Archivi del giorno: 22 settembre 2011

La mancata cattura di Provenzano Il gip: “Fu una scelta e non una casualità” | Giuseppe Lo Bianco | Il Fatto Quotidiano

Fonte: La mancata cattura di Provenzano Il gip: “Fu una scelta e non una casualità” | Giuseppe Lo Bianco | Il Fatto Quotidiano.

Il pasticcio di Mezzojuso si chiarisce in parte nell’archiviazione disposta dal giudice sulla querela del generale Mario Mori contro il colonnello Mauro Obinnu. Nell’ottobre del 1995, dunque, qualcuno (chi?) decise di non catturare il capo dei capi di Cosa Nostra

Non ci sono state ‘’difficoltà tecniche o investigative, o errori di valutazione’’. Quei pastori, le mucche e le pecore che, secondo il colonnello Mauro Obinu, avrebbero impedito l’accesso dei carabinieri al casolare dove si nascondeva Provenzano assumono adesso il valore di una scusa banale e grottesca, nell’ambito di una difesa imbarazzata: per la prima volta, nero su bianco, un giudice, il gip Maria Pino di Palermo, ha scritto in una sentenza che la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, alla fine di ottobre del ’95, fu una scelta e non una causalità: “Le acquisizioni istruttorie – scrive il giudice – confermano la sussistenza delle plurime omissioni che, nell’ambito delle investigazioni finalizzate alla ricerca del latitante Bernardo Provenzano, hanno contrassegnato l’attività istituzionale dei carabinieri del Ros’’, e ‘’ asseverano il convincimento che dette omissioni, già valutate come assolutamente incompatibili sia con un’efficace e cristallina strategia investigativa sia con la specifica competenza e la indiscussa elevatissima professionalità del generale Mori e del colonnello Mauro Obinu, siano state finalizzate a salvaguardare lo stato di latitanza di Provenzano e, nella stessa ottica, a preservare dalle iniziative dell’autorità giudiziaria gli associati mafiosi Giovanni Napoli e Nicolò La Barbera, che quella latitanza hanno lungamente gestito”.

Parole pesanti, che offrono per la prima volta una soluzione al giallo della mancata cattura del boss latitante per 43 anni, e che arrivano a conclusione di una querelle giudiziaria che si ritorce come un boomerang nei confronti di chi l’aveva attivata: il verdetto di archiviazione chiude infatti un procedimento nato dalla querela per calunnia presentata dal generale Mario Mori, leader del Ros, nei confronti del colonnello Michele Riccio, artefice, grazie ad una fonte confidenziale, della trappola a Provenzano fallita a Mezzojuso e autore delle denunce contro i colleghi che avrebbero sabotato l’operazione. Riccio non deve essere condannato, insomma, perché le sue accuse hanno trovato riscontri nelle carte giudiziarie. Sul punto il gip è chiaro: “E’ convincimento di questo giudice – scrive Maria Pino – che la condotta assunta e perpetuata dal generale Mori e dal colonnello Obinu non sia da ascrivere a difficoltà tecniche ed organizzative, né ad errori di valutazione. Non ci sono elementi che inducano a ciò. Piuttosto, le acquisizioni istruttorie convergono nell’ascrivere la condotta suddetta ad una deliberata strategia di inerzia, che non trova giustificazione alcuna”.

Una ‘’deliberata strategia di inerzia’’ che, secondo il gip, pesa interamente sulle spalle di Mori: con lo stesso verdetto, infatti, il giudice ha accolto la richiesta di archiviazione presentata dal pm Nino Di Matteo nei confronti del generale Antonio Subranni, anch’egli indagato per favoreggiamento aggravato nei confronti di Provenzano. Ma secondo il gip Subranni non aveva “competenze in materia di polizia giudiziaria”, che invece erano di Mori. Il quale si è difeso lamentando anch’egli un difetto di competenze: “Ma non ricordo – disse al pm Di Matteo nel marzo 2002 – io non vivevo solo delle vicende di Palermo, ero responsabile operativo di una struttura … quindi avevo una serie di problematiche… mi fu detto che Ilardo aveva dato delle notizie così, nel particolare non me le ricordo però… né probabilmente le ho chieste nemmeno io di sapere di più perché non mi compete… non era il mio livello di competenza”. La sentenza del gip, che verrà adesso depositata dal pm nel processo al generale Mori, per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojiuso, in corso di svolgimento a Palermo, rilancia la domanda che aleggia su tutta la vicenda, sul cui sfondo si staglia la trattativa tra mafia e Stato: ‘’Qual era il livello di competenza che ha gestito quell’operazione? E, in sostanza, chi decise che Provenzano non doveva essere catturato?

ComeDonChisciotte – UN MONDO ALLA FAME: L’AFRICA DELL’EST E OLTRE

Fonte: ComeDonChisciotte – UN MONDO ALLA FAME: L’AFRICA DELL’EST E OLTRE.

DI PAUL ROGERS
Open Democracy

La dura siccità in gran parte dell’ Africa orientale è un’emergenza che richiede attenzione immediata. Segnala una crisi globale: la convergenza della disuguaglianza, dell’insicurezza alimentare e dei cambiamenti climatici.

La siccità in gran parte dell’Africa orientale nella metà del 2011 sta causando profondi disagi ai popoli in difficoltà, quando molti erano già schiacciati dalla povertà e dall’insicurezza. L’arco delle zone colpite è molto esteso: i due distretti della Somalia che sono stati individuati come zone di carestia sono la parte più estrema del più vasto disastro che si stende dalla Somalia verso l’Etiopia e il Kenya settentrionale, ad occidente fino al Sudan e al distretto di Karamoja nel nord-est dell’ Uganda.

I numeri che sono in ballo, nella peggiore siccità nella regione dagli anni ’50, sono enormi. Almeno 11 milioni di persone sono colpite dal disastro. Nel distretto di Turkana nel Kenya settentrionale, 385.000 bambini (su un totale di circa 850.000) stanno soffrendo di una forte malnutrizione (vedi Miriam Gathigah, “L’Africa dell’Est: Milioni alla fame di fronte alla brutale siccità”, TerraViva / IPS, 18 luglio 2011). In Somalia il conflitto tra il movimento islamico Shabaab e il governo effettivo hanno resi le condizioni ancora più disperate per le persone coinvolte.

Il più grande campo di rifugiati al mondo, a nel nord del Kenya, offre una dimostrazione lampante delle conseguenze della siccità. La popolazione di Dadaab, che era stato progettato per ospitare 90.000 persone, è arrivata ultimamente a 380.000 – e più di 1.300 altri ne arrivano quotidianamente (vedi Denis Foynes, “Undici milioni a rischio nel Corno d’Africa”, TerraViva / IPS, 19 luglio 2011).

Le lezioni della crisi

Ma è sconvolgente il fatto che questo fa parte di un fenomeno ricorrente. Segni evidenti di malnutrizione e di carestia erano già visibili ad aprile del 2008; tra questi c’erano i fattori climatici, i rapidi incrementi del prezzo del petrolio, l’aumento della domanda per diete a base di carne per le comunità più ricche e gli investimenti nei terreni per la coltivazione dei raccolti per i biocarburanti (vedi “L’insicurezza alimentare mondiale”, 24 aprile 2008).

Quello che reso questi ingredienti ancora più devastanti è il fatto, molto frequente, che agiscono sinergicamente. Il più chiaro esempio fu dato dalla prolungata crisi alimentare del 1973-74, quando (al suo picco) circa 40 milioni di persone in trenta paesi furono a rischio. La gravità della situazione era causata da una combinazione di vari fattori, due a lungo termine e cinque più immediati.

Gli aspetti a lungo termine era la relativa mancanza di sviluppo agricolo dagli anni ’50 e il fatto che molti paesi stessero appena iniziando a registrare la transizioni demografiche (per il fatto che avevano il 40% o più della popolazione sotto l’età di 14 anni). Questi fattori furono intensificati dai problemi a breve termine: la simultaneità di cattive condizioni atmosferiche (comprese la siccità settennale nel Sahel e le alluvioni nell’Asia meridionale), un’enorme incremento dei prezzi del petrolio e dei fertilizzanti, l’aumento della domanda di carne nelle nazioni del nord, il fallimento della rivoluzione verde per ottenere varietà sufficientemente robuste di raccolti e la speculazione rampante sul mercato delle commodity che ha forzato in alto in prezzi.

Alla fine la crisi del 1973-74 non si è trasformata in un verso disastro. La carestia internazionale fu evitata, anche perché nuovi stati (principalmente i nuovi produttori di petrolio del Medio Oriente) hanno fornito, pur tardivamente, abbastanza aiuti. Ma l’aspetto più significativo era che comunque le riserve mondiali dei grani erano notevoli; giunsero alla metà delle scorte usuali, ma anche al picco della crisi potevano soddisfare 100 giorni di rifornimento. Il problema rivelato dalla crisi era che troppi paesi non riuscivano a produrre abbastanza cibo e non si potevano permettere i prezzi inflazionati nei mercati locali e nazionali. Il nocciolo di questa emergenza risiedeva nella povertà e nella marginalizzazione economica.

Le lezioni di una catastrofe sfiorata non sono state ben apprese. Il progetto della Nazioni Unite per un maggior incremento della ricerca e sviluppo nell’agricoltura tropicale cosò l’equivalente del 2% della spesa militare mondiale annuale, mettendo a disposizione meno di un terzo delle somme necessarie.

Da quel momento ci sono stati quattro decenni di “sviluppo”, con risultati contrastanti: la ricchezza mondiale è cresciuta molto, ma la torta più grossa ha beneficiato 1,5 miliardi di persone più ricche nella popolazione globale che le Nazioni Unite stimano raggiunga i sette miliardi nell’ottobre del 2011. Un mondo molto più facoltoso è sempre più diviso, e ha oggi quasi il doppio di persone malnutrite di quante ce ne fossero nei primi anni ‘70. Questi fatti sono una critica severa al modo in cui si è evoluto il sistema economico mondiale, e in particolare della trascuratezza per la sicurezza alimentare per decine di milioni delle persone più povere e vulnerabili.

Il fattore climatico

Quello che rende la situazione ancora più pressante sono gli aggravi dovuti ai cambiamenti climatici esistenti e a quelli probabili (vedi “Il pericolo climatico: una corsa contro il tempo”, 13 novembre 2009).

Ci sono prove diffuse che il tasso di incremento della temperatura nei prossimi decenni sarà ancora più rapido nelle fasce tropicali e sub-tropicali, tre volte di più rispetto alla media di molte altre regioni. Gli effetti immediati comprenderanno un declino marcato in quelle che Lester Brown ha definito “i serbatoi nel cielo”: le regioni glaciali delle Ande superiori e gli ancora più grandi bacini ghiacciati presenti nell’Himalaya e nel Karakoram (talvolta definiti “il terzo polo”) (vedi Lester R Brown, “L’aumento delle temperature scioglie la sicurezza alimentare”, TerraViva / IPS, 6 luglio 2011).

Le aree costiere asciutte del Peru e di altre parti del America sud-occidentale dipendono dai ghiacciai andini. Ma il valore dei ghiacciai asiatici è enormemente maggiore dato che alimentano il Gange, l’Indo, il Brahmaputra e altri sistemi fluviali dai quali centinaia di milioni di persone dipendono per l’approvvigionamento del cibo. Quando i “serbatoi” si seccano e la temperatura aumenta, il risultato è un aumento della calura estiva e lo stress per le coltivazioni, provocando la caduta delle rese e quindi carenze alimentari. Queste carenze esistono già ora, come dimostra la crisi africana; con il passo attuale diventeranno molto peggiori nei prossimi decenni (vedi “Un secolo in bilico: 1945-2045“, 29 dicembre 2008).

Un grado di adattamento è teoricamente possibile, non senza miglioramenti tecnologici e cambi politici: migliorando la conservazione dell’acqua e la produzione di raccolti resistenti alla siccità, oltre a riformare l’economia mondiale per assicurare una maggiore equità e l’emancipazione economica (vedi Amartya Sen, Sviluppo come Libertà [Oxford University Press, 1999]). Queste innovazioni da sole sarebbero quasi rivoluzionarie, ma non sarebbero ancora sufficienti a risolvere i problemi. Tutto ciò richiede che il cambiamento climatico sia posto sotto controllo attraverso una “grande transizione” verso economie a basso utilizzo di carbone.

La crisi odierna nell’Africa orientale richiede un’azione coordinata e immediata per alleviare la sofferenza generalizzata. È anche un favoloso promemoria degli sforzi ben più ingenti necessari qui e altrove, che sono stati amplificati dalle precedenti decadi di abbandono e sprechi. La capacità di raggiungere la grande transizione – con tutto quello che concerne gli standard di vita sostenibili e l’organizzazione sociale – determinerà se le prossime generazioni del pianeta avranno una garanzia sul cibo e sulle altre risorse che li potranno far sopravvivere e costruire esistenze appaganti.

*************************************Fonte: http://www.opendemocracy.net/paul-rogers/world-in-hunger-east-africa-and-beyond

21.07.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – LIBIA, COSA AVEVA RAGGIUNTO E COSA È STATO DISTRUTTO

Fonte: ComeDonChisciotte – LIBIA, COSA AVEVA RAGGIUNTO E COSA È STATO DISTRUTTO.

DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
Global Research

“Non c’è un domani” sotto la ribellione di Al Qaeda sponsorizzata dalla NATO.

Mentre si insediava un governo ribelle “a favore della democrazia”, il paese è stato distrutto.

Contro il fondale di una guerra di propaganda, i successi economici e sociali della Libia degli ultimi trent’anni hanno brutalmente mutato direzione:

La [Jamahiriya Araba Libica] aveva un alto livello di vita e un robusto apporto calorico pro capite, pari a 3144 chilocalorie.

Il paese ha fatto passi avanti in campo sanitario e, dal 1980, i tassi di mortalità infantile sono calati da 70 a 19 nascite su 100.000 nel 2009. L’aspettativa di vita è passata da 61 a 74 anni nello stesso lasso di tempo (FAO, Roma, Libya, Country Profile)

 

Secondo i settori della “sinistra progressiva” che hanno appoggiato il mandato R2P della NATO, per non parlare dei terroristi che sono senza riserve considerati e “Liberatori”:

 

“L’umore in tutta la Libia, in modo particolare a Tripoli, è assolutamente quello di un sentimento euforico. La gente è incredibilmente eccitata di ricominciare da capo. C’è un senso di rinascita, l’impressione che le loro vite stanno iniziando di nuovo (DemocracyNow.org, 14 settembre 2011)

“Ricominciare da capo” dopo la distruzione?

Paura e disperazione, incommensurabili morti e atrocità, ampiamente documentate dai media.

 

Niente euforia… È avvenuto un rovesciamento storico dello sviluppo sociale ed economico. Le conquiste sono state azzerate.

 

In Libia l’invasione della NATO e l’occupazione hanno segnato la “rinascita” degli standard di vita rovinosi. Questa è la verità vietata e non detta: un’intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, il suo popolo costretto alla povertà abissale.

 

L’obbiettivo dei bombardamenti della NATO sin dall’inizio era di distruggere i livelli di vita della nazione, la struttura sanitaria, le sue scuole e gli ospedali, il sistema di distribuzione dell’acqua.

 

E poi “ricostruire” con l’aiuto di donatori e creditori al timone del FMI e della Banca Mondiale.

 

I diktat del “libero mercato” sono una precondizione per l’istituzione dei una “dittatura democratica” di stile occidentale.

 

Circa 90.000 missioni, di cui decine di migliaia su obbiettivi civili, zone residenziali, edifici governativi, impianti per la fornitura di acqua ed elettricità (vedi Comunicato della NATO, 5 settembre 2011. 8140 missioni dal 31 marzo al 5 settembre 2011)

 

È stata bombardata un’intera nazione con gli armamenti più avanzati, anche con le munizioni rivestite di uranio.

 

Già in agosto l’UNICEF aveva avvertito che i massicci bombardamenti della NATO delle infrastrutture idriche della Libia “avrebbero potuto provocare un’epidemia senza precedenti” (Christian Balslev-Olesen dell’Ufficio per la Libia all’UNICEF, Agosto 2011).

 

Nel frattempo gli investitori e i donatori hanno trovato la propria collocazione. “La guerra fa bene agli affari”. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali con sede a Washington operano in modo coordinato. Quello che in Libia è stato distrutto verrà ricostruito finanziato da creditori stranieri sotto l’egida del “Washington Consensus”:

 

“Specificamente alla Banca [Mondiale] è stato chiesto di valutare le necessità per le riparazioni e la ricostruzione dei settori dei servizi idrici, energetici e dei trasporti [bombardati dalla NATO] e, in cooperazione con il Fondo Monetario Internazionale, di sostenere una preparazione del bilancio [misure di austerità] per aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la Banca Centrale Libica è stata uno dei primi edifici governativi a essere bombardato]. La creazione di lavoro per i giovani libici è da considerarsi una necessità urgente che la nazione deve affrontare.” (World Bank to Help Libia Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens)

I risultati dello sviluppo libico

Qualunque opinione che si possa avere di Gheddafi, il governo libico post-coloniale ha svolto un ruolo fondamentale per eliminare la povertà, per migliorare la salute della popolazione e per sviluppare le strutture per l’educazione. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito, “diversamente da altre nazioni che hanno avuto una rivoluzione, la Libia viene considerata la Svizzera del continente africano, è molto ricca e le scuole sono gratuite. Gli ospedali sono gratuiti. E le condizioni delle donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi.” (Russia Today, 25 agosto 2011)

 

Questi risultati sono in netto contrasto con quello che le nazioni del Terzo Mondo sono riuscite a “raggiungere” sotto la “democrazia” e il “governo” di stile Occidentale nel contesto standard dei Programmi di Aggiustamento Strutturale del FMI e della Banca Mondiale.

Cura della salute

La cura della salute in Libia prima dell’”intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. “La tutela della salute è [era] a disposizione di tutti i cittadini senza costi applicati dal settore pubblico. La nazione si fregia del più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizione alle scuole del Nord Africa. Il governo sta [stava] incrementando in modo sostanziale i fondi per lo sviluppi dei servizi sanitario (OMS, Libya, Country Brief)

 

Come confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la malnutrizione era meno del 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 chilocalorie (i dati sull’apporto calorico indicano la disponibilità e non il consumo).

 

La Jamahiriya Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che viene negato a molti statunitensi: l’assistenza sanitaria gratuita e l’educazione gratuita, come confermato dall’OMS e dall’UNESCO.

 

Secondo l’OMS, l’aspettative di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte del mondo sviluppato.

Il tasso di mortalità al di sotto dei cinque anni è calato dal 71 per mille nel 1991 a 14 per mille nel 2009. Vedi Libyan Arab – HEALTH & DEVELOPMENT.Informazioni generali sulla Jamahiriya Araba Libica
Dati del 2009

Popolazione totale 6.420.000
Tasso di crescita della popolazione (%) 2,0
Popolazione 0-14 anni (%) 28
Popolazione rurale (%) 22
Tasso di fertilità totale (nascite per donna) 2,6
Tasso di mortalità infantile (per mille nascite) 17
Aspettativa di vita alla nascita (in anni) 75
PIL pro capite in dollari US 16.502
Crescita del PIL (%) 2,1
Interessi sul debito in % al GNI 0
Bambini in età di scuola primaria che non vanno a scuola(%) 2,0 (1978)

Fonte: UNESCO, Libya, Country Profile

Aspettativa di vita alla nascita (anni)Aspettativa di vita maschile alla nascita (anni)

Aspettativa di vita femminile alla nascita (anni)

Nati sottopeso (%)

Bambini sotto peso (%)

Tasso di mortalità perinatale ogni 1000 nati

Tasso di mortalità neonatale

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati)

Tasso di mortalità sotto i 5 anni (per 1000 nati vivi)

Tasso di mortalità materna (ogni 10.000 nati vivi)

72,370,2

74,9

4,0

4.8

19.0

11,0

14,0

20,1

23,0

 

Fonte: Libyan Arab Jamahiriya – Demographic indicators

 

Educazione

 

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’89% (2006, 94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% degli adulti è alfabetizzato (dati UNESCO 2006, vedi UNESCO, Libya Country Report).

 

I dati delle iscrizioni alla scuola primaria era del 97% per i ragazzi e del 97% per le ragazze (vedi le tabelle dell’UNESCO).

 

Il rapporto tra insegnanti e alunni nella scuola primaria della Libia è pari a 17 (dati UNESCO del 1983), il 74% di chi ha finito la primaria viene iscritto alla secondaria (dati dell’UNESCO del 1983)

 

Analizzando dati più recenti, che confermano un incremento significativo delle iscrizioni scolastiche, il Tasso di Iscrizione Lordo (GER) nelle scuole secondarie era del 108% nel 2002. Il GER indica il numero di alunni iscritti a un dato livello scolastico senza considerare l’età espresso con la percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di educazione.

 

Per le iscrizioni alla scuola terziaria (post-secondaria, college e università), il Tasso di Iscrizione Lordo (GER) era del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

 

(Per ulteriori dettagli, vedi Education (all levels) profile – Libian Arab Jamahiriya).

 

Diritti delle donne

 

Per i diritti delle donne i dati della Banca Mondiale mostrano miglioramenti significativi:

 

“In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha ottenuto l’accesso universale alla formazione primaria, con un’iscrizione lorda pari al 98% per l’educazione primaria e il 46% per quella terziaria. Nello scorso decennio, le iscrizioni femminili sono incrementate del 12% in tutti i livelli di formazione. Nell’educazione secondaria e terziaria, le ragazze superano i ragazzi del 10%.”

Controllo dei prezzi per i generi alimentari essenziali

Nella gran parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei cibi essenziali sono saliti alle stelle a causa della deregolamentazione del mercato, l’abolizione del controllo dei prezzi le l’eliminazione dei sussidi per seguire i consigli del “libero mercato” forniti da Banca Mondiale e FMI. Negli ultimi anni gli alimenti basici e i prezzi dei carburanti hanno sempre più alti per gli scambi speculativi sulle maggiori commodity.

 

La Libia era uno dei pochi paesi del mondo in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi per i cibi fondamentali.

 

Il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, ha riconosciuto nell’aprile del 2011 che i prezzi dei cibi fondamentali era incrementato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. Vedi Robert Zoellick, Banca Mondiale.

 

La Jamahiriya Araba libica ha introdotto un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità che ha mantenuto fino allo scoppio della guerra guidata dalla NATO.

 

Mentre i prezzi degli alimenti nelle vicine Tunisia ed Egitto ha causato le rivolte sociali e il dissenso politico, in Libia il sistema dei sussidi in agricoltura è stato mantenuto in vigore.

 

Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“Diplomazia dei Missili” e “Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono intimamente collegate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in accordo ai think tank di Washington.

 

Le nazioni che sono riluttanti ad accettare i proiettili placcati di zucchero delle “medicine economiche” del FMI saranno eventualmente oggetto di un’operazione umanitaria R2P della BATO.

 

Déjà Vu? Sotto l’Impero Britannico, la “diplomazia delle cannoniere” era un sistema per imporre il “libero scambio”. Il 5 ottobre 1850 l’inviato inglese nel Regno del Siam, Sir James Brooke, raccomando a Sua Maestà che:

 

“nel caso in cui queste richieste [per imporre il libero scambio] vengano rifiutate, una forza si paleserà immediatamente per sostenerle nella rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. […] Il Siam potrebbe dover subire una lezione che da tempo sta provocando; il suo governo potrebbe venire rimodellato, un re meglio disposto potrebbe essere insediato al trono e verrebbe stabilita un’influenza nella nazione che sarebbe di estrema importanza per l’Inghilterra” (La Missione di Sir James Brooke, citata in M.L. Manich Jumsai, Re Mongkut e Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

 

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e “Diplomazia dei Missili” che invariabilmente prende la forma di una “No Fly Zone” sponsorizzata dall’ONU. Il suo obbiettivo è quello di imporre la terribile “medicina economica” del FMI a base di misure di austerità e di privatizzazioni.

 

La Banca Mondiale ha finanziato i programmi per la “ricostruzione” dei paesi distrutti sono coordinati con la pianificazione Stati Uniti-NATO. Vengono invariabilmente formulati prima dell’avvio della campagna militare…

La confisca dei beni finanziari libici

Gli asset finanziari libici congelati oltre oceano sono stimati nell’ordine di 150 miliardi di dollari, con i paesi Nato che ne hanno più di 100.

 

Prima della guerra la Libia non aveva debiti. All’opposto. Era una nazione creditrice che investiva nella vicine nazioni africane.

 

L’intervento militare R2P aveva l’obbiettivo di costringere la Jamahiriya Araba Libica in una camicia di forza rendendola una nazione indebitata per il proprio sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni basate a Washington.

 

Con una punta di ironia, dopo aver derubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato i suoi beni finanziari, la “comunità dei donatori” ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la “ricostruzione” post-conflitto.

 

Il FMI ha promesso altri fondi per 35 miliardi di dollari ai paesi in cui si sono avute le rivolte della Primavera Araba e ha formalmente riconosciuto il consiglio ad interim che è al potere in Libia come un potere legittimo, aprendo la porta a una miriade di prestatori internazionali quando il paese [la Libia] cerca di ricostruirsi dopo una guerra durata sei masi.

 

Avere il riconoscimento del FMI è importante per i dirigenti temporanei libici dato che permette l’offerta di finanziamenti da parte delle banche internazionali per lo sviluppo e da altri donatori come la Banca Mondiale.

 

Le dichiarazioni pronunciate a Marsiglia sono giunte solo alcuni giorni dopo che i leader mondiali si erano accordati a Parigi per sbloccare miliardi di dollari in asset congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i governanti ad interim della Libia per ripristinare i servizi vitali e per ricostruire dopo il conflitto che ha posto fine alla dittatura durata 42 anni.

 

L’accordo finanziario sancito dal G-7 più la Russia ha lo scopo di sostenere gli sforzi per le riforme [gli aggiustamenti strutturali sponsorizzati dal FMI] al termine delle rivolte in Nord Africa e in Medio Oriente.

 

I finanziamenti sono principalmente sotto forma di prestiti, e non di sovvenzioni, e sono forniti per metà dal G8 e dai paesi arabi, e l’altra metà da vari prestatori e dalle banche per lo sviluppo.

 

**********************************************Fonte: Destroying a Country’s Standard of Living: What Libya Had Achieved, What has been Destroyed

 

20.09.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – NON PAGARE IL DEBITO !

Fonte: ComeDonChisciotte – NON PAGARE IL DEBITO !.

DI GIULIETTO CHIESA
ilfattoquotidiano.it

Un anno fa la Grecia era in rosso per 110 miliardi di euro.
L’hanno “salvata”.
Adesso il debito è salito a 340 miliardi.
Non so se la ri-salveranno, ma, in tal caso (e non è una battuta di spirito, perché la Finlandia proprio questo ha chiesto) dovrà dare in pegno il Partenone.
A riprova che i “ nove banchieri” di Wall Street amano molto le collezioni private. Non so dove lo metteranno, il Partenone, ma troveranno un posto, magari vicino a San Diego, California.

Il problema è che adesso tocca a noi. Chiederanno in pegno il Colosseo, o la Galleria degli Uffizi. E non basterà, perchè il nostro debito pare sia superiore ai 1.900 miliardi di euro.

Dicono che dobbiamo privatizzare tutto. Arriveranno a comprare ai saldi con i denari fasulli, creati con un click sul computer, con cui hanno gonfiato il debito mondiale fino a cifre astronomiche, che nessuno è più in grado di pagare.

Ho publicato i risultati di un Gao (Government Accountability Office) Audit sulla Federal Reserve , il primo e unico mai effettuato sulla prima banca planetaria nei suoi circa 100 anni di storia, dal quale emerge che, tra il 2007 e il 2010, la Federal Reserve ha spalmato 16 trilioni di dollari su tutte le più importanti banche occidentali, non solo su quelle americane.

L’Audit è stato fatto da due senatori americani, Bernie Sanders e Jim DeMint, e chi vuole se lo va a leggere sul sito di Sanders. Qualcuno si è scandalizzato per il mio “complottismo”. Sfortunatamente non sono io che complotto. L’operazione è stata definita, dallo stesso Sanders, del tutto illegale.

Tredicimilamiliardididollari inventati e inviati illegalmente a tutte quelle banche? E perchè?

La risposta è una sola: perchè tutte quelle banche sono fallite. Ma non lo si poteva dire. Quindi si è rimessa la benzina nel loro serbatoio. E, con quella benzina, il debito (nostro) ha  ripreso a crescere.

John Kenneth Galbraith definì questa come “economia della truffa”. Se potesse resuscitare, adesso riderebbe. Forse, da qualche parte, lo fa. Ma riderebbe di noi se pagassimo il debito di quei nove balordi che si riuniscono a Wall Street, in segreto, per renderci schiavi.

Giulietto Chiesa
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/22/non-pagare-il-debito/159198/
22.09.2011

Mancato arresto di Provenzano: “Ecco le omissioni del Ros”

Fonte: Mancato arresto di Provenzano: “Ecco le omissioni del Ros”.

Ci sono state “plurime omissioni” da parte dei vertici del Ros dei carabinieri sulle indagini mirate alla cattura di Bernardo Provenzano nel biennio ‘95-’96. Omissioni “finalizzate a salvaguardare lo stato di latitanza di Bernardo Provenzano”. Non si tratta del capo di imputazione ascritto all’ex generale e l’ex colonnello del Ros, Mario Mori e Mauro Obinu – sotto processo a Palermo per favoreggiamento aggravato – ma del contenuto di un sentenza emessa dal gip Maria Pino che archivia l’accusa di calunnia nei confronti di Michele Riccio, già colonnello dei carabinieri. E’ la prima volta – a distanza di quasi 16 anni – che una sentenza si esprime su una vicenda ancora oscura e che riguarda il fallito blitz di Mezzojuso del 31 ottobre 1995, quando si sarebbero potute mettere le manette ai polsi dell’allora superlatitante Bernardo Provenzano. Il pm titolare dell’inchiesta, Nino Di Matteo, ha già annunciato che la sentenza sarà depositata nel processo contro Mori e Obinu.

Antefatto
L’allora colonnello Michele Riccio, attraverso un infiltrato in Cosa nostra, Luigi Ilardo – nome in codice “Oriente” – era riuscito a fare arrestare diversi latitanti fino ad arrivare all’obiettivo numero uno, Bernardo Provenzano, che Ilardo incontra il 31 ottobre 1995 in un casolare a Mezzojuso. Ma non se ne fece niente. Era stato predisposto un servizio di pedinamento che non è stato attivato e, secondo il giudice, non c’erano elementi che rappresentavano rischi di contro-pedinamento che legittimassero il non intervento. Anche la circostanza ostativa che ci fosse un’auto parcheggiata nel bivio da cui, attraverso una trazzera, si giungeva al casolare di Provenzano, è superata dal fatto che anche quando questa se n’è andata non se n’è fatto nulla e il servizio di osservazione è finito alle 10.

L’attività del Ros

“L’individuazione dei casolari descritti da Ilardo e l’acquisizione di una ’strisciata aerea’ hanno costituito fino al 23 maggio 1996 gli unici atti d’indagine compiuti sul territorio dai militari del Ros” scrive il giudice nella sentenza. Atti d’indagine, aggiunge: “Assolutamente incongrui rispetto al primario obiettivo dell’arresto del latitante Provenzano”. Sulle eccezioni che avrebbero indotto gli ufficiali del Ros a non intervenire – né lo stesso 31 ottobre 1995 né nei giorni seguenti – il giudice risponde che: “Gli accertamenti tecnici in esame inducono ad affermate che era possibile predisporre e realizzare servizi dinamici e mirate attività di osservazione a distanza di sicurezza in relazione all’ambito territoriale ed ai casolari individuati nella immediatezza del noto incontro”.

Rapporti con la procura
A queste considerazioni si aggiunge che, in corrispondenza del transito di Michele Riccio dalla Dia al Ros dei carabinieri, è avvenuta un’interruzione dei flussi di comunicazione con la procura di Palermo. “Alla continuità e compiutezza di informazione garantite dalla Dia – scrive il gip – si è contrapposto il silenzio lungamente serbato dal Ros sia in ordine all’imminenza di un probabile incontro con il Provenzano sia in ordine all’effettiva realizzazione dell’incontro sia in ordine al novero degli importanti elementi acquisiti dalla fonte”. “Il patrimonio di informazioni acquisito dai carabinieri del Ros sin dal 31 ottobre 1995 – continua il gip – non fu oggetto di adeguato e tempestivo sviluppo d’iniziativa e non venne rassegnato alla procura della Repubblica di Palermo se non in data 31 luglio 1996, data di deposito dell’informativa originata dalle dichiarazioni di Ilardo Luigi e denominata ‘Grande Oriente’”.

“Deliberata strategia di inerzia”
“E’ convincimento di questo giudice – si legge nella sentenza – che la condotta assunta e perpetuata dal gen. Mori e dal col. Obinu non sia da ascrivere a difficoltà tecniche od organizzative né ad errori di valutazione. Non vi sono elementi che inducano a ciò”. Piuttosto questa condotta sarebbe “una deliberata strategia di inerzia”. “Il silenzio del Ros – conclude il gip – non può ritenersi casuale, né frutto di inefficienza o di carenze organizzative. Converge e pienamente si salda, piuttosto, con la condotta di inerzia investigativa accertata ed ascrivibile ai vertici del Ros”. La stessa condotta che portato al processo.

da: LiveSicilia.it

Antimafia Duemila – Italia, servono miliardi? Risparmiamo sugli armamenti

Fonte: Antimafia Duemila – Italia, servono miliardi? Risparmiamo sugli armamenti.

di Enrico Piovesana – 9 agosto 2011
E’ partita la caccia a 17 miliardi per risanare il bilancio entro il 2013. Perché non iniziare rinunciando a spendere 16 miliardi per l’acquisto di 131 inutili cacciabombardieri?

Per anticipare il pareggio di bilancio al 2013, il governo italiano deve recuperare subito 17 miliardi di euro. Dove trovarli? La risposta che arriva dai palazzi della polizia è tristemente scontata: tagliando le pensioni. Come se non vi fossero alternative.

Ne ricordiamo, come facciamo da tempo, una che basterebbe da sola: annullare il programma pluriennale di spesa militare da 16 miliardi di euro per l’acquisizione di centotrentuno cacciabombardieri F-35.

Aerei da attacco ‘stealth’ (invisibili ai radar) di ultimissima generazione, giudicati uno sfizio tecnologico strategicamente inutile da molti esperti militari. Non certo dalle aziende cui il folle progetto garantisce succulente commesse: Alenia aeronautica, Datamat, Galileo Avionica, Selex Communication, Sirio Panel, Oto Melara (tutte di Finmeccanica), Gemelli, Logic, Mecaer, Moog, Oma, Avio, Piaggio, Aerea, Secondo Mona, Sicamb, S3Log.

I critici potrebbero obiettare che l’annullamento del programma renderebbe subito disponibili ‘solo’ 3,6 miliardi di euro (lo stanziamento previsto da qui al 2013), non tutti e 16. Vero. Ma quello che qui ci interessa sottolineare è l’aspetto simbolico di quella cifra enorme, di fatto già data per spesa, e la concreta possibilità di operare scelte diverse: profondamente politiche, non meramente contabili.

Altri dolorosi tagli alle spese sociali potrebbero essere evitati anche scegliendo di bloccare le spese – già previste per il 2011 – per l’acquisto di centosedici elicotteri da assalto Nh-90 (310 milioni), di due nuovi sommergibili U-212 (164 milioni) e di sedici elicotteri da trasporto truppe Ch-47 (137 milioni) e di porre fine alle missioni di guerra in Afghanistan (800 milioni all’anno) e in Libia (centinaia di milioni in pochi mesi).

Tratto da: e-ilmensile.it

Budgetismo e declino mentale. Marco Della Luna | STAMPA LIBERA

Fonte: Budgetismo e declino mentale. Marco Della Luna | STAMPA LIBERA.

DI URIEL FANELLI
keinpfusch.net

Due giorni fa, circa, avevo scritto in un post abbastanza leggero che il nostro debito sarebbe stato declassato, e così è stato (anche se non è -ancora- colpa di Moooodys). Onestamente io lo davo per scontato, per cui mi sono messo a parlare di altro. Ho fatto male, perché evidentemente molti si sono spaventati del declassamento, e qualcuno mi ha contattato in chat, altri via email, dicendo “oddio, ma succede DAVVERO!“. Già, succede davvero. Così come presto arriveremo al default e presto finirà l’euro. E si, succederà DAVVERO.

Prevedere i tempi con cui succederà questo è difficilissimo: ovviamente ci saranno moltissime forze che si possono opporre a questa cosa, e non abbiamo di fronte esattamente degli imbecilli o delle forze poco potenti. Così la BCE può, se riceve il via libera, stampare quantità virtualmente illimitate di denaro, tanto oggi come oggi una moneta più è debole e meglio è.

Così la BCE può rallentare molto il processo. Ma non può fermarlo. L’anno prossimo dobbiamo rimborsare circa 200 miliardi di titoli, e in un mondo affamato di liquidità, ove le banche sono affamate di liquidità, e’ assai difficile che qualcuno ci compri 200 miliardi di titoli: chi liquida i titoli vuole soldi, chi ha soldi non compra titoli.

Così, ad occhio e croce direi che si tratti di qualche momento dell’anno prossimo -non a novembre di quest’anno, come dicono alcuni- più probabilmente agosto, per via della tradizionale scarsità di liquidi estiva.

Ovviamente, ci sono anche dei processi che possono accelerare il tutto. Per esempio, i tedeschi vogliono mandare la Grecia in default. Nella loro mentalità (stupida), quando una persona parla di Grecia parla di Grecia. E’ ovvio che se un tedesco pensa “mandiamo in default la Grecia”, egli intenda che ad un solo millimetro dal confine greco non succeda nulla.

Ma se tonfa la Grecia, oltre agli effetti sulle banche esposte, immediatamente scatterà la caccia ai derivati che contengono -in modo diretto o indiretto- sia il debito che i CDS sulla Grecia. E il risultato e’ che avverrà la solita “ondata di vendite”. E’ ovvio che questo produce un effetto a valanga, dal quale -forse- si salverebbe il debito USA, ma non e’ nemmeno detto.
In generale, la costruzione dei debiti sovrani e’ un gigantesco castello di carte. Basta che, oggi come oggi, una carta si muova e crolla tutto. Così, se si manda in default la Grecia, seguiranno tutti quanti: Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Belgio in primis. Francia poi. E sul debito tedesco (che non e’ poi così piccolo) ne ridiscutiamo, dopo mezza dozzina di fallimenti.

Molti di voi mi hanno chiesto: e dopo?
Il punto e’ il legame tra default ed Euro. Sinora si e’ detto, a torto (1), che con l’ Euro il default era impossibile, stabilendo un legame artificiale tra default e moneta. Nel modo contrario, il legame tra default e moneta e’ altrettanto inesistente e mai provato.

Il trattato che stabilisce l’ Euro e’ definitivo, e come se non bastasse impegnativo. NON prevede alcuna procedura di uscita, se non la completa distruzione di ogni presupposto che consenta di creare un “Euro”. Che cosa significa? Significa che anche fallendo una nazione NON può essere messa fuori dall’ Euro. Può essere espulsa dal board che prende decisioni, questo sì. Può anche essere che alle banche di quella nazione venga rifiutata la vendita di denaro, ma non e’ una soluzione accettabile. Ci sono nazioni che vendono denaro a banche straniere senza farsi alcun problema, e a tassi incredibilmente bassi. Se per disgrazia la BCE proibisse alle banche italiane di rifornirsi, queste inizierebbero a rifornirsi in dollari e/o altre valute come lo yen, che sono relativamente semplici da ottenere. E il disastro sarebbe ancora peggiore.

C’e’ da dire che, peraltro, le banche sono enti privati. In che modo la BCE possa rifiutarsi di vendere alle banche di un paese , che sono dei privati, solo perché il debito sovrano dello stato (che non e’ un privato come la banca) e’ fallito, rimane tutto da vedere: la BCE rischierebbe di violare il trattato, e la nazione che ne uscisse sarebbe dalla parte della ragione.

Inoltre, tedeschi e olandesi dicono “se andate in default, allora vi togliamo il diritto di voto nel board, escludendovi dalle decisioni“.
Aha. Dimenticano una “piccola” cosa: che se un paese come l’ Italia va in default, le sedie del board diventeranno così scomode e bollenti che sedere nel board sarà un problema, e semmai un sollievo sarà di NON dovercisi sedere. Quella che loro considerano una punizione, nel caso di default, sarà un sollievo ed un premio. Se l’ Italia va in default, chi siede nel board sarà proprio chi pensa che gli piacerebbe essere altrove.

Tuttavia, credo che senza interventi -che non immagino- in caso di default -e il default sta arrivando- l’ Euro si dissolverebbe. Si dissolverebbe per una semplice ragione: il debito pubblico europeo e’ un castello ridicolamente debole. Andata in default UNA nazione, crollano tutte. Le banche Italiane sono poco impegnate nel debito di altri paesi -motivo per cui gli altri paesi non vogliono comprare debito italiano- e quindi rimarrebbero in piedi.

Ma se fallisse il debito italiano, immediatamente si scoprirebbero due grandi bluff:

  • il primo e’ che nemmeno le famose banche tedesche sono così solvibili e liquide come dicono. L’equilibrio consociativo lander-banche , che vige in Germania da 50 anni, e’ tale da creare un equilibrio rigidissimo e immobile. Non vi illudete che qualcosa possa cambiare. Le banche tedesche NON sono affatto liquide, e il tentativo di nascondere parte degli stress test lo dimostra.
  • Il secondo bluff e’ quello dei CDS. Essi vengono venduti senza poter essere pagati. Si tratta di una di quelle truffe che passerà alla storia come l’ennesimo “ehi, ma lo facevano tutti”, lo stesso che si disse dopo il credit crunch. Ma il collasso dei CDS mostrerà chiaramente agli investitori che e’ meglio fuggire da quel mercato.

In definitiva, una volta che crolli un debito sovrano, si scopre che NON c’e’ nessun posto in cui investire davvero, e che i CDS non riparano proprio nulla, e sono carta straccia o quasi. Il debito viene rivenduto supponendo che sia a basso rischio e inglobato in altri titoli che partono dall’idea che il rischio sia stabile. Un picco di rischio sostanzialmente macella il mercato. La fuga da OGNI titolo di stato sarà inevitabile dopo il PRIMO default dall’area euro. E a quel punto seguiranno tutti, o quasi.

Il vero problema e’ che gran parte del problema e’, oggi, in alcuni stati. Voglio dire che con le banche italiane poco esposte nel debito straniero e la possibilità per lo stato di convertire -per i clienti italiani- i btp in buoni della cassa depositi e prestiti -opportunamente gonfiata di immobili e beni pubblici- , il resto del casino e’ quasi irrilevante. Il botto avviene fuori.

Ma una volta che un paese si liberi del debito, la vera domanda sarà: “e io sono fesso, che invece pago il mio debito?”. Perché il punto e’ questo: il paese che si libera del debito oggi riesce a crescere di un tasso pari agli interessi non pagati. Per l’ Italia fa il 6% del PIL ogni anno.

Ora, siamo seri: che senso ha per i paesi “seri” pagare il debito, se questo si traduce in un handicap nei confronti di quelli che vanno in default, che inizieranno a correre come economie emergenti, a due passi da casa?

Il concetto, cioè, e’ che se in Europa fallisce UNA nazione dell’area Euro, falliscono tutte a catena. Perché devono, perché non hanno scelta, per il panico sui mercati, ma specialmente perché il “tana libera tutti” conviene proprio a tutti.

Così, vedrete che appena si avvicinerà il momento del default, TUTTI i paesi europei VORRANNO uscire dall’ Euro, e TUTTI i paesi europei ne decideranno -insieme- la fine. Non so quando, non so come, ma andate tranquilli che succederà.

C’e’ chi si chiede cosa succederebbe ad avere debiti in euro e una moneta nuova. Personalmente, nessuno può costringere una nazione ad usare come moneta ufficiale una moneta diversa dalla propria, ed e’ una tendenza consolidata nel diritto nazionale con diversi precedenti di secessioni e fusioni che hanno sempre trasformato il debito nella vecchia moneta in un debito nella nuova moneta. Con ogni probabilità, la richiesta di convertire il debito in -qualsiasi cosa venga dopo l’ Euro- vincerebbe nella stragrande maggioranza di -eventuali- corti internazionali.

Oggi S&P ha declassato il debito -cosa stupida, ma questa e’ una tempesta di perfetta stupidità- senza considerare le conseguenze sulla finanza UK di questo fatto. Ma se tralasciamo il problema, otteniamo che Berlusconi ha risposto nel modo -razionalmente- più corretto, accusando S&P di avere una visione politica.

Normalmente le agenzie di rating non rispondono alle critiche. Nel caso di Berlusconi si sono affrettati a rispondere. Sapete perché? Perché se un individuo tira numeri a caso lanciando una moneta, ma lo fa dentro una stanza chiusa per poi vantarsi di fare calcoli sofisticatissimi, CHIUNQUE SOLLEVI UN DUBBIO SUL METODO e’ un pericolo mortale.
Io non penso che S&P sia influenzato dai media italiani. Penso che tiri, essenzialmente, a casaccio, con la benevola “concupiscenza” di alcuni azionisti cui fa insider trading. Esattamente quanto ogni altra agenzia di rating.(2)

Ma il problema non e’ che Berlusconi dica il vero: il problema e’ che solleva la questione “come fate voi a fare il rating”? E sa bene di toccare il punto debole delle agenzie di rating, perché se e’ vero che non dipendono dai media, e’ ancora più vero che più o meno- una cartomante sarebbe più affidabile.

Così, S&P e’ costretta ad “abbassarsi a rispondere” a Berlusconi, cosa senza precedenti nella storia delle agenzie di rating, che hanno ricevuto ben altri rimbrotti prima di oggi.
Il problema e’ che gli altri rimbrotti non sono mai andati ad aprire la questione del merito, mentre il rimbrotto di Berlusconi va a toccare il “come voi determinate queste lettere che date?”.

E questo e’ stato sufficiente a far saltare i nervi a S&P, che ha rotto la tradizionale tendenza di queste agenzie a tirare dritto in silenzio.

Altro punto: cosa succede ora. Succede che presto finirà la moratoria sulle vendite allo scoperto, e succederà che nel frattempo alcuni speculatori hanno “ricaricato” con diversi miliardi da gettare sul debito pubblico italiano. Non appena finirà la moratoria, arriverà l’assalto. Il debito costa e nel prossimo anno dobbiamo rinnovarne circa 200 miliardi. Per cui, se dobbiamo pagare ancora più interessi, servirà un’altra “finanziaria” che il governo, politicamente, non può fare.

E qui c’e’ l’altra trappola. Si potrebbe costringere Berlusconi alle dimissioni, col che lascerebbe definitivamente l’incarico. Si otterrebbe un governo pre-elettorale, nella migliore delle ipotesi, oppure un sedicente governo d’emergenza composto da tutti i partiti. In tutti i casi si tratterebbe di mettere d’accordo un grosso partito che grida al ribaltone, con il presidente della camera “traditore”, Di Pietro, e Bossi che dice “l’Italia affonda, facciamo la Padania”. Senza Berlusconi a tener fermo Bossi, Bossi ricomincerebbe a raccogliere voti tra i secessionisti, gridando “l’Italia affonda, facciamo la Padania”. Così avreste il PDL che grida al ribaltone e la Lega che grida si salvi chi può. Che governo di unità ne possa uscire, lo sanno solo le opposizioni.

Diciamolo apertamente: la caduta del governo -a prescindere da Berlusconi- non può essere lasciata passare in sordina. Se si declassa il debito perché una finanziaria ha avuto una settimana di discussione in parlamento, non sarà possibile chiudere un occhio alla caduta di un governo. Chi pensa che si possa cambiare il governo in questa situazione senza generare il panico sui mercati SOGNA. Il governo preelettorale dovrebbe occuparsi solo di ordinaria amministrazione. E’ vero che con l’accordo del presidente della repubblica il divieto si possa aggirare, ma il fatto che si aggirino le leggi in vigore e’ proprio quello che il mercato, qualsiasi cosa sia, non considererà una prova di affidabilità. Caduta del governo = default quasi immediato.

Così, molto tranquillamente ci sono cose che possono rallentare il processo e cose che possono accelerarlo. Tutto pende dalla parte delle cose che possono accelerare il processo, quindi il default e’ vicino.

Sono molto tranquillo. E’ vero che sta per arrivare Dicembre, ma e’ vero che alcuni porci hanno mangiato tutto e sono i porci più grassi. Se un maiale e’ così fesso da ingrassare a dismisura prima di Natale, le conseguenze sono tutti cavoli suoi. Se volete togliere 50-60 miliardi, potete rivolgervi alle famiglie. Ma se ve ne servono 200-300, come ne serviranno a breve per chiudere le aste del 2012, dovete per forza “ammazzare il maiale grasso” con una patrimoniale da incubo. E se 200/300 vi servono solo per il 2012, e il 2013 e’ analogo, dovrete contare una mazzata mai vista prima. E no, le famiglie non li hanno. E neanche le imprese.

Oggi come oggi il default lo pagherà una ristrettissima quantità di persone, attorno al 10-15%, tutti gli altri italiani hanno davvero poco da perdere. Certo, molti di loro (probabilmente anche io) dovranno pagare qualcosa. Ma qualcosa non e’ “la mazzata che aspetta i vecchi riccastri”. Si sono tenuti in pancia tutta quella “robba” che essenzialmente pagherà il debito. Se ci sarà una patrimoniale, ci vanno di mezzo loro. Se i btp diventano carta straccia o vengono sostituiti da buoni della cassa depositi e prestiti, sono cavoli loro. Se i grandi risparmi saranno massacrati, sono ancora cavoli loro. Se le banche italiane -e con loro i loro azionisti- saranno falcidiate in borsa, sono cavoli loro che perderanno “valore”.

Non ho nessuna intenzione di provare pietà verso i Benetton o i signori delle Generali (gli agnelli) e tutti gli altri della “finanza bene” se quando arriverà la tempesta le loro banche saranno falcidiate. Né ho alcuna intenzione di provare pietà per gli altri piccoli azionisti, o per chi si e’ servito dei private banker.

Nella mia personale visione del mondo, c’e’ un solo modo di fare soldi, ed e’ lavorare. Dove lavorare significa costruire qualcosa da vendere o fornire servizi a chi costruisce qualcosa da vendere per farlo funzionare meglio. Il resto e’ parassitario, e per come la vedo io se chi vive sul grasso che cola inciampa, deus lo vult.

Questi personaggi scagazzano di continuo la minchia dicendo che il governo deve stare da parte perché se sei povero deus lo vult – ti punisce perché non fai abbastanza- e se sei ricco deus lo vult -ti premia perché sei fico e aggressivo.

Ora, questo e’ il peggio del medioevo, che la cultura protestante ha enunciato nel 1400 e continua ad enunciare. Sarà anche protestante, ma rimane merda del 1400. Sarà anche adatto al business, ma rimane merda del 1400.

Nessuno ti vieta di credere ad una merda del 1400. Nessuno ti vieta di “fare come in america” imitando un’economia che ancora crede nella tratta degli schiavi, solo che adesso il Messico e’ “la tratta dei negri 2.0″, o la Cina, o qualsiasi Elbonia del caso.

Ma se fai così, quando arriva la tempesta e nel mirino ci sei tu, tutto quello che avrò da dirti sarà “deus lo vult”. Ho deciso di aderire anche io alla famosa “cultura protestante”. E credo che se qualcuno ti manda in vacca con una mazzata di tasse per pagare un debito pubblico enorme, in qualche modo eri predestinato. Già. Deus lo vult, no?

Dovevi fare di più per non essere nel centro della tempesta, carino. Dovevi correre di più per salvarti. Dovevi vedere più lontano. Dio ti ha punito per questo. Eri predestinato, carino. Non ci puoi fare nulla.

La vedi tutta questa gente che non ha risparmi, che teneva pochi soldi in casa, quelli che hanno creduto nel lavoro e oggi fanno lavori solidi, lo vedi il muratore che non ci ha rimesso nulla?
Non senti forse la mano di Dio, in questo?

Uriel

(1) Ho detto CENTINAIA di volte, su questo blog, che NON esistono scritti accademici nei quali si dica che legarsi ad una moneta forte protegga dal default, o sia di vantaggio in caso di default, e che l’ Argentina semmai mostrava il contrario. Stranamente, TUTTI hanno continuato a ripetere la litania di Prodi, Amato, Ciampi “l’Euro ci salva dal default”. Ebbene, l’euro NON salva un bel niente, COME POTETE BEN VEDERE CON LA GRECIA. Le nazioni si salvano da sole, o non si salvano, o le salva qualche altra nazione che caccia la lira. La moneta forte, da sola, non ferma un bel niente. Come al solito avevo ragione, e come al solito Prodi aveva torto.
(2) Esiste un modo “scientifico” di calcolare il rating? Teoricamente si. Se si parte dall’idea che il non-rischio sia la perfetta coerenza del titolo con l’andamento del mercato di riferimento (quello in cui e’ quotato) , allora il rating dovrebbe essere un indice sintetico (varianza/covarianza) tra l’andamento del titolo e l’andamento del mercato di riferimento negli ultimi anni. Ma questo per titoli venduti su più mercati corrisponde ad avere più rating per lo stesso titolo a seconda del mercato. Non esistendo una borsa mondiale comune, del resto, non può esistere alcun rating globale.

Uriel Fanelli
Fonte: http://www.keinpfusch.net
21.09.2011

ComeDonChisciotte – CALMA, CALMA, CALMA

Fonte: ComeDonChisciotte – CALMA, CALMA, CALMA.

DI URIEL FANELLI
keinpfusch.net

Due giorni fa, circa, avevo scritto in un post abbastanza leggero che il nostro debito sarebbe stato declassato, e così è stato (anche se non è -ancora- colpa di Moooodys). Onestamente io lo davo per scontato, per cui mi sono messo a parlare di altro. Ho fatto male, perché evidentemente molti si sono spaventati del declassamento, e qualcuno mi ha contattato in chat, altri via email, dicendo “oddio, ma succede DAVVERO!“. Già, succede davvero. Così come presto arriveremo al default e presto finirà l’euro. E si, succederà DAVVERO.

Prevedere i tempi con cui succederà questo è difficilissimo: ovviamente ci saranno moltissime forze che si possono opporre a questa cosa, e non abbiamo di fronte esattamente degli imbecilli o delle forze poco potenti. Così la BCE può, se riceve il via libera, stampare quantità virtualmente illimitate di denaro, tanto oggi come oggi una moneta più è debole e meglio è.

Così la BCE può rallentare molto il processo. Ma non può fermarlo. L’anno prossimo dobbiamo rimborsare circa 200 miliardi di titoli, e in un mondo affamato di liquidità, ove le banche sono affamate di liquidità, e’ assai difficile che qualcuno ci compri 200 miliardi di titoli: chi liquida i titoli vuole soldi, chi ha soldi non compra titoli.

Così, ad occhio e croce direi che si tratti di qualche momento dell’anno prossimo -non a novembre di quest’anno, come dicono alcuni- più probabilmente agosto, per via della tradizionale scarsità di liquidi estiva.

Ovviamente, ci sono anche dei processi che possono accelerare il tutto. Per esempio, i tedeschi vogliono mandare la Grecia in default. Nella loro mentalità (stupida), quando una persona parla di Grecia parla di Grecia. E’ ovvio che se un tedesco pensa “mandiamo in default la Grecia”, egli intenda che ad un solo millimetro dal confine greco non succeda nulla.

Ma se tonfa la Grecia, oltre agli effetti sulle banche esposte, immediatamente scatterà la caccia ai derivati che contengono -in modo diretto o indiretto- sia il debito che i CDS sulla Grecia. E il risultato e’ che avverrà la solita “ondata di vendite”. E’ ovvio che questo produce un effetto a valanga, dal quale -forse- si salverebbe il debito USA, ma non e’ nemmeno detto.
In generale, la costruzione dei debiti sovrani e’ un gigantesco castello di carte. Basta che, oggi come oggi, una carta si muova e crolla tutto. Così, se si manda in default la Grecia, seguiranno tutti quanti: Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Belgio in primis. Francia poi. E sul debito tedesco (che non e’ poi così piccolo) ne ridiscutiamo, dopo mezza dozzina di fallimenti.

Molti di voi mi hanno chiesto: e dopo?
Il punto e’ il legame tra default ed Euro. Sinora si e’ detto, a torto (1), che con l’ Euro il default era impossibile, stabilendo un legame artificiale tra default e moneta. Nel modo contrario, il legame tra default e moneta e’ altrettanto inesistente e mai provato.

Il trattato che stabilisce l’ Euro e’ definitivo, e come se non bastasse impegnativo. NON prevede alcuna procedura di uscita, se non la completa distruzione di ogni presupposto che consenta di creare un “Euro”. Che cosa significa? Significa che anche fallendo una nazione NON può essere messa fuori dall’ Euro. Può essere espulsa dal board che prende decisioni, questo sì. Può anche essere che alle banche di quella nazione venga rifiutata la vendita di denaro, ma non e’ una soluzione accettabile. Ci sono nazioni che vendono denaro a banche straniere senza farsi alcun problema, e a tassi incredibilmente bassi. Se per disgrazia la BCE proibisse alle banche italiane di rifornirsi, queste inizierebbero a rifornirsi in dollari e/o altre valute come lo yen, che sono relativamente semplici da ottenere. E il disastro sarebbe ancora peggiore.

C’e’ da dire che, peraltro, le banche sono enti privati. In che modo la BCE possa rifiutarsi di vendere alle banche di un paese , che sono dei privati, solo perché il debito sovrano dello stato (che non e’ un privato come la banca) e’ fallito, rimane tutto da vedere: la BCE rischierebbe di violare il trattato, e la nazione che ne uscisse sarebbe dalla parte della ragione.

Inoltre, tedeschi e olandesi dicono “se andate in default, allora vi togliamo il diritto di voto nel board, escludendovi dalle decisioni“.
Aha. Dimenticano una “piccola” cosa: che se un paese come l’ Italia va in default, le sedie del board diventeranno così scomode e bollenti che sedere nel board sarà un problema, e semmai un sollievo sarà di NON dovercisi sedere. Quella che loro considerano una punizione, nel caso di default, sarà un sollievo ed un premio. Se l’ Italia va in default, chi siede nel board sarà proprio chi pensa che gli piacerebbe essere altrove.

Tuttavia, credo che senza interventi -che non immagino- in caso di default -e il default sta arrivando- l’ Euro si dissolverebbe. Si dissolverebbe per una semplice ragione: il debito pubblico europeo e’ un castello ridicolamente debole. Andata in default UNA nazione, crollano tutte. Le banche Italiane sono poco impegnate nel debito di altri paesi -motivo per cui gli altri paesi non vogliono comprare debito italiano- e quindi rimarrebbero in piedi.

Ma se fallisse il debito italiano, immediatamente si scoprirebbero due grandi bluff:

  • il primo e’ che nemmeno le famose banche tedesche sono così solvibili e liquide come dicono. L’equilibrio consociativo lander-banche , che vige in Germania da 50 anni, e’ tale da creare un equilibrio rigidissimo e immobile. Non vi illudete che qualcosa possa cambiare. Le banche tedesche NON sono affatto liquide, e il tentativo di nascondere parte degli stress test lo dimostra.
  • Il secondo bluff e’ quello dei CDS. Essi vengono venduti senza poter essere pagati. Si tratta di una di quelle truffe che passerà alla storia come l’ennesimo “ehi, ma lo facevano tutti”, lo stesso che si disse dopo il credit crunch. Ma il collasso dei CDS mostrerà chiaramente agli investitori che e’ meglio fuggire da quel mercato.

In definitiva, una volta che crolli un debito sovrano, si scopre che NON c’e’ nessun posto in cui investire davvero, e che i CDS non riparano proprio nulla, e sono carta straccia o quasi. Il debito viene rivenduto supponendo che sia a basso rischio e inglobato in altri titoli che partono dall’idea che il rischio sia stabile. Un picco di rischio sostanzialmente macella il mercato. La fuga da OGNI titolo di stato sarà inevitabile dopo il PRIMO default dall’area euro. E a quel punto seguiranno tutti, o quasi.

Il vero problema e’ che gran parte del problema e’, oggi, in alcuni stati. Voglio dire che con le banche italiane poco esposte nel debito straniero e la possibilità per lo stato di convertire -per i clienti italiani- i btp in buoni della cassa depositi e prestiti -opportunamente gonfiata di immobili e beni pubblici- , il resto del casino e’ quasi irrilevante. Il botto avviene fuori.

Ma una volta che un paese si liberi del debito, la vera domanda sarà: “e io sono fesso, che invece pago il mio debito?”. Perché il punto e’ questo: il paese che si libera del debito oggi riesce a crescere di un tasso pari agli interessi non pagati. Per l’ Italia fa il 6% del PIL ogni anno.

Ora, siamo seri: che senso ha per i paesi “seri” pagare il debito, se questo si traduce in un handicap nei confronti di quelli che vanno in default, che inizieranno a correre come economie emergenti, a due passi da casa?

Il concetto, cioè, e’ che se in Europa fallisce UNA nazione dell’area Euro, falliscono tutte a catena. Perché devono, perché non hanno scelta, per il panico sui mercati, ma specialmente perché il “tana libera tutti” conviene proprio a tutti.

Così, vedrete che appena si avvicinerà il momento del default, TUTTI i paesi europei VORRANNO uscire dall’ Euro, e TUTTI i paesi europei ne decideranno -insieme- la fine. Non so quando, non so come, ma andate tranquilli che succederà.

C’e’ chi si chiede cosa succederebbe ad avere debiti in euro e una moneta nuova. Personalmente, nessuno può costringere una nazione ad usare come moneta ufficiale una moneta diversa dalla propria, ed e’ una tendenza consolidata nel diritto nazionale con diversi precedenti di secessioni e fusioni che hanno sempre trasformato il debito nella vecchia moneta in un debito nella nuova moneta. Con ogni probabilità, la richiesta di convertire il debito in -qualsiasi cosa venga dopo l’ Euro- vincerebbe nella stragrande maggioranza di -eventuali- corti internazionali.

Oggi S&P ha declassato il debito -cosa stupida, ma questa e’ una tempesta di perfetta stupidità- senza considerare le conseguenze sulla finanza UK di questo fatto. Ma se tralasciamo il problema, otteniamo che Berlusconi ha risposto nel modo -razionalmente- più corretto, accusando S&P di avere una visione politica.

Normalmente le agenzie di rating non rispondono alle critiche. Nel caso di Berlusconi si sono affrettati a rispondere. Sapete perché? Perché se un individuo tira numeri a caso lanciando una moneta, ma lo fa dentro una stanza chiusa per poi vantarsi di fare calcoli sofisticatissimi, CHIUNQUE SOLLEVI UN DUBBIO SUL METODO e’ un pericolo mortale.
Io non penso che S&P sia influenzato dai media italiani. Penso che tiri, essenzialmente, a casaccio, con la benevola “concupiscenza” di alcuni azionisti cui fa insider trading. Esattamente quanto ogni altra agenzia di rating.(2)

Ma il problema non e’ che Berlusconi dica il vero: il problema e’ che solleva la questione “come fate voi a fare il rating”? E sa bene di toccare il punto debole delle agenzie di rating, perché se e’ vero che non dipendono dai media, e’ ancora più vero che più o meno- una cartomante sarebbe più affidabile.

Così, S&P e’ costretta ad “abbassarsi a rispondere” a Berlusconi, cosa senza precedenti nella storia delle agenzie di rating, che hanno ricevuto ben altri rimbrotti prima di oggi.
Il problema e’ che gli altri rimbrotti non sono mai andati ad aprire la questione del merito, mentre il rimbrotto di Berlusconi va a toccare il “come voi determinate queste lettere che date?”.

E questo e’ stato sufficiente a far saltare i nervi a S&P, che ha rotto la tradizionale tendenza di queste agenzie a tirare dritto in silenzio.

Altro punto: cosa succede ora. Succede che presto finirà la moratoria sulle vendite allo scoperto, e succederà che nel frattempo alcuni speculatori hanno “ricaricato” con diversi miliardi da gettare sul debito pubblico italiano. Non appena finirà la moratoria, arriverà l’assalto. Il debito costa e nel prossimo anno dobbiamo rinnovarne circa 200 miliardi. Per cui, se dobbiamo pagare ancora più interessi, servirà un’altra “finanziaria” che il governo, politicamente, non può fare.

E qui c’e’ l’altra trappola. Si potrebbe costringere Berlusconi alle dimissioni, col che lascerebbe definitivamente l’incarico. Si otterrebbe un governo pre-elettorale, nella migliore delle ipotesi, oppure un sedicente governo d’emergenza composto da tutti i partiti. In tutti i casi si tratterebbe di mettere d’accordo un grosso partito che grida al ribaltone, con il presidente della camera “traditore”, Di Pietro, e Bossi che dice “l’Italia affonda, facciamo la Padania”. Senza Berlusconi a tener fermo Bossi, Bossi ricomincerebbe a raccogliere voti tra i secessionisti, gridando “l’Italia affonda, facciamo la Padania”. Così avreste il PDL che grida al ribaltone e la Lega che grida si salvi chi può. Che governo di unità ne possa uscire, lo sanno solo le opposizioni.

Diciamolo apertamente: la caduta del governo -a prescindere da Berlusconi- non può essere lasciata passare in sordina. Se si declassa il debito perché una finanziaria ha avuto una settimana di discussione in parlamento, non sarà possibile chiudere un occhio alla caduta di un governo. Chi pensa che si possa cambiare il governo in questa situazione senza generare il panico sui mercati SOGNA. Il governo preelettorale dovrebbe occuparsi solo di ordinaria amministrazione. E’ vero che con l’accordo del presidente della repubblica il divieto si possa aggirare, ma il fatto che si aggirino le leggi in vigore e’ proprio quello che il mercato, qualsiasi cosa sia, non considererà una prova di affidabilità. Caduta del governo = default quasi immediato.

Così, molto tranquillamente ci sono cose che possono rallentare il processo e cose che possono accelerarlo. Tutto pende dalla parte delle cose che possono accelerare il processo, quindi il default e’ vicino.

Sono molto tranquillo. E’ vero che sta per arrivare Dicembre, ma e’ vero che alcuni porci hanno mangiato tutto e sono i porci più grassi. Se un maiale e’ così fesso da ingrassare a dismisura prima di Natale, le conseguenze sono tutti cavoli suoi. Se volete togliere 50-60 miliardi, potete rivolgervi alle famiglie. Ma se ve ne servono 200-300, come ne serviranno a breve per chiudere le aste del 2012, dovete per forza “ammazzare il maiale grasso” con una patrimoniale da incubo. E se 200/300 vi servono solo per il 2012, e il 2013 e’ analogo, dovrete contare una mazzata mai vista prima. E no, le famiglie non li hanno. E neanche le imprese.

Oggi come oggi il default lo pagherà una ristrettissima quantità di persone, attorno al 10-15%, tutti gli altri italiani hanno davvero poco da perdere. Certo, molti di loro (probabilmente anche io) dovranno pagare qualcosa. Ma qualcosa non e’ “la mazzata che aspetta i vecchi riccastri”. Si sono tenuti in pancia tutta quella “robba” che essenzialmente pagherà il debito. Se ci sarà una patrimoniale, ci vanno di mezzo loro. Se i btp diventano carta straccia o vengono sostituiti da buoni della cassa depositi e prestiti, sono cavoli loro. Se i grandi risparmi saranno massacrati, sono ancora cavoli loro. Se le banche italiane -e con loro i loro azionisti- saranno falcidiate in borsa, sono cavoli loro che perderanno “valore”.

Non ho nessuna intenzione di provare pietà verso i Benetton o i signori delle Generali (gli agnelli) e tutti gli altri della “finanza bene” se quando arriverà la tempesta le loro banche saranno falcidiate. Né ho alcuna intenzione di provare pietà per gli altri piccoli azionisti, o per chi si e’ servito dei private banker.

Nella mia personale visione del mondo, c’e’ un solo modo di fare soldi, ed e’ lavorare. Dove lavorare significa costruire qualcosa da vendere o fornire servizi a chi costruisce qualcosa da vendere per farlo funzionare meglio. Il resto e’ parassitario, e per come la vedo io se chi vive sul grasso che cola inciampa, deus lo vult.

Questi personaggi scagazzano di continuo la minchia dicendo che il governo deve stare da parte perché se sei povero deus lo vult – ti punisce perché non fai abbastanza- e se sei ricco deus lo vult -ti premia perché sei fico e aggressivo.

Ora, questo e’ il peggio del medioevo, che la cultura protestante ha enunciato nel 1400 e continua ad enunciare. Sarà anche protestante, ma rimane merda del 1400. Sarà anche adatto al business, ma rimane merda del 1400.

Nessuno ti vieta di credere ad una merda del 1400. Nessuno ti vieta di “fare come in america” imitando un’economia che ancora crede nella tratta degli schiavi, solo che adesso il Messico e’ “la tratta dei negri 2.0″, o la Cina, o qualsiasi Elbonia del caso.

Ma se fai così, quando arriva la tempesta e nel mirino ci sei tu, tutto quello che avrò da dirti sarà “deus lo vult”. Ho deciso di aderire anche io alla famosa “cultura protestante”. E credo che se qualcuno ti manda in vacca con una mazzata di tasse per pagare un debito pubblico enorme, in qualche modo eri predestinato. Già. Deus lo vult, no?

Dovevi fare di più per non essere nel centro della tempesta, carino. Dovevi correre di più per salvarti. Dovevi vedere più lontano. Dio ti ha punito per questo. Eri predestinato, carino. Non ci puoi fare nulla.

La vedi tutta questa gente che non ha risparmi, che teneva pochi soldi in casa, quelli che hanno creduto nel lavoro e oggi fanno lavori solidi, lo vedi il muratore che non ci ha rimesso nulla?
Non senti forse la mano di Dio, in questo?

Uriel

(1) Ho detto CENTINAIA di volte, su questo blog, che NON esistono scritti accademici nei quali si dica che legarsi ad una moneta forte protegga dal default, o sia di vantaggio in caso di default, e che l’ Argentina semmai mostrava il contrario. Stranamente, TUTTI hanno continuato a ripetere la litania di Prodi, Amato, Ciampi “l’Euro ci salva dal default”. Ebbene, l’euro NON salva un bel niente, COME POTETE BEN VEDERE CON LA GRECIA. Le nazioni si salvano da sole, o non si salvano, o le salva qualche altra nazione che caccia la lira. La moneta forte, da sola, non ferma un bel niente. Come al solito avevo ragione, e come al solito Prodi aveva torto.
(2) Esiste un modo “scientifico” di calcolare il rating? Teoricamente si. Se si parte dall’idea che il non-rischio sia la perfetta coerenza del titolo con l’andamento del mercato di riferimento (quello in cui e’ quotato) , allora il rating dovrebbe essere un indice sintetico (varianza/covarianza) tra l’andamento del titolo e l’andamento del mercato di riferimento negli ultimi anni. Ma questo per titoli venduti su più mercati corrisponde ad avere più rating per lo stesso titolo a seconda del mercato. Non esistendo una borsa mondiale comune, del resto, non può esistere alcun rating globale.

Uriel Fanelli
Fonte: http://www.keinpfusch.net
21.09.2011

La perdita della sovranità monetaria in Italia e in Europa dopo Maastricht

Fonte: La perdita della sovranità monetaria in Italia e in Europa dopo Maastricht.

La perdita della sovranità monetaria in Italia e in Europa dopo Maastricht

L’articolo 1 della Costituzione italiana recita “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, quindi nella sovranità, rientra anche il Signoraggio, cioè la sovranità monetaria che è parte integrante e inscindibile della Sovranità del Popolo, o dello Stato Nazionale, e conseguenzialmente non può essere delegata ad interessi bancari privati, nè tanto meno, può diventare proprietà, di interessi privati. Proprio il perfetto contrario di quello che in realtà è. Mi corre il dovere di mettere in evidenza che oggi la banca d’Italia non è più di proprietà dello Stato Italiano nè degli Italiani, ma è una spa, una società privata con sede nelle Isole Cayman, e controllata da banche commerciali, da assicurazioni e fondazioni che hanno così diviso fra loro il pacchetto azionario:

Gruppo Intesa (27,2%),
BNL (2,83%)
Gruppo San Paolo (17,23%)
Monte dei Paschi di Siena (2,50%)
Gruppo Capitalia (11,15%)
Gruppo La Fondiaria (2%)
Gruppo Unicredito (10,97%)
Gruppo Premafin (2%)
Assicurazioni Generali (6,33%)
Cassa di Risparmio di Firenze (1,85%)
INPS (5%)
RAS (1,33%)
Banca Carige (3,96%)
privati (5,65%)

Ricapitolando, se la Banca d’Italia è una spa, quindi una banca privata, anche la BCE, (Banca Centrale Europea) che ha sede in Francoforte, è una banca privata, gestita da pochissimi banchieri molto potenti. La Banca Centrale Europea gestisce e di fatto controlla, tutta l’emissione delle banconote in Europa.
I proprietari della BCE
sono le seguenti Banche Centrali:

Banca Nazionale del Belgio (2,83%)
Banca centrale del Lussemburgo (0,17%)
Banca Nazionale della Danimarca (1,72%)
Banca d’Olanda (4,43%)
Banca Nazionale della Germania (23,40%) (BCE)
Banca Nazionale d’Austria (2,30%)
Banca della Grecia (2,16%)
Banca del Portogallo (2,01%)
Banca della Spagna (8,78%)
Banca di Finlandia (1,43%)
Banca della Francia (16,52%)
Banca Centrale di Svezia (2,66%)
Banca Centrale d’Irlanda (1,03%)
Banca d’Inghilterra (15,98%)
Banca d’Italia (14,57%)

Dunque la Sovranità Monetaria in Europa è di competenza di 15 Banche private e dei loro C.d.a. che le controllano. I popoli europei devono questa enorme sottrazione di diritti, al Trattato Maastricht, o Trattato sull’Unione Europea, questo è stato firmato il 7 febbraio 1992, ed è entrato in vigore il 1º novembre 1993, tuttavia i risultati che ha prodotto sono totalmente sconosciuti dalla maggior parte della popolazione.

Il Trattato all’Articolo 105A commi 1 e 2 recita:
1)
La BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità. La BCE e le Banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla BCE e dalle Banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nella Comunità.
2) Gli Stati membri possono coniare monete metalliche con l’approvazione delle BCE per quanto riguarda il volume del conio.

Oggi, la Sovranità Monetaria di 455 milioni di persone, residenti nell’Unione Europea, è strettamente nelle mani, del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, espressione questa dei veri controllori occulti, ovvero i gruppi elitari ai quali appartengono i membri del Comitato: il Club di Parigi, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute, i Bilderberg. Quanta gente, è ancora convinta che la Banca d’Italia è un’istituzione dello Stato italiano?
Credo che gli illusi siano ancora tantissimi.

Golfo del Messico: 5000 riversamenti di petrolio in un anno | STAMPA LIBERA

Fonte: Golfo del Messico: 5000 riversamenti di petrolio in un anno | STAMPA LIBERA.

…e fra non molto sarà la volta dell’Adriatico?

Pozzi del Golfo del Messico da cui sono state registrate perdite nell’annata 2010-2011. Sono circa 5 mila in totale.

E’ passato piu’ di un anno dallo scoppio del pozzo Macondo nel Golfo del Messico.

Tutti ricordiamo le immagini dell’epoca e l’angoscia di vedere 11 persone morte, e quel flusso di petrolio scrorrere per giorni e giorni che sono poi diventati quasi tre mesi.
Alla fine sono stati riversati oltre 700 milioni di litri di petrolio nel mare, il piu’ grave incidente ambientale della storia americana e uno dei maggiori del mondo.

Molti penseranno che tappato il buco, fine della storia. Invece non e’ cosi’ perche’ tutto quello che succede in mare a meno che non sia e’ spesso lontano dagli occhi, e dall’attenzione della gente, dei media, della voglia di cambiare le cose.

Hanno riversato nel mare ogni sorta di materiale chimico per la dispersione, spesso causando altri problemi. Nonostante cio’ molto petrolio e’ rimasto sotto la superficie e non si sa bene dove sia e come si muova. Ancora adesso ogni tanto arrivano in spiaggia chiazze di petrolio, in tutto il golfo e pure in Virginia. Qualche mese fa morie di cuccioli di delfini a causa delle ingestioni di petrolio delle loro mamme.

Ma forse la cosa piu’ triste e’ che in un solo anno – dal giorno dell’incidente nell’April 2010 fino ad oggi sono stati registrati 5,000 – si cinquemila – altri riversamenti a mare di petrolio dai vari pozzi sparsi lungo il golfo del Messico. Ce ne sono circa 3,300 di pozzi.

La foto in alto ne segnala “solo” 3,000 di questi riversamenti. Sono tutti considerati minori, oppure le compagnie petrolifere fanno di tutto per non farlo sapere in giro.

Appunto, lontano dagli occhi, lontano dalla rabbia. E in mare e’ facile.

Anche in Italia arriva l’invasione dei pozzi di petrolio – e non si tratta di salvare l’Abruzzo o la Puglia o la Sicilia, ma di proteggere tutta la nostra penisola.

Noi forse non avremo migliaia di pozzi come nel golfo del Messico, dove c’e’ piu’ petrolio e dove si trivella da almeno mezzo secolo, ma i nostri saranno molto piu’ vicini a riva, e il nostro petrolio, in generale e’ di qualita’ scadente, il che significa piu’ inquinamento, piu’ monnezza tossica.

E’ quello che succede nei mari petrolizzati: un anno, cinquemila perdite.

La cosa interessante e’ che chi vive sul Golfo non si preoccupa piu’ di tanto. Per loro il mare e’ una cosa diversa da quel che puo’ esserlo per chi invece vive lungo le coste pacifiche e atlantiche. Il risultato e’ questo:

The lack of progress in creating a national oil spill cleanup capability that has a fighting chance against the next major spill; the continued reliance on chemical dispersants, despite evidence suggesting they may do more harm than good; the regular occurrence of “mystery spills” that never get resolved; the laughable results of a system that naively hopes polluters will accurately report their spills; the lack of consistent fines for polluters, a moral hazard that encourages sloppy operations and risk taking.

Non esiste negli USA un sistema capace di far fronte ad un nuovo disastro, continuiamo ad usare dispersanti chimici nonostante facciano piu’ male che bene,
la ricorrenza periodica di macchie misteriose, abbiamo un sistema risibile che spera che chi inquina riportera’ accuratamente le perdite in mare, non ci sono multe date con sufficenteme regolarita’ un rischio morale che incoraggia operazioni poco serie e grandi rischi.

Chi va a fare il turismo sulle coste Texane? Nessuno. Chi dall’Italia pensa di venire negli USA per andare al mare a Galveston, Texas? Nessuno.

E’ per questo che in Florida e in California i limiti per le trivelle sono di 160 km e 200 km da riva. Mica sono scemi.

In Italia invece facciamo di tutta l’erba un fascio. Grazie al decreto Prestigiacomo nove chilometri e puoi mettere quello che ti pare, a Pantelleria, a Venezia, ad Otranto, a Vasto, a Peschici.

Tanto da noi non succede.

Terzo valico, dal governo Berlusconi un miliardo in regalo ai privati | Ferruccio Sansa | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Terzo valico, dal governo Berlusconi un miliardo in regalo ai privati | Ferruccio Sansa | Il Fatto Quotidiano.

L’esecutivo si è ritirato da un contenzioso quasi vinto con le imprese che nel 1991, senza gara, si aggiudicarono i lavori del Tav. Ora l’arbitrato potrebbe costare alle casse pubbliche una cifra a nove zeri

“Un regalo da un miliardo ai privati. Davvero non capisco: il governo aveva fatto ricorso alla Corte europea, sembrava sul punto di vincerlo e, all’improvviso, lo ha ritirato. Ora è in corso un arbitrato per il Terzo Valico tra Liguria e Lombardia che rischia di costare allo Stato una cifra a nove zeri”. Il senatore Enrico Musso – eletto nel Pdl, ma passato all’opposizione come rappresentante del Partito Liberale – ha presentato un’interrogazione parlamentare. Oggetto: il comportamento del governo nelle vicende dell’opera pubblica da 7 miliardi di euro. Risultato? “Il governo non mi ha risposto. C’è il rischio che lo Stato debba sborsare una somma enorme”. Nell’interrogazione il senatore ricorda che il governo Berlusconi ha fatto sorridere ripetutamente i privati: prima (nel 2002) ha ripristinato la norma che consentiva di affidare i mega appalti del Tav (e del Terzo Valico) senza gara europea. Poi ha ripristinato gli arbitrati, infine ha rinunciato a un ricorso quasi vinto.

È il 1991 quando il Tav, nato per realizzare l’Alta velocità, indica “i general contractors nella cerchia dei principali gruppi industriali italiani. Venivano scelti (senza gara) i consorzi Cepav Due-Eni per l’Alta Velocità, Cociv, Iricav Due, Iricav Uno, Cepav Uno ed erano stipulate con ciascuno le convenzioni”.

Da qui prenderanno il via decine di contenziosi che rischiano di prosciugare le casse delle Ferrovie e dello Stato. Racconta Antonio Di Pietro: “Ci sono imprese che guadagnano di più dai contenziosi con lo Stato che dall’esecuzione delle opere”. Ma il sistema Tav, ricostruisce Musso, nel 2001 scricchiola: “Il governo Amato dispone l’applicazione della normativa comunitaria in materia di appalti pubblici ai lavori delle tratte ad alta velocità, nello specifico per i lavori non ancora iniziati i cui corrispettivi non fossero stati definiti”. Le imprese rischiano di dover fare la gara europea. Ma, ricorda l’interrogazione, il governo Berlusconi corre in soccorso dei privati: addio gare, si torna alla concessione.

La battaglia, però, non è chiusa: nel 2007 il governo Prodi rimette una pezza. Tocca a Di Pietro, ministro delle Infrastrutture, che oggi racconta: “Molte imprese facevano carte false per vincere la gara e poi andare in contenzioso perché il 95 per cento degli arbitrati si concludono a favore del privato”. Ecco la proposta Di Pietro: “L’idea era di eliminare gli arbitrati. In Consiglio dei ministri fu accolta con favore, ma in Parlamento ci trovammo di fronte pressioni fortissime. Risultato: gli arbitrati furono ammessi soltanto per chi aveva già vinto gli appalti. Ma si misero limiti al risarcimento…”. La febbre da arbitrato, per Di Pietro, è alla radice di due mali: “Lo Stato spende molto di più e spesso le opere pubbliche restano bloccate durante il contenzioso”.

Ma la legge del 2007 ha un altro effetto: dispone che vengano revocate le concessioni rilasciate dalle Ferrovie dello Stato a Tav nel 1991 per la tratta Milano-Verona e la sub-tratta Verona-Padova, ma soprattutto quella del 1992 per il Terzo Valico.

Tutto risolto? Per niente. Come ricorda l’interrogazione, nel 2008 arriva il decreto legge del governo Berlusconi: “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”. In mezzo a decine di articoli, ricorda Musso, passa la norma che “dispone la prosecuzione, senza soluzione di continuità, delle convenzioni siglate da Tav”. Insomma, torna Berlusconi e la palla ripassa ai privati.

Non è finita. L’ultimo capitolo, finora inedito, potrebbe costare caro. Tra le polemiche ha preso il via un contenzioso fra il governo (all’epoca Prodi) e i consorzi Cepav Due-Eni per l’Alta Velocità, Cociv, Iricav Due. Dal Tar del Lazio la parola passa alla Corte di Giustizia Europea. Nel 2008 l’Avvocato Generale, Verica Trstenjak, produce il suo parere. Che per i privati non suona favorevole. Primo, si privilegia il mercato: “L’interesse della Comunità ad una situazione di mercato libera da discriminazioni deve essere preso pienamente in considerazione nella valutazione degli interessi contrapposti”. Sembrano poi mettersi limiti ai risarcimenti: “Il beneficiario può opporsi ad una correzione che gli sottrae un vantaggio di cui ha goduto fino a questo momento solo a condizione che sia in buona fede”. L’avvocato generale prosegue: “Non convincono argomenti come quello concernente la tutela del legittimo affidamento invocato dai consorzi”.

Il parere dell’Avvocato non è vincolante, ma di solito apre le porte alla decisione della Corte. Il governo sembra destinato a vincere (risparmiando miliardi). E qui ecco il terzo “regalo” del centrodestra ai privati: “Nel 2008 – conclude Musso – a un passo dalla sentenza, il governo e i privati rinunciano alla causa. Si passa all’arbitrato”. Ma perché il governo Berlusconi ha abbandonato una causa che sembrava vinta dallo Stato? Quanto costerà l’arbitrato? Il Fatto Quotidiano ha provato a chiederlo al viceministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli, che ha comunicato di “non essere disposto a rispondere sull’argomento”. Nessuna risposta neanche all’interrogazione dell’onorevole Musso. Ma si sa: l’arbitrato sul Terzo Valico rischia di costare un miliardo.

Paolo Franceschetti: PICCOLI OMICIDI TRA AMICI: Se io uccido Mussolini, tu mi uccidi Kennedy?

Fonte: Paolo Franceschetti: PICCOLI OMICIDI TRA AMICI: Se io uccido Mussolini, tu mi uccidi Kennedy?.

Di Solange Manfredi

Il 25 luglio 1943 Mussolini viene arrestato e Re Vittorio Emanuele III affida l’incarico di formare il nuovo governo al maresciallo Pietro Badoglio che, assunti i pieni poteri, il 28 luglio convoca il consiglio dei ministri per deliberare lo scioglimento del partito fascista.

Il 29 luglio gli esperti dell’intelligence germanica intercettano una conversazione radiotelefonica transatlantica tra Roosevelt e Churchill. (1)

L’interessante conversazione, pubblicata negli Stati Uniti nel 1995 e tradotta per la prima volta in Italia da Alessandro De Felice in “L’assassinio di Mussolini, i documenti scomparsi ed il ruolo di Downing Street”, verte sull’arresto e la sorte di Mussolini.

Roosevelt è preoccupato.

Ritiene che un processo pubblico al Duce possa danneggiarlo alle prossime elezioni, visto il numero di ammiratori del capo del fascismo presenti in America, e propone a Churchill di eliminarlo.

Secondo il presidente degli Stati Uniti, affinché non si sospetti in alcun modo un loro coinvolgimento nell’omicidio, Mussolini dovrebbe essere ucciso quando è ancora sotto la custodia italiana e, allo stesso tempo, loro dovrebbero fare pubbliche richieste per la sua consegna per un processo.

Churchill tentenna, ritiene che gli italiani non vogliano rinunciare all’occasione di poter processare ed umiliare pubblicamente il Duce e dice:

- “È mia convinzione che essi (cioè gli italiani, ndr) vogliano avere la loro vendetta su lui in un modo prolungato e pubblico per quanto è possibile. Tu sai quanto gli italiani amino urlare e gorgheggiare intorno alla vendetta nelle loro opere. Puoi immaginarti loro rinunciare all’opportunità di gesticolare e parlare in pubblico?” -

Dinnanzi a tanta premura verso i desiderata italiani, Roosevelt si indispettisce e ricorda a Churchill gli omicidi che ha commesso e che lo hanno, in qualche modo, danneggiato in vista delle prossime elezioni.

Gli ricorda anche un caso specifico, come quello dell’omicidio dell’ammiraglio francese Jean François Darlan, ucciso il 24 dicembre 1942 Darlan ad Algeri.

- “È ben risaputo nei miei circoli d’intelligence ed altrove che tu avevi assassinato l’uomo. Noi abbiamo l’arma dell’assassinio e l’uso di proiettili americani non è stato apprezzato.” -

Successivamente gli ricorda un altro omcidio: quello del generale polacco Wladislaw Sikorsky, morto il 04 luglio 1943 in un incidente aereo vicino a Gibilterra.

- “Non mi occorrono le frenetiche comunicazioni di Ed Kelly a Chicago circa gli atteggiamenti e le apprensioni degli elettori polacchi per sapere che l’eliminazione di Sikorski fu peggiore di un crimine…I polacchi votano in blocco ed io ho bisogno del loro sostegno nella prossima elezione.” -

Quindi evidenzia a Churchill come le prossime elezioni americane non debbano stare a cuore solo a lui, ma anche all’Inghilterra:

- “Se io non vengo proposto come candidato, non posso essere eletto. Comprendi questo? E se io non sono eletto, il mio probabile avversario…. potrebbe ben stipulare una pace separata con Hitler e dove finirebbe l’Inghilterra? Hitler potrebbe rivolgere la sua furia e la sua Luftwaffe su te con gli stessi effetti avuti con l’ultima incursione aerea su Amburgo. L’Inghilterra riuscirebbe a resistere da sola senza il nostro aiuto?” -

Churchill, davanti a tali argomentazioni, cede ed acconsente all’eliminazione di Mussolini, ma chiede l’appoggio degli uomini di Donovan:

- “Forse la gente di Donovan potrebbe obbligarci a ciò. Un po’ per uno non fa male a nessuno è certamente il marchio dei sinceri alleati dopo tutto.” -

Roosevelt non aspettava altro e, colta al volo la disponibilità offerta da Churchill, si rammarica del fatto che Joe Kennedy – suo acerrimo nemico dopo che, nel luglio del 1940 alla Convenzione Democratica tenuta a Chicago, il figlio, Joseph Kennedy Jr., non aveva appoggiato la sua candidatura – non faccia un viaggio in aereo in Inghilterra.

Insomma… Roosevelt fa un favore a Churchill… un piccolo omicidio (un “omicidiuccio”, definiva Pacciani il suo assassinio compiuto in gioventù) e allora chiede all’amico in cambio un altro omicidiuccio.

E visto che “un po’ per uno non fa male a nessuno”, e Donovan si occuperà di Mussolini, Churchill si rende immediatamente disponibile: “Noi uccidiamo qui le spie e tu come ritieni Kennedy?”

Per il Presidente degli Stati Uniti il vecchio Kennedy è “Un uomo pericoloso ma fin troppo influente per questi argomenti” (l’omicidio, ndr), mentre invece il figlio si può tranquillamente eliminare “Non gli perdonerò mai che suo figlio (Joseph Kennedy Jr., ndr) mi abbia apertamente sfidato.”

A Churchill non serve sapere altro. Il 12 agosto 1944, Joseph Kennedy Jr. è alla cloche di un bombardiere carico di esplosivi. La sua missione consiste nel puntare il suo aereo contro una base di razzi tedesca vicino alla costa francese, lanciandosi con il paracadute prima dell’impatto. Le micce sull’aereo sono state progettate per essere attivate da un fascio d’onde radio di una modulazione di frequenza britannica ma, subito dopo il decollo, l’aereo esplode in volo. Una stazione radio britannica, emettendo i segnali, ha attivato le micce. Gli inglesi si scuseranno per l’errore, dichiarando che erano totalmente all’oscuro della missione del giovane Kennedy.

Note.

1. L’intercettazione, messa a disposizione da Heinrich Müller, generale delle SS, Capo della Gestapo dal 1939 al 1945 è stata pubblicata negli Stati Uniti nel 1995 (Gregory Douglas (by), Gestapo Chief. The 1948 Interrogation of Heinrich Müller. From Secret U.S. Intelligence Files, vol. 1, R. James Bender Publishing, San Jose, California, 1995, pp. 56-62);

2. Alessandro De Felice, “Il gioco delle ombre”, pg. 131