Da una puntata di “laser”, un programma di attualità e cultura per la Rete Due della radio Svizzera italiana.
“Il 1992 e il 1993 sono stati anni difficili per la storia d’Italia e a tutt’oggi sono avvolti nella nebbia.
A 17 anni di distanza le stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nascondono ancora misteri: ci sono state sentenze di condanna ma un dubbio ha sempre aleggiato su quegli attentati e riguarda la possibile presenza di mandanti occulti. Il sospetto è che gli uomini della mafia agirono anche per conto di qualcun altro, addirittura per conto di uomini dello Stato. Di recente lo stesso Totò Riina ne ha parlato attraverso il suo avvocato: “Con quelle stragi non c’entro nulla – ha detto – c’entrano loro”, lasciando intendere forse con quel “loro” una possibile implicazione di uomini delle istituzioni. Ne è convinto anche il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, che lancia un’accusa forte: quelle stragi non furono omicidi di mafia, bensì omicidi di Stato. O entrambe le cose.
Ne parliamo con Salvatore Borsellino, Vincenzo Agostino (padre del poliziotto ucciso insieme alla moglie poco dopo il fallito attentato a Falcone all’Addaura), Carlo Palermo (magistrato scampato a un attentato di mafia a Trapani) e Giovanni Bianconi (giornalista del Corriere della Sera).”
Francesca Cocchi (da RSI Rete Due del 11 Novembre 2009)
Della mafia, e cioè di un fenomeno sommerso che affonda le sue radici maligne in tutto il tessuto sociale e istituzionale dell’Italia, si è parlato e scritto spesso come di una realtà circoscritta alla Sicilia e all’America, per un lungo periodo della storia del ‘900. Assai poco si è riflettuto, invece, sulle sue caratteristiche attuali. Quelle cioè che ne hanno favorito la penetrazione sul piano nazionale o quelle altre che si manifestano con violenza all’indomani della caduta del muro di Berlino. Quando, ad esempio, vengono alla ribalta in modo dirompente la mafia russa, che condurrà al potere Yeltsin, quella albanese o ungherese e degli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, non dimenticando le ex repubbliche asiatiche dei Soviet.
A tale proposito non è forse superfluo ricordare le ingerenze dell’intelligence Usa, a partire dall’era reaganiana e dal suo successore Bush senior, per destabilizzare prima l’ex impero sovietico e dopo i nuovi Stati formatisi dalla disgregazione dell’Urss.
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Lungo questo percorso, già dalla seconda guerra mondiale e fino ai nostri giorni, le mafie si sono dimostrate braccio armato delle vocazioni imperialistiche dello zio Sam. Valga per tutti l’esempio dell’Afghanistan: il fratello di Karzai, capo del governo fantoccio della Nato, è il maggior narcotrafficante in oppio dell’Asia centrale.
Si tratta di mafie nuove, come nuovo era stato nel dopoguerra il sistema messo in piedi da Lucky Luciano tra Europa, America latina e Usa. La loro modernità consiste nella nuova realtà geopolitica mondiale che, come un’infinita trama planetaria, ne ha favorito lo sviluppo riorientandole verso nuove forme di potere politico, nuove realtà istituzionali, dagli Urali al Mediterraneo e al Medio Oriente.
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I caratteri di queste mafie sono la mondializzazione e l’emersione progressiva delle loro connessioni con i singoli Stati, sotto l’egida di Washington.
Solo all’interno di questo quadro possono essere spiegati i fatti che accadono in Italia a partire dal 1992, con l’avvertenza, però, che le stragi di quell’anno non arrivano all’improvviso come banali colpi di testa di una mafia ringalluzzita, ma sono l’approdo di un percorso iniziato almeno un biennio prima, con la crisi del sistema-Stato e con la connessa caduta dei grandi valori tradizionali.
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E veniamo alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia degli ultimi mesi. Cominciamo con Giovanni Brusca. Immaginiamoci un grande palcoscenico dove si muovono vari personaggi. Ciascuno recita la sua parte. Quella in cui crede veramente.
La scena – così come è stata raccontata da molti giornali – rappresenta “Totò u Curtu” alla vigilia di Natale del 1992. Il grande capo riunisce i boss più fidati per gli auguri, in una casa alla periferia di Palermo. Lima, Falcone e Borsellino sono già stati eliminati nei mesi precedenti e Totò è euforico. Esclama: “Finalmente si sono fatti sotto!” E aggiunge: “Ci ho fatto un papello così!”
L’euforia di Riina ci spiega una sola cosa: non aveva capito niente. Tronfio e pieno di sè, era stato preso da una sorta di megalomania acuta. Pensava di dominare sullo Stato e sull’universo. Esattamente come quell’altro criminale della storia: il bandito Salvatore Giuliano che aveva sulle spalle quattrocento fascicoli per reati penali. Non per ultimo quello riguardante l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.
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Riina pensava di dettare lui le regole del gioco, ricorrendo alle bombe e al tritolo. Ma era quello che gli avevano fatto credere. Non poteva immaginare che tre settimane dopo, a metà gennaio 1993, sarebbe finito in manette come un qualsiasi picciotto alle prime armi. Che le cose non stessero per nulla come le stava vivendo il corleonese, è dimostrato dal fatto che tutto concorreva alla sua liquidazione, analoga e parallela al crollo del sistema politico italiano travolto da Mani pulite.
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Dai verbali inediti di cui l’Espresso del 21 ottobre 2009 anticipa i contenuti, risulta che esponenti istituzionali avrebbero coperto nel 1992 la presunta trattativa tra Totò u Curtu, capo di Cosa Nostra, e lo Stato. Mediatori: Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo per conto dei corleonesi, da un lato; il colonnello Mori e il capitano De Donno, per conto dello Stato, dall’altro. Ci sarebbe anche, secondo Brusca, un elemento invisibile che muove le fila in questo teatrino: Bernardo Provenzano, alias “ingegner Lo Verde”, in contatto permanente con Vito Ciancimino a Roma, come confermato da Massimo Ciancimino ad “Anno Zero”, l’8 ottobre 2009.
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Detta così, questa storia si presta a molti gravi equivoci e a forme di sottile depistaggio. Il problema, infatti, non è la trattativa che oggettivamente conduce solo all’arresto di Totò Riina, ma quello che succede nei quindici mesi successivi. Cioè le grandi e sotterranee manovre che porteranno al passaggio delle consegne tra vecchia e nuova guardia a livello delle gerarchie mafiose e dei poteri dominanti.
Le rivelazioni di Brusca trovano conferma nelle dichiarazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, di professione killer, che comincia a “cantare” nell’aprile 2008 e indica ai pm di Firenze e Palermo i rapporti tra alcuni boss e Marcello dell’Utri. Il senatore del Pdl, sempre secondo Spatuzza, avrebbe creato una connessione tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra in vista della nascita di Forza Italia. Saranno i magistrati a stabilire come stanno le cose e se Spatuzza sia un pentito credibile o meno. Saranno i magistrati ad accertare se le sue dichiarazioni trovano riscontri in altri atti documentari. Sta di fatto, però, che il quadro generale sembra concordare con le confessioni di un altro mafioso pentito. Si tratta di Gaspare Mutolo che, come dice Lirio Abbate nel suo articolo dell’Espresso, aveva parlato di un incontro tra Mancino e Borsellino a Roma, circa un mese dopo la strage di Capaci. Il pentito sostiene che dopo l’incontro Borsellino era sconvolto. Perchè? E’ logico pensare che un giudice di tale esperienza e levatura possa essere rimasto sconvolto da affermazioni ovvie sui rapporti tra mafia e Stato? E’ evidente che quel giorno Borsellino sarebbe venuto a conoscenza di informazioni fuori dall’ordinario. Ma quali? Ci può aiutare nella risposta, forse, ciò che accadrà quando, secondo Spatuzza, Cosa Nostra aggancia il suo nuovo referente politico. Da quel momento in poi, nel 1994, le sorti del nostro Paese non saranno più quelle di prima.
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Ma Spatuzza dice anche altre cose, secondo il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009: “Giuseppe Graviano [un boss mafioso] mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.
Continua Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso, riportato da Attilio Bolzoni su Repubblica del 24 ottobre 2009: “Incontrai [metà gennaio 1994] Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo”. Conclude il pentito riferendosi al patto accennato da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa [Graviano] il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5″.
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Ma dell’Utri se la ride. “Sono tutte grandi cazzate” – dice il senatore già condannato a nove anni di reclusione in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo scrive il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009. Sulle dichiarazioni di Spatuzza si registra anche l’intervento di Ghedini (Pdl), legale del presidente del Consiglio. Ghedini esclude categoricamente che le dichiarazioni di Spatuzza possano essere prese sul serio.
Sarà. Ma ieri, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il Procuratore Piero Grasso non ha avuto peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta sia stata commessa da Cosa Nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.
Non vi è dubbio, infatti, che la tecnica della strage di Capaci, sia di natura terroristica. Ricorda in tutto e per tutto i metodi dei narcotrafficanti colombiani, degli “insorti” iracheni e delle squadre neofasciste italiane manovrate dalla Cia.
La trattativa fra mafia e Stato proseguì anche nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. «Lo stesso Giovanni Brusca ha riferito di una missione affidata a Vittorio Mangano per potersi mettere in contatto con sue vecchie conoscenze al Nord». A rivelarlo è stato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che ieri è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia sulla presunta trattativa che Cosa Nostra intavolò con parti dello Stato a cavallo delle stragi mafiose del 1992-1993. E secondo Grasso la missione affidata a Vittorio Mangano, ai tempi reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova dopo anni trascorsi alla corte di Silvio Berlusconi in qualità (ufficialmente) di stalliere tuttofare nella villa di Arcore, va contestualizzata in quella stagione che nell’autunno del1993 su iniziativa di Leoluca Bagarella portò alla creazione del movimento politico “Sicilia Libera”: «Come ha raccontato il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, che era stato incaricato di organizzare il movimento politico – ha proseguito Grasso – l’idea era quello di creare un partito in proprio per evitare di farsi prendere in giro dai politici come in passato accaduto a Totò Riina ». Un progetto che ebbe vita breve, ha ricordato Grasso, «abbandonata questa iniziativa si arriva agli eventi noti che portano alle elezioni del 1994 e quindi alla fase attuale».
Frasi che aprono nuovi scenari, specie se lette in relazioni alle ultime rivelazioni fatte dal pentito Gaspare Spatuzza (cui lo stesso Grasso ieri ha fatto un veloce riferimento) e anticipate dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto nel corso del processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. «Giuseppe Graviano – ha raccontato Spatuzza ricordando una chiacchierata fatta a Milano nel gennaio del 1994 col boss palermitano a proposito di una presunta trattativa – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”». Dopo quell’incontro, ha raccontato Spatuzza, Cosa Nostra diede il via libera per l’attentato (poi fallito) che il 24 gennaio del 2004 allo Stadio Olimpico avrebbe dovuto causare la morte di decine di carabinieri. Una strage, ha proseguito Spatuzza, che sarebbe dovuta servire a “riscaldare” il clima della trattativa.
TRATTATIVA E STRAGI
Ma davanti ai membri della commissione parlamentare antimafia Piero Grasso ha parlato anche della accelerazione impressa dai boss mafiosi alla strategia stragista. Una anomalia, ha spiegato, anche nei modi in cui vennero compiuti gli attentati. «Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra – ha spiegato Grasso – Rimane però il sospetto che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia». Che progettava di uccidere Falcone a Roma dove spesso si muoveva senza scorta e minori erano le misure di sicurezza («Riina inviò nella capitale un commando che doveva occuparsi dell’eliminazione del magistrato, di Maurizio Costanzo, dell’onorevole Martelli e di Andrea Barbato – ha spiegato il procuratore nazionale -ma poi fu proprio Riina a bloccare tutto perché, disse, “si era trovato qualcosa di meglio”») ma che invece optò per l’attentatuni facendo saltare in aria un tratto autostradale con 500 chili di tritolo con una azione «chiaramente stragista ed eversiva». «Chi ha indicato a Riina queste modalità?», si è chiesto Grasso. «Finché non si risponderà a questa domanda – ha proseguito – sarà difficile un effettivo accertamento della verità».
C’é un collegamento tra la strage di via D’Amelio e le intuizioni di Borsellino sul “filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”.
E’ quanto scrive sul prossimo numero di ANTIMAFIADuemila, in edicola a novembre, Luigi de Magistris in un lungo articolo. L’ex pm sostiene inoltre che si sta oggi consolidando il progetto di “istituzionalizzazione” di Cosa Nostra, nato nel periodo della nascita di Forza Italia. “Per comprendere il livello impressionante di penetrazione delle mafie nello Stato e nel sistema economico-finanziario del Paese si deve capire che è accaduto in Sicilia ed in Italia tra la fine del 1991 ed il 1993″. Per De Magistris la strage di Capaci è, ad esempio, legata alla decisione della Cassazione di confermare le condanne del maxiprocesso. Capaci, scrive l’ex pm, “doveva avere effetti politici, in direzione soprattutto di coloro i quali venivano additati come i principali responsabili politici del mancato affossamento del maxiprocesso”. Via D’Amelio, invece, “é un omicidio politico” che risponde all’intento mafioso di “condizionare la politica con le bombe”, ma è anche dovuto al fatto che Borsellino “aveva intuito il filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”. Ricostruzione che “trova in questi giorni conferme, grazie soprattutto alle indagini che stanno conducendo le Procure di Palermo e di Caltanissetta”. Sulla trattativa, de Magistris sostiene che Borsellino “probabilmente ne era venuto a conoscenza ed è per questo anche che fu decisa la sua eliminazione”. L’ex pm si chiede anche quanto sapessero della trattativa la presidenza del Consiglio e i ministri dell’Interno e della Giustizia. Dopo le stragi in Sicilia e sul continente, comunque, nasce quello che de Magistris definisce “il progetto istituzionale di Cosa Nostra”, che oggi “é in fase di definitivo consolidamento da parte di colui il quale vuole diventare il capo di tutti ed anche il capo dei capi”. E’ in questo periodo che viene fondata Fi e fa riflettere “la coincidenza tra la nascita del partito e la cessazione della strategia della tensione militare della mafia”. La mafia, sostiene, “assume il volto delle Istituzioni e dello Stato”. Perciò il fine politico governativo è “far credere che la criminalità organizzata viene contrastata” mentre “lo stesso potere opera, nel silenzio della propaganda di regime, per consolidare la mafia di Stato”.
Brusca rivela: Riina disse che il nostro referente nella trattativa era il ministro Mancino. Ma dopo l’arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi
E’ la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: “Eh! Finalmente si sono fatti sotto”. Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: “Ah, ci ho fatto un papello così…” e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l’aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del “papello” Brusca le ricorda così: “Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino”.
L’uomo che uccise Giovanni Falcone – di cui “L’espresso” anticipa il contenuto dei verbali inediti – sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell’Interno, il politico che avrebbe “coperto” inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. Il tramite sarebbe stato l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, attraverso l’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. L’ex responsabile del Viminale ha sempre smentito: “Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative”.
Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. Mediata da Bernardo Provenzano attraverso Ciancimino, arriva la risposta al “papello”, le cui richieste iniziali allo Stato erano apparse pretese impossibili anche allo zio Binu. Ora le dichiarazioni inedite di Brusca formano come un capitolo iniziale che viene chiuso dalle rivelazioni recenti del neo pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza indica ai pm di Firenze e Palermo il collegamento fra alcuni boss e Marcello dell’Utri (il senatore del Pdl, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), che si sarebbe fatto carico di creare una connessione con Forza Italia e con il suo amico Silvio Berlusconi. Ma nel dicembre ‘92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché “Mancino aveva preso questa posizione”. E quella è la prima e l’ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell’arresto di Riina), il latitante Matteo Messina Denaro, il mafioso trapanese Vincenzo Sinacori, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella.
Le risposte a quelle pretese tardavano però ad arrivare. Il pentito ricorda che nei primi di gennaio 1993 il capo di Cosa nostra era preoccupato. Non temeva di essere ucciso, ma di finire in carcere. Il nervosismo lo si notava in tutte le riunioni, tanto da fargli deliberare altri omicidi “facili facili”, come l’uccisione di magistrati senza tutela. Un modo per riscaldare la trattativa. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.
Brusca è convinto che in quell’incontro il padrino avrebbe messo a nudo i suoi segreti, per condividerli con gli altri nell’eventualità che a lui fosse accaduto qualcosa. Il nome dell’allora ministro era stato riferito a Riina attraverso Ciancimino. E qui Brusca sottolinea che il problema da porsi – e che lui stesso si era posto fin da quando aveva appreso la vicenda del “papello” – è se a Riina fosse stata o meno riferita la verità: “Se le cose stanno così nessun problema per Ciancimino; se invece Ciancimino ha fatto qualche millanteria, ovvero ha “bluffato” con Riina e questi se ne è reso conto, l’ex sindaco allora si è messo in una situazione di grave pericolo che può estendersi anche ai suoi familiari e che può durare a tempo indeterminato”. In quel periodo c’erano strani movimenti e Brusca apprende che Mancino sta blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile: “Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha?”. “Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo”, commenta Brusca come in un dialogo a distanza con Mancino: “O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa”.
Brusca, però, non ha dubbi sul fatto che l’ex sindaco abbia riportato ciò che gli era stato detto sul politico. Tanto che avrebbe avuto dei riscontri sul nome di Mancino. In particolare uno. Nell’incontro di Natale ‘92 Biondino prese una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo, un mafioso pentito. E commentò quasi ironicamente le sue dichiarazioni: “Ma guarda un po’: quando un bugiardo dice la verità non gli credono”. La frase aveva questo significato: Mutolo aveva detto in passato delle sciocchezze ma aveva anche parlato di Mancino, con particolare riferimento a un incontro di quest’ultimo con Borsellino, in seguito al quale il magistrato aveva manifestato uno stato di tensione, tanto da fumare contemporaneamente due sigarette. Per Biondino sulla circostanza che riguardava Mancino, Mutolo non aveva detto il falso. Ma l’ex ministro oggi dichiara di non ricordare l’incontro al Viminale con Borsellino.
Questi retroscena Brusca li racconta per la prima volta al pm fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sui mandanti occulti delle stragi. Adesso riscontrerebbero le affermazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, che collabora con i magistrati di Palermo e Caltanissetta svelando retroscena sul negoziato mafia- Stato. Un patto scellerato che avrebbe avuto inizio nel giugno ‘92, dopo la strage di Capaci, aperto dagli incontri fra il capitano De Donno e Ciancimino. E in questo mercanteggiare, secondo Brusca, Riina avrebbe ucciso Borsellino “per un suo capriccio”. Solo per riscaldare la trattativa.
Le rivelazioni del collaboratore di giustizia si spingono fino alle bombe di Roma, Milano e Firenze. Iniziano con l’attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio ‘93 e hanno termine a distanza di 11 mesi con l’ordigno contro il pentito Totuccio Contorno. Il tritolo di quegli anni sembra non aver portato nulla di concreto per Cosa nostra. Brusca ricorda che dopo l’arresto di Riina parla con il latitante Matteo Messina Denaro e con il boss Giuseppe Graviano. Chiede se ci sono novità sullo stato della trattativa, ma entrambi dicono: “Siamo a mare”, per indicare che non hanno nulla. E da qui che Brusca, Graviano e Bagarella iniziano a percorrere nuove strade per riattivare i contatti istituzionali.
I corleonesi volevano dare una lezione ai carabinieri sospettati (il colonnello Mori e il capitano De Donno) di aver “fatto il bidone”. E forse per questo motivo che il 31 ottobre 1993 tentano di uccidere un plotone intero di carabinieri che lasciava lo stadio Olimpico a bordo di un pullman. L’attentato fallisce, come ha spiegato il neo pentito Gaspare Spatuzza, perché il telecomando dei detonatori non funziona. Il piano di morte viene accantonato.
In questa fase si possono inserire le nuove confessioni fatte pochi mesi fa ai pubblici ministeri di Firenze e Palermo dall’ex sicario palermitano Spatuzza. Il neo pentito rivela un nuovo intreccio politico che alcuni boss avviano alla fine del ‘93. Giuseppe Graviano, secondo Spatuzza, avrebbe allacciato contatti con Marcello Dell’Utri. Ai magistrati Spatuzza dice che la stagione delle bombe non ha portato a nulla di buono per Cosa nostra, tranne il fatto che “venne agganciato “, nella metà degli anni Novanta “il nuovo referente politico: Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi”.
Il tentativo di allacciare un contatto con il Cavaliere dopo le stragi era stato fatto anche da Brusca e Bagarella. Rivela Brusca: “Parlando con Leoluca Bagarella quando cercavamo di mandare segnali a Silvio Berlusconi che si accingeva a diventare presidente del Consiglio nel ‘94, gli mandammo a dire “Guardi che la sinistra o i servizi segreti sanno”, non so se rendo l’idea…”. Spiega sempre il pentito: “Cioè sanno quanto era successo già nel ‘92-93, le stragi di Borsellino e Falcone, il proiettile di artiglieria fatto trovare al Giardino di Boboli a Firenze, e gli attentati del ‘93″. I mafiosi intendevano mandare un messaggio al “nuovo ceto politico “, facendo capire che “Cosa nostra voleva continuare a trattare”.
Perché era stata scelta Forza Italia? Perché “c’erano pezzi delle vecchie “democrazie cristiane”, del Partito socialista, erano tutti pezzi politici un po’ conservatori cioè sempre contro la sinistra per mentalità nostra. Quindi volevamo dare un’arma ai nuovi “presunti alleati politici”, per poi noi trarne un vantaggio, un beneficio”.
Le due procure stanno già valutando queste dichiarazioni per decidere se riaprire o meno il procedimento contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, archiviato nel 1998. Adesso ci sono nuovi verbali che potrebbero rimettere tutto in discussione e riscrivere la storia recente del nostro Paese.
Roma – 20 ott. (Adnkronos) – “Sono testimone vivente dei riscontri originali sui rapporti fra Ciancimino, il Ministero degli Interni e il Ministero della Giustizia. Ero nel team investigativo di un’indagine a Palermo su mafia e appalti, un’indagine importante che secondo me rappresenta un punto di riferimento importante anche nella causale della strage di via d’Amelio”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi nel corso dell’intervista rilasciata a Klaus Davi per il programma KlausCondicio, visibile su YouTube. “Segnalai alla procura di Palermo l’acquisizione e lo sviluppo di un cellulare di Ciancimino, quindi – ha aggiunto Genchi – sono testimone vivente di quei riscontri originali sui rapporti di Ciancimino con altissimi livelli delle istituzioni. Non solo della politica, ma anche dello Stato e io trovai contatti con utenze del Ministero dell’Interno, con utenze della Giustizia, incontri a Roma, contatti telefonici romani che, purtroppo, non sono mai stati chiariti e che, secondo me, costituiscono uno dei riscontri piu’ importanti alle dichiarazioni di Ciancimino per quanto riguarda le entrature negli apparati dello Stato”
Genchi, nell’intervista, ha affermato anche che “fu il Ministero degli Interni a ‘trasferire’ Arnaldo La Barbera, stoppandone difatti le indagini, dopo che le stesse individuarono coinvolgimenti dei servizi. Di questo sono testimone vivente”. “Parlo da testimone e non per sentito dire – ha proseguito Genchi – Ero un giovane funzionario di Polizia molto valorizzato da Parisi all’epoca. Ricordo che a La Barbera furono affidate le indagini su Capaci e via D’Amelio”. “Ho toccato con mano quello che e’ avvenuto, ovviamente non pensavo che si trattasse di una trattativa – ha sottolineato Genchi – notai qualcosa di strano quando prima fui trasferito io ad ottobre dopo aver decodificato il databank Casio cancellato di Falcone da cui emersero una serie di elementi importantissimi e, a distanza di qualche mese, quando abbiamo imboccato proprio la pista sui servizi segreti, sulle collusioni interne alle istituzioni, ai rapporti con la magistratura di cui aveva parlato Mutolo e poi, infine, con le ultime verbalizzazioni di Paolo Borsellino su Mutolo, su cui molti temevano e che in molti cercarono di bloccare”. “Quando si imbocco’ questa strada La Barbera fu immediatamente trasferito, stranamente trasferito dal Ministero dell’Interno, eravamo sotto Natale. Il trasferimento fu ordinato dal Ministero degli Interni, certo sicuramente non da Parisi, perche’ Parisi ci aveva dato tutta la solidarieta’ e tutto l’aiuto possibile ed immaginabile”, ha concluso Genchi.
Per il magistrato che indagò nel ’92 «c’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, di tutta la verità. Qualcuno rispose alla mafia con la politica del compromesso»
Luca Tescaroli, oggi sostituto procuratore a Roma, è stato pubblico ministero nel processo per la strage di Capaci. Ha condotto le indagini sui mandanti occulti per gli eccidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Segue con attenzione le recenti rivelazioni sui contatti tra esponenti dello stato e emissari della Cupola avvenuti nella primavera estate del 1992.
Dottor Tescaroli la procura di Palermo ha un’indagine aperta sulla trattativa tra Stato e mafia. Qual è il suo convincimento?
«Sull’inchiesta in corso ovviamente mi astengo da qualsiasi commento. Noto che ci sono uomini delle istituzioni che hanno una memoria “al contrario”: ricordano meglio i fatti lontani nel tempo che quelli vicini».
Come giudica le rivelazioni di Martelli secondo cui Borsellino avrebbe saputo da Liliana Ferraro degli incontri tra Vito Ciancimino e i carabinieri?
«Sia la Ferraro che Martelli hanno reso testimonianza in istruttoria e in aula per la strage di Capaci. Ma non hanno mai fatto riferimento a trattative o a cose simili. Queste ultime rivelazioni a distanza di così tanto tempo mi confermano un’idea: c’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, di tutta la verità, sulle stragi. Potevamo fare passi in avanti importanti che non ci è stato concesso di fare. C’è un nodo irrisolto».
Quale fra i tanti?
«Quello con cui ha inizio questa storia. Andare a parlare con Ciancimino significava parlare con la Cupola. È un’ammissione di debolezza o ancora peggio una tecnica di approccio che ammette il compromesso. Il mostro mafioso andava schiacciato non blandito, non esistono vie di mezzo».
Lei crede che la trattativa abbia influito sulla strage di via D’Amelio?
«È un dato acquisito che vi fu un’accelerazione per la strage. Dopo Capaci Cosa nostra aveva messo in preventivo l’eliminazione di Calogero Mannino ma tutto si bloccò e Borsellino diventò un obiettivo da colpire nel più breve tempo possibile. La domanda è perché?».
Perché si trovò davvero sovraesposto: chi lo candidava alla procura nazionale antimafia, chi addirittura alla Presidenza della Repubblica.
«Sì, vi fu una sovraesposizione del giudice. Ma che non spiega la fretta nel volerlo eliminare ad ogni costo e dopo solo 57 giorni dalla strage di Capaci. Nessuno è sprovveduto dentro Cosa nostra. Non potevano non immaginare che stavolta lo Stato avrebbe reagito. Di sicuro Borsellino si sarebbe opposto a qualsiasi trattativa».
Ci si chiede perché se il giudice, venuto a conoscenza di un contatto tra Stato e mafia, poi non l’abbia denunciato.
«Intanto bisognerebbe sapere con certezza se qualcosa gli venne detto e in che termini. Poi mi chiedo se lui avesse fiducia in coloro che lo avrebbero dovuto sentire. Vi fu una chiara omissione».
Da parte di chi?
«Borsellino era un uomo delle istituzioni. Ebbe il tempo di dire pubblicamente che sapeva fatti che avrebbe detto solo all’autorità giudiziaria. È normale che nessuno per 57 giorni lo chiami a Caltanissetta per testimoniare sulla strage del suo più caro amico e collega?».
Lei ha indagato a lungo sui possibili mandanti esterni delle stragi del 1992. Un’inchiesta poi archiviata.
«È stata una pista investigativa che ci ha fatto capire molto. È curioso che il primo a parlare chiaramente di questi contatti tra Stato e mafia è stato Giovanni Brusca, un mafioso seppure pentito. Qualcuno avrebbe dovuto sentire il dovere morale di affrontare questa vicenda che oggi è davanti agli occhi di tutti».
Conveniva a tutti dire che era solo mafia?
«Certo. Con le stragi l’obiettivo era l’intero Stato e una parte dello Stato ha risposto con la politica del compromesso, se non forse con una convergenza di interessi. Non credo alla follia di Cosa nostra. Qualcuno diede ai boss precise garanzie».
Si parla molto in questi giorni, con il solito codazzo delle chiacchiere perse, e con la grancassa dei mass media che ci campano sopra, della famosa agenda rossa che Paolo Borsellino portava con sè anche nel giorno in cui un’auto imbottita di tritolo lo fece saltare in aria con tutta la sua scorta.
L’Italia è un paese molto strano e forse per questo chi muove le fila dei pupi e tiene banco nel decidere delle news, gioca sempre sicuro, convinto che tanto, col tempo tutto si sana. Per i siciliani il tempo non esiste, specialmente il futuro semplice e il futuro anteriore. Il tempo preferito è il passato remoto, perchè tutto quello che si compie, o nel presente o in un passato prossimo, è immediatamente già qualcosa che entra nella sepoltura delle cose coperte di polvere e detriti.
Eppure quasi tutto avviene alla luce del sole, e la memoria non dovrebbe tradire visto e considerato che a molti eventi i siciliani, e specialmente quelli che contano e decidono, dovrebbero dare un senso per rifletterci sopra e trarne le logiche conseguenze.
Tutti abbiamo in mente grazie alle immagini video, alle testimonianze dei presenti al fatto, agli articoli dei giornali, che un elemento di curioso interesse fu, in quella calda giornata del 19 luglio 1992, la presenza, nella macchina di Paolo Borsellino, di una cartella di cuoio, che ad un certo punto un ufficiale dei Carabinieri, come se nulla fosse, prelevò dalla vettura ancora fumante per poi allontanarsi tranquillamente a piedi.
Ora il comune cittadino si chiede, come ormai fa da tempo, perchè mai degli oggetti personali del magistrato, siano stati prelevati e siano poi letteralmente spariti come una bolla di sapone. Si chiede anche come mai rappresentanti dello Stato che sapevano della presenza di questo importante oggetto del desiderio di molti, non abbiano sviluppato delle ricerche per venire a capo del mistero, se non in tempi recenti.
Dalla viva voce dei collaboratori di giustizia, Spatuzza in testa, sappiamo poi che una trattativa era stata aperta tra i vertici di Cosa nostra comandati da Totò Riina e alti esponenti dell’Arma, come il capo dei Ros, il generale dei CC. Mario Mori. Mediatore, come si è visto ad Anno Zero dell’8 ottobre 2009, l’ex sindaco mafioso di Palermo, il corleonese Vito Ciancimino.
A simili fatti abnormi ha accennato, solo ora, nella stessa trasmissione, l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli. Questi candidamente, come se stesse raccontando una fiaba ai suoi nipotini, ha ricordato, dopo ben diciassette anni, e solo per combinazione, che Borsellino seppe della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato esattamente il 23 giugno 1992, quando già era saltato in aria Falcone assieme alla moglie e alla scorta, e a poco meno di un mese dall’eccidio di via D’Amelio.
Questa storia tutta italiana, che come una scena teatrale si svolge in Sicilia, non è difficile da capire. A leggere alcuni testi di storia, frutto di ricerche e di anni di fatica, e non prodotti per scopiazzature accademiche, constatiamo che la vicenda di Borsellino, come quella di Falcone e delle stragi terroristiche del 1993, è perfettamente collimante con il prototipo stragista, antidemocratico, eversivo presente già a Portella della Ginestra. Fu allora che si fondarono le strutture organiche che saldarono, in una unità inscindibile, forze mafiose e neofasciste con rappresentanti dello Stato. La benedizione, come sempre era accaduto, fu data dalla supervisione e dalla tutela dei servizi segreti statunitensi e italiani. Non si sa se agendo ciascuno nella pripria autonomia, o prendendo ordini dal Dipartimento di Stato di Washington.
Può anche darsi che nel processo di sviluppo di questo archetipo, alla cui fondazione presero parte le organizzazioni paramilitari nere e l’X-2 di James Jesus Angleton, si siano modificate alcune forme specifiche di quella che Gaspare Pisciotta, al processo di Viterbo per la strage di Portella, definiva “Santissima trinità”. Al giudice che lo interrogava, Gasparino, il luogotenente del capobanda Salvatore Giuliano, così rispondeva:”Signor giudice, mafia, banditi e polizia, siamo una cosa sola, come il padre, il figlio e lo spirito santo”. Era la rappresentazione che poteva dare un giovanotto che quella realtà aveva vissuto dall’interno.
Ma non c’è dubbio alcuno che, come nel 1947 e a maggior ragione nel 1992, siamo di fronte a un mutamento del quadro geopolitico mondiale (caduta del muro di Berlino, prima guerra del Golfo, dissoluzione dell’Urss, scomparsa dei partiti di massa in Italia). L’asse tradizionale mafia-Dc non è più funzionale ai nuovi equilibri, secondo le teste d’uovo di Washington. Occorre cambiare attori e comparse. E’ proprio questo input, che porta alla nascita di Forza Italia, alla caduta di Totò Riina e di Giulio Andreotti, nonchè al trionfo di Silvio Berlusconi e di Marcello dell’Utri. Inizia l’ascesa inarrestabile di Bernardo Provenzano.
La sconfitta di Riina, utilizzato come braccio armato per l’eccidio di Capaci, è per molti versi clamorosa, e si concretizza con il suo arresto del gennaio ’93. Tale crollo non deve essere interpretato, dunque, come l’esito maldestro di una presunta trattativa, bensì come il risultato di una gigantesca trappola che l’intelligence statunitense e italiana tende nell’arco del ’92 a “Totò u curtu” .
Nasce un nuovo asse di potere.
Giuseppe Casarrubea
Mario J. Cereghino, alias “Il Condor”
P.S.: Per ulteriori informazioni scegli dall’home page di questo blog [quello di Casarrubea, n.d.r.] la categoria “DOCUMENTI” e clicca in search: Berlusconi, dell’Utri e la strage di Capaci
Lo scenario Nuovi dettagli emergono dalle carte consegnate ai pm da Ciancimino. Dove nascono gli attentati e il tentativo di accordo con la politica operato dai boss
La trattativa fra Cosa nostra e lo Stato è in quel foglio, il famoso o famigerato papello, redatto da Riina, o da qualcuno per lui, e consegnato a Vito Ciancimino da Nino Cinà, già condannato per mafia e oggi sotto processo insieme a Marcello Dell’Utri a Palermo. Dodici richieste secche, scritte a stampatello. Consegnate al generale Mario Mori, come riportato in un appunto autografo dell’ex sindaco di Palermo, e destinate a due ministri: Mancino, titolare dell’Interno, Rognoni, ex ministro della Difesa. Mori ha sempre negato, come il suo collaboratore Di Donno. Ma anche le recenti dichiarazioni di Violante e di Martelli sembrano smentire i due alti ufficiali. Capiamo, perciò, cosa successe in quel periodo – siamo nella prima metà del ’92 – per comprendere per quali ragioni la mafia decise di colpo di alzare ulteriormente il tiro e attaccare frontalmente lo Stato. All’inizio dell’anno vennero confermate dalla Cassazione le condanne del maxi processo di Palermo, e il 12 marzo dello stesso anno venne ucciso l’uomo di riferimento di Giulio Andreotti nell’isola, Salvo Lima.
Il collaboratore Antonino Giuffré dichiara ai pm che con quell’omicidio «si è chiusa un’epoca». E, poi, spiega meglio: «Con quell’omicidio si è chiuso un rapporto che, come ho detto, non era più ritenuto affidabile. Si chiude un capitolo e se ne incomincia ad aprire un altro». All’interno di Cosa nostra si apre uno scontro non solo fra l’ala militare capeggiata da Riina e Bagarella e quella della “sommersione” che faceva riferimento a Provenzano sulle strategie di gestione, ma anche sulle scelte politiche dopo che si è spezzato il rapporto con la Dc. «Da un lato c’è un discorso di creare all’interno di Cosa nostra un movimento politico nuovo (d’ispirazione autonomista, ndr), cioè portato avanti direttamente da Cosa nostra», spiega il collaboratore, mentre dall’altro «si vede all’orizzonte un nuova formazione politica che dà delle garanzie che la Democrazia cristiana o, per meglio dire, parte di questa non dava più. Questa formazione politica, per essere io preciso, è Forza Italia».
Sul movimento “autonomista”, da quel poco che si è saputo, vi sono tracce anche negli appunti di Vito Ciancimino consegnati assieme alla fotocopia del papello ai pm palermitani. In questo scenario si inserisce la strage di Capaci, la necessità del morto eclatante e della sfida, per poi andare a patti, trovare altri soggetti con cui dialogare e ricominciare a tessere il potere nell’isola e a livello nazionale.
Poi, i 57 giorni che intercorrono fino alla strage di via D’Amelio. È qui che si inserirebbe, grazie ai racconti di Martelli e della Ferraro, l’inizio dei primi contatti fra Ciancimino e i Ros per avviare una trattativa. Sempre secondo la Ferraro, Borsellino sapeva della trattativa, e la sua morte è quindi motivabile dal suo rifiuto a percorrerla. Questa è anche una delle ipotesi che sta portando la Procura di Caltanissetta a riaprire il processo sulla strage di via D’Amelio.
Negli appunti di Ciancimino emergerebbe la necessità di mettere a conoscenza della trattativa esponenti di alto livello del governo e delle istituzioni, compreso l’appena nominato ministro dell’Interno Nicola Mancino. Ma Mancino nega, come del resto anche l’ex ministro della Difesa Rognoni. L’attuale vicepresidente del Csm è stato categorico, «né Mori né alcun altro», mi ha «consegnato» il papello, «né me ne ha mai parlato». Ma secondo le carte di Ciancimino le cose sarebbero andate diversamente. Ma forse c’è dell’altro, anche alla luce dei ricordi dell’ex guardasigilli Martelli – che avrebbe confermato ai pm di essere stato a conoscenza di una possibile trattativa – siamo davanti non solo alla necessità di riaprire i processi sui fatti del ’92 e del ’93, ma anche di riscriverne la storia.
Sono tutti abbottonati al palazzo di giustizia di Palermo, ovviamente, ma la notizia è certa. L’avvocato di Massimo Ciancimino ha consegnato le carte promesse dal suo cliente ai pm che stanno indagando sulla presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra, compresa una fotocopia del famoso papello, le richieste di Totò Riina. Questa volta «non è una minchiata», si mormora nell’ambiente, dopo mesi di presunte consegne mai avvenute. E la notizia ha un suo peso, perché per la prima volta sarà agli atti una prova “fisica”, documentale, che la trattativa ci fu.
Ora, però, è necessario capire di che trattativa si parla, se fu solo una, se davvero uno dei prezzi pagati dalla mafia per far accogliere certi tipi di proposte sia stata la consegna di Totò Riina, con il contributo di Vito Ciancimino e, come si ipotizza, di Bernardo Provenzano. E su questo fronte la questione muta radicalmente, si complica, ridiventa in qualche modo “mistero”. Del papello si sa quasi tutto, anche se finora nessuno l’aveva visto fisicamente. Ne aveva iniziato a parlare Giovanni Brusca nel ’98, raccontando un dialogo intercorso fra lui e Riina. «Si sono fatti sotto – gli disse il “capo dei capi” – gli ho presentato un papello di richieste lungo così». A farsi avanti sarebbero stati i Ros. In particolare, a sondare un contatto attraverso Vito Ciancimino e poi a ricevere le richieste di Riina sarebbe stato il capitano Giuseppe Di Donno su ordine del generale Mario Mori. Questa una delle ricostruzioni più accreditate. Finora. Ma rimane aperta ancora la questione degli “altri” documenti consegnati dal legale di Ciancimino due giorni fa ai pm palermitani. Si tratta, come si ipotizza, di corrispondenza del padre di Massimo con politici, imprenditori e membri di Cosa nostra sia in relazione alla trattativa che al mutare del quadro politico nel biennio 1992-93? Ci sarebbero supporti documentali anche sul ruolo che avrebbe ricoperto Marcello Dell’Utri? Intanto rimane lo stupore del lungo silenzio a cui si sono sottoposti per 17 anni politici, pezzi delle istituzioni e collaboratori e amici di Falcone e Borsellino. Luciano Violante, Claudio Martelli e Liliana Ferraro gli ultimi ad aver superato un lungo periodo di amnesia. Ma già c’erano state le dichiarazioni di alcuni colleghi di Borsellino a Marsala, a luglio, “sui traditori”. A non ricordare, finora, sembra solo Mancino, allora ministro dell’Interno. E tutti parlano di una trattativa, di un intreccio pericoloso fra indagini e cedimenti e strategie al limite della legalità. E dalle tante ombre di quel periodo convulso (non solo le stragi, ma anche Tangentopoli e Gladio a fare da scenografia) emerge la figura di Bernardo Provenzano, da sempre posta in secondo piano se confrontata a quella di Riina. Un Provenzano che tratta, condiziona, consegna pezzi fondamentali (Riina compreso) dell’ala militare di Cosa nostra e poi gestisce la sommersione dell’organizzazione. Impunito e impunibile. Addirittura protetto da una possibile cattura, come si ipotizza nel processo al generale Mori e al colonnello Obinu dei Ros.
Mancino Rognoni
Ministro Guardasigilli
Abolizione 416 bis
Strasburgo maxiprocesso
SUD partito
Riforma Giustizia alla Americana sistema elettivo con…
Consegnato al colonnello dei carabinieri MORI del ROS
di Lirio Abbate
Ecco il primo documento sulla trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra nell’estate delle stragi. Fogli consegnati ai magistrati dal figlio di Vito Ciancimino
Sono 12 le richieste che i boss di Cosa nostra avanzarono agli uomini delle istituzioni nell’estate del 1992, fra le stragi Falcone e Borsellino. Una trattativa che i mafiosi corleonesi avanzarono con lo Stato per fermare le bombe e la stagione stragista, e arrivare ad una tregua. I 12 punti formano il ‘papello’, cioè l’elenco delle richieste scritte su un foglio formato A4 che adesso Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati della procura della Repubblica di Palermo che indagano sulla trattativa fra Stato e mafia. Ma accanto a questo elenco spunta a sorpresa un altro ‘papello’ con le proposte e le modifiche ai 12 punti pretesi dai corleonesi che don Vito Ciancimino avrebbe scritto di proprio pugno e consegnato all’allora colonnello del Ros, Mario Mori. Il fatto, inedito, è documentato dal L’espresso con alcune foto dei fogli in cui si leggono al primo punto i nomi di Mancino e Rognoni; poi segue l’abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa); “Strasburgo maxi processo” (l’idea di Ciancimino era quella di far intervenire la corte dei diritti europei per dare diverso esito al più grande procedimento contro i vertici di Cosa nostra); “Sud partito”; e infine “riforma della giustizia all’americana, sistema elettivo…”.
Su questo “papello” scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it di colore giallo sul quale il vecchio ex sindaco mafioso di Palermo aveva scritto: “consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros”. Per gli inquirenti il messaggio è esplicito e confermerebbe il fatto che ci sarebbe stato una trattativa fra i mafiosi e gli uomini delle istituzioni.
Mostrare ai giudici l’esistenza del ‘papello’, rappresenta per i pm una prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita, ma è anche iniziata nel periodo fra l’attentato di Capaci e quello di via d’Amelio. Per gli inquirenti questo documento, consegnato dal dichiarante Massimo Ciancimino, che collabora con diverse procure, può dare il via a nuove indagini. Con l’obiettivo di scoprire fino a che punto può essere arrivato il tentativo di trattativa rivelato dal figlio dell’ex sindaco mafioso.
I 12 punti richiesti da Riina e Provenzano, che sono anche questi al vaglio dei magistrati, si aprono, invece, con la revisione del maxi processo a Cosa nostra. Gli altri spaziano dall’abolizione del carcere duro previsto dal 41 bis agli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto 70 anni. La lista si conclude domandando la defiscalizzazione della benzina per gli abitanti della regione siciliana.
PALERMO – Ad un passo dalla verità sulla stagione delle stragi negli anni Novanta e ad un passo dal “papello”, la prova di quella trattativa tra Stato e Cosa nostra della quale, un mese dopo la strage di Capaci, Paolo Borsellino sarebbe venuto a conoscenza, accelerando così probabilmente la sua morte.
Sono ore decisive per i magistrati di Palermo e Caltanissetta che hanno riaperto le indagini sugli attentati del ‘92 e sulla trattativa e che ieri pomeriggio hanno interrogato negli uffici romani della Dia l’ex capo degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia Liliana Ferraro. Sarebbe stata proprio lei ad informare Paolo Borsellino di quell’iniziativa di Don Vito Ciancimino, pronto – per il tramite dei vertici dei carabinieri del Ros – ad intavolare una trattativa per chiudere la stagione stragista in cambio di una serie di iniziative legislative a favore di Cosa nostra.
Circostanza che la Ferraro avrebbe ieri confermato al procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e al sostituto Domenico Gozzo arricchendo di particolari il ricordo consegnato ad “Anno zero” dall’allora Guardasigilli Claudio Martelli. E proprio Martelli stamattina sarà chiamato dagli stessi pm a riferire le circostanze ricordate a 17 anni di distanza e smentite nei giorni scorsi dall’ex capitano del Ros Giuseppe De Donno che ha negato di aver mai parlato con la Ferraro dell’iniziativa di Ciancimino.
Bocche cucite dei pm al termine dell’interrogatorio della Ferrario, ma poche ore prima a Firenze, al Forum nazionale contro la mafia, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia aveva affermato di essere “nell’anticamera della verità, vicini quindi a capire cosa avvenne prima e durante l’epoca stragista voluta da Cosa nostra, se ci furono – e soprattutto tra chi – contatti tra i boss e lo Stato. Come nella stagione 1996-1998. E come allora il clima politico cambia, diventa difficile. Non tutta l’Italia vuol sapere la verità“.
I magistrati sarebbero anche ad un passo dal famoso “papello”, l’elenco di richieste avanzate da Totò Riina ai rappresentanti dello Stato che il figlio di Don Vito, Massimo Ciancimino, ha promesso di consegnare. “Una serie di risultanze – ha detto Ingroia – ci fanno credere che il “papello” esiste. Sapremo presto se riusciremo a venirne in possesso. Se si dovesse trovare questo sarebbe la prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita ma anche iniziata”.
I verbali delle audizioni rese nel ‘93 da coloro che nella stagione delle stragi erano ai vertici delle istituzioni, da Martelli all’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, verranno riletti dai pm alla luce delle nuove circostanze riferite solo ora. “Quello che è unico in questi mesi – ha detto Ingroia – è che per una serie di coincidenze un fascio di luce ha fatto sì che tra i protagonisti istituzionali di quella stagione ciascuno ha messo a fuoco ricordi evidentemente messi da parte. Ed è importante utilizzare i nuovi ricordi, togliere le ombre gettate sulla verità dai tanti “non ricordo” – dice Ingroia – . Il “papello” metterà un punto fermo: e sarà l’inizio, e non la fine, delle indagini”.
Alessandra Ziniti (da La Repubblica, 15 ottobre 2009)
ROMA – Paolo Borsellino seppe che i carabinieri avevano agganciato Vito Ciancimino per una sua possibile collaborazione il 28 giugno 1992, ultima domenica del mese, all’aeroporto di Fiumicino, mentre tornava da Bari e aspettava il volo per Palermo. Glielo disse Liliana Ferraro, la collaboratrice di Giovanni Falcone che ne prese il posto al fianco del ministro della Giustizia Martelli dopo la strage di Capaci. A lei l’aveva riferito proprio l’ufficiale dell’Arma che aveva preso contatto con l’ex sindaco mafioso: il capitano Giuseppe De Donno, il quale — attraverso la Ferraro — voleva informare lo stesso Guardasigilli. Forse perché per «trattare» con Ciancimino, vicinissimo ai corleonesi Riina e Provenzano, c’era bisogno di «garanzie politiche», come racconta Martelli.
Una ricostruzione negata dai carabinieri, tanto che l’ormai ex capitano De Donno s’è già rivolto a un avvocato per intraprendere ogni possibile iniziativa a sua tutela. Sostiene di non aver mai parlato con Liliana Ferraro dei suoi colloqui con Ciancimino, che per lui vestiva i panni del semplice «confidente ». Ma ieri la testimone ha confermato tutto ai magistrati di Caltanissetta e Palermo che indagano sulle stragi del ’92 e sull’ipotetica trattativa tra Stato e mafia. Precisando che della circostanza parlò già nel 2002 col pubblico ministero fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi del ’93. Quando De Donno andò a trovarla — ha ricordato ieri la Ferraro — era sconvolto per la morte di Falcone avvenuta circa un mese prima, era in cerca di nuovi riferimenti giudiziari per le indagini, e lei lo invitò ad affidarsi a Borsellino, all’epoca procuratore aggiunto di Palermo.
Pochi giorni dopo, a Fiumicino, la stessa Ferraro riferì a Borsellino il colloquio con l’ufficiale dell’Arma, avvenuto su richiesta del magistrato che aveva annotato il nome «Ferraro» sulla sua agenda grigia. Con lui c’era la moglie Agnese, la quale già nel 1995 aveva parlato dell’incontro davanti alla Corte d’assise. Non disse di che parlarono, perché non aveva assistito alla conversazione, ma nei giorni scorsi — in una testimonianza resa ai pubblici ministeri di Caltanissetta — ha aggiunto un particolare che potrebbe legarsi alle ultime novità emerse. Agnese Borsellino ha rivelato che pochi giorni prima di morire nella strage di via D’Amelio (19 luglio ’92), suo marito le confidò di aver maturato dei dubbi sul generale dei carabinieri Antonio Subranni, all’epoca comandante del Ros, il raggruppamento speciale di cui facevano parte De Donno e l’allora colonnello Mori, cioè i due carabinieri che avevano agganciato Ciancimino. Subranni era dunque il superiore informato da De Donno e Mori dei colloqui avviati con l’ex sindaco. I due hanno sempre sostenuto che fuori dell’Arma non dissero nulla a nessuno fino all’arresto dello stesso Ciancimino, avvenuto all’inizio del ’93. Ora s’inseriscono altre ricostruzioni che potrebbero arrivare a riscrivere la storia di quella drammatica estate di diciassette anni fa.
Palermo – 14 ottobre 2009. Sarebbe stato consegnato da Massimo Ciancimino il famoso papello di Riina ai magistrati di Palermo. Sembrava una leggenda invece il foglio contenente le richieste che il capo di Cosa Nostra nel 1992 avanzò allo Stato in cambio della fine della strategia stragista, è ora una realtà oggettiva. Già questa mattina il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, durante un dibattito contro la mafia organizzato dagli studenti di sinistra, al polo di scienze politiche dell’Università di Firenze, aveva accennato all’ ipotesi che presto la Procura ne sarebbe venuta in possesso. Ora finalmente il “papello” sarebbe negli uffici giudiziari di Palermo disponibile al vaglio degli inquirenti.
Se autenticato il documento tanto atteso potrebbe mettere in discussione molte delle versioni fornite dai vari soggetti che al tempo erano venuti a conoscenza della trattativa e rappresentare davvero una svolta nella ricerca della verità sulle stragi.
A parlare per primo del “papello” era stato il pentito Giovanni Brusca il 13 gennaio 1998. Interrogato nel corso del processo di Firenze sulle stragi del ’93, il pentito aveva riferito dell’esistenza di una trattativa tra il capo di Cosa Nostra e lo Stato, intavolata dopo la strage di Capaci. Fu lo stesso capo di cosa nostra ad informarlo di quel dialogo .”Si sono fatti sotto – gli disse – gli ho presentato un ‘papello’ di richieste lungo cosi’”. Dodici istanze che avrebbero compreso una serie di agevolazioni per cosa nostra tra cui la revisione del Maxiprocesso, l’abolizione del carcere duro per i mafiosi, la revisione della legge sulla confisca dei beni, l’annullamento della legge sui pentiti ed altri ancora. Richieste che il capo di Cosa Nostra avrebbe inoltrato alle istituzioni dopo che il capitano del Ros dei carabinieri Giuseppe De Donno e il generale Mori avevano cercato con lui un dialogo con Riina attraverso la mediazione di Vito Ciancimino. Ora resta da stabilire chi oltre ai vertici del Ros aveva garantito questa negoziazione. Le ultime dichiarazioni dell’ex Ministro Martelli e la lunga audizione della dottoressa Liliana Ferraro, nel 1992 alla direzione del Ministero degli Affari Penali, durata quattro ore proprio nella giornata di oggi forse hanno già contribuito a fare chiarezza.
Luca Tescaroli, oggi sostituto procuratore a Roma, è stato pubblico ministero nel processo per la strage di Capaci. Ha condotto le indagini sui mandanti occulti per gli eccidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Segue con attenzione le recenti rivelazioni sui contatti tra esponenti dello stato e emissari della Cupola avvenuti nella primavera estate del 1992.
Dottor Tescaroli la procura di Palermo ha un’indagine aperta sulla trattativa tra Stato e mafia. Qual è il suo convincimento? «Sull’inchiesta in corso ovviamente mi astengo da qualsiasi commento. Noto che ci sono uomini delle istituzioni che hanno una memoria “al contrario”: ricordano meglio i fatti lontani nel tempo che quelli vicini».
Come giudica le rivelazioni di Martelli secondo cui Borsellino avrebbe saputo da Liliana Ferraro degli incontri tra Vito Ciancimino e i carabinieri?
«Sia la Ferraro che Martelli hanno reso testimonianza in istruttoria e in aula per la strage di Capaci. Ma non hanno mai fatto riferimento a trattative o a cose simili. Queste ultime rivelazioni a distanza di così tanto tempo mi confermano un’idea: c’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, di tutta la verità, sulle stragi. Potevamo fare passi in avanti importanti che non ci è stato concesso di fare. C’è un nodo irrisolto».
Quale fra i tanti?
«Quello con cui ha inizio questa storia. Andare a parlare con Ciancimino significava parlare con la Cupola. È un’ammissione di debolezza o ancora peggio una tecnica di approccio che ammette il compromesso. Il mostro mafioso andava schiacciato non blandito, non esistono vie di mezzo».
Lei crede che la trattativa abbia influito sulla strage di via D’Amelio?
«È un dato acquisito che vi fu un’accelerazione per la strage. Dopo Capaci Cosa nostra aveva messo in preventivo l’eliminazione di Calogero Mannino ma tutto si bloccò e Borsellino diventò un obiettivo da colpire nel più breve tempo possibile. La domanda è perché?».
Perché si trovò davvero sovraesposto: chi lo candidava alla procura nazionale antimafia, chi addirittura alla Presidenza della Repubblica.
«Sì, vi fu una sovraesposizione del giudice. Ma che non spiega la fretta nel volerlo eliminare ad ogni costo e dopo solo 57 giorni dalla strage di Capaci. Nessuno è sprovveduto dentro Cosa nostra. Non potevano non immaginare che stavolta lo Stato avrebbe reagito. Di sicuro Borsellino si sarebbe opposto a qualsiasi trattativa».
Ci si chiede perché se il giudice, venuto a conoscenza di un contatto tra Stato e mafia, poi non l’abbia denunciato.
«Intanto bisognerebbe sapere con certezza se qualcosa gli venne detto e in che termini. Poi mi chiedo se lui avesse fiducia in coloro che lo avrebbero dovuto sentire. Vi fu una chiara omissione».
Da parte di chi? «Borsellino era un uomo delle istituzioni. Ebbe il tempo di dire pubblicamente che sapeva fatti che avrebbe detto solo all’autorità giudiziaria. È normale che nessuno per 57 giorni lo chiami a Caltanissetta per testimoniare sulla strage del suo più caro amico e collega?».
Lei ha indagato a lungo sui possibili mandanti esterni delle stragi del 1992. Un’inchiesta poi archiviata. «È stata una pista investigativa che ci ha fatto capire molto. È curioso che il primo a parlare chiaramente di questi contatti tra Stato e mafia è stato Giovanni Brusca, un mafioso seppure pentito. Qualcuno avrebbe dovuto sentire il dovere morale di affrontare questa vicenda che oggi è davanti agli occhi di tutti».
Conveniva a tutti dire che era solo mafia? «Certo. Con le stragi l’obiettivo era l’intero Stato e una parte dello Stato ha risposto con la politica del compromesso, se non forse con una convergenza di interessi. Non credo alla follia di Cosa nostra. Qualcuno diede ai boss precise garanzie».
Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate
Solo pochi giorni fa ai microfoni di *Annozero *Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l’allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato “La Trattativa” il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di Capaci e via d’Amelio.
Dopo aver scritto dell’arresto di Riina lei pubblica nel 2002 “La Trattativa”. Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?
Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi
conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza del processo per la strage di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti: quelli di contrastare cosa nostra, in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e l’apparente suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L’inchiesta, nonostante fosse riportata in una richiesta di archiviazione, conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre
accadevano.
Quali elementi?
Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica, vicina ai Servizi segreti. A scriverlo con ogni probabilità fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scrisse dopo l’omicidio Lima intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. Dopo l’ arresto di Rina all’inizio del 93 seguirono una serie mai vista prima di episodi strani: attentati contro chiese e palazzi fiorentini e romani, fatti in
luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo
del potere, delle istituzioni e della massoneria.
Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?
Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all’epoca sconosciuti. All’inizio degli anni ‘90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di
queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e ci fosse l’interesse di qualcuno oltre atlantico a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l’Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per essere cancellate dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.
Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de “La Trattativa”, ad oggi?
La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia cheraccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti. Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza…
Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…
Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.
Prima ricordava della rilettura di Via d’Amelio… qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?
Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d’Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.
I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?
A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l’allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro degli esteri ” senza episodi specifici che giustificassero questo
cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli avvocati chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.
In questi ultimi anni l’attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso all’uso di registratori… ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al “papello”?
Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l’ultima cosa di cui parlerei sino a quando non fossero giunte in un’ aula di tribunale. Credo comunque che il filone del “papello” avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente….
Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura questa verità?
Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti esterni di una strage.
Il fratello del magistrato ucciso dalla mafia commenta le ultime rivelazioni sulla strage. “Credo in questi magistrati che vogliono andare fino in fondo”.
Ha visto che cosa l’ex ministro Vizzini ha dichiarato al Tempo?
«Sì, ho letto».
Dice che nel loro ultimo incontro, tre giorni prima della strage, Paolo si soffermò in particolare sui rapporti tra mafia e appalti…
«In quel tempo gli interessi di mio fratello erano concentrati sul nesso mafia-appalti. E su quella trattativa con lo Stato, io ripeto. Comunque nelle carte, nell’agenda grigia di Paolo. Ho anche trovato tracce di questi loro incontri. E vorrei chiedere a Vizzini se Paolo gli parlò del dossier che aveva appena ricevuto dal sindacalista Gioacchino Basile riguardo alle infiltrazioni del clan Galatolo nel porto di Palermo. Così…»
E che cosa pensa delle rivelazioni di Claudio Martelli che l’ex sindaco Ciancimino nel giugno del ‘92 si sarebbe offerto di collaborare in cambio di protezioni politiche?
«Penso quello che penso per Violante. Tante persone cominciano a ricordare cose che se avessero detto 16, 15 anni fa non ci troveremmo al punto in cui ci troviamo… Non vorrei che questi improvvisi sussulti di memoria avvengano ora, magari prima di essere sentiti da questi magistrati che stanno portando avanti le indagini adesso».
Salvatore Borsellino è il fratello del magistrato ucciso con la sua scorta a via d’Amelio il 19 luglio ‘92. Ingegnere in pensione, vive a Milano da 40 anni. E io mi scuso con questo uomo mite, ma dalla volontà ferrea di fare chiarezza, se non tutto di quanto mi ha raccontato mi sembra condivisibile. Perché a volte il dolore può far aggrappare a certezze che tali non sono. Ma ci sono due o tre cose che ripete e che vanno ascoltate. Da tempo insiste che vuole vedere nelle vesti di imputato Nicola Mancino, divenuto ministro dell’Interno poco dopo la strage di Capaci in cui furono uccisi Falcone, la moglie e tre agenti della scorta e poco prima che fosse ucciso Borsellino, attuale vicepresidente del Csm. Perché?
«Perché è reticente. Perché sull’incontro con mio fratello, il primo luglio del ‘92 a Roma, ha dato versioni inverosimili. Prima ha detto di non ricordarlo, l’incontro. Poi ha detto di averlo visto al ministero dell’Interno sì, ma di avergli solo stretto la mano. Cose diverse. Ogni tanto dice qualcosa in più. Se Paolo sull’agenda grigia al primo luglio scrive la parola “Mancino” è perché aveva un appuntamento preciso con lui. Un’agenda che compilava la sera, ora per ora con gli impegni della giornata, fino alla partenza da Fiumicino per tornare a Palermo».
L’agenda grigia è quella che non è sparita, il magistrato vi annotava gli appuntamenti. Ad essere scomparsa dopo l’attentato è invece l’agenda rossa, secondo l’opinione più diffusa – e Salvatore Borsellino l’ha fatta sua – perchè conteneva «i segreti sulla strage di Capaci» in cui fu ucciso Giovanni Falcone.
Ma Lino Jannuzzi su questo giornale ha acutamente osservato che è un’offesa per un servitore dello Stato come Paolo Borsellino pensare che potesse confinare «segreti» di quella portata in un diario senza tradurli in atti e provvedimenti giudiziari. E invece?
«Mancino ha sostenuto di non ricordare l’incontro perché non conosceva la fisionomia, fisicamente mio fratello, e Paolo non era uomo da andare ad omaggiare nessuno. È una menzogna. Dopo Falcone tutti si aspettavano che ammazzassero anche lui. Mancino, ministro dell’Interno, come fa a dire che non lo conosceva? Il suo predecessore al Viminale, Enzo Scotti, lo conosceva bene. Semmai sarebbe da chiedersi perché Scotti fu sostituito in fretta e furia…»
Cosa vuol dire?
«Che se Mancino sostiene ciò che non è credibile, sono portato a pensare che stia nascondendo qualcosa».
Da 3-4 anni Salvatore Borsellino – «ma è un’opinione personale» – si è convinto che quel giorno il fratello Paolo andò da Mancino a parlargli «della trattativa che i Ros avevano avviato con la criminalità organizzata per mettere fine all’offensiva stragista della mafia».
«In cambio lo Stato avrebbe dovuto ammorbidire i provvedimenti presi dopo la morte di Falcone. Con Paolo vivo quella trattativa non sarebbe andata avanti».
Ma ha l’onestà intellettuale di sottolineare che è «un’opinione personale». Al contrario di tanti mafiologi. Perché a distanza di anni e di molti processi la «trattativa» scellerata tra Stato e Antistato resta un teorema. Alla base del quale c’è il «papello» – ovvero l’elenco di richieste che sarebbe stato presentato dal boss Totò Riina – ma in origine lo ha visto e ne ha parlato solo Attilio Bolzoni di Repubblica, spalleggiato da Saverio Lodato dell’Unità, salvo poi non fare un’ottima figura nelle aule di giustizia una volta chiamati a darne conto. Aria fritta.
Ma torniamo ad ascoltare Salvatore Borsellino. Suo fratello lasciò trapelare qualcosa con i familiari?
«È quasi offensivo quello che mi sta chiedendo. Paolo era una persona seria, non parlava in casa del suo lavoro anche per la tutela dei familiari. Però aveva ripetuto più volte che avrebbe detto ciò che sapeva della strage di Capaci ai magistrati di Caltanisetta».
Ma non ne ha avuto il tempo?
«No, non ne ha avuto il tempo».
E bisogna seguire il ragionamento di quest’uomo che a distanza di 17 anni non ha visto diminuire, anzi, dolore e rabbia. Una rabbia, vissuta in modo molto borghese, molto composto, ma anche molto determinato.
«Vede, l’assassinio di Paolo era stato progettato dalla mafia ma non per quel momento. Come ha rivelato Giovanni Brusca (collaboratore di giustizia ndr) quando Riina disse che si doveva fare l’attentato di Capaci molti si opposero. Falcone era inviso all’interno della magistratura. Ma era molto sostenuto dall’opinione pubblica. La sua uccisione avrebbe provocato la reazione più forte dello Stato, come effettivamente fu».
Dopo il massacro di Capaci il Parlamento convertì in legge il cosiddetto decreto Falcone sui collaboratori di giustizia, furono trasferiti nelle carceri speciali 400 boss mafiosi.
«Nel luglio ‘92 non era alla mafia che interessava l’eliminazione di mio fratello. La mafia doveva fare un favore a qualcuno. Quello che è accaduto non possiamo stabilirlo né io né lei. Io ho fiducia nella magistratura, in questi magistrati che ora stanno dimostrando di voler andare in fondo. E allora si capirà perché altri giudici, altri magistrati non hanno voluto vedere, non hanno voluto accertare, non hanno voluto capire».
Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ‘93 e il ‘94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.
A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.
All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.
Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.
Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.
È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.
ROMA - Ancora polemiche e battibecchi alla puntata di Annozero. Il tema caldo, Le verità nascoste tra mafia e politica, è preceduto da denunce di “boicottaggi” di Santoro e scontri verbali tra gli antichi nemici Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, e Niccolò Ghedini, legale di Berlusconi e deputato del Pdl (“Avvocato, domanda Di Pietro, si è fatto uno spinello?”).
Martelli su Borsellino. Poi si entra nel vivo della discussione e Claudio Martelli, ministro di Grazia e Giustizia nel 1992, svela che all’epoca i Ros trattarono con il figlio di Ciancimino per raggiungere un patto con la mafia che interrompesse il periodo stragista e conferma i sospetti che Borsellino fosse al corrente della trattativa. Martelli ricorda con precisione quell’episodio: “Il Direttore degli affari penali del ministero della Giustizia, la dottoressa Viviana Ferraro, che era la principale collaboratrice di Giovanni Falcone, mi disse che il capitano dei Ros Giuseppe De Donno (allora a caccia dei superlatitanti di Cosa Nostra) l’aveva informata che Massimo Ciancimino (presente nello studio di Raidue, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo condannato per mafia), voleva collaborare se avesse avuto garanzie politiche. Al capitano De Donno, la Ferrero disse: riferisca queste cose a Borsellino”.
L’appello di Agnese Borsellino. E sul video compare il volto della moglie del giudice: “Chiedo in ginocchio ai collaboratori di giustizia, complici e non della strage di Via D’Amelio, di far luce sui mandanti e su coloro che hanno voluto la strage annunziata. Aiutateci – ha detto Agnese Borsellino – la vostra collaborazione sarà un atto di amore”.
Di Pietro nell’obiettivo della mafia. Poi è la volta Di Pietro che rivela di quando una nota riservata dei carabinieri l’avvisò che era finito nella lista degli obiettivi della mafia. “Mi diedero un passaporto con nome diverso a me e a mia moglie e mi dissero che dovevo andare all’estero. Raggiunsi il Costa Rica, dopo un viaggio di 23 ore. Nella missiva dei Ros c’era scritto che la mafia voleva uccidere me, che allora facevo il pm, e Borsellino”.