Archivi del mese: novembre 2011

Il piano per cui lavora Mario Monti – YouTube

Il piano per cui lavora Mario Monti – YouTube.

 

 

ComeDonChisciotte – NON SVENDERE IL PATRIMONIO PUBBLICO

Fonte: ComeDonChisciotte – NON SVENDERE IL PATRIMONIO PUBBLICO.

DI UGO MATTEI
corriere.it

Caro direttore, per incassare 6 miliardi, circa l’8% di quanto paghiamo di interessi sul debito pubblico ogni anno, pare andranno in vendita 338.000 ettari di terreni agricoli che oggi sono proprietà pubblica. Se non si farà attenzione, le conseguenze di una tale scelta, che in Africa è nota come land grab (appropriazione di terra) operata da grandi gruppi multinazionali, potrebbero essere serie, e portarci verso la dipendenza alimentare dall’agrobusiness. Potrebbero derivarne danni sociali ingenti subiti in primis dai nostri piccoli agricoltori che non potendo competere con quei colossi nell’acquistare, finirebbero per vendere anche i loro appezzamenti (come già avvenne quando i latifondisti comprarono le proprietà comuni messe in vendita da Quintino Sella).

La scelta di vendere è definitiva e ci riguarda tutti, presenti e futuri. Andrebbe fatta con grande cautela soprattutto quando ci si trova sotto pressione internazionale.
Il processo di elaborazione teorica e pratica della categoria giuridico-costituzionale dei beni comuni discende da questa considerazione. Il cambiamento dei rapporti di forza fra settore privato azionario e settore pubblico a favore del primo rende i governi così deboli da non poter operare nell’interesse del popolo sovrano.

La necessità urgente di forte tutela giuridica dei beni comuni come proprietà di tutti che i governi devono amministrare fiduciariamente nasce da questo squilibrio di potere prodotto dalla globalizzazione.

Lo Stato italiano è proprietario, direttamente o tramite enti pubblici, di ingenti beni che fanno gola a molti.

Gran parte di questi, che forniscono utilità indispensabili per garantire la sovranità dello Stato o la sua capacità di offrire servizi pubblici, non possono essere trattati come fossero proprietà privata del governo in carica.

Alcuni dei beni dello Stato sono costituiti da edifici, acquedotti e terreni agricoli che soccorrono direttamente bisogni fondamentali della persona come coprirsi, bere o nutrirsi. Altri sono infrastrutture, come strade, autostrade, aeroporti, e porti che richiedono un assiduo investimento in manutenzione. Altri sono beni che i giuristi classificano come immateriali come le frequenze radiotelevisive, gli slot aeronautici (per esempio la tratta aerea Milano-Roma), i brevetti ottenuti con la ricerca pubblica, le partecipazioni pubbliche nell’industria produttrice di beni o servizi. Ancora, importanti beni servono allo Stato per erogare i suoi servizi alla collettività: scuole, ospedali, caserme, università, cimiteri, discariche, ambasciate. Ci sono poi i beni culturali: statue, monumenti, dipinti, reperti archeologici, lasciti del passato che dobbiamo trasmettere ai nostri successori. Per farlo occorre mantenerli accessibili a tutti godendone in comune, al di fuori dal modello del «divieto di accesso» che è tipico della proprietà (sia essa pubblica o privata). Beni comuni, governati dalla stessa logica di accesso sono poi i parchi, le foreste, i ghiacciai, le spiagge, il mare territoriale, l’aria da respirare o l’acqua da bere, a loro volta beni di grande valore collettivo il cui ingente valore d’uso non è tradizionalmente patrimonializzato.

Sebbene dotato di un patrimonio ingentissimo (fra cui ingenti riserve auree), il nostro settore pubblico è impoverito.

I Comuni sono sul lastrico; gli edifici pubblici cadono spesso a pezzi e il territorio non riceve manutenzione. L’Italia è come un nobile decaduto che non sa gestire le sue ingenti proprietà, viene truffato dal maggiordomo e continua a indebitarsi per poter mantenere il proprio dispendioso stile di vita. Proprio come la nobiltà francese finì per svendere i propri palazzi, anche l’Italia, oberata dai debiti, sta vendendo (spesso svendendo) il suo patrimonio pubblico per «far cassa» e tirare avanti. Eppure se il patrimonio pubblico rimasto fosse amministrato davvero nell’interesse comune si potrebbero ottenere parecchi quattrini: molte concessioni (acque sorgive, autostrade, stabilimenti balneari, frequenze radiotelevisive, cave) sono rilasciate molto al di sotto del valore di mercato.
La Gran Bretagna dando in affitto il suo etere ottiene circa 5 miliardi di sterline l’anno (grosso modo quanto si incasserebbe vendendo una tantum i terreni agricoli) contro i poco più di 50 milioni di euro che ottiene l’Italia.

Una buona amministrazione del patrimonio pubblico richiede sopratutto ordine, chiarezza nelle regole del gioco e democrazia nel decidere sulle cose di tutti. Le regole attualmente vigenti sono obsolete, oscure e quindi agevolmente eludibili. È importante farne di nuove e dotarle di innovativi strumenti applicativi. Una legge delega sulla riforma di beni pubblici predisposta dalla Commissione Rodotà contenente chiarezza su quali beni siano comuni e come vadano amministrati non è mai stata neppure discussa. Proprio nei momenti di maggior crisi sarebbe bene che alla logica della svendita subentrasse quella del buon padre di famiglia.

Ugo Mattei (Professore di Diritto internazionale comparato all’Università della California di San Francisco)
Fonte: http://www.corriere.it
22.11.2011

ComeDonChisciotte – CHE PREZZO HA LA NUOVA DEMOCRAZIA? GOLDMAN SACHS CONQUISTA L’EUROPA

Fonte: ComeDonChisciotte – CHE PREZZO HA LA NUOVA DEMOCRAZIA? GOLDMAN SACHS CONQUISTA L’EUROPA.

FONTE: The Independent

Mentre le persone comuni sono in agitazione per l’austerità e il lavoro, il palazzo dell’eurozona si sta sottoponendo a una trasformazione radicale

La nomina di Mario Monti alla carica di primo ministro è importanti per una quantità incommensurabile di motivi. Sostituendo lo schivatore di scandali Silvio Berlusconi, l’Italia ha smosso l’inamovibile. Mettendo al potere i tecnocrati non eletti, ha sospeso le normali regole della democrazia e forse la democrazia stessa. E ponendo un esperto consulente di Goldman Sachs al comando di una nazione occidentale, ha portato a nuove vette la potenza politica di una banca di investimento che si poteva pensare che invece fosse politicamente tossica.

La cosa più clamorosa: un passo da gigante, o persino l’apice del successo, per il progetto di Goldman Sachs.

 

E non si parla solo di Monti. La Banca Centrale Europea, un altro attore cruciale nel dramma del debito sovrano, è sotto la gestione di un ex di Goldman, e gli allievi della banca di investimento hanno una grande influenza nei luoghi di potere di quasi tutte le nazioni europee, così come avvenuto negli USA nel corso della crisi finanziaria. Fino a mercoledì, anche la divisione europea del Fondo Monetario Internazionale era capeggiata da un uomo di Goldman, Antonio Borges, che si è dimesso per motivi personali.

 

Anche prima dello scompiglio occorso in Italia, non c’era alcun segnale che Goldman Sachs desiderasse scrollarsi di dosso il soprannome di “Calamaro Vampiro” e, ora che i suoi tentacoli hanno raggiunto la cima dell’eurozona, gli scettici stanno mettendo all’indice la sua influenza. Le decisioni politiche che verranno prese nelle prossime settimane determineranno se l’eurozona potrà pagare i propri debiti, e gli interessi di Goldman sono intimamente collegati alla risposta da fornire a questa domanda.

 

Simon Johnson, ex economista del Fondo Monetario Internazionale, nel libro “13 Bankers” ha affermato che Goldman Sachs e le altre maggiori banche sono diventate così sodali ai governi nell’aggravarsi della crisi finanziaria che gli Stati Uniti sono effettivamente da considerarsi un’oligarchia. Almeno i politici europei non sono “comprati e stipendiati” dalle grandi aziende come negli Stati Uniti: “Invece, quello che avete in Europa è un approccio comune tra l’élite politica e i banchieri, un insieme condiviso di obbiettivi e un mutuo rafforzamento di illusioni.”

 

Questo è il progetto Goldman Sachs. In parole povere, si tratta di portare a sé i governi. Ogni impresa vuole rafforzare i propri interessi con i controllori che potrebbero mettersi di traverso e con i politici che possono fornire vantaggi fiscali, ma questo non è la solita iniziativa di lobby. Goldman in questo caso vuole fornire consulenze ai governi e concedere finanziamenti, collocare i propri uomini ai posti di comando per poi riservare posti di lavoro remunerativi alle persone che escono dai governi. Il Progetto vuole creare un cambiamento profondo riguardo le persone, le idee e il denaro, in modo che sia impossibile scovare la differenza tra l’interesse pubblico e quello di Goldman Sachs.

 

Il signor Monti è uno dei più eminenti economisti italiani, e ha trascorso gran parte della carriera nell’accademia e nei think tank, ma fu quando Berlusconi lo nominò nel 1995 alla Commissione Europea che Goldman Sachs iniziò a interessarsi a lui. Prima come commissario per il mercato interno, poi in modo particolare sulla concorrenza, prese decisioni che potevano influire sulle acquisizioni o le fusioni su cui i banchieri di Goldman stavano lavorando o a cui stavano fornendo finanziamenti. Monti più tardi prese posto nella commissione sul sistema bancario e finanziario del Tesoro italiano, che formò le politiche finanziarie della nazione.

 

Date queste premesse, era naturale che Goldman lo invitasse a unirsi al suo tavolo di consulenti internazionali. I venti e più consiglieri internazionali della banca si muovono come lobbisti informali con i politici che regolano il loro lavoro. Tra i consulenti c’è anche Otmar Issing che, come membro del consiglio della tedesca Bundesbank e poi della Banca Centrale Europea, è stato uno degli architetti dell’euro.

 

Forse il più importante ex politico al momento nella banca è Peter Sutherland, Procuratore Generale dell’Irlanda negli anni ’80 e anche lui ex Commissario alla Concorrenza dell’UE. Ora è direttore non esecutivo della divisione britannica, Goldman Sachs International, e fino al suo collasso e alla nazionalizzazione era anche direttore non esecutivo di Royal Bank of Scotland. È stato una voce importante in Irlanda sul salvataggio da parte dell’UE, e affermò che i termini dei prestiti di emergenza dovevano essere edulcorati, in modo da non esacerbare le sofferenze finanziarie della nazione. L’UE ha acconsentito quest’estate a tagliare i tassi di interesse concessi all’Irlanda.

 

Prendere in carico i politici con buone conoscenze quando escono dai governi è solo metà del Progetto, far arrivare gli allievi di Goldman negli esecutivi è l’altra. Come Monti, Mario Draghi, che è diventato Presidente della BCE il 1° novembre, non ha fatto altro che entrare e uscire dai governi e da Goldman. Era membro della Banca Mondiale e direttore di gestione del Tesoro italiano prima di trascorrere tre anni come dirigente esecutivo di Goldman Sachs International tra il 2002 e il 2005, per poi tornare al governo come presidente della banca centrale italiana.

 

Draghi è stato molto criticato per i suoi trucchi contabili suggeriti all’Italia e alle altre nazioni della periferia dell’eurozona quando un decennio fa cercarono di stringersi in una moneta unica. Usando complessi derivati, l’Italia e la Grecia furono in grado di far dimagrire le dimensioni apparenti del proprio debito pubblico, che le regole dell’euro sancivano che non dovesse essere superiore al 60 per cento del PIL. E i cervelloni dietro molti di questi derivati erano uomini e donne di Goldman Sachs.

 

I trader della banca crearono una quantità di accordi finanziari che consentirono alla Grecia di reperire soldi per coprire immediatamente il passivo di bilancio, in cambio di pagamenti da versare nel corso degli anni. In un accordo del 2002, Goldman veicolò 1 miliardo di dollari di finanziamenti al governo greco in una transazione chiamata cross-currency swap. All’altro lato del tavolo dell’accordo, al lavoro alla Banca Nazionale della Grecia, c’era Petros Christodoulou, che aveva iniziato la carriera proprio a Goldman, e che era stato promosso a guidare l’ufficio che gestiva il debito greco. Lucas Papademos, ora nominato Primo Ministro nel governo di unità nazionale, era un tecnocrate che dirigeva al tempo la Banca Centrale della Grecia.

 

Goldman dice che la riduzione del debito collegata a questi swap era trascurabile per le regole dell’euro, ma espresse anche qualche rimpianto per l’affare. Gerald Corrigan, un collaboratore di Goldman che entrò nella banca dopo aver guidato la filiale di New York della Federal Reserve, lo scorso anno disse nel corso di un’audizione parlamentare nel Regno Unito: “Col senno di poi, è evidente che gli standard di trasparenza potevano e probabilmente dovevano essere più alti.”

 

Quando la questione fu sollevata nelle udienze di conferma al Parlamento Europeo per il suo incarico alla BCE, Draghi disse che non era coinvolto nelle trattative degli swap né al Tesoro, né a Goldman.

 

Per la Grecia è oramai diventato impossibile mantenersi in sella e, seguendo le ultime proposte dell’UE, ha davvero sofferto un default sul suo debito chiedendo ai creditori un taglio “volontario” del 50 per cento sulle obbligazioni, ma al momento nell’eurozona c’è un consenso sul fatto che i creditori di nazioni più grandi come Italia e Spagna debbano essere rimborsati in toto. Questi creditori, naturalmente, sono le grandi banche del continente, e la loro ricchezza è la prima preoccupazione dei politici. La contemporaneità delle misure di austerità imposte dai nuovi governi tecnocratici ad Atene e a Roma e dai dirigenti delle altre nazioni dell’eurozona, come Irlanda, e i fondi di salvataggio dal FMI e dalla struttura fondamentalmente sulle spalle della Germania, l’European Financial Stability Facility possono essere motivati da questo consenso.

 

I miei ex colleghi al FMI stanno facendo l’impossibile per cercare di giustificare salvataggi tra 1,5 e i 4 trilioni di euro, ma cosa significa tutto questo?”, afferma Simon Johnson. “Significa salvare i creditori al 100 per cento. È un altro bailout bancario, come nel 2008: il meccanismo è differente, dato che in questo caso avviene al livello sovrano e non bancario, ma i motivi sono gli stessi.”

 

Le élite finanziarie sono così certe che le banche verranno salvate, che alcuni stanno facendo scommesse su un tale esito. Jon Corzine, ex direttore esecutivo di Goldman Sachs, è tornato lo scorso anno a Wall Street dopo dieci anni trascorsi in politica e ha preso il controllo di un’azienda storica, chiamata MF Global. Ha piazzato una scommessa da 6 miliardi di dollari con i soldi della propria ditta, sul fatto che il governo italiano non andrà in default.

 

Quando lo scorso mese la scommessa venne rivelata, i clienti e i collaboratori di trading decisero che fosse troppo rischioso fare affari con MF Global e l’azienda collassò in pochi giorni. È stata una delle dieci più grandi bancarotte della storia degli Stati Uniti.

 

Il grave pericolo è che, se l’Italia smettesse di pagare i propri debiti, le banche creditrici potrebbero diventare insolventi. Goldman Sachs, che ha contratto più di due trilioni di dollari in assicurazioni, incluso un ammontare non rivelato sul debito dei paesi dell’eurozona, non ne uscirà senza danni, specialmente se una parte dei due trilioni di assicurazioni acquistate provenissero da una banca che è andata sotto. Non c’è banca – e certamente non il Calamaro Vampiro – che possa facilmente districare i propri tentacoli dalle spire dei propri simili. Questa è la ragione per i salvataggi e per le austerità, il motivo per cui c’è sempre più di mezzo Goldman, e mai meno. L’alternativa è la seconda crisi finanziaria, un secondo collasso economico.

 

Illusioni condivise, forse? Chi si azzarda a testarle?

 

**********************************************Fonte: What price the new democracy? Goldman Sachs conquers Europe

 

18.11.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – ARGENTINA: LA DEPRESSIONE, LA RIVOLTA E LA RIPRESA

Fonte: ComeDonChisciotte – ARGENTINA: LA DEPRESSIONE, LA RIVOLTA E LA RIPRESA.

PERCHÉ LA PRESIDENTE FERNANDEZ VINCE E OBAMA PERDE

DI JAMES PETRAS
Global Research

Introduzione

Il 23 ottobre di quest’anno, la Presidente Cristina Fernandez ha vinto le elezioni ricevendo il 54% dei voti, 37 punti percentuali al di sopra del suo più diretto avversario. La coalizione presidenziale ha conquistato anche il Congresso, il Senato e le Regioni, come pure 135 dei 136 fra i più grandi municipi di Buenos Aires. In netto contrasto il Presidente Obama che, in base ai recenti sondaggi che vedono avanzare i candidati repubblicani, pare sia destinato a perdere il controllo di entrambe le camere del Congresso nel prossimo 2012. Che cosa ha creato questa monumentale differenza nelle preferenze dei voti per i due presidenti uscenti? Una parallela discussione storica sulle politiche socioeconomiche ed estere, come pure sulle risposte date dagli establishment alle profonde crisi economiche, è necessaria per comprendere i punti che stanno alla base di questi risultati pressoché opposti.

Metodologia

Al fine di paragonare la prestazione della Fernandez con quella di Obama, è necessario porle nel loro contesto storico. Più precisamente, entrambi i presidenti e i loro immediati predecessori, George Bush negli Stati Uniti e Nestor Kirchner in Argentina, hanno dovuto affrontare delle grandissime crisi economiche e sociali. Da rimarcare, ad ogni modo, sono le differenti risposte date alle crisi e i loro risultati totalmente divergenti. Da un lato crescita sostenuta e giustizia sociale in Argentina, inasprimento delle condizioni e politiche fallimentari negli Stati Uniti.

Contesto storico argentino: la depressione, la rivolta e la ripresa

Fra il 1998 e il 2002 l’Argentina affrontò la peggiore crisi economica della sua storia. L’economia sprofondò passando da una recessione a una depressione su larga scala, culminata con una crescita negativa in doppia cifra fra il 2001 e il 2002. La disoccupazione raggiunse e superò il 25% e nei quartieri operai arrivò oltre il 50%. Decine di migliaia di professionisti impoveriti, appartenenti alla classe media, si mettevano in fila per il pane e la minestra pochi isolati più in là del palazzo presidenziale. Centinaia di migliaia di lavoratori disoccupati, i “piqueteros”, bloccarono le maggiori autostrade e alcuni assalirono i treni che portavano il bestiame e i cereali all’estero. Le banche chiusero, privando milioni di correntisti dei loro risparmi. Milioni di contestatori organizzarono collettivi radicali in tutti i quartieri e si unirono con le assemblee dei disoccupati. Il paese era pesantemente indebitato e la gente profondamente impoverita. Il malcontento popolare stava sfociando in una sollevazione rivoluzionaria. Il Presidente uscente Fernando De La Rua fu rovesciato (2001), numerosi manifestanti furono feriti o uccisi dal momento che la ribellione popolare stava minacciando di impossessarsi del palazzo presidenziale. Entro la fine del 2002 centinaia di fabbriche in bancarotta furono occupate, rilevate e gestite dai lavoratori. L’Argentina dichiarò il default verso il suo debito estero. All’inizio del 2003 Nestor Kirchner fu eletto presidente nel bel mezzo di una crisi di sistema e cominciò a rifiutare le pressioni che lo spingevano al pagamento del debito e alla repressione dei movimenti popolari. Al contrario inaugurò una serie di programmi d’emergenza per il pubblico impiego. Autorizzò il pagamento di un sussidio per i lavoratori disoccupati (150 pesos al mese) per andare incontro ai bisogni fondamentali di circa la metà della forza lavoro.

Lo slogan più popolare della maggioranza dei movimenti che occupavano distretti finanziari, fabbriche, edifici pubblici e strade era “Que se vayan todos”. L’intera classe politica, i dirigenti e i partiti, il Presidente e il Congresso, furono rinnegati completamente. Tuttavia, anche se i movimenti erano di ampia portata, attivi e uniti in ciò che rifiutavano, non avevano un programma coerente per prendere il potere nello Stato, né avevano una leadership politica che li guidasse. Dopo due anni di tumulti e disordini, il popolo tornò alle urne ed elesse Kirchner con il mandato di produrre risultati oppure farsi da parte. Kirchner recepì il messaggio, almeno per quanto riguarda la crescita economica accompagnata dalla giustizia sociale.

Contesto: USA con Bush e Obama

Gli ultimi anni dell’amministrazione Bush e della presidenza di Obama sono stati caratterizzati dalla peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione degli anni ‘30. Disoccupazione e sottoccupazione crebbero fino a raggiungere quasi un terzo della forza lavoro nel 2009. Milioni di ipoteche non furono riscattate. I fallimenti si moltiplicarono e le banche erano sull’orlo del collasso. La recessione e la forte deflazione dei redditi aumentarono la povertà e moltiplicarono il numero di persone con carenza di cibo. A differenza dell’Argentina, i cittadini scontenti presero la via delle urne. Attratti dalla demagogica retorica del cambiamento di Obama, riposero le loro speranze nel nuovo presidente. I democratici vinsero le presidenziali ed ottennero la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso. La prima priorità di Obama e del Congresso fu quella di riversare trilioni di dollari nei bilanci delle banche in sofferenza anche se la disoccupazione era in aumento e la recessione continuava. La seconda priorità fu quella di rafforzare ed espandere le guerre imperiali oltreoceano.

Obama aumentò il numero di soldati in Afghanistan fino a 30 mila; ampliò il budget per le spese militari fino a 750 miliardi di dollari; lanciò nuove operazioni in Somalia, Libia, Pakistan e rafforzò il sostegno nei confronti delle forze armate israeliane; firmò accordi militari con nazioni asiatiche (India, Filippine e Australia) vicine alla Cina.

In conclusione Obama ha dato la massima priorità all’espansione dell’impero militare, svuotando le finanze pubbliche dei fondi necessari per rilanciare l’economia nazionale e ridurre la disoccupazione.

Di contro, il duo Kirchner/Fernandez ha ridotto il potere dell’esercito tagliando le spese militari, veicolando le rinnovate risorse verso i programmi per la piena occupazione, gli investimenti produttivi e le esportazioni non convenzionali.

Durante la presidenza Obama la crisi è divenuta un pretesto per rilanciare e consolidare il potere finanziario di Wall Street. La Casa Bianca ha aumentato il budget per le spese militari, acuendo il passivo di bilancio e ha poi proposto di tagliare essenziali servizi sociali per ridurre tale deficit.

Argentina: dalla crisi alla crescita esponenziale

In Argentina la catastrofe economica e l’insurrezione popolare fornirono a Kirchner l’opportunità di spostare le risorse dagli interessi militaristi e della speculazione finanziaria ai programmi sociali e ad una crescita economica sostenuta.

Le vittorie elettorali sia di Kirchner che della Fernandez riflettono il successo da loro ottenuto nel creare un “normale stato sociale capitalista”. Dopo trent’anni di regimi predatori neoliberisti servi degli americani, tutto ciò rappresenta un cambiamento notevolmente positivo. Dal 1966 al 2002 l’Argentina ha sofferto sotto il giogo di brutali dittature militari culminate con i generali genocidi che assassinarono circa trentamila argentini fra il 1976 e il 1982. Fra il 1983 e il 1989 dovette subire un regime neoliberista (Raul Alfonsin) che ha fallito nel fare i conti con l’eredità della vecchia dittatura e ha presieduto a un iperinflazione in tripla cifra. Dal 1989 al 1999 sotto il Presidente Carlos Menem, l’Argentina assistette alla gigantesca svendita a prezzi d’occasione delle sue aziende pubbliche più produttive, delle risorse naturali (petrolio incluso), delle banche, delle autostrade, degli allevamenti e delle acque pubbliche, in favore degli investitori stranieri e dei compari cleptocratici.

Ultimo ma non per importanza, Fernando De La Rua (2000 – 2001), promise dei cambiamenti, ma procedette solo ad acuire la recessione che condusse al catastrofico botto finale del dicembre 2001 col fallimento degli istituti di credito, la bancarotta di diecimila aziende e il collasso dell’economia.

In questo scenario di totale e assoluto fallimento e disastro umanitario causato dalla politiche liberiste promosse dagli USA e dal Fondo Monetario Internazionale, Kirchner/Fernandez dichiararono il default per il debito estero, nazionalizzarono i fondi pensione e numerose imprese precedentemente privatizzate, aiutarono le banche e raddoppiarono la spesa sociale, espandendo gli investimenti pubblici e tonificando i consumi di massa, al fine di intraprendere la strada della ripresa economica. Dalla fine del 2003 l’Argentina passò dalla recessione a una crescita del PIL pari all’8% annuo.

Diritti umani, programmi sociali e politica economica estera indipendente

L’economia argentina è cresciuta di circa il 90% dal 2003 al 2011, più di tre volte di quella statunitense. La sua ripresa è stata accompagnata da una spesa sociale triplicata, direzionata specialmente verso i programmi per ridurre la povertà. La percentuale di argentini che vivono sotto la soglia di povertà è passata dal 50% del 2001 a meno del 15% del 2011. In contrapposizione la povertà negli Stati Uniti è salita dal 12% al 17% nella medesima decade e sta continuando a seguire una traiettoria al rialzo in un analogo periodo.

Gli Stati Uniti sono divenuti il paese con le maggiori disuguaglianze nell’area OCSE, con l’1% di popolazione che detiene il 40% della ricchezza nazionale (percentuale in ascesa dal 30% dell’ultimo decennio). In contrapposizione, le disuguaglianze in Argentina sono state ridotte di circa la metà. L’economia statunitense non è riuscita a riprendersi dalla profonda recessione del biennio 2008-2009, in cui è diminuita di oltre l’8%. Quella argentina, invece, è scesa meno dell’1% nel 2009 e sta crescendo a un salutare tasso dell’8% durante l’ultimo biennio. L’Argentina ha nazionalizzato i fondi pensione, raddoppiato le pensioni minime e introdotto programmi sociali universali per l’infanzia al fine di contrastare la malnutrizione e garantire la frequenza scolastica.

Al contrario, il 20% dei bambini in USA sta attualmente soffrendo di un carente regime alimentare, di un alto tasso di abbandono scolastico e la malnutrizione colpisce ormai il 25% dei minori. Con gli ulteriori tagli in corso alle spese per la salute e l’educazione, le condizioni sociali non possono che peggiorare. In Argentina il livello dei redditi dei lavoratori salariati è cresciuto del 50% nell’ultimo decennio, mentre negli Stati Uniti è sceso di circa il 10%.

La forte crescita del Prodotto Nazionale Lordo argentino è stata alimentata dall’aumento dei consumi interni e dai guadagni derivati dalle esportazioni. L’Argentina ha un notevole attivo nella bilancia commerciale dovuto ai favorevoli prezzi di mercato ed all’accresciuta competitività. Negli Stati Uniti invece i consumi interni sono stagnanti, la bilancia commerciale ha un deficit di quasi 1,5 trilioni di dollari e le entrati fiscali vengono sprecate in improduttive spese militari per un valore di oltre 900 miliardi all’anno.

Mentre in Argentina l’impulso verso una politica di ripudio del debito e di crescita sostenuta è provenuto dalla ribellione popolare e dai movimenti delle masse, negli Stati Uniti il malcontento popolare è stato convogliato verso l’elezione di un truffatore colluso con la finanza di Wall Street chiamato Obama. Egli ha continuato a investire le risorse nel salvataggio delle élite finanziarie invece di farle andare in bancarotta e sostenere la crescita, la competitività e i consumi di massa.

L’alternativa argentina ai salvataggi e alla povertà

L’esperienza argentina va contro tutti i precetti delle agenzie finanziarie internazionali (il FMI e la Banca Mondiale), dei loro sostenitori politici e dei giornalisti della stampa economica. Sin dal primo anno (il 2003) della ripresa fino ad oggi, gli esperti in economia “predissero” che la sua crescita non fosse ”sostenibile” invece è proseguita in maniera robusta per oltre un decennio. La stampa economica affermò che il default avrebbe condotto l’Argentina ai margini dei mercati finanziari e la sua economia sarebbe collassata. L’Argentina si basò sull’autofinanziamento derivato dai guadagni sulle esportazioni e sulla riattivazione dell’economia domestica e contraddisse i prestigiosi economisti.

Quando la crescita continuò, i critici del Financial Times e del Wall Street Journal sostennero che sarebbe terminata una volta che la capacità produttiva inutilizzata si fosse esaurita. Invece i proventi derivati dalla crescita consentirono l’espansione di un mercato interno e trovarono nuovi sbocchi specialmente nei mercati emergenti dell’Asia e del Brasile.

Persino recentemente, il 25 ottobre 2011, gli opinionisti del Financial Times ancora blateravano di un imminente crisi nella maniera messianica con cui i fondamentalisti predicono un’incombente apocalisse. Ripetevano sempre il ritornello dell’elevata inflazione, dei programmi sociali insostenibili, della valuta troppo forte come predizioni sulla fine della prosperità. Tutti questi terribili avvertimenti ci rivengono in mente di fronte alla persistente crescita all’8% registrata nel 2011 e alla schiacciante vittoria elettorale della Fernandez. Gli scribacchini finanziari angloamericani dovrebbero focalizzare l’attenzione sul fallimento delle loro politiche di libero mercato in Europa e in Nord America, invece di denigrare un esperienza di un modello economico da cui dovrebbero imparare.

Nel confutare le teorie dei critici del Wall Street, Mark Weisbrot e i suoi collaboratori sottolineano come (“La storia del successo argentino” del Centro di Ricerca sulle Cattive Politiche Economiche – ott. 2011) la crescita argentina fu basata sull’espansione dei consumi interni, sull’aumento dell’esportazioni manifatturiere verso i partner commerciali della regione come pure sul tradizionale export di prodotti agricoli e minerari verso il mercato asiatico. In altre parole, l’Argentina non è totalmente dipendente dalle esportazioni industriali; ha sviluppato un commercio equilibrato e non è neanche troppo dipendente dai prezzi delle materie prime. Per quanto riguarda l’inflazione elevata, Weisbrot sottolinea che “l’inflazione può anche essere alta in Argentina ma quello che conta è la crescita reale e la distribuzione della ricchezza finalizzata al benessere della maggioranza della popolazione”.

Gli Stati Uniti sotto Bush e Obama hanno seguito un percorso totalmente divergente da quello del duo Kirchner-Fernandez. Hanno dato la priorità alla spesa militare e all’espansione dell’apparato di sicurezza a discapito dell’economia produttiva. Obama e il Congresso hanno puntato forte su politiche recessive di taglio delle spese sociali, aumentando lo stato di polizia e violando sempre di più i diritti civili dei cittadini. In contrapposizione, Kirchner/Fernandez hanno punito severamente dozzine e dozzine di autori di violazioni dei diritti civili appartenenti alla polizia e all’esercito ed hanno indebolito il potere politico dei militari.

In conclusione, i presidenti argentini hanno respinto le pressioni dei gruppi di interesse militari che richiedevano maggiori fondi per le spese in armamenti. Hanno creato un modello di stato più adatto al loro progetto politico di competitività economica, nuovi mercati e programmi sociali. Bush e Obama hanno ridato slancio alla finanza parassitaria sbilanciando ulteriormente l’economia. Kirchner e la Fernandez si sono assicurati che il settore bancario sostenesse la crescita delle esportazioni, la manifattura e i consumi interni. Obama taglia lo stato sociale per pagare i creditori, Kirchner e la Fernandez hanno imposto un haircut del 75% ai titolari delle obbligazioni governative per finanziare la spesa sociale.

Kirchner e la Fernandez hanno vinto tre elezioni presidenziali con largo margine. Obama potrebbe essere un presidente dal singolo mandato nonostante la campagna elettorale miliardaria finanziata da Wall Street, l’appoggio delle lobby industriali e militari e la sua politica filo-israeliana.

L’opposizione popolare contro Obama, specialmente il movimento “Occupy Wall Street” , ha ancora tanta strada da fare per emulare il successo ottenuto dagli antagonisti argentini che rimossero i presidenti in carica, bloccarono le autostrade paralizzando la produzione e la circolazione e imposero un programma politico di stampo socialista che privilegiasse l’economia reale a discapito della finanza, i consumi sociali rispetto alle spese militari. Il movimento “Occupy Wall Street” ha compiuto un primo passo verso la mobilitazione di cittadini partecipanti e attivi necessario per creare il tessuto sociale che ha trasformato l’Argentina da uno stato clientelare filo-statunitense a un dinamico e indipendente stato sociale.

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Fonte: Argentina: Depression, Revolt and Recovery

30.10.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FRANCESCO SCURCI

ComeDonChisciotte – IL DENARO È STATO PRIVATIZZATO DI NASCOSTO

Fonte: ComeDonChisciotte – IL DENARO È STATO PRIVATIZZATO DI NASCOSTO.

DI BEN DYSON
Guardian.co.uk

La piu grande privatizzazione della storia non ha fatto notizia. È tempo di riprendere dalle banche il potere di produrre denaro

È un fatto noto che stampare una banconota da 10 sterline a casa propria è una cosa malvista dalla polizia di Sua Maestà. Ma c’è ancora un piccolo gruppo di compagnie che sono autorizzate a creare – e spendere – più soldi di quanti i falsari siano mai stati in grado di stampare. Nel gergo dell’industria, queste aziende sono chiamate “istituzioni monetarie e finanziarie”, ma probabilmente le conoscete per il loro nome comune: “banche”.

Il denaro che creano, dal niente, non sono i soldi di carta che portano il logo della Banca di Inghilterra di proprietà del governo. È il denaro elettronico che illumina lo schermo quando controlli il tuo estratto conto a un ATM. In questo momento, questo denaro elettronico forma più del 97% di tutta la moneta presente nell’economia. Solo il 3% dei soldi sono ancora nella vecchia forma di vero contante che può essere toccato.

Difficile da credere, vero? Martin Wolf, uno degli esperti che ha fatto parte di una commissione indipendente sul settore bancario, non ha usato mezzi termini, dicendo sul Financial Times che l’essenza del sistema monetario di questi tempi è stato la creazione di moneta, dal niente, tramite i prestiti spesso assurdi che venivano concessi dalle banche private“.

Ecco come funziona. Quando tu chiedi alla banca i soldi per comprare a Londra un box per farci entrare un letto, i soldi che appaiono sul tuo conto corrente non provengono dai risparmi di una vita di qualche nonno prudente. Infatti, la banca digita semplicemente questi numeri sul tuo conto, creando soldi nuovi di pacca che ora tu puoi spendere. Visto che le altre banche fanno lo stesso, l’ammontare di denaro nell’economia cresce e cresce. Ogni mutuo nuovo aggiunge nuovi soldi, che spingono i prezzi delle abitazioni un po’ più in alto, costringendo il prossimo compratore a prenderne in prestito ancora più dalle banche. (Una spiegazione più dettagliata e precisa di questo processo è fornita nel libro Where Does Money Come From?, pubblicato dalla New Economics Foundation.)

Grazie a questo processo di creazione della moneta, le banche sono state n grado di inflazionare l’emissione di moneta al tasso dell’11,5% l’anno, spingendo in alto i prezzi delle case e soggiogando un’intera generazione.

Naturalmente, il rovescio della medaglie di questa creazione di moneta è dato dal fatto che con ogni nuovo prestito arriva un nuovo debito. Questa è la fonte della nostra montagna di debito personale, non il denaro che è stato prudentemente salvato dai pensionati, ma soldi che sono stati creati dal niente dalle banche e prestati a destra e a manca. Alla fine il peso del debito diventa insostenibile, e così si assiste a un’ondata di default come quella che ha dato il via alla crisi finanziaria ancora in corso.

Ma come è possibile che una cosa così importante come la creazione di denaro sia stata privatizzata? Com’è che il potere di emettere denaro è caduto nelle mani delle stesse banche che hanno provocato la crisi, con conseguenze devastanti per milioni di persone comuni?

È incredibile, ma la legge che rende illegale stampare le proprie banconote a casa non è mai stata aggiornata per applicarla al denaro elettronico che ora è creato dalle banche. Quando abbiamo iniziato a utilizzare il denaro elettronico per la gran parte dei pagamenti, il contante è diventato meno importante e il potere di creare il denaro è passato alle banche che hanno causato la crisi. Senza essere notato da nessuno, il potere di emettere soldi è stato privatizzato di soppiatto.

Mentre i gruppi criminali cercano di creare circa 2,5 miliardi di sterline di soldi falsi ogni anno, le banche collettivamente creano è più di 100 miliardi di sterline l’anno senza violare una singola legge. La ricompensa per il loro lavoro è l’interesse che al momento viene raccolta su quasi ogni sterlina esistente. Il costo per noi tutti è una vita di debiti.

Questo ci porta a una soluzione molto semplice per la crisi finanziaria. Molti dei manifestanti di oggi potrebbero sorprendersi nel sentire che la risposta alla crisi odierna giunge da un ex Primo Ministro dei Conservatori. Già nel 1844, Sir Robert Peel comprese che le monete di metallo, che all’epoca erano il solo mezzo legale di pagamento, erano state sostituite dalle banconote di carta emesse dalle banche. Queste banconote erano più leggere e più conveniente, e quindi molto più popolari. Il Bank Charter Act introdotto da Peel nel 1844 tolse il potere di creare denaro alle banche e lo attribuì alla Banca di Inghilterra. Dovremmo fare esattamente la stessa cosa per quanto riguardo il denaro elettronico. La mia organizzazione, Positive Money, ha già elaborato un progetto di legge necessario per farlo.

Reclamando questo potere, possiamo assicurarsi che il nuovo denaro non venga usato per far esplodere bolle immobiliari e per finanziare speculazioni rischiose. Invece, i soldi creati possono diventare le fondamenta dell’economia, grazie ai normali consumatori. Finiranno nei negozi, nelle aziende e nelle industrie, che le possono usare per investire, crescere e per creare lavoro. Far sì che “le banche prestino di nuovo di soldi” non è di alcun aiuto quando le persone sono già caricate da una montagna di debito. Quello di cui abbiamo bisogno sono più soldi, non più debiti. Ciò è impossibile dato che tutti i soldi vengono creati dalle banche quando le persone si indebitano.

Naturalmente, dobbiamo proteggere questo potere di emissione dai politici in cerca di voti. Ma il potere di creare denaro è troppo pericoloso per essere lasciato nelle mani delle banche che hanno causato la crisi. Portargli via questo potere è la nostra migliore speranza per far finire la crisi attuale, e per prevenire la prossima.

**********************************************Fonte: Money has been privatised by stealth

15.11.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

ComeDonChisciotte – E’ IL GOVERNO NAPOLITANO-MONTI-GOLDMAN SACHS

Fonte: ComeDonChisciotte – E’ IL GOVERNO NAPOLITANO-MONTI-GOLDMAN SACHS.

DI GIULIETTO CHIESA
ilfattoquotidiano.it/

Vincendo la nausea affacciamoci sul dopo Berlusconi.

Monti arriva come commissario al quadrato. I suoi vice saranno gl’ispettori del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea. Come in Grecia. Inizia un’altra repubblica: la terza? Che annuncia di voler cancellare la sovranità nazionale dell’Italia, la Costituzione Repubblicana, ogni forma di reale espressione della volontà popolare (avete visto gli strilli dei “mercati” contro l’ipotesi del referedum greco?).

Il Presidente della Repubblica ha costruito la via d’uscita di Berlusconi facendo mosse assai dubbie dal punto di vista della legalità costituzionale, che avrebbe dovuto difendere strenuamente. Era il suo compito, che non ha saputo e voluto attuare mentre firmava tutto ciò che arrivava da Palazzo Chigi. E che oggi palesemente ignora.

Ne viene fuori un governo della casta, che verrà definito di “salvezza nazionale”, ovvero “tecnico”. False la prima e la seconda definizione. Perché, primo, non salverà il paese ma obbedirà al diktat della finanza, colpendo la popolazione; secondo, sarà il più politico dei governi del secondo dopoguerra: perché sancisce l’assoggettamento del nostro paese a un “governo” straniero e ostile (e non mi si venga a dire che sudditi lo eravamo già, perché questa eterodirezione è l’inizio di un cambio d’epoca orwelliano).

La prova? Tutte le componenti della casta (che entrerà a frotte nel Governo Napolitano-Monti-Goldman Sachs) parlano della necessità di attuare “misure impopolari”. Cioè antipopolari. Ma guarda che democratici!

Molti si illudono che Monti voglia fare qualche cosa di buono. Ma lui non è qui per questo. Neanche per fare una decente legge elettorale. Lui viene qui per “rieducare” gli italiani alla religione del Debito. Lui arriva per eseguire gli ordini della Banca Centrale Europea, i 39 punti, la lettera di Draghi-Trichet. Un maoista dei nostri tempi: “educare il popolo”. L’ha perfino detto, con riferimento alla Grecia. Adesso lo farà con noi, se gli riesce.

Che fare? Occorre mobilitare la più vasta opposizione sociale e prepararsi a costruire una nuova opposizione politica. Respingere l’”ordine di servizio” preparato dal Quirinale su indicazione dei grandi centri finanziari dell’Occidente.

Occorrerebbe un governo di saggi che, protetti dalla loro statura morale, dal loro prestigio intellettuale, dalle loro conoscenze, siano in grado di sconfiggere le potenti pressioni che si eserciteranno contro di loro, e che varino una nuova legge elettorale, rigorosamente proporzionale, per le elezioni di tutti gli ordini e gradi. Il loro compito sarebbe quello di liquidare la finzione del bipolarismo, che adesso si sgretola sotto i nostri occhi. Qualcuno si chiederà: ci sono questi uomini e queste donne? Io so che ci sono, potrei farne l’elenco. Ma Napolitano non è andato a consultare loro. Ha consultato le mummie e quelli che tirano i fili per farle muovere.

Poi occorrerebbe andare a votare in tempi rapidi. Uso il condizionale perché so bene che questo non avverrà. Ma so anche che il Governo Nmgs difficilmente durerà due anni. Perché la crisi sta precipitando. Annunciano “riforme” per la crescita. Ma tutti gli indicatori dicono che noi andremo in recessione, insieme all’intera Europa. Dunque la crisi arriverà ben presto, o la faranno precipitare “loro”, i “proprietari universali” (e per le grandi masse non farà differenza alcuna, perché in entrambe le varianti a pagare saranno loro).

Secondo: il debito, che ora viene usato come una spada sul capo degli italiani, non può e non deve essere “onorato” con manovre che ridurranno drasticamente non solo il tenore di vita di larghissime masse popolari, ma annulleranno i loro diritti fondamentali, sanciti dalla Costituzione Italiana. Il debito è una truffa ai danni dei molti, a vantaggio dei pochissimi. Il debito è iniquo e illegale. Lo paghino coloro che ne sono stati i responsabili.

Noi ci attestiamo sui nostri diritti costituzionali. A essi non abbiamo rinunciato e non intendiamo rinunciare. La Costituzione ci dà il diritto e il dovere di difenderci contro ogni violazione delle sue norme.

La sovranità che abbiamo delegato a questa Europa non è stata usata nei nostri interessi, e in armonia con i nostri principi costituzionali. Abbiamo dunque il diritto di chiederne la restituzione. Almeno fino a che questa Europa cessi di essere lo scranno dei banchieri e cominci a corrispondere alle nostre aspettative.

Si dia dunque modo al popolo di esprimersi in tempi brevi sul tema del debito: con un referendum. L’Italia può e deve farlo, anche se alla Grecia è stato impedito. Compito di un presidente della Repubblica avrebbe dovuto essere, tra gli altri, quello di sottrarre il paese al ricatto dei potenti, siano essi interni o esterni. Nel nome della Costituzione. Se non lo fa lui, lo faremo noi.

Giulietto Chiesa
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/12/arriva-governo-napolitano-monti-goldman-sachs/170345/
12.11.2011

Lettera dall’Argentina- Blog di Beppe Grillo

Fonte: Lettera dall’Argentina- Blog di Beppe Grillo.

Monicelli disse che, purtroppo, in Italia la Rivoluzione non c’è mai stata. Gli angloamericani hanno messo fine al fascismo, non gli italiani. La BCE ha cacciato Berlusconi, non gli italiani e neppure un’opposizione collusa e di cartapesta. I nuovi padroni hanno sempre sostituito i vecchi in questo Paese di servi. Forse ora, almeno una volta nella nostra Storia, potremmo tentare di liberarci da soli. Questa lettera dall’Argentina è un messaggio di speranza.

Caro Beppe, cari tutti,
da piccola mio padre mi raccontava, e io la sognavo, l’Italia. La vostra meravigliosa penisola e il Mediterraneo erano per noi non soltanto la culla, insieme con la Grecia, della civilizzazione occidentale: per il 40% della popolazione dell’Argentina l’Italia era la Madre Patria. Ci chiedevamo perché dovessimo parlare lo spagnolo, con cui non avevamo niente a che fare. I nostri genitori compravano – delle volte con fatica – riviste italiane come la Domenica del Corriere, e noi bambini guardavamo le vignette “Senza parole” cercando di capirle, intanto ascoltavamo Iva Zanicchi cantare “Fra noi”. In buona parte del mio Paese i cognomi sono esattamente i Vostri.
Circostanze fortuite fecero sì che venissi in Italia da ragazzina, volando sola dagli zii e che, subito dopo, ci fosse in Argentina il golpe del ’76. Mio padre decise che era meglio che restassi in Italia. E cosi fu. In Argentina tornai nell’83 dopo una frase di mio cugino di Baudenasca (Pinerolo), che guardandomi soffrire in una crisi di nostalgia mi disse: “Generazione che emigra é generazione perduta”. Scelsi allora che la mia casa sarebbe stata per sempre l’Argentina. Comunque l’Italia é nel mio sangue e nel mio cuore, tanto da portarne la Carta d’Identitá nel portafoglio insieme con il mio Documento Nacional de Identidad. Seguo quindi le questioni italiane da sempre, guardo Rai International come tantissimi argentini, la piú vasta popolazione d’origine italiana in un Paese estero, anche se l’Italia ci ha spesso ignorato. Ho assistito sbalordita a molte vicende italiane degli ultimi anni cosí come alle avventure del Vostro Cavaliere. In Argentina, quelli che voi chiamate i “poteri forti”, non avendo potuto rialzarsi nonostante il golpe e la dittatura, si inserirono nel governo Menem, corrompendolo e travolgendolo sin dall’inizio. Per poco non riuscirono. Va peró detto che dopo Menem siamo riusciti a reagire e quando, con il governo dell’Alianza di De La Rua, vollero darci il colpo finale, la popolazione nelle piazze lo forzó a rinunciare e se ne dovette andare. Non sono stati loro, i “poteri forti”, a cacciare chi era disposto a fare le riforme che vi dicono ora che “ci vogliono” e che un governo da voi eletto non puó fare perché “impopolari”. Siamo stati noi, i cittadini nelle strade, a cacciarlo via nonostante fossimo confusi perché ci tenevano come voi con le spalle contro il muro, attanagliati dai titoli a caratteri cubitali sui giornali con il “Riesgo País” (il vostro “Spread”) che ci avrebbe portati tutti all’inferno se non prendevamo la cicuta. Il dilemma era uguale a quello che é posto a voi e ai greci “Se non volete morire ammazzati, suicidatevi poco a poco“. La legge di “Flessibilizzazione del lavoro”, approvata dal governo De La Rua pagando i senatori, fu derogata.
I contributi (persino quelli), che erano stati privatizzati e consegnati ai “Fondi Pensione”, sono stati recuperati dallo Stato. Il PBI (prodotto interno lordo, ndr) argentino, che nell’anno del default andó giú strepitosamente (-11% nel 2002), cominció subito a crescere ad una media dell’8-9% annua sin dal 2003 e chiuderá il 2011 con una crescita del 7% nonostante la crisi internazionale. Centinaia di ricercatori tornano in Argentina grazie al programma “Radici” del governo; il budget per la pubblica istruzione (dichiarata “bene pubblico” per legge) è passato da meno del 2% del PBI (2001) al 6,5%.
Al “libero commercio” voluto dagli Stati Uniti per il continente americano i nostri Paesi hanno detto no, per volontá di quei presidenti che godono del piú vasto consenso dei loro cittadini e che vengono spesso scherniti dal “Primo Mondo”. Per i media globali Chavez, ad esempio, é un pagliaccio. Cristina, una “populista” che pensa solo a comprare scarpe e borse costose. Evo Morales, un “selvaggio” e cosí via. Stereotipi per screditare i nostri governi perché stiamo resistendo ai “poteri forti”. Cresciamo, abbiamo volontá e fiducia e passione, anche se sappiamo benissimo – perché l’abbiamo imparato a sangue e fuoco – con chi abbiamo a che fare e nonostante loro continuino ad avere qualcuno tra di noi che fa da servo piú o meno ben pagato. Volevo dirvelo, perché l’Italia e gli italiani mi stanno a cuore, perché ho mezza famiglia in Italia. Non lasciatevi portare cosí al macello, non svendete l’Italia. Se non ce la fate Voi, vincono loro. Piú vincono loro, piú siamo tutti a rischio.” Lili A., Santa Rosa La Pampa Argentina