Ho visto cose che voi umani…

Voce marcata come ‘Forza Italia’

Il Giornale: Berlusconi potrebbe essere indagato per concorso esterno in associazione mafiosa

25 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Il Giornale: Berlusconi potrebbe essere indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Scritto da Dario Campolo Il Giornale della famiglia Berlusconi è partito con un nuovo attacco e si gioca il tutto per tutto, infatti la notiza di oggi è: “Ecco l’ultima trovata dei pm antimafia: sequestrare il patrimonio di Berlusconi“. Il Giornale sta affilando le lame e sta cominciando a denigrare i magistrati di Palermo, Firenze e Milano. Evidentemente, se tutto ciò dovesse essere vero, c’è qualche talpa che sta suggerendo le varie strade che tali procure stanno prendendo cercandone quindi la mistificazione. Gli Italiani devono stare in campana perchè secondo me in questa fase ci stiamo giocando il paese ITALIA, quindi è necessario essere lucidi per capire con attenzione cosa stia accadendo. Un cosa è certa, le televisioni e i giornali della famiglia Berlusconi possono depistare tutto quel che vogliono, ma a noi rimane la speranza di persone oneste come Ingroia, Lari, Di Matteo, Scarpinato e tanti altri magistrati onesti nel compiere il proprio dovere. Così come vera e reale è la famosa video-intervista di Paolo Borsellino del 21 maggio 1992 (qui è possibile leggere la trascrizione integrale senza i tagli del montaggio) in cui Paolo Borsellino confermava già fin da allora l’esistenza di indagini in corso sui rapporti fra il boss Mangano, Dell’Utri e Berlusconi.

Di Paolo Borsellino ci possiamo fidare, no?!!!!!

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica
Messo il tag: , , , , ,

Nuove prove al processo Dell’Utri

22 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Nuove prove al processo Dell’Utri.

Spatuzza: Graviano parlava direttamente con Berlusconi e Dell’Utri

Negli anni bui delle bombe Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri si sarebbero incontrati direttamente con il boss stragista di Brancaccio Giuseppe Graviano. Gaspare Spatuzza, l’ultimo grande pentito di Cosa Nostra, non ha alcun dubbio: “Ritengo di poter escludere categoricamente, conoscendoli assai bene, che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci personalmente parlato”. E di fronte all’insistenza dei pm sulla possibilità che il rapporto potesse essere in qualche modo mediato Spatuzza è ancora più categorico: “No, no! Non esiste! Non trattano con le mezze carte. Hanno avuto sempre nella vita i contatti diretti”.

 

Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia ai magistrati di Firenze che indagano sulle stragi mafiose del ’93 aggiungono ulteriori tasselli al quadro che chiama in causa il Presidente del Consiglio e il senatore Dell’Utri. L’uomo che Graviano, prosegue Spatuzza, chiamava “un paesano”, quindi “qualcosa di più di Berlusconi… Paesano lo posso considerare come una persona vicinissima a noi”.
Sono scottanti i documenti della procura fiorentina che ieri hanno fatto capolino al processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa contro il senatore del Pdl, a Palermo (condannato in primo grado a nove anni di reclusione). Quando il procuratore generale Antonino Gatto ha chiesto l’acquisizione di due corposi faldoni contenenti gli interrogatori di Spatuzza, ma anche di Cosimo Lo Nigro, Pietro Romeo, Ciaramitaro, Filippo e Giuseppe Graviano, nonché un confronto fra quest’ultimo e lo stesso Spatuzza. Oltre a diverse relazioni redatte dalla Dia di Roma e Firenze fra il 2008 e il 2009.
L’audizione di Spatuzza risale al 18 giugno scorso, quando il pentito racconta ai magistrati dell’incontro a due avvenuto nel gennaio del 1994 al bar Doney di via Veneto, a Roma, con un esultante Giuseppe Graviano. Che in quell’occasione avrebbe assicurato come grazie a Berlusconi e Dell’Utri “avevamo ottenuto quello che cercavamo”: “ci siamo messi il Paese nelle mani”. Graviano, insolitamente euforico, aveva inneggiato alla “serietà di queste persone”, altra cosa rispetto a questi “crasti dei socialisti”. E dal momento che “io non conoscevo Berlusconi – continua Spatuzza – chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì”.
Erano gli anni delle stragi e a Roma i boss stavano pianificando l’ultimo grande attentato allo stadio Olimpico, fallito soltanto per un guasto al telecomando. L’obiettivo lo aveva scelto lo stesso Spatuzza, all’epoca braccio destro dei Graviano e per questo in grado di rivelare ai magistrati particolari fino ad ora sconosciuti. “Non posso sapere – spiega il pentito ai pm fiorentini – quale fosse il proposito che Berlusconi e Dell’Utri avessero in mente stringendo questo patto. La mia esperienza di queste vicende, ma è una mia deduzione, è che costoro che in un primo momento hanno fatto fare le stragi a Cosa Nostra, si volevano poi accreditare all’esterno come coloro che erano stati in grado di farle cessare. E quando poi li vedo scendere in politica, partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui noi abbiamo puntato tutto”.
Accuse pesanti, che il pentito potrà approfondire il prossimo 4 dicembre, quando sarà interrogato, a Torino, nell’ambito del processo contro il senatore Dell’Utri. E che in parte sono state confermate dal collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli, che lo scorso 5 novembre, risentito dalla procura di Palermo, avrebbe affermato, tra le altre cose, che “i Graviano avevano un canale diretto con Dell’Utri”. Motivo per cui il pg Gatto ha già chiesto alla Corte che il Grigoli possa essere chiamato a testimoniare.
Nel frattempo a destare grande interesse sono però i contenuti dei confronti già realizzati a Firenze tra lo Spatuzza e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Niente attacchi, niente accuse di infamità da parte dei capimafia nei confronti del pentito, ma solo parole di profonda amicizia e rispetto. Un atteggiamento inedito e ancora tutto da decifrare dei boss di Cosa Nostra.
E se a “Giuseppe”, Spatuzza avrebbe soltanto chiesto di passare dalla parte della Giustizia, sentendosi rispondere: “Non ho niente da dire”, con “Filippo” il dialogo sarebbe stato più articolato. Quest’ultimo, infatti, avrebbe ammesso di aver intrapreso negli ultimi dieci anni un non meglio specificato “cammino di legalità” e a Spatuzza avrebbe detto: “Io non ho nulla contro la tua scelta, è bene che tu lo sappia. Tu hai fatto una scelta, va bene anche per me. Ora, quello che io ti dico, il nostro discorso, almeno inizialmente, non era un discorso opportunistico per ottenere qualcosa dallo Stato. Ma era per migliorare noi stessi e per dare un futuro ai nostri figli”
Il confronto era stato disposto dai pm di Firenze per cercare una conferma di quel colloquio avvenuto tra i due nel carcere di Tolmezzo, durante il quale Graviano a Spatuzza avrebbe detto: “E’ bene far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva niente da dove deve arrivare qualcosa, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. Parole che Graviano oggi nega: dalla politica, dice, “io non mi aspetto nulla”. Ammettendo però che in carcere di “dissociazione” e di un’ipotetica “vita di legalità” avevano effettivamente parlato. Poi, tra una serie di continui “mi dispiace dovermi trovare in contraddizione con te”, “ti auguro tutto il bene del mondo, non ho niente contro le tue scelte. Sono contento che tu abbia ritrovato la pace interiore”, e “non ho nulla contro di te, né contro la tua collaborazione”, il boss lancia un ulteriore messaggio: “Non ti dico che stai mentendo, ti dico che io le cose non le ho dette”. E già in molti si chiedono se il prossimo pentito eccellente potrebbe essere proprio lui.

Monica Centofante (Antimafiaduemila.com, 21 novembre 2009)

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , ,

Dell’Utri, e se Graviano comincia a parlare? – Articoli | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

21 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Dell’Utri, e se Graviano comincia a parlare? – Articoli | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

Il mafioso dai rapporti politici potrebbe “pentirsi”
di Giuseppe Lo Bianco

Parla Filippo Graviano, boss stragista del ‘93 indicato dai pentiti come uno dei protagonisti della trattativa tra Cosa Nostra e il nuovo partito in via di costituzione, Forza Italia. Dice di avere fatto in carcere una “scelta di legalità”, anche se continua a negare ogni coinvolgimento nelle stragi. E arriva il giorno di Gaspare Spatuzza: sarà sentito in aula a Torino, il 4 dicembre prossimo, dai giudici di appello che stanno processando Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso in associazione mafiosa. Dalle carte trasmesse a Palermo dalla procura di Firenze emerge più chiaramente il contesto delle accuse che lambiscono Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, che avrebbero costituito, secondo le nuove rivelazioni di Spatuzza, le coperture politiche chieste ed ottenute dai fratelli Graviano all’inizio del 1994, quando progettarono l’attentato al pullman dei carabinieri parcheggiato nei pressi dello stadio Olimpico. Un attentato, lascia intendere oggi Spatuzza riferendo le parole di Giuseppe Graviano, che avrebbe ottenuto un autorevole avallo da quelle forze che si stavano apprestando ad entrare in politica. Si tratta di due faldoni con oltre 500 pagine depositati ieri nel processo dell’Utri sui quali si è concentrata l’attenzione investigativa della direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ieri, sempre nell’ambito della trattativa mafia-Stato ha interrogato nuovamente Massimo Ciancimino, che, nei giorni scorsi, aveva annunciato il possesso di alcuni nastri registrati con le conversazioni del padre con gli ufficiali del Ros nel corso dei colloqui nella sua casa di piazza di Spagna, a Roma.

Ma è su Filippo Graviano, e sulla sua insolita “apertura alla legalità” che si è concentrata l’attenzione dei magistrati antimafia. Il boss dice di avere compiuto in carcere questa scelta, si è iscritto alla Bocconi di Milano e ha già dato dieci esami, nel suo futuro di ergastolano c’è adesso l’obbiettivo di rafforzare la sua cultura, ma nelle stragi, “mi dispiace deludervi, ma non ho avuto alcun ruolo”. In carcere, nel 2004, aveva detto a Gaspare Spatuzza, allora suo fedelissimo, oggi pentito, che “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.

E Graviano davanti ai magistrati di Firenze che lo hanno interrogato nei giorni scorsi non si è tirato indietro, aprendo un minuscolo varco impensabile, fino ad ora, per un capomafia del suo calibro e annunciando una decisione inedita che lascia aperti tutti gli interrogativi su una sua futura collaborazione: In che cosa si concretizzi la scelta di legalità, ancora non si sa, visto che il capomafia subito dopo ha negato di avere commesso qualsiasi reato. E messo a confronto con Spatuzza, non lo ha trattato da infame perchè pentito, ma ha addirittura tracciato un parallelo tra le loro due decisioni: “tu hai compiuto una scelta religiosa – ha detto Graviano, alludendo alle lettere inviate da Spatuzza ad un vescovo – io arricchisco la mia cultura”.

Diverso, infine, l’atteggiamento del fratello Giuseppe, che, messo a confronto anch’egli con Spatuzza, non lo ha neppure preso in considerazione. Nell’udienza di ieri, infine, il pg Nino Gatto ha chiesto alla corte di sentire Salvatore Grigoli, che in un verbale depositato agli atti del processo ha detto che le stragi di mafia del ‘92 e del ‘93 erano state fatte “per costringere lo Stato a scendere a patti”. E sul senatore imputato ha detto : “Mangano (Nino, ndr) mi disse che i Graviano avevano un canale diretto con Dell’Utri. In effetti ricordo che all’epoca vi fu la vicenda del movimento politico che volevamo costituire, denominato Sicilia Libera. La questione di Sicilia Libera, a un certo punto, non fu più portata avanti perchè noi tutti fummo orientati verso il nascente movimento Forza Italia”. E conclude: “Dopo le elezioni tutti confidavamo in Berlusconi e si diceva che solo lui ci poteva salvare.”

da Il Fatto Quotidiano del 21 novembre 2009

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , ,

Schifani e il palazzo abitato dai boss

21 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Schifani e il palazzo abitato dai boss.

altC’è un palazzo a Palermo, vicino allo stadio della Favorita, che spiega meglio di un trattato la mafia e l’antimafia. I suoi nove piani sono un monumento alla prevaricazione dei forti sui deboli, dei corrotti sugli onesti. Sono stati costruiti in spregio a ogni norma con la complicità della politica, calpestando con la ruspa i diritti di due donne inermi.

Ogni muro, ogni mattone, profuma di mafia. Chi ha eseguito i lavori e chi li ha diretti, chi ha fornito il calcestruzzo e chi ha fatto gli scavi, chi ha guadagnato vendendo gli appartamenti e talvolta anche chi li ha comprati, è legato da vincoli di sangue o di cosca con i padrini più blasonati di Palermo: Madonia, Bontate, Pullarà, Guastella, Lo Piccolo. Il capo dei lavori, Salvatore Savoca, è stato strangolato perché non voleva dividere il boccone di cemento con un clan più forte del suo: i Madonia. L’assessore che ha dato la licenza è stato condannato per le mazzette ricevute in cambio della concessione. Il costruttore Pietro Lo Sicco è stato condannato per mafia e corruzione ed è in galera. Il palazzo è stato confiscato e le vittime, Rosa e Savina Pilliu, hanno ricevuto in affitto dallo Stato l’appartamento nel quale dormiva Giovanni Brusca, l’uomo che ha schiacciato il telecomando della strage di Capaci.

Sembrerebbe una storia semplice nella quale è persino troppo facile scegliere da che parte stare. E invece la storia di Piazza Leoni dimostra che la vita è fatta di scelte, mai scontate. Questo palazzo incrocia il destino di due uomini famosi e distanti tra loro: Renato Schifani e Paolo Borsellino. Il primo (prima che le procure e i tribunali accertassero le responsabilità del costruttore corruttore e mafioso) ha messo a disposizione la sua scienza per sostenere il torto del più forte. Il secondo, nei giorni più duri della sua vita, ha trovato il tempo per ascoltare le ragioni dei deboli. Quel palazzo è ancora in piedi grazie anche ai consigli legali, ai ricorsi e alle richieste di sanatoria dello studio legale Schifani-Pinelli del quale il presidente del senato è stato partner con l’amico Nunzio Pinelli negli anni chiave di questa vicenda, prima di lasciare il posto al figlio Roberto. Mentre Schifani combatteva in Tribunale per Lo Sicco, il giudice Paolo Borsellino, trascorreva le ore più preziose della sua vita per ascoltare le signorine Pilliu.

Incroci del destino

E c’è una coincidenza che fa venire i brividi perché proprio da Piazza Leoni, dove allora sorgeva lo scheletro del palazzo abusivo, sarebbe partita al’alba del 19 luglio del 1992 la Fiat 126 imbottita con 90 chilogrammi di tritolo che ha ucciso il giudice istruttore. Le signorine Pilliu non lo sapevano ma quelli che si nascondevano dietro il costruttore che le minacciava stavano preparando le stragi. Chissà se Borsellino aveva intuito qualcosa di strano dietro quel palazzo. Una cosa è certa, se sei giorni prima di morire, 50 giorni dopo la morte di Falcone, un uomo come lui perdeva tempo a parlare con queste signorine doveva esserci una ragione.

Forse allora, 17 anni dopo, vale la pena di riascoltare il racconto di Savina e Maria Rosa Pilliu.

Sorelle-coraggio

Queste due signorine di origine sarda possedevano due casupole all’interno di un filarino di ex fabbriche riadattate ad abitazione. Il padre era morto giovane ma le sorelle e la mamma, a costo di mille sacrifici, erano riuscite ad andare avanti grazie a un negozio di generi alimentari a due passi da piazza Leoni. Tutto scorreva liscio finché la mafia non mise gli occhi sul terreno accanto alle casette. “All’inizio si fece avanti Rosario Spatola”, raccontarono le sorelle quel giorno a Paolo Borsellino. Al giudice si accesero gli occhi. Spatola è stato uno degli uomini più ricchi della Sicilia, il costruttore della vecchia mafia di don Stefano Bontate, sterminata da Riina negli anni ottanta, l’amico del banchiere Michele Sindona, che aveva ospitato nella sua villa fuori Palermo. Nel settembre del 1979, Spatola si presenta nel negozio della famiglia Pilliu in via del Bersagliere e fa la sua proposta per comprare le casette. Ovviamente non voleva tenerle ma distruggerle. Per costruire un palazzo più grande sul suolo di fronte, eliminando le case e il problema delle distanze. L’idea era buona ma due settimane dopo, proprio per l’inchiesta nata dai contatti tra Sindona e la mafia, Spatola finisce in galera. Il terreno passa dopo un paio di giri a Gianni Lapis, consulente di Vito Ciancimino, per finire nel 1984 a un costruttore ignoto: Pietro Lo Sicco, un benzinaio legato al boss della mafia perdente, Stefano Bontate.

Più andavano avanti nel loro racconto, più snocciolavano nomi e date con il loro eloquio antico, e più il giudice Borsellino si interessava alla loro vicenda. Spatola, Ciancimino, Lo Sicco. Anche il nome del costruttore probabilmente diceva qualcosa a Borsellino. Era stato arrestato da Giovanni Falcone, ma poi prosciolto. Lo Sicco era legatissimo a Stefano Bontate però quando il vecchio boss viene ucciso passa con i vincenti. Quando rileva il terreno cerca subito di comprare le casette di fronte per ampliare lo spazio e la cubatura. Con le buone o le cattive convince tutti a vendere. Nessuno osa dirgli di no. Tranne le sorelle Pilliu che non vogliono svendere. A questo punto succede l’incredibile: Lo Sicco dichiara al comune di avere anche le particelle catastali della mamma delle sorelle Pilliu. Ovviamente sotto c’è una mazzetta all’assessore all’urbanistica che frutta una licenza che prevede due cose connesse: la possibilità di costruire un palazzo con tre scale e sette piani (che poi diverranno nove) a condizione però che prima la società di Lo Sicco, Lopedil, abbatta le casette che però, piccolo particolare, non sono della Lopedil. Il 3 marzo del 1990 la società ottiene la concessione edilizia. Le Pilliu denunciano alla Prefettura e al Comune l’abuso ma non si muove nulla. Anzi si muovono le ruspe. La Lopedil tira su il palazzo e butta giù le casette. Le ruspe demoliscono quelle accanto e i piani superiori del fabbricato. Gli appartamenti delle Pilliu (che per fortuna dormono altrove) si ritrovano senza tetto: c’è solo il pavimento del piano superiore a difenderli dalle intemperie. Le sorelle chiamano i vigili urbani, la Polizia e i Carabinieri ma nessuno interviene. Il comandante dei vigil arriva sul luogo e sembra possa essere il salvatore delle sorelle ma dopo aver controllato le carte dice: “sono in regola e io posso fermare un automobilista senza patente non uno con una patente falsa”.

La minaccia

Le signorine cercano di opporsi fisicamente ma Lo Sicco le minaccia e le offende dicendo a Rosa Pilliu: “Vattene da qui perchè se no ti dò un timpuruni. Senti a me, vai a vendere i tuoi pacchi di pasta al negozio che tra un po’ non potrai vendere più nemmeno quelli”. È in questa fase che le sorelle, disperate, chiedono aiuto a Borsellino. Si vedono l’ultima volta il 13 luglio, il magistrato le rinvia a due giorni dopo. Ma è il giorno di Santa Rosalia, le Pilliu non vogliono perdersi la festa alla “Santuzza” e chiedono di fissare un appuntamento più in là. Borsellino si impegna a richiamarle. Sei giorni dopo morirà in via D’Amelio.

Tritolo

Il giudice non poteva sapere che proprio gli uomini interessati a quel palazzo stavano preparando la sua uccisione e le stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Giovanni Brusca, il boss che ha spinto il pulsante del telecomando della strage di Capaci, l’uomo che ha ordinato ed eseguito un centinaio di omicidi, tra i quali quello del bambino Santino Di Matteo, colpevole solo di essere figlio di un pentito, ha raccontato: “Gli scavi a Piazza Leoni li ha fatti Pino Guastella (arrestato come capo mandamento Palermo centro nel 1998 Ndr). Poi io mi sono comprato un appartamento, tramite Santi Pullarà, che mi ha fatto fare un buon trattamento. Ci ho dormito pochi giorni però. Lo avevo fatto intestare a Gaspare Romano. Costui poi nel ‘95 fu scoperto dalla DIA che lo pedinava e mi sono fatto ridare i soldi indietro, perché a quel punto a me l’appartamento non serviva più. Siamo andati a vederlo con Leoluca Bagarella (il cognato di Riina che ha guidato la mafia durante la stagione delle stragi del 1993), io con una macchina e lui con un’altra, di sera. Più che altro per scegliere i piani e vedere gli appartamenti come erano combinati, perché ancora erano grezzi, in costruzione. Cioè dovevamo riuscire a capire come funzionavano, se c’era l’ascensore, se c’erano scale. Una cosa che io avevo chiesto, di particolare, se era possibile poter fare l’ascensore come come quello che avevo visto nella casa di Ignazio Salvo (uno dei cugini esattori di Salemi, legati alla Dc andreottiana e arrestati da Falcone) che io ho frequentato molto. Lui quando arrivava con la sua macchina, prendeva l’ascensore e con una chiavetta saliva fino all’attico. E quindi era un suo privilegio, e io chiesi questa cosa ma non era realizzabile perché il garage era per tutti, non solo ed esclusivamente per me”. Poi però i boss capirono che due latitanti per un palazzo era troppo. “Bagarella era interessato pure ed è venuto a vederlo con l’intenzione di comprare. Quella sera ci sono andato con Gioacchino La Barbera (altro autore della strage di Capaci, ndr). Lo abbiamo scelto sia io che Bagarella perché era un posto di élite a Palermo. Cioè Piazza Leoni, era un investimento. Poi io pensavo successivamente di farci la latitanza, ma questo era un problema mio”. Anche Gioacchino La Barbera, pentito dopo aver partecipato alla strage di Capaci conferma e aggiunge particolari: “Ho accompagnato varie volte sia Leoluca Bagarella che Giovanni Brusca a piazza Leoni. Brusca sul posto con una persona responsabile del cantiere stava cercando di fare modificare un appartamento per essere comunicante. Perché stava studiando un’intercapedine per trascorrere la latitanza e in caso di un sopralluogo delle forze dell’ordine riuscire a nascondere o a scappare”.

L’arsenale e gli inquilini

Nel palazzo c’era anche un appartamento con un muro finto dietro il quale si nascondevano le armi del clan Madonia. Insomma le riunioni di condominio in quello stabile non devono essere una passeggiata. Nei piani alti abitano la figlia di Stefano Bontate, e hanno abitato entrambe le figlie del costruttore mafioso Pietro Lo Sicco. Nell’attico più grande e bello c’è una famiglia legata al defunto boss Stefano Bontate (detto il principe di Villagrazia) i Marsalone, il cui patriarca Giuseppe è morto ammazzato a fine anni ottanta. Tra quelli che ci hanno abitato, non mancano però anche i professionisti della “Palermo bene”. Al quinto piano c’è l’avvocato Antonino Garofalo, socio di Renato Schifani in una società fondata nel 1992 e mai attivata, la Gms. La casa è affitatta e se ne cura l’avvocato ma è intestata alla sua compagna russa. L’appartamento accanto a quello che fu di Brusca era occupato dallo studio di Salvatore Aragona, il medico amico di Totò Cuffaro e già condannato per avere fornito al boss di San Giuseppe Iato un alibi. Molte di queste persone, avevano stipulato con Pietro Lo Sicco un contratto preliminare di compravendita. Quando il 17 settembre del 1993 il Comune annulla la concessione edilizia e blocca tutto.

Cavilli e millimetri

A questo punto entra in scena l’avvocato Renato Schifani. Insieme al suo collega di studio, Nunzio Pinelli, presenta ricorso al Tar. Pinelli va addirittura in tv con Lo Sicco a difendere il palazzo contro una coraggiosa giornalista, Valentina Errante, che aveva scoperto l’abuso. Schifani partecipa anche a un sopralluogo nel 1993 nel quale si accerta che “il distacco non deve essere inferiore a metri 12,75 e in effetti risulta pari a metri 7,75”. Ciononostante lo studio Schifani-Pinelli verga uno splendido ricorso alato. La tesi sostenuta è che la demolizione delle casette da parte di Lo Sicco “avrebbe solo anticipato gli esiti di un intervento di pubblica utilità, cui istituzionalmente era ed è tenuta l’Amministrazione Comunale”. In sostanza Lo Sicco è un benemerito che si è sostituito alle ruspe del comune. Se ha finto di essere proprietario ed è passato come un rullo sulle case altrui non lo ha fatto certo per vendere a clienti facoltosi e amici mafiosi bensì per ridare decoro alla zona. Meriterebbe quasi un premio. Incredibilmente il Tar il 23 gennaio del 1995 accoglie le tesi di Schifani e Pinelli e annulla la revoca della concessione, che così rivive. Le Pilliu sono distrutte. Lo Sicco esulta. Il Consiglio di Giustizia Aministrativa della Regione Sicilia, il Cga, però accoglie l’appello e, nonostante l’opposizione dell’avvocato Renato Schifani, annulla la concessioine. Per sempre. O almeno così dovrebbe essere.

La provvidenza di B.

Perché il condono Berlusconi del 1994 prevedeva in un comma nascosto che, in caso di annullamento della concessione, si poteva presentare domanda di sanatoria anche dopo la scadenza dei termini. Non solo: per questa sanatoria straordinaria non c’era nemmeno il limite di cubatura abusiva di 750 metri. Una pacchia. La società Lopedil fa subito domanda di sanatoria. Succede però un imprevisto: il nipote di Pietro Lo Sicco, Innocenzo, pur non essendo stato mai nemmeno indagato, trova il coraggio di dividere la sua strada da quella della famiglia e racconta ai magistrati la storia dello zio e del palazzo di piazza Leoni. Innocenzo Lo Sicco, che oggi è un dirigente di un’associazione antiracket, lancia un paio di frecciate a Schifani durante un’udienza del processo nel 2000. Sulla concessione di piazza Leoni la sua deposizione è netta: “l’impresa di mio zio, la Lopedil, non era in possesso di tutti i titoli di proprietà del terreno ma comunque è riuscito ad ottenere la concessione grazie ai buoni uffici che mio zio intratteneva con personale dell’edilizia privata. Il progetto è stato approvato dalla commissione presieduta dall’onorevole Michele Raimondo, in assenza del titolo di proprietà. L’accordo di cui io ero a conoscenza era che l’assessore Raimondo faceva approvare il progetto e, al rilascio dell’autorizzazione il signor Lo Sicco avrebbe pagato una, non so se definirla una tangente o un riconoscimento all’assessore di 20-25 milioni di lire”. Grazie a queste dichiarazioni Pietro Lo Sicco è stato condannato per truffa e corruzione. Poi il nipote continua il suo racconto confermando quello delle Pilliu: “dopo che il signor Pietro Lo Sicco aveva la concessione ha cominciato i lavori di sbancamento e demolizione e ci furono reazioni da parte dei proprietari. Principalmente da parte delle signorine Pilliu e di un certo Onorato che, addirittura, mi ha quasi menato. Le reazioni ci sono state: intervento della forza pubblica, Carabinieri, 113, Polizia giudiziara, tutto c’è stato in quel periodo. Era un viavai di forza pubblica con i proprietari che facevano le loro giuste lamentele e che volevano bloccare la concesione e che si ritrovavano in questa situazione che non riuscivano a bloccare”. Come è finita? Chiedono i giudici a Innocenzo. “Io so quello che mi ha detto Renato Schifani. L’avvocato mi disse come è stato salvato l’edificio facendolo entrare in sanatoria. Schifani era il mio avvocato. Pietro Lo Sicco si rivolse a lui per la pratica del palazzo di Piazza Leoni perché sapeva dei buoni uffici che intratteneva Schifani con l’allora assessore Michele Raimondo e con l’allora dirigente Vicari. Schifani era una persona di massima competenza nelle pratiche edili, (….) aveva una conoscenza sia in termini professionali, sia in termini diretti personali con i personaggi dell’edilizia privata per il papà che ha lavorato tutta la vita all’interno dell’edilizia privata. Quindi è la persona adatta”. Schifani entra in politica a livello locale in Forza Italia e sarà senatore solo dal 1996. Ma Lo sicco spiega che l’opera di lobby dell’attuale presidente del senato avrebbe avuto un effetto “sulla concessione edilizia ottenuta l’avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il Governo Berlusconi perché fecero una sanatoria e lui è riuscito a farla pennellare in quello che era l’esigenza di questi edifici di Piazza Leoni. Quindi era soddisfattissimo e me lo diceva con orgoglio di essere riuscito a salvare questa vicenda. Perché lo diceva a me? Perché io avevo messo a conoscenza l’avvocato Schifani quando era iniziato il rapporto col signor Lo Sicco di qual era l’iter di quale era stata la prassi, di qual era la situazione di come si era venuta a creare il rilascio della concessione”.

L’inchiesta

Il pm di Palermo Domenico Gozzo ha aperto un fascicolo generico, senza indagare Schifani, per le accuse di Lo Sicco. Ma ha ritenuto che non ci fosse nulla di rilevante. Nel procedimento penale non sono state considerate penalmente rilevanti nemmeno le parole di Innocenzo Lo Sicco sui costruttori Antonino Seidita e Giuseppe Cosenza. Questi due imprenditori, entrambi amici di Lo Sicco, entrambi considerati legati ai fratelli Graviano ed entrambi clienti dello studio Schifani-Pinelli, seconco Innocenzo Lo Sicco svolsero un ruolo nella vicenda. Cosenza sarebbe stato incaricato dall’assessore di chiedere a Seidita di chiedere a sua volta un rialzo della mazzetta: da 20 milioni di lire a un attico. Ma Pietro Lo Sicco non accettò e si fermò al versamento previsto nella prima offerta. Pietro Lo Sicco è stato condannato per la vicenda amministrativa a due anni e due mesi per corruzione, e truffa. Mentre per i suoi legami con la mafia è stato condannato a sette anni. Entrambe le sentenze sono passate in giudicato. Anche sul fronte amministrativo la vittoria delle sorelle Pilliu è definitiva. Nel novembre del 2002 anche il Tribunale civile di Palermo ha statuito che il palazzo non rispetta le distanze dalle casupole delle signorine e deve essere abbattuto. Per l’esattezza dovrebbero essere “tagliati” dalla costruzione otto metri e sei centimetri al piano terra e cinque metri e 81 centimetri ai piani superiori.

Ad personam

Si attende l’Appello ma nella finanziaria del 2000 un emendamento del senatore Michele Centaro di Forza Italia ha introdotto una norma che sembra fatta su misura per sanare la situazione di piazza Leoni: l’amministratore giudiziario può chiedere la sanatoria del palazzo confiscato per mafia e vendere ai terzi che hanno comprato. “Ricordo che era un problema sentito anche dai magistrati”, dice Centaro. Sarà. Comunque la figlia di Bontate, come gli altri, potrebbe comprare. I terzi acquirenti sono difesi dall’avvocato Pinelli ma resta il problema delle distanze. Almeno per ora. Nel gennaio del 2005 sono crollate le casette delle Pilliu. Senza tetto, con l’acqua che entrava da tutte le parti, hanno ceduto. Un giudice ha pensato bene di aprire un processo. Non contro Lo Sicco. Ma contro le sorelle Pilliu, per crollo colposo.

Fonte:: Il Fatto Quotidiano (Marco Lillo, 20 Novembre 2009)

Categorie: giustizia · mafia · politica
Messo il tag: , , , , ,

Indagine esplosiva

19 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Indagine esplosiva.

I pm pronti a riaprire l’inchiesta sul premier per le stragi. Mentre altri boss potrebbero parlare. E provocare un terremoto politico.


Le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo amico Marcello Dell’Utri. Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss Giuseppe e Filippo Graviano, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome. Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.

Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza. Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai. Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia. Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell’Utri. Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.

Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza, quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano. Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del ‘93 e del ‘92 e del ‘94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». L’inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l’ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip. In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l’ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell’Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia. Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato». Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra. Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Per cui «solo l’emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell’inchiesta.

È quello che potrebbe essere fatto adesso. Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio ‘94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c’è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse. Magari a partire proprio da Filippo Graviano. Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell’Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora.

Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94. Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell’indagine della procura di Napoli sul sottosegretario Nicola Cosentino di cui è stato chiesto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il ‘94 e il ‘96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti».

E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l’ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone. Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione ». E dello stesso argomento aveva discusso il casalese Dario De Simone, con l’onorevole Cosentino.

Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l’aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.

Su questi fatti vi sono due indagini. Una coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi con i suoi sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini; l’altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta Sergio Lari con l’aggiunto Domenico Gozzo e i pm Nicolò Marino e Stefano Luciani.

Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate Totò Riina ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato. Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis. Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di Borsellino era da addebitare a «istituzioni deviate». Un messaggio torbido. E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo. Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano.

È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell’ex senatore Vincenzo Inzerillo nel processo d’appello di Palermo in cui è imputato di mafia. Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: “Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi”. Gli ho detto: “Mi faccia leggere i verbali” (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora…».

La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato Renato Farina (Pdl), alias “agente betulla”, entra nel carcere di Opera, nell’ambito dell’iniziativa promossa dai Radicali. L’ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina. Poi il deputato prosegue il giro “cella per cella” degli 82 reclusi sottoposti al 41bis. Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano. I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere. Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.

Lirio Abbate (L’espresso.it, 19 novembre 2009)

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

La trattativa non è finita | Pietro Orsatti

13 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: La trattativa non è finita | Pietro Orsatti.

L’uomo del giorno è Gaspare Spatuzza, il killer spietato di don Puglisi, adesso collaboratore di giustizia. A Palermo è atteso al processo d’ che vede coinvolto il senatore Dell’Utri

di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

A Caltanissetta parla delle stragi, in particolare di quella di di cui si autoaccusa. A Firenze pure, dice di essere protagonista di quella stagione che apertasi a Capaci con l’ a Giovanni Falcone proseguì fino al 1993. A Palermo invece parla della trattativa fra e , dei rapporti di con la , sia quella “vecchia” affossata da “mani pulite” che quella “nuova” della nascente Forza Italia. È lui l’uomo del giorno, Gaspare Spatuzza, fedelissimo del capomafia corleonese Leoluca Bagarella e sicario del gruppo di fuoco che assassinò padre Pino Puglisi. Puntuale, determinato, con un racconto pieno di riferimenti finora suffragati da riscontri.

Il pentito, o meglio il collaboratore di giustizia, rivela della sua scelta di parlare come se si trattasse di una decisione presa quasi collettivamente da un pezzo di . « Nel 2004 – racconta ai magistrati – dopo un colloquio investigativo con i pm della super procura, incontrai nel carcere di Tolmezzo, Filippo Graviano. Gli spiegai che ormai da quattro anni mi ero staccato da , ma che non potevo fare il passo finale. Non potevo mettermi a collaborare. Filippo stava veramente male. Aveva appena avuto un infarto ma mi disse con un filo di voce: “a questo punto bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”». Parla, quindi, della presunta trattativa. Anzi, la contestualizza e la prolunga come se si trattasse di un elemento dinamico, di una relazione in continua evoluzione. «Fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa. Questo il senso della frase di Graviano», spiega infatti Spatuzza.
Filippo Graviano e suo fratello Giuseppe, sempre secondo Spatuzza, erano uno dei riferimenti a Milano (dove erano latitanti fino al ’94) dell’ormai famosissimo stalliere di Arcore, Vittorio Mangano e avevano partecipato anche loro all’uccisione di Puglisi nel quartiere Brancaccio a Palermo. I due fratelli sono dei killer “intellettuali”, uno laureato in Matematica e l’altro in . E sono fra i protagonisti di quella terribile stagione di sangue del biennio ’92-’93. Spatuzza li conosce bene, lavora con loro. Ma dopo la strage di via dei Georgofili a Firenze con loro entra in disaccordo. Comincia a farsi dei problemi, Gaspare, sente la stretta dello su , e non è abituato a fare stragi discriminate. Lui è un killer di “obiettivi”, non uno stragista di tipo terroristico come invece imponeva la nuova linea della Cupola, o meglio di ciò che ne rimaneva dopo più di un decennio di dittatura di e dei . I due Graviano invece vogliono proseguire. E nel gruppo di fuoco delle stragi, questo racconta il pentito, si apre una spaccatura. Ma Spatuzza è uomo d’onore e nonostante sia in disaccordo porta avanti anche l’ fallito allo stadio Olimpico di Roma, che doveva colpire in particolare i posti all’esterno dell’impianto per garantire l’ordine pubblico. Partecipa all’azione, imbottisce con altri una Lancia Thema di tritolo e tondini di ferro per ottenere il massimo risultato: una strage indiscriminata. Ma l’innesco non funzionò e l’azione non venne replicata. Spatuzza cerca di spiegare perché il contrordine in questo modo: forse si era arrivati a un accordo. Era l’ottobre del ’93. Con chi si era arrivati a un accordo?

E non solo. Spatuzza racconta che i Graviano non sarebbero stati latitanti a Milano per caso, città dove poi furono arrestati, ma che la loro presenza lì era dovuta alla necessità di mantenere rapporti politici, di mantenere alto il livello di relazioni coltivate per anni anche grazie alla presenza di Mangano. Questo è uno degli aspetti che più preoccupa i difensori di Marcello Dell’Utri nel processo in per concorso esterno in associazione mafiosa che lo vede coinvolto. Perché l’accusa ha interrotto la propria requisitoria e il tribunale sta decidendo se acquisire o no la testimonianza di Spatuzza. La Corte deciderà entro il 20 novembre. In qualche modo la difesa del politico del (e senatore in carica) spera di riuscire ad avere lo stesso risultato ottenuto con il respingimento (il teste è contradditorio) della testimonianza di Massimo Ciancimino ma il livello di riscontri sulle dichiarazioni rilasciate finora da Spatuzza non fa certo dormire sonni tranquilli all’ex capo di Publitalia.

«Voglio precisare – è riportato nel verbale di una delle deposizioni rese da Spatuzza – che quell’incontro doveva essere finalizzato a programmare un ai da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla . Graviano per rassicurarci ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c’era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di e ci disse che lui ne capiva. Questa affermazione mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la . Da quel momento io dovevo organizzare l’ ai e in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico». La trattativa, quindi, era in corso. Anzi, le stragi, secondo questa testimonianza, erano parte delle trattativa stessa, erano l’elemento “facilitatore”. «Graviano – prosegue Spatuzza – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “crasti” (in dialetto significa “cornuti”) dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. Io non conoscevo e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell’Utri, non il nome. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”».

A rendere ancora più credibili le dichiarazioni del pentito è proprio il suo curriculum di uomo di e killer spietato. A fare per primo il suo nome agli investigatori fu un altro killer di , Giovanni Drago, fedelissimo di . Sono decine gli omicidi attribuiti a Spatuzza oltre a quello Puglisi (per questo è condannato in via definitiva all’ergastolo): da quello di Marcello Drago e Domingo Buscetta, nipote del pentito storico di Masino, a quelli di Giuseppe e Salvatore Di Peri e Salvatore Buscemi. Arrestato nel 1997, non esitò a far fuoco contro gli agenti di polizia che gli avevano teso una trappola mentre si recava a un summit di boss mafiosi presso l’ospedale Cervello di Palermo. La sua storia, le sue condanne, e gli innumerevoli riscontri probatori ci raccontano, se fosse possibile, uno scenario ancora più inquietante di quelle che finora ha raccontato agli inquirenti. Sembra che Spatuzza, con la sua decisione di collaborare e il livello delle sue deposizioni, si sia posto come interlocutore politico. continua a trattare? Questo sembra dire il collaboratore. «Andare dai magistrati», diceva Filippo Graviano. E Spatuzza c’è andato. Contribuendo, anche lui, a riscrivere la storia degli ultimi vent’anni e forse a modificarne il percorso. 

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , ,

Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.

13 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.

Scritto da Marco Travaglio

ALFONSO SABELLA è nato a Bivona (Agrigento) 46 anni fa. Magistrato dal 1989, è un cane sciolto, mai iscritto ad alcuna corrente della corporazione togata. Prima fa il pm a Termini Imerese, poi dal 1993 alla Procura antimafia di Palermo diretta da Gian Carlo Caselli. Si specializza nella cattura dei latitanti: insieme alle forze dell’ordine, soprattutto alla Polizia di Stato e alla Dia, ha acciuffato Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri, Nino Mangano, Vito Vitale, Mico Farinella, Cosimo Lo Nigro, Carlo Greco e decine di altri fra capimandamento, killer stragisti e potenti uomini d’onore. Ed è proprio davanti a lui che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri” (a quella stagione da film, Sabella ha dedicato un libro avvincente, “Cacciatore di mafiosi”, scritto con Silvia Resta e Francesco Vitale, Mondadori, 2008).

Nel settembre del 1999 si trasferisce a Roma, al ministero della Giustizia, come magistrato di collegamento con la commissione parlamentare Antimafia. Nello stesso anno Caselli diventa direttore del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria: la direzione delle carceri, presso il ministero della Giustizia) e lo prende con sé come capo dell’ufficio ispettorato, da cui verrà cacciato nel 2001 dal nuovo capo Giovanni Tinebra, dopo aver ostacolato le manovre per arrivare alla “dissociazione” dei boss detenuti. Intanto è rimasto coinvolto suo malgrado nelle indagini della Procura di Genova sulle violenze commesse anche da alcuni agenti della polizia penitenziaria nella caserma di Bolzaneto, anche se lui in quel mentre era da tutt’altra parte. Una vicenda molto oscura, che gli stroncherà la carriera anche grazie a un verdetto molto sbrigativo del Csm. Nel 2002 viene trasferito alla Procura di Firenze, dove gli levano la scorta mentre la mafia progetta di assassinarlo e viene relegato a occuparsi di reati comuni. Oggi è giudice al Tribunale di Roma. Da quando, quest’estate, sono emerse le nuove prove delle trattative fra Stato e mafia nel 1992-‘93, fino al papello consegnato da Massimo Ciancimino che dimostra il ruolo “trattativista” di Bernardo Provenzano dal 1992 in poi, Sabella ha riletto la propria biografia in quella chiave. Le singolarissime coincidenze che hanno rovinato la sua vita gli appaiono oggi come tanti tasselli di un unico mosaico. E, “a costo di apparire paranoico”, ha accettato di parlarne al Fatto Quotidiano. Perché la conclusione che ne ha tratto è agghiacciante: quella di essere stato sacrificato sull’altare di una trattativa che passava sulla sua testa, come su quella di 60 milioni di italiani, ma che lui era riuscito più volte, spesso volutamente e ancor più spesso involontariamente, a ostacolare. La sua tesi è semplice e spaventosa, per molti versi coincidente con quella dell’attuale Procura di Palermo: da quando, come appare sempre più plausibile, Provenzano consegnò al Ros dei Carabinieri la testa di Salvatore Riina grazie alla mediazione di Vito Ciancimino, il vecchio “Zu Binu” divenne un intoccabile. Una sorta di garante della Pax Mafiosa che, nel novembre del ’93, segnò la fine del biennio stragista e l’inizio della Seconda Repubblica. Un padre della Patria. Infatti il Ros non perquisì il covo di Riina, che poteva avervi conservato le prove della trattativa e del “papello”. Poi mandò a monte il possibile arresto di Provenzano nel novembre del ’95 in un casolare di Mezzojuso (almeno secondo le accuse del colonnello Michele Riccio, sulle quali è in corso a Palermo il processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento alla mafia). E poi tante altre coincidenze, come il ritorno a delinquere di famosi pentiti e le ricorrenti trattative per favorire la “dissociazione” a costo zero dei boss arrestati, ansiosi di liberarsi del 41-bis e dell’ergastolo. Eccola dunque la trattativa story attraverso le coerentissime incoerenze della carriera di Sabella. Una storia in sette atti.

ATTO I – I DELITTI DEI PENTITI

Giovanni Brusca, capomandamento di San Giuseppe Jato, fedelissimo di Riina, l’uomo che fece esplodere l’autostrada di Capaci, viene arrestato il 20 maggio 1996. “Un paio di mesi dopo, nel territorio di San Giuseppe Jato rimasto senza boss, si comincia a sparare. Una serie impressionante di omicidi e attentati interni a Cosa Nostra. E’ chiaro che gli uomini di Provenzano tentano di conquistare il mandamento appena decapitato. Brusca mi dice che, secondo lui, gli attentati sono opera del pentito Balduccio Di Maggio. Cioè dell’ex autista di Riina, poi passato dalla parte di Provenzano, quello che si era preso il merito di aver fatto catturare Riina il 15 gennaio 1993 e che, nelle sue prime dichiarazioni rese ai Carabinieri di Novara una settimana prima, l’8 gennaio 1993, aveva incredibilmente sostenuto che Provenzano era morto! Ma il Ros sforna relazioni su relazioni in cui sostiene che i delitti sono opera degli uomini di Brusca (cioè di Riina) per screditare Di Maggio (cioè, secondo me, Provenzano). Acquisisco informazioni e scopro che non è vero niente: è probabile invece che Di Maggio – coperto dal suo programma di protezione – sia tornato in zona per riprendersi il mandamento armi in pugno. E che altri due collaboratori-chiave sulla strage di Capaci, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, l’abbiano seguito. Il Ros è molto tiepido, ma io del Ros non mi fido: l’ho sempre tenuto alla larga dalle indagini sulla cattura dei latitanti, preferendo appoggiarmi sulla Squadra mobile e a un certo punto ho anche chiesto che il Ros non si occupi più delle ricerche di Bernardo Provenzano (quel che poi ha raccontato il colonnello Riccio dimostra che forse avevo visto giusto…)”. Ma, sul ritorno a delinquere dei pentiti, anche la Procura di Palermo è dubbiosa: Brusca non è ancora un collaboratore di giustizia, ma soltanto un “dichiarante”; poco prima di essere arrestato e di iniziare a collaborare, aveva progettato un complotto contro il presidente della Camera, Luciano Violante, per accusarlo falsamente di avergli promesso l’impunità in cambio di accuse ad Andreotti; e poi s’è scoperto che ha cercato di coprire il boss Vito Vitale, suo successore a capo del mandamento di San Giuseppe Jato, coinvolto in gravissimi delitti. In più si teme che stia tentando di screditare Di Maggio, uno dei pentiti chiave del processo Andreotti appena iniziato. E poi, se l’Arma che ha in custodia Di Maggio non segnala nulla di strano, perché preoccuparsi? “Io però insisto con Caselli perché si apra un’inchiesta sul possibile ritorno di Di Maggio”. Caselli dispone un’inchiesta “aperta”: sia sull’ipotesi affacciata da Brusca, sia su quella di una calunnia contro Di Maggio. Questi viene interrogato, ma finge di cadere dalle nuvole e si dice pronto a farsi controllare 24 ore su 24, anche se per la legge è un libero cittadino in attesa di giudizio (in quel periodo –- ma lo si scoprirà soltanto più tardi – ha già assassinato, il 30 agosto 1996, un certo Giuseppe Giovanni Caffrì). Il procuratore aggiunto Guido Lo Forte chiede ufficialmente al Servizio centrale di protezione, in aggiunta ai Carabinieri, di controllare Di Maggio nel luogo di residenza, in Toscana. Ma il Servizio (che dipende dal ministero dell’Interno, retto all’epoca da Giorgio Napolitano) non vi presta soverchia attenzione: infatti non s’accorge né delle trasferte di Balduccio a San Giuseppe Jato, né dei suoi contatti con i compari del paese che poi si scopriranno coinvolti nei suoi delitti. La Procura dispone anche l’obbligo di firma e una serie di accertamenti. Dai quali però non emerge nulla. “Ho poi avuto notizia che, giusto in quel periodo, fra giugno e luglio 1997, il Ros avrebbe organizzato un misterioso incontro in Toscana fra Di Maggio (che invece doveva essere strettamente controllato proprio per impedire contatti con i vecchi compari) e l’allora mafioso libero Angelo Siino, l’ex ‘ministro dei lavori pubblici di Riina’, confidente del Ros. Il 16 luglio 1997 disponiamo l’intercettazione di Di Maggio, affidando le operazioni alla Dia e non al Ros. E così facciamo con La Barbera e Di Matteo. Intanto, il 25 settembre 1997, il fratello maggiore di Giovanni Brusca, Emanuele, che vive libero a San Giuseppe Jato, si presenta da me e mi conferma che Di Maggio è tornato. Scopriremo poi che Balduccio ha fatto sparare ad altri due uomini vicini a Brusca: il 7 agosto 1997 all’imprenditore Francesco Costanza (fedelissimo di Brusca, guarda caso odiato da Siino), salvo per miracolo, e il 24 settembre a Vincenzo Arato, morto ammazzato. Ma noi ancora non possiamo saperlo. Nel dubbio, comunque, decidiamo di arrestare tutti i mafiosi vicini ai tre pentiti, ma anche quelli vicini a Brusca, sui quali abbiamo elementi sufficienti d’accusa. Per fare terra bruciata intorno a entrambi i clan che si fronteggiano. L’operazione dà i risultati sperati: i tre, senza più contatti sul territorio, sono costretti a venire allo scoperto. E le intercettazioni confermano spostamenti più che sospetti. Ai primi di ottobre arrestiamo Giuseppe Maniscalco, che confessa subito di essere uno dei killer di Balduccio a San Giuseppe Jato e inizia a collaborare: ci rivela di essere in stretto contatto con Provenzano e che i suoi amici Di Maggio, La Barbera e Di Matteo hanno profittato dell’arresto di Brusca per riprendersi il controllo del mandamento. Così li arrestiamo tutti e tre e li facciamo espellere dal programma di protezione. Fine della storia, almeno per un po’. Ma c’è un particolare che, di recente, mi è tornato alla mente e ho riletto in chiave diversa, alla luce delle ultime scoperte sulla trattativa”. Un particolare che riguarda Maniscalco, uomo di Provenzano: “Era stato lui, nel 1992, ad avvertire Di Maggio che Riina lo voleva morto salvandogli la vita: infatti Balduccio era fuggito a Borgomanero. Per gratitudine, Di Maggio non aveva mai par parlato di Maniscalco, diversamente da La Barbera e Di Matteo, che inizialmente l’avevano accusato di essere mafioso, salvo poi fare retromarcia, scagionarlo e farlo assolvere al processo di primo grado. Ricordo perfettamente che il Ros venne a chiedere alla Procura di non fare appello contro quella sentenza che assolveva Maniscalco. Cioè un uomo di Provenzano (Maniscalco, quando inizierà a collaborare, consegnerà due ‘pizzini’ che gli aveva inviato zu’ Binu per invitarlo a liberarsi di Vito Vitale, uomo di Brusca e Riina, ndr). E quando propongo di arrestarlo per gli omicidi di San Giuseppe Jato, mi viene detto in Procura che era un confidente del Ros. Alla fine Caselli decide di farlo arrestare ugualmente e, dalla sua collaborazione, si scopre che i killer di San Giuseppe Jato sono, oltre a lui e ai tre pentiti, almeno altri due confidenti dell’Arma: Michelangelo Camarda (‘fonte’ del colonnello Giancarlo Meli, comandante del Gruppo carabinieri di Monreale e legatissimo al Ros) e Nicola Lazio (che mi hanno detto essere confidente del Ros)”. Ora, con quel che sta emergendo sulla “trattativa ” del Ros con Vito Ciancimino, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, o sono autorizzato a  farmi certe domande?”.

ATTO II  ROS CONTRO LO FORTE

Le coincidenze non sono finite: sempre nell’ottobre del 1997, mentre sono in corso gli arresti  dei tre pentiti provenzaniani e del loro gruppo di  fuoco, il capitano del Ros Giuseppe De Donno si  reca a Caltanissetta a denunciare il vice di Caselli,  Guido Lo Forte, accusandolo di aver passato nel  1991 il rapporto del Ros su “Mafia e appalti” ad  alcuni politici e mafiosi, fra cui Salvo Lima, e di  averlo poi insabbiato. La fonte di De Donno è  Angelo Siino, già ministro dei lavori pubblici di  Riina, a lungo confidente del Ros e poi ufficialmente “pentito” dal 1997. Accuse e veleni da  prendere con le molle, ovviamente. La Procura  di Caltanissetta, diretta da Giovanni Tinebra,  iscrive Lo Forte sul registro degli indagati. Un atto segretissimo, che però una fuga di notizie ben  pilotata divulga al quotidiano La Repubblica proprio il giorno prima della prima udienza del processo Dell’Utri, il 5 novembre 1997. Notizia vera, ma concentrata tutta sul nome di Lo Forte,  mentre insieme con lui sono indagati anche altri  colleghi, dall’ex procuratore Pietro Giammanco  al suo fedelissimo Giuseppe Pignatone. Così  quel mattino, mentre si apre il processo al braccio destro di Berlusconi, tutti parlano dell’inchiesta sul braccio destro di Caselli. I fatti si commentano da sé. Il 10 ottobre 1997 Siino, da poco  pentito, dichiara alla Procura di Palermo che nel  febbraio ’95, quand’era ancora un confidente  del Ros, De Donno gli aveva chiesto notizie su Lo  Forte; poi il colonnello Mori l’aveva interpellato  su alcune brutte voci che circolavano sul conto  di colleghi carabinieri. Lui gli raccontò che nel  ’91 il maresciallo Antonino Lombardo (comandante dei carabinieri di Terrasini, all’epoca aggregato al Ros) aveva tentato di vendergli in anteprima il dossier “Mafia e appalti”, ovviamente top secret, in  cambio di denaro.  Lombardo si suicidò  poco dopo quelle rivelazioni, il 4 marzo  1995. Appena raccolte le dichiarazioni di  Siino, la Procura di Palermo – che ha pure  un’indagine aperta sul  suicidio Lombardo –  interroga De Donno e Mori. È il 13 ottobre  1997. I due ufficiali confermano gran parte delle  confidenze che Siino dice di aver fatto al Ros. Ma,  quanto all’offerta del dossier “Mafia e appalti”,  sostengono che Siino non la attribuì a Lombardo, bensì al tenente Carmelo Canale, suo cognato. Anche se li invitò a diffidare anche di Lombardo (la Procura, nella richiesta di archiviazione dell’indagine sul caso Lombardo, crederà a  Siino e definirà “quanto meno reticenti” e “contraddittorie” le dichiarazioni di Mori e De Donno). A questo punto, colpo di scena: pochissimi  giorni dopo la sua deposizione a Palermo, De  Donno si reca inopinatamente a Caltanissetta  per raccontare tutt’altra versione: e, cioè, che secondo Siino la fuga di notizie su “Mafia e appalti”  era opera di magistrati: Giammanco, Pignatone,  Lo Forte o altri. E poco dopo la sua deposizione,  ovviamente segretissima, la notizia arriva a Repubblica. E’ una dichiarazione di guerra del Ros  alla Procura di Palermo, che creerà contraccolpi  mediatici e politici anche sul processo Andreotti  e trasformerà Lo Forte in un’“anatra zoppa” proprio nel momento più delicato dei processi di  mafia e politica, per mesi e mesi, fino al completo proscioglimento di Lo Forte da ogni accusa.  Oggi, dopo quel che sta emergendo sulla trattativa fra Mori e De Donno da una parte e Ciancimino e i capimafia dall’altra, Sabella si interroga:  “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe  domande?”.

ATTO III  PARLA BRUSCA

Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono  sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta  in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo,  Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio. Gli fece intuire il nome dell’al l o ra  (estate 1992) ministro dell’Interno Nicola Mancino a proposito della “linea morbida” dello Stato  fra le due stragi. Gli raccontò che il covo di Riina  non era stato perquisito dal Ros nel timore di trovarvi le carte che provavano la trattativa e che il  boss dei boss teneva con sé in cassaforte; e che la  cattura di Riina era stata il frutto del tradimento  degli uomini di Provenzano, che l’avevano di fatto consegnato ai carabinieri.  Brusca rivelò pure che, da “indagini interne”, era  giunto alla conclusione che, verso settembre del  1992, un certo Francesco Brugnano aveva, per  conto di Provenzano, riferito notizie su Riina al  maresciallo Lombardo affinché le girasse al Ros.  Lo stesso Lombardo, infatti, nella lettera lasciata  prima di suicidarsi il 4 marzo 1995, aveva citato  un proprio contributo alla cattura di Riina, di cui  non c’era alcuna traccia ufficiale. Il 26 febbraio  ‘95, proprio pochi giorni prima del suicidio, il cadavere di Brugnano era stato fatto trovare nel bagagliaio di un’auto sotto la caserma di Terrasini  (dove Lombardo prestava servizio). Infine Brusca  aveva spiegato a Sabella che nel 1993 si era verificata una biforcazione fra l’ala Provenzano legata ai partiti della prima Repubblica e l’ala Riina  (capeggiata, dopo la cattura di Totò u’ curtu, dal  cognato Leoluca Bagarella) legata alla nascente  Forza Italia ideata da Dell’Utri. I tre esplosivi verbali furono secretati da Sabella, in attesa di essere  approfonditi .  Qualche mese dopo, nel rush finale del processo Andreotti in primo grado, Caselli lascia Palermo dopo quasi sette anni e si trasferisce al Dap, nella Capitale. Sabella, prima di trasferirsi anche lui a Roma, lascia gli esplosivi verbali di Brusca al nuovo procuratore Piero Grasso. Ma, nei cinque anni della sua gestione, non verranno mai approfonditi. Oggi che la tesi di Brusca trova conferme da varie fonti, anche esterne alla mafia e dunque insospettabili, Sabella si interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO IV LA “DISSOCIAZIONE”

Nel maggio del 2000 Sabella è capo dell’Ispettorato del Dap. “Un giorno mi chiama il direttore Caselli e mi mostra una lettera firmata dal ministro della Giustizia Piero Fassino. E’ una richiesta di parere sui colloqui investigativi intrattenuti dal procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna con i boss detenuti: Pietro Aglieri, Piddu Madonia, Salvatore Buscemi e Giuseppe Farinella, che si sono detti disponibili a dissociarsi pubblicamente da Cosa Nostra a costo zero: ammetterebbero le loro responsabilità, per le quali peraltro sono già stati condannati a numerosi ergastoli, e non accuserebbero nessuno. Prima però Aglieri, a nome degli altri tre, chiede di poter incontrare Nitto Santapaola, Salvo Madonia, Carlo Greco e Pippo Calò, anch’essi disposti a dissociarsi. Mi torna alla mente un’intercettazione di Carlo Greco che il 18 luglio 1996 parlava col fratello Giuseppe e il cognato Salvatore Adelfio”. Adelfio domandava: “Scusami, ma è meglio pentito o dissociato?”. E Carlo Greco: “Meglio questo che quello… Ti sei dissociato? Allora gli puoi dire: mi avvalgo della facoltà di non rispondere, ma mi dissocio. Sì, è vero, facevo parte di questi membri, di queste cose, però non lo voglio fare più. Ho le mie responsabilità. E intanto mi guadagno uno sconto di pena e mi levano il 41 bis… Perlomeno dieci anni in meno, per queste cose. Minchia, stupido ti pare? Comunque ancora non l’hanno messa questa legge della dissociazione, ma appena entrerà in atto… Saranno pochi quelli che fra pentito e dissociato faranno il pentito. E se metteranno la dissociazione è buono, perché verranno 80 per cento di pentiti in meno e, invece, se non la mettono ci saranno un altro 80 per cento di pentiti. Perciò c’è da scegliere: quale vuole lei?”. “Faccio poi notare a Caselli che gli aspiranti dissociati sono tutti dell’area Provenzano. Il quale aveva tutto da guadagnare dalla dissociazione, sia per i suoi uomini, sia per quelli di Riina, che marcivano tutti quanti all’ergastolo e per giunta ristretti al 41 bis senz’alcuna speranza di uscirne se non da morti. Questi, gli stragisti, davano segni di crescente insofferenza e, se avessero ordinato qualche delitto politico rompendo la Pax Mafiosa che durava dal ’93, sarebbe fallita la strategia della trattativa, della convivenza e della sommersione, costringendo lo Stato a varare qualche legge antimafia. Con la dissociazione, chiunque avesse aderito avrebbe ottenuto la revoca del 41-bis, sconti di pena con la possibilità addirittura di vedersi trasformare l’ergastolo in una pena di 30 anni (che poi diventano 20 grazie alla ‘liberazione anticipata’), permessi premio, e così via. Una pacchia, in cambio di nulla. Decidemmo così di opporci alla dissociazione. Fassino sposò la nostra linea e la comunicò a Vigna”. Appena la notizia trapelò sui giornali, la Procura di Palermo entrò in subbuglio: il procuratore Grasso sapeva, ma non aveva detto niente ai suoi sostituti. Così fu costretto a dichiararsi pubblicamente contrario alla dissociazione dei boss. Ma si scoprì pure che, nel centrodestra, l’idea aveva i suoi bravi supporter: dall’onorevole avvocato Carlo Taormina (Forza Italia), che parlò addirittura di “soluzione politica” per i mafiosi, ad altri peones mandati avanti in avanscoperta con un apposito disegno di legge presentato in Parlamento per sondare il terreno. Lette con gli occhi di oggi, quelle avances sulla dissociazione modello terrorismo, splendidamente illustrate nella chiacchierata del boss Carlo Greco (“come per i terroristi”), assumono un significato agghiacciante: nel papello consegnato da Ciancimino jr. alla Procura di Palermo, si parla esplicitamente del “riconoscimento benefici dissociati Brigate Rosse per condannati di mafia”. Caselli e Sabella pensano di avere stoppato l’operazione, invece il 6 febbraio 2001 La Repubblica racconta che tutte le mafie d’Italia – Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona unita – chiedono a gran voce la dissociazione e hanno nominato come portavoce unico – per trattare con lo Stato – Salvatore Biondino, il capo del mandamento di San Lorenzo arrestato il 15 gennaio 1993 sull’auto insieme a Riina. Stavolta la proposta raccoglie un coro di aperture politiche, in parte trasversali. Ma le elezioni politiche sono alle porte e non se ne fa nulla. Almeno per qualche mese.

ATTO V, “DISSOCIAZIONE” BIS.

Nell’ottobre 2001 Sabella è ancora al Dap, anche se il nuovo ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha sostituito Caselli con l’ex procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra. Un magistrato che non può certo vedere di buon occhio Sabella: fu proprio quest’ultimo il primo pm a mettere in dubbio la versione del pentito Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato della strage di via d’Amelio ed era stato preso per buono dalla procura nissena retta da Tinebra (gli stessi dubbi avevano manifestato Ilda Boccassini, all’epoca “applicata” a Caltanissetta, e i pm di Palermo che avevano interrogato il pentito su Dell’Utri, Berlusconi e Contrada). Recentemente Scarantino è stato sbugiardato dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, che ha indotto i pm nisseni a chiedere la revisione delle condanne definitive emesse dalla Cassazione per via D’Amelio. Sabella, a Palermo, non aveva mai “utilizzato” Scarantino , ritenendolo inattendibile persino sugli omicidi che gli aveva confessato. Lo stesso Tinebra aveva poi accolto e coltivato la denuncia, poi rivelatasi infondata, del capitano De Donno contro Lo Forte proprio alla vigilia del processo Dell’Utri. Ed ecco, come per incanto, riaffacciarsi di fronte a Sabella il fantasma della “dissociazione”. Cioè dell’eterna trattativa Stato-mafia. “Nell’ottobre del 2001, mi telefona mia sorella Marzia, pm antimafia a Palermo. Mi dice che le è giunta da Rebibbia una richiesta di nullaosta per Salvatore Biondino, che vuole lavorare come ‘scopino’ in carcere, così la direzione del penitenziario chiede l’autorizzazione a tutte le procure che si occupano di lui. Chiedo un po’ in giro, e scopro che, facendo lo scopino, Biondino avrebbe libero accesso alle celle di Aglieri, Farinella, Madonia e Buscemi, i quattro ideologi della dissociazione. Avverto mia sorella che nega l’autorizzazione a Biondino e blocca tutto. Subito dopo stilo una relazione al mio nuovo capo, Tinebra, e suggerisco di allertare la polizia penitenziaria perché impedisca contatti anche casuali tra i boss coinvolti nel progetto dissociazione. La relazione è del 29 novembre 2001, giovedì. L’indomani, venerdì, è sul tavolo di Tinebra, ma lui è già partito per Caltanissetta per il weekend. La legge lunedì 3 dicembre e convoca il capo dell’ufficio detenuti, Francesco Gianfrotta, per chiedere spiegazioni. Gianfrotta si dice d’accordo con me e l’indomani, 4 novembre, lo mette per iscritto. Il 5 dicembre Tinebra, senza nemmeno parlarmi, sopprime il mio ufficio e mi revoca ogni incarico”. Due mesi prima Tinebra aveva definito all’Ansa la proposta di dissociazione di Calò “veramente interessante ”. E l’8 giugno 2000, nel pieno delle polemiche sulla prima proposta di dissociazione dei boss, aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dal titolo eloquente: “Dissociazione? Ero contrario, ora non più”. E aveva sostenuto di nutrire “seri dubbi” sul fatto che dietro la dissociazione ci fosse Provenzano, come aveva invece ipotizzato Sabella in un’intervista a Peter Gomez sull’Espresso. Dopodiché, appena Berlusconi aveva vinto le elezioni, aveva nominato proprio Tinebra, un raro esemplare di magistrato antimafia favorevole alla dissociazione a costo zero dei boss, a nuovo capo del Dap al posto di Caselli, che vi si era fieramente opposto. Lo stesso Tinebra aveva appena chiesto, in tandem col suo fedelissimo sostituto Salvatore Leopardi, l’archiviazione dell’inchiesta a carico di Berlusconi e Dell’Utri come possibili mandanti esterni delle stragi del 1992, con motivazioni talmente liberatorie da indurre il titolare del fascicolo, il pm Luca Tescaroli, a dissociarsi e ad andarsene polemicamente da Caltanissetta. E chi arriva all’Ispettorato del Dap, subito ricostituito da Tinebra dopo la cacciata di Sabella? Proprio il dottor Leopardi. Il quale sarà poi oggetto di un’indagine della procura di Roma a proposito di strane manovre al Dap per “orientare” e depotenziare, nel novembre del 2002, le rivelazioni del nuovo pentito Nino Giuffrè, guarda caso vicinissimo a Provenzano, a proposito di Dell’Utri. Manovre che non erano sfuggite all’occhiuto “analista” del Sismi Pio Pompa, uomo ombra del generale Niccolò Pollari, il quale aveva annotato in una delle sue informative che era “in atto il tentativo di ‘orientare’ le dichiarazioni” di Giuffrè, a cui i pm impegnati nell’inchiesta sulla morte di Roberto Calvi avevano rivolto domande su Dell’Utri e sulle attività del gruppo Fininvest in Sardegna. L’inchiesta sul Dap riguardava una sorta di “servizio segreto parallelo” messo in piedi nelle carceri italiane, per “monitorare” i mafiosi detenuti al 41 bis, dal Sisde allora diretto dal generale Mori. E infatti anche Mori fu sentito come testimone su quella vicenda, spiegando che la sua collaborazione con Leopardi e Tinebra era avvenuta attraverso canali del tutto istituzionali. Il tutto, ovviamente, “Siccome la soppressione del mio ufficio era, secondo me,  illegittima perché poteva deciderla soltanto il ministro,  scrissi a Castelli, ma questi mi mise alla porta. E lo stesso  fece di lì a poco il Csm. Capii quanto era debole un magistrato come me, mai iscritto ad alcuna corrente organizzata della magistratura. Avevo chiesto di essere trasferito alla procura di Roma, dove mi ero stabilito da meno  di tre anni. Ma il Csm mi rispose che a Roma non c’era n o  posti e mi trasferì a Firenze. Poi, proprio il giorno dopo, lo  stesso Csm applicò alla procura di Roma ben due magistrati più giovani di me: la prova che a Roma non c’era  posto, ma solo per me. Oggi, ripensando a quei mesi incredibili alla luce del papello, ho scoperto ciò che mai avrei  immaginato: e cioè che già nel 1992 Cosa Nostra aveva  chiesto una legge per la dissociazione dei boss. Così ho  maturato una serie di riflessioni pressoché obbligate: con i  miei ‘no’ alla dissociazione, avevo ostacolato per ben due  volte un disegno molto più grande di me, che passava sulla  mia testa e rimontava alla trattativa del 1992. Una trattativa mai interrotta (o forse una trattativa con Riina interrotta dalla strage di via D’Amelio ma subito proseguita,  stavolta positivamente, con Provenzano). Infatti, fra i vari punti del papello, molti dei quali francamente inaccettabili persino per uno Stato arrendevole come il nostro, il meno irrealizzabile (dopo la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, poi  disposta dal governo di centrosinistra nel 1997)  era proprio la dissociazione. Che, da sola, avrebbe  consentito allo Stato di esaudire indirettamente  quasi tutti gli altri: la fine dell’ergastolo, la fine del  pentitismo, la fine del 41 bis, la revisione delle condanne.  Oggi, rievocando la propria cacciata dal Dap, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VI  IL G8 E LE ACCUSE  INFONDATE

Torniamo al 2001. Metà luglio, per la precisione.  Mentre è ancora in servizio al Dap, Sabella viene  inviato al G8 di Genova per coordinare l’attività  dell’Amministrazione penitenziaria in vista delle  annunciate violenze dei black bloc e dei prevedibili arresti. Infatti vengono arrestati centinaia di  manifestanti: pochi violenti e molti ragazzi innocenti. Alcune decine di questi vengono selvaggiamente pestati nella caserma di Bolzaneto, anche  da alcuni elementi del Gom, il corpo speciale della  polizia penitenziaria. Sabella verrà indagato dalla  procura di Genova per non essere riuscito a impedire quelle violenze (i reati contestati erano  abuso d’ufficio e d’autorità contro arrestati o detenuti) e poi archiviato. Ma, sul piano umano, Sabella ha l’amaro in bocca:  “Dico la verità, quel giorno maledetto commisi un errore  di valutazione. Non mi accorsi che il piano per gli arresti  preventivi, a scopo di sicurezza, fu modificato in corso  d’opera forse proprio allo scopo di aizzare gli animi, soffiare sul fuoco e far esplodere gli scontri. Altro però non  posso rimproverarmi, perché non sapevo quel che stava succedendo nella caserma. Per un motivo molto semplice: non ero lì nel momento in cui si verificarono i pestaggi, ma da tutt’altra parte, nella caserma di Forte San Giuliano, dove non è successo niente. Lo dimostrano i tabulati dei quattro telefoni cellulari che usavo quel giorno. Chiesi, anzi pretesi dai magistrati di Genova che controllassero i miei spostamenti, perché nei miei confronti ogni sospetto fosse dissipato. Invece la procura non controllò nulla e chiese l’archiviazione. Le parti civili, in rappresentanza dei ragazzi pestati, si opposero. E io mi associai all’opposizione (contro una richiesta di archiviazione!): volevo che fossero condotte tutte le indagini più approfondite, pretendevo di uscire senza ombre. I carabinieri acquisirono finalmente i miei tabulati telefonici, ma rilevarono che il traffico relativo alla ‘cella’ territoriale che io occupavo durante le violenze era stato cancellato (su quattro cellulari!) e dunque era impossibile affermare se io mi trovassi a Bolzaneto o altrove. Non so chi avesse manomesso quei dati, ma in ogni caso era facilissimo localizzarmi: dove mi trovavo nelle ore delle violenze risultava dai tabulati delle chiamate in entrata, cioè delle telefonate che ricevevo in quel mentre. Visto che non lo faceva l’Arma, ricostruii tutti i miei movimenti e dimostrai che, quando ero a Bolzaneto, non c’era stata alcuna violenza contro detenuti. Ma, nonostante le mie carte parlassero chiaro, il giudice se n’è infischiato e ha emesso un provvedimento di archiviazione infamante: sostenendo, cioè, che ero responsabile delle violenze, ma per colpa e non per dolo. Una tesi giuridicamente aberrante, fra l’altro, visto che le lesioni sono punibili anche quando sono colpose. E allora perché non mi ha rinviato a giudizio per quel reato? Così almeno avrei potuto dimostrare la mia estraneità nel dibattimento. Invece, a quell’archiviazione di fango, non ho potuto nemmeno oppormi: è inappellabile”. L’indagine di Genova ha serie ripercussioni sulla carriera di Sabella: il Csm blocca il suo avanzamento in attesa che si definisca il procedimento di Genova. “Feci presente al Csm che i pm non avevano indagato a fondo e chiesi al procuratore generale della Cassazione e all’Ispettorato del ministero di aprire un procedimento disciplinare contro il gip che mi aveva archiviato in quel modo scandaloso. Produssi anche alla IV Commissione del Csm una memoria dettagliata dove dimostravo tutto per tabulas, con vari atti allegati, perché fossero valutati nel decidere del mio avanzamento in carriera. Ma non ci fu nulla da fare. Un muro di gomma dopo l’altro. La mia carriera in magistratura è stata definitivamente compromessa con una delibera del Csm che ignorava totalmente i miei meriti di magistrato antimafia, ma anche la mia memoria sui fatti di Genova, sulle stranezze presenti nei miei tabulati telefonici e sulle omissioni dei colleghi. Il 27 febbraio 2008, vado a riprendermi le carte che avevo prodotto sui fatti di Genova. Le cerco nel mio fascicolo personale al Csm. Sparite. Lo stesso giorno presento un’istanza per sapere dove sono finite e se sono state valutate nella pratica sulla mia promozione: scoprirò che sono state archiviate ed espunte dal mio fascicolo con una decisione adottata dall’Ufficio di presidenza del Csm, con a capo il vicepresidente Nicola Mancino. Che combinazione: ritrovo Mancino dieci anni dopo che Brusca mi aveva parlato di lui in quel verbale secretato”. Ma non è tutto. “La stessa sera di quel 27 febbraio, guarda caso, proprio dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia, radicalmente falsa, che mi sarei candidato alle elezioni politiche nel Pdl, in quota Alleanza nazionale. Immaginare l’entusiasmo nei centri sociali alla notizia che ‘il boia di Bolzaneto’  era stato adeguatamente ricompensato con una candidatura nella destra! Mettere in circolo quella bufala significa non solo delegittimarmi, ma anche compromettere la mia sicurezza: ora un possibile attentato nei miei  confronti può essere comodamente attribuito a qualche  gruppo eversivo di estrema sinistra (Cosa Nostra aveva  fatto lo stesso con Carlo Alberto Dalla Chiesa tentando di  far rivendicare alle Br l’agguato all’allora prefetto di Palermo). Tant’è che, essendo senza scorta, ricomincio a  girare armato. E chiedo al Csm di rivedere la valutazione  sul mio conto in base agli atti che avevo prodotto: mi rispondono picche. Intanto scopro da un articolo di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera che il mio nome  compare nei dossier di Pio Pompa, l’analista del Sismi ai  tempi in cui il servizio segreto militare era legato mani e  piedi alla security della Telecom. E, si badi bene, il mio  nome compariva accanto a quello di altri magistrati antimafia di Palermo. Ma accanto al mio non c’è la sigla  “Pa”, bensì la sigla “Ge”. E io a Genova ci sono stato solo  a Fir  mai più ripristinata  nei giorni del G8. E guarda caso usavo schede Telecom. E,  guarda un po’ la combinazione, qualcuno ha cancellato i  tabulati che mi scagionavano dai fatti di Bolzaneto. E tutto  questo il Csm lo sapeva (o perlomeno doveva saperlo),  avendo ricevuto subito le informative sui magistrati spiati  dal Sismi. Ma nessuno mi aveva detto nulla, tant’è che l’ho  appreso dai giornali. Oggi mi domando: qualcuno voleva  levarsi dai piedi il sottoscritto al Dap per spianare la strada  alla dissociazione, ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo) del 1992? Sono paranoico, oppure sono  autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VII  L’ATTENTATO  DEI MISTERI

Il 15 febbraio 2002 Sabella si insedia alla procura di  Firenze. L’indomani, giorno 16, è un sabato. Eppure il prefetto della città Achille Serra (ex deputato di Forza
Italia e futuro deputato del Pd) convoca d’urgenza il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, che revoca la scorta a Sabella e la  sostituisce con una semplice “tutela” (un solo uomo). Ma solo nel territorio fiorentino: niente scorta né tutela nei suoi spostamenti a Roma, dove vivono la moglie e la figlia, né in Sicilia, dove abitano  i genitori. La decisione del Cosp è stata sollecitata  dal direttore del Dap, Tinebra, che ha comunicato  l’indisponibilità a prestare ancora per la sua scorta  gli uomini della polizia penitenziaria. E dire che  soltanto 15 giorni prima il Comitato per l’ordine e  la sicurezza di Roma, applicando le nuove direttive del Viminale sulla riduzione delle scorte, aveva tagliato i servizi di protezione a decine e decine  di personalità, ma a Sabella aveva confermato la  scorta con due auto e quattro uomini, ritenendolo  evidentemente un obiettivo ad alto rischio. Lui, il  magistrato che ha catturato più boss mafiosi facendone condannare alcune decine a migliaia di  anni di carcere, è allibito: “Mi turba l’incredibile confusione che caratterizza la gestione delle misure di protezione di noi magistrati. Quando ho chiesto alla prefettura i motivi di una decisione così radicale, il capo di gabinetto non sapeva nemmeno chi ero e che ero stato pm  a Palermo. Evidentemente non avevano neanche il mio  fascicolo. Tanto che il lunedì successivo dalla prefettura mi  avevano chiesto di fornire loro la mia data di nascita, che  evidentemente non avevano!”.  Il gruppo Ds rivolge al  governo un’interrogazione parlamentare firmata anche da Luciano  Violante e Beppe Lumia. Il prefetto Serra liquida la faccenda con  parole sprezzanti: “Ribadisco che non intendo fare alcun commento sul merito della decisione, già valutata in  ben quattro riunioni  del Cosp alla presenza  e col parere di alti magistrati (strano, visto che Sabella è giunto a Firenze da un giorno soltanto, ndr).  Ma voglio stigmatizzare le critiche di sottovalutazione rivolte dal magistrato al capo di gabinetto  della prefettura perché ingiuste e grossolane. Peraltro basta leggere le dichiarazioni del pm Sabella: si commentano da sole” (Ansa, 21 maggio  2002). Il procuratore capo Ubaldo Nannucci si  schiera col suo sostituto: “Sono intervenuto sia sul  prefetto di Firenze sia sul ministero per segnalare  l’estrema delicatezza della posizione del collega  Sabella. Il problema, evidentemente, è nell’interpretazione del concetto di ‘attualità del pericolo’  che corre un magistrato. Certo, se il rischio è attuale durante un processo di rilievo, non è che il  giorno dopo la sentenza, quando il processo è finito, quel rischio cessa” (Ansa, 22 maggio 2002).  Passa poco più di un anno e il 28 ottobre Lirio Abbate rivela sull’Ansa che la procura di Palermo ha  appena scoperto un progetto di attentato mafioso  ai danni di un magistrato. Da una conversazione  intercettata durante un summit di mafiosi vicini a  Provenzano in un casolare fra le province di Agrigento e Palermo, si sentono i boss parlare di un  ordine partito dalle carceri e firmato da Leoluca  Bagarella di “far saltare la macchina del giudice”,  con l’assenso di Provenzano. “Il procuratore Piero  Grasso – scrive l’Ansa – ha informato subito della  vicenda il capo della polizia, Gianni De Gennaro,  e il prefetto di Palermo per rafforzare le misure di  sicurezza ai magistrati impegnati nella lotta alle  cosche. Nella trascrizione – effettuata l’11 ottobre  scorso, ma il dialogo sarebbe di alcuni mesi prima – non compare il nome del magistrato nel mirino  di Cosa Nostra. I pm della Dda, che al momento  fanno solo ipotesi, hanno avviato uno screening  per cercare di individuare l’obiettivo delle cosche  mafiose. Nessuno dei presenti (al summit, ndr) è stato identificato perché in quel momento non  era operativo un servizio di osservazione. Il progetto di attentato potrebbe essere collegato al  ‘proclama ’ di Bagarella pronunciato il 12 luglio  2002 durante un processo a Trapani. In quell’occasione il boss, parlando a nome di tutti i detenuti  dal carcere de L’Aquila sottoposti al carcere duro  previsto dal 41 bis, fece riferimento a ‘promesse  non mantenute’ e a strumentalizzazioni ‘politiche ’. Dall’intercettazione emerge che la vittima  designata da Cosa Nostra sarebbe un magistrato  che abita in una piazza in cui arrivano furgoni. Secondo quanto emerge dall’intercettazione, infatti, il ‘gruppo di fuoco’ si sarebbe dovuto nascondere all’interno del furgone per compiere l’attentato contro l’auto del magistrato” (Ansa, 28 ottobre 2003). L’indomani, altri particolari: “Il progetto di attentato nei confronti di un magistrato che  sarebbe stato messo a punto dalle cosche, scoperto in seguito ad alcune intercettazioni ambientali  in un casolare della provincia di Agrigento, secondo i pm della Dda di Palermo ‘non sarebbe stato  accantonato’” (29 ottobre 2003). Ma il nome del  candidato all’obitorio la procura di Palermo non  lo fa.  “Soltanto un cieco poteva ignorare gli elementi che, in  quell’intercettazione, portavano tutti nella mia direzione.  Con chi ce l’aveva sommamente Bagarella, se non con  colui che l’aveva arrestato, si era occupato del ‘suo’ 41 bis  e aveva fatto parlare quasi tutti i suoi fedelissimi? E poi  l’intercettazione ambientale era avvenuta in contrada Acque Bianche, nel comune di Bivona dove sono nato, a  qualche centinaio di metri in linea d’aria da casa mia.  Nell’intercettazione, peraltro molto confusa per la scarsa  qualità della registrazione e i continui fruscii e rumori di  fondo, uno dei mafiosi dice che volevano attaccare qualcosa alla macchina del giudice, che conosce il posto e che  sa “che c’è scritto La Barbera”. Secondo la procura, si  riferiva al pentito Gioacchino La Barbera. Ma La Barbera  è il cognome di mia madre e davanti casa mia, tuttora, c’è  la targa dello studio legale dei miei: ‘Studio legale Sabella-La Barbera’. Seppi poi che, quando la cosa era finita sui  giornali, il presunto capomafia locale, nel bar del paese,  aveva stretto platealmente la mano a mio padre (storico  esponente del Pci della zona: i due non si erano mai guardati in faccia prima di allora). Come a dire che l’attentato  non aveva il suo consenso. In qualche modo, mi aveva  salvato la vita. Ma in quei giorni la procura diretta da Piero  Grasso, impegnato in un duro braccio di ferro con i cosiddetti ‘caselliani’, ritenne di non far uscire il mio nome. Tant ’è che fu il mio capo di Firenze a dire ciò che era chiaro  a tutti quelli che avevano letto quei brani di conversazione”.  Infatti il 30 ottobre il procuratore Nannucci dichiara all’Ansa:“C’è una buona probabilità che fosse il pm Alfonso Sabella l’obiettivo del progetto di  attentato della mafia contro un magistrato”.L’Ansa  aggiunge che Nannucci “ha già informato il procuratore generale per avviare la procedura per assegnare la scorta a Sabella, che ora ha la tutela, con  un solo agente che lo protegge”, e “a brevissimo  termine dovrebbe essere convocata una riunione  del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica  in prefettura per decidere in merito. Sabella ha  spiegato di non sapere ‘quanto sia fondato o meno’ il progetto di attentato nei suoi confronti: ‘Ho  letto gli articoli di giornale e ho avuto informazioni molto generiche dai miei colleghi di Palermo.  Tutto ciò rientra comunque nel normale rischio di  chi si occupa di mafia: lo abbiamo messo in conto…’”. Oggi, per completezza, aggiunge: “La scorta non mi fu riassegnata nemmeno dopo quel progetto di  attentato. Anzi, un paio di anni dopo mi levarono pure la  semplice tutela”.  Oggi, Sabella non riesce proprio a non collegare la  revoca della scorta e quel progetto di attentato al  suo “peccato originale”: aver ostacolato la trattativa, prima come magistrato a Palermo, poi come  funzionario del Dap: “Sono stato il primo a raccogliere,  già dieci anni fa, le rivelazioni di Brusca sulle stragi, la trattativa e la mancata perquisizione del covo di Riina. Il primo (con Ilda Boccassini) a dubitare dell’attendibilità di  Scarantino. Ho tagliato fuori il Ros dalla cattura dei grandi latitanti, ho addirittura chiesto di esonerarlo dalle indagini  per la cattura di Provenzano. Ho fatto saltare il complotto  provenzaniano del ritorno a delinquere dei pentiti. Ho  mandato all’aria due volte l’ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo), quella chiamata ‘dissociazione’. E, da cacciatore di mafiosi che ero, sono stato cacciato  dal Dap e quasi cacciato dal Csm. Da predatore a predato. Intanto tutti quelli che in questi 17 anni hanno favorito la trattativa hanno fatto carriere strepitose. Sono  paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

Autorizzato, dottor Sabella. Autorizzato.


Marco Travaglio (Da
Il Fatto Quotidiano dei gioni 10 e 12 Novembre)

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , ,

Pentito Grigoli: ”Stragi per costringere Stato a scendere a patti”

13 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Pentito Grigoli: ”Stragi per costringere Stato a scendere a patti”.

Le stragi di mafia del ‘92 e del ‘93 erano state fatte “per costringere lo Stato a scendere a patti”.
E’ quanto dice il pentito di mafia Salvatore Grigoli l’assassino reo confesso di don Pino Puglisi, in un interrogatorio dello scorso 5 novembre reso ai magistrati di Firenze.

Il verbale è stato trasmesso adesso ai magistrati di Palermo, che lo hanno messo a disposizione del pg Antonino Gatto, rappresentante dell’accusa nel proceso d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Grigoli era già stato ascoltato nel 1997, ma una settimana fa è stato risentito dal Procuratore aggiunto di Firenze Giuseppe Nicolosi e dal pm Alessandro Crini.
Grigoli spiega poi ai pm fiorentini che “tra di noi si diceva che già nel passato era accaduto che lo Stato sotto pressione aveva contattato gente di Cosa nostra per fare da tramite con gruppi terroristici, come le Brigate rosse, per trovare un accordo”.

Grigoli parla anche dei “contatti politici” con Cosa nostra: “La fonte di informazione – dice – anche in questo caso era Nino Mangano (ritenuto vicino ai boss Graviano di Brancaccio ndr)”. E sul senatore imputato dice: “Mangano mi disse che i Graviano avevano un canale diretto con Dell’Utri. In effetti ricordo che all’epoca vi fu la vicenda del movimento politico che volevamo costituire, denominato ‘Sicilia Libera’. Era un movimento che doveva rappresentare una sorta di Lega meridiconale, con presenze dirette di esponenti di Cosa nostra. La questione di ‘Sicilia Libera, a un certo punto, non fu più portata avanti perchè noi tutti fummo orientati verso il nascente movimento Forza Italia”. E aggiunge: “Dopo le elezioni tutti confidavamo in Berlusconi e si diceva che solo lui ci poteva salvare”.
Alla richiesta dei magistrati come mai il pentito Grigoli riveli solo oggi, a distanza di dodici anni, il nome di Marcello Dell’Utri, il collaboratore di giustizia spiega: “Nelle mie dichiarazioni ho sempre detto la verità. Pero’ una cosa è parlare di un omicidio, fornendeo tutti i necessari riscontri, altra cosa è parlare di queste tematiche. In sostanza ho sempre temuto che affermazioni come quella che ho fatto oggi potessere finire con il fare mettere in dubbio tutte le mie precedenti dichiarazioni”. E aggiunge: “Visto che mi chiedete di specificare se vi fossero delle relazioni tra le stragi e questi contatti politici, rispondo che questo non posso dirlo e comunque non lo ricordo. Certamente, quando Nino Mangano mi riferiva di questo contatto politico con Dell’Utri, era l’epoca delle stragi. Sia prima che dopo l’arresto dei Graviano”.
“Con Nino Mangano – aggiunge ancora il pentito di mafia – parlavo di queste cose da solo. Con lui avevo un rapporto molto stretto e di completa fiducia”. Dice anche di non sapere “se nel canale con dell’Utri tenuto dai Graviano vi fossero interessi anche di tipo imprenditoriale”.
“Da sempre Cosa nostra – spiega ancora il collaboratore – ha cercato contatti con politici a vari livelli. Quello di Dell’utri, per me, era in quel momento un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Poiche’ mi fate presente che si trattava della persona che aveva avviato un progetto politico ancora in fase di realizzazione, posso ritenere che il programma fosse quello di seguire questo progetto. Quello che è certo è che Nino Mangano me ne parlò come di un contatto politico”.

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , ,

Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano

7 Novembre 2009 · 1 Commento

Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano.

Chi ci ha lavorato sopra dice che quei cellulari parlano. Raccontano storie di sangue e di tritolo. Di bombe e di patti segreti. Ma anche vicende minime: l’amore di Giuseppe e Filippo Graviano, i due boss di Bracaccio responsabili delle stragi del ‘93, per Rosalia e Francesca; le vacanze in coppia; la strana passione dei due fratelli per i viaggi e per i luoghi di vacanza più o meno esclusivi.
Sì, perchè i Graviano, mentre organizzavano gli attentati alle opere d’arte e, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, trattavano un accordo politico con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, percorrevano l’Italia avanti e indietro. I tabulati telefonici, incrociati con decine e decine di testimonianze raccolte dalla Dia (direzione investigativa antimafia), ci mostrano i due fratelli e le rispettive fidanzate che, insieme a un amico, vanno in febbraio al Carnevale di Venezia. Poi i due ragazzi terribili si spostano a Abano Terme, ospiti del proprietario di un tv privata siciliana. Quindi arrivano a Riccione, dove da maggio a giugno, i mesi in cui si verifica il fallito attentato a Maurizio Costanzo e la strage fiorentina dei Georgofili, affittano un appartamento ammobiliato. Da lì un nuovo trasloco. A inizio estate i Graviano sono i Versilia in una villa affittata dal proprietario di un’importante scuderia di trotto. Infine, dopo la bomba milanese di Via Palestro, il colpo di testa. O forse di genio. Mentre il leader del Psi, Bettino Craxi, fiaccato dagli avvisidi garanzia di Mani Pulite, dice ai giornali “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”, Giuseppe e Filippo arrivano in Sardegna. Prendono un volo della Meridiana e in agosto sbarcano in Costa Smeralda. Lì vanno adabitare per quasi due mesi in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dal buen retiro estivo del futuro presidente del Consiglio. Cosa accada a Porto Rotondo, non è chiaro. Anche lo scorso agosto i due boss, sono stati interrogati dai magistrati di Firenze titolari delle indagini sulle stragi del ‘93, ma si sono rifiutati di rispondere. Nelle carte in mano agli investigatori restano però molti sospetti e qualche certezza. In Costa Smeralda Giuseppe e Filippo, mentre l’Italia segue con il fiato sospeso gli sviluppi dell’indagine sulla maxi-tangente Enimont (quasi 100 miliardi di lire versati dai vertici del gruppo Ferruzzi a tutto il pentapartito), fanno la bella vita. Vestiti come sempre con capi firmati da Versace, riescono a imbucarsi in un grande ricevimento organizzato da una famiglia di celebri industriali del nord, fanno amicizia con i vicini di casa e pensano al futuro.

I problemi di Cosa Nostra sono tanti. La prima presunta trattativa con lo Stato, quella condotta dall’ex sindaco mafioso di palermo Vito Ciancimino, non ha portato a nessun risultato. Totò Riina, il 15 gennaio del ‘93, è stato arrestato. La pressione sulla mafia non si èallentata. E Luchino Bagarella, dopo aver visto finire in manette suo cognato Totò, ha riunito i cristiani (gli altri mafiosi ndr) e ha detto: “Non cambia niente. Finché c’è un corleonese fuori si va avanti come prima”. Solo Bernardo Provenzano, l’alter ego di Riina a cui i Graviano – ma lo si scopre solo oggi – erano particolarmente legati, ha sollevato dei problemi: va bene – ha detto – ma voglio che gli attentati avvengano al nord. Era stato così che Giuseppe e Filippo si erano messi in viaggio: alla ricerca di obbiettivi e, soprattutto, di nuovi contatti politici. Gente con cui stringere un patto. Persone importanti con cui mettersi d’accordo. La mafia, raccontano i collaboratori di giustizia, per mesi aveva flirtato col Partito Socialista. Ma poi era esplosa Tangentopoli e, se davvero il cavallo su cui puntava Cosa Nostra era Craxi, quello era morto, ucciso dagli avvisi di garanzia, quasi prima di partire (Giuseppe Graviano, con il pentito Spatuzza, definirà i socialisti “dei cornutazzi”). Il 4 aprile del 1993, anzi, il segretario del Psi incontra ad Arcore Berlusconi. Ezio Cartotto, un ex democristiano assunto come consulente nel giugno del ‘92 da Marcello Dell’Utri per spiegare agli uomini di Publitalia i segreti della politica, dirà ai pm che proprio quel giorno Forza Italia comincia realmente a prendere corpo. Craxi infatti fa di tutto per convincere il Cavaliere a organizzare un partito che possa far argine all’avanzata delle sinistre. “Hai la bomba atomica, hai la televisione, usala!”, incalza l’amico. Berlusconi non sa che pesci pigliare: “Certe volte mi metto a piangere da solo sotto la doccia. Mi diranno che sono mafioso, mi diranno e faranno di tutto”. In ogni caso i preparativi per il nuovo partito – che non si sa ancora da chi sarà guidato – s’intensificano. Ad Arcore le riunioni si succedono alle riunioni. E in prima fila, nell’insistere per la discesa in campo del Cavaliere, ci sono Del’Utri, il big boss di Programma Italia Ennio Doris, e Cesare Previti. Fedele Confalonieri e Gianni Letta invece frenano. La situazione è complicata. Molti uomini Fininvest sono sotto inchiesta (Il 22 luglio il gruppo verrà perquisito dalla Guardia di Finanza). Bisogna per forza muoversi.

Il 4 giugno Berlusconi annuncia anche a Indro Montanelli la sua decisione: il raggruppamento dei moderati si farà e lui ne sarà il capo. Poi, il 12 luglio, fa inviare a la redazione de Il Giornale un fax sull’atteggiamento (molto critico) che i suoi media devono tenere rispetto a Mani Pulite. Un particolare sorprende: nel documento si parla pure delle indagini contro Cosa Nostra. Per Berlusconi è grave che “sulla base di dichiarazioni dipentiti per lo più inattendibili o compiacenti” i giudici “aggiungano al capo di accusa l’ulteriore addebito dell’associazione di stampo mafioso che priva l’inquisito di fondamentali garanzie processuali in materiadi libertà personale e di prova ”. Ma tant’è. In Fininvest ormai si discute solo di inchieste e di politica.

A fine luglio Berlusconi annuncia a Giuliano Urbani l’intenzione di restare ad Arcore per proseguire con gli incontri. In realtà poi il Cavaliere a Porto Rotondo ci andrà, eccome. Quasi ogni week-end, e forse durante il periodo di Ferragosto, Berlusconi è in Sardegna, dove a fine mese, a tavola, ha una lunga discussione con Letta e Confalonieri (“io esposi il mio pensiero in maniera piuttosto vivace” ha raccontato proprio Letta durante il processo Dell’Utri).

E i Graviano, cosa fanno? Ufficialmente vacanze, ma in realtà preparano l’omicidio di don Pino Puglisi e un nuovo viaggio. Questa volta la meta è Milano dove resteranno da fine novembre fino al 27 gennaio, quando verrano arrestati. Diecigiorni prima però, secondo Spatuzza, Giuseppe aveva fatto una puntata a Roma e seduto a un tavolino del bar Doney, era apparso raggiante. L’accordo con Berlusconi e dell’Utri (“persone serie”) per lui era cosa fatta. E ripeteva: “Ci siamo messi il paese nelle mani”.

Peter Gomez (da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2009)

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , , , ,

I fantasmi del ‘93

3 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: I fantasmi del ‘93.

Scritto da Peter Gomez
Stragi, l’archiviazione di Berlusconi e Dell’Utri. Ma per il gip “plausibile” l’intesa con i piani dei boss.
“Plausibilità”: la grande ossessione giudiziaria di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri ruota tutta intorno a questa parola. A metterla nero su bianco, ormai undici anni fa, era stato Giuseppe Soresina, il giudice che a Firenze ha archiviato la prima indagine sui presunti complici senza volto di Cosa Nostra nelle stragi dell’estate 1993. Allora, nascosti dietro i nomi “Autore Uno” e “Autore Due”, Berlusconi e Dell’Utri si erano ritrovati per ventiquattro mesi iscritti sul registro segreto degli indagati della procura toscana. Poi, per scadenza termini, tutto era stato chiuso. E il gip Soresina aveva spiegato che “l’ipotesi di indagine (il coinvolgimento del premier e dell’ideatore di Forza Italia nelle attività terroristiche e eversive dei boss palermitani Giuseppe e Filippo Graviano ndr)” aveva “mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”. Ma che, in quei due anni di lavoro, non era stata trovata “la conferma alle chiamate de relato (cioè per sentito dire ndr)” di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti dei commando mafioso in azione nel nord italia, pentiti dopo il loro arresto.

Certo, aggiungeva il magistrato, “gli elementi raccolti” dalla procura non erano pochi. Il giudice si era convinto – al pari dell’attuale procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, cofirmatario della richiesta di archiviazione – che Berlusconi e Dell’Utri avessero “intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato” Pensava che “tali rapporti” fossero “compatibili con il fine perseguito dal progetto” della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa Nostra, a partire da quelle sulle carceri e sulla giustizia. Ma tutti quegli indizi non erano “idonei a sostenere l’accusa in giudizio”. Per cui “solo l’emergere di nuovi elementi” avrebbe a quel punto potuto portare alla riapertura dell’inchiesta per “attribuire concretezza all’ipotesi” formulata.

Ecco, se si vuole capire che cosa c’è dietro alle continue polemiche   sulla riforma della giustizia e delle intercettazioni, dietro alle accuse “ ai pm comunisti” e ai magistrati “geneticamente diversi dal resto della razza umana” bisogna cominciare da qui. Dalle due pagine del decreto di archiviazione firmate dal giudice fiorentino il 16 novembre del 1998. Berlusconi, infatti, pensava proprio a quel documento quando in settembre, a freddo, aveva urlato: “È follia pura. So che ci sono fermenti in Procura, a Palermo, a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del ‘93, del ‘92, del ‘94… Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese”.

Una denuncia precisa, nata dai boatos che in quei giorni raccontavano come il nuovo pentito Gaspare Spatuzza, sottoposto a continui interrogatori da parte dei pm di Firenze, Milano e Palermo, parlasse dei presunti legami tra lui, Dell’Utri e i Graviano.

Oggi sappiamo che Spatuzza, non accusa il premier e il senatore azzurro di essere i mandanti occulti delle stragi. Dice invece che Giuseppe Graviano, già nel gennaio del ‘94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi e raggiante ripeteva: “Ci siamo messi il Paese nelle mani”. Ma questo non basta per tranquillizzare il Cavaliere. Il capo del Governo teme che possano ora emergere gli esatti risvolti politici di quell’epoca di sangue. E non lo consola il fatto che a Palermo non si lavori su di lui, ma solo per scoprire tutti gli aspetti della presunta trattativa Stato-mafia di quei mesi. O che a Firenze e Milano si indaghi solo per individuare con esattezza i complici (non ancora processati) dell’attentato di via Palestro, in cui morirono tre vigili del fuoco, un vigile urbano e un immigrato extracomunitario.

A far paura non è insomma più solo la prospettiva che dopo Spatuzza si possano registrare altre defezioni tra le fila degli esecutori materiali delle stragi, magari a partire dal pentimento dei Graviano. Spaventano pure gli sforzi per ricostruire con precisione tutti gli spostamenti nel nord italia dei boss di Brancaccio. Chi hanno incontrato i due imprenditori stragisti (i Graviano a Palermo erano degli importanti costruttori) nel 1993? Perchè per oltre due mesi hanno trascorso la loro latitanza a Milano? Davvero si può dimostrare, documenti alla mano, che Berlusconi e Dell’Utri li hanno visti nei mesi in cui mettevano a ferro e fuoco l’Italia? Cosa Nostra, del resto, in quel periodo faceva la guerra, per fare la pace. Piazzava le bombe per condizionare la politica. Voleva a tutti i costi trovare qualcuno con cui stringere un nuovo patto. Per questo, in molti, fuori dal circuito dei clan sapevano con esattezza cosa stava accadendo. Lo sapeva, per esempio, l’allora senatore democristiano Vincenzo Inzerillo. Con lui, secondo i magistrati fiorentini, i Graviano ragionavano spesso degli attentati. Ma Inzerillo, attualmente ancora sotto processo a Palermo per fatti di mafia, non denunciò mai nulla. E a Firenze la sua posizione è stato archiviata, non per mancanza di riscontri, ma perché alla fine gli investigatori si sono convinti che Inzerillo avesse tentato di spingere i Graviano a desistere dal loro programma stragista. Inzerillo, insomma, non ha responsabilità penali, ma solo morali. Sapeva tutto, ma non disse niente.

E forse non era il solo.


Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2009)

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , ,

La Mafia tratta ancora

29 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: La Mafia tratta ancora.

Scritto da Peter Gomez
Da mesi aleggia lo spettro di un ricatto a Berlusconi da parte di Cosa Nostra.

“Nel 2004, dopo un colloquio investigativo con i pm della super procura, incontrai nel carcere di Tolmezzo, Filippo Graviano. Gli spiegai che ormai da quattro anni mi ero staccato da Cosa Nostra, ma che non potevo fare il passo finale. Non potevo mettermi a collaborare. Filippo stava veramente male. Aveva appena avuto un infarto, ma mi disse con un filo di voce: ‘a questo punto bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva   niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati’”.

Lo spettro del grande ricatto a Silvio Berlusconi che da mesi si aggira nei palazzi della politica romana, si materializza a Palermo il 6 ottobre. Quel giorno all’improvviso il pentito Gaspare Spatuzza, l’ex reggente della famiglia mafiosa di Brancaccio, autore materiale delle stragi del ‘93 e killer di don Pino Puglisi, dà un senso alle parole del leader della Lega Umberto Bossi e a quelle del ministro degli Interni, Roberto Maroni, che sempre più spesso parlano di uno scontro tra il governo e Cosa Nostra.

“Sarà un caso che la mafia inizi ad innervosirsi… Abbiamo segnali che alcuni pezzi grossi della mafia in carcere stanno pensando di fare qualcosa. Ma noi andiamo avanti”, aveva detto il 13 settembre l’uomo del Viminale. “Penso che il caso delle escort sia stato messo in piedi dalla mafia: abbiamo fatto leggi pesantissime. L’ ho spiegato anche a Berlusconi, chi ha in mano le prostitute è la mafia», gli aveva fatto eco il fondatore del Carroccio.Certo, entrambi i leghisti sostengono che Cosa Nostra reagisce alle (presunte) iniziative dell’esecutivo   contro le cosche. Ma, accanto a questa interpretazione, ve ne un’altra, molto più accreditata da investigatori e magistrati. “La trattativa” tra Stato e mafia, proprio come raccontato da   Spatuzza, è ancora in corso. E in carcere i boss delle stragi, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94: il periodo in cui, stando alla sua sentenza di condanna in primo grado, Marcello Dell’Utri, allora impegnato nella creazione di Forza Italia, stringeva accordi con gli uomini dei clan.

Attenti: non è fantapolitica. Perché i segnali, che dicono come in Cosa Nostra sia in corso un cambiamento epocale, si stanno moltiplicando. Ormai molti uomini d’onore non pentiti prendono la parola nei loro processi. E, per la prima volta, lo fanno per difendersi senza però negare la loro appartenenza all’organizzazione. Ha cominciato Salvatore Lo Piccolo, il boss che sperava di succedere a Bernardo Provenzano. Poi è stato il turno di Nicola Mandalà, il ragazzo di Villabate figlio di un dirigente di Forza Italia, che per anni aveva protetto la latitanza di zu’ Bino: “È vero sono mafioso, ma quell’uomo non l’ho ucciso io”,ha detto in aula Nicola lasciando tutti di stucco. Infine, il 28 settembre, a parlare è stato il più importante di tutti: Giuseppe Graviano, 46 anni, 15 dei quali trascorsi in prigione.

Durante il processo contro l’ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo – un politico che nel ‘93, secondo l’accusa, sapeva come le stragi fossero opera dei fratelli Graviano, ma che tentò di convincerli a desistere – Graviano è intervenuto in videoconferenza dal carcere milanese di Opera. E quando gli è stato chiesto, “Signor Graviano lei fa parte di Cosa Nostra”, ha risposto secco: “Sono stato condannato per 416 bis (associazione mafiosa ndr)”.

Eccola qui, allora, la grande paura di Silvio Berlusconi. Eccola qui, nascosta dietro le facce apparentemente pulite di Filippo e Giuseppe, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in carcere indossano giacche all’inglese e golfini di cachemire. E che, nel 1996, sono persino riusciti a far uscire di prigione due provette grazie alle quali le loro mogli hanno avuto un figlio. Dietro le sbarre i Graviano si sono   diplomati. Giuseppe ora spera addirittura di laurearsi in biologia molecolare e intanto conta i giorni che lo separano dalla morte. Sì, la morte. Perché, per quelli come lui, per i mafiosi che da ragazzi davvero pensavano di piegare la politica a colpi di tritolo, sui ruolini delle prigioni sta scritto: “fine pena mai”.

Eppure una volta tutto era diverso. Nel gennaio del ‘94, racconta Spatuzza , Giuseppe “era felicissimo, sembrava uno che aveva vinto al superenalotto”. Seduto a Roma, a un tavolino del bar Doney, ripeteva: “Abbiamo chiuso tutto. Abbiamo chiuso tutto”. Sosteneva che con Berlusconi e Dell’Utri era stato raggiunto un accordo: “Il paese è in mano nostra”, diceva prima di ordinare a Spatuzza di “dare il colpo di grazia”. Cioè di uccidere cento carabinieri con un attentato, poi fallito, allo Stadio Olimpico.

Come è andata finire è cronaca. Il 27 gennaio i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano proprio dai militaridell’Armae,da quel giorno in poi gli investigatori cominciano a parlare dei loro presunti collegamenti con Dell’Utri e Forza Italia. All’ombra della Madonnina, infatti, i Graviano ci stavano ormai da due mesi. E con loro, negli ultimi giorni, c’erano pure le fidanzate e due uomini, con mogli e figli. Uno era il padre dell’attuale centrocampista dell’Udinese, Gaetano D’Agostino. Le carte processuali raccontano che, prima un commerciante palermitano di vestiti legato a Dell’Utri e alla mafia, e poi forse gli stessi Graviano gli avevano promesso di far giocare il figlio   nei pulcini Milan. “Stai tranquillo vedrai che ti troviamo anche un posto di lavoro a Euromercato (allora gruppo Fininvest ndr), lo rassicuravano i boss. Dell’Utri nega. Ma almeno i rapporti tra i Graviano e la neonata Forza Italia, non possono essere smentiti.

Uno dei cellulari usati dai fratelli durante la latitanza, chiamava spesso il presidente del club di azzurro di Misilmeri, Giovanni La Lia, cugino del boss Salvatore Benigno, pure lui condannato per le stragi del ‘93. E sempre La Lia era presente alla prima grande riunione   del movimento di Berlusconi a Palermo. Quelli di Forza Italia l’avevano organizzata a Brancaccio, nell’Hotel San Paolo Palace, l’albergo a cinque stelle di un altro importante presidente di club: il costruttore Giovanni Ienna, un imprenditore che investiva i soldi di Filippo e Giuseppe. Per questo oggi, mentre in carcere i due fratelli contano i minuti e pensano il dà farsi, le tracce di quel traffico telefonico a Palazzo Chigi fanno paura. Più dei ricatti delle escort. Più delle indagini dei “pm comunisti”.

Fonte: Il Fatto quotidiano (Peter Gomez, 29 Ottobre 2009)

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

“Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea

28 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: “Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea, http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/28/ci-ho-fatto-un-papello-cosi/

Della mafia, e cioè di un fenomeno sommerso che affonda le sue radici maligne in tutto il tessuto sociale e istituzionale dell’Italia, si è parlato e scritto spesso come di una realtà circoscritta alla Sicilia e all’America, per un lungo periodo della storia del ‘900. Assai poco si è riflettuto, invece, sulle sue caratteristiche attuali. Quelle cioè che ne hanno favorito la penetrazione sul piano nazionale o quelle altre che si manifestano con violenza all’indomani della caduta del muro di Berlino. Quando, ad esempio, vengono alla ribalta in modo dirompente la mafia russa, che condurrà al potere Yeltsin, quella albanese o ungherese e degli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, non dimenticando le ex repubbliche asiatiche dei Soviet.

A tale proposito non è forse superfluo ricordare le ingerenze dell’intelligence Usa, a partire dall’era reaganiana e dal suo successore Bush senior, per destabilizzare prima l’ex impero sovietico e dopo i nuovi Stati formatisi dalla disgregazione dell’Urss.

*

Lungo questo percorso, già dalla seconda guerra mondiale e fino ai nostri giorni, le mafie si sono dimostrate braccio armato delle vocazioni imperialistiche dello zio Sam. Valga per tutti l’esempio dell’Afghanistan: il fratello di Karzai, capo del governo fantoccio della Nato, è il maggior narcotrafficante in oppio dell’Asia centrale.

Si tratta di mafie nuove, come nuovo era stato nel dopoguerra il sistema messo in piedi da Lucky Luciano tra Europa, America latina e Usa. La loro modernità consiste nella nuova realtà geopolitica mondiale che, come un’infinita trama planetaria, ne ha favorito lo sviluppo riorientandole verso nuove forme di potere politico, nuove realtà istituzionali, dagli Urali al Mediterraneo e al Medio Oriente.

*

I caratteri di queste mafie sono la  mondializzazione e l’emersione progressiva delle loro connessioni con i singoli Stati, sotto l’egida di Washington.

Solo all’interno di questo quadro possono essere spiegati i fatti che accadono in Italia a partire dal 1992, con l’avvertenza, però, che le stragi di quell’anno non arrivano all’improvviso come banali colpi di testa di una mafia ringalluzzita, ma sono l’approdo di un percorso iniziato almeno un biennio prima, con la crisi del sistema-Stato e con la connessa caduta dei grandi valori tradizionali.

*

E veniamo alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia degli ultimi  mesi. Cominciamo con Giovanni Brusca. Immaginiamoci un grande palcoscenico dove si muovono vari personaggi. Ciascuno recita la sua parte. Quella in cui crede veramente.

La scena – così come è stata raccontata da molti giornali – rappresenta “Totò u Curtu” alla vigilia di Natale del 1992. Il grande capo riunisce i boss più fidati per gli auguri, in una casa alla periferia di Palermo. Lima, Falcone e Borsellino sono già stati eliminati nei mesi precedenti e Totò è euforico. Esclama: “Finalmente si sono fatti sotto!” E aggiunge: “Ci ho fatto un papello così!”

L’euforia di  Riina ci spiega una sola cosa: non aveva capito niente. Tronfio e pieno di sè, era stato preso da una sorta di megalomania acuta. Pensava di dominare sullo Stato e sull’universo. Esattamente come quell’altro criminale della storia: il bandito Salvatore Giuliano che aveva sulle spalle quattrocento fascicoli per reati penali. Non per ultimo quello riguardante l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.

*

Riina pensava di dettare lui le regole del gioco, ricorrendo alle  bombe e al tritolo. Ma era quello che gli avevano fatto credere. Non poteva immaginare che tre settimane dopo, a metà gennaio 1993, sarebbe finito in manette come un qualsiasi picciotto alle prime armi. Che le cose non stessero per nulla come  le stava vivendo il corleonese,  è dimostrato dal fatto che tutto concorreva alla sua liquidazione, analoga e parallela al crollo del sistema politico italiano travolto da Mani pulite.

*

Dai verbali inediti di cui l’Espresso del 21 ottobre 2009 anticipa i contenuti, risulta che esponenti istituzionali avrebbero coperto nel 1992 la presunta trattativa tra Totò u Curtu, capo di Cosa Nostra, e lo Stato. Mediatori: Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo per conto dei corleonesi, da un lato; il colonnello Mori e il capitano De Donno, per conto dello Stato, dall’altro. Ci sarebbe anche, secondo Brusca, un elemento invisibile che muove le fila in questo teatrino: Bernardo Provenzano, alias “ingegner Lo Verde”, in contatto permanente con Vito Ciancimino a Roma, come confermato da Massimo Ciancimino ad “Anno Zero”, l’8 ottobre 2009.

*

Detta così, questa storia si presta a molti gravi equivoci e a forme di sottile depistaggio. Il problema, infatti, non è la trattativa che oggettivamente conduce solo all’arresto di Totò Riina, ma quello che succede nei quindici mesi successivi. Cioè le grandi e sotterranee manovre che porteranno al passaggio delle consegne tra vecchia e nuova guardia a livello delle gerarchie mafiose e dei poteri dominanti.

Le rivelazioni di Brusca trovano conferma nelle dichiarazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, di professione killer, che comincia a “cantare” nell’aprile 2008 e indica ai pm di Firenze e Palermo i rapporti tra alcuni boss e Marcello dell’Utri. Il senatore del Pdl, sempre secondo Spatuzza, avrebbe creato una connessione tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra in vista della nascita di Forza Italia. Saranno i magistrati a stabilire come stanno le cose e se Spatuzza sia un pentito credibile o meno. Saranno i magistrati ad accertare se le sue dichiarazioni trovano riscontri in altri atti documentari. Sta di fatto, però, che il quadro generale sembra concordare con le confessioni di un altro mafioso pentito. Si tratta di Gaspare Mutolo che, come dice Lirio Abbate nel suo articolo dell’Espresso, aveva parlato di un incontro tra Mancino e Borsellino a Roma, circa un mese dopo la strage di Capaci. Il pentito sostiene che dopo l’incontro Borsellino era sconvolto. Perchè? E’ logico pensare che un giudice di tale esperienza e levatura possa essere rimasto sconvolto da affermazioni ovvie sui rapporti tra mafia e Stato? E’ evidente che quel giorno Borsellino sarebbe venuto a conoscenza di informazioni fuori dall’ordinario. Ma quali? Ci può aiutare nella risposta, forse, ciò che accadrà quando, secondo Spatuzza, Cosa Nostra aggancia il suo nuovo referente politico. Da quel momento  in poi,  nel 1994, le sorti del nostro Paese non saranno più quelle di prima.

*

Ma Spatuzza dice anche altre cose, secondo il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009: “Giuseppe Graviano  [un boss mafioso] mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.

Continua Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso, riportato da Attilio Bolzoni su Repubblica del 24 ottobre 2009: “Incontrai [metà gennaio 1994] Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo”. Conclude il pentito riferendosi al patto accennato da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa [Graviano] il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5″.

*

Ma dell’Utri se la ride. “Sono tutte grandi cazzate” – dice il senatore già condannato a nove anni di reclusione in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo scrive il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009. Sulle dichiarazioni di Spatuzza si registra anche l’intervento di Ghedini (Pdl), legale del presidente del Consiglio. Ghedini esclude categoricamente che le dichiarazioni di Spatuzza possano essere prese sul serio.

Sarà. Ma ieri, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il Procuratore Piero Grasso non ha avuto peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta sia stata commessa da Cosa Nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Non vi è dubbio, infatti, che la tecnica della strage di Capaci, sia di natura terroristica. Ricorda in tutto e per tutto i metodi dei narcotrafficanti colombiani, degli “insorti” iracheni e delle squadre neofasciste italiane manovrate dalla Cia.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

intervista di Ruotolo a Massimo Ciancimino

Intervista a Salvatore Borsellino

 

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · massoneria · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Per i giudici Dell’Utri usò lo stalliere per legare Cosa Nostra e il potere – l’Unità.it

28 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Per i giudici Dell’Utri usò lo stalliere per legare Cosa Nostra e il potere – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Dalla sentenza del Tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 che ha condannato in primo grado Marcello Dell’Utri a nove anni per concorso esterno in associzione mafiosa (Dell’Utri è imputato con il mafioso Gaetano Cinà. L’appello è in corso). «Deve ritenersi raggiunta la prova che, anche successivamente alla morte di Stefano Bontate, durante l’egemonia totalitaria di Riina Salvatore all’interno dell’organizzazione mafiosa denominata “cosa nostra”, sia Marcello Dell’Utri che Gaetano Cinà hanno continuato ad avere rapporti con il sodalizio criminale. Tali rapporti, almeno fino agli inizi degli anni ’90, si sono strutturati in maniera molto schematica: entrambi gli imputati, con il contributo consapevolmente fornito, hanno fatto sì che il gruppo imprenditoriale milanese, facente capo a Silvio Berlusconi, pagasse sommed i danaro alla mafia. È significativo che egli, anzichè astenersi dal trattare con la mafia (come la sua autonomia decisionale dal proprietario ed il suo livello culturale avrebbero potuto consentirgli…), ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di “cosa nostra” e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale… disposto a pagare pur di stare tranquillo). Dunque, Marcello Dell’Utri ha non solo oggettivamente consentito a “cosa nostra” di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui. Condotte pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Questo è invece il profilo di Marcello Dell’Utri visto dalla sentenza: «Per quanto attiene a Marcello Dell’Utri, la pena deve essere ancora più severa e deve essere determinata in anni nove di reclusione, dovendosi negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla “vendetta” di “cosa nostra”) …pur avendo.., tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”. Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato altrove tutta la sua attività professionale. Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento… Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello».

Categorie: berlusconi · economia · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , ,

Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it

28 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it.

di Massimo Solani

La trattativa fra mafia e Stato proseguì anche nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. «Lo stesso Giovanni Brusca ha riferito di una missione affidata a Vittorio Mangano per potersi mettere in contatto con sue vecchie conoscenze al Nord». A rivelarlo è stato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che ieri è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia sulla presunta trattativa che Cosa Nostra intavolò con parti dello Stato a cavallo delle stragi mafiose del 1992-1993. E secondo Grasso la missione affidata a Vittorio Mangano, ai tempi reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova dopo anni trascorsi alla corte di Silvio Berlusconi in qualità (ufficialmente) di stalliere tuttofare nella villa di Arcore, va contestualizzata in quella stagione che nell’autunno del1993 su iniziativa di Leoluca Bagarella portò alla creazione del movimento politico “Sicilia Libera”: «Come ha raccontato il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, che era stato incaricato di organizzare il movimento politico – ha proseguito Grasso – l’idea era quello di creare un partito in proprio per evitare di farsi prendere in giro dai politici come in passato accaduto a Totò Riina ». Un progetto che ebbe vita breve, ha ricordato Grasso, «abbandonata questa iniziativa si arriva agli eventi noti che portano alle elezioni del 1994 e quindi alla fase attuale».

Frasi che aprono nuovi scenari, specie se lette in relazioni alle ultime rivelazioni fatte dal pentito Gaspare Spatuzza (cui lo stesso Grasso ieri ha fatto un veloce riferimento) e anticipate dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto nel corso del processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. «Giuseppe Graviano – ha raccontato Spatuzza ricordando una chiacchierata fatta a Milano nel gennaio del 1994 col boss palermitano a proposito di una presunta trattativa – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”». Dopo quell’incontro, ha raccontato Spatuzza, Cosa Nostra diede il via libera per l’attentato (poi fallito) che il 24 gennaio del 2004 allo Stadio Olimpico avrebbe dovuto causare la morte di decine di carabinieri. Una strage, ha proseguito Spatuzza, che sarebbe dovuta servire a “riscaldare” il clima della trattativa.

TRATTATIVA E STRAGI
Ma davanti ai membri della commissione parlamentare antimafia Piero Grasso ha parlato anche della accelerazione impressa dai boss mafiosi alla strategia stragista. Una anomalia, ha spiegato, anche nei modi in cui vennero compiuti gli attentati. «Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra – ha spiegato Grasso – Rimane però il sospetto che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia». Che progettava di uccidere Falcone a Roma dove spesso si muoveva senza scorta e minori erano le misure di sicurezza («Riina inviò nella capitale un commando che doveva occuparsi dell’eliminazione del magistrato, di Maurizio Costanzo, dell’onorevole Martelli e di Andrea Barbato – ha spiegato il procuratore nazionale -ma poi fu proprio Riina a bloccare tutto perché, disse, “si era trovato qualcosa di meglio”») ma che invece optò per l’attentatuni facendo saltare in aria un tratto autostradale con 500 chili di tritolo con una azione «chiaramente stragista ed eversiva». «Chi ha indicato a Riina queste modalità?», si è chiesto Grasso. «Finché non si risponderà a questa domanda – ha proseguito – sarà difficile un effettivo accertamento della verità».

28 ottobre 2009

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · massoneria · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Antimafia Duemila – De Magistris su mafia: ”Impressionante penetrazione nello Stato”

24 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Antimafia Duemila – De Magistris su mafia: ”Impressionante penetrazione nello Stato”.

C’é un collegamento tra la strage di via D’Amelio e le intuizioni di Borsellino sul “filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”.
E’ quanto scrive sul prossimo numero di ANTIMAFIADuemila, in edicola a novembre, Luigi de Magistris in un lungo articolo. L’ex pm sostiene inoltre che si sta oggi consolidando il progetto di “istituzionalizzazione” di Cosa Nostra, nato nel periodo della nascita di Forza Italia. “Per comprendere il livello impressionante di penetrazione delle mafie nello Stato e nel sistema economico-finanziario del Paese si deve capire che è accaduto in Sicilia ed in Italia tra la fine del 1991 ed il 1993″. Per De Magistris la strage di Capaci è, ad esempio, legata alla decisione della Cassazione di confermare le condanne del maxiprocesso. Capaci, scrive l’ex pm, “doveva avere effetti politici, in direzione soprattutto di coloro i quali venivano additati come i principali responsabili politici del mancato affossamento del maxiprocesso”. Via D’Amelio, invece, “é un omicidio politico” che risponde all’intento mafioso di “condizionare la politica con le bombe”, ma è anche dovuto al fatto che Borsellino “aveva intuito il filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”. Ricostruzione che “trova in questi giorni conferme, grazie soprattutto alle indagini che stanno conducendo le Procure di Palermo e di Caltanissetta”. Sulla trattativa, de Magistris sostiene che Borsellino “probabilmente ne era venuto a conoscenza ed è per questo anche che fu decisa la sua eliminazione”. L’ex pm si chiede anche quanto sapessero della trattativa la presidenza del Consiglio e i ministri dell’Interno e della Giustizia. Dopo le stragi in Sicilia e sul continente, comunque, nasce quello che de Magistris definisce “il progetto istituzionale di Cosa Nostra”, che oggi “é in fase di definitivo consolidamento da parte di colui il quale vuole diventare il capo di tutti ed anche il capo dei capi”. E’ in questo periodo che viene fondata Fi e fa riflettere “la coincidenza tra la nascita del partito e la cessazione della strategia della tensione militare della mafia”. La mafia, sostiene, “assume il volto delle Istituzioni e dello Stato”. Perciò il fine politico governativo è “far credere che la criminalità organizzata viene contrastata” mentre “lo stesso potere opera, nel silenzio della propaganda di regime, per consolidare la mafia di Stato”.

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , ,

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Paese si prepari a verita”’

24 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Paese si prepari a verita”’.

“Le dichiarazioni del pentito Spatuzza confermano che si sta arrivando al cuore della verità in merito alla trattativa tra Stato e mafia. Una verità a cui il Paese deve, moralmente e politicamente, prepararsi”. Lo afferma in una nota Luigi De Magistris, europarlamentare dell’Italia dei Valori.

“La magistratura di Palermo e Caltanissetta sta cercando di ricostruire quel rapporto tra Stato, istituzioni e Cosa nostra nell’orizzonte del quale troverebbe spiegazione anche la morte del Procuratore Paolo Borsellino, che proprio a quel confronto indegno probabilmente si oppose. Un magistrato – prosegue De Magistris- che aveva anche intuito l’esistenza di una zona torbida di relazione fra Stato e politica, per esempio con riferimento a quel filone mafioso siculo-milanese rappresentato da personaggi come Mangano e Dell’Utri: il primo ‘ufficialmente’ stalliere di Berlusconi ad Arcore ed eroe, secondo il piduista capo del Governo, il secondo – conclude – suo braccio destro e padre fondatore di Forza Italia, già condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa”.

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , ,

Mafia, la verità del pentito Spatuzza “Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra”

24 Ottobre 2009 · 2 Commenti

Mafia, la verità del pentito Spatuzza “Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra”.

Scritto da Attilio Bolzoni

PALERMO – C’è un mafioso che parla dell’ultimo atto della “trattativa”. E di un altro attentato, di altri cadaveri, di altre protezioni politiche, dell’altro accordo che i boss cercavano con “con il nuovo partito”. Così la racconta un pentito, quello che ha fatto riaprire tutte le indagini sulle stragi.
La testimonianza di Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della “famiglia” di Brancaccio: “Giuseppe Graviano mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.
Era lui, Spatuzza, che avrebbe dovuto uccidere cento carabinieri allo stadio Olimpico di Roma all’inizio del 1994. Dopo Falcone e Borsellino nell’estate del 1992, dopo le bombe di Firenze e Milano e Roma nel 1993, i mafiosi avevano bisogno di “fare morti fuori dalla Sicilia per avere poi benefici per i carcerati e anche altri”. L’ultimo massacro prima del patto finale.
Un verbale di 75 pagine riapre uno scenario che sembrava sepolto per sempre e fa scivolare ancora una volta – era già accaduto dopo il 1994 alle procure di Caltanissetta e di Firenze, procedimenti archiviati negli anni successivi – i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri “nell’ambito delle stragi”. Era la deposizione che mancava ai procuratori di Palermo nella loro investigazione sulla “trattativa” per legare ogni passaggio fra la prima e la seconda repubblica, fra Capaci e la nascita di Forza Italia, fra i primi contatti avuti dagli ufficiali dei Ros dei carabinieri con Vito Ciancimino nel giugno del 1992 alla mediazione “del compaesano Dell’Utri” del gennaio 1994. Una trama – secondo i magistrati – che troverebbe appunto “conferme” nelle rivelazioni di Gaspare Spatuzza, mafioso testimone delle manovre e dei giochi cominciati con l’uccisione di Giovanni Falcone. Dice Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava: “Incontrai Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione… e che non erano come ‘quei quattro crasti dei socialisti’.. “.

Il mafioso, che data questo suo incontro con Graviano a metà del gennaio 1994, ricorda dei socialisti – “crasti”, cioè cornuti – che avevano promesso la “giustizia giusta” nell’87 e che erano stati votati da Cosa Nostra. Poi parla ancora del patto riferito da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa (Graviano, ndr) il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5.. “.
Il racconto del mafioso fa un passo indietro. E riporta tutti i dubbi degli uomini d’onore su quello che era accaduto nell’estate del 1992 in Sicilia e, soprattutto, i dubbi sulla strategia stragista che i Corleonesi non volevano fermare: “Noi ci stavamo portando avanti un po’ di morti che non c’entravano niente con la nostra storia… per me Capaci… è stata una tragedia che entra nell’ottica di Cosa Nostra, però quando già andiamo su, su Costanzo (il fallito attentato al giornalista, ndr), su Firenze… su.. ci sono morti che a noi non ci appartengono, perché noi abbiamo commesso delitti atroci, però terrorismo, sti cosi di terrorismo non ne abbiamo mai fatti”. E’ a quel punto che Gaspare Spatuzza manifesta altre perplessità a Graviano sulla strage che proprio lui – il mafioso di Brancaccio – sta preparando allo stadio Olimpico. Gli risponde il suo capo: “Con altri morti, chi si deve muovere si dà una mossa… significa che c’è una cosa in piedi, che c’è qualcosa che si sta trattando”. Gaspare Spatuzza è insieme a Cosimo Lo Nigro, un altro boss. E Graviano chiede a tutti e due “se capiscono qualcosa di politica”. E poi dice “che lui è abbastanza bravo, quindi è lui che sta trattando”.
Nelle ultime pagine del verbale Gaspare Spatuzza ricostruisce il suo pentimento, il primo colloquio con il procuratore antimafia Pietro Grasso: “Sulla questione di via D’Amelio… siccome si erano chiusi tutti i processi, quindi sapevo a cosa andavo incontro, però mi dicevo: ho prove schiaccianti, perché se c’erano solo le mie parole sarei stato un pazzo a muovermi in questa storia, siccome avevo delle cose, riscontri oggettivi, quindi andavo sicuro. “. E’ nell’aprile del 2008 che ha iniziato a parlare: “Il soggetto che io dovevo indicare aveva vinto le elezioni perché noi parliamo, aprile… Io arrivo fine, 17 aprile e quindi il soggetto che io dovevo accusare me lo trovo come capo del Governo… Al di là di questo, il ministro della Giustizia, quel ragazzino così possiamo dire… la figura di Dell’Utri… “. Il verbale di Gaspare Spatuzza nelle pagine seguenti alla numero 61 è fitto di omissis.

Categorie: Uncategorized
Messo il tag: , , , , , , , , , ,

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: la Neverland della giurisprudenza

23 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: la Neverland della giurisprudenza.

Il senatore Dell’Utri si è presentato in aula oggi per dare dei venduti a tutti gli altri. Ha affermato, infatti, che i magistrati devono concentrarsi sugli esecutori delle stragi piuttosto che perdere tempo a cercare i mandanti, negandone quindi l’esistenza, e attribuendo tutta la responsabilità delle stragi degli anni ’90 a chi è già dietro le sbarre. Una versione dei fatti ferma, per l’appunto, agli anni ’90. Ma siamo nel 2009.

Senatore Dell’Utri, non so se lo ha capito, ma il Paese sì: la giustizia ed i cittadini stanno cercando i mandanti politici di quelle stragi perché nessuno crede che Brusca sia stata la mente di Capaci, né Provenzano e Riina quelle degli altri attentati. I mandanti “occulti” stanno venendo a galla perché proprio loro non hanno evitato la galera a chi aveva dato loro fiducia e ai quali avevano promesso copertura. Così prima gli avvertimenti, qualche dichiarazione mai rilasciata prima, papelli che riaffiorano, personaggi che ritrovano la memoria, altri che la perdono. Dichiarazioni sempre più vicine alla verità per minacciare la sua completa rivelazione e spingere così quei mandanti occulti, ancora liberi e ancora influenti, a muoversi per pareggiare il debito.

Lei è il principale indiziato, senatore e fondatore di Forza Italia, non so se se ne è accorto perché, mentre lei nega perfino l’esistenza di Cosa Nostra, tutta Cosa Nostra la sta indicando come il principale referente e portavoce. Il problema è che anche lei è un tramite, una pedina. La giustizia si muove su terreni fatti di prove e concretezza, poggia i piedi sulla roccia e non sulla sabbia e, quindi, scovare il resto della filiera richiede pazienza. Ma io son certo che arriveranno anche i riscontri e la pazienza sarà premiata.

Nel frattempo, la invito a rileggersi la sentenza di primo grado, quella che la condanna a nove anni e altro. Beh, se la rilegge, ne deduciamo che: o i giudici hanno una gran fantasia, ricca di dettagli, nomi e circostanze, o l’assoluzione, a cui lei sta pensando, è una neverland della giurisprudenza.

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , ,

Le bombe e Dell’Utri: la pista della seconda trattativa

22 Ottobre 2009 · 1 Commento

Le bombe e Dell’Utri: la pista della seconda trattativa.

Scritto da Peter Gomez per il Fatto Quotidiano (22 Ottobre 2009)

Nel ‘93 Graviano insisteva: altri attentati. Poi tutto si bloccò

“Ma voi ne capite qualcosa di politica?”. Giuseppe Graviano, il boss del quartiere palermitano di Brancaccio, quella frase l’aveva quasi urlata. Così Gaspare Spatuzza e Cosimo Lo Nigro, due dei suoi uomini che avevano partecipato con lui alla campagna stragistra del ‘93, si erano zittiti all’improvviso. I loro dubbi, le loro perplessità – “stiamo uccidendo degli innocenti, a Firenze è morta pure una bambina”, continuava a ripetere Spatuzza – lo avevano innervosito. Per questo, quando i due avevano dovuto ammettere che loro di politica non sapevano nulla, Graviano aveva buttato lì un paio di frasi nemmeno troppo sibilline “No, noi non ci fermiamo. Perchè c’è una cosa in piedi. Se va in porto sarà un bene per tutti. Dobbiamo continuare con le bombe, dobbiamo far saltare anche lo Stadio Olimpico”.

Parte da qui, dalla ricostruzione di questo incontro di ottobre-novembre 1993 offerta ai magistrati di Firenze e di Palermo dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, l’indagine sulla seconda trattativa tra la mafia e lo Stato. Una trattativa che, proprio come raccontato da Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, l’ex sindaco democristiano di Palermo, avrebbe avuto come protagonista il senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri. Di lui Spatuzza parla a lungo.

Nelle mani dei magistrati c’è infatti un intero verbale dedicato ai presunti rapporti tra Dell’Utri e i fratelli Graviano. Legami pericolosi, già certificati dalla sentenza di primo grado contro il braccio destro di Silvio Berlusconi, di cui si tornerà forse a discutere nel processo d’appello contro l’ ideatore di Forza Italia.

Il procuratore generale Nino Gatto, da due settimane impegnato nella requisitoria, potrebbe tentare di depositare il documento in extremis chiedendo la riapertura del dibattimento. Cosa accadrà, quindi, lo sapremo con tutta probabilità già domani quando Gatto a Palermo riprenderà a parlare.

Già oggi è invece chiaro che le dichiarazioni di Spatuzza stanno sconvolgendo una parte importante della ricostruzione dei mesi delle stragi. Il pentito, che divenne reggente del mandamento mafioso del Brancaccio dopo l’arresto di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo, offre agli investigatori un quadro inedito dei rapporti interni ed esterni di Cosa Nostra in quel periodo. E spiega che secondo lui la trattativa tra mafia e Stato è proseguita “almeno fino al 2002-2003”.

Punto di partenza è la datazione esatta della fallita strage dell’Olimpico. Un’attentato che Spatuzza doveva eseguire con una Lancia Thema carica di esplosivo e tondino di ferro, in modo da fare centinaia di vittime tra i carabinieri in servizio allo stadio per garantire l’ordine pubblico. L’auto, per un difetto al telecomando, però non esplose e, sorprendentemente , l’azione non fu poi portata a termine la domenica successiva.

Il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, oggi scomparso, si era convinto che il tentato raid dinamitardo fosse avvenuto il 31 ottobre del ‘93. E si era scervellato per capire come mai la mafia non avesse ritentato il colpo. Aver bloccato tutto poteva infatti significare che un accordo con qualcuno era stato raggiunto. Datare con esattezza la mancata strage è insomma importante. Anche perchè in quel periodo accadono molte cose. I Graviano sono latitanti a Milano, dove verranno arrestati il 28 gennaio del 94. E proprio nella capitale morale d’Italia, secondo le riflessioni di Spatuzza, i fratelli coltivano “i loro contatti politici”.

Ma non basta. Nel novembre del ‘93 succede pure dell’altro. Vittorio Mangano, l’ex fattore di Arcore che Spatuzza oggi descrive come particolarmente vicino ai Graviano, arriva a Segrate dove, secondo le agende sequestrate all’ex numero uno di Publitalia, incontra Dell’Utri. Di cosa parlano? Il senatore, in quel periodo impegnato negli ultimi preparativi in vista della nascita ufficiale di Forza Italia, non lo dice. Spiega solo che “di tanto in tanto” Mangano lo andava a trovare “per motivi personali”.

Fatto sta che altri collaboratori di giustizia ricordano come, dopo poco Bernardo Provenzano in persona affronti gli altri capo mafia per dire di aver trovato nel manager un nuovo referente “affidabile”. Un terminale politico che ha garantito di sistemare i problemi di “Cosa Nostra nel giro di 10 anni”. Cioè di intervenire per alleggerire la pressione dello Stato.

Così anche la stagione delle bombe si chiude all’improvviso. I carabinieri, che attraverso due loro ufficiali erano stati protagonisti dei primi incontri con Vito Ciancimino (una trattativa che non ha portato benefici immediati alla mafia), non vedono saltare per aria decine di loro colleghi allo stadio Olimpico.

Spatuzza capisce che davvero qualcosa si è mosso. E ne ha la conferma quando incontra un altro boss, protagonista della stagione delle stragi: Francesco Giuliano. I Graviano sono in carcere e il futuro pentito quasi si lamenta.

Le bombe pensa non sono servite a niente. Giuliano lo contraddice: “Ti sbagli. Una cosa buona c’è stata. Abbiamo agganciato un nuovo referente”. Cioè, spiega a verbale Spatuzza: “Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi”

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Tra mafia e Stato | L’espresso

21 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Tra mafia e Stato | L’espresso.

di Lirio Abbate

Brusca rivela: Riina disse che il nostro referente nella trattativa era il ministro Mancino. Ma dopo l’arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi

E’ la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: “Eh! Finalmente si sono fatti sotto”. Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: “Ah, ci ho fatto un papello così…” e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l’aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del “papello” Brusca le ricorda così: “Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino”.

L’uomo che uccise Giovanni Falcone – di cui “L’espresso” anticipa il contenuto dei verbali inediti – sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell’Interno, il politico che avrebbe “coperto” inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. Il tramite sarebbe stato l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, attraverso l’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. L’ex responsabile del Viminale ha sempre smentito: “Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative”.

Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. Mediata da Bernardo Provenzano attraverso Ciancimino, arriva la risposta al “papello”, le cui richieste iniziali allo Stato erano apparse pretese impossibili anche allo zio Binu. Ora le dichiarazioni inedite di Brusca formano come un capitolo iniziale che viene chiuso dalle rivelazioni recenti del neo pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza indica ai pm di Firenze e Palermo il collegamento fra alcuni boss e Marcello dell’Utri (il senatore del Pdl, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), che si sarebbe fatto carico di creare una connessione con Forza Italia e con il suo amico Silvio Berlusconi. Ma nel dicembre ‘92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché “Mancino aveva preso questa posizione”. E quella è la prima e l’ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell’arresto di Riina), il latitante Matteo Messina Denaro, il mafioso trapanese Vincenzo Sinacori, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella.

Le risposte a quelle pretese tardavano però ad arrivare. Il pentito ricorda che nei primi di gennaio 1993 il capo di Cosa nostra era preoccupato. Non temeva di essere ucciso, ma di finire in carcere. Il nervosismo lo si notava in tutte le riunioni, tanto da fargli deliberare altri omicidi “facili facili”, come l’uccisione di magistrati senza tutela. Un modo per riscaldare la trattativa. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.

Brusca è convinto che in quell’incontro il padrino avrebbe messo a nudo i suoi segreti, per condividerli con gli altri nell’eventualità che a lui fosse accaduto qualcosa. Il nome dell’allora ministro era stato riferito a Riina attraverso Ciancimino. E qui Brusca sottolinea che il problema da porsi – e che lui stesso si era posto fin da quando aveva appreso la vicenda del “papello” – è se a Riina fosse stata o meno riferita la verità: “Se le cose stanno così nessun problema per Ciancimino; se invece Ciancimino ha fatto qualche millanteria, ovvero ha “bluffato” con Riina e questi se ne è reso conto, l’ex sindaco allora si è messo in una situazione di grave pericolo che può estendersi anche ai suoi familiari e che può durare a tempo indeterminato”. In quel periodo c’erano strani movimenti e Brusca apprende che Mancino sta blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile: “Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha?”. “Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo”, commenta Brusca come in un dialogo a distanza con Mancino: “O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa”.

Brusca, però, non ha dubbi sul fatto che l’ex sindaco abbia riportato ciò che gli era stato detto sul politico. Tanto che avrebbe avuto dei riscontri sul nome di Mancino. In particolare uno. Nell’incontro di Natale ‘92 Biondino prese una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo, un mafioso pentito. E commentò quasi ironicamente le sue dichiarazioni: “Ma guarda un po’: quando un bugiardo dice la verità non gli credono”. La frase aveva questo significato: Mutolo aveva detto in passato delle sciocchezze ma aveva anche parlato di Mancino, con particolare riferimento a un incontro di quest’ultimo con Borsellino, in seguito al quale il magistrato aveva manifestato uno stato di tensione, tanto da fumare contemporaneamente due sigarette. Per Biondino sulla circostanza che riguardava Mancino, Mutolo non aveva detto il falso. Ma l’ex ministro oggi dichiara di non ricordare l’incontro al Viminale con Borsellino.

Questi retroscena Brusca li racconta per la prima volta al pm fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sui mandanti occulti delle stragi. Adesso riscontrerebbero le affermazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, che collabora con i magistrati di Palermo e Caltanissetta svelando retroscena sul negoziato mafia- Stato. Un patto scellerato che avrebbe avuto inizio nel giugno ‘92, dopo la strage di Capaci, aperto dagli incontri fra il capitano De Donno e Ciancimino. E in questo mercanteggiare, secondo Brusca, Riina avrebbe ucciso Borsellino “per un suo capriccio”. Solo per riscaldare la trattativa.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia si spingono fino alle bombe di Roma, Milano e Firenze. Iniziano con l’attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio ‘93 e hanno termine a distanza di 11 mesi con l’ordigno contro il pentito Totuccio Contorno. Il tritolo di quegli anni sembra non aver portato nulla di concreto per Cosa nostra. Brusca ricorda che dopo l’arresto di Riina parla con il latitante Matteo Messina Denaro e con il boss Giuseppe Graviano. Chiede se ci sono novità sullo stato della trattativa, ma entrambi dicono: “Siamo a mare”, per indicare che non hanno nulla. E da qui che Brusca, Graviano e Bagarella iniziano a percorrere nuove strade per riattivare i contatti istituzionali.

I corleonesi volevano dare una lezione ai carabinieri sospettati (il colonnello Mori e il capitano De Donno) di aver “fatto il bidone”. E forse per questo motivo che il 31 ottobre 1993 tentano di uccidere un plotone intero di carabinieri che lasciava lo stadio Olimpico a bordo di un pullman. L’attentato fallisce, come ha spiegato il neo pentito Gaspare Spatuzza, perché il telecomando dei detonatori non funziona. Il piano di morte viene accantonato.

In questa fase si possono inserire le nuove confessioni fatte pochi mesi fa ai pubblici ministeri di Firenze e Palermo dall’ex sicario palermitano Spatuzza. Il neo pentito rivela un nuovo intreccio politico che alcuni boss avviano alla fine del ‘93. Giuseppe Graviano, secondo Spatuzza, avrebbe allacciato contatti con Marcello Dell’Utri. Ai magistrati Spatuzza dice che la stagione delle bombe non ha portato a nulla di buono per Cosa nostra, tranne il fatto che “venne agganciato “, nella metà degli anni Novanta “il nuovo referente politico: Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi”.

Il tentativo di allacciare un contatto con il Cavaliere dopo le stragi era stato fatto anche da Brusca e Bagarella. Rivela Brusca: “Parlando con Leoluca Bagarella quando cercavamo di mandare segnali a Silvio Berlusconi che si accingeva a diventare presidente del Consiglio nel ‘94, gli mandammo a dire “Guardi che la sinistra o i servizi segreti sanno”, non so se rendo l’idea…”. Spiega sempre il pentito: “Cioè sanno quanto era successo già nel ‘92-93, le stragi di Borsellino e Falcone, il proiettile di artiglieria fatto trovare al Giardino di Boboli a Firenze, e gli attentati del ‘93″. I mafiosi intendevano mandare un messaggio al “nuovo ceto politico “, facendo capire che “Cosa nostra voleva continuare a trattare”.

Perché era stata scelta Forza Italia? Perché “c’erano pezzi delle vecchie “democrazie cristiane”, del Partito socialista, erano tutti pezzi politici un po’ conservatori cioè sempre contro la sinistra per mentalità nostra. Quindi volevamo dare un’arma ai nuovi “presunti alleati politici”, per poi noi trarne un vantaggio, un beneficio”.

Le due procure stanno già valutando queste dichiarazioni per decidere se riaprire o meno il procedimento contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, archiviato nel 1998. Adesso ci sono nuovi verbali che potrebbero rimettere tutto in discussione e riscrivere la storia recente del nostro Paese.

(21 ottobre 2009)

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · politica · strategia della tensione
Messo il tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,