Archivio Mensile: settembre 2011

Unica via d’uscita: bancarotta controllata e addio Euro | STAMPA LIBERA

Fonte: Unica via d’uscita: bancarotta controllata e addio Euro | STAMPA LIBERA.

Pagheremo perché dobbiamo pagare, però che questo pagamento non sia un pagamento che finisce nel tasche delle banche  internazionali: che sia invece un pagamento che finisce nelle tasche degli italiani, che dà la possibilità all’economia  italiana di riprendersi. Perché così, altrimenti, noi nel giro di 6 mesi, 9 mesi, un anno, sicuramente andremo in bancarotta. E da allora sarà ancora più difficile riprenderci. La manovra  di Tremonti in realtà serve a ben poco. Prima di tutto perché è troppo piccola, 45 miliardi di euro  non bastano sicuramente a rassicurare i mercati nei confronti di un debito complessivo italiano di 1.800 miliardi di euro . Il che vuole dire che il debito pubblico  dell’Italia è maggiore della somma del debito di tutti gli altri paesi Pigs, quindi parliamo del Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna.
In più questa è una manovra  che avrà un impatto reale, quindi dal punto di vista proprio delle entrate dello Stato, nel 2013 e nel 2014. Sicuramente troppo lontano. Ricordiamoci che l’anno prossimo l’Italia si deve novamente presentare sul mercato dei capitali e deve contrarre una serie di contratti, quindi deve vendere una serie di Bot a un mercato che questa settimana le ha quasi voltato le spalle. E in più, da luglio fino alla fine dell’anno, abbiamo altri 80 miliardi di euro  che dobbiamo racimolare su questo stesso mercato. Questa è una manovra  che in un certo senso è stata osannata, proprio perché siamo un po’ alla fine della situazione. Penso che noi dobbiamo prenderci le responsabilità di 50 anni, perché qui non si tratta di 10 anni; qui si tratta di 50 anni di politiche sbagliate ed è giunto il momento di prendersi queste responsabilità.
Qui ci vuole una nuova politica. E quale può essere questa politica? Sicuramente non quella che sta seguendo il governo. Capisco che molti italiani sono preoccupatissimi all’idea di un default, però in realtà questa potrebbe essere la soluzione migliore. Se noi avessimo una classe politica di persone veramente esperte di queste cose, quindi di professionisti, ci avrebbe già pensato e vi spiego perché. L’Italia è molto diversa dalla Grecia. La Grecia prende soldi in prestito per poter sostenere la propria economia , noi invece prendiamo soldi in prestito regolarmente e semplicemente per pagare gli interessi sul debito. Il che vuole dire che un default non avrebbe un impatto sulla crescita economica del paese: noi non dipendiamo dai mercati dei capitali per crescere, noi dipendiamo dai mercati dei capitali per pagare gli interessi.
Un default ordinato, ragionato com’è stato fatto per esempio in Islanda, potrebbe garantire tutti quanti i Bot acquistati dagli italiani. Quindi dividiamo il debito in due parti, che è esattamente quello che hanno fatto gli islandesi: la parte internazionale, sottoscritta dalle banche  internazionali, viene messa da parte e viene organizzato per questo un pagamento posticipato che può essere una ristrutturazione del debito. Per quanto riguarda invece la parte detenuta dai risparmiatori italiani, proprio per non penalizzare gli italiani che hanno sostenuto lo Stato in tutti questi anni, rimane costante, quindi il governo si impegna a onorare quella parte di debito. Dopodiché si torna alla lira o a qualsiasi moneta vogliamo adottare e si produce una svalutazione della moneta; chiaramente sarà una svalutazione molto, molto grande e questo ridarà automaticamente competitività alla nostra economia .
Dal punto di vista del commercio internazionale non cambierà nulla; anzi, molto probabilmente i nostri importatori, chi importa dall’Italia, sarà ben contento di pagare meno di quanto paga adesso, quindi le esportazioni italiane avranno sicuramente un effetto benefico. Diversa sarà la situazione delle importazioni. Dobbiamo essere disposti a fare dei sacrifici, ma tanto in ogni caso questi sacrifici li dovremo fare lo stesso. L’obiettivo però è fare dei sacrifici per poter riuscire a uscire da questa situazione, non per poter affondare ulteriormente nella situazione debitoria.
Le critiche a questo tipo di politica drastica sono tutte relazionate a un modo di far politica che è ancora tipico dell’Italia: svalutazione selvaggia, attitudini nei confronti dei mercati internazionali anche queste selvagge, etc. Una decisione di questo tipo, quindi un default ragionato, un default preparato, sicuramente porterebbe a un cambiamento della classe politica, perché questa classe politica una politica di questo tipo non la fa. In Islanda è successo esattamente questo: il governo è stato fatto fuori completamente dalla popolazione e una nuova classe politica, gente che non aveva mai fatto politica fino ad allora, è salita al potere e ha organizzato questo tipo di default.
I sacrifici: sicuramente, le conseguenze di brevissimo periodo di una politica di questo tipo saranno tremende. Noi avremo una contrazione del Pil, ci sarà un aumento della povertà, sarà sempre più difficile riuscire ad arrivare una fine del mese. Però questo sarà un periodo limitato, come abbiamo visto addirittura in Argentina dove non c’è stato un default ragionato ma un default improvviso. Nel caso dell’Argentina c’è stata una contrazione del Pil del 20% nel 2002, quindi l’anno dopo del default; dal 2003 in poi l’economia  ha ripreso a crescere dal 7,5% e continua a crescere al 7,5%.
(Loretta Napoleoni, “Per un default programmato e l’uscita dall’Euro ”, intervento apparso sul blog “Cado in piedi”, ripreso da “Viva Mafarka” e ribadito da “L’Unità” il 12 settembre 2011. Loretta Napoleoni vive a Londra da molti anni, è tra i massimi esperti di economia  internazionale e collabora con Cnn, Bbc, Le Monde, El País, The Guardian, Internazionale e L’Unità).

ComeDonChisciotte – ARRIVA IL FMI, OVVERO IL BACIO DELLA MORTE

Fonte: ComeDonChisciotte – ARRIVA IL FMI, OVVERO IL BACIO DELLA MORTE.

DI DEBORA BILLI
crisis.blogosfere.it

Quando ieri ho letto un po’ ovunque i piagnistei per l’avvento cinese, perché “finiremo nelle mani della Cina”, perché “arriva il pericolo giallo”, non sono riuscita a spaventarmi. Proprio per nulla. Avevo il sentore che il nostro debito in mano ai cinesi non fosse messo peggio che in mano ai francesi, ai tedeschi, o a chiunque altro, e che ci sono sicuramenti sorti più tristi.

E infatti. Per la prima volta nella storia, l’esercito del Principe delle Tenebre si sta per avventare su un Paese del G8, ovvero il Fondo Monetario Internazionale si candida a correre a salvamento dell’Italia.

Peggio di così è impossibile. Il prestito del FMI, chiamato da molti analisti internazionali “il Bacio della Morte”, è quello che ha segnato le sorti di tantissimi Paesi in via di sviluppo. Qui un articolato paper di un’Università canadese dall’eloquente titolo “Il Bacio della Morte: gli aiuti del FMI nei mercati dei debiti sovrani”. Tra l’altro, si afferma:

Il risultato di questo semplice modello suggerisce che la pratica del FMI di offrire prestiti in tempi di crisi finanziaria, può servire a rendere più probabile l’insorgere della crisi.

Anche il premio Nobel Joseph Stiglitz ha scritto ampiamente contro il FMI. Riassume Wikipedia:

I prestiti del F.M.I. in questi paesi (Russia e satelliti) sono serviti a rimborsare i creditori occidentali, anziché aiutare le loro economie. Inoltre il F.M.I. ha appoggiato nei Paesi ex-comunisti coloro che si pronunciavano per una privatizzazione rapida, che in assenza delle istituzioni necessarie ha danneggiato i cittadini e rimpinguato le tasche di politici corrotti e uomini d’affari disonesti.
Stiglitz sottolinea inoltre i legami di molti dirigenti del F.M.I. con i grandi gruppi finanziari americani e il loro atteggiamento arrogante nei confronti degli uomini politici e delle élites del Terzo Mondo, paragonandoli ai colonialisti di fine XIX secolo convinti che la loro dominazione fosse l’unica opportunità di progresso per i popoli “selvaggi”.

Non siamo gli unici a temere l’arrivo di questi uccellacci. Un articoletto del Telegraph di giugno scorso, “Gli avvoltoio del FMI volano in circolo sulla carcassa del Regno Unito” così commentava:

L’FMI è contento di veder crollare le economie così, come per la Grecia, può “aiutarle” con prestiti che vengono ripagati con devastanti rate di interessi e stimoli alla privatizzazione di tutto ciò che si ha di più caro.

Qualcuno invece ha il coraggio di dire no. Si tratta dell’Islanda, che da due giorni è fuori dal Fondo Monetario Internazionale. Qui l’unica notizia in italiano, nessun altro giornale né sito ha ritenuto di riportarla.

L’arrivo del FMI in Islanda fu accolto in maniera estremamente fredda da gran parte della popolazione, convinta che il Fmi avrebbe affogato la nazione in uno stato di permanente debito, come ormai troppi paesi hanno già sperimentato in passato. La partenza dei funzionari del Fmi è stata quindi vista con soddisfazione da gran parte dei cittadini.

E noi invece ne festeggiamo l’arrivo. Eppure dovremmo sapere cosa prevede in cambio un prestito del FMI: l’attuazione di determinate politiche economiche, che prevedono la distruzione del welfare, la riduzione degli stipendi, il licenziamento di vaste parti del settore pubblico, riforme delle pensioni, tasse e privatizzazioni. Soprattutto queste ultime. Il risultato è che regolarmente la situazione peggiora: con la svendita delle imprese pubbliche ai privati, si smette di incamerare introiti; con le tasse e i licenziamenti, si annienta il potere d’acquisto delle famiglie; come risultato della caduta della domanda, le imprese private falliscono e licenziano altra gente. Tale disastro constringe lo Stato a chiedere altri prestiti al FMI, in una spirale che trascina sempre più in fondo.

Non oso pensare che mostro verrà fuori dagli intrallazzi di questo governo con il FMI. Ma non riesco neppure a figurarmi un altro ipotetico governo italiano che abbia il fegato di dire di no.

Debora Billi
Fonte: http://crisis.blogosfere.it/
Link: http://crisis.blogosfere.it/2011/09/arriva-il-fmi-ovvero-il-bacio-della-morte.html

‘Salvare’ l’economia globale da Gheddafi | STAMPA LIBERA

Fonte: ‘Salvare’ l’economia globale da Gheddafi | STAMPA LIBERA.

Fonte: http://rt.com/news/economy-oil-gold-libya/ – Autore: Global Research

Traduzione N. Forcheri

C’è chi crede che sia per tutelare i civili, chi per il petrolio, ma c’è chi è anche convinto che l’intervento in Libia abbia a che vedere con il progetto di Gheddafi d’introdurre il dinaro d’oro, una moneta unica Africana aurea, un vero strumento di distribuzione della ricchezza.

¬“E’ una di quelle cose che bisogna pianificare segretamente perché appena dici che vuoi sostituire il petrodollaro con qualcos’altro, diventi automaticamente un bersaglio” afferma il fondatore del Ministero della Pace James Thring. “Ci sono state due conferenze al riguardo, nel 1986 e nel 2000, organizzate da Gheddafi. Tutti erano interessati, la maggior parte dei paesi africani erano entusiasti.”
Gheddafi non si è arreso. Nei mesi che hanno portato all’intervento militare, ha esortato le nazioni africane e musulmane a unirsi per creare la nuova moneta che avrebbe rivaleggiato con il dollaro e l’euro. Avrebbero venduto il petrolio e le altre risorse al mondo solo in dinari d’oro.
Un’idea che avrebbe spostato l’ago della bilancia economica del mondo.
La ricchezza di un paese sarebbe dipesa sulle sue riserve auree e non sulle quantità di dollari scambiati. E la Libia possiede 144 tonnellate d’oro. La Gran Bretagna, ad esempio, ne ha due volte tanto ma un numero di abitanti di dieci volte superiore.
“Se Gheddafi avesse l’intenzione di tentare di riformulare il prezzo del suo petrolio, o di qualsiasi altra risorsa che il paese vende al mercato globale, accettando un’altra valuta o forse lanciando un dinaro d’oro, ebbene una mossa di questo tipo non sarebbe certamente accettata dall’elite al potere oggigiorno, coloro che sono responsabili del controllo delle banche centrali del mondo” dice Anthony Wile, fondatore e redattore in capo del Daily Bell.
“Quindi certamente provocherebbe le sue dimissioni immediate e la necessità di andare a pescare altri pretesti da avanzare per rimuoverlo dal potere.”
Come successo precedentemente.
Nel 2000, Saddam Hussein ha annunciate che il petrolio iracheno sarebbe stato venduto in euro e non più in dollari. Alcuni dicono che le sanzioni e l’invasione che ne è seguita furono causate dalla disperazione degli americani di impedire che l’OPEC trascrivesse le operazioni commerciali del petrolio di tutti i suoi stati membri in euro.
Un dinaro d’oro avrebbe avuto gravi conseguenze sul sistema finanziario mondiale ma avrebbe anche dato il potere ai popoli d’Africa, cosa che alcuni militanti neri dicono che gli Stati Uniti vogliono evitare a tutti i costi.
“Gli Stati Uniti hanno rinnegato l’autodeterminazione agli africani negli USA, non siamo perciò affatto sorpresi da qualsiasi cosa che gli USA possano fare per ostacolare l’autodeterminazione degli africani nel loro continente” afferma Cynthia Ann McKinney, ex deputata al Congresso americano.
L’oro del Regno Unito è custodito in un qualche caveaux sicuro in qualche meandro della Bank of England. Come nella maggior parte dei paesi sviluppati, non ce n’è abbastanza per andare avanti.
Ma non è il caso di paesi come la Libia e molti dei paesi del Golfo.

Un dinaro d’oro avrebbe offerto ai paesi africani e mediorientali ricchi in petrolio la possibilità di rivolgersi ai loro clienti affamati d’energia dicendo: “Spiacenti il prezzo è salito e vogliamo oro.”
Alcuni dicono che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO non avrebbero assolutamente potuto permetterselo.

Fulvio Grimaldi, Bergamo 30/5/2011 – parte I – YouTube

Interessante conferenza di Fulvio Grimaldi sulla guerra in Libia. Video in cinque parti.
Fonte: Fulvio Grimaldi, Bergamo 30/5/2011 – parte I – YouTube.

ComeDonChisciotte – GUERRA: LO STIMOLO FISCALE DI ULTIMA ISTANZA

Fonte: ComeDonChisciotte – GUERRA: LO STIMOLO FISCALE DI ULTIMA ISTANZA.

DI ELLEN BROWN
Webofdebt.wordpress.com

“War! Good God, ya’ll. What is it good for? Absolutely nothin’!”

Così faceva il successo di Bruce Springsteen degli anni ’80, che era già stato registrato nel 1969 come canzone contro la guerra del Vietnam. Questo pezzo rispecchiava un sentimento popolare. La guerra nel Vietnam terminò. E così anche la Guerra Fredda. Ma il settore militare è ancora in cima alla lista della spesa del governo. Quando vengono considerati anche i sussidi ai veterani e gli altri costi militari del passato, metà dei fondi del governo adesso vanno al complesso militare-industriale. I contestatori hanno cercato di fermare questo rullo compressore sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma la macchina della guerra è più potente e influente che mai.

Perché? I poteri dietro le quinte che tirano le fila hanno senza dubbio una loro agenda oscura, ma perché il nostro tanto sbandierato sistema democratico non è riuscito a fermarli?

La risposta potrebbe riguardare il nostro modello individualistico e liberista di capitalismo, che impedisce ai governi di fare concorrenza alle imprese private eccetto i casi di “emergenza nazionale”. Il problema è che le aziende private hanno bisogno di un governo che metta i soldi dalle tasche della gente e che stimoli la domanda. Questo processo da qualche parte deve iniziare e il governo ha gli strumenti per farlo. Ma nella nostra cultura ogni sentore di “socialismo” è un anatema. Questo ha portato a dichiarare uno stato di “emergenza nazionale” senza soluzione di continuità solo per far veicolare i soldi del governo nell’economia.

Le altre strade sono bloccate, e così l’economia produttiva è stata sistematicamente prosciugata dal settore militare non produttivo, fino al punto che la guerra è oggi la nostra maggiore esportazione. La guerra è il posto in cui sono i soldi e dove c’è il lavoro. Gli Stati Uniti si sono trasformati un’economia di guerra permanente e in uno stato militare.

La guerra come stimolo economico

L’ipotesi che la guerra sia positiva per l’economia risale almeno alla Seconda Guerra Mondiale. I critici del sistema keynesiano di spesa a deficit replicarono che era la guerra, e non la spesa a deficit, che fece uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione.

Ma, anche se la guerra può aver avviato la risalita della produttività, la ragione per cui la guerra funzionò è che apri i cancelli al deficit. La guerra era un’enorme stimolo per la crescita economica, non perché fosse un utilizzo delle risorse dettato dall’analisi costi/benefici, ma perché nessuno si preoccupa del deficit in tempo di guerra.

In tempi di pace, invece, il governo non dovrebbe confrontarsi con l’iniziativa privata. Come ha osservato il vincitore del Premio Nobel Frederick Soddy:

La vecchia politica dell’estremo laissez-faire a favore dell’economia individualistica nega con fervore che lo Stato abbia il diritto di competere in ogni modo con gli individui nella proprietà delle imprese produttive, dalle quali si possono ottenere interessi monetari o profitti.

Negli anni ’30, al governo fu consentito di investire in imprese nazionale come la Tennessee Valley Authority, ma ciò avvenne principalmente perché gli investitori privati non crederono di potere avere un ritorno sufficiente dal progetto stesso. L’esito fu che gli anni tra il 1933 e il 1937 divennero il più grande boom ciclico della storia degli Stati Uniti. Il PIL aumentò del 12 per cento e il PIL nominale salì al tasso del 14 per cento. Ma quando nel 1937 l’economia sembrò essere tornata in salute, Roosevelt fu pressato per tagliare di nuovo gli investimenti pubblici. Il risultato fu una crescita della disoccupazione. Il boom economico si arrestò e l’economia scivolò di nuovo nella recessione.

La Seconda Guerra Mondiale capovolse la tendenza, riaprendo i rubinetti dei soldi. La “sicurezza nazionale” ebbe la meglio, mentre il Congresso spendeva senza remore per “preservare il nostro livello di vita”. La sfida a oltranza della Seconda Guerra Mondiale consentì al Congresso di finanziare un turbinio di attività industriali, fino a che il contro per il debito pubblico nazionale raggiunse il 120% del PIL.

Il governo contrasse il debito più grande della storia, ma l’iperinflazione, la svalutazione della moneta e il collasso economico predetto dai falchi del deficit non avvenne. Piuttosto, i macchinari e le infrastrutture costruite durante il periodo di espansione permise alla nazione di guidare il mondo nei dati per la produttività per quasi mezzo secolo. Negli anni ’70 il rapporto debito-PIL era sceso dal 120% a meno del 40%, non perché le persone si erano sacrificate per ripagare il debito, ma perché l’economia era così produttiva che il PIL salì per colmare la differenza.

Stimolo senza guerra

La Seconda Guerra Mondiale può aver creato lavoro; ma come tutte le guerre, ha preteso un costo terribile. L’economista John Maynard Keynes osservò:

La costruzione delle piramidi, i terremoti, persino le guerre possono servire per incrementare la ricchezza, se la formazione dei nostri uomini di stato, che si basa sui principi dell’economia classica, la suggerisce al posto di qualcosa di meglio.

La guerra era lo stimolo economico di ultima istanza quando i politici erano così confusi nella loro comprensione dell’economia che non avrebbero permesso al governo di indebitarsi tranne i casi di emergenza nazionale. Ma Keynes disse che ci erano modi meno distruttivi per far andare i soldi nelle tasche delle persone e stimolare così l’economia. I lavoratori potevano venir pagati per scavare fossati e poi riempirli, e anche questo avrebbe stimolato l’economia. Quello di cui ha bisogno un’economia che va a rilento è semplicemente la domanda (il potere di acquisto disponibile). La domanda quindi stimolerebbe le attività per produrre più “offerta”, creando più posti di lavoro e guidando la produttività. La chiave di tutto questo era che la domanda (i soldi per spendere) dovevano essere messi in primo piano.

I cinesi hanno impiegato i lavoratori a costruire enormi centri commerciali e condomini, molti dei quali sono vuoti per assenza di clienti e compratori. Potrebbe essere un uso dispendioso di risorse, ma ciò è riuscito a mettere i soldi nelle tasche del lavoratori, dando loro il potere di acquisto da spendere in beni e servizi, stimolando la crescita economica; e diversamente dalla spesa dispendiosa per la guerra, l’approccio cinese non ha comportato morti e distruzione.

Un’alternativa meno costosa sarebbe la soluzione ipotetica di Milton Friedman: scaricare i soldi con gli elicotteri. Tutto questo è stato collegato agli “alleggerimenti quantitativi” (QE), ma il modo in cui è stato realizzato il QE non è quello che Friedman ha descritto. I soldi non hanno inondato le persone e l’economia locale per stimolare la spesa. Sono stati veicolati nelle riserve delle banche, dove si sono accumulati senza raggiungere l’economia produttiva. Le riserve in “eccesso” di 1,6 trilioni di dollari sono ora fermi nei conti di riserva della Federal Reserve. Non si è tentata la strada dell’elicottero previsto da Friedman.

Una soluzione migliore

Le guerre, scavare i fossati e far piovere i soldi con gli elicotteri potrebbe funzionare per stimolare la domanda e aumentare il potere di acquisto, ma ci sono alternative migliori. Oggi ci sono grandi bisogni che non vengono soddisfatti: le infrastrutture cadono a pezzi, le classi sovraffollate, i sistemi energetici che aspettano di essere sviluppati, i laboratori di ricerca che aspettano fondi. Oggi la soluzione migliore costi-benefici verrebbe dallo stimolo del governo se spendesse su attività che veramente migliorano il livello di vita delle persone.

Questo può essere fatto anche riducendo il debito nazionale. In un articolo recente, David Swanson cita uno studio di Robert Greenwald e Derrick Crowe che considera i 60 miliardi di dollari persi dal Pentagono per lo spreco e la truffa in Iraq e Afghanistan. Hanno calcolato che questi soldi potrebbero aver creato 193.000 posti di lavoro in più di quanti ne abbia fatto l’uso a fini militari, se fossero stati destinati a scopi commerciali interni. Swanson prosegue:

Ci sono altri calcoli nello stesso studio […] Se avessimo speso quei 60 miliardi di dollari in energia pulita, avremmo creato (direttamente o indirettamente) 330.000 posti di lavoro in più. Se li avessimo spesi nella cura della salute, ne avremmo creati 480.000 in più. Se li avessimo spesi nell’educazione, ne avremmo creati 1,05 in più […]

Diciamo di voler creare 29 milioni di posti di lavoro in dieci anni. Fanno 2,9 milioni ogni anno. Ecco un modo per farlo. Prendiamo 100 miliardi di dollari dal Dipartimento della Difesa e spostiamoli nell’educazione. Questo crea 1,75 milioni di posti di lavoro all’anno. Prendiamone altri 50 miliardi e spostiamoli nella cura della salute. Sono altri 400.000. Prendiamone altri 100 miliardi e muoviamoli verso l’energia pulita. Sono altri 550.000 posti di lavoro. E altri 62 miliardi per i tagli alle tasse, che ne generano altri 200.000. Ma la spesa militare per il Dipartimento dell’Energia, il Dipartimento di Stato, la Homeland Security e così via non sono stati toccati. E il Dipartimento della Difesa è stato ridotto a circa 388 miliardi di dollari, ossia più di quanto otteneva dieci anni fa quando il paese divenne folle nella sua totalità.

Il lavoro e le risorse rimangono nell’abulia mentre lo spaventapasseri del “deficit” priva la popolazione di merci e servizi che potrebbero riuscire a creare. Deviare una porzione dell’enorme spesa militare vero usi pacifici potrebbe creare posti di lavoro, migliorare i livelli di vita e aggiungere infrastrutture, riducendo contemporaneamente il debito nazionale e mettendo a posto il budget del governo incrementando il numero dei contribuenti e le entrate fiscali.

**********************************************Preparato per The Military Industrial Complex at 50, una conferenza tenuta a Charlottesville in Virginia, 16-18 settembre 2011.

**********************************************Fonte: War–The Fiscal Stimulus of Last Resort

10.09.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – LA STRATEGIA DELLA BANCA MONDIALE IN AFRICA

Fonte: ComeDonChisciotte – LA STRATEGIA DELLA BANCA MONDIALE IN AFRICA.

Neoliberalismo, Povertà e Distruzione Ecologica

DI PATRICK BOND
Counter Punch

Una nuova ondata di brusii sullo sviluppo si è alzata subito dopo il rilascio, avvenuto a febbraio, del documento strategico decennale della Banca Mondiale, “Il futuro dell’Africa e il sostegno della Banca Mondiale”. Nell’arco di tre mesi un mini-tsunami di Afro-ottimismo è sfociato nelle Prospettive Economiche Regionali per l’Africa Sub-sahariana del FMI, nello studio ottimistico della Commissione Economica sull’Africa, nel Rapporto sulla Competitività del Forum Mondiale Economico sull’Africa e nella scoperta, da parte della Banca Africana dello Sviluppo, di una nuova e vasta “classe media” (creata ad hoc per includere il 20% degli Africani le cui spese vanno dai due ai quattro dollari al giorno).

Ebbro della loro stessa retorica neoliberista, l’establishment multilaterale è andato in estasi considerando la crescita, a quanto pare eccellente, del continente e le sue prospettive di esportazione, all’interno di un processo che minimizza le oppressioni strutturali dei quali sono complici: i rapporti di potere corrotti, la vulnerabilità economica, il peggioramento del “Paradosso dell’Abbondanza“, l’appropriazione dei territori e le minacce portate dalle malattie e dal caos ambientale.

Tutte queste sono state appena accennate nel documento della Banca Mondiale – il più completo tra tutti questi trattati di revival neoliberista -, ma è comunque inconcepibile un franco e onesto rendiconto da parte dei redattori, anche dopo un rapporto interno del Gruppo Indipendente di Valutazione che critica aspramente gli errori dell’ultima volta. Questa iniziativa, il Piano d’Azione per l’Africa del 2005 (AAP), è stata associata dal Summit del G8 tenuto a Gleneagles con tanto fumo e poco arrosto.

La Banca ammette che l’AAP era “un’iniziativa calata dall’alto, preparata in breve tempo con poche consultazioni con i clienti e gli azionisti” e che la “dotazione del portafoglio della Banca nella Regione” era carente. E la Banca Mondiale ha confessato in modo chiaro: “Coloro che dovevamo implementare il piano non erano molto convinti e in alcuni casi non conoscevano nemmeno l’AAP.”

Tiranni e democratici

Anche se nel 2021 probabilmente si diranno le stesse cose anche di questa Strategia, la Banca ha affermato che il suo antidoto sono “le discussioni faccia a faccia avviate con più di mille persone in trentasei diverse nazioni “. Comunque, come provano le dichiarazioni dei partecipanti, la Banca potrebbe rigurgitare solo la “robetta” più banale.

E la Strategia neppure propone nuove grandi alleanze, ad esempio con la Gates Foundation. C’è solo un rapido cenno di approvazione a due partner delle “società civilizzate”, l’Africa Capacity Building Foundation di Harare e l’African Economic Research Consortium di Nairobi, che insieme hanno formato 3000 neoliberisti locali, come ha sottolinea con orgoglio la Banca Mondiale.

In modo imbarazzante, la Banca si è piegata frettolosamente per favorire tre istituzioni continentali: l’Unione Africana, la New Partnership for Africa’s Development (fondata dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki nel 2001) e l’Africa Peer Review Mechanism (2003). Le ultime due sono spesso considerate dei fallimenti totali.

Ancora una volta, c’erano grandi speranze che l’Unione Africana rispondesse alle aspirazioni sociopolitiche e economiche del suo continente, ma Muammar Gheddafi non solo ha esercitato una presa rigida da Presidente dell’Unione, ma ha favorito non poco il clientelismo.

Horace Campbell ha rimarcato altre contraddizioni della leadership nel Pambazuka News di Marzo: “Il fatto che gli attuali leader dell’Africa abbiano sostenuto la nomina di Teodoro Obiang Nguema a presidente dell’Organizzazione suggerisce che molti dei leader come Denis Sassou-Nguesso della Repubblica del Congo, Robert Mugabe dello Zimbabwe, Omar al-Bashir del Sudan, Paul Biya del Camerun, Blaise Compaore del Burkina Faso, Meles Zenawi dell’Etiopia, Ali Bongo del Gabon, Re Mswati III dello Swaziland, Yoweri Museveni dell’Uganda, Ismail Omar Guelleh del Gibuti, Yahya Jammeh del Gambia non sono affidabili nel trasformare le disposizioni dell’Atto Costitutivo in fatti concreti.”

Questa genia di regnanti è la migliore implementatrice della Strategia della Banca Mondiale. Non saranno sufficienti miriadi di consultazioni fasulle con la “società civilizzata” per camuffare il fardello del debito odioso riversato sulle società africane, grazie alla Banca Mondiale, al FMI e ai loro forti alleati prestatori.

Eppure questi uomini sono saldi al potere come in nessun altro posto, secondo le affermazioni della Banca Mondiale, come illustrato dalla mappa che mostra i Paesi con bassi livelli di “fragilità statale”, che notoriamente include Tunisia e Libia: infatti nella prima l’ex tirannia è caduta e nella seconda c’è una ribellione in corso.

Al contrario, la Strategia per l’Africa non fa riferimento a nessuno di questi fasulli democratici della “società incivile” che si oppongono ai dittatori che sono soci della Banca Mondiale. L’editore del Remarks Pambazuka, Firoze Manji, afferma: “La loro rabbia si è sfogata nei nuovi risvegli a cui abbiamo assistito in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Costa d’Avorio, Algeria, Senegal, Benin, Burkina Faso, Gabon, Gibuti, Botswana, Uganda, Swaziland e Sudafrica. Questi risvegli sono solo l’inizio della lunga lotta dei popoli d’Africa per riprendere il controllo dei loro destini, della loro dignità e per la lotta per l’autodeterminazione e l’emancipazione”

La debole architettura Africana

La Banca continuerà a finanziare gli oppressori, definendo la Strategia Africana con una metafora architettonica banale e strutturalmente debole: “La strategia ha due pilastri – competitività e impiego e vulnerabilità e resistenza – e le fondamenta, ossia la governance e la capacità del settore pubblico”.

Mettendo da parte la retorica ipocrita del governo, il primo pilastro di solito collassa perché una maggiore competitività spesso richiede l’importazione di macchinari per rimpiazzare i lavoratori (tanto che il tasso di disoccupazione in Sud Africa è raddoppiato dopo la ristrutturazione economica post apartheid). E la Banca consiglia a tutti i Paesi africani di fare la stessa cosa – Esportate!- che crea una saturazione nell’offerta delle materie prime e dei prodotti agricoli, come già sperimentato dal 1973 fino al boom del periodo 2002-2008.

La strategia della Banca affronta anche “tre rischi fondamentali: la possibilità che l’economia globale sperimenti una maggiore volatilità; i conflitti e la violenza politica e la possibile inadeguatezza delle risorse disponibili per implementare la strategia”.

Non si tratta di semplici rischi ma di certezze, considerato che i pianificatori dell’economia globale hanno lasciato irrisolti tutti i problemi che hanno causato il tracollo del 2008-2009; questi conflitti incentrati sulle risorse aumenteranno con l’emergere delle carenze – in modo particolare del petrolio come dimostra il caso del Golfo di Guinea – , e questi donatori taglieranno i budget per gli aiuti nei prossimi anni. E anche se la Banca Mondiale ha ancora “fiducia che tutti questi rischi possano essere mitigati”, in ogni caso la sua Strategia li amplifica.

E’ nell’interesse della Banca – ma non è certo strategico per l’Africa – promuovere ulteriori esportazioni dai Paesi africani che già soffrono di un’estrema dipendenza dall’esportazione di materie prime. Economicamente, la Strategia è insostenibile, con le nazioni europee che collassano e falliscono, il Giappone in fase di perenne stagnazione, gli Stati Uniti che si apprestano a entrare in nuova nuova fase recessiva e la Cina e l’India che si sfidano con le imprese di estrazione e le aziende di bioingegneria dell’Occidente per ottenere le risorse africane e la cessioni di porzioni di territorio. In nessun posto si può rintracciare un tentativo onesto di assistere l’Africa per un’industrializzazione che sia bilanciata.

La mite contro-risposta della Banca: “Anche se l’Africa, essendo una parte relativamente piccola del mondo economico, può fare poco per evitare questa contingenza, l’attuale strategia è stata studiata per aiutare le economie africane a superare queste circostanze meglio del passato “. Ma queste non sono “circostanze” e “contingenze”: sono elementi portanti dell’economia politica Nord-Sud dai quali l’Africa dovrebbe essere protetta.

Neoliberalismo, povertà e distruzione ecologica.

Un toccante esempio è dato dalla calorosa approvazione della Banca Mondiale del settore floristico keniano, nonostante lo sfruttamento delle risorse idriche, la volatilità dei prezzi dei beni e le costrizioni penalizzanti della carbon tax. Ciononostante, “fra il 1995 e il 2002 l’esportazione di fiori dal Kenya è cresciuta del 300 percento”, mentre le coltivazioni agricoli nei paraggi soffrivano della mancanza d’acqua, un problema che non viene considerato dalla propaganda della Banca Mondiale.

Da dove verranno le “scorte” d’acqua e di energia? La promozione della Banca Mondiale per le “mega-dighe” (come la Bujagali in Uganda o Inga nella Repubblica Democratica del Congo) ignora l’impossibilità della povera gente di pagare l’energia che viene dall’idroelettrico, per non parlare dell’evaporazione causata dal peggioramento del clima, dell’ostruzione dei corsi d’acqua o dalle emissioni di metano tropicale.

Altre omissioni vi verranno rivelate, come in questo caso, dove la Banca Mondiale rivela le caratteristiche della precedente “silo-mentalità” multilaterale: “Focalizzare l’attenzione sulla salute ha portato a ignorare altri fattori come l’acqua e la sanità che favoriscono la sopravvivenza infantile”. La ragione per la quale il settore idrico non è stata finanziato dopo il famoso rapporto macroeconomico di Jeffrey Sachs all’OMS del 2001 è dovuta anche al fatto che i suoi analisti non accuratamente valutato il perché l’investimento di 130 miliardi di dollari spesi in investimenti per i pozzi e le tubature è fallito durante gli anni 80 e 90: ossia per sussidi che erano insufficienti a coprire le spese di gestione e i deficit della manutenzione.

La mancanza di sussidi per le infrastrutture di base è un problema ricorrente, anche perché” la promessa del G8 di raddoppiare gli aiuti all’Africa ha subito una una riduzione di 20 miliardi di dollari”. Ma per risolvere la questione, “l’attuale strategia enfatizza le partnership con i governi africani, il settore privato e altri partner dello sviluppo”, anche se il settore pubblico raramente lavori. Molti sistemi africani di privatizzazione dell’acqua sono falliti.

Il Sudafrica ha ottenuto una serie di esperimenti falliti in tutti i settori. L’ultimo prestito concesso dalla Banca Mondiale a Pretoria – 3,75 miliardi di dollari, il più ingente di sempre – è anch’esso una smentita evidente dell’affermazione della Strategia secondo cui “il programma della Banca in Africa darà importanza alle infrastrutture sostenibili. L’approccio va oltre il semplice adeguamento alla salvaguardia ambientale. Cerca di aiutare i Paesi a sviluppare strategie di produzione di energia pulita che scelgano il giusto mix di prodotti, tecnologie e ubicazioni per promuovere sia l’infrastruttura e l’ambiente.”

Questo prestito ha provocato forti differenze nelle tariffe dell’energia elettrica nonché la legittimazione della corruzione del Congresso Nazionale Africano nelle offerte di appalto per la costruzione di queste infrastrutture. Tutto questo ha provocato la condanna del governo e della Banca Mondiale dopo le indagini addirittura dalle pagine del quotidiano di Johannesburg Business Day, normalmente un alleato fidato.

I lavoratori sudafricani dovrebbero prendersela anche con quest’affermazione della Banca Mondiale: “La regolamentazione del lavoro (in Sudafrica per esempio) spesso limita gli affari. […] In alcune nazioni, come il Sud Africa (dove il tasso di disoccupazione è del 25%), una maggior flessibilità nel mercato del lavoro aumenterà l’occupazione”.

Queste considerazioni, espresse occasionalmente dal capo economista per l’Africa della Banca Mondiale, l’aggressivo neoliberista Shanta Devarajan, sono smentite non solo un milione e trecentomila posti di lavoro persi nel biennio 2009-2010 ma anche dall’analisi dell’articolo IV del FMI nel settembre 2010, che inserisce il Sud Africa in cima alla classifica mondiale sulla flessibilità sul lavoro, dietro solo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Canada.

Ci sono altri dogmi neoliberisti, ad esempio: “La microfinanza, se viene sviluppata, ha un enorme potenziale non sfruttato in Africa”. La Banca apparentemente si è persa la crisi mondiale della microfinanza, simbolizzata dal licenziamento di Muhammad Yunus dalla posizione di dirigente della Grameen (proprio mentre veniva promossa la Strategia), le numerose controversie sui tassi di interesse usurari o i 200.000 suicidi dei piccoli allevatori nell’Andhra Pradesh indiano avvenuti negli ultimi anni a causa degli insostenibili carichi del microdebito.

La Banca Mondiale promuove l’uso dei cellulari, che possono “diventare il bene di maggior valore dei poveri. La diffusa adozione di questa tecnologia – dovuta a solide regolamentazioni e una sana imprenditorialità – offre la possibilità di trasformare la vita dei più poveri”. La Banca dimentica i numerosi problemi sperimentati nel mercato della telefonia, tra cui quello della proprietà delle aziende straniere e del controllo.

E per quanto riguarda “la più grande minaccia portata all’Africa a causa delle sue conseguenze potenziali, il cambiamento climatico potrebbe anche essere un’opportunità. L’adattamento dovrà essere indirizzato alla gestione sostenibile dell’acqua – con la necessità dello sviluppo di risorse immediate e future , al miglioramento delle pratiche di irrigazione così come allo sviluppo di nuove sementi.” I pericoli che potrebbero essere causati alla classe contadina e ai manager delle città dai sette possibili gradi di aumento delle temperature e dal peggioramento dei cicli di allagamento/siccità sono stati minimizzati, le opportunità per una visione più a lungo respiro di un’Africa post-carbone sono state ignorate, come l’importanza sul fatto che il Nord del mondo (compresa la stessa Banca Mondiale) paghi il suo forte debito climatico all’Africa.

“Un Consenso Africano”?

Paragonato al finanziamento della Banca per mega-progetti assurdi, come i 3,75 miliardi di dollari prestati lo scorso aprile al Sud Africa per costruire la quarta centrale elettrica alimentata a carbone più grande al mondo a carbone, non c’è molto in ballo nel portafoglio della Strategia: 2,5 miliardi di dollari l’anno per il piano decennale.

Ciononostante, l’arroganza della strategia africana è pericolosa non solo perché diverge dalla realtà in modo evidente, ma anche perché cerca un “percorso” della Strategia della Banca Mondiale verso un “consenso africano”. La Banca si impegna a “lavorare a fianco dell’Unione Africana e con altri forum per sostenere la formulazione di una politica africana in risposta ai temi globali, come i regolamenti finanziari internazionali e il cambiamento climatico, perché parlare con una sola voce ha più possibilità di successo”.

L’Africa ha davvero bisogno di un’unica voce neoliberista che chieda un “consenso”, che parli da pilastri che vacillano sulle sue fondamenta, che sia basata su false premesse e procedure corrotte, che piloti progetti irrealizzabili, che sia alleata con tiranni inguaribili che sono indifferenti alle richieste di democratizzazione e giustizia sociale? Se è così, la Banca ha una strategia che deve ancora nascere.

E se tutto prosegue con lo status quo, le previsioni della Strategia per il 2021 prevedono un calo del tasso di povertà del 12 per cento e che almeno cinque Paesi entreranno tra le fila delle economie a medio reddito (i candidati sono il Ghana, la Mauritania, le Comore, la Nigeria, il Kenya e lo Zambia).

Ma più probabilmente lo sviluppo sarà sempre più diseguale e crescerà l’irrilevanza della Banca Mondiale, mentre gli Africani continueranno coraggiosamente a protestare contro il neoliberismo e la dittatura, alla ricerca di una politica libera e di una cambio socio-economico.

*******************************************************Fonte: http://www.counterpunch.org/bond05312011.hhtml

31.05.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARIA VITTORIA GAZZOLA

La madre di tutti i mostri petroliferi | STAMPA LIBERA

Fonte: La madre di tutti i mostri petroliferi | STAMPA LIBERA.

http://www.dorsogna.blogspot.com/

E forse già deciso che l’Adriatico deve diventare un mare morto? (Ndr)

Si, l’immagine e’ giusta – non e’ un effetto speciale.

Questi della Spectrum Geo LTD – societa’ inglese a responsabilita’ limitata – vogliono venire a fare ispezioni sismiche in tutto l’Adriatico alla ricerca di petrolio. Anche per loro e’ tutto facile e conveniente in Italia – lo dicono!

Ad accorgersene noi cittadini comuni, mica la classe politica?

C’e’ tempo fino alla fine di Settembre per presentare osservazioni.

Ecco il comunicato stampa associato

In data 5 Agosto 2011 la societa’ inglese Spectrum Geo LTD ha presentato richiesta di autorizzazione presso il Ministero dell’Ambiente per eseguire ispezioni sismiche nel mare Adriatico con la tecnica dell’airgun e alla ricerca di petrolio.

Le due concessioni in giacenza al Ministero sono la d1 BP SP e la D1 FP SP, e spiccano per la loro estensione territoriale: oltre 30 mila chilometri quadrati lungo tutta la costiera Adriatica da Rimini fino a Santa Maria di Leuca, investendo dunque Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, a circa 25 chilometri da riva.

Le ispezioni sismiche si eseguono tramite violentissimi spari di aria compressa rivolti verso i fondali marini. Le onde riflesse forniscono informazioni sui giacimenti

di idrocarburi nel sottosuolo. Numerosi studi scientifici mondiali attestano la loro estrema dannosita’ per le specie marine: gli spari airgun possono causare spiaggiamenti, lesioni, morte di cetacei, pesci e specie bentonitiche anche a centinaia di chilometri di distanza dal punto di impatto.

La Spectrum e’ una societa’ a responsabilita’ limiitata che intende commercializzare i suoi dati a ditte straniere. Data l’entita’ del progetto e la vicinanza alla riva delle ispezioni sismiche, il rischio a cui si va incontro e’ di avviare un irreversibile processo di petrolizzazione dell”Adriatico intero con pozzi e infrastruttura petrolifera lungo il litorale, rischi di subisdenza, scoppi, perdite di petrolio, deturpazione del paesaggi, stravolgimenti della qualita’ della vita e pochissimi benefici per i cittadini italiani.

Il mare Adriatico e’ un mare fragile, chiuso, con lenti ricambi di acqua, gia’ sottoposto a decine e decine di concessioni petrolifere avanzate lungo la costa dei Trabocchi, alle isole Tremiti, in Salento, lungo la riviera emiliana e marchigiana, da parte di ditte straniere che ripetutamente affermano ai loro investitori che trivellare

in Italia e’ facile ed economicamente conveniente. Lo stesso scenario si ripete nel mar Ionio e in Sicilia.

Esortiamo il Ministero dell’Ambiente, la classe dirigente delle regioni interessate a farsi portavoci delle preoccupazioni dei cittadini e di attivarsi per leggi che proteggano maggiormente il nostro patrimonio ambientale comune.

Lungo le coste americane pacifiche ed atlantiche vige il divieto assoluto di trivellare e di eseguire ispezioni sismiche a 160 chilometri da riva per proteggere turismo ed ambiente. Occorre una visione lungimirante anche per il mare Adriatico e di leggi che lo proteggano dalle trivellazioni selvagge, coinvolgendo anche le comunita’ costali della ex-Yugoslavia e con l’interdizione di nuovi pozzi petroliferi su tutta la sua superficie.

L’Adriatico non e’ il golfo del Messico, ma il mare degli italiani. Merita di essere protetto per il godimento delle generazioni presenti e future e non venduto al miglior offerente straniero in cambio di pochi spiccioli.

ComeDonChisciotte – FORSE È LA VOLTA BUONA

Fonte: ComeDonChisciotte – FORSE È LA VOLTA BUONA.

Terremoto alla Bce. Si sono divisi sugli aiuti all’Italia. Che succede?

Si è arrivati a un punto di svolta, allo scontro in atto da tempo all’interno della Bce, ma soprattutto all’interno dell’establishment politico e finanziario tedesco tra la fazione che intende salvare a ogni costo l’Euro (e in questo modo cerca quindi di dare il massimo aiuto ai paesi in difficoltà, Grecia, Portogallo ma soprattutto l’Italia che è il paese ancora non in difficoltà come la Grecia, ma sicuramente in termini di peso percentuale è il paese più importante tra quelli in difficoltà in Europa) e chi invece ritiene che questo porterebbe in breve tempo un collasso della Banca Centrale Europea e in secondo luogo, ma questo è il punto più importante, ritiene che la Germania non debba farsi carico dei problemi degli altri paesi e che questi paesi se sono nelle condizioni in cui sono,è perché hanno adottato politiche sbagliate e devono cavarsela da soli.
Stark, membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea da tempo esprimeva una posizione rigorista a oltranza, riteneva che la Banca Centrale Europea non dovesse farsi carico dei problemi italiani, di fronte però a una posizione della maggioranza, del vertice della Banca Centrale Europea che invece intendeva proseguire in questo sostegno, ha deciso clamorosamente di dimettersi. Questo è stato letto da alcuni come una vittoria del fronte dei morbidi verso l’Italia. In realtà guardando un attimo più in là del proprio naso si capisce che una mossa di questo tipo mette innanzitutto Angela Merkel di fronte ancora di più alle sue responsabilità, in presenza di un elettorato tedesco che in base agli ultimi sondaggi per 3/4 ritiene che la Germania non si debba in alcun modo far carico dei problemi degli altri paesi mediterranei. La Merkel che fin qui si è barcamenata tentando di sostenere una posizione più morbida. Dopo queste dimissioni ci si può aspettare di tutto nei prossimi mesi.
Peraltro stiamo vedendo in questi momenti sui mercati che è bastato che ci fossero ulteriori perplessità sul piano di salvataggio della Grecia, sulla capacità della Grecia di far fronte agli impegni presi con l’Europa, per provocare in queste ore un crollo delle borse, un crollo ancora dei valori dei titoli di Stato italiani, con lo spread che è tornato a 380 punti.

E se l’Italia fallisce, che succede?

Il fallimento dell’Italia implicherebbe la fine dell’Euro, implicherebbe il crollo innanzitutto di molte banche, non solo in Italia, ma anche all’estero ed è per questo motivo che non ci può essere un fallimento dell’Italia. Ci può essere però in qualche modo una forma di default controllato, fallimento controllato, nel senso che si possono prendere delle misure per cui, per esempio, si può pensare che l’Italia potrebbe allungare la scadenza dei propri debiti in modo da far fronte al pagamento con più ordine e con più calma e soprattutto senza dover dichiarare bancarotta. Però queste sono tutte ipotesi estreme. Ricordiamo che l’Italia è il terzo maggiore emettitore di titoli di Stato del mondo, i mercati finanziari internazionali sono letteralmente invasi da titoli di Stato italiani e quindi un eventuale fallimento dell’Italia avrebbe conseguenze catastrofiche sull’intera struttura dei mercati finanziari, quindi anche solo prima di pensare a un’ipotesi di questo tipo, si dovrebbero allestire delle reti di protezione e questo per salvare non tanto lo Stato italiano, quanto gli operatori, le grandi banche sui mercati finanziari.

Si parla di sdoppiamento dell’Euro. E’ possibile? E quali potrebbero essere le conseguenze?

Teoricamente è possibile, nella pratica vedo forti controindicazioni, non solo per l’Italia ma anche per esempio per i membri del cosiddetto Euro A che sarebbero poi la Germania, alcuni paesi nordici, l’Austria e magari anche la Francia. Nel senso che l’Euro A avrebbe immediatamente una forte rivalutazione. Possiamo pensare che potrebbe andare a 0,50/0,60 sul dollaro, mentre adesso è a 1,30/1,40, però tutto questo porterebbe a una grossa difficoltà di esportazione per la Germania. La Germania ricordiamoci è una grande potenza commerciale e da un Euro così forte avrebbe sicuramente dei grossi svantaggi. Mentre dalla relativa debolezza dell’Euro rispetto a quello che era il marco, ha avuto sul fronte commerciale sicuramente dei vantaggi. D’altra parte sarebbe complicato per l’Italia, anzi sarebbe complicato gestire complessivamente questo Euro di fascia B, perché comunque avrebbe al suo interno paesi molto diversi e probabilmente avrebbe anche una valutazione sui mercati molto bassa e molto instabile, quindi non so veramente a chi potrebbe convenire.
E’ chiaro che le esportazioni dell’Italia per il semplice motivo che l’Euro B avrebbe una valutazione molto inferiore all’Euro attuale, potrebbero ripartire. Però è anche di difficile attuazione, non so se in una fase come questa di altissima turbolenza dei mercati si riuscirebbe a gestire una valutazione di questo tipo, su tutto però per quanto riguarda l’Italia è chiaro che senza una guida politica ferma, l’Italia non riesce a partecipare neanche all’Euro B, non riesce a gestire niente, soprattutto aumenta sempre di più la diffidenza dei partner europei nei confronti dei nostri paesi, quindi qua si pone soprattutto un problema di credibilità politica che non mi pare si stia risolvendo in questi giorni.

Ma non è stata una follia fare una moneta unica e poi lasciare le politiche economiche in mano ai vari paesi?

Sicuramente sì, il fatto di avere una moneta unica ma tante politiche economiche fiscali diverse, è sicuramente una debolezza per la costituzione dell’Euro, peraltro era stata segnalata da molti osservatori già quando l’Euro è stato fatto, purtroppo si pensava che in uno scenario di crescita economica, di liquidità abbondante, queste differenze potessero essere in qualche modo gestite e evitare tra di loro, purtroppo lo scenario si è evoluto in un modo ben diverso e quindi queste differenze non sono solo state in qualche modo appianate, ma si sono esasperate nel corso degli anni, adesso ci troviamo con una Banca Centrale Europea che non è in grado più di gestire le diverse situazioni economiche e fiscali dei vari paesi. Il sogno dell’Euro non so se è finito, ma è diventato sicuramente un incubo, poi vediamo quando ci svegliamo cosa succede!

L’EURO ADESSO E’ UN INCUBO – Cadoinpiedi

Fonte: L’EURO ADESSO E’ UN INCUBO – Cadoinpiedi.

Terremoto alla Bce. Si sono divisi sugli aiuti all’Italia. Che succede?

Si è arrivati a un punto di svolta, allo scontro in atto da tempo all’interno della Bce, ma soprattutto all’interno dell’establishment politico e finanziario tedesco tra la fazione che intende salvare a ogni costo l’Euro (e in questo modo cerca quindi di dare il massimo aiuto ai paesi in difficoltà, Grecia, Portogallo ma soprattutto l’Italia che è il paese ancora non in difficoltà come la Grecia, ma sicuramente in termini di peso percentuale è il paese più importante tra quelli in difficoltà in Europa) e chi invece ritiene che questo porterebbe in breve tempo un collasso della Banca Centrale Europea e in secondo luogo, ma questo è il punto più importante, ritiene che la Germania non debba farsi carico dei problemi degli altri paesi e che questi paesi se sono nelle condizioni in cui sono,è perché hanno adottato politiche sbagliate e devono cavarsela da soli.
Stark, membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea da tempo esprimeva una posizione rigorista a oltranza, riteneva che la Banca Centrale Europea non dovesse farsi carico dei problemi italiani, di fronte però a una posizione della maggioranza, del vertice della Banca Centrale Europea che invece intendeva proseguire in questo sostegno, ha deciso clamorosamente di dimettersi. Questo è stato letto da alcuni come una vittoria del fronte dei morbidi verso l’Italia. In realtà guardando un attimo più in là del proprio naso si capisce che una mossa di questo tipo mette innanzitutto Angela Merkel di fronte ancora di più alle sue responsabilità, in presenza di un elettorato tedesco che in base agli ultimi sondaggi per 3/4 ritiene che la Germania non si debba in alcun modo far carico dei problemi degli altri paesi mediterranei. La Merkel che fin qui si è barcamenata tentando di sostenere una posizione più morbida. Dopo queste dimissioni ci si può aspettare di tutto nei prossimi mesi.
Peraltro stiamo vedendo in questi momenti sui mercati che è bastato che ci fossero ulteriori perplessità sul piano di salvataggio della Grecia, sulla capacità della Grecia di far fronte agli impegni presi con l’Europa, per provocare in queste ore un crollo delle borse, un crollo ancora dei valori dei titoli di Stato italiani, con lo spread che è tornato a 380 punti.

E se l’Italia fallisce, che succede?

Il fallimento dell’Italia implicherebbe la fine dell’Euro, implicherebbe il crollo innanzitutto di molte banche, non solo in Italia, ma anche all’estero ed è per questo motivo che non ci può essere un fallimento dell’Italia. Ci può essere però in qualche modo una forma di default controllato, fallimento controllato, nel senso che si possono prendere delle misure per cui, per esempio, si può pensare che l’Italia potrebbe allungare la scadenza dei propri debiti in modo da far fronte al pagamento con più ordine e con più calma e soprattutto senza dover dichiarare bancarotta. Però queste sono tutte ipotesi estreme. Ricordiamo che l’Italia è il terzo maggiore emettitore di titoli di Stato del mondo, i mercati finanziari internazionali sono letteralmente invasi da titoli di Stato italiani e quindi un eventuale fallimento dell’Italia avrebbe conseguenze catastrofiche sull’intera struttura dei mercati finanziari, quindi anche solo prima di pensare a un’ipotesi di questo tipo, si dovrebbero allestire delle reti di protezione e questo per salvare non tanto lo Stato italiano, quanto gli operatori, le grandi banche sui mercati finanziari.

Si parla di sdoppiamento dell’Euro. E’ possibile? E quali potrebbero essere le conseguenze?

Teoricamente è possibile, nella pratica vedo forti controindicazioni, non solo per l’Italia ma anche per esempio per i membri del cosiddetto Euro A che sarebbero poi la Germania, alcuni paesi nordici, l’Austria e magari anche la Francia. Nel senso che l’Euro A avrebbe immediatamente una forte rivalutazione. Possiamo pensare che potrebbe andare a 0,50/0,60 sul dollaro, mentre adesso è a 1,30/1,40, però tutto questo porterebbe a una grossa difficoltà di esportazione per la Germania. La Germania ricordiamoci è una grande potenza commerciale e da un Euro così forte avrebbe sicuramente dei grossi svantaggi. Mentre dalla relativa debolezza dell’Euro rispetto a quello che era il marco, ha avuto sul fronte commerciale sicuramente dei vantaggi. D’altra parte sarebbe complicato per l’Italia, anzi sarebbe complicato gestire complessivamente questo Euro di fascia B, perché comunque avrebbe al suo interno paesi molto diversi e probabilmente avrebbe anche una valutazione sui mercati molto bassa e molto instabile, quindi non so veramente a chi potrebbe convenire.
E’ chiaro che le esportazioni dell’Italia per il semplice motivo che l’Euro B avrebbe una valutazione molto inferiore all’Euro attuale, potrebbero ripartire. Però è anche di difficile attuazione, non so se in una fase come questa di altissima turbolenza dei mercati si riuscirebbe a gestire una valutazione di questo tipo, su tutto però per quanto riguarda l’Italia è chiaro che senza una guida politica ferma, l’Italia non riesce a partecipare neanche all’Euro B, non riesce a gestire niente, soprattutto aumenta sempre di più la diffidenza dei partner europei nei confronti dei nostri paesi, quindi qua si pone soprattutto un problema di credibilità politica che non mi pare si stia risolvendo in questi giorni.

Ma non è stata una follia fare una moneta unica e poi lasciare le politiche economiche in mano ai vari paesi?

Sicuramente sì, il fatto di avere una moneta unica ma tante politiche economiche fiscali diverse, è sicuramente una debolezza per la costituzione dell’Euro, peraltro era stata segnalata da molti osservatori già quando l’Euro è stato fatto, purtroppo si pensava che in uno scenario di crescita economica, di liquidità abbondante, queste differenze potessero essere in qualche modo gestite e evitare tra di loro, purtroppo lo scenario si è evoluto in un modo ben diverso e quindi queste differenze non sono solo state in qualche modo appianate, ma si sono esasperate nel corso degli anni, adesso ci troviamo con una Banca Centrale Europea che non è in grado più di gestire le diverse situazioni economiche e fiscali dei vari paesi. Il sogno dell’Euro non so se è finito, ma è diventato sicuramente un incubo, poi vediamo quando ci svegliamo cosa succede!

A cosa serve il TAV? | STAMPA LIBERA

Fonte: A cosa serve il TAV? | STAMPA LIBERA.

http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/05/cosa-serve-il-tav.html

Marco Cedolin

Fin dal momento della sua nascita il progetto TAV fu propagandato all’opinione pubblica attraverso l’uso sistematico della menzogna. Nei proclami di coloro che nel 1991 la presentarono alla stampa, l’infrastruttura avrebbe dovuto essere finanziata per il 60% da capitale privato, sarebbe statadestinata ad ospitare esclusivamente treni passeggeri e avrebbe comportato un costo di 26.180 miliardi di lire.
In realtà gli investitori privati non esistevano affatto, come emerse pubblicamente alcuni anni più tardi, i potenziali passeggeri sarebbero stati pochissimi, per cui nel corso del tempo la destinazione d’uso fu allargata al trasporto delle merci ed il costo dell’opera lievitò in maniera esponenziale fino a raggiungere nelle stime più attendibili la stratosferica cifra di 90 miliardi di euro.
Per giustificare l’utilità e la necessità dell’opera sono state accampate nel corso degli anni le ragioni più disparate, destinate a venire regolarmente smentite dalla realtà oggettiva dei fatti e dal giudizio degli esperti che si esprimevano riguardo al loro campo di competenza. Questo poiché in realtà il progetto TAV non interpreta nessuna delle esigenze connaturate alla movimentazione di merci e persone presenti nel nostro paese.
La prima motivazione a sostegno dell’alta velocità ferroviaria è stata quella di potere offrire ai viaggiatori italiani la possibilità di spostarsi in maniera più rapida…..

Il sistema TAV è però strutturato in maniera tale per cui la velocità si traduce in risparmio di tempo solamente quando la distanza da percorrere è di una certa rilevanza (generalmente superiore ai 300/400km.) dal momento che su tratte più brevi il tempo risparmiato non sarebbe apprezzabile e risulterebbe impensabile imporre ad un treno ad alta velocità molte fermate intermedie che per forza di cose ne vanificherebbero le prerogative di rapidità. Secondo studi compiuti dalle stesse ferrovie l’80% dei viaggiatori che utilizzano la rete ferroviaria italiana è però composto da passeggeri che effettuano viaggi inferiori ai 100 km. e non trarrebbero dalle nuove linee TAV alcun genere di utilità. Una parte di coloro che compiono viaggi più lunghi sceglie il treno per la sua convenienza economica e non sarebbe disposta a barattare un eventuale risparmio di tempo a fronte di un incremento sostanzioso del prezzo del biglietto e molti fra i viaggiatori che coprono distanze superiori ai 500 km dichiarano che qualora interessati ad un risparmio di tempo, in presenza di costi del biglietto assimilabili, privilegerebbero il trasporto aereo.
Queste semplici osservazioni dimostrano in maniera inequivocabile come il TAV possa ambire ad interpretare le esigenze di una esigua minoranza dei viaggiatori italiani, il cui numero non sarebbe assolutamente sufficiente per giustificare e rendere remunerativo un investimento di siffatte ciclopiche dimensioni. Di contralto la stragrande maggioranza di coloro che abitualmente usano le ferrovie non domanda treni super veloci bensì un maggior numero di convogli per i pendolari, un servizio più efficiente, maggiore puntualità, carrozze più pulite e attenzione per la sicurezza, tutte prerogative che a differenza del TAV avrebbero comportato modesti e mirati investimenti economici.
Di fronte alla debolezza delle argomentazioni concernenti i passeggeri, intorno alla metà degli anni 90 la motivazione principe della nuova infrastruttura traslò dal trasporto delle persone a quello delle merci. All’alta velocità (TAV) si affiancò l’alta capacità (TAC) e l’opera venne proposta come un sistema in grado di rispondere alle necessità logistiche delle aziende e come una panacea utile a decongestionare le caotiche autostrade italiane spostando le merci dalla gomma alla rotaia, attribuendo in questo modo al progetto anche una velleità ecologica.
La poca realisticità di queste motivazioni traspare già da una prima analisi della costituzione del territorio italiano, caratterizzato da molte piccole e medie città, situate a distanze relativamente brevi le une dalle altre. Questa componente tende per forza di cose a sfavorire il trasporto delle merci tramite ferrovia, poiché tale sistema di trasporto si rivela ideale quando si tratta di coprire lunghi tragitti superiori ai 400 km, mentre diventa antieconomico ed improponibile man mano che la distanza da coprire diminuisce. Già questa realtà oggettiva, ben nota a tutti gli esperti che si occupano di trasporti, dimostra come in Italia ben difficilmente si riuscirà a ridurre significativamente il transito dei mezzi pesanti, poiché la distribuzione capillare delle merci, dovuta anche alla disposizione delle nostre città, coinvolgerà sempre e comunque il trasporto su gomma.
Molto calzante a questo riguardo è l’esempio prodotto da Angelo Tartaglia, docente di fisica nucleare presso il Politecnico di Torino. Tartaglia pone il caso di un qualche imprenditore che sia intenzionato a trasportare il camion su rotaia. L’imprenditore deve caricare le merci sul camion, raggiungere lo scalo più vicino, aspettare che tutto il treno si riempia, poiché il treno non parte vuoto, poi essere trasbordato allo scalo di arrivo e da li raggiungere il destinatario. A conti fatti gli converrebbe decisamente spedire direttamente via camion, sia per quanto concerne i costi, sia per quanto riguarda i tempi. Perciò, sempre secondo Tartaglia, anche se si rendesse più attraente il trasporto su rotaia, e lo si potrebbe fare aumentando l’affidabilità e non certo la velocità, non si supererebbe comunque il volume del 30% a fronte del valore attuale di traffico merci su ferrovia che è del 12%.
Si tratta dunque di una prospettiva d’incremento molto modesta per la quale sarebbero impensabili investimenti faraonici (come quelli destinati al TAV) mirati oltretutto ad incrementare la velocità e non come richiesto l’efficienza e l’affidabilità.
Angelo Tartaglia entra anche nel merito dell’incongruenza costituita dall’intenzione manifestata nel progetto di far correre sulle nuove linee ad Alta Velocità un traffico esagerato e costante, alternato tra merci e passeggeri. I treni che devono correre a 300 km/h (TAV) sono treni leggeri che necessitano di binari perfettamente lisci. Facendo correre sugli stessi binari a 160 km/h treni che pesano 1000 tonnellate per convoglio (TAC), non si può evitare di lasciare sui binari pesanti tracce che richiedono una manutenzione altrettanto pesante, prima che possa passare un nuovo convoglio passeggeri a 300 km/h. Bisognerebbe perciò investire cospicue somme in tale manutenzione ed avere il tempo per farla, caratteristica quella temporale, non compatibile con gli altissimi volumi di traffico previsti nel progetto.
In Francia e in Giappone, fa notare ancora Tartaglia, sulle linee ad Alta Velocità passano solo treni passeggeri, in Francia i treni non viaggiano di notte, quando viene effettuata la manutenzione.
Queste semplici riflessioni, sistematicamente ignorate dall’informazione mediatica ma facilmente riscontrabili interpellando qualunque esperto di trasporti e logistica, dimostrano inequivocabilmente come oltre ai passeggeri non esistano neppure le merci necessarie per motivare un’opera come il TAV. I traffici passeggeri e merci previsti nel progetto sono un puro esercizio di fantasia totalmente disancorato dalla realtà e perfino la destinazione d’uso delle nuove linee (passeggeri e merci) non appare compatibile con i limiti fisici dell’infrastruttura e lo sfruttamento intensivo della stessa che il progetto propone.
Nella migliore delle ipotesi quando l’opera sarà terminata ripercorrerà le orme di Eurotunnel, manifestandosi come un’infrastruttura sotto utilizzata destinata a produrre ogni anno una cospicua perdita di esercizio che sommata all’esorbitante costo di costruzione, peserà però in questo caso sulle spalle di tutti i cittadini italiani e non di un ristretto gruppo d’investitori privati.
Anche le velleità ecologiche del progetto TAV appaiono chiaramente pretestuose e disancorate dalla realtà.
Se infatti da un lato non esistono dubbi sul fatto che sia preferibile in termini d’inquinamento e risparmio energetico trasportare le merci sulle normali linee ferroviarie anziché per mezzo dei TIR, dall’altro non si riesce a comprendere come il TAV potrebbe contribuire a conseguire questo proposito, proponendo un’infrastruttura e dei treni con un impatto ambientale enormemente più elevato rispetto a quelli tradizionali.
Abbiamo già visto come il margine d’incremento del trasporto merci su ferro in presenza di un servizio ferroviario ottimizzato sarebbe piuttosto limitato (nelle ipotesi più ottimistiche non arriva al 18%) e come tale ottimizzazione prescinda dalla pura velocità dei convogli. Ora prenderemo coscienza con l’ausilio di un Dottorato di Ricerca redatto nel 2001 dal Dottor Mirco Federici appartenente al dipartimento di chimica dell’Università degli Studi di Siena, di come l’impattoambientale, l’inquinamento ed il consumo energetico del TAV non siano per nulla assimilabili a quelli delle ferrovie tradizionali.
Mirco Federici ha operato un confronto fra la tratta ad alta velocità Milano – Napoli e l’equivalente tragitto dell’autostrada del Sole. Nello studio si contabilizza l’intero consumo di energia e di materia e le emissioni associate lungo l’intero ciclo di vita dei sistemi. Si tiene cioè conto dei consumi nella fase di costruzione delle linee stradali e ferroviarie, della manutenzione periodica, della costruzione e manutenzione dei veicoli e del loro funzionamento annuale. Gli impatti sono inoltre stati calcolati utilizzando 6 analisi differenti, le quali conducono tutte a risultati convergenti.
Le conclusioni del confronto, secondo le parole di Mirco Federici, si manifestano quanto mai sorprendenti, in quanto dimostrano come il TAV abbia impatti ambientali superiori al trasporto merci su gomma e addirittura paragonabili al trasporto individuale in auto, inoltre non migliora l’impatto dovuto alle emissioni ed anzi peggiora la qualità ambientale a causa dell’invasività delle sue infrastrutture. Viene sottolineato come risulti inutile ed oltretutto dannoso investire su una tipologia di trasporto che non offre miglioramenti ambientali nel caso del trasporto passeggeri e addirittura peggiora la situazione per quanto concerne il trasporto merci. Si aggiunge inoltre che se questi risultati venissero integrati dagli altri impatti ambientali relativi alla cantierizzazione del TAV, che nello studio non sono stati considerati, come ad esempio le falde acquifere deviate, infiltrazioni e contaminazioni dei terreni e delle falde, inquinamento acustico ed altro ancora, il giudizio finale diverrebbe ancora più negativo.
La causa di una così scarsa competitività delle linee ad alta velocità/capacità rispetto agli altri sistemi di trasporto è da ricercarsi nella troppa infrastrutturizzazione del sistema TAV e nella eccessiva potenza dei treni, sovradimensionati rispetto alla loro capacità di trasporto. Un treno TAV, ad esempio un ETR ha una potenza di 8 MW, il che significa che per muovere un solo treno occorre la potenza di una centrale elettrica di medie dimensioni.
Nelle conclusioni si afferma che se la costruzione delle linee ad alta velocità/capacità dovesse essere giudicata solo per mezzo di criteri termodinamici il verdetto sarebbe di una sua completa inutilità.
Anche dal punto di vista ecologico il TAV non può dunque nutrire alcuna velleità, poiché perfino se l’infrastruttura riuscisse (pur non avendo le caratteristiche per farlo) a spostare su di essa quel 18% di traffico merci che oggi corre su gomma l’effetto sarebbe in tutto e per tutto ecologicamente peggiorativo. A questo riguardo occorre inoltre sottolineare come i termini del confronto fra rotaie dell’alta velocità/capacità e gomma, già oggi nettamente sfavorevole alla ferrovia, siano destinati a cambiare profondamente nel prossimo futuro acuendo ancora di più l’assolutamente scarsa “competitività ecologica” del TAV/TAC. Questo poiché mentre l’impatto ambientale complessivo dell’alta velocità/capacità è destinato a rimanere immutato nei decenni futuri, le emissioni dei TIR a breve e medio termine saranno soggette ad un drastico miglioramento grazie alla riduzione delle emissioni unitarie dei veicoli pesanti conseguente al rinnovo del parco circolante.Infatti in base alle risultanze dello studio della Commissione Europea ExternE, circa il 90% dei costi esterni in termini d’inquinamento atmosferico sono riconducibili alle emissioni di particolato. A condizioni di traffico invariato il completo rinnovo del parco circolante da Euro 0 a Euro 5 produrrebbe una riduzione delle emissioni complessive di particolato nell’ordine del 97%. Tenendo in considerazione la reale evoluzione del parco circolante si può pertanto stimare una riduzione effettiva delle emissioni nell’arco dei prossimi 15 anni nella misura di circa l’80%. L’impatto ambientale derivante dal trasporto delle merci a bordo dei TIR è perciò destinato nel breve periodo a ridimensionarsi, mentre quello conseguente al TAV/TAC resterà nello stesso arco di tempo praticamente immutato.

TAV: una stirpe di ecomostri

Marco Cedolin

In Italia, fra le tante mostruosità che ogni giorno ci capita di vedere, esiste un mostro di nome TAV che come un’immensa muraglia cinese taglia in due la pianura padana, prima orizzontalmente da Torino a Milano, poi verticalmente giù fino a Bologna, per poi infilarsi in maniera devastante dentro l’Appennino e riemergere nei pressi di Firenze, il cui sottosuolo sta ancora aspettando di essere sventrato in profondità, e poi ancora giù per altri centinaia di chilometri, attraversando Roma per giungere fino a Napoli.
Quando fra alcuni anni, dopo il completamento del sottoattraversamento di Firenze che dovrebbe iniziare fra qualche mese, il mostro sarà terminato, sarà lungo circa 1000 km che saranno costati al contribuente italiano qualcosa come 90 miliardi di euro.
Lo scopo di questa immensa infrastruttura non è quello di migliorare  lo stato del nostro sistema ferroviario attuale, costituito per quasi due terzi da linee a binario unico, poiché sui binari del TAV potranno correre solamente i costosissimi treni ad alta velocità/capacità e non quelli che attualmente circolano sulla normale rete ferroviaria……

Le nuove linee TAV utilizzano infatti un sistema di alimentazione a 25.000 V in corrente alternata a fronte dei 3.000 V in corrente continua della rete ordinaria, sfruttabili solamente dalle motrici ETR di seconda generazione con politensione.

In una situazione come quella degli ultimi decenni, nella quale le ferrovie italiane versano in uno stato di sempre più profonda crisi a causa dell’arretratezza della rete ferroviaria esistente, della scarsità e della preoccupante obsolescenza del materiale rotabile, dell’assoluta mancanza d’investimenti da destinare al personale e alla gestione del sistema, la scellerata scelta della politica è stata quella di bruciare 90 miliardi di euro e circa 20 anni di lavori nella costruzione di una nuova infrastruttura che andrà ad affiancarsi a quella attuale senza la prospettiva di poterla né sostituire né tanto meno migliorare ed avrà costi di manutenzione tripli rispetto a quelli delle linee tradizionali.
Ma oltre al “mostro” esiste una progenie di “mostri”, costituita da tutte le linee TAV non comprese in questi 1000 km che al momento sono ancora in fase di progetto.
La controversa TAV in Val di Susa che dovrebbe sventrare una valle alpina per poi infilarsi in un tunnel di 53 km sotto montagne cariche di uranio.
Il Terzo valico Milano – Genova che perforerà l’Appennino ligure.
Il TAV Milano – Venezia – Trieste che taglierà diagonalmente la pianura padana per oltre 400 km prima d’infilarsi sotto il Carso.
Il TAV del Brennero che prevede due gallerie di 55 km e oltre 200 km di infrastrutture per giungere fino a Verona con un costo stimato in oltre 20 miliardi di euro.
La nuova linea TAV Napoli – Bari per la quale è già stato firmato un protocollo d’intesa.
Progetti e poi ancora progetti per realizzare i quali non basterebbero altri 90 miliardi di euro e altri 20 anni di lavori, durante i quali le nostre ferrovie molto probabilmente cesseranno di esistere.

La tirannide democratica: ragionamenti sull’attualità libica | STAMPA LIBERA

Fonte: La tirannide democratica: ragionamenti sull’attualità libica | STAMPA LIBERA.

Alberto B. MariantoniFonte : http://www.socialismonazionale.it/Il pesante e sproporzionato intervento armato della NATO contro la Libia (una delle tante guerre per la “pace”…) che, da più di 6 mesi, sta mettendo a ferro ed a fuoco quel Paese, distruggendo la quasi totalità delle sue infrastrutture e martirizzando gran parte della sua popolazione, non ha niente a che fare o a che vedere con i termini della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (No Fly Zone, per la difesa dei civili disarmati) del 17 Marzo 2011.Questo, ormai, lo sanno anche i bambini delle scuole elementari. I quali, oltretutto, sono ugualmente a conoscenza dei reali motivi che sono all’origine di quel conflitto. Vale a dire, l’immenso e lucroso business mancato della Francia di Sarkozy con la Grande Giamahiriya Araba, Libica, Popolare e Socialista del Colonnello Muammar Gheddafi. Un “affaruccio” che – secondo la maggior parte degli esperti – prevedeva la vendita al “negro” di turno, da parte di Parigi, di diverse centrali atomiche civili (destinate a fornire energia elettrica, per alimentare impianti per la desalinizzazione dell’acqua), di 14 caccia Rafale della Dassault Aviation (che la Francia, oltre alle sue FF.AA. non è riuscita, fino ad ora, a vendere a nessun altro Paese!), di 35 elicotteri da combattimento (Eurocopter EC725 Caracal) e di ben 21 aerei di linea Airbus (quattro A-350, quattro A-330 e sette A-320, per la Lybian Airlines, e sei A-350 per l’Afriqiyah Airlines), per diverse decine di miliardi di euro.E siccome il Colonnello di Tripoli, dopo la firma degli accordi preliminari di Parigi (2007), non aveva voluto, per le ragioni che sono sue, ratificare quei contratti, ecco che il medesimo Colonnello – che all’inizio degli anni 2000 era addirittura ridiventato frequentabile (vedere per credere: http://multimedia.lastampa.it/multimedia/nel-mondo/lstp/74497/) – ha incominciato ad essere additato al mondo come il mostro sanguinario che bisognava abbattere ad ogni costo e con tutti i mezzi.

Frankgangsters in azione

Il resto è storia conosciuta. La Francia, infatti – in stretta combutta con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (tre Paesi, ormai, da qualche anno, sull’orlo del collasso economico e finanziario), nonché il sostegno logistico e militare del ricco e rinnegato Qatar e del suo diffusissimo e bugiardissimo canale televisivo satellitare Al-Jazeera – non faticherà affatto a convincere i responsabili degli Stati bancarottieri dell’Occidente ad organizzare la rapina del secolo, a discapito della Libia: 83 miliardi di dollari sequestrati negli USA; 52 miliardi di sterline, in Gran Bretagna; 20 miliardi di euro, in Francia; senza contare il “congelamento” preventivo degli Asset finanziari posseduti dalla Libyan Investment Authority (LIA), dalla Central Bank of Libya (CBL) e dalla Libyan Foreign Bank (LFB) – ad esempio, presso Banca UBAE SpA di Roma, la Société Générale di Parigi, e la Aresbank SA di Madrid, nonché la ABC (Arab Banking Corp.) International Bank, la British HSBC e la British Arab Commercial Bank Ltd di Londra – né quello delle quote libiche detenute presso Nokia, EDF-GDF, Lagardere, Nestlé e Danone, Sanofi-Aventi Lab., UniCredit, ENI, Finmeccanica, Ansaldo, Impregilo, Assicurazioni Generali, Telecom, la Juventus, etc.

L’ultimo ambito bottino affannosamente ricercato dagli Atlantici in pieno fallimento (default) – oltre agli immensi giacimenti di gas e di petrolio di cui sperano di potere, al più presto, far man bassa in Libia, nel dopo Gheddafi – essendo le 144 tonnellate di lingotti d’oro possedute dalla Banca centrale libica e che sono tuttora custodite e salvaguardate dalle ultime forze militari della Giamahiriya.

Altro che “diritti dell’uomo” o gli aneliti di “libertà” e “democrazia”, del popolo libico!

Capite, ora, il perché dell’urgenza con la quale la Francia, già dal Febbraio del 2011, incominciò immediatamente a sbracciarsi per riunire, in quattro e quattrotto, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e con la scusa dei “massacri indiscriminati” (mai verificati!), delle “fosse comuni” (come quelle, mai esistite, di Timişoara!) e dei presunti e mai avvenuti “10.000 morti civili” in Libia, falsamente raccontati da Al-Jazeera (e ripresi a mo’ di “pappagallo” dall’insieme dei Media dell’Occidente), fece votare le Risoluzioni 1970 e 1973 dell’ONU contro la Giamahiriya, e – il 19 Marzo 2011 – si precipitò, assieme alle Forze aeree dei suoi accoliti britannici e statunitensi, a bombardare l’esercito libico? Il tutto, ovviamente, senza tener conto delle decine e decine di terroristi e di delinquenti comuni arruolati, addestrati ed armati ad hoc dalle Forze NATO, con il beneplacito dell’onusiano zimbello-ridens Ban Ki-moon e l’appoggio incondizionato, al suolo (in violazione delle suddette Risoluzioni!), da almeno quattro mesi, delle Forze speciali del Qatar, delle SAS (Special Air Service) britanniche e della BFST (Brigade des Forces Spéciales Terre) francese, nella speranza di poter detronizzare Gheddafi. E con un “Governo” di burrattini, dal “guinzaglio corto”, tirato fuori dal cappello di un mago e già pronto all’uso, i cui principali responsabili nulla sembrano riuscire a potere invidiare ai classici e proverbiali pendagli da forca di qualsiasi film western americano.

Gli uomini “nuovi” della Libia

Tanto per citarne qualcuno: Mustafa Muhammad Abdel Jalil, il mediatico, “democratico” e “mite” Presidente dell’attuale Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), quello che Bernard-Henri Lévy ha recentemente qualificato di “De Gaulle libico” (sic!), è quel “galantuomo” che per ben due volte (nel 1999 e nel 2007) – in qualità di Presidente della Corte d’Appello di Tripoli e prima di diventare Ministro della Giustizia di Gheddafi – ebbe a firmare le condanne a morte nei confronti del medico palestinese Ashraf Ahmed El-Hajouj e delle infermiere bulgare Kristiyana Vulcheva, Valentina Siropulo, Nasya Nenova, Zdravko Georgiev, Valya Chervenyashka, Snezhana Dimitrova, tutti iniquamente accusati di aver volontariamente contaminato con il virus HIV (Human Immunodeficiency Virus) o AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome) più di 400 bambini libici; Mahmoud Djebril o Jibril, il Presidente del Consiglio esecutivo del CNT o Primo Ministro, è un personaggio che – a dire dei suoi ex colleghi di corso negli USA – avrebbe costantemente figurato sul libro paga della CIA, sin dall’epoca in cui frequentava l’Università di Pittsburgh, per ottenere un Master (1980) e un Dottorato (1985) in Scienze politiche; Abdelhakim Belhadj, l’attuale comandante in capo delle Forze militari ribelli della Tripolitania – che secondo i giornalisti Webster Griffin Tarpley (USA) e Pepe Escobar (Brasile) si farebbe chiamare, per l’occasione, Abdel-Hakim-Hasadak o Hassadi o Abu Abdallah Assadaq – è uno degli uomini di punta di Al-Qaeda, il tristemente noto “Emiro del terrore” di Derna e già detenuto a Guantanamo, colui che assieme a Salim Hamdan (l’ex autista di Osama bin Laden) e Mohamed Barani aveva formato, nel 2000, il Gruppo Islamico libico e convogliato decine e decine di mujaheddin libici in Afghanistan ed in Iraq.

Occidente: la vergogna del mondo!

Inutile sottolinearlo. Quanto sta avvenendo in Libia ed il banditesco comportamento dell’Occidente nei confronti di quel Paese – al di là di quanto mi sono già permesso di analizzare o di commentare in altre recenti occasioni: http://www.abmariantoni.altervista.org/vicinooriente/Crisi_libica_o_attacco_a_Italia_1.pdf – http://www.abmariantoni.altervista.org/vicinooriente/Libia_Evviva_i_buoni1.pdf – lasciano un profondo e stomachevole “gusto amaro” alla bocca. Principalmente, in coloro che ancora posseggono un minimo di senso della Societas, della Nazione e dello Stato, ed ugualmente dell’Onore, dell’Imparzialità e della Giustizia, senza contare un’ordinaria, spassionata, umana e virile concezione della Vita e della Storia.

Quella spiacevole ed insopportabile sensazione di vomitevole e diffuso disgusto ha quotidianamente tendenza a scaturire dall’incessante sentimento di frustrazione e d’impotenza che si risente di fronte alle informazioni ufficiali che – su quella guerra, sin dal primo giorno – sono state studiatamente ed ingannevolmente fornite all’opinione pubblica dai Media embedded dei nostri Paesi e dagli uomini politici mainstream delle nostre Istituzioni. Quegli stessi uomini che, da un lato, ci governano sfrontatamente per conto terzi e, dall’altro, continuano costantemente a fuorviare i nostri intendimenti, non soltanto dai banchi della cosiddetta maggioranza, ma finanche da quelli della così chiamata opposizione.

Pensiamo, per averne un’idea, a quell’inutile e complessato Frattini che nell’Agosto del 2008 faceva letteralmente a gomitate con gli altri Ministri del Governo Berlusconi per farsi fotografare più vicino al Leader libico in visita a Roma, mentre oggi, essendo mutati i “venti”, non esita affatto, per tentare di continuare a mettere in mostra il compendio della sua risaputa inanità, ad alzare la voce ed a giocare le “prime donne”, vomitando a più non posso gratuiti giudizi ed avventate e puerili sentenze all’indirizzo del medesimo personaggio!

Che volete. La frustrazione ed il senso di impotenza sono in maggior misura risentiti da coloro che, come me – pur conoscendo a menadito l’origine culturale del copione propagandistico e comportamentale che, oggi, gli Atlantici continuano pubblicamente a riservare alla Libia del Colonnello Gheddafi – sanno di non potere fare concretamente nulla (se non scrivere qualche modesto articolo sul web), sia per arrestare e smascherare gli sfacciati, arroganti ed impuniti (per ora…) utilizzatori e propagatori di quella “tecnica” che per ovviare e porre un qualsiasi rimedio al triste ed impacciante handicap societario che è inalterabilmente alimentato dalla continua e costante “memoria corta” dell’uomo della strada.

Sempre lo stesso “copione”

Intendiamoci: molti cittadini dei nostri Paesi non ne sono al corrente; altri fanno finta di non saperlo o, magari, di non accorgersene; altri ancora, lo negano a priori, ma quel “copione” – lungamente e meticolosamente inculcato a buona parte delle popolazioni europee dall’ideologia giudeo-cristiana (in particolare, quella cristiano-battista, cristiano-calvinista, cristiano-congregazionista, cristiano-evangelica, cristiano-puritana, cristiano-presbiteriana, cristiano-quacchera, cristiano-avventista, cristiano-geovista, cristiano-metodista, cristiano-millenarista, etc.) e dalla tri-secolare prassi liberal-liberista, mercantlista, imperialista e colonialista statunitense – prende direttamente ispirazione e giustificazione dal soggettivo ed arbitrario sterminio biblico degli Amalekiti (Genesi 14, 7; Esodo 17, 14; Numeri 13, 29; 14, 25, 45; 24, 20; Deuteronomio 25, 17; Giudici 5, 14; 6, 3, 33; 7, 12; 10, 12; 1 Salmi 15; 27, 8; 30; 2 Salmi 1, 1, 8; 1 Cronache 4, 43) e dei Madianiti (Numeri 10; 25; 31; Giudici 6; 7).

Il medesimo “copione”, nel corso della Storia, lo ritroviamo sistematicamente ed invariabilmente applicato – soltanto per citare alcuni esempi – ai poveri Pellerossa d’America; ai Messicani di Antonio López de Santa Anna; agli Spagnoli di Cuba e delle Filippine; ai Paesi della Triplice-Intesa nel corso della Prima guerra mondiale; al III Reich di Adolf Hitler, all’Italia di Mussolini ed al Giappone di Hiro-Hito e del generale Tojo Hideki, nel corso della Seconda; all’Argentina di Peron; all’Unione sovietica di Stalin, di Chruščëv/Krusciov, di Brèžnev, di Andropov, di Černenko e/o di Gorbačëv (prima maniera); alla Cina di Mao Tse-Tung; alla Corea di Kim Il-Sung e Kim Jong-Il; al regime cubano di Fidel e di Raoul Castro; al Movimento Mau-Mau del Kenya di Dedan Kimathi detto “Ciui”; all’Egitto di Nasser; agli indipendentisti congolesi di Patrick Lumumba; all’Algeria di Ahmed Ben-Bella; ai Palestinesi di Yasser Arafat, di Georges Habashe e/o di Ahmed Jibril; al Vietnam di Ho Chi Minh; all’Iran di Mossaddegh, di Khomeini e/o di Ahmedinejad; al Cile di Salvador Allende; al Nicaragua di Daniel Ortega; all’isola di Grenada di Bernard Coard; alla Repubblica di Panama dell’ex agente della CIA, Manuel Noriega; all’Iraq di Saddam Hussein; alla Iugoslavia o alla Serbia di Milosevic; all’Afghanistan di Babrak Karmal, di Mohammed Nadjibullah e/o dei Talebani; allo Zimbabwe di Mugabe; all’Hezbollah libanese di Mohammed Husayn Fadl-Allah e di Hassan Nasrallah; al Venezuela di Chavez; ai Palestinesi di Hamas; alla Siria di Bashār al-Asad, etc.

In altre parole, ogni volta, qualunque sia o possa essere l’avversario con cui l’Occidente è in contrasto o in disaccordo, US-Israel ed i loro striscianti e strombazzanti valvassini europei pretendono sistematicamente avere ragione per definizione. E siccome posseggono perfino la forza militare e propagandistica (spero ancora per poco…) per imporre i loro punti di vista all’opinione pubblica, come per incanto le loro false o discutibili versioni della realtà diventano, ogni volta, ufficialmente oggettive, irrefutabili ed incontestabili!

E, malauguratamente, il più delle volte, il “popolo bue” ci casca. Se le beve tutte d’un fiato, e ci crede. Permettendo indirettamente a certi delinquenti in S.p.e. di contiuare a regnare!

E’ ciò che sta accadendo, dallo scorso Marzo, in Libia. Dove gli stessi Paesi occidentali che per 42 anni hanno steso “tappeti rossi” e rimpinguato le loro casse vendendo, all’ “arabo di servizio”, tutte quelle armi e quegli equipaggiamenti logistici e militari che quest’ultimo richiedeva, cercano di farci credere – da 6 mesi a questa parte – che il medesimo “beduino della Sirte” è sempre stato un tiranno, un malvivente, un essere terrorista. In una parola (come al solito): il MALE ASSOLUTO. Qualcuno, cioè, degno, come minimo, di essere catturato e processato dal Tribunale internazionale dell’Aia, addirittura per “crimini contro l’umanità”!

Purtroppo, la gente non riesce a rendersene conto. Se riflettesse un attimo, invece, si accorgerebbe immediamente che tutte le infinite ed obbrobriose malefatte che, oggi, vengono quotidianamente attribuite al Colonnello di Tripoli, sono parte integrante, in definitiva – come abbiamo visto – di una semplice “tecnica” di guerra.

“Tecnica” che è ben spiegata e riassunta dal filosofo svizzero Eric Werner, in questo suo paragrafo: “Quando si vuole sterminare qualcuno, il miglior mezzo (per eliminarlo) è di designarlo come sterminatore. Che merita, infatti, uno sterminatore se non di essere lui stesso sterminato? E’ uno sterminatore, dunque, è da sterminarsi!” (De l’extermination, Ed. Thael, Lausanne, 1993, pp. 91- 92).

Alberto B. Mariantoni

I media coinvolti nell’inganno dell’11 settembre | STAMPA LIBERA

Articolo e video che fanno riflettere. Assolutamente da non perdere.

Fonte: I media coinvolti nell’inganno dell’11 settembre | STAMPA LIBERA.

[http://www.youtube.com/watch?v=jNiZD1FQevk]

QUESTO ARTICOLO FU PUBBLICANO L’11 SETTEMBRE 2009. OSSERVANDO L’ATTUALE SITUAZIONE MONDIALE PENSIAMO CHE SIA ANCORA MOLTO ATTUALE. CI SONO STATI DEI MUTAMENTI: GHEDDAFI LO HANNO ELIMINATO PER DEPREDARE LA LIBIA. NON POTEVANO FARE A MENO VISTA LA DEVASTANTE CRISI ECONOMICA.

Chi sono stati i veri terroristi? I terroristi o coloro che hanno accusato altre persone di essere dei terroristi?

Chi ha tratto dei vantaggi dall’11 settembre?. Solo poche persone! Le persone che hanno eroso sistematicamente, a piccoli passi, le libertà fondamentali dell’umanità. Le stesse persone che oggi hanno come obiettivo la riduzione della popolazione mondiale, la centralizzazione della finanza, quattro superstati guidati da un governo mondiale (l’Unione europea è stato il primo, poi è nata l’Unione Americana che entro il 2025 congloberà tutte le nazioni del continente americano, si sono messi recentemente d’accordo per l’Unione Africana il cui presidente è guarda caso Muammar Gheddafi, sta prendendo forma l’Unione Pacifica che comprenderà l’Asia e l’Oceania), i microchip impiantati nel corpo delle persone, ecc.

Fate fatica a credere questa asserzione? Guardatevi attorno: telecamere da tutte le parti, inasprimento di tutte le libertà mediante l’introduzione di leggi antiterrorismo, un disastro economico mondiale abilmente organizzato con lo scopo di centralizzare la finanza con l’introduzione della banca mondiale e di una valuta mondiale, ecc…

I terrificanti fatti dell’11 settembre sono l’emblema di come la colossale macchina della programmazione mentale, quella dei media, abbia fatto centro inculcando alla maggior parte della popolazione mondiale (massa di pecore) solo delle credenze. La tecnica, che viene utilizzata tutti i giorni su di noi, è molto efficace: chi riesce ad impiantare una credenza indotta in determinate situazioni può creare in noi quel processo di revisione che ci fa creare e percepire la realtà corrispondente alla credenza indotta. Noi pensiamo di essere quelli che creano la nostra realtà, e lo siamo attraverso quel processo, ma ciò che facciamo nella stragrande maggioranza dei casi è accettare credenze esterne indotte le quali, a loro volta, costruiscono la nostra realtà. In pratica, qualcun altro crea la nostra realtà al posto nostro.

 

I filmati (sottotitoli in ITALIANO) che invitiamo a guardare con molta attenzione e salvare ne sono la prova!

http://www.youtube.com/watch?v=c2hJXm2Cfcg&feature=player_embedded
http://www.youtube.com/watch?v=ornP9lJ1iyM&feature=player_embedded
http://www.youtube.com/watch?v=B1p5u6MESR8&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=N8_W987FeIM&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=6xFatYQvuNU&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=r48K2NXIF7Q&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=gO5bxT7Lxlw&feature=related

Clicca qui per scaricare gratuitamente l’intero film, anche a spezzoni, ad alta risoluzione.

Tre filmati (in inglese) da guardare con molta attenzione!

ComeDonChisciotte – 11 SETTEMBRE 2001: DOPO DIECI ANNI IL PUBBLICO E’ VACCINATO E SI PUO’ DIRE LA VERITA’ IN TV

ComeDonChisciotte – 11 SETTEMBRE 2001: DOPO DIECI ANNI IL PUBBLICO E’ VACCINATO E SI PUO’ DIRE LA VERITA’ IN TV.

DI ROBERTO QUAGLIA
roberto.info

Il 25 Agosto 2011 la trasmissione “La Storia Siamo Noi” di Giovanni Minoli trasmette il primo serio servizio giornalistico della TV italiana sul grande inganno dell’attentato terroristico dell’11 settembre 2001. Grande plauso in rete, hurrà hurrà nella blogosfera, standing ovation del “popolo complottista”. La vera notizia tuttavia non è questa. La vera notizia è che tutto ciò lascia il tempo che trova. La vera notizia è che neppure quando la RAI dichiara in un proprio servizio giornalistico che l’11 settembre è in tutta evidenza un’operazione Made in USA si producano effetti concreti nella società politica e civile. In altre parole, è stata sdoganata la vera storia dell’11 settembre, evviva, evviva, la verità ha trionfato, affinché tutto continui esattamente come prima. Nessun politico rinuncerà a recitare i dovuti mantra sulla lotta al terrorismo.

Nessun telegiornale smetterà di attribuire al mitologico Osama Bin Laden, il Babbo Natale del Male, la responsabilità degli attacchi.

Insomma, ora che la verità è stata ufficializzata da Mamma RAI, possiamo allegramente continuare ad ignorarla come se niente fosse. Benvenuti nell’affascinante mondo del bispensiero.

Eppure, non è così che doveva funzionare. Sulle istruzioni per l’uso della democrazia c’è l’affascinante capitolo del libero giornalismo investigativo, capace di scavare nelle porcherie commesse dai politici, inchiodarli alle loro responsabilità e cambiare il mondo in meglio. Una miriade di film di Hollywood ci ripropone questo tema. Nei film che hanno riempito i nostri cervelli, ogni volta che la stampa fa il suo dovere di denuncia i potenti che hanno commesso qualcosa che non avrebbero dovuto ne pagano interamente le conseguenze. C’è un intero filone di film nei quali i buoni protagonisti sfuggono ad orde di sicari che vogliono loro impedire di dare alla stampa dossier scottanti sul politico cattivo di turno. Alla fine ovviamente il Bene trionfa, i dossier giungono alla stampa che li divulga e per i cattivoni questo significa tipicamente la fine, a volte addirittura fra orribili supplizi. Questo è il mito. La realtà però è un’altra cosa.

Il mito rafforzato dalla tradizione dei Premi Pulitzer e dall’esempio dello scandalo Watergate, il mito del giornalismo che con un’inchiesta coraggiosa riesce a cambiare lo stato delle cose perché questo è lo spirito della democrazia – è in realtà un Vaso di Pandora… vuoto! Apri, apri pure il Vaso di Pandora, caro mio… tanto alla fine non ne esce niente e non succede un cazzo.

I giornalisti eroicamente scavano in argomenti scomodi portando alla luce verità scomode ai potenti, vincono i premi Pulitzer e cambiano il mondo solo nei film di Hollywood. Nella realtà più tipicamente perdono il posto. Come i giornalisti tedeschi Gerard Wisnewsky e Willy Brunner, che nel 2003 fecero un bel servizio giornalistico non allineato sull’11 settembre (in particolare sul volo fantasma United Airlines 93, l’aereo che il mito vuole si sia schiantato in Pennsylvania in seguito alla ribellione degli eroici passeggeri) per la rete pubblica tedesca WRD. Il documentario ebbe straordinari indici di ascolto, ma i giornalisti vennero in seguito espulsi dalla tivù tedesca, e mai più riammessi. Come il giornalista tedesco Oliver Janic, che nel 2010 scrisse due ampi ed onesti articoli sugli autentici retroscena dell’11 settembre per il settimanale finanziario Focus-Money. Anch’egli perse il lavoro.

Questo significa che anche la carriera di Giovanni Minoli è giunta a capolinea? No, credo proprio di no, per i motivi che vedremo più avanti.

Come mai è oggi possibile dire anche in tivù la verità sull’11 settembre, senza che questo produca alcun effetto? La cosa vi stupisce?

Se la cosa vi sorprende è perché non avete ben chiaro come funzioni il processo dell’apprendimento nel cervello umano. Né i processi che regolano l’umore sociale delle masse. Ma non temete: i burattinai che reggono le fila dell’informazione invece conoscono queste cose benissimo!

Un’unità di informazione si afferma solo quando reiterata innumerevoli volte. Trasmessa una sola volta essa non informa. Piuttosto, paradossalmente essa vaccina contro il proprio stesso contenuto. Lascia i destinatari con la vaga impressione di sapere qualcosa di un dato argomento, il che alla lunga elimina ogni curiosità sul tema. L’illusione di sapere è il peggior nemico del sapere. E l’illusione di sapere è ciò che meglio rappresenta lo Zeitgeist della nostra epoca.

Per quello che riguarda l’umore sociale delle masse, il trucco per non turbarlo sta nell’abituare il pubblico per gradi alle nozioni destabilizzanti. Lasciare sì trapelare la verità, ma a piccole dosi, gradualmente. Una bomba scoppia solo se tutto l’esplosivo che essa contiene viene acceso contemporaneamente. Bruciandolo invece per gradi e a piccole dosi alla fine ti accorgi che la bomba non c’è più – non è mai scoppiata, né mai più scoppierà.

E’ per questo che quando oggi la RAI finalmente si occupa in modo serio dei fatti dell’11 settembre, ciò non ha alcun impatto. Dieci anni di ciance hanno vaccinato il pubblico e disinnescato la bomba. Inutile dire che tutto ciò non è casuale.

Diverso effetto avrebbe avuto l’inchiesta di Minoli se fosse andata in onda nel 2003, quando le notizie in essa contenuta erano fresche. Intendiamoci, non sarebbe venuto giù il mondo, ma per lo meno avremmo notato qualche turbolenza.

Quando nel 2003 sulla rivista online Delos pubblicai uno dei primi articoli sul tema in Italia, Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sull’11 settembre 2001, ma che non avete mai osato chiedervi, l’argomento era vergine e qualche piccola turbolenza la generò. Decine di migliaia di persone in pochi giorni lessero il mio articolo in un contesto dove solitamente godevo al massimo di un paio di migliaia di lettori, e l’articolo venne clonato e replicato ovunque sul web. E quando pochi mesi dopo questo mio articolo venne ripubblicato come saggio di apertura del libro Tutto quello che sai è falso, il botto fu ancora più grosso: oltre settantamila copie di tiratura, una cosa mai vista per un editore microscopico, Nuovimondimedia. L’articolo annunciava anche l’imminente uscita del mio libro sul tema, ma Nuovimondimedia non l’avrebbe mai pubblicato. Da lì a poco la piccola casa editrice venne infatti intimidita dagli americani in diretta televisiva durante un popolare talk show, e guarda caso dopodiché se ne guardò bene dal pubblicare il mio libro (e per inciso se ne guardò anche bene dal pagarmi i diritti d’autore per il mio saggio; con una tiratura di oltre 70.000 copie a prezzo di copertina 23 euro – un incasso lordo che supera il milione e mezzo di euro – zero virgola zero euro esatti di diritti d’autore è invero un po’ pochino; gente simpatica, eh, questi “compagni che sbagliano”!)

Anziché ad inizio 2004, quando avrebbe potuto creare qualche turbolenza, il mio libro “Il Mito dell’11 Settembre” fu pubblicato solo a metà 2006, da un altro piccolo editore, Ponsinmor. Nel frattempo, il pubblico italiano era stato già stato “vaccinato” contro l’argomento. La tivù italiana si occupò infatti dell’argomento per qualche tempo, in modo estremamente superficiale ed inconcludente, quando non palesemente manipolatorio, mentre abili disinformatori (i sedicenti “debunkers”) sparavano a mitraglia sul web e nei talk shows ragionamenti orecchiabili basati su informazioni false o fuorvianti per “dimostrare” che la Verità Rivelata del Pentagono era Bibbia. Con il corollario che chi non credeva in essa acriticamente era un cosiddetto “complottista”. Abbiamo ormai imparato a conoscere questa parola magica e scaramantica che viene scagliata contro chi non si beve le storie inverosimili che gli vengono raccontate, ideata per poter screditare qualcuno senza dover spiegarne in dettaglio il perché e il percome. Ma perché c’è così tanta gente che accetta di riconoscersi in quell’etichetta cretina racchiusa nel termine “complottista”, concepita per screditarli? Voi che non credete alla narrazione assurda della versione ufficiale sui fatti dell’11 settembre siete semplicemente degli scettici. Perché lasciate che vi chiamino “complottisti”? Cerchiamo di rispettare i significati della lingua italiana. Tu mi racconti una storia e se io non ci credo sono uno scettico. Non un “complottista”. Uno scettico. Tu non riesci a convincermi con le tue narrazioni? Cazzi tuoi. Perché te la prendi con me coniando epiteti che vorrebbero insultarmi? Il problema è di chi non sa raccontare storie credibile, non di chi sia rotto i maroni ad ascoltarle.

L’inchiesta RAI di Minoli sull’11 settembre segna probabilmente un punto di svolta di questa moderna epopea. I fiduciosi e gli ingenui si rallegrano per l’alzata di capo del giornalismo di qualità. Ma siamo certi che sia tutto oro quel che luce? Dopotutto non è che un giornalista che per dieci anni si sia cagato sotto ad affrontare come si deve questa patata bollente un bel mattino si svegli, si guardi allo specchio ed esclami: “Toh, oggi non mi cago più sotto.” – e vai giù duro con le verità indicibili sull’11 settembre! Nel mondo reale (non in quello disneyano di Hollywood) occorrono consensi molto in alto nelle stanze dei bottoni per realizzare effettivamente una trasmissione come quella di Minoli. Vi risulta che qualcuno abbia chiesto la testa del giornalista per l’audace azzardo da egli osato? Macché. Vi risulta che abbia protestato l’ambasciata americana? Macché. Eppure, se quanto sostenuto nella sua trasmissione fosse falso, si tratterebbe di un’inaudita diffamazione degli Stati Uniti d’America. Come mai tutti zitti e nessuno protesta? Non sarà mica… coda di paglia? La notizia – dal significato univoco – è proprio che lo scoop di Minoli non abbia fatto notizia, e che soprattutto non abbia generato reazioni fra i potenti che in Italia hanno sempre sostenuto la versione ufficiale dei fatti, ambasciata americana per prima. Piuttosto, notiamo che la mossa di Minoli non è in realtà un caso isolato. In occasione del decennale anche il grande settimanale l’Espresso fa la sua parte, uscendosene con allegato alla rivista nientedimeno che il film Zero sull’11 settembre. Accipicchia. Per anni omertosi, e adesso improvvisamente tutti audaci giornalisti, oppure azione concertata con finalità ancora da scoprire? In questi stessi giorni la rete televisiva pubblica austriaca ORF2 ha trasmesso il documentario 911 Mysteries, altra pietra miliare del movimento per la verità sull’11 settembre, incentrato sull’analisi della demolizione controllata delle Torri. Io stesso nelle ultime ore ho ricevuto proposte di interviste da parte di giornali per i quali sino ad ieri non esistevo.

Si sta forse preparando un grande rito catartico di caccia ai (finti) veri colpevoli dei fatti dell’11 settembre? Dopotutto la “democratica” società occidentale non può sopravvivere indefinitivamente a questo bubbone dell’11 settembre che continua a crescere con sempre meno gente disposta a credere alle panzane ufficiali. Gli antibiotici non sono serviti. L’infezione memetica è ormai inarrestabile e il bubbone è in crescita esplosiva. Nel 2003 eravamo in quattro gatti a dubitare della Verità Rivelata sull’11 Settembre ed ora siamo in centinaia e centinaia di milioni nel mondo. Solo i lentissimi di comprendonio ancora si bevono le balle ufficiali mentre gli articoli sul tema pubblicati sulle versioni online della grande stampa internazionale vedono l’area commenti dei lettori infestata di messaggi all’insegna del “BUU -BUUU, ANDATE A NASCONDERVI!”. L’unica soluzione potrebbe essere quella di fare scoppiare il bubbone e concedersi un giro nel rito tribale di fare la festa al capro espiatorio di turno. Per quanto il pubblico sia vaccinato contro “la teoria del complotto”, reiterando a sufficenza lo stimolo sui giornali “autorevoli” non ci vorrebbe molto a spostare il gregge sul sentiero “complottista”. Anche i più vergognosi “debunkers” arriverebbero a proclamare con la faccia come il culo: “Io l’avevo sempre detto che era un complotto!” E’ dunque questo il piano?

Ma c’è un’altra spiegazione possibile. E’ noto che le alte sfere del potere statunitense siano divise in due fazioni principali, non sempre concordi sulle politiche da seguire. Si tratta dei cosiddetti Neocons e i cosiddetti Realisti. I primi sono gli autori del famigerato Project For a New American Century (PNAC), in cui nel 2000 auspicavano il verificarsi di una nuova Pearl Harbour. Qualcuno sostiene che non si siano limitati ad auspicare. I secondi sono meno ideologicizzati ed hanno un approccio più pragmatico alla politica. Celebre fu un discorso di Zbigniew Brzezinski, importante esponente dei Realisti, al Senato americano a Febbraio 2007, in cui egli ammonì della possibilità di attacco terroristico false-flag (in pratica un autoattentato) in America per creare il pretesto per un attacco all’Iran. Era un monito che in realtà serviva a dissuadere chi si stava evidentemente apprestando a tal gesto. Un nuovo e più pesante evento tipo 11 settembre è infatti nell’aria ormai da anni. I Realisti sono notoriamente contrari. Potrebbe mai essere che lo sdoganamento delle “teorie del complotto”, avviato alle periferie dell’impero americano (dove può fare pochi danni), siano state ordinate dal ramo Realista della politica americana, allo scopo di bloccare i nuovi autoattentati che l’altra fazione stia eventualmente preparando? La posta in gioco è enorme, poiché è opinione diffusa che il prossimo evento-tipo-11-Settembre sarà probabilmente di natura nucleare. Il marketing a riguardo ha già riempito giornali e telegiornali. E pure Hollywood ha fatto di tutto per prepararci all’evento, così che quando accada ci sembri ovvio, anziché assurdo.

Tutto questo è tuttavia per ora nulla più che fantapolitica, esercizi di ragionamento operati sulla base di informazioni insufficienti. Qualcosa però mi dice che in un futuro non troppo remoto, con il classico senno del poi, tutto ci sarà più chiaro.

Per il decennale dell’11 settembre 2001, annuncio inoltre l’uscita della edizione in inglese del mio libro “Il Mito dell’11 Settembre”. E’ una edizione aggiornata, con parecchi capitoli in più rispetto all’ultima edizione italiana, aggiunti per includere novità molto importanti emerse negli ultimi anni. In inglese è titolato The Myth of September 11 ed il sottotitolo, anch’esso evolutosi rispetto all’edizione italiana, è The Satanic Verses of Western Democracy (I Versetti Satanici della Democrazia Occidentale). Il libro è acquistabile su Amazon.com e sta uscendo anche una conveniente versione ebook a prezzo stracciato, 4 euro circa.

Ricordo che il mio libro Il Mito dell’11 Settembre (oltre 600 pagine) ha avuto la sua prima edizione italiana nel 2006, una seconda edizione italiana fortemente aggiornata nel 2007, una edizione in rumeno nel 2009 e adesso una edizione ulteriormente aggiornata in inglese nel 2011.

Il Mito dell’11 Settembre

edizione italiana

The Myth of September 11

edizione inglese

11 Septembrie. Mitul

edizione rumena

Ciò nonostante, vari siti web italiani che si ergono a punto di riferimento nella ricerca di verità sull’11 settembre (con eccellenti eccezioni, per carità), in tutti questi anni sono riusciti a non menzionare l’esistenza del mio libro neppure una volta (a parte nei commenti dei visitatori dei suddetti siti, spesso lettori entusiasti del mio libro). In ciò si sono dimostrati indistinguibili dalla grande e corrotta stampa mainstream. Curioso, vero? Esplorate a fondo tali siti per credere. Non li nomino così vi divertite di più a scoprire quali sono.

Come regalo per il decennale, lascio quindi al lettore il privilegio di riflettere su cosa ciò effettivamente significhi ed eventualmente implichi. A pensare male si fa peccato, ma…

Roberto Quaglia
Fonte: www.roberto.info
Link: http://www.roberto.info/2011/09/09/11-settembre-2011/
9.09.2011

ComeDonChisciotte – DIECI ANNI DOPO

Fonte: ComeDonChisciotte – DIECI ANNI DOPO.

DI GIULIETTO CHIESA
megachip.info

Dieci anni sono passati da quell’11 settembre che ha cambiato la storia del mondo, avviando la guerra infinita contro il terrorismo internazionale. I dubbi su quella vicenda si sono ingigantiti, diventando certezze. Non 19 terroristi, da soli, hanno attaccato l’America, bensì un pugno di terroristi “di stato” (occidentali e amici dell’occidente) con passaporti americani, israeliani, pakistani, sauditi.

Osama bin Laden non è mai stato incriminato, sebbene, in suo nome, siano state combattute due guerre (contro l’Afghanistan e contro l’Iraq) che hanno prodotto centinaia di migliaia di morti civili e che non sono ancora terminate.

Guantánamo è rimasta in funzione nonostante le promesse di Obama. Nessun processo contro nessun presunto colpevole è stato celebrato in questi dieci anni.

Gran parte dei “risultati” della Commissione ufficiale d’inchiesta (contenuti nel “9/11 Commission Report”) sono completamente inutilizzabili di fronte a qualunque tribunale perchè ottenuti con l’uso sistematico della tortura contro i prigionieri. Nessuno dei torturatori è stato incriminato.

Tutte le regole democratiche sono state violate, sia dentro che fuori degli Stati Uniti. L’Europa intera è divenuta complice ospitando prigioni segrete, permettendo l’atterraggio illegale di aerei con prigionieri a bordo nei propri aeroporti. Polonia, Romania, Lituania, Italia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo sono stati direttamente coinvolti in queste operazioni criminali. Il segreto di Stato ha coperto la verità: che l’Europa e i suoi servizi segreti sono stati e sono agli ordini dell’Impero americano.

Nel frattempo decine di nuovi fatti, di scoperte di ricercatori volontari in ogni parte del mondo, soprattutto negli Stati Uniti, confermano e aggravano le accuse contro l’Amministrazione americana. Decine di libri sono stati pubblicati, dove in varia misura e sotto diversi angoli visuali, la versione ufficiale è stata demolita. Se qualche anno fa, era già più che legittimo sollevare gravi domande sulla versione ufficiale, adesso abbiamo a disposizione molte “pistole fumanti” che pongono la questione della chiamata in correo di alti e altissimi personaggi dell’establishment statunitense. Nessuno di loro è stato chiamato, tuttavia, a deporre sotto giuramento. Centinaia di testimonianze e di gravissimi documenti – veri e propri capi d’accusa – sono stati accantonati e mai presi in considerazione.

Noi siamo orgogliosi di essere stati – con la realizzazione del film Zero e con diversi libri su questi temi – parte del grande movimento per la verità sull’11 settembre.

Ma come mai di tutto questo non si parla? La risposta è una sola: il mainstream corporate media è interamente nelle mani di quei circoli politici che intendono coprire la verità. L’11 settembre si è così trasformato in un vero e proprio tabù, svelare il quale sarebbe esiziale per la sopravvivenza stessa degli Stati Uniti come prima potenza mondiale.

Dunque sperare in una rapida scoperta della verità, su chi ha organizzato, attuato il più grande attentato televisivo della storia, e perchè lo ha fatto, sarebbe ingenuo. Ma coloro che hanno capito – tra i quali chi scrive – non possono rinunciare a cercare. Per una ragione assai semplice: chi ha organizzato l’11 settembre è ancora al potere negli Stati Uniti e nel Superclan mondiale. E poichè la crisi che ha provocato l’11 settembre è ora nuovamente esplosa, con ancora maggiore virulenza, dobbiamo tutti sapere che siamo in pericolo di nuovi gravissimi avvitamenti, terroristici e militari, che sconvolgeranno il mondo intero nei mesi e anni a venire.

In altri termini non stiamo scavando nel passato, ma stiamo osservando il presente. E la massa di nuove scoperte sulla menzogna colossale nella quale abbiamo vissuto gli ultimi dieci anni è così grande che non possiamo tacere.

Fino ad ora il mainstream corporate media ha demonizzato, ridicolizzato, calunniato tutti coloro che hanno posto domande. Per questa ragione si è deciso, su iniziativa di David Ray Griffin, il più tenace dei critici della versione ufficiale, di costituire un “9/11 Consensus Panel”, in grado di porre le domande in modo tale da impedire di attaccare questo o quello dei critici, presentando al pubblico mondiale una serie di domande collettive sulle quali esiste un larghissimo consenso (dall’85 al 100%) tra tutti gli esperti consultati nelle diverse materie. Questo Consensus 9/11 Panel è composto da 22 personalità internazionali (chi scrive ne è parte, insieme ad un altro italiano, Massimo Mazzucco) tra cui nomi prestigiosi come Robert Bowman, ex capo del Dipartimento di Ingegneria Aeronautica della US Air Force; come Dwain Deets, ex direttore del Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale della NASA; come Niels Harrit, professore di chimica presso il Nano Science Center dell’Università di Copenhagen; come il prof. Steven Jones ex della Facoltà di Fisica della Brigham Young Universitiy; come il comandante Ralph Kolstad, ex pilota combattente della US Air Force, con 27 anni di esperiena come pilota di linea e 27.000 ore di volo alle spalle. Eccetera. Questo è il livello di competenze specialistiche, giornalistiche, scientifiche storiche del Consensus Panel.

Il consenso è stato concentrato, per ora, su 13 domande e affermazioni fondamentali sulle quali unanimemente si ritiene che la versione ufficiale è stata falsificata consapevolmente.

Non possiamo elencarle tutte in questo articolo, ma ci limitiamo ad alcune, ben sapendo che sono tutte cruciali.

Non ci sono prove che Osama bin Laden sia stato l’organizzatore dell’attentato; le due torri gemelle non sono state abbattute dall’impatto degli aerei e dai susseguenti incendi; nelle due torri gemelle ci sono state decine di esplosioni, antecedenti e successive all’impatto degli aerei; tre torri e non due caddero quel giorno, tutte e tre in caduta libera, in violazione di tutte le leggi della fisica; nessuno dei quattro equipaggi degli aerei dirottati innestò il codice 7500, cosa inspiegabile; il pilota presunto del volo AA77, che colpì il Pentagono, non poteva effettuare la manovra che viene descritta nella speiegazione ufficiale; il vice presidente degli USA, Dick Cheney si trovava nel bunker di comando ben prima che AA77 colpisse il Pentagono, mentre egli affermò il contrario.

A queste domande se ne posono aggiungere molte altre. Né le quattro scatole nere dei due aerei finiti sulle torri né quelle del volo AA77 sono state ritrovate: un record assoluto nella storia dell’aeronautica moderna. Solo in seguito una delle due del volo AA77 è stata dichiarata come esistente. Ma il suo contenuto è in parte indecifrabile, in parte maldestramente manipolato (e chi può averlo manipolato? I 19 terroristi kamikaze?).

Ultima perla: due dei terroristi, che sarebbero stati a bordo del volo AA77, al-Anjour e al-Mihdhar, vissero gli ultimi dieci mesi prima dell’11/9 in casa di un agente dell’FBI , a San Diego, California, e furono finanziati da un altro doppio agente dell’FBI e dell’Arabia Saudita. Erano protetti da un servizio segreto americano, entrarono negli Stati Uniti con un visto multiplo, concesso loro da un altro servizio segreto americano. Parlare di “errori”, o di “incompetenza” è ormai impossibile. Si deve parlare di connivenza e di partecipazione attiva. Ma se aspettiamo che Barack Obama ci dica la verità, aspetteremo invano. Lui ha assunto le vesti del vendicatore uccidendo per l’ennesima volta, il già defunto Osama bin Laden e seppellendolo in mare. Credere a questa storia e credere agli asini che volano è la stessa, identica cosa.

Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/finestre/zero-11-settembre/6725-dieci-anni-dopo.html
4.09.2011

ComeDonChisciotte – UNDICI SETTEMBRE, UN DECENNIO DOPO: ABBIAMO IMPARATO QUALCOSA?

Fonte: ComeDonChisciotte – UNDICI SETTEMBRE, UN DECENNIO DOPO: ABBIAMO IMPARATO QUALCOSA?.

DI PAUL CRAIG ROBERTS
Global Research

Fra pochi giorni ricorrerà il decimo anniversario dell’11 settembre 2001. Ha resistito bene il racconto ufficiale del governo di quegli eventi dopo un decennio?

Non molto bene. Il direttore, il vicedirettore e il primo consulente legale della Commissione sull’11 settembre hanno scritto testi in cui si dissociano parzialmente dal resoconto della commissione. Hanno riferito che l’amministrazione Bush ha posto ostacoli sul loro cammino, che le informazioni non erano condivise, che il Presidente Bush acconsentì a testimoniare solo se accompagnato dal vicepresidente Cheney e non fu mai posto sotto giuramento, che il Pentagono e i funzionari dell’FAA mentirono alla commissione e che la commissione stessa pensò di deferire con l’accusa di falsa testimonianza nel corso dell’indagine per ostruzione al corso della giustizia.

Nel loro libro il direttore e il vicedirettore, Thomas Kean e Lee Hamilton, hanno scritto che la Commissione sull’11 settembre era stata “formata per fallire”. Il primo consulente John Farmer Jr., ha riferito che il governo statunitense prese “la decisione di non dire la verità di quello che era successo” e che “i nastri del NORAD raccontavano una storia radicalmente diversa da quello che era stato riferito a noi e al pubblico.” Kean invece disse: “Fino a questo momento non sappiamo perché il NORAD ci ha detto quello che ci ha detto, che era davvero molto distante dalla verità.”

La gran parte delle domande poste dalle famiglie dell’11 settembre non sono state soddisfatte. Non sono stati convocati testimoni importanti. La commissione ha ascoltato solo quelli che sostenevano il racconto del governo. La commissione è stata un’operazione politica controllata, non un’indagine degli eventi e delle prove. I suoi membri erano tutti ex politici. Nessun esperto riconosciuto si è aggiunto alla commissione.

Un membro della Commissione sull’11 settembre, l’ex senatore Max Cleland, rispose ai limiti posti alla commissione dalla Casa Bianca: “Se questa rimarrà la decisione, io, in quanto membro della commissione, non potrò guardare nessun cittadino americano negli occhi, specialmente le famiglie delle vittime, e dire che la commissione sia stata esaustiva. Questa indagine è ormai menomata.” Cleland rassegnò le dimissioni per non vedere la sua integrità compromessa.

A dire il vero, né Cleland e neppure altri membri della commissione hanno suggerito che l’11 settembre sia stato un inside job per rafforzare l’agenda bellicista. Ciò malgrado, né il Congresso né i media si sono chiesti, almeno in modo non forte, perché il Presidente Bush non sia voluto apparire davanti alla commissione sotto giuramento o senza Cheney, perché il Pentagono e i funzionari dell’FAA abbiano mentito alla commissione o, se i funzionari non hanno mentito, perché la commissione avesse creduto diversamente, o perché la Casa Bianca si sia opposta così a lungo alla formazione di una commissione d’indagine di qualsiasi tipo, persino una sotto il suo controllo.

Si potrebbe pensare che se una manciata di arabi sia riuscita a sbaragliare non solo la CIA e l’FBI ma tutte le sedici agenzie di intelligence statunitensi, tutte le agenzie di intelligence dei nostri alleati – tra cui il Mossad – , la National Security Council, il Dipartimento di Stato, il NORAD, la sicurezza negli aeroporti per quattro volte in una mattinata, il controllo del traffico aereo, e così via il Presidente, il Congresso e i media si dovrebbero domandare come sia potuto accadere un evento del genere. Invece, la Casa Bianca ha eretto un muro per le indagini e il Congresso e i media hanno mostrato ben poco interesse.

Nel corso del decennio trascorso si sono formate numerose associazioni per la verità sull’11 settembre: Architects and Engineers for 9/11 Truth, Firefighters for 9/11 Truth, Pilots for 9/11 Truth, Scholars for 9/11 Truth, Remember Building 7.org e un nuovo gruppo di New York che comprende le famiglie delle vittime dell’11 settembre. Questi gruppi chiedono una vera indagine.

David Ray Griffin ha scritto dieci libri di ricerca approfonditi documentando le problematiche presenti nel racconto del governo. Alcuni scienziati hanno evidenziato che il governo non ha spiegazione per l’acciaio fuso. Il NIST è stato costretto ad ammettere che il WTC 7 era in caduta libera per parte della sua discesa e una squadra scientifica guidata dal professore di nano-chimica all’Università di Copenhagen ha riferito di aver rintracciato nano-termite nella polvere degli edifici.

Larry Silverstein, che aveva l’affitto degli edifici del World Trade Center, disse nel corso di una trasmissione della PBS che nel tardo pomeriggio dell’11 settembre fu presa la decisione di “sgomberare” (ndt: il termine “pull” ha, tra gli altri significati, quello di “evacuare” e quello di “abbattere”) l’edificio 7. Gli alti ufficiali dei pompieri hanno riferito che non era stata fatta alcuna indagine forense sulla distruzione degli edifici e che l’assenza di indagini era una violazione di legge.

Sono stati fatti vari sforzi per dare forza ad alcune delle prove contrarie al racconto ufficiale, ma la gran parte di questi sono stati ignorati. Rimane il fatto che lo scetticismo di un gran numero di esperti riconosciuti non ha avuto alcun effetto sulla posizione del governo eccetto un membro dell’amministrazione Obama che ha suggerito che il governo avesse infiltrato le organizzazioni sulla verità dell’11 settembre per screditarle.

La pratica diffusa è stata quello di etichettare gli esperti non convinti della posizione del governo come “teorici della cospirazione”. Ma si può dire che la teoria del governo sia già una teoria cospiratrice, una ancor meno probabile una volta che si comprende l’implicazione dei fallimenti dell’intelligence e di tutte gli enti preposti. Gli insuccessi implicati sono incredibilmente numerosi; e di questo nessuno è stato ritenuto responsabile.

Inoltre, cosa hanno da guadagnare 1.500 architetti e ingegneri dall’essere ridicolizzati come teorici della cospirazione? Sicuramente non firmeranno mai più un contratto con il governo e molti hanno sicuramente perso lavori per il loro atteggiamento “anti-americano”. I loro concorrenti avranno sicuramente approfittato dei loro “dubbi anti-patriottici”. E devo dire che la mia ricompensa per aver parlato del punto in cui siamo dieci anni dopo l’evento saranno solamente alcune mail in cui mi si dirà che, siccome odio tanto l’America, dovrei trasferirmi a Cuba.

Gli scienziati hanno ancora meno incentivi a esprimere i propri dubbi, il che probabilmente spiega perché non esiste “1.500 Fisici per la Verità sull’11 settembre”. Pochi fisici hanno carriere indipendenti dai fondi o dai contratti governativi. È stato un insegnante di fisica alle superiori che costrinse il NIST ad abbandonare la propria versione del crollo dell’Edificio 7. Il fisico Steven Jones, che per primo riportò di aver trovato tracce di esplosivi, si è visto sospendere l’incarico dalla BYU, che senza dubbio avrà ricevuto pressioni da parte del governo.

Potremmo ritenere le prove contrarie coincidenze e errori e concludere che solo il governo ci ha visto giusto, lo stesso governo che per il resto non ne ha combinato una buona.

A dire il vero, il governo non ha spiegato proprio niente. Il resoconto del NIST è solamente una simulazione di quello che potrebbe aver causato il crollo delle torri se le ipotesi del NIST programmate nel modello computerizzato fossero corrette. Ma il NIST non porta alcuna prova per evidenziare che le sue ipotesi siano corrette.

L’Edificio 7 non è stato menzionato nel 9/11 Commission Report e molti americani sono ancora ignari che tre edifici sono venuti giù l’11 settembre.

Fatemi chiarire il mio punto di vista. Non sto dicendo che qualche gruppo per le operazioni segrete dell’amministrazione neo-con di Bush abbia fatto saltare in aria gli edifici per poter promuovere l’agenda neoconservatrice della guerra in Medio Oriente. Se ci sono prove di un mascheramento, potrebbe essere che il governo stia mascherando la sua incompetenza e non la complicità nell’evento. E anche se ci fossero prove definite della complicità del governo, non sono sicuro che gli americani le accetterebbero. Gli architetti, gli ingegneri e gli scienziati vivono in una comunità che si basa sui fatti, ma per la gran parte delle persone i fatti non possono competere con le emozioni.

La mia domanda è perché i vari corpi dell’esecutivo, – comprese le agenzie di security – il Congresso, i media e gran parte della popolazione non siano stati avidi di indagare sull’evento determinante della nostra epoca.

Non ci sono dubbi che l’11 settembre sia un evento fondamentale. Ci ha portato un decennio di guerre sempre più allargate, una costituzione fatta a pezzi e uno stato di polizia. Il 22 agosto Justin Raimondo ha riportato che lui e il suo sito, Antiwar.com, erano monitorati dall’Electronic Communication Analysis Unit dell’FBI per determinare se Antiwar.com fosse “una minaccia alla Sicurezza Nazionale” che lavorasse “su mandato di una potenza straniera”.

Francis A. Boyle, un professore riconosciuto a livello internazionale e avvocato di legge internazionale, ha riferito che, quando rifiutò una richiesta congiunta FBI-CIA di violare le prerogative avvocato/cliente e diventare un informatore sui suoi clienti arabi-americani, fu messo nella lista nera dei terroristi del governo statunitense.

Boyle è stato critico con l’approccio del governo statunitense al mondo musulmano, ma Raimondo non ha mai sollevato, né consentito agli articolisti di sollevare, alcun sospetto sulla complicità del governo nell’11 settembre. Raimondo si oppone semplicemente alla guerra e questo per l’FBI è già sufficiente per decidere che sia necessario controllarlo in quanto possibile minaccia alla sicurezza nazionale.

Il racconto del governo sull’11 settembre è la base delle guerre infinite che stanno esaurendo le risorse degli Stati Uniti e distruggendo la sua reputazione e costituisce le fondamenta dello stato di polizia che alla fine taciterà tutte le opposizioni ai conflitti. Gli americani sono prossimi al racconto dell’attacco terroristico musulmano dell’11 settembre, perché è quello che giustifica il massacro delle popolazioni civili in molti paesi musulmani e lo stato di polizia come soli mezzi per mettersi al sicuro dai terroristi, che già si sono trasformati in “estremisti interni” come gli ambientalisti, i gruppi per i diritti degli animali e gli attivisti contro la guerra.

Oggi gli americani sono insicuri, non a causa dei terroristi e degli estremisti interni, ma perché hanno perso le loro libertà civili e non hanno protezione dall’incommensurabile potere del governo. Si potrebbe pensare che il come si sia arrivati a questo punto possa essere degno di un dibattito pubblico e di audizioni al Congresso.

************************************************Fonte: 9/11 After A Decade: Have We Learned Anything?

24.08.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Attentato dell’11 settembre: agenti del Mossad ammettono missione | STAMPA LIBERA

Fonte: a href=”http://www.stampalibera.com/?p=30441″>Attentato dell’11 settembre: agenti del Mossad ammettono missione | STAMPA LIBERA.

di Christopher Bollyn
28 giugno 2002 Fonte:http://www.erichufschmid.net/TFC/Bollyn-dancing-Israelis-I.html

Come avrete letto l’articolo è del 2002. Sono passati quasi 10 anni e ancora la verità è derisa e snobbata.

Ripubblico l’articolo per rendere consapevoli i lettori di quanto possente sia la macchina mediatica che tutto controlla e tutto dispone, e di che livello sono i silenti rappresentanti del popolo da noi eletti.  Come avrete capito nulla si evolve autonomamente per il meglio. Solo muovendoci e diffondendo, noi tutti, la conoscenza del dramma  costituito dal  golpe militare mondiale, potremo cambiare lo stato delle cose. Alla fine dell’articolo troverete una terribile coincidenza. ndr

 [l’originale è qui ]

Agenti israeliani arrestati in relazione all’attentato dell’11 settembre ammettono:
Il nostro scopo era documentare l’evento

Aggiornamento: Tre dei cinque “israeliani esultanti” [nel testo, dancing Israelis] sono apparsi in un programma televisivo israeliano per spiegare che erano stati mandati per documentare l’evento. Ecco uno spezzone di quella trasmissione:

ForBollynsSpeech11Nov2006_DancingIsraelis.wmv  2,4 MBTrascrizione dello spezzone tratto dal filmato di Marc Levin intitolato Protocols of Zion [letteralmente, I protocolli di Sion]; sono presenti tre dei cinque “israeliani esultanti”:

Israeliani esultanti:

“E a quel punto ci hanno sottoposto a un altro giro di interrogatori, questa volta perché accusati di appartenere al Mossad. Il punto è che proveniamo da una nazione che soffre quotidianamente a causa del terrorismo. Il nostro scopo era documentare l’evento.”

Narratore:

I cinque israeliani sono stati detenuti per dieci settimane e infine rilasciati per violazione delle leggi sull’immigrazione dopo essere stati prosciolti dall’FBI dall’accusa di coinvolgimento nell’attacco dell’11 settembre. Certamente restano in sospeso ancora molte domande importanti ma c’è anche un pericolo concreto che si salti alla conclusione sbagliata su chi siano i colpevoli.

Vedere il riassunto dei motivi per cui riteniamo l’attacco dell’11 settembre un’operazione sionista:
Zion-Summary-I.html 
La cosa è discussa anche nel file sonoro presente nella seguente pagina:
DarylBradfordSmith_Bollyn-Hufschmid-11Sep2006-I.html I sionisti giustificano la loro prescienza dell’attacco affermando di aver seguito i terroristi arabi e di averne scoperto i piani diabolici.

I sionisti dichiarano inoltre di aver avvertito alcuni funzionari del governo [statunitense] dell’attacco imminente, senza prendersi la briga però di informare i loro amici nelle agenzie di stampa.

Agli agenti israeliani esultanti sorpresi a fotografare gli attacchi al World Trade Center (nel seguito, WTC) fu concesso di rimpatriare in Israele dove, a un programma radiofonico, hanno divulgato lo scopo della loro missione: “Il nostro scopo era documentare l’evento.”

La notizia sensazionale dei 5 israeliani sospetti che sono stati visti festeggiare mentre filmavano l’attacco al World Trade Center è stata riportata [in USA] a livello nazionale inizialmente dall’American Free Press subito dopo l’11 settembre. ABC News di recente ha riportato tale notizia e ha aggiunto un commento che merita attenzione.

The Forward, un rispettato giornale giudaico di New York, ha riportato che almeno due di quegli uomini erano agenti dei servizi segreti israeliani (il Mossad). Gli agenti israeliani sono stati visti per la prima volta filmare l’attacco al WTC inginocchiati sul tetto di un furgone bianco stazionato nell’area parcheggio di un condominio al di là del fiume [Hudson], dal quartiere Lower Manhattan.

“Sembrava che stessero riprendendo le scene di un film,” disse una signora della zona che li aveva notati e che prosegue: “Stavano riprendendosi in video e in fotografie con lo sfondo del World Trade Center in fiamme.” Cosa mi colpì furono le espressioni dei loro volti; aggiunge: “Erano come contenti, sapete… Non mi sembravano sconvolti. Ho pensato che fosse molto strano.”

La signora ritenne tale comportamento sospetto a tal punto da prendere la targa del furgone e chiamare la polizia. Presto l’FBI raggiunse il posto; viene emanato un dispaccio in tutto lo stato del New Jersey che segnala tale furgone.

Il furgone apparteneva una ditta [di traslochi, ndt] di facciata del Mossad chiamata Urban Moving Systems. Circa alle 4 di pomeriggio dell’11 di settembre, quel furgone viene fermato e cinque israeliani, Sivan e Paul Kurzberg, Yaron Shmuel, Oded Ellner, e Omer Marmari, tutti di età compresa tra i 22 e i 27 anni, sono arrestati mentre sono tenuti sotto tiro. Uno di loro ha 4,700 dollari in contanti nascosti in un calzino, mentre un altro aveva due passaporti stranieri. Nel furgone vengono ritrovati alcuni tagliacarte.

“NON SIAMO IL VOSTRO PROBLEMA”

Secondo il rapporto della polizia, uno degli uomini disse che erano stati nella West Side Highway in Manhattan “durante l’incidente” — riferendosi all’attacco al World Trade Center. Sivan Kurzberg, l’autista, disse: “Siamo israeliani. Non siamo il vostro problema. I vostri problemi sono i nostri problemi. I palestinesi sono il problema.”

Il caso fu assegnato alla sezione dell’FBI per il controspionaggio straniero poiché l’FBI riteneva che la Urban Moving Systems fosse “un’azienda di facciata per un’operazione dei servizi segreti israeliani,” come riporta l’ABC News.

Mentre l’FBI perquisiva gli offici di quella ditta a Weehawken, nello stato del New Jersey, prelevando casse piene di documenti e una dozzina di dischi rigidi dai computer, al titolare dell’azienda, Dominic Suter, fu permesso di fuggire all’estero. Quando gli agenti dell’FBI hanno provato a interrogare Suter per la seconda volta, scoprirono che si era svignato dalla sua casa in New Jersey ed era fuggito in Israele.

Quando i giornalisti dell’ABC News hanno visitato la Urban Moving Systems, “sembrava che fosse stata chiusa in gran fretta. C’erano telefoni cellulari sparsi alla rinfusa; i telefoni degli uffici erano ancora allacciati e nel magazzino giacevano i beni di dozzine di clienti.”

Gli israeliani sono stati trattenuti al Metropolitan Detention Center [letteralmente, Centro metropolitano di detenzione] a Brooklyn per essere in possesso di visti turistici scaduti e per aver lavorato illegalmente negli Stati Uniti. Due settimane dopo il loro arresto, un giudice con giurisdizione su questioni d’immigrazione ha ordinato che venissero rimpatriati; l’ABC News riporta che agenti dell’FBI e della CIA a Washington bloccarono quel provvedimento.

I cinque vennero imprigionati per più di due mesi. Alcuni di loro furono messi in isolamento per 40 giorni e sottoposti fino a 7 volte alla macchina della verità. Uno di loro, Paul Kurzberg, rifiutò di sottoporsi alla macchina della verità per 10 settimane; alla fine ha accettato ma la macchina ha rivelato che mentiva, stando a quanto dichiarato dal suo avvocato.


Il nostro scopo era documentare l’evento

Un patto fu stipulato tra agenti governativi israeliani e statunitensi dopo 71 giorni; i cinque israeliani furono quindi messi su un aereo e deportati in Israele.

Gli israeliani precedentemente detenuti, una volta tornati in patria, hanno discussero a un talk show di una televisione israeliana la loro disavventura negli Stati Uniti. Uno di loro disse: “Il punto è che veniamo da uno stato che quotidianamente soffre atti di terrorismo. Il nostro scopo era documentare l’evento.”


Per ulteriori informazioni:
Bollyn-Israel-harbors-911-suspects-I.html Hufschmid ritiene che Abraham Zapruder [un giudeo, ndt] stava filmando l’assassinio di Kennedy appositamente per documentare quell’evento per Israele. I capitoli del libro di Hufschmid che discutono il rapporto Warren [nel testo, Warren Report] sull’assassinio di John F. Kennedy (JFK) e qualche osservazione su Zapruder sono disponibili in rete gratuitamente all’indirizzo:
PainfulQuestionsTOC-I.html

La Fukushima degli scandali

Fonte: La Fukushima degli scandali.

Sono passati mesi, e Fukushima come previsto ha anche iniziato ad uscire dalla memoria di noi europei. A riportarla alla ribalta sono state le notizie di due nuove forti scosse di terremoto, nei giorni scorsi. L’11 agosto, una scossa di sei gradi di magnitudo della scala Richter, con l’epicentro a pochi chilometri dalla centrale nucleare duramente danneggiata dal terremoto dello scorso marzo. Non è scattato l’allerta tsunami.

La seconda il 18 agosto, quando il nordest del Giappone è tornato a tremare: un terremoto di magnitudo 6.8 nelle acque del Pacifico di fronte alla prefettura di Fukushima, seguito dall’allerta tsunami, ha creato paura e apprensione. Ma cosa sta succedendo a Fukushima? Come è evoluta la situazione?

Come si apprende da fonti ufficiali, sono state rilevate tracce di elementi radioattivi nella ghiandola tiroidea del 45% dei bambini sottoposti a… controlli delle municipalità limitrofe alla centrale nucleare di Fukushima. Un gruppo di esperti governativi ha effettuato delle analisi su 1.149 bambini sotto i 15 anni, due settimane dopo il sisma e lo tsunami dell’11 marzo, che hanno colpito la centrale nucleare di Fukushima provocando il black out dell’impianto di raffreddamento dei nuclei dei reattori e fughe radioattive di enorme entità.

Dei 1.080 test validi, il 44,6% presenta tracce di contaminazione della tiroide, la ghiandola dove si fissa lo iodio radioattivo, aumentando in questo modo il rischio di sviluppare un tumore. I risultati dei test sono stati comunicati alle famiglie solo la settimana scorsa. Questi sono i dati preoccupanti sul fronte della salute.

Anche sul fronte dell’analisi tecnica, le novità non sono affatto buone. Non fu lo tsunami, o almeno non solo lui, a causare il disastro. Già prima, vale a dire nel momento della violentissima scossa di terremoto, alcune delle strutture dell’impianto avevano ceduto in modo definitivo. La scomoda verità viene raccontata dal quotidiano britannico Independent, in un lungo articolo che raccoglie le testimonianze di numerosi tecnici e operai dell’impianto nucleare giapponese. “La posta in gioco è alta”, si legge nell’articolo, “se è stato il terremoto a compromettere strutturalmente l’impianto e la sicurezza del combustibile nucleare, questo potrebbe significare che tutti i reattori di identica concezione presenti in Giappone dovrebbero essere chiusi, perché incapaci strutturalmente di resistere a scosse sismiche di una certa entità.”

Nonostante mesi di disinformazione, durante i quali la Tepco, società che gestisce l’impianto, ha continuato ad affermare che quanto accaduto era “assolutamente imprevedibile” e dovuto allo tsunami, emerge in modo sempre più netto che fu il terremoto, ben prima che l’onda gigantesca travolgesse l’impianto, a bloccare il sistema di raffreddamento dei reattori. Lo tsunami, 40 minuti dopo, sommerse, spegnendoli, i generatori, provocando il definitivo spegnimento del sistema e dando il via alla catena di eventi che hanno portato poi alla fusione di tre reattori.

Situazione decisamente da scandalo, per un Paese come il Giappone. Ma di scandali ce ne sono altri dietro l’angolo. La Nuclear Safety Commission nipponica è stata accusata di aver cancellato dal suo sito i dati sui risultati delle visite mediche di controllo radiologico nella prefettura di Fukushima.

La Nuclear Safety Commission aveva caricato i risultati dei test effettuati dal governo a marzo. I risultati, incluse le informazioni che dimostravano che un bambino di 4 anni di Iwaki era stato esposto a 35 millisievert di radiazioni, un livello che non è considerato una minaccia per la salute, sono stati eliminati all’inizio di agosto, ufficialmente perché ci sarebbe la possibilità che i singoli bambini possano essere identificati, in quanto le informazioni sono dettagliate.

La cancellazione dei dati però sta insospettendo molti, visto che nessun altro dato simile per la salute dei bambini è disponibile. Come dice al network radiotelevisivo Nhk Hirotada Hirose, della Tokyo Woman’s Christian University, “i bambini hanno maggiori rischi di sviluppare il cancro alla tiroide. Alla commissione non può sfuggire che la  rimozione dei dati potrebbe provocare una reazione negativa riguardo all’esposizione dei bambini. La mossa va contro alla necessità di fornire informazioni accurate all’opinione pubblica”.

Oltre questo, Bellona, Ong scientifico/ambientalista norvegese-russa accusa il governo giapponese di aver “nascosto informazioni e negato i fatti del disastro nucleare di Fukushima Daiichi nucleare, incluso l’aver ignorato le previsioni dal sistema di previsione delle radiazioni del loro stesso Paese, al fine di limitare le costose e distruttive evacuazioni e per evitare la discussione pubblica sul settore nucleare politicamente potente”. L’accusa di Bellona si fonda sulle rivelazioni dall’Associated Press confermate da una fonte dell’ex-governo giapponese a Bellona, ​​così come da un rapporto del New York Times.

Nils Bohmer, un fisico nucleare che fa parte di Bellona, aveva già detto più volte che il Giappone stava nascondendo informazioni sui pericoli delle radiazioni e ora è convinto che “politici potenti hanno costretto il Giappone a creare un clima della bocca chiusa, di deferenza acritica al nucleare. Questo è un altro esempio del caos della comunità nucleare giapponese, compresi industria e governo. Tutto questo dimostra la necessità urgente di cambiamenti drastici nell’industria nucleare giapponese, se l’energia nucleare deve avere un futuro in tutto il Giappone”.

All’opinione pubblica sarebbero state tenute molte informazioni che cominciano a trapelare solo negli ultimi giorni. Secondo i rapporti quando è iniziato l’incidente nucleare di Fukushimas Daiichi i tecnici nucleari sapevano benissimo che la scuola elementare di Karino sarebbe stata colpita dal fallout radioattivo ma, invece di sgombrarla, è stata trasformata in un rifugio per gli sfollati del terremoto/tsunami. Rapporti su questa clamorosa sottovalutazione stati inviati alle agenzie di sicurezza nucleare del Giappone, ma il flusso dei dati si è fermato lì.

I documenti e le testimonianze ottenuti da Ap, New York Times e Bellona dimostrano una completa impreparazione dei parlamentari giapponesi, una paralisi nella catena delle comunicazioni tra le istituzioni e anche una pessima conoscenza di base del sistema di previsione delle radiazioni.

“Non è chiaro quante persone potrebbero essere state esposte alle radiazioni rimanendo in zone lungo il percorso della nube radioattiva” dice Bohmer, “figuriamoci se si sa se qualcuno possa soffrire di problemi di salute per l’esposizione. Potrebbe essere difficile provare una connessione: i  funzionari della sanità dicono di non avere intenzione di dare priorità ai test sulle radiazioni per di coloro che erano a scuola”.

Le rivelazioni dei dati, o meglio le confessioni, avvengono tra fine maggio e inizio giugno, quando in Giappone ci sono gli ispettori dell’International atomic energy agency (Iaea), il governo e la Tepco a quel punto non potevano più tenere del tutto nascosta la portata del disastro nucleare.

AlessandroIacuelli

La droga, strumento geopolitico degli USA | STAMPA LIBERA

Fonte: La droga, strumento geopolitico degli USA | STAMPA LIBERA.

Da ormai molti anni si è a conoscenza dell’enorme  spesa della Difesa nordamericana (che rappresenta il 50% del totale del bilancio della difesa nel mondo), la quale è lo strumento della sua politica estera dai tempi di Reagan fino ad ora; ma il finanziamento delle agenzie dello spionaggio americano, il quale non si riduce alla sola CIA, bensì a moltissime altre strutture che ammontano a circa sedici, hanno un lato scuro, ovvero quello delle loro fonti di finanziamento, le quali vanno oltre i controlli delle amministrazioni formali (seguendo il discorso che nessuno può eseguire una revisione contabile su Dio e questi organismi credono di essere Dio per quanto concerne la “difesa” degli USA e dell’Occidente), questo “finanziamento extra” si localizza negli affari che procura il traffico della droga (verso la quale dicono di combattere), e inoltre sono questi organismi quelli che organizzano e affiancano questo affare della morte con la complicità dei grandi gruppi finanziari anglosassoni (mediante i loro “paradisi fiscali”).

 

Effettuare affermazioni del genere equivale ad essere qualificato come “seguace” delle “teorie del complotto” e in questa forma si cela la realtà con tutti i suoi affari, poiché per occultare la verità delle loro azioni hanno a disposizione la versione Hollywoodiana del canale satellitare History Channel, per giustificare le loro spie.

L’antefatto più vicino per cercare questo metodo di conquista geopolitico lo possiamo trovare nella politica dell’impero inglese durante la conquista dell’Asia nel XIX, secolo con due guerre per il controllo della produzione, distribuzione e finanziamento dell’opio, in primo luogo con una compagnia privata e, successivamente, direttamente sotto la guida della Corona, come parte della politica colonizzatrice dell’impero britannico; in questa maniera, l’Inghilterra sottopose sotto il suo controllo per primo all’India e dopo alla Cina, distruggendo a milioni di abitanti e rendendoli dipendenti di questa droga micidiale per meglio dominare i loro mercati.

Durante la II Guerra mondiale, la repubblica imperiale nordamericana riorganizzò i suoi servizi d’intelligenza e da quel momento iniziarono i suoi profondi rapporti con la mafia e le droghe per vari fini: il primo fu quello di evitare che si riducesse il suo operato, dal momento che poteva disporre di un proprio finanziamento,  senza dipendere dai politici; il secondo, perché così poté aprire dei contatti con il mondo della criminalità dal quale poteva ottenere mano d’opera per compiere i suoi crimini senza dover impiegare la sua équipe di specialisti –rapporti con la mafia italoamericana-; il terzo, perché gestendo il mondo della droga può gestire anche i governi mafiosi del mondo e ciò divenne molto evidente nell’America centrale – appoggiando le dittature e, dopo, con la fine delle stesse, sostenendo gli attuali Maras (bande di fuorilegge) -, ora si sa “ufficialmente” che gli USA equipaggia di armi sofisticate i cartelli messicani. E quarto, perché serve anche a dominare enormi masse della popolazione, istupidendola mediante la tossicodipendenza e, pertanto, rendendola inservibile per qualsiasi proposito di cambiamento della società.

Forse per questa ragione abbiamo varie domande senza risposte: come è possibile che l’iper potenza militare del mondo (USA) con tutto un arsenale di tecnologia infernale controlla solo il 5% della popolazione mondiale, cioè, il proprio paese, e consuma quasi il 60% della droga che si produce nel mondo?

E, un’altra domanda, anche questa relazionata con le droghe e l’economia in nero, la quale cominciò ad essere sottoposta sotto la lente d’ingrandimento come conseguenza della crisi finanziaria mondiale che viviamo dal 2009, quando la maggioranza dei paesi provarono, mediante il G20, di far controllare i Paradisi fiscali: perché USA e Inghilterra si opposero a questa richiesta?.

Alcune risposte alle nostre domande le troviamo in un rapporto poco divulgato in un articolo apparso nel Russia Today, su documenti nordamericani declassificati appartenenti agli anni settanta e ottanta, poiché quelli più recenti sono inaccessibili, classificati con la dicitura Top Secret:

Più di 8.000 documenti segreti recentemente declassificati negli USA rivelano i rapporti che intrattenne la CIA con i diversi cartelli di droghe nel mondo per finanziare le sue operazioni. L’informazione coincide con quanto denunciato dal giornalista Gary Webb, “suicidato” con due proiettili alla nuca nel 2004”.

La CIA si rivolgeva al narcotraffico per riempire le sue arche e compiere le proprie operazioni clandestine, secondo quanto segnalano alcuni documenti con il timbro federale nordamericano che sono stati declassificati, informa il sito web del Russia Today.

Gli oltre 8.000 documenti del Governo federale declassificati dalla Legge dell’Informazione Pubblica svelano i dettagli di questi controversi vincoli. Rapporti appartenenti agli anni ottanta fanno notare che per fronteggiare la presenza militare sovietica in Afganistan, gli USA spesero più di US$ 2.000 milioni per il finanziamento della resistenza afgana mediante i cartelli delle droghe. Questi stessi documenti indicano che anche la CIA era coinvolta con i narcotrafficanti latinoamericani.

E come era il giro nella nostra zona diretto verso i mercati finanziari?

Nel panorama nordamericano, il denaro della droga proveniva dal Cono Sud e diventava denaro pulito a Wall Street. In quello latinoamericano, quello stesso denaro, una volta lavato, tornava alla regione sotto forma di fondi per il paramilitarismo”, spiega l’ex agente federale Michael Ruppert.

Questa è la realtà che mettono in luce i documenti declassificati e che riconfermano quanto precedentemente espresso, il problema è che questi documenti fanno riferimento a un epoca trascorsa e tutti sappiamo che il tema delle droghe ha acquisito negli ultimi venti anni un aspetto più che allarmante nei nostri paesi, che può destabilizzare governi, condizionarli o diventare argomento per interventi “militari esterni” per il presunto sradicamento del flagello che distrugge le nostre società: il Messico con oltre 35.000 crimini eseguiti dal cartello in soli due anni. La Colombia con le sue migliaia di uccisi e milioni di dislocati dai paramilitari e le guerriglie finanziate dalla droga. Il Perù con la rinascita di Sendero Luminoso, amministrando la droga nelle zone montagnose e la Bolivia che è permanentemente messa sotto accusa dagli USA, insieme al Venezuela, per essere colpevole del dilagare della doga nelle strade americane ed europee; Argentina e Brasile come produttori a cominciare dalla pasta base e origine degli invii verso l’Europa, sono le realtà con le quali dobbiamo lottare quotidianamente i latinoamericani.

Per questa ragione è urgente che i paesi integranti l’UNASUR e del Consiglio per la Difesa Sudamericano, adottino misure congiunte contro il narcotraffico e le sue diramazioni finanziarie (che si svolgono mediante affari bancari e professionali, come quelli dell’industria delle assicurazioni, consulenti finanziari, ragionieri, notai, fondi fiduciari e aziende reali o “fantasma”, che costituiscono meccanismi raggiungibili per sbiancare fondi illeciti con il lavaggio del denaro) con organi propi, perché l’esperienza e i dati che analizziamo, ci portano ad affermare che “La droga è uno strumento geopolitico dell’Impero” per controllare il nostro continente; non restiamo ad aspettare altri 20 anni per leggere nei documenti declassificati come hanno impiegato i “cartelli” per dominarci.

LA CIA FINANZIAVA IL NARCOTRAFICO MONDIALE di Russia Today: http://actualidad.rt.com/actualidad/ee_uu/issue_22299.html

 

 

Origini della CIA, Polizia US: http://www.policia.us/nacional/academia/estatal/origen_de_la_cia/

Fu creata il diciotto dicembre millenovecentoquarantasette dal presidente degli Stati uniti, Harry S. Truman, in sostituzione dell’ Office of Strategic Services, operante durante la Seconda guerra mondiale; ha impiegato innumerevoli procedure e agenti dell’Organizzazione dei Servizi Speciali, quest’ultima fondata durante la guerra con missioni di spionaggio e di appoggio alla resistenza dietro le linee tedesche. Nel 1949, gli si conferiscono poteri per indagare senza necessità di autorizzazione giudiziaria, pratiche amministrative e fiscali.

La filosofia dell’organizzazione era quella di dotare al presidente degli USA di un secondo punto di vista elaborato da civili, oltre a quello prodotto dai militari dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale. Per via della grande quantità di ex alunni della Yale University gli si diede il nome in codice di “Campus”. Due dei tre creatori dell’OSS (Ufficio per i Servizi Strategici), provenivano dalla Yale, tra questi Hugh R. Wilson, e uno da Harvard, ma i dati erano gestiti solo da quelli della Yale. Persino il sistema di immagazzinamento dati fu lo stesso a quello della Biblioteca di Yale.

Ma alcune delle persone della Yale cominciarono a manifestare dei dubbi morali su questa istituzione, perché consideravano che una organizzazione di quel genere era un affronto per la democrazia americana in tempi di pace. L’Ufficio per i Servizi Strategici (OSS) e l’ufficio d’Intelligenza Navale (ONI), il primo da considerare la madre e il secondo il fratello della CIA, intrattenevano dei rapporti con i dirigenti della mafia italiana, dando inizio a un’opera di reclutamento nei bassi fondi di New York e di Chicago, affinché questi membri, tra i quali si annoverava Lucky Luciano, Meyer Lansky, Joe Adonis e Frank Costello, agevolassero queste agenzie a stabilire contatti con i capi della mafia siciliana, esiliati per colpa di Benito Mussolini.

Obiettivi della CIA:

● Da una parte, evitare il sabotaggio nei porti della costa est degli USA.

● dall’altra, ottenere informazione sulla Sicilia, prima di avviare l’invasione alleata e bloccare l’avanzata del vigoroso Partito Comunista italiano.

Imprigionato a New York, Luciano è graziato per i servizi prestati durante la guerra e viene deportato in Italia, dove comincia a costruire un impero fondato sull’eroina; in un primo momento mediante la diversione delle somministrazioni, provenienti dal mercato legale e, più tardi, creando una serie di collegamenti con i trafficanti libanesi e turchi, affinché gli procurino la morfina per i suoi laboratori siciliani.

In quel tempo, la OSS e la ONI, collaborano in stretto contatto con la mafia cinese, che domina la produzione di grandi quantità di oppio, morfina ed eroina, e da quest’ultima sono aiutate per la creazione del terzo punto per il commercio dell’eroina nel dopo guerra, il cosiddetto Triangolo Dorato, una regione formata dalle zone di confine della Tailandia, Birmania, Laos e la provincia cinese dello Yunan.

(trad. di V. Paglione)

Fonte: http://licpereyramele.blogspot.com/2011/08/drugs-empires-geopolitical-tool.html

Brindisi: ecco come l’ENI seppellisce i suoi vel-ENI | STAMPA LIBERA

Fonte: Brindisi: ecco come l’ENI seppellisce i suoi vel-ENI | STAMPA LIBERA.

Dai portali Indymedia
http://piemonte.indymedia.org/article/13195
http://liguria.indymedia.org/node/7674

Brindisi: ecco come l’ENI seppellisce i suoi vel-ENI
Dopo le prime puntate a tema dedicate all’Enichem di Venezia-Porto Marghera, all’Acna Chimica Organica di Cengio, al petrolchimico ENI di Priolo Gargallo, era impossibile non fare una cappatina anche Brindisi e non soffermarsi un attimo a riflettere sulle devastazioni ambientali operate dall’ENI in una bella regione come la Puglia, territorio a spiccata vocazione turistica, dove pare abbia avuto luogo uno degli scempi ambientali più gravi della nostra storia.
A Brindisi ritroviamo una vecchia conoscenza, un manager storico dell’ENI, il Dott. Andrea Mattiussi già amm. Delegato della Montedipe – società confluita da Enimont all’Enichem del Gruppo ENI – pluriindagato per vari reati quali strage colposa, disastro ambientale, lesioni gravi e condannato anche per l’inquinamento ed avvelenamento a Mantova del fiume Mincio. Una parentesi: data la rilevanza delle tematiche, dedicheremo quanto prima anche un articolo a Mantova (essendo dotati di grande fantasia possiamo già anticiparvi il titolo: “MANTOVA: Ecco come l’ENI seppellisce i suoi vel-ENI”). Mattiussi dopo turbolenti trascorsi giudiziari, passerà poi alla Snia.
In una Nota riservata di Enichem Anic-Montepolimeri indirizzata proprio al ns. benemerito Dr. Mattiussi, in riferimento al sito industriale di Brindisi, s’esplica quanto segue:
“… la problematica dei residui mercuriosi sempre presente in Fabbrica andò acuendosi in modo rilevante negli anni 1976-77 per la produzione di grossi volumi di fanghi nell’impianto di trattamento acque mercuriose… dopo la fermata del cloro soda i vari residui mercuriosi (fanghi, terre, materiali vari inquinati) presenti in Stabilimento rimasero staccati in attesa di soluzioni sempre ventilate e mai concretizzate che si rivelavano sempre ipotetiche ed aleatorie. Si andava invece nel frattempo aggravando la situazione dello stoccaggio, creando reali pericoli di inquinamento, sia per il progressivo deterioramento dei contenitori dei residui solidi sia per il rischio di trabocco dei fanghi siti sotto il P.28 nel collettore di scarico a mare, a seguito di aumento del livello per forti pioggie. Detto rischio in qualche occasione si è concretizzato… Relativamente ai rifiuti mercuriosi il cesimento indica: n. 740 fusti di fanghi inspessiti, 320 fusti di terra e residui vari inquinati, 100 fusti di grafite, 400 mc. circa di fanghi residui parzialmente inspessiti. Il tutto è stato coperto con scarto di cava per uno spessore di circa 30 cm. Pressato e livellato… su di esso è stato effettuato uno stendimento di sabbia di frantoio rullato con ottenimento di un piano di calpestio camminabile… Non si è ritenuto opportuno né necessario denunciare ad autorità la realizzazione dell’opera sia in relazione alla situazione locale sia in considerazione che non è stato fatto uno scarico sul terreno che rientrava quindi nei disposti della legge …”.
Come potete ben riscontrare anche a Brindisi (come del resto in tutti gli altri siti dell’ENI) la produzione di vel-ENI micidiali è arrivata a toccare livelli da incubo. Tanto che a Brindisi cominciò a porsi il problema di come eliminare questa imponente mole di rifiuti tossico-nocivi. Anche nel caso specifico venne in provvidenziale aiuto la proverbiale ed italica fantasia. Rispetto al modello adottato in altri siti però (interramento diretto dei rifiuti da parte degli uomini ENI) nel contesto brindisino si pensò bene d’adottare una variante inedita. Per una “bonavota” l’Eni decise di non sporcarsi direttamente le mani. Meglio far fare ad altri il “lavoro sporco”. Entrò così in scena un eclettico personaggio, dotato di bacchetta magica, che rivelò all’ENI come far sparire 1 milione di metri cubi di fanghi mercuriali. Il nostro machiavellico Geom. Giuseppe Bonavota da Briatico, classe 1927 (questo il nome dell’eclettico mago Zurlì dei rifiuti) con le sue magie riuscì persino di surclassare l’Eni.
Far “sparire” i vel-ENI anziché “seppellire” i vel-ENI è certamente un’idea innovativa. Chapeau. Avviene così che il Bonavota, unitamente alla società Micorosa Srl (di Brindisi) e la società Montedipe Spa siglano una “Scrittura Privata” (che trovate qui di seguito allegata e riprodotta pdf) che ha per oggetto: “ … la reindustrializzazione dell’area di Brindisi”, nonché la nobilissima finalità del “… reimpiego del personale attualmente in CIGS di Montedipe … sul presupposto che venga installata in un’area confinante con lo stabilimento petrolchimico un’azienda industriale avente come attività il recupero e la lavorazione di sottoprodotti fangosi con esclusivo reimpiego di personale di Montedipe … Montedipe riconoscerà a Micorosa per ciascun dipendente MONTEDIPE in CIGS assunto da Micorosa … un contributo di 15 milioni …”.
Il progetto Micorosa-Bonavota – che trovate anche questo quì di seguito allegato e riprodotto – riscosse immediatamente l’entusiastico consenso dei vertici dell’ENI (e lo credo bene … far sparire 1 milione di mc di vel-ENI come per incanto) tanto che il prode Mattiussi si studiò a memoria ogni singoli passo del memorandum e s’incorniciò nell’ufficio la copertina del dossier che titolava: “Progetto di fattibilità per l’installazione in un’area confinante con lo stabilimento petrolchimico di Brindisi di una azienda industriale avente come attività il recupero e la lavorazione di sottoprodotti fangosi”.
Non potete neanche lontanamente immaginare i ritorni che potrebbero esserci in termini industriali se progetto funzionerà bene e senza intoppi. Se il Bonavota non è un pazzo furioso visionario ed il suo procedimento alchemico è ok potrebbe essere sfruttato su larga scala per smaterializzare d’incanto tutti i rifiuti killer dell’ENI sparsi in tutti gli stabilimenti d’Italia e del mondo.
Così sul finire degli anni ’80 si moltiplicano freneticamente i contatti tra l’archimede pitagorico brindisino, Mattiussi ed i vertici dell’Ente Energetico Idrocarburi per mettere a punto le varie fasi dell’affaire. Finchè un giorno Dario Amodio di Enichem Anic invia una Nota riservata a Mattiussi che riassume i termini del business: “Nota riservata per il dott. Mattiussi – iniziativa Bonavota per il riutilizzo di fanghi da carburo”. Scrive il relatore di Enichem Anic:
“… a sud dello stabilimento petrolchimico, fuori della recinzione, esiste un’area di circa 44 ettari denominata “Zona Fanghi” adibita a suo tempo a ricevere i residui provenienti dalla produzione di acetilene da carburo. La massa dei fanghi depositata nel tempo può essere valutata ad un milione di mc… disponendo di una così rilevante massa di fanghi ci siamo attivato da tempo per studiarne l’utilizzo e conseguire contestualmente la bonifica della zona eliminando fonti di rischio per le persone che incautamente vi si fossero inoltrate e restituendo al verde l’intera area. Proficui son stati i contatti avviati con un imprenditore locale, che ha trovato la soluzione del problema. Attraverso opportuni processi tecnologici (che di seguito sono indicati) ha trovato il modo di trasformare i fanghi ricavandone prodotti da utilizzare nell’edilizia civile … l’imprenditore di cui si parla è il Geom. Giuseppe Bonavota socio e dirigente di alcune società (Edil Cover, Moviter Sud, Corat Service) che operano a Taranto nel campo dell’edilizia e dell’estrazione e lavorazione calcarei … Essendo la massa stimata dei fanghi clorurati di 1 milione di metri cubi si prevede di dover trattare in totale 10 milioni di quintali … lavorando 2000 quintali al giorno, considerando ogni anno 300 giornate lavorative, si prevede che l’attività avrà una durata di 30 anni”.
Inutile dirlo l’idea è semplicemente geniale. S’elimina una fonte di rischio per l’uomo e l’ambiente togliendo i rifiuti tossico nocivi dallo stabilimento dell’ENI di brindisi e si spostano i vel-ENI trasformandoli in tegole, in mattoni, piastrelle, malta da costruzione etc etc. Era l’aprile del 1987. Segnatevi bene sul calendario sta data nella quale è stata concepita sta genialata d’idea. Come si legge nel memorandum sta tipologia di “smaltimento” avrebbe richiesto perlomeno 30 anni per far fuori tutti i veleni dell’ENI. Se non fosse stato per lui (sempre il geniale e magico Geom. Bonavota) a quest’ora sarebbero stati ancora lì a trasformare fanghi clorurati imbottiti di mercurio in malte bastarde (bastarde proprio e anche stronze). Zurlì diede invece un aiutino decisivo pronunciando le fatidiche frasi “sim-sala-bim” e/o “Magicabula”. E come per incanto i vel’ENI svanirono. Ancor tutt’oggi non si sa bene dove siano finiti. E’ un ENI-gma. Si sa solo che imponenti concentrazioni di inquinanti e vel’ENI son stati riscontrati nell’area che doveva servire per realizzare il progetto del mago Bonavota. Oggi quell’area brindisina si chiama “discarica Micorosa”. Sin’oltre i 5 mt di profondità son stati trovati sepolti nelle viscere della terra, tonnellate e tonnellate di vel-ENI fra cui dicloroetilene, il famigerato cloruro di vinile, benzene, arsenico, e altri contaminanti per volumi complessivi che superano di 4 milioni di volte i limiti consentiti dalla legge.
Una bomba nucleare ecologica mai disinnescata proprio alle spalle dell’Oasi Naturale delle Saline (e lì sti vel-ENI ci sono ancora tutti). Non è un caso che a Brindisi dalla fine degli anni ’80 in poi siano registrate stranissime morti probabilmente riconducibili agli agenti chimici killer, in primis il cloruro di vinile (ma in questo cazzo di paese una volta l’azione penale non era obbligatoria?).
Alcuni dicono che erano altri tempi. Erano tempi in cui tutti facevano i cazzi che volevano. A Brindisi inquinava anche la Guardia di Finanza. Si legge in una nota di Enichem Anic (v. doc. allegato) che lo stabilimento Montedipe di Brindisi “non è mai stato dotato di un impianto di trattamento centralizzato delle acque di processo di scarico dei vari impianti produttivi, e nemmeno di impianti di trattamenti specifici, e quindi tali acque di processo confluivano direttamente nei collettori di raccolta delle acque di raffreddamento che scaricavano a mare… attualmente son stoccati in stabilimento 82.000 metri cubi di soluzione acquosa di Sali sodici (provenienti dallo stabilimento Enichem Agricoltura di M. Sant’Angelo) che occorre smaltire sia per liberare i serbatoi che su sollecitazione dell’Amministrazione Provinciale di Brindisi… con l’acquisizione della proprietà Montedipe è stato riscontrato che gli scarichi civili della Caserma della G. d F. e degli alloggi sociali confluiscono a mare, a cielo aperto attraverso una spiaggia. Pertanto è opportuno convogliare tale scarico al trattamento biologico… tale scarico è causa di esalazioni maleodoranti in particolare durante il periodo estivo quando si registra una notevole presenza di persone sulla spiaggia. Per tali motivi e onde evitare coinvolgimenti e strumentalizzazioni esterne è opportuno convogliare tale scarico all’impianto biologico dello stabilimento…”.
Beh se capitate nei pressi di Brindisi e avete proprio voglia di farvi na nuotatina da ste parti, occhio a non farvi un pieno di colifecali delle fiamme gialle. Se invece siete indigeni del luogo ed avvertite strane patologie, ringraziate l’ENI. E tra poco potrete dire grazie anche all’On.le Stefania Prestigiacomo (ns. illustre ministro dell’Ambiente) che è rimasta così profondamente toccata dall’emozionante storia ambientale dell’ENI che ha deciso di condonare all’ENI, con apposito decreto, tutti i più gravi disastri ambientali della storia. Brindisi incluso. Una cosa così vergognosa che più vergognosa di così non si può.
Allora senza offesa. Possiamo proporre un “Brindisi” per il nostro ministro dell’ambiente?
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Doc. pdf.: “Brindisi_Vel_ENI_interrati1”
http://piemonte.indymedia.org/attachments/aug2011/brindisi_vel_eni_interrati1.pdf
Doc. pdf.: “Brindisi_Vel_ENI_interrati2”
http://piemonte.indymedia.org/attachments/aug2011/brindisi_vel_eni_interrati2.pdf
Doc. pdf.: “Brindisi_Vel_ENI_interrati3”
http://piemonte.indymedia.org/attachments/aug2011/brindisi_vel_eni_interrati3.pdf
Doc. pdf.: “Brindisi_Vel_ENI_interrati4”
http://piemonte.indymedia.org/attachments/aug2011/brindisi_vel_eni_interrati4.pdf

ENI: colpo di spugna sui più gravi disastri ambientali

della storia italiana

Inserito da Anonimo il 3 Novembre, 2010 – 18:30

autore:
by Mr. Bean – interceptor®

Pronto per l’ENI un decreto “ad personam” ed un accordo riservato con il Ministero dell’Ambiente per cancellare il passato. Benefici colossali anche per Erg (sito di Priolo Gargallo).

Toglietevelo dalla testa. Non ci sarà nessuna resa dei conti per i danni causati dall’ENI a, Brindisi, Napoli orientale, Pieve Vergonte, Crotone, Cengio, Avenza, Mantova, Priolo Gargallo, Gela, Porto Torres. Alcuni dei più gravi disastri ambientali causati dall’Eni nel nostro paese saranno cancellati con un colpo di spugna. Per sempre. Svaniranno come il gas flaring nell’aria del delta del Niger. Tanto per non farci mancare niente anche in Africa abbiamo esportato il peggior “made in Italy”. Made in Italy criminale” targato ENI. Bisogna francamente ammettere che l’Eni una bella mano a distruggere il pianeta l’ha data.

Quali sono le geniali menti che hanno concepito un Condono tombale/ambientale di tal sorta?. Eppure l’avvelenamento del territorio ha determinato la violazione di numerosissimi diritti tra cui quello alla salute, alla vita, ad un ambiente sano, a un salubre standard di vita. Chi se ne fotte del rispetto dei diritti umani, direte voi. Sta anche scritto sulla carta (e lì rimane). D’altronde è una logica conseguenza. Che ci potevamo aspettare da un’esecutivo che legifera “ad personam” e che dispensa impunità alla bisogna (tutelando chi delinque). Se pensate che lo scudo ambientale per l’ENI cade in una stagione del tutto casuale vi sbagliate di grosso. In questo particolare momento sta per incombere sull’Eni la mannaia delle Procure per gravi fatti di inquinamento. Paolo Scaroni (amministratore delegato dell’ENI) è reduce da una recentissima sentenza del Tribunale di Torino che ha pesantemente sanzionato l’ENI condannandola a pagare 1.833.475.405,49 Euro (disastro ambientale determinato da decenni di velENI nel Lago Maggiore dello Stabilimenti ENI di Pieve Vergonte).
- “Inquinamento del Lago Maggiore. Condannata l’E.N.I. Spa per disastro ambientale”.
http://piemonte.indymedia.org/article/5590

Tra non molto potrebbero aggiungersi a Pieve Vergonte decine di altri siti industriali dove l’ENI è acclarato essere stata la diretta responsabile di paurosi scempi ambientali. Vedi per l’appunto Priolo Gargallo, Brindisi, Napoli orientale, Crotone, Cengio, Avenza, Mantova, Gela, Porto Torres.

Come ne uscirà stavolta l’Eni? Direi elegantemente.

La società energetica si sta confezionando all’uopo un “Protocollo transattivo” che dovrebbe metterla al riparo da ogni contestazione. Questo protocollo dovrebbe essere siglato a breve con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATT). Fonti molto ben informate che hanno potuto visionare questo delicato carteggio hanno rivelato che le bozze degli atti transattivi son già tutte pronte e potrebbero essere già controfirmate nei prossimi giorni dal Ministro Prestigiacomo e al numero uno dell’ENI.

Il documento chiave del dossier titola:

“Protocollo d’intesa per la determinazione degli obiettivi di riparazione ai fini della sottoscrizione di atti transattivi in materia di danno ambientale con riguardo ai siti di interesse nazionale di Priolo Gargallo, Brindisi, Napoli orientale, Pieve Vergonte, Crotone, Cengio, Avenza, Mantova, Gela e Porto Torres”.

Dovrebbe essere una cosa del tipo saldi di fine stagione e/o supermercato. Inquini 10 paghi 1. Risarcisci a forfè. Ecco come l’Eni dribblerà la sanzione del Tribunale di Torino (secondo la giurisprudenza è importante che ci sia una generica riparazione del danno non è importante che si paghi realmente tutto il danno).

Sulla falsariga dell’Eni è in serbo un pacchetto di offerte speciali anche per il Gruppo ERG. Come degno successore dell’ENI, a Priolo Gargallo (provincia di Siracusa) ha seguitato ad avvelenare per decenni le falde e la rada. Secondo quanto riportato in un autorevole Parere Pro Veritate reso alla società ERG Spa qualche mese fa dal chiarissimo (sicuramente molto più dell’acqua di Priolo) Prof. Avv. Vincenzo Roppo, il gruppo petrolifero di Riccardo Garrone se la dovrebbe poter cavare indennizzando 70-90 milioni di euro… briciole (un’inezia se si considera che talune fonti qualificate hanno quantificato il danno prodotto all’ambiente in non meno di 50 miliardi di euro). Questi quattrini, per di più sarebbero dilazionati in 10 anni senza interessi e con la possibilità di effettuare compensazioni con eventuali investimenti di ERG MED sul sito inquinato. Genialoidi che non sono altro (così se Garrone nell’’arco d’un decennio fa risultare d’aver investito 90 milioni di euro in impianti pseudoecologici non risarcisce più manco un cent al Ministero dell’Ambiente)..

Priolo Gargallo, Melilli, Augusta Siracusa. Una provincia con la più grande concentrazione di inquinanti e di industrie petrolchimiche d’Europa. S’è scoperto che gli scarichi degli stabilimenti non erano manco filtrati. Tonnellate di Mercurio puro versato direttamente nei tombini. A Priolo uno su tre è morto di tumore. Come l’operaio escavatorista che copriva i veleni che andava a buttare. Bambini malformati nati senza ossa. Nello specchio di mare davanti allo stabilimento Enichem è stata riscontrata una concentrazione di mercurio superiore di 20.000 volte i limiti consentiti dalla legge. Se andate a Priolo è vietata la caccia (ma non è proibito inquinare).

Sento forte puzza di beffa per i siracusani. Chissà che ne pensa il Ministro dell’Ambiente la siciliana On.le Stefania Prestigiacomo. Guardacaso pure lei Siracusana doc..

Forse l’imminente stagione delle offerte speciali fa comodo anche a lei (non so se è notorio che due aziende chimiche controllate dalla Fam. Prestigiacomo – Coemi e Finche – hanno contribuito generosamente ad ammazzare l’ecosistema siciliano scialando anche loro migliaia di tonnellate di mercurio nell’ambiente). Mai prima d’ora, nella storia d’Italia, un ministro della Repubblica s’è trovato nel posto giusto al momento giusto.

Rimembro l’illuminato pensiero dell’esimio Prof. Giulio Sapelli: “il mercato punisce sempre chi sbaglia … l’ex amministratore delegato della Enron, è stato condannato a 24 anni di carcere. Soprattutto oggi la Enron è scomparsa. Il mercato ha sanzionato”. (ma non sosteneva che “il mercato non esiste”? boh …)

Se così fosse non dovrebbe esistere più manco l’ENI (e neppure ERG e Prestigiacomo & C.).
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Link più o meno correlati:

Doc. pdf: “Protocollo_intesa_ENI_Minambiente”
http://piemonte.indymedia.org/attachments/nov2010/protocollo_intesa_eni_…
- Video di Giulio Sapelli all’ENI Corporate University
http://it.tinypic.com/r/qp13ir/7
http://it.tinypic.com/r/23sya8l/7
- “L’Italia diffida l’Eni a pagare subito 2 miliardi di euro”
http://piemonte.indymedia.org/article/9593
- “Tangenti Nigeria: ENI rischia grosso (e paga cash)”
http://piemonte.indymedia.org/article/8981
- “ENI, “codice etico” e Servizi Segreti”
http://piemonte.indymedia.org/article/5520
- “Tangenti in NIGERIA: eccome come l’ENI pagava!”
http://piemonte.indymedia.org/article/5988
- “Altro casino abientale dell’ENI: Syndial AVENZA (MS)”
http://piemonte.indymedia.org/article/5958
- “L’ENI avvelena il Kazakistan”
http://piemonte.indymedia.org/article/10372
- “Eni aggiusta-processi: ecco come far rottamare un giudice ostile”.
http://piemonte.indymedia.org/article/10392
- “ENI fuori controllo: “fomentiamo la rivoluzione in Iran”.
http://piemonte.indymedia.org/article/10468
- “Lodo TAV – Il Gruppo Ferrovie dello Stato diffida l’ENI”
http://piemonte.indymedia.org/article/6152
- “AV/AC Milano-Verona: Consorzio Cepav2 (volponi che non siete altro)”
http://piemonte.indymedia.org/article/6131
- “Porto Torres al Ministero: “Toglieteci l’ENI dai coglioni”
http://piemonte.indymedia.org/article/2046
- “Altana Pietro: lo 007 del SISMI che spiava i centri sociali (e non solo)”
http://piemonte.indymedia.org/article/5620
- “Enichem Porto Marghera”
http://italy.indymedia.org/news/2004/02/480143.php
- “Ecco come il cartello si spartiva il business del riciclaggio batterie”.
http://piemonte.indymedia.org/article/9715

ComeDonChisciotte – DEBITO PUBBLICO – LA GRANDE TRUFFA

Fonte: ComeDonChisciotte – DEBITO PUBBLICO – LA GRANDE TRUFFA.

DI GIULIETTO CHIESA
lavocedellevoci.it

Ma davvero dobbiamo tenerceli questi banchieri? A cosa servono le banche? Cos’e’ la finanza? Perche’ siamo tutti indebitati? Chi e’ responsabile di questo debito? E’ tutto normale in quello che sta accadendo, o c’e’ qualcosa che non quadra?

Non si finirebbe piu’ di fare domande quando si assiste alla commedia quotidiana delle borse che crollano, dei politici che si danno la colpa l’un l’altro, dei fantomatici “speculatori” che non si sa chi siano, salvo che sono certamente dei balordi miliardari che ci portano via i soldi dalle tasche.

Eppure tutto e’ chiaro come il sole. Chi comanda il mondo occidentale (non il mondo, ma solo l’Occidente) sono le grandi banche. Le grandi banche sono solidali tra di loro e fanno parte di un pool molto ristretto. I “creditori”, apparentemente, sono loro. Sono loro che ormai dettano agli Stati quello che devono fare. E’ la dittatura del denaro che ha cancellato ogni democrazia.

Ma e’ poi vero che gli dobbiamo qualche cosa?

La risposta – la sanno tutti quelli che “sanno” – e’ che siamo stati derubati. I grandi conglomerati finanziari dell’Occidente sono andati tutti in fallimento nel 2007. Sarebbero crollati tutti se la Federal Reserve, la Banca Centrale Europea e i paesi produttori di petrolio non fossero intervenuti, di fatto coprendo i loro crack. Hanno lasciato fallire la Lehman Brothers, per dare un contentino al grande pubblico ignaro. Tutti gli altri sono stati salvati. Con i soldi nostri. Nessuna regola e’ stata introdotta per tagliargli le unghie. E loro, una volta salvati dai governi, hanno chiesto di essere pagati una seconda volta. Certo i crediti, sulla carta, li hanno, ma sono i prestiti che hanno elargito sul niente. Producevano denaro con dei trucchi e lo prestavano facendosi pagare l’interesse da noi.

Quando si e’ scoperto che bluffavano, hanno convocato i governi e i banchieri centrali (entrambi loro maggiordomi) e hanno detto: «siamo troppo grossi per fallire. Volete farci affondare? Peggio per voi. Niente piu’ campagne elettorali gratis, niente piu’ potere. Vi faremo fronteggiare le folle infuriate e scateneremo i nostri media contro di voi. Vi faremo a pezzi, pubblicheremo dove sono i vostri conti in banca, vi rinfacceremo i soldi che vi abbiamo dato sottobanco».

E governi e banche centrali hanno ovviamente ceduto, essendo i loro manutengoli. La Grecia, l’Irlanda, il Portogallo sono stati gli esperimenti preliminari. «Bisogna salvarli!», gridano tutti, altrimenti crolla l’euro, crolla l’Europa. Ma chi li deve salvare? Cioe’ chi deve pagare i loro (falsi) debiti ai grandi banchieri? Gli Stati. Ma gli Stati sono gia’ in rosso dopo i salvataggi delle banche del 2007-2008. Allora devono pagare le popolazioni. Anche l’Italia. Stanno dicendo ai popoli europei che e’ finito il patto sociale che ha retto negli ultimi sessant’anni l’Europa occidentale.

Via il welfare, praticamente di colpo. E poi? Dicono: «poi si deve ricominciare a crescere».

Cioe’ a consumare. Ma con quali soldi, se i redditi di tutti i lavoratori verranno falciati? E con quali beni, visto che dovremo privatizzare perfino il Colosseo, mentre le aste delle privatizzazioni saranno affollate di banchieri che verranno a comprare usando i nostri debiti, cioe’ usando il denaro virtuale che loro hanno prodotto e noi abbiamo gia’ pagato una volta.

Rapina bella e buona, o brutta e cattiva, se volete.

E noi che facciamo? I partiti, la sinistra non hanno nessuna idea alternativa, avendo da decenni ormai accettato tutti i ricatti possibili e immaginabili ed essendo parte della grande truffa.

La mia idea e’ di mandarli tutti a quel paese e di organizzarci per impedire che ci esproprino. Bisogna dire, chiaro e tondo, che quei debiti sono illegali. Fatti da regimi corrotti alle nostre spalle. Cioe’ non esigibili. Vogliamo sapere chi sono i creditori, vogliamo vederli in faccia, uno per uno. Vogliamo prima di tutto un “audit” indipendente. Poi vogliamo che cambino le regole. Uno Stato non e’ equiparabile a una banca. Le vite di milioni di persone non sono quelle dei ricchi detentori delle maggioranze dei pacchetti azionari di una banca. Gli Stati devono avere accesso al denaro a tasso zero. Le banche devono avere riserve pari almeno alla quantita’ di prestiti che erogano.

Eresia, eresia!, grideranno gli economisti che in tutti questi anni hanno tenuto bordone ai ladri.
Ma noi dobbiamo rispondere: «non pagheremo!».

Il problema e’ come. La mia risposta e’: difendere il nostro territorio. Come fanno i No tav della Val di Susa. Loro hanno capito e si sono organizzati. Facciamo la stessa cosa a Napoli e a Roma, a Palermo e a Bologna. Vedrete che li costringiamo a trattare.

Giulietto Chiesa
Fonte: www.lavocedellevoci.it
Link: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=438
31.08.2011