Ho visto cose che voi umani…

Voce marcata come ‘P2’

Il Fascista e il Massone deviato

9 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Il Fascista e il Massone deviato.

Il fascista Maurizio Gasparri e il massone deviato Fabrizio Cicchitto lanciano strali etici contro il procuratore aggiunto Antonio Ingroia. (E Gasparri è talmente ignorante da non sapere che Ingroia è un aggiunto e non un sostituto nda). Proprio loro, uno portavoce di un condannato per mafia (seppur in primo grado), Marcello Dell’Utri che non si vergogna di ammettere di essere andato a cena con mafiosi e il secondo, tessera n° 2232 di appartenenza alla loggia massonica P2, il peggiore grumo di potere nefasto e deviato degli ultimi anni.
Se si trattasse di fanatismo o di settarismo potrebbero pure suscitare pieta’ e commiserazione e non varrebbe la pena sprecare una parola, li si potrebbe perfino perdonare. Siccome, invece, trattasi di due personaggi intelligenti vuol dire che le loro dichiarazioni hanno un fine ben preciso. Mandare messaggi diretti a chi ha nella mente di uccidere Antonio Ingroia e i magistrati integerrimi come lui.
Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, e in sostanza gran parte della procura di Palermo ben diretta da Francesco Messineo, la Procura di Caltanissetta di Sergio Lari e dei suoi sostituti e parte di quella di Firenze stanno per scoperchiare, se faranno in tempo, il pentolone dei mandanti esterni delle stragi 92-93 e degli accordi e delle trattative diaboliche tra mafia e parte di quello stato deviato. Sono i Borsellino del terzo millennio, gli ostacoli di quella Trattativa tra potere e mafia mai cessata. Vanno fermati. Con le calunnie, con le diffamazioni, con la manipolazione della verità, con la delegittimazione ed infine con le bombe.
No! Questa volta, no! Noi cittadini non lo dobbiamo permettere, altrimenti noi saremmo peggiori dei MANDANTI ESTERNI.

Giorgio Bongiovanni (Antimafiaduemila.com, 9 novembre 2009)

PDL CONTRO INGROIA, NON HA CREDIBILITA’ PER SUO RUOLO

Il Pdl attacca il sostituto procuratore Antonio Ingroia. “Ha fatto un intervento politico-comiziale. Non ha credibilita’ per svolgere suo ruolo”, dicono i capigruppo di Camera e Senato del Pdl, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri. “Nel momento in cui – fanno notare in una nota – anche dalle massime istituzioni viene un appello ad affrontare con senso di responsabilita’ i temi della riforma della giustizia, avvertiamo il dovere di esprimere tutto il nostro sconcerto per l’intervento politico-comiziale che ha svolto nei giorni scorsi a Napoli nell’ambito di una manifestazione di esponenti del partito Italia dei valori”. Per i due esponenti del Pdl “il tono, i contenuti, le parole dell’intervento di Ingroia confermano che taluni non distinguono piu’ l’attivita’ giudiziaria dalla militanza di partito. Il magistrato dell’accusa ha detto, tra l’altro, che ‘oggi non e’ piu’ il tempo della neutralita’, ma e’ il momento di schierarsi’”.

Fonte: La Repubblica.it, 8 novembre 2009

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Il regno degli omissis: la riforma del segreto di Stato del 2007 congelata dal governo Berlusconi

31 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Il governo Berlusconi allunga la durata del segreto di stato su fatti orribili dietro cui c’erano le istituzioni deviate manovrate dalla P2. Il governo Berlusconi puzza forte di P2.

Fonte: Il regno degli omissis: la riforma del segreto di Stato del 2007 congelata dal governo Berlusconi.

Estate 1964: tentato golpe in Italia guidato dal Generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo“.
4 agosto 1974: strage dell’Italicus. 12 morti e 48 feriti per l’esplosione di una bomba nel vagone numero 5 dell’espresso Roma-Monaco.
1974: progettazione del piano di Colpo di Stato da parte di Edgardo Sogno, agente segreto e membro della loggia massonica Propaganda 2.
Autunno 1979: scandalo Eni-Petronim, tangenti pagate dall’Eni alla compagnia petrolifera saudita con parziale ritorno “in Italia” a titolo di finanziamento della P2.
2 settembre 1980: misteriosa sparizione dei giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo Toni a Beirut.
17 febbraio 2003: sequestro del cittadino egiziano residente a Milano Abu Omar da parte di agenti della CIA e con la complicità del SISMI.

Sono solo alcune delle lacunose e terribili vicende che hanno scosso l’Italia nel corso della sua storia repubblicana e che sono state oggetto di omissioni e occultamenti di verità, attraverso l’apposizione del cosiddetto “segreto di stato”.
Il tutto sempre nel buon nome della salvaguardia dell’integrità democratica nazionale.

Ma i fascicoli e i faldoni giacenti negli archivi delle varie agenzie di sicurezza non si limitano ai fatti sopracitati, per i quali ci fu una pubblica apposizione del Segreto di Stato da parte del governo allora in carica; diverse centinaia o forse migliaia di documenti archiviati finiscono per interessare, seppure indirettamente, molte altre vicende altrettanto inquietanti del dopoguerra italiano, dalla Strage di Portella della Ginestra al sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna.
Interi faldoni relativi alle Brigate Rosse, ai NAR, alle operazioni dei corpi militari e alla documentazione interna dei servizi non attendono altro che vedere un po’ di luce e respirare qualcosa di diverso dall’aria stantia e consumata che avvolge gli archivi interrati di edifici inaccessibili.

Erano queste le ragioni che portarono il Governo Prodi e l’intero parlamento italiano a scrivere ed approvare il 3 agosto 2007 la legge di riforma dei servizi segreti italiani, che, tra le tante questioni, definiva un limite di 15 anni (ed estendibile al massimo a 30) per la validità del segreto di stato su tutti i documenti su cui risulta apposto.

L’8 aprile del 2008, ben 8 mesi dopo l’approvazione della legge, il governo retto da un Romano Prodi ormai sfiduciato e pronto a lasciare l’onere dell’amministrazione nazionale dello stato a Silvio Berlusconi approvava il primo decreto di attuazione della riforma.

Cinque mesi più tardi, il 23 settembre, il Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi dava vita al decreto governativo che istituiva un’apposita Commissione chiamata a definire le procedure per il pubblico accesso ai documenti in via di desegretazione.

Dopo oltre un anno la legge restava ancora inapplicata ed il segreto di stato su vicende “desegretabili” e legalmente di pubblico dominio come i tentati golpe e l’omicidio Moro rimaneva intatto. Immacolato.

Il 23 marzo 2009 il termine previsto per l’accesso pubblico alla documentazione. Il 20 marzo il primo slittamento, che posticipava il tutto al 30 settembre.
Il giorno successivo, il primo ottobre del 2009, appena 28 giorni fa, la Gazzetta Ufficiale pubblica l’ennesimo decreto di proroga, sempre a firma di Silvio Berlusconi, che ha rimandato ancora una volta i tempi per la desegretazione dei documenti relativi alle numerose vicende che vanno dal brigantaggio siciliano del 1800 al “caso Moro”.
Lo slittamento, ben più consistente, ora fissa i tempi di realizzazione del regolamento per l’accesso al 30 giugno 2010.

Una data che potrebbe essere posticipata ancora una volta. E un’altra. E un’altra ancora.

Nell’agosto del 2007 maggioranza ed opposizione annunciavano con un tono trionfante opportunamente cavalcato dalla stampa nazionale l’approvazione di una legge che restituiva trasparenza e democraticità allo stato italiano. Uno Stato che decideva con chiarezza di porre la parola fine a troppi “misteri d’Italia”.

Il clamore di quei giorni cozza spaventosamente con il tombale silenzio di questi giorni. Le traballanti promesse di allora, sapientemente mascherate da certezze legislative, cominciano a mostrare il proprio volto. Di fronte ad una stampa che nel corso di appena due anni ha modificato parecchio le proprie priorità.

Il segreto di stato, a dispetto dei resoconti e delle dichiarazioni di allora, gode ancora di ottima salute. Nessun sintomo influenzale. Nemmeno un’influenza A di sottotipo H1N1. Figurarsi la scarlattina…

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Moro, Cirillo e i boss Quando trattare diventa ragion di Stato. Deviato : Pietro Orsatti

22 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Moro, Cirillo e i boss Quando trattare diventa ragion di Stato. Deviato : Pietro Orsatti.

Papello le richieste della mafia si inserirono in uno scontro tutto interno alla magistratura siciliana

di Pietro Orsatti su Terra

Su tutta la vicenda della trattativa e del cosiddetto “papello” lo scenario si complica di giorno in giorno. Ormai non si capisce più chi è cosa, chi ricorda o crede di ricordare, chi parla in piena libertà o chi risponde anche tirato per la giacca dagli eventi e dalla pressione. Il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, in una recente intervista, sembra dare addirittura per assodato che ci sia stata questa benedetta trattativa, addirittura parla di due diverse fasi, fornisce dettagli, si sbilancia dicendo perfino, dato quantomeno inquietante, che questa trattativa «salvò la vita a molti ministri». Insomma, uno scenario ben più completo di quanto finora offerto stentatamente all’opinione pubblica e ai magistrati da altri smemorati. Le dichiarazioni di Grasso hanno creato molto sconcerto. Possibile che sapesse tanto e che sia stato in silenzio per 17 anni? In molti dicono che la trattativa non venne mai messa in atto, smentendo anche l’improvviso scenario offerto dal capo dell’Antimafia, perché lo Stato non si è mai abbassato a trattare «neppure con le Br». “Neppure”, però, non si può certo dire. Perché se lo Stato non trattò per il caso Moro, ad esempio, trattò, invece – almeno suoi pezzi – nel caso Cirillo. Parliamo del rapimento dell’assessore regionale campano Raffaele [dev'essere un lapsus, si chiamava Ciro, n.d.r.] Cirillo nel 1981, in cui una trattativa ci fu eccome con le Br e grazie all’intermediazione della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. A fare questo parallelo è Luigi De Magistris, ex pm ora europarlamentare, che disegna una similitudine fra trattativa tra Stato e mafie e quella avvenuta nell’81. «Vertici della Dc, Br, camorra di Cutolo, Sismi e Sisde (con la P2) trattarono nel caso Cirillo. Nell’intesa Stato mafia mancano solo le Br». Un azzardo? «Conosco bene le carte del caso Cirillo – spiega l’ex magistrato – perché mio padre, che era giudice in quel processo, scrisse quella sentenza. Le similitudini, gli intrecci, le deviazioni sono evidenti e simili. Pezzi dello Stato deviati che non si sa a chi rispondono e politici che giocano fuori dalle istituzioni. Mi sembra che ci sia tutto». Come è evidente che quello scenario, la trattativa iniziata nel ’92, si inserisse anche in uno scontro interno alla magistratura. Fra conduzioni e indirizzi differenti di intendere l’azione della magistratura all’interno di una delle procure più importanti d’Italia, Palermo. Una sorta di dualismo che si è ripetuto negli anni: da Falcone a Mele, da Caselli a Grasso, appunto.

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ComeDonChisciotte – LETTERA DI UN PRETE A BERLUSCONI

16 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: ComeDonChisciotte – LETTERA DI UN PRETE A BERLUSCONI.

DI DON PAOLO FAERINELLA
mir.it/servizi/ilmanifesto

Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l’adesione della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un’idea di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e illegittimo.

Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con le leggi varate dal suo governo in materia di immigrazione. Se lei è pronto a smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei:

Faccia vedere il video ai suoi amici leghisti e nel frattempo ascolti cosa dice il sindaco di Treviso, lo sceriffo Giancarlo Gentilini del partito di Bossi, ad un raduno del suo partito xenofobo dove ha esposto «Il vangelo secondo Gentilini» con chiarezza diabolica: «Voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari. Voglio la rivoluzione contro i bambini degli immigrati. Ho distrutto due campi di nomadi e ne vado orgoglioso. Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono le moschee: i musulmani se vogliono pregare devono andare nel deserto, ecc. ecc. Questo è il Vangelo secondo Giancarlo Gentilini (sindaco di Treviso): “Tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri, ma non avanzerà niente”». Questo il link con la sua voce in diretta; si prepari ad ascoltare il demonio in persona:

Legittimità elettorale e dignità etica

Riconoscere la legittimità del suo governo, con riserva etico-giuridica, non significa riconoscere anche la sua legittimità morale a governare il Paese perché lei non ha alcuna cultura dello Stato e delle sue Istituzioni, ma solo quella di difendere se stesso dalla Giustizia e i suoi interessi patrimoniali che sotto i suoi governi prosperano alacremente. Il conflitto di interessi pesa come un macigno sulla Nazione e la sua economia, ma lei è bravo ad imbrogliare le carte, facendolo derubricare nella coscienza della maggioranza che ne paga le conseguenze economiche e democratiche. Cornuti e mazziati dicono a Napoli.

Quando la sua maggioranza si sveglierà dall’oppio che lei ha diffuso a piene mani sarà troppo tardi e intanto il Paese paga il conto dei suoi avvocati, nominati da lei senatori, cioè stipendiati con soldi pubblici. Allo stesso modo stiamo pagando i condoni fiscali che lei si è fatto su misura sua e della sua azienda, sottraendo denaro al popolo italiano. In morale questo viene definito come doppio furto.

Da quando lei «è sceso in campo», l’Italia ha iniziato un degrado inesorabile e costante che perdura ancora oggi, codificato nel termine «berlusconismo» che è la sintesi delle maledizioni che hanno colpito l’Italia sia sul piano economico (mai l’economia è stata così disastrata come sotto i suoi governi), su quello sociale (mai si sono avuti tanti poveri, disoccupati e precari come sotto i suoi governi), e su quello civile (mai come sotto i suoi governi è sorta la categoria del «nemico» da odiare e da abbattere). Lei, infatti, usa la menzogna come verità e la calunnia come metodo, presentandosi come modello di furbizia e di utilizzatore finale di leggi immorali e antidemocratiche come tutte quelle «ad personam».

Nei confronti dell’ultima illegalità, che grida giustizia al cospetto di Dio, il decreto 733-B/2009, che segna una pietra miliare nel cammino di inciviltà e di negazione di quelle radici cristiane di cui la sua maggioranza ama fare i gargarismi, sappia che siamo cento, mille, diecimila, milioni che faremo obiezione di coscienza all’ignobile e illegale decreto, pomposamente detto «decreto sicurezza»: diventeremo tutti clandestini e sostenitori dei cittadini di altri Paesi, specialmente africani, in quanto «persone», anche se clandestini, a costo della nostra vita. Dobbiamo ubbidire alla nostra coscienza piuttosto che alle sue leggi razziali e disumane. La legge che definisce l’immigrazione come illegalità è un insulto a tutte le Carte internazioni e nazionali sui «diritti», un vulnus alla dottrina sociale della Chiesa e colloca l’Italia tra le nazioni responsabili delle stragi degli innocenti, perseguitati e titolari del diritto di asilo.

Essere «alto» ed essere »grande»

Lei non è e non sarà mai uno «statista» se sente il bisogno di fare vedere alle sue donnine i filmati che lo ritraggono tra i «grandi». Per essere «grande», non basta rialzare le suole delle scarpe, ma occorre avere una visione oltre se stesso, una visione «politica» che a lei è estranea del tutto, incapace come è di vedere oltre i suoi interessi. Per potere emergere dallo squallore in cui lei è maestro, ha profuso a piene mani il virus dell’antipolitica, il qualunquismo populista, trasformando la «polis» da luogo di convergenza di ideali e di interessi a mercato di convenienza e di sopraffazione. Lei, da esperto di vecchio pelo, ha indotto i cittadini ad evadere il fisco che in uno Stato democratico è prevalentemente un dovere civile di solidarietà e per un cristiano un obbligo di coscienza perché strumento di condivisione per servizi essenziali alla corretta e ordinata convivenza civile e sociale. Durante il suo governo le tasse sono aumentate perché incapace di porre un freno alla spesa pubblica che anzi galoppa come non si è mai visto.

Non faccia confusione tra «essere alto» e «essere grande», come insegna Napoleone che lei ben volentieri scimmiotta, senza riuscire ad eguagliare l’ombra del dittatore.

Lei non può negare di essere stato piduista (tessera n. 1816) e forse di esserlo ancora, se come sembra, con il suo governo cerca di realizzare la strategia descritta nei documenti sequestrati al gran maestro Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Comunicato Ansa del 17 marzo 1981 ore 12:18, da cui emerge il suo numero di tesserato; cf intervista di Licio Gelli su Repubblica.it del 28-09-2003).

La maledizione italiana

A lei nulla importa dei valori religiosi, etici e sociali, che usa come stracci a suo comodo esclusivo, senza esimere di vantarsi di essere ossequioso degli insegnamenti etici e sociali della Chiesa cattolica, di cui si è sempre servito per averne l’appoggio e il sostegno. Partecipa convinto al «Family-Day» in difesa della famiglia tradizionale, monogamica formata da maschio e femmina e poi ce lo ritroviamo con prostitute a pagamento che registrano la sua voce nel letto di Putin; oppure spogliarelliste che lei ha nominato ministre: è lecito chiedersi, in cambio di cosa? Come concilia questo suo comportamento con le sue dichiarazioni di adesione agli insegnamenti della Chiesa cattolica? La «corrispondenza d’amorosi sensi» tra lei, il Vaticano e la gerarchia cattolica è la maledizione piombata sull’Italia ed una delle cause del progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa delle persone migliori. I prelati, come sempre nella storia, fanno gli affari loro e lei che di affari se ne intende si è lasciato usare ed ha usato senza scrupoli offrendo la sua collaborazione e cercando quella della cosiddetta «finanza cattolica» legata a doppia mandata con il Vaticano. Se volesse avere la documentazione si legga il molto istruttivo saggio di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, «L’unto del Signore», BUR, Rizzoli, Milano 2009.

Gli ecclesiastici, da perfetti «uomini di mondo, hanno capito che con lei al governo potevano imporre al parlamento leggi e decreti di loro interesse, utilizzandolo quindi come braccio secolare. Per questo obiettivo, devono però rinunciare alla loro religiosità e adeguarsi alla paganità del potere che esige la contropartita. Lei, infatti, è sostenuto dall’Opus Dei, da Comunione e Liberazione e da tutte le organizzazioni e sètte cattoliche che si lasciano manovrare a piacimento con lo spauracchio dei«comunisti» e con l’odore satanico dei soldi.

Il Vaticano e i vescovi, non essendo profeti, ma esercenti gestori di una ditta pagana, non hanno saputo o voluto cogliere le conseguenze nefaste che sarebbero derivate al Paese da questo connubio incestuoso; di fatto sono caduti nella trappola che essi stessi e lei avevate preparato. L’incidente di Vittorio Feltri, da lei, tramite la famiglia, nominato direttore del suo «Il Giornale» con cui uccide sulla pubblica piazza Dino Boffo, direttore di «Avvenire» portavoce della Cei, va oltre le vostre intenzioni e come un granellino di sabbia inceppa il motore. Oppure, secondo l’altra vulgata, tutto sarebbe stato progettato da lei e Bertone per permettere a questi di mettere le mani sulla Cei e a lei di fare tacere un sussurro appena modulato di critica sui suoi comportamenti disgustosi. Senza volersi arrampicare sugli specchi forse si è verificato un combinato disposto, non nei tempi e nelle forme da voi progettato.

Il giorno 7 agosto 2009, in un colloquio riservato con il cardinale Angelo Bagnasco, lo misi in guardia: «Stia attento – gli dissi – e si prepari alla guerra d’autunno perché con la nomina di Feltri al Giornale di Berlusconi (20-07-2009), la guerra sarà totale e senza esclusione di colpi. Berlusconi non può rispondere alle domande di la Repubblica e non può andare in TV a dare spiegazioni. Può continuare a negare sulle piazze per gli allocchi, ma nemmeno lui, menzognero di professione potrebbe negare davanti a domande precise e contestazioni puntuali. Per questo non lo farà mai, tanto meno in Parlamento. Non ha che un mezzo: sguazzare nel fango facendolo schizzare su tutti e su tutto, in base al principio che se tutto è infangato, nessuno è infangato». Il cardinale mi guardò come stupito e incredulo, reputando impossibile la mia previsione. Credo che ora si morda le labbra. Eppure credo anche che lei sia finito: per la finanza internazionale e per gli interessi di coloro che lo hanno sostenuto, Vaticano compreso, lei ora è ingombrante e impresentabile e deve essere sostituito, ma lei non cadrà indenne, farà più danni che potrà, un nuovo Sansone in miniatura. Lei sa che deve andarsene, ma sa anche che passerà alla storia non come quel «grande, immenso» presidente che è stato lei, ma come «l’utilizzatore finale di prostitute che altri pagavano per conto suo». Non c’è che dire: lei è un grande in bassezza e amoralità.

Spergiuro

Nella trappola non è caduto il popolo di Dio, formato da «cristiani adulti» che tanto dispiacciono al papa «pro tempore» Benedetto XVI: lei non potrà mai manipolarli come non potrà mai possedere le coscienze dei non credenti austeri, cultori della laicità dello Stato che lei vilipende e svende, sempre e comunque, per suo inverecondo interesse. Lei ha la presunzione ossessiva di definirsi liberale, ma non sa cosa sia il liberismo, mentre è l’ultima caricatura di promettente e decadente comunista sovietico di stampo breshnieviano, capace di usare il popolo per affermare la propria ingordigia patologica di potere. D’altronde il suo amico per la pelle non è l’ex «kgb» Vladimir Vladimirovic Putin, nella cui dacia è ospitato secondo la migliore tradizione comunista italiana?

Dal punto di vista della morale cattolica, lei è uno spergiuro perché ha giurato sulla testa dei suoi figli, senza pudore e alcuni giorni dopo il «ratto di Noemi», ha dato dello stesso fatto diverse versioni differenti, condannando se stesso e la testa dei suoi figli alla pena dello spergiuro che già Cicerone condannava con la «rovina» e l’esposizione all’umana infamia: «Periurii poena divina exitium, humana dedecus – La pena divina dello spergiuro è la rovina e l’infamia/il disprezzo degli uomini»(De legibus, II, 10, 23; cf anche De officis, III, 29, 104;in Cicerone, Opere politiche e filosofiche, a c. di Leonardo Ferrero e Nevio Zorzetti, vol. I, UTET, Torino, 1974, risp. p. 489 e p. 823). Anche il Diritto Canonico, per sua informazione, riserva allo spergiuro «una giusta pena» (CJC, can. 1368), demandata all’Autorità, in questo caso il papa, che avrebbe dovuto comminarle la pena canonica, invece di indirizzarle una lettera diplomatica per il G8 e i suoi «deferenti saluti». Non ci può essere deferenza, tanto meno papale, per un uomo che ha toccato il fondo della dignità politica e morale.

Gli ultimi fatti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli hanno sprofondato lei (non era difficile), ma anche l’Istituto Presidenza del Consiglio in un letamaio senza precedenti. Mai l’Italia è stata derisa nel mondo intero (ormai da quattro mesi continui) a causa di un suo Presidente del Consiglio che, su denuncia della moglie, frequenta le minorenni e sempre per ammissione della moglie che lo frequenta da oltre trent’anni, per cui si presume lo conosca bene, è malato e come un dio d’altri tempi esige per la sua perversione, sacrifici di giovani vergini per nascondere a se stesso i problemi del tempo che inesorabilmente passa, nonostante il trucco abbondante.

Affari privati o deriva di Stato?

Lei dice di volere difendere la sua privacy, ma non c’è privacy per uno che ha portato i suoi fatti «privati» in TV attaccando indecorosamente la sua stessa moglie che ha intrapreso la strada del divorzio. Forse lei ha dimenticato che sull’immagine della sua «felice famiglia italiana» lei ha costruito se stesso e la sua fortuna politica ed economica. Lei si comporta per quello che è: uno spaccone che in piazza si vanta di tutto ciò che non ha mai fatto e poi pretende che nessuno ne parli. Se lei mette il segreto di Stato sulle sue ville, queste diventano ipso facto «affare politico» perché lei le usa anche per incontri istituzionali e quindi fanno parte dell’Istituzione della presidenza del consiglio. Lei non ha diritto alla vita privata, quando si comporta da uomo pubblico e promette carriere TV o posti in parlamento a donnine compiacenti che la sollazzano nel suo «privato». Non è lei che ha detto in una intercettazione, parlando con Saccà che «le donne più son cattoliche più son troie»? Può spiegare, di grazia, il significato di queste parole altamente religiose e rispettose delle donne e indicarci a chi si riferiva? C’entrano le due donne che siedono nel suo governo e che si vantano di essere cattoliche: la Carfagna e la Gelmini?

Lei e suoi paraninfi continuate a dire che si tratta di questioni private senza rilevanza pubblica, sapendo di mentire ancora e senza pudore. Sarebbero affari privati se Silvio Berlusconi non fosse Presidente del Consiglio che alle donnine che gli accompagnano anche a pagamento, non promettesse incarichi in aziende pubbliche (TV) o posti in parlamento se non addirittura al governo. Vorrei chiederle per curiosità: quali sono i meriti e le benemerenze delle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini per essere assurte, non ancora quarantenni, a posti di rilievo nel suo governo? Perché Mara Carfagna posavanuda o la Gelmini prendeva l’abilitazione in Calabria? Le sue ville sono ancora sotto la tutela del segreto di Stato e quindi guardate a vista da polizia, carabinieri, esercito? A spese di chi? Può ancora dire che sono residenze private? Fu lei in persona ad andare dal suo devoto suddito Bruno Vespa a rispondere pubblicamente a suo moglie, Veronica Lario, rendendo pubblici i fatti che la riguardavano e attaccando sua moglie senza alcuna pietà, facendo pubblicare dal suo «killer mediatico» le foto di sua moglie a seno nudo di quando faceva l’attrice. Non credo che lei possa dire che le sue vicende sono private perché ci riguardano tutti, come cittadini e come suoi «sovrani» costituzionali perché una cosa è certa: noi non abdicheremo mai alla nostra dignità di cittadini sovrani figli orgogliosi della nostra insuperabile Costituzione. Noi non permetteremo mai che lei diventi il «padrone» della nostra dignità.

Per lei è cominciato l’inizio della fine perché il suo declino è iniziato nel momento stesso in cui è andato nella TV di Stato compiacente e, senza contraddittorio, alla presenza del solo cerimoniere e maggiordomo fidato, ha cominciato a farfugliare bugie, contraddizioni, falsità che non hanno retto l’urto dei fatti crudi. Se lei fosse onesto, anche solo per una parte infinitesimale, dovrebbe rassegnare le dimissioni, come aveva promesso nel suddetto, compiacente recital.

Strategie convergenti

Lei può fare affari col Vaticano e chiudere nel cassetto morale e dignità, ma sappia che il Vaticano non è la Chiesa, per nostra fortuna e per sua e vostra disgrazia. Noi, uomini e donne semplici, vogliamo onorare e difendere la nostra dignità e la nostra fede, contro ogni tentativo di manipolazione e di incesto tra altare e politica. Purtroppo lei, supportato da parte della gerarchia, ha fatto scadere la «politica» da arte, a servizio del bene comune, a mercimonio di malaffare e a sentina maleodorante. Le istituzioni cattoliche che lo hanno appoggiato ne portano, con lei, la responsabilità morale, in base al principio giuridico della complicità.

Strana accoppiata: i difensori della moralità ufficiale, costretti a tacere per mesi di fronte a comportamenti indegni e a leggi inique, perché lautamente ricompensati o in vista della mancia promessa. Trattasi solo di un baratto di cui i responsabili dovranno rendere conto. I vescovi hanno ritrovato la parola quando si sono visti attaccare, inaspettatamente, da lei con avvertimenti di stampo mafioso (per interposta persona). La gerarchia, in genere felpata e compassata, in questo frangente è risorta come un sol uomo, arruolando anche il papa alla bisogna, ma cogliendo anche l’occasione per dare corpo alle vendette interne e regolare i conti tra ruiniani e bertoniani. Come insegna l’amabile Andreotti «la vendetta è un piatto che si gusta freddo». Strategie convergenti che hanno sprigionato il disgusto del popolo cattolico e dei cittadini che ancora pensano con la propria testa.

Ripudio

Io, Paolo Farinella, prete mi vergogno della sua presidenza, per me e la mia Nazione e, mi creda, in Italia siamo la maggioranza che non è quella elettorale, ottenuta da una «legge porcata» che ben esprime l’identità della sua maggioranza e del governo e di lei che lo presiede (o lo possiede?). Lei potrà avere il sostegno del Vaticano (uno Stato estero) e della Cei che con il loro silenzio e le loro arti diplomatiche condannano se stessi come complici di ingiustizia e di immoralità. Per questi motivi, per quanto mi concerne in forza del mio diritto di cittadino sovrano, non voglio più essere rappresentato da lei in Italia e all’Estero, io la ripudio come politico e come Presidente del Consiglio: lei non può rappresentarmi né in Italia e tanto meno all’estero perché lei è la negazione evidente di tutto quello in cui credo e spero di vedere realizzato per il mio Paese. sia perché non mi rappresenta sia perché è indegno di rappresentare il buon nome dell’Italia seria, laboriosa e civile e legale che amo e per la quale lotto e impegno la mia vita. Non importa che lei abbia la maggioranza parlamentare, a me interessa molto di più che non abbia la mia coscienza

Io, Paolo Farinella, prete, ripudio lei, Silvio Berlusconi, presidente pro tempore del consiglio dei ministri e tutto quello che rappresenta insieme a coloro che l’adulano, lo ingannano, lo manipolano e lo sorreggono: li/vi ripudio dal profondo del cuore. in nome della politica, dell’etica e della fede cattolica. La ripudio e prego Dio che liberi l’Italia dal flagello nefasto della sua presenza.

Paolo Farinella
Fonte: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/s
Link: http://mir.it/servizi/ilmanifesto/sotto-sopra/?p=238
14.10.2009

Categorie: berlusconi · massoneria · politica
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ComeDonChisciotte – I BONDS SEQUESTRATI A CHIASSO, LA CRISI E LO SPETTRO M3

4 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Ma se i 134 miliardi di dollari (=92 miliardi di euro!) sequestrati alla frontiera di Chiasso sono veri, e se secondo la legge lo stato dovrebbe confiscarne 50 miliardi (=34 miliardi di euro!), ma che bisogno ha il governo di approvare lo scudo fiscale che al massimo darà solo qualche miliarduccio di gettito? (il gettito stimato dal governo è tra i 2,5 e 5 miliardi).

Ma non è che qualcuno aveva solo bisogno di far rientrare i capitali e si è fatto fare la legge apposta? Il dubbio mi sembra più che legittimo.

In ogni caso lo scudo fiscale mi pare un sonoro insulto ai cittadini e contribuenti onesti, questo vergognoso favore alla criminalità resterà nella storia e peserà come un macigno nella condanna del governo Berlusconi.

ComeDonChisciotte – I BONDS SEQUESTRATI A CHIASSO, LA CRISI E LO SPETTRO M3.

1 billion bond

DI PIETRO CAMBI
crisis.blogosfere.it

Sollecitato dal qualche affezionato(?) lettore mi trovo a fare il punto sui bonds sequestrati questa estate alle frontiere Italiane, per un valore di centinaia di miliardi di dollari.

Ben noto, ne abbiamo parlato diffusamente “>anche noi, è il sequestro di “Bond” americani per ben 134 miliardi di dollari avvenuto alla frontiera di Chiasso ormai ben 3 mesi fa. Molto meno noto è un sequestro avvenuto invece a Milano Malpensa alcune settimane fa, a carico di due filippini diretti in Svizzera.

In questo caso si trattava addirittura di 180 miliardi di dollari.

Questa volta le fiamme gialle hanno arrestato in flagranza di reato i due filippini ed hanno invitato gli esperti americani dell’US. Secret Service a dare una occhiata ai titoli.

Invito accolto e titoli riconosciuti falsi, per una serie di motivi.

Pare che servissero, pensate un poco, ad organizzare una stangata al fine di raccogliere fondi per una chiesa..

Come si suol dire? Le Vie del Signore sono infinite.

Sui titoli sequestrati a Chiasso, invece, per quanto possa sembrare strano, non c’e’ ancora nessuna conferma o smentita ufficiale della loro autenticità.

Questo dopo numerosi solleciti, due interrogazioni parlamentari ( generate anche dai nostri post) e un fitto scambio di documentazione, in un arco di quasi tre mesi.

Proprio il confronto con i tempi di accertamento nel caso del sequestro di Malpensa deve portarci a ritenere che questi titoli POTREBBERO anche risultare originali, questa essendo una eventualità ovviamente PER NIENTE gradita dal Governo Americano.

In primo luogo perchè poco meno di 50 miliardi di dollari verrebbero confiscati dal governo italiano.

In secondo luogo perchè diverrebbe impossibile nascondere ancora quello che è un segreto di pulcinella, lo spettro che si aggira per le cancellerie e le dirigenze degli organismi finanziari di tutto il mondo: è in atto una massiccia quanto sotterranea fuga dal dollaro, che richiede mesi, se non anni di tempo per essere effettuata senza sconquassi e che porterà ad un rovinoso collasso del valore del biglietto verde, quando diventerà evidente che la bilancia dei pagamenti USA è completamente e definitivamente sballata, con i risparmiatori cinesi stufi di rischiare i loro sudati risparmi in pezzi di carta verdolini.

Le cose stanno così e starebbero così anche se i bonds fossero falsi.

In questo caso sarebbe interessante conoscere le motivazioni che hanno portato a liberare i due portaborse giapponesi tre mesi fa, una risposta che potrebbbe dare solo il Ministro Tremonti, visto che la legge avrebbe imposto, nel dubbio sulla autenticità dei bonds, il fermo dei duei asiatici. Ovviamente, se davvero si è fatta valere la superiore ragion di Stato, per liberare, d’ufficio, i due corrieri, sarebe interessante conoscere quale è stata, questa ragione di Stato.

La verità è che si cerca di far dimenticare la cosa, sperando che le acque si calmino e che si possa buttare questi maledetti bonds in fondo ad un cassetto e dimenticarceli, a dispetto di cassintegrati, precari e scudi fiscali vari.

O magari si potrebbe restiturli al Governo Americano, per una accuratissima indagine di cui a questo punto potremmo conoscere l’esito in antipo con una certa qual ragionevole certezza.

Cosa ci dice, in conclusione questa vicenda, al di la di ogni ragionevole dubbio, al di la della autenticità o meno dei bonds?

1) Che si stanno attivamente riversando in Svizzera ENORMI capitali in dollari espressi come titoli al portatore, a livelli e per importi mai raggiunti prima ( altrimenti questi sequestri costituirebbero una regola e non un unicum).

2) Che “bond” di queste dimensioni ENORMI del valore di 500 milioni o un miliardo di dollari ciascuno esistono davvero, dal momento che, ovviamente, se NON esistessero nessuno si prenderebbe la briga di farne così dettagliati, filigranati e certificati, esattamente come nessuno si prenderebbe mai la briga di realizzare una perfetta banconota da 300 euro.

3) Che, per lo stesso motivo, chi li deteneva, ragionevolmente Istituti di Credito di primaria importanza o addirittura Banche Nazionali, sta cercando di liberarsene in fretta ed in silenzio, cosi come in un complice silenzio li deteneva, visto non se ne conosceva nemmeno l’esistenza prima di questa vicenda.

4) Che questo è ben a conoscenza della Federal Reserve, come del Governo Americano, insieme alla consapevolezza che la massa monetaria in dollari è in rapido e silenzioso aumento, le due cose costituendo, insieme al progressivo collasso del castello di debiti costruito nell’ultimo decennio per tenere su il sogno americano, una tempesta perfetta in grado di mettere in gioco non tanto il ruolo internazionale ma addirittura la stessa sopravvivenza degli USA.

Non ci credete?

Beh, tanto per farvi drizzare le orecchie vi porto a conoscenza di un paio di curiose coincidenze che mi sono saltate agli occhi proprio scrivendo questo post.

1) L’US Secret Service. Confessate: ne avevate mai sentito parlare?

Io no.

Avevo sentito parlare della CIA, dell’FBI, della NSA….

L’US Secret Service è in realtà il più antico in assoluto ed è stato fondato addirittura nel 1865, da McKinley, il successore del povero Lincoln, con il compito espresso di combattere i falsari.

Perchè dovesse essere segreto non è dato sapere, anche se immagino che durante la guerra di Secessione le sedi della Federal Reserve rimaste negli Stati Confederati si dessero da fare per produrre tanti dollari più veri del vero e che qualcuno possa averci preso gusto ed aver continuato anche in seguito.

In ogni caso l’ US Secret Service è rimasto, come è logico, sotto la dipendenza del Ministero del Tesoro Americano.

Fino al 2003.

per poi passare alle dipendenze del Dipartimento della Sicurezza Nazionale.

Curioso, eh?

Un’altra curiosità è che, un paio di anni dopo, nel 2006,  la Federal Reserve, in modo altamente sospetto, abbia cessato di fornire dati sul misterioso parametro M3, ovvero, come spiega estesamente questo ottimo post di Iceberg finanza, sulla massa circolante dei dollari, così aprendo la strada ad una crescita incontrollata ( in senso stretto) della medesima, con i risultati che vediamo.

Il fantasma che si aggira nelle felpatissime cancellerie e nei disturbatissimi sogni dei governatori ha quindi un nome, sia pure poco attraente.

Si chiama M3.

E si traduce con una vigliaccata, ovvero con l’illusione che ci sia una ripresa.

Una illusione che pagheremo duramente.

Pietro Cambi
Fonte: http://crisis.blogosfere.it
Link: http://crisis.blogosfere.it/2009/10/i-bonds-sequestrati-a-chiasso-la-crisi-e-lo-spettro-m3.html
3.10.2009

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Intervista a Gioacchino Genchi – Se provano a fermarmi… : Pietro Orsatti

2 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Intervista a Gioacchino Genchi – Se provano a fermarmi… : Pietro Orsatti.

Parla il superpoliziotto attaccato da uno schieramento bipartisan e sospeso dal servizio. Su un suo possibile impegno  in politica dice: «Di Pietro e io ci siamo ritrovati a salire sullo  stesso treno, il treno della verità e della giustizia»

di Pietro Orsatti su Left-avvenimenti

Mentre la tempesta giudiziaria e politica si sta abbattendo sui palazzi del potere, uno dei protagonisti di molte delle inchieste, delle polemiche e degli scontri di questa stagione si sta preparando a sferrare un altro colpo a un sistema già traballante. Un libro (Il caso Genchi – Storia di un uomo in balia dello Stato) ormai pronto e solo in fase di correzione delle bozze prima della . Gioacchino Genchi, il poliziotto e consulente delle procure, l’uomo che secondo i suoi detrattori intercettava milioni di italiani, è rilassato, sembra riposato, nonostante un tour di incontri e manifestazioni che lo hanno portato in mezza .
Dopo la nostra ultima sono successe molte cose.
Proprio le dichiarazioni che ho rilasciato a left sono state utilizzate come motivazione per il primo dei procedimenti disciplinari e per la sospensione dal servizio per sei mesi, il massimo che potessero darmi. Dichiarazioni che avevo rilasciato solo per difendermi.
C’era anche qualche esponente della maggioranza del che chiedeva addirittura il suo arresto. È l’unico provvedimento a cui è stato sottoposto?
No, c’è anche un altro provvedimento scaturito da un mio botta e risposta con un giornalista di Panorama che mi aveva insultato sulla bacheca di facebook. E qui è accaduta una cosa assurda. La mia sospensione quale sanzione per l’ a left è stata sospesa dalla misura cautelare del secondo procedimento, lasciandomi praticamente fuori dal servizio a tempo indeterminato, addirittura oltre i sei mesi della sanzione, per altro verso assurda, che sono pure trascorsi.
Un po’ contorta come situazione, può spiegarla meglio?
Ovviamente ho fatto ricorso al Tar che, come sappiamo, ha i suoi tempi per decidere. A parte l’illogicità delle due contestazioni e delle sanzioni, che non hanno precedenti nella storia della pubblica , la legge prevede che qualunque sanzione definitiva debba essere eseguita subito, quando diventa esecutiva. In questo caso, anche in campo penale, la misura cautelare, ove ne ricorrano i presupposti, è compatibile con l’espiazione della pena. È la misura cautelare che coesiste con la sanzione e non viceversa.
Perché, secondo lei, questo atteggiamento?
Per tenermi fuori dalla polizia allungano all’infinito i tempi con l’escamotage della sospensione dell’esecuzione della sanzione. Se poi rifletto su quanto sta emergendo in questi giorni dalle indagini di Caltanissetta e di Palermo sulle stragi del ’92 e sui depistaggi che ci sono stati, non mi riesce difficile immaginare le convergenze di interessi che possono aver contribuito alla mia delegittimazione personale e professionale. Forse vogliono portarmi alla pensione mantenendomi sospeso dal servizio e costringendomi a difendermi fra la Procura di Roma e il ministero dell’Interno, per impedire che io mi occupi delle cose di cui mi stavo occupando. Diciamolo, tutta questa situazione, la tensione e gli attacchi hanno contribuito a colpire la mia salute, e il mio stato di salute potrebbe essere un modo per portarmi a una cessazione anticipata dal servizio. Oppure si aspetta che qualcuno mi ammazzi. Mi hanno tolto pure la pistola e a questo punto non mi potrei neppure difendere, se bastasse la pistola per difendermi.
Si sente ancora un poliziotto?
Non ho mai sentito tanto vicina la polizia e i poliziotti come da quando mi hanno sospeso dal servizio.
Da quando sono stati puntati i riflettori su di lei si è trovato al centro, da protagonista, di un dibattito politico.
Ho ricevuto la solidarietà della società civile, di tante persone oneste, di tante associazioni, di tanti poliziotti, e di qualche politico, per la verità pochi. Alcuni hanno voluto esprimermi la loro solidarietà in segreto, e sono uomini della maggioranza di che vivono una condizione terribile, perché sono costretti a subire, a bere da un calice che è sempre più amaro. Negli schieramenti esterni alla maggioranza questa solidarietà è stata più evidente. A partire da Antonio Di Pietro, che io non conoscevo, non avevo mai incontrato, se non per caso nel ’92 al ministero della Giustizia, quando stavamo facendo l’ispezione dei computer di Giovanni Falcone, nel suo ufficio di via Arenula. Di Pietro da subito ha sposato la mia vicenda e quella di Luigi De Magistris e ha dato spazio nel suo partito alle istanze della società civile. Parlo di quella società civile di cui fa parte Sonia Alfano che, insieme a Beppe Grillo e Salvatore Borsellino sono stati gli unici a schierarsi al mio fianco. Per una circostanza assolutamente casuale, ci siamo ritrovati tutti nella stessa stazione ferroviaria e ci siamo accorti che stavamo tutti salendo sullo stesso treno.
Che treno è?
È un treno in cui si può fare un pezzo di strada insieme senza che nessuno pretenda di imporre una direzione di marcia. La meta di questo treno era ed è la verità e la giustizia. Se in uno Stato si riesce a coniugare verità e giustizia il valore assoluto della libertà sarà sempre più alto, e in una società libera altri valori che si sono divisi fra la destra e la diventano l’attuazione di un programma che non necessariamente deve essere un programma politico. Mi riferisco ai valori della solidarietà sociale, dei diritti umani e civili. Valori che si ritrovano nella storia di quella italiana in cui non ho mai militato ma della quale ho sempre avuto ammirazione, non tanto guardando ai leader che negli ultimi anni hanno occupato le stanze dei bottoni, ma nel ricordo di quei sindacalisti, di quei tanti militanti del Partito comunista, degli attivisti della Fiom, di quei giornalisti liberi che con orgoglio condiviso tenevano a chiamarsi “compagni”. Quella di cui ho un ricordo sin da quando ero bambino, quando conobbi Pio La Torre.
Tentazione di fare politica, di “scendere in campo”?
Avrei potuto candidarmi per le europee. Ma fino a quando potrò rimanere a giocare un ruolo come funzionario dello Stato tenterò di portare avanti il mio . Se mi permetteranno di farlo.
Lei ha scritto un libro che uscirà nei prossimi mesi.
Sto aspettando il pronunciamento della Corte costituzionale sul Lodo Alfano. Ho scritto due capitoli, uno che vale se il Lodo viene bocciato, l’altro se viene approvato. Un’opzione A e un’opzione B.
Aspettare il pronunciamento della Corte. Un po’ come la sua vita, per le scelte che dovrà fare?
Beh, certo. Forse sì. Se la Corte costituzionale accoglie il ricorso della magistratura di Milano e dichiara incostituzionale una legge che anche un bambino capirebbe essere contro la logica, e anche la giustizia di Dio e degli uomini, ovvero di un istituto giuridico che non consente di processare un qualunque soggetto, un qualunque cittadino, offende innanzitutto la coscienza. Offende i principi e i valori in base ai quali gli esseri umani vivono. La società, lo Stato, si arrogano il diritto e, mi si consenta, la prepotenza di tenere in carcere gli assassini, i rapinatori, i mafiosi. Cioè, noi uomini, organizzati in una struttura che si chiama Stato, che è regolato dall’ordinamento giuridico, ci arroghiamo il diritto di carcerare, di punire, di privare della libertà personale altri esseri umani. Noi lo facciamo nel nome di un principio che è la giustizia. Però, con lo stesso principio, diciamo “tutti tranne uno”. Perché se noi parlassimo in astratto della possibilità di processare Berlusconi per qualunque altro reato, si potrebbe pensare a un tentativo politico di killerare il presidente del Consiglio. Ma qui siamo davanti alla condanna di Mills. Il giorno in cui il povero Mills dovesse andare in prigione perché diventa definitiva la condanna per corruzione giudiziaria, si creerebbe una situazione di ingiustizia e iniquità verso Mills prima di tutto. Certo che, se passasse questa idea di giustizia, la situazione e le decisioni personali e pubbliche muterebbero.

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Antimafia Duemila – Il nome Gelli in inchiesta Procura Verbania

2 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Il nome Gelli in inchiesta Procura Verbania.

Militari, politici, dirigenti ministeriali, direttori di banca, magistrati, professionisti, industriali e faccendieri: una nuova rete di “personaggi appartenenti a tutti i settori che contano della vita pubblica e privata”.

Con una copertura associativa di stampo massonico, che garantisce vantaggi “a tutti e a ciascuno”, attraverso “stretti legami di fratellanza e mutua assistenza”. E in cima alla piramide, lui: Licio Gelli, il venerabile della P2. E’ quanto scrive l’Espresso, nel numero in edicola domani. A documentare il ritorno di Gelli è l’inchiesta di una piccola procura del Nord, ora trasmessa ai pm antimafia di Palermo. A Verbania, pochi giorni fa – scrive l’Espresso – i magistrati hanno chiuso le indagini su una cordata di imprenditori che facevano i soldi con le fatture false. Organizzavano finte esportazioni di macchinari, creando crediti Iva fittizi. E per cinque anni, oltre a non pagare le tasse, sono riusciti a farsi rimborsare dallo Stato “almeno 9 milioni di euro”.

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Presidente, lascio la toga anche per colpa sua , “Io, sconfitto dalla mafia di stato” – Il Fatto Quotidiano | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

1 Ottobre 2009 · 1 Commento

Fuori la mafia dallo stato!

“Io, sconfitto dalla mafia di stato” – Il Fatto Quotidiano | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

di Luigi De Magistris* – 1° ottobre 2009
Al Sig. Presidente della Repubblica – Piazza del Quirinale ROMA
Signor Presidente, scrivo questa lettera a Lei soprattutto nella Sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

E’ una lettera che non avrei mai voluto scrivere. E’ uno scritto che evidenzia quanto sia grave e serio lo stato di salute della democrazia nella nostra amata Italia.
E’ una lettera con la quale Le comunico, formalmente, le mie dimissioni dall’Ordine Giudiziario.
Lei non può nemmeno lontanamente immaginare quanto dolorosa sia per me tale decisione.
Sebbene l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro – come recita l’art. 1 della Costituzione – non sono molti quelli che possono fare il lavoro che hanno sognato; tanti il lavoro non lo hanno, molti sono precari, altri hanno dovuto piegare la schiena al potente di turno per ottenere un posto per vivere, altri vengono licenziati come scarti sociali, tanti altri ancora sono cassintegrati. Ebbene, io ho avuto la fortuna di fare il magistrato, il mestiere che avevo sognato fin dal momento in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Federico II” di Napoli, luogo storico della cultura giuridica. La magistratura ce l’ho nel mio sangue, provengo da quattro generazioni di magistrati. Ho respirato l’aria di questo nobile e difficile mestiere sin da bambino. Uno dei giorni più belli della mia vita è stato quando ho superato il concorso per diventare uditore giudiziario. Una gioia immensa che mai avrei potuto immaginare destinata a un epilogo così buio. E’ cominciata con passione, idealità, entusiasmo, ma anche con umiltà ed equilibrio, la missione della mia vita professionale, come in modo spregiativo la definì il rappresentante della Procura Generale della Cassazione durante quel simulacro di processo disciplinare che fu imbastito nei miei confronti davanti al Csm. Per me, esercitare le funzioni giudiziarie in ossequio alla Costituzione Repubblicana significava tentare di dare una risposta concreta alla richiesta di giustizia che sale dai cittadini in nome dei quali la Giustizia viene amministrata. Quei cittadini che – contrariamente a quanto reputa la casta politica e dei poteri forti – sono tutti uguali davanti alla legge. Del resto Lei, signor Presidente, che è il custode della Costituzione, ben conosce tali inviolabili principi costituzionali e mi perdoni, pertanto, se li ricordo a me stesso.
I modelli ai quali mi sono ispirato sin dall’ingresso in magistratura – oltre a mio padre, il cui esempio è scolpito per sempre nel mio cuore e nella mia mente – sono stati magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è nella loro memoria che ho deciso di sventolare anch’io l’agenda rossa di Borsellino, portata in piazza con immensa dignità dal fratello Salvatore. Ho sempre pensato che chi ha il privilegio di poter fare quello che sogna nella vita debba dare il massimo per il bene pubblico e l’interesse collettivo, anche a costo della vita. Per questo decisi di assumere le funzioni di Pubblico Ministero in una sede di trincea, di prima linea nel contrasto al crimine organizzato: la Calabria. Una terra da cui, in genere, i magistrati forestieri scappano dopo aver svolto il periodo previsto dalla legge e dove invece avevo deciso (ingenuamente) di restare.
Ho dedicato a questo lavoro gli anni migliori della mia vita, dai 25 ai 40, lavorando mai meno di dodici ore al giorno, spesso anche di notte, di domenica, le ferie un lusso al quale dover spesso rinunciare. Sacrifici enormi, personali e familiari, ma nessun rimpianto: rifarei tutto, con le stesse energie e il medesimo entusiasmo.
In questi anni difficili, ma entusiasmanti, in quanto numerosi sono stati i risultati raggiunti, ho avuto al mio fianco diversi colleghi magistrati, significativi settori della polizia giudiziaria, un gruppo di validi collaboratori. Ho cercato sempre di fare un lavoro di squadra, di operare in pool. Parallelamente al consolidarsi dell’azione investigativa svolta, però, si rafforzavano le attività di ostacolo che puntavano al mio isolamento, alla de-legittimazione del mio lavoro, alle più disparate strumentalizzazioni. Intimidazioni, pressioni, minacce, ostacoli, interferenze. Attività che, talvolta, provenivano dall’esterno delle Istituzioni, ma il più delle volte dall’interno: dalla politica, dai poteri forti, dalla stessa magistratura. Signor Presidente, a Lei non sfuggirà, quale Presidente del CSM, che l’indipendenza della magistratura può essere minata non solo dall’esterno dell’ordine giudiziario, ma anche dall’interno: ostacoli nel lavoro quotidiano da parte di dirigenti e colleghi , revoche e avocazioni illegali, tecniche per impedire un celere ed efficace svolgimento delle inchieste.
Ho condotto indagini nei settori più disparati, ma solo quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione diventavo un cattivo magistrato.
Posso dire con orgoglio che il mio lavoro a Catanzaro procedeva in modo assolutamente proficuo in tutte le direzioni, come impone il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polizia giudiziaria lavorava con sacrifici enormi, perché percepiva che risultati straordinari venivano raggiunti. Le persone informate dei fatti testimoniavano e offrivano il loro contributo. Lo Stato c’era ed era visibile, in un territorio martoriato dal malaffare. Le inchieste venivano portate avanti tutte, senza insabbiamenti di quelle contro i poteri forti (come invece troppe volte accade). Questo modo di lavorare, il popolo calabrese – piaccia o non piaccia al sistema castale – lo ha capito, mostrandoci sostegno e solidarietà. Non è poco, signor Presidente, in una Regione in cui opera una delle organizzazioni mafiose più potenti del mondo. E che lo Stato stesse funzionando lo ha compreso bene anche la criminalità organizzata. Tant’è vero che si sono subito affinate nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato che si ostinano ad applicare la Costituzione Repubblicana.
Non so se Ella, Signor Presidente, condivide la mia analisi. Ma a me pare che – dopo la stagione delle stragi di mafia culminate nel 1992 con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio e dopo la strategia della tensione delle bombe a grappolo in punti nevralgici del Paese nel 1993 – le mafie hanno preso a istituzionalizzarsi. Hanno deciso di penetrare diffusamente nella cosa pubblica,nell’economia, nella finanza. Sono divenute il cancro della nostra democrazia. Controllano una parte significativa del prodotto interno lordo del nostro paese, hanno loro rappresentanti nella politica e nelle Istituzioni a tutti i livelli, nazionali e territoriali. Nemmeno la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste impermeabili. Si è creata un’autentica emergenza democratica, da sconfiggere in Italia e in Europa.
Gli ostacoli più micidiali all’attività dei servitori dello Stato sono i mafiosi di Stato: quelli che indossano abiti istituzionali, ma piegano le loro funzioni a interessi personali, di gruppi, di comitati d’affari, di centri di potere occulto. Non mi dilungo oltre, perché credo che al Presidente della Repubblica tutto questo dovrebbe essere noto.
Ebbene oggi, Signor Presidente, non è più necessario uccidere i servitori dello Stato: si creerebbero nuovi martiri; magari, ai funerali di Stato, il popolo prenderebbe di nuovo a calci e sputi i simulacri del regime; l’Europa ci metterebbe sotto tutela. Non vale la pena rischiare, anzi non serve. Si può raggiungere lo stesso risultato con modalità diverse: al posto della violenza fisica si utilizza quella morale, la violenza della carta da bollo, l’uso illegale del diritto o il diritto illegittimo, le campagne diffamatorie della propaganda di regime, si scelga la formula che più piace.
Che ci vuole del resto, signor Presidente, per trasferire un magistrato perbene, un poliziotto troppo curioso, un carabiniere zelante, un finanziere scrupoloso, un prete coraggioso, un funzionario che non piega la schiena, o per imbavagliare un giornalista che racconta i fatti? E’ tutto molto semplice, quasi banale. Ordinaria amministrazione.
Per allontanare i servitori dello Stato e del bene pubblico, bisogna prima isolarli, delegittimarli, diffamarli, calunniarli. A questo servono i politici collusi, la stampa di regime al servizio dei poteri forti, i magistrati proni al potere, gli apparati deviati dello Stato.
La solitudine è una caratteristica del magistrato, l’isolamento è un pericolo. Ebbene, in Calabria, mentre le persone rispondevano positivamente all’azione di servitori dello Stato vincendo timori di ritorsioni, spezzando omertà e connivenze, pezzi significativi delle Istituzioni contrastavano le attività di magistrati e forze dell’ordine con ogni mezzo.
Quello che si è realizzato negli anni in Calabria sul piano investigativo è rimasto ignoto, in quanto la cappa esercitata anche dalla forza delle massonerie deviate impediva di farlo conoscere all’esterno. Il resto del Paese non doveva sapere. Si praticava la scomparsa dei fatti. Quando però le vicende sono cominciate a uscire dal territorio calabrese, l’azione di sabotaggio si è fatta ancor più violenta e repentina. Invece dello sbarco degli Alleati, c’è stato quello della borghesia mafiosa che soffoca la vita civile calabrese. L’azione dello Stato produceva risultati in termini di indagini, restituiva fiducia nelle Istituzioni, svelava i legami tra mafia “militare” e colletti bianchi, smascherava il saccheggio di denaro pubblico perpetrate da politici collusi, (im)prenditori criminali e pezzi deviati delle Istituzioni a danno della stragrande maggioranza della popolazione, scoperchiava un mercato del lavoro piegato a interessi illeciti, squadernava il controllo del voto e, quindi, l’inquinamento e la confisca della democrazia.
Sono cose che non si possono far conoscere, signor Presidente. Altrimenti poi il popolo prende coscienza, capisce come si fanno affari sulla pelle dei più deboli, dissente e magari innesca quella democrazia partecipativa che spaventa il sistema di potere che opprime la nostra democrazia. Una presa di coscienza e conoscenza poteva scatenare una sana e pacifica ribellione sociale.
Lei, signor Presidente, dovrebbe conoscere – sempre quale Presidente del CSM – le attività messe in atto ai miei danni. Mi auguro che abbia assunto le dovute informazioni su quello che accadeva in Calabria per fermare il lavoro che stavo svolgendo in ossequio alla legge e alla Costituzione. Avrà potuto così notare che è stata messa in atto un’attività di indebito esercizio di funzioni istituzionali al solo fine di bloccare indagini che avrebbero potuto ricostruire fatti gravissimi commessi in Calabria (e non solo) da politici di destra, di sinistra e di centro, da imprenditori, magistrati, professionisti, esponenti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Tutto ciò non era tollerabile in un Paese ad alta densità mafiosa istituzionale. Come poteva un pugno di servitori dello Stato pensare di esercitare il proprio mandato onestamente applicando la Costituzione? Signor Presidente, Lei – come altri esponenti delle Istituzioni – è venuto in Calabria, ha esortato i cittadini a ribellarsi al crimine organizzato e ad avere fiducia nelle Istituzioni. Perché, allora, non è stato vicino ai servitori dello Stato che si sono imbattuti nel cancro della nostra democrazia, cioè nelle più terribili collusioni tra criminalità organizzata e poteri deviati? Non ho mai colto alcun segnale da parte Sua in questa direzione, anzi. Eppure avevo sperato in un Suo intervento, anche pubblico: ero ancora nella fase della mia ingenuità istituzionale. Mi illudevo nella neutralità, anzi nell’imparzialità dei pubblici poteri. Poi ho visto in volto, pagando il prezzo più amaro, l’ingiustizia senza fine.
Sono stato ostacolato, mi sono state sottratte le indagini, mi hanno trasferito, mi hanno punito solo perché ho fatto il mio dovere, come poi ha sancito l’Autorità Giudiziaria competente. Ma intanto l’obiettivo era stato raggiunto, anche se una parte del Paese aveva e ha capito quel che è accaduto, ha compreso la posta in gioco e me l’ha testimoniato con un affetto che Lei non può nemmeno immaginare. Un affetto che costituisce per me un’inesauribile risorsa aurea.
Ho denunciato fatti gravissimi all’Autorità giudiziaria competente, la Procura della Repubblica di Salerno: me lo imponeva la legge e prima ancora la mia coscienza. Magistrati onesti e coraggiosi hanno avuto il solo torto di accertare la verità, ma questa ancora una volta era sgradita al potere. E allora anche loro dovevano pagare, in modo ancora più duro e ingiusto: la lezione impartita al sottoscritto non era stata sufficiente. La logica di regime del “colpirne uno per educarne cento” usata nei miei confronti non bastava ancora a scalfire quella parte della magistratura che è l’orgoglio del nostro Paese. Ci voleva un altro segnale forte, proveniente dalle massime Istituzioni, magistratura compresa: la ragion di Stato (ma quale Stato, signor Presidente?) non può tollerare che magistrati liberi, autonomi e indipendenti possano ricostruire fatti gravissimi che mettono in pericolo il sistema criminale di potere su cui si regge, in parte, il nostro Paese.
Quando la Procura della Repubblica di Salerno – un pool di magistrati, non uno “antropologicamente diverso”, come nel mio caso – ha adottato nei confronti di insigni personaggi calabresi provvedimenti non graditi a quei poteri che avevano agito per distruggermi, ecco che il circuito mediatico-istituzionale, ai più alti livelli, ha fatto filtrare il messaggio perverso che era in atto una “lite fra Procure”, una guerra per bande. Una menzogna di regime: nessuna guerra vi è stata, fra magistrati di Salerno e Catanzaro. C’era invece semplicemente, come capirebbe anche mio figlio di 5 anni, una Procura che indagava, ai sensi dell’art. 11 del Codice di procedura penale, su magistrati di un altro distretto. E questi, per ostacolare le indagini, hanno a loro volta indagato i colleghi che indagavano su di loro, e me quale loro istigatore. Un mostro giuridico. Un’aberrazione di un sistema che si difende dalla ricerca della verità, tentando di nascondersi dietro lo schermo di una legalità solo apparente.
Questa menzogna è servita a buttare fuori dalle indagini (e dalla funzioni di Pm) tre magistrati di Salerno, uno dei quali lasciato addirittura senza lavoro. Il messaggio doveva essere chiaro e inequivocabile: non deve accadere più, basta, capito?!
Signor Presidente, io credo che Lei in questa vicenda abbia sbagliato. Lo affermo con enorme rispetto per l’Istituzione che Lei rappresenta, ma con altrettanta sincerità e determinazione. Ricordo bene il Suo intervento – devo dire, senza precedenti – dopo che furono eseguite le perquisizioni da parte dei magistrati di Salerno. Rimasi amareggiato, ma non meravigliato.
Signor Presidente, questo sistema malato mi ha di fatto strappato di dosso la toga che avevo indossato con amore profondo. E il fatto che non mi sia stato più consentito di esercitare il mestiere stupendo di Pubblico ministero mi ha spinto ad accettare un’avventura politica straordinaria. Un’azione inaccettabile come quella che ho subìto può strapparmi le amate funzioni, può spegnere il sogno professionale della mia vita, può allontanarmi dal mio lavoro, ma non può piegare la mia dignità, nè ledere la mia schiena dritta, nè scalfire il mio entusiasmo, nè corrodere la mia passione e la volontà di fare qualcosa di utile per il mio Paese.
Nell’animo, nel cuore e nella mente, sarò sempre magistrato.
Nella Politica, quella con la P maiuscola, porterò gli stessi ideali con cui ho fatto il magistrato, accompagnato dalla medesima sete di giustizia, i miei ideali e valori di sempre (dai tempi della scuola) saranno il faro del nuovo percorso che ho intrapreso. Darò il mio contributo affinchè i diritti e la giustizia possano affermarsi sempre di più e chi soffre possa utilizzarmi come strumento per far sentire la sua voce.
E’ per questo che, con grande serenità, mi dimetto dall’Ordine giudiziario, dal lavoro più bello che avrei potuto fare, nella consapevolezza che non mi sarebbe più consentito esercitarlo dopo il mandato politico. Lo faccio con un ulteriore impegno: quello di fare in modo che ciò che è successo a me non accada mai più a nessuno e che tanti giovani indossino la toga non con la mentalità burocratica e conformista magistralmente descritta da Piero Calamandrei nel secolo scorso, come vorrebbe il sistema di potere consolidato, ma con la Costituzione della Repubblica nel cuore e nella mente.

*(Europarlamentare IDV)

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Antimafia Duemila – Genchi: Mi ha fermato perche’ non si raggiungesse verita’ su stragi ‘92

27 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Genchi: Mi ha fermato perche’ non si raggiungesse verita’ su stragi ‘92.

“Ho avuto da poco la notizia che un nuovo ignobile provvedimento disciplinare è arrivato al capolinea.
Dopo il mio intervento a Vasto, in occasione del congresso dell’Italia dei Valori, il governo mi ha somministrato un’ulteriore sospensione dal servizio di Polizia di sei mesi, il massimo previsto dalla legge per qualunque tipo di violazione”. Lo ha dichiarato Gioacchino Genchi, dal palco della manifestazione “La marcia delle agende rosse” in corso a Roma, a cui stanno partecipando circa millecinquecento persone. Genchi ha parlato degli attacchi ricevuti dall’interno delle istituzioni e della magistratura, che gli hanno impedito di continuare a svolgere il proprio lavoro al fianco di Luigi de Magistris e di altri magistrati e soprattutto per la paura che si potesse giungere alla verità sulle stragi del ’92 che non erano solo stragi di mafia. “Con il provvedimento di sospensione – ha detto testualmente – mi si è voluto impedire di aiutare Luigi de Magistris e i magistrati di Salerno a fare verità su una delle più grandi vergogne della giustizia italiana. E con la complicità della Corte di Cassazione, della procura generale di Cassazione, del Csm e poi del Ministero dell’Interno e della Presidenza del Consiglio si è cercato di impedire che quel funzionario di polizia potesse dare ai magistrati di Caltanissetta e Palermo quell’aiuto necessario ad arrivare al capolinea delle indagini che rappresentano lo snodo sulle verità negate. Su chi ha voluto dimostrare che nelle stragi del ’92 non c’è solo la responsabilità della mafia, su chi ha voluto dimostrare che in fondo Vittorio Mangano non era solo uno stalliere. Mangano era un mafioso pluri-assassino, che con Dell’Utri era stato accolto alla corte di Arcore di Silvio Berlusconi”.
“Con il mio lavoro – ha poi continuato – ho ricostruito come si stava cercando di insabbiare la verità”, prima di ringraziare gli “italiani delle agende rosse”, i “partigiani della nuova resistenza” per aver sfilato davanti “ai palazzi del potere della politica, quei palazzi dove ancora si annidano coloro che hanno conquistato il potere col sangue, col sacrificio dei martiri di questa Repubblica, di coloro che dopo avere tradito i valori della resistenza, della democrazia e della giustizia, hanno infangato la verità e nel nome di quanto c’era scritto in quella famosa agenda rossa di Paolo Borsellino e di quanto è stato occultato alla verità dei giudici hanno conquistato il potere”.

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Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Mio padre incontro Gelli in estate stragi”

25 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Mio padre incontro Gelli in estate stragi”.

“L’estate delle stragi, mio padre incontrò a Cortina Licio Gelli. I magistrati hanno trovato anche i riscontri”.
Parla a Radio 24 Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso Vito.
Nel ‘92, c’erano dei progetti politici di nuovi partiti, credo – dice Ciancimino jr – che si siano confrontati su questo. Ma c’é un’inchiesta in merito”. Condannato in primo grado per il riciclaggio del tesoro del padre, Massimo Ciancimino, collabora con alcune procure su nuove inchieste, a cominciare dalla trattativa tra Stato e mafia. “Non ho nulla da rimangiarmi su Nicola Mancino, che mi ha querelato. Quando si voleva aprire un canale per la trattativa, era stato fatto il nome suo e di un altro ministro. Che poi mio padre – sono le parole di Ciancimino – non trovò in Mancino l’interlocutore che voleva…, infatti sono venuti fuori anche altri nomi, oggetto d’indagine”. Nell’intervista a Radio 24, parla delle visite di Provenzano nella loro casa a Roma, della “necessità del padre di oliare i meccanismi con soldi ai politici, per i suoi affari sul gas”, dell’ultimo messaggio dal carcere di Riina e di alcuni personaggi coinvolti nelle indagini su via D’Amelio. “Franco-Carlo, uomo delle istituzioni, intensificò le sue presenze da noi – dice Ciancimino ai microfoni di Radio 24 – nell’estate delle stragi. Mi sembra che si fosse salutato anche con l’uomo dal viso deformato, che frequentava casa mia anche per altre ragioni”. La versione integrale dell’intervista a Massimo Ciancimino andrà in onda domenica 27 settembre alle 19.30, nella rubrica “Storiacce” di Raffaella Calandra. E sul sito di Radio24.

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Antimafia Duemila – Ingroia: ”Ddl Alfano e’ pietra tombale su indagini”

25 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Ingroia: ”Ddl Alfano e’ pietra tombale su indagini”.

“Se il ddl Alfano diverrà legge si determinerà il sostanziale e definitivo esaurimento dello strumento delle intercettazioni.
Una pietra tombale sulla modalità d’indagine principale degli ultimi anni”.
A dichiararlo è il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia durante l’iniziativa “Intercettazioni, libertà di stampa, diritti costituzionali” promossa dal Centro Studi Pio La Torre e da Articolo 21, Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Fnsi, Ossigeno e Associazione della stampa siciliana, che si è svolta nell’Auditorium Rai di Palermo. “Stabilire che si possano disporre le intercettazioni solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza e non di reato ne impedirà di fatto l’utilizzo – ha continuato Ingroia – arrecando gravissimi danni anche alle indagini sulla criminalità mafiosa. Perché, se è vero che le nuove norme non si applicano ai processi per mafia è vero anche che molti procedimenti che poi si trasformano in indagini per associazione mafiosa sono avviati a carico di cosiddetti insospettabili, quindi con procedimenti ordinari su cui si applicherebbero le nuove norme”. “La limitazione delle intercettazioni e della loro pubblicazione sui giornali costituisce una lesione del diritto costituzionale a essere informati – ha detto Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre – si vuole limitare la possibilità di mettere a nudo la zona grigia e gli intrecci nella gestione della Cosa pubblica, degli appalti, dei servizi, della sanità”.

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Antimafia Duemila – Ingroia, Scarpinato e ”Il Fatto”

23 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Ingroia, Scarpinato e ”Il Fatto”.

In una articolo pubblicato sul Corriere dell’11 settembre, Pierluigi Battista ha commentato la nostra partecipazione al forum di presentazione del nuovo quotidiano Il Fatto, esprimendo perplessità sull’opportunità che due magistrati in prima fila nelle indagini di mafia «portino il loro contributo alla fondazione di quel giornale così politicamente e culturalmente connotato».
La garbata critica del dottor Battista si fonda su un presupposto di fatto erroneo. Noi non abbiamo affatto portato il nostro contributo alla fondazione del nuovo giornale, ma essendoci stata proposta un’eventuale collaborazione sui temi della giustizia e della lotta alla mafia, abbiamo aderito all’invito ad assistere al forum per poter così conoscere preventivamente quale fosse la linea editoriale di un giornale che veniva per l’appunto per la prima volta esposta pubblicamente in quell’occasione.
Esigenza di preventiva conoscenza che naturalmente non si è posta in passato, quando abbiamo avuto modo di collaborare saltuariamente con il Corriere della Sera, con La Repubblica ed altri giornali che avevano già alle spalle una lunga storia.

Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato

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De Magistris, Apicella, Nuzzi e Verasani agirono per fini di giustizia

22 Settembre 2009 · Lascia un Commento

De Magistris, Apicella, Nuzzi e Verasani agirono per fini di giustizia.

Guerra tra procure: nessun complotto, Gip archivia

PERUGIA- Con le sue deposizioni, circa 60, fatte ai pm salernitani che avevano messo sotto inchiesta i colleghi di Catanzaro accusandoli di reati gravi, tra cui corruzione in atti giudiziari, avrebbe ispirato ‘‘la falsa tesi del complotto ai suoi danni” e anche il decreto di sequestro fatto nello scorso dicembre nella procura generale del capoluogo calabrese, degli atti delle inchieste Why Not e Poseidone. Sequestro a cui segui’ il clamoroso controsequestro di Catanzaro. Ma secondo il gip di Perugia, Massimo Ricciarelli, che ha accolto la richiesta della procura umbra, non vi fu alcun falso complotto da parte dell’ex pm Luigi De Magistris.

Il gip, con un provvedimento di sette pagine, scagiona dalle accuse di abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio oltre all’attuale parlamentare europeo dell’IdV, anche i pm di Salerno, oggetto di un provvedimento disciplinare dal Csm, e in particolare l’ex procuratore Luigi Apicella sospeso dallo stesso organo di autogoverno della magistratura dalle funzioni e dallo stipendio e a luglio dimessosi dall’ordine giudiziario con una lettera molto polemica indirizzata al ministro Alfano e al capo dello Stato come presidente del Csm.

Insomma l’atto scatenante, il sequestro motivato con 1.400 pagine di accuse nei confronti dei magistrati della procura generale di Catanzaro, di quella che fu soprannominata la ”guerra tra le procure” che sollecito’ persino l’intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, era solo ”un atto di giustizia”. ”E’ possibile affermare - scrive il gip di Perugia – che i magistrati inquirenti salernitani abbiano agito non per arrecare intenzionalmente un danno ingiusto ma per realizzare un fine di giustizia correlato all’andamento del procedimento in corso”. Secondo il gip ‘‘non sembra possibile sostenere che tutto (le numerose audizioni di De Magistris a Salerno) fosse stato fatto per favorire De Magistris (difeso dagli avvocati Stefano Montone e Elena Lepre). Deve ritenersi mancante l’intenzionale volonta’ di arrecare un danno ingiusto che costituisce requisito indispensabile per la configurabilita’ di detto reato”.

L’iscrizione di De Magistris era stata fatta nei mesi scorsi dalla procura di Catanzaro che aveva ricevuto gli atti dalla procura generale del capoluogo calabrese. Il fascicolo giunse per competenza all’attenzione della procura di Roma il 19 febbraio, in quanto nel distretto giudiziario di Napoli, competente per le indagini su Salerno, e’ giudice al Riesame proprio De Magistris. Ma il travagliato iter della competenza per le indagini che hanno coinvolto l’ex pm ha fatto approdare il fascicolo a Perugia. Due pm salernitani indagati, e ora prosciolti, Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, sono stati trasferiti nei mesi scorsi proprio dal Csm rispettivamente a Cassino e Latina, ossia nel distretto giudiziario della Corte di Appello di Roma. Circostanza che ha radicato la competenza alla procura umbra.

ANSA – 21 settembre 2009

LINK

Sotto il tiro delle armi bianche (intervista di Monica Centofante a Gabriella Nuzzi, Antimafiaduemila.com, 9 febbraio 2009)

Le dimissione dalla magistratura del Dott. Luigi Apicella (Gabriella Nuzzi e redazione Antimafiaduemila.com, 28 luglio 2009)

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Gioacchino Genchi: “L’Italia nelle mani di un puparo indegno della P2″

20 Settembre 2009 · Lascia un Commento

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Antimafia Duemila – ”Persecuzione toghe va oltre sogno Gelli”

20 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – ”Persecuzione toghe va oltre sogno Gelli”.

“La persecuzione nei confronti dei magistrati si inserisce perfettamente nel piano di Rinascita democratica, ma va anche oltre il sogno di Gelli”.
Lo ha affermato oggi, tra le ovazioni del pubblico, il consulente giudiziario Gioacchino Genchi, durante il dibattito su Giustizia e Sicurezza che si è svolto a Vasto alla festa dell’Idv. Genchi, in un lungo intervento che ha infiammato la platea dei dipietristi e che a più di un osservatore è parso la prova generale di una discesa in politica, anche se lo stesso Genchi ha smentito di “volersi candidare”, ha quindi ripercorso le principali tappe di formazione della P2. “Le prime riunioni della Libera Associazione Forza Italia – ha raccontato il consulente – sono state indette da pregiudicati e condannati. Il movimento doveva chiamarsi ‘Sicilia libera’ ed era fatto da emissari di Licio Gelli”, tra cui due parlamentari. ” Il partito del sud, o meglio del Suk, che minacciano di far nascere adesso – ha concluso Genchi – segue la stessa logica: il ricatto a Berlusconi da parte di Cicchitto e Dell’Utri per avere autonomia e potere”.

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Ora Marcello ha paura : Pietro Orsatti

18 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Ora Marcello ha paura : Pietro Orsatti.

Palermo, Dell’Utri di nuovo alla sbarra. Intanto Ciancimino parla e sostiene che la trattativa con lo sarebbe cominciata prima delle stragi. E che l’ex leader di Publitalia avrebbe saputo: una sorta di exit strategy dalla fase armata di Cosa nostra
di Pietro Orsatti su Left/Avvenimenti

Non è ancora un da resa dei conti ma poco ci manca. Dopo una settimana di polemiche durissime, e l’attacco dei giornali legati al premier nei confronti della Procura di Palermo e in particolare dei due pm Ingroia e Scarpinato rei di aver partecipato, senza intervenire, alla presentazione del quotidiano Il Fatto, l’attività è ricominciata come da calendario. Ma l’atmosfera non è certo quella che ci si aspetterebbe dopo le ferie estive. L’attacco di Berlusconi alle procure e in particolare a Palermo, un attacco preventivo visto che nel palazzo di giustizia del capoluogo siciliano non c’è alcun fascicolo che riguardi il presidente del Consiglio associandolo direttamente alla vicenda delle stragi del ’92 e del ’93, ha scosso ovviamente l’ambiente ma a dire il vero non ha stupito più di tanto. Perché qualcosa doveva accadere vista la complessità e l’importanza di due processi attualmente in corso. Quello di secondo grado a Marcello Dell’Utri e quello al generale Mario Mori.
Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e del pentito Gaspare Spatuzza in relazione alle stragi sono di competenza della procura di Caltanissetta. Nel primo giorno dopo le ferie, il procuratore aggiunto di Palermo Ingroia ricorda che il pentito di mafia Gaspare Spatuzza negli ultimi tempi sta facendo nuove rivelazioni «sull’uccisione di padre Pino Puglisi e altri fatti di sangue, ma tutto quello che dice dei fatti stragisti non è di nostra competenza, come ha detto il procuratore di Palermo nei giorni scorsi». E poi, intervenendo sull’attualità della macchina della giustizia, smonta l’accusa di “archeologia giudiziaria” che gli è stata rivolta. «Benché ci siano state, da parte del governo, assunzioni di impegni, basti pensare all’inasprimento del carcere duro, non penso che si possa negare che i tagli di bilancio del comparto giustizia e sicurezza non abbiano aiutato la lotta alla mafia – ha spiegato, infatti, il procuratore aggiunto -. Polizia e carabinieri, così come i magistrati non hanno i mezzi e gli strumenti all’altezza della sfida. È vero che ci sono stati molti successi e sono stati inferti colpi durissimi a Cosa nostra, ma la mafia non è ancora in ginocchio». Tutt’altro tema, tutt’altra , quindi. E allora perché l’attacco? È nei corridoi della procura dove si ipotizza che si stia assistendo a una sorta di ricatto di Dell’Utri nei confronti di Berlusconi. Il senatore del già condannato in primo grado a nove anni per associazione esterna è in difficoltà, ha paura che l’ vada male, e questo sarebbe il suo modo di ricompattare gli amici più potenti.

Tutto qui? Non tanto. Perché la situazione è molto più complessa. Perché sia Ciancimino che Spatuzza parlano anche di altro, raccontano della “trattativa” fra pezzi dello e Cosa nostra a cavallo delle stragi e poi anche del potente ex capo di Publitalia (ne avrebbe parlato Ciancimino a più riprese) Marcello Dell’Utri. E poi ci sarebbe anche la “ricomparsa” di una relazione della del 1999 che parla di legami tra imprenditori mafiosi e un’azienda (la Co.Ge costruzioni) in cui compaiono due soci, Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, e Giorgio Mori, fratello di quel generale Mori ex capo del Ros e poi del Sisde e oggi a capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma. Questo documento della ritorna oggi di attualità come il procedimento contenitore “Sistemi criminali” archiviato in passato dai pm Ingroia e sugli intrecci fra affari, criminalità e massoneria. E poi si parla, e tanto, di Bernardo Provenzano, e quello che starebbe emergendo dalle dichiarazioni è tutt’altro che una mera operazione “di archeologia”, perché, secondo una delle ipotesi di indagini (questa sì anche a Palermo) e delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco del “sacco” di Palermo, la “trattativa” avrebbe avuto inizio ben prima del ’92, almeno dall’anno precedente, e protagonista della vicenda non sarebbe Totò Riina, estensore del famoso “papello”, ma Binnu Provenzano. E ci sarebbe di più. Lo stesso Ciancimino avrebbe fatto capire che anche Marcello Dell’Utri sarebbe quanto meno a conoscenza di questa trattativa, una sorta di pax di affari, una exit strategy dalla fase stragista condotta dall’ala armata di Cosa nostra guidata da Riina e Bagarella.

Si rischia di fare scenari fantascientifici o di cadere in qualche trappola cercando di mettere insieme tutti questi frammenti. Di certo c’è che Ciancimino parla e che Spatuzza svela uno scenario, quello militare di Cosa nostra agli inizi degli anni 90, che rimette in discussione tutto l’insieme delle verità processuali acquisite finora. E si apre anche un quadro inquietante non solo sugli intrecci che erano dietro le stragi e la trattativa, sulle presunte deviazioni di alcuni apparati dello , ma anche sulla fretta di ottenere subito risultati dopo che il tritolo aveva ucciso Falcone e Borsellino. Anche di questo Spatuzza parlerebbe. E anche nella polizia giudiziaria il nervosismo si fa evidente. «Qui di cose ne sono successe dopo le stragi – si lascia andare un funzionario -. Le faccio una domanda: lei quante azioni da parte del nucleo investigativo dei Carabinieri e dei Ros ha visto nei confronti di Provenzano dopo la mancata cattura ai tempi del colonnello Riccio? Io francamente non me ne ricordo una». Si parla della testimonianza, e della morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia che nel 1995 era in grado di far catturare a Mezzojuso Bernardo Provenzano nel corso di un summit di capi mafia, ma che (questa l’accusa del processo a parte dei Ros siciliani dell’epoca) per un inspiegabile non intervento degli uomini del generale Mario Mori non andò in porto. Dopo più di un decennio il malumore e le tante perplessità su come vennero condotte le indagini negli anni successivi alle stragi oggi riemergono prepotentemente. E il disagio poi si amplifica, soprattutto all’interno della polizia di , a causa dei tagli economici, delle sempre minori risorse anche sul piano formativo.

«Se parliamo dei processi finiamo in politica, se parliamo di politica finiamo nei processi», si lascia sfuggire uno degli investigatori. Sono tutti “abbottonati” in questi giorni a Palermo. La chiusura dell’ a Dell’Utri da un lato, il processo Mori dall’altro. E poi le nuove dichiarazioni di Ciancimino sui “piccioli” e sulle “collaborazioni” fra boss e pezzi dello . E ancora l’ombra dei servizi e della massoneria e i tanti affari che, dopo un breve periodo di rallentamento successivo alle stragi, sarebbero ripresi come se nulla fosse successo. E poi l’attacco, che in molti si aspettavano, alle procure. Ma che ha stupito perché così specifico su Palermo. Come se qualcuno temesse che con l’arrivo di una condanna a Dell’Utri poi si andasse a una nuova e ancora più devastante stagione di rivelazioni.

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La mafia fa le pentole, ma non i coperchi – Passaparola – Voglio Scendere

14 Settembre 2009 · Lascia un Commento

La mafia fa le pentole, ma non i coperchi – Passaparola – Voglio Scendere.

Testo:
“Buongiorno a tutti, oggi ci riguardiamo di nuovo in faccia, sono felice, parliamo di quello che è successo negli ultimi giorni brevemente nel campo politico, avete visto, Fini tenta un’altra volta di smarcarsi come aveva tentato di fare due anni fa, poi due anni fa ci fu il precipitare del Governo Prodi con le elezioni anticipate e dovette rinculare indietro, questa volta sembra fare sul serio e sta cominciando anche a esplicitare i temi del suo dissenso dalla leadership di Berlusconi.

Gianfranco Fini in cerca di redenzione
Finché erano temi lontani dai terreni di caccia degli interessi del Cavaliere come la bioetica, la fecondazione assistita, i problemi legati all’immigrazione, la difesa del Parlamento dalla decretomania e dai continui voti di fiducia, la polemica con la Lega Nord sull’Italia unita o più o meno unita era un conto.
Quando invece si va a toccare il cuore del caso Berlusconi e Fini lo ha fatto l’altro giorno a Gubbio e cioè quando si dice: noi non dobbiamo dare neanche l’impressione lontanamente di non volere la verità sui mandanti delle stragi del 92 e del 93 e quando aggiungere Fini: non ho mai avuto dimestichezza con grembiulini e con compassi, con la massoneria, a cominciare dalla Pd2 che era addirittura la peggiore massoneria che abbia avuto il nostro paese, allora le cose si fanno serie, è la prima volta da quando Bossi si sganciò da Berlusconi e rimase sganciato per qualche anno, salvo poi tornare all’ovile, è la prima volta che un allenato di Berlusconi, pone il problema dei rapporti tra Berlusconi e la Pd2, anche se in maniera velata, ma comunque chi doveva capire ha capito e si smarca anche a stretto giro di posta sui temi della lotta alla mafia, appena il giorno prima Berlusconi aveva detto: è una follia che pezzi di procure si occupino ancora di indagini su fatti vecchi del 1992/1993/1994 cospirando contro di noi, Fini il giorno dopo ha detto: Santo Dio, che dovrebbero fare i magistrati quando si ritrovano in mano delle novità sulle stragi? Sono le ultime stragi che si sono verificate in Italia quelle del 1992 e 1993, che possono e che debbono fare i magistrati quando hanno novità su quelle stragi, se non riaprire le indagini o proseguire le indagini? Che devono fare, eliminare il testimone o il pentito che gli sta dando nuove informazioni? Cestinare le carte, mangiarsele? Probabilmente è quello che vorrebbe Berlusconi, non è escluso che non ci siano magistrati che fanno così o che hanno fatto così in passato e che poi hanno fatto carriera.
Per fortuna ce ne sono ancora a Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta che sono invece interessati alla verità.
Il giorno dopo la dichiarazione di Berlusconi sulla follia e la cospirazione interviene Fini e dice: se non abbiamo niente da nascondere, cari amici per quale motivo dovremmo dirci contrari alla riapertura delle indagini. All’indomani ancora, l’altro Presidente, quello che purtroppo adesso è il capo dello Stato reggente, perché Napolitano è in Corea, cioè il grande statista Renato Schifani, già socio nella sicula broker di due persone che oggi sono condannate e in galera per mafia, è intervenuto dicendo che lui non ama i teoremi giudiziari su mafia e politica, te credo, ne ha ben donde avendo avuto dei soci così, ci mancherebbe che amasse, non dico i teoremi, diciamo le indagini sulla mafia!
Tra l’altro l’uso della parola “teorema” è una delle parole che andrebbero abolite a proposito della giustizia, perché il teorema è una dimostrazione matematica, qualcosa di scientifico, il teorema di Euclide, di Pitagora, qui si usa la parola “teorema” come se fosse una fumisteria, è esattamente il contrario del significato etimologico del termine, teorema è tac, tac, invece qui dicono “teorema, quindi non è vero niente, non si rendono conto che quando chiamano teorema un’ipotesi investigativa, la stanno nobilitando, sono ignoranti oltre a essere dei mascalzoni! In ogni caso questo è il clima, Fini ha detto ciò che neanche il centro-sinistra ha detto, perché lo sapete, in questi anni il centro-sinistra non ha mai detto nulla di nulla, di nulla, salvo rarissime e poco importanti eccezioni sulla necessità di scoprire i mandanti occulti delle stragi, la ragione è molto semplice, che le trattative che nascondono i mandanti occulti delle stragi, almeno dalla strage di Borsellino a quelle di Roma, Firenze e Milano, si svolgono a cavallo tra la prima e la seconda repubblica, la prima trattativa importante è quella avviata dal Ros dei Carabinieri tramite Vito Ciancimino della quale sta parlando il figlio di Ciancimino e della quale hanno già parlato Brusca e altri e lì Berlusconi non c’era in politica, in politica c’era il Governo Amato con il suo neoministro dell’interno Nicola Mancino e del quale hanno parlato Brusca, il figlio di Ciancimino, Paolo Borsellino nel suo diario, a proposito del famoso incontro etc..
La seconda trattativa è quella che invece avviene dopo l’arresto di Riina e le nuove stragi nel continente, che probabilmente furono fatte per richiamare qualcuno a trattare, dopo l’arresto di Riina e dello stesso Ciancimino, è quella, leggiamo nella sentenza Dell’Utri è una trattativa che ha fatto Dell’Utri con Provenzano e con Mangano che faceva la spola tra Palermo e Milano, mentre a Milano nasceva Forza Italia e a Palermo la mafia decideva di affossare il suo stesso partito che aveva costruito negli ultimi anni, Sicilia Libera per confluire nel partito di Dell’Utri e di Berlusconi, quindi capite che se della prima trattativa, come molti dicono, erano consapevoli e addirittura ispiratori o comunque erano d’accordo personaggi della prima repubblica che oggi stanno nel centro-sinistra, non c’è una grande voglia del centro-sinistra di fare giustizia, infatti avete visto che tutte le contraddizioni che sono emerse questa estate a proposito di Mancino, l’intervista di Ayala, le ritrattazioni, le correzioni di tiro e di rotta, sono passate completamente inosservate anche sulla stampa “libera” ammesso che ne esista una.
Preoccupazione a destra e a sinistra
Quindi non c’è solo Berlusconi che deve preoccuparsi e che è preoccupato dalla riapertura di quei capitoli, ma c’è anche qualche bello spezzone del vecchio centro-sinistra confluito nella cosiddetta seconda repubblica.
Fini per sua fortuna ne ha fatte ovviamente tante anche lui, sta arrivando molto in ritardo a sganciarsi da Berlusconi, questo mio non è un elogio di Fini naturalmente, ma Fini ha la fortuna di non avere vissuto da protagonista quelle vicende, quindi di poter dire guardando a destra e a sinistra, se non abbiamo niente da nascondere per quale motivo non dovremo incoraggiare i magistrati a andare fino in fondo? Speriamo che tenga botta, visto che l’abbiamo già visto sporgersi molto spesso e poi rinculare immediatamente dopo le solite bastonate che televisioni e house organ del Cavaliere gli tirano, speriamo che questa volta metta le palle sul tavolo, uso un’espressione volgare, ma credo che di questo ci sia bisogno per questo personaggio e le tenga lì e nei prossimi mesi cerchi di fare argine contro la bufera che investirà la Magistratura che sta indagando sulle stragi, sui mandanti occulti e sulle trattative perché è evidente che se quelle indagini andranno a buon fine, prima o poi noi scopriremo cosa è stato scoperto e quando scopriremo cosa è stato scoperto, ci sarà chi naturalmente avrà paura di quelle verità e quindi tenterà continuamente di delegittimare testimoni, collaboratori di giustizia e magistrati come già avvenne a metà degli anni 90, quando i primi mafiosi collaboratori cominciarono a parlare di queste cose, furono prima insultati oppure screditati da politici di destra e di sinistra che vanno da Napolitano a Del Turco, allora Presidente dell’antimafia ai soliti trombettieri berlusconiani che poi dovettero fare la legge sui pentiti per tappare loro la bocca.
Questa volta si spera che ci sia qualcuno in ambito politico che si occupa di queste vicende e che si mette a difendere non i teoremi, ma semplicemente i magistrati che fanno il loro dovere punto e basta per quanto riguarda Fini.
Invece la domanda vera è: perché Berlusconi si è scatenato? Berlusconi si è scatenato e il giorno dopo è arrivato il Procuratore di Palermo e ha dichiarato: non capisco per quale motivo il Cavaliere si sia scatenato così tanto a proposito di Palermo che indagherebbe sulle stragi, Palermo non ha nessuna competenza per indagare sulle stragi, quindi noi non abbiamo nessuna indagine sulle stragi, per quale motivo se la prende con noi? Il Procuratore Messineo ha risposto così, in effetti non si capisce di cosa stia parlando il Cavaliere, a meno che il Cavaliere non abbia delle informazioni che noi non abbiamo, perché? Perché in questo momento la geografia delle indagini sui mandanti occulti e sulle trattative è così disposta: competente sulla strage di Capaci e di Via D’Amelio è la Procura di Caltanissetta, perché? Perché sono morti due magistrati di Palermo e quindi quando accusato di commettere un reato, oppure vittima di un reato è un magistrato, se ne occupano i suoi colleghi ma del distretto confinante, non se ne possono occupare i colleghi del suo stesso ufficio, quindi Caltanissetta indaga su Capaci e Via D’Amelio, su Capaci non ci sono novità, i processi giunti a definitiva conclusione, reggono e quindi non ci sono novità.
Invece per quanto riguarda Borsellino, le novità ci sono altroché e riguardano le dichiarazioni sia di Spatuzza, che è l’ex  capo della Famiglia di Brancaccio e le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, queste novità porteranno probabilmente, anzi quasi sicuramente, alla revisione del processo Borsellino, laddove ci si occupava di quello che materialmente portò l’automobile, il cui blocco motore fu poi trovato sulla scena della strage, la macchina imbottita di esplosivo che uccise Borsellino e gli uomini della sua scorta.
Per questa ricostruzione si era dato credito, non soltanto a Vincenzo Scarantino che si era autoaccusato di avere rubato e portato la macchina, ma anche a altri che convalidavano quella sua tesi e soprattutto si era dato credito a una serie di elementi che sembravano confermarla. Ora c’è un altro che si accusa che è Gaspare Spatuzza e quindi le sue dichiarazioni sono ritenute più credibili di quelle di Scarantino e quindi probabilmente ci sarà da rivedere alcune posizioni, che comunque non cambiano il quadro di insieme, semplicemente cambia “famiglia” la strage di Via D’Amelio, ma sempre mafia è, sempre Cosa Nostra, e sempre va scoperto chi suggerì a Toto Riina l’accelerazione di quella strage, perché Riina com’è noto non aveva in programma di uccidere Paolo Borsellino, aveva in programma tutt’altri obiettivi nell’estate del 1992, quando invece gli arrivò questo ordine esterno che poi sfociò nella strage di Via D’Amelio.
Queste novità  di Caltanissetta, per il momento non sono note per quanto riguarda invece i mandanti esterni della strage Borsellino e è probabile che non ci siano grosse novità sui mandanti esterni, le novità invece emergono più a Palermo, a questo proposito, per quale motivo? A Palermo si sta indagando non sulle stragi, Palermo non può indagare sulle stragi perché le vittime delle stragi erano i magistrati palermitani Falcone e Borsellino. Palermo sta indagando sulle trattative che si svolsero a Palermo, naturalmente e che sfecero da sfondo alle stragi, quindi è una specie di fondale davanti al quale si muovono la mafia e i suoi obiettivi e che possono aiutare a capire il contesto di quelle stragi, ma che non arriveranno mai a colpire i mandanti occulti delle stragi, perché di quelli, se verranno individuati, si dovranno occupare i magistrati di Caltanissetta per quanto riguarda Capaci e Via D’Amelio e quelli di Firenze per quanto riguarda le stragi del continente.
Firenze è  competente sulle stragi di Via dei Georgofili, delle Basiliche di San Giorgio Al Velabro e San Giovanni Laterano e di Via Palestro padiglione di arte moderna e contemporanea a Milano, sono stragi che si sono verificate in rapida successione, sapete che il 14 maggio 1993 tentarono di fare la pelle a Maurizio Costanzo in Via Fauro a Roma, il 27 maggio colpirono Via dei Georgofili, la Torre dei Pulci vicino agli Uffizi a Firenze e fecero 5 morti, se non erro, e una dozzina di feriti, il 27 luglio ci furono le due stragi in simultanea a Milano al padiglione di arte moderna di Via Palestro, altri 5 morti e a Roma qualche ferito soltanto alle due basiliche del Velabro e del Laterano.
Questa successione di eventi è stata ritenuta ovviamente parte di un’unica strategia e se ne è occupata sempre la Procura di Firenze.
Il ritorno di Ilda Bocassini
Recentemente si è sentito parlare di un ritorno di fiamma di Ilda Boccassini che è Procuratore aggiunto a Milano e che prossimamente potrebbe diventare il capo della direzione distrettuale antimafia della Procura di Milano. Di cosa si sta occupando la Boccassini? Si sta occupando un po’ come sta facendo quella di Palermo, nei confronti della strage di Via D’Amelio, allo stesso modo quello che sta facendo la Boccassini nei confronti delle stragi del 1993, si sta occupando del contesto politico – imprenditoriale che in quel periodo stava di sfondo alle stragi e che ha prodotto le stragi, stragi che lo sanno anche i bambini, non possono essere state decise in autonomia da Totò Riina prima e da Leoluca Bagarella dopo, con tutta la fiducia che possono avere del loro livello culturale, l’idea che Totò ‘u curto e i suoi uomini e parenti fossero molto ferrati sulla dislocazione del padiglione di arte moderna e contemporanea di Via Palestro a Milano o sulla Torre dei Pulci a Firenze o sul Velabro a Roma, neanche sapevano che esistevano questi monumenti, è ovvio, fossero stati la Torre di Pisa o il Colosseo, uno potrebbe anche attribuirglieli, ma è evidente che questi sono degli obiettivi talmente mirati e talmente particolari che qualche suggeritore c’è per forza e del resto nelle sentenze lo si legge.
La Boccassini quindi si sta occupando anche lei, avendo sentito Spatuzza, come ha fatto la Procura di Firenze perché? Perché Spatuzza si occupa anche di un’altra strage, oltre a essersi autoaccusato della strage Borsellino dice, essendo lui stato il capo del mandamento di Brancaccio, mandamento di Brancaccio che era capitanato dalla famiglia Graviano, sono quelli che hanno fatto fuori Don Puglisi e sono quelli che si sono occupati materialmente delle stragi del 93. Che cosa dice Spatuzza dei Graviano? Parla dei rapporti che avevano i Graviano a Milano con personaggi che già risulta – basta avere letto la sentenza Dell’Utri per saperlo – che hanno avuto rapporti con Dell’Utri: l’abbiamo pubblicate un po’ di carte del processo Dell’Utri, c’è un libro che si chiama “ L’Amico degli Amici”, è un libro arancione, sono tutti gli atti, insomma è abbastanza impegnativo, però pubblicato dalla Bur potrebbe essere utile là, soprattutto, dove si raccontano i rapporti tra Dell’Utri e alcuni uomini legati al clan dei Graviano, che gravitavano, in quel 1993, a Milano. Ce ne era uno in particolare che era arrivato a Milano per sistemare suo figlio nei pulcini del Milan e Dell’Utri pare abbia fatto da tramite. Quindi stiamo parlando, anche qui, di rapporti che non sappiamo se costituiscono reato o meno, ma che insomma c’erano.
Secondo Attilio Bolzoni, che l’ha scritto su Repubblica ieri, Spatuzza ha detto ai magistrati di Firenze “ Giuseppe Graviano mi disse che, per quell’attentato, avevamo la copertura politica del nostro compaesano”: il compaesano pare di capire, anche se bisogna stare attenti – e infatti qua su Repubblica stanno molto attenti – sembrerebbe essere il siciliano più illustre di Forza Italia, ossia Marcello Dell’Utri, dice sempre Spatuzza. Spatuzza lo dice a Firenze, a Milano la Boccassini sta lavorando su tutti i rapporti imprenditoriali, soprattutto, che la famiglia Graviano aveva avviato a Milano e sui contatti che c’erano tra quegli ambienti e gli ambienti dellutriani, per spiegare che cosa stava dietro, cioè per spiegare se è così folle l’idea che i Graviano e Dell’Utri abbiano qualcosa a che fare, o se invece emergono dei punti di contatto e, come vi ho detto, già emergono nel processo Dell’Utri. Sapete quale è la mia impressione? La mia impressione.. ah, naturalmente qui l’attentato di cui si parla, di cui parla Spatuzza – “ Giuseppe Graviano mi disse che, per quell’attentato, avevamo la copertura politica del nostro compaesano” – Spatuzza sta parlando dell’ultimo attentato, ovvero di una Lancia Thema imbottita con 120 chili di esplosivo che, tra il novembre e il dicembre del 93, doveva esplodere allo Stadio Olimpico e fare una strage di Carabinieri del servizio d’ordine; su quella strage ci sono sempre stati problemi di datazione, anche perché, per fortuna, non si è mai verificata, nel senso che la prima volta si guastò un innesco elettrico e conseguentemente non esplose la bomba e la volta seguente, quando tutto era pronto, invece ci fu un contrordine e di lì la mafia smise di sparare, perché probabilmente aveva trovato colui il quale era in grado di mantenere i patti, dopo averli fatti e, secondo la sentenza Dell’Utri, quel “colui” era Marcello Dell’Utri. E’ proprio questo che volevo dire: si parla molto, sui giornali, di “chissà cosa stanno scoprendo, chissà cosa ha trovato la Boccassini, chissà cosa hanno a Firenze in mano, chissà a Palermo come cospirano, chissà a Caltanissetta” etc. etc.. L’impressione è che, per quanti passi in avanti stiano facendo queste indagini sulle stragi, per quello che interessa noi cittadini, giornalisti, lettori di giornali, le cose più pesanti sono già scritte: sono già scritte nella sentenza di primo grado del Tribunale di Palermo che, nel dicembre del 2004, ha condannato Marcello Dell’Utri a nove anni di reclusione per concorso esterno associazione mafiosa.
“Abbiamo le prove”
Dubito che i magistrati abbiano potuto scoprire qualcosa di più pesante di quello che c’è scritto in quella sentenza: probabilmente se qualcuno, in questi giorni, scrivesse su un giornale – cito a caso – “ ho le prove inoppugnabili che Dell’Utri per trenta anni, prima come ideatore e creatore del movimento politico di Publitalia e poi del movimento politico Forza Italia, è stato l’anello di congiunzione tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Abbiamo le prove della posizione assunta da Dell’Utri nei confronti di noti esponenti di Cosa Nostra, dei suoi contatti diretti e personali con alcuni di essi (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, Tanino Cinà), abbiamo le prove del ruolo ricoperto da Dell’Utri nell’attività di costante mediazione tra il sodalizio criminoso, cioè la mafia, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi, con particolare riguardo alla Fininvest. Abbiamo le prove sulle funzioni di garanzia svolte da Dell’Utri nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona. Abbiamo le prove che si adoperò affinché Berlusconi assumesse un mafioso nella sua villa, come responsabile o fattore, o soprastante, come si dice in siciliano e non come mero stalliere, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano fin dai tempi di Palermo: anzi, proprio per tale sua qualità delinquenziale Dell’Utri fece assumere Mangano da Silvio Berlusconi”.
E ancora, se ci fosse qualcuno che dice “abbiamo le prove che, quando fece assumere Mangano, perché era un delinquente, da Berlusconi, ottenne l’avallo compiaciuto di Stefano Bontate e Girolamo Teresi che, all’epoca, erano i due uomini d’onore più importanti di Cosa Nostra a Palermo. E poi abbiamo le prove sugli ulteriori rapporti di Dell’Utri con Cosa Nostra, favoriti, in alcuni casi, dalla fattiva opera di mediazione del suo amico Tanino Cinà, protrattisi per un trentennio”. Pensate se ci fosse qualcuno che dice che, per 30 anni, Dell’Utri ha avuto rapporti con Cosa Nostra! Per trenta anni, non per qualche giorno o per qualche mese!
“Nel corso di quel trentennio abbiamo le prove che Dell’Utri ha continuato la sua amichevole relazione con il mafioso Cinà e con il mafioso Mangano che, nel frattempo, era diventato il capo del mandamento di Porta Nuova, il mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo e palesava, a Mangano, una disponibilità non solo fittizia: lo incontrava ripetutamente nel corso del tempo, consentendo che Cosa Nostra percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Berlusconi”, ossia Dell’Utri consentiva che la mafia prendesse dei soldi dalla Fininvest, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa e il gruppo Fininvest, per esempio quando la mafia mette le bombe alla Standa Berlusconi interviene.. scusate, Dell’Utri interviene per fare cessare gli attentati, però l’azienda di Berlusconi paga il pizzo alla mafia, quindi Dell’Utri non si sa mai bene da che parte sta: sta da tutte e due le parti, dell’estorto e dell’estortore, promettendo appoggi in campo politico e giudiziario alla mafia. Abbiamo le prove che queste condotte sono state dimostrate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche e ambientali, conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Mangano, Cinà, dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Insomma, abbiamo la prova che la sua attività in quei trenta anni ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo a mantenere, consolidare e rafforzare Cosa Nostra, alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, per esempio la Fininvest, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato sensu, politici.
Oltre a essere un reato l’associazione mafiosa in concorso esterno, queste cose sono ancora più gravi in quanto Dell’Utri ha favoreggiato un’associazione armata, un’associazione e un’organizzazione criminale armata e poi un’organizzazione che opera anche nel campo economico, utilizzando e investendo i profitti dei delitti che, tipicamente, pone in essere in esecuzione del suo programma criminoso. E quindi tutto ciò è gravissimo, perché? Perché abbiamo la prova che Dell’Utri ha voluto mantenere vivo per circa 30 anni il suo rapporto con la mafia, anche dopo le stragi del 92 e 93, quando persino i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla vendetta di Cosa Nostra, quando persino Andreotti tentò di staccarsi, in extremis, dalla mafia: Dell’Utri no, coerente nei secoli e fedele e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale, di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso. Dell’Utri continuò a avere rapporti con la mafia anche dopo le stragi, pur avendo a motivo delle sue conclusioni personali, sociali, culturali e economiche tutta la possibilità per distaccarsene e per rifiutare ogni richiesta da parte di soggetti intranei o vicini a Cosa Nostra. Si ricordi, sotto questo profilo, l’indubbio vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di aver impiantato altrove la sua attività professionale. E ancora tutto ciò è gravissimo, in quanto il suo consapevole contributo a Cosa Nostra, reiteratamente prestato con diverse modalità a seconda delle esigenze del momento, in relazione ai singoli episodi esaminati nel racconto della sua vita, ha creato innumerevoli vantaggi alla mafia: prima, quando la mafia aveva interesse a rapportarsi con una grossa azienda e un grosso gruppo finanziario come la Fininvest e poi quando la mafia aveva necessità di rapportarsi a un nuovo partito, visto che quelli vecchi erano scomparsi Dell’Utri mise addirittura a disposizione un partito e l’idea, nel 93, la ebbe lui.  E è grave il tentativo di inquinare le prove nel suo processo e, anche questo, è dimostrato e è grave che, contando sull’amicizia di Mangano, la mafia gli abbia chiesto favori legati alla sua attività imprenditoriale. E infine, è dimostrata la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa nel campo della politica, in un periodo storico, dopo il 92, in cui Cosa Nostra aveva dimostrato la sua efferatezza criminali attraverso le stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato e inoltre quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse ai suoi incarichi istituzionali – Dell’Utri era entrato in Senato, è Senatore, diventa Europarlamentare, membro del Consiglio d’Europa – avrebbero dovuto imporgli una maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo a evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche lui conosceva molto bene, per tutta la sua storia pregressa.

Nessuna novità: dice tutto la sentenza Dell’Utri
Questo è.. immaginate se oggi qualcuno dicesse queste cose in un’intervista a un giornale: tutti direbbero “ eh, clamorose novità sul caso Dell’Utri /Berlusconi”, in realtà queste cose le hanno scritte i giudici del Tribunale di Palermo nella sentenza che motiva la condanna di Dell’Utri a nove anni, solo che voi non le avete mai lette da nessuna parte, salvo rare eccezioni e quindi oggi ci si immagina chissà cosa dalle novità in materia di mafia e politica, stragi e trattative e non si sa quello che, almeno il Tribunale di Palermo, dopo nove anni di processo, salvo che siano tutti impazziti, ha ritenuto accertato. Adesso, naturalmente, bisognerà vedere come andrà il processo d’appello, ma questo è quello che hanno scritto i giudici di primo grado e, quando leggete che Berlusconi è stato completamente scagionato dalle accuse di mafia, perché non stavano in piedi, non ci crediate perché non è vero niente! Non credeteci – ho detto un congiuntivo che non c’entrava niente, mi scuso – non credeteci, sappiate – qui il congiuntivo ci sta bene – che le sei indagini aperte dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco sono state archiviate non perché non ci fosse niente, anzi: si è stabilito semplicemente, con l’archiviazione, che quelle indagini dovevano essere chiuse perché erano scaduti i termini massimi per le indagini stesse e, in quei termini, non si erano trovati elementi sufficienti per portare Berlusconi a giudizio, non che non era emerso niente, erano emerse un sacco di cose terribili dal punto di vista morale e politico, non bastavano per arrivare a presumere una condanna in sede penale e conseguentemente si è deciso di archiviarle. Archiviare vuole dire mettiamo in freezer in attesa di novità: se arrivano novità scongeliamo, questa è l’archiviazione. Ecco perché Berlusconi ha paura: ha paura che, se arriva qualche novità, possano tirare fuori dal freezer qualcosa che è stato solo archiviato, ossia è lì congelato.
Per quanto riguarda invece le indagini sui mandanti esterni, non è vero niente che Berlusconi e Dell’Utri furono archiviati a Firenze a Caltanissetta perché non era emerso nulla a loro carico: anzi, a Firenze, a proposito delle stragi del 93, c’è scritto – lo scrive il G.I.P. che archivia la posizione di Berlusconi e Dell’Utri – che “ i due hanno intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali a cui è riferibile il programma stragista realizzato”, ovvero che avevano dei rapporti con quelli che avevano fatto le stragi. “ Esiste un’obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra, rispetto a alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione”, cioè di Forza Italia, “ articolo 41 bis, legge sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale, asseritamente trascurato nelle leggi dei primi anni 90” e poi, sempre il G.I.P., aggiunge che “ l’ipotesi iniziale, quella di un coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi del 93 a Milano, Firenze e Roma, ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”, ma è scaduto il termine massimo per indagare e quindi archiviazione. Lo stesso ha scritto il G.I.P.  di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, quando ha archiviato la posizione di Dell’Utri e Berlusconi, che erano stati indagati come possibili mandanti esterni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio e Tona ha detto “ gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra e esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati”, ossia dai due indagati Dell’Utri e Berlusconi. “Cioè è di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio  di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione – cioè della mafia – quali eventuali nuovi interlocutori”: anche qui non sono emersi elementi sufficienti per andare a giudizio e quindi congeliamo, archiviamo. Questo c’è scritto, il che non significa che sono stati loro, ma non significa neanche che, se qualcuno intende riprendere in mano quelle vicende e, al momento, non risulta che nessuno abbia chiesto di riaprire le indagini archiviate a carico di Berlusconi e Dell’Utri per strage, commetta una follia: semplicemente si inserirebbe su un supporto che è già stato ampiamente elaborato in quegli anni e, se oggi emergessero delle novità, come dice giustamente Gianfranco Fini, esse andrebbero coltivate, ma ho l’impressione che Berlusconi sia più preoccupato di quello che i fatti finora raccolti lo autorizzino a preoccuparsi; è chiaro che lui è preoccupato, perché probabilmente ne sa più di noi!
La prossima settimana uscirà Il Fatto quotidiano, c’è ancora tempo per abbonarsi a prezzi scontati su antefatto.it e lunedì prossimo vi dirò un po’ di nomi di belle firme che abbiamo ingaggiato e che troverete dal 23 settembre su Il Fatto quotidiano. Passate parola!”

Categorie: berlusconi · giustizia · mafia · massoneria · politica · strategia della tensione
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Antimafia Duemila – Lo Stato e’ Cosa Nostra

12 Settembre 2009 · 2 Commenti

Antimafia Duemila – Lo Stato e’ Cosa Nostra.

di Ferdinando Imposimato – 11 settembre 2009
Il filo rosso che lega pezzi dello Stato, servizi e mafie, oggi viene alla luce destando clamore con le rivelazioni di Ciancimino, ma parte da lontano. Imposimato, un protagonista di quegli anni della storia italiana, ripercorre le tappe del patto scellerato.

Molti anni fa una giornalista americana, Judith Harris, del Reader’s Digest, mi chiese quale fosse la differenza tra Brigate rosse e mafia. Senza pensarci due volte risposi: le Br sono contro lo Stato, la mafia e’ con lo Stato. E spiegai che la capacita’ della mafia e’ di intessere legami stretti con le istituzioni – politica, magistratura, servizi segreti – a tutti i livelli. Con le buone o le cattive maniere. Chi resiste, come Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, viene eliminato, senza pieta’. Collante tra mafia e Stato e’ da sempre la massoneria. Questo sistema di legami, che risale alla strage di Portella delle Ginestre, non si e’ mai interrotto nel corso degli anni, anzi si e’ rafforzato ed e’ diventato piu’ sofisticato. Ma molti hanno fatto finta che non esistesse. Complice la stampa manovrata da potenti lobbies economiche.

Da qualche tempo e’ affiorato, nelle indagini sulle stragi mafiose del 1992, il tema della possibile trattativa avviata da Cosa Nostra tra lo stato e la mafia dopo la strage di Capaci, per indurre le istituzioni ad accettare le richieste mafiose: questo sarebbe il movente della uccisione di Borsellino. Non ho dubbi che le cose siano andate proprio in questo modo. Ma per capire quello che si e’ verificato ai primi anni ‘90, occorre uno sguardo verso il passato. Partendo dall’assassinio di Aldo Moro e da cio’ che lo precedette e lo segui’.

Con la riforma del 1977, che istitui’ il Sismi ed il Sisde, i primi atti del presidente del consiglio Giulio Andreotti e del ministro dell’interno Francesco Cossiga furono la nomina ai vertici dei servizi segreti di Giuseppe Santovito e Giulio Grassini, due generali affiliati alla P2 di Licio Gelli: che gia’ allora era legato a Toto’ Riina, il capo di Cosa Nostra. Furono diversi mafiosi a rivelare questo collegamento tra Gelli e Riina.

I servizi segreti di quel tempo non persero tempo: strinsero patti scellerati con Pippo Calo’ e la banda della Magliana, contro la quale, senza rendermene conto, fin dal 1975 avevo cominciato ad indagare, assieme al pm Vittorio Occorsio: con lui trattavo alcuni processi per sequestri di persona, tra cui quelli di Amedeo Ortolani, figlio di Umberto, uno dei capi della P2, di Gianni Bulgari e di Angelina Ziaco; sequestri che vedevano coinvolti esponenti della Magliana, della P2 e del terrorismo nero. Tra gli affiliati alla loggia di Gelli c’era un noto avvocato penalista, riciclatore del denaro dei sequestri, che poi venne stranamente assolto dopo che Occorsio aveva dato parere contrario alla sua scarcerazione. Di quella banda facevano parte uomini come Danilo Abbruciati, legati alla mafia ed ai servizi segreti. Occorsio, che aveva scoperto l’intreccio tra la strage di Piazza Fontana, l’eversione nera e la massoneria, venne assassinato l’11 luglio 1976. Per l’attentato fu condannato Pier Luigi Concutelli, che risulto’ iscritto alla loggia Camea di Palermo, perquisita da Falcone.

La mia condanna a morte fu pronunciata, probabilmente dalla stessa associazione massonica, subito dopo che fui incaricato di istruire il caso Moro, in cui apparvero uomini della mafia guidati da Calo’, i capi dei servizi manovrati dalla banda della Magliana e politici amici di Gelli. A raccontarlo al giudice Otello Lupacchini fu il mafioso Antonio Mancini; costui disse che verso la fine del 1979 o i primi del 1980, avendo fruito di una licenza dalla Casa di lavoro di Soriano del Cimino, non vi aveva fatto rientro; in occasione di un incontro conviviale in un ristorante di Trastevere, l’Antica Pesa o Checco il carrettiere, cui aveva partecipato assieme ad Abbruciati, a Edoardo Toscano, ai fratelli Pellegrinetti, a Maurizio Andreucci e a Claudio Vannicola, mentre si discuteva del controllo del territorio del Tufello per il traffico di stupefacenti, si parlo’ «di un attentato alla vita del giudice Ferdinando Imposimato». «Dal discorso si capiva che non si trattava di un’idea estemporanea: era evidente che erano stati effettuati dei pedinamenti nei confronti del magistrato e della moglie; che erano stati verificati i luoghi nei quali l’attentato non avrebbe potuto essere eseguito con successo; si era stabilito che comunque non si trattava di un obiettivo impossibile, per carenze della sua difesa nella fase degli spostamenti in auto: il luogo in cui l’attentato poteva essere realizzato era in prossimita’ del carcere di Rebibbia dove la strada di accesso all’istituto si restringeva e non vi erano presidi militari di alcun genere». Proseguiva Mancini: «Quando sentimmo il discorso che si fece a tavola, io e Toscano pensammo che l’attentato dovesse essere una sorta di vendetta per l’impegno profuso dal magistrato nei processi per sequestri di persona da lui istruiti e che avevano visto coinvolti i commensali, i quali parlavano del giudice Imposimato definendolo “quel cornuto che ci ha portato al processo” Successivamente, parlando dell’attentato ai danni del giudice Imposimato, Abbruciati mi spiego’ che, al di la’ delle ragioni personali che pure aveva, aveva ricevuto una richiesta in tal senso “da personaggi legati alla massoneria”, dei quali il giudice Imposimato aveva toccato gli interessi».

In seguito, durante le indagini su Andreotti per l’omicidio di Mino Pecorelli, il procuratore della Repubblica di Perugia accerto’ che alla riunione, nel corso della quale si parlo’ dell’attentato alla mia persona, avevano partecipato due uomini dei servizi segreti militari italiani di cui Mancini fece i nomi: essi furono incriminati e rinviati a giudizio per favoreggiamento. In seguito i due mi avvicinarono dicendomi che loro «non c’entravano niente con quella riunione» e che «evidentemente c’era stato uno scambio di persone da parte di Mancini, altri due uomini del servizio erano coloro che avevano preso parte a quell’incontro in cui venne annunciata la condanna a morte». Ovviamente non fui in grado di stabilire chi fossero i due agenti dei servizi. Restava il fatto che c’era stato un summit tra agenti segreti e mafiosi per decidere di eliminare, per ordine della massoneria, un giudice che istruiva due processi “scottanti”: quello sulla banda della Magliana e il processo per la strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Moro. Ne’ io potevo occuparmi di una vicenda che mi riguardava in prima persona come obiettivo da colpire.

Ma nessuno – tranne Falcone, che seppe, mi sembra da Antonino Giuffre’, che Riina aveva avallato l’assassinio di mio fratello – si preoccupo’ di stabilire chi dei servizi avesse partecipato al summit in cui era stato annunciato l’imminente assassinio del giudice che in quel momento si stava occupando del caso Moro. Processo in cui, trenta anni dopo, venne alla luce il ruolo determinante della massoneria, della mafia e della politica.

In quel periodo non mi occupavo solo di sequestri di persona, ma anche del falso sequestro di Michele Sindona, altro uomo della P2, e dell’assassinio di Vittorio Bachelet, dei giudici Girolamo Tartaglione e Riccardo Palma e, naturalmente, del caso Moro; ed avrei accertato, dopo anni, che della gestione del sequestro Moro si erano occupati, nei 55 giorni della prigionia, i vertici dei servizi segreti affiliati alla P2 e legati alla banda della Magliana. Ma tutto questo all’epoca non lo sapevo: la scoperta delle liste di Gelli avvenne nella primavera del 1981. Cio’ che e’ certo e’ che il capo del Sismi, Santovito, piduista, era nelle mani di uomini della Magliana, articolazione della mafia a Roma. E dunque il racconto di Mancini era vero in tutto e per tutto. Qualcuno voleva evitare che la mia istruttoria su Moro e quella sulla banda della Magliana mi portassero a scoprire il complotto politico-massonico che, con la strumentalizzazione di sanguinari ed ottusi brigatisti, aveva decretato l’assassinio di Moro per fini che nulla avevano a che vedere con la linea della fermezza.

Il disegno di costringermi a lasciare il processo sulla Magliana e quello sulla strage di via Fani riusci’, ma non secondo il piano dei congiurati. La mia uccisione non ebbe luogo per le precauzioni che riuscii a mettere in atto, ma nel 1983, nel pieno delle indagini su Moro, venne ucciso mio fratello Franco da uomini della mafia manovrati da Calo’: gli stessi che avevano eseguito la vergognosa messinscena del 18 aprile 1978, ossia la morte di Moro nel lago della Duchessa. Era evidente come il Sismi, che si era servito del mafioso Antonio Chichiarelli per preparare il falso comunicato, erano tutt’uno con la mafia, della quale si servivano per compiere operazioni sporche di ogni genere, compresa quella del lago della Duchessa, che provoco’ una reazione violenta delle Br contro Moro, divenuto “pericoloso”.

A distanza di 30 anni dal processo Moro e di 26 anni dall’assassinio di mio fratello Franco – assassinio che mi costrinse a lasciare la magistratura e tutte le mie inchieste – ho avuto la possibilita’ di scoprire quali fossero le ragioni del progetto criminale contro di me: impedirmi di conoscere il complotto contro Moro. Non era una trattativa tra Stato e mafia, ma un vero e proprio accordo tra servizi, mafia e massoneria, che, con la benedizione dei politici, sanci’ prima la eliminazione di Moro e poi la mia esecuzione: la quale falli’, ma si ritorse contro mio fratello Franco, il quale prima di morire, mi chiese di non abbandonare le indagini. Il risultato fu che dopo quel barbaro assassinio fui costretto ad abbandonare tutte le inchieste sulla mafia e sui legami tra mafia, massoneria e stragismo. E nel 1986 dovetti rifugiarmi alle Nazioni Unite.

Durante le indagini che io conducevo a Roma sul falso sequestro Sindona, Falcone a Palermo per associazione mafiosa, e Turone e Colombo a Milano per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, venne fuori a Castiglion Fibocchi, nella villa di Gelli, l’elenco degli iscritti alla P2. Enorme fu la sorpresa degli inquirenti: comprendeva i capi dei servizi segreti italiani e del Cesis, l’organismo che coordinava i servizi, e di quelli che facevano parte del Comitato di crisi del Viminale. Quel comitato che era stato istituito da Cossiga con l’avallo di Andreotti. Dopo la scoperta, venne decisa dal ministro Virginio Rognoni l’epurazione degli uomini di Gelli dai servizi e dal ministero dell’interno; ma di fatto non fu cosi’. La Loggia del Venerabile mantenne il controllo sui servizi segreti, come ebbe modo di accertare la Commissione parlamentare sulla P2; e le deviazioni continuarono, con la complicita’ dei vari governi che si susseguirono. La corruzione dei politici di governo, le intercettazioni abusive su avversari politici, giornalisti e magistrati, i ricatti fondati su notizie personali sono stati una costante della vita dei servizi (la vicenda Pollari-Pompa docet) senza che mai i responsabili abbiano pagato per le loro colpe.

Oggi e’ riesplosa sulla stampa, per pochi giorni, la storia legata alla morte di Borsellino, subito silenziata dai mass media. La magistratura di Caltanissetta ha riaperto un vecchio processo che collega la sua tragica morte a moventi inconfessabili legati a menti raffinate delle stesse istituzioni. L’ipotesi investigativa prospetta la possibilita’ che Borsellino sia rimasto schiacciato nell’ingranaggio micidiale messo in moto da Cosa Nostra e da una parte dello Stato in sintonia con la mafia, allo scopo di trattare la fine della violenta stagione stragista in cambio di concessioni ai mafiosi responsabili di crimini efferati come la strage di Capaci. Si trattava di una vergogna, un’offesa alla memoria di Falcone ed ai cinque poliziotti coraggiosi morti per proteggerlo. Salvatore Borsellino dice che le prove di questa ricostruzione erano nell’agenda rossa sparita del fratello Paolo, il quale, informato di questa infame proposta, probabilmente ha reagito con sdegno e rabbia: sapeva che lo Stato voleva scendere a patti con gli assassini. Di qui la decisione di accelerare la sua fine.

Ricordo che in quel tragico luglio del 1992, poco prima della strage di via D’Amelio, ero alla Camera dei deputati dove le forze contigue alla mafia erano ancora prevalenti e rifiutavano di approvare la norma voluta da Falcone, da me e da molti altri magistrati antimafia: la legge sui pentiti e il 41 bis. Nonostante la morte di Falcone, non c’era la maggioranza. Fu necessaria la morte di Borsellino per il suo varo. E oggi la si vuole abrogare.

L’aspetto piu’ inquietante riguarda il ruolo di un ufficio situato a Palermo nei locali del Castello Utveggio, riconducibile ad attivita’ sotto copertura del Sisde, entrato nelle indagini per la stage di via D’Amelio dopo la rivelazione della sua esistenza avvenuta durante il processo di Caltanissetta ad opera di Gioacchino Genchi. Al numero di quell’ufficio dei servizi giunse la telefonata partita dal cellulare di Gaetano Scotto, uno degli esecutori materiali della strage di via D’Amelio. Mi pare ce ne sia abbastanza per ritenere certo il coinvolgimento di apparati dello Stato.

Tratto da: La Voce delle Voci

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Il piduista e i magistrati che indagano sulle stragi – l’Unità.it

9 Settembre 2009 · 1 Commento

Il piduista e i magistrati che indagano sulle stragi – l’Unità.it.

di Luigi De Magistris

Il Presidente del Consiglio, il piduista Berlusconi, ha affermato, con toni minacciosi ed inaccettabili per uno Stato di diritto, che vi sono magistrati di talune Procure della Repubblica che indagano sulle stragi di mafia cospirando e congiurando ai suoi danni. Le Istituzioni – quelle non ancora corrose dal crimine organizzato – e la parte sana della società civile non possono accettare intimidazioni di questo genere.

Attendiamo con speranza – sin dalle stragi di Capaci e di via D´Amelio – che venga scoperta tutta la verità sugli omicidi Falcone e Borsellino; vogliamo sapere perché la mafia ramificò la strategia della tensione militare piazzando bombe a Roma, Firenze e Milano; aspettiamo di sapere se pezzi deviati delle Istituzioni – che ancora operano nel Paese in continuità con una P2 mai morta ed anzi sempre più forte – trattarono con Cosa Nostra; vogliamo capire se esiste un rapporto tra la fine della strategia militare della mafia e la discesa in politica, da vincenti, di Dell`Utri, Berlusconi e della stessa nascita del partito di Forza Italia; chiediamo a gran voce di individuare coloro i quali hanno sottratto l´agenda rossa di Paolo Borsellino; intendiamo sapere chi ha favorito in questi anni l´istituzionalizzazione della mafia con il consolidamento della sua penetrazione nell´economia e nello Stato.

Ed allora veniamo al punto: perchè Berlusconi minaccia i magistrati che stanno investigando svolgendo indagini difficili e pericolose? Ha in mente, forse, di creare le condizioni per isolare servitori dello Stato e magari per favorire l´intervento di menti istituzionali raffinatissime? Invia messaggi a qualcuno? Non so che cosa accadrà nel futuro – sulla mia pelle ho visto realizzarsi melmosi intrecci istituzionali mai visti e sentiti e forse nemmeno immaginati – ma so per certo che vigileremo in tantissimi affinchè non sia esercitata nessuna interferenza illecita che ostacoli il lavoro dei magistrati e delle forze dell´ordine e impedisca agli italiani di conoscere la verità, fosse pure una verità terribile e inquietante, forse la verità che ci farà capire perchè un ampio manipolo di golpisti con il grembiulino intende sovvertire le Istituzioni Repubblicane.

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Antimafia Duemila – Il Giudice Imposimato: ‘Aldo Moro doveva morire perche’ scomodo per troppe persone e troppe fazioni’

6 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Il Giudice Imposimato: ‘Aldo Moro doveva morire perche’ scomodo per troppe persone e troppe fazioni’.

Bugie, depistaggi, omissioni nell’Italia di 30 anni fa: un magistrato ed un giornalista hanno deciso di tornare sul caso Moro, puntando l’attenzione su quei 55 giorni che vanno dalla strage di via Fani alla morte del presidente democristiano.

Il magistrato è Ferdinando Imposimato, che ieri a Pietracatella, in un incontro organizzato dalla Pro loco Pieramurata con la collaborazione del consiglio comunale del paese, ha tracciato il quadro storico-politico dell’Italia della fine degli anni ‘70. Imposimato, assieme al giornalista Sandro Provvisionato, ha esposto in un libro la sua tesi sul rapimento e sull’uccisione del Presidente della Dc. Una tesi che è chiara fin dal titolo del libro: «Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro: il giudice racconta». Quel «doveva morire» serve a sottolineare che troppe persone e troppe fazioni hanno voluto la morte di un uomo considerato scomodo. «Il sequestro Moro, partito come azione brigatista alla quale non è estraneo l’appoggio della Raf e l’interessamento, per motivi opposti, di Cia e Kgb, è stato gestito direttamente dal Comitato di crisi costituito presso il Viminale. Il delitto Moro non ha avuto una sola causa», ha detto nel corso del convegno il giudice Imposimato riprendendo quanto si può leggere nel libro. L’omicidio Moro avrebbe dunque rappresentato il punto di convergenza di interessi di varia natura. Ha spiegato infatti il giudice conosciuto per la sua azione contro il terrorismo e la criminalità organizzata: «In questa operazione sono intervenuti la massoneria internazionale, agenti della Cia, del Kgb, la mafia ed esponenti del governo, gli stessi inseriti nel comitato di crisi. Tutti questi dopo il 16 marzo hanno vanificato le opportunità emerse per salvare la vita di Moro, spingendo di fatto le Br ad ucciderlo». L’assunto che fa venire i brividi è che «in sette occasioni Moro poteva essere salvato», ma nelle stanze del potere qualcuno tramò invece perché venisse ucciso. Ordini di cattura bloccati, i collegamenti provati con la RAF, il ruolo di Cossiga, i verbali del Comitato di crisi nascosti per lungo tempo. Trent’anni dopo, uno dei magistrati più impegnati a risolvere il caso, ripercorre i meandri dell’inchiesta che lui stesso cominciò nove giorni dopo la morte dello statista ed offre testimonianze e rivelazioni decisive. «Se ad assassinare il presidente furono le Br, i mandanti vanno cercati altrove»: Imposimato intende parlare di chi c’era, di chi sapeva. Ne esce il resoconto di un’Italia e di un contesto internazionale in cui la lotta per il potere non ha lasciato ben pochi completamente «candidi».

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