Ho visto cose che voi umani…

Voce marcata come ‘nicola mancino’

Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.

13 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.

Scritto da Marco Travaglio

ALFONSO SABELLA è nato a Bivona (Agrigento) 46 anni fa. Magistrato dal 1989, è un cane sciolto, mai iscritto ad alcuna corrente della corporazione togata. Prima fa il pm a Termini Imerese, poi dal 1993 alla Procura antimafia di Palermo diretta da Gian Carlo Caselli. Si specializza nella cattura dei latitanti: insieme alle forze dell’ordine, soprattutto alla Polizia di Stato e alla Dia, ha acciuffato Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri, Nino Mangano, Vito Vitale, Mico Farinella, Cosimo Lo Nigro, Carlo Greco e decine di altri fra capimandamento, killer stragisti e potenti uomini d’onore. Ed è proprio davanti a lui che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri” (a quella stagione da film, Sabella ha dedicato un libro avvincente, “Cacciatore di mafiosi”, scritto con Silvia Resta e Francesco Vitale, Mondadori, 2008).

Nel settembre del 1999 si trasferisce a Roma, al ministero della Giustizia, come magistrato di collegamento con la commissione parlamentare Antimafia. Nello stesso anno Caselli diventa direttore del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria: la direzione delle carceri, presso il ministero della Giustizia) e lo prende con sé come capo dell’ufficio ispettorato, da cui verrà cacciato nel 2001 dal nuovo capo Giovanni Tinebra, dopo aver ostacolato le manovre per arrivare alla “dissociazione” dei boss detenuti. Intanto è rimasto coinvolto suo malgrado nelle indagini della Procura di Genova sulle violenze commesse anche da alcuni agenti della polizia penitenziaria nella caserma di Bolzaneto, anche se lui in quel mentre era da tutt’altra parte. Una vicenda molto oscura, che gli stroncherà la carriera anche grazie a un verdetto molto sbrigativo del Csm. Nel 2002 viene trasferito alla Procura di Firenze, dove gli levano la scorta mentre la mafia progetta di assassinarlo e viene relegato a occuparsi di reati comuni. Oggi è giudice al Tribunale di Roma. Da quando, quest’estate, sono emerse le nuove prove delle trattative fra Stato e mafia nel 1992-‘93, fino al papello consegnato da Massimo Ciancimino che dimostra il ruolo “trattativista” di Bernardo Provenzano dal 1992 in poi, Sabella ha riletto la propria biografia in quella chiave. Le singolarissime coincidenze che hanno rovinato la sua vita gli appaiono oggi come tanti tasselli di un unico mosaico. E, “a costo di apparire paranoico”, ha accettato di parlarne al Fatto Quotidiano. Perché la conclusione che ne ha tratto è agghiacciante: quella di essere stato sacrificato sull’altare di una trattativa che passava sulla sua testa, come su quella di 60 milioni di italiani, ma che lui era riuscito più volte, spesso volutamente e ancor più spesso involontariamente, a ostacolare. La sua tesi è semplice e spaventosa, per molti versi coincidente con quella dell’attuale Procura di Palermo: da quando, come appare sempre più plausibile, Provenzano consegnò al Ros dei Carabinieri la testa di Salvatore Riina grazie alla mediazione di Vito Ciancimino, il vecchio “Zu Binu” divenne un intoccabile. Una sorta di garante della Pax Mafiosa che, nel novembre del ’93, segnò la fine del biennio stragista e l’inizio della Seconda Repubblica. Un padre della Patria. Infatti il Ros non perquisì il covo di Riina, che poteva avervi conservato le prove della trattativa e del “papello”. Poi mandò a monte il possibile arresto di Provenzano nel novembre del ’95 in un casolare di Mezzojuso (almeno secondo le accuse del colonnello Michele Riccio, sulle quali è in corso a Palermo il processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento alla mafia). E poi tante altre coincidenze, come il ritorno a delinquere di famosi pentiti e le ricorrenti trattative per favorire la “dissociazione” a costo zero dei boss arrestati, ansiosi di liberarsi del 41-bis e dell’ergastolo. Eccola dunque la trattativa story attraverso le coerentissime incoerenze della carriera di Sabella. Una storia in sette atti.

ATTO I – I DELITTI DEI PENTITI

Giovanni Brusca, capomandamento di San Giuseppe Jato, fedelissimo di Riina, l’uomo che fece esplodere l’autostrada di Capaci, viene arrestato il 20 maggio 1996. “Un paio di mesi dopo, nel territorio di San Giuseppe Jato rimasto senza boss, si comincia a sparare. Una serie impressionante di omicidi e attentati interni a Cosa Nostra. E’ chiaro che gli uomini di Provenzano tentano di conquistare il mandamento appena decapitato. Brusca mi dice che, secondo lui, gli attentati sono opera del pentito Balduccio Di Maggio. Cioè dell’ex autista di Riina, poi passato dalla parte di Provenzano, quello che si era preso il merito di aver fatto catturare Riina il 15 gennaio 1993 e che, nelle sue prime dichiarazioni rese ai Carabinieri di Novara una settimana prima, l’8 gennaio 1993, aveva incredibilmente sostenuto che Provenzano era morto! Ma il Ros sforna relazioni su relazioni in cui sostiene che i delitti sono opera degli uomini di Brusca (cioè di Riina) per screditare Di Maggio (cioè, secondo me, Provenzano). Acquisisco informazioni e scopro che non è vero niente: è probabile invece che Di Maggio – coperto dal suo programma di protezione – sia tornato in zona per riprendersi il mandamento armi in pugno. E che altri due collaboratori-chiave sulla strage di Capaci, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, l’abbiano seguito. Il Ros è molto tiepido, ma io del Ros non mi fido: l’ho sempre tenuto alla larga dalle indagini sulla cattura dei latitanti, preferendo appoggiarmi sulla Squadra mobile e a un certo punto ho anche chiesto che il Ros non si occupi più delle ricerche di Bernardo Provenzano (quel che poi ha raccontato il colonnello Riccio dimostra che forse avevo visto giusto…)”. Ma, sul ritorno a delinquere dei pentiti, anche la Procura di Palermo è dubbiosa: Brusca non è ancora un collaboratore di giustizia, ma soltanto un “dichiarante”; poco prima di essere arrestato e di iniziare a collaborare, aveva progettato un complotto contro il presidente della Camera, Luciano Violante, per accusarlo falsamente di avergli promesso l’impunità in cambio di accuse ad Andreotti; e poi s’è scoperto che ha cercato di coprire il boss Vito Vitale, suo successore a capo del mandamento di San Giuseppe Jato, coinvolto in gravissimi delitti. In più si teme che stia tentando di screditare Di Maggio, uno dei pentiti chiave del processo Andreotti appena iniziato. E poi, se l’Arma che ha in custodia Di Maggio non segnala nulla di strano, perché preoccuparsi? “Io però insisto con Caselli perché si apra un’inchiesta sul possibile ritorno di Di Maggio”. Caselli dispone un’inchiesta “aperta”: sia sull’ipotesi affacciata da Brusca, sia su quella di una calunnia contro Di Maggio. Questi viene interrogato, ma finge di cadere dalle nuvole e si dice pronto a farsi controllare 24 ore su 24, anche se per la legge è un libero cittadino in attesa di giudizio (in quel periodo –- ma lo si scoprirà soltanto più tardi – ha già assassinato, il 30 agosto 1996, un certo Giuseppe Giovanni Caffrì). Il procuratore aggiunto Guido Lo Forte chiede ufficialmente al Servizio centrale di protezione, in aggiunta ai Carabinieri, di controllare Di Maggio nel luogo di residenza, in Toscana. Ma il Servizio (che dipende dal ministero dell’Interno, retto all’epoca da Giorgio Napolitano) non vi presta soverchia attenzione: infatti non s’accorge né delle trasferte di Balduccio a San Giuseppe Jato, né dei suoi contatti con i compari del paese che poi si scopriranno coinvolti nei suoi delitti. La Procura dispone anche l’obbligo di firma e una serie di accertamenti. Dai quali però non emerge nulla. “Ho poi avuto notizia che, giusto in quel periodo, fra giugno e luglio 1997, il Ros avrebbe organizzato un misterioso incontro in Toscana fra Di Maggio (che invece doveva essere strettamente controllato proprio per impedire contatti con i vecchi compari) e l’allora mafioso libero Angelo Siino, l’ex ‘ministro dei lavori pubblici di Riina’, confidente del Ros. Il 16 luglio 1997 disponiamo l’intercettazione di Di Maggio, affidando le operazioni alla Dia e non al Ros. E così facciamo con La Barbera e Di Matteo. Intanto, il 25 settembre 1997, il fratello maggiore di Giovanni Brusca, Emanuele, che vive libero a San Giuseppe Jato, si presenta da me e mi conferma che Di Maggio è tornato. Scopriremo poi che Balduccio ha fatto sparare ad altri due uomini vicini a Brusca: il 7 agosto 1997 all’imprenditore Francesco Costanza (fedelissimo di Brusca, guarda caso odiato da Siino), salvo per miracolo, e il 24 settembre a Vincenzo Arato, morto ammazzato. Ma noi ancora non possiamo saperlo. Nel dubbio, comunque, decidiamo di arrestare tutti i mafiosi vicini ai tre pentiti, ma anche quelli vicini a Brusca, sui quali abbiamo elementi sufficienti d’accusa. Per fare terra bruciata intorno a entrambi i clan che si fronteggiano. L’operazione dà i risultati sperati: i tre, senza più contatti sul territorio, sono costretti a venire allo scoperto. E le intercettazioni confermano spostamenti più che sospetti. Ai primi di ottobre arrestiamo Giuseppe Maniscalco, che confessa subito di essere uno dei killer di Balduccio a San Giuseppe Jato e inizia a collaborare: ci rivela di essere in stretto contatto con Provenzano e che i suoi amici Di Maggio, La Barbera e Di Matteo hanno profittato dell’arresto di Brusca per riprendersi il controllo del mandamento. Così li arrestiamo tutti e tre e li facciamo espellere dal programma di protezione. Fine della storia, almeno per un po’. Ma c’è un particolare che, di recente, mi è tornato alla mente e ho riletto in chiave diversa, alla luce delle ultime scoperte sulla trattativa”. Un particolare che riguarda Maniscalco, uomo di Provenzano: “Era stato lui, nel 1992, ad avvertire Di Maggio che Riina lo voleva morto salvandogli la vita: infatti Balduccio era fuggito a Borgomanero. Per gratitudine, Di Maggio non aveva mai par parlato di Maniscalco, diversamente da La Barbera e Di Matteo, che inizialmente l’avevano accusato di essere mafioso, salvo poi fare retromarcia, scagionarlo e farlo assolvere al processo di primo grado. Ricordo perfettamente che il Ros venne a chiedere alla Procura di non fare appello contro quella sentenza che assolveva Maniscalco. Cioè un uomo di Provenzano (Maniscalco, quando inizierà a collaborare, consegnerà due ‘pizzini’ che gli aveva inviato zu’ Binu per invitarlo a liberarsi di Vito Vitale, uomo di Brusca e Riina, ndr). E quando propongo di arrestarlo per gli omicidi di San Giuseppe Jato, mi viene detto in Procura che era un confidente del Ros. Alla fine Caselli decide di farlo arrestare ugualmente e, dalla sua collaborazione, si scopre che i killer di San Giuseppe Jato sono, oltre a lui e ai tre pentiti, almeno altri due confidenti dell’Arma: Michelangelo Camarda (‘fonte’ del colonnello Giancarlo Meli, comandante del Gruppo carabinieri di Monreale e legatissimo al Ros) e Nicola Lazio (che mi hanno detto essere confidente del Ros)”. Ora, con quel che sta emergendo sulla “trattativa ” del Ros con Vito Ciancimino, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, o sono autorizzato a  farmi certe domande?”.

ATTO II  ROS CONTRO LO FORTE

Le coincidenze non sono finite: sempre nell’ottobre del 1997, mentre sono in corso gli arresti  dei tre pentiti provenzaniani e del loro gruppo di  fuoco, il capitano del Ros Giuseppe De Donno si  reca a Caltanissetta a denunciare il vice di Caselli,  Guido Lo Forte, accusandolo di aver passato nel  1991 il rapporto del Ros su “Mafia e appalti” ad  alcuni politici e mafiosi, fra cui Salvo Lima, e di  averlo poi insabbiato. La fonte di De Donno è  Angelo Siino, già ministro dei lavori pubblici di  Riina, a lungo confidente del Ros e poi ufficialmente “pentito” dal 1997. Accuse e veleni da  prendere con le molle, ovviamente. La Procura  di Caltanissetta, diretta da Giovanni Tinebra,  iscrive Lo Forte sul registro degli indagati. Un atto segretissimo, che però una fuga di notizie ben  pilotata divulga al quotidiano La Repubblica proprio il giorno prima della prima udienza del processo Dell’Utri, il 5 novembre 1997. Notizia vera, ma concentrata tutta sul nome di Lo Forte,  mentre insieme con lui sono indagati anche altri  colleghi, dall’ex procuratore Pietro Giammanco  al suo fedelissimo Giuseppe Pignatone. Così  quel mattino, mentre si apre il processo al braccio destro di Berlusconi, tutti parlano dell’inchiesta sul braccio destro di Caselli. I fatti si commentano da sé. Il 10 ottobre 1997 Siino, da poco  pentito, dichiara alla Procura di Palermo che nel  febbraio ’95, quand’era ancora un confidente  del Ros, De Donno gli aveva chiesto notizie su Lo  Forte; poi il colonnello Mori l’aveva interpellato  su alcune brutte voci che circolavano sul conto  di colleghi carabinieri. Lui gli raccontò che nel  ’91 il maresciallo Antonino Lombardo (comandante dei carabinieri di Terrasini, all’epoca aggregato al Ros) aveva tentato di vendergli in anteprima il dossier “Mafia e appalti”, ovviamente top secret, in  cambio di denaro.  Lombardo si suicidò  poco dopo quelle rivelazioni, il 4 marzo  1995. Appena raccolte le dichiarazioni di  Siino, la Procura di Palermo – che ha pure  un’indagine aperta sul  suicidio Lombardo –  interroga De Donno e Mori. È il 13 ottobre  1997. I due ufficiali confermano gran parte delle  confidenze che Siino dice di aver fatto al Ros. Ma,  quanto all’offerta del dossier “Mafia e appalti”,  sostengono che Siino non la attribuì a Lombardo, bensì al tenente Carmelo Canale, suo cognato. Anche se li invitò a diffidare anche di Lombardo (la Procura, nella richiesta di archiviazione dell’indagine sul caso Lombardo, crederà a  Siino e definirà “quanto meno reticenti” e “contraddittorie” le dichiarazioni di Mori e De Donno). A questo punto, colpo di scena: pochissimi  giorni dopo la sua deposizione a Palermo, De  Donno si reca inopinatamente a Caltanissetta  per raccontare tutt’altra versione: e, cioè, che secondo Siino la fuga di notizie su “Mafia e appalti”  era opera di magistrati: Giammanco, Pignatone,  Lo Forte o altri. E poco dopo la sua deposizione,  ovviamente segretissima, la notizia arriva a Repubblica. E’ una dichiarazione di guerra del Ros  alla Procura di Palermo, che creerà contraccolpi  mediatici e politici anche sul processo Andreotti  e trasformerà Lo Forte in un’“anatra zoppa” proprio nel momento più delicato dei processi di  mafia e politica, per mesi e mesi, fino al completo proscioglimento di Lo Forte da ogni accusa.  Oggi, dopo quel che sta emergendo sulla trattativa fra Mori e De Donno da una parte e Ciancimino e i capimafia dall’altra, Sabella si interroga:  “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe  domande?”.

ATTO III  PARLA BRUSCA

Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono  sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta  in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo,  Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio. Gli fece intuire il nome dell’al l o ra  (estate 1992) ministro dell’Interno Nicola Mancino a proposito della “linea morbida” dello Stato  fra le due stragi. Gli raccontò che il covo di Riina  non era stato perquisito dal Ros nel timore di trovarvi le carte che provavano la trattativa e che il  boss dei boss teneva con sé in cassaforte; e che la  cattura di Riina era stata il frutto del tradimento  degli uomini di Provenzano, che l’avevano di fatto consegnato ai carabinieri.  Brusca rivelò pure che, da “indagini interne”, era  giunto alla conclusione che, verso settembre del  1992, un certo Francesco Brugnano aveva, per  conto di Provenzano, riferito notizie su Riina al  maresciallo Lombardo affinché le girasse al Ros.  Lo stesso Lombardo, infatti, nella lettera lasciata  prima di suicidarsi il 4 marzo 1995, aveva citato  un proprio contributo alla cattura di Riina, di cui  non c’era alcuna traccia ufficiale. Il 26 febbraio  ‘95, proprio pochi giorni prima del suicidio, il cadavere di Brugnano era stato fatto trovare nel bagagliaio di un’auto sotto la caserma di Terrasini  (dove Lombardo prestava servizio). Infine Brusca  aveva spiegato a Sabella che nel 1993 si era verificata una biforcazione fra l’ala Provenzano legata ai partiti della prima Repubblica e l’ala Riina  (capeggiata, dopo la cattura di Totò u’ curtu, dal  cognato Leoluca Bagarella) legata alla nascente  Forza Italia ideata da Dell’Utri. I tre esplosivi verbali furono secretati da Sabella, in attesa di essere  approfonditi .  Qualche mese dopo, nel rush finale del processo Andreotti in primo grado, Caselli lascia Palermo dopo quasi sette anni e si trasferisce al Dap, nella Capitale. Sabella, prima di trasferirsi anche lui a Roma, lascia gli esplosivi verbali di Brusca al nuovo procuratore Piero Grasso. Ma, nei cinque anni della sua gestione, non verranno mai approfonditi. Oggi che la tesi di Brusca trova conferme da varie fonti, anche esterne alla mafia e dunque insospettabili, Sabella si interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO IV LA “DISSOCIAZIONE”

Nel maggio del 2000 Sabella è capo dell’Ispettorato del Dap. “Un giorno mi chiama il direttore Caselli e mi mostra una lettera firmata dal ministro della Giustizia Piero Fassino. E’ una richiesta di parere sui colloqui investigativi intrattenuti dal procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna con i boss detenuti: Pietro Aglieri, Piddu Madonia, Salvatore Buscemi e Giuseppe Farinella, che si sono detti disponibili a dissociarsi pubblicamente da Cosa Nostra a costo zero: ammetterebbero le loro responsabilità, per le quali peraltro sono già stati condannati a numerosi ergastoli, e non accuserebbero nessuno. Prima però Aglieri, a nome degli altri tre, chiede di poter incontrare Nitto Santapaola, Salvo Madonia, Carlo Greco e Pippo Calò, anch’essi disposti a dissociarsi. Mi torna alla mente un’intercettazione di Carlo Greco che il 18 luglio 1996 parlava col fratello Giuseppe e il cognato Salvatore Adelfio”. Adelfio domandava: “Scusami, ma è meglio pentito o dissociato?”. E Carlo Greco: “Meglio questo che quello… Ti sei dissociato? Allora gli puoi dire: mi avvalgo della facoltà di non rispondere, ma mi dissocio. Sì, è vero, facevo parte di questi membri, di queste cose, però non lo voglio fare più. Ho le mie responsabilità. E intanto mi guadagno uno sconto di pena e mi levano il 41 bis… Perlomeno dieci anni in meno, per queste cose. Minchia, stupido ti pare? Comunque ancora non l’hanno messa questa legge della dissociazione, ma appena entrerà in atto… Saranno pochi quelli che fra pentito e dissociato faranno il pentito. E se metteranno la dissociazione è buono, perché verranno 80 per cento di pentiti in meno e, invece, se non la mettono ci saranno un altro 80 per cento di pentiti. Perciò c’è da scegliere: quale vuole lei?”. “Faccio poi notare a Caselli che gli aspiranti dissociati sono tutti dell’area Provenzano. Il quale aveva tutto da guadagnare dalla dissociazione, sia per i suoi uomini, sia per quelli di Riina, che marcivano tutti quanti all’ergastolo e per giunta ristretti al 41 bis senz’alcuna speranza di uscirne se non da morti. Questi, gli stragisti, davano segni di crescente insofferenza e, se avessero ordinato qualche delitto politico rompendo la Pax Mafiosa che durava dal ’93, sarebbe fallita la strategia della trattativa, della convivenza e della sommersione, costringendo lo Stato a varare qualche legge antimafia. Con la dissociazione, chiunque avesse aderito avrebbe ottenuto la revoca del 41-bis, sconti di pena con la possibilità addirittura di vedersi trasformare l’ergastolo in una pena di 30 anni (che poi diventano 20 grazie alla ‘liberazione anticipata’), permessi premio, e così via. Una pacchia, in cambio di nulla. Decidemmo così di opporci alla dissociazione. Fassino sposò la nostra linea e la comunicò a Vigna”. Appena la notizia trapelò sui giornali, la Procura di Palermo entrò in subbuglio: il procuratore Grasso sapeva, ma non aveva detto niente ai suoi sostituti. Così fu costretto a dichiararsi pubblicamente contrario alla dissociazione dei boss. Ma si scoprì pure che, nel centrodestra, l’idea aveva i suoi bravi supporter: dall’onorevole avvocato Carlo Taormina (Forza Italia), che parlò addirittura di “soluzione politica” per i mafiosi, ad altri peones mandati avanti in avanscoperta con un apposito disegno di legge presentato in Parlamento per sondare il terreno. Lette con gli occhi di oggi, quelle avances sulla dissociazione modello terrorismo, splendidamente illustrate nella chiacchierata del boss Carlo Greco (“come per i terroristi”), assumono un significato agghiacciante: nel papello consegnato da Ciancimino jr. alla Procura di Palermo, si parla esplicitamente del “riconoscimento benefici dissociati Brigate Rosse per condannati di mafia”. Caselli e Sabella pensano di avere stoppato l’operazione, invece il 6 febbraio 2001 La Repubblica racconta che tutte le mafie d’Italia – Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona unita – chiedono a gran voce la dissociazione e hanno nominato come portavoce unico – per trattare con lo Stato – Salvatore Biondino, il capo del mandamento di San Lorenzo arrestato il 15 gennaio 1993 sull’auto insieme a Riina. Stavolta la proposta raccoglie un coro di aperture politiche, in parte trasversali. Ma le elezioni politiche sono alle porte e non se ne fa nulla. Almeno per qualche mese.

ATTO V, “DISSOCIAZIONE” BIS.

Nell’ottobre 2001 Sabella è ancora al Dap, anche se il nuovo ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha sostituito Caselli con l’ex procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra. Un magistrato che non può certo vedere di buon occhio Sabella: fu proprio quest’ultimo il primo pm a mettere in dubbio la versione del pentito Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato della strage di via d’Amelio ed era stato preso per buono dalla procura nissena retta da Tinebra (gli stessi dubbi avevano manifestato Ilda Boccassini, all’epoca “applicata” a Caltanissetta, e i pm di Palermo che avevano interrogato il pentito su Dell’Utri, Berlusconi e Contrada). Recentemente Scarantino è stato sbugiardato dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, che ha indotto i pm nisseni a chiedere la revisione delle condanne definitive emesse dalla Cassazione per via D’Amelio. Sabella, a Palermo, non aveva mai “utilizzato” Scarantino , ritenendolo inattendibile persino sugli omicidi che gli aveva confessato. Lo stesso Tinebra aveva poi accolto e coltivato la denuncia, poi rivelatasi infondata, del capitano De Donno contro Lo Forte proprio alla vigilia del processo Dell’Utri. Ed ecco, come per incanto, riaffacciarsi di fronte a Sabella il fantasma della “dissociazione”. Cioè dell’eterna trattativa Stato-mafia. “Nell’ottobre del 2001, mi telefona mia sorella Marzia, pm antimafia a Palermo. Mi dice che le è giunta da Rebibbia una richiesta di nullaosta per Salvatore Biondino, che vuole lavorare come ‘scopino’ in carcere, così la direzione del penitenziario chiede l’autorizzazione a tutte le procure che si occupano di lui. Chiedo un po’ in giro, e scopro che, facendo lo scopino, Biondino avrebbe libero accesso alle celle di Aglieri, Farinella, Madonia e Buscemi, i quattro ideologi della dissociazione. Avverto mia sorella che nega l’autorizzazione a Biondino e blocca tutto. Subito dopo stilo una relazione al mio nuovo capo, Tinebra, e suggerisco di allertare la polizia penitenziaria perché impedisca contatti anche casuali tra i boss coinvolti nel progetto dissociazione. La relazione è del 29 novembre 2001, giovedì. L’indomani, venerdì, è sul tavolo di Tinebra, ma lui è già partito per Caltanissetta per il weekend. La legge lunedì 3 dicembre e convoca il capo dell’ufficio detenuti, Francesco Gianfrotta, per chiedere spiegazioni. Gianfrotta si dice d’accordo con me e l’indomani, 4 novembre, lo mette per iscritto. Il 5 dicembre Tinebra, senza nemmeno parlarmi, sopprime il mio ufficio e mi revoca ogni incarico”. Due mesi prima Tinebra aveva definito all’Ansa la proposta di dissociazione di Calò “veramente interessante ”. E l’8 giugno 2000, nel pieno delle polemiche sulla prima proposta di dissociazione dei boss, aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dal titolo eloquente: “Dissociazione? Ero contrario, ora non più”. E aveva sostenuto di nutrire “seri dubbi” sul fatto che dietro la dissociazione ci fosse Provenzano, come aveva invece ipotizzato Sabella in un’intervista a Peter Gomez sull’Espresso. Dopodiché, appena Berlusconi aveva vinto le elezioni, aveva nominato proprio Tinebra, un raro esemplare di magistrato antimafia favorevole alla dissociazione a costo zero dei boss, a nuovo capo del Dap al posto di Caselli, che vi si era fieramente opposto. Lo stesso Tinebra aveva appena chiesto, in tandem col suo fedelissimo sostituto Salvatore Leopardi, l’archiviazione dell’inchiesta a carico di Berlusconi e Dell’Utri come possibili mandanti esterni delle stragi del 1992, con motivazioni talmente liberatorie da indurre il titolare del fascicolo, il pm Luca Tescaroli, a dissociarsi e ad andarsene polemicamente da Caltanissetta. E chi arriva all’Ispettorato del Dap, subito ricostituito da Tinebra dopo la cacciata di Sabella? Proprio il dottor Leopardi. Il quale sarà poi oggetto di un’indagine della procura di Roma a proposito di strane manovre al Dap per “orientare” e depotenziare, nel novembre del 2002, le rivelazioni del nuovo pentito Nino Giuffrè, guarda caso vicinissimo a Provenzano, a proposito di Dell’Utri. Manovre che non erano sfuggite all’occhiuto “analista” del Sismi Pio Pompa, uomo ombra del generale Niccolò Pollari, il quale aveva annotato in una delle sue informative che era “in atto il tentativo di ‘orientare’ le dichiarazioni” di Giuffrè, a cui i pm impegnati nell’inchiesta sulla morte di Roberto Calvi avevano rivolto domande su Dell’Utri e sulle attività del gruppo Fininvest in Sardegna. L’inchiesta sul Dap riguardava una sorta di “servizio segreto parallelo” messo in piedi nelle carceri italiane, per “monitorare” i mafiosi detenuti al 41 bis, dal Sisde allora diretto dal generale Mori. E infatti anche Mori fu sentito come testimone su quella vicenda, spiegando che la sua collaborazione con Leopardi e Tinebra era avvenuta attraverso canali del tutto istituzionali. Il tutto, ovviamente, “Siccome la soppressione del mio ufficio era, secondo me,  illegittima perché poteva deciderla soltanto il ministro,  scrissi a Castelli, ma questi mi mise alla porta. E lo stesso  fece di lì a poco il Csm. Capii quanto era debole un magistrato come me, mai iscritto ad alcuna corrente organizzata della magistratura. Avevo chiesto di essere trasferito alla procura di Roma, dove mi ero stabilito da meno  di tre anni. Ma il Csm mi rispose che a Roma non c’era n o  posti e mi trasferì a Firenze. Poi, proprio il giorno dopo, lo  stesso Csm applicò alla procura di Roma ben due magistrati più giovani di me: la prova che a Roma non c’era  posto, ma solo per me. Oggi, ripensando a quei mesi incredibili alla luce del papello, ho scoperto ciò che mai avrei  immaginato: e cioè che già nel 1992 Cosa Nostra aveva  chiesto una legge per la dissociazione dei boss. Così ho  maturato una serie di riflessioni pressoché obbligate: con i  miei ‘no’ alla dissociazione, avevo ostacolato per ben due  volte un disegno molto più grande di me, che passava sulla  mia testa e rimontava alla trattativa del 1992. Una trattativa mai interrotta (o forse una trattativa con Riina interrotta dalla strage di via D’Amelio ma subito proseguita,  stavolta positivamente, con Provenzano). Infatti, fra i vari punti del papello, molti dei quali francamente inaccettabili persino per uno Stato arrendevole come il nostro, il meno irrealizzabile (dopo la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, poi  disposta dal governo di centrosinistra nel 1997)  era proprio la dissociazione. Che, da sola, avrebbe  consentito allo Stato di esaudire indirettamente  quasi tutti gli altri: la fine dell’ergastolo, la fine del  pentitismo, la fine del 41 bis, la revisione delle condanne.  Oggi, rievocando la propria cacciata dal Dap, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VI  IL G8 E LE ACCUSE  INFONDATE

Torniamo al 2001. Metà luglio, per la precisione.  Mentre è ancora in servizio al Dap, Sabella viene  inviato al G8 di Genova per coordinare l’attività  dell’Amministrazione penitenziaria in vista delle  annunciate violenze dei black bloc e dei prevedibili arresti. Infatti vengono arrestati centinaia di  manifestanti: pochi violenti e molti ragazzi innocenti. Alcune decine di questi vengono selvaggiamente pestati nella caserma di Bolzaneto, anche  da alcuni elementi del Gom, il corpo speciale della  polizia penitenziaria. Sabella verrà indagato dalla  procura di Genova per non essere riuscito a impedire quelle violenze (i reati contestati erano  abuso d’ufficio e d’autorità contro arrestati o detenuti) e poi archiviato. Ma, sul piano umano, Sabella ha l’amaro in bocca:  “Dico la verità, quel giorno maledetto commisi un errore  di valutazione. Non mi accorsi che il piano per gli arresti  preventivi, a scopo di sicurezza, fu modificato in corso  d’opera forse proprio allo scopo di aizzare gli animi, soffiare sul fuoco e far esplodere gli scontri. Altro però non  posso rimproverarmi, perché non sapevo quel che stava succedendo nella caserma. Per un motivo molto semplice: non ero lì nel momento in cui si verificarono i pestaggi, ma da tutt’altra parte, nella caserma di Forte San Giuliano, dove non è successo niente. Lo dimostrano i tabulati dei quattro telefoni cellulari che usavo quel giorno. Chiesi, anzi pretesi dai magistrati di Genova che controllassero i miei spostamenti, perché nei miei confronti ogni sospetto fosse dissipato. Invece la procura non controllò nulla e chiese l’archiviazione. Le parti civili, in rappresentanza dei ragazzi pestati, si opposero. E io mi associai all’opposizione (contro una richiesta di archiviazione!): volevo che fossero condotte tutte le indagini più approfondite, pretendevo di uscire senza ombre. I carabinieri acquisirono finalmente i miei tabulati telefonici, ma rilevarono che il traffico relativo alla ‘cella’ territoriale che io occupavo durante le violenze era stato cancellato (su quattro cellulari!) e dunque era impossibile affermare se io mi trovassi a Bolzaneto o altrove. Non so chi avesse manomesso quei dati, ma in ogni caso era facilissimo localizzarmi: dove mi trovavo nelle ore delle violenze risultava dai tabulati delle chiamate in entrata, cioè delle telefonate che ricevevo in quel mentre. Visto che non lo faceva l’Arma, ricostruii tutti i miei movimenti e dimostrai che, quando ero a Bolzaneto, non c’era stata alcuna violenza contro detenuti. Ma, nonostante le mie carte parlassero chiaro, il giudice se n’è infischiato e ha emesso un provvedimento di archiviazione infamante: sostenendo, cioè, che ero responsabile delle violenze, ma per colpa e non per dolo. Una tesi giuridicamente aberrante, fra l’altro, visto che le lesioni sono punibili anche quando sono colpose. E allora perché non mi ha rinviato a giudizio per quel reato? Così almeno avrei potuto dimostrare la mia estraneità nel dibattimento. Invece, a quell’archiviazione di fango, non ho potuto nemmeno oppormi: è inappellabile”. L’indagine di Genova ha serie ripercussioni sulla carriera di Sabella: il Csm blocca il suo avanzamento in attesa che si definisca il procedimento di Genova. “Feci presente al Csm che i pm non avevano indagato a fondo e chiesi al procuratore generale della Cassazione e all’Ispettorato del ministero di aprire un procedimento disciplinare contro il gip che mi aveva archiviato in quel modo scandaloso. Produssi anche alla IV Commissione del Csm una memoria dettagliata dove dimostravo tutto per tabulas, con vari atti allegati, perché fossero valutati nel decidere del mio avanzamento in carriera. Ma non ci fu nulla da fare. Un muro di gomma dopo l’altro. La mia carriera in magistratura è stata definitivamente compromessa con una delibera del Csm che ignorava totalmente i miei meriti di magistrato antimafia, ma anche la mia memoria sui fatti di Genova, sulle stranezze presenti nei miei tabulati telefonici e sulle omissioni dei colleghi. Il 27 febbraio 2008, vado a riprendermi le carte che avevo prodotto sui fatti di Genova. Le cerco nel mio fascicolo personale al Csm. Sparite. Lo stesso giorno presento un’istanza per sapere dove sono finite e se sono state valutate nella pratica sulla mia promozione: scoprirò che sono state archiviate ed espunte dal mio fascicolo con una decisione adottata dall’Ufficio di presidenza del Csm, con a capo il vicepresidente Nicola Mancino. Che combinazione: ritrovo Mancino dieci anni dopo che Brusca mi aveva parlato di lui in quel verbale secretato”. Ma non è tutto. “La stessa sera di quel 27 febbraio, guarda caso, proprio dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia, radicalmente falsa, che mi sarei candidato alle elezioni politiche nel Pdl, in quota Alleanza nazionale. Immaginare l’entusiasmo nei centri sociali alla notizia che ‘il boia di Bolzaneto’  era stato adeguatamente ricompensato con una candidatura nella destra! Mettere in circolo quella bufala significa non solo delegittimarmi, ma anche compromettere la mia sicurezza: ora un possibile attentato nei miei  confronti può essere comodamente attribuito a qualche  gruppo eversivo di estrema sinistra (Cosa Nostra aveva  fatto lo stesso con Carlo Alberto Dalla Chiesa tentando di  far rivendicare alle Br l’agguato all’allora prefetto di Palermo). Tant’è che, essendo senza scorta, ricomincio a  girare armato. E chiedo al Csm di rivedere la valutazione  sul mio conto in base agli atti che avevo prodotto: mi rispondono picche. Intanto scopro da un articolo di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera che il mio nome  compare nei dossier di Pio Pompa, l’analista del Sismi ai  tempi in cui il servizio segreto militare era legato mani e  piedi alla security della Telecom. E, si badi bene, il mio  nome compariva accanto a quello di altri magistrati antimafia di Palermo. Ma accanto al mio non c’è la sigla  “Pa”, bensì la sigla “Ge”. E io a Genova ci sono stato solo  a Fir  mai più ripristinata  nei giorni del G8. E guarda caso usavo schede Telecom. E,  guarda un po’ la combinazione, qualcuno ha cancellato i  tabulati che mi scagionavano dai fatti di Bolzaneto. E tutto  questo il Csm lo sapeva (o perlomeno doveva saperlo),  avendo ricevuto subito le informative sui magistrati spiati  dal Sismi. Ma nessuno mi aveva detto nulla, tant’è che l’ho  appreso dai giornali. Oggi mi domando: qualcuno voleva  levarsi dai piedi il sottoscritto al Dap per spianare la strada  alla dissociazione, ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo) del 1992? Sono paranoico, oppure sono  autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VII  L’ATTENTATO  DEI MISTERI

Il 15 febbraio 2002 Sabella si insedia alla procura di  Firenze. L’indomani, giorno 16, è un sabato. Eppure il prefetto della città Achille Serra (ex deputato di Forza
Italia e futuro deputato del Pd) convoca d’urgenza il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, che revoca la scorta a Sabella e la  sostituisce con una semplice “tutela” (un solo uomo). Ma solo nel territorio fiorentino: niente scorta né tutela nei suoi spostamenti a Roma, dove vivono la moglie e la figlia, né in Sicilia, dove abitano  i genitori. La decisione del Cosp è stata sollecitata  dal direttore del Dap, Tinebra, che ha comunicato  l’indisponibilità a prestare ancora per la sua scorta  gli uomini della polizia penitenziaria. E dire che  soltanto 15 giorni prima il Comitato per l’ordine e  la sicurezza di Roma, applicando le nuove direttive del Viminale sulla riduzione delle scorte, aveva tagliato i servizi di protezione a decine e decine  di personalità, ma a Sabella aveva confermato la  scorta con due auto e quattro uomini, ritenendolo  evidentemente un obiettivo ad alto rischio. Lui, il  magistrato che ha catturato più boss mafiosi facendone condannare alcune decine a migliaia di  anni di carcere, è allibito: “Mi turba l’incredibile confusione che caratterizza la gestione delle misure di protezione di noi magistrati. Quando ho chiesto alla prefettura i motivi di una decisione così radicale, il capo di gabinetto non sapeva nemmeno chi ero e che ero stato pm  a Palermo. Evidentemente non avevano neanche il mio  fascicolo. Tanto che il lunedì successivo dalla prefettura mi  avevano chiesto di fornire loro la mia data di nascita, che  evidentemente non avevano!”.  Il gruppo Ds rivolge al  governo un’interrogazione parlamentare firmata anche da Luciano  Violante e Beppe Lumia. Il prefetto Serra liquida la faccenda con  parole sprezzanti: “Ribadisco che non intendo fare alcun commento sul merito della decisione, già valutata in  ben quattro riunioni  del Cosp alla presenza  e col parere di alti magistrati (strano, visto che Sabella è giunto a Firenze da un giorno soltanto, ndr).  Ma voglio stigmatizzare le critiche di sottovalutazione rivolte dal magistrato al capo di gabinetto  della prefettura perché ingiuste e grossolane. Peraltro basta leggere le dichiarazioni del pm Sabella: si commentano da sole” (Ansa, 21 maggio  2002). Il procuratore capo Ubaldo Nannucci si  schiera col suo sostituto: “Sono intervenuto sia sul  prefetto di Firenze sia sul ministero per segnalare  l’estrema delicatezza della posizione del collega  Sabella. Il problema, evidentemente, è nell’interpretazione del concetto di ‘attualità del pericolo’  che corre un magistrato. Certo, se il rischio è attuale durante un processo di rilievo, non è che il  giorno dopo la sentenza, quando il processo è finito, quel rischio cessa” (Ansa, 22 maggio 2002).  Passa poco più di un anno e il 28 ottobre Lirio Abbate rivela sull’Ansa che la procura di Palermo ha  appena scoperto un progetto di attentato mafioso  ai danni di un magistrato. Da una conversazione  intercettata durante un summit di mafiosi vicini a  Provenzano in un casolare fra le province di Agrigento e Palermo, si sentono i boss parlare di un  ordine partito dalle carceri e firmato da Leoluca  Bagarella di “far saltare la macchina del giudice”,  con l’assenso di Provenzano. “Il procuratore Piero  Grasso – scrive l’Ansa – ha informato subito della  vicenda il capo della polizia, Gianni De Gennaro,  e il prefetto di Palermo per rafforzare le misure di  sicurezza ai magistrati impegnati nella lotta alle  cosche. Nella trascrizione – effettuata l’11 ottobre  scorso, ma il dialogo sarebbe di alcuni mesi prima – non compare il nome del magistrato nel mirino  di Cosa Nostra. I pm della Dda, che al momento  fanno solo ipotesi, hanno avviato uno screening  per cercare di individuare l’obiettivo delle cosche  mafiose. Nessuno dei presenti (al summit, ndr) è stato identificato perché in quel momento non  era operativo un servizio di osservazione. Il progetto di attentato potrebbe essere collegato al  ‘proclama ’ di Bagarella pronunciato il 12 luglio  2002 durante un processo a Trapani. In quell’occasione il boss, parlando a nome di tutti i detenuti  dal carcere de L’Aquila sottoposti al carcere duro  previsto dal 41 bis, fece riferimento a ‘promesse  non mantenute’ e a strumentalizzazioni ‘politiche ’. Dall’intercettazione emerge che la vittima  designata da Cosa Nostra sarebbe un magistrato  che abita in una piazza in cui arrivano furgoni. Secondo quanto emerge dall’intercettazione, infatti, il ‘gruppo di fuoco’ si sarebbe dovuto nascondere all’interno del furgone per compiere l’attentato contro l’auto del magistrato” (Ansa, 28 ottobre 2003). L’indomani, altri particolari: “Il progetto di attentato nei confronti di un magistrato che  sarebbe stato messo a punto dalle cosche, scoperto in seguito ad alcune intercettazioni ambientali  in un casolare della provincia di Agrigento, secondo i pm della Dda di Palermo ‘non sarebbe stato  accantonato’” (29 ottobre 2003). Ma il nome del  candidato all’obitorio la procura di Palermo non  lo fa.  “Soltanto un cieco poteva ignorare gli elementi che, in  quell’intercettazione, portavano tutti nella mia direzione.  Con chi ce l’aveva sommamente Bagarella, se non con  colui che l’aveva arrestato, si era occupato del ‘suo’ 41 bis  e aveva fatto parlare quasi tutti i suoi fedelissimi? E poi  l’intercettazione ambientale era avvenuta in contrada Acque Bianche, nel comune di Bivona dove sono nato, a  qualche centinaio di metri in linea d’aria da casa mia.  Nell’intercettazione, peraltro molto confusa per la scarsa  qualità della registrazione e i continui fruscii e rumori di  fondo, uno dei mafiosi dice che volevano attaccare qualcosa alla macchina del giudice, che conosce il posto e che  sa “che c’è scritto La Barbera”. Secondo la procura, si  riferiva al pentito Gioacchino La Barbera. Ma La Barbera  è il cognome di mia madre e davanti casa mia, tuttora, c’è  la targa dello studio legale dei miei: ‘Studio legale Sabella-La Barbera’. Seppi poi che, quando la cosa era finita sui  giornali, il presunto capomafia locale, nel bar del paese,  aveva stretto platealmente la mano a mio padre (storico  esponente del Pci della zona: i due non si erano mai guardati in faccia prima di allora). Come a dire che l’attentato  non aveva il suo consenso. In qualche modo, mi aveva  salvato la vita. Ma in quei giorni la procura diretta da Piero  Grasso, impegnato in un duro braccio di ferro con i cosiddetti ‘caselliani’, ritenne di non far uscire il mio nome. Tant ’è che fu il mio capo di Firenze a dire ciò che era chiaro  a tutti quelli che avevano letto quei brani di conversazione”.  Infatti il 30 ottobre il procuratore Nannucci dichiara all’Ansa:“C’è una buona probabilità che fosse il pm Alfonso Sabella l’obiettivo del progetto di  attentato della mafia contro un magistrato”.L’Ansa  aggiunge che Nannucci “ha già informato il procuratore generale per avviare la procedura per assegnare la scorta a Sabella, che ora ha la tutela, con  un solo agente che lo protegge”, e “a brevissimo  termine dovrebbe essere convocata una riunione  del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica  in prefettura per decidere in merito. Sabella ha  spiegato di non sapere ‘quanto sia fondato o meno’ il progetto di attentato nei suoi confronti: ‘Ho  letto gli articoli di giornale e ho avuto informazioni molto generiche dai miei colleghi di Palermo.  Tutto ciò rientra comunque nel normale rischio di  chi si occupa di mafia: lo abbiamo messo in conto…’”. Oggi, per completezza, aggiunge: “La scorta non mi fu riassegnata nemmeno dopo quel progetto di  attentato. Anzi, un paio di anni dopo mi levarono pure la  semplice tutela”.  Oggi, Sabella non riesce proprio a non collegare la  revoca della scorta e quel progetto di attentato al  suo “peccato originale”: aver ostacolato la trattativa, prima come magistrato a Palermo, poi come  funzionario del Dap: “Sono stato il primo a raccogliere,  già dieci anni fa, le rivelazioni di Brusca sulle stragi, la trattativa e la mancata perquisizione del covo di Riina. Il primo (con Ilda Boccassini) a dubitare dell’attendibilità di  Scarantino. Ho tagliato fuori il Ros dalla cattura dei grandi latitanti, ho addirittura chiesto di esonerarlo dalle indagini  per la cattura di Provenzano. Ho fatto saltare il complotto  provenzaniano del ritorno a delinquere dei pentiti. Ho  mandato all’aria due volte l’ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo), quella chiamata ‘dissociazione’. E, da cacciatore di mafiosi che ero, sono stato cacciato  dal Dap e quasi cacciato dal Csm. Da predatore a predato. Intanto tutti quelli che in questi 17 anni hanno favorito la trattativa hanno fatto carriere strepitose. Sono  paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

Autorizzato, dottor Sabella. Autorizzato.


Marco Travaglio (Da
Il Fatto Quotidiano dei gioni 10 e 12 Novembre)

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Tra mafia e Stato | L’espresso

21 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Tra mafia e Stato | L’espresso.

di Lirio Abbate

Brusca rivela: Riina disse che il nostro referente nella trattativa era il ministro Mancino. Ma dopo l’arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi

E’ la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: “Eh! Finalmente si sono fatti sotto”. Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: “Ah, ci ho fatto un papello così…” e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l’aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del “papello” Brusca le ricorda così: “Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino”.

L’uomo che uccise Giovanni Falcone – di cui “L’espresso” anticipa il contenuto dei verbali inediti – sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell’Interno, il politico che avrebbe “coperto” inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. Il tramite sarebbe stato l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, attraverso l’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. L’ex responsabile del Viminale ha sempre smentito: “Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative”.

Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. Mediata da Bernardo Provenzano attraverso Ciancimino, arriva la risposta al “papello”, le cui richieste iniziali allo Stato erano apparse pretese impossibili anche allo zio Binu. Ora le dichiarazioni inedite di Brusca formano come un capitolo iniziale che viene chiuso dalle rivelazioni recenti del neo pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza indica ai pm di Firenze e Palermo il collegamento fra alcuni boss e Marcello dell’Utri (il senatore del Pdl, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), che si sarebbe fatto carico di creare una connessione con Forza Italia e con il suo amico Silvio Berlusconi. Ma nel dicembre ‘92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché “Mancino aveva preso questa posizione”. E quella è la prima e l’ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell’arresto di Riina), il latitante Matteo Messina Denaro, il mafioso trapanese Vincenzo Sinacori, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella.

Le risposte a quelle pretese tardavano però ad arrivare. Il pentito ricorda che nei primi di gennaio 1993 il capo di Cosa nostra era preoccupato. Non temeva di essere ucciso, ma di finire in carcere. Il nervosismo lo si notava in tutte le riunioni, tanto da fargli deliberare altri omicidi “facili facili”, come l’uccisione di magistrati senza tutela. Un modo per riscaldare la trattativa. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.

Brusca è convinto che in quell’incontro il padrino avrebbe messo a nudo i suoi segreti, per condividerli con gli altri nell’eventualità che a lui fosse accaduto qualcosa. Il nome dell’allora ministro era stato riferito a Riina attraverso Ciancimino. E qui Brusca sottolinea che il problema da porsi – e che lui stesso si era posto fin da quando aveva appreso la vicenda del “papello” – è se a Riina fosse stata o meno riferita la verità: “Se le cose stanno così nessun problema per Ciancimino; se invece Ciancimino ha fatto qualche millanteria, ovvero ha “bluffato” con Riina e questi se ne è reso conto, l’ex sindaco allora si è messo in una situazione di grave pericolo che può estendersi anche ai suoi familiari e che può durare a tempo indeterminato”. In quel periodo c’erano strani movimenti e Brusca apprende che Mancino sta blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile: “Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha?”. “Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo”, commenta Brusca come in un dialogo a distanza con Mancino: “O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa”.

Brusca, però, non ha dubbi sul fatto che l’ex sindaco abbia riportato ciò che gli era stato detto sul politico. Tanto che avrebbe avuto dei riscontri sul nome di Mancino. In particolare uno. Nell’incontro di Natale ‘92 Biondino prese una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo, un mafioso pentito. E commentò quasi ironicamente le sue dichiarazioni: “Ma guarda un po’: quando un bugiardo dice la verità non gli credono”. La frase aveva questo significato: Mutolo aveva detto in passato delle sciocchezze ma aveva anche parlato di Mancino, con particolare riferimento a un incontro di quest’ultimo con Borsellino, in seguito al quale il magistrato aveva manifestato uno stato di tensione, tanto da fumare contemporaneamente due sigarette. Per Biondino sulla circostanza che riguardava Mancino, Mutolo non aveva detto il falso. Ma l’ex ministro oggi dichiara di non ricordare l’incontro al Viminale con Borsellino.

Questi retroscena Brusca li racconta per la prima volta al pm fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sui mandanti occulti delle stragi. Adesso riscontrerebbero le affermazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, che collabora con i magistrati di Palermo e Caltanissetta svelando retroscena sul negoziato mafia- Stato. Un patto scellerato che avrebbe avuto inizio nel giugno ‘92, dopo la strage di Capaci, aperto dagli incontri fra il capitano De Donno e Ciancimino. E in questo mercanteggiare, secondo Brusca, Riina avrebbe ucciso Borsellino “per un suo capriccio”. Solo per riscaldare la trattativa.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia si spingono fino alle bombe di Roma, Milano e Firenze. Iniziano con l’attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio ‘93 e hanno termine a distanza di 11 mesi con l’ordigno contro il pentito Totuccio Contorno. Il tritolo di quegli anni sembra non aver portato nulla di concreto per Cosa nostra. Brusca ricorda che dopo l’arresto di Riina parla con il latitante Matteo Messina Denaro e con il boss Giuseppe Graviano. Chiede se ci sono novità sullo stato della trattativa, ma entrambi dicono: “Siamo a mare”, per indicare che non hanno nulla. E da qui che Brusca, Graviano e Bagarella iniziano a percorrere nuove strade per riattivare i contatti istituzionali.

I corleonesi volevano dare una lezione ai carabinieri sospettati (il colonnello Mori e il capitano De Donno) di aver “fatto il bidone”. E forse per questo motivo che il 31 ottobre 1993 tentano di uccidere un plotone intero di carabinieri che lasciava lo stadio Olimpico a bordo di un pullman. L’attentato fallisce, come ha spiegato il neo pentito Gaspare Spatuzza, perché il telecomando dei detonatori non funziona. Il piano di morte viene accantonato.

In questa fase si possono inserire le nuove confessioni fatte pochi mesi fa ai pubblici ministeri di Firenze e Palermo dall’ex sicario palermitano Spatuzza. Il neo pentito rivela un nuovo intreccio politico che alcuni boss avviano alla fine del ‘93. Giuseppe Graviano, secondo Spatuzza, avrebbe allacciato contatti con Marcello Dell’Utri. Ai magistrati Spatuzza dice che la stagione delle bombe non ha portato a nulla di buono per Cosa nostra, tranne il fatto che “venne agganciato “, nella metà degli anni Novanta “il nuovo referente politico: Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi”.

Il tentativo di allacciare un contatto con il Cavaliere dopo le stragi era stato fatto anche da Brusca e Bagarella. Rivela Brusca: “Parlando con Leoluca Bagarella quando cercavamo di mandare segnali a Silvio Berlusconi che si accingeva a diventare presidente del Consiglio nel ‘94, gli mandammo a dire “Guardi che la sinistra o i servizi segreti sanno”, non so se rendo l’idea…”. Spiega sempre il pentito: “Cioè sanno quanto era successo già nel ‘92-93, le stragi di Borsellino e Falcone, il proiettile di artiglieria fatto trovare al Giardino di Boboli a Firenze, e gli attentati del ‘93″. I mafiosi intendevano mandare un messaggio al “nuovo ceto politico “, facendo capire che “Cosa nostra voleva continuare a trattare”.

Perché era stata scelta Forza Italia? Perché “c’erano pezzi delle vecchie “democrazie cristiane”, del Partito socialista, erano tutti pezzi politici un po’ conservatori cioè sempre contro la sinistra per mentalità nostra. Quindi volevamo dare un’arma ai nuovi “presunti alleati politici”, per poi noi trarne un vantaggio, un beneficio”.

Le due procure stanno già valutando queste dichiarazioni per decidere se riaprire o meno il procedimento contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, archiviato nel 1998. Adesso ci sono nuovi verbali che potrebbero rimettere tutto in discussione e riscrivere la storia recente del nostro Paese.

(21 ottobre 2009)

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Mafia: Genchi, Ciancimino in rapporti con altissimi livelli delle Istituzioni

20 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Mafia: Genchi, Ciancimino in rapporti con altissimi livelli delle Istituzioni.

Roma – 20 ott. (Adnkronos)“Sono testimone vivente dei riscontri originali sui rapporti fra Ciancimino, il Ministero degli Interni e il Ministero della Giustizia. Ero nel team investigativo di un’indagine a Palermo su mafia e appalti, un’indagine importante che secondo me rappresenta un punto di riferimento importante anche nella causale della strage di via d’Amelio”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi nel corso dell’intervista rilasciata a Klaus Davi per il programma KlausCondicio, visibile su YouTube. “Segnalai alla procura di Palermo l’acquisizione e lo sviluppo di un cellulare di Ciancimino, quindi – ha aggiunto Genchi – sono testimone vivente di quei riscontri originali sui rapporti di Ciancimino con altissimi livelli delle istituzioni. Non solo della politica, ma anche dello Stato e io trovai contatti con utenze del Ministero dell’Interno, con utenze della Giustizia, incontri a Roma, contatti telefonici romani che, purtroppo, non sono mai stati chiariti e che, secondo me, costituiscono uno dei riscontri piu’ importanti alle dichiarazioni di Ciancimino per quanto riguarda le entrature negli apparati dello Stato”


Genchi, nell’intervista, ha affermato anche che “fu il Ministero degli Interni a ‘trasferire’ Arnaldo La Barbera, stoppandone difatti le indagini, dopo che le stesse individuarono coinvolgimenti dei servizi. Di questo sono testimone vivente”. “Parlo da testimone e non per sentito dire – ha proseguito Genchi – Ero un giovane funzionario di Polizia molto valorizzato da Parisi all’epoca. Ricordo che a La Barbera furono affidate le indagini su Capaci e via D’Amelio”. “Ho toccato con mano quello che e’ avvenuto, ovviamente non pensavo che si trattasse di una trattativa – ha sottolineato Genchi – notai qualcosa di strano quando prima fui trasferito io ad ottobre dopo aver decodificato il databank Casio cancellato di Falcone da cui emersero una serie di elementi importantissimi e, a distanza di qualche mese, quando abbiamo imboccato proprio la pista sui servizi segreti, sulle collusioni interne alle istituzioni, ai rapporti con la magistratura di cui aveva parlato Mutolo e poi, infine, con le ultime verbalizzazioni di Paolo Borsellino su Mutolo, su cui molti temevano e che in molti cercarono di bloccare”. “Quando si imbocco’ questa strada La Barbera fu immediatamente trasferito, stranamente trasferito dal Ministero dell’Interno, eravamo sotto Natale. Il trasferimento fu ordinato dal Ministero degli Interni, certo sicuramente non da Parisi, perche’ Parisi ci aveva dato tutta la solidarieta’ e tutto l’aiuto possibile ed immaginabile”, ha concluso Genchi.

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Salvatore Borsellino: “Parole Grasso mi sconvolgono”

20 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Salvatore Borsellino: “Parole Grasso mi sconvolgono”.

Roma – 19 ott 2009. ”Mi sconvolgono le parole di Pietro Grasso, da un lato sembra quasi giustificare in alcune sue parole la trattativa con la mafia”. Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a ”24 Mattino” su Radio 24 per parlare di trattativa tra Stato e mafia. ”Io – ha aggiunto Borsellino – ritengo che se e’ vero che la trattativa puo’ aver salvato la vita a qualche politico, allora e’ vero che la trattativa e’ stata barattata con la vita di Paolo Borsellino. Mi sconvolge questo tipo di affermazione”.
”E mi sconvolge anche l’idea di una trattativa – ha detto Borsellino – Io da anni ripeto, prima inascoltato mentre ora mi stanno arrivando conferme anche da parti istituzionali, che mio fratello e’ stato ucciso proprio per la trattativa. Mio fratello costituiva un ostacolo a questa trattativa, ritengo addirittura che la veemenza con la quale si e’ opposto ad essa ha causato la necessita’ di eliminarlo, e anche in fretta. Conoscendo bene mio fratello – ha aggiunto – so che avrebbe portato all’attenzione dell’opinione pubblica questa scellerata trattativa”.
”E’ pazzesco – ha aggiunto ancora Borsellino – che se ne parli oggi, 17 anni dopo. Perche’ Grasso non ha fatto questa affermazione sulla trattativa nel momento in cui Mancino negava che la trattativa ci fosse stata? Perche’ Martelli ha parlato solo ora? Perche’ tante persone nelle istituzioni parlano oggi di cose che, se avessero denunciato 15-16 anni fa, avrebbero potuto cambiare le cose?”. Borsellino e’ tornato anche sul presunto incontro tra suo fratello e l’allora ministro dell’Interno Mancino, il primo luglio 1992 al Viminale, incontro che Mancino ha sempre negato: ”Ma secondo lei – ha detto – devo credere a quello che dice Mancino o a mio fratello che in una sua agenda, quella grigia, in cui appuntava ora per ora i suoi appuntamenti ha scritto proprio Mancino? Io devo credere a mio fratello che non si puo’ essere preconfigurato un falso appuntandosi in un’agenda un incontro che non c’e’ stato a futura memoria”.
”Oggi – ha sottolineato – grazie alle rivelazioni di Ciancimino, al papello, posso arrivare a pensare che non sia stato Mancino a prospettare a Paolo la trattativa perche’ forse Paolo ne era gia’ al corrente. Ma le cose non cambiano perche’ il primo luglio, quando Paolo per me ha incontrato certamente Mancino, ne avra’ sicuramente parlato di questa trattativa. Mancino ostinatamente nega, io – ha concluso – credo a mio fratello piuttosto che a Mancino”.

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Stragi e trattativa, ora si riscrive la storia : Pietro Orsatti

17 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Stragi e trattativa, ora si riscrive la storia : Pietro Orsatti.

Lo scenario Nuovi dettagli emergono dalle carte consegnate ai pm da Ciancimino. Dove nascono gli attentati e il tentativo di accordo con la operato dai boss

di Pietro Orsatti su Terra

La trattativa fra Cosa nostra e lo Stato è in quel foglio, il famoso o famigerato papello, redatto da Riina, o da qualcuno per lui, e consegnato a Vito Ciancimino da Nino Cinà, già condannato per mafia e oggi sotto processo insieme a Marcello Dell’Utri a . Dodici richieste secche, scritte a stampatello. Consegnate al generale Mario Mori, come riportato in un appunto autografo dell’ex sindaco di , e destinate a due ministri: Mancino, titolare dell’Interno, Rognoni, ex ministro della Difesa. Mori ha sempre negato, come il suo collaboratore Di Donno. Ma anche le recenti dichiarazioni di Violante e di Martelli sembrano smentire i due alti ufficiali. Capiamo, perciò, cosa successe in quel periodo – siamo nella prima metà del ’92 – per comprendere per quali ragioni la mafia decise di colpo di alzare ulteriormente il tiro e attaccare frontalmente lo Stato. All’inizio dell’anno vennero confermate dalla Cassazione le condanne del maxi processo di , e il 12 marzo dello stesso anno venne ucciso l’uomo di riferimento di Giulio Andreotti nell’isola, Salvo Lima.
Il collaboratore Antonino Giuffré dichiara ai pm che con quell’omicidio «si è chiusa un’epoca». E, poi, spiega meglio: «Con quell’omicidio si è chiuso un rapporto che, come ho detto, non era più ritenuto affidabile. Si chiude un capitolo e se ne incomincia ad aprire un altro». All’interno di Cosa nostra si apre uno scontro non solo fra l’ala militare capeggiata da Riina e Bagarella e quella della “sommersione” che faceva riferimento a Provenzano sulle strategie di gestione, ma anche sulle scelte politiche dopo che si è spezzato il rapporto con la Dc. «Da un lato c’è un discorso di creare all’interno di Cosa nostra un movimento politico nuovo (d’ispirazione autonomista, ndr), cioè portato avanti direttamente da Cosa nostra», spiega il collaboratore, mentre dall’altro «si vede all’orizzonte un nuova formazione che dà delle garanzie che la Democrazia cristiana o, per meglio dire, parte di questa non dava più. Questa formazione , per essere io preciso, è Forza ».
Sul movimento “autonomista”, da quel poco che si è saputo, vi sono tracce anche negli appunti di Vito Ciancimino consegnati assieme alla fotocopia del papello ai pm palermitani. In questo scenario si inserisce la strage di Capaci, la necessità del morto eclatante e della sfida, per poi andare a patti, trovare altri soggetti con cui dialogare e ricominciare a tessere il potere nell’isola e a livello nazionale.
Poi, i 57 giorni che intercorrono fino alla strage di via D’Amelio. È qui che si inserirebbe, grazie ai racconti di Martelli e della Ferraro, l’inizio dei primi contatti fra Ciancimino e i Ros per avviare una trattativa. Sempre secondo la Ferraro, sapeva della trattativa, e la sua morte è quindi motivabile dal suo rifiuto a percorrerla. Questa è anche una delle ipotesi che sta portando la Procura di Caltanissetta a riaprire il processo sulla strage di via D’Amelio.
Negli appunti di Ciancimino emergerebbe la necessità di mettere a conoscenza della trattativa esponenti di alto livello del governo e delle istituzioni, compreso l’appena nominato ministro dell’Interno Nicola Mancino. Ma Mancino nega, come del resto anche l’ex ministro della Difesa Rognoni. L’attuale vicepresidente del Csm è stato categorico, «né Mori né alcun altro», mi ha «consegnato» il papello, «né me ne ha mai parlato». Ma secondo le carte di Ciancimino le cose sarebbero andate diversamente. Ma forse c’è dell’altro, anche alla luce dei ricordi dell’ex guardasigilli Martelli – che avrebbe confermato ai pm di essere stato a conoscenza di una possibile trattativa – siamo davanti non solo alla necessità di riaprire i processi sui fatti del ’92 e del ’93, ma anche di riscriverne la storia.

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Papelli e amnesie : Pietro Orsatti

16 Ottobre 2009 · 1 Commento

Fonte: Papelli e amnesie : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Terra

Sono tutti abbottonati al palazzo di giustizia di Palermo, ovviamente, ma la notizia è certa. L’avvocato di Massimo Ciancimino ha consegnato le carte promesse dal suo cliente ai pm che stanno indagando sulla presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra, compresa una fotocopia del famoso papello, le richieste di . Questa volta «non è una minchiata», si mormora nell’ambiente, dopo mesi di presunte consegne mai avvenute. E la notizia ha un suo peso, perché per la prima volta sarà agli atti una prova “fisica”, documentale, che la trattativa ci fu.
Ora, però, è necessario capire di che trattativa si parla, se fu solo una, se davvero uno dei prezzi pagati dalla per far accogliere certi tipi di proposte sia stata la consegna di , con il contributo di Vito Ciancimino e, come si ipotizza, di Bernardo Provenzano. E su questo fronte la questione muta radicalmente, si complica, ridiventa in qualche modo “mistero”. Del papello si sa quasi tutto, anche se finora nessuno l’aveva visto fisicamente. Ne aveva iniziato a parlare Giovanni Brusca nel ’98, raccontando un dialogo intercorso fra lui e Riina. «Si sono fatti sotto – gli disse il “capo dei capi” – gli ho presentato un papello di richieste lungo così». A farsi avanti sarebbero stati i . In particolare, a sondare un contatto attraverso Vito Ciancimino e poi a ricevere le richieste di Riina sarebbe stato il capitano Giuseppe Di Donno su ordine del generale Mario Mori. Questa una delle ricostruzioni più accreditate. Finora. Ma rimane aperta ancora la questione degli “altri” documenti consegnati dal legale di Ciancimino due giorni fa ai pm palermitani. Si tratta, come si ipotizza, di corrispondenza del padre di Massimo con politici, imprenditori e membri di Cosa nostra sia in relazione alla trattativa che al mutare del quadro politico nel biennio 1992-93? Ci sarebbero supporti documentali anche sul ruolo che avrebbe ricoperto Marcello Dell’Utri? Intanto rimane lo stupore del lungo silenzio a cui si sono sottoposti per 17 anni politici, pezzi delle istituzioni e collaboratori e amici di Falcone e Borsellino. Luciano Violante, Claudio Martelli e Liliana Ferraro gli ultimi ad aver superato un lungo periodo di amnesia. Ma già c’erano state le dichiarazioni di alcuni colleghi di Borsellino a Marsala, a luglio, “sui traditori”. A non ricordare, finora, sembra solo Mancino, allora ministro dell’Interno. E tutti parlano di una trattativa, di un intreccio pericoloso fra indagini e cedimenti e strategie al limite della legalità. E dalle tante ombre di quel periodo convulso (non solo le stragi, ma anche Tangentopoli e Gladio a fare da scenografia) emerge la figura di Bernardo Provenzano, da sempre posta in secondo piano se confrontata a quella di Riina. Un Provenzano che tratta, condiziona, consegna pezzi fondamentali (Riina compreso) dell’ala militare di Cosa nostra e poi gestisce la sommersione dell’organizzazione. Impunito e impunibile. Addirittura protetto da una possibile cattura, come si ipotizza nel processo al generale Mori e al colonnello Obinu dei .

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Trattative stato-mafia, arriva in Procura il “papello” delle richieste di Cosa Nostra – l’Unità.it

16 Ottobre 2009 · 1 Commento

Fonte: Trattative stato-mafia, arriva in Procura il “papello” delle richieste di Cosa Nostra – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Non c’è nessuna intestazione, né una firma né ovviamente il destinatario. Quello che ormai viene chiamato “papello” è una lista di 12 punti, scritta a mano e a stampatello dal ghota di Cosa nostra. Ogni punto una richiesta allo stato per far cessare le stragi: si va dalla abolizione della legge sui pentiti a quella sulla confisca dei beni mafiosi, alla chiusura dei supercarceri come l’Asinara all’annullamento del decreto sul 41bis, il carcere duro. Una sorta di grande riforma della giustizia, una resa totale dello stato alla mafia dopo la strage di Capaci. E’ una fotocopia del papello quella che è stata consegnata ieri ai giudici palermitani dagli avvocati di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, tramite nell’estate del 1992 tra Cosa nostra e le istituzioni.

Per l’originale si dovrà attendere ancora ma la Procura di Palermo lo giudica un passo avanti importante nelle indagini.

Ma se il papello cattura l’ovvia attenzione mediatica, grande importanza viene data dai PM Nino Di Matteo e Antonio Ingroia ad alcuni fogli che riportano le considerazioni di Vito Ciancimino sulla trattativa. In essi Don Vito farebbe riferimento a due politici, Mancino e Rognoni ( che hanno ripetutamente smentito qualsiasi coinvolgimento) e ricostruirebbe le fasi della trattativa con il Ros in modo assai diverso a quanto finora appurato in due sentenze. Considerazioni anche politiche quelle di Ciancimino riguardanti la necessità di dare vita ad un Partito del Sud prima delle elezioni del 1994.

Dall’aprile del 2008 Massimo Ciancimino fornisce ai Pm Di Matteo e Ingroia la sua versione dei fatti e una cospicua documentazione. La prima verifica che va fatta è se il papello è statpo inviato prima o dopo la strage di via D’Amelio.

“Stiamo indagando su 10 anni di trattativa” dice Di Matteo. Indagini che vanno coordinate con la procura di calatnissetta. Oggi interrogato Martelli. Ipotesi di falsa testimonianza Mori De Donno al Borsellino-ter.

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Stato-mafia, ecco il papello | L’espresso

15 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Stato-mafia, ecco il papello | L’espresso.

Il papello

Il papello

Mancino Rognoni
Ministro Guardasigilli
Abolizione 416 bis
Strasburgo maxiprocesso
SUD partito
Riforma Giustizia alla Americana sistema elettivo con…

1255624388743_video-call-snapshot-3

1255624387983_video-call-snapshot-4Consegnato al colonnello dei carabinieri MORI del ROS

di Lirio Abbate

Ecco il primo documento sulla trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra nell’estate delle stragi. Fogli  consegnati ai magistrati dal figlio di Vito Ciancimino

Sono 12 le richieste che i boss di Cosa nostra avanzarono agli uomini delle istituzioni nell’estate del 1992, fra le stragi Falcone e Borsellino. Una trattativa che i mafiosi corleonesi avanzarono con lo Stato per fermare le bombe e la stagione stragista, e arrivare ad una tregua. I 12 punti formano il ‘papello’, cioè l’elenco delle richieste scritte su un foglio formato A4 che adesso Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati della procura della Repubblica di Palermo che indagano sulla trattativa fra Stato e mafia. Ma accanto a questo elenco spunta a sorpresa un altro ‘papello’ con le proposte e le modifiche ai 12 punti pretesi dai corleonesi che don Vito Ciancimino avrebbe scritto di proprio pugno e consegnato all’allora colonnello del Ros, Mario Mori. Il fatto, inedito, è documentato dal L’espresso con alcune foto dei fogli in cui si leggono al primo punto i nomi di Mancino e Rognoni; poi segue l’abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa); “Strasburgo maxi processo” (l’idea di Ciancimino era quella di far intervenire la corte dei diritti europei per dare diverso esito al più grande procedimento contro i vertici di Cosa nostra); “Sud partito”; e infine “riforma della giustizia all’americana, sistema elettivo…”.
Su questo “papello” scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it di colore giallo sul quale il vecchio ex sindaco mafioso di Palermo aveva scritto: “consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros”. Per gli inquirenti il messaggio è esplicito e confermerebbe il fatto che ci sarebbe stato una trattativa fra i mafiosi e gli uomini delle istituzioni.

Mostrare ai giudici l’esistenza del ‘papello’, rappresenta per i pm una prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita, ma è anche iniziata nel periodo fra l’attentato di Capaci e quello di via d’Amelio. Per gli inquirenti questo documento, consegnato dal dichiarante Massimo Ciancimino, che collabora con diverse procure, può dare il via a nuove indagini. Con l’obiettivo di scoprire fino a che punto può essere arrivato il tentativo di trattativa rivelato dal figlio dell’ex sindaco mafioso.
I 12 punti richiesti da Riina e Provenzano, che sono anche questi al vaglio dei magistrati, si aprono, invece, con la revisione del maxi processo a Cosa nostra. Gli altri spaziano dall’abolizione del carcere duro previsto dal 41 bis agli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto 70 anni. La lista si conclude domandando la defiscalizzazione della benzina per gli abitanti della regione siciliana.

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Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate – liberainformazione

13 Ottobre 2009 · 2 Commenti

Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate – liberainformazione.

di Norma Ferrara

Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato

Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate

Solo pochi giorni fa ai microfoni di *Annozero *Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l’allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di  una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il  giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato  “La Trattativa” il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di  Capaci e via d’Amelio.

Dopo aver scritto dell’arresto di Riina lei pubblica nel 2002 “La
Trattativa”. Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?

Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi
conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza del processo per la strage  di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti: quelli di contrastare cosa nostra, in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e l’apparente  suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L’inchiesta, nonostante fosse riportata in una richiesta di archiviazione, conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre
accadevano.

Quali elementi?

Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica,  vicina ai Servizi segreti. A scriverlo con ogni probabilità fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scrisse  dopo l’omicidio Lima intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. Dopo l’ arresto di Rina all’inizio del 93 seguirono una serie mai vista prima di episodi strani: attentati contro chiese e palazzi fiorentini e romani, fatti in
luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo
del potere, delle istituzioni e della massoneria.

Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?

Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all’epoca sconosciuti. All’inizio degli anni ‘90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di
queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e ci fosse l’interesse di qualcuno oltre atlantico a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l’Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per essere cancellate dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.

Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de “La Trattativa”,  ad oggi?

La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state  inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia cheraccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti.  Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza…

Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…

Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.

Prima ricordava della rilettura di Via d’Amelio… qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?

Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d’Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.

I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?

A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l’allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro degli esteri ” senza episodi specifici che giustificassero questo
cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli avvocati chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.

In questi ultimi anni l’attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso all’uso di registratori… ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al “papello”?

Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l’ultima cosa di cui parlerei sino a quando non fossero giunte in un’ aula di tribunale. Credo comunque che il filone del  “papello” avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente….

Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura  questa verità?

Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti  esterni di una strage.

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Salvatore Borsellino: “Dovevano parlare subito dopo la strage”

11 Ottobre 2009 · 1 Commento

Fonte: Salvatore Borsellino: “Dovevano parlare subito dopo la strage”.

Scritto da Pierangelo Maurizio

Il fratello del magistrato ucciso dalla mafia commenta le ultime rivelazioni sulla strage. “Credo in questi magistrati che vogliono andare fino in fondo”.

Ha visto che cosa l’ex ministro Vizzini ha dichiarato al Tempo?
«Sì, ho letto».

Dice che nel loro ultimo incontro, tre giorni prima della strage, Paolo si soffermò in particolare sui rapporti tra mafia e appalti…

«In quel tempo gli interessi di mio fratello erano concentrati sul nesso mafia-appalti. E su quella trattativa con lo Stato, io ripeto. Comunque nelle carte, nell’agenda grigia di Paolo. Ho anche trovato tracce di questi loro incontri. E vorrei chiedere a Vizzini se Paolo gli parlò del dossier che aveva appena ricevuto dal sindacalista Gioacchino Basile riguardo alle infiltrazioni del clan Galatolo nel porto di Palermo. Così…»

E che cosa pensa delle rivelazioni di Claudio Martelli che l’ex sindaco Ciancimino nel giugno del ‘92 si sarebbe offerto di collaborare in cambio di protezioni politiche?
«Penso quello che penso per Violante. Tante persone cominciano a ricordare cose che se avessero detto 16, 15 anni fa non ci troveremmo al punto in cui ci troviamo… Non vorrei che questi improvvisi sussulti di memoria avvengano ora, magari prima di essere sentiti da questi magistrati che stanno portando avanti le indagini adesso».

Salvatore Borsellino è il fratello del magistrato ucciso con la sua scorta a via d’Amelio il 19 luglio ‘92. Ingegnere in pensione, vive a Milano da 40 anni. E io mi scuso con questo uomo mite, ma dalla volontà ferrea di fare chiarezza, se non tutto di quanto mi ha raccontato mi sembra condivisibile. Perché a volte il dolore può far aggrappare a certezze che tali non sono. Ma ci sono due o tre cose che ripete e che vanno ascoltate. Da tempo insiste che vuole vedere nelle vesti di imputato Nicola Mancino, divenuto ministro dell’Interno poco dopo la strage di Capaci in cui furono uccisi Falcone, la moglie e tre agenti della scorta e poco prima che fosse ucciso Borsellino, attuale vicepresidente del Csm. Perché?
«Perché è reticente. Perché sull’incontro con mio fratello, il primo luglio del ‘92 a Roma, ha dato versioni inverosimili. Prima ha detto di non ricordarlo, l’incontro. Poi ha detto di averlo visto al ministero dell’Interno sì, ma di avergli solo stretto la mano. Cose diverse. Ogni tanto dice qualcosa in più. Se Paolo sull’agenda grigia al primo luglio scrive la parola “Mancino” è perché aveva un appuntamento preciso con lui. Un’agenda che compilava la sera, ora per ora con gli impegni della giornata, fino alla partenza da Fiumicino per tornare a Palermo».


L’agenda grigia è quella che non è sparita, il magistrato vi annotava gli appuntamenti. Ad essere scomparsa dopo l’attentato è invece l’agenda rossa, secondo l’opinione più diffusa – e Salvatore Borsellino l’ha fatta sua – perchè conteneva «i segreti sulla strage di Capaci» in cui fu ucciso Giovanni Falcone.
Ma Lino Jannuzzi su questo giornale ha acutamente osservato che è un’offesa per un servitore dello Stato come Paolo Borsellino pensare che potesse confinare «segreti» di quella portata in un diario senza tradurli in atti e provvedimenti giudiziari. E invece?

«Mancino ha sostenuto di non ricordare l’incontro perché non conosceva la fisionomia, fisicamente mio fratello, e Paolo non era uomo da andare ad omaggiare nessuno. È una menzogna. Dopo Falcone tutti si aspettavano che ammazzassero anche lui. Mancino, ministro dell’Interno, come fa a dire che non lo conosceva? Il suo predecessore al Viminale, Enzo Scotti, lo conosceva bene. Semmai sarebbe da chiedersi perché Scotti fu sostituito in fretta e furia…»


Cosa vuol dire?

«Che se Mancino sostiene ciò che non è credibile, sono portato a pensare che stia nascondendo qualcosa».

Da 3-4 anni Salvatore Borsellino – «ma è un’opinione personale» – si è convinto che quel giorno il fratello Paolo andò da Mancino a parlargli «della trattativa che i Ros avevano avviato con la criminalità organizzata per mettere fine all’offensiva stragista della mafia».
«In cambio lo Stato avrebbe dovuto ammorbidire i provvedimenti presi dopo la morte di Falcone. Con Paolo vivo quella trattativa non sarebbe andata avanti».


Ma ha l’onestà intellettuale di sottolineare che è «un’opinione personale». Al contrario di tanti mafiologi. Perché a distanza di anni e di molti processi la «trattativa» scellerata tra Stato e Antistato resta un teorema. Alla base del quale c’è il «papello» – ovvero l’elenco di richieste che sarebbe stato presentato dal boss Totò Riina – ma in origine lo ha visto e ne ha parlato solo Attilio Bolzoni di Repubblica, spalleggiato da Saverio Lodato dell’Unità, salvo poi non fare un’ottima figura nelle aule di giustizia una volta chiamati a darne conto. Aria fritta.
Ma torniamo ad ascoltare Salvatore Borsellino. Suo fratello lasciò trapelare qualcosa con i familiari?

«È quasi offensivo quello che mi sta chiedendo. Paolo era una persona seria, non parlava in casa del suo lavoro anche per la tutela dei familiari. Però aveva ripetuto più volte che avrebbe detto ciò che sapeva della strage di Capaci ai magistrati di Caltanisetta».

Ma non ne ha avuto il tempo?
«No, non ne ha avuto il tempo».


E bisogna seguire il ragionamento di quest’uomo che a distanza di 17 anni non ha visto diminuire, anzi, dolore e rabbia. Una rabbia, vissuta in modo molto borghese, molto composto, ma anche molto determinato.

«Vede, l’assassinio di Paolo era stato progettato dalla mafia ma non per quel momento. Come ha rivelato Giovanni Brusca (collaboratore di giustizia ndr) quando Riina disse che si doveva fare l’attentato di Capaci molti si opposero. Falcone era inviso all’interno della magistratura. Ma era molto sostenuto dall’opinione pubblica. La sua uccisione avrebbe provocato la reazione più forte dello Stato, come effettivamente fu».

Dopo il massacro di Capaci il Parlamento convertì in legge il cosiddetto decreto Falcone sui collaboratori di giustizia, furono trasferiti nelle carceri speciali 400 boss mafiosi.
«Nel luglio ‘92 non era alla mafia che interessava l’eliminazione di mio fratello. La mafia doveva fare un favore a qualcuno. Quello che è accaduto non possiamo stabilirlo né io né lei. Io ho fiducia nella magistratura, in questi magistrati che ora stanno dimostrando di voler andare in fondo. E allora si capirà perché altri giudici, altri magistrati non hanno voluto vedere, non hanno voluto accertare, non hanno voluto capire».


Pierangelo Maurizio (
Il Tempo, 11 ottobre 2009)

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Mancino: “Nel ‘92 nessuno mi parlò di trattative tra Stato e mafia” – cronaca – Repubblica.it

11 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Mancino: “Nel ‘92 nessuno mi parlò di trattative tra Stato e mafia” – cronaca – Repubblica.it.

La replica dell’ex ministro dell’Interno alle dichiarazioni fatte da Claudio Martelli ad “Annozero”
Dopo la puntata, Sandro Ruotolo e Francesco Viviano interrogati in procura a Palermo

Santoro: “La ricerca di un accordo c’è stata ed è continuata anche dopo via D’Amelio”

ROMA – “Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, confermo che nel ‘92 nessuno mi parlò di possibili trattative”. Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, replica così alle affermazioni fatte anche dal suo predecessore Claudio Martelli nella puntata di Annozero andata in onda ieri sera. Nel programma si è parlato della trattativa segreta tra pezzi dello Stato ed esponenti mafiosi, anche in relazione alle stragi del 1992 e, secondo Martelli, Paolo Borsellino sarebbe stato informato di questa trattativa una ventina di giorni prima di essere ucciso. Quella trattativa c’è stata, ribadisce oggi Michele Santoro, ed è “continuata anche dopo la strage di via D’Amelio” aggiunge il conduttore commentando le parole di Mancino.

La puntata di ieri sera ha ottenuto ancora una volta un ottimo risultato di ascolti: è stata vista da 5.844.000 spettatori con uno share del 23,32 per cento. E ha avuto un seguito in Procura a Palermo dove sono stati chiamati Sandro Ruotolo e Franco Viviano per alcuni chiarimenti in merito a quanto è emerso ieri.

Trattativa Stato-mafia, le rivelazioni in tv. Nel corso della puntata di ieri sera Sandro Ruotolo ha riferito quanto raccontato dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, secondo cui anche il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato a conoscenza del “dialogo” aperto dall’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che agiva come canale di collegamento tra Cosa nostra e pezzi dello Stato. Una circostanza che aggiunge ulteriori misteri alla vicenda del magistrato ucciso nell’estate del 1992 in via D’Amelio.

Ruotolo e Viviano interrogati a Palermo. Dopo le dichiarazioni fatte ieri sera, il cronista di Annozero Sandro Ruotolo e l’inviato di Repubblica Francesco Viviano sono stati interrogati questa mattina come testimoni in procura, a Palermo, proprio a proposito delle rivelazioni sulla trattativa fra Stato e Cosa Nostra. Ruotolo, ascoltato dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, ha raccontato come sono andate le cose nel corso della preparazione della puntata, confermando quanto gli è stato riferito personalmente dall’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli e cioè che Paolo Borsellino fu informato da Liliana Ferraro del fatto che i carabinieri cercavano una copertura ‘istituzionale’ per un’eventuale trattativa con Cosa nostra attraverso Ciancimino. Ora saranno convocati anche Claudio Martelli e Liliana Ferraro: i due dovranno spiegare perché in questi 17 anni non sono andati in procura a riferire le notizie rivelate ieri sera, e dovranno spiegarlo ai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi del ‘92, e a quelli di Palermo che cercano di far luce sulla trattativa.

La smentita di Mancino “Desidero far presente – dice l’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino – che intanto si può parlare di una trattativa intavolata con lo Stato in quanto ad autorizzarla abbia dato il suo consenso chi del governo all’epoca aveva la legittima rappresentanza: il Capo del governo, il ministro dell’Interno o il ministro della Difesa. Per quanto mi riguarda, confermo che nel’92 nessuno mi parlò di simili trattative”. “Il riferito incontro, come ricostruito ad Annozero dall’onorevole Claudio Martelli – prosegue Mancino – fra il capitano Giuseppe De Donno e la dottoressa Liliana Ferraro, all’epoca responsabile dell’ufficio del ministero della Giustizia già ricoperto dal giudice Falcone, incontro durante il quale il capitano De Donno rappresentava la disponibilità di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di garanzie politiche, si concluse con l’invito rivolto dalla dottoressa Ferraro al capitano De Donno di parlarne al giudice Borsellino, incaricato delle indagini”. Quindi, si chiede Mancino, “è questa una trattativa?”. Da ministro dell’Interno, ricorda Mancino, diedi “immediato e decisivo impulso” a provvedimenti legislativi “adeguati a rafforzare l’azione di contrasto alla mafia” e a potenziare le forze di polizia impegnate contro la mafia. Mancino infine nega, come già fatto in passato, di aver incontrato Paolo Borsellino il 1° luglio 1992, giorno del suo insediamento al Viminale, o in altre, successive occasioni.

La replica di Santoro Le parole di Mancino provocano la replica di Michele Santoro: “La verità è tutta da accertare. Ma sicuramente bastano le deposizioni degli ufficiali che contattarono Vito Ciancimino, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, per essere certi che la trattativa continuò anche dopo via D’Amelio. Questo, per amore della verità”, ha detto il giornalista all’Ansa. “Data l’importanza dell’argomento – aggiunge Santoro – vorrei semplicemente sottolineare che l’intervento della dottoressa Ferraro precedette la strage di via D’Amelio. Come siano andate effettivamente le cose è tutto da verificare, anche se Massimo Ciancimino ritiene che proprio in quei giorni la trattativa sia entrata nel vivo”.

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Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere

11 Ottobre 2009 · 1 Commento

Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009

Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ‘93 e il ‘94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.

A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.

All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.

Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.

Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.

È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.

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Ciancimino Jr: “Anche Rognoni sapeva dei contatti tra Stato e Cosa nostra”

10 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Ciancimino Jr: “Anche Rognoni sapeva dei contatti tra Stato e Cosa nostra”.

Paolo Borsellino sapeva della trattativa tra mafia e Stato. Anche illustri uomini della politica e del governo di Giuliano Amato erano informati: oltre all’allora ministro degli Interni, Nicola Mancino, nell’intervista di Sandro Ruotolo a Massimo Ciancimino (non trasmessa giovedì da Annozero per questioni di tempo) compare per la prima volta il nome di Virginio Rognoni, ex ministro dell’Interno, della Giustizia e della Difesa. Rognoni è stato vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura sino al 2006. Il suo successore è Mancino. Ciancimino fa riferimento alle fasi iniziali della trattativa, quando il padre Vito prepara le richieste. Siamo nell’ estate-autunno del ’92. Il 23 maggio Giovanni Falcone viene ucciso. Il 19 luglio è la volta di   Borsellino. Oggi 85enne, Rognoni sarà ascoltato dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia.
c.t.

Il testo dell’intervista di Sandro Ruotolo a Massimo Ciancimino non trasmessa giovedì 8 ottobre 2009 da Annozero per questioni di tempo.


Ma suo padre si fida dei due Carabinieri?
“Mio padre per la sua natura corleonese non si fida dei Carabinieri. Ce l’ha proprio dentro il sangue. E quando il colonnello e il capitano per poter instaurare questo tipo di trattativa si propongono come persone che possono dare sia i benefici suoi che altri benefici ben piu’ importanti, e’ chiaro che in lui nasce il dubbio. Mi dice: ‘ma come fanno questi due soggetti che di fatto non sono riusciti nemmeno a fare il mio di processo!. (quello sugli   appalti, ndr) Ma come fanno questi due soggetti a offrire garanzie concrete a due superlatitanti… non sono in grado!’. In un primo momento gli viene detto che c’è il loro referente capo, il generale Subranni. E mio padre non e’ che e’ molto confortato…”

Subranni è il comandante dei ROS
“Esatto. Poi questo suo quesito lo fa al signor Franco. Il signor Franco lo conosco allo stesso modo di Bernardo Provenzano (…)”.

Il signor Franco è dei servizi segreti?
“Sì. E il signor Franco risponde a mio padre che il carabinieri non sono cosi’ ingenui e sprovveduti, ma che c’erano due soggetti informati e… costantemente tenuti al corrente   di quelle che erano le fasi della trattativa, e nel caso in grado di poter attuare le richieste. Il ministro dell’interno Mancino e un altro soggetto politico”

Rognoni?
“Sì”’.

Quindi suo padre sa questo dal signor Franco?

“…che sono informati, cosa che non entusiasma mio padre per niente”

E si fida del signor Franco?
“Ne parla anche con i Carabinieri e loro stessi gli confermano la stessa cosa”.

Il colonnello Mori?

“Sì, il colonnello Mori. Ma la cosa importante è che mio padre di questo diciamo rapporto a monte non è per niente soddisfatto”.

Quindi non gli bastano Mancino-Rognoni?
“Esatto, non gli bastano… secondo lui, l’unica persona che ha lo spessore morale per garantire la trattativa, e che era quasi un incubo di mio padre, perché era convinto che Violante comandasse…”

Comandasse che cosa?
“Era convinto che Luciano Violante comandasse la magistratura (…)”

E Mori ne parla con Violante?

“Questo io… l’ho appreso leggendo i giornali”.

E lei che apprende invece da suo padre?

“Che Mori gli dice che non si poteva coinvolgere l’onorevole Violante (…)”. Però suo padre chiede di essere ricevuto dal Presidente della Commissione Antimafia (..) “Quando Violante divenne   Presidente della Commissione”.

Quindi Violante ha detto no alla trattativa perché non ha voluto essere il garante dell’operazione. E dice no anche semplicemente ad ascoltare Ciancimino…

“Strano come l’unico politico condannato per mafia non sia stato mai ascoltato nonostante le sue continue richieste…”

Intervista a cura di Sandro Ruotolo (Fonte:

il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009)

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YouTube – Travaglio ad Annozero – Rapporti tra Stato e Mafia – 08/10/09

9 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

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Antimafia Duemila – Genchi: Mi ha fermato perche’ non si raggiungesse verita’ su stragi ‘92

27 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Genchi: Mi ha fermato perche’ non si raggiungesse verita’ su stragi ‘92.

“Ho avuto da poco la notizia che un nuovo ignobile provvedimento disciplinare è arrivato al capolinea.
Dopo il mio intervento a Vasto, in occasione del congresso dell’Italia dei Valori, il governo mi ha somministrato un’ulteriore sospensione dal servizio di Polizia di sei mesi, il massimo previsto dalla legge per qualunque tipo di violazione”. Lo ha dichiarato Gioacchino Genchi, dal palco della manifestazione “La marcia delle agende rosse” in corso a Roma, a cui stanno partecipando circa millecinquecento persone. Genchi ha parlato degli attacchi ricevuti dall’interno delle istituzioni e della magistratura, che gli hanno impedito di continuare a svolgere il proprio lavoro al fianco di Luigi de Magistris e di altri magistrati e soprattutto per la paura che si potesse giungere alla verità sulle stragi del ’92 che non erano solo stragi di mafia. “Con il provvedimento di sospensione – ha detto testualmente – mi si è voluto impedire di aiutare Luigi de Magistris e i magistrati di Salerno a fare verità su una delle più grandi vergogne della giustizia italiana. E con la complicità della Corte di Cassazione, della procura generale di Cassazione, del Csm e poi del Ministero dell’Interno e della Presidenza del Consiglio si è cercato di impedire che quel funzionario di polizia potesse dare ai magistrati di Caltanissetta e Palermo quell’aiuto necessario ad arrivare al capolinea delle indagini che rappresentano lo snodo sulle verità negate. Su chi ha voluto dimostrare che nelle stragi del ’92 non c’è solo la responsabilità della mafia, su chi ha voluto dimostrare che in fondo Vittorio Mangano non era solo uno stalliere. Mangano era un mafioso pluri-assassino, che con Dell’Utri era stato accolto alla corte di Arcore di Silvio Berlusconi”.
“Con il mio lavoro – ha poi continuato – ho ricostruito come si stava cercando di insabbiare la verità”, prima di ringraziare gli “italiani delle agende rosse”, i “partigiani della nuova resistenza” per aver sfilato davanti “ai palazzi del potere della politica, quei palazzi dove ancora si annidano coloro che hanno conquistato il potere col sangue, col sacrificio dei martiri di questa Repubblica, di coloro che dopo avere tradito i valori della resistenza, della democrazia e della giustizia, hanno infangato la verità e nel nome di quanto c’era scritto in quella famosa agenda rossa di Paolo Borsellino e di quanto è stato occultato alla verità dei giudici hanno conquistato il potere”.

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Antimafia Duemila – Corteo Agenda Rossa: ”Via Dell’Utri e Mancino da Stato”

26 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Corteo Agenda Rossa: ”Via Dell’Utri e Mancino da Stato”.

“Fuori la mafia dallo Stato”, “fuori Dell’Utri dallo Stato”, “fuori Mancino dal Csm”.
Questo il coro che si leva dal corteo ‘Agenda rossa’ a cui stanno partecipando circa un migliaio di persone e che sta attraversando via del teatro di Marcello in direzione Piazza Navona. “Stare in piazza è il minimo che possiamo fare per ricordare che la questione fondante dell’anomalia-Italia non sono gli orientamenti sessuali del premier ma le infiltrazioni della mafia nelle istituzioni che ancora oggi non riescono a venire completamente a galla”, dice un ragazzo catanese che sta partecipando al corteo. “Il popolo dell’antimafia non si arrende ma sfila compatto per sostenere quei magistrati che si battono per la verità, con Antonio Ingroia e Sergio Lari, con Salvatore Borsellino e Gioacchino Genchi”, aggiunge Laura, 48 anni di Roma. L’imprenditore Pino Masciari, noto per aver denunciato le collusioni della Ndrangheta con le istituzioni, è in prima fila e spiega: “ci sono tanti morti in attesa di giustizia, e tante persone vive, ma che sono praticamente morte, in attesa di giustizia. Io dopo essermi opposto alla Ndrangheta non faccio più l’imprenditore, non vivo più nel mio paese e nonostante abbia subito 2 attentati in 50 giorni non sono sotto scorta.

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Processo Dell’Utri. Il Pg: «Mangano, tutela della mafia su Berlusconi» : Pietro Orsatti

26 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Processo Dell’Utri. Il Pg: «Mangano, tutela della mafia su Berlusconi» : Pietro Orsatti.

Inizia la durissima requisitoria del procuratore Gatto che racconta come il senatore e l’attuale premier  avrebbero incontrato i boss già nel ’75. A sostegno della magistratura, appuntamento nella Capitale a piazza Navona
di Pietro Orsatti su Terra

Il procuratore generale di Palermo Antonino Gatto ha iniziato ieri la sua requisitoria per il processo di appello a Marcello Dell’Utri con un affondo pesante sui rapporti dell’imputato e l’ormai famoso “stalliere di Arcore”. «Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino in Brianza – ha dichiarato in aula Gatto -. Ma davvero non fu possibile trovare in Brianza persone capaci di sovrintendere alla tenuta di Arcore?».
E poi l’affondo: «Attraverso Cinà – ha spiegato Gatto – Dell’Utri conobbe Mangano e lo presentò a . Mangano era il simbolo viventedella tutela da parte di Cosa nostra a Silvio ». Di Mangano e della sua presenza in Lombardia aveva parlato anche nell’ultima intervista prima del 19 luglio 1992. Perché già nel ’92 sia la vicenda dello stalliere che di Dell’Utri erano all’attenzione degli inquirenti, come ricorda lo stesso Gatto presentando il suo atto di accusa. Il procuratore, infatti, ha collocato nella primavera del ’75 l’incontro a Milano tra Stefano Bontade, reggente della famiglia di Santa Maria di Gesù, gli uomini d’onore Mimmo Teresi e Nino Grado, Dell’Utri e . Dell’incontro ha parlato il pentito Francesco Di Carlo. E poi un ulteriore affondo che vede ancora una volta chiamate in causa le aziende del premier. «Il versamento di somme della Fininvest a Cosa nostra nel 1986 per la “messa a posto” dei ripetitori nel palermitano sarebbe avvenuto, come già ribadito in primo grado, grazie all’intermediazione di Dell’Utri».
Le dichiarazioni del procuratore generale arrivano proprio alla vigilia della manifestazione di oggi
a Roma delle “agende rosse”, l’ampio che si è creato negli ultimi anni attorno a Salvatore
Borsellino e alla sua richiesta di verità sulle stragi del ’92. Un che in parte si identifica
anche con l’Idv, ma che vede coinvolte persone schierate su tutti altri fronti, dal Pd alla “radicale” fino ad alcuni settori della destra sociale. «Oltre ad aver cercato in tutti i modi di oscurare l’appuntamento mi aspetto l’ennesimo tentativo di strumentalizzare la nostra manifestazione – spiega Borsellino a Terra -. Anche per questo sono andato a parlare a Vasto all’iniziativadell’Idv. Per ribadire l’indipendenza della nostra manifestazione, che non è di nessuna bandiera. L’Idv ha garantito un aiuto logistico alla manifestazione, ma come hanno fatto altri. Questa è una manifestazione che chiede verità, non cerca un partito di riferimento». Una manifestazione, quella di oggi, che arriva in coincidenza con la riapertura delle indagini sulle stragi e a una settimana dalla notizia dell’interrogatorio al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, da tempo accusato di essere a conoscenza di almeno parte dei tanti misteri irrisolti su quella tragedia. «Vorrei che Mancino venisse interrogato non come persona informata sui fatti ma come imputato – prosegue implacabile Borsellino -. Su quella strage ci sono troppe coincidenze, troppi interessi che si intrecciano. Basta vedere quello che sta succedendo in queste ultime settimane». Facciamo qualche esempio? «A Palermo i giudici non vogliono ascoltare Ciancimino sui rapporti fra Dell’Utri e la ritenendolo non attendibile e contraddittorio – spiega -. Ma come si fa a ritenere qualcuno contraddittorio se non si acquisisce la sua testimonianza? E ancora, l’attacco di Silvio alla Procura di Palermo quando nessuno aveva finora fatto il suo nome. Se tutto questo non è un tentativo di bloccare quello che sta emergendo dopo 17 anni!». E sullo sfondo rimane l’appuntamento, e forse il ricatto, del pronunciamento della Consulta sul Lodo Alfano.

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Verso la manifestazione “Agenda Rossa” del 26 settembre – I video sull’evento

22 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Verso la manifestazione “Agenda Rossa” del 26 settembre – I video sull’evento.

Manifestazione “Agenda Rossa” – 26 settembre 2009 (Roma)

Le inchieste sulla strage di via D’Amelio

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Salvatore Borsellino: “Lo stato siamo noi”, “pulizia nelle istituzioni”

20 Settembre 2009 · Lascia un Commento

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Antimafia Duemila – Sabella: ”Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa”

7 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Sabella: ”Patto mafia-Stato? Potevamo scoprire tutto 10 anni fa”.

di Nicola Biondo – 25 luglio 2009
Il patto tra stato e mafia? Chi ha lavorato come me da magistrato in Sicilia lo ha visto nel corso degli anni. Si è estrinsecato in mille modi… Io ne sono stato una delle vittime».

Alfonso Sabella, 46 anni, ex pm della Procura di Palermo negli anni ’90, ha arrestato decine di boss latitanti di Cosa nostra: da Giovanni Brusca a Leoluca Bagarella da Pietro Aglieri a Vito Vitale.
Il cacciatore di mafiosi, il giudice-sbirro, come si autodefinisce, dal suo ufficio al tribunale di Roma segue con enorme interesse le indagini dei suoi colleghi siciliani. Con un rimpianto: «Tutto quello che sta avvenendo oggi potevamo scoprirlo 10 anni fa. Abbiamo perso un occasione ma sono fiducioso».

Dottor Sabella perché questo rimpianto?
«Perché che ci fu una trattativa a cavallo delle stragi di Capaci e via D’Amelio lo avevano capito anche i sassi. Ma precise volontà che hanno creato un tappo alle indagini».

Si riferisce al papello a quella lista che Riina secondo alcuni testimoni avrebbe inviato allo Stato?
«Anche. Questa vicenda che adesso sembra una spy-story è fatta di sangue e trattative, di cui qualcuno dovrebbe sentire il peso morale».

Si riferisce al generale Mori o all’ex ministro Mancino che solo oggi ammette che la mafia provò a trattare?
«Posso solo dire che avviare una trattativa embrionale dopo la strage di Capaci con i corleonesi significava mandare automaticamente un messaggio: che il metodo stragista è pagante. Anche se mi rimane un dubbio. Mi sono sempre chiesto se uomini dello stato non abbiano avvicinato emissari della mafia subito dopo il delitto Lima, due mesi prima della strage di Capaci. Quella morte è davvero uno spartiacque. Quel delitto presuppone la fine di un patto e l’avvio di una trattativa».

E arriviamo a Capaci.
«A via D’Amelio. Perché vede Capaci ha di eclatante solo la modalità. Tutti i mafiosi dicono che nelle riunioni preparatorie si parlava di Falcone e di uccidere i politici che avevano tradito. Ma non parlano di Borsellino come di un obiettivo preciso. È la strage del 19 luglio ad essere completamente anomala. Apparentemente il peggior affare di Cosa nostra. Riina dai colloqui che Ciancimino intratteneva aveva capito che il sangue era il mezzo con il quale arrivare ad un patto. E per favore non si dica più che fu una vendetta perché il governo aveva emanato il 41bis. Quel decreto non aveva i numeri per poter essere convertito in legge. E invece con la strage cambia tutto e si apre il carcere duro per i mafiosi».

Qual è la sua idea allora?
«Brusca e altri ci dicono che la fissazione di Riina era ottenere la revisione del maxiprocesso che aveva condannato all’ergastolo proprio Riina. Dal carcere davanti ai giornalisti nel 1994 il boss dice: “Perchè quando esco che ho la moglie ancora giovane”. Borsellino non avrebbe mai accettato nulla del genere. Ma vorrei aggiungere una cosa».

Prego.
«Con le norme attuali oggi quel processo voluto fortissimamente da Falcone e Borsellino e pochi altri si risolverebbe in una pioggia di assoluzioni. Se si fosse arrivati alla revisione con le norme attuali Riina sarebbe stato assolto».

Cosa pensa dell’uscita di Riina su fatto che la strage di via D’Amelio non è cosa sua?
«Forse ha capito, o qualcuno gli ha suggerito, che questo è il momento di intorbidare le acque. Non ho mai avuto dubbi che la strage sia stata messa in piedi dagli uomini più fidati di Riina. Tutto si basa sul racconto di Scarantino ma chi lo ha indotto a mettersi in mezzo? L’ho interrogato a lungo. Non gli ho dato credito nemmeno quando si accusava di omicidi. Quella strage è ideata e attuata da uomini di Riina: i Graviano e i Madonia. E serviva ad alzare il prezzo della trattativa».

Poi però Riina finisce nella rete.

«Certo è il sacrificio umano che Provenzano compie. È lui che dopo via D’Amelio si intesta la trattativa ma su altre basi. Basta con il sangue – dice al popolo di cosa nostra – e non impedisce al Ros, che ha ricevuto la soffiata giusta da persone legate a lui, l’arresto del suo compare Riina».
È anche strano che Di Maggio, quello che ha fisicamente indicato Riina al Ros dica che Provenzano è morto e quindi è inutile cercarlo.
«Mi limito a rivelare che il RoS di Mori e Subranni dall’arresto di Riina in poi non fa più un’operazione degna di questo nome».

Il nuovo patto si consolida con l’arresto di Riina?
«È un passaggio fondamentale ma non è l’unico. Il primo aprile 1993 c’è una riunione di tutti i capi per decidere le stragi. Provenzano ha già fatto sapere che non le vuole in Sicilia e non partecipa. La risposta di Bagarella è chiara: perché il mio paesano non se ne va in giro con un cartello al collo e ci scrive pure che lui con le stragi non c’entra”….»

Si dissocia insomma.
«Ecco, la parola dissociazione va di pari passo con la trattativa. E intanto Provenzano conquista la leadership e macina ricchezza. Poi nel 1997 c’è un altro indizio di questo accordo».

Quale?
«Il fatto che il pentito Di Maggio, gestito dal Ros, scatena una guerra contro i suoi nemici utilizzando come manovalanza mafiosi che risultano essere confidenti dello stesso Ros. E parte la polemica contro la nostra procura e i pentiti perché Di Maggio è proprio quello che ha raccontato il famoso bacio di Riina ad Andreotti. E mentre noi indaghiamo su queste vicende la Procura di Caltanissetta affida in esclusiva allo stesso Ros di Mori le indagini sui mandanti esterni delle stragi».

E anche qui c’è un filo che lega molte cose. E si arriva all’altro obiettivo della trattativa. Quale?
«La dissociazione di cui il capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra, tra i tanti, è convinto assertore».

Di cosa si tratta?

«È una vecchia idea che viene suggerita a Provenzano. I mafiosi devono fare una dichiarazione in cui si arrendono ma non sono costretti a fare i nomi dei loro complici. In compenso escono dal 41 bis ed evitano qualche ergastolo».

Chi e quando la propone?

«Ne aveva parlato Ilardo per primo nel 1994. Poi nel 2000 otto boss fanno sapere che vogliono dissociarsi e chiedono un legge ad hoc. Io sono al Dap. Mi oppongo a questa soluzione e con me ci sono Caselli e il ministro di allora Fassino».

E finisce li?
«No, perché la cosa si ripropone di nuovo nel 2001 quando scopro che questa volta sono coinvolte tutte le mafie italiane a chiedere la dissociazione e che l’ambasciatore è salvatore Biondino legatissimo a Riina. Solo che stavolta pago la mia opposizione e il mio ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia».

In che modo ha pagato?
«Sono passato alla storia non come quello che ha arrestato Brusca e gli altri ma come il torturatore di Bolzaneto…. Questa macchia mi è rimasta e il Csm, guarda caso diretto da Mancino, occulta i documenti che provavano la mia estraneità ai fatti di Genova ed emette nei miei confronti un provvedimento infamante. E fa di più: quando mi lamento di tutto questo dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia che mi sarei candidato nelle liste di AN. Una falsità.

Quando inizia a capire di stare pagando quel no alla trattativa?

«Quando vengo a sapere che i servizi, con Pio Pompa legato alla Telecom, aprono un fascicolo su di me. Era parte di un operazione che coinvolgeva anche politici e altri colleghi. Ho chiesto di essere tutelato dal Csm. Ma sono stato lasciato solo».

Lei dice di essere una vittima di questo patto che Provenzano avrebbe sottoscritto con uomini dello stato in cambio di una nuova pace e molto silenzio. Secondo lei si riusciranno a trovare delle prove?

«Non credo che Provenzano abbia lasciato prove. Credo che ci siano responsabilità morali in questa storia e una serie di vicende ancora da chiarire. Ma una cosa la so: con la mafia non si tratta perché nel migliore dei casi, come il messaggio di Riina dimostra, ci si pone sotto ricatto».

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