Ho visto cose che voi umani…

Voce marcata come ‘guerra’

ComeDonChisciotte – IL COMMERCIO DELLE CLUSTER BOMBS E’ FINANZIATO DALLE PIU’ GRANDI BANCHE MONDIALI

14 Novembre 2009 · Lascia un Commento

ComeDonChisciotte – IL COMMERCIO DELLE CLUSTER BOMBS E’ FINANZIATO DALLE PIU’ GRANDI BANCHE MONDIALI.

DI NICK MATHIASON
guardian.co.uk/

Il commercio mortale delle bombe a grappolo è finanziato dalle più grandi banche mondiali che hanno prestato o concordato il finanziamento per un valore di 20 miliardi di dollari (12.5 miliardi di sterline [12.6 miliardi di euro, ndt]) ad imprese che producono le controverse armi, nonostante i crescenti sforzi internazionali per bandirle.

La HSBC [uno dei più grandi istituti di credito del mondo con sede a Londra,ndt], guidata dal prete ordinato Anglicano Stephen Green, ha fatto profitti più di ogni altro istituto con compagnie che producono bombe a grappolo. La banca britannica, con sede nell’importante distretto finanziario londinese Canary Wharf, ha guadagnato un totale di 657.3 milioni di sterline in parcelle stipulando obbligazioni e offerte di titoli per la Textron, che realizza munizioni a grappolo descritte dall’azienda statunitense come “quelle che lasciano un campo di battaglia pulito”.

Gli attivisti affermano che le armi mortali possono esplodere anni dopo i combattimenti, uccidendo o mutilando gente innocente.

La HSBC oggi dovrà vedersela con proteste davanti la sua sede centrale a Londra [29 ottobre 2009, ndt]. La Goldman Sanchs, la Bank of America, la JP Morgan e la banca con sede in Gran Bretagna Barclays sono state menzionate fra le peggiori banche in un dettagliato rapporto di 126 pagine realizzato dai gruppi di attivisti olandese e belga IKV Pax Christi e Netwerk Vlaanderen.

La Goldman Sachs, la banca statunitense che ha fatto 3.19 miliardi di sterline di profitti in appena tre mesi, ha guadanato 588.82 milioni di dollari per servizi bancari e ha prestato 250 milioni di dollari alla Alliant Techsystems e alla Textron.

Delle banche menzionate solo la Barclays era disposta a replicare. Questa ha detto: “Il gruppo Barclays fornisce servizi finanziari al settore della difesa all’interno di una specifica e circoscritta linea di condotta. E’ nostra politica non finanziare il commercio in armi nucleari, chimiche, biologiche o altre armi di distruzione di massa.

“La nostra politica proibisce esplicitamente anche di finanziare il commercio di mine terestri, bombe a grappolo o qualunque altro armamento designato per essere usato come uno strumento di tortura.” Un portavoce ha aggiunto che la Barclays ha stanziato soldi per la Textron, che realizza bombe a grappolo, ma che l’azienda statunitense era un produttore di armi diversificate fra loro.

Lo scorso dicembre 90 nazioni, inclusa la Gran Bretagna, si sono impegnate a mettere al bando le bombe a grappolo entro il prossimo anno. Ma gli Stati Uniti non erano una di quelle. Fino ad ora 23 nazioni hanno ratificato la convezione. La Gran Bretagna deve ancora farlo, ma il ministero degli esteri ha confermato che farebbe parte del programma legislativo del governo prima delle prossime elezioni.

Un portavoce del ministero degli esteri ha detto che è stato disposto ordine del più stretto controllo sull’esportazione di bombe a grappolo, il quale si estende alle banche che forniscono soldi ai produttori. Il governo era consapevole che l’ordine di controllo non stava funzionando e “sta lavorando su questo”.

Esther Vandenbroucke, della Netwerk Vlaanderen e uno degli autori del rapporto, ha detto: “La responsabilità di bandire le munizioni a grappolo è un responsabilità comune. Richiede coraggio, e richiede uno sforzo. Siamo a distanza di pochi mesi dall’entrata in vigore di un trattato internazionale ed è tempo che gli stati firmatari della Convenzione sulle Munizioni a Grappolo agiscano nei confronti degli stati non firmatari e delle istituzioni finanziarie.”

Lo scorso dicembre, il fondo pensionistico del governo della Nuova Zelanda ha venduto azioni della Lockheed Martin a causa del suo legame con la costruzione delle bombe a grappolo. Simili azioni sono state intraprese dai governi irlandese e olandese.

Milioni di persone saranno in pericolo a causa di fino a dieci milioni di bombe a grappolo che non sono ancora esplose, cosa che è causa di un danno economico e sociale alle collettività in più di 20 nazioni nelle prossime decadi, hanno avvertito gli attivisti. La grande maggioranza di perdite di vite umane a causa delle bombe a grappolo avvengono mentre le vittime stanno portando avanti le loro vite quotidiane.

Lunedi, ad un libanese di 20 ani gli è stata amputata la gamba dopo che una bomba a grappolo è esplosa ad Houla un villaggio del sud del Libano. Una fonte del servizio di sicurezza ha detto che stava raccogliendo legna nel suo villaggio di confine quando è avvenuta l’esplosione.

L’esercito Israeliano ha fatto un uso intensivo delle bombe a grappolo durante la guerra nel sud del Libano tre anni fa. Le bombe a grappolo sono state usate più recentemente sia dai georgiani che dai russi nella controversia sull’Ossezia del Sud. Sono state usate anche nelle invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan.

Nick Mathiason
Fonte: www.guardian.co.uk/
Link: http://www.guardian.co.uk/business/2009/oct/29/banks-fund-cluster-bomb-trade
29.11.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANGELO

Categorie: nuovo ordine mondiale
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ComeDonChisciotte – LA GUERRA E’ PACE. L’IGNORANZA E’ FORZA

22 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Ma Obama è veramente un uomo di pace?

Fonte: ComeDonChisciotte – LA GUERRA E’ PACE. L’IGNORANZA E’ FORZA.

DI JOHN PILGER
newstatesman.com

Barack Obama, vincitore del Nobel per la Pace del 2009, sta pianificando una nuova guerra da aggiungere al suo già straordinario elenco.

I suoi agenti in Afghanistan regolarmente distruggono feste matrimoniali, contadini e lavoratori edili con armi di ultima generazione come il missile Hellfire (fuoco infernale), che risucchia l’aria dai polmoni. Secondo le Nazioni Unite, 338.000 bambini afghani stanno morendo sotto la coalizione guidata da Obama, che permette di spendere soltanto 29 dollari all’anno pro capite in cure mediche.

Nel giro di poche settimane dalla nomina, Obama ha iniziato una nuova guerra in Pakistan, che ha spinto più di un milione di persone ad abbandonare le loro case. Minacciando l’Iran – che il suo segretario di stato, Hillary Clinton ha dichiarato di esser pronta ad “annientare” – Obama mentì nel dire che gli Iraniani stavano occultando una “programma nucleare segreto”, pur sapendo che ciò era già stato segnalato all’Autorità Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). D’accordo con l’unica potenza nucleare in Medio Oriente, ha corrotto l’Autorità Palestinese inducendola a respingere la delibera delle Nazioni Unite secondo cui Israele aveva commesso crimini contro l’umanità nella sua aggressione a Gaza – crimini resi possibili dall’uso di armi inviate dagli Stati Uniti con la segreta approvazione di Obama prima del suo insediamento.

Nel suo paese, l’uomo di pace ha approvato una spesa militare di molto superiore a quella di qualsiasi anno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel bel mezzo di un nuovo tipo di repressione interna. Durante il recente incontro del G20, ospitato a Pittsgurgh da Obama, la polizia militarizzata attaccava pacifici dimostranti con qualcosa, mai visto prima per le strade americane, chiamato Long Range Acoustic Device (nella foto). Montato sulla torretta di un piccolo automezzo militare, il dispositivo emetteva un rumore acuto, mentre indiscriminatamente venivano lanciati gas lacrimogeni e irritanti. Fa parte di un nuovo armamentario “per il controllo delle masse” fornito da appaltatori militari quali Raytheon. Nello “stato di sicurezza nazionale” controllato dal Pentagono, il campo di concentramento di Guantanamo Bay, che Obama promise di chiudere, rimane aperto, e imprigionamenti arbitrari, assassinii segreti e torture continuano.

L’ultima guerra del neo premio Nobel per la Pace è in gran parte segreta. Il 15 luglio Washington ha stipulato un accordo con la Colombia che garantisce agli Stati Uniti sette basi militari giganti. “L’idea – ha riferito l’Associated Press – è quella di fare della Colombia un centro regionale per le operazioni del Pentagono… quasi metà del continente può essere coperto da un C-17 [aereo da trasporto militare] senza doversi rifornire, il che ci aiuta nella nostra strategia di presenza sul territorio”.

Tradotto questo significa che Obama sta progettando una “involuzione” dell’indipendenza e della democrazia che le popolazioni di Bolivia, Venezuela, Equador e Paraguay hanno ottenuto contro ogni aspettativa, assieme ad una storica cooperazione regionale che respinge il concetto di una “sfera d’influenza” degli Stati Uniti. Il regime colombiano, che appoggia gli squadroni della morte e che ha il peggior record del continente per i diritti umani, ha ricevuto aiuti militari dagli Stati Uniti secondi in proporzione soltanto ad Israele. La Gran Bretagna fornisce l’addestramento militare. Guidati da satelliti militari americani, i paramilitari colombiani stanno infiltrandosi in Venezuela con l’obiettivo di rovesciare il governo democratico di Hugo Chàvez, cosa che non riuscì a George Bush nel 2002.

La guerra alla pace e alla democrazia in America Latina di Obama segue uno stile da lui dimostrato a partire dal colpo di stato ai danni del presidente democratico dell’Honduras, Manuel Zelaya, a giugno. Zelaya ha aumentato i minimi salariali, ha concesso sovvenzioni ai piccoli agricoltori, ha tagliato i tassi d’interesse e ridotto la povertà. Progettava di rompere col monopolio farmaceutico degli Stati Uniti e di produrre farmaci generici meno costosi. Nonostante abbia richiesto il reintegro del presidente Zelaya, Obama si rifiuta di condannare i colpevoli del golpe, di richiamare l’ambasciatore americano e di ritirare le truppe americane che stanno addestrando le forze dell’Honduras risolute a sconfiggere la resistenza popolare. A Zelaya è stato ripetutamente negato un incontro con Obama, che ha approvato un prestito di 164 milioni di dollari al regime illegale. Il messaggio è chiaro e noto: i delinquenti possono agire impunemente per conto degli USA.

Obama, il seducente manovratore di Chicago via Harvard, è stato reclutato per recuperare quella da lui definita la “leadership” mondiale. La decisione del comitato per il Premio Nobel è quella specie di nauseante razzismo alla rovescia che ha consacrato quest’uomo per non altra ragione che quella di appartenere ad una minoranza etnica e per il fascino che esercita sulla sensibilità dei liberali, se non sui bambini afghani che uccide. Questa è la Chiamata di Obama. Non è molto diversa dal fischietto per cani: impercettibile ai più, ma irresistibile agli infatuati e alle teste di legno. “Quando Obama entra in una stanza”, esclamava estatico George Clooney, “vuoi seguirlo da qualche parte, ovunque”.

Frantz Fanon, la grande voce della Black Liberation lo aveva capito. Nel suo libro “I dannati della terra” descrive come “La missione dell intermediario non ha niente a che fare col trasformare la nazione: consiste, banalmente, nell’essere l’anello di congiunzione tra la nazione e un capitalismo rampante, benché camuffato”. Siccome il dibattito politico sì è così svuotato nella nostra monocultura mediatica – Blair o Brown, Brown o Cameron – razza, sesso e classe sociale possono essere usati come strumenti seducenti di propaganda e distrazione. Ciò che conta nel caso di Obama, come Fanon faceva notare in un’epoca precedente, non è il rilievo “storico” dell’intermediario, ma è la classe che lui serve. Dopotutto, l’entourage di Bush è stato forse il più multirazziale nella storia della presidenza USA. C’erano Condoleezza Rice, Colin Powell, Clarence Thomas, tutti servitori di un potere estremo e pericoloso.

La Gran Bretagna ha sperimentato su di sè qualcosa di simile allo slancio mistico per Obama. Il giorno dopo le elezioni di Blair nel 1997, The Observer predisse che avrebbe creato “nuove regole mondiali sui diritti umani”, mentre The Guardian si rallegrò al “ritmo incredibile con cui le dighe del cambiamento si spalancarono”…. Quando lo scorso novembre Obama fu eletto, l’on. Denis McShane, un fedelissimo sostenitore dei bagni di sangue di Blair, senza volerlo ci mise in guardia dicendo: “Se chiudo gli occhi quando sento Obama, mi pare di sentire Tony. Sta facendo le stesse cose che facemmo noi nel 1997.”

John Pilger
Fonte: www.newstatesman.com
Link: http://www.newstatesman.com/international-politics/2009/10/obama-pilger-war-peace
15.10.2009

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI ELLENA

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Nassiriya: missione compiuta

15 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Nassiriya: missione compiuta.

13 maggio 2005 – Rainews24 pubblica un dossier del governo, redatto sei mesi prima della guerra in Iraq, nel quale già si indicava Nassiriya come località strategica per l’Italia, rispetto ai nostri interessi petroliferi.

2 marzo 2009 – Sempre Rainews24, rende noto che l’Eni è in pole position per aggiudicarsi il contratto relativo allo sfruttamento del giacimento petrolifero di Nassiriya.

14 ottobre 2009 – L’Eni si è aggiudicata la concessione per lo sviluppo del giacimento ‘giant’ Zubair, in Iraq. Il fine della nostra missione a Nassiriya è stato raggiunto, alla faccia di tutti quei morti innocenti.

Nel mezzo ci sono una montagna di soldi spesi per portare la “pace” in quei territori, i soldati morti nella strage di Nassiriya e tante menzogne vomitate dai media per nascondere le vere motivazioni della missione in Iraq.

Ladri di marmellate

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ComeDonChisciotte – STA PER ARRIVARE LA MORTE DEL DOLLARO

7 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

ComeDonChisciotte – STA PER ARRIVARE LA MORTE DEL DOLLARO.

DI ROBERT FISK
independent.co.uk

Quasi a simboleggiare il nuovo ordine mondiale, gli Stati arabi hanno avviato trattative segrete con Cina, Russia e Francia per smettere di usare la valuta americana per le transazioni petrolifere.

Mettendo in atto la piu’ radicale trasformazione finanziaria della recente storia del Medio Oriente gli Stati arabi stanno pensando – insieme a Cina, Russia, Giappone e Francia – di abbandonare il dollaro come valuta per il pagamento del petrolio adottando al suo posto un paniere di valute tra cui lo yen giapponese, lo yuan cinese, l’euro, l’oro e una nuova moneta unica prevista per i Paesi aderenti al Consiglio per la cooperazione del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Abu Dhabi, Kuwait e Qatar.

Incontri segreti hanno gia’ avuto luogo tra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali della Russia, della Cina, del Giappone e del Brasile per mettere a punto il progetto che avra’ come conseguenza il fatto che il prezzo del greggio non sara’ piu’ espresso in dollari.

Il progetto, confermato al nostro giornale da fonti bancarie arabe dei Paesi del Golfo Persico e cinesi di Hong Kong, potrebbe contribuire a spiegare l’improvviso rincaro del prezzo dell’oro, ma preannuncia anche nei prossimi nove anni un esodo senza precedenti dai mercati del dollaro.

Gli americani, che sono al corrente degli incontri – pur non conoscendone i dettagli – sono certi di poter sventare questo intrigo internazionale di cui fanno parte leali alleati come il Giappone e i Paesi del Golfo. Sullo sfondo di questi incontri valutari, Sun Bigan, ex inviato speciale della Cina in Medio Oriente, ha sottolineato il rischio di approfondire le divisioni tra Cina e Stati Uniti in ordine alla loro influenza politica e petrolifera in Medio Oriente. “Le dispute e gli scontri bilaterali sono inevitabili”, ha detto all’Africa and Asia Review. “Non possiamo abbassare la guardia in merito all’ostilita’ che fronteggiamo in Medio Oriente sugli interessi energetici e la sicurezza”.

Questa frase ha tutta l’aria di una previsione pericolosa su una futura guerra economica tra Stati Uniti e Cina per il petrolio mediorientale – con il pericolo di trasformare i conflitti della regione in una lotta di supremazia delle grandi potenze. L’incremento della domanda di petrolio e’ piu’ marcato in Cina che negli Stati Uniti in quanto la crescita cinese e’ meno efficiente sotto il profilo energetico. Abbandonando il dollaro i pagamenti, stando a fonti bancarie cinesi, potrebbero essere effettuati in via transitoria in oro. Una indicazione della gigantesca quantita’ di denaro di cui si parla puo’ essere desunta dalla ricchezza di Abu Dhabi, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar che insieme hanno, stando alle stime, riserve in dollari per 2.100 miliardi.

Il declino della potenza economica americana strettamente connesso all’attuale recessione globale e’ stato riconosciuto dal presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick. “Una delle conseguenze di questa crisi potrebbe essere l’accettazione del fatto che sono cambiati i rapporti di forza economici”, ha detto a Istanbul prima delle riunioni di questa settimana del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Ma e’ stato il nuovo straordinario potere finanziario della Cina – non disgiunto dalla rabbia sia dei Paesi produttori che dei Paesi consumatori di petrolio nei confronti del potere di interferenza degli Stati Uniti nel sistema finanziario internazionale – a stimolare i recenti colloqui con i Paesi del Golfo.

Brasile e India si sono mostrati interessati a far parte di un sistema di pagamenti non piu’ basato sul dollaro. Allo stato la Cina appare la piu’ entusiasta tra le potenze finanziarie, non fosse altro che per il suo gigantesco interscambio commerciale con il Medio Oriente.

La Cina importa il 60% del petrolio che consuma, per lo piu’ dal Medio Oriente e dalla Russia. I cinesi hanno concessioni petrolifere in Iraq – bloccate fino a quest’anno dagli Stati Uniti – e dal 2008 hanno un accordo da 8 miliardi di dollari con l’Iran per lo sviluppo delle capacita’ di raffinazione e delle risorse di gas. La Cina ha contratti petroliferi in Sudan (dove ha sostituito gli Stati Uniti) e da tempo sta negoziando concessioni petrolifere in Libia dove tradizionalmente questo genere di accordi e’ del tipo joint venture.

Inoltre le esportazioni cinesi verso la regione ammontano ora a non meno del 10% delle importazioni di tutti i Paesi del Medio Oriente e includono una vasta gamma di prodotti che vanno dalle automobili agli armamenti, ai generi alimentari, al vestiario e persino alle bambole. Riconoscendo esplicitamente il crescente peso finanziario della Cina, il presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha chiesto l’altro ieri a Pechino di consentire alla yuan di apprezzarsi sul dollaro e, di conseguenza, di diminuire la dipendenza della Cina dalla politica monetaria americana contribuendo cosi’ a riequilibrare l’economia mondiale e ad alleggerire la pressione al rialzo sull’euro.

Dagli accordi di Bretton Woods – gli accordi conclusi dopo la seconda guerra mondiale che ci hanno tramandato l’architettura del moderno sistema finanziario internazionale – i partner commerciali degli Stati Uniti hanno dovuto affrontare le conseguenze della posizione di controllo di Washington e, negli anni piu’ recenti, dell’egemonia del dollaro in quanto principale valuta di riserva.

I cinesi credono, ad esempio, che siano stati gli americani a convincere la Gran Bretagna a non entrare nell’euro per impedire una fuga dal dollaro. Ma secondo le fonti bancarie cinesi i colloqui sono andati troppo avanti per poter essere bloccati. “Non e’ da escludere che nel paniere delle monete entri anche il rublo”, ha detto un importante broker di Hong Kong all’Indipendent. “La Gran Bretagna e’ presa in mezzo e finira’ per entrare nell’euro. Non ha scelta in quanto non potra’ piu’ usare il dollaro americano”.

Le fonti finanziarie cinesi sono convinte che il presidente Barack Obama sia troppo occupato a rimettere in piedi l’economia americana per concentrarsi sulle straordinarie implicazioni della transizione dal dollaro ad altre valute nel volgere di nove anni. Al momento la data fissata per l’abbandono del dollaro e’ il 2018.

Gli Stati Uniti hanno fatto appena cenno a questo problema in occasione del G20 di Pittsburgh. Il governatore della Banca centrale cinese e altri funzionari da anni sono preoccupati per la situazione del dollaro e non ne fanno mistero. Il loro problema e’ che gran parte della ricchezza nazionale e’ in dollari.

“Questi progetti cambieranno il volto delle transazioni finanziarie internazionali”, ha detto un banchiere cinese. “Stati Uniti e Gran Bretagna debbono essere molto preoccupati. Vi accorgerete di quanto sono preoccupati dalla pioggia di smentite che questa notizia scatenera’”.

Alla fine del mese scorso l’Iran ha annunciato che le sue riserve in valuta estera saranno in futuro in euro e non in dollari. I banchieri ricordano, naturalmente, quanto e’ capitato all’ultimo Paese produttore di petrolio del Medio Oriente che ha tentato di vendere il petrolio in euro e non in dollari. Pochi mesi dopo che Saddam Hussein aveva comunicato la sua decisione ai quattro venti, gli americani e gli inglesi hanno invaso l’Iraq.

Versione originale:

Robert Fisk
Fonte: www.independent.co.uk
Link: http://www.independent.co.uk/news/business/news/the-demise-of-the-dollar-1798175.html
6.10.2009

Versione italiana:

Fonte: www.unita.it/
Link: http://www.unita.it/news/il_documento/89415/sta_per_arrivare_la_morte…
6.10.2009

Traduzione a cura di Carlo Antonio Biscotto

Categorie: economia · nuovo ordine mondiale
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bamboccioni alla riscossa » Blog Archive » Money is the answer

30 Settembre 2009 · Lascia un Commento

bamboccioni alla riscossa » Blog Archive » Money is the answer.

“Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?”. Se lo chiedeva - all’indomani dell’ultima strage di soldati italiani – anche il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro (che pure, quando stava al governo, aveva votato per continuare la “missione di pace”, senza fiatare). Un interrogativo che in questi giorni, in queste settimane, si devono essere posto molti italiani. Anche perchè a otto anni dallo scoppio del conflitto – conflitto che per alcuni è guerra al terrorismo; per altri una pura e semplice invasione – i più manco si ricordano cosa ci siamo andati a fare a Kabul. Sempre che lo abbiano mai saputo.

Bene. Le risposte a questa benedetta domanda – “Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?” – sono state tante. Politici, giornalisti e opinionisti di arte varia ci si sono dedicati per giorni tra prime pagine di giornali e prime serate tivù. Dicendo tutto e il contrario di tutto. Ma oggi Curzio Maltese – giornalista e firma di punta di “Repubblica”è riuscito a dire qualcosa di più e di diverso. Spiegando che pace e democrazia e terrorismo c’entravano e c’entrano fino a un certo punto. E che molto, invece, c’entrano le armi. Armi che le aziende tricolori vendono copiosamente. Tanto ai nostri soldati. Quanto – e per quanto faccia male, è bene farlo sapere in giro – a ribelli, insorgenti o resistenti (comunque, insomma, li si voglia chiamare).

Maltese parte da un numero che pochi conoscono. E scrive:

Una settimana prima della strage di Kabul, lo studio ricerche del congresso Usa aveva stilato il rapporto annuale sul commercio d’armi, con una buona notizia per l’industria militare italiana, tornata la seconda esportatrice del mondo. Primi, naturalmente, gli Stati Uniti, con 37,8 miliardi di dollari; staccata l’Italia con 3,7 miliardi, ma pur sempre davanti alla Russia e al resto del mondo.

Ecco, allora, osserva il giornalista di “Repubblica” che:

Le missioni militari nel mondo spesso si rivelano un doppio affare. Aumentano le commesse militari nei Paesi occidentali, ma soprattutto fanno espandere la domanda nei Paesi mediorientali, africani e in genere del Terzo mondo, dove si dirige il settanta per cento del mercato.

Qualche esempio. Maltese ne cita due. Con tanto di nomi, o meglio è il caso di dire di cognomi. Primo:

Prendete il simbolo stesso dell’arma italiana, la pistola Beretta. In Iraq la usano tanto i soldati americani e italiani, quanto i terroristi di Al Qaeda. Quattro anni fa l’esercito americano ne trovò scatoloni interi in un arsenale di terroristi. (…) In teoria non si potrebbero vendere armi non solo ai terroristi, com’è ovvio, ma anche a molti Paesi belligeranti e non, sparsi per il mondo. Ma i sistemi per aggirare l’embargo sono moltissimi, noti eppure non controllati, come la vendita a pezzi da assemblare (…)

E secondo (esempio):

Le nostre mine antiuomo (…) sono state trovate in una ventina di nazioni. A cominciare dall’Afghanistan, la nazione più minata della Terra. I Talibani usano materiali di mine russe e italiane per comporre gli esplosivi degli attentati kamikaze.

Attentati come quello che ha ucciso i nostri soldati? Sì, esatto. Ma di tutto questo – all’indomani della strage di Kabul – quasi non si è parlato. E non lo si è fatto, secondo il giornalista di “Repubblica”, per una ragione molto semplice: “(…) quando si parla di ritiro delle truppe in Iraq e Afghanistan, si parla di perdite di miliardi di commesse militari per l’industria bellica. Lo sa Berlusconi, amico personale di Guido Beretta. Lo sa Barack Obama, molto prudente sulla questione. Gli ultimi presidenti, candidati alla presidenza e primi ministri che hanno annunciato ritiri dal fronte e tagli alle spese militari, sono morti giovani“.

Tutto vero? Tutto faso? Difficile dire. Quel che è certo è che il “j’accuse” di Maltese è finito non in qualche angolino in fondo al giornale. Ma direttamente in uno spazio grosso come una cartolina dell’inserto di oggi (”il Venerdì” di Repubblica). E chissà: se fossero esiste – chessò – delle pagine locali distribuite solo su Marte, magari queste poche righe sulle ragioni di Guerra&Pace sarebbero state confinate lì. In compenso – domenica scorsa – sempre Repubblica, ma in prima pagina, ospitava un fondo firmato dal suo fondatore, Eugenio Scalfari. Titolo eloquente: “Come e perché restare a Kabul”. E giudizi tranchant sui politici italiani più propensi al ritiro: “Bossi vuole che i soldati italiani tornino a casa. Anche Di Pietro ha inalberato lo slogan del ritiro. L’anima populista dell’opposizione. Senza capire che questi slogan puramente velleitari non fanno che aumentare i rischi per i nostri militari: se la presenza italiana in Afghanistan diventasse incerta, gli assalti dei terroristi si concentrerebbero contro il nostro contingente per affrettarne la partenza”.

Forse: che parlare di ritiro è pericoloso, lo sanno bene anche a “Repubblica”.

P.S. L’articolo di Curzio Maltese – “Non esportiamo democrazia. Ma armi sì”, Venerdì di Repubblica, 25 settembre 2009 – non è ancora disponibile on line. Dovrebbe esserlo – come tutti gli articoli di “Repubblica” – a qualche giorno dalla pubblicazione. E allora, lo metteremo on line.

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IL BEL PAESE DELLE ARMI | Tutto Gambatesa .net

26 Settembre 2009 · Lascia un Commento

IL BEL PAESE DELLE ARMI | Tutto Gambatesa .net.

di Monica Centofante

C’è un business che non conosce crisi e che in controtendenza con l’andamento generale del mercato è sempre in rapida espansione: è quello delle armi, un comparto in continua crescita con miliardi di dollari di fatturato. E una delle principali fonti di guadagno per il nostro Paese, che dal 1945 in poi si è sempre posizionato tra i primi dieci produttori di armamenti al mondo. A fare la nostra “fortuna”, in particolare, i Paesi del Terzo Mondo, dove da oltre trent’anni esportiamo ogni sorta di arma e di armamento, rendendoci complici di sanguinari conflitti e di violazioni dei diritti umani.
Dal secondo dopoguerra ad oggi, pizza a parte, c’è un solo made in Italy che tra alti e bassi non tramonta mai. E che in tempi di crisi, con un evidente effetto trainante sull’economia, registra un saldo attivo commerciale in netto contrasto con il deficit del Paese.
E’ il mercato delle armi, un comparto aziendale con decine di migliaia di addetti e miliardi di Euro di fatturato. Il fiore all’occhiello dell’economia italiana e uno dei principali responsabili della morte e della distruzione di milioni di vite umane.
Il rapporto annuale del Presidente del Consiglio dei Ministri – (come di consueto) pubblicato a fine marzo di quest’anno e riferito alle attività del 2008 – è coerente con i trend di crescita del settore. Che l’anno scorso ha ottenuto 1880 autorizzazioni all’esportazione per oltre 3 miliardi di Euro: il 28,58% in più rispetto al 2007, con consegne realmente effettuate per 1 miliardo e 800 milioni, autorizzazioni relative a programmi intergovernativi per 2 miliardi e 700 milioni e un volume d’affari di oltre 7 miliardi e 500 milioni di Euro.
Dati che da soli valgono a dimostrare il consolidamento e l’incremento nel “mercato globale” dell’industria bellica italiana, che si conferma come “un competitivo integratore di sistemi, capace di affermarsi in mercati tecnologicamente all’avanguardia”.
Lo rivendica con orgoglio il documento, una trentina di pagine in tutto più una ventina di tabelle, che presentano una serie di numeri dei quali però c’è ben poco da andare fieri. Più del 30% delle nostre esportazioni, si apprende, raggiunge i Paesi del sud del mondo e il 35,86% la Turchia, che ha immesso nella nostra economia oltre 1 miliardo di Euro grazie a commesse che comprendono non meglio identificati “elicotteri”.
Il termine è generico, ma le dichiarazioni pubblicate nel settembre del 2007 sul sito ufficiale del ministero della difesa turco lasciano spazio a pochi dubbi: “Nel quadro del programma Atak (Tactical Reconnaissance and Attack Helicoper ndr.) – si legge – lo scorso 7 settembre è stato raggiunto l’accordo con Agusta Westland: seguirà presto una cerimonia ufficiale”. L’accordo prevedeva la commessa di 1,2 miliardi di euro per 51 elicotteri A129 da combattimento destinati al Comando turco delle forze di terra e all’avvio delle trattative il Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, si mostrava più che soddisfatto. “La scelta degli elicotteri Agusta Westland da parte della Turchia – aveva detto – conferma l’elevata competitività dei nostri prodotti e le ottime relazioni industriali” che esistono tra i due Paesi. In Turchia, tra l’altro, “Finmeccanica è presente da molti anni in diversi settori. Questa scelta rinnova i rapporti di stima e amicizia reciproci e apre la strada a nuove interessanti opportunità di collaborazione tra i due Paesi”. Agusta Westland è infatti una controllata di Finmeccanica, di cui il principale azionista è il Governo, e “forse per il semplice fatto che la Turchia sia un partner Nato e che si trattava di elicotteri ha fatto ‘sorvolare’ su qualche denuncia ribadita dalle associazioni per la difesa dei diritti umani”.
Il commento è di Giorgio Beretta, della Rete Italiana per il Disarmo, che ricorda inoltre come la stessa azienda abbia inaugurato lo scorso anno ad Ankara i suoi nuovi “Regional Business Headquarters”. D’altronde, come si dice, “business is business” e così, mentre a parole, strette di mano e visite ufficiali l’Italia si eleva a paladina dei diritti dei più deboli contro l’asse del male, dall’altra non esita a fornire ai Paesi che i diritti umani li violano costantemente i mezzi per poter proseguire a perpetrare ogni sorta di violenza.
Nell’ultimo rapporto di Amnesty International, la Turchia figura come il Paese in cui “il sentimento e la violenza nazionalisti sono aumentati sull’onda di un’accresciuta incertezza politica e degli interventi armati. La libertà di espressione ha continuato a essere limitata”, non si sono fermate le “denunce di tortura e altri maltrattamenti” ed eccessivo è l’”impiego della forza da parte delle forze dell’ordine”. “Le incriminazioni per violazioni dei diritti umani – ancora – sono state inefficaci e insufficienti”, anche nei confronti “di rifugiati e richiedenti asilo”. E “non sono cessate le preoccupazioni per la mancanza di equità processuale”.
Nessuna meraviglia.
Non è l’unica nazione interessata da violazioni dei diritti umani, né da conflitti o tensioni a cui l’Italia vende materiali d’armamento. E a cui, nel corso della storia, li ha venduti.
Basti pensare che nella rosa dei migliori clienti non mancano neppure stati canaglia come la Siria, che da noi ha comprato sistemi di puntamento per 2,8 milioni di Euro e fino al 2007 anche l’Iraq. Nel pieno della “guerra preventiva” contro l’Occidente del mondo.
Contemporaneamente, è ovvio, gli affari si fanno anche con gli Stati avversari, quelli della “lotta al terrorismo”, che sono nostri alleati. E con operazioni come quella chiusa alla fine del 2008 quando Alenia North America, controllata di Finmeccanica, ha siglato un contratto del valore di 287 milioni di dollari con l’Usaf per la fornitura di 18 velivoli da trasporto tattico G.222. Velivoli che saranno girati alle forze armate afgane (Afghanistan National Army Air Corps) dal Combined Air Power Transition Force dell’Usaf di Kabul. “Siamo orgogliosi – ha dichiarato per l’occasione Giuseppe Giordo, presidente ed amministratore delegato di Alenia – di supportare ancora una volta le Forze Armate Usa nella lotta globale al terrorismo, con la fornitura di un velivolo robusto – che ha dimostrato nel corso della sua carriera delle eccellenti capacità – per il suo utilizzo in Afghanistan da parte dell’Anaac”.
Come dire: un colpo al cerchio e uno alla botte. Lucrosissimi tutti e due.
E se questi sono i principali dati riguardanti la vendita di armamenti da guerra non sono da sottovalutare altri dati: quelli riferiti alle cosiddette “armi leggere” di fabbricazione nostrana – utilizzate per lo più nei conflitti a “bassa intensità” dei Paesi in via di sviluppo – delle quali è pieno il mondo. Con risultati, in termini di diritti umani, a dir poco disastrosi.
E il principio costituzionale secondo il quale “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”?
Carta straccia. Aggirato da una serie di stratagemmi volti ad eludere le norme in materia di vendita di armi (peraltro relativamente recenti), da accordi internazionali, da operazioni non proprio limpide, che hanno caratterizzato tutta la storia dell’industria armiera italiana e, in modo particolare, gli ultimi quarant’anni.
Nel corso dei quali il modo di “concepire la guerra” si è lentamente trasformato: non più d’assalto, ma, dicevamo, a “bassa intensità”, recentemente definita “chirurgica”, “elettronica” o più ipocritamente “in funzione della pace, della democrazia, della libertà”.
La metamorfosi, concepita negli anni Novanta protagonisti del secondo conflitto del Golfo e della guerra in Jugoslavia, avviene l’11 settembre del 2001. E porta con sé – oltre a una serie di problematiche politico-sociali che in questa sede non tratteremo – un consistente incremento nella produzione di armi ed armamenti. Che va a sovrapporsi a quel “dividendo della pace”, seguito al crollo dell’Unione Sovietica, il quale ha avuto vita relativamente breve e che dopo una iniziale riduzione della spesa militare nei principali Paesi occidentali ha presto ceduto il passo a una nuova corsa agli armamenti. D’altronde, come giustamente annotano Riccardo Bagnato e Benedetta Verrini in Armi d’Italia, “le guerre hanno bisogno di armamenti almeno quanto gli armamenti hanno bisogno di guerre”.
E in quest’ottica, i dati raccolti da Vincenzo Comito (Le armi come impresa) e riportati nei rapporti annuali del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, parlano chiaro: se già dagli ultimi anni Novanta le prime cento imprese del settore a livello mondiale erano in crescita, nel 2005 la spesa per gli armamenti ha raggiunto la cifra di 1.001 miliardi di dollari, nel 2006 ha toccato i 1.204 e nel 2007 i 1.339. Cifre che corrispondono grosso modo al 2,5% del pil mondiale nei due anni e a 173 dollari per ogni abitante della terra nel 2005, a 184 dollari nel 2006, a 202 nel 2007”. Oltre ad un incremento nel 2007, rispetto al 1998, del 45%.
Anche il 2008, rispettando i ritmi di crescita a dispetto della crisi finanziaria internazionale, ha visto un incremento della spesa militare mondiale pari al 4%, ossia 1.464 miliardi di dollari. 40,6 dei quali sono stati spesi dal nostro Paese, che quest’anno si posiziona all’ottavo posto per spese militari con un aumento del budget militare nazionale pari all’1,8%.
L’Italia, si legge nel Sipri Yearbook 2009, ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti al primo posto seguiti dalla Cina (per la prima volta dal secondo dopoguerra), da Francia, Gran Bretagna, Russia, Germania, Giappone, Italia – appunto -, Arabia Saudita e India.
E fatta eccezione per l’Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno registrato “significativi incrementi” della spesa militare anche perché, annota il Sipri, “durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale”.
All’origine della tendenza alla crescita vi è dunque la spesa Usa. Dovuta non solo alla guerra in Iraq e in Afghanistan, ma come annota ancora Comito ad “una chiara visione ideologica dell’amministrazione Bush volta al mantenimento, anzi all’accrescimento, del dominio militare del paese nel mondo”. Mirato, non va sottovalutato, anche e soprattutto ad assicurarsi il controllo di zone strategiche del pianeta in vista del progressivo esaurimento delle risorse naturali ed energetiche.
Anche l’Italia – che grazie all’amicizia e all’alleanza strategica con gli Stati Uniti ha incassato lauti guadagni con la guerra all’Iraq – non si discosta da questa intenzione, tanto che nella relazione di esercizio del 2007 dell’Aiad (Associazione Industrie per l’Aerospazio, i sistemi e la Difesa) si parla dell’esigenza di una maggiore sicurezza dopo l’11 settembre, considerato “il punto di partenza per l’avvio accelerato del processo di sviluppo di nuovi mezzi tecnologici necessari per la sicurezza della collettività”. In termini di “controllo delle frontiere”, “sicurezza del sistema dei trasporti”, “protezione delle infrastrutture critiche”, “sicurezza energetica e degli approvvigionamenti”.
Per fare questo, come abbiamo già accennato e come vedremo, occorre superare una serie di “ostacoli”: dalle leggi che frenano l’industria armiera agli scontri con le associazioni pacifiste e con la società civile organizzata. Che hanno difeso strenuamente, finora con non poco successo, la legge 185/90 dagli attacchi di una politica bipartisan e senza scrupoli che intendeva cancellare con un colpo di spugna anni di lotte per ottenere più trasparenza e più etica nella produzione e nella vendita di armi e armamenti. In un’Italia pronta a sacrificare la spesa sociale, la ricerca e la cooperazione allo sviluppo, ma non certamente l’industria bellica controllata, in modo più o meno diretto, dallo stesso governo. Per questo, sottolineano ancora Bagnato e Verrini, “non è stata affatto una battuta quella del premier Silvio Berlusconi che, nell’ottobre del 2004 – non diversamente da altri prima di lui – ha promesso ai vertici di Finmeccanica di trasformarsi nel loro ‘commesso viaggiatore’ per far aumentare le commesse dei nostri aerei e sistemi di difesa. La sua è stata una dichiarazione che fotografa una realtà e avalla una tradizione storica”.
La stessa che tenteremo di ripercorrere nelle pagine che seguono, prendendo spunto dall’ultimo rapporto del Presidente del Consiglio dei Ministri “sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento” e ripercorrendo i tratti salienti della complessa storia dell’industria armiera italiana, dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri.
Nel farlo abbiamo attinto a diverse fonti, in particolare al prezioso e già citato testo di Benedetta Verrini e Riccardo Bagnato Armi d’Italia, nonché ad articoli, rapporti ufficiali, comunicati di associazioni pacifiste che da anni tentano di fare chiarezza su un tema controverso, per oltre quarant’anni coperto dal “segreto di Stato”.
L’intento è quello di contribuire a prendere coscienza del ruolo svolto dall’Italia nell’insicurezza mondiale, partendo da un concetto di base: che sin dal 1945 il nostro Paese si è sempre posizionato tra i primi dieci produttori di armamenti nel mondo e ha esportato senza controllo non solo armi da guerra che hanno alimentato ogni sorta di conflitto, ma anche pistole, cluster bombs, mine che (sebbene queste ultime siano state messe al bando) uccidono lentamente milioni di innocenti. Giorno dopo giorno e non soltanto quando scoppia un conflitto degno delle prime pagine.

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Antimafia Duemila – Gino Strada: ”Noi facciamo ospedali e nessuno ci spara”

23 Settembre 2009 · 1 Commento

Antimafia Duemila – Gino Strada: ”Noi facciamo ospedali e nessuno ci spara”.

“Il mio lavoro non cambia perché ho passato sette anni della mia vita in Afghanistan e non mi ricordo un giorno in cui sono morte meno di 10 persone”.
Lo ha detto il fondatore di Emergency, Gino Strada, ai giornalisti che gli chiedevano se, dopo l’attentato del 17 settembre scorso, costato la vita a sei paracadutisti italiani, possa cambiare anche il suo lavoro e quello dei volontari dell’organizzazione. “Noi facciamo ospedali – ha aggiunto – e nessuno ci spara addosso: se i militari fossero rimasti a casa, certamente…”. Parlando a margine dell’8/a Conferenza regionale toscana sulla cooperazione internazionale in corso a Siena, alla vigilia del suo ritorno in Afghanistan (“dove tornerò a fare il mio lavoro che è quello di stare 12 ore al giorno in sala operatoria”), Strada ha ribadito la differenza tra il lavoro di Emergency e le operazioni di peacekeeping che “sono due cose opposte e non devono avere neppure un punto di contatto”. “Fare la guerra – ha precisato – deve chiamarsi fare la guerra. Sono anche stufo di tutte queste bugie. Almeno un Paese abbia il coraggio di dire ‘partecipiamo ad un’occupazione militaré e si prenda la responsabilità, e non spacciamo l’attività dei militari per peacekeeping o umanitaria. Perché se dovessimo prendere per buone queste bugie, quanto meno verrebbe da dire che sono una massa di cretini visto che, per distribuire due caramelle, spendono 20 milioni di euro”.

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ComeDonChisciotte – PERCHE’ HO LANCIATO QUELLA SCARPA

23 Settembre 2009 · Lascia un Commento

DI MUNTAZER AL ZAIDI
The Guardian

Io sono libero. Ma il mio paese è ancora un prigioniero di guerra. Si è parlato molto di cosa ho fatto e di chi sono io, se si sia trattato di un atto eroico e se io sia un eroe, come per rendere quell’atto un simbolo. Ma la mia risposta è semplice: ciò che mi ha spinto a quel gesto è l’ingiustizia che si è abbattuta sul mio popolo, nonché il modo in cui l’occupazione ha umiliato la mia patria schiacciandola sotto il suo stivale.

Durante gli ultimi anni, più di un milione di martiri sono caduti sotto i proiettili dell’occupazione, ed oggi l’Iraq conta più di 5 milioni di orfani, un milione di vedove e centinaia di migliaia di mutilati. Molti milioni sono senza tetto, sia dentro che fuori dall’Iraq.

Noi eravamo una nazione nella quale l’arabo divideva il pane con il turcomanno, il curdo, l’assiro, il sabeano e lo yazid. Gli sciiti pregavano assieme ai sunniti. I musulmani festeggiavano assieme ai cristiani la nascita di Cristo. E ciò nonostante il fatto che condividessimo la fame, essendo sotto sanzioni per più di un decennio.

La nostra pazienza e solidarietà non ci ha fatto dimenticare l’oppressione. L’invasione, tuttavia, ha diviso anche i fratelli e i vicini di casa. Ha trasformato le nostre case in camere da funerale.

Leggi tutto l’articolo su: ComeDonChisciotte – PERCHE’ HO LANCIATO QUELLA SCARPA.

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Antonio Di Pietro: Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?

17 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antonio Di Pietro: Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?.

E’ la domanda che – sono sicuro – se venisse fatta oggi agli italiani, la maggioranza di essi non saprebbe piu’ cosa rispondere. Certo oggi e’ il giorno del dolore, della partecipazione della solidarieta’ ai nostri soldati e della vicinanza alle famiglie delle vittime.

Sentimenti che rinnoviamo con tutto il cuore, ma non possiamo esimerci dal porci un interrogativo di fondo. A forza di starci, e di restarci, in Afghanistan abbiamo perso anche la conoscenza delle ragioni per le quali ci siamo andati. Ragioni che, magari all’inizio, potevano pure essere nobili, anche se non possono mai esserle per chi ripudia per principio la violenza e la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, ma che ora si sono totalmente trasformate perché nel frattempo anche i protagonisti hanno cambiato pelle.

Coloro che un tempo sembravano battersi per la libertà del loro popolo e la democrazia di quel paese ora appaiono, agli occhi della Comunità internazionale, e anche del popolo che volevano liberare dal tiranno, solo un “cambio della guardia” di un altro regime che vuole sbarazzarsi del precedente per affermare il proprio.

Insomma, lì sembra proprio che sia cambiato il quadro di riferimento rispetto alle aspettative iniziali: non c’è più solo una guerra di liberazione del popolo afghano dai terroristi e dai fondamentalisti talebani. In Afghanistan, oramai, c’è una guerra guerreggiata fra opposte fazioni. Lo dimostra il fatto che, nonostante ci siano appena state le elezioni, la conta delle schede elettorali ha evidenziato che oltre un milione e mezzo di queste sarebbero false o comunque coartate. Non lo diciamo noi. Lo ha evidenziato l’apposita commissione internazionale ivi inviata dall’Onu e dall’Unione Europea.

Dobbiamo allora chiederci: la nostra missione in Afghanistan è davvero ancora e solo una “missione di pace” oppure si sta trasformando – alle nostre spalle ed anche sulla pelle dei nostri soldati – in un’azione di protettorato a favore di una fazione e contro un’altra?

Noi siamo andati in Afghanistan per aiutare il popolo afghano e non il tiranno di turno a sbarazzarsi dei suoi avversari. La nostra Costituzione parla chiaro sul punto: l’Italia non può e non deve partecipare ad azioni di guerra, né tantomeno deve schierarsi con qualcuno in caso di regolamenti di conti.

Per questa ragione, l’Italia dei Valori ha già chiesto e, ribadisce, la richiesta di aprire al più presto in Parlamento e nel Paese un dibattito serio ed una riflessione approfondita su questo interrogativo di fondo: chi stiamo difendendo in Afghanistan? Qual è il reale scenario politico di quel Paese? Insomma, che ci facciamo ancora in Afghanistan? E fino a quando dobbiamo restarci?

Quel che è successo oggi è una tragedia annunciata e, finora, solo rinviata per un concorso fortuito di circostanze. E domani cosa accadrà? Fino a quando dobbiamo restare ad aspettare la prossima bomba terroristica? E d’altro canto: possiamo mai anche noi cadere nella trappola americana della ritorsione “bombarola”, buttando giù bombe indiscriminatamente sul popolo afghano e colpendo sì qualche obiettivo terroristico, ma facendo di tutt’erba un fascio anche delle popolazioni civili (magari colpevoli solo di essersi riunite per un matrimonio o per un funerale)?

Ecco, questi sono gli interrogativi di fondo per cui noi dell’Italia dei Valori chiediamo che il Parlamento immediatamente si occupi di dare risposte a questi quesiti piuttosto che correre appresso alle sottane e ai ricatti di turno o di discettare sullo share di gradimento di questa o quella trasmissione televisiva.

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EFFEDIEFFE.com Giornale Online | Direttore Maurizio Blondet – Esiste davvero un Governo Ombra Mondiale ?

5 Settembre 2009 · Lascia un Commento

EFFEDIEFFE.com Giornale Online | Direttore Maurizio Blondet – Esiste davvero un Governo Ombra Mondiale ?.

Riproponiamo l’articolo “Is there a secret world government?” gentilmente tradotto dal nostro lettore Massimo Frulla.

Un libro scritto da John Coleman, già ufficiale dei servizi segreti britannici, è stato pubblicato di recente in Russia. Coleman descrive la cospirazione che una elite mondiale sta muovendo ai danni del genere umano.

Il Comitato dei Trecento

Molti non credono ormai più che presidenti, primi ministri ed altre personalità pubbliche ” visibili ” governino i loro paesi. Invece sospettano che la vera autorità – quella che è potente, inamovibile e segreta – sia concentrata nelle mani di altri. Tipo i massoni, per esempio. Quelli genuinamente paranoici hanno concepito la cosiddetta ” Teoria della Cospirazione Internazionale “, secondo la quale un manipolo di individui benestanti ed altolocati guiderebbe il mondo. Questo gruppo che prende le decisioni, scatenerebbe le guerre, metterebbe a punto malatie mortali,  rifornirebbe la popolazione di droghe, alcool e pornografia in modo di sbarazzarsi dei pesi morti sparsi nel mondo. Grazie a ciò, dovrebbe alla fine rimanere una popolazione di circa un miliardo di eletti che godrebbero liberamente dei doni della natura : aria pulita, acque fresche, cibi genuini.

Tutto ciò sembrava delirante, ma di recente un funzionario dei servizi segreti britannici, operativo dell’ MI6, ha affermato nel suo libro ” La Gerarchia dei Cospiratori : Il Comitato dei Trecento “, che una tale organizzazione segreta internazionale esiste davvero.

Scrive Coleman : ” Durante la mia carriera al servizio dell’intelligence britannica, ho avuto spesso accesso a documenti strettamente riservati. Il contenuto era inaspettatamente chiaro : ho scoperto che esistono poteri che controllano i governi di numerose nazioni. Questa cosa mi ha colto alla sprovvista e mi ha fatto decidere di renderla nota ad un mondo tenuto nell’ignoranza. Immaginate un potente gruppo di persone coinvolte nella finanza, nelle assicurazioni, nelle varie attività estrattive, di produzione dei farmaci, nell’industria petrolifera, assolutamente liberi dai vincoli dei confini geografici nazionali e che rispondono solo al gruppo stesso. Questo e il ” Comitato dei Trecento ” : una elite che governa il mondo dal lontano 1897, la cui struttura portante è data dalle 300 personalità più influenti al mondo. “

Cospiratori potenti

Coleman scrive che lavorano per il Comitato dei Trecento numerose organizzazioni segrete e gruppi di lavoro. Eccone una lista .
Dal 1921, il CFR, Council for Foreign Relations, costituito dalle personalità più influenti in america e nel mondo occidentale, passando dall’attuale e dai precedenti presidenti, fino a direttivi della CIA. Il CFR fu fondato dal banchiere americano J.P. Morgan, controlla la Federal Reserve, la borsa mobiliare americana NYSE ed i principali mezzi di comunicazione di massa.
Nel 1954 il Gruppo Bilderberg tenne la sua conferenza iniziale riunendo le elite americana ed europea ( L’organizzazione prese il nome dall’Hotel de Bilderberg ad Oosterbeek, Olanda, dove si tenne la riunione).
Nel 1973, venne ad essere una terza struttura di potere – la Commissione Trilaterale – formata da rappresentanti americani, europei e giapponesi. Suo fine : ” creare un meccanismo di programmazione mondiale e di spartizione a lungo termine delle risorse. “
Dal 1968, il Club di Roma ha rappresentato una delle più importanti divisioni estere del Comitato dei Trecento. Questa organizzazione riunisce studiosi, globalizzatori, futurologi ed esperti di problematiche internazionali di vario orientamento. L’organizzazione ha propri servizi segreti e ” riporta ” informazioni dell’Interpol , dell’ FSB [ Federalnaja Služba Bezopasnosti = i Servizi Segreti russi, ndt ],  e del Mossad.

Il miliardario David Rockfeller controlla le attività di tutte queste organizzazioni.
Una breve lista di organizzazioni periferiche che fornisce sostegno ai quattro giganti di cui sopra comprende : la Round Table, il David Millner Group, Order of St John, The German Marshall Fund of the United States, The China Fund, Inc., Fabian Society, Black Nobility, Mont Pelerin Society, Hellfire Club e la Massoneria.
Il  Tavistock Institute of Human Relations, che ha iniziato ad aiutare lo Stanford Research Institute, è la madre di tutti i gruppi di lavoro e gli istituti di ricerca.
Coleman scrive che fra i membri passati ed attuali del Comitato dei Trecento, vanno annoverati : la Regina d’Inghilterra, la Regina d’Olanda, la Regina di Danimarca, tutte le famiglie reali europee, Geroge Bush, Edward Carter, Houston Stewart Chamberlain, Winston Churchill, Francois Mitterrand, Jean Monet, Ernest Oppenheimer ed il suo erede Henry.
Circa a metà degli anni ‘90, la Russia fu invitata a partecipare alla fondazione di un singolo governo mondiale.
Scrive Coleman : ” Boris Yeltsin aderì alle decisioni del Comitato dei Trecento di sperimentare l’assoggettamento della Russia alla volontà di tale elite dominante “

Vagonate di pianificazioni

Coleman descrive quindi il nuovo ordine mondiale come concepito dal comitato dei Trecento.
Leaders: ci sarà un unico governo mondiale ed un unico sistema monetario, dominati da una oligarchia non eletta e dalla sua discendenza di sangue, che fornirà i leaders scelti esclusivamente fra le proprie fila secondo il modello feudale dell’Età di Mezzo.
Religione: sarà permessa un’unica religione nella forma di chiesa di stato. Tale chiesa esiste segretamente dal 1920. Saranno vietaste tutte le chiese Cristiane.
Controllo : ogni individuo avrà un codice identificativo che sarà archiviato insieme ad un fascicolo personale  presso la sede NATO di Brussels.
Famiglia : il matrimonio sarà bandito. I figli saranno allontanati dai genitori in tenera età. Saranno tirati sù da istituzioni speciali, proprietà dello stato. Sarà obbligatorio il sesso libero.
Figli : se un donna rimarrà incinta avendo già due figli, sarà fatta abortire e verrà sterilizzata
Risorse naturali : solo i membri del Comitato dei Trecento, più alcuni eletti, avranno diritto allo sfruttamento delle risorse naturali. L’agricoltura sarà totalmente sotto il controllo del Comitato dei Trecento, così come la produzione alimentare.
Politiche sociali : almeno 4 miliardi di ” individui inutili ” saranno sterminati prima del 2050, grazie a guerre regionali, epidemie mortali pilotate, malattie a diffusione rapida e fame. L’energia elettrica, il cibo e l’acqua sarano fornite in quantità sufficienti solo alle popolazioni bianche dell’Europa Occidentale e dell’America del Nord, quindi alle altre razze. Le popolazioni del Canada, dell’Europa Occidentale e dell’America diminuiranno più rapidamente che negli altri continenti fino a che la popolazione mondiale si assesti sul miliardo di unità. Di questi, 500 milioni saranno Cinesi e Giapponesi, che saranno ” scelti ” in quanto da secoli abituati ad ubbidire, senza discutere, a regolamenti,  leggi restrittive ed alle autorità.

Situazione attuale

Coleman sostiene che gli appartenenti al partito del governo mondiale unico, operano un continuo ed insistente lavaggio del cervello delle popolazioni, riscrivendone la storia, creando modelli individuali artificiali ed operando per la riduzione della popolazione.
” Fare un profilo ” è un metodo sviluppato nel 1922 secondo una direttiva del Royal Institute of International Affairs. Il metodo si basava su alcuni principi simili alla NLP dei giorni nostri, metodologia che aiuta ad influenzare le idee e le decisioni delle persone. Il metodo fu usato dal Maggiore John Riz, specialista dell’esercito inglese, su 80000 ” cavie umane ” prese fra militari britannici e prigionieri di guerra, che furono sottoposti a svariate tipologie di sperimentazione. Da ultimo, un centro specializzato nel lavaggio del cervello di popolazioni civili fu fondato presso l’Università del Sussex. Questa organizzazione super-segreta fu chiamata Istituto per le Politiche Scientifiche.
La Fondazione Rockfeller sovvenzionò alla fine della Seconda Guerra Mondiale, non appena le truppe anglo-americane risultarono naturalmente vincitrici,  una dotta ricerca volta alla riscrittura della storia perfetta.
La Fondazione Rockfeller sovvenziona anche la mappatura genetica delle qualità dell’essere umano perfetto; condotta in laboratori segreti  mira a far crescere in incubatrici persone geniali e docili soldati invincibili, selezionati sulla base del genoma.
Un programma di controllo della crescita della popolazione è stato approvato in una conferenza sullo stato del mondo.Suo scopo principale è il garantire un basso livello di nascite nei paesi al di fuori della civiltà occidentale. Il programma copre 100 stati ed utilizza strumenti quali la sterilizzazione forzata di uomini e donne.


L’opinione degli alti ranghi militari

Vladimir Nikiforov, già Colonnello del KGB, ufficiale anziano della Prima Divisione del Quinto Dipartimento del Comitato per le Relazioni Economiche Estere, dice che i Massoni hanno preso tutto.
” Negli anni 80′, ero supervisore dell’area del sud-est asiatico, ho lavorato in Laos, Vietnam, Cambogia e Cina. Naturalmente mi incontravo coi colleghi dei servizi segreti e lavoravo anche con apparati statali di quelle nazioni.  In numerose conversazioni private, mi fu detto dell’esistenza di un governo mondiale. Tutti i presidenti si oppongono a questa dittatura, ma sanno che sono da tempo dei fantocci nelle mani di questo sistema dominante composto dal solo 2% della popolazione mondiale – le persone più ricche. So per certo che la Regina d’Inghilterra ed il Re di Spagna con la moglie ne sono membri. Questo così detto governo mondiale si è impadronito di tutto. Scatenano guerre con il pretesto di superiori interessi di stato e della sicurezza nazionale ed inventano malattie artificiali come l’aviaria al solo scopo di controllare l’umanità e di disfarsi di quelli che considerano pesi morti dell’umanità. L’effetto finale, come mi fu detto, è che questo governo mondiale segreto determina la controllabilità delle masse. Il cuore dell’organizzazione sta a New york, Quinta Strada, in un grande tempio non lontano da dove le torri gemelle furono distrutte nel 2001. Di tanto in tanto, si riuniscono lì. “

Svetlana Kuzina

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Per non dimenticare

9 Agosto 2009 · Lascia un Commento

Per non dimenticare.

Scritto da Lucio Garofalo

In queste giornate afose d’estate, rischiano di cadere in un silenzio assordante due date che rievocano un’immane tragedia per l’intera umanità. Mi riferisco al 6 e 9 agosto del 1945, quando gli americani lanciarono le prime bombe atomiche della storia a scapito delle città di Hiroshima e Nagasaki, che vennero completamente distrutte. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350mila, a causa soprattutto delle affezioni tumorali prodotte dalle radiazioni atomiche. Tranne sporadiche commemorazioni piuttosto rituali, celebrate in remote località della Terra, nella fattispecie in Giappone, purtroppo in Europa, e tantomeno in Italia, non sembrano minimamente tenute in conto le ricorrenze legate a quegli orribili avvenimenti. Al contrario, stanno passando senza far rumore. A riprova che esiste la ferma volontà di cancellare ed estinguere la memoria di tali esperienze.

Quelle dell’agosto 1945 sono state…

le uniche volte in cui le armi nucleari sono state impiegate in un conflitto bellico contro popolazioni civili ed inermi, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. E’ bene ricordare che la paternità storica di tali massacri (veri e propri crimini commessi contro l’umanità, come qualcuno li ha definiti, crimini rimasti tuttavia impuniti) va indubbiamente ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato ad usare armi di distruzione di massa per vincere la guerra.

In modo particolare, occorre riflettere sulla seconda bomba atomica, sganciata su Nagasaki. Secondo molti storici si è trattato di un atto terroristico assolutamente inutile ed evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un vero e proprio alibi di natura tecnico-scientifica, era che la bomba lanciata su Nagasaki, essendo composta di plutonio, e non di uranio arricchito come quella gettata su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata (naturalmente, tale ragionamento è assolutamente cinico e spregiudicato). Il secondo motivo, in effetti prevalente, era di ordine strategico politico, nella misura in cui la seconda bomba era davvero inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un Paese completamente affranto e stremato, ormai prostrato, ridotto alla mercè dei vincitori, per cui apparve subito evidente un diverso scopo della seconda esplosione nucleare, ossia un gesto scellerato compiuto in funzione palesemente antisovietica. In tal senso, le bombe su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”. Insomma, si trattava di una scelta strategica e politica ben precisa, di un chiaro segnale intimidatorio, teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni della storia.

Negli anni successivi al 1945 le armi atomiche furono adottate da tutte le principali potenze mondiali: l’Unione Sovietica l’ottenne nel 1949 (grazie soprattutto alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla realizzazione della bomba nucleare per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un giusto equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964. In questo periodo, relativo al secondo dopoguerra, segnato da una prima proliferazione degli armamenti atomici, si determinò un clima che fu definito di “guerra fredda”, nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora esistente e che fa capo agli USA, e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, ossia della strategia della deterrenza nucleare che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un conflitto termonucleare totale.

Tale “equilibrio”, benché utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari divennero sempre più numerose, ma soprattutto più sofisticate e complesse, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki apparivano come “giocattoli”.  Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e politica del globo terrestre) erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma decine di volte.

Nel corso degli anni ‘80, il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale riduzione degli armamenti atomici posseduti dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (tradotto in italiano “Giochi di guerra”) che racconta la storia di un brillante ragazzo di Seattle che, giocando col suo computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense, provocando (nella finzione cinematografica) il pericolo di un conflitto termonucleare totale, poi scongiurato. Cito questo film per evidenziare come in quegli anni la percezione dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione del genere umano, era molto maggiore di oggi. Eppure la situazione odierna è più pericolosa di quella appena descritta, che si riferisce al periodo della “guerra fredda”.

Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele. Ripeto: Israele. Invece, gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a programmi di riarmo nucleare sono: il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, ossia Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. Inoltre, la possibilità, non solo teorica, che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche vere e proprie e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti militari delle varie potenze (USA ed Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può forse offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’attuale situazione internazionale. Una situazione avvolta in quella che convenzionalmente – ed erroneamente – viene definita “la spirale guerra-terrorismo”, ossia una realtà caratterizzata da crescenti tensioni e contraddizioni, aggravate dalla politica della cosiddetta “guerra globale preventiva” made in USA che, di fatto, alimenta e rafforza ulteriormente le spinte e le tendenze oltranziste ed estremiste in ogni angolo della Terra. Per questo, non tanto di “spirale” si tratta, quanto di due volti mostruosi e gemellari partoriti dal medesimo apparato di distruzione ed oppressione: l’imperialismo statunitense.

L’odierna situazione planetaria è dunque molto più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino avvenuto nel 1989 e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica e del suo “impero”, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari più piccole e più facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello molto più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”. L’epoca della “guerra fredda” è stata un periodo in cui l’equilibrio tra le due superpotenze (USA e URSS) esercitava un potentissimo effetto deterrente. Oggi quell’equilibrio non esiste più (è rimasto solo il “terrore”, scusate la battutaccia). Anzi, la situazione è profondamente squilibrata, estremamente instabile e caotica, e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-assegnati con arroganza e che li ha condotti all’isolamento più totale. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede una responsabilità e un coinvolgimento crescenti anche del nostro Paese. Basti pensare che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte all’uso almeno 90 testate nucleari. Per far capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, voglio rammentare alcuni episodi occorsi nel 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra situata al confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive in quella regione), una pericolosa contesa che avrebbe potuto condurre ad un drammatico scontro militare e al successivo ricorso ad armi nucleari.

Oggi esistono alcune micro potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali ed assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare tale situazione, anzi chi si azzarda in tal senso viene tacciato di “antisemitismo”. Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come gli USA, la Cina e la Russia, che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo e che agiscono in modo aggressivo ed espansionistico sul terreno prettamente commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi alla competizione commerciale tra USA, Giappone, Europa e Cina, o alla guerra monetaria tra euro e dollaro. Certo, dal 1945 ad oggi tutte le guerre finora combattute e anche quelle tuttora in corso (si pensi allo stato di guerriglia permanente in Iraq) non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, bensì solo a quelle convenzionali. Addirittura, in alcuni conflitti etnici “tribali” sono stati perpetrati veri genocidi usando armi rozze e primitive: ad esempio, in alcuni Stati africani, come il Ruanda, sono stati commessi massacri (contro l’etnia Tutsi) a colpi di machete, un pesante coltello dalla lama lunga e affilata.

Finora ho fornito una ricostruzione storica il più possibile fedele e lineare, in materia di armamenti nucleari, provando ad evidenziare un confronto tra passato e presente, tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che, come ho già spiegato, appare assai più insidiosa, benché la coscienza della gente comune sia indubbiamente molto meno diffusa e profonda rispetto al passato. A tale proposito voglio citare un brano tratto da un articolo di Giorgio Bocca (apparso alcuni anni or sono nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scrive testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”. In altri termini, il fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, ovvero il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale. Oggi, più che nel passato, questa perversa logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve più essere tollerata, ma va respinta con fermezza e abbandonata in modo definitivo, pena l’auto-annientamento dell’umanità e la dissoluzione di quasi ogni forma di vita presente sul nostro pianeta. Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, ovvero di una classe sociale da parte di un’altra classe, eccetera.

Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima. Tuttavia, la differenza più evidente ed innegabile tra guerre tradizionali e guerra nucleare, sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE TOTALE: un “dettaglio” che non è certamente trascurabile, per cui non va minimamente sottovalutato. Dunque, voglio concludere con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo, banale ed utopistico, esprime un’istanza molto diffusa tra la gente comune, implica un presupposto di estrema e vitale importanza, contiene una proposta assolutamente necessaria e indispensabile alla salvezza del genere umano e delle altre specie viventi sulla Terra: BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI, BANDIAMO TUTTE LE ARMI, BANDIAMO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO DALLA NOSTRA ESISTENZA!

Categorie: ambiente
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Bruciando le formiche

29 Luglio 2009 · Lascia un Commento

Bruciando le formiche.

“Breaking the Silence”, l’ong israeliana che raccoglie le testimonianze dei soldati sugli abusi e sui crimini commessi dall’esercito israeliano, ha pubblicato 54 racconti di soldati dell’Idf che hanno partecipato alla recente operazione “Piombo Fuso” nella Striscia di Gaza, denunciando gli orrori e gli atroci crimini di guerra commessi a danno di civili inermi ed innocenti.

Si spazia dalla distruzione di centinaia di case e di moschee senza alcuno scopo di carattere militare all’uso del fosforo bianco in aree densamente abitate, dall’uccisione illegale e indiscriminata di civili inermi al tristemente noto utilizzo di civili Palestinesi come scudi umani, tutte considerate “pratiche accettabili” nel quadro di un’atmosfera permissiva in cui ogni azione è lecita e ogni crimine è santificato da Dio.

E’ tanto l’orrore che provo e la ripugnanza per il comportamento di questi vili e barbari assassini che non mi sento di scrivere oltre, limitandomi a riportare quanto scritto in proposito dagli ebrei americani di… “Jewish Voice for Peace” e invitando chi legge ad aderire all’invito dell’associazione di inviare una lettera di denuncia al Presidente Usa Barack Obama.

Voglio aggiungere però una cosa.

Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, di fronte alla denuncia di “Breaking the Silence”, ha avuto la faccia tosta di ripetere la nota favoletta secondo cui l’esercito israeliano “è quello con il più alto senso morale del mondo”.

Questo può andare bene per i cantori della becera e vergognosa propaganda sionista, in stile informazione corretta per intenderci, ma in realtà simili affermazioni costituiscono la prova più evidente di come i crimini di guerra commessi da Tsahal a Gaza (e non solo), compresi quelli più atroci ed efferati, hanno sempre avuto la totale copertura e condivisione da parte del governo israeliano.

Sarebbe ora che negli Usa, e in Europa, si prendesse in considerazione l’idea di sottoporre Israele non ad un semplice blocco delle forniture militari – come ha timidamente iniziato a fare la Gran Bretagna – ma ad un boicottaggio economico e politico atto a costringere questo Stato canaglia ed assassino al rispetto del diritto umanitario, dei diritti umani dei Palestinesi, della legalità internazionale.

Non può più essere consentito a nessuno, nemmeno agli ebrei d’Israele, di mandare in giro i propri lanzichenecchi a massacrare i Palestinesi alla stessa stregua di un bambino che brucia le formiche con una lente d’ingrandimento.


Cosa dicono i soldati israeliani su Gaza?
15.7.2009

L’associazione israeliana “Breaking the Silence” ha da poco diffuso una raccolta di testimonianze (1) di soldati israeliani che hanno preso parte all’attacco contro Gaza lo scorso dicembre e gennaio.

Questo non è il primo rapporto che documenta gli orrori inflitti alla popolazione civile di Gaza. Meno di due settimane fa, per esempio, Amnesty International ha presentato un rapporto che documenta l’uso israeliano di armamenti da battaglia contro la popolazione civile intrappolata a Gaza (2).

Oggi i soldati israeliani corroborano le accuse secondo cui l’esercito ha ripetutamente violato il diritto internazionale.

“Sai cosa? Ti senti come un bambino che gioca con una lente d’ingrandimento, bruciando le formiche. Veramente. Un ragazzo di 20 anni non dovrebbe fare queste cose alla gente”.

I soldati raccontano dell’utilizzo di scudi umani (3), dell’uso del fosforo contro le popolazioni civili, della pura e semplice enormità della distruzione.

“Perché il fosforo bianco? Perché è divertente. Fantastico”. “Era orribile, come in quei film sulla II guerra mondiale dove non restava niente. Una città totalmente distrutta”.

I soldati riferiscono anche degli sforzi dell’unità del rabbinato militare di trasformare l’attacco in una guerra santa tra i “figli dell’oscurità” e i “figli della luce”.

“(Ci dissero) Nessuna pietà, Dio vi protegge, qualunque cosa facciate è santificata”.

L’elenco continua.

Abbiamo ascoltato le stesse storie, sia dagli abitanti di Gaza sia dai soldati israeliani (4).

Il generoso aiuto degli Stati Uniti – i dollari delle tasse americane – hanno reso possibile tutto questo. Le armi fabbricate negli Usa sono state utilizzate per attaccare i civili di Gaza, gli stabilimenti produttivi, le scuole e gli edifici amministrativi.

Il governo britannico ha cancellato alcuni contratti di fornitura di armi con Israele.

Non è ora che i membri del Congresso prestino attenzione? Chiedi un’inchiesta sull’uso dei proventi delle tasse Usa per finanziare i crimini di guerra a Gaza.

Sydney Levy
Jewish Voice for Peace

(1) Breaking the Silence Testimonies

(3) Ha’aretz: Israeli soldier: “We used Gazans as human shields.”
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1100300.html
Original article removed from Ha’aretz, but available in full here:
http://www.indybay.org/newsitems/2009/07/14/18607903.php)

(4) BBC Breaking the Silence on Gaza Abuses

Categorie: nuovo ordine mondiale · politica
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Antimafia Duemila – La guerra dei minerali. Il sistema delle multinazionali uccide il Congo

27 Luglio 2009 · 1 Commento

Antimafia Duemila – La guerra dei minerali. Il sistema delle multinazionali uccide il Congo.

di Marco Menchi -  23 Luglio 2009
La Global Witness, Ong che denuncia gli abusi di risorse e le violazioni dei diritti umani nel mondo, ha appena pubblicato un rapporto su come diverse multinazionali contribuiscono ad alimentare la guerra nel Congo.

Secondo l’organizzazione, molte aree minerarie dell’est sono controllate dall’esercito nazionale e dai ribelli, che sfruttano i civili per avere accesso alle preziose risorse del territorio. Alcune compagnie europee ed asiatiche, come la THAISARCO di Bangkok, l’inglese Afrimex e la belga Trademet, acquisterebbero materiali da fornitori che trattano con le parti in guerra, finanziando così i gruppi armati e alimentando il conflitto.
Attraverso inchieste e indagini sul campo, la Global Witness ha scoperto come l’esercito congolese e i gruppi ribelli, nonostante siano in guerra tra loro, collaborino regolarmente spartendosi il territorio e spesso anche i guadagni delle attività minerarie illegali. Ad esempio, i ribelli ruandesi usano strade controllate dalle Forze Armate della Repubblica del Congo e viceversa; oppure, i minerali prodotti dai ribelli sono esportati attraverso aeroporti locali gestiti dall’esercito nazionale.
Grazie alla situazione caotica del settore minerario in Congo, combinata alla la crisi dello stato di diritto e alla devastazione causata dalla guerra, questi gruppi hanno ottenuto un accesso illimitato alle risorse minerarie, avviando attività commerciali redditizie. Il rapporto della Global Witness mostra l’incapacità del governo non solo nel salvaguardare le zone ricche di minerali, ma anche nel controllare il suo stesso esercito, che sta facendo affari nel settore a spese dello stato.
I gruppi armati riescono a sopravvivere proprio grazie al loro controllo illegale delle miniere, in quanto i profitti permettono l’acquisto di armi ed equipaggiamento. Per mantenere questa fonte di ricchezza, le diverse fazioni hanno commesso orribili abusi dei diritti umani, come il frequente assassinio di civili inermi, le torture, gli stupri, i saccheggi, l’arruolamento di bambini-soldato e la rimozione forzata di centinaia di migliaia di persone dalle loro terre.
Questo legame tra i gruppi armati e il traffico illecito di minerali era già stato documentato dall’ONU nel dicembre 2008. I prodotti al centro della violenza comprendono la cassiterite, la columbite-tantalite (o coltan) e la wolframite, che dal Congo passano attraverso il Rwanda e il Burundi per poi raggiungere i paesi dell’Asia Orientale, dove sono lavorati per ottenere metalli preziosi, come lo stagno e il tungsteno, usati nell’elettronica.
Una delle compagnie citate nel rapporto è la THAISARCO, la quinta maggiore produttrice mondiale di stagno, di proprietà del gigante britannico dei metalli, la Amalgamated Metal Corporation (AMC). Il maggior fornitore della THAISARCO vende cassiterite e coltan da miniere controllate dai ribelli ruandesi. Un’altra compagnia, l’inglese Afrimex, già nel 2008 fu ammonita dal governo britannico perché acquistava prodotti da fornitori in affari con un gruppo ribelle, ma nessun provvedimento concreto è stato preso contro di essa.
Tutte queste multinazionali hanno replicato alle accuse della Global Witness definendole senza fondamento, sostenendo anzi di aver sempre seguito le direttive ONU per garantire la massima trasparenza riguardo all’origine dei minerali. Il rapporto però rivela che i comptoirs, ovvero le agenzie che comprano, vendono ed esportano i minerali gestiti dai gruppi armati, sono regolarmente registrate e autorizzate dal governo congolese. Le compagnie straniere usano così lo status “legale” dei loro fornitori come giustificazione per proseguire i rapporti commerciali con loro, senza verificare l’origine precisa dei materiali né l’identità degli intermediari.
La Global Witness ha infine sottolineato che paesi come la Gran Bretagna e il Belgio, evitando sanzioni pesanti contro le loro multinazionali coinvolte in questi traffici, stanno quasi vanificando tutti i loro sforzi diplomatici ed economici per porre fine alla guerra del Congo.

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ComeDonChisciotte – SOLDATI ISRAELIANI DENUNCIANO LE VIOLENZE CONTRO I CIVILI A GAZA

18 Luglio 2009 · Lascia un Commento

ComeDonChisciotte – SOLDATI ISRAELIANI DENUNCIANO LE VIOLENZE CONTRO I CIVILI A GAZA.

Una ventina di militari che parteciparono all’offensiva denunciano che “le regole erano: spara quando ne hai voglia, non lasciare che la coscienza sia un problema”. Nell’operazione Piombo Fuso morirono 1.400 palestinesi, per la maggior parte civili.

Gerusalemme. (EFE).- Una ventina di soldati israeliani che parteciparono all’ultima offensiva a Gaza denunciano la violenza delle forze militari impiegate, l’assenza di distinzione tra combattenti e civili e la completa mancanza di restrizioni al momento di sparare.

La ONG israeliana “Rompendo il Silenzio” ha diffuso oggi le testimonianze di 26 soldati che parteciparono all’operazione Piombo Fuso (tra il 27 dicembre e il 18 gennaio nella quale morirono 1.400 palestinesi, per la maggior parte civili), per aprire un dibattito sul comportamento dell’Esercito.

“A Gaza si è pensato, innanzi tutto, a che le truppe non corressero nessun rischio” spiega il direttore di questa organizzazione, Yehuda Shaul, un militare di riserva secondo il quale quanto successo è da interpretarsi alla luce della sconfitta israeliana subita nel sud del Libano nel 2006.

Shaul sottolinea che i testimoni riportano l’assenza totale di regole d’ingaggio, che lasciò libertà assoluta a tutti i soldati di sparare a qualsiasi palestinese, civile o meno. “Non c’erano limiti. Tutti quelli che erano lì erano nemici”, spiega Shaul, che aggiunge che le istruzioni in molti casi furono: “Entrate e sparate contro qualsiasi cosa”.

Uno dei soldati che ha reso pubblica la sua testimonianza in forma anonima concorda che “le regole erano: spara quando ne hai voglia”, e aggiunge che i vertici “ripetevano continuamente che questa è la guerra e in guerra non ci sono restrizioni sull’apertura del fuoco”. Un altro militare dice: ”Non dovevamo preoccuparci per i civili, sparavamo a tutto quello che vedevamo, Ci ripetevano che non c’era spazio per considerazioni umanitarie, ‘Non lasciatevi condizionare dalla coscienza, Lasciate a dopo le paure e ora pensate solo a sparare’”.

Un giovane lamenta “l’odio e l’allegria di uccidere” tra i suoi commilitoni. “Tutta questa distruzione, tutto questo fuoco contro gli innocenti (…) era semplicemente incredibile”, dice questo militare il cui battaglione, spiega, era formato da “60 ragazzi di 19 e 20 anni tra i quali volgarità e violenza sono una forma di vita” e dove “non c’era nessuno a fermarli”.

Un altro qualifica il fuoco di artiglieria israeliana “demenziale” e riconosce: “Stavamo uccidendo gente innocente”. “Le istruzioni erano chiare: se hai dubbi, uccidi”, dichiara un altro giovane militare, il quale ricevette istruzioni che quella era “una guerriglia urbana e in una guerriglia urbana sono tutti tuoi nemici, non ci sono innocenti”. Anche i combattenti descrivono la distruzione gratuita delle abitazioni e di come non si lasciava “una sola casa intatta”.

Un soldato che operò al cannone di un carro armato al nord est della frangia spiega che se dovevano girare e non c’era visibilità “si sparavano dodici bombe alle case intorno e si continuava”. In due settimane di offensiva dice di aver sparato 50 bombe, 32 casse di munizioni da mitragliatrice media (più di 7.000 colpi), 20 colpi di mortaio da 60mm e 300 cariche da mitragliatrice pesante Browning 0.5. “E questo è solo un carro: ce n’erano più di duecento”, aggiunge Shaul.

I soldati descrivono la morte dei civili in circostanze in cui era facilmente evitabile, come quella di un anziano che fu colpito mentre stava nascosto nel sottoscala della sua casa. “Prima di entrare in una casa, era normale lanciare missili, fare fuoco dal carro armato e con mitragliatrici e granate e poi sparare mentre si entrava”, descrive uno dei soldati. Altri riferiscono dell’impiego dei cosiddetti “Johnnies” o “scudi umani”: si mandava un civile palestinese nella casa per assicurarsi che non ci fossero dei miliziani dentro.

Qualche militare sottolinea, sorpreso, la parte avuta dal Rabbinato Militare, e concretamente dal dipartimento “Coscienza Ebraica per un Esercito Israeliano Vincente”, dal quale si incitavano le truppe con espressioni tipo: “Non aver compassione, Dio ti protegge e tutto quello che fai sarà santificato”. I rabbini diffusero tra i militari la nozione messianica secondo la quale stavano partecipando a una “guerra santa” nella quale i “figli della luce” lottavano contro i palestinesi, “figli della oscurità”. A Gaza, conclude Shaul, “l’Esercito Israeliano ha abbandonato tutti i suoi valori morali ed ha agito contro il suo proprio codice etico”, cosa che, secondo lui, meriterebbe quanto meno un dibattito affinché la società decida se è questo l’Esercito che vuole avere.

Titolo originale: “Soldados israelíes denuncian la brutalidad contra civiles en Gaza “

Fonte: http://www.lavanguardia.es/
Link
15.07.2009

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da DANIELE NARDI (EPICUREO99)

Categorie: nuovo ordine mondiale
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ComeDonChisciotte – SAPPIATE CHE SIETE SEDUTI SULLA TERZA GUERRA MONDIALE

7 Giugno 2009 · 1 Commento

ComeDonChisciotte – SAPPIATE CHE SIETE SEDUTI SULLA TERZA GUERRA MONDIALE.

L’importanza strategica dell’Iran, Afghanistan e Pakistan, nella scacchiera della guerra energetica, ha due ragioni principali:

A) Tanto il Pakistan (un gigante islamico con potere nucleare) che l’Afghanistan (dominato da un conflitto armato contro i talebani) fanno parte del piano strategico per il dominio e controllo militare del “triangolo petroliefero” (Mar Nero – Mar Caspio – Golfo Persico) dove si concentra più del 70% della produzione industriale mondiale di petrolio e gas, elementi indispensabili per la futura sopravvivenza delle potenze capitaliste dell’asse Usa-UE.

B) L’Iran, che controlla lo Stretto di Ormuz, da dove passa il 40% della produzione mondiale dell’industria petrolifera (con la possibilità, inoltre, d’avere la bomba nucleare) mette in pericolo la sopravvivenza dello Stato d’Israele e la supremazia del controllo economico, geopolitico e militare strategico del potere imperiale Usa-UE nella decisiva regione del Medio Oriente e del Golfo Persico.

Così, come la Russia rappresenta per l’asse Usa-UE la “barriera” geopolitica e militare da vincere per la conquista dell’Eurasia e delle sue risorse energetiche (vitali per la futura sopravvivenza dell’asse Usa-UE), l’Iran è la pietra che bisogna rimuovere per completare il controllo sulle rotte e delle riserve energetiche del Medio Oriente.

Queste sono le ragioni strategiche che trasformano il “triangolo del petrolio” (Eurasia – Caucaso – Medio Oriente) nel teatro obbligato della terza guerra mondiale intercapitalista (sviluppata possibilmente con armamento nucleare) per il controllo delle risorse strategiche del pianeta per la sopravvivenza futura.

Ed alla fine (se ci sarà che qualcosa che rimarrà vivo ed in piedi) i vincitori si spartiranno il bottino ed un nuovo “ordine mondiale” come nel 1918 e nel 1945.

Gli Stati Uniti possono solo soddisfare un 25% della propria necessità energetica (tenendo conto che le risorse si esauriscono), e l’Unione Europea è completamente dipendente per l’approviggionamento di gas e petrolio. Cina (come India, Giappone e le potenze Asiatiche) hanno bisogno di petrolio e di gas (vengono rifornite principalmente dai corridoi russi) per sopravvivere come superpotenze industriali.

Di conseguenza, come già sottolineammo, la Russia è l’unica superpotenza nucleare autosufficiente di gas e di petrolio (oltre a controllare la maggior parte delle rotte euroasiatiche) e rappresenta per l’asse Usa-UE la “barriera” geopolitica e militare da vincere per la conquista dell’Eurasia e delle sue risorse energetiche.

Ed il gigante petrolifero socio della Russia, l’Iran, è a sua volta la pietra che bisogna rimuovere per completare il controllo delle rotte e delle riserve energetiche del Golfo Pesco e del Medio Oriente.

Si capisce perché bisogna distruggere il cardine “dell’asse” del male? Lo scoppio della terza guerra mondiale non è il prodotto delle visioni di profeti, bensì un susseguirsi storico (inevitabile) di calcoli matematici per la sopravvivenza capitalista. Che è la madre di tutte le guerre.

Categorie: economia · nuovo ordine mondiale
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Antimafia Duemila – Contro gli F-35

4 Giugno 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Contro gli F-35.

di Enrico Piovesana – 27 maggio 2009
Intervista a Walter Bovolenta, dell’Assemblea Permanente ‘NO F-35′. “Sono macchine da guerra per la nuova gendarmeria mondiale. Costano una cifra enorme che potrebbe essere spesa in modi assai più utili.
Lo stabilimento di Cameri, dove verranno costruiti, produrrà inquinamento e un’ulteriore militarizzazione del territorio.
Perché siete contrari al programma di riarmo F-35 Joint Strike Fighter?
I caccia-bombardieri F-35 rappresentano il primo sistema d’arma concepito per rispondere alle esigenze della nuova ‘gendarmeria mondiale’ rappresentata dalla Nato. L’Italia produrrà e si doterà di un aereo militare ideato non per difendere il nostro spazio aereo nazionale, ma per partecipate a future missioni di guerra all’estero, per andare a bombardare in giro per il mondo, seminando morte, distruzione e sofferenza.
Oltre a queste ragioni di principio, siamo contrari agli F-35 anche per ragioni di ordine economico: questa impresa costerà ai cittadini italiani almeno 13 miliardi di euro. Una cifra impressionante, soprattutto in tempi di crisi economica, che potrebbe essere investita per migliorare le condizioni di vita di tutti, per redistribuire il reddito, per sviluppare fonti di energia rinnovabili o per tutelare il nostro territorio.

A proposito di territorio, perché giudicate negativo l’impatto dello stabilimento di Cameri dove verranno prodotti gli F-35?

L’aeroporto militare di Cameri, a due passi da Novara e Varese, diventerà il centro di collaudo di tutti i velivoli che verranno prodotti e in futuro aggiornati nello stabilimento di Finmeccanica all’interno della base. Questo significa che per i prossimi decenni i nostri cieli saranno continuamente solcati da questi caccia, che producono un enorme inquinamento ambientale e acustico, con le relative gravi conseguenze per la salute e la qualità della vita degli abitanti della zona. Non dimentichiamo che Cameri si trova ai confini del Parco del Ticino.
Inoltre, la nascita di uno stabilimento militare di importanza internazionale produrrà un’ulteriore militarizzazione del nostro territorio, su cui già gravano le grandi basi militari di Solbiate Olona e di Bellinzago.

Quando e come è nata la vostra associazione contro gli F-35?
L’adesione iniziale dell’Italia al progetto Joint Strike Fighter risale al 1996 ed è stata successivamente confermata da tutti i governi, sia di centrodestra che di centrosinistra. Ma la firma definitiva dell’accordo è avvenuta solo nel febbraio 2007, quando il sottosegretario alla Difesa del governo Prodi, Lorenzo Forcieri, ha incontrato a Washington il suo collega statunitense Gordon England. E’ stato allora che diversi gruppi e associazioni locali presenti sul territorio novarese si erano unite in un Coordinamento contro gli F-35′. Nel 2008, con l’adesione di alcuni gruppi lombardi contrari al progetto Joint Strike Fighter, il Coordinamento si è trasformato in L’Assemblea Permanente ‘NO F-35′.

Come mai l’opposizione a questo progetto, vecchio di tredici anni, si fa sentire solo adesso?

Il consenso ‘bipartisan’ di tutto il mondo politico italiano su questo programma di riarmo e il conseguente assoluto silenzio mediatico verso questa faccenda hanno fatto sì che il movimento pacifista non si sia mai mobilitato in merito. Finora abbiamo fatto tutto da soli.

Quali azioni di protesta avete organizzato finora? Avete in programma una manifestazione nazionale a Novara per il 2 giugno, vero?

Finora abbiamo informato e sensibilizzato la popolazione locale, interessata dal futuro stabilimento di Cameri, organizzando incontri, manifestazioni, presidi e mettendo in piedi un sito Internet con documenti e notizie, abbiamo scritto lettere e appelli alle autorità locali, nazionali e perfino al presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
E adesso abbiamo organizzato una grande manifestazione di protesta a Novara per martedì 2 giugno: l’appuntamento è alle 15, davanti alla stazione ferroviaria in piazza Garibaldi. Da lì partiremo per percorrere le strade della città e per gridare forte la nostra opposizione a questa ennesima impresa di morte. Chi vuole venire, trova tutte le informazioni sul nostro sito: www.nof35.org.

La ‘Campagna di Indignazione Nazionale‘, lanciata da Sbilanciamoci! e da Rete Italiana per il Disarmo, ha già raccolto quasi ottomila firme per chiedere al governo italiano di rinunciare all’acquisto dei cacciabombardieri F-35 e di usare in maniera migliore per la popolazione gli oltre 13 miliardi di spesa previsti

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NUOVA ENERGIA: QUANDO IL CIELO E’ STRIATO E QUANDO LA TERRA TREMA – Segreti e tabù della guerra ambientale

23 Maggio 2009 · 1 Commento

NUOVA ENERGIA: QUANDO IL CIELO E’ STRIATO E QUANDO LA TERRA TREMA – Segreti e tabù della guerra ambientale.

http://www.youtube.com/watch?v=t6qqjtMWXcg

Da recente, in occasione della tragedia in Abruzzo, abbiamo avuto modo di considerare il problema dei terremoti.
Nei media di regime si è scatenata una specie di ossessione, e si sono proposti contenuti ripetitivi che miravano a convincere che i terremoti non si possono prevedere. Ma allora, come qualcuno ha osservato, perché mai la “protezione civile” ha rassicurato tutti dicendo che non c’era pericolo? Se i terremoti non si possono prevedere non si può dire nemmeno che non c’è pericolo.
Certo è perlomeno strano che per alcuni mesi, prima del disastro, gli abruzzesi ebbero scosse di varia entità ma nessun telegiornale ufficiale ne parlò, e prima del disastro finale pochi conoscevano il lavoro di Giampaolo Giuliani.
Poi, dopo il terremoto, i media ufficiali fecero a gara per occuparsi della tragedia, strumentalizzando ampiamente la sofferenza atroce di quanti avevano perduto parenti, amici e casa. I media si focalizzarono sul quesito “si può prevedere un terremoto?”, sostenendo che ciò non è possibile, e offuscando il quesito, assai più scottante per il regime: “si può provocare un terremoto?”
Diversi scienziati sostengono che provocare un terremoto, come altri eventi ambientali, è possibile con le tecnologie attuali.
Ovviamente questo non vuol dire che non esistano terremoti “naturali”, ma semplicemente che i terremoti potrebbero anche essere provocati artificialmente.

Sarebbe ragionevole ritenere che gli esperimenti nucleari sotterranei provocano terremoti, e che esistono armi tettoniche in grado di provocare terremoti artificiali. Di questo parlano eminenti scienziati, e alcuni politici sollevano la questione della messa al bando di tali armi. Ad esempio, il parlamentare statunitense Dennis Kucinich nella sua proposta di legge, “The Space Preservation Act of 2001” (legge per la protezione dello spazio), presentata al 107° Congresso degli Stati Uniti chiedeva la messa al bando di queste armi.

Il tenente generale Fabio Mini (vedi video sotto) ha dichiarato che in alcuni ambiti militari “Nessuno crede più che un terremoto, un’inondazione, uno tsunami o un uragano siano soltanto fenomeni naturali”.(1)

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ComeDonChisciotte – CRISI GLOBALE: QUANTO TEMPO ABBIAMO ?

21 Maggio 2009 · Lascia un Commento

ComeDonChisciotte – CRISI GLOBALE: QUANTO TEMPO ABBIAMO ?.

DI ADRIAN SALBUCHI
Argentine Second Republic Movement

Un buon dottore riferisce sempre al paziente la sua reale condizione, a prescindere dalla diagnosi; un buon dottore comincia col fare una corretta diagnosi sulla condizione del paziente. Un cattivo dottore invece non è in grado di fare una corretta diagnosi (a causa della mancanza di preparazione) oppure nasconde la veritá al paziente, il che è anche peggio.

Quando si dice ad un malato terminale come veramente stanno le cose, prima di farsene una ragione il paziente prima è incredulo ed in seguito cerca di negare ció che gli sta accadendo; incredulitá per cui il paziente ritiene che il medico abbia fatto un errore sbagliando la diagnosi. Quando la diagnosi è confermata, la disperazione lo porta a negare: ‘è impossibile, dice, che stia succedendo proprio a me’.

Un bravo medico aiuta il paziente ad attraversare questo processo doloroso, cercando di fargli accettare la situazione; solo allora la cura puó iniziare. Qualcosa del genere accade, anche se in modo metaforico, quando i cittadini sono colpiti da disordini sociali che sono la conseguenza di crisi profonde derivanti da ció che Carl G. Jung chiamava ‘epidemie della mente e dell’anima’.

Di seguito vogliamo trattare alcune questioni che pensiamo riflettano la fine drastica di un ciclo a livello globale, anche se i media guardano dall’altra parte (per esempio nascondendo la veritá e generando cortine fumogene), e la maggior parte dei politici hanno le idee poco chiare su quello che sta succedendo (questo fa capire la loro ignoranza), mentre la massa della popolazione in tutte le nazioni vede e sente la crisi ma non è in grado di trovare una spiegazione (incredulitá), e infine ci sono alcuni intellettuali realmente in grado di capire quello che sta succedendo e dove stiamo andando a finire ma trovano la situazione troppo difficile da accettare (negazione delle conseguenze).

Nel nostro comunicato numero 52 del 3 ottobre 2008 riguardante la crisi finanziaria globale allora appena esplosa dicemmo che non si trattava di una ‘crisi’. Quello che prese piede a partire dal 15 settembre 2008 era piú precisamente l’inizio della fine irreversibile del sistema finanziario globale, parte di un modello controllato per il raggiungimento di diversi obiettivi. Questi obiettivi vanno ben oltre gli scopi finanziari, nel senso che si tende verso lo stadio successivo: il cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale [New World Order (NWO), ndt]; questo è nient’altro che la costituzione di un governo globale. Al tempo abbiamo anche descritto i tre progetti base, ‘Piani’, dell’elite del NWO:

-il Piano A cerca di risolvere la crisi finanziaria in corso attraverso pure e semplici misure finanziarie: questo metodo è risultato inefficace.

-il Piano B cerca di risolvere la crisi attraverso una revisione complessiva dell’ intero sistema finanziario, per cui tra l’ altro si pensa di introdurre un nuovo dollaro coperto dagli ‘infallibili’ lingotti d’oro. Questo dovrebbe permettere alle oligarchie mondiali di trasferire la valanga di perdite di Wall Street e dei banchieri europei in altre parti del pianeta (per esempio in Cina, la quale ha un ruolo non trascurabile nell’attuale crisi, e in America Latina).

Attraverso il piano C, infine, si cerca di muovere le pedine della scacchiera, per cosi dire, in modo da scatenare una guerra mondiale.

Siamo convinti che questi piani siano in via d’ attuazione, e mentre il primo si è rivelato inutilizzabile, gli altri due stanno per essere messi in atto. Vediamo dunque la situazione attuale.

1) GOVERNO MONDIALE

Per prima cosa si deve puntualizzare che il nuovo ordine mondiale non rispecchia lo stadio attuale della struttura politica internazionale: è piú che altro un termine generico. Perciò abbiamo avuto diversi “Nuovi Ordini Mondiali” nell’ultimo secolo:

- Nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale, quando furono creati il Council on Foreign Relations (New York) ed il Royal Institute of International Affaires (Londra) come organizzazioni per il controllo e la pianificazione politica mondiale promuovendo gli interessi anglo-americani e sionisti in tutto il mondo.

- Nel 1945, quando il bipolarismo del dopoguerra prese piede: cioé Breton Woods, Jalta, l’ ONU e la guerra fredda.

- Nel 1991, dopo il crollo dell’ Unione Sovietica e l’ avvento della globalizzazione, come annunciato da Bush padre (11 settembre 1991).

- Nel 2008, quando la morente e ambigua globalizzazione cede il passo a qualcosa di molto piú ambiguo: un governo mondiale coercitivo e autoritario, come annunciato nel Financial Times londinese l’ 8 dicembre 2008 da Gideon Rachman.

Oggi stiamo sperimentando il violento stadio che precede l’imposizione di questo nuovo ordine, i cui obiettivi sono:

- Dissoluzione di tutti i governi e autoritá nazionali (la rinuncia alla sovranitá nazionale promossa dal CFR, dalla Commissione Trilaterale e dal Gruppo Bilderberg).

- Il crepuscolo degli Stati Uniti come superpotenza ‘indispensabile’ (per questo Obama veniva accolto nello Studio Ovale)

- Il drastico spopolamento del globo (isteria pandemia)

- Sorveglianza elettronica totale e controllo dei cittadini sopravissuti (pratiche da guerra psicologica che abbassano le difese della popolazione contro l’ inoculazione).

- Monopolio centralizzato e stretto controllo sulla politica, l’economia, la finanza, l’ sercito, la cultura, i mezzi d’informazione, la tecnologia e perfino le pratiche religiose.

Tutto questo puó essere raggiunto soltanto per mezzo della guerra. Il piano C è stato appena attivato.

2) CONFRONTO CON LA RUSSIA E LA CINA

Negli ultimi mesi la Cina ha osservato gli USA e i parassiti di Wall Street molto accuratamente.

La Cina vorrebbe capire cosa ne sará dei 1.7 mila miliardi di riserve in dollari che detengono (questa situazione è chiamata ‘la bomba atomica cinese’ da alcuni osservatori a Washington). Gli USA non danno spiegazioni perché in realtá di risposte non ne hanno.

Se la Cina dovesse prendere una decisione drastica (come ad esempio cambiare le proprie riserve di dollari americani in euro in tempi brevissimi), si avrebbe come conseguenza il crollo del dollaro americano (il suddetto piano B è stato studiato appunto per questa eventualitá).

In effetti, una delle maggiori fonti finanziarie atte a coprire il debito pubblico americano è proprio la Cina, la quale fino a poco tempo fa assorbiva appunto gran parte del debito pubblico degli USA (oggi questo bisogno necessita di ben 170 miliardi di dollari alla settimana).

Il recente misterioso volo a bassa quota dell’ Air Force One su Manhattan, che ha provocato molto panico e perfino l’ evacuazione sia del World Financial Center che di altri grattacieli sembra essere connesso con la situazione generale: sembra che Obama e alcuni del suo staff abbiano deciso di incontrare i rappresentanti e garanti della Cina e di altre potenze estere con l’obiettivo di raggiungere un accordo/soluzione. Il problema è che Obama non è arrivato ad un accordo con i piani piú alti che hanno l’ ultima parola e che hanno deciso diversamente, ordinando all’Air Force One di atterrare a Washington DC in maniera piuttosto minacciosa. Temendo il peggio il pilota dell’Air Force ha deciso di proteggere il velivolo facendo in modo che venisse ‘visto’ sui cieli di New York da milioni di persone cosi che i due caccia F-16 che lo scortavano non facessero niente di ‘strano’ (vedi i video su YouTube degli incredibili voli a bassa quota). Gli inviati dei creditori esteri degli USA, inclusa la Cina, sono poi anche stati coinvolti in uno scontro a fuoco avvenuto poco dopo con degli agenti dell’ FBI; scontro che ha provocato la morte di diversi agenti.

3) IL DETONATORE ISRAELIANO

Lo stato di Israele va avanti col piano annunciato per l’attacco unilaterale dell’Iran. Abbiamo parlato di questo per oltre due anni. Sará un attacco unilaterale premeditato e ingiustificato da parte di Israele, l’unico stato del Medio Oriente che detiene armi di distruzione di massa (400 pezzi nucleari avuti dagli USA) e che lascia intendere di volerle usare; la scusa è naturalmente il programma nucleare dell’Iran. Il quotidiano londinese Times rende noto nell’edizione del 18 aprile 2009 che le forze aeree israeliane sono pronte all’attacco ed aspettano soltanto il via libera dal nuovo primo ministro della destra estrema Benjamin Netanyahu, dall’ancor piú estremista ministro degli esteri Avigdor Lieberman e dall’alto commando del IDF (Forze di Difesa Israeliane) (vedi l’articolo ‘Israele è pronto a bombardare le basi nucleari iraniane).

Questo attacco provocherebbe una guerra di dimensioni enormi e l’uso di armi di distruzione di massa biologiche, chimiche e nucleari. Le fonti israeliane riferiscono che lo stato è pronto ad attaccare l’ Iran con o senza il consenso da parte del governo Obama, ben sapendo che il potere sionista in America è piú forte di qualsiasi governo, sia esso democratico o repubblicano. Netanyahu incontrerá Obama il 18 maggio. In ogni caso, con l’attacco di Israele e la risposta dell’Iran, il governo americano si vedrá costretto dal potere sionista negli USA a combattere al fianco di Israele (vedi ‘La lobby israeliana e la politica estera americana’, Stephen Walt & John Mearsheimer); tutto questo è stato appena ratificato nel Daily Telegraph del 7 maggio.

4) POLITICA PER UN GOVERNO MONDIALE

Il ‘detonatore israeliano’ va di pari passo col riposizionamento delle truppe americane lungo i confini, come suggerito dal pensiero strategico di Zbigniew Brzezinski che vuole lo spostamento di buona parte delle truppe dall’Iraq all’Afghanistan e al Pakistan, focalizzando l’attenzione sui Talebani e i pozzi petroliferi nel mar Caspio. L’Afghanistan si trova in una condizione di totale confusione con i Talebani che hanno preso possesso della parte migliore del paese. Oggi si trovano a 160 km da Islamabad, in Pakistan, paese che deve affrontare una crisi altrettanto tremenda. Le bombe americane cadono su Afghanistan e Pakistan ogni giorno mentre i governi fantoccio di questi stati non fanno nulla per porre fine a questa situazione.

L’Iran, la Russia e la Cina, da spettatori e secondo i loro propri interessi, seguendo diversi criteri d’allarme, osservano attentamente queste manovre offensive (aggravate dalla pericolosa strategia della NATO contro la Russia in Polonia e in altre parti dell’ Europa). I tre comunque riconoscono di avere gli stessi avversari: gli Stati Uniti (per Russia e Cina), Israele e gli USA (per l’Iran); una vera formula esplosiva, ma un rischio necessario per l’oligarchia del Nuovo Ordine Mondiale tesa ad introdurre un governo globale.

Questo dovrebbe essere un campanello d’ allarme per tutti gli stati del mondo, in quanto quest’ ordine comprende tutte le nazioni, e gli stati che si rifiutassero di entrare volontariamente nel ‘club’ che ruota intorno agli USA, il Regno Unito e Israele (ed ai loro rispettivi interessi) sarebbero automaticamente banditi come antidemocratici e antisemiti; quello che succederebbe dopo si puó benissimo immaginare.

5) SEMPRE PÍU STATI FALLIMENTARI: DISOCCUPAZIONE E POVERTÁ PER MILIONI DI LAVORATORI

Le banche americane ed europee sono in bancarotta, cosi come molte industrie (la Chrysler è stata proprio l’ultima a cadere), gli assicuratori globali sono tecnicamente falliti, mentre la maggior parte delle istituzioni finanziarie sono deboli, per usare un eufemismo, o totalmente improduttive, per usare un termine che si addice di piú alla situazione reale. I maggiori governi mondiali sono costretti a sostenere finanziariamente la maggior parte delle aziende, il che è un’ ulteriore prova che il capitalismo senza regole, quando lasciato ai suoi propri meccanismi senza interventi da parte dello stato, porta ad un sistema vicino a quello sovietico in cui lo stato controlla le societá (naturalmente troppo importanti per poter crollare) e porta avanti un’economia finalizzata alla protezione della nomenklatura dei ‘banksters’ [“banchieri gansters” N.d.r].

Ancora una volta assistiamo al medesimo ciclo: prima si ha la privatizzazione di larghi profitti che va avanti per decenni; profitti che vanno a riempire le tasche di banchieri, investitori, speculatori e parassiti di ogni genere. Quando poi l’ intero sistema crolla, come sta succedendo in questo momento, le gigantesche perdite sono ‘socializzate’ per mezzo di fondi governativi che includono denaro proveniente dalle imposte e denaro coniato apposta per salvare coloro che dovrebbero essere in prigione; tutti gli altri sono lasciati al proprio destino.

L’iper-inflazione tecnica del dollaro è un fatto, anche se nessuno ancora lo dichiara apertamente.

Ci si sta rendendo conto che la recessione di USA, Europa e Asia è molto peggio di quanto ci si aspettasse, dicono gli esperti.

Milioni di persone stanno perdono il posto di lavoro e i mezzi di sussistenza, le case, le pensioni, e i risparmi di una vita; milioni di persone cominciano a farsi sentire nelle strade con manifestazioni come i “tea-parties” [recenti manifestazioni di protesta negli USA N.d.r] e sommosse: rappresaglia e repressione.

6) FRODE E ANCORA FRODE

Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e direttore della Yeshiva University a Tel Aviv, è divenuto un simbolo del classico banchiere truffaldino che ha parte integrante nel sistema capitalistico senza regole (che usa il modello piramidale Ponzi come modello base), con i suoi 70 miliardi di dollari rubati ad altri investitori (oh, questi sembrano essere preda di una versione moderna di cannibalismo, mangiando la loro stessa carne).

Si dovrebbe comunque essere piú gentili con ‘Bernie’ Madoff in quanto egli si sta assumendo tutte le colpe e le critiche derivanti dal modello Ponzi, mentre in realtá è l’ intero sistema finanziario a rispecchiare tale modello. Questo è il modo in cui CitiCorp (William Rhodes, Robert Rubin), la Bank of America, Goldman Sachs (Henry Paulson, Timothy Geithner), Morgan Stanley, AIG (Maurice Greenberg) e gli altri istituti assicurativi e banche, hanno sempre operato.

Per avere un’idea piú chiara di quello che sta succedendo dietro le quinte, si prenda come esempio Freddie Mac, il cui nuovo direttore finanziario, il 41enne David Kellermann, si è suicidato. Fonti dell’intelligence russa ritengono che la causa piú probabile per questa morte sia legata al fatto che Kellermann aveva scoperto che Freddie Mac ha finanziato con piú di 50 miliardi di dollari le organizzazioni che fanno capo agli interessi di Israele, cosi che quest’ informazione avrebbe dovuto essere resa nota proprio da lui. Bisogna anche ricordare che quando alla fine dello scorso anno Freddie Mac crolló, uno dei suoi direttori era Rahm Emanuel, ossia l’attuale capo di gabinetto del presidente Obama con doppia cittadinanza (americana e israeliana), e per di piú sospettato di far parte dei servizi segreti israeliani.

7) H1N1 L’ EPIDEMIA DELLA PESTE SUINA

Sembrerebbe che un’ altra cortina fumogena sia stata imposta ai mezzi d’ informazione di tutto il mondo, in modo da evitare che gli articoli che parlano della suddetta situazione vengano messi nelle prime pagine. Fino ad ora si sono verificati soltanto 2000 casi di H1N1 in tutto il mondo, e i 160 decessi in Messico riportati da FoxNews alcune settimane fa sono scesi a 30; lo stesso vale per il resto del mondo. I media hanno provocato isteria, generando quella che viene chiamata ‘isteria da pandemia’, per la gioia delle grosse ditte farmaceutiche che registrano vendite record di Oseltamivir e altre medicine contro l’influenza. I fautori del NWO (Nuovo Ordine Mondiale) sono anche stati in grado di testare l’efficacia delle tattiche di guerra psicologica posta in atto al fine di avere il controllo su fasce molto ampie di popolazione. Vaccini di massa e quarantena, voli cancellati: questo è un circo globale; lo stesso avvenne nel caso dell’ influenza aviaria nel 2004/2005 (che ne è stato poi?).

Non c’è dubbio che ad un certo punto verrá sintetizzato un virus selettivo focalizzato a determinati gruppi sociali (è stato forse l’ HIV un precursore?), in quanto uno degli obiettivi chiave del governo mondiale è proprio quello di favorire la decrescita demografica del pianeta, come consigliato da Henry kissinger nel National Security Strategic Memorandum 200 del 1974.

Per concludere, le sette questioni di cui si parla in quest’ articolo non dovrebbero essere considerate isolate e sconnesse; al contrario sono strettamente legate tra loro e dovrebbero essere perció lette in chiave olistica, come parte di una strategia piú vasta mirante all’ imposizione di un regime globale in un modo o nell’altro. Parlare di tali questioni come legate tra loro e fare previsioni sul loro effetto a medio e lungo termine ci permette di capire cosa sta realmente accadendo nel mondo; il che è molto diverso da quello che si sente alla CNN, FoxNews, la BBC, il New York Times, il Washington Post, il Daily Telegraph, ABC, CBS o NBC.

In breve, la questione chiave che ci si dovrebbe porre dovrebbe diventare sempre piú chiara a tutti quanti: quanto tempo ci rimane? Quanto tempo abbiamo realmente negli Stati Uniti, in Europa, in Argentina e nell’intero pianeta?

Ognuno giudichi a modo suo, ognuno faccia le proprie scelte. Si puó scegliere di essere come Homer Simpson, facendo zapping tutto il tempo, oppure scegliere di intervenire in questo disastro globale, a prescindere da dove ci troviamo, passando ai fatti.

Qualsiasi cosa si abbia intenzione di fare, è meglio che si cominci subito.

Titolo originale: “Global Crisis: How Much Time do We Have?”

Fonte: http://asalbuchi.com.ar/

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ComeDonChisciotte – STERMINIO INFINITO: IL MASSACRO IN SRI LANKA È PARAGONABILE

20 Maggio 2009 · Lascia un Commento

ComeDonChisciotte – STERMINIO INFINITO: IL MASSACRO IN SRI LANKA È PARAGONABILE SOLO AL GENOCIDIO DI GAZA.

Centinaia di morti, cadaveri insepolti, e feriti senza cure mediche

Secondo osservatori internazionali, quello che sta succedendo in Sri Lanka solo è paragonabile col massacro militare compiuto da Israele nella Striscia di Gaza nel gennaio passato. Circa 50.000 persone sono rimaste intrappolate – come successe a Gaza – in una piccola striscia di territorio per 24 ore sotto il fuoco incrociato di batterie terrestri, carri armati ed aeroplani del Governo, alleato degli stati Uniti e “dell’asse occidentale”.

Come ha scritto un corrispondente della BBC: “L’esercito stà praticando una specie di ‘tiro al piccione’ coi rifugiati”, tra i quali combattono i ribelli dell’Esercito delle Tigri Tamil (Ltte). Alcuni corrispondenti risaltano la ferocia senza limiti del massacro e l’impotenza (e/o complicità) degli organismi internazionali nel fermarla. Si tratta di un genocidio su grande scala il cui sviluppo ed interessi in gioco vengono sistematicamente occultati o deformati dalla stampa “occidentale”, che lo presenta come un conflitto tra un gruppo “terroristico” ed il governo che “cerca” di ristabilire l’ordine. Al contrario, lo sterminio in massa di civili in Sri Lanka non è determinato da una guerra contro il “terrorismo Tamil”, come si vuole fare credere, bensì da interessi geoeconomici e geopolitici militari strategici, che hanno a che vedere col controllo dell’Oceano Indiano e delle rotte del petrolio.

Nella foto: civili morti e feriti in un attacco di artiglieria delle forze governative contro i ribelli Tamil.

L’importanza geopolitica strategica dello Sri Lanka per la futura sopravvivenza energetica di USA, Giappone e Unione Europea, unisce queste potenze in un’azione comune per sterminare la ribellione nazionalista delle Tigri Tamil, che in caso uscissero vittoriose, potrebbero tracciare un’alleanza strategica con l’asse “Russia-Cina-Iran”. L’altro attore presente nella disputa per il controllo delle fonti e le rotte petrolifere. Questo è, in essenza, l’obiettivo del massacro perpetrato da un esercito finanziato dagli USA ed addestrato da Israele. Come affermano gli esperti, le casualità non esiste. L’assassinio di civili in Sri Lanka è un modello ripetuto, una specie di operazione da manuale, che le potenze imperiali (Usa per primi), ripetono compulsivamente nei paesi dove esistono ribelli e risorse naturali da depredare. Questa in breve, è la logica della “guerra contro il terrorismo” iniziata da Bush e continuata da Obama.

Protetta dal totale silenzio dei governi e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il massacro militare ha già causato un centinaio di morti e feriti nel fine settimana scorso, comprese donne e bambini che non possono essere sepolti né soccorsi a causa dell’intensità e della continuità degli attacchi.


[Soldato geurrigliero bambino delle Tigri Tamil]

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), unica organizzazione straniera che ha accesso alla zona dei bombardamenti in Sri Lanka, ha abbandonato temporaneamente la sua missione di aiuto ed evacuazione della popolazione civile intrappolata nel nord del paese, argomentando che la “situazione” è molto pericolosa.

Secondo quanto dice Elizabeth Byrs, portavoce dell’ONU a Ginevra, la nave d’aiuti umanitari, alimenti e medicine di base – che si manteneva in attesa di scaricare – è dovuta ritornare al porto di Trincomalee, nell’est del paese.

“La situazione dominante ha impedito ai soccorritori di scaricare i beni di prima necessità ed evacuare i malati e i feriti dalla zona del conflitto”, ha detto alla BBC.

“Gli intensi combattimenti di oggi hanno reso impossibile alla Croce Rossa evacuare le persone ferite e i malati dalla zona di combattimento (…) e a ripartire le 25 tonnellate di cibo alle migliaia di civili incastrati lì”, dice in un comunicato la Croce Rossa.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA), ha informato che in Sri Lanka circa 900 civili sono riusciti a scappare dalla striscia di territorio nel nord del paese, dove l’Esercito ha “rinchiuso” sotto un fuoco incrociato oltre 50.000 persone tra le quali combattono le “Tigri per la liberazione della patria Tamil” (LTTE).

Questo fine settimana in Sri Lanka sono morti più di un centinaio di bambini tra le centinaia di civili tamil morti in questo massacro eseguito dal Governo, appoggiato dagli USA e dalle potenze europee – ha affermato il portavoce dell’ONU a Colombo, Gordon Weiss.

L’ONU, questo lunedì, ha descritto la situazione nel nord dello Sri Lanka come un “bagno di sangue”, dopo aver ricevuto notizie di centinaia di morti civili a causa dei bombardamenti da parte del Governo contro i ribelli Tigri Tamil, situati nel nord del paese.

La portavoce dell’ONU a Ginevra ha spiegato che da ottobre del 2008, “più di 196.000 persone sono fuggite dalle aree controllate dal Governo nella zona di conflitto, e delle quali più di 194.000 si trovano in accampamenti temporanei, in condizioni di ammassamento.”

La portavoce ha sottolineato che alla data di oggi sono stati ricevuti solamente il 32% dei 155 milioni di dollari richiesti alla comunità di donatori per assistere la popolazione.

“La mancanza di sicurezza ha obbligato la nostra nave a rimanere ancorata in mare a pochi chilometri dalla zona di conflitto. Al tramonto, è dovuta tornare alla sua base, più a sud in Pulmoddai”, ha spiegato il capo della delegazione della Croce Rossa in Sri Lanka, Paul Castella, da Colombo.

“Evacuare i feriti e malati, tra i quali ci sono bambini ed anziani le cui vite si trovano in pericolo, è l’unica maniera affinchè possano ricevere il trattamento medico appropriato: devono essere evacuati il prima possibile”, ha aggiunto.

I combattimenti si stanno spostando sempre più vicino alle aree abitate da civili e questi si vedono obbligati a rifugiarsi in trincee o rifugi improvvisati per potersi proteggere dal conflitto tra le truppe srilankesi e le “Tigri per la Liberazione della Patria Tamil” (LTTE). La popolazione civile soffre di mancanza d’alimenti, acqua potabile e cure mediche, dice la Croce Rossa.


[Soldati dell'Esercito di Sri Lanka contano le armi consegnategli dai guerriglieri delle Tigri per la Liberazione della Patria Tamil, LTTE, nel Marzo di 2008. Foto EFE]

“La situazione delle persone che sono nella zona di combattimento è disperata”, ha detto Castella. “Abbiamo bisogno di poter accedere alla zona senza limitazioni per poter salvare vite”, ha aggiunto. Dalla metà di febbraio la Croce Rossa ha evacuato quasi 14.000 persone dalla zona di combattimento e ha distribuito 2.350 tonnellate di cibo e generi essenziali.

Secondo le Nazioni Unite, 6.500 civili sono morti e altri 14.000 sono risultati feriti nel periodo di tempo che va da gennaio e metà aprile, periodo dell’’offensiva dell’esercito contro l’insurrezione separatista.

L’ONU crede che in quattro mesi circa 200.000 persone siano fuggite dalle zone di combattimento e ora si trovano in campi profughi nel nord del paese insulare, nei quali viene limitato l’accesso alla stampa.

Attraverso un comunicato il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) ha denunciato le conseguenze che “il terribile impatto del conflitto in Sri Lanka sta producendo nei bambini” e ha ricordato che nelle ultime 48 ore è aumentato il numero dei minori morti e feriti.

Il Direttore Regionale dell’UNICEF per il Sud dell’Asia, Daniel Toole, ha stimato in 50.000 i civili intrappolati nell’area dove si continuano a svolgere i combattimenti. “Temiamo che molti altri bambini moriranno se l’attuale offensiva del Governo continua e le Tigri Tamil rifiutano il permesso ai civili d’abbandonare la zona del conflitto”, ha aggiunto Toole.

Allo stesso tempo riconosce che l’inasprimento della violenza “è una catastrofe per l’infanzia e dimostra di non tenere in conto la situazione di vulnerabilità dei civili”.

Anche l’UNICEF ha espresso la sua preoccupazione per le condizioni di vita nella zona del conflitto, dove la popolazione non dispone di medicine, alimenti ed acqua potabile.

L’annuncio della Croce Rossa è avvenuto dopo che fonti dell’ospedale provvisorio in Mullivaikal e dei ribelli Tigri Tamil hanno informato che le forze del governo avevano lanciato una bomba contro l’ospedale, provocando la morte di almeno 49 persone.

I ribelli hanno informato che l’ospedale temporaneo di Mullivaikal ha ricevuto l’impatto durante la mattina del martedì, ma un portavoce del governo ha detto non avere informazione dell’incidente.

L’informazione è impossibile da verificare perché le autorità governative non permettono l’entrata di giornalisti all’area.

Come si può vedere, le somiglianze con Gaza non sono una casualità.

Titolo originale: “Exterminio sin límites: La masacre de Sri Lanka solo es comparable al genocidio de Israel en Gaza”

Fonte: http://www.iarnoticias.com

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PeaceReporter – Per la guerra i soldi non mancano

15 Aprile 2009 · Lascia un Commento

PeaceReporter – Per la guerra i soldi non mancano.

Mentre infuriano le polemiche su come reperire i finanziamenti per i terremotati d’Abruzzo (oggi si parla di 12 miliardi di euro), le Commissioni parlamentari Difesa approvano il piano governativo da 13 miliardi di euro per l’acquisto di 131 caccia-bombardieri

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