazione[20].

 

La proposta di uscita dall’UE suscita in molte persone una certa resistenza. Sembra che si veda in questa idea una sorta di chiusura nei confronti del mondo globalizzato o il ritorno a un nazionalismo aggressivo o autarchico. Si oppone a questa idea la proposta di restare nell’UE per cambiarla e costruire “un’altra Europa”. Abbiamo già criticato questa idea. Siamo però d’accordo con l’idea che avremmo bisogno di “un’altra Europa”. Il che non è in contraddizione con la proposta di uscita dall’UE. Anzi, l’abbandono dell’attuale Unione Europea rappresenta la precondizione necessaria per la costruzione di un’Europa alternativa.

I rapporti internazionali, le relazioni politiche ed economiche fra Stati, esistono da quando esiste lo Stato, certamente da prima della costruzione della UE, che è una delle possibili forme di questi rapporti, non certo l’unica realizzabile. L’uscita dall’Unione quindi non implica automaticamente nessuna chiusura verso l’esterno.

Forse un paragone storico può chiarire ciò che intendiamo. E’ noto che i Partiti Comunisti del Novecento avevano una fortissima dimensione internazionale, tanto che la struttura che per un certo periodo li ha coordinati si chiamava “Terza Internazionale”. E’ noto altresì che l’ideologia comunista aveva come principio dogmatico quello che nella società comunista si sarebbe estinto lo Stato, e l’umanità comunista si sarebbe unita in un abbraccio fraterno al di là dei vincoli delle frontiere. D’altra parte, sappiamo che il movimento comunista del Novecento appoggiò fortemente le lotte di liberazione dei popoli del terzo mondo dal giogo degli imperi coloniali. Ora, è chiaro che tali lotte avevano come ovvio effetto pratico, se fossero risultate vittoriose come di fatto lo furono, la creazione di nuovi Stati, di nuove frontiere nazionali. Si potrebbe allora pensare che ci fosse una contraddizione nelle politiche dei partiti comunisti: partiti “internazionali” che avevano l’abolizione dello Stato fra i propri obiettivi, e lottavano però per far nascere nuovi Stati. E’ chiaro però che un simile rilievo appare molto ingenuo: gli ideali di fratellanza, di pace, di superamento della barriere, perdono ogni valore, e diventano una ignobile ipocrisia, in una situazione di sfruttamento e di sottomissione come è la situazione coloniale. In quella situazione la creazione di barriere nazionali era un necessario elemento di difesa della dignità e della cultura dei popoli colonizzati. Solo ripristinando una condizione di reale uguaglianza potevano essere resi concreti gli ideali di fratellanza. Il che passava anche attraverso la costruzione di nuovi Stati. La posizione dei partiti comunisti era dunque del tutto ragionevole, e ingenua e astratta l’obiezione che abbiamo indicato. Al pari dell’idea che uscire dall’attuale UE sia in contraddizione con la volontà di costruire una Europa alternativa. Abbiamo documentato che il permanere nell’UE comporta rischi gravissimi di distruzione del tessuto sociale e civile di questo paese. In questa situazione, come si può pensare di parlare di fratellanza fra i popoli europei? Un’Italia impoverita, incarognita, dove solo le mafie riusciranno a garantire un minimo di coesione sociale, come potrebbe dare un contributo di civiltà ad un’Europa diversa dall’attuale? Esattamente come i popoli colonizzati avevano bisogno di staccarsi dagli Imperi coloniali e di costruirsi i loro Stati, per cercare poi forme di collaborazione internazionale su basi di parità, allo stesso modo l’Italia deve staccarsi dall’UE per salvare il proprio tessuto sociale, e cercare poi forme di collaborazione con gli altri popoli europei su basi di parità.

 

 

6. I contorni dell’Europa che vogliamo.

E’ difficile disegnare nel dettaglio i contorni di un’Europa alternativa a quella attuale, tali da renderla davvero una libera ed indipendente unione dei popoli che la compongono. Tuttavia, senza nessuna pretesa di essere esaustivi, possiamo elencare alcune delle caratteristiche che ci sembra non possano mancare in un eventuale processo di integrazione europeo democratico e funzionale alle necessità dei cittadini.

 

Il primo elemento riguarda le istituzioni democratiche dell’Unione.

Ad oggi solo i membri del Parlamento Europeo vengono eletti dai cittadini, ed hanno ben pochi poteri reali. La maggior parte delle decisioni vengono prese dalla Commissione o da altri organismi, quali l’Eurogruppo, l’Ecofin o la BCE. Quel che manca è un sistema di checks and balances che garantisca un efficace controllo democratico sugli organismi esecutivi. Così come manca la garanzia che la BCE agisca in modo indipendente dagli interessi privati. Il capitale della BCE è distribuito fra le banche centrali nazionali, il cui capitale spesso è in mano privata, come in Italia. Dunque anche la BCE è di fatto privata.

Questi elementi sono in forte contrasto con qualsiasi idea di Europa democratica, che non sia mero strumento nelle mani di gruppi economicamente forti. Dunque una Unione che abbia a cuore gli interessi dei popoli che la compongono dovrà avere una Costituzione democratica, ed organismi assolutamente indipendenti dagli interessi privati.

 

Il secondo elemento riguarda la possibilità di operare liberamente e senza condizionamenti scelte in materia economica. Compresa la possibilità di optare per misure protezionistiche che consentano di salvaguardare le condizioni del mercato interno, al fine di rompere il circolo vizioso della concorrenza globale, che porta alla costante diminuzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, in nome della competitività.

 

Un terzo elemento riguarda il raggiungimento da parte dell’Europa di una maggiore indipendenza energetica. Dipendere dalle importazioni di materie prime energetiche, vuol dire non essere liberi di implementare politiche economiche autonome, perché sarà sempre necessario scendere a patti con i fornitori. La situazione in questo campo è estremamente difficile. Per soddisfare il proprio fabbisogno, l’Europa dipende per oltre il 50% dalle importazioni di idrocarburi dall’estero, mentre l’Italia supera l’85%[21]. La soluzione non può essere la costruzione di centrali nucleari. Al di là dei gravissimi problemi derivanti della poca sicurezza degli impianti, dall’inquinamento e dello smaltimento delle scorie, l’energia atomica non risolve il problema della dipendenza dall’estero: i Paesi europei dispongono di pochissimo uranio, dunque la costruzione di nuove centrali nucleari comporterebbe un ulteriore aumento delle importazioni. Non resta che puntare fortemente sulle energie rinnovabili. Tutti i Paesi europei dovrebbero moltiplicare gli sforzi a favore dello sviluppo delle energie pulite e della ricerca nel campo delle tecnologie ad esse collegate. Tuttavia, anche se ciò avvenisse, le rinnovabili non potrebbero coprire l’attuale fabbisogno di energia, almeno nel medio periodo. E’ necessario impostare politiche in grado di realizzare una forte riduzione della domanda. Occorre consumare meno energia. Molta meno di quanta ne consumiamo oggi. Il che è necessario anche per abbattere le emissioni di CO2, ed uscire dall’emergenza ecologica che sta mettendo a rischio la stessa sopravvivenza del pianeta.

 

Il quarto elemento riguarda la difesa. I Paesi europei hanno necessità di una alleanza politica e militare (difensiva) che garantisca la loro piena indipendenza dall’esterno. Un’Europa sufficientemente forte sul piano internazionale potrebbe anche svolgere un ruolo attivo per temperare le mire imperialiste e gli atteggiamenti guerrafondai delle potenze affermate (gli USA) e di quelle emergenti, come la Cina.

Perché l’Unione Europea possa svolgere questo ruolo sono necessari almeno due elementi. In primo luogo, occorre che l’Europa sia in grado di implementare una propria politica internazionale, unitaria ed indipendente. In secondo luogo, occorre che l’Europa non diventi essa stessa una potenza a carattere imperialista. Nel qual caso sarebbe sì autonoma, ma parteciperebbe al caos mondiale entrando in competizione con le altre potenze per l’accaparramento delle materie prime, in particolare energetiche.

Per quanto riguarda il primo punto, occorre sottolineare che l’attuale UE non è in grado di assumere nessun ruolo nello scacchiere internazionale. L’attuale assetto che caratterizza l’Europa è proprio quello di cui hanno bisogno le potenze: una tecnocrazia incentrata esclusivamente sulla dimensione economica, incapace di produrre una politica estera unitaria. La UE non ha un proprio sistema di difesa, né un esercito, e non a caso di fronte alle guerre degli ultimi tempi, i paesi europei si sono costantemente divisi, con geometrie sempre inedite, non mostrando mai la capacità di proporre soluzioni comuni alle controversie internazionali.

Per quanto riguarda il secondo punto, c’è davvero da augurarsi che questa Europa non diventi una potenza. Data l’enorme dipendenza di materie prime energetiche che la caratterizza, essa sarebbe tentata di risolvere il problema nel modo tipico delle potenze: la guerra. L’Europa diventerebbe l’ennesima potenza politico-militare presente sullo scenario internazionale, provocando un ulteriore aumento del rischio di conflitti terrificanti, finalizzati all’accaparramento delle limitate risorse energetiche disponibili (soprattutto petrolio e gas).

Riassumendo: l’Europa, per garantire la proprio sicurezza e per diventare capace di assumere un ruolo significativo sul piano internazionale, ha bisogno di implementare una politica estera comune. Ed ha bisogno di dotarsi di un proprio esercito e di un proprio sistema di difesa. Se però questo avvenisse all’interno dell’attuale UE, l’Europa si trasformerebbe immediatamente in una potenza militare aggressiva, affamata di materie prime energetiche. La dipendenza dalle importazioni di idrocarburi sarebbe la stessa di oggi, ma la forza militare di una Europa politicamente coesa e dotata di un esercito cambierebbe lo scenario internazionale in modo estremamente pericoloso.

 

Dunque è solo rimettendo in discussione i fondamenti dell’attuale UE che è possibile riaprire il confronto su una nuova forma di alleanza politica, economica e militare. Per pensare ad una Europa di pace e di cooperazione fra i popoli, è necessario liberarsi dai condizionamenti dell’Ecofin, del patto di stabilità e crescita, del “Semestre Europeo”. E’ necessario rompere i legami con l’Unione, e lanciare un progetto di aggregazione fra Stati radicalmente nuovo, basato sulla volontà di implementare una comune politica estera di pace e cooperazione internazionale.

L’unica possibilità per farlo è abbandonare per sempre le politiche liberiste e l’inseguimento della “crescita”. Quel che serve è coordinare politiche decresciste, in particolare di forte diminuzione del fabbisogno di idrocarburi. Pace ed ecologia non possono essere separati. Sono entrambi aspetti di un unico disegno di equilibrio fra Stati, popoli e natura.

Ma tutto questo non può essere fatto all’interno dell’attuale UE, che è totalmente indirizzata verso la crescita economica, e che non può essere cambiata, per i motivi che abbiamo indicato.

In definitiva, chi voglia davvero un’Europa diversa, democratica, pacifica e indipendente, non può che chiedere l’uscita da questa Europa.

 

Genova, giugno 2011.

Marino Badiale e Fabrizio Tringali
Fonte: http://www.megachip.info Link: http://www.megachip.info/tematiche/kill-pil/6342-meglio-la-finestra-liberarci-dalleuro-per-unaltra-europa.html
17.06.2011

[1] Gli autori ringraziano Massimo Bontempelli per numerose conversazioni sui temi qui svolti. Ogni errore o imprecisione è ovviamente responsabilità degli autori.

[2] “L’ESM, di comune accordo con il Fondo monetario internazionale, sarà in grado di concedere dei prestiti ai paesi dell’Eurozona in difficoltà, ma a condizioni ben precise, ovvero a seguito di un piano di austerità e di riforma delle finanze pubbliche. [...] L’ESM verrà attivato solo a seguito di una decisione unanime dei paesi e come ‘ultima ratio’, ovvero solo in caso in cui la stabilità dell’euro sia concretamente minacciata”. Citiamo da La riforma della governance economica europea, a cura di Carlo Altomonte, Antonio Villafranca e Fabian Zuleeg. Quaderno di approfondimento dell’ISPI n.27, aprile 2011.

[3] “Riformare i sistemi pensionistici: A sostegno del risanamento di bilancio, occorre riformare i sistemi pensionistici per aumentarne la sostenibilità.

• Gli Stati membri che non lo hanno ancora fatto devono innalzare l’età pensionabile e collegarla alla speranza di vita.

• Gli Stati membri devono ridurre in via prioritaria i piani di prepensionamento e utilizzare incentivi mirati per promuovere l’occupazione dei lavoratori anziani e l’apprendimento permanente.

• Gli Stati membri devono favorire lo sviluppo del risparmio privato per integrare il reddito dei pensionati.”

[Annual Growth Survey 2011, punto 5 - scaricabile a questo link: http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/it_final.pdf ]

[4] http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-06-02/trichet-contro-crisi-debiti-124514.shtml?uuid=AaUcUecD

[5] http://www.nytimes.com/interactive/2010/05/02/weekinreview/02marsh.html

[6] La riforma della governance economica europea, a cura di Carlo Altomonte, Antonio Villafranca e Fabian Zuleeg. Quaderno di approfondimento dell’ISPI n.27, aprile 2011.

[7] La riforma della governance.., cit., pag. 12-13.

[8] Ibidem.

[9] http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2011/delibera_28_2011_contr.pdf e http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2011/delibera_28_2011_contr_allegato.pdf

[10] Lo fa notare fra gli altri un articolo del Sole24ore, dicendo che “nonostante uno straordinario sforzo compiuto nell’anno passato, il disavanzo di bilancio greco rimane alto, mentre l’economia è in grande sofferenza in parte anche a causa di quello sforzo [corsivo nostro, MB-FT]. Il risultato è che l’indebitamento di Atene continua ad aumentare invece di diminuire”, si veda http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-26/francoforte-tabu-grecia-063516.shtml?uuid=AabloVaD. Osservazioni simili le fa Mario Blejer, già presidente della Banca Centrale dell’Argentina, secondo il quale il programma imposta dall’UE alla Grecia “sarebbe basato sull’illusione che il debito sia sostenibile, ma ignora il fatto che il paese è in recessione e senza crescita diminuisce la possibilità di saldare i conti”, http://www.megachip.info/tematiche/kill-pil/6311-qgrecia-senza-soluzione-serve-un-defaultq.html

[11] Si tratta probabilmente di un processo che non riguarda solo l’Italia. Lo studioso francese Bernard Conte ha coniato il neologismo “Terzomondizzazione” per descrivere questo processo di portata mondiale. In Europa Occidentale i paesi mediterranei sembrano rappresentare i primi candidati per l’operazione di “Terzomondizzazione”.

[12] Si veda il Rapporto Istat “La misura dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali” (Luglio 2010 , http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100713_00/testointegrale20100713.pdf)

e la “Relazione concernente i risultati derivanti dalla lotta all’evasione fiscale”, (al 30 settembre 2007)

Camera dei Deputati – Doc. CCXXXVII n. 1

http://leg15.camera.it/_dati/leg15/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/237/001/INTERO.pdf

[13] Il recentissimo via libera al nuovo pacchetto di aiuti alla Grecia per scongiurare il rischio di default, dato dalla troika composta da Bce, Commissione europea e Fmi non le contempla nell’insieme di politiche economiche e finanziarie concordate in cambio del prestito. Quel che invece interessa sono le misure di compressione della spesa e le privatizzazioni. La nota ufficiale diffusa dalla troika specifica che l’accordo con il governo greco prevede la creazione di una “agenzia di privatizzazioni gestita in modo professionale e indipendente”, e la stesura di una lista di asset statali da privatizzare “entro la fine del 2015″ pari ad un valore di “50 miliardi di euro”.

[14] Molti dati a questo proposito sono esposti in F. Carlucci, L’Italia in ristagno, Franco Angeli 2007.

[15] “Un atteggiamento che ha sostituito la retorica europeistica all’analisi economica ha imposto all’Italia l’ancoraggio della propria valuta a quella di Paesi con strutture economiche ben più forti, violando il principio secondo il quale il tasso di cambio deve rispecchiare il rapporto fra i fondamentali interni e quelli esteri”. F. Carlucci, op. cit., pag. 26.

[16] Commentando i dati sulla perdita di competitività italiana, Carlucci nota che “con questi dati i maliziosi potrebbero dimostrare che l’ancoraggio all’area del marco sia stata un’operazione chiaramente favorevole alla Germania e, in maniera perfettamente speculare, sfavorevole all’Italia”. F.Carlucci, op. cit., pag. 51.

[17] http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=21034. Si veda anche, per considerazioni analoghe a quelle di Giacché, l’articolo di Vincenzo Comito “Atene, l’euro e il consenso di Berlino”, http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Atene-l-euro-e-il-consenso-di-Berlino-8594

[18] L’importanza di questo tema è stata rilevata, con largo anticipo sulla crisi europea odierna, da Heiner Flassbeck. In un’intervista all’Espresso del 12 giugno 2008, Flassbeck sosteneva infatti che i differenziali di produttività nell’Eurozona avrebbero reso insostenibile la costruzione europea, e concludeva “in una unione monetaria questa situazione pone le premesse per il disastro. Prima o poi il sistema collasserà. In 5, 10 o 15 anni, non so. Ma il sistema monetario, con questi enormi divari fra aziende italiane e tedesche, cadrà di sicuro” (Heiner Flassbeck, economista tedesco, è direttore della divisione su globalizzazione e sviluppo delle Nazioni Unite, ed è stato viceministro delle Finanze del governo Schroder). Anche Nouriel Roubini, l’economista di origine iraniana divenuto famoso per aver predetto la crisi finanziaria, rileva come all’origine dell’attuale crisi vi siano le cruciali differenze economiche fra i vari Stati dell’Unione: “L’ approccio confusionario alla crisi dell’Eurozona non è riuscito a risolvere i problemi fondamentali sulla divergenza economica e di competitività nell’Unione. Andando avanti così l’euro si muoverà attraverso disordinati tentativi di soluzione, e alla fine arriverà a una spaccatura dell’unione monetaria stessa, con alcuni dei membri più deboli buttati fuori. L’Unione Economica e Monetaria non ha mai pienamente soddisfatto le condizioni di un’area valutaria ottimale. I suoi dirigenti speravano che la loro mancanza di politica monetaria, fiscale e di di cambio, avrebbe provocato un’accelerazione delle riforme strutturali che, si sperava, avrebbero visto convergere la produttività e i tassi di crescita. La realtà si è rivelata ben diversa” (http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/1422-nouriel-roubini-leurozona-si-avvia-al-crollo ).

 

[19] La transizione verso un sistema non più orientato alla “crescita” necessita di un ingente impiego di risorse pubbliche. Vedi, di Badiale e Bontempelli, “Una politica economica per la decrescita”: http://www.megachip.info/tematiche/kill-pil/6291-una-politica-economica-per-la-decrescita.html

[20] Pur non caldeggiandola, il premio Nobel per l’economia Paul Krugman discute seriamente l’ipotesi di uscita dall’Euro, si veda il suo articolo http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-21/atene-buenos-aires-081002.shtml?uuid=AanIs8YD.

[21] Eurostat -“Energy – Yearly statistics 2008” scaricabile qui: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-PC-10-001/EN/KS-PC-10-001-EN.PDF.

ComeDonChisciotte – DALLA P2 ALLA P4 . LA “SANTA ALLEANZA” TRA MASSONERIA, VATICANO E I “BERLUSCONES”

Fonte: ComeDonChisciotte – DALLA P2 ALLA P4 . LA “SANTA ALLEANZA” TRA MASSONERIA, VATICANO E I “BERLUSCONES”.

DI GIANNI ROSSI
Articolo 21.info

C’è un filo rosso “cardinalizio” che lega le sorti e le attività dei protagonisti dalla P2 alla P4, in 40 anni di storia repubblicana. E’ la perversa, strana, devastante ed anticostituzionale “Santa Alleanza” tra gli ambienti della massoneria deviata, i vertici del Vaticano, alcuni settori del potere politico e affaristico un tempo socialista e democristiano, ultimamente orbitante nell’area del berlusconismo, ma con addentellati anche in salotti ben frequentati del centrosinistra. Una denuncia della tentacolare rete di potere e dei pericoli per il sistema democratico l’avevamo anticipata un anno fa su questo sito (“Stragi, mafia e P2. Chi c’è dietro la Santa Alleanza”, 4/6/2010). La politica, specie quella di centrosinistra, dopo un primo momento di indignazione, fece “spallucce”, come accadde alla metà degli anni Settanta, quando in pochissimi giornalisti denunciavamo i pericoli della loggia P2.

Proprio 30 anni fa (il 17 marzo 1981) vennero alla luce a Castiglion Fibocchi (Arezzo), grazie ai magistrati di Milano, Gherardo Colombo e Giuliano Turone che indagavano sullo “scandalo Sindona”, gli elenchi della loggia segreta P2, diretta dal Maestro venerabile Licio Gelli, ex-repubblichino, neofascista, amico di potenti di mezzo mondo, di politici italiani, e frequentatore degli ambienti dei servizi segreti deviati. Nella lista, piuttosto “taroccata” (solo 962 nomi, rispetto ai 2.400 registrati originariamente), furono rinvenuti alti ufficiali delle forze armate, dei Carabinieri e della Guardia di finanza, politici di tutti i colori da destra a sinistra, uomini d’affari (tra cui “l’emergente” Silvio Berlusconi), grand commis dello stato, ecclesiastici. Più che la vastità dei nomi, colpiva la rete a cerchi concentrici. Non tutti sapevano degli altri, ma alcuni avevano la possibilità di estendere le conoscenze da un “cerchio” all’altro. Era da almeno 6 anni che in 4/5 giornalisti svolgevamo inchieste contro questo “cancro della democrazia”, osteggiati da magistrati, forze dell’ordine e servizi segreti, derisi dai partiti di sinistra (PCI e PSI).

Se, in seguito al rapimento e all’assassinio del leader DC, Aldo Moro da parte delle BR, ma “gestito” da settori deviati dei servizi e da esponenti piduisti, non fossero intervenuti alcuni settori della massoneria internazionale, sotto l’egida della Trilaterale,e il “corpo sano” paramassonico di alcuni “poteri forti” italiani, lo scandalo difficilmente sarebbe uscito alla luce, deflagrando nella “morta gora” del regime del vecchio “centrosinistra”, guidata dal CAF (Craxi, Andreoti, Forlani); ma sarebbe restato solo un filone di inchiesta di quel manipolo di giornalisti, visti come i soliti “rompiscatole”, i “dietrologi”, dai partiti del cosiddetto “arco costituzionale”. Dopo lo scandalo, il Parlamento istituì una Commissione d’inchiesta, presieduta dalla democristiana, ex-partigiana , Tina Anselmi, che nel 1984 decretò la loggia P2 come “un’associazione segreta, costituita per sovvertire l’ordine democratica e costituzionale” e ritenne gli elenchi “veritieri”. Alcuni degli iscritti furono perseguiti, specie nelle forze armate e dell’ordine. La maggior parte, però, ricorse alla giustizia civile e ai tribunali amministrativi. Riuscirono a “rifarsi una verginità”. La P2 e i suoi elenchi furono immersi in una nube solfurea di oblio.

La stragrande parte di quei personaggi ritornarono ai loro affari di sempre, mentre si andava riorganizzando e rafforzando la rete circolare della “Santa Alleanza”, tra quelli scampati al “dileggio mediatico” degli elenchi taroccati di Gelli, e i nuovi emergenti. La Rete, che alcuni di noi consideravamo la P1, senza documenti cartacei e senza un vero responsabile si stava di nuovo allargando sui destini del nostro paese, approfittando del declino dei partiti tradizionali, con le inchieste su Tangentopoli, e lo strapotere mediatico del partito berlusconiano. Questa volta, però non c’era più il “ragionier” Gelli, troppe volte ritenuto un “millantatore di credito”, un “burattinaio di secondo livello”, lo stilatore di elenchi, ma un nugolo di personaggi per lo più di estrazione cattolica, molto addentro alle ovattate stanze del Vaticano e ben inseriti nelle società a partecipazione statale, un tempo gestite dall’IRI (Finmeccanica, Alitalia, Fincantieri, Finmare, SME-GS, Autostrade, Breda, Tirrenia, ecc.). Grand commis di stato che avevano più capacità di “relazioni” che di gestione manageriale, ancora oggi una generazione di ultrasettantenni, affiancati da new entries più giovani, che tesse rapporti tra i potenti del Vaticano, dalla Segreteria di Stato fino all’anticamera del Papa, e il mondo della politica governativa, delle grandi società ancora partecipate dal Tesoro (ENI, ENEL, Ferrovie dello stato, ecc.). Bisignani era finora una delle “giovani risorse”, altro che un millantatore o un gran “parolaio”, come alcuni testimoni (tra questi proprio Gianni Letta) vorrebbero far credere ai magistrati e ai media.

A suo tempo il professor Prodi, presidente dell’IRI, parlò di essere stato come “in un Vietnam”, per la guerriglia che gli veniva condotta da queste personalità sia in Via Veneto, dentro le mura arcigne dell’IRI, sia tra i palazzi delle società controllate, poi privatizzate. Tutto ciò che lui discuteva, organizzata, stilava, veniva riportato in altre “stanze segrete”, a cominciare dal Vaticano per finire in alcuni archivi sei servizi, della Guardia di finanza e in faldoni di qualche giudice aderente alla “Santa Alleanza”. Uno di quei top manager pubblici “ati-prodiani” era stato “cacciato” dalla P2 di Gelli, perché si era messo in concorrenza con il Maestro venerabile, ma tutt’oggi gode di prestigiosi incarichi imprenditoriali e stabili alleanze in Vaticano e nella magistratura e, sembra, anche di tante carte in mano per determinare le scelte di molti potenti. La Rete nasce agli inizi degli anni Settanta, quando le due “famiglie massoniche”, quella laica di Palazzo Giustiniani e quella “cattolica” di Piazza del Gesù, decidono di riunificarsi e di “scremare” la parte più “nobile” dagli elenchi pubblici delle logge, dirottando gli iscritti “coperti e all’orecchio del Gran Maestro”, verso la P2. Altri, però, furono inseriti in due logge dalla parvenza regolare: la Lira e Spada e la Giustizia e Libertà. Su queste 2 logge né la magistratura, né i commissari della Commissione d’inchiesta indagarono mai. Come sul “Capitolo segreto” del Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato, la Crème della massoneria. Sta di fatto che in questi elenchi appartenevano personalità tutt’ora operative e, soprattutto, “pontieri” tra gli ambienti cattolici oltranzisti del Vaticano, dello IOR, la banca del Papa, e quelli tradizionalmente “laici” di Mediobanca, IRI, EFIM.

Nell’era di Internet e dei supertelefonini cellulari, Bisignani e i suoi, non avevano bisogno certo di brogliacci ed elenchi dattiloscritti. Basta una fornita mailing list, un programma di archiviazione compresso e securizzato nel proprio computer. Ecco perché sarà molto difficile ripetere l’accusa per la P4 del reato di organizzazione segreta contro lo stato, come fu per la P2. Semmai si dovrà costituire una Commissione d’inchiesta che faccia luce su ambienti, aziende, personaggi che da decenni ne fanno e disfano sorti e fortune. Nomi di personaggi che sono stati già toccati dall’inchiesta sulla “cricca” e la P3, facevano parte fino al 2010 dell’elenco prestigioso e riservato dei Gentiluomini di Sua Santità, come Angelo Balducci (dal 1995), ex-presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici, implicato dello “scandalo G8”. E come non dimenticare Umberto Ortolani (Gentiluomo dal 1963 al 1983), piduista, legatissimo al Cardinal Lercaro, per molti anni arcivescovo di Bologna?

Ci sono poi Associazioni senza nessun rapporto con le istituzioni finanziarie, della politica o del governo, ma dentro le quali “navigano” sempre le stesse persone, alcune oggi all’onore della cronaca, come quella prestigiosa musicale di Roma, dove vi si trovano personalità quali: Cesare Geronzi, ex-patron di Mediobanca, Generali, Banca di Roma, e grande amico di Bisignani; il fratello del Papa, monsignor Georg, celebre organista; il parlamentare berlusconiano, editore e patron di cliniche private, Antonio Angelucci e suo figlio Giampaolo; il solito Antonio Balducci; ex- presidenti e direttori generali dell’IRI; il capo di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini e quello di Fintecna, Maurizio Prato, anche lui Gentiluomo; il “plenipotenziario” di Berlusconi dentro Palazzo Chigi e in Vaticano, Gianni Letta; un influente senatore del PD ed altri top manager pubblici e privati. Questi benemeriti appassionati di musica barocca, e non solo, non sono certo dei “golpisti” o degli esponenti di una “cricca”, ma la loro vicinanza ad ambienti così “paludati” è il sintomo di una “trasversalità” che può spingersi a segnalare persone per incarichi in società ex-pubbliche o, ancora, intavolare discorsi su strategie politiche, su opportunità di tessere alleanze, di stringere o meno rapporti per aiutare in determinati affari amici o conoscenti.

E’ questa trasversalità tra cattolici ben introdotti in Vaticano, al soglio di San Pietro come nella Segreteria di Stato, e personalità filomassonicche, grand commis, top manager che passano per “tecnici indipendenti”, buoni per i governi di centrosinistra come per quelli berlusconiani, che come cerchi concentrici, come una matassa elettrica, generano sempre nuova energia per sé stessi e per coloro che vi entrano a far parte. Si può essere stati segnalati da un cardinale, da un vescovo, o da un plenipotenziario di una potente organizzazione cattolica italiana o spagnola, o ancora dai salotti buoni, in cui si muovono a loro agio professori universitari di chiara fama, top manager pubblici e privati, finanzieri e banchieri, gerarchie militari o delle forze dell’ordine. E si fa strada, tanta strada! Questo sistema, che ultimamente parte da settori dei Gentiluomini di Sua Santità per arrivare a quelli più propriamente politici del Bisignani, non ha bisogno di sedi, di elenchi, di riunioni semiriservate, ma si svolge con telefonate, magari con reti criptate, via email, in incontri conviviali, serate musicali, cene private.

La RAI, da sempre nodo nevralgico di questi “giochi potere” non può che essere una delle “prede preferite” dalla Santa Alleanza. Si spiegano così nomine e avanzamenti di carriera impensabili un tempo o anche definizioni di contratti per appalti di programmi e fiction o di coproduzioni di film. E si capisce anche la preponderante influenza degli ambienti vaticani sulle scelte di alcuni vertici e nelle decisioni di politica industriale, oltre che nella strana trasversalità per le nomine di livelli intermedi, da destra a sinistra. La politica, finchè avrà le mani sulla RAI, userà questa “Rete parallela” per continuare a gestire le sorti della più grande azienda pubblica multimediale europea, per determinarne le sorti, facendo finta di non interferire direttamente. Ma la trasversalità di questa Santa Alleanza è la vera cancrena che rischia di affossare il Servizio pubblico. Servirebbe una leggina veloce e con pochissimi articoli, che dovrebbe introdurre criteri di valutazione oggettivi come i CV e una commissione esterna, europea, per selezionare nelle varie aziende dell’orbita pubblica assunzioni e scelte di manager, fino ai più alti livelli. Servirebbe una nuova “governance” per gestire l’azienda e un regolamento per evitare che la quasi totalità delle produzioni finiscano in mano a 4/5 società private, che monopolizzano il mercato anche loro legate al mondo Mediaset e ai salotti vaticani.

Un anno fa scrivemmo di condividere una proposta formulata dal magistrato Giancarlo De Cataldo, autore di “Romanzo criminale”, ovvero che: “per uscire da questa crisi di cui percepiamo i pericoli, ma non ancora scorgiamo la luce per uscire dal tunnel, ci vorrebbe una Commissione parlamentare d’inchiesta, senza potere sanzionatorio, per far luce su questi ultimi anni terribili e, quindi, lasciare una via d’uscita a coloro che verrebbero coinvolti politicamente. E perché non pensare ad un salvacondotto per Berlusconi e i suoi “dignitari” del Califfato? Forse l’unica strada da percorrere per riportare l’Italia nel novero delle nazioni democratiche, liberali e costituzionalmente affidabili. A meno che non si voglia ritornare ad essere un paese ” a sovranità limitata”, vassallo degli Stati Uniti, i quali, come “Lord protettore”, ultimamente hanno però iniziato a lanciare avvertimenti all’establishment italiano e fatto trapelare i primi dossier scandalistici, pur di scompaginare i settori ancora invischiati nella Santa Alleanza.”.

I tempi stringono, la crisi politica, economica, istituzionale sta portando alcuni nodi al pettine dell’orologio della storia patria. Anche questa volta verremo etichettati dagli ambienti della sinistra come “visionari”, adepti della “fantapolitica” o il “Vento del Nord” sta davvero cambiando l’aria della politica?

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Fonte: http://www.articolo21.org/3429/notizia/dalla-p2-alla-p4-la-scandalosa-santa-alleanza.html

Limitare le intercettazioni? No grazie, non gradisco il bavaglio!

Fonte: Limitare le intercettazioni? No grazie, non gradisco il bavaglio!.

“Lentamente muore, chi diventa schiavo dell’abitudine… Lentamente muore chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna… Ricordando sempre che essere vivo richiede una sforzo di gran lunga maggiore per il semplice fatto di respirare”  (Versi di Pablo Neruda).

L’Italia è un Popolo che sta lentamente morendo, è diventato un Popolo che ha fatto delle televisione il proprio Guru: siamo un Popolo narcotizzato, assuefatto che ha bisogno di guardare il passato per sbagliare di nuovo nel futuro. I ricorrenti errori che facciamo, sembrano dettati dal mito di Er. Eppure, siamo noi che indirizziamo il destino, il fato, verso l’imponderabile, verso le braccia di una casta che sta facendo di tutto per farci “lentamente morire” abbracciandoci come le spire di un crotalo. Ma non ci stanno facendo morire fisicamente, ci stanno distruggendo la nostra anima. Viviamo tra la P2, la P4 e chissà un giorno anche con la P38, logge non tanto in sonno che si prefiggono di cambiare la Costituzione a suon di atti illeciti. Questi faccendieri dell’ultima ora, non agivano in proprio ma bensì come portatori malati di quel sistema furbesco del sistema italico. Ora che lo scandalo è venuto alla luce, ecco che i tesserati della P2 si affrettano a denigrare i magistrati. Ecco che strepitano e urlano allo scandalo delle intercettazioni. Ma nessuno però si permette di commentare i contenuti delle conversazioni intercettate. E’ più facile far credere al Popolo che i Magistrati compiano un abuso, piuttosto che spiegare il senso nauseante delle conversazioni della casta.

Il signor ministro di Giustizia, silente e compiacente quando si offendevano i Magistrati, ora, invero, premuroso e lesto ad affermare che la pubblicazione degli stralci di conversazione irrilevanti “ è un reato”. Di quale reato parla signor ministro? Il vero problema non è la divulgazione di talune conversazioni intercettate, seppure irrilevanti al fine delle investigazioni o costituenti reato. La vera spina nel fianco è che il modo di fare politica, talvolta in modo empirico, disinvolto e censurabile viene a galla. E questo non va giù a nessun schieramento politico, perché essi si sentono al di sopra di ogni giudizio del Popolo. Quando invece, il tanto evocato Popolo elettivo viene ad ogni più sospiro, portato ad esempio come il delegante di un potere costituzionale esercitato dal voto. Qualcuno pensa davvero che se vengono pubblicati brani di conversazioni tra normali cittadini, ovvero coloro che non fanno parte della meravigliosa casta, ci sia tutto sto trambusto? Non credo!.

Altra cosa sarebbe buona e giusta, se in ossequio alle norme sulla privacy, si limitasse la divulgazione delle conversazioni non costituenti reato. Certo occorre modificare la norma, ma occorre stare attenti a non introdurre norme che siano foriere di “oscurare e imbavagliare” in toto le conversazioni telefoniche. L’ho già detto tante volte. Tempo fa nel corso di un’intercettazione telefonica, mi imbattei in diverse conversazioni tra un pregiudicato di spessore e un “parente” di un notissimo uomo politico deceduto: attualmente il parente occupa incarichi di Governo. Ebbene, quelle telefonate non costituenti reato, ma di certo censurabili, pur trascritte integralmente, non vennero rese pubbliche, ma rimasero agli atti di Polizia e della Magistratura. La Legge lo consentiva e quindi bisogna ritornare all’antico ed è su questo che il ministro di Giustizia dovrebbe intervenire. Tuttavia, occorrerebbe fare dei distinguo, ossia evidenziare e rendere pubbliche quelle intercettazioni i cui contenuti violano la deontologia professionale o il mandato istituzionale ricoperto. In sostanza non è ammissibile che un politico si adoperi per far chiudere programmi televisivi a lui non graditi, oppure esercitare il proprio potere per fini esclusivamente privati.

Il Popolo è stanco di “ morire lentamente”, è stanco di faccendieri e politici supini e proni che si affidano a questi beceri individui. Fare politica come ha ipotizzato Platone nella sua Repubblica, no?

Pippo Giordano

Eolico: Italia a tutto vento!

Buone notizie
Fonte: Eolico: Italia a tutto vento!.

LItalia è al terzo posto per lo sfruttamento dell’energia eolica nell’anno 2010, dietro soltanto a Germania e Spagna. Questi i numeri che sono valsi al nostro Paese il terzo gradino del podio: 5.797 MW di potenza complessiva installata, dei quali oltre 950 MW nel 2010, e 8.374 GWh di energia elettrica prodotta dal vento.

Nel 2010, infatti, sono stati attivati 63 nuvi impianti eolici per una potenza toatale di 950 Mw a conferma di un rend in costante ascesa dall’anno 2004 a partire dal quale si sono intallati circa 1.000 Mw ogni anno.

I dati sono stati elaborati da Aper (associazine Produttori Energia Rinnovabile) in occasione del Global Wind Day 2011 di ieri, 15 Giugno,  ed evidenziano come siano le regioni del Sud Italia a guidare la crescita dell’energia prodotta dal vento: il primo posto quanto a potenza installata da tecnologia eolica, infatti, appartiene alla Sicilia, con 1422 MW, circa un quarto dell’intera potenza italiana. La Sicilia è seguita dalla Puglia, con 1.317 MW (+ 12% rispetto al 2009). Al terzo posto troviamo un’altra isola, la Sardegna con 671 MW e, infine, un’altra regione del Sud, la Calabria, con 597 MW eolici raccolti nel corso dell’anno. In crescita, comunque, anche la Basilicata, con un aumento del 23% di energia eolica rispetto all’anno precedente, mentre si mantengono stabili le regioni settentrionali e centrali quali Toscana, Lazio, Emilia Romagna,  Umbria, Veneto e Piemonte.

Secondo un sondaggio commissionato da Aper GrandEolico e condotto dall’Ispo delProf. Renato Mannheimer , l’80% degli italiani sarebbe favorevole allo sviluppo dell’energia eolica nel nostro Paese e secondo il 75% degli intervistati l’eolico potrebbe essere un volano di sviluppo e innovazione epr L’Italia. Da segnlare, comunque, che pur irimanendo generalmente positive, le impressioni favorevoli all’eolico si ridimensionano in prossimità degli impianti.

Andrea Marchetti

Antimafia Duemila – Fermare l’aggressione contro la Libia!

Basta guerra! Non è con le bombe all’uranio impoverito che si proteggono i civili.

Fonte: Antimafia Duemila – Fermare l’aggressione contro la Libia!.

da petitions24.com – 13 giugno 2011
Fermare l’aggressione!
La nostra guerra di Libia continua, nella piena illegalità con cui è cominciata.

L’abbiamo fatta sulla base di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che viola la Carta delle Nazioni Unite, perché la Libia non stava affatto minacciando la pace e la sicurezza internazionale.
L’abbiamo fatta sulla base di un’ondata di informazioni false che non sono state mai verificate: non c’erano i 10 mila morti, non c’erano le fosse comuni; non ci sono mai stati bombardamenti su manifestazioni civili.
Migliaia di missioni di bombardamento della Nato, cui noi partecipiamo, hanno già prodotto centinaia di morti di civili. Noi uccidiamo e non proteggiamo.
Siamo intervenuti in una guerra civile sostenendo una parte contro l’altra senza nemmeno sapere chi sono quelli che diciamo di sostenere.
E finanziamo la rivolta con decine di milioni di euro. Tutto questo non è nemmeno scritto nella risoluzione dell’Onu.
Senza nessuna legittimità noi puntiamo all’uccisione del capo di uno Stato sovrano. E questo assassinio, già eseguito contro uno dei suoi figli, viene pubblicamente auspicato e conclamato dai capi delle potenze occidentali di cui siamo alleati. Stiamo assistendo inerti a un ritorno alla barbarie.
La vergogna di questo atteggiamento infame deve essere distribuita equamente tra tutte le forze politiche italiane. Solo rare voci si levano a protestare. Il pacifismo è inerte e tace anch’esso.
Ma noi non possiamo accettare in silenzio tutto ciò. Non è in nostro nome che si uccide, violando ancora una volta la nostra Costituzione.
Noi non abbiamo voce, ma vogliamo parlare a chi è ancora in grado di ascoltare. Questa aggressione deve finire.

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Come cancellare la Ragnatela del Debito | STAMPA LIBERA

Fonte: Come cancellare la Ragnatela del Debito | STAMPA LIBERA.

Dall’articolo sotto si vede che pur annullando i debiti reciproci, l’Italia rimane pesantemente indebitata alla Francia. E quando si dice Francia (o Germania ecc) si dicono alcune banche o pubbliche o semi pubbliche come BNP PARIBAS e DEXIA…
NF
“The Great EU Debt Write Off” è un sito web che contiene i dettagli di uno “studio di fattibilità” su un Giubileo del debito, fatto dal professor Anthony Evans e dai suoi colleghi presso l’ESCP Europe Business School.
Lo studio ha utilizzato i dati del FMI e della Banca dei regolamenti internazionali (BRI) per vedere cosa sarebbe successo se Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania semplicemente avessero cancellato tutto il debito estero che si dovevano l’un l’altro – un giubileo del debito sovrano.

La rete della reciproca distruzione del debito che hanno studiato risulta così.

PRIMA

DOPO

Il Professor Evans ha detto che quello che lui e i suoi colleghi hanno scoperto “è sbalorditivo”.
  • I paesi possono ridurre il loro debito totale del 64% attraverso la cancellazione dei debiti reciprocamente interconnessi, portando il debito totale dal 40,47% del PIL al 14,58%
  • Sei paesi - Irlanda, Italia, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania – sono in grado di cancellare oltre il 50% del loro debito
  • L’Irlanda può ridurre il suo debito da quasi il 130% del PIL a meno del 20% del PIL
  • La Francia può eliminare virtualmente il suo debito – riducendolo a solo lo 0,06% del PIL

Un Giubileo del Debito tra le nazioni ‘debitrici’ consentirebbe all’Irlanda di ridurre il carico del suo debito dal 130% del PIL a meno del 20%! Praticamente vorrebbe dire cancellare i tagli paralizzanti a cui sono costretti gli Irlandesi. Mentre anche tra le nazioni ‘creditrici’ la Francia beneficerebbe di una quasi totale cancellazione del suo debito. Così anche il popolo francese sarebbe avvantaggiato.

Il Professor Evans ha puntualizzato è che in “tutto il debito estero”, ha incluso anche i debiti in valuta estera detenuti dalle banche private, visto che  la linea tra debito veramente sovrano e debito bancario e privato è ormai confusa.

Ha detto inoltre che il principale limite che hanno avuto è stato di non essere stati in grado di determinare la durata e i tassi delle diverse obbligazioni nei diversi paesi. Così hanno virtualmente cancellato debiti che, pur dello stesso importo di capitale, potrebbero avere un valore diverso a causa dei diversi tassi di interesse e durata. Comprensibilmente, questo lo rende prudente sulla attendibilità dei suoi risultati. Tuttavia, egli è d’accordo che su ammontari così elevati, i tassi di interesse e le differenze di durata possono essere considerati marginali. Nel grande schema delle massicce riduzioni di debito che si otterrebbero le differenze di tassi e durata potrebbero essere giustamente viste come un piccolo costo da sopportare per così tanto guadagno.

David Malone, autore di “The Debt Generation”, e blogger di golemxiv-credo.blogspot.com, commenta lo studio di Evans chiedendosi come mai nessuno abbia pensato a una ipotesi così fattibile. La risposta è questa:

I banchieri non vogliono che si parli della cancellazione reciproca del debito perché sarebbe necessario imporre una riduzione della leva finanziaria. I banchieri non vogliono il deleveraging perché la leva è il segreto su cui i banchieri fanno i loro profitti. La  ragione per cui la cancellazione del debito costringerebbe alla riduzione della leva finanziaria è che gran parte del debito che verrebbe annullato è attualmente registrato sui libri delle banche come un ‘asset’ che serve da garanzia ad altri prestiti e ancora più debito. Così, se si inizia a cancellare il debito la piramide del debito a leva dei banchieri comincia a sgretolarsi. Il fatto che dovrebbe sbriciolarsi se si vuole avere una ripresa, e non essere paralizzati dal tentativo di pagare debiti impagabili, non riceve mai un accenno nel mondo dei banchieri.

ComeDonChisciotte – LA NATO IN LIBIA, UN “UNIVERSO ALTERNATIVO”

Basta con questa guerra in Libia falsamente umanitaria. Sicuramente le bombe all’uranio impoverito non servono a proteggere i civili ma a causare tumori per decenni a venire.
Fonte: ComeDonChisciotte – LA NATO IN LIBIA, UN “UNIVERSO ALTERNATIVO”.

DI WAYNE MADSEN
Strategic Culture

Il Pentagono e i suoi partner della NATO sono occupati in una delle più smaccate e intense manovre di propaganda delle loro operazioni militari dal tempo in cui si stavano preparando per l’attacco della “Coalizione dei Volenterosi ” contro l’Iraq. Le indicazioni secondo cui il governo di Muammar Gheddafi stia per cadere e che la vita di Tripoli è in una fase di stallo per via della campagna dei bombardamenti NATO non corrispondono alla realtà, come qualsiasi osservatore non tendenzioso che di recente è stato a Tripoli potrebbe testimoniare.

Per partecipare alla “guerra dell’informazione” della NATO contro la Libia, lo schieramento della stampa della grande finanza si è riunito a Tripoli, con la presenza dei corrispondenti di guerra del Pentagono per il New York Times, il Washington Post e il Los Angeles Times, ed è riuscito a dar voce alla propaganda del Pentagono e della NATO con la fabbricazione di report fasulli.

In un articolo da Tripoli, Simon Denyer del Post ha suggerito che il governo libico stia simulando che le vittime siano dovute alle missioni aeree della NATO sugli obbiettivi civili invece che a cause non inerenti ai combattimenti. La stessa idea è stata ripetuta da John Burns, impegnato a far salire il conto che il New York Times dovrà pagare col suo soggorno a Tripoli, che ha riportato la stessa linea di propaganda del Pentagono. Siccome sono stato all’ospedale El Khadra a Tripoli, posso testimoniare che molti individui sono stati feriti dai bombardamenti NATO, e molti avevano ferite dovute alle scheggie delle granate nelle gambe, nelle braccia e nel torso.

Mentre il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, è stata incensata dal Presidente Barack Obama a Washington per aver impiegato le forze militare del suo paese della campagna della NATO contro la Libia, la Deutsche Presse-Agentur, un’agenzia di stampa tedesca, ha scorrettamente riportato che la vita a Tripoli, una città di 1,3 milioni di abitanti, è in una fase di immobilismo, che le scuole sono chiuse e i negozi sbarrati, e che le forze fedeli a Gheddafi sono sempre più sotto pressione, con alcuni reparti in ammutinamento.

Il mio racconto da Tripoli narra che il 6 giugno gli studenti di tutte le età andavano ancora a scuola, che i negozi erano aperti, anche se alcuni mercati alimentari più grandi hanno un orario di apertura limitato a causa delle sanzioni della NATO sulle merci importate in Libia per aereo o per nave, e che la vita a Tripoli continua normalmente. Le sanzioni della NATO hanno provocato lunghe file di auto, camion e taxi incolonnate per fare rifornimento nel momento in cui le stazioni di servizio ricevono la benzina dalla Tunisia o dalle raffinerie locali.

Le sanzioni della NATO e i loro effetti della vita dei libici che vivono nella regione occidentale, controllata dal governo centrale, sono una forma di “punizione collettiva” progettata per indebolire il popolo libico che in questa parte del paese ha sinora sostenuto il governo legittimo. Comunque, le sanzioni stanno avendo l’effetto opposto e anche le persone che prima erano favorevoli a un cambiamento di regime, ora stanno avvicinandosi ai leader del governo vedendo come la NATO cerchi di introdurre un’amministrazione neo-coloniale. Dato che l’Italia è un membro della coalizione NATO, i libici ricordano le atrocità commesse in Libia dagli italiani durante l’occupazione coloniale fascista e per questa ragione i libici sosterrano Gheddafi contro gli italiani, i francesi e i britannici che, assieme agli americani e ai canadesi, cercano di imporre un regime fantoccio a Tripoli.

La NATO ha adottato la tattica della “punizione collettiva” di stampo israeliano da infliggere sulla popolazione che vive nella zone controllate dal governo.

Le sanzioni sui carburanti hanno provocato lunghe file per il rifornimento a Tripoli, come si può notare da questi taxi (sulla destra) incolonnati dopo la consegna della benzina alle stazioni di servizio.

I libici occidentali che hanno contatti con i loro parenti a Benghazi, la città orientale sotto il controllo del Consiglio di Transizione Nazionale, hanno parlato della presenza dei gruppi dell’opposizione esiliati – da tempo supportati dalla CIA, dall’MI-6 britannico e dalla Direction General de la Securite Exterieure (DGSE) francese -, dei recenti transfughi dal governo di Gheddafi e dagli estremisti wahabiti salafiti incoraggiati e finanziati dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, e ci parlano di come la vita sia cambiata sotto i ribelli. Le donne nelle città come Derna, che è sotto il controllo dei veterani salafiti delle operazioni di “Al Qaeda” in Afghanistan e in Iraq, nelle cui fila ci sono anche alcuni detenuti liberati da Guantanamo, hanno paura di lasciare le loro abitazioni perché i salafiti hanno imposto codici di comportamento radicali alle donne che appaiono in pubblico senza velo. Sotto Gheddafi, non c’erano restrizioni su quello che le donne o gli uomini potessero indossare in pubblico. Comunque, gli uomini non possono avere la barba nelle foto dei loro passaporti. L’esistenza di passaporti libici con le foto dei barbuti leader salafiti nel movimento dei ribelli indica che le autorità ribelli di Benghazi hanno stampato passaporti falsi.

Gli impiegati del settore pubblico, tra cui gli insegnanti, che vivono nella regione orientale tenuta dai ribelli non sono stati pagati dal momento che i capi della ribellione hanno saccheggiato 900 milioni di dinari libici e di 500,5 milioni di dollari di contanti che erano nei forzieri della Banca Centrale Libica di Benghazi. Anche se il governo centrale di Tripoli volesse aiutare i cittadini libici che vivono nell’oriente, non c’è modo di trasferire il denaro agli impiegati pubblici disoccupati, così come ai pensionati e a quelle famiglie che ricevevano 500 dollari al mese grazie al programma di redistribuzione delle entrate petrolifere. Il “Ministro delle Finanze” dei ribelli libici, Ali Tarhouni, è ritenuto un agente di lungo corso della CIA ed è la persona che ha pianificato il furto dalle casseforti della Banca Centrale di Benghazi, grazie all’assistenza degli scassinatori, addestrati dalla CIA, degli Emirati Arabi Uniti.

Alcuni dei ministri libici che sono usciti dal governo per entrare nelle fila dei ribelli erano già noti per essersi opposti alle politiche redistributive di Gheddafi e erano già al tempo interessati a ingrassare i loro conti correnti bancari e i portafogli degli investimenti. Non è una coincidenza che uno dei primi obbiettivi degli attacchi aerei della NATO a Tripoli è stato condotto contro l’ufficio a cui erano attribuite le indagini sulle accuse di frode rivolte contro alcuni funzionari governativi. Molti degli ufficiali sotto indagine per frode e corruzione, tra cui alcuni ministri del governo Gheddafi, sono ora funzionari di alto livello nel Consiglio di Transizione Nazionale, che è già stato riconosciuto da Francia, Italia, Regno Unito e da altri paesi della NATO come il governo “legittimo” in Libia. Le nazioni occidentali stanno intavolando trattative con i leader ribelli per le nuove concessioni petrolifere che permetteranno di soddisfare gli interessi di Big Oil invece di quelli del popolo libico.

La buona notizia è che gli archivi delle frodi e delle corruzioni presenti nell’edificio colpito dalla NATO erano stati spostati in un posto sicuro e che questi documenti verranno utilizzati come prova per incriminare i transfughi che ora sono al servizio del Consiglio Temporaneo. Tra i ministri e i consiglieri implicati nella corruzione ci sono l’ex Ministro della Giustizia Mustafa Abdel Jalil, adesso capo nominale dei ribelli ad interim ma senza alcun potere; Mahmoud Jibril, il Ministro per la Pianificazione addestrato dagli USA e direttore del Tavolo dello Sviluppo Economico, che ha ora l’incarico di Primo Ministro della “Repubblica Libica” dei ribelli, il dottor Ali el-Essawi, il Ministro del Commercio e dell’Industria e ex ambasciatore in India che è anche membro della Fratellanza Musulmana, il Ministro degli Interni Abdul Fatah Yunis e un amico stretto di Gheddafi ed ex capo dell’intelligence libica e Ministro degli Esteri, Musa Kusa, un altro amico intimo di Gheddafi che era il punto di riferimento della CIA nelle sue “extraordinary rendition” e nel programma di rapimenti in Libia.

Ironicamente, alcuni degli estremi jihadisti e musulmani che erano nel mirino dei programmi di tortura e di sequestro della CIA ora stanno combattendo con i ribelli nell’est libico e, nel caso di Derna, hanno installato un “emirato islamico” di stampo talebano.

Per quanto riguarda il supporto francese ai ribelli libici, c’è la prova che il presidente Nicolas Sarkozy e Bernard-Henri Levy, il filosofo amico del presunto predatore sessuale e ex presidente del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, hanno sostenuto i ribelli per permettere ad Israele di estendere la sua influenza per compensare le perdite che Tel Aviv ha avuto in Egitto. Ci sono stati dei report credibili secondo cui Levy, che ha appoggiato le rivolte fin dall’inizio, durante una recente visita a Benghazi ha convinto i ribelli di permettere a Israele di attivare una base militare dell’est Cirenaica con un contratto di affitto di trenta anni. Per ottenere la base, Israele avrebbe esercitato ala sua influenza su Washington, Londra, Parigi, Berlino e Roma per far sì che la NATO innalzasse il livello del conflitto in Libia e che Israele potesse fornire un aiuto segreto ai ribelli con l’invio di reparti scelti e con l’assistenza dell’intelligence. Dopo questo andirivieni diplomatico di Levy tra Benghazi e Gerusalemme dove ha incontrato il Primo Ministro Binyamin Netanyahu, la NATO ha utilizzato per la prima volta gli elicotteri d’assalto nella campagna libica.

Non c’è stato alcun accenno al coinvolgimento di Israele in Libia nelle pagine del New York Times, del Washington Post o del Los Angeles Times, fatto non sorprendente considerando le inclinazioni pro-Israele della proprietà di questi giornali.

Non c’è stata neppure una citazione nei media occidentali, dopo tutto lo zelo applicato alla promozione della linea del Pentagono e della NATO, che alcuni ribelli libici avrebbero accettato un’amnistia offerta dal governo se avessero restituito le armi. Dopo che i ribelli hanno reso le armi a Misurata e nelle montagne occidentali, la NATO ha incrementato i suoi bombardamenti nelle due regioni.

I “corrispondenti di guerra” dei media di regime viaggiano tutti assieme e anche se sono americani, britannici, francesi, tedeschi, canadesi o italiani scimmiottano la linea delle forze occidentali. Nel caso della Libia, i cronisti di guerra delle multinazionali esaltano i successi dei ribelli mentre i loro colleghi al Rixos Hotel di Tripoli sfruttano ogni possibilità per descrivere come sia falso il governo libico e come amplifichi la portata dei danni collaterali della NATO. Comunque, questo giornalista ha testimoniato il risultato del bombardamento NATO nel quartiere residenziale di Tripoli che ha ucciso cinque persone, tra cui il figlio di Gheddafi, Seif al-Arab Gheddafi, e tre suoi nipoti. Le case dei vicini, che sono solo a un isolato di distanza dall’ambasciata della Costa d’Avorio, sono anch’esse state seriamente danneggiate dall’attacco della NATO.

Il salotto del vicino di Saif al Arab Gheddafi dopo il bombardamento

La NATO afferma di aver bombardato solo obbiettivi militari e i media occidentali hanno ripetuto la loro propaganda con i loro dispacci da Tripoli.

Altri articoli dei media di regime a Benghazi hanno parlato delle vittorie dei ribelli nella parte occidentale della Libia, in città lungo la strada principale che collega Tripoli al confine tunisino. Avendo viaggiato su questa strada il 6 di giugno, questo giornalista può testimoniare che non c’era segno della presenza dei ribelli, e che in ogni città da Tripoli alla frontiera sventolava la bandiera verde della Jamahiriyah. Non c’erano bandiere del precedente regime monarchico feudale, quelle usate dalle forze ribelli, da Tripoli alla Tunisia. L’unico sparo sentito in questa regione è stato quello delle truppe tunisine per cercare di spaventare i lavoratori africani in fuga per i combattimenti in Libia che oltrepassavano il confine non sorvegliato nei pressi delle stazioni della dogana.

Il governo libico ha istituito un numero telefonico della Tunisia che promette ai lavoratori profughi un alloggio e un sostegno finanziario se ritorneranno in Libia. I ribelli hanno attaccato molti lavoratori di colore dei paesi sub-sahariani e del Sahel solo per il colore della pelle. Alcuni di questi lavoratori sono stati uccisi e feriti e molte donne africane di colore, comprese le mogli e le figlie dei lavoratori ospitati, sono state violentate dai ribelli. E ancora sono state diffuse bel poche notizie sulla violenza degli arabi sui neri nei media mainstream, sempre ansiosi di aggiornarci sulle iniziative del Pentagono, della CIA, della Casa Bianca e del quartier generale della NATO a Bruxelles.

Non c’è nemmeno una menzione del modo in cui vengono smaltiti i corpi delle vittime della violenza dei ribelli, ossia con un ammasso di corpi che vengono incendiati per eliminare le tracce dei crimini contro l’umanità commessi dalle forze ribelli appoggiate dagli Stati Uniti e dalla NATO.

È già stato detto che, in guerra, la prima vittima è la verità. Comunque, i giornalisti hanno il dovere di riportare la realtà dei fatti indipendentemente dalle fisime dei loro governi. Così come abbiamo visto in Libia e prima in Iraq, in Afghanistan, Pakistan, Libano, a Gaza e nei Territori Occupati, in Darfur, in Rwanda, Somalia e Yemen, i giornalisti moderni che operano in questi giorni sono solo gli stenografi dei loro padroni delle aziende multinazionali che, a turno, tirano le corde delle marionette che sono a Washington, Bruxelles, Londra, Parigi, Roma e Berlino.

***************************************************Fonte: http://www.strategic-culture.org/news/2011/06/08/natos-alternate-universe-in-libya.html

08.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – GLI ITALIANI HANNO DETTO NO AL NUCLEARE E ALL’ACQUA MERCE

Fonte: ComeDonChisciotte – GLI ITALIANI HANNO DETTO NO AL NUCLEARE E ALL’ACQUA MERCE.

DI MARCO CEDOLIN
ilcorrosivo.blogspot.com

Finalmente quella che era solo una sensazione si è tramutata in realtà. Nonostante lo spostamento a giugno dei referendum, rifiutando l’accorpamento con le elezioni amministrative di qualche settimana fa, nonostante le manovre messe in campo dal governo per dissuadere la gente dall’andare alle urne, ritirando scorrettamente una legge oggetto della contesa referendaria, nonostante alchimie ed ostruzionismi assortiti, il quorum è stato abbondantemente superato ed il numero dei votanti si è assestato intorno al 57%.

Poco importa se il valore giuridico della consultazione può ritenersi relativo, così come poco importa se fra coloro che festeggiano, dopo essere saliti sul carro del vincitore, c’è un ampio bestiario politico che da sempre offre la sponda tanto alla lobby dell’atomo quanto alla mercificazione dei beni comuni.

Quello che conta è il messaggio politico adamantino che gli italiani hanno inteso mandare recandosi in massa alle urne, in barba a tutti i tentativi di dissuaderli. No alla reintroduzione in Italia delle centrali nucleari, già bocciate nel 1987 e NO alla trasformazione dell’acqua in una merce, da vendere “a barili” come il petrolio…..

Un messaggio politico che in futuro, tutti i governi di qualsivoglia colore che si avvicenderanno alla guida di questo disgraziato paese, dovranno tenere in debito conto, a prescindere da quali siano le direttive dei grandi poteri che tirano le loro fila.
Passato il momento dell’euforia e della genuina soddisfazione, che deve accompagnarsi alla constatazione di come il popolo italiano ancora possieda una sensibilità ambientale ed un senso di ripulsa nei confronti del disegno di mercificazione di tutto l’esistente, arriverà il momento di capitalizzare questo risultato.
Non in termini elettorali e di visibilità politica, come tanti partiti già stanno facendo, ma gettando le basi per una battaglia popolare che partendo dal basso, ponga le basi affinché il bene acqua venga gestito nel migliore dei modi a beneficio di tutti e le centrali nucleari rimangano quel dinosauro che un po’ tutti gli altri paesi stanno cacciando fuori dall’Europa.
Insomma c’è molto lavoro da fare, e l’entusiasmo che deriva da un risultato andato oltre le migliori aspettative, dovrebbe aiutare a lavorare serenamente e proficuamente sulla strada che il voto degli italiani ha tracciato con chiarezza.

Marco Cedolin
Fonte: http://ilcorrosivo.blogspot.com
Link: http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/06/gli-italiani-hanno-detto-no-al-nucleare.html
13.06.2011

ComeDonChisciotte – IN LIBIA LA NATO HA BOMBARDATO UN’UNIVERSITÀ

Le foto se volete sono al sito qui sotto. ATTENZIONE: FOTO ESTREMAMENTE CRUDE
Fonte: ComeDonChisciotte – IN LIBIA LA NATO HA BOMBARDATO UN’UNIVERSITÀ.

DI KURT NIMMO
Infowars.com

Press TV riporta che la NATO ha bombardato un’università di Tripoli, uccidendo studenti e alcuni dipendenti. Con le parole del network dello stato iraniano: “Nuove immagini mostrano le conseguenze di un presunto aereo raid della NATO contro l’Università di Nasser a Tripoli. L’attacco ha provocato la morte di molti dipendenti dell’università e di parecchi studenti. La televisione di stato libica ha anche detto che decine di persone sono rimaste ferite.”

Il bombardamento non è stato citato dalla CNN o dal New York Times.

Secondo il Christian Science Monitor, “le prove fornite [dalla Libia] sono state scarse, anche se ci sono stati più di 160 lanci di missili Cruise da parte delle forze statunitensi e britanniche e almeno 175 missioni effettuate dai francesi e da un jet fighter canadese nelle ultime 24 ore”.

Le prove sono “scarse” perché i media mainstream si rifiutano di credere al governo libico e non vanno a ricercare le denunce delle vittime tra i civili. Le guerre umanitarie già da tempo vengono descritte come fossero operazioni chirurgiche e quando poi la realtà delle morti dei civili non può più essere negata viene semplicemente descritta come un danno collaterale.

Poco dopo l’inizio dei bombardamenti NATO sul paese, alcuni funzionari hanno negato che ci siano stati morti tra i civili nel corso nei raid aerei. I morti provocati dai bombardamenti aerei sono da trovarsi solo tra i lealisti di Gheddafi e tra i cittadini libici criminalizzati dalle Nazioni Unite.

La scorsa settimana il New York Times ha insistito nell’affermare che i bombardamenti nelle aree densamente popolate non uccidono i civili. John Burns, seguendo attentamente il copione consegnatogli dal Pentagono, ha scritto: “Il governo libico ha al suo attivo un carnet impressionante di dati improbabili e di eventi attentamente manipolati. Il vedere vittime civili è una cosa rara.”

Il New York Times ha anche riportato che alcuni tubi di alluminio sono stati rintracciati in Iraq. Anche a causa della caterva di bugie che asserivano che l’Iraq fosse in possesso di armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti invasero il paese e provocarono la morte di un milione di iracheni.

Un attacco aereo della NATO a Tripoli, una città di due milioni di persone. La NATO e il New York Times ritengono che i civili non muoiano in questi raid.

Secondo i dati del Pentagono diffusi da Wikileaks, l’invasione dell’Iraq ha provocato la morte di 66.081 civili. Il ministro della Salute iracheno, insediato dagli USA, ha innalzato il numero a 87.215. Nel 2007 uno studio dell’ORB sulle vittime del conflitto in Iraq ha portato il numero a 1 milione e duecentomila.

Il 31 maggio la Libia ha accusato la NATO dell’uccisione di 718 civili e del ferimento di altri 4.067 nel corso di dieci settimane di bombardamenti aerei. Il portavoce del governo, Mussa Ibrahim, citando i dati del ministero della Salute – che l’AFP dice non essere verificabili -, ha affermato: “Dal 19 marzo al 26 maggio ci sono stati 718 martiri tra i civili e 4.067 sono stati feriti, di cui 433 in modo grave”.

Joshalyn Lawrence ha filmato i cittadini libici feriti in un attacco aereo della NATO. “I video di Lawrence, sul canale WBAIX, che riprendono i civili ricoverati in ospedale provano che i ferimenti e le uccisioni provocati dalle bombe non sono così “rari” o “castronerie”, sono la realtà”, ha scritto Deborah Dupre per Bay View. “Nei video i feriti innocenti descrivono uno dopo l’altro le atrocità patite nel corso della una missione d’indagine che a Cynthia McKinney sta realizzando con una squadra che comprende una delegazione di ex parlamentari e professori francesi, ora presenti a Tripoli.”

Il 7 di giugno l’ex parlamentare della Georgia ha scritto: “È interessante vedere come le iniziative del Washington Post, del New York Times, dell’Associated Press e di tutti quelli che cercano di far passare per ‘assurde’ le indignazioni della Libia a causa dei bombardamenti sono palesemente false e hanno l’unico scopo di difendere all’opinione pubblica gli indifendibili bombardamenti sui civili che avvengono in aree densamente popolate.”

I neocon assetati di sangue, naturalmente, hanno definito l’indagine di McKinney come un atto di terrorismo. FrontPage Mag, il megafono dell’ex marxista David Horowitz – che ha ricevuto soldi dal noto agente della CIA Richard Mellon Scaife – ha scritto: “McKinney fa parte della lunga tradizione occidentale di sinistra di ruffiani progressisti che viaggiano nei territori nemici per cercare di indebolire l’America”.

I media mainstream hanno per larga parte ignorato il viaggio di McKinney e i suoi resoconti sulle morti dei civili e hanno continuato a seguire il copione del Pentagono come succede ormai da decenni.

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Fonte: http://www.infowars.com/nato-reportedly-bombs-libyan-university/

13.06.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Le foto sono state scattate dallo studente Mohammed Al-Alam dell’università Nasser di Tripoli

Fonte: http://www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/Libye-les-preuves-en-images-du
13.06.20111