Ho visto cose che voi umani…

Voce marcata come ‘disinformazione’

Blog di Beppe Grillo – H1N1 a giorni alterni

19 Novembre 2009 · 2 Commenti

Fonte: Blog di Beppe Grillo – H1N1 a giorni alterni.

L’influenza suina è un virus a giorni alterni. Il giorno prima c’è, il giorno dopo scompare.
“Ogni anno una comune influenza fa dai 7000 agli 8000 morti solo in Italia, nel 2008 8000 morti su 4 milioni di influenzati e nessuno ha detto niente o ha sparso psicosi. Si pensi che per malattie molto gravi come le leucemie, AIDS, o cumuli di malattie in persone deboli e anziane, non essendoci sistema immunitario funzionante, anche un raffreddore può essere letale. Ma a un anziano debilitato molte cose possono essere fatali. Sempre nel 2008 morirono migliaia di anziani per il caldo eppure il governo non predispose piani di aiuto. Finora i morti per l’influenza A in tutta la Russia sono stati 14. In Turchia 6. In Germania 3. ma “dopo” la vaccinazione. In Italia ci sono a tutt’ora 16 morti su circa 400 mila casi, quindi lo 0,03 per mille: statisticamente 8 volte in meno delle influenze precedenti.in Italia manca un Ministero della Sanità, per la stoltezza di un B che ha creato Ministeri del tutto inutili come quello per la parità, la semplificazione legislativa o la realizzazione del programma che in 19 mesi non hanno prodotto niente però ha volutamente ignorato un Ministro della Sanità come ha qualunque paese civile, forse pensava di abolire la sanità pubblica per sostituirla con un sistema di assicurazioni pro-ricchi come in USA. A questa mancanza si aggiunge un’informazione tv di talmente basso livello da dare solo informazioni constrastanti e caotiche, in cui il cittadino non ha nemmeno capito se i vaccini ci sono o no, a chi li danno, dove, come e quando e se l’influenza A sia davvero pericolosa. Insomma un governo di incapaci, nessun Ministro addetto alla salute dei cittadini, dei media pietosi per idiozia e mancanza di professionalità, che continuano a dire morti per malattie pregresse. In totale un quadro squallido sia del governo che di Rai o Mediaset, una cosa da terzo mondo ovunque si guardi. Una sola cosa è certa: prima le corporazioni farmaceutiche stimolavano i cittadini a comprare i farmaci, ora li vendono direttamente ai governi. E’ chiaro il vantaggio.” viviana v.

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Minzoshow

11 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Minzoshow.

scritto da Martina Di Gianfelice

Siamo alla frutta. Il Direttore del Tg1 si è lanciato (senza l’amato contraddittorio) in una performance senza precedenti nella televisione pubblica (a parte i suoi naturalmente), attaccando senza pudore il Procuratore Aggiunto di Palermo (per l’occasione nominato Procuratore da Minzolini) Antonio Ingroia. Il Pubblico Ministero palermitano, reo di aver “giudicato pericolosa la politica del governo sulla giustizia”, ha fatto, secondo il saggio Minzolini, “un’analisi sorprendente per un magistrato”. Mi sembra giusto, un magistrato non deve occuparsi di giustizia, non ne ha l’autorità e la competenza, mica Ingroia è Direttore del Tg1, conduce Porta a Porta, Matrix o fa parte di uno dei tanti partiti che straparlano di italiani intercettati e giudici politicizzati!

Antonio Ingroia non puo’ permettersi di esprimere analisi di carattere giuridico basate sul rispetto di quanto stabilito nella Costituzione della Repubblica italiana, mi pare giusto che si dedichi ad altro, attività alternative tipo escort, trans, cocaina, salotti televisivi compiacenti, o al massimo, se proprio vuole fare il magistrato, che si dedichi alla cattura di pericolosi criminali di strada, quali sono i ladri di polli o di mele al mercato.

Il problema di Ingroia sta nella presentazione. Quando conobbe il Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, ladies and gentlemen, non era sul posto per partecipare ad una festa organizzata dal padrone di casa con giullari di corte e intrattenitrici di turno, ma si era presentato, udite udite, per interrogarlo, per chiedere alcuni chiarimenti (prima delle dieci domande di “Repubblica”) su Mangano e la sua assunzione ad Arcore, sul ruolo di Dell’Utri, sui flussi finanziari nelle casse delle holding dell’impero Fininvest, sulle origini del denaro e su strani aumenti di capitale e movimenti di denaro.

Senza parlare del “cursus honorum” del magistrato palermitano. Ha svolto il suo periodo da uditore giudiziario con Giovanni Falcone, poi allievo prediletto di Paolo Borsellino e suo Sostituto Procuratore presso la Procura di Marsala, all’età di 30 anni. Quando Borsellino fu nominato Procuratore Aggiunto di Palermo, decise di portare con sé il giovane Ingroia che dopo la strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992), si dimise insieme ad altri sette magistrati della Procura palermitana protestando contro l’operato, non proprio limpido, dell’allora Procuratore Pietro Giammanco. Poi arrivò Caselli e i processi che non piacciono ai potenti con Antonio Ingroia Pubblico Ministero nel processo a Bruno Contrada (10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza definitiva), a Marcello Dell’Utri(9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, primo grado), a Mario Mori e Mauro Obinu (favoreggiamento alla latitanza di Bernardo Provenzano, processo in corso) e titolare dell’inchiesta sulla trattativa mafia-Stato, nonché colui che sta gestendo, insieme ad Antonino Di Matteo, Roberto Scarpinato e Paolo Guido, la collaborazione di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex Sindaco di Palermo, Vito. Sarà questo forse che non piace ai servi di turno?

Insomma Antonio Ingroia non si è mai lasciato corrompere da nessuno, non ha mai appoggiato logiche di partito, non ha mai partecipato a cene in casa di un suo imputato o del Presidente del Consiglio (spesso le due posizioni coincidono), non ha mai frequentato mafiosi o amici dei mafiosi.

Questo è il problema di Ingroia, è troppo pulito.

L’immunità parlamentare invece, nei Paesi europei in cui è prevista, viene applicata generalmente solo per tutelare i parlamentari nell’espressione di opinioni concernenti l’esercizio delle proprie funzioni (come previsto tra l’altro anche dall’articolo 68 della nostra Costituzione) e l’immunità per il Presidente del Consiglioo per il Primo Ministro non esiste nei Paesi del mondo occidentale, esiste in pochi Paesi quella per il Capo dello Stato che corrisponde al Presidente della Repubblica, non al Presidente del Consiglio. Capisco che per Minzolini & co. Berlusconi è l’ “unico supremo e assoluto capo sulla terra” (Enrico VIII), ma non è il Capo dello Stato.

Strano poi che Ingroia critichi un provvedimento come il disegno di legge sulle intercettazioni, che difatti non permetterà più ai magistrati di indagare a tutto campo, rallentando il processo investigativo e tornando indietro di almeno 20 anni, sia a livello investigativo, che di strumenti tecnologici utilizzati, della serie: i delinquenti parlano tramite Skype e i magistrati li spiano, origliando da dietro la porta o guardando dal buco della serratura.

“Siccome, come ci ricordavano uomini come Falcone e Borsellino, la lotta alla mafia non la puoi fare soltanto dentro i palazzi di giustizia con le indagini e coi processi. Dentro i palazzi di giustizia devi fare appunto le indagini e i processi. Con le prove, se ci sono e se non ci sono le prove non fai né l’uno né l’altro. Ma per affrontare la mafia, che non è soltanto un’organizzazione criminale, ma che è un sistema di potere criminale, la magistratura da sola non può vincere questo scontro. Occorre un movimento ampio, di opinione, della società ed è quello che Paolo Borsellino diceva con una frase, che se noi dicessimo oggi saremmo accusati naturalmente di essere politicamente schierati, che il nodo – diceva Paolo Borsellino – della lotta alla mafia è essenzialmente politico, perché prima di una magistratura antimafia occorre una politica antimafia”.

(Antonio Ingroia – 7/11/09)

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Ingroia: “Minzolini ha stravolto il mio pensiero”

11 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Ingroia: “Minzolini ha stravolto il mio pensiero”.

Procuratore Ingroia, contento di essere citato da un’editoriale del TG1?
“Certamente no, quando il mio pensiero viene stravolto al punto di attribuirmi un programma politico, mentre le mie dichiarazioni erano semplicemente un richiamo ai princìpi fondamentali scritti nella carta costituzionale. Non mi sento schierato da nessuna parte se non con i padri costituenti e con i cittadini che pretendono verità e giustizia”.
Così il magistrato risponde in esclusiva ad Articolo21 in relazione all’editoriale di ieri del direttore del tg1.

“A che ora – affermano Giuseppe Giulietti e Federico Orlando – e in quale edizione del tg1 (e la Rai nel suo complesso) garantirà il diritto di replica al giudice Ingroia e ai suoi colleghi pesantemente oltraggiati da Minzolini? Sino a quando le autorità di garanzia ptranno girarsi dall’altra parte? L’editoriale di ieri è solo il preannuncio di una offensiva contro la Costituzione e contro i poteri di controllo. Forse è davvero giunto il momento di promuovere una grande iniziativa che metta insieme senza distinzioni di parte o di partito quanti hanno ancora a cuoere la Carta costituzionale.”

Tratto da: articolo21.info

Ingroia a “24 Mattino” su Radio 24:

“Non ho fatto alcuna critica nei confronti del governo, la parola governo credo non sia stata neanche pronunciata nel mio intervento. Ma non voglio fare polemiche o replicare al direttore del Tg1 Minzolini. Dico solo che alcune mie frasi sono state estrapolate dal contesto e ad esse è stato attribuito un significato diverso”. Lo ha detto il pm di Palermo Antonio Ingroia, intervenuto a “24 Mattino” su Radio 24 per parlare di giustizia dopo essere stato criticato ieri in un editoriale dal direttore del Tg1. “Non ho né obiettivi, né programmi politici – ha aggiunto Ingroia – tantomeno di ribaltare posizioni o attuali assetti politici e istituzionali. Penso che questa sia l’accusa più grave che si possa fare a un magistrato, non mi sento di meritarla”. “Ho fatto riferimento – ha proseguito – alla mia preoccupazione per alcuni disegni di legge, alcuni in corso di approvazione, mi riferisco a quello sulle intercettazioni, altri all’esame del Parlamento, mi riferisco alla riforma del codice di procedura penale, che a mio parere rischiano di aggravare la situazione di difficoltà investigativa della magistratura, soprattutto nei procedimenti più delicati sulle organizzazioni criminali, anche sul versante dei rapporti coi colletti bianchi. Poi ho aggiunto che da parte dei cittadini occorre, come ci ricordavano Falcone e Borsellino, una partecipazione attiva”. Ingroia non smentisce però di avere usato l’espressione “soluzione finale”: “Ho detto che sono saltati dei paletti importanti e fondamentali e che se venissero approvati, questi disegni di legge metterebbero in crisi l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, vale a dire un pilastro dello stato di diritto. In questo senso ho usato l’espressione forte della soluzione finale dello stato di diritto”.

Fonte ANSA

Qui il video dell’editoriale di Minzolini

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L’Italia è una Repubblica in mano alla mafia

11 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: L’Italia è una Repubblica in mano alla mafia.

Scritto da Rita Pani

Siamo ben oltre il fascismo, siamo in mano alla mafia. Il fascismo si poteva contrastare, la storia insegna che combattere la mafia è pressoché impossibile. Si possono vincere piccole battaglie, ma ormai non si potrà più sconfiggere. Si è sempre detto, e io ci credo vivamente, che per sconfiggere la mafia ci vuole la volontà politica, ma se la politica la fanno i mafiosi… il resto vien da sé.

Io non guardo il TG1, invero tento di evitare tutte le televisioni di stato, sia quelle del tizio del consiglio, sia quelle del tizio di Mediaset, ma leggo molti giornali, tutti tranne quelli del tizio editore. Se avete avuto modo di leggere quanto accaduto ieri al TG1, avrete avuto anche voi la mia stessa sensazione: “L’Italia è una Repubblica in mano alla mafia.” E sebbene l’indignazione di molti cittadini non si sia fatta attendere, e vi siano appelli da firmare anche on line, non cambierà nulla.

Quando un giornalista, palesemente servo del tizio della cosca del consiglio, viene mandato in televisione a spiegare a milioni di cittadini che non hanno (e non devono avere) accesso a Internet, che i magistrati che si occupano di mafia perseguono un ideale diverso da quello del partito a governo, si può affermare senza timore di smentita, che ormai è la mafia a governare non più il sud Italia, nelle sue differenti forme o culture, ma l’intero paese.

L’evoluzione delle cose, lascia allibiti. Siamo passati in brevissimo tempo da periodo in cui persino si dubitava della reale esistenza della mafia, alla credenza popolare che in fondo fossero solo bravi omini a dorso di mulo e con un buffo cappello sulla testa; poi è stato chiaro che si trattava di associazioni criminali e sanguinarie. Oggi invece non solo si sa che la mafia esiste, che è una grossa lobby affaristica, ma nemmeno ci si nasconde più. È stato un lento processo, finalmente attuato. Iniziarono con la trasmissione riparatrice dopo una di denuncia su totò cuffaro, poi il senatore condannato in primo grado e mai dimesso. Recentemente ci fu quel bel siparietto in cui berlusconi e dell’utri dissero (in campagna elettorale) che Vittorio Mangano era un eroe. Per arrivare fino a ieri, fino a oggi. Due giornate cruciali: nella prima, come ho scritto, il direttore del maggior telegiornale italiano che dice ai cittadini che la magistratura è contro il padrino del consiglio, e che i magistrati, comunisti, lo vogliono far fuori; oggi il padrino del consiglio che rivolgendosi al sottosegretario all’Economia, per il quale i giudici (sempre loro eh!) hanno chiesto l’arresto, ha detto: “Tieni duro”. Si obbietterà che le leggi per i mafiosi ci sono, e che nessuno intende abrogarle. Può essere. In fondo è sempre meglio lasciarli in carcere che doverli fare fuori per poterli sostituire.

E ora, per favore, non ditemi: “spegniamo la televisione.” Sediamoci accanto ai più deboli mentre la guardano, e spieghiamo loro cosa sta succedendo, cosa stanno dicendo, cosa CI stanno facendo.

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A.A.A. Lodo offresi prezzo trattabile – Marco Travaglio – Voglio Scendere

6 Novembre 2009 · 1 Commento

Fonte: A.A.A. Lodo offresi prezzo trattabile – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Premesso che l’on. avv. Niccolò Ghedini è una simpatica personcina e il suo maestro on. avv. Pietro Longo pure, la domanda è questa: ma è normale che questi due signori – come informano quotidianamente i giornali – si aggirino per le aule parlamentari, peraltro deserte, e negli angiporti limitrofi, cercando di piazzare lodi, lodini, sottolodi, minilodi travestiti da “riforme della giustizia” in formato extralarge, o mignon, da tasca o da pochette, per cancellare i processi o i reati del loro cliente che li paga profumatamente e, per inciso, fa pure il presidente del Consiglio? È normale che tutti li stiano a sentire, nell’ambito del “dialogo sulle riforme”, anziché mandarli a stendere? È normale che nessuno, dal presidente della Camera a quello della Repubblica, non trovino due minuti e due parole per metter fine allo sconcio? È normale che i giornaloni “liberali” non scrivano una riga? È normale che Pigi Battista abbia frantumato i marroni per tutta l’estate a De Magistris perché non s’era ancora dimesso da magistrato (l’ha fatto a settembre, nel silenzio di Battista) e non abbia mai dedicato una virgola alle mancate dimissioni di Ghedini e Longo dall’avvocatura o dal Parlamento o dalla difesa berlusconiana? È normale che il Corriere degli Ostellini, dei Panebianchi, dei Pappagalli della Loggia che quotidianamente ci affetta i santissimi con la separazione delle carriere fra giudici e pm non dedichi un pigolìo alla separazione delle carriere fra avvocati e legislatori?

È normale che l’Ordine degli avvocati, quello che non ha ancora trovato il modo di espellere Previti a tre anni dalle condanne definitive per aver comprato le sentenze Imi-Sir e Mondadori, non abbia nulla da dire ai due illustri associati in spudorato conflitto d’interessi? Se non andiamo errati, l’Ordine forense è dotato financo di un “Codice deontologico”, che nel capitolo III sul “Conflitto d’interessi”, contempla il seguente art. 37: “L’avvocato ha l’obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa… interferisca con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale”. Tipo quello di deputato. Ora, non ritengono lorsignori che codesto articolo calzi a pennello con ciò che fanno ogni santo giorno da 15 anni gli avvocati del premier? E, se è così, il Codice deontologico ha una funzione ornamentale o è vincolante per gli associati? E che si intende fare per indurre le due personcine a rispettarlo? Finora gli On. Avv. avevano sempre trovato un prestanome disposto a immolarsi e intestarsi le leggi-vergogna su misura dell’Utilizzatore Finale e dei suoi cari: decreto Biondi, condono Tremonti, scudo Tremonti, ddl Pittelli, lodi Schifani e Alfano, legge-bavaglio Alfano sulle intercettazioni. Solo Cirielli si era ribellato, tant’è che la sua legge riveduta e corrotta fu ribattezzata “ex Cirielli”, alla memoria, per mancanza di scudi umani volontari. Ora anche Angelino Jolie, essendosi sputtanato abbastanza, non firma più nulla. Così Ghedini e Longo han dovuto riaprire il bazar mettendoci la faccia e il nome. Ogni giorno la premiata ditta sforna una nuova schifezzuola per sondare il terreno e vedere l’effetto che fa: amnistia super o mini; indultino gigante o nano; prescrizione breve o media o lampo; portiamo tutto da Milano a Roma, o magari ci fermiamo a metà strada, tipo Orte; un bel lodino nuovo di pacca, anzi usato; valido per tutti, o solo per gli incensurati, o solo per Lui. Interessa l’articolo? Prezzi modici e trattabili. Roba che nemmeno Paolo Ferrari coi due fustini al posto di un Dash. Prima o poi riusciranno a piazzarlo, il Ghedash che lava più bianco. Tanto nessuno dice nulla e il Presidente firma tutto. O no?

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ComeDonChisciotte – E SE FOSSE L’OLANDESE VOLANTE ?

31 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Le autorità dichiarano che il relitto trovato al largo di Cetraro in calabria non sia quello del Cunsky, la nave dei veleni fatta affondare per smaltire in fondo al mare il suo carico tossico, ma una nave molto più vecchia, affondata nel 1917.

Carlo Bertani spiega come la dichiarazione delle autorità sia l’ennesima e incosciente frottola disinformativa.

Anzichè pensare a come bonificare le autorità insabbiano la verità e sperano che i morti per l’inquinamento non facciano notizia. Vergogna, fuori la mafia dallo stato!

Fonte: ComeDonChisciotte – E SE FOSSE L’OLANDESE VOLANTE ?.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

Gentile Ministro Prestigiacomo,
quella che può osservare nella fotografia, sarebbe il relitto scovato dalla nave oceanografica “Mare Oceano” al largo di Cetraro, in Calabria. Molto probabilmente lo è, perché la nave “Città di Catania” (all’epoca si apponeva sempre, prima, la locuzione “Città di”) fu affondata nel Marzo 1917 da un sommergibile tedesco – all’Ufficio Storico della Marina lo confermeranno di certo – e siamo dunque felici che la “Città di Catania” (proveniente dall’India e diretta a Napoli) sia stata finalmente ritrovata.
Siamo un po’ più freddi, invece, al riguardo della “cessata emergenza” diramata ai quattro venti poiché – a nostro avviso – la conclusione ci sembra cozzare contro le più elementari regole della logica.
Soprattutto della logica delle costruzioni navali.
Partiamo dall’inizio.

La presunta “nave dei veleni”, individuata dalla ricerca finanziata dapprima dalla Regione Calabria, doveva essere la Kunsky (che risultava, invece, demolita in Oriente ma, sulle pratiche di demolizione in quelle aree, meglio non fare troppo affidamento) ed invece si scopre che è un relitto italiano risalente alla Prima Guerra Mondiale. Le vendite di pesce sono crollate dell’80%, ed è dunque un bel sollievo sapere che si tratta di un innocente piroscafo italiano.
Ci sono, però, alcune discrepanze fra le due descrizioni, che saltano agli occhi.
Nelle risultanze pubblicate sui primi rilevamenti – quelli ordinati dalla Regione Calabria – si dice che:

E’ lei. E’ la nave descritta dal pentito di mafia Francesco Fonti. E’ come e dove lui aveva indicato. Sotto cinquecento metri di acqua, lunga da 110 a 120 metri e larga una ventina, con un grosso squarcio a prua dal quale fuoriesce un fusto. Si trova venti miglia al largo di Cetraro (Cosenza). I fusti sarebbero 120, tutti pieni di rifiuti tossici [1].

Ci sono dei fusti. Fusti in metallo, ovviamente. Peccato, Ministro Prestigiacomo, che lo stivaggio di materiali in fusti metallici non fosse assolutamente in uso agli inizi del ‘900: all’epoca, tutto veniva stivato in barili di legno, tanto che le tabelle d’armamento, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, prevedevano che a bordo vi fosse almeno un mastro bottaio con alcuni aiutanti. Controlli, la prego.
Ci sono dei fusti nei pressi della “Città di Catania”? Approfondisca.

Altro capitolo che non ci convince riguarda le dichiarazioni della “Grande Silenziosa”, la Regia Mar…pardon, oggi Marina Militare Italiana:

Di certo i misteri che hanno sempre avvolto questa vicenda non lasciano sperare bene. Come aveva già confermato la Marina Militare, nella zona – siamo a venti miglia al largo di Cetraro (CS) – non ci sono relitti bellici né della prima né della seconda guerra mondiale. [2]

Ohibò, vuoi vedere che alla gloriosa Marina Italiana era sfuggita la povera “Città di Catania”? Oppure qualcuno se n’era scordato? Per di più: una nave che porta il nome della sua città natale…
Insomma: furono oppure no affondate navi, per eventi bellici, nel mare di Cetraro? Controlli, la prego: se desidera, posso inviarle i riferimenti dell’Ufficio Storico della Marina, ma sono certo che lei già li possiede.

Se il mistero dei fusti e dei barili, più le incertezze della Marina, ancora non la convincono, le sottoponiamo la relazione stesa durante i primi rilevamenti:

L’epoca della costruzione della nave affondata, secondo quanto emerso dai primi rilievi, risalirebbe agli anni `60-´70. Secondo quanto riferito dal procuratore Bruno Giordano, infatti, non sarebbe visibile la bullonatura, il che indurrebbe a pensare che sia stata costruita in quegli anni. Il relitto è coperto da numerose reti da pesca [3].

Non vorremmo tediarla con inutili dissertazioni sulle costruzioni navali, ma vorremmo ricordarle – questa è Storia, non invenzioni – che le prime navi a non avere bulloni per collegare le lamiere alle ordinate furono le corazzate “tascabili” tedesche della classe Admiral Graf von Spee (più precisamente, Admiral Graf von Spee, Admiral Scheer e Deutschland, poi Lützow), le quali – dovendo sottostare ai limiti imposti dalle Conferenze Navali di Londra e Washington – non potevano dislocare più di 10.000 tonnellate.
I tedeschi, per risparmiare il peso dei bulloni, “inventarono” la saldatura della lamiere alle ordinate, il che consentì di costruire navi con cannoni di maggior calibro (280 mm) al posto dei 203 mm dei “classici” incrociatori pesanti da 10.000 tonnellate.
Tutto questo, per dirle che – come afferma il Procuratore di Paola – se la nave in questione non ha bulloni nello scafo, non può essere la “Città di Catania” (varata nel 1906, quando si “bullonava” sempre, da non confondere con l’omonima nave affondata in Adriatico durante il secondo conflitto mondiale), ma un’altra. Che la Kunsky sia solo un poco più in là? Perché chiudere così frettolosamente le indagini? “Caso chiuso”: così in fretta?

Rimane il mistero del Cesio 137 ritrovato nei molluschi [4], proprio in quel mare: siccome il Cesio 137 non si trova in natura, chi ce lo avrà messo? Lei ha un’idea? Che siano stati gli iraniani?

Le ricordo, infine, che le precedenti rilevazioni stabilirono che – nel mare di Cetraro – il SONAR aveva individuato ben sette “macchie scure”, che non indicano necessariamente una nave, ma che forniscono alte probabilità che lo siano.
Ciò che insospettisce, è che la notizia fu pubblicata da AdnKronos e – proprio mentre scrivevo questo articolo – è sparita! Sì, ritirata dal circuito!
Credo che, anche per lei, la cosa risulterà assai strana.
Non vorremmo che, per correre dietro all’urgenza economica di garantire la pesca, per ovviare alle proteste dei pescatori e per tacitare chi fa “allarmismo”, aveste semplicemente scambiato una nave per un’altra. Capita. In fin dei conti, quel che conta è la verità mediatica: il resto…

Provi a rifletterci un poco; se mai, chieda lumi a Bertolaso ed alla Marina: vedrà che – con un poco di calma e di riflessione – tutto si chiarirà. Come sempre, in Italia.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/10/e-se-fosse-lolandese-volante.html
30.10.2009

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

[1] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/trovata/trovata.html
[2] Ibidem.
[3] Fonte: Il Secolo XIX – 12 Settembre 2009.
[4] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/nave-veleni/risultato-indagini/risultato-indagini.html

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C’era una volta l’intercettazione – Marco Travaglio – Voglio Scendere

27 Ottobre 2009 · 1 Commento

Fonte: C’era una volta l’intercettazione – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Scritto da Marco Travaglio

Pubblico la mia prefazione al libro di Antonio Ingroia “C’era una volta l’intercettazione. La giustizia e le bufale della politica” (Stampa Alternativa, 2009).

Se cercavate un trattato giuridico sulle intercettazioni telefoniche e ambientali e sulle norme che le regolano e le regoleranno, lardellato di commi e codicilli, avete sbagliato libro: affrettatevi a restituirlo al libraio e chiedete il rimborso. Se invece cercavate uno strumento divulgativo per capirci qualcosa nella giungla dei luoghi comuni, delle frasi fatte, delle bugie che inondano giornali e televisioni sull’ultima (ma solo in ordine di tempo) legge-vergogna del regime berlusconiano (ma, come purtroppo vedremo, non solo berlusconiano), avete fatto la scelta giusta.

Malgrado sia un magistrato, Antonio Ingroia scrive in italiano comprensibile anche ai non addetti ai lavori. E lo dimostra in questo pamphlet agile e spigliato, a tratti ironico, colto ma mai supponente. C’era una volta l’intercettazione è molto più di un bignami divulgativo sul tema. È anche, anzi soprattutto, un prezioso trattatello sull’uso politico della menzogna e sull’ansia disperata d’impunità della nostra classe politica, o meglio della nostra classe dirigente. Che è la più compromessa e infetta del mondo libero, o semilibero.

Un marziano che si ritrovasse catapultato all’improvviso nelle aule e nei corridoi dei nostri palazzi del potere, a furia di sentire gli inquilini parlare con terrore di intercettazioni e progettare come abrogarle, si farebbe l’idea di essere capitato in una succursale della Banda Bassotti. Nei Paesi normali sono i criminali a essere ossessionati dal timore di venire intercettati e a predisporre tutti gli accorgimenti possibili per comunicare lontano da orecchi indiscreti. In Italia sono politici, amministratori, finanzieri, banchieri, imprenditori, top manager, alti ufficiali delle forze dell’ordine e dei servizi di sicurezza.

Nelle tre parti del libro, Antonio Ingroia, già allievo prediletto di Paolo Borsellino, procuratore aggiunto alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, pubblico ministero in alcuni fra i principali processi di mafia-politica-economia, traccia una storia delle intercettazioni telefoniche in Italia, confuta le più diffuse menzogne in materia e spiega punto per punto il disegno di legge Alfano che sta per essere approvato dal Parlamento dopo varie correzioni e ritocchi.

Ricorda come anche il famoso maxiprocesso a Cosa Nostra, cioè il capolavoro del pool antimafia di Falcone, Borsellino & C., nato dalla collaborazione di Tommaso Buscetta con la giustizia, ebbe origine proprio da un’intercettazione. Rammenta che le prime notizie sugli autori della strage di Capaci emersero da un’altra intercettazione (quella dell’“attentatuni”). Spiega come la secolare impunità della mafia, nella lunga stagione delle assoluzioni per insufficienza di prove, non fu dovuta soltanto alle connivenze e alle collusioni di vasti settori delle forze dell’ordine e della magistratura, oltreché della politica e della “società civile”, ma anche all’impossibilità di penetrare in quell’associazione segreta ascoltandone le “voci di dentro”.

Non a caso le prime condanne di Mafiopoli, dopo anni di assoluzioni-scandalo, arrivarono non appena si riuscì a rompere quel silenzio secolare e ad ascoltare quelle “voci”: voci volontarie, grazie ai pentiti, e voci involontarie, grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Intanto, nei processi di Tangentopoli, testimoni e imputati rei confessi aiutavano inquirenti e cittadini a penetrare un’altra forma di criminalità organizzata: il sistema paramafioso della corruzione e della concussione ambientale. Così, nel giro di pochi anni, da Milano a Palermo si cominciò finalmente a illuminare il lato osceno del potere.

E così, appena riavutasi dallo choc, la classe dirigente e i suoi pennivendoli da riporto cominciarono sistematicamente ad aggredire gli strumenti che avevano consentito quella luminosa stagione di legalità e verità: i pentiti e i testimoni (chi non ricorda la vergognosa campagna contro Stefania Ariosto?), preparando la strada alla loro abolizione per legge in tre mosse: la controriforma dell’articolo 513 del Codice di procedura penale, la legge costituzionale del “giusto processo” e infine la norma che ha cancellato quasi tutti gli incentivi che fino a quel momento avevano indotto tanti mafiosi a saltare il fosso e a collaborare con la giustizia.

A quel punto, però, i magistrati riuscirono ancora ad ascoltare le “voci di dentro” grazie alle intercettazioni telefoniche, estese ai reati finanziari da una legge imposta dall’Europa nel 2005. E seguitarono a smascherare scandali di ogni genere, che trascinarono alla sbarra politici, banchieri, finanzieri, imprenditori, la security della Telecom e l’intero vertice della polizia, dei servizi segreti e del Ros dei carabinieri. Troppe verità scomode perché il sistema le potesse sopportare.

Liquidati pentiti e testimoni, restava dunque un solo tallone d’Achille sul corpo invulnerabile del potere, una sola finestra socchiusa in tutto il palazzo: le intercettazioni. Infatti, dopo la guerra mediatico-politica ai pentiti e ai testimoni, ecco l’ultima campagna per delegittimare le intercettazioni e spalancare le porte a una legge che le depotenzi o le smantelli tout court. Missione alla quale si sono molto applicati gli ultimi due cosiddetti ministri della Giustizia, Clemente Mastella e Angelino Alfano.

La legge Mastella, approvata dalla Camera unanime nel 2007 ai tempi del centrosinistra anche con i voti del centrodestra, si occupava soprattutto di abolire la cronaca giudiziaria, con pesanti sanzioni ai giornalisti (e agli editori) che osassero raccontare ancora quel che emergeva non soltanto dalle intercettazioni, ma anche dagli altri atti d’inchiesta (il silenzio stampa sulle inchieste giudiziarie affratella il centrodestra e il centrosinistra: non solo i “berluscones”, ma anche Walter Veltroni, si presentarono nell’ultima campagna elettorale del 2008 predicando il black out assoluto su intercettazioni e atti d’indagine).

La legge Alfano invece taglia la testa al toro e risolve il problema alla radice: non si faranno più intercettazioni, dunque i giornalisti non avranno più telefonate né inchieste da raccontare. Per intercettare qualcuno, il giudice avrà bisogno non più di gravi “indizi di reato” (il tale delitto è stato commesso), ma di gravi o evidenti “indizi di colpevolezza” (a commettere quel delitto è stato il tale). Cioè: se oggi, per scoprire il colpevole, si può intercettare, in futuro si potrà intercettare soltanto se e quando si sarà scoperto il colpevole. Un ribaltamento logico-giuridico che, secondo Cordero, “offre materia d’interessante analisi clinica”. In effetti, all’apparenza, il disegno di legge parrebbe concepito da una selezione dei migliori psicopatici in circolazione. Purtroppo la realtà è ben di peggio: chi l’ha scritto sa bene quel che fa. Anzi, quel che devefare.

Tale è la paura dei nostri politici, di destra e di sinistra, di finire intercettati (l’immunità preserva i loro telefoni, ma non può coprire anche quelli dei criminali con cui molti di loro sono soliti amabilmente conversare), che anche i più fanatici propagandisti della “sicurezza” e della “tolleranza zero” contro la criminalità sono disposti ad abrogare di fatto lo strumento più efficace per smascherare e incastrare i colpevoli dei reati. Franco Cordero, su “la Repubblica”, l’ha chiamata “criminofilia”. Che, giorno dopo giorno, controriforma dopo controriforma, ha sfigurato la democrazia italiana in un regime fondato su un potere senza controllo. Modello Putin.

Pur di conquistare l’impunità – giudiziaria e mediatica – per sé, questa classe dirigente si accinge a smantellare ogni residuo di repressione penale, con tanti saluti alla sicurezza dei cittadini. Infatti, come dimostrano i grandi scandali degli ultimi anni – Bancopoli, Calciopoli, Telecom, Sismi, Cuffaro, Mastella, Del Turco, Vallettopoli, clinica Santa Rita, malasanità un po’ dappertutto, giù giù fino alla Puttanopoli barese col contorno di mazzette ospedaliere – le intercettazioni funzionano fin troppo bene.

Per questo vanno smantellate al più presto, prima che svelino altri imbarazzanti altarini del lato B del potere, della sua “oscenità” come la chiama etimologicamente un altro procuratore antimafia, Roberto Scarpinato, in un altro libro fondamentale per comprendere il rapporto fra istituzioni e criminalità (Il ritorno del principe con Saverio Lodato, ed. Chiarelettere, Milano, 2008):

“I processi, oltre ad assolvere alla loro funzione fondamentale di accertare la responsabilità penale di determinati imputati per specifici reati, hanno svolto anche una straordinaria opera di disvelamento al pubblico dell’‘oscenità’ del potere in Italia. I cittadini grazie a questo rito di disvelamento hanno compreso che il vero potere non è quello esercitato sulla scena pubblica, ma quello praticato fuori scena. In pubblico il potere ‘si mette in scena’ indossando mille maschere a uso e consumo degli spettatori; nel chiuso delle stanze ripone le maschere e rivela il proprio vero volto. Per impedire la vergogna di questo smascheramento (la parola vergogna deriva da vereor gogna, cioè temo la gogna) e per impedire – ricordiamo le parole di De Maistre – ‘alla massa del popolo che la sua volontà tragga le conseguenze della sua conoscenza e proceda alla distruzione di un ordine di cui conosce le origini e gli effetti’, i nostri potenti hanno costruito nel corso degli anni un muro di omertà collettiva intorno al proprio operato… Le intercettazioni consentono ai cittadini senza potere di ascoltare in diretta senza censure la voce segreta del potere”.

Naturalmente i cittadini sanno poco o nulla delle conseguenze nefaste della controriforma delle intercettazioni: chi si informa attraverso i telegiornali e la gran parte dei giornali pensa che la legge Alfano serva a tutelare la privacy della collettività, a garantire il “segreto istruttorio” (che, detto per inciso, è stato abolito nel 1989), a risparmiare milioni di euro che oggi verrebbero sperperati in intercettazioni inutili e voyeuristiche che, fra l’altro, avrebbero l’effetto di “impigrire” gli investigatori disabituandoli a ben più efficaci “strumenti tradizionali di indagine”.

Tutte balle, naturalmente, come si dimostra – dati alla mano – in questo libro. Inoltre, a furia di sentirlo ripetere dall’Alfano, dal Ghedini, dal Gasparri, dal Maroni o dal Vespa di turno, molti si sono fatti l’idea rassicurante che la nuova legge non riguardi le indagini antimafia, e che dunque nella lotta a Cosa Nostra, alla camorra e alla ‘ndrangheta tutto resterà come prima: basta leggere quel che scrive Ingroia, che di indagini di mafia se ne intende, per scoprire che è tutto falso, e perché.

Ma nel regime italiota basta ripetere a pappagallo una bugia per trasformarla automaticamente in un dogma di fede: se ne incaricano appositi intellettuali e giornalisti da riporto, a loro volta terrorizzati all’idea di finire intercettati mentre concordano imposture à la carte con i loro protettori (indimenticabile l’intercettazione di Bruno Vespa che appronta con il portavoce di Gianfranco Fini una puntata di Porta a Porta “confezionata addosso” al leader di An, su misura, come nelle migliori sartorie; per non parlare dei tanti cosiddetti giornalisti sportivi sorpresi a farsi dettare la linea da Luciano Moggi).

Accade così che tutti i Tg e fior di quotidiani rilancino le bugie di Alfano al Parlamento italiano sui milioni di italiani intercettati (falso: sono al massimo 20mila all’anno), sulle spese per intercettazioni che si mangerebbero un terzo del bilancio della Giustizia (falso: le spese reali sono 220 milioni l’anno, a fronte di un bilancio di oltre 7 miliardi) e sui modelli stranieri che sarebbero molto più garantiti e sobri del nostro (falso: un’apposita commissione parlamentare d’inchiesta ha stabilito che il sistema più sobrio e garantista al mondo è proprio quello italiano, ma le conclusioni – avendo deluso le aspettative degli impuniti – sono state nascoste in un cassetto per poter continuare a mentire impunemente).

Lo stesso “caso Genchi”, come ricorda Ingroia, è stato creato a tavolino da un fronte politico trasversale e montato ad arte dalla stampa al seguito: Gioacchino Genchi – consulente tecnico di varie procure in delicatissime indagini su mafia, ‘ndrangheta, omicidi, stragi, sequestri di persona – non ha mai disposto né realizzato una sola intercettazione in vita sua. Ma spacciarlo per un occhiuto e perverso “spione” serviva a dipingere l’Italia come un Paese di “tutti intercettati” e seminare il panico fra i cittadini che, se conoscessero la verità, non solo scenderebbero in piazza contro la legge Alfano, ma chiederebbero più, e non meno, intercettazioni.

Nei giorni della montatura contro Genchi, il servile questore di Roma annunciava in pompa magna di aver smascherato i “mostri”, ovviamente rumeni dello stupro della Caffarella a Roma, “senza intercettazioni”, con i famosi “metodi tradizionali d’indagine”, modestamente paragonati da fonti della stessa questura capitolina a quelli del commissario Maigret. Dopo un mese di carcere, naturalmente, i due rumeni sono stati scarcerati con tante scuse (anzi, senz’alcuna scusa) dopo che, prima il Dna e poi il tracciato dei cellulari rubati alla vittima ricostruito con il metodo Genchi, li avevano completamente scagionati. Ma questa prima, fulgida prova su strada dei “metodi tradizionali” contro la barbarie delle intercettazioni, nessuno l’ha raccontata come meritava.

E così ancora oggi sentiamo tanta brava gente ripetere, nei bar e sui tassì, che “con le intercettazioni si esagera” e “bisogna darci un taglio” per affidarsi ai mitici “marescialli di una volta”. Quando Berta filava e Sherlock Holmes risolveva i delitti esaminando le impronte dei piedi dell’assassino o analizzando le tracce di tabacco sul luogo del delitto. Metodi brillantissimi, se non fosse che oggi i criminali usano il computer e comunicano al telefono con schede estere o via Skype. Dicevano Amurri e Verde: “La criminalità è organizzata, e noi no”. E pensavano di fare una battuta. Non avevano visto all’opera Berlusconi, Mastella, Ghedini e Alfano.

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Dagli addosso ai nemici del capo!

17 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Al tempo del duce, gli avversari venivano picchiati dalle squadracce e gli si dava l’olio di ricino. Oggi al tempo dell’utilizzatore finale, gli avversari vengono diffamati dalle televisioni e dei giornali controllati dal capo. Mi pare un metodo mafioso.

L’Italia è ancora un paese democratico?

Fonte: Maccartismo.

Il giudice dai calzini turchesi

Tutti sono avvertiti. Tutti.
Io, te, il fruttivendolo sotto casa, il barista, la parrucchiera, il fotografo.
Tutti.

Tutti quelli che possono anche solo pensare di dire o fare qualcosa che possa danneggiare lui.
Sono avvertiti. Tutti.
Perchè tutti, pensa lui… hanno qualche scheletro nell’armadio.

O al limite un paio di calzini turchesi.

Siete avvertiti.
Guardatevi le spalle e rifatevi il guardaroba.
Tutti.

10 ottobre – Berlusconi : “un giudice di cui se ne sentiranno venir fuori delle belle”. (video)
16 ottobre – Canale 5 a caccia del giudice

Pedina e infanga

Pensavo che il premio Porcheria Giornalistica dell’anno lo potesse vincere in scioltezza il servizio realizzato nottetempo tra i terremotati d’Abruzzo costretti a passare una nottata in automobile, ma mi sbagliavo.

Nella giornata di ieri, la trasmissione Mattino 5 (Canale 5) ha mandato in onda un filmato inquietante realizzato per screditare, e nella peggiore delle ipotesi intimidire, il magistrato Raimondo Mesiano autore del verdetto che impone a Fininvest di versare 750 milioni di Euro alla Cir di De Benedetti per la questione del lodo Mondadori. Il programma televisivo ha fatto pedinare il magistrato da una sua troupe televisiva alla ricerca di chissà quali scabrose evidenze, ma – nisba – Mesiano non fa nulla di particolare: fuma qualche sigaretta, attraversa un incrocio, va dal barbiere, si siede su una panchina.

Non avendo scoperto un bel niente, quelli di Mattino 5 decidono di improvvisare, di montare ugualmente il caso. Una incalzante musica di sottofondo accompagna la vocetta della giornalista, che farcisce il servizio di frasi allusive e generiche del tipo «Alle sue stravaganze siamo ormai abituati» senza specificare una singola circostanza “stravagante”. Il pezzo diventa tragicomico quando la giornalista ripete per un’infinità di volte «Non riesce a stare fermo: avanti e indietro» mentre il poveretto sta semplicemente attendendo il proprio turno dal barbiere. Una vera porcheria.

Sulla qualità infima del servizio in sé si può anche soprassedere, ma sul fine ultimo di questo teatrino certamente no. Il più grande gruppo televisivo privato del paese, di proprietà del presidente del consiglio, attraverso un proprio canale manda in onda un filmato dove un magistrato – che ha emesso un verdetto nei suoi confronti – viene pedinato e screditato sulla base di un pugno di mosche. E tutto ciò avviene, casualmente, ad alcuni giorni di distanza dall’ultima sparata del Cavaliere, che proprio su Mesiano disse: ne vedremo delle belle. Delle balle, semmai.

Ah, e naturalmente il servizio su un uomo spiato nella propria vita privata è andato in onda su una rete televisiva che delle scappatelle del suo capo ha sempre preferito non parlare, trincerandosi dietro la foglia di fico della privacy.

Non vi nascondo di essere inquieto. Anche un po’ schifato.

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COSA VUOL DIRE LIBERTA’ DI STAMPA | BananaBis

2 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

COSA VUOL DIRE LIBERTA’ DI STAMPA | BananaBis.

di Roberto Saviano. La Repubblica

MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.

Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un’opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all’altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.

Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: “Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?”. Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.

Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.

In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l’incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l’informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale?

Chi ha votato per l’attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell’Italia?

Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l’Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi.

Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all’anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L’Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia.

È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall’opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l’esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva “sei alleato di una persona solo quando la ricatti”. Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell’intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto.

Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l’alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo?

Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un’informazione libera.

In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell’Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency ©Riproduzione riservata

Questo articolo sarà pubblicato anche da El Paìs, The Times, Le Figaro, Die Zeit, dallo svedese Expressen e dal portoghese Espresso.

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Libertà di stampa, la denuncia di ‘LeG’ “Il Pdl vuole stravolgere la Costituzione” – Politica – Repubblica.it

2 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Libertà di stampa, la denuncia di ‘LeG’ “Il Pdl vuole stravolgere la Costituzione” – Politica – Repubblica.it.

L’associazione rende noto un disegno di legge che limiterebbe fortemente la libertà di stampa, vietando le pubblicazioni che ledano la privacy o “la dignità della persona”

ROMA - La maggioranza di governo intende limitare la libertà di stampa formalmente, oltre che di fatto, attraverso un disegno di legge di modifica dell’art.21 della Costituzione. La denuncia arriva da “Libertà e Giustizia”, l’associazione nata nel 2002 a Milano per far fronte alla crescente insoddisfazione dei cittadini nei confronti della classe politica.

Il disegno di legge in questione, si legge in un comunicato di “Libertà e Giustizia”, è stato presentato il 9 settembre dal senatore Andrea Pastore (Pdl), presidente della commissione bicamerale per la semplificazione della legislazione, e rilanciato il 30 con l’aggiunta delle firme di altri 30 senatori, tra i quali quella del capogruppo Pdl Maurizio Gasparri e del presidente emerito Francesco Cossiga.

L’art.21, se il disegno di legge venisse approvato, verrebbe modificato in modo che all’ultimo comma (“Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”), verrebbe aggiunta la frase “o lesive della dignità della persona o del diritto di riservatezza”.

“Solo chi non vede o fa finta di non vedere può credere che l’uso diffamatorio o calunnioso di certa stsampa, soprattutto negli ultimi tempi – ha rivendicato Pastore – possa andare avanti senza un più preciso indirizzo legislativo. Troppo fango viene gettato senza che i responsabili subiscano le giuste conseguenze”.

Il significato della modifica all’art.21 che si vorrebbe introdurre, obietta “Libertà e Giustizia”, è invece ben altro: “In maniera subdola e strumentale, con la scusa della privacy, si cerca di imporre limiti assolutamente inaccettabili in tutto il mondo democratico e comunque di intimidire una professione già abbastanza mortificata dalle continue minacce alla carta stampata e alla televisione”.

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TG1, LA REALTA’ DEFORMATA | BananaBis

1 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

TG1, LA REALTA’ DEFORMATA | BananaBis.

di GIUSEPPE D’AVANZO

Qualche numero essenziale, per capirci meglio. Nella campagna elettorale per le elezioni europee, secondo uno studio del Censis (9 giugno 2009), il 69,3 per cento degli elettori si è informato e ha scelto chi votare attraverso le notizie e i commenti dei telegiornali.

I tiggì sono il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (in questo caso, siamo al 76 per cento), i pensionati (78,7 per cento) e le casalinghe (74,1 per cento).

È necessario cominciare allora da questa scena. Più o meno sette italiani su dieci – che diventano otto su dieci tra chi è avanti con gli anni, è meno istruito o è donna che lavora in casa e per la famiglia – scrutano la vita, la realtà e il mondo dalla finestra aperta dai telegiornali – tra cui il Tg1 e il Tg5 – da soli – raccolgono e concentrano oltre il 60 per cento del pubblico. Nella cornice di questa finestra buona parte degli italiani matura emozioni, percezioni, paure, insicurezza, fiducia, ottimismo, consapevolezze, orienta o rafforza le sue opinioni. Che cosa vedono, o meglio che cosa gli mostra quella finestra? Nello spazio stretto, quasi indefinito, tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica si possono fare molti giochetti sporchi. Per esempio, spaventare tutti con il fantasma di un’inarrestabile criminalità che ci minaccia sulla soglia di casa o eliminare ogni incubo cancellando ogni traccia di sangue e di crimine. Nel secondo semestre del 2007 (governa Romano Prodi), i sei tiggì maggiori dedicano a fatti criminali 3.500 cronache. Nel primo semestre di quest’anno (Berlusconi regnante) 2.000 (fonte, Osservatorio di Pavia, report “Sicurezza e Media”, curato da Antonio Nozzoli). Stupefacente il tracollo di storie nere nel Tg5. Con Prodi a Palazzo Chigi, le cronache criminali sono 900 (secondo semestre 2007). Diventano con Berlusconi 400 (primo semestre 2009). Il Tg1 Rai non giunge a tanto. Le dimezza: da 600 a 300.


È un gioco sporco, facile anche da fare: ometti, sopprimi, trucchi la scena secondo le istruzioni politiche del momento. Più o meno, un gioco delle tre carte. Carta vince, carta perde. Il crimine c’è e ora non c’è più perché il governo lo ha sconfitto o ridimensionato. Se fosse necessaria una nuova stagione di paura e di odio, riapparirebbe nelle mani del sapiente cartaro. In questa tecnica di governo non è necessaria l’azione, l’agire, mettere in campo politiche pubbliche contro il crimine, di sostegno alle imprese e alla famiglie, di protezione sociale per chi perde il lavoro, per fare qualche esempio. È sufficiente comunicare che lo si sta facendo, che lo si è fatto, e magari gridare al “miracolo”. Come per il terremoto dell’Aquila. Ogni settimana, il capo del governo si autocompiace per l’evento incredibile, prodigioso che ha realizzato. Ma è autentico “il miracolo di efficienza”? Se si stila una classifica dei tempi di assegnazione di “moduli abitativi provvisori” si scopre che a San Giuliano di Puglia, i primi 30 moduli furono consegnati a 82 giorni dal sisma, in Umbria a 98 giorni, finanche in Irpinia (dove ci furono 3000 morti e 300 mila sfollati) in 105 giorni mentre in Abruzzo i primi moduli sono stati attribuiti a Onna dopo 116 giorni. Non basta dunque il racconto di un fatto in sé per comprenderlo. Il fatto in sé diventa trasparente soltanto se si rendono accessibili e trasparenti i nessi, le relazioni, i conflitti che vi sono contenuti. Privato della sua trama, delle sue relazioni con il passato e con il futuro, il fatto deteriora a immagine, a spettacolo e dunque è vero perché il fatto è lì sotto i nostri occhi; al contempo, è falso perché è stato manipolato, ma in realtà è finto perché l’immaginazione vi gioca un ruolo essenziale e parlare di “miracolo” – non c’è dubbio – aiuta la fantasia.

Il capolavoro di questa tecnica di comunicazione che diventa disinformazione lo raggiunge, come si racconta a pagina 13, il Tg1 di Augusto Minzolini quando dà conto delle disavventure di Silvio Berlusconi alle prese con gli esiti di una vita disordinata che gli consiglia di candidare a responsabilità pubbliche le falene che ne allietano le notti. Il caso nasce politico: così si rinnovano le élites? Se ne accentua la politicità con l’intervento di Veronica Lario che rivela le debolezze e la vulnerabilità del premier. Berlusconi avverte che in ballo c’è la sua credibilità di presidente del Consiglio. Va in televisione a Porta a porta per spiegarsi. Gioca male la partita. Mente, si contraddice. Gliene si chiede conto. Farfuglia. Tace. Decide di rivolgersi a un giudice per vietare che gli si facciano anche delle domande. È l’ordito di un “caso” che diventa (a ragione) internazionale. Il Tg1 lo spoglia di ogni riferimento. Dà conto soltanto degli strepiti del Capo: “complotto”, “trama eversiva”. Si lascia galleggiare quest’accusa. Contro chi? Perché? Che cosa è accaduto? Non lo si dice. Appare la D’Addario. Ha trascorso una notte con il capo del governo, è stata candidata alle elezioni. È la conferma dell’interesse pubblico dell’affare, è la prova della ricattabilità di Berlusconi. Minzolini fa finta di niente. Cancella i rilievi dei vescovi; della figlia di Berlusconi, Barbara; l’attenzione della stampa internazionale. Spinge in un altro segmento del notiziario il destino del direttore dell’Avvenire, accoppato per vendetta dal giornale del Capo; i traffici di Gianpaolo Tarantini, il ruffiano di Palazzo Grazioli. Senza contesto e riferimenti, che cosa può comprendere quel 69,3 per cento di italiani che si informa soltanto attraverso le notizie del Tg? Nulla. Non comprenderà nulla e potrà bere come acqua di fonte che si tratta soltanto, come dice il direttore del Tg1, “dell’ultimo gossip”. (I sondaggisti non sembrano curarsi di che cosa sappiano davvero dell’affare gli spettatori disinformati che interrogano).

Non siamo soltanto alle prese con una cattiva informazione o con un giornalismo di burocrati obbedienti. Abbiamo dinanzi un dispositivo di potere con una sua funzione psicologica determinante. Siamo assediati dal crimine o no? Devo avere paura o fiducia? All’Aquila c’è davvero un “miracolo” che presto toglierà dai guai tutti coloro che ne hanno bisogno? C’è “un complotto” che minaccia il premier o il premier ha combinato qualcosa che dovremmo sapere e che lui dovrebbe spiegare? Se – tra soppressioni, omissioni, menzogne – si abituano le persone a questa confusione inducendole a credere che nulla sia vero in se stesso e che ogni cosa può diventare vera o falsa per decisione dell’autorità e con l’obbedienza dei tiggì, si nientifica la realtà; si distrugge l’opinione pubblica; si sterilizza la coscienza delle cose; va a ramengo ogni spirito critico. È quel che accade oggi in Italia dove un unico soggetto pretende di detenere – con il potere – la verità, il diritto all’autocelebrazione, al racconto unidimensionale, ogni leva delle nostre emozioni e delle nostre esperienze. Oggi che si discute di che cosa deve essere il servizio pubblico, vale la pena ricordare che la libertà dell’informazione non è fine a se stessa, ma è solo un mezzo per proteggere un bene ancora più prezioso della libertà del giornalista: il diritto dei cittadini a essere informati.

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Antonio Di Pietro: Masi: un Cavallo di Troia di Mediaset

25 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antonio Di Pietro: Masi: un Cavallo di Troia di Mediaset.

Travaglio va in onda come un ospite “abusivo” di Annozero: “se si comporterà bene”, pensa Masi, “magari gli firmerò il contratto per le prossime puntate,.. con clausola risolutiva espressa“. Il punto non è l’esito ma l’esistenza della querelle su Travaglio.
Soltanto per la puntata del 15 settembre di Porta a Porta è stata stimata una perdita superiore ai 500 mila euro, qualcuno afferma anche oltre il milione. Le responsabilità di questo autolesionismo mediatico, volutamente causato o frutto di negligenza che sia, deve essere vagliato da un tribunale per accertarne le responsabilità della dirigenza Rai. Se Mediaset voleva disfarsi della concorrenza ed accaparrarsi audience e soldi pubblicitari questo Cavallo di Troia con Masi & Co. a Viale Mazzini sta svolgendo egregiamente il compito assegnato.
I disoccupati crescono esponenzialmente, 400 mila in più negli ultimi tre mesi, l’erario si presenta a casa loro per incassare il canone Rai che in parte finisce nelle tasche di gente come Masi. Tra lui, Minzolini e Vespa non saprei scegliere chi dei tre brilla per maggior faziosità e servilismo politico. Il trio è la trasposizione della trilogia cinematografica horror: “Le Tre Madri” del regista Dario Argento applicata all’informazione. Dove passano loro crolla lo share, non crescono più talenti e si perdono soldi.
La triade deve essere radiata dalla televisione pubblica poiché affetta dal “vizietto”, un insano comportamento con sfumature da delirio di onnipotenza, per cui le tivvù di Stato sono uno strumento di cui disporre per fini politici a dispetto dei contribuenti più che un bene pubblico di cui hanno la responsabilità transitoria della buona gestione. Con il “vizietto” si spiegano le decisioni della dirigenza Masi che preme per cancellare programmi di punta, rimandarne l’avvio o boicottarli togliendo l’assistenza legale alle redazioni. E nel frattempo i dirigenti Rai bruciano milioni di euro pubblici mentre il suo CdA “bipartisan” rimane a guardare. In regia Confalonieri e Berlusconi si fregano le mani e riempiono i conti di società off-shore.
Tra qualche mese non ci sarà bisogno di invitare i contribuenti a dare disdetta del canone RAI, ci penseranno da soli schifati da questo teatrino e la responsabilità di questo degrado sarà ancora una volta politica e delle sue logiche spartitorie.
Nel nostro programma di governo, presentato a Vasto, il tema dell’informazione viene trattato ed affrontato in modo esaustivo e risolutivo rispetto la situazione attuale estremamente degradata.
Se solo applicassimo la metà delle soluzioni proposte dall’Italia dei Valori in tema di informazione non saremmo certamente al 47mo posto per libertà di stampa al mondo e non avremmo una televisione pubblica tappeto verde del gioco d’azzardo di politici senza scrupoli.

FLASH: Sabato 26 settembre a Roma ci sarà la “marcia delle agende rosse” a cui parteciperò. Mi associo all’invito di Gioacchino Genchi (video sopra) a partecipare rivolgendomi ai sostenitori dell’Italia dei Valori e a tutti i cittadini affinchè diano voce alla manifestazione con la loro presenza. Per ulteriori dettagli sull’agenda della giornata guarda la pagina: Manifestazione “Agenda rossa” – Roma – 26 settembre 2009

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Antimafia Duemila – Perche’ fa paura Marco Travaglio?

25 Settembre 2009 · 1 Commento

Antimafia Duemila – Perche’ fa paura Marco Travaglio?.

di Redazione – 24 settembre 2009
Questa sera Annozero apre i battenti e Marco Travaglio leggerà il suo editoriale ad introduzione della trasmissione che come tema ha la libertà d’informazione.  VIDEO TRAVAGLIO ANNOZERO 24/09/09 ALL’INTERNO!

Il suo contratto con la Rai non è stato, al momento, rinnovato e per questo motivo sarà presente come ospite.
Motivazione data è la multa inflitta dall’Agcom (Autorità per le Telecomunicazioni) per una puntata di Che tempo che fa del maggio 2008. Sul “caso Travaglio-Annozero”, nei giorni scorsi, si è detto di tutto o quasi. Giornali, radio e tv sono state pronte a riportare gli aspetti polemici della vicenda. Dal botta e risposta tra Rai e Michele Santoro fino alla riunione mancata tra Mauro Masi, direttore generale Rai, e
Corrado Calabrò, presidente Agcom. Ma la vera domanda è: da quando Marco Travaglio è diventato un caso? Perché fa così paura?
E’ di pochi giorni fa l’attacco di Panorama, diretto da Giorgio Mulé, volto ad infangare il giornalista-scrittore presentando l’elenco degli introiti dello stesso, come se il guadagno frutto del lavoro fosse illegale o immorale. Ha risposto adeguatamente Furio Colombo su Micromega ricordando che tali dati sono tutti pubblicati dal fisco e resi noti dall’editore.
Ma non sono certo questi i motivi per cui Travaglio dà fastidio e, fino all’ultimo, tenteranno di non permettere la sua presenza sulla rete pubblica.
Marco Travaglio è un nome scomodo e fa paura perché racconta i fatti, quelli che molti (a cominciare dal nostro Premier) vorrebbero oscurati e dimenticati, mettendo in pratica il vero giornalismo. La “colpa” di Travaglio è quella di non autocensurarsi e di ricordare sulla tv pubblica che il presidente del Senato, Renato Schifani “aveva avuto rapporti con persone poi condannate per mafia”. Fatti riscontrabili e comprovati. 
La “colpa” di Travaglio è quella di essere la punta di diamante dell’ultimo baluardo d’informazione libera che si manifesta nel nostro Paese, che non guarda ai colori di un partito. E’ per questo che, assieme a Padellaro ed altre penne illustri, ha deciso di scommettere sul “Fatto quotidiano” (primo numero esaurito) e per cui stasera interverrà sul caso Tarantini, che coinvolge forze politiche di destra e di sinistra. 
La sensazione che la democrazia del nostro Paese sia sempre più minata da chi detiene il potere è sempre più reale. Basta vedere quel che è accaduto nei giorni scorsi. Dal programma “Report” che viene cancellato dal palinsesto, fino all’ignobile teatrino organizzato da Bruno Vespa per glorificare Silvio Berlusconi agli occhi degli italiani. Lo stesso premier che, l’altroieri, arrogantemente decideva a quali domande rispondere di fronte ai giornalisti. Ora l’ordine dato è semplice: “Travaglio non deve andare in televisione” e il parere dell’Agcom è solo un pretesto per raggiungere questo scopo. 
Colpire Travaglio, colpire trasmissioni come Annozero, significa colpire quella parte d’Italia che non vuole piegarsi a questo regime. 
E noi vogliamo ribellarci a questo attacco. Per questo AntimafiaDuemila appoggia e sostiene il coraggio di Marco Travaglio, una penna libera che rende giustizia al vero giornalismo e alla verità. Per questo apprezziamo il coraggio di Michele Santoro, che ha preso una posizione forte e determinata, sfidando il Potere. 
Il 26 settembre ed il 3 ottobre a Roma si terranno due manifestazioni distinte ma complementari. La prima è la marcia delle Agende Rosse in difesa di quei magistrati che, a rischio della propria vita, stanno combattendo per arrivare alla Verità sulle stragi del ‘92 e del ‘93. La seconda la manifestazione indetta dall’Fnsi per la libertà di stampa. Due presidi per la legalità, la giustizia e la difesa della nostra libertà.

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Antimafia Duemila – Ingroia, Scarpinato e ”Il Fatto”

23 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Ingroia, Scarpinato e ”Il Fatto”.

In una articolo pubblicato sul Corriere dell’11 settembre, Pierluigi Battista ha commentato la nostra partecipazione al forum di presentazione del nuovo quotidiano Il Fatto, esprimendo perplessità sull’opportunità che due magistrati in prima fila nelle indagini di mafia «portino il loro contributo alla fondazione di quel giornale così politicamente e culturalmente connotato».
La garbata critica del dottor Battista si fonda su un presupposto di fatto erroneo. Noi non abbiamo affatto portato il nostro contributo alla fondazione del nuovo giornale, ma essendoci stata proposta un’eventuale collaborazione sui temi della giustizia e della lotta alla mafia, abbiamo aderito all’invito ad assistere al forum per poter così conoscere preventivamente quale fosse la linea editoriale di un giornale che veniva per l’appunto per la prima volta esposta pubblicamente in quell’occasione.
Esigenza di preventiva conoscenza che naturalmente non si è posta in passato, quando abbiamo avuto modo di collaborare saltuariamente con il Corriere della Sera, con La Repubblica ed altri giornali che avevano già alle spalle una lunga storia.

Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato

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Blog di Beppe Grillo – Santa Mafia

23 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Blog di Beppe Grillo – Santa Mafia.

E’ paradossale che un libro sia censurato alla fonte. Durante la stampa. Con linee nere ben tracciate nelle pagine. E’ successo a: “Santa Mafia” di Petra Reski in Germania. Il libro è stato pubblicato anche nell’edizione italiana con le pagine oscurate. Chiunque potrà tirare a indovinare chi sono i “personaggi” come li chiama Petra “non citabili“. Per noi italiani è più facile che per i tedeschi. I capitali mafiosi possono comprarsi l’Europa e lo stanno già facendo un po’ ovunque. Petra lo spiega nel suo libro. La Comunità Mafiosa Europea è solo una questione di tempo.

“Sono Petra Reski, ho scritto il libro: “Santa Mafia”, che è uscito in Italia nella casa editrice Nuovi Mondi. Sono molto contenta che sia uscito in Italia, però sono altrettanto amareggiata per il fatto che la prima reazione è stata una minaccia di una querela di Marcello Dell’Utri. Sono riusciti, in Germania, a censurare il mio libro alcuni protagonisti che non volevano essere nominati nel libro e, quando questi personaggi hanno ottenuto questa censura è stata, per me un’esperienza molto umiliante: essere lì, in presenza di questi protagonisti in Tribunale e essere derisa dal giudice non è una cosa semplice da digerire. In Germania, quando il libro è uscito, c’erano pochissime reazioni, a dire il vero, sull’accaduto, perché credo che censurare un libro sulla mafia non sia una cosa che riguarda me personalmente, però riguarda i tedeschi, perché dà un segnale molto particolare alla mafia. Fare tacere un giornalista con una sentenza è una cosa che dà un segnale molto positivo alla mafia in Germania. I tedeschi, purtroppo, si sentono completamente immuni tutt’ora contro il pericolo della mafia, in particolare della ‘ndrangheta; si sono svegliati per un attimo, dopo i fatti di Dusseldorf, dopo il massacro, però per il resto loro hanno una fiducia cieca nelle loro leggi e, ovviamente, si credono immuni da qualsiasi infiltrazione mafiosa, come è accaduto in Italia e non vedono che i mafiosi si comportano in Germania seguendo le leggi tedesche, non si ammazzano per strada, come fanno in Calabria o in Sicilia. Dunque i tedeschi pensano sempre che questo sia un problema italiano, che la mafia esista solo in Italia, in qualche Paese arretrato del sud e trovo questo abbastanza ipocrita da parte di tutti i Paesi, non solo della Germania, verso l’Italia, tutti guardano male l’Italia anche, giustamente, per il mancato successo nella lotta contro la mafia, però nessuno guarda dentro il proprio Paese per il riciclaggio, in quanto i soldi che vengono guadagnati con il traffico di droga della ‘ndrangheta, per esempio, vengono investiti in Germania e riciclati in Germania: non solo in Germania, anche in Francia, in Belgio, in Portogallo, in Grecia e anche in Spagna.
A differenza dell’Italia, in Germania non esiste il reato di associazione mafiosa: la politica tedesca non ha ancora scoperto questo tema per sé, né la sinistra né la destra, perché intanto i soldi della mafia sono stati benvenuti dopo la caduta del muro, quando c’erano tanti investimenti nell’est della Germania e finché i tedeschi non esprimono una preoccupazione per questo fenomeno mafioso, il politico ovviamente non lo vede per sé un tema che potrebbe sfruttare per avere i voti. Visto che i tedeschi pensano che non ci sia la mafia, in Germania ancora meno c’è il movimento antimafia e, per forza, mi sono sentita molto sola. L’unica cosa per cui devo ringraziare l’Italia è che in Italia non ho dovuto spiegare che cosa è una minaccia mafiosa, hanno capito subito quello che ho detto e mi hanno sostenuta tanti giornalisti, il blog di Beppe Grillo e senza gli italiani mi sarei sentita veramente umiliata e molto sola, per questo volevo ancora ringraziare gli italiani.
Il fatto che Marcello Dell’Utri abbia subito annunciato una querela è un segnale che trovo molto preoccupante per tutta la libertà della stampa. Quando si parla dei crimini e dei misfatti, subito viene emessa una sentenza contro un giornalista per farlo tacere e per questo, ovviamente, la gente non può informarsi: è una protezione che viene data anche da parte della giustizia. Quando sono stata al processo Dell’Utri sono stata l’unica giornalista e mi ricordo anche di altri giornalisti che sono venuti: non c’era nessuno della stampa nazionale. Mi sono stupita di questo fatto, perché se uno come Marcello Dell’Utri…, c’è un processo su di lui e non c’è nessuno delle altre grandi testate, tipo Il Corriere o La Repubblica: questo mi ha stupito, perché si parlava molto del trasferimento di un giornalista, o che ne so, ma non si parlava di Dell’Utri. Tutt’ora, una cosa che ho notato nella televisione soprattutto italiana, è che c’è una mancata informazione della gente. Tanti giovani italiani adesso cominciano a informarsi sui blog, perché sono l’unica fonte per informarsi bene, alla fine. Io trovo che.. fare tacere tutti i giornalisti che fanno il loro lavoro, applicando le leggi contro i giornalisti, lo trovo molto preoccupante.”

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L’inchiesta. Tutto quello che non avrebbero voluto farci sapere sull’11/9

12 Settembre 2009 · 1 Commento

L’inchiesta. Tutto quello che non avrebbero voluto farci sapere sull’11/9.

Scritto da Carlo Bonini / Pino Cabras

I rapporti tra Kissinger e i sauditi. Quelli tra il direttore della Commissione d’inchiesta sull’attentato e i fedelissimi di Bush jr. Nell’anniversario della strage, un cronista del «New York Times» svela chi ha lavorato per insabbiare la verità.

Nella disastrosa eredità consegnata all’America e al mondo intero da due mandati presidenziali repubblicani, c’è una ferita più profonda di altre che ha a che fare con la Verità e la Menzogna. Con le premesse dell’11 settembre e le sue conseguenze. E come sempre accade nelle grandi democrazie, il tempo, da solo, non è mai una buona medicina. Perché l’oblio non è una risposta. Per questo, a otto anni di distanza da quel giorno che ha cambiato per sempre il corso della Storia, la domanda su quella mattina di orrore e di sangue non è più «come è potuto accadere», ma un’altra. A ben vedere cruciale. Chi è il padre della verità sull’11 settembre? Chi, dunque, davvero ne ha indirizzato il percorso e gli approdi?

Come è noto, la verità ufficiale sull’11 settembre ha la firma di una Commissione d’inchiesta (9/11 Commission) bipartisan del Parlamento americano (cinque repubblicani e altrettanti democratici), che… nell’estate del 2004, rassegnò le proprie conclusioni e raccomandazioni al termine di un lavoro i cui atti, disponibili in rete e raccolti per altro in un volume, sono diventati nel tempo un testo di diffusione mondiale. A quelle conclusioni – che di fatto non riuscirono a individuare responsabilità politiche cruciali né nell’amministrazione repubblicana di allora né in quella democratica che l’aveva preceduta, ma al contrario, illuminarono solo una lunga catena di falle nel sofisticato, ma burocratico, apparato della sicurezza e dell’intelligence – a tutt’oggi non crede un 53 per cento degli americani, convinto come è che «il governo abbia nascosto tutto o in parte la verità».

Nelle ragioni di questa sfiducia si ripropone evidentemente l’attualità della domanda – chi è il padre della verità sull’li settembre? – e il presupposto di un eccellente lavoro di inchiesta giornalistica che porta la firma di un autorevole cronista del «New York Times», Philip Shenon. Una storia di 583 pagine magnificamente documentata, trasparente quanto ricca nelle fonti, che a quella domanda offre delle prime risposte e che ora, a un anno dalla pubblicazione negli Stati Uniti, arriva nella sua traduzione e titolo italiani: Omissis, tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre (Piemme edizioni).

Scrive Shenon: «Ho cominciato a lavorare al libro nel gennaio del 2003, quando il «New York Times» mi affidò l’incarico di occuparmi della Commissione sull’11 settembre.

Non ero sicuro di volere quel lavoro. È strano ripensarci adesso, ma all’epoca non era chiaro se la Commissione avrebbe suscitato l’interesse dell’opinione pubblica. (…) Oggi sono grato a chi mi fece cambiare idea e mi convinse ad accettare». Nello stupore «postumo» di Shenon non c’è soltanto l’onesta ammissione di quel clima di anestesia e manipolazione collettiva che, per anni, ha imprigionato opinione pubblica e media americani, convinti delle «verità» dell’11 settembre prima ancora che fossero indagate, come delle «ragioni» truccate della guerra in Iraq. C’è la stessa sorpresa che percorre e annoda tutti i passaggi di questa controinchiesta sul lavoro della Commissione 11 settembre e che, a dispetto della sua intricata e affollata trama, dei suoi protagonisti, dei suoi luoghi claustrofobici (la scena si svolge per intero nella Washington dei palazzi del potere, chiusa tra Pennsylvania Avenue e K Street, tra la Casa Bianca, Capitol Hill e gli uffici che la Commissione aveva individuato come suo quartier generale), si lascia leggere anche da chi non ha alcuna familiarità con i corridoi e il retrobottega della politica americana.

Nello scomporre e passare al microscopio i passaggi cruciali del lavoro della Commissione 11 settembre, l’inchiesta di Shenon, in un plot rigidamente cronologico (maggio 2002-luglio 2004), si svela infatti per quello che è: una cronaca del potere. Innanzitutto vera e non avventurosa, perché documentata. Ma anche simbolica. Per la sua capacità di raccontare come, all’indomani dell’11 settembre, il problema (per altro non solo americano, per chi ha voglia di ricordare quale sia stato il cover-up del governo italiano sul coinvolgimento dell’intelligence del nostro Paese nella vicenda dell’uranio nigeriano: il cosiddetto affare Niger-gate) non fu la ricerca della verità. Ma la ricerca di una verità «compatibile». Che, al contrario di qualunque verità, non facesse male a nessuno. Che collimasse con l’interesse domestico di un’amministrazione che si preparava a chiedere un secondo mandato agli elettori. Che non superasse la soglia di tolleranza al dolore delle burocrazie della sicurezza interna (Fbi) ed esterna (Cia) e degli uomini che in quel momento le dirigevano (Robert Mueller e George Tenet). Che mantenesse intatto il segreto inconfessabile del regime saudita e dunque i suoi legami con i dirottatori dell’11 settembre. Che insomma accompagnasse, senza farle deragliare, le politiche, le strategie, le priorità di intervento contro la violenza del radicalismo islamico battezzate dalla Casa Bianca di George Bush e Dick Cheney.

Messe in fila, le «rivelazioni» del lavoro di Shenon acquistano così un senso corale e intelligibile. Per citarne solo alcune, si comprende per quale motivo, all’indomani della sua nomina a presidente della Commissione 11 settembre, l’ex segretario di Stato Henry Kissinger preferì dimettersi, piuttosto che svelare all’America, e prima ancora alle aggressive Jersey girls (il gruppo delle vedove dell’attacco alle Torri Gemelle), quali clienti sauditi («i Bin Laden?», gli fu chiesto) avesse nel proprio portafoglio la sua Kissinger associates e dunque quale potenziale conflitto di interessi lo assediasse. E per quale motivo finirono sepolti negli atti della Commissione dettagli capaci di raccontare qualcosa di più e di molto diverso sui dirottatori dell’11 settembre, di smontare la loro rappresentazione di martiri ammaestrati con la lettera del Corano in qualche sperduta caverna afgana (non solo il sostegno che ricevettero da sauditi residenti in California durante il periodo del loro addestramento, ma, ad esempio, anche le loro visite nei sexy-shop e la loro frequentazione di escort). Di più: si intuiscono le ragioni del terrore che aggredì Sandy Berger, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Bili Clinton, all’indomani dell’attacco alle Torri e al Pentagono, convincendolo a trafugare dagli Archivi nazionali di Washington documenti coperti da segreto di Stato che gli avrebbero consentito di preparare una difesa politica credibile dell’amministrazione democratica di cui aveva fatto parte e del suo impegno nella lotta ad Osama Bin Laden e alla sua Al Qaeda.

Naturalmente, Shenon dà un nome a chi fece in modo che l’indagine della Commissione 11 settembre, a dispetto dei suoi poteri di inchiesta, della straordinaria qualità dei suoi investigatori e del suo ufficio di presidenza bipartisan (il repubblicano Tom Kean e il democratico Lee Hamilton) finisse con il cercare soltanto una «verità compatibile». Ed è un nome, Philip Zelikow, che nel nostro Paese non dice nulla a nessuno.

Professore dell’università della Virginia, Zelikow, da direttore esecutivo della Commissione, sarà cruciale nella scelta dei testimoni da cercare e interrogare. Negli atti da acquisire o da cestinare.

Fino a diventare il vero padrone della Commissione, capace di governarne di fatto ogni mossa di indagine. I suoi rapporti con Karl Rove (l’uomo che inventò Bush) e con Condoleezza Rice, le sue costanti telefonate alla Casa Bianca, saranno a lungo il suo «segreto». Con il suo Omissis, Shenon lo fa cadere.

Il Venerdì di Repubblica

_______________

Nota di Megachip a cura di Pino Cabras:

C’è una frase illuminante, in questo articolo di Carlo Bonini, quando sostiene che il problema che volevano risolvere le inchieste «non fu la ricerca della verità. Ma la ricerca di una verità “compatibile”. Che, al contrario di qualunque verità, non facesse male a nessuno.» È un interessante epitaffio da iscrivere sulle barriere sollevate per anni dai mitografi della Verità Ufficiale, sia quelli a presidio delle redazioni dei grandi organi d’informazione, sia quelli scatenatisi sul web.

Possiamo dire che è franata miseramente la prima diga della verità “compatibile”, eretta intorno alle bugie ufficiali, anche se ha resistito per quasi un decennio, con la complicità e i silenzi della corrente principale dei mass media. Oggi le acque avanzano fino alla seconda diga, dove si raccoglie un’altra verità “compatibile”, che cerca ancora di salvare i poteri coinvolti nell’11/9, ma è ormai costretta ad ammettere che il lago delle complicità a sostegno dell’attentato era enormemente più vasto di quello che si raccoglieva intorno alla ventina di presunti attentatori, i quali non appaiono peraltro più credibili come tipici fondamentalisti islamici di ispirazione salafita, laddove frequentavano perfino più escort del nostro premier.

Siamo sulla buona strada. Ci rimane finanche il buonumore per la chiusura di Bonini, che ringrazia Philip Shenon per aver fatto finalmente “cadere il segreto” sulla figura di Zelikow, il “padrone” della Commissione d’inchiesta sull’11/9. Possiamo consigliargli decine di siti e di libri che – anche dalle nostre parti – la questione Zelikow l’avevano posta eccome, da anni, beccandosi il comodo epiteto di “complottisti”. Senza attendere un altro decennio, troverà già oggi anche i materiali che arriveranno poi alla terza e alla quarta diga.

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ComeDonChisciotte – PAURA, INTIMIDAZIONE E DISINFORMAZIONE MEDIATICA

28 Agosto 2009 · Lascia un Commento

ComeDonChisciotte – PAURA, INTIMIDAZIONE E DISINFORMAZIONE MEDIATICA: IL GOVERNO INGLESE PREVEDE.

Ci sono numerose prove, documentate in numerosi comunicati, che il livello 6 di allarme pandemico dell’OMS si basa su motivazioni inventate e su una manipolazione delle cifre relative alla mortalità e all’incidenza del virus H1N1 dell’influenza suina.

I dati utilizzati inizialmente per giustificare il livello 5 di allarme mondiale dell’OMS nell’aprile 2009 erano estremamente insufficienti.

L’OMS asserì senza alcuna prova che “un’ insorgenza a livello globale della malattia è imminente”. Distorse i dati del Messico relativi alla mortalità per la pandemia di influenza suina. Secondo il Direttore generale dell’OMS, Margaret Chan, nella sua dichiarazione ufficiale del 29 aprile: “Finora, 176 persone sono morte in Messico.” Di cosa? Da dove prende queste cifre? 159 persone sono morte di influenza, di cui solo sette morti, confermate da analisi di laboratorio, a causa del ceppo dell’influenza suina H1N1, secondo il Ministero della Salute messicano.

L’influenza suina ha gli stessi sintomi dell’influenza stagionale: febbre, tosse e mal di gola. Ciò che sta succedendo è che l’incidenza diffusa della comune influenza viene utilizzata per generare i dati relativi all’influenza suina H1N1.

E all’improvviso, le autorità britanniche predicono mortalità diffusa a causa di una malattia connessa all’influenza. Quale ne è la prova? Dietro i comunicati ufficiali e la campagna di disinformazione mediatica c’è Big Pharma.

Similmente, negli Stati Uniti l’intervento dell’esercito (così come la disposizione della legge marziale) vengono presi in considerazione nel caso di un’emergenza di sanità pubblica.

Non è che stanno progettando questa emergenza in anticipo? Non è che stanno coordinando queste varie emrgenze nazionali (Regno Unito, Francia) attraverso consultazioni tra i governi, che servono a scatenare un’emergenza globale di sanità pubblica, sulla base di prove inventate?

Vaccini mortali

D’altro canto, i vaccini proposti, come è stato ampiamente documentato e negato dai governi occidentali, potrebbero risultare in più morti di quelle causate dall’influenza H1N1, secondo quanto confermato dall’Health Protection Agency inglese [agenzia di protezione sanitaria, Ndt]:

Un avvertimento del fatto che il nuovo vaccino anti-influenza suina sarebbe connesso a una malattia nervosa mortale è stata mandato al governo da neurologi superiori in una lettera confidenziale.

La lettera dall’Agenzia di protezione sanitaria, l’istituto ufficiale che supervisiona la salute pubblica, è trapelata al giornale The Mail on Sunday, portando a richieste di sapere perché l’informazione non è stata data al pubblico prima che la vaccinazione di milioni di persone, bambini inclusi, cominci.

La lettera comunica ai neurologi che devono stare in allerta per un aumento di un disturbo cerebrale chiamato sindrome di Guillain-Barré (GBS), che potrebbe essere scatenato dal vaccino.

La sindrome di Guillain-Barré attacca le guaine dei nervi, causando paralisi e incapacità di respirare, e può essere fatale.

La lettera, inviata a circa 600 neurologi il 29 luglio, è il primo segno che esiste massima preoccupazione per il fatto che il vaccino stesso possa causare serie complicazioni.

Fa riferimento all’uso di un simile vaccino anti-influenza suina negli Stati Uniti nel 1976 quando:

- Più persone morirono per il vaccino che per l’influenza suina.
- Furono rilevati 500 casi di sindrome di Guillain-Barré.
- Il vaccino potrebbe aver aumentato il rischio di contrarre la sindrome di Guillain-Barré di circa otto volte.
- Il vaccino venne ritirato dopo sole sei settimane quando la connessione con la sindorme di Guillain-Barré divenne chiara.
- Il governo statunitense venne costretto a ripagare milioni di dollari alle persone ammalatesi (Mail on Sunday, 16 Agosto 2009).

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Assalto allo Stato di diritto

23 Agosto 2009 · Lascia un Commento

Assalto allo Stato di diritto.

Scritto da Luigi de Magistris

Nel prossimo autunno – che si preannuncia caldissimo, soprattutto per i temi dell’economia e del lavoro ed il riemergere del conflitto sociale – il Governo tenterà – con il sostegno della sua maggioranza servile – di portare a compimento il disegno – di chiara ispirazione piduista – per il definitivo annientamento dell’autonomia della magistratura e dell’indipendenza e del pluralismo dell’informazione. Fino a qualche anno fa il timore dei poteri forti era rappresentato, soprattutto, dai procedimenti penali della magistratura e dalla possibilità che venissero emesse sentenze di condanna nei confronti di corrotti e corruttori.

La stagione delle modifiche legislative e del ridimensionamento – ad opera anche di frange di magistrati sempre più pervasi dalla correntocrazia – del ruolo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, ridotto sempre più ad organo non di autogoverno della magistratura ma di condizionamento di quei magistrati ancora liberi ed indipendenti che operano nei vari uffici giudiziari, ha reso sempre più difficile la possibilità di raggiungere la verità processuale (anche attraverso le nuove tecniche di mobilità dei magistrati scomodi). Il forte annichilimento, attraverso legislazione ordinaria, del ruolo della magistratura come previsto in Costituzione, non è sufficiente al sistema della casta per mettersi al riparo da quello che è il pericolo più serio: la conoscenza dei fatti da parte dell’opinione pubblica che può produrre dissenso, massa critica e, quindi,opposizione al regime e condurre, magari, anche ad un cambiamento della classe dirigente. Ecco l’escalation legislativa che punta alla scomparsa dei fatti, attraverso il controllo totale dei mezzi di comunicazione. Taccio della televisione (di Stato – sic! – e di proprietà dell’utilizzatore finale) ormai ridotta,salvo alcune lodevoli eccezioni (che non si sa fino a quando dureranno prima di essere smantellate), a pura propaganda di regime ed a strumento teso a consolidare la sub-cultura di governo. Bisogna zittire quei giornalisti – che ancora non praticano l’auto-censura, tanto di moda in Italia – i quali ancora si ostinano a raccontare i fatti ed a spiegare al Paese quello che accade. Ecco, quindi, i provvedimenti che i berluscones cercheranno di approvare da settembre in violazione della Costituzione (vedremo che farà il Presidente della Repubblica): la legge che elimina le intercettazioni telefoniche – questo soprattutto per rendere un servigio a Papi e metterlo al riparo da quelle che appaiono corruzioni sorte attorno all’utilizzo finale dei corpi – che produrrà un aumento della criminalità con Maroni che getterà addosso ad immigrati e clochard le ronde per raffreddare le ansie da tolleranza zero; la legge che impedisce al Pubblico Ministero di prendere notizie di reato di propria iniziativa ma solo su input della polizia giudiziaria (quindi del potere esecutivo), per esemplificare non avremo più inchieste del tipo trattativa tra mafia e Stato, tangentopoli, scandalo Parmalat e furbetti del quartierino; l’eliminazione del diritto di cronaca vietando ai giornalisti – attraverso anche le salate multe agli editori – di raccontare fatti fino a quando non si celebrano i processi (che non si fanno più per le varie leggi-ostacolo create dalla casta). Un disegno organico che mette il silenziatore alla storia.
Dal momento che la magistratura viene neutralizzata definitivamente e l’informazione ridotta a megafono del regime che consolida la navigazione del manovratore di turno, è chiaro che il popolo verrà narcotizzato attraverso un’iniezione letale di bromuro, tutto diventerà sempre più normale (rectius,normalizzato): la vicenda delle escort (rectius,prostitute) sarà vita privata mondana del Premier per eliminare lo stress accumulato nell’interesse del Paese, le corruzioni saranno scambi commerciali per il progresso dell’Italia, la mafia un aiuto di volontari per mantenere la quiete in territori turbolenti, il riciclaggio del denaro sporco investimenti che aiutano l’economia e creano lavoro.
Non possono essere più solo i magistrati ed i giornalisti ad opporsi a questa deriva autoritaria di tipo peronista, non sono interessi corporativi, anche perché molti magistrati applicano il conformismo giudiziario o sono ammalati di quel morbo che Piero Calamandrei chiamava agorafobia (per essere graditi al potere prevengono le raccomandazioni prima ancora di riceverle), tanti giornalisti non sono altro che la voce del padrone. Sta alla parte più sensibile della politica e della società civile mobilitarsi per difendere questi due baluardi dello Stato di Diritto – pilastri della democrazia – per evitare che il regime si consolidi e che, poi, divenga impossibile conoscere i fatti perché non ci saranno più fatti da raccontare.

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Vedo, sento, non parlo

12 Agosto 2009 · 2 Commenti

Vedo, sento, non parlo.

In Italia, ormai, può succedere di tutto. E questa settimana è successo anche questo. E’ successo – giusto mercoledì scorso – che il direttore de “L’Unità”, al secolo Concita De Gregorio ha vergato un altro dei suoi salaci editoriali. Per dire una cosa semplice semplice: le intercettazioni probabilmente più esplosive della Storia repubblicana – protagonista il solito Berlusconi e alcune “pupe” davvero di eccezione – sono serenamente transitate sui tavoli delle redazioni dei giornali (tutti tutti? Mistero).

Per poi finire nel cestino. In qualche cassetto. O inguattate in una cassaforte a doppia mandata. Senza che nessuno facese bau.

Addirittura? Addirittura. La biondissima e phonatissima direttrice del quotidiano del fu Piccì ora Piddì non ha dubbi. E infatti ha scritto nero su bianco – con una nonchalance davvero notevole – che era un autentico segreto di Pulcinella:

(…) lo sapevano tutti. I nastri delle celebri intercettazioni telefoniche (mai pubblicate) tra signorine poi diventate ministro sono stati sui tavoli delle scrivanie delle redazioni, dei ministeri, degli uffici parlamentari il tempo necessario – poco, ma sufficiente – ad essere letti, fotocopiati, spediti in allegato per e-mail a decine di persone, e da queste decine a centinaia perché ciascuno ha un paio di amici con cui condividere. È come la storia delle farfalline disegnate da Lui, delle cene di quaranta ragazze ogni venerdì, del via vai di sconosciute in auto blu a palazzo Grazioli. Lo sapevano tutti, non lo diceva nessuno. Tutti si fa per dire, certo. Tutti quelli che hanno accesso alle carte. Milioni di italiani no e tra questi milioni coloro che vedono solo la tv non l’avrebbero saputo mai (la televisione, come vi diciamo oltre, è Cosa Sua).

Dirà qualcuno di voi, vista anche la raffica di intercettazioni degli ultimi anni: ma di che sta parlando esattamente la direttrice de L’Unità? Presto detto. Estate scorsa, a governo Berlusconi appena eletto, si erano diffuse – grazie anche alla testimonianza diretta di una deputata del Popolo delle Libertà (ed ex craxiana di ferro), Margherita Boniver – voci sempre più insistenti sull’esistenza di intercettazioni un po’ particolari. Protagoniste: alcune ministre. Argomento: decisamente boccaccesco. Intercettazioni dal contenuto tanto pruriginoso, quanto misterioso. Le cui conseguenze Sabina Guzzanti – un anno fa, durante il “No Cav day” – aveva sintetizzato in maniera davvero pirotecnica: “A me non me ne frega niente della vita sessuale di Berlusconi. Ma tu non puoi mettere alle Pari opportunità una che sta lì perché t’ha succhiato l’uccello, non la puoi mettere da nessuna parte ma in particolare non la puoi mettere alle Pari opportunità perché è uno sfregio”. Roba da querela. Che infatti l’ex soubrette ora ministra, Mara Carfagna si premurò subito di fare.

Una storia vecchia. Che però – sempre questa settimana – il papà di Sabina Guzzanti, il senatore (fuoriuscito da Forza Italia) e giornalista Paolo Guzzanti ha pensato bene di rinverdire. Spiegando – urbi et orbi dal suo blog – non solo che quelle intercettazioni esistevano. Ma che “voci, che io ho potuto verificare come purtroppo attendibili” direbbero che “un famoso direttore ha mostrato e fatto leggere a un numero imprecisato di persone (deputati e deputate di Forza Italia per lo più) i verbali che tutti i direttori di giornale hanno, ma che avrebbero deciso di non usare su sollecitazione del Presidente Napolitano. Si tratta di trascrizioni da intercettazioni avvenute nell’ambito dell’inchiesta di Napoli e poi fatte distruggere da Roma, in cui persone che ora ricoprono cariche altissime si raccontano fra di loro cose terribili che la decenza e la carità di patria mi proibiscono di scrivere, anche se purtroppo sono sulla bocca di coloro che hanno letto i verbali”.

Curiosamente quotidiani blasonati come “La Repubblica” e il “Corriere della Sera” hanno piazzato le parole di Guzzanti senior in un paio di spazi grossi come cartoline, rispettivamente, a pagina 8 e 12 (ovvero lontano da prime pagine e titoloni cui si ferma normalmente il lettore). Cartoline altrettanto curiosamente accompagnate dalla smentita del Quirinale, cioè del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ma non da quelle dei direttori dei giornali. Che – non solo quelli di Corriere e Repubblica, ma un po’ tutti – su questo caso di clamorosa autocensura non hanno proferito verbo. Ad eccezione di Concita De Gregorio. Che nel suo editoriale di mercoledì scorso ha pensato bene di tagliare la testa al toro. Dicendo chiaro che:

Io le intercettazioni di cui parla Guzzanti le ho viste e poco importava allora che il fido Ghedini dicesse che non esistevano, poco importa che dica adesso, smentendo se stesso, che sono state distrutte. Non erano «rilevanti penalmente», certo, ma esistevano eccome e pensandoci col senno di poi avrebbero potuto dare indicazioni certe sulla composizione definitiva del governo. Le protagoniste dei dialoghi siedono tutte in Consiglio dei ministri.

I contenuti?

Ricordo uno spettacolo di Luciana Littizzetto, l’estate scorsa al Festival di Spoleto, ne riferiscono le cronache del tempo. Trascrivo. «A proposito del caso delle intercettazioni il monologo ne svela i contenuti e racconta dei consigli sulle iniezioni da fare nel corpo cavernoso che trasformano il «walter» in una stecca da biliardo». Il corpo cavernoso, le iniezioni sul «walter». Lo sapeva anche lei.

E il presidente della Repubblica si era davvero mosso per bloccarle?

Ora la polemica è col Quirinale, che smentisce di aver chiesto che non fossero pubblicate come Guzzanti sostiene. È un tema minore: se qualcuno avesse voluto o potuto correre il rischio di pubblicarle violando la legge lo avrebbe fatto comunque, ignorando eventuali consigli. Non sarebbe del resto stata la prima volta, né l’ultima.

E verrebbe da dire: coraggiosa Concita. Se non fosse che la sua testimonianza – che potrebbe costarle una querela, nonostante il tono più allusivo che assertivo – più che offrire risposte, disegnano altri punti interrogativi. Perchè le parole del direttore de “L’Unità” – che dimostrerebbero al di là di ogni ragionevole dubbio che queste intercettazioni ci sono – si sono letteralmente arenate sulle pagine del quotidiano del fu Piccì ora Piddì e non hanno sollevato un enorme polverone? Perchè nessun giornalista – compresa Concita De Gregorio – ha mai pubblicato quei dialoghi che disegnerebbero – a differenza di escort e Noemi varie – un vero e proprio “metodo di governo” che va ben oltre i confini della decenza? E soprattutto: qualcuno ha forse anche chiesto qualcosa in cambio, per non pubblicare – o in qualche altro modo divulgare – una riga?

Domande – tutte – destinate, per certo, a rimanere senza risposta. Ma una certezza c’è. In questo Belpaese di inizio millennio, capire cosa facciano, e a cosa, e a chi servano i giornali sta diventando davvero sempre più difficile.

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LE CINQUE REGOLE DELLA PROPAGANDA DI GUERRA

17 Luglio 2009 · 1 Commento

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6113

Il filo rosso per la decodificazione dell’informazione

DI MICHEL COLLON
michelcollon.info

Ad ogni guerra, colpo di stato, aggressione condotta dall’Occidente, i grandi media applicano cinque “regole della propaganda di guerra”. Usate voi stessi questa griglia di lettura durante i prossimi conflitti, sarete colpiti di ritrovarle ogni volta: 1. Nascondere la Storia. 2. Nascondere gli interessi economici. 3. Demonizzare l’avversario. 4. Discolpare i nostri governi e i loro protetti. 5. Monopolizzare l’informazione, escludere il vero dibattito.

Applicazione al caso dell’Honduras nel luglio 2009…

1. Nascondere la Storia. L’Honduras è l’esempio perfetto della “repubblica della banane” nelle mani statunitensi. Dipendenza e saccheggio coloniale hanno portato a un enorme abisso tra ricchi e poveri; secondo l’ONU, 77% della popolazione sarebbe povera. L’esercito honduregno è stato formato e guidato -fin nei peggiori crimini- dal Pentagono. L’ambasciatore statunitense John Negroponte (1981-1985) era soprannominato “il vicere dell’Honduras”.

2. Nascondere gli interessi economici. Oggi, le multinazionali statunitensi (banane Chiquita, caffè, petrolio, big pharma…) vogliono impedire a questo paese di ottenere l’indipendenza economica e politica. L’America del Sud si è unita e si dirige a sinistra, e Washington vuole impedire all’America Centrale di prendere la stessa strada.

3. Demonizzare l’avversario. I media hanno accusato il presidente Zelaya di volersi far rieleggere per preparare una dittatura. Silenzio sui progetti sociali: aumento del salario minimo, lotta all’ipersfruttamento nelle fabbriche-inferno delle ditte statunitensi, diminuzione dei prezzi dei medicinali, aiuto ai contadini oppressi. Silenzio sul suo rifiuto di coprire gli atti terroristici made in USA. Silenzio sull’impressionante resistenza popolare.

4. Discolpare i nostri governi e i loro protetti. Viene nascosto il finanziamento del golpe da parte della CIA. Obama è presentato come neutrale, quando in realtà rifiutava di incontrare e sostenere il presidente Zelaya. Se avesse applicato la legge e soppresso l’aiuto statunitense all’Honduras, il colpo di stato sarebbe stato fermato in fretta. Le Monde e gli altri media hanno discolpato la dittatura militare parlando di “conflitto tra poteri”. Le immagini di repressione cruenta non vengono mostrate al pubblico. Insomma, una contrapposizione sorprendente tra la demonizzazione dell’Iran e la discrezione sul colpo di stato in Honduras “made in CIA”.

5. Monopolizzare l’informazione, escludere il vero dibattito. La parola è riservata alle fonti e agli esperti “accettabili” per il sistema. Qualsiasi analisi critica sull’informazione è censurata. In questo modo, i nostri media impediscono un vero dibattito sul ruolo delle multinazionali, degli USA e dell’UE nel sottosviluppo dell’America Latina. In Honduras, i manifestanti gridano “TeleSur! TeleSur!” per salutare l’unica televisione che li informa correttamente.

Michel Collon
Fonte: /www.michelcollon.info
Link: http://www.michelcollon.info/index.php?view=article&catid=1&id=2181&option=com_content&Itemid=2
6.06.2009

Traduzione di MARINA GERENZANIi per www.comedonchisciotte.org

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