Archivi del mese: gennaio 2012

E Monti sparisce dal sito web della Trilaterale

Mario Monti Sparisce dalla Commissione Trilaterale Claudio Messora Byoblu Byoblu.Com
Dopo due o tre giorni dalla pubblicazione del post “L’interrogazione UE contro Mario Monti sul Bilderberg e sulla Trilaterale“, che si chiudeva con la richiesta di certificare le dimissioni di Mario Monti dai ruoli direttivi ricoperti nella Commissione Trilaterale e nel Gruppo Bilderberg (visto che nei rispettivi siti web risultava ancora in carica) il Presidente del Consiglio italiano sparisce dalla pagina web della sezione Europea della Trilaterale, così come dall’elenco ufficiale dei suoi membri

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ComeDonChisciotte – NIENTE SALVATAGGI PER IL PIANETA

Fonte: ComeDonChisciotte – NIENTE SALVATAGGI PER IL PIANETA.

Perché, mentre è così facile salvare le banche, è così difficile salvare la biosfera?

DI GEORGE MONBIOT http://www.monbiot.com
Le banche le salvano in una giornata. Ma anche solo per pensare di salvare il pianeta ci vogliono decenni.

Lord Stern ha calcolato che sistemare il cambiamento climatico costerebbe circa l’1% del PIL mondiale, mentre restare fermi e lasciare che ci colpisca costa tra il 5 ed il 20%. L’uno per cento del PIL equivale, al momento, a 630 miliardi di dollari. Nel marzo del 2009, Bloomberg ha rivelato che la FED [Banca Centrale degli USA, ndt] ha destinato 7,77 trilioni di dollari alle banche. Si tratta solo di un contributo del governo: eppure tale somma equivale a 12 volte il costo annuale del cambiamento climatico globale. Aggiungendo i finanziamenti degli altri paesi la cifra si moltiplica di molto.

Questo sostegno è stato dato su richiesta: appena le banche hanno dichiarato di volere aiuto, lo hanno ottenuto. Nell’arco di un solo giorno, la FED ha reso disponibili 1,2 trilioni di dollari, più di quanto l’intero pianeta abbia messo a disposizione per il cambiamento climatico negli ultimi venti anni.

Tutto si è svolto senza condizioni e anche in segreto: ci sono voluti due anni perché i giornalisti potessero illustrarne i dettagli. Le banche hanno gridato “aiuto” e il governo ha semplicemente tirato fuori il portafogli. E va ricordato che il tutto è accaduto sotto George W. Bush, la cui amministrazione si era dichiarata fiscalmente conservatrice.

Ma far sì che il governo americano impieghi una qualsiasi forma di aiuto fiscale per il pianeta – anche solo un paio di miliardi – è come togliersi un dente. “Non ce lo possiamo permettere!”, urlano i Repubblicani (e molti tra i Democratici). Rovinerà l’economia! Torneremo a vivere in caverne!”

Spesso vengo colpito dalla retorica pomposa e selvaggia di coloro che accusano gli ambientalisti di diffondere il panico. “Se questi allarmisti facessero come vogliono, distruggerebbero l’intera economia”: questo è il genere di dichiarazione che si sente quasi tutti i giorni, senza alcuna parvenza di ironia.

Nessun legislatore, per quanto ne so, è ancora stato capace di spiegare perché ci si può permettere di destinare 7,7 trilioni di dollari alle banche, mentre non è possibile investire cifre molto più basse in nuove tecnologie e risparmio energetico.

Gli Stati Uniti e le altre nazioni hanno iniziato ad affrontare seriamente il problema del cambiamento climatico nel 1988. Tuttavia, non esiste ancora un accordo mondiale vincolante ed è improbabile che ce ne sarà uno entro il 2020, se mai avverrà. Gli accordi per salvare le banche vengono conclusi senza alcuna fatica nei summit economici, mentre fare progressi nei summit ambientali sembra come usare un asino per trainare un camion di 44 tonnellate.

Per fare un esempio, il risultato di Durban, dopo imprese sovrumane, è stato migliore di quanto temessero gli ambientalisti. Dopo Copenaghen e Cancun non sembrava plausibile che le nazioni ricche e quelle povere sarebbero mai state d’accordo per creare un giorno un trattato vincolante, ma lo hanno fatto. Questo non significa che il risultato è stato buono: anche se tutto andasse come pianificato, c’è ancora la probabilità che la temperatura si surriscaldi di più di due gradi, il che minaccia molti luoghi e molti abitanti della Terra.

Il resoconto più chiaro che io abbia letto finora riguardo le negoziazioni e l’esito dell’incontro di Durban è stato scritto da Mark Lynas, che ha partecipato come consigliere del presidente delle Maldive. Egli ha documentato la complessità bizantina del risultato di vent’anni di ostruzioni e tergiversazioni. Quando le nazioni potenti voglio fare qualcosa, lo fanno in modo semplice e veloce. Quando non vogliono, i loro accordi con gli altri paesi si trasformano in un nascondino.

Ecco alcuni punti chiave:

 

  • le negoziazioni più importanti si riducono a una battaglia tra due gruppi: l’Unione Europea, i paesi meno sviluppati e le piccole isole da un lato; gli USA, il Brasile, il Sud Africa, l’India e la Cina dall’altro, cercando di resistere alla pressione.
  • Il primo gruppo ha avuto in qualche modo successo: le altre nazioni hanno acconsentito a elaborare un accordo vincolante “applicabile a tutte le parti”. In altre parole, diversamente dal Protocollo di Kyoto che regola solo le emissioni di gas serra di un gruppo di paesi ricchi, questo accordo sarebbe valido per tutti, e comunque ciò non significa necessariamente che le nazioni dovranno ridurre le emissioni.
  • Il primo gruppo non è riuscito ad ottenerlo rapidamente. Le nazioni più povere volevano un risultato legalmente vincolante entro la fine dell’anno prossimo. Ma il gruppo USA-Cina ha spinto per il 2020 e ci sono riusciti. A meno che questa situazione non cambi, limitare l’aumento della temperatura globale a due gradi o meno risulta più difficile, se non impossibile.
  • Il Protocollo di Kyoto, sebbene rimanga in vigore fino al 2017 o 2020, è ad un punto morto. Di fatto, come suggerisce Lynas, a meno che le ambiguità in esso contenute vengano limitate, potrebbe risultare addirittura inutile, perché potrebbero minare gli impegni volontari che gli stati firmatari hanno contratto.
  • Le nazioni hanno accordato la creazione di un Green Climate Fund per aiutare i paesi in via di sviluppo a limitare le emissioni di gas serra e adattarsi all’impatto del surriscaldamento globale. Ma con tre eccezioni: la Corea del Sud, la Germania e la Danimarca hanno deciso di non investire denaro nel progetto. Il fondo dovrebbe ricevere 100 miliardi di dollari all’anno: un sacco di soldi, finché non vengono paragonati a quelli delle banche.
  • Da qui al 2020, possiamo solo fare affidamento sugli impegni volontari dei paesi. Secondo uno studio dell’ONU, queste iniziative mancano dei tagli necessari per impedire un aumento superiore ai due gradi, equivalenti a circa 6 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio.
  • Ma, pur riconoscendo i traguardi raggiunti dall’accordo di Durban, due gradi sono ancora troppi. Ha aumentato la possibilità di un impegno a mantenere l’incremento sotto un grado e mezzo di temperatura. Questo richiederebbe un programma di tagli molto più rapido di quanto previsto.

Quindi, perché risulta così facile salvare le banche e così difficile salvare la biosfera? Se per caso ci fosse bisogno di dimostrare che i nostri governi operano negli interessi dell’élite piuttosto che nell’interesse del mondo intero, ecco le prove.

**********************************************Fonte: No Bail-Out for the Planet

17.12.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

Fumus distrationis, la verità della Giunta su Cosentino – Cadoinpiedi

Fonte: Fumus distrationis, la verità della Giunta su Cosentino – Cadoinpiedi.
di Claudio Messora – 13 Gennaio 2012
“Gli indizi di colpevolezza nei confronti dell’onorevole Cosentino sono gravi e riscontrati”, recita la relazione Samperi. Pertanto, “si deve escludere che lo stesso possa essere considerato un perseguitato politico”. Un documento da leggere e far girare: parla da solo

Nicola Cosentino non va in galera. Sui quotidiani di oggi troverete i resoconti approfonditi delle strette di mano, dei batti-un-cinque, dei baci e degli abbracci del Parlamento all’onorevole di Casal di Principe. Nient’altro. Se per caso voleste cercare di capire di cosa non hanno discusso ieri alla Camera, nessuno si premunirà di raccontarvelo.

I fatti non sussistono, nel senso che è come se non esistessero proprio. Chi dice che c’è il fumus persecutionis, chi dice che è una vergogna: nessuno entra nel merito. Ma è proprio il merito che dovrebbe interessare ai cittadini. E’ il merito che consente all’opinione pubblica di prendere una posizione, non certo il vergognoso clima da stadio con il quale un Parlamento ridotto a clacque da avanspettacolo ha accolto l’esito del voto in aula, certificando una presa di posizione assunta sulla base degli interessi dei partiti, non su quelli degli italiani. Perché delle due l’una: o Cosentino doveva essere arrestato, e in quel caso non ci sarebbe stato nulla da festeggiare, o Cosentino non doveva essere arrestato, e questo significa che la magistratura, in un numero consistente di giudici e di organismi come il Tribunale del Riesame, è viziata dal fumo della persecuzione, e ci sarebbe stato da festeggiare ancor meno. La riprovevole esibizione di corporativismo cui abbiamo assistito, identica alle esultazioni per una vittoria sportiva, non è altro invece che un’autocertificazione di appartenenza alla casta. E’ come se i parlamentari avessero detto agli italiani: “Signori, noi proteggiamo noi stessi, le nostre alleanze politiche, la nostra stessa esistenza come organismo autonomo e indipendente dai cittadini, dai loro interessi ad avere un Parlamento privo di ombre e dubbi. Di voi, insomma, non ci interessa un bel niente”.

Se il voto fosse stato espressione dei contenuti dell’accusa, i toni sarebbero stati alquanto diversi. A cosa serve una Giunta per le Autorizzazioni che valuta le richieste della magistratura, se poi le sue conclusioni vengono ignorate per questioni di mera convenienza politica? Marilena Samperi, la relatrice della Giunta in aula, è stata molto chiara: “gli indizi di colpevolezza nei confronti dell’onorevole Cosentino sono gravi e riscontrati”. Come è possibile dunque ignorare sia gli indizi che le conclusioni, allo scopo di perseguire l’obiettivo per nulla attinente di sconfiggere l’ala dei maroniani e rinsaldare un fronte di alleanze utile in vista di possibili elezioni a Giugno? Quale distanza immensa si è frapposta tra gli elettori e le mitologiche arche del potere che, grazie al patto di rappresentanza stretto con i primi, veleggiano come il vascello fantasma dell’Olandese Volante, lassù tra le nuvole, ormai prive di qualunque ancora terrena?

Forse per questo i giornali si concentrano sui risultati del voto e sul trenino dei festeggiamenti, tralasciando di spiegarvi su cosa la Camera ha davvero votato ieri. Se l’opinione pubblica si concentrasse sulla relazione della Giunta, anziché sui tristi giochi di palazzo, forse l’indignazione troverebbe finalmente un varco per montare.

Allora, in questo irrespirabile fumus che non è persecutionis, ma distrationis (dal latino maccheronico), la relazione Samperi l’ho cercata io. Si trova a pagina 32 del corposo PDF contenente gli atti della seduta n.569, quella di ieri. Leggetelo e fatelo leggere: parla da solo.

LA RELAZIONE SAMPERI
Perché la Giunta per le autorizzazioni pensa che Cosentino debba essere arrestato?

Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la brevità del tempo a mia disposizione a fronte di un’ordinanza cautelare molto complessa mi impone di darla per letta e adesso la riassumerò brevemente.

L’inchiesta napoletana si inserisce in un quadro socioeconomico e politico assai degradato dove impera la camorra, quadro peraltro ben noto al Parlamento per essere stato rappresentato nel documento conclusivo della Commissione di inchiesta sulla mafia votato all’unanimità nel 2008. Il contesto è quello delle relazioni tra il ceto politico operante nel comune di Casal di Principe e l’organizzazione camorristica dei casalesi, un’osmosi – come si afferma nell’ordinanza – che genera effetti patologici nei settori più rilevanti della vita sociale e politica di quel territorio: quello elettorale, quello economico, e quello istituzionale.

Intorno a questo intreccio si muovono enormi interessi economici che si saldano con quelli dei politici nel momento elettorale. I principali protagonisti dell’inchiesta in esame, secondo l’autorità giudiziaria, sono l’allora sindaco di Casal di Principe, Cipriano Cristiano, i fratelli Corvino, Nicola Di Caterino, prima funzionario dell’ufficio tecnico di quello stesso comune e successivamente promotore della realizzazione della costruzione del centro commerciale Il Principe.

Il Corvino insieme a Cipriano Cristiano e a Di Caterino, tutti imparentati tra di loro e tutti inseriti nel tessuto amministrativo di Casal di Principe, intendono costruire un centro commerciale, ma il terreno non ha i requisiti richiesti per l’edificabilità e occorre un ingente finanziamento. L’iniziativa è volta in effetti a favorire il clan dei Casalesi e segnatamente le famiglie Schiavone e Russo. La mafiosità dell’iniziativa economica è certificata da un imponente quadro probatorio. La realizzazione del centro e i reati commessi per realizzarlo risultano essere finalizzati ad agevolare gli interessi del clan camorristico cui in definitiva, al di là del paravento della società a responsabilità limitata la Vian, il centro stesso era riferibile.

L’attività di indagine compiuta ha permesso di ricostruire le molteplici condotte illecite concernenti il rilascio del provvedimento di autorizzazione compiute nel corso della lunga e articolata procedura amministrativa che nel 2007 ha portato al rilascio del permesso per costruire: un permesso palesemente irregolare non solo perché si attesta falsamente che la Vian è già proprietaria del terreno ma anche perché adottato in difformità da quanto previsto nel piano regolatore generale. L’altro grosso ostacolo alla realizzazione dell’investimento consiste nella necessità per la Vian di ottenere un finanziamento legale. Si tratta di un affidamento fortemente a rischio perché richiesto in violazione di tutte le prescrizioni imposte dalla Banca d’Italia al fine di evitare infiltrazioni mafiose. Il ricorso al finanziamento ponte bancario è però indispensabile per dare all’operazione un’apparenza lecita. Ma la concessione del finanziamento bancario è quasi impossibile per l’impresa richiedente proprio perché avrebbe dovuto offrire solide garanzie, la dimostrazione di un consistente movimento di affari, una struttura produttiva funzionante. Al contrario la Vian aveva un capitale sociale di diecimila euro, nessun giro di affari, una fideiussione palesemente falsa a fronte di un investimento complessivo di 40 milioni di euro.

Ciò che viene contestato all’onorevole Cosentino sono proprio due interventi che si rileveranno determinanti per l’avvio del progetto di costruzione del centro commerciale Il Principe e che faranno superare resistenze altrimenti insuperabili. Uno riguarda il rilascio dell’autorizzazione amministrativa, l’altro il finanziamento bancario da parte di Unicredit per 5,5 milioni di euro. Mario Cacciapuoti, dirigente dell’UTC di Casal di Principe che avrebbe dovuto rilasciare il permesso a costruire, era interessato ad ottenere un appoggio politico per garantirsi il rinnovo dell’incarico al momento della scadenza. L’ordinanza del GIP, confermata dal tribunale del riesame sulla scorta di dichiarazioni, intercettazioni telefoniche e ambientali, considera provato l’avvenuto scambio corruttivo tra Mario Cacciapuoti e gli altri indagati avente ad oggetto lo scambio tra la riconferma al posto di dirigente dell’UTC dello stesso Cacciapuoti e gli illegittimi atti amministrativi relativi al costruendo centro commerciale.

Cipriano Cristiano pone all’onorevole Cosentino la nomina del Cacciapuoti come condizione essenziale. E Cacciapuoti, nel luglio 2006, viene rassicurato dallo stesso Cipriano, dopo un incontro con l’onorevole Cosentino, che tutto è a posto. Effettivamente Mario Cacciapuoti sarà nominato dirigente dell’UTC. Trovano così riscontro le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Raffaele Piccolo, Francesco Della Corte, Vargas, che individuano nell’onorevole Cosentino il referente politico di questa iniziativa.

Il secondo intervento contestato all’onorevole Cosentino è quello intervenuto sull’Unicredit per favorire l’erogazione del finanziamento in favore della Vian. Tale affidamento, basato su una fideiussione apparentemente concessa dal Monte dei Paschi di Siena e invece acquistata dal mediatore Flavio Pelliccioni in cambio di rilevanti somme di denaro e assegni postdatati, era, come si dice negli atti, palesemente falso, come risulta poi dai documenti sequestrati presso Unicredit. Il 14 febbraio 2007, una settimana dopo l’incontro tra l’onorevole Cosentino e i funzionari della filiale di Unicredit, Di Caterino ottiene il finanziamento. I riscontri sono costituiti da relazioni della polizia giudiziaria, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, accertamenti bancari, intercettazioni e documenti sequestrati.

Il GIP prima ed il giudice collegiale successivamente concordano nel ritenere che l’erogazione del finanziamento ha ricevuto l’avallo dell’onorevole Cosentino, che ha accettato di recarsi personalmente nell’oscura filiale romana dell’Unicredit per fornire garanzie politiche che fossero più affidabili di quelle economico-finanziarie, assolutamente inesistenti.

Sul fumus: dai fatti narrati emerge che gli indizi di colpevolezza nei confronti dell’onorevole Cosentino sono gravi e riscontrati, ma se ciò non bastasse, la pronunzia del tribunale del riesame avverso il ricorso proposto dall’onorevole Cosentino costituisce la pietra tombale su ogni e qualsiasi ipotesi di fumus persecutionis, giacché viene chiarito come la magistratura napoletana, ora nelle vesti del giudice per le indagini preliminari, ora nella veste del tribunale collegiale, esamina esclusivamente elementi oggettivi raccolti dagli inquirenti e non mostra alcuna animosità soggettiva nei confronti del collega Cosentino.

Concludo, signor Presidente: si deve quindi escludere che l’onorevole Cosentino possa essere considerato un perseguitato politico ed è per questo che la Giunta, nella sua maggioranza, chiede all’Aula di poter autorizzare la richiesta fatta dai giudici.

Byoblu

ComeDonChisciotte – I PERICOLI DEL 2012: QUANDO L’AUSTERITÀ MORDE SUL COLLO

Fonte: ComeDonChisciotte – I PERICOLI DEL 2012: QUANDO L’AUSTERITÀ MORDE SUL COLLO.

DI JOSEPH STIGLITZ
Common Dreams

L’anno 2011 sarà ricordato come l’epoca in cui i tanti ultra-ottimisti americani hanno iniziato a perdere le speranze. Il Presidente John F. Kennedy disse una volta che la marea che si alza solleva tutte le barche. Ma, con la risacca, gli americani stanno cominciando a vedere che non solo quelli che hanno gli alberi più lunghi sono rimasti più in alto, ma che molte delle più piccole imbarcazioni sono andate in frantumi nella loro veglia funebre.

In quel breve momento in cui la marea si stava davvero sollevando, milioni di persone pensarono di avere una buona possibilità di realizzare il proprio “Sogno americano”. Ora anche questi sogni stanno arretrando. Entro il 2011 i risparmi di quelli che avevano perso il lavoro nel 2008 o nel 2009 sono stati spesi. I sussidi di disoccupazione sono finiti. I titoli sul giornale che annunciano nuove assunzioni – ancora non sufficienti per tenere il passo col numero di quelli che sarebbero entrati normalmente nella forza lavoro – significano poco per i cinquantenni che hanno una flebile speranza di riavere un impiego..

Invece, le persone di mezza età che pensavano di rimanere disoccupati solo per qualche mese ora hanno capito che sono andati, forzatamente, in pensione. I giovani che si sono laureati con decine di migliaia di dollari di debito per l’istruzione non riescono a trovare niente. Le persone che si erano trasferiti da amici e parenti sono diventati dei senza casa. Gli immobili acquistati durante il boom dell’immobiliare sono ancora sul mercato o sono stati venduti in perdita. Più di sette milioni di famiglie americane hanno perso la propria abitazione.

Il ventre molle del boom finanziario della scorsa decade è rimasto scoperto anche in Europa. I tremori in Grecia e la devozione all’austerità dei governi nazionali hanno cominciato a chiedere un pesante pedaggio già dallo scorso anno. Il contagio si è diffuso all’Italia. La disoccupazione in Spagna, che era vicino al 20% sin dall’inizio della recessione, è salita ancora più in alto. L’impensabile – la fine dell’euro – comincia a sembrare una possibilità reale.

Questo anno potrebbe essere anche peggiore. È possibile, naturalmente, che gli Stati Uniti riescano a risolvere i propri problemi politici e finalmente adottino le misure di stimolo di cui hanno bisogno per abbattere disoccupazione al 6% o 7% (il livello di pre-crisi del 4% o 5% è una speranza eccessiva). Ma ciò è improbabile così come il fatto che l’Europa riesca a capire che la sola austerità non risolverà i suoi problemi.

Al contrario, l’austerità aggraverà la flessione economica. Senza crescita, la crisi del debito – e quella dell’euro – potrà solo peggiorare. E la lunga crisi iniziata col crollo della bolla immobiliare nel 2007 e la successiva recessione continueranno.

Inoltre, i paesi emergenti più importanti, che sono riusciti con successo a evitare le tempeste del 2008 e del 2009, potrebbero non riuscire ad affrontare i problemi che si profilano all’orizzonte. La crescita del Brasile si è già fermata, alimentando l’ansia fra i vicini dell’America Latina.

Nel frattempo, i problemi a lungo termine – tra cui il cambiamento climatico, le altre minacce ambientali e l’ineguaglianza in crescita nella maggioranza dei paesi del pianeta – non sono svaniti. Alcuni sono diventato più gravi. Ad esempio, l’alto livello di disoccupazione ha depresso i salari salario e ha aumentato la povertà.

La buona notizia è che occupandosi di questi problemi a lungo termine si potrebbe aiutare risolverli nel breve. Un incremento degli investimenti per purificare l’economia a causa del riscaldamento globale aiuterebbe a incentivare l’attività economica, la crescita e la creazione di posti di lavoro. Una tassazione più progressiva, ridistribuendo i redditi dalla vetta verso il centro e il fondo, ridurrebbe simultaneamente la disuguaglianza e aumentare gli impieghi aumentando la domanda totale. Imposte più alte ai più ricchi potrebbero generare introiti per finanziare la spesa pubblica e per fornire protezione sociale alle persone sfavorite, tra cui i disoccupati.

Anche senza allargare il deficit fiscale, gli incrementi di entrate e di spesa di un simile “bilancio equilibrato” abbasserebbe la disoccupazione e aumenterebbe la produzione. Comunque, la preoccupazione è che la politica e l’ideologia su ambo i lati dell’Atlantico, ma specialmente negli Stati Uniti, non permetterà che ciò avvenga. La fissazione sul deficit spingerà per le riduzioni della spesa sociale, peggiorando l’ineguaglianza. Allo stesso modo, la durevole attrazione per l’economia supply-side, malgrado tutte le evidenze contrarie (specialmente in un periodo in cui c’è alta disoccupazione) impedirà l’aumento delle tasse ai più ricchi.

Anche prima della crisi, c’era già un ribilanciamento del potere economico, una correzione di un’anomalia vecchia di 200 anni, dove la fetta asiatica del PIL globale era precipitata da quasi il 50% a meno del 10%. L’impegno pragmatico per la crescita che si può vedere in Asia e negli altri mercati oggi emergenti contrasta con le politiche fuorvianti dell’Occidente, che, guidate da una combinazione di ideologia e interessi particolari, sembra quasi riflettere un impegno a non crescere.

Di conseguenza, il ribilanciamento economico e globale potrebbe accelerare, aumentando quasi inevitabilmente la possibilità di tensioni politiche. Con tutti i problemi che ha di fronte l’economia globale, noi saremo fortunati se questi contrasti non cominceranno a manifestarsi nei prossimi dodici mesi.

**********************************************Fonte: The Perils of 2012: When Austerity Bites Back

13.01.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Bilancio della difesa: uno scandalo a danno dei servizi pubblici | STAMPA LIBERA

Fonte: Bilancio della difesa: uno scandalo a danno dei servizi pubblici | STAMPA LIBERA.

di: Alberto Stefanelli e Piero Maestri
In queste ultime settimane tra i tanti articoli sulla crisi economica, sulla manovre e i provvedimenti governativi, sulla necessità di cospicui tagli al bilancio dello Stato – si è affacciato un inizio di dibattito sul peso delle spese militari sullo stesso bilancio pubblico e sulla possibilità di riduzioni del bilancio della difesa, con particolare riferimento al programma di acquisto di 131 caccia F35 Strike fighter (spesa prevista intorno ai 15 miliardi di Euro).
Di questo ne siamo ben lieti: da quando abbiamo fondato la rivista Guerre&Pace nel “lontano” 1992, non è passato anno senza articoli, analisi, proposte sui temi delle spese militari e nette prese di posizione per un loro drastico taglio.
Purtroppo non ci pare sia davvero un dibattito serio, perché non sembra affrontare le questioni fondamentali e politicamente più rilevanti riguardo il bilancio militare: a cosa servono queste spese, il loro legame con i debito pubblico e l’intreccio tra imprese, banche e forze armate (in fondo si tratta ancora del “complesso militare-industriale” – ora più finanziario – di cui parlava il presidente Eisenhower).
Intendiamoci: quando le spese militari e il bilancio della difesa verranno tagliati, qualsiasi sia il motivo e l’entità, saremo comunque favorevoli. Non ci convince però – anzi ci preoccupa – che questo terreno venga affrontato da due punti di vista per noi insufficienti o addirittura fuorvianti: da una parte la polemica sulla “casta militare”, indubbiamente esistente – ma che rischia di mettere in secondo piano le più preoccupanti responsabilità politiche e di banche e imprese (con Finmeccanica in primo piano); dall’altra il rischio di assecondare la tendenza alla “razionalizzazione” delle spese militari, per avere comunque forze armate più efficienti. E qui sta la questione di fondo: efficienti per fare cosa? Le forze armate italiane sono state costruite negli ultimi 20 anni per fare la guerra – ed è quello che fanno le missioni internazionali (dall’Afghanistan alla Libia), dentro il quadro di un’Alleanza atlantica che ha assunto via via il ruolo di regolatore dell’ordine mondiale e di poliziotto che si auto-autorizza a applicare sanzioni a chi viola le sue regole.
L’esempio più lampante di queste tendenze è fornito dall’articolo di Repubblica intitolato “Monta la protesta contro i caccia F35: ‘Costano troppo, il governo non li compri’” .
Nessun ripensamento sul ruolo di quei cacciabombardieri o di altri sistemi d’arma (perché gli Eurofighter è bene che li compriamo? Il programma di questi ultimi è più costoso, tra l’altro… e della seconda portaerei, la Cavour, davvero non possiamo farne senza?), ma solo l’idea di qualche “aggiustamento”. E il meglio di sé lo dà la senatrice del Pd Roberta Pinotti, già presidente della Commissione Difesa della Camera tra il 2006 e il 2008, che dichiara: “Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l’acquisto a 40-50′‘, in buona compagnia con il dipartimento esteri dei democratici che “suggerisce a Monti una fase di “sospensione” e “ripensamento”.
Ora, la senatrice Pinotti, da sempre favorevole a tutte le guerre dell’Italia e quindi corresponsabile dei loro crimini, e sostenitrice degli aumenti delle spese militari (anche come supporto finanziario alle imprese come Finmeccanica) dovrebbe ricordarsi che la firma in fondo al “memorandum” del 2007 dell’accordo con gli Usa per gli F35 è quella del suo compagno di partito on. Forceri, uomo di Finmeccanica e già sottosegretario del governo Prodi (il governo che maggiormente aumentò le spese militari…) e che pensare di comprare 40/50 aerei inutili e dannosi non è una riduzione del danno, ma una sonora presa per i fondelli.

I dati delle spese belliche
Per discutere l’argomento è prima di tutto capire di quali cifre stiamo parlando.
Secondo gli ultimi dati disponibili del Sipri, uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionale sulle armi, l’Italia ha speso nel 2010 circa 26,6 miliardi per la difesa militare – a fronte dei 20,3 miliardi dichiarati dal ministero della difesa – posizionandosi ancora una volta al decimo posto nella classifica dei paesi che maggiormente spendono per i loro eserciti. Ma non si tratta di un’eccezione; sempre leggendo i dati Sipri l’Italia del nuovo millennio ha speso in media ogni anno circa 25 miliardi di euro per le spese militari. Molti di più di quanto dichiarato ufficialmente.
Per il 2012 il bilancio della Difesa è pari (con l’approvazione del bilancio dello Stato il 12/11/2011) a 19.962 milioni di euro suddivisi in 14,1 miliardi per esercito, marina e aeronautica e 5,8 miliardi per i Carabinieri. A questi numeri va aggiunto che nello stato di previsione del ministero dell’Economia è presente il fondo per le missioni internazionali di pace, incrementato con 700 milioni di euro dalla Legge di stabilità, raddoppiati poi dalla manovra Monti.
Lo stato di previsione del ministero dello Sviluppo Economico comprende poi 1.538,6 milioni di euro per interventi agevolativi per il settore aeronautico e 135 milioni di euro per lo sviluppo e l’acquisizione delle unità navali della classe Fremm. La Legge di Stabilità proroga al 31 dicembre 2012 l’utilizzo di personale delle Forze armate per le operazioni di controllo del territorio per una spesa complessiva di 72,8 milioni di euro.
Si arriva così a una spesa complessiva – verificata – di oltre 23 miliardi di euro, come riportato da il manifesto.

Un bilancio per le guerre
Ma a cosa servono queste spese? Lo ripetiamo, questo è l’argomento centrale.
Non si tratta solo dell’inutile aereo F35, un aereo da attacco dalle caratteristiche tecniche tali che lo rendono adatto ad una guerra contro altre superpotenze militari; questi soldi vengono bruciati anche per mantenere un carrozzone di 180.000 uomini (e donne) in cui, come rileva il rapporto di “Sbilanciamoci 2012”, i graduati (in aumento) sono più della truppa (in diminuzione) e i generali sono in proporzione più di quelli statunitensi. Una struttura con molti marescialli in soprannumero e magari inadatti, anagraficamente, alle nuove necessità operative.
La questione va molto oltre.
L’Italia, tra i membri fondatori, partecipa da sempre a pieno titolo alle attività della Nato. Il contributo economico diretto all’Alleanza Atlantica piazza l’Italia al quinto posto tra i paesi finanziatori (nel 2007 è stato di 138 milioni di euro su un totale di 1.874,5 milioni di euro, pari al 7,4% dei contributi totali versati dagli alleati) collocandola subito dopo Usa, Regno Unito, Germania e Francia.
Per adeguarsi ai requisiti della Nato l’Italia ha dato vita già da tempo ad un ampio programma di riarmo, attualmente in atto, che si traduce nell’acquisto di 121 caccia Eurofighter per un costo totale di 18 miliardi di euro, 6 miliardi per elicotteri da attacco e da trasporto, più di 7 miliardi per 12 fregate, 1,4 miliardi per la nuova portaerei, 1,9 miliaardi per 4 sommergibili, 1,5 miliardi per 249 blindati. Più ovviamente obici, siluri, missili, radar e tutto quanto serve per operare in guerra fuori dal territorio nazionale.
Mezzi che non sono solo risorse sprecate ma che fanno danni quando vengono impiegati per le guerre della Nato. Se negli ultimi anni le truppe impegnate all’estero si aggiravano tra gli 8.000/8.500 uomini, più della metà sono stati impegnati in missioni Nato (l’Italia è il quarto paese per contributi alle operazioni a guida Nato).
Tra queste non ultimo l’Afghanistan, dove l’Italia è presente con circa 4.000 soldati (3.918 a inizio settembre) con armamenti e attrezzature al seguito, che sono costati nel 2011 più di 800 milioni di euro, che porta il totale per i dieci anni di permanenza al seguito dell’alleato statunitense a circa 3,5 miliardi di euro (mentre il totale dei fondi destinati alle missioni militari nazionali dal 2001 si aggira sui 13 miliardi di euro).
L’enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste – come gli articoli pubblicati sul sito http://www.rivoltaildebito.org
hanno già più volte mostrato.
Per l’argomento che trattiamo ci sembrano due le questioni connesse: da una parte l’aumento del budget della difesa, malgrado la riduzione di altri capitoli di bilancio, come conseguenza di un rilancio dell’uso della forza militare come strumento connesso alla presenza economico-politica internazionale (come già recitava il Nuovo modello di difesa del 1991); dall’altra il sostegno pubblico all’industria bellica, in particolare alla galassia di Finmeccanica.
Come dicevamo, questa non è una caratteristica solamente italiana. La Grecia, pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del Pil alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l’anno).
L’Italia, come abbiamo visto, non è da meno, e con un debito pubblico di oltre 1.900 miliardi di euro continua ad avere il bilancio militare di cui abbiamo parlato – che ci ha fatto spendere negli ultimi 10 anni più di 200 miliardi di euro per la guerra secondo i dati ufficiali, ma ben 280 miliardi secondo il Sipri.
E’ chiaro che queste forte spesa militare ha contribuito al deficit pubblico e che il bilancio della difesa ha subito tagli decisamente ridicoli o inesistenti, ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici.
L’altro elemento è quello del sostegno pubblico mascherato all’industria bellica.
L’industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche, e anche se in questi ultimi 20 anni si sono susseguiti accordi internazionali, acquisizioni, joint-venturs, una società come Finmeccanica non potrebbe sviluppare il settore militare senza forti commesse pubbliche e senza un sostegno diretto e indiretto alle proprie produzioni.
Questo è quanto avvenuto, nello stesso periodo in cui entra in crisi la produzione civile di Fincantieri e la stessa Finmeccanica è in procinto di dismettere completamente la produzione di treni (vedi l’articolo di Marco Panaro (Meno treni e più armi. La death economy di Finmeccanica).
Il sostegno a questa impresa a capitale prevalentemente pubblico si è intrecciata nel nostro paese alle politiche di dismissioni industriali, agli scandali legati alla «cricca-economy» e in generale al legame tra politiche neoliberiste e guerre.
Un legame che viene messo in luce persino da un uomo come Innocenzo Cipolletta, già direttore di Confindustria e autore del libro “Banchieri, politici e militari” (Ed. Laterza), che in un convegno a Trento ha affermato: “Non si può comprendere la crisi del petrolio del 1974 senza la guerra del Vietnam e le tensioni in Medio Oriente. Analogamente la bolla finanziaria del 2008 è intimamente legata alle modalità con cui si è entrati in guerra contro il terrorismo internazionale. Il debito infatti si ingigantisce, e come nell’Antica Roma, chi è debitore è schiavo: in questo caso noi siamo schiavi dei mercati finanziari (le misure della BCE per esempio) che ci dicono come comportarci e quali correttivi introdurre, perdendo così la nostra sovranità”.
Su questi legami crisi-guerre-spese belliche-debito vogliamo tornarci prossimamente.

Un altro modello
per la “Difesa”
Arriviamo allora al punto che più ci interessa. Le spese militari italiane (ed europee) vanno drasticamente ridotte come conseguenza di una scelta politica precisa: non vogliamo più un modello di “difesa” pensato e strutturato per fare la guerra. Sia che si tratti di quello attuale con sprechi, privilegi e spese inutili; sia che si tratti di quello più “efficace” nel fare le guerre che vorrebbero il ministro Di Paola o il gen. Roberta Pinotti (e La Russa, prima di lei).
Non vogliamo più la partecipazione italiana alle guerre illegittime e alle missioni militari della Nato; vogliamo che l’Italia esca dalla Nato e questa “obsoleta” alleanza militare venga sciolta – o comunque che l’Europa scelga una postura internazionale pacifica e di cooperazione e co-sviluppo con il Mediterraneo, l’Asia, l’America latina e l’Africa.
È sulla base di queste scelte politiche che affrontiamo il nodo del taglio alle spese militari.
Non per arrivare a forze armate più pronte ed efficienti nel partecipare alle guerre della Nato, ma per un diverso modello di difesa.
Un modello di difesa che tenga conto che con l’equivalente di 15 giorni di guerra Emergency ha realizzato in Afghanistan tre centri chirurgici, 28 ambulatori e un centro di maternità e che l’intero programma di Emergency in Afghanistan si mantiene con l’equivalente di due giorni di presenza militare italiana.
Un modello di difesa che tenga conto, come ci ricordano i dati della campagna “Sbilanciamoci”, che con la stessa somma impiegata in dieci anni di missioni militari si potrebbero costruire, ad esempio, 3.000 nuovi asili nido che servirebbero un’utenza di 90.000 bambini, creando 20.000 posti di lavoro; inoltre installare 10 milioni di pannelli solari per 300.000 famiglie con la relativa creazione di 80.000 posti di lavoro e infine, sempre con la stessa cifra, mettere in sicurezza 1.000 scuole di cui beneficerebbero 380.000 studenti creando così altri 15.000 posti di lavoro.
Un modello di difesa che tenga conto del peso delle armi sullo sviluppo economico nazionale, come ci ricorda la ricerca della Brown University (Usa) che mostra come per ogni milione di dollari investito nel settore armi si creano 8 posti di lavoro, gli stessi posti che si otterrebbero con lo stesso investimento in programmi di sviluppo legati all’energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse). Che però diventerebbero 14 con lo stesso investimento nell’assistenza sanitaria, nel trasporto pubblico o nelle ferrovie; e che sarebbero 15 se l’investimento avvenisse nel sistema educativo pubblico e soltanto 12 se investito nella climatizzazione delle abitazioni.
Si può naturalmente partire dalla cancellazione dei programmi più scopertamente vergognosi e scandalosi – come quello che riguarda gli F35 – come, appunto, punto di partenza di una consapevolezza di una necessaria riconversione delle politiche e del sistema militare-industriale – non come strumento di razionalizzazione delle spese stesse, cercando pure il consenso in tempi di crisi e di ristrettezze di bilancio.
Tra l’altro, come hanno dimostrato più volte la rivista “Alteconomia” e il suo redattore Francesco Vignarca, non è prevista alcuna penale per l’uscita da quel programma – e gli stessi Usa stanno profondamente rivedendolo.

Non pagare il debito, tagliare le spese militari
In questo senso l’approccio è analogo a quello della campagna “Rivolta il debito”: il problema non è più principalmente “chi deve pagare il debito”, ma la consapevolezza che il debito pubblico che si è formato in Italia (come nel resto d’Europa) è in gran parte illegittimo e per questo non deve essere pagato affatto.
Lo stesso vale per il bilancio della difesa: va drasticamente tagliato perché si può e si deve fare a meno dello strumento delle forze armate come concepito dal “pensiero unico della difesa” che ha visto sempre concordi le forze politiche da An al Pd (con brutti scivoloni anche di Prc e dintorni…).
E una parte del debito pubblico si è formato anche per permettere di tenere alte le spese della difesa, come chiedevano la Nato e gli Usa: interessante al proposito uno studio del 1999 del Government Accountabilty Office del Congresso statunitense (Nato: implications of European Integration for Allies’defense spending) che sosteneva: “Essendo le spese per la difesa una porzione relativamente piccola del bilancio dello stato, dovrebbero essere facilmente protette dai tagli. Comunque, anche se il sostegno per i tagli alla difesa è minimo, potrebbe diventare un obiettivo attrattivo: la pressione per ulteriori aumenti per le pensioni e la sanità dovute all’invecchiamento della popolazione metteranno a rischi i bilanci futuri in molti paesi europei. Una forte crescita economica è chiaramente la chiave per fornire ai governi la flessibilità necessaria a equilibrare bisogni e risorse”. La storia di questi anni ci racconta come è andata: la crescita è stata debole, la spese per pensioni e sanità è diminuita e le spese militari sono aumentate – per la gioia dei nostri “alleati” statunitensi – e intanto aumentava il debito pubblico.
La campagna contro il pagamento del debito e quella contro le spese militari sono profondamente connesse; per questo una parte dell’audit dei cittadini sul debito pubblico dovrà riguardare le spese militari come forma specifica di illegittimità della destinazione dei fondi con cui si è formato il debito pubblico.

La versione originale e integrale su http://www.guerrepace.org/index.html

Tratto da: Il debito e le spese militari | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/01/12/il-debito-e-le-spese-militari/#ixzz1jLSVVzlZ
– Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

Uscire dall’euro come alternativa: il caso dell’Argentina | STAMPA LIBERA

Fonte: Uscire dall’euro come alternativa: il caso dell’Argentina | STAMPA LIBERA.

di Vicenç Navarro

 Una teoria che è stata promossa da importanti ambienti finanziari, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), è quella sviluppata da due dei suoi economisti, Ken Rogoff e Carmen Reinhart, sorprendentemente definiti in un recente articolo come “nuovi guru dell’ economia“, i quali sostengono che le recessioni causate da crisi finanziarie devono essere risolte lentamente dopo molti anni di ripresa lenta e dolorosa. Nei loro scritti, questi autori sottolineano i termini lenta e dolorosa. La promozione di questa teoria da parte del FMI e la sua accettazione nei mezzi di comunicazione finanziari ed economici neoliberali, si spiega nel fatto che, discolpa le politiche pubbliche responsabili dello scarso recupero delle economie europee e, più in particolare, quelle dei paesi sprezzantemente definiti come PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), suini in inglese.

Il problema di questa teoria è che facilmente si è dimostrata essere sbagliata. Cioè, ci sono prove per invalidano la sua tesi. Prendiamo, per esempio, quello che è successo in Argentina. Questo paese ha avuto un’enorme crisi finanziaria, dovuta in parte al fatto che il valore della sua valuta era fissato in euro (scusate, volevo dire in dollaro USA). Questa parità l’aveva portata ad avere un debito di 95.000 milioni di dollari. Era il discepolo prediletto del Fondo Monetario Internazionale, applicando le ricette di tale istituzione e raggiungendo un livello di debito impossibile da sostenere.
Quindi, contro il volere del FMI e con grande ostilità da parte di questa istituzione, alla fine del 2001, il governo argentino ha deciso di abbandonare l’ancoraggio al dollaro e non pagare il debito al prezzo fissato dal FMI. Il sistema finanziario argentino è crollato e tutte le profezie predicevano che l’Argentina sarebbe entrata in recessione – a livelli di depressione – per molti, molti anni. Fin qui la teoria di Rogoff e Reinhart.
I dati, tuttavia, mostrano l’errore di quegli autori. E’ vero che l’economia argentina diminuì nella prima metà dell’anno. Ma recuperò ben presto, e in tre anni il livello di attività economica e la crescita erano già identiche a quelle del periodo pre-recessione. Parte della soluzione fu quella di recuperare la propria moneta e una propria autonomia fiscale, garantita dalla propria Banca Centrale. Inoltre, non pagò il debito pubblico ai livelli richiesti, svalutandolo notevolmente. Tutto questo gli ha permesso di recuperare rapidamente, raggiungendo uno dei livelli di crescita economica più accentuati in America Latina, il doppio del Brasile, per esempio.
Questa crescita ha avuto un impatto attraverso politiche pubbliche redistributive, per migliorare il benessere delle masse popolari. La povertà e la povertà estrema sono state ridotte di due terzi dal 2002. La spesa pubblica sociale è triplicata nel periodo 2002-2010. E nel 2009, sviluppò un programma di trasferimenti pubblici all’infanzia, che ha riguardato 3,5 milioni di bambini, diventando il programma di riduzione della povertà infantile più ambizioso dell’America Latina. La disuguaglianza è diminuita. Nel 2001 i super-ricchi (il 5% del reddito superiore) avevano un reddito 32 volte quello dei poveri (il 5% di reddito inferiore). Nel 2010 era 17 volte.
E’ vero che l’inflazione era troppo elevata, anche per gli standard dell’America Latina. Un 20-25% all’anno. Bene, ora se i salari aumentano più dell’inflazione (come sta avvenendo) e la protezione sociale, continua a ridurre le disuguaglianze, l’impatto di tale inflazione è meno dannoso di quello che sembra. Inoltre, quest’inflazione può e deve essere abbassata, ma non può essere usata per negare le grandi conquiste dell’Argentina, il che spiega l’ampio sostegno popolare al proprio governo, ampiamente rieletto alle ultime elezioni (The Argentina Success Story and its implication. Center for Economic and Policy Research. 2011)
Per valutare l’esperienza argentina dovrebbe essere confrontata con ciò che sarebbe successo se non avesse cambiato le sue politiche. Come previsto da Reinhart e Rogoff, sarebbe stata per lungo tempo (dieci o quindici anni) in una ripresa lenta e dolorosa. Invece, ha recuperato ed è cresciuta rapidamente, distribuendo in modo più uniforme la ricchezza prodotta in questi anni.
La Spagna non è l’Argentina. Ma è importante studiare la possibile rilevanza di quell’esperienza per la Spagna. Lasciare l’euro non sarebbe la mia prima proposta per uscire dalla crisi. Penso che sia meglio iniziare a trasformare l’architettura dell’Unione Europea e dell’Eurozona con la costituzione di una Banca Centrale (la Banca Centrale Europea non è una banca centrale, per paradossale che sembra: in realtà è una lobby della banca), un Dipartimento Tesoro ed altre misure, tra cui la democratizzazione delle istituzioni dell’Unione Europea volta a costruire gli Stati Uniti d’Europa. Ma temo che il dominio neoliberista della struttura del governo dell’Eurozona e dell’Unione Europea impedisce questo sviluppo, in questo caso la situazione insostenibile attuale si perpetuerà (che è ciò che vuole il capitale finanziario).
Rivolta in Ungheria contro l’Unione Europea il 14 gennaio 2012
Così, tutte le alternative devono essere considerate, compresa l’uscita della Spagna (e di Grecia, Portogallo, Irlanda e anche dell’Italia, se lo si desidera) dall’euro. La sua permanenza nell’euro, senza fare riforme mirate, significherà la Grande Depressione per milioni di cittadini di questi paesi. Inoltre, la discussione di questa possibilità – di uscire dall’euro – faciliterebbe la mano della Spagna nei negoziati con il governo Merkel e Sarkozy, dal momento che questa uscita è l’ultima cosa che vogliono tali governi, giacchè significherebbe il crollo delle loro banche. Da ciò deriva l’urgenza di avviare il dibattito sull’uscita dall’euro della Spagna, dal momento che l’assenza di questo dibattito sta impoverendo il nostro paese.

Come i media spingono il mondo alla guerra – YouTube

Come i media spingono il mondo alla guerra – YouTube.

IL MOVIMENTO DEI FORCONI È IL RISCATTO DEL SUD – Cadoinpiedi

Fonte: IL MOVIMENTO DEI FORCONI È IL RISCATTO DEL SUD – Cadoinpiedi.

di Pino Aprile – 17 Gennaio 2012
Li ho incontrati alla scuola di politica di Filaga sui monti Sicani. Mi dissero: siamo alla disperazione, pronti alle armi, ci manca solo un leader. Ed io risposi: guardate che non ho fatto neanche il militare! Non rivogliono il Regno delle due Sicilie ma sono stanchi di essere depredati e di recitare il ruolo di “Bancomat d’Italia”

In Sicilia il Movimento dei Forconi blocca la regione. I giornali ignorano il fatto. E c’è chi ipotizza strani legami politici dietro queste proteste. Lei cosa ne pensa?

Ogni volta che il Sud protesta, e vi assicuro che ha tonnellate di ragioni per farlo, si trova sempre qualche motivo per infamare le ragioni della protesta. Io a questo movimento ho dedicato un capitolo del mio ultimo libro “Giù al sud”, quando non ne parlava nessuno. Li avevo incontrati alla scuola di politica di Filaga sui monti Sicani, creata da padre Ennio Pintacuda, e avevo scoperto un mondo di cui l’Italia non sa nulla, perché se il Sud non è mafia, non è camorra, non è notizia.
Mi raccontarono che in 3 anni, su 200 mila aziende agricole, 50 mila erano state sequestrate, messe all’asta; mi raccontarono di gente che da generazioni coltivava quelle terre, che era scomparsa dall’oggi al domani in silenzio per pudore…tragedie vissute nel silenzio, all’interno delle famiglie.
Qualcuno mi si avvicinò e mi disse: noi siamo alla disperazione, pronti alle armi, ci manca solo un leader e io risposi: guardate che non ho fatto neanche il militare!
Questo è emblematico del grado di disperazione di questa gente.

Il Regno delle due Sicilie era ricchissimo. Poi l’impoverimento, la fuga del Sud. Un’emigrazione che continua anche oggi. Perché?

Ci sono almeno tre argomenti enormi nella sua domanda. Il primo, è l’impoverimento del Sud, un territorio che è esistito per oltre 700 anni con quei confini, con quella gente, e che il Regno delle due Sicilie ereditò e poi gestì per 127 anni. Per chi voglia fare dei paragoni, 127 anni è più di quanto è durato il Regno d’Italia, 85 per i Savoia, è più di quanto è durata la Repubblica italiana, è quasi quanto sono durati il Regno d’Italia e la Repubblica italiana messi insieme. Quella era una dinastia divenuta autoctona, perché creò le prime aree industriali in Italia: basta andarsi a leggere i documenti de “L’ Invenzione del mezzogiorno” scritto da Nicola Zitara, e anche tanti altri libri.
L’invasione del sud con annessione comportò la distruzione dell’economia del Sud, la chiusura dei più grandi stabilimenti siderurgici d’Italia che erano in Calabria, l’eccidio, con sparatorie, delle maestranze che volevano impedirlo, la devastazione delle più grandi e efficienti officine meccaniche d’Italia che erano nel napoletano, l’asportazione dei lingotti d’oro, della ricchezza del Regno delle due Sicilie. Tutto questo comportò una ventina d’anni dopo, oltre alla reazione armata di quelli che furono chiamati briganti, che agivano per difendere il proprio paese, l’abbandono della propria terra da parte dei meridionali, un fatto questo che non era mai accaduto in decine di millenni. L’emigrazione dal sud, secondo varie stime, ha portato via 20/25 milioni di meridionali in 90 anni.
Rispetto al passato oggi è cambiato poco o nulla. Un esempio? Il Comitato interministeriale di programmazione economica divide le quote da sbloccare, che spesso sono soldi destinati al sud, per 200 quote e destina 199 quote al nord e una al sud. Con Monti le quote, anche perché i soldi sono diminuiti, sono state circa 40, di cui 39 al nord e una al sud e in tutto il programma di Monti non c’è una parola per il sud. E poi ci si meraviglia delle proteste? I cittadini del Sud vogliono solo rispetto, attenzione ed essere considerati alla pari degli altri cittadini di questo paese.
Del movimento dei forconi fanno parte anche i pastori sardi, guidati da Felice Floris. Ricordo che quando ci furono 100 mila forme di parmigiano invendute, l’allora governo a trazione leghista le fece acquistare con i soldi destinati al mezzogiorno; quando ci fu il pecorino invenduto per i sardi, l’allora governo mandò la polizia a spaccare le teste dei sardi a randellate in Sardegna, e quando i sardi presero il traghetto per andare a Roma, li aspettarono sul molo a Civitavecchia a spaccargli le teste preventivamente, prima ancora che arrivassero nella Capitale a manifestare.
I soldi che hanno usano per il parmigiano erano stati stanziati per il sud! Poi ci si meraviglia se la gente si organizza…In Sicilia il movimento dei forconi ha cominciato a protestare dopo l’ennesimo suicidio di un signore che si è lanciato dalla sua terrazza con una corda legata al collo.

E’ ipotizzabile che la crisi economia spazzi via l’Italia e riporti ad assetti pre-unitari?

Queste sono sciocchezze che tendono a nascondere la serietà e la profondità delle argomentazioni per cui il sud protesta.
Dal Meridione sono andati via negli ultimi 10 anni 700 mila giovani laureati. In qualsiasi paese qualunque governo di destra o di sinistra si sarebbe occupato di questo problema. La verità è che nessuno lo vuole risolvere, perché questo è un affare per una parte del paese. Solo per far studiare i suoi figli e poi regalarli al nord, il sud spende circa 3 miliardi di Euro all’anno. Come dimostrano gli studi fatti sull’argomento, formare un laureato costa dalle scuole materne alla laurea 300 mila Euro, ma per quelli fuori sede la cifra aumenta di circa 100 mila. 23 mila studenti meridionali ogni anno si spostano al nord, fate voi i conti.
Una laurea dura in genere, sono calcoli de “Il Sole 24 ore” circa 7 anni, moltiplicate per 7 e avrete il salasso del sud a favore del nord per regalargli una classe dirigente a proprie spese. Questo solo per l’istruzione. Poi pensiamo ai trasporti: sono stati cancellati da un improponibile, impresentabile amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato tutti, ma proprio tutti, i treni diretti sud – nord, il paese è stato spezzato in due nell’anno del 150° anniversario della cosiddetta unità. E ancora, il 90% degli aerei che partono dal sud deve pagare pedaggio a Malpensa, solo per far vivere un aeroporto che non doveva esistere. Per andare da Palermo a Tunisi bisogna prendere l’aereo per Malpensa e poi da Malpensa andare a Tunisi. Dovrà finire questa porcheria!
Un ultimo aneddoto, che ho raccontato nel mio libro “Terroni”: alcuni miei amici di Bari per andare a Milano si vedevano costretti a pagare all’Alitalia un biglietto più costoso del Bari -New York. Allora, per risparmiare, compravano il biglietto per New York, arrivavano a Malpensa, scendevano, strappavano il biglietto e andavano a Milano! Il sud è il Bancomat d’Italia, continuamente insultato con l’epiteto di “ladro”. In realtà, è l’unico caso al mondo nella storia dell’umanità di un ladro che più ruba e più si impoverisce, di un derubato che più viene derubato e più si arricchisce. Ci sarà qualcosa di strano?

ComeDonChisciotte – IN SICILIA, LE CINQUE GIORNATE DEI FORCONI

Fonte: ComeDonChisciotte – IN SICILIA, LE CINQUE GIORNATE DEI FORCONI.

DI DEBORA BILLI
crisis.blogosfere.it

Si scrive Forconi con la “F” maiuscola, in realtà, ma lo spirito è quello: una rivolta per occupare tutti i punti strategici della Sicilia. E’ cominciata oggi, e non ne parla praticamente nessuno a parte la stampa locale. Eppure, sembra una notizia da prima pagina. Su Il Cambiamento c’è un’intervista ad uno dei leader del Movimento dei Forconi, in cui sono rappresentati agricoltori, artigiani, allevatori, pastori, autostrasportatori, che chiedono

 

defiscalizzazione dei carburanti e dell’energia elettrica, potremmo parlare di blocco delle procedure esecutive della Serit-Equitalia, potremmo parlare di Piano di Sviluppo Rurale siciliano, potremmo parlare dell’intervento della Giustizia affinché si penalizzi e si lotti contro  il taroccaggio dei prodotti

e che da oggi 16 gennaio annunciano:

 

la nostra intenzione è quella di fermare pacificamente l’intera Sicilia bloccando i punti cruciali del trasporto regionale. Saremo sui porti, sulle autostrade e sugli scorrimenti veloci di ogni parte della regione, saremo nei pressi delle raffinerie di Gela e Priolo, ecc.

Non si tratta di sogni velleitari. La protesta è già in corso, con conseguenze imprevedibili come l’assalto ai supermercati e ai benzinai avvenuto a Gela, dove i cittadini terrorizzati di rimanere senza rifornimenti hanno forse esagerato un filino in paranoia. La ricaduta sta infatti avvenendo anche sui negozi, che rimarranno chiusi, e sulle scuole.

 

Qualora non ve importi nulla, sappiate che i Forconi stanno meditando anche di bloccare del tutto il trasporto dei carburanti dalle raffinerie siciliane, che producono ben il 50% della benzina consumata nel nostro Paese. Scommetto che ora ve ne importa di più.

 

La protesta durerà fino al 20 gennaio. Chissà se si estenderà a bersagli più succulenti, o si finirà come al solito a parlare di “caste”. Anche se la casta dei pastori siciliani non mi pare poi così tremendamente privilegiata.

Debora Billi
Fonte: http://crisis.blogosfere.it/
Link: http://crisis.blogosfere.it/2012/01/in-sicilia-le-cinque-giornate-dei-forconi.html
17.01.2012

ComeDonChisciotte – DAL FINANZ-CAPITALISMO AL FINANZ-MILITARISMO

Fonte: ComeDonChisciotte – DAL FINANZ-CAPITALISMO AL FINANZ-MILITARISMO.

DI PIOTR
megachip.info

L’Iran sta cercando di sviluppare un’arma nucleare? No.

Leon Panetta, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti

1. Qualcuno su un blog ha fatto questo esercizio si calcolo: Se quantifichiamo il debito pubblico a 2.000 miliardi di euro e assumiamo un tasso d’interesse del 7% e infine usiamo come unità di misura temporale la “generazione” (convenzionalmente un intervallo di 25 anni), ecco le rate per estinguere il debito:

Con rata annua di 172 mld: 1 generazione (25 anni – esborso totale: 4.290 mld)

Con rata annua di 145 mld: 2 generazioni (50 anni – esborso totale: 7.246 mld)

Con rata annua di 140 mld: 6 generazioni (150 anni – esborso totale: 21.000 mld).

E’ evidente che noi non possiamo pagare il debito.

Ma non lo può fare la Grecia (forse dichiarerà il default tra tre settimane a meno che la Merkel riveda tutta la strategia della Germania, ovvero tutta la strategia dell’euro e della BCE, cioè anche nostra, nel senso preteso dagli anglosassoni).

Non lo possono restituire la Spagna, il Portogallo e la Francia.

Meno che meno la sdegnosa Gran Bretagna (che tra debito privato e pubblico arriva a oltre il 280% sul PIL, altro che noi che arriviamo fra tutti e due a circa il 246% contro una media europea del 260%, e con una ricchezza privata ben maggiore).

Non gli USA, che infatti dal 1971 pagano i loro debiti direttamente con le bombe atomiche, cioè con la loro politica di potenza necessariamente in coartata espansione.

Ma non lo può fare probabilmente nemmeno la Germania, specie se i Paesi su cui ingrassa (cioè l’Europa del Sud) verranno ridotti a scheletri.

Sì, d’accordo. In realtà l’importante sono gli interessi. Ma a patto che si possano pagare all’infinito. Altrimenti la restituzione del capitale diventa decisiva.

2. L’anno dei Maya della finanza globale si caratterizza dal fatto che nel 2012 dovranno essere rifinanziati titoli di stato per 11.550 miliardi di euro, pari ad un sesto del PIL mondiale. Le banche europee hanno in scadenza titoli propri per 800 miliardi. Inoltre ci sono le scadenze dei titoli delle aziende: quasi 800 miliardi nella sola Europa. E ovviamente quelle delle banche americane e asiatiche. La morale è che serve quasi un quarto del PIL mondiale per fare fronte a questa necessità finanziaria.

Ovviamente se il debito aumenta serve geometricamente di più. Ecco perché non è un caso se la data fatidica per la manovra lacrime e sangue non era il 2011 né il 2013 ma proprio il 2012 (ed ecco perché gli Italiani nati nel 1952 sono così sfigati).

E, come dovrebbe ormai essere evidente a tutti, che Berlusconi sia caduto proprio allo scadere del 2011 e che al suo posto Mario Monti sia subentrato just in time ed ex officio – leggi Napolitano su input di Merkel, Obama, Bilderberg, Trilateral, Goldman Sachs, Macchia Nera e Banda Bassotti – non è un caso nemmeno quello.

Era inevitabile, tutto previsto dagli astri della Haute Finance. Con buona pace di quei tapini alcolizzati dall’antiberlusconismo che sono andati sotto il Quirinale a cantare “Bella ciao! (da figlio di partigiano, ogni volta che ci penso mi viene l’orticaria – è più forte di me).

Ma non è solo un problema nostro. Come dicono le cifre, il 70% del debito pubblico è composto da emissioni di Giappone e Usa. Tokyo ha bisogno di rinnovare 3.500 miliardi, Washington 4.500.

Noi però facciamo la nostra porca figura con oltre 350 miliardi di titoli del debito pubblico in scadenza. Per quanto riguarda il debito privato abbiamo in pole position Unicredit con 30 miliardi in scadenza, IntesaSanPaolo con 24 miliardi, e tra gli industriali Telecom, con quasi 8 miliardi di dollari e Fiat con 1,25 miliardi (al 9,25%).

La Francia può vantare la Bnp Paribas con 270 miliardi di dollari e in complesso ha il 50% dell’esposizione a breve di tutta la UE. Ma non basta: il sistema bancario francese è molto esposto sui titoli pubblici italiani: nel capitalismo tout se tient, nell’espansione e nel disastro.

Ci penseranno le lotte di potere a decidere chi ci guadagnerà e chi ci perderà. Perché se sistemicamente tout se tient, non è vero che i capitalisti siano solidali tra loro nella buona e nella cattiva sorte: loro non si sposano mai con nessuno, al massimo vanno ad escort.

Non è quindi una gran sorpresa che la Francia sia stata declassata da Standard & Poor’s. Si aspettava solo l’OK politico. Perché la Francia dopotutto è stata la punta di diamante della guerra alla Libia. E molte altre guerre bisognerà ancora fare.

3. Per non far collassare il castello di carte occorre da una parte ridurre i debiti e dall’altra immettere denaro fresco nel sistema. Questo vuol dire che il ritrovato asse Parigi-Berlino deve andare a farsi fottere. E’ meglio un asse Roma-Parigi o una nuova troika Roma-Parigi-Bonn, con la prima che, fustigata sul sedere, ha il mandato obamiano di far cambiare le idee alla terza e la seconda che fa da “traduttore simultaneo” tra le altre due, ovvero media.

Ma la mediazione non deve diventare una lungaggine.

Se la Francia viene declassata, gli attentati a Damasco aumentano e le operazioni in Siria sono destinate ad aumentare e a cambiare di qualità, scala e intensità. Assad lo ha capito benissimo e cerca di fare quel che può. Ha appena annunciato un’amnistia generale. L’esperienza della Libia dice però che questo è l’inizio della fine, perché i tagliagole fondamentalisti liberati da Gheddafi su promessa di rinunciare alla violenza andarono subito a farsi armare dall’Occidente e dai sui sicari. La situazione in Siria è diversa, di sicuro. E la Russia stavolta probabilmente non ha intenzione di concedere una no-fly zone sulla Siria.

Ma ricordiamoci che di là, cioè di qua, da noi in Occidente, tra i potenti regna la disperazione. E questo fa paura.

Il tempo per loro stringe, e prima che qualcuno dica alla Haute Finance mondiale e ai poteri territoriali in simbiosi con loro: “Vedo”, si potrebbe pensare alla mossa pazza-arrogante-disperata del dottor Stranamore. La guerra con la sua “distruzione creatrice”. E innanzitutto distruzione dei “libri mastri”, come dice Giulietto Chiesa, ad esempio grazie al probabile collasso dell’economia globale conseguente alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Per non considerare il forte rischio di allargamento mondiale del conflitto.

Altro che blitz della Finanza a Cortina! Qui al posto del registratore di cassa faranno trovare il fallout radioattivo.

Allo stato maggiore russo c’è ormai la rassegnazione di assistere entro l’anno ad una guerra atomica presso i propri confini, senza poterci fare nulla.

Prima però l’Occidente dovrà neutralizzare la Siria. Lo farà creando caos e indebolendo Assad e gli Alauiti fino al collasso. Detto incidentalmente, dato che gli Alauiti proteggono da sempre il 10% cristiano della popolazione, possiamo aspettarci qualche bel pogrom da questo indebolimento o addirittura espulsioni di massa. La Santa Sede però non alza nemmeno un sopracciglio. Qualcuno vedeva nell’antirelativismo di Ratzinger una sorta di argine filosofico al relativismo nichilistico del capitalismo. Filosoficamente quadrava. Ma materialmente – sempre questo materialismo tra i piedi! – mi sa tanto che sulla filosofia ha vinto un probabile agreement tra la finanza cattolica e quella anglosassone. Così, a naso. Perché le cose segrete non le sapremo mai, o le sapremo troppo tardi. Intanto al Vaticano, Monti continua a non far pagare l’ICI.

In compenso la stessa logica che lo ha spinto a iniziare il massacro sociale lo spingerà a mandarci in guerra con gli alleati contro l’Iran. Lo faremo, in un modo o in un altro. Quanto meno perché, se non mi ricordo male, facciamo parte integrante della struttura d’attacco Bataan Expeditionary Strike Group, che nemmeno dipende dalla NATO ma direttamente dal Comando europeo degli Stati Uniti (fu un regalo Prodi-D’Alema).

Esagerazioni?

Beh, la Libia sta ancora fumando. Altro che esagerazione.

E il generale statunitense Wesley Clark giura che la tabella di marcia con Yemen, Somalia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Libano e Iran, l’ha letta veramente al Pentagono. E poi, se ci ricordiamo del Patriot Act di Bush jr, dovremmo sapere benissimo che negli USA, come in tutto il mondo, quando si va alla guerra bisogna premunirsi contro i “nemici interni”. Ecco perché il 2 gennaio di quest’anno il democratico Obama, il leader nero che tanto ha fatto sognare la nostra sciagurata e irresponsabile sinistra, ha firmato il famigerato National Defense Authorization Act, che sospende le libertà civili e consente la “detenzione a tempo indeterminato degli Americani”, come ricorda Michel Chossudovsky.

Á la guerre comme á la guerre.

Dobbiamo aprire gli occhi e scongiurare in ogni modo questa sciagura mondiale.

Piotr (Пётр)
Fonte: http://www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/7517-finanzmilitarismo.html
16.01.2012

Prodi e la laurea a Soros l’uomo che ha fatto perdere il 30 % del potere d’acquisto agli italiani | STAMPA LIBERA

Fonte: Prodi e la laurea a Soros l’uomo che ha fatto perdere il 30 % del potere d’acquisto agli italiani | STAMPA LIBERA.

L’Italia ai criminali consegna la laura onoris causa anzichè un mandato di cattura…

George Soros (parassita speculatore finanziario): è un nome che dovrebbe far tremare ma che in pochi conoscono . Infatti il 16 settembre 1992 tramite una speculazione finanziaria guadagnava 1,1 miliardi di dollari, faceva svalutare la sterlina costringendola a uscire dallo SME (sistema monetario europeo) . Lo stesso giorno attaccava pure la lira italiana. A seguito dell’attacco speculativo di Soros, l’incompentenza e la complicità di personaggi italiani quali Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi, allora rispettivamente governatore della Banca d’Italia e direttore generale del Tesoro, hanno regalato a Soros e agli speculatori 15.000 miliardi di lire, una perdita secca provocata da un utilizzo più complice che maldestro di riserve per 48 miliardi di dollari che non ha impedito una svalutazione della lira del 30% e una sua uscita dallo SME.

Soros è condannato all’ergastolo in Indonesia per Speculazione sulla moneta locale.
Soros è condannato alla pena di Morte in Malesia per aver distrutto e speculato sulla moneta locale disastrando l’economia di questo paese.
Soros è stato condannato dallo stato francese per insider trading e lo multò di 2 milioni di dollari. il Parassita ricorse alla corte europea dei diritti dell’uomo ma la condanna è stata confermata. Soros che opera principalmente a Londra è inoltre ricercato dall’Fbi per insider trading in Usa.
Dietro molte rivoluzioni c’è la sua mano è incredibilmente Prodi partecipo’ alla cerimonia della laurea honoris causa conferita a Soros dalla facolta’ di economia dell’ Universita’ di Bologna, presieduta da Stefano Zamagni, stretto collaboratore dell’ ex primo ministro emiliano. E presento’ anche l’ edizione italiana del libro autobiografico dell’ uomo che nel ‘ 92 aveva guadagnato somme enormi speculando contro la lira e contribuendo (con varie banche d’ affari) a far bruciare alla Banca d’ Italia circa 40 mila miliardi di lire in riserve valutarie.
Si noti i nomi che circolano già dal 1992 Draghi : direttore generale del Tesoro poi presidente della banca d’Italia e ora Presidente della Bce.

http://forum.chatta.it/politica/8153773/prodi-e-la-laurea-a-soros-l-uomo-che-ha.aspx

L’Italia consegnata a Goldman Sachs  

http://www.fattisentire.org/modules.php?name=News&file=article&sid=1913

Mafia: testimone di gistizia in sciopero della fame a Palermo

Fonte: Mafia: testimone di gistizia in sciopero della fame a Palermo.

(AGI) – Palermo, 16 gen. – Il testimone di giustizia di Bivona Ignazio Cutro’, l’imprenditore che grazie alle sue denunce ha fatto arrestare e condannare diversi mafiosi della zona del Belice, ha iniziato stamane lo sciopero della fame. Cutro’, insieme ad alcuni aderenti del Comitato Cutro’, del Comitato Paolo Giaccone, e ai familiari del giornalista Beppe Alfano, hanno anche iniziato un presidio di protesta di fronte al Palazzo d’Orleans, la sede della presidenza della Regione siciliana. Ignazio Cutro’ ha chiesto di essere ricevuto dal governatore Raffaele Lombardo e ha annunciato che il suo digiuno andra’ avanti fino a quando non ricevera’ garanzie relative alla risoluzione della sua drammatica vicenda.
All’imprenditore infatti la societa’ di riscossione ha notificato una cartella esattoriale di oltre 80 mila euro per una procedura che, secondo Cutro’, avrebbe dovuto essere bloccata e che invece e’ andata avanti per una serie di problemi di carattere burocratico della prefettura di Agrigento. Il comitato Cutro’ ha ricevuto gia’ nella mattinata due assegni dell’importo di mille euro ciascuno provenienti dal Comitato Paolo Giaccone e dai familiari del giornalista Beppe Alfano. (AGI) Ag1/Mrg/Mzu

ESTORSIONI: SOLIDARIETA’ CON IMPRENDITORE ANTIRACKET

(ANSA) – PALERMO, 16 GEN – Ignazio Cutro’, l’imprenditore edile di Bivona (Ag) che si e’ ribellato al racket e che ha minacciato lo sciopero della fame e della sete in segno di protesta contro le cartelle esattoriali che gli sono state recapitate, e’ a Palermo, a palazzo d’Orleans, in attesa di essere ricevuto dal governatore Raffaele Lombardo. Con lui c’e’ una rappresentanza del comitato Cutro’, sorto in sostegno da un gruppo di associazioni agrigentine. Due assegni da 1000 euro ciascuno sono stati consegnati questa mattina all’imprenditore edile come contributo per saldare il pagamento della cartella esattoriale di quasi 86 mila euro che gli e’ stata inviata dall’agenzia Serit. Il primo assegno assegno e’ stato donato da Luigi Furitano, portavoce del comitato spontaneo ‘Paolo Giaccone’, il secondo da Chicco e Sonia Alfano, figli del giornalista Beppe Alfano, ucciso dalla mafia l’8 gennaio del 1993. (ANSA).

Francia, raddoppiano le leucemie infantili vicino le centrali nucleari – Cadoinpiedi

Fonte: Francia, raddoppiano le leucemie infantili vicino le centrali nucleari – Cadoinpiedi.

Le Monde, autorevole quotidiano francese, a pag.7 nell’edizione di venerdì 13 gennaio 2012, dedica una bella mezza pagina allo studio francese condotto da Jacqueline Clavel a proposito dell’aumenti di casi di leucemia infantile nei pressi delle centrali nucleari. Lo trovate qui.
La ricercatrice è direttrice dell’Unità 754 dell’Inserm nonché membro del Cesp e ha dimostrato la correlazione tra la frequenza delle leucemie infantili e la prossimità di una centrale nucleare. Ma restano ancora sconosciute le cause. Le leucemie acute rappresentano il 30% dei cancri che colpiscono i bambini. Dopo il ripristino nel 1990 in Francia di un Registro nazionale dei tumori infantili il numero dei casi annuali (l’incidenza) nella fascia d’età tra gli 0 e i 14 anni è restata stabile intorno ai 470 casi. Ci sono 80 casi tra i 15 e i 19 anni. I fattori di rischio per questo genere di cancro che va a colpire i globuli bianchi restano ignoti. La genetica spiega che il 5% delle leucemie acute dipendono da fattori ambientali e le radiazioni ionizzanti sono state messe sotto accusa.

L’équipe della Clevel che include anche scienziati dell’IRSN ha lavorato a partire dal Registro nazionale delle emopatie dei bambini dal 2002 al 2007 . Hanno realizzato uno studio comparativo tra casi di leucemia (2753 bambini al di sotto dei 15 anni) e un gruppo di età analoga di soggetti testimoni (popolazione generica pari a 5000 per anno), comparando le incidenze delle leucemie nella popolazione di bambini e adolescenti che vivono nel raggio di 5Km da una centrale nucleare e nella popolazione pediatrica in generale. Ebbene il risultato è che la probabilità per un bambino o un’adolescente di soffrire di una leucemia è di 1,9 volte più elevata se vive a meno di 5 Km da una centrale nucleare. I casi osservati sono 14 contro 7,4 casi nella popolazione testimone. L’indice, se riferito a bambini al di sotto dei 5 anni è ancora più elevato con 8 casi osservati su 3,6 della popolazione testimone, dunque 2,2 volte in più. Gli autori dello studio però prendono le distanze dalla possibile spiegazione di una crescita di rischio leucemia nei pressi delle centrali nucleari a causa del rilascio di radionuclidi nell’aria. Spiega Jacqueline Clavel:

Non abbiamo ritrovato alcuna associazione tra l’aumento del rischio di leucemia e la zona geografica stabilita in funzione della dose di radiazioni a cui i soggetti sono stati esposti. Le dosi sono mille volte inferiori della radioattività naturale. sarebbe dunque necessario identificare i fattori che spieghino le nostre osservazioni. Il nostro studio mostra una correlazione tra le leucemie in prossimità di una centrale nucleare. Ma poiché non abbiamo identificato i fattori che le causano non possiamo giungere a conclusioni in termini di prevenzione.

Ovviamente gli scienziati autori dello studio invitano altri colleghi a approfondire con nuove ricerche le cause. Di certo è chiaro che non conviene vivere nei pressi di una centrale nucleare se non oltre i 5km.

Ecoblog

Quell’autostrada è una discarica

Fonte: Quell’autostrada è una discarica.

Rifiuti delle fonderie sono stati sepolti sotto il cantiere della Valdastico, a sud di Vicenza. Che le aree di costruzione delle grandi opere stradali vengano sfruttate come depositi illegali di rifiuti è un sospetto che circola da anni. Le corsie sono tombe di asfalto che nessuno scoperchia. Ma arriva la denuncia: quelle scorie sono tossiche. E indaga la procura antimafia.

L’odore del metallo fuso di fonderia ammorba ancora l’aria quando tira il vento, sprigionato dai resti delle scorie disseminate lungo le stradine nei campi di granoturco, accanto all’autostrada. A sud di Vicenza, la Valdastico è un lungo biscione di carreggiate che si snoda nella valle. Fino a poche settimane fa era nero, prima che fosse ricoperto da uno spesso strato di fanghiglia biancastra. Le ruspe hanno spianato scarti di lavorazione industriale in mezzo alle coltivazioni, con il cromo che si è riversato nei canali di irrigazione del granoturco.

Il sospetto che quel materiale non fosse proprio innocuo era sorto quando il cane del signor Giuseppe, nel giugno scorso, si è fermato a bere in uno dei numerosi canali scavati accanto all’infrastruttura in costruzione. Il cane è morto quasi all’istante, ucciso per…

una sospetta perforazione dell’intestino. Una fine, scrivono gli esperti, “dovuta all’elevato livello di acidità dell’acqua dei canali, a causa della contaminazione per colpa dei rifiuti di acciaieria”.

Gli scarti di fonderia sono infatti molto nocivi: contengono dosi di metallo pesante che si disperdono nei terreni e nella falda acquifera, entrando nella catena alimentare. E ce ne sono centinaia di tonnellate sepolte un metro sotto la superficie autostradale che scorre tra le coltivazioni di un Veneto ancora agricolo. Scorie che potrebbero essere state seminate lungo molti dei 54,3 chilometri della Valdastico Sud, l’arteria che collegherà le province di Vicenza e di Rovigo: un’opera da oltre un miliardo di euro.

L’inaugurazione del primo tratto è prevista per maggio, ma al momento i lavori sembrano fermi. Mentre stanno partendo le indagini della magistratura.

Che i cantieri delle grandi opere stradali vengano sfruttati come discariche è un sospetto che circola da anni: le corsie di asfalto sono tombe che nessuno scoperchierà. I primi a intuirne le potenzialità sarebbero stati i soliti camorristi casalesi, padroni per anni del mercato dei rifiuti: nei terrapieni si può infilare ogni genere di detrito, lecito o meno. Voci e supposizioni che non avevano mai ricevuto riscontri. Ma adesso per la prima volta le foto di un appassionato di archeologia, Marco Noserini, sembrano dare corpo alle peggiori ipotesi: pozze tinte di giallo dal cromo e scarti di acciaieria sparsi nei campi dove germogliano filari di mais. Le foto sono state scattate nel tratto della Valdastico Sud tra Torri di Quarterolo e di Pojana Maggione nel Vicentino. Dove Maria Chiara Rodeghiero di Medicina Democratica e l’avvocato Edoardo Bortolotto hanno riscontrato una situazione drammatica: “Di notte arrivano anche trenta camion e scaricano ondate di materiale”. Poi di giorno le ruspe lo spianano, preparando la massicciata e disperdendo le sostanze nel terreno.

Le immagini mostrano i mezzi delle imprese del Gruppo Locatelli e della Serenissima Costruzione. La Serenissima fa capo alla società con capitali pubblici, presieduta dal leghista Attilio Schneck, che possiede la concessione della Brescia-Padova, forse l’autostrada con il traffico record d’Italia. Il gruppo Locatelli invece è al centro dell’inchiesta (qui il video) per corruzione che ha fatto finire in cella Franco Cristiani Nicoli, vicepresidente della Regione Lombardia, accusato per una tangente versata dall’amministratore delegato Pierluca Locatelli. L’indagine è stata battezzata “Fiori d’acciaio” proprio perchè riguarda le licenze per lo smaltimento dei rifiuti.

Ma melle intercettazioni si parlava dei cantieri della Bre.Be.Mi, l’autostrada che collegherà Brescia e Milano senza passare per Bergamo. I pm bresciani, Carla Canaia e Silvia Bonardi, hanno messo sotto sequestro due cantieri per la costruzione del raccordo anulare della Bre.Be.Mi. a Cassano d’Adda (Milano) e Fara Olivana con Sola (Bergamo) perché sotto le carreggiate sarebbero stati accumulati scarti di fonderia. E anche in questo caso viene ipotizzato un ruolo del gruppo Locatelli.

Ma da dove provengono quei camion stracolmi di scorie fotografati nel Vicentino? Quasi tutti sono targati Crotone e Napoli, alcuni hanno le insegne di una ditta trevigiana che è stata coinvolta in traffici di rifiuti ma – recita la denuncia – “seguendo il percorso di un camion, si scopre che la maggior parte proviene da una grossa acciaieria alle porte di Vicenza, la Beltrame spa”, una delle più grandi d’Italia. Si sospetta anche che alcuni arrivino direttamente dalla Campania, forse da un vecchio stabilimento chimico. Il via vai di mezzi si lascia alle spalle una coda scura come una colata lavica. E quando piove, l’acqua nerastra cola dai detriti nei campi e nei canali di irrigazione. Le imprese di costruzioni cercano di correre ai ripari e stendono una coperta di tessuto sintetico, ma la posano sopra le scorie e non sotto: una misura più utile a nascondere che a contenere il percolato.

Il manto ferroso viene usato in molti tratti al posto della ghiaia. Sono grossi pezzi di scarto provenienti dalla fusione dei rottami: a volte sono larghi più di un metro e nel magma solidificato si distinguono scatole meccaniche, contenitori, pezzi di ingranaggi di tutte le fogge. Spesso dentro i grossi sassi neri bucherellati, che ricordano sinistre pietre lunari, sono incastonate parti intere di ferro, scampate al calore dell’altoforno.

Noserini ha fatto analizzare i detriti. Il laboratorio ha confermato che si tratta di scarti di fonderia: “Contengono metalli pesanti e sostanze chimiche (nitrati, floruri, solfati, cloruri, bario, berillo, amianto, piombo, nichel) in notevole concentrazione”, si legge nella denuncia presentata da Medicina Democratica, dall’Associazione italiani esposti amianto e da Marco Noserini. Si sono rivolti prima ai magistrati bresciani, sottolineando i legami con lo scandalo della Bre.be.mi. Ma la procura lombarda ha passato il fascicolo alla Direzione distrettuale antimafia di Venezia dove il pm Rita Ugolini vuole capire chi ha gestito il traffico di camion e ricostruire l’esatta provenienza di tutti i rifiuti. Con il sospetto che quei cantieri nascondano la Gomorra del Nord-Est.

l’espresso

Mafia e Unità d’Italia | Blog di Giuseppe Casarrubea

Se facciamo la storia dei 150 anni dell’unità d’Italia, le questioni ancora aperte sono complesse e notevoli e richiedono studi approfonditi. A cominciare dall’intreccio trinitario tra mafia, Servizi e Stato. Lo intuì, negli anni ’50, il luogotenente del bandito Salvatore Giuliano. Al processo di Viterbo disse al giudice:

“Mafia, banditi e polizia siamo tutta una cosa come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”. Una verità illuminante: la mafia non un corpo separato, ma elemento organico del sistema di potere che ha governato l’Italia.

Leggi tutto: Mafia e Unità d’Italia | Blog di Giuseppe Casarrubea.

ComeDonChisciotte – TRE CRIMINALI E UN CRETINO

Fonte: ComeDonChisciotte – TRE CRIMINALI E UN CRETINO.

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Sembra di impazzire, non si può più mantenere un lessico professionale, vieneda urlare, Cristo! C’è il mondo intero che sta gridando all’Europa: “Non è il debito! E l’austerità peggiora le cose!”. E’ il mondo che conta, quello degli esperti, Cristo! Ok, guardate, finché sono i Barnard e i pochi altri in rete a dire quelle cose, ok, non siamo famosi, non siamo alla BCE o a Barclays Capital o alla City. Ma quando è tutta la costa est degli Stati Uniti finanziari che affacciati all’oceano urlano all’Europa “Non è il debito! E l’austerità peggiora le cose!”; quando è Standard & Poor’s (S&P) a gridare la stessa cosa, loro, quelli che ci hanno appena bocciati, loro Cristo! Quando è persino il front man dei mega speculatori, Charles Dallara dell’Institute of International Finance americano, a battere il pugno sul tavolo dei negoziati sulla Grecia dicendo “temiamo la loro impossibilità di onorare il debito denominato in una moneta straniera, cioè l’Euro, non il debito in sé!”.

Quando poi al coro si sono aggiunti i premi Nobel dell’economia, e poi i macroeconomisti della FED, e poi quelli della MMT…cosa aspettano i quattro a capire? Ma no. No, loro quattro no. In splendido isolamento dal resto del mondo, i tre criminali e il cretino insistono con questa demenza devastante secondo cui il dramma che stiamo vivendo in questa caduta ad avvitamento nel baratro è dovuto al debito. Quindi bisogna pareggiare i conti, quindi ci vuole ancora più austerità… loro quattro, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Mario Draghi e Mario Monti. Tre criminali e un cretino. Il cretino è Sarkozy.

Non è il nostro debito il problema, che se fosse denominato in una moneta sovrana, e NON in Euro, non causerebbe nulla, neppure fosse al 300% sul PIL. Ma Cristo, leggete l’evidenza: la Spagna dell’Euro non sovrano viaggia con un debito appena sopra il 60% del PIL, che è proprio il goal virtuoso del Patto di Stabilità voluto dalla Germania per l’Euro. Ma la Spagna è nella fossa dei leoni e alla gogna dei mercati. Perché? Dal 1994 al 1998 l’Italia della lira sovrana accumulò un debito stratosferico, fino a un picco del 132% del PIL (sic) ma nulla accadde, anzi. Perché? E fa venir voglia di sbattere la testa contro il muro che ieri La Repubblica, in uno show di intontimento olimpionico, abbia scritto senza capire cosa scriveva la seguente notizia: “A metà degli anni ’90 l’Italia appariva, a giudizio della stessa agenzia di rating che oggi ha tagliato drasticamente il suo giudizio (proprio la Standard & Poor’s, nda), come una delle economie-leader dell’Unione europea con una crescita media annua superiore al 2% nell’ultimo decennio. S&P’s apprezzava allora il record italiano di un tasso d’inflazione moderato (media del 5,8% nel decennio); la responsabile condotta della Banca d’Italia, nonostante il persistente elevato livello del disavanzo pubblico (stimato nel 9,4% del prodotto interno lordo nel 1994) ed il gravoso e crescente debito (124% del PIL); il forte tasso di risparmio (15% del PIL) e la concentrazione in mani nazionali ed europee del debito italiano”. Ora rileggete i grassetti qui sotto:

1) S&P’s apprezzava allora il record italiano di un tasso d’inflazione moderato (media del 5,8% nel decennio)Oggi l’Italia del ‘virtuoso’ Euro ha un’inflazione cha va dal 1,7% al 3%. Ma siamo alla gogna.

2) nonostante il persistente elevato livello del disavanzo pubblico ed il gravoso e crescente debito (124% del Pil)apprezzava il forte tasso di risparmio (15% del Pil)Avete letto bene? Sì, benissimo, avete letto la parola ‘risparmio’, non ‘debito’ dei cittadini. E allora permettetemi di gridarlo: CON LA MONETA SOVRANA IL DEFICIT E L’ALTO DEBITO DELL’ITALIA ERANO IL RISPARMIO DEI CITTADINI, IL RISPARMIO! NON IL DEBITO DEI CITTADINI. Lo scriveva S&P, non Paolo Barnard o chissà chi altro. Esattamente ciò che la Modern Money Theory di cui io incessantemente parlo sostiene. Il deficit e il debito pubblico italiani sono diventati il debito dei cittadini, e grido di nuovo, SOLO CON L’INTRODUZIONE DEL CATASTROFICO EURO, che è moneta non sovrana che l’Italia deve prendere in prestito dai mercati privati, e che non può emettere.

3) nonostante … la concentrazione in mani nazionali ed europee del debito italianoesattamente come oggi, ma allora era debito in moneta sovrana, ecco la differenza.

Ma no, i tre criminali e il cretino insistono contro l’evidenza universale. No, la Terra è piatta, e come tale dobbiamo comportarci. E allora dobbiamo rimanere nell’Euro a qualsiasi costo, anche se ci stimo decomponendo da vivi, gridando di dolore per le piaghe da decubito dell’austerità. E anche qui, non è solo Paolo Barnard o i suoi MMTisti che denunciano quanto sopra come non solo inutile, ma anche devastante per le nostre speranze di crescita. Ecco cosa ha dichiarato ieri proprio Standard & Poor’s, leggete bene, ma bene! “Le riunioni dei leader della UE si concentrano sui temi sbagliati. L’adozione di pacchetti di austerità per ridurre i deficit NON IDENTIFICANO I RISCHI REALI (mia enfasi, nda). Infatti durante i primi 10 anni dell’Euro la Germania aveva uno dei deficit più alti in assoluto, mentre la Spagna aveva pareggio di bilancio”. Le parole non sono confondibili: ci hanno detto, loro, i super esperti di debito e affidabilità, che tutta sta menata distruttiva e assurda predicata dai tre criminali e dal cretino non ha senso. La Spagna era un modello di disciplina di bilancio, ed è finita alla gogna. La Germania, ipocriti falsari, aveva una pagella pessima e ha sempre volato. Quindi NON E’ IL DEFICIT, NON E’ IL DEBITO, E’ ALTRO. La Germania vola perché esporta valanghe di cose in tutto il mondo, e non perché l’Euro funzioni. I mercati ancora (per poco) prestano alla Germania SOLO perché sanno che essa può ripagare i debiti grazie a quell’export immenso. NON perché abbia l’Euro. Se i tedeschi non avesse la carta delle esportazioni da giocarsi, avremmo i PIIGGS, e cioè Portogallo Italia Irlanda Grecia Germania e Spagna. Pari pari. E infatti la Francia del cretino è sotto attacco dai mercati sempre di più, perché ha questo sciagurato Euro senza possedere un’arma potente come quella dei tedeschi.

Non è il debito pubblico il problema, non è il deficit. E’ l’Euro non sovrano, e solo quello. Dio santo, è ovvio!! Ma no, i tre criminali devono consegnarci nella mani dei barracuda dei mercati, massacrando il destino di milioni di famiglie e di centinaia di migliaia di aziende. Ne Il Più Grande Crimine 2011 da pagina 60 è spiegato nei dettagli come e il perché. Il cretino fa il cretino e segue a ruota. Ma lo capirebbe un tordo che è impossibile risanare un’economia tassandola a morte e però impedendo allo Stato qualsiasi spesa pro cittadini che sia anche di un centesimo superiore a quanto i cittadini devono restituire in tasse, cioè imponendo il pareggio di bilancio. Lo capirebbe un fagiano scemo che se lo Stato spende 100 per noi ma poi ci tassa 100, cioè fa il pareggio di bilancio, noi cittadini e aziende andiamo a zero nel portafogli. E come faranno cittadini e aziende a rilanciare l’economia se per anni andranno a zero coi loro risparmi? Lo dovete capire: la ricchezza di cittadini e aziende (risparmi), senza l’apporto dei soldi dello Stato è una quantità fissa chiusa un contenitore stagno. Non aumenta, cioè i risparmi non aumentano da sé. Gira in tondo, passa da mano a mano, passa da qui a là, e da là a qui, e basta. E se, come oggi, quella ricchezza è scarsa e in calo, chi può investire in produzione e in posti di lavoro? Nessuno, zero. E se, come oggi, un Monti ce la restringe ancora di più quella ricchezza attravers l’Austerità, saranno crisi e ancora crisi, ma volute a tavolino da sto sistema demente e criminale. Solo se lo Stato può iniettare denaro nuovo in quel contenitore PIU’ DI QUANTO GLI TOLGA IN TASSE, cioè se NON farà il pareggio di bilancio, noi cittadini e aziende avremo risparmio da investire in economia e occupazione. Ma questa iniezione vitale è possibile solo con una moneta che lo Stato può creare per sé, cioè una moneta sovrana, NON l’Euro.

Non è il debito pubblico il problema, non è il deficit. Non ci salveremo con le austrità, il contrario. E’ l’Euro non sovrano, e solo quello. Dio santo, è ovvio!!

Cristo! Svegliatevi. Ce lo stanno gridando da mezzo mondo, da Wall Street, dal Financial Times, da Standard & Poor’s, da Paul Krugman, persino la Goldman Sachs lo ammette, leggete Jan Hatsius, che alla Goldman è il miglior macro analista che ci sia.Ma no, dobbiamo essere spolpati vivi. Svegliatevi, Cristo! E’ la vostra vita, ma non lo capite?

Paolo Barnard
Fonte: /www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=307
15.01.2012

Giuseppe Fava – Un uomo – La Storia siamo noi 1/6 – YouTube

Giuseppe Fava – Un uomo – La Storia siamo noi 1/6 – YouTube.

[http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=s6Vs_rpZ_B0#!]

INFIAMMARE LA FAME NEL MONDO: COME L’INDUSTRIA GLOBALE DEI BIOCOMBUSTIBILI STA CAUSANDO UNA DISTRUZIONE DI MASSA

ComeDonChisciotte – INFIAMMARE LA FAME NEL MONDO: COME L’INDUSTRIA GLOBALE DEI BIOCOMBUSTIBILI STA CAUSANDO UNA DISTRUZIONE DI MASSA.

DI JEAN ZIEGLER E SILV O’NEALL

Ironicamente, l’industria dei biocarburanti viene tuttora promossa dalle corporazioni e dai governi come una sostenibile, ecocompatibile alternativa ai combustibili fossili. In realtà, è solo un aspetto formalmente differente dello stesso sconsiderato sfruttamento delle risorse che deriva dall’inappagabile desiderio di guadagni delle élite private attraverso un modello di produzione capitalistico. L’industria dei biocarburanti deriva da un matrimonio tra le imprese del settore agro-alimentare e le grandi aziende petrolifere, che sono perfettamente a conoscenza del fatto che questo nuovo business sta infliggendo una distruzione e un livello di sofferenza assolute.

Negli ultimi cinque anni, il mondo ha assistito all’impennata dei prezzi degli alimenti, un fenomeno che sta mettendo altri milioni di persone a rischio fame, perché non possono più permettersi di comprare il cibo. È un segnale sconvolgente di un sistema economico che pone l’imperativo del profitto privato al di sopra della sopravvivenza quotidiana degli esseri umani. Il primo fattore che ha provocato l’ascesa dei prezzi alimentari è lo sviluppo dell’industria dei biocarburanti a livello globale Come può un settore così distruttivo essere ancora sponsorizzato malgrado le sofferenze che provoca? La risposta breve è che l’opinione pubblica è ancora in gran parte inconsapevole dei risvolti politici ed economici.

A seguire, alcuni estratti dal libro del professor Ziegler, tradotto da Siv O’ Neall [4], che aiutano a svelare la realtà nascosta dietro l’industria dei biocarburanti. Tre sono i fattori principali che contribuiscono alla scarsità dei prodotti alimentari e al loro costante incremento dei prezzi.

 

L’occupazione delle terre per la coltivazione della canna da zucchero e di altre piante, soprattutto negli Stati Uniti, che vengono destinate alla produzione di biocarburanti (etanolo) è una delle cause principali della scarsità di cibo, dal momento che questa priva i piccoli proprietari terrieri della terra e riduce il volume di cibo a disposizione di tutti. Inoltre la perdita di terre coltivabili a favore della produzione di biocarburanti ha contribuito all’incremento vergognoso dei prezzi alimentari. Meno terra, meno cibo, quindi prezzi più alti. Si aggiunga a questo il fatto che i biocarburanti addirittura aumentano i danni al terreno, che i promotori dichiarano invece a gran voce e in modo disonesta di riuscire a ridurre.

 

La speculazione sui generi alimentari di prima necessità, così come sulle terre coltivabili, devono anch’esse essere denunciate con vigore come uno dei fattori che maggiormente contribuiscono alla crescita drammatica dei prezzi del cibo che abbiamo osservato a partire dalla metà del 2007. Di conseguenza, non soltanto i piccoli coltivatori vengono privati della propria terra, spesso con un indennizzo nullo oppure esiguo, ma addirittura, con i prezzi degli alimentari alle stelle, non possono neppure permettersi l’acquisto del cibo di cui necessitano per la sopravvivenza.

 

La terza causa è la desertificazione dei suoli e la degradazione dei terreni, fenomeno accelerato dall’aumento della sostituzione di coltivazioni biologiche con imponenti monocolture per la produzione di biocarburanti oppure per colture OGM, che richiedono enormi quantitativi di acqua. Fiumi e laghi vengono prosciugati e un numero sempre maggiore di persone nel mondo si vede privato della possibilità di accedere all’acqua potabile.

 

La menzogna

 

Per diversi anni l’”oro verde” è stato considerato un fantastico e remunerativo complemento all’”oro nero”.

 

Le aziende di produzione alimentare che oggi dominano il commercio dei biocarburanti, per sostenere questi nuovi prodotti, esprimono un concetto che può sembrare irrefutabile: la sostituzione dei combustibili fossili con l’energia ottenuta dalle piante potrebbe essere l’ultima arma nella lotta contro il rapido peggioramento climatico e il danno irreversibile che provocherebbe sull’ambiente e sulle persone.

 

Ecco alcuni dati: oltre 100 miliardi di litri di bioetanolo e biodiesel prodotti nel 2011. Nello stesso anno, 100 milioni di ettari di raccolto agricolo verranno utilizzati per la produzione dei biocarburanti. La produzione globale di biocarburanti è raddoppiata negli ultimi cinque anni, dal 2006 al 2011.

 

Il peggioramento delle condizioni climatiche è una realtà. A livello globale, oggi la desertificazione e il degradamento dei suoli colpiscono oltre un miliardo di persone in più di cento Paesi. Le zone secche del pianeta – dove le regione aride e semiaride possono più facilmente essere soggette a degradazione – rappresentano oltre il 44% delle terre coltivabili.

 

La distruzione degli ecosistemi – col deterioramento di ampie aree agricole nel mondo, specialmente in Africa – rappresenta un evento funesto per i piccoli contadini e gli allevatori. In Africa, l’ONU ha stimato la presenza di 25 milioni di “rifugiati ambientali” o “migranti ambientali“, ossia esseri umani che si vedono costretti a lasciare le proprie case a causa di disastri naturali (alluvioni, siccità, desertificazioni) e che si trovano alla fine a combattere per la sopravvivenza nei bassifondi delle metropoli. La degradazione delle terre alimenta i conflitti, specialmente tra allevatori di bestiame e agricoltori.

 

Le società multinazionali che producono biocarburanti hanno convinto la maggioranza dell’opinione pubblica, e sostanzialmente tutti i Paesi occidentali, che l’energia prodotta dai vegetali sia l’arma miracolosa contro il peggioramento delle condizioni climatiche.

 

Ma tale assunto è una falsità, e evita di valutare i metodi e i costi ambientali che derivano dalla produzione di biocarburanti, che richiedono sia acqua che energia.

 

In tutto il mondo l’acqua pulita sta diventando un bene sempre più raro. Una persona su tre è costretta a bere acqua contaminata. Circa 9000 bambini sotto i dieci anni muoiono ogni giorno a causa dell’acqua con cui si dissetano, inadatta all’utilizzo alimentare.

 

Secondo i dati dell’OMS, un terzo della popolazione mondiale non ha ancora accesso a un’acqua sana a prezzi abbordabili, e la metà della popolazione mondiale non ha possibilità di disporre di acqua pulita. Circa 285 milioni di persone vivono nell’Africa sub-Sahariana senza utilizzare con regolarità l’acqua pulita [5].

 

Ed, ovviamente, a soffrire in maniera più severa della mancanza d’acqua sono le persone povere.

 

Comunque, quando si considerano le riserve d’acqua esistenti al mondo, la produzione ogni anno di decine di miliardi di galloni di biocarburante è un vero disastro.

 

Per produrre un litro di bioetanolo sono necessari circa 4000 litri di acqua.

 

L’ossessione di Barack Obama

 

I produttori di biocarburante, di gran lunga le multinazionali più potenti al mondo, hanno il loro quartier generale negli Stati Uniti.

 

Ogni anno ricevono miliardi di dollari di aiuti governativi. Utilizzando le parole del Presidente Barack Obama nel suo discorso annuale al Congresso del 2011: per gli Stati Uniti, il programma del bioetanolo e del biodiesel è un “obiettivo nazionale“, una questione di sicurezza nazionale.

 

Nel 2011, avendo ricevuto sussidi per 6 miliardi di dollari di fondi pubblici, queste aziende statunitensi bruceranno il 38,3% del raccolto dei cereali, contro il 30,7% del 2008. E dal 2008, i prezzi dei cereali nel mercato mondiale hanno visto un aumento del 48%.

 

Gli Stati Uniti d’America sono di gran lunga la potenza industriale più dinamica, oltre che il principale produttore al mondo. Nonostante un relativamente basso numero di abitanti – 300 milioni, al confronto degli 1,3 miliardi e oltre di Cina e India – gli Stati Uniti d’America producono poco più del 25% di tutti i beni industriali fabbricati in un anno nel pianeta.

 

La materia prima di questa macchina impressionante è il petrolio. Gli Stati Uniti bruciano mediamente in un giorno 20 milioni di barili, ovvero circa un quarto della produzione mondiale. Circa il 61% di questo volume – poco più di 12 milioni di barili al giorno – viene dalle importazioni [6].

 

Per il presidente degli Stati Uniti, questa dipendenza dall’estero è ovviamente una preoccupazione. E l’aspetto più preoccupante è che la parte più cospicua di questo petrolio di importazione proviene da regioni dove l’instabilità politica è endemica oppure dove gli USA non hanno sufficienti tutele: in parole povere, dove la produzione e l’esportazione verso gli Stati Uniti non sono garantite.

 

George W. Bush è stato colui che ha inaugurato il programma del biocarburante. Nel gennaio del 2007 fissò l’obiettivo da raggiungere: nei successivi dieci anni, gli Stati Uniti avrebbero dovuto ridurre del 20% il proprio consumo di combustibili fossili e moltiplicare per sette la produzione di biocarburante.

 

Bruciare milioni di tonnellate di raccolto che potrebbe essere destinato all’alimentazione, in un paese dove ogni cinque secondi un bambino sotto i dieci anni muore di fame, è chiaramente scandaloso.

 

Il serbatoio di un’automobile di media taglia ha un volume di 50 litri. Per produrre 50 litri di bioetanolo devono essere distrutti 358 kg di cereali.

 

In Messico ed in Zambia, i cereali rappresentano la fonte principale di alimentazione. Con 358 kg di cereali, un bambino messicano o un bambino dello Zambia potrebbero avere abbastanza cibo per sostentarsi un intero anno.

 

La maledizione della canna da zucchero

 

Non soltanto i biocarburanti ogni anno consumano centinaia di milioni di tonnellate di cereali, grano e altri vegetali alimentari, e non soltanto la loro produzione rilascia nell’atmosfera milioni di tonnellate di anidride carbonica; in aggiunta, causano disastri sociali nei Paesi dove queste multinazionali che fabbricano il biocarburante diventano dominanti.

 

Si prenda l’esempio del Brasile.

 

La lotta dei lavoratori nell’engenho [7] Trapiche è un esempio calzante. Le vaste terre che sono appena visibili nella foschia della sera un tempo facevano parte del demanio. Erano, solo pochi anni fa, appezzamenti di terra agricola, uno o due ettari di superficie coltivati da piccoli agricoltori. Le famiglie vivevano in povertà, ma erano sicure, godevano di un certo livello di benessere e di una relativa libertà.

 

Attraverso relazioni influenti con il governo federale in Brasilia e la disponibilità di un capitale notevole, i finanziatori hanno ottenuto il “decommissioning“, ovvero la privatizzazione di queste terre. Piccoli contadini di fagioli o cereali furono esiliati verso i quartieri poveri di Recife. Le poche eccezioni sono costituite da quelli che acconsentirono, per una miseria, a diventare tagliatori di canna da zucchero. E oggi, questi lavoratori sono ipersfruttati.

 

In Brasile il programma di produzione del biocarburante è considerato una priorità. E la canna da zucchero è una delle più remunerative materie prime per la produzione del bioetanolo.

 

Il programma brasiliano per una rapida crescita nella produzione di bioetanolo ha un nome curioso: piano Pro-Alcohol. È l’orgoglio del governo. Nel 2009 il Brasile ha consumato 14 miliardi di litri di bioetanolo (e biodiesel) e ne ha esportati 4 miliardi.

 

L’obiettivo del governo è quello di esportare oltre 200 miliardi di litri. Il governo con sede a Brasilia vuole dunque portare a 26 milioni di ettari la coltivazione della canna da zucchero. Nella lotta contro i giganti del bioetanolo, gli inermi tagliatori di canna della piantagione del Trapiche non hanno molte possibilità di vittoria.

 

L’attuazione del piano brasiliano denominato Pro-Alcohol ha portato a una rapida concentrazione di terra nelle mani di pochi baroni del luogo e delle multinazionali.

 

Questo processo di monopolizzazione accresce le disuguaglianze e inasprisce la povertà nelle zone rurali (così come la povertà nelle città, come conseguenza della migrazione dalle aree rurali). Inoltre, l’estromissione dei piccoli proprietari terrieri minaccia la certezza della presenza di cibo nelle campagne, dato che erano loro i soli a poter garantire una agricoltura di sostentamento.

 

Per quanto riguarda le unità familiari condotte da donne, hanno un ridotto accesso alla terra e soffrono di maggiore discriminazione.

 

In breve, lo sviluppo della produzione dell'”oro verde” basato su un modello di “agricoltura da esportazione” arricchisce in modo straordinario i baroni dello zucchero, ma impoverisce i piccoli agricoltori, i mezzadri e i “boiafrio” [8] in maniera ancor più marcata. Questo è ciò che ha firmato il certificato di morte per piccoli e medi agricoltori, oltre che per la sovranità alimentare della nazione.

 

Ma a prescindere dai baroni brasiliani dello zucchero, il programma Pro-Alcohol crea ovviamente dei profitti per le multinazionali, come Louis Dreyfus, Bunge, Noble Group, Archer Daniels Midland, e per i gruppi finanziatori riconducibili a Bill Gates e George Soros, così come ai fondi sovrani cinesi.

 

In un Paese come il Brasile, dove milioni di persone richiedono il diritto di possedere un pezzo di terra, dove la certezza del cibo è minacciata, l’usurpazione della terre da parte delle compagnie transnazionali e dei fondi sovrani [9] è uno scandalo supplementare.

 

Per impossessarsi delle terre da pascolo, i grandi proprietari terrieri e i manager di queste aziende bruciano le foreste del Brasile, decine di migliaia di ettari ogni anno.

 

La distruzione è esiziale. Le terre del bacino amazzonico e del Mato Grosso [10], coperte dalle foreste vergini, ha soltanto un sottile strato di humus. Anche nell’improbabile caso che i dirigenti di Brasilia vengano catturati da un improvviso lampo di lucidità, non potrebbero comunque ricreare le foreste pluviali amazzoniche, i “polmoni del pianeta”. Secondo uno scenario riconosciuto dalla Banca Mondiale, ai ritmi attuali di distruzione il 40% della foresta pluviale amazzonica andrà perduto nel 2050.

 

A causa dell’intensità con la quale il Brasile ha gradualmente sostituito la coltura a scopo alimentare con quella della canna da zucchero, ciò che si è ottenuto è l’ingresso nel circolo vizioso del mercato internazionale del cibo: quando si è costretti a importare quello che non si produce internamente, la domanda globale cresce, e ciò provoca un aumento dei prezzi.

 

L’insicurezza alimentare, di cui una grande parte della popolazione brasiliana è vittima, è perciò direttamente correlata con il piano Pro-Alcohol. Ciò affligge in modo particolare le zone dove si coltiva la canna da zucchero, dal momento che l’alimentazione principale va a sorreggersi su beni di importazione soggetti alle significative fluttuazioni di prezzo. Molti piccoli agricoltori e contadini sono in definitiva acquirenti di generi alimentari, dato che non hanno abbastanza terra per produrre una quantità di cibo per i bisogni della famiglia. Per questo, nel 2008 i piccoli contadini non sono stati in grado di comprare cibo a sufficienza a causa dell’improvvisa esplosione dei prezzi.

 

Inoltre, allo scopo di ridurre i costi, i produttori di biocarburante sfruttano abbondantemente i lavoratori migranti, secondo un modello di agricoltura capitalistico ultra-liberista. Non soltanto vengono pagati con salari da elemosina, ma sono sottoposti a turni di lavoro inumani, sorretti da strumenti di tutela minimali e le condizioni di lavoro rasentano la schiavitù.

 

Conclusioni

 

Se il mondo dovrà essere salvato dalla morsa del neoliberismo e dall’immensa avarizia e totale insensibilità dei “nuovi padroni del mondo” [11], noi dobbiamo intervenire ora. Dobbiamo osservare in maniera lucida, con occhi e menti ben aperti come questi predoni stanno rapidamente il pianeta e le persone in ostaggio nel loro tentativo assurdo di incrementare la propria ricchezza e dominare il mondo. Dobbiamo riunirci insieme e lavorare senza sosta, senza perdere la speranza, senza perdere di vista l’obiettivo del salvataggio della Terra. Noi non dobbiamo farci ingannare dalla assordante macchina della propaganda. Noi dobbiamo insieme tenere duro. Ci potrebbe così essere una via d’uscita dall’inferno.

 

Note:

 

[1] Adattamento, con il permesso degli autori, realizzato da Finian Cunningham per Global Research. L’articolo originale e le note a piè di pagina sono pubblicate su Axis of Logic: http://axisoflogic.com/artman/publish/Article_64191.shtml

 

[2] Destruction Massive – Géopolitique de la Faim, di Jean Ziegler, Editions du Seuil, pubblicato il 13 ottobre 2011.

 

[3] Jean Ziegler, ex professore di sociologia all’Università di Ginevra e alla Sorbona, a Parigi, è membro dell’UN Human Rights Council’s Advisory Committee, con competenza in diritti culturali, sociali ed economici. Nel periodo 2000-2008, Ziegler è stato relatore speciale dell’ONU sul diritto all’alimentazione. Nel Marzo 2008 è stato eletto membro dell’UN Human Rights Council’s Advisory Committee. Un anno dopo, l’Human Rights Council ha deciso, per acclamazione, la rielezione di Jean Ziegler come membro dell’Advisory Committee, carica che ricopre tuttora con scadenza 2012. Nell’Agosto 2009, i membri dell’Advisory Committee lo hanno elettro come vice presidente del forum.

 

[4] Siv O’Neall è una scrittrice e attivista con sede in Lione, Francia, che tiene una rubrica per Axis of Logic su diversi argomenti internazionali. Ha tradotto estratti dall’ultimo libro di Jean Ziegler per il presente articolo, con il permesso dell’autore. È possibile contattarla al seguente indirizzo: siv@axisoflogic.com.

 

[5] 248 milioni di persone nell’Asia meridionale si trovano nella stessa situazione, 398 milioni nell’Asia orientale, 180 milioni nell’Asia del sud e Pacifico orientale, 92 milioni nell’America Latina e nei Caraibi e 67 milioni nei paesi arabi.

 

[6] Soltanto otto milioni di barili sono prodotti da Texas, Golfo del Messico (offshore) e Alaska.

 

[7] Engenho è un termine che ha origine nell’epoca coloniale portoghese che si riferisce ai mulini da zucchero e agli stabilimenti associati. La parola engenho era tipicamente riferita soltanto al mulino, ma in maniera estensiva poteva descrivere l’area nel suo complesso, includendo la terra, il mulino, le persone che vi lavoravano.

 

[8] Lavoratori senza terra (boia = bue ; frio = freddo). Lavorerà come un bue e mangerà del cibo freddo

 

[9] I fondi sovrani sono fondi di investimenti di proprietà statale composto da valori finanziari come azioni, obbligazioni, metalli preziosi e altri strumenti finanziari. I fondi sovrani possono investire a livello globale.

 

[10] Il Mato Grosso è uno stato situato nel centro-nord del brasile, confinante con Bolivia e Paraguay.

 

[11] Vedi Les Nouveaux Maîtres du Monde et Ceux qui leur Résistent di Jean Ziegler (Editions Fayards), 2005.

 

**********************************************Fonte: Fuelling World Hunger: How The Global Biofuel Industry Is Creating Massive Destruction

 

31.12.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICHELE GARAU

ComeDonChisciotte – I MILIARDARI CHE SPECULANO SULL’AVVENIRE DEL PIANETA

Fonte: ComeDonChisciotte – I MILIARDARI CHE SPECULANO SULL’AVVENIRE DEL PIANETA.

DI IVAN DELLA ROY E SOPHIE CHAPELLE
BASTA!

Possiedono compagnie petrolifere, gasdotti, miniere, acciaierie e anche i media. Influenzano governi e istituzioni per impedire qualsiasi regolamentazione che sia troppo stringente. E sono tra le persone più ricche al mondo. Un rapporto di un centro di ricerca degli Stati Uniti li considera, a causa del loro potere e dell’inquinamento generato dalle loro attività, la più grande minaccia che pesa sull’ambiente e sul clima. Chi sono questi multimiliardari che costruiscono la loro fortuna ipotecando l’avvenire del pianeta?

Sono cinquanta. Cinquanta miliardari su cui viene puntato il dito per la loro responsabilità nella degradazione del clima. Traggono le loro ricchezze da attività molto inquinanti e non esitano a spendere milioni per influenzare i governi e la pubblica opinione. Le loro ricchezze cumulate assommano a 613 miliardi di euro. In 50 hanno un peso finanziario superiore ai i Fondi europei di stabilità che sono stati creati per difendere l’eurozona – 17 paesi – contro la speculazione. Questo per dire la forza che possiedono. È questa aberrante concentrazione di potere che viene denunciata da rapporto del Forum Internazionale della Globalizzazione (IFG), un istituto indipendente insediato a San Francisco che raggruppa economisti e ricercatori tra cui l’indiana Vandana Shiva o il canadese Tony Clarke, noti per le loro battaglie contro gli abusi delle multinazionali.

Il loro voluminoso rapporto, Outing The Oligarchy [1], ha l’obiettivo “di attirare l’attenzione del pubblico sugli individui ultraricchi che traggono sempre più profitto – e che sono più responsabili – dell’aggravamento della crisi climatica“. Per l’inquinamento da loro provocato e dalle pressioni che esercitano per difendere i combustibili fossili, questo gruppo di miliardari costituisce, secondo l’IFG, “la più importante minaccia che pesa sul nostro clima“. L’istituto ha deciso di fare i nomi di coloro che formano questa minaccia. Siccome è il 99% a subire le conseguenze del loro arricchimento smisurato – per riprendere la formula del movimento Occupy Wall Street – deve sapere chi stiamo parlando. Una sorta di “outing” forzato.

L’uomo che valeva 63,3 miliardiQuesti cinquanta miliardari sono statunitensi, russi, indiani o messicani. Ma anche brasiliani, cinesi, di Hong Kong o israeliani. Alcuni sono molto conosciuti in Europa: Lakshmi Mittal, Presidente del gigante della metallurgia ArcelorMittal, Rupert Murdoch, il magnate dei media anglosassoni, Silvio Berlusconi, l’ex Primo ministro italiano con 6 miliardi di dollari, Roman Abramovich, proprietario del club calcistico del Chelsea. Altri sono anonimi per chi non è un lettore assiduo della classifica delle grandi ricchezze pubblicate dalla rivista Forbes. Da anonimi riescono a non farsi notare. Possiedono compagnie petrolifere, miniere, media, un esercito di guardie del corpo.

Prendete il Messicano Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo (63,3 miliardi di dollari) che ha approfittato pienamente della privatizzazione della compagnia pubblica Telmex. Detiene 222 imprese in tutto il mondo – nelle telecomunicazioni, nel settore bancario, nell’industria mineraria, nell’energia, nella ristorazione o nel campo sanitario – che impiegano 250.000 persone e generano un fatturato annuo di 386 miliardi di dollari. Tanto che è “quasi impossibile trascorrere una giornata in Messico senza contribuire ad arricchire Carlos Slim, sia che una persona stia telefonando, mangiando in uno dei suoi ristoranti o depositando del denaro in banca“. È come se ogni Messicano gli versasse 1,5 dollari al giorno.

Una gran parte dalla ricchezza di Carlos Slim deriva dalle sue holding industriali devastanti in campo ambientale“, denuncia il rapporto. Trasferimento forzato delle popolazioni per costruire le dighe, contaminazione di suoli con l’arsenico, distruzione di villaggi, pessime condizioni lavorative. Sembra che le industrie di Carlos Slim non indietreggino davanti a niente. “Le sue collaborazioni, come le sue attività in campo sanitario col governo spagnolo e l’influente Bill Gates, gli permettono di costruirsi e di curare un’immagine positiva dietro la quale può dissimulare l’evidenza dei danni ambienti e umani dei suoi progetti minerari o petroliferi“, denunciano i ricercatori dell’IFG.

Le nuove oligarchie emergentiPerché questi cinquanta e non Bill Gates (secondo patrimonio al mondo) o Bernard Arnault (il più ricco francese, quarto mondiale)? I miliardari che corrispondono a tre criteri hanno attirato l’attenzione degli analisti: la ricchezza complessiva (misurata dalla rivista Forbes), i danni ecologici e le emissioni di carbonio generati dalle loro attività economiche [2] e il loro sostegno, palese o nascosto, ai politici che favoriscono le attività con forti emissioni di CO2, come l’industria petrolifera. Risultato: i miliardari dei paesi emergenti sono quelli più rappresentati. Si contano solamente due europei, Russia a parte – Silvio Berlusconi e il cipriota (ex-norvegese) John Fredriksen, un armatore che ha costruito la sua fortuna grazie alla sua flotta di petroliere – tra cui ci sono 13 russi, 9 indiani, 3 messicani e 2 brasiliani.

I grandi ricchi europei sarebbero più virtuosi dei loro omologhi dei paesi emergenti? Non necessariamente. La deindustrializzazione e la finanziarizzazione delle economie del Nord le hanno resi meno inquinanti. E i nuovi megaricchi dei vecchi poteri industriali costruiscono oggi la loro fortuna sulla speculazione finanziaria o le nuove tecnologie dell’informazione (Internet). Ciò non rende il loro accumulo di ricchezza meno osceno, solo un po’ meno devastatore. Gli autori del rapporto non esonerano quindi le vecchie dinastie industriali europee dalle loro responsabilità in materia ambientale. Ma, a parte alcuni magnati petroliferi statunitensi, non fanno più parte di questa nuova “oligarchia dei combustibili fossili” che tenta di dettare legge nel campo della produzione energetica, dell’estrazione mineraria e dell’inquinamento. Alcuni miliardari della vecchia scuola, come Warren Buffet, adottano anche delle posizioni piuttosto progressiste se comparate al cinismo ambientale che regna in seno alla loro casta.

Da Goldman Sachs ad ArcelorMittalIl prototipo di questi nuovi miliardari senza scrupoli: Lakshmi Mittal. Malgrado una fortuna stimata in 19,2 miliardi di dollari, il padrone di Arcelor continua a svuotare di operai gli altiforni francesi ed europei. Non per la preoccupazione di inquinare meno, ma per ” razionalizzare” i costi e approfittare dei paesi dove la regolamentazione pubblica è debole o inesistente. La sua rete di influenza è tentacolare, e arriva fuori dal campo siderurgico: a Wall Street, dove siede nel consiglio di amministrazione di Goldman Sachs, una delle banche più potenti del mondo; in Europa (consiglio di amministrazione di EADS), passando dall’Africa meridionale, il Kazakistan o l’Ucraina.

Come si esercitano concretamente le influenze e la lobby di questi cinquanta mega-inquinatori? Dagli Stati Uniti alla conferenza sul clima di Durban, i fratelli Koch sono diventati degli esperti in materia. Con una fortuna stimata in 50 miliardi di dollari, David e Charles Koch sono alla testa di un vasto conglomerato di imprese che operano principalmente nel settore petrolchimico. I loro dollari si accumulano per milioni grazie alle loro partecipazioni negli impianti che trasportano il petrolio, il gas, i prodotti petroliferi raffinati o anche i concimi chimici. La maggior parte delle attività di Koch Industries, la cui sede è in Kansas, sono ignorate del grande pubblico, eccetto alcuni prodotti come i cotoni DemakUP® o ancora la carta igienica Lotus®. Charles e David Koch hanno alle spalle una lunga storia di impegno politico conservatore e libertariano. Suo padre, Fred Koch, fu uno dei membri fondatori del John Birch Society che sospettava il presidente Eisenhower di essere un agente comunista. Nel 1980 i due fratelli hanno finanziato la campagna del candidato Ed Clark che si presentava alla destra di Reagan. Il loro programma suggeriva l’abolizione dell’FBI, della Sicurezza Sociale o del controllo sulle armi.

I milioni per gli scettici del climaConsiderata come uno dei “primi dieci inquinatori dell’atmosfera negli Stati Uniti” dall’università del Massachusetts, Koch Industries è stata denunciata sotto l’amministrazione Clinton per più di 300 sversamenti in mare in sei Stati federati, prima di accordarsi per una multa di 30 milioni di dollari nel gennaio del 2000. I fratelli Koch riservano un sostegno incondizionato alla cerchia degli scettici del clima che negano il cambiamento climatico. Tra il 2005 e il 2008 hanno speso più denaro della compagnia petrolifera statunitense Exxon Mobil – 18,4 milioni di euro – per finanziare alcune organizzazioni che, secondo Greenpeace, “diffondono notizie errate e false a proposito della scienza del clima e delle politiche in materia energetica“.

In occasione della riunione di Durban, Greenpeace ha inserito i fratelli Koch tra i primi dodici dirigenti di imprese inquinanti che operano in sintonia per minare un accordo internazionale sul clima. Concedono enormi sovvenzioni alle associazioni industriali come l’American Petroleum Institute, un organismo che rappresenta le compagnie petrolifere americane. Anche se il loro ruolo nei negoziati del clima è importante, i fratelli Koch vogliono rimanere nell’ombra. Charles Koch ha dichiarato che bisognerebbe “passargli sul corpo” prima di vedere la sua società quotata in Borsa. Senza una quotazione, la società non ha l’obbligo di pubblicare le sovvenzioni accordate alle diverse organizzazioni. Una situazione ideale per praticare nell’ombra un lobbying intenso. L’azienda ha versato così più di un milione di dollari all’Heritage Foundation, un “pilastro della disinformazione sui problematici climatici e ambientali“, secondo Greenpeace.

I fratelli Koch avrebbero largamente partecipato all’amplificazione del “Climategate” nel novembre del 2009. Questo scandalo era stato scatenato dalla pirateria e dalla diffusione di una parte della corrispondenza dei climatologi dell’università britannica di East Anglia. I Koch hanno finanziato alcuni organismi, come il think tank della destra radicale Cato Institute – di cui sono cofondatori – per montare questa iniziativa, mettendo in dubbio l’esistenza del riscaldamento. Altro fatto essenziale: in risposta al documentario del vicepresidente Al Gore sul cambiamento climatico, i due miliardari hanno versato 360.000 dollari al Pacific Research Institute for Public Policy per il film An Inconvenient Truth… or Convenient Fiction, un libello assolutamente climatoscettico.

Il petrolio nel Tea PartyKoch Industries ha anche iniziato un anno fa una campagna referendaria che vuole impedire l’entrata in vigore della legge californiana per la lotta al il cambiamento climatico (la “AB32″). La loro posizione: lo sviluppo di energie proprie in California costerebbe molti fondi allo stato. Insieme ad altri gruppi petroliferi, i fratelli Koch ci hanno investito un milione di dollari. La loro proposta è stata alla fine rigettata e la legge impone oggi alla California una riduzione del 25% delle emissioni di gas ad effetto serra di qui al 2020 (per tornare al livello del 1990). Malgrado questa sconfitta, il comitato di azione politica di Koch Industries, KochPac, ha continuato a praticare intense pressioni a Washington per ostacolare ogni legge che limitasse le emissioni di gas serra. Secondo il rapporto di Greenpeace, il comitato ha speso più di 2,6 milioni di dollari nel 2009-2010 per condizionare il voto sulla legge Dodd-Frank che ha l’obbiettivo di una maggiore regolazione finanziaria.

I fratelli Koch finanziano anche il Tea Party dei conservatori e partecipano al gruppo Americans for Prosperity (AFP). Creato nel 2004, l’AFP è all’origine di numerose manifestazioni contro l’amministrazione Obama, in particolare contro il suo progetto di tassa sul carbonio. Siccome la Corte Suprema ha tolto nel gennaio 2010 i limiti al finanziamento delle campagne elettorali nazionali da parte delle imprese, i Koch sembrano pronti a investire ancora più denaro nel Tea Party in vista delle elezioni del 2012. Il loro lobbying è così tentacolare che sono soprannominati “Kochtopus”, un gioco di parole che unisce il loro cognome a quello della piovra (octopus in inglese).

Il 99% sacrificato dall’1%?Per restringere il potere di queste nuove plutocrazie e di queste ricchezze smisurate, il rapporto dell’IFG raccomanda una serie di misure fiscali per assicurare una vera distribuzione della ricchezza: indicizzare gli alti stipendi a quelli più bassi, aumentare l’imposizione sugli alti redditi o tassare le transazioni finanziarie. Sono quindi necessarie nuove leggi per impedire queste enormi concentrazioni societarie e per evidenziare i danni ambientali che provocano.

C’è un’urgenza: “Un aumento di 4°C della temperatura mondiale […] è una condanna a morte per l’Africa, per i piccoli Stati insulari, per i poveri e le persone vulnerabili di tutto il pianeta, avverte Nnimmo Bassey, presidente degli Amici Internazionali della Terra a Durban: “Questa riunione ha amplificato l’apartheid climatico. L’1% più ricco del pianeta ha deciso che era accettabile sacrificare il 99%“. Ciò significa che gli Stati, i governi e i cittadini devono riprendere in mano la situazione. Nel frattempo, sono sempre più sotto pressione di quei “mercati finanziari” di cui questi cinquanta multimiliardari sono attori imprescindibili.

Note:[1] Outing The Oligarchy, billionaires who benefit from today’s climate crisis, International Forum on Globalization.

[2] Grazie principalmente agli indicatori di sviluppo durevole come il Dow Jones Sustainability Index o il CSR Hub Rating che misurano la responsabilità sociale delle imprese.

**********************************************Fonte: Ces milliardaires qui spéculent sur l’avenir de la planète

13.12.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana | STAMPA LIBERA

Fonte: Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana | STAMPA LIBERA.

Da un’intervista a Sandro Donati, già consulente del Ministero della Solidarietà Sociale, direttore scientifico del progetto Narcoleaks, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di droga a livello globale.
La recente diffusione di un documento redatto dal gruppo, eloquentemente intitolato Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina, ha suscitato una certa apprensione presso la Casa Bianca

“La questione afghana è una cartina di tornasole, un qualcosa che consente di comprendere tutto ed è sconcertante come osservatori ed esperti di narcotraffico facciano finta di non vedere. Ci sono infatti una serie di elementi eclatanti che parlano con estrema chiarezza
Anzitutto, fino a prima che iniziasse il conflitto afghano – mi riferisco al periodo precedente finanche all’invasione sovietica in Afghanistan – la produzione nel Paese era una percentuale minima di quella mondiale. Diciamo che la quasi totalità della produzione mondiale era tutta quanta concentrata nel Triangolo d’oro. La produzione afghana cominciò a muoversi durante l’invasione sovietica e ci sono molti riferimenti che indicano come gli Stati Uniti finanziassero i mujahidin all’epoca, proprio facilitando il traffico dell’oppio. Fatto è che l’Afghanistan cominciò a produrre una parte un po’ più consistente della produzione mondiale, portandosi intorno ad un 15-20% del totale, ma il Triangolo d’oro continuava sempre ad essere dominante nel settore. Quando i sovietici si ritirarono, la produzione era ormai consolidata, e rimase tale sino a che nel 2000 intervenne un primo editto dei talebani. Questo editto provocò una prima diminuzione che mi pare si attestò attorno ad un 20-30% della produzione. L’anno successivo i talebani fecero sul serio, perché emisero un altro editto molto più duro che evidentemente spaventò i contadini; fatto sta che la produzione venne pressoché azzerata e si ridusse a circa un 7-8% di quello che era prima. Ora, nell’ottobre del 2001 arrivano gli americani e i loro alleati. Quello che è eclatante è seguire la curva con la quale da quel momento in poi aumenta annualmente la produzione di oppio. La pendenza della curva dimostra un aumento di produzione spaventosamente più elevato rispetto alla lenta crescita avuta durante il periodo dell’occupazione sovietica. La produzione arriva infatti a raddoppiare o triplicare anno per anno e si arriva ad una situazione limite intorno al 2007, anno in cui l’Afghanistan diventa pressoché il monopolista nella produzione mondiale. E quindi qui intervengono diversi fatti clamorosi che vanno osservati con attenzione: non soltanto l’Afghanistan vede esplodere la sua produzione, ma al tempo stesso crolla quella del Sud-Est asiatico. E qualcuno mi deve spiegare chi è che manovra quello che io definisco una sorta di simbolico semaforo internazionale che diventa rosso da una parte e verde dall’altra. Sul versante del Triangolo d’oro, d’improvviso cominciano a funzionare tutte quelle politiche di sviluppo dell’agricoltura alternativa e la produzione di oppio si abbatte fortemente.
In Afghanistan invece assistiamo all’esplosione della produzione in uno dei Paesi più controllati al mondo da satelliti, ricognizioni aeree e movimenti di truppe terrestri. Ammettiamo per un attimo di credere alla favoletta che l’oppio si produce soltanto nelle zone controllate dai talebani; dovremmo anzitutto superare la contraddizione che gli stessi talebani in precedenza avevano emesso degli editti contro la produzione. Ma anche volendo ammettere che i talebani a loro volta, accecati dal bisogno di armarsi dettato dalla guerra, abbiano cercato finanziamenti nel narcotraffico: è evidente che gli Stati Uniti hanno una capacità aerea di totale controllo del Paese e che i talebani non sono certo in grado di contrastarli dal punto di vista aereo, soprattutto nei voli ad alta quota. Potendosi tutto ricostruire minuziosamente dai satelliti, vi sarebbe la possibilità di distruggere le coltivazioni come per esempio gli stessi statunitensi hanno insegnato a fare ai colombiani con le fumigazioni, cioè gettando sostanze chimiche che cadono sulle piantagioni e le distruggono. Come mai tutto questo non è stato mai attuato in Afghanistan?
Ma poi c’è una seconda domanda più stringente, che supera pure il pretesto che le coltivazioni siano solo nei territori controllati dai talebani: l’oppio coltivato deve poi essere lavorato e trasformato. Dei vari passaggi necessari il primo è la trasformazione in oppio dei fiori. Che già significa movimentare delle quantità notevoli di materia prima, che dal punto di vista di volume e peso è in rapporto di 5 a 1 rispetto all’oppio che ne verrà ricavato. La merce si sposta con camion e poi arriva nei laboratori nei quali deve essere trasformata in oppio e da oppio in eroina. Qualcuno dovrebbe spiegare alla comunità internazionale per quale motivo dai report dell’ONU emerge un numero bassissimo di laboratori di trasformazione dell’oppio in eroina in Afghanistan. Ed anche come esce questa quantità immensa di oppio ed eroina dall’Afghanistan, visto che gli americani in teoria controllerebbero tutto. Le questioni per la verità sono tante e l’esplosione di produzione in Afghanistan comporta un’altra considerazione di estrema importanza: per la prima volta in maniera eclatante si dimostra che, decidendo a migliaia di km dai mercati di consumo che si deve aumentare la produzione, si è comunque sicuri che quella produzione avrà buon fine, avrà – in sostanza – sbocco nel mercato. E questo dimostra in maniera inequivocabile che è l’offerta che determina la domanda, e quindi è almeno in parte fallace tutta quella serie di argomenti addotti soprattutto in America Latina per spiegare che la produzione è colpa dei Paesi che consumano.”