Archivi del mese: gennaio 2012

E Monti sparisce dal sito web della Trilaterale

Mario Monti Sparisce dalla Commissione Trilaterale Claudio Messora Byoblu Byoblu.Com
Dopo due o tre giorni dalla pubblicazione del post “L’interrogazione UE contro Mario Monti sul Bilderberg e sulla Trilaterale“, che si chiudeva con la richiesta di certificare le dimissioni di Mario Monti dai ruoli direttivi ricoperti nella Commissione Trilaterale e nel Gruppo Bilderberg (visto che nei rispettivi siti web risultava ancora in carica) il Presidente del Consiglio italiano sparisce dalla pagina web della sezione Europea della Trilaterale, così come dall’elenco ufficiale dei suoi membri

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ComeDonChisciotte – NIENTE SALVATAGGI PER IL PIANETA

Fonte: ComeDonChisciotte – NIENTE SALVATAGGI PER IL PIANETA.

Perché, mentre è così facile salvare le banche, è così difficile salvare la biosfera?

DI GEORGE MONBIOT http://www.monbiot.com
Le banche le salvano in una giornata. Ma anche solo per pensare di salvare il pianeta ci vogliono decenni.

Lord Stern ha calcolato che sistemare il cambiamento climatico costerebbe circa l’1% del PIL mondiale, mentre restare fermi e lasciare che ci colpisca costa tra il 5 ed il 20%. L’uno per cento del PIL equivale, al momento, a 630 miliardi di dollari. Nel marzo del 2009, Bloomberg ha rivelato che la FED [Banca Centrale degli USA, ndt] ha destinato 7,77 trilioni di dollari alle banche. Si tratta solo di un contributo del governo: eppure tale somma equivale a 12 volte il costo annuale del cambiamento climatico globale. Aggiungendo i finanziamenti degli altri paesi la cifra si moltiplica di molto.

Questo sostegno è stato dato su richiesta: appena le banche hanno dichiarato di volere aiuto, lo hanno ottenuto. Nell’arco di un solo giorno, la FED ha reso disponibili 1,2 trilioni di dollari, più di quanto l’intero pianeta abbia messo a disposizione per il cambiamento climatico negli ultimi venti anni.

Tutto si è svolto senza condizioni e anche in segreto: ci sono voluti due anni perché i giornalisti potessero illustrarne i dettagli. Le banche hanno gridato “aiuto” e il governo ha semplicemente tirato fuori il portafogli. E va ricordato che il tutto è accaduto sotto George W. Bush, la cui amministrazione si era dichiarata fiscalmente conservatrice.

Ma far sì che il governo americano impieghi una qualsiasi forma di aiuto fiscale per il pianeta – anche solo un paio di miliardi – è come togliersi un dente. “Non ce lo possiamo permettere!”, urlano i Repubblicani (e molti tra i Democratici). Rovinerà l’economia! Torneremo a vivere in caverne!”

Spesso vengo colpito dalla retorica pomposa e selvaggia di coloro che accusano gli ambientalisti di diffondere il panico. “Se questi allarmisti facessero come vogliono, distruggerebbero l’intera economia”: questo è il genere di dichiarazione che si sente quasi tutti i giorni, senza alcuna parvenza di ironia.

Nessun legislatore, per quanto ne so, è ancora stato capace di spiegare perché ci si può permettere di destinare 7,7 trilioni di dollari alle banche, mentre non è possibile investire cifre molto più basse in nuove tecnologie e risparmio energetico.

Gli Stati Uniti e le altre nazioni hanno iniziato ad affrontare seriamente il problema del cambiamento climatico nel 1988. Tuttavia, non esiste ancora un accordo mondiale vincolante ed è improbabile che ce ne sarà uno entro il 2020, se mai avverrà. Gli accordi per salvare le banche vengono conclusi senza alcuna fatica nei summit economici, mentre fare progressi nei summit ambientali sembra come usare un asino per trainare un camion di 44 tonnellate.

Per fare un esempio, il risultato di Durban, dopo imprese sovrumane, è stato migliore di quanto temessero gli ambientalisti. Dopo Copenaghen e Cancun non sembrava plausibile che le nazioni ricche e quelle povere sarebbero mai state d’accordo per creare un giorno un trattato vincolante, ma lo hanno fatto. Questo non significa che il risultato è stato buono: anche se tutto andasse come pianificato, c’è ancora la probabilità che la temperatura si surriscaldi di più di due gradi, il che minaccia molti luoghi e molti abitanti della Terra.

Il resoconto più chiaro che io abbia letto finora riguardo le negoziazioni e l’esito dell’incontro di Durban è stato scritto da Mark Lynas, che ha partecipato come consigliere del presidente delle Maldive. Egli ha documentato la complessità bizantina del risultato di vent’anni di ostruzioni e tergiversazioni. Quando le nazioni potenti voglio fare qualcosa, lo fanno in modo semplice e veloce. Quando non vogliono, i loro accordi con gli altri paesi si trasformano in un nascondino.

Ecco alcuni punti chiave:

 

  • le negoziazioni più importanti si riducono a una battaglia tra due gruppi: l’Unione Europea, i paesi meno sviluppati e le piccole isole da un lato; gli USA, il Brasile, il Sud Africa, l’India e la Cina dall’altro, cercando di resistere alla pressione.
  • Il primo gruppo ha avuto in qualche modo successo: le altre nazioni hanno acconsentito a elaborare un accordo vincolante “applicabile a tutte le parti”. In altre parole, diversamente dal Protocollo di Kyoto che regola solo le emissioni di gas serra di un gruppo di paesi ricchi, questo accordo sarebbe valido per tutti, e comunque ciò non significa necessariamente che le nazioni dovranno ridurre le emissioni.
  • Il primo gruppo non è riuscito ad ottenerlo rapidamente. Le nazioni più povere volevano un risultato legalmente vincolante entro la fine dell’anno prossimo. Ma il gruppo USA-Cina ha spinto per il 2020 e ci sono riusciti. A meno che questa situazione non cambi, limitare l’aumento della temperatura globale a due gradi o meno risulta più difficile, se non impossibile.
  • Il Protocollo di Kyoto, sebbene rimanga in vigore fino al 2017 o 2020, è ad un punto morto. Di fatto, come suggerisce Lynas, a meno che le ambiguità in esso contenute vengano limitate, potrebbe risultare addirittura inutile, perché potrebbero minare gli impegni volontari che gli stati firmatari hanno contratto.
  • Le nazioni hanno accordato la creazione di un Green Climate Fund per aiutare i paesi in via di sviluppo a limitare le emissioni di gas serra e adattarsi all’impatto del surriscaldamento globale. Ma con tre eccezioni: la Corea del Sud, la Germania e la Danimarca hanno deciso di non investire denaro nel progetto. Il fondo dovrebbe ricevere 100 miliardi di dollari all’anno: un sacco di soldi, finché non vengono paragonati a quelli delle banche.
  • Da qui al 2020, possiamo solo fare affidamento sugli impegni volontari dei paesi. Secondo uno studio dell’ONU, queste iniziative mancano dei tagli necessari per impedire un aumento superiore ai due gradi, equivalenti a circa 6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio.
  • Ma, pur riconoscendo i traguardi raggiunti dall’accordo di Durban, due gradi sono ancora troppi. Ha aumentato la possibilità di un impegno a mantenere l’incremento sotto un grado e mezzo di temperatura. Questo richiederebbe un programma di tagli molto più rapido di quanto previsto.

Quindi, perché risulta così facile salvare le banche e così difficile salvare la biosfera? Se per caso ci fosse bisogno di dimostrare che i nostri governi operano negli interessi dell’élite piuttosto che nell’interesse del mondo intero, ecco le prove.

**********************************************Fonte: No Bail-Out for the Planet

17.12.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

Fumus distrationis, la verità della Giunta su Cosentino – Cadoinpiedi

Fonte: Fumus distrationis, la verità della Giunta su Cosentino – Cadoinpiedi.
di Claudio Messora – 13 Gennaio 2012
“Gli indizi di colpevolezza nei confronti dell’onorevole Cosentino sono gravi e riscontrati”, recita la relazione Samperi. Pertanto, “si deve escludere che lo stesso possa essere considerato un perseguitato politico”. Un documento da leggere e far girare: parla da solo

Nicola Cosentino non va in galera. Sui quotidiani di oggi troverete i resoconti approfonditi delle strette di mano, dei batti-un-cinque, dei baci e degli abbracci del Parlamento all’onorevole di Casal di Principe. Nient’altro. Se per caso voleste cercare di capire di cosa non hanno discusso ieri alla Camera, nessuno si premunirà di raccontarvelo.

I fatti non sussistono, nel senso che è come se non esistessero proprio. Chi dice che c’è il fumus persecutionis, chi dice che è una vergogna: nessuno entra nel merito. Ma è proprio il merito che dovrebbe interessare ai cittadini. E’ il merito che consente all’opinione pubblica di prendere una posizione, non certo il vergognoso clima da stadio con il quale un Parlamento ridotto a clacque da avanspettacolo ha accolto l’esito del voto in aula, certificando una presa di posizione assunta sulla base degli interessi dei partiti, non su quelli degli italiani. Perché delle due l’una: o Cosentino doveva essere arrestato, e in quel caso non ci sarebbe stato nulla da festeggiare, o Cosentino non doveva essere arrestato, e questo significa che la magistratura, in un numero consistente di giudici e di organismi come il Tribunale del Riesame, è viziata dal fumo della persecuzione, e ci sarebbe stato da festeggiare ancor meno. La riprovevole esibizione di corporativismo cui abbiamo assistito, identica alle esultazioni per una vittoria sportiva, non è altro invece che un’autocertificazione di appartenenza alla casta. E’ come se i parlamentari avessero detto agli italiani: “Signori, noi proteggiamo noi stessi, le nostre alleanze politiche, la nostra stessa esistenza come organismo autonomo e indipendente dai cittadini, dai loro interessi ad avere un Parlamento privo di ombre e dubbi. Di voi, insomma, non ci interessa un bel niente”.

Se il voto fosse stato espressione dei contenuti dell’accusa, i toni sarebbero stati alquanto diversi. A cosa serve una Giunta per le Autorizzazioni che valuta le richieste della magistratura, se poi le sue conclusioni vengono ignorate per questioni di mera convenienza politica? Marilena Samperi, la relatrice della Giunta in aula, è stata molto chiara: “gli indizi di colpevolezza nei confronti dell’onorevole Cosentino sono gravi e riscontrati”. Come è possibile dunque ignorare sia gli indizi che le conclusioni, allo scopo di perseguire l’obiettivo per nulla attinente di sconfiggere l’ala dei maroniani e rinsaldare un fronte di alleanze utile in vista di possibili elezioni a Giugno? Quale distanza immensa si è frapposta tra gli elettori e le mitologiche arche del potere che, grazie al patto di rappresentanza stretto con i primi, veleggiano come il vascello fantasma dell’Olandese Volante, lassù tra le nuvole, ormai prive di qualunque ancora terrena?

Forse per questo i giornali si concentrano sui risultati del voto e sul trenino dei festeggiamenti, tralasciando di spiegarvi su cosa la Camera ha davvero votato ieri. Se l’opinione pubblica si concentrasse sulla relazione della Giunta, anziché sui tristi giochi di palazzo, forse l’indignazione troverebbe finalmente un varco per montare.

Allora, in questo irrespirabile fumus che non è persecutionis, ma distrationis (dal latino maccheronico), la relazione Samperi l’ho cercata io. Si trova a pagina 32 del corposo PDF contenente gli atti della seduta n.569, quella di ieri. Leggetelo e fatelo leggere: parla da solo.

LA RELAZIONE SAMPERI
Perché la Giunta per le autorizzazioni pensa che Cosentino debba essere arrestato?

Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la brevità del tempo a mia disposizione a fronte di un’ordinanza cautelare molto complessa mi impone di darla per letta e adesso la riassumerò brevemente.

L’inchiesta napoletana si inserisce in un quadro socioeconomico e politico assai degradato dove impera la camorra, quadro peraltro ben noto al Parlamento per essere stato rappresentato nel documento conclusivo della Commissione di inchiesta sulla mafia votato all’unanimità nel 2008. Il contesto è quello delle relazioni tra il ceto politico operante nel comune di Casal di Principe e l’organizzazione camorristica dei casalesi, un’osmosi – come si afferma nell’ordinanza – che genera effetti patologici nei settori più rilevanti della vita sociale e politica di quel territorio: quello elettorale, quello economico, e quello istituzionale.

Intorno a questo intreccio si muovono enormi interessi economici che si saldano con quelli dei politici nel momento elettorale. I principali protagonisti dell’inchiesta in esame, secondo l’autorità giudiziaria, sono l’allora sindaco di Casal di Principe, Cipriano Cristiano, i fratelli Corvino, Nicola Di Caterino, prima funzionario dell’ufficio tecnico di quello stesso comune e successivamente promotore della realizzazione della costruzione del centro commerciale Il Principe.

Il Corvino insieme a Cipriano Cristiano e a Di Caterino, tutti imparentati tra di loro e tutti inseriti nel tessuto amministrativo di Casal di Principe, intendono costruire un centro commerciale, ma il terreno non ha i requisiti richiesti per l’edificabilità e occorre un ingente finanziamento. L’iniziativa è volta in effetti a favorire il clan dei Casalesi e segnatamente le famiglie Schiavone e Russo. La mafiosità dell’iniziativa economica è certificata da un imponente quadro probatorio. La realizzazione del centro e i reati commessi per realizzarlo risultano essere finalizzati ad agevolare gli interessi del clan camorristico cui in definitiva, al di là del paravento della società a responsabilità limitata la Vian, il centro stesso era riferibile.

L’attività di indagine compiuta ha permesso di ricostruire le molteplici condotte illecite concernenti il rilascio del provvedimento di autorizzazione compiute nel corso della lunga e articolata procedura amministrativa che nel 2007 ha portato al rilascio del permesso per costruire: un permesso palesemente irregolare non solo perché si attesta falsamente che la Vian è già proprietaria del terreno ma anche perché adottato in difformità da quanto previsto nel piano regolatore generale. L’altro grosso ostacolo alla realizzazione dell’investimento consiste nella necessità per la Vian di ottenere un finanziamento legale. Si tratta di un affidamento fortemente a rischio perché richiesto in violazione di tutte le prescrizioni imposte dalla Banca d’Italia al fine di evitare infiltrazioni mafiose. Il ricorso al finanziamento ponte bancario è però indispensabile per dare all’operazione un’apparenza lecita. Ma la concessione del finanziamento bancario è quasi impossibile per l’impresa richiedente proprio perché avrebbe dovuto offrire solide garanzie, la dimostrazione di un consistente movimento di affari, una struttura produttiva funzionante. Al contrario la Vian aveva un capitale sociale di diecimila euro, nessun giro di affari, una fideiussione palesemente falsa a fronte di un investimento complessivo di 40 milioni di euro.

Ciò che viene contestato all’onorevole Cosentino sono proprio due interventi che si rileveranno determinanti per l’avvio del progetto di costruzione del centro commerciale Il Principe e che faranno superare resistenze altrimenti insuperabili. Uno riguarda il rilascio dell’autorizzazione amministrativa, l’altro il finanziamento bancario da parte di Unicredit per 5,5 milioni di euro. Mario Cacciapuoti, dirigente dell’UTC di Casal di Principe che avrebbe dovuto rilasciare il permesso a costruire, era interessato ad ottenere un appoggio politico per garantirsi il rinnovo dell’incarico al momento della scadenza. L’ordinanza del GIP, confermata dal tribunale del riesame sulla scorta di dichiarazioni, intercettazioni telefoniche e ambientali, considera provato l’avvenuto scambio corruttivo tra Mario Cacciapuoti e gli altri indagati avente ad oggetto lo scambio tra la riconferma al posto di dirigente dell’UTC dello stesso Cacciapuoti e gli illegittimi atti amministrativi relativi al costruendo centro commerciale.

Cipriano Cristiano pone all’onorevole Cosentino la nomina del Cacciapuoti come condizione essenziale. E Cacciapuoti, nel luglio 2006, viene rassicurato dallo stesso Cipriano, dopo un incontro con l’onorevole Cosentino, che tutto è a posto. Effettivamente Mario Cacciapuoti sarà nominato dirigente dell’UTC. Trovano così riscontro le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Raffaele Piccolo, Francesco Della Corte, Vargas, che individuano nell’onorevole Cosentino il referente politico di questa iniziativa.

Il secondo intervento contestato all’onorevole Cosentino è quello intervenuto sull’Unicredit per favorire l’erogazione del finanziamento in favore della Vian. Tale affidamento, basato su una fideiussione apparentemente concessa dal Monte dei Paschi di Siena e invece acquistata dal mediatore Flavio Pelliccioni in cambio di rilevanti somme di denaro e assegni postdatati, era, come si dice negli atti, palesemente falso, come risulta poi dai documenti sequestrati presso Unicredit. Il 14 febbraio 2007, una settimana dopo l’incontro tra l’onorevole Cosentino e i funzionari della filiale di Unicredit, Di Caterino ottiene il finanziamento. I riscontri sono costituiti da relazioni della polizia giudiziaria, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, accertamenti bancari, intercettazioni e documenti sequestrati.

Il GIP prima ed il giudice collegiale successivamente concordano nel ritenere che l’erogazione del finanziamento ha ricevuto l’avallo dell’onorevole Cosentino, che ha accettato di recarsi personalmente nell’oscura filiale romana dell’Unicredit per fornire garanzie politiche che fossero più affidabili di quelle economico-finanziarie, assolutamente inesistenti.

Sul fumus: dai fatti narrati emerge che gli indizi di colpevolezza nei confronti dell’onorevole Cosentino sono gravi e riscontrati, ma se ciò non bastasse, la pronunzia del tribunale del riesame avverso il ricorso proposto dall’onorevole Cosentino costituisce la pietra tombale su ogni e qualsiasi ipotesi di fumus persecutionis, giacché viene chiarito come la magistratura napoletana, ora nelle vesti del giudice per le indagini preliminari, ora nella veste del tribunale collegiale, esamina esclusivamente elementi oggettivi raccolti dagli inquirenti e non mostra alcuna animosità soggettiva nei confronti del collega Cosentino.

Concludo, signor Presidente: si deve quindi escludere che l’onorevole Cosentino possa essere considerato un perseguitato politico ed è per questo che la Giunta, nella sua maggioranza, chiede all’Aula di poter autorizzare la richiesta fatta dai giudici.

Byoblu

ComeDonChisciotte – I PERICOLI DEL 2012: QUANDO L’AUSTERITÀ MORDE SUL COLLO

Fonte: ComeDonChisciotte – I PERICOLI DEL 2012: QUANDO L’AUSTERITÀ MORDE SUL COLLO.

DI JOSEPH STIGLITZ
Common Dreams

L’anno 2011 sarà ricordato come l’epoca in cui i tanti ultra-ottimisti americani hanno iniziato a perdere le speranze. Il Presidente John F. Kennedy disse una volta che la marea che si alza solleva tutte le barche. Ma, con la risacca, gli americani stanno cominciando a vedere che non solo quelli che hanno gli alberi più lunghi sono rimasti più in alto, ma che molte delle più piccole imbarcazioni sono andate in frantumi nella loro veglia funebre.

In quel breve momento in cui la marea si stava davvero sollevando, milioni di persone pensarono di avere una buona possibilità di realizzare il proprio “Sogno americano”. Ora anche questi sogni stanno arretrando. Entro il 2011 i risparmi di quelli che avevano perso il lavoro nel 2008 o nel 2009 sono stati spesi. I sussidi di disoccupazione sono finiti. I titoli sul giornale che annunciano nuove assunzioni – ancora non sufficienti per tenere il passo col numero di quelli che sarebbero entrati normalmente nella forza lavoro – significano poco per i cinquantenni che hanno una flebile speranza di riavere un impiego..

Invece, le persone di mezza età che pensavano di rimanere disoccupati solo per qualche mese ora hanno capito che sono andati, forzatamente, in pensione. I giovani che si sono laureati con decine di migliaia di dollari di debito per l’istruzione non riescono a trovare niente. Le persone che si erano trasferiti da amici e parenti sono diventati dei senza casa. Gli immobili acquistati durante il boom dell’immobiliare sono ancora sul mercato o sono stati venduti in perdita. Più di sette milioni di famiglie americane hanno perso la propria abitazione.

Il ventre molle del boom finanziario della scorsa decade è rimasto scoperto anche in Europa. I tremori in Grecia e la devozione all’austerità dei governi nazionali hanno cominciato a chiedere un pesante pedaggio già dallo scorso anno. Il contagio si è diffuso all’Italia. La disoccupazione in Spagna, che era vicino al 20% sin dall’inizio della recessione, è salita ancora più in alto. L’impensabile – la fine dell’euro – comincia a sembrare una possibilità reale.

Questo anno potrebbe essere anche peggiore. È possibile, naturalmente, che gli Stati Uniti riescano a risolvere i propri problemi politici e finalmente adottino le misure di stimolo di cui hanno bisogno per abbattere disoccupazione al 6% o 7% (il livello di pre-crisi del 4% o 5% è una speranza eccessiva). Ma ciò è improbabile così come il fatto che l’Europa riesca a capire che la sola austerità non risolverà i suoi problemi.

Al contrario, l’austerità aggraverà la flessione economica. Senza crescita, la crisi del debito – e quella dell’euro – potrà solo peggiorare. E la lunga crisi iniziata col crollo della bolla immobiliare nel 2007 e la successiva recessione continueranno.

Inoltre, i paesi emergenti più importanti, che sono riusciti con successo a evitare le tempeste del 2008 e del 2009, potrebbero non riuscire ad affrontare i problemi che si profilano all’orizzonte. La crescita del Brasile si è già fermata, alimentando l’ansia fra i vicini dell’America Latina.

Nel frattempo, i problemi a lungo termine – tra cui il cambiamento climatico, le altre minacce ambientali e l’ineguaglianza in crescita nella maggioranza dei paesi del pianeta – non sono svaniti. Alcuni sono diventato più gravi. Ad esempio, l’alto livello di disoccupazione ha depresso i salari salario e ha aumentato la povertà.

La buona notizia è che occupandosi di questi problemi a lungo termine si potrebbe aiutare risolverli nel breve. Un incremento degli investimenti per purificare l’economia a causa del riscaldamento globale aiuterebbe a incentivare l’attività economica, la crescita e la creazione di posti di lavoro. Una tassazione più progressiva, ridistribuendo i redditi dalla vetta verso il centro e il fondo, ridurrebbe simultaneamente la disuguaglianza e aumentare gli impieghi aumentando la domanda totale. Imposte più alte ai più ricchi potrebbero generare introiti per finanziare la spesa pubblica e per fornire protezione sociale alle persone sfavorite, tra cui i disoccupati.

Anche senza allargare il deficit fiscale, gli incrementi di entrate e di spesa di un simile “bilancio equilibrato” abbasserebbe la disoccupazione e aumenterebbe la produzione. Comunque, la preoccupazione è che la politica e l’ideologia su ambo i lati dell’Atlantico, ma specialmente negli Stati Uniti, non permetterà che ciò avvenga. La fissazione sul deficit spingerà per le riduzioni della spesa sociale, peggiorando l’ineguaglianza. Allo stesso modo, la durevole attrazione per l’economia supply-side, malgrado tutte le evidenze contrarie (specialmente in un periodo in cui c’è alta disoccupazione) impedirà l’aumento delle tasse ai più ricchi.

Anche prima della crisi, c’era già un ribilanciamento del potere economico, una correzione di un’anomalia vecchia di 200 anni, dove la fetta asiatica del PIL globale era precipitata da quasi il 50% a meno del 10%. L’impegno pragmatico per la crescita che si può vedere in Asia e negli altri mercati oggi emergenti contrasta con le politiche fuorvianti dell’Occidente, che, guidate da una combinazione di ideologia e interessi particolari, sembra quasi riflettere un impegno a non crescere.

Di conseguenza, il ribilanciamento economico e globale potrebbe accelerare, aumentando quasi inevitabilmente la possibilità di tensioni politiche. Con tutti i problemi che ha di fronte l’economia globale, noi saremo fortunati se questi contrasti non cominceranno a manifestarsi nei prossimi dodici mesi.

**********************************************Fonte: The Perils of 2012: When Austerity Bites Back

13.01.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Bilancio della difesa: uno scandalo a danno dei servizi pubblici | STAMPA LIBERA

Fonte: Bilancio della difesa: uno scandalo a danno dei servizi pubblici | STAMPA LIBERA.

di: Alberto Stefanelli e Piero Maestri
In queste ultime settimane tra i tanti articoli sulla crisi economica, sulla manovre e i provvedimenti governativi, sulla necessità di cospicui tagli al bilancio dello Stato – si è affacciato un inizio di dibattito sul peso delle spese militari sullo stesso bilancio pubblico e sulla possibilità di riduzioni del bilancio della difesa, con particolare riferimento al programma di acquisto di 131 caccia F35 Strike fighter (spesa prevista intorno ai 15 miliardi di Euro).
Di questo ne siamo ben lieti: da quando abbiamo fondato la rivista Guerre&Pace nel “lontano” 1992, non è passato anno senza articoli, analisi, proposte sui temi delle spese militari e nette prese di posizione per un loro drastico taglio.
Purtroppo non ci pare sia davvero un dibattito serio, perché non sembra affrontare le questioni fondamentali e politicamente più rilevanti riguardo il bilancio militare: a cosa servono queste spese, il loro legame con i debito pubblico e l’intreccio tra imprese, banche e forze armate (in fondo si tratta ancora del “complesso militare-industriale” – ora più finanziario – di cui parlava il presidente Eisenhower).
Intendiamoci: quando le spese militari e il bilancio della difesa verranno tagliati, qualsiasi sia il motivo e l’entità, saremo comunque favorevoli. Non ci convince però – anzi ci preoccupa – che questo terreno venga affrontato da due punti di vista per noi insufficienti o addirittura fuorvianti: da una parte la polemica sulla “casta militare”, indubbiamente esistente – ma che rischia di mettere in secondo piano le più preoccupanti responsabilità politiche e di banche e imprese (con Finmeccanica in primo piano); dall’altra il rischio di assecondare la tendenza alla “razionalizzazione” delle spese militari, per avere comunque forze armate più efficienti. E qui sta la questione di fondo: efficienti per fare cosa? Le forze armate italiane sono state costruite negli ultimi 20 anni per fare la guerra – ed è quello che fanno le missioni internazionali (dall’Afghanistan alla Libia), dentro il quadro di un’Alleanza atlantica che ha assunto via via il ruolo di regolatore dell’ordine mondiale e di poliziotto che si auto-autorizza a applicare sanzioni a chi viola le sue regole.
L’esempio più lampante di queste tendenze è fornito dall’articolo di Repubblica intitolato “Monta la protesta contro i caccia F35: ‘Costano troppo, il governo non li compri’” .
Nessun ripensamento sul ruolo di quei cacciabombardieri o di altri sistemi d’arma (perché gli Eurofighter è bene che li compriamo? Il programma di questi ultimi è più costoso, tra l’altro… e della seconda portaerei, la Cavour, davvero non possiamo farne senza?), ma solo l’idea di qualche “aggiustamento”. E il meglio di sé lo dà la senatrice del Pd Roberta Pinotti, già presidente della Commissione Difesa della Camera tra il 2006 e il 2008, che dichiara: “Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l’acquisto a 40-50′‘, in buona compagnia con il dipartimento esteri dei democratici che “suggerisce a Monti una fase di “sospensione” e “ripensamento”.
Ora, la senatrice Pinotti, da sempre favorevole a tutte le guerre dell’Italia e quindi corresponsabile dei loro crimini, e sostenitrice degli aumenti delle spese militari (anche come supporto finanziario alle imprese come Finmeccanica) dovrebbe ricordarsi che la firma in fondo al “memorandum” del 2007 dell’accordo con gli Usa per gli F35 è quella del suo compagno di partito on. Forceri, uomo di Finmeccanica e già sottosegretario del governo Prodi (il governo che maggiormente aumentò le spese militari…) e che pensare di comprare 40/50 aerei inutili e dannosi non è una riduzione del danno, ma una sonora presa per i fondelli.

I dati delle spese belliche
Per discutere l’argomento è prima di tutto capire di quali cifre stiamo parlando.
Secondo gli ultimi dati disponibili del Sipri, uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionale sulle armi, l’Italia ha speso nel 2010 circa 26,6 miliardi per la difesa militare – a fronte dei 20,3 miliardi dichiarati dal ministero della difesa – posizionandosi ancora una volta al decimo posto nella classifica dei paesi che maggiormente spendono per i loro eserciti. Ma non si tratta di un’eccezione; sempre leggendo i dati Sipri l’Italia del nuovo millennio ha speso in media ogni anno circa 25 miliardi di euro per le spese militari. Molti di più di quanto dichiarato ufficialmente.
Per il 2012 il bilancio della Difesa è pari (con l’approvazione del bilancio dello Stato il 12/11/2011) a 19.962 milioni di euro suddivisi in 14,1 miliardi per esercito, marina e aeronautica e 5,8 miliardi per i Carabinieri. A questi numeri va aggiunto che nello stato di previsione del ministero dell’Economia è presente il fondo per le missioni internazionali di pace, incrementato con 700 milioni di euro dalla Legge di stabilità, raddoppiati poi dalla manovra Monti.
Lo stato di previsione del ministero dello Sviluppo Economico comprende poi 1.538,6 milioni di euro per interventi agevolativi per il settore aeronautico e 135 milioni di euro per lo sviluppo e l’acquisizione delle unità navali della classe Fremm. La Legge di Stabilità proroga al 31 dicembre 2012 l’utilizzo di personale delle Forze armate per le operazioni di controllo del territorio per una spesa complessiva di 72,8 milioni di euro.
Si arriva così a una spesa complessiva – verificata – di oltre 23 miliardi di euro, come riportato da il manifesto.

Un bilancio per le guerre
Ma a cosa servono queste spese? Lo ripetiamo, questo è l’argomento centrale.
Non si tratta solo dell’inutile aereo F35, un aereo da attacco dalle caratteristiche tecniche tali che lo rendono adatto ad una guerra contro altre superpotenze militari; questi soldi vengono bruciati anche per mantenere un carrozzone di 180.000 uomini (e donne) in cui, come rileva il rapporto di “Sbilanciamoci 2012”, i graduati (in aumento) sono più della truppa (in diminuzione) e i generali sono in proporzione più di quelli statunitensi. Una struttura con molti marescialli in soprannumero e magari inadatti, anagraficamente, alle nuove necessità operative.
La questione va molto oltre.
L’Italia, tra i membri fondatori, partecipa da sempre a pieno titolo alle attività della Nato. Il contributo economico diretto all’Alleanza Atlantica piazza l’Italia al quinto posto tra i paesi finanziatori (nel 2007 è stato di 138 milioni di euro su un totale di 1.874,5 milioni di euro, pari al 7,4% dei contributi totali versati dagli alleati) collocandola subito dopo Usa, Regno Unito, Germania e Francia.
Per adeguarsi ai requisiti della Nato l’Italia ha dato vita già da tempo ad un ampio programma di riarmo, attualmente in atto, che si traduce nell’acquisto di 121 caccia Eurofighter per un costo totale di 18 miliardi di euro, 6 miliardi per elicotteri da attacco e da trasporto, più di 7 miliardi per 12 fregate, 1,4 miliardi per la nuova portaerei, 1,9 miliaardi per 4 sommergibili, 1,5 miliardi per 249 blindati. Più ovviamente obici, siluri, missili, radar e tutto quanto serve per operare in guerra fuori dal territorio nazionale.
Mezzi che non sono solo risorse sprecate ma che fanno danni quando vengono impiegati per le guerre della Nato. Se negli ultimi anni le truppe impegnate all’estero si aggiravano tra gli 8.000/8.500 uomini, più della metà sono stati impegnati in missioni Nato (l’Italia è il quarto paese per contributi alle operazioni a guida Nato).
Tra queste non ultimo l’Afghanistan, dove l’Italia è presente con circa 4.000 soldati (3.918 a inizio settembre) con armamenti e attrezzature al seguito, che sono costati nel 2011 più di 800 milioni di euro, che porta il totale per i dieci anni di permanenza al seguito dell’alleato statunitense a circa 3,5 miliardi di euro (mentre il totale dei fondi destinati alle missioni militari nazionali dal 2001 si aggira sui 13 miliardi di euro).
L’enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste – come gli articoli pubblicati sul sito http://www.rivoltaildebito.org
hanno già più volte mostrato.
Per l’argomento che trattiamo ci sembrano due le questioni connesse: da una parte l’aumento del budget della difesa, malgrado la riduzione di altri capitoli di bilancio, come conseguenza di un rilancio dell’uso della forza militare come strumento connesso alla presenza economico-politica internazionale (come già recitava il Nuovo modello di difesa del 1991); dall’altra il sostegno pubblico all’industria bellica, in particolare alla galassia di Finmeccanica.
Come dicevamo, questa non è una caratteristica solamente italiana. La Grecia, pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del Pil alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l’anno).
L’Italia, come abbiamo visto, non è da meno, e con un debito pubblico di oltre 1.900 miliardi di euro continua ad avere il bilancio militare di cui abbiamo parlato – che ci ha fatto spendere negli ultimi 10 anni più di 200 miliardi di euro per la guerra secondo i dati ufficiali, ma ben 280 miliardi secondo il Sipri.
E’ chiaro che queste forte spesa militare ha contribuito al deficit pubblico e che il bilancio della difesa ha subito tagli decisamente ridicoli o inesistenti, ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici.
L’altro elemento è quello del sostegno pubblico mascherato all’industria bellica.
L’industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche, e anche se in questi ultimi 20 anni si sono susseguiti accordi internazionali, acquisizioni, joint-venturs, una società come Finmeccanica non potrebbe sviluppare il settore militare senza forti commesse pubbliche e senza un sostegno diretto e indiretto alle proprie produzioni.
Questo è quanto avvenuto, nello stesso periodo in cui entra in crisi la produzione civile di Fincantieri e la stessa Finmeccanica è in procinto di dismettere completamente la produzione di treni (vedi l’articolo di Marco Panaro (Meno treni e più armi. La death economy di Finmeccanica).
Il sostegno a questa impresa a capitale prevalentemente pubblico si è intrecciata nel nostro paese alle politiche di dismissioni industriali, agli scandali legati alla «cricca-economy» e in generale al legame tra politiche neoliberiste e guerre.
Un legame che viene messo in luce persino da un uomo come Innocenzo Cipolletta, già direttore di Confindustria e autore del libro “Banchieri, politici e militari” (Ed. Laterza), che in un convegno a Trento ha affermato: “Non si può comprendere la crisi del petrolio del 1974 senza la guerra del Vietnam e le tensioni in Medio Oriente. Analogamente la bolla finanziaria del 2008 è intimamente legata alle modalità con cui si è entrati in guerra contro il terrorismo internazionale. Il debito infatti si ingigantisce, e come nell’Antica Roma, chi è debitore è schiavo: in questo caso noi siamo schiavi dei mercati finanziari (le misure della BCE per esempio) che ci dicono come comportarci e quali correttivi introdurre, perdendo così la nostra sovranità”.
Su questi legami crisi-guerre-spese belliche-debito vogliamo tornarci prossimamente.

Un altro modello
per la “Difesa”
Arriviamo allora al punto che più ci interessa. Le spese militari italiane (ed europee) vanno drasticamente ridotte come conseguenza di una scelta politica precisa: non vogliamo più un modello di “difesa” pensato e strutturato per fare la guerra. Sia che si tratti di quello attuale con sprechi, privilegi e spese inutili; sia che si tratti di quello più “efficace” nel fare le guerre che vorrebbero il ministro Di Paola o il gen. Roberta Pinotti (e La Russa, prima di lei).
Non vogliamo più la partecipazione italiana alle guerre illegittime e alle missioni militari della Nato; vogliamo che l’Italia esca dalla Nato e questa “obsoleta” alleanza militare venga sciolta – o comunque che l’Europa scelga una postura internazionale pacifica e di cooperazione e co-sviluppo con il Mediterraneo, l’Asia, l’America latina e l’Africa.
È sulla base di queste scelte politiche che affrontiamo il nodo del taglio alle spese militari.
Non per arrivare a forze armate più pronte ed efficienti nel partecipare alle guerre della Nato, ma per un diverso modello di difesa.
Un modello di difesa che tenga conto che con l’equivalente di 15 giorni di guerra Emergency ha realizzato in Afghanistan tre centri chirurgici, 28 ambulatori e un centro di maternità e che l’intero programma di Emergency in Afghanistan si mantiene con l’equivalente di due giorni di presenza militare italiana.
Un modello di difesa che tenga conto, come ci ricordano i dati della campagna “Sbilanciamoci”, che con la stessa somma impiegata in dieci anni di missioni militari si potrebbero costruire, ad esempio, 3.000 nuovi asili nido che servirebbero un’utenza di 90.000 bambini, creando 20.000 posti di lavoro; inoltre installare 10 milioni di pannelli solari per 300.000 famiglie con la relativa creazione di 80.000 posti di lavoro e infine, sempre con la stessa cifra, mettere in sicurezza 1.000 scuole di cui beneficerebbero 380.000 studenti creando così altri 15.000 posti di lavoro.
Un modello di difesa che tenga conto del peso delle armi sullo sviluppo economico nazionale, come ci ricorda la ricerca della Brown University (Usa) che mostra come per ogni milione di dollari investito nel settore armi si creano 8 posti di lavoro, gli stessi posti che si otterrebbero con lo stesso investimento in programmi di sviluppo legati all’energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse). Che però diventerebbero 14 con lo stesso investimento nell’assistenza sanitaria, nel trasporto pubblico o nelle ferrovie; e che sarebbero 15 se l’investimento avvenisse nel sistema educativo pubblico e soltanto 12 se investito nella climatizzazione delle abitazioni.
Si può naturalmente partire dalla cancellazione dei programmi più scopertamente vergognosi e scandalosi – come quello che riguarda gli F35 – come, appunto, punto di partenza di una consapevolezza di una necessaria riconversione delle politiche e del sistema militare-industriale – non come strumento di razionalizzazione delle spese stesse, cercando pure il consenso in tempi di crisi e di ristrettezze di bilancio.
Tra l’altro, come hanno dimostrato più volte la rivista “Alteconomia” e il suo redattore Francesco Vignarca, non è prevista alcuna penale per l’uscita da quel programma – e gli stessi Usa stanno profondamente rivedendolo.

Non pagare il debito, tagliare le spese militari
In questo senso l’approccio è analogo a quello della campagna “Rivolta il debito”: il problema non è più principalmente “chi deve pagare il debito”, ma la consapevolezza che il debito pubblico che si è formato in Italia (come nel resto d’Europa) è in gran parte illegittimo e per questo non deve essere pagato affatto.
Lo stesso vale per il bilancio della difesa: va drasticamente tagliato perché si può e si deve fare a meno dello strumento delle forze armate come concepito dal “pensiero unico della difesa” che ha visto sempre concordi le forze politiche da An al Pd (con brutti scivoloni anche di Prc e dintorni…).
E una parte del debito pubblico si è formato anche per permettere di tenere alte le spese della difesa, come chiedevano la Nato e gli Usa: interessante al proposito uno studio del 1999 del Government Accountabilty Office del Congresso statunitense (Nato: implications of European Integration for Allies’defense spending) che sosteneva: “Essendo le spese per la difesa una porzione relativamente piccola del bilancio dello stato, dovrebbero essere facilmente protette dai tagli. Comunque, anche se il sostegno per i tagli alla difesa è minimo, potrebbe diventare un obiettivo attrattivo: la pressione per ulteriori aumenti per le pensioni e la sanità dovute all’invecchiamento della popolazione metteranno a rischi i bilanci futuri in molti paesi europei. Una forte crescita economica è chiaramente la chiave per fornire ai governi la flessibilità necessaria a equilibrare bisogni e risorse”. La storia di questi anni ci racconta come è andata: la crescita è stata debole, la spese per pensioni e sanità è diminuita e le spese militari sono aumentate – per la gioia dei nostri “alleati” statunitensi – e intanto aumentava il debito pubblico.
La campagna contro il pagamento del debito e quella contro le spese militari sono profondamente connesse; per questo una parte dell’audit dei cittadini sul debito pubblico dovrà riguardare le spese militari come forma specifica di illegittimità della destinazione dei fondi con cui si è formato il debito pubblico.

La versione originale e integrale su http://www.guerrepace.org/index.html

Tratto da: Il debito e le spese militari | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/01/12/il-debito-e-le-spese-militari/#ixzz1jLSVVzlZ
– Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

Uscire dall’euro come alternativa: il caso dell’Argentina | STAMPA LIBERA

Fonte: Uscire dall’euro come alternativa: il caso dell’Argentina | STAMPA LIBERA.

di Vicenç Navarro

 Una teoria che è stata promossa da importanti ambienti finanziari, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), è quella sviluppata da due dei suoi economisti, Ken Rogoff e Carmen Reinhart, sorprendentemente definiti in un recente articolo come “nuovi guru dell’ economia“, i quali sostengono che le recessioni causate da crisi finanziarie devono essere risolte lentamente dopo molti anni di ripresa lenta e dolorosa. Nei loro scritti, questi autori sottolineano i termini lenta e dolorosa. La promozione di questa teoria da parte del FMI e la sua accettazione nei mezzi di comunicazione finanziari ed economici neoliberali, si spiega nel fatto che, discolpa le politiche pubbliche responsabili dello scarso recupero delle economie europee e, più in particolare, quelle dei paesi sprezzantemente definiti come PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), suini in inglese.

Il problema di questa teoria è che facilmente si è dimostrata essere sbagliata. Cioè, ci sono prove per invalidano la sua tesi. Prendiamo, per esempio, quello che è successo in Argentina. Questo paese ha avuto un’enorme crisi finanziaria, dovuta in parte al fatto che il valore della sua valuta era fissato in euro (scusate, volevo dire in dollaro USA). Questa parità l’aveva portata ad avere un debito di 95.000 milioni di dollari. Era il discepolo prediletto del Fondo Monetario Internazionale, applicando le ricette di tale istituzione e raggiungendo un livello di debito impossibile da sostenere.
Quindi, contro il volere del FMI e con grande ostilità da parte di questa istituzione, alla fine del 2001, il governo argentino ha deciso di abbandonare l’ancoraggio al dollaro e non pagare il debito al prezzo fissato dal FMI. Il sistema finanziario argentino è crollato e tutte le profezie predicevano che l’Argentina sarebbe entrata in recessione – a livelli di depressione – per molti, molti anni. Fin qui la teoria di Rogoff e Reinhart.
I dati, tuttavia, mostrano l’errore di quegli autori. E’ vero che l’economia argentina diminuì nella prima metà dell’anno. Ma recuperò ben presto, e in tre anni il livello di attività economica e la crescita erano già identiche a quelle del periodo pre-recessione. Parte della soluzione fu quella di recuperare la propria moneta e una propria autonomia fiscale, garantita dalla propria Banca Centrale. Inoltre, non pagò il debito pubblico ai livelli richiesti, svalutandolo notevolmente. Tutto questo gli ha permesso di recuperare rapidamente, raggiungendo uno dei livelli di crescita economica più accentuati in America Latina, il doppio del Brasile, per esempio.
Questa crescita ha avuto un impatto attraverso politiche pubbliche redistributive, per migliorare il benessere delle masse popolari. La povertà e la povertà estrema sono state ridotte di due terzi dal 2002. La spesa pubblica sociale è triplicata nel periodo 2002-2010. E nel 2009, sviluppò un programma di trasferimenti pubblici all’infanzia, che ha riguardato 3,5 milioni di bambini, diventando il programma di riduzione della povertà infantile più ambizioso dell’America Latina. La disuguaglianza è diminuita. Nel 2001 i super-ricchi (il 5% del reddito superiore) avevano un reddito 32 volte quello dei poveri (il 5% di reddito inferiore). Nel 2010 era 17 volte.
E’ vero che l’inflazione era troppo elevata, anche per gli standard dell’America Latina. Un 20-25% all’anno. Bene, ora se i salari aumentano più dell’inflazione (come sta avvenendo) e la protezione sociale, continua a ridurre le disuguaglianze, l’impatto di tale inflazione è meno dannoso di quello che sembra. Inoltre, quest’inflazione può e deve essere abbassata, ma non può essere usata per negare le grandi conquiste dell’Argentina, il che spiega l’ampio sostegno popolare al proprio governo, ampiamente rieletto alle ultime elezioni (The Argentina Success Story and its implication. Center for Economic and Policy Research. 2011)
Per valutare l’esperienza argentina dovrebbe essere confrontata con ciò che sarebbe successo se non avesse cambiato le sue politiche. Come previsto da Reinhart e Rogoff, sarebbe stata per lungo tempo (dieci o quindici anni) in una ripresa lenta e dolorosa. Invece, ha recuperato ed è cresciuta rapidamente, distribuendo in modo più uniforme la ricchezza prodotta in questi anni.
La Spagna non è l’Argentina. Ma è importante studiare la possibile rilevanza di quell’esperienza per la Spagna. Lasciare l’euro non sarebbe la mia prima proposta per uscire dalla crisi. Penso che sia meglio iniziare a trasformare l’architettura dell’Unione Europea e dell’Eurozona con la costituzione di una Banca Centrale (la Banca Centrale Europea non è una banca centrale, per paradossale che sembra: in realtà è una lobby della banca), un Dipartimento Tesoro ed altre misure, tra cui la democratizzazione delle istituzioni dell’Unione Europea volta a costruire gli Stati Uniti d’Europa. Ma temo che il dominio neoliberista della struttura del governo dell’Eurozona e dell’Unione Europea impedisce questo sviluppo, in questo caso la situazione insostenibile attuale si perpetuerà (che è ciò che vuole il capitale finanziario).
Rivolta in Ungheria contro l’Unione Europea il 14 gennaio 2012
Così, tutte le alternative devono essere considerate, compresa l’uscita della Spagna (e di Grecia, Portogallo, Irlanda e anche dell’Italia, se lo si desidera) dall’euro. La sua permanenza nell’euro, senza fare riforme mirate, significherà la Grande Depressione per milioni di cittadini di questi paesi. Inoltre, la discussione di questa possibilità – di uscire dall’euro – faciliterebbe la mano della Spagna nei negoziati con il governo Merkel e Sarkozy, dal momento che questa uscita è l’ultima cosa che vogliono tali governi, giacchè significherebbe il crollo delle loro banche. Da ciò deriva l’urgenza di avviare il dibattito sull’uscita dall’euro della Spagna, dal momento che l’assenza di questo dibattito sta impoverendo il nostro paese.

Come i media spingono il mondo alla guerra – YouTube

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