Ho visto cose che voi umani…

Voce marcata come ‘papello’

Antimafia Duemila – Silenzio sulla trattativa

14 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Antimafia Duemila – Silenzio sulla trattativa.

A colloquio con Alfonso Sabella
di Lorenzo Baldo – 14 novembre 2009

Roma. Dopo la pubblicazione su Il Fatto Quotidiano dell’articolo “Un giudice stritolato dalla trattativa” l’amarezza del giudice Alfonso Sabella è sempre più tangibile. Amarezza e disillusione che emergono anche in questo colloquio.

Dott. Sabella stiamo assistendo ad una vera e propria accelerazione degli eventi in merito alle indagini sulle stragi del ‘92 e del ‘93. Da una parte giungono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e quelle di Massimo Ciancimino, dall’altra si materializzano le tardive dichiarazioni di esponenti delle istituzioni come Claudio Martelli, Luciano Violante o Liliana Ferraro. Come interpreta questi segnali che si intersecano nella ricostruzione delle sue vicende professionali pubblicate su Il Fatto Quotidiano?
Non c’è nulla di nuovo nella ricostruzione dell’articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano, semmai qualche piccolo dettaglio, magari non secondario, ma comunque minore all’interno di una logica globale. Questi fatti erano risaputi. Che Scarantino non fosse attendibile e che la strage di via D’Amelio fosse da attribuire agli uomini di Brancaccio l’avevo già scritto nel mio libro (Cacciatore di mafiosi – Mondadori 2008 ndr).
Nel capitolo sulla collaborazione di Giovanni Brusca spiegavo, magari in maniera un po’ più criptica, la vicenda Brugnano – Lombardo, così come la cattura di Totò Riina.
Ora però stanno cominciando a spuntare degli elementi di prova che non sono semplicemente logici come quelli che esponevo io, ma un po’ più concreti.
Bisognerebbe interrogarsi su chi ha fatto parlare Scarantino in quel modo. Bisognerebbe interrogarsi sul famigerato papello che finora era stato sostanzialmente un’ombra e che invece adesso acquista una veste reale. Ormai non si può più dire che non esiste. Io sono convinto che il papello che ha presentato Ciancimino sia la copia di quello autentico, poi magari gli eventi mi smentiranno, ma al momento ci credo fermamente. Ritengo che questi elementi messi insieme possano avere indotto qualcuno a riferire all’autorità giudiziaria solamente qualcosa di minimale rispetto a quello che sapevano. Siamo di fronte a persone che si ricordano di determinati episodi che potevano riferire in mille altre occasioni precedenti e lo fanno solo adesso dopo che è comparso il papello e dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino appunto. Dichiarazioni che ritengo molto importanti. Ciancimino racconta esattamente quello che noi investigatori prima avevamo solamente intuito.
Ma il nostro è un Paese immaturo. Io continuo a pensare che il gen. Mori sia un uomo dello Stato. Ha agito in virtù di quello che lui riteneva essere l’interesse superiore del Paese, secondo disposizioni avute dai vertici governativi dell’epoca.
Il problema riguarda il fatto di trattare prima con Riina e poi con Provenzano al fine di ridurre la mafia a quel livello di “tollerabilità” che si ritiene “sufficiente”. Sono convinto che chi ha trattato all’inizio ha determinato l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio, ingenerando nella mafia l’idea che alzando il tiro alzavano il prezzo.

Pensa che le sue dichiarazioni rese al Fatto Quotidiano siano rimbalzate contro un muro di gomma?
Se fossimo un Paese serio dopo le mie dichiarazioni sarebbe dovuto scoppiare un putiferio. C’è invece un silenzio totale. Mi rendo conto che in questo momento ci sono altre priorità come la riforma della giustizia, lo scudo fiscale ecc. Gli interrogativi che io pongo sono però molto gravi. Punto primo: il nostro Paese per 15 anni ha trattato con Cosa Nostra e alla mafia è stato riconosciuto il ruolo di interlocutore, punto secondo: si è tentato di concedere qualcosa alla mafia. Andiamo a vedere in concreto quello che è successo. Vorrei proprio vedere la “qualità” delle persone che sono al 41 bis non la quantità. Non mi interessano i dati, non voglio sapere quante persone sono al 41 bis, voglio sapere chi c’è al 41 bis. Io ho saputo di revoche del carcere duro a persone che per mio conto al 41 bis ci dovevano morire.

Non ritiene che vi sia la possibilità di riscrivere pezzi di storia del nostro Paese?
No. Secondo me non c’è nessuna volontà. Io credo che siamo al solito momento in cui si alza il classico polverone e poi tra qualche mese il Paese dimenticherà tutto.
Chi conosce a fondo i fatti difficilmente vorrà parlare. E c’è anche chi, tra le parti “sane” del Paese, ha interesse che certe storie non vengano fuori perché potrebbero arrecargli qualche pregiudizio sul piano personale, di conseguenza non credo che si riuscirà a fare luce.
Le procure che stanno lavorando sulle indagini operano  sostanzialmente incrociandosi tra di loro su aspetti identici della stessa storia, varie facce della stessa medaglia. Chi cerca di ricostruire la strage di via d’Amelio non lo può fare a prescindere dalla trattativa. Chi cerca di ricostruire le stragi del ‘93 non lo può fare a prescindere dalla trattativa e da quello che è avvenuto nel ‘92. Chi vuole ricostruire quello che è avvenuto al Dap dopo che io vengo mandato via (Dap – Sisde, tentativo di inquinamento delle dichiarazioni di Giuffrè,  l’accordo sulla dissociazione, il tentativo di realizzarla ecc.), così come chi vuole ricostruire quello che avviene nelle vicende Mori-Tinebra-Leopardi, non lo può fare prescindendo dalla questione della trattativa o della dissociazione.

Un antesignano delle vicende legate alla trattativa resta indubbiamente il Pm Gabriele Chelazzi, scomparso nel 2003. Secondo lei Chelazzi avrebbe potuto completare il suo lavoro di ricerca sui mandanti esterni nelle stragi?
Indubbiamente si. Aveva le capacità professionali, la giusta autonomia da ogni tipo di condizionamento perché era libero. Era un magistrato assolutamente capace, un grandissimo conoscitore di mafia. Ho sempre pensato che fosse l’unico magistrato non siciliano che ne capiva di più di mafia. Paradossalmente anche più di Giancarlo Caselli, senza nulla togliere alla preparazione di Caselli che aveva però un altro ruolo. Gabriele era un investigatore puro. Ma forse anche il Padreterno è dalla parte di chi pensa che probabilmente per il nostro Paese sia meglio che certi fatti non vengano fuori. Un conto è che questi esistano, un altro è l’interesse del Paese a dimostrarli.

A un certo punto le indagini di Chelazzi si incrociarono con Mario Mori, poi poco prima di morire lo stesso Pm fiorentino scrisse una lettera all’ex procuratore di Firenze Ubaldo Nannucci lamentando di essere stato lasciato solo a investigare sulle stragi. Come valuta questi due aspetti della vita di Gabriele Chelazzi?
All’epoca io non ero formale assegnatario del processo sulle stragi, però con Gabriele ci confrontavamo spesso. Gabriele iscrisse Mori nel registro degli indagati per favoreggiamento in relazione alla vicenda della fase della trattativa che doveva portare alla revoca di alcuni 41 bis alla vigilia delle stragi in contemporanea con il fallito attentato all’Olimpico.
L’aspetto tecnico (e non solo tecnico) di iscrivere Mario Mori per favoreggiamento verteva su una domanda specifica: l’avrebbe fatto per favorire la mafia o l’avrebbe fatto sostanzialmente per favorire la pacificazione nello Stato? Gabriele giustamente sosteneva di volerlo appurare da Mori e a tal proposito ribadiva: “Mi venga a dire perché l’avrebbe fatto oppure invochi il segreto di Stato, e in questo caso che venga un Presidente del Consiglio a porre il segreto di Stato”.
Ubaldo Nannucci probabilmente non era molto d’accordo sul taglio globale che Gabriele dava all’inchiesta. Ma non credo che la solitudine di Gabriele fosse frutto di un disegno preordinato. Penso che l’isolamento di Gabriele fosse nato dal fatto che lui era diverso in quel contesto, nel senso che egli riteneva di aver capito. Mentre gli altri forse non erano così sicuri che quello che aveva capito Gabriele fosse corretto. Probabilmente il fatto di andare a toccare livelli istituzionali così alti avrà impaurito qualche magistrato. Ma se pur aveva avuto alti e bassi con l’ex procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, devo riconoscere che in quel momento Gabriele si sentiva supportato da Vigna.

Quali sono le sue considerazioni finali?
Ormai non ho più nulla da perdere, non posso più peggiorare la mia situazione oltre misura. Ritenevo che in questo Paese ci fosse qualche persona in più “libera”, ma non vedo reazioni neanche nelle correnti della magistratura sia da parte di MD, così come per MI e via dicendo. Il silenzio è uguale a morte diceva una canzone di Guccini…

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L’antimafia del carcere molle – Marco Travaglio – Voglio Scendere

13 Novembre 2009 · 1 Commento

Fonte: L’antimafia del carcere molle – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Forse era un filino imbarazzato per le rivelazioni dell’Espresso. O forse aveva semplicemente preso sul serio l’adorato premier (“Non sono ricattabile né ricattato da nessuno”, neppure dalla mafia). Sta di fatto che il ministro Angelino Alfano ne aveva detta una giusta: “Riaprire le supercarceri di Pianosa e Asinara e metterci dentro i mafiosi cattivi”. Ma ha dovuto subito rinculare, scaricato dagli altri ministri, Maroni escluso, improvvisamente convertiti all’ambientalismo. Mai prendere sul serio Berlusconi quando parla sul serio: lui dice la verità solo quando scherza.

Peccato: sarebbe stato un bel segnale a Cosa Nostra, proprio mentre si scoprono ogni giorno nuovi particolari sul patto Stato-mafia siglato nel 1992-’93 sulla pelle dei morti ammazzati. Una stonatura dopo 15 anni di leggi spaventosamente somiglianti a quelle richieste da Riina nel “papello”. Una mossa che avrebbe tappato la bocca ai soliti malfidati che sospettano una trattativa tuttora in pieno corso. Già quest’estate i magistrati che indagano sul papello e dintorni avevano sollecitato la riapertura di Pianosa e Asinara. Dal 1998, quando il centrosinistra d’accordo col centrodestra chiuse i due carceri di massima sicurezza che isolavano i boss delle stragi, inducendone molti a collaborare, non si ricorda una legge che abbia davvero scontentato la mafia.

La stabilizzazione del 41-bis, fiore all’occhiello dell’antimafia berlusconiana, è fumo negli occhi: ha reso addirittura più facile per i mafiosi ottenere la revoca del carcere duro rispetto a quando la misura veniva rinnovata dal governo ogni sei mesi. Intanto le confische dei beni si fanno sempre più complicate e l’isolamento in cella sempre più perforabile. Fra il 1999 e il 2000, poi, due capolavori che devono aver sorpreso persino Riina. Prima, per alcuni mesi, fu abrogato l’ergastolo per le stragi, con l’estensione del rito abbreviato a tutti i reati (le pene a vita si riducevano a 30 anni, che poi in Italia significano 20). Poi la “riforma dei pentiti” ridusse i benefici a tal punto da scoraggiare i mafiosi dal collaborare ancora con la giustizia.

Intanto al ministero c’era chi si adoperava – fortunatamente invano – per esaudire un altro desiderio dei boss detenuti, già contenuto nel papello: la “dissociazione” modello Br. I mafiosi avrebbero ammesso il proprio status e i propri reati per cui erano già stati condannati, senz’aggiungere una parola utile a nuove indagini, ottenendo la revoca dell’ergastolo e del 41-bis, oltre ai benefìci della Gozzini, a costo zero. Tutta manna per l’intoccabile Provenzano, padre cofondatore della Seconda Repubblica, e per i politici amici assediati come lui dagli stragisti in cella. Nel 2001 Bagarella protestò per le “promesse non mantenute”, poi alcuni mafiosi sventolarono allo stadio di Palermo un minaccioso striscione: “Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Chissà che avrebbero scritto questa volta, se il governo avesse riaperto Pianosa e l’Asinara. Meglio evitare.

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La trattativa non è finita | Pietro Orsatti

13 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: La trattativa non è finita | Pietro Orsatti.

L’uomo del giorno è Gaspare Spatuzza, il killer spietato di don Puglisi, adesso collaboratore di giustizia. A Palermo è atteso al processo d’ che vede coinvolto il senatore Dell’Utri

di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

A Caltanissetta parla delle stragi, in particolare di quella di di cui si autoaccusa. A Firenze pure, dice di essere protagonista di quella stagione che apertasi a Capaci con l’ a Giovanni Falcone proseguì fino al 1993. A Palermo invece parla della trattativa fra e , dei rapporti di con la , sia quella “vecchia” affossata da “mani pulite” che quella “nuova” della nascente Forza Italia. È lui l’uomo del giorno, Gaspare Spatuzza, fedelissimo del capomafia corleonese Leoluca Bagarella e sicario del gruppo di fuoco che assassinò padre Pino Puglisi. Puntuale, determinato, con un racconto pieno di riferimenti finora suffragati da riscontri.

Il pentito, o meglio il collaboratore di giustizia, rivela della sua scelta di parlare come se si trattasse di una decisione presa quasi collettivamente da un pezzo di . « Nel 2004 – racconta ai magistrati – dopo un colloquio investigativo con i pm della super procura, incontrai nel carcere di Tolmezzo, Filippo Graviano. Gli spiegai che ormai da quattro anni mi ero staccato da , ma che non potevo fare il passo finale. Non potevo mettermi a collaborare. Filippo stava veramente male. Aveva appena avuto un infarto ma mi disse con un filo di voce: “a questo punto bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”». Parla, quindi, della presunta trattativa. Anzi, la contestualizza e la prolunga come se si trattasse di un elemento dinamico, di una relazione in continua evoluzione. «Fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa. Questo il senso della frase di Graviano», spiega infatti Spatuzza.
Filippo Graviano e suo fratello Giuseppe, sempre secondo Spatuzza, erano uno dei riferimenti a Milano (dove erano latitanti fino al ’94) dell’ormai famosissimo stalliere di Arcore, Vittorio Mangano e avevano partecipato anche loro all’uccisione di Puglisi nel quartiere Brancaccio a Palermo. I due fratelli sono dei killer “intellettuali”, uno laureato in Matematica e l’altro in . E sono fra i protagonisti di quella terribile stagione di sangue del biennio ’92-’93. Spatuzza li conosce bene, lavora con loro. Ma dopo la strage di via dei Georgofili a Firenze con loro entra in disaccordo. Comincia a farsi dei problemi, Gaspare, sente la stretta dello su , e non è abituato a fare stragi discriminate. Lui è un killer di “obiettivi”, non uno stragista di tipo terroristico come invece imponeva la nuova linea della Cupola, o meglio di ciò che ne rimaneva dopo più di un decennio di dittatura di e dei . I due Graviano invece vogliono proseguire. E nel gruppo di fuoco delle stragi, questo racconta il pentito, si apre una spaccatura. Ma Spatuzza è uomo d’onore e nonostante sia in disaccordo porta avanti anche l’ fallito allo stadio Olimpico di Roma, che doveva colpire in particolare i posti all’esterno dell’impianto per garantire l’ordine pubblico. Partecipa all’azione, imbottisce con altri una Lancia Thema di tritolo e tondini di ferro per ottenere il massimo risultato: una strage indiscriminata. Ma l’innesco non funzionò e l’azione non venne replicata. Spatuzza cerca di spiegare perché il contrordine in questo modo: forse si era arrivati a un accordo. Era l’ottobre del ’93. Con chi si era arrivati a un accordo?

E non solo. Spatuzza racconta che i Graviano non sarebbero stati latitanti a Milano per caso, città dove poi furono arrestati, ma che la loro presenza lì era dovuta alla necessità di mantenere rapporti politici, di mantenere alto il livello di relazioni coltivate per anni anche grazie alla presenza di Mangano. Questo è uno degli aspetti che più preoccupa i difensori di Marcello Dell’Utri nel processo in per concorso esterno in associazione mafiosa che lo vede coinvolto. Perché l’accusa ha interrotto la propria requisitoria e il tribunale sta decidendo se acquisire o no la testimonianza di Spatuzza. La Corte deciderà entro il 20 novembre. In qualche modo la difesa del politico del (e senatore in carica) spera di riuscire ad avere lo stesso risultato ottenuto con il respingimento (il teste è contradditorio) della testimonianza di Massimo Ciancimino ma il livello di riscontri sulle dichiarazioni rilasciate finora da Spatuzza non fa certo dormire sonni tranquilli all’ex capo di Publitalia.

«Voglio precisare – è riportato nel verbale di una delle deposizioni rese da Spatuzza – che quell’incontro doveva essere finalizzato a programmare un ai da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla . Graviano per rassicurarci ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c’era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di e ci disse che lui ne capiva. Questa affermazione mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la . Da quel momento io dovevo organizzare l’ ai e in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico». La trattativa, quindi, era in corso. Anzi, le stragi, secondo questa testimonianza, erano parte delle trattativa stessa, erano l’elemento “facilitatore”. «Graviano – prosegue Spatuzza – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “crasti” (in dialetto significa “cornuti”) dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. Io non conoscevo e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell’Utri, non il nome. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”».

A rendere ancora più credibili le dichiarazioni del pentito è proprio il suo curriculum di uomo di e killer spietato. A fare per primo il suo nome agli investigatori fu un altro killer di , Giovanni Drago, fedelissimo di . Sono decine gli omicidi attribuiti a Spatuzza oltre a quello Puglisi (per questo è condannato in via definitiva all’ergastolo): da quello di Marcello Drago e Domingo Buscetta, nipote del pentito storico di Masino, a quelli di Giuseppe e Salvatore Di Peri e Salvatore Buscemi. Arrestato nel 1997, non esitò a far fuoco contro gli agenti di polizia che gli avevano teso una trappola mentre si recava a un summit di boss mafiosi presso l’ospedale Cervello di Palermo. La sua storia, le sue condanne, e gli innumerevoli riscontri probatori ci raccontano, se fosse possibile, uno scenario ancora più inquietante di quelle che finora ha raccontato agli inquirenti. Sembra che Spatuzza, con la sua decisione di collaborare e il livello delle sue deposizioni, si sia posto come interlocutore politico. continua a trattare? Questo sembra dire il collaboratore. «Andare dai magistrati», diceva Filippo Graviano. E Spatuzza c’è andato. Contribuendo, anche lui, a riscrivere la storia degli ultimi vent’anni e forse a modificarne il percorso. 

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Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.

13 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa.

Scritto da Marco Travaglio

ALFONSO SABELLA è nato a Bivona (Agrigento) 46 anni fa. Magistrato dal 1989, è un cane sciolto, mai iscritto ad alcuna corrente della corporazione togata. Prima fa il pm a Termini Imerese, poi dal 1993 alla Procura antimafia di Palermo diretta da Gian Carlo Caselli. Si specializza nella cattura dei latitanti: insieme alle forze dell’ordine, soprattutto alla Polizia di Stato e alla Dia, ha acciuffato Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca, Pietro Aglieri, Nino Mangano, Vito Vitale, Mico Farinella, Cosimo Lo Nigro, Carlo Greco e decine di altri fra capimandamento, killer stragisti e potenti uomini d’onore. Ed è proprio davanti a lui che Giovanni Brusca mette a verbale le prime dichiarazioni sulla trattativa del Ros con la mafia che, disse l’esecutore materiale della strage di Capaci, produsse quella di via d’Amelio perché “siamo stati pilotati dai Carabinieri” (a quella stagione da film, Sabella ha dedicato un libro avvincente, “Cacciatore di mafiosi”, scritto con Silvia Resta e Francesco Vitale, Mondadori, 2008).

Nel settembre del 1999 si trasferisce a Roma, al ministero della Giustizia, come magistrato di collegamento con la commissione parlamentare Antimafia. Nello stesso anno Caselli diventa direttore del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria: la direzione delle carceri, presso il ministero della Giustizia) e lo prende con sé come capo dell’ufficio ispettorato, da cui verrà cacciato nel 2001 dal nuovo capo Giovanni Tinebra, dopo aver ostacolato le manovre per arrivare alla “dissociazione” dei boss detenuti. Intanto è rimasto coinvolto suo malgrado nelle indagini della Procura di Genova sulle violenze commesse anche da alcuni agenti della polizia penitenziaria nella caserma di Bolzaneto, anche se lui in quel mentre era da tutt’altra parte. Una vicenda molto oscura, che gli stroncherà la carriera anche grazie a un verdetto molto sbrigativo del Csm. Nel 2002 viene trasferito alla Procura di Firenze, dove gli levano la scorta mentre la mafia progetta di assassinarlo e viene relegato a occuparsi di reati comuni. Oggi è giudice al Tribunale di Roma. Da quando, quest’estate, sono emerse le nuove prove delle trattative fra Stato e mafia nel 1992-‘93, fino al papello consegnato da Massimo Ciancimino che dimostra il ruolo “trattativista” di Bernardo Provenzano dal 1992 in poi, Sabella ha riletto la propria biografia in quella chiave. Le singolarissime coincidenze che hanno rovinato la sua vita gli appaiono oggi come tanti tasselli di un unico mosaico. E, “a costo di apparire paranoico”, ha accettato di parlarne al Fatto Quotidiano. Perché la conclusione che ne ha tratto è agghiacciante: quella di essere stato sacrificato sull’altare di una trattativa che passava sulla sua testa, come su quella di 60 milioni di italiani, ma che lui era riuscito più volte, spesso volutamente e ancor più spesso involontariamente, a ostacolare. La sua tesi è semplice e spaventosa, per molti versi coincidente con quella dell’attuale Procura di Palermo: da quando, come appare sempre più plausibile, Provenzano consegnò al Ros dei Carabinieri la testa di Salvatore Riina grazie alla mediazione di Vito Ciancimino, il vecchio “Zu Binu” divenne un intoccabile. Una sorta di garante della Pax Mafiosa che, nel novembre del ’93, segnò la fine del biennio stragista e l’inizio della Seconda Repubblica. Un padre della Patria. Infatti il Ros non perquisì il covo di Riina, che poteva avervi conservato le prove della trattativa e del “papello”. Poi mandò a monte il possibile arresto di Provenzano nel novembre del ’95 in un casolare di Mezzojuso (almeno secondo le accuse del colonnello Michele Riccio, sulle quali è in corso a Palermo il processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento alla mafia). E poi tante altre coincidenze, come il ritorno a delinquere di famosi pentiti e le ricorrenti trattative per favorire la “dissociazione” a costo zero dei boss arrestati, ansiosi di liberarsi del 41-bis e dell’ergastolo. Eccola dunque la trattativa story attraverso le coerentissime incoerenze della carriera di Sabella. Una storia in sette atti.

ATTO I – I DELITTI DEI PENTITI

Giovanni Brusca, capomandamento di San Giuseppe Jato, fedelissimo di Riina, l’uomo che fece esplodere l’autostrada di Capaci, viene arrestato il 20 maggio 1996. “Un paio di mesi dopo, nel territorio di San Giuseppe Jato rimasto senza boss, si comincia a sparare. Una serie impressionante di omicidi e attentati interni a Cosa Nostra. E’ chiaro che gli uomini di Provenzano tentano di conquistare il mandamento appena decapitato. Brusca mi dice che, secondo lui, gli attentati sono opera del pentito Balduccio Di Maggio. Cioè dell’ex autista di Riina, poi passato dalla parte di Provenzano, quello che si era preso il merito di aver fatto catturare Riina il 15 gennaio 1993 e che, nelle sue prime dichiarazioni rese ai Carabinieri di Novara una settimana prima, l’8 gennaio 1993, aveva incredibilmente sostenuto che Provenzano era morto! Ma il Ros sforna relazioni su relazioni in cui sostiene che i delitti sono opera degli uomini di Brusca (cioè di Riina) per screditare Di Maggio (cioè, secondo me, Provenzano). Acquisisco informazioni e scopro che non è vero niente: è probabile invece che Di Maggio – coperto dal suo programma di protezione – sia tornato in zona per riprendersi il mandamento armi in pugno. E che altri due collaboratori-chiave sulla strage di Capaci, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera, l’abbiano seguito. Il Ros è molto tiepido, ma io del Ros non mi fido: l’ho sempre tenuto alla larga dalle indagini sulla cattura dei latitanti, preferendo appoggiarmi sulla Squadra mobile e a un certo punto ho anche chiesto che il Ros non si occupi più delle ricerche di Bernardo Provenzano (quel che poi ha raccontato il colonnello Riccio dimostra che forse avevo visto giusto…)”. Ma, sul ritorno a delinquere dei pentiti, anche la Procura di Palermo è dubbiosa: Brusca non è ancora un collaboratore di giustizia, ma soltanto un “dichiarante”; poco prima di essere arrestato e di iniziare a collaborare, aveva progettato un complotto contro il presidente della Camera, Luciano Violante, per accusarlo falsamente di avergli promesso l’impunità in cambio di accuse ad Andreotti; e poi s’è scoperto che ha cercato di coprire il boss Vito Vitale, suo successore a capo del mandamento di San Giuseppe Jato, coinvolto in gravissimi delitti. In più si teme che stia tentando di screditare Di Maggio, uno dei pentiti chiave del processo Andreotti appena iniziato. E poi, se l’Arma che ha in custodia Di Maggio non segnala nulla di strano, perché preoccuparsi? “Io però insisto con Caselli perché si apra un’inchiesta sul possibile ritorno di Di Maggio”. Caselli dispone un’inchiesta “aperta”: sia sull’ipotesi affacciata da Brusca, sia su quella di una calunnia contro Di Maggio. Questi viene interrogato, ma finge di cadere dalle nuvole e si dice pronto a farsi controllare 24 ore su 24, anche se per la legge è un libero cittadino in attesa di giudizio (in quel periodo –- ma lo si scoprirà soltanto più tardi – ha già assassinato, il 30 agosto 1996, un certo Giuseppe Giovanni Caffrì). Il procuratore aggiunto Guido Lo Forte chiede ufficialmente al Servizio centrale di protezione, in aggiunta ai Carabinieri, di controllare Di Maggio nel luogo di residenza, in Toscana. Ma il Servizio (che dipende dal ministero dell’Interno, retto all’epoca da Giorgio Napolitano) non vi presta soverchia attenzione: infatti non s’accorge né delle trasferte di Balduccio a San Giuseppe Jato, né dei suoi contatti con i compari del paese che poi si scopriranno coinvolti nei suoi delitti. La Procura dispone anche l’obbligo di firma e una serie di accertamenti. Dai quali però non emerge nulla. “Ho poi avuto notizia che, giusto in quel periodo, fra giugno e luglio 1997, il Ros avrebbe organizzato un misterioso incontro in Toscana fra Di Maggio (che invece doveva essere strettamente controllato proprio per impedire contatti con i vecchi compari) e l’allora mafioso libero Angelo Siino, l’ex ‘ministro dei lavori pubblici di Riina’, confidente del Ros. Il 16 luglio 1997 disponiamo l’intercettazione di Di Maggio, affidando le operazioni alla Dia e non al Ros. E così facciamo con La Barbera e Di Matteo. Intanto, il 25 settembre 1997, il fratello maggiore di Giovanni Brusca, Emanuele, che vive libero a San Giuseppe Jato, si presenta da me e mi conferma che Di Maggio è tornato. Scopriremo poi che Balduccio ha fatto sparare ad altri due uomini vicini a Brusca: il 7 agosto 1997 all’imprenditore Francesco Costanza (fedelissimo di Brusca, guarda caso odiato da Siino), salvo per miracolo, e il 24 settembre a Vincenzo Arato, morto ammazzato. Ma noi ancora non possiamo saperlo. Nel dubbio, comunque, decidiamo di arrestare tutti i mafiosi vicini ai tre pentiti, ma anche quelli vicini a Brusca, sui quali abbiamo elementi sufficienti d’accusa. Per fare terra bruciata intorno a entrambi i clan che si fronteggiano. L’operazione dà i risultati sperati: i tre, senza più contatti sul territorio, sono costretti a venire allo scoperto. E le intercettazioni confermano spostamenti più che sospetti. Ai primi di ottobre arrestiamo Giuseppe Maniscalco, che confessa subito di essere uno dei killer di Balduccio a San Giuseppe Jato e inizia a collaborare: ci rivela di essere in stretto contatto con Provenzano e che i suoi amici Di Maggio, La Barbera e Di Matteo hanno profittato dell’arresto di Brusca per riprendersi il controllo del mandamento. Così li arrestiamo tutti e tre e li facciamo espellere dal programma di protezione. Fine della storia, almeno per un po’. Ma c’è un particolare che, di recente, mi è tornato alla mente e ho riletto in chiave diversa, alla luce delle ultime scoperte sulla trattativa”. Un particolare che riguarda Maniscalco, uomo di Provenzano: “Era stato lui, nel 1992, ad avvertire Di Maggio che Riina lo voleva morto salvandogli la vita: infatti Balduccio era fuggito a Borgomanero. Per gratitudine, Di Maggio non aveva mai par parlato di Maniscalco, diversamente da La Barbera e Di Matteo, che inizialmente l’avevano accusato di essere mafioso, salvo poi fare retromarcia, scagionarlo e farlo assolvere al processo di primo grado. Ricordo perfettamente che il Ros venne a chiedere alla Procura di non fare appello contro quella sentenza che assolveva Maniscalco. Cioè un uomo di Provenzano (Maniscalco, quando inizierà a collaborare, consegnerà due ‘pizzini’ che gli aveva inviato zu’ Binu per invitarlo a liberarsi di Vito Vitale, uomo di Brusca e Riina, ndr). E quando propongo di arrestarlo per gli omicidi di San Giuseppe Jato, mi viene detto in Procura che era un confidente del Ros. Alla fine Caselli decide di farlo arrestare ugualmente e, dalla sua collaborazione, si scopre che i killer di San Giuseppe Jato sono, oltre a lui e ai tre pentiti, almeno altri due confidenti dell’Arma: Michelangelo Camarda (‘fonte’ del colonnello Giancarlo Meli, comandante del Gruppo carabinieri di Monreale e legatissimo al Ros) e Nicola Lazio (che mi hanno detto essere confidente del Ros)”. Ora, con quel che sta emergendo sulla “trattativa ” del Ros con Vito Ciancimino, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, o sono autorizzato a  farmi certe domande?”.

ATTO II  ROS CONTRO LO FORTE

Le coincidenze non sono finite: sempre nell’ottobre del 1997, mentre sono in corso gli arresti  dei tre pentiti provenzaniani e del loro gruppo di  fuoco, il capitano del Ros Giuseppe De Donno si  reca a Caltanissetta a denunciare il vice di Caselli,  Guido Lo Forte, accusandolo di aver passato nel  1991 il rapporto del Ros su “Mafia e appalti” ad  alcuni politici e mafiosi, fra cui Salvo Lima, e di  averlo poi insabbiato. La fonte di De Donno è  Angelo Siino, già ministro dei lavori pubblici di  Riina, a lungo confidente del Ros e poi ufficialmente “pentito” dal 1997. Accuse e veleni da  prendere con le molle, ovviamente. La Procura  di Caltanissetta, diretta da Giovanni Tinebra,  iscrive Lo Forte sul registro degli indagati. Un atto segretissimo, che però una fuga di notizie ben  pilotata divulga al quotidiano La Repubblica proprio il giorno prima della prima udienza del processo Dell’Utri, il 5 novembre 1997. Notizia vera, ma concentrata tutta sul nome di Lo Forte,  mentre insieme con lui sono indagati anche altri  colleghi, dall’ex procuratore Pietro Giammanco  al suo fedelissimo Giuseppe Pignatone. Così  quel mattino, mentre si apre il processo al braccio destro di Berlusconi, tutti parlano dell’inchiesta sul braccio destro di Caselli. I fatti si commentano da sé. Il 10 ottobre 1997 Siino, da poco  pentito, dichiara alla Procura di Palermo che nel  febbraio ’95, quand’era ancora un confidente  del Ros, De Donno gli aveva chiesto notizie su Lo  Forte; poi il colonnello Mori l’aveva interpellato  su alcune brutte voci che circolavano sul conto  di colleghi carabinieri. Lui gli raccontò che nel  ’91 il maresciallo Antonino Lombardo (comandante dei carabinieri di Terrasini, all’epoca aggregato al Ros) aveva tentato di vendergli in anteprima il dossier “Mafia e appalti”, ovviamente top secret, in  cambio di denaro.  Lombardo si suicidò  poco dopo quelle rivelazioni, il 4 marzo  1995. Appena raccolte le dichiarazioni di  Siino, la Procura di Palermo – che ha pure  un’indagine aperta sul  suicidio Lombardo –  interroga De Donno e Mori. È il 13 ottobre  1997. I due ufficiali confermano gran parte delle  confidenze che Siino dice di aver fatto al Ros. Ma,  quanto all’offerta del dossier “Mafia e appalti”,  sostengono che Siino non la attribuì a Lombardo, bensì al tenente Carmelo Canale, suo cognato. Anche se li invitò a diffidare anche di Lombardo (la Procura, nella richiesta di archiviazione dell’indagine sul caso Lombardo, crederà a  Siino e definirà “quanto meno reticenti” e “contraddittorie” le dichiarazioni di Mori e De Donno). A questo punto, colpo di scena: pochissimi  giorni dopo la sua deposizione a Palermo, De  Donno si reca inopinatamente a Caltanissetta  per raccontare tutt’altra versione: e, cioè, che secondo Siino la fuga di notizie su “Mafia e appalti”  era opera di magistrati: Giammanco, Pignatone,  Lo Forte o altri. E poco dopo la sua deposizione,  ovviamente segretissima, la notizia arriva a Repubblica. E’ una dichiarazione di guerra del Ros  alla Procura di Palermo, che creerà contraccolpi  mediatici e politici anche sul processo Andreotti  e trasformerà Lo Forte in un’“anatra zoppa” proprio nel momento più delicato dei processi di  mafia e politica, per mesi e mesi, fino al completo proscioglimento di Lo Forte da ogni accusa.  Oggi, dopo quel che sta emergendo sulla trattativa fra Mori e De Donno da una parte e Ciancimino e i capimafia dall’altra, Sabella si interroga:  “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe  domande?”.

ATTO III  PARLA BRUSCA

Oggi la trattativa Stato-mafia e il “papello” sono  sulla bocca di tutti. Ma quando Brusca ne parlò  diffusamente davanti a Sabella, era la prima volta  in assoluto. Il boss pentito vi aveva già accennato  il 10 settembre 1996 dinanzi ai pm di Palermo,  Caltanissetta e Firenze. Vi aveva fatto di nuovo  cenno il 21 gennaio 1998 davanti alla Corte d’Assise di Firenze che stava processando mandanti  diretti ed esecutori materiali delle stragi del 1993.  Subito dopo fu preso a verbale da Sabella, il 23  febbraio 1998, poi il 22 aprile dello stesso anno e  infine il 19 marzo 1999. Gli parlò diffusamente  del papello consegnato da Riina al Ros fra Capaci  e via d’Amelio. Gli fece intuire il nome dell’al l o ra  (estate 1992) ministro dell’Interno Nicola Mancino a proposito della “linea morbida” dello Stato  fra le due stragi. Gli raccontò che il covo di Riina  non era stato perquisito dal Ros nel timore di trovarvi le carte che provavano la trattativa e che il  boss dei boss teneva con sé in cassaforte; e che la  cattura di Riina era stata il frutto del tradimento  degli uomini di Provenzano, che l’avevano di fatto consegnato ai carabinieri.  Brusca rivelò pure che, da “indagini interne”, era  giunto alla conclusione che, verso settembre del  1992, un certo Francesco Brugnano aveva, per  conto di Provenzano, riferito notizie su Riina al  maresciallo Lombardo affinché le girasse al Ros.  Lo stesso Lombardo, infatti, nella lettera lasciata  prima di suicidarsi il 4 marzo 1995, aveva citato  un proprio contributo alla cattura di Riina, di cui  non c’era alcuna traccia ufficiale. Il 26 febbraio  ‘95, proprio pochi giorni prima del suicidio, il cadavere di Brugnano era stato fatto trovare nel bagagliaio di un’auto sotto la caserma di Terrasini  (dove Lombardo prestava servizio). Infine Brusca  aveva spiegato a Sabella che nel 1993 si era verificata una biforcazione fra l’ala Provenzano legata ai partiti della prima Repubblica e l’ala Riina  (capeggiata, dopo la cattura di Totò u’ curtu, dal  cognato Leoluca Bagarella) legata alla nascente  Forza Italia ideata da Dell’Utri. I tre esplosivi verbali furono secretati da Sabella, in attesa di essere  approfonditi .  Qualche mese dopo, nel rush finale del processo Andreotti in primo grado, Caselli lascia Palermo dopo quasi sette anni e si trasferisce al Dap, nella Capitale. Sabella, prima di trasferirsi anche lui a Roma, lascia gli esplosivi verbali di Brusca al nuovo procuratore Piero Grasso. Ma, nei cinque anni della sua gestione, non verranno mai approfonditi. Oggi che la tesi di Brusca trova conferme da varie fonti, anche esterne alla mafia e dunque insospettabili, Sabella si interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO IV LA “DISSOCIAZIONE”

Nel maggio del 2000 Sabella è capo dell’Ispettorato del Dap. “Un giorno mi chiama il direttore Caselli e mi mostra una lettera firmata dal ministro della Giustizia Piero Fassino. E’ una richiesta di parere sui colloqui investigativi intrattenuti dal procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna con i boss detenuti: Pietro Aglieri, Piddu Madonia, Salvatore Buscemi e Giuseppe Farinella, che si sono detti disponibili a dissociarsi pubblicamente da Cosa Nostra a costo zero: ammetterebbero le loro responsabilità, per le quali peraltro sono già stati condannati a numerosi ergastoli, e non accuserebbero nessuno. Prima però Aglieri, a nome degli altri tre, chiede di poter incontrare Nitto Santapaola, Salvo Madonia, Carlo Greco e Pippo Calò, anch’essi disposti a dissociarsi. Mi torna alla mente un’intercettazione di Carlo Greco che il 18 luglio 1996 parlava col fratello Giuseppe e il cognato Salvatore Adelfio”. Adelfio domandava: “Scusami, ma è meglio pentito o dissociato?”. E Carlo Greco: “Meglio questo che quello… Ti sei dissociato? Allora gli puoi dire: mi avvalgo della facoltà di non rispondere, ma mi dissocio. Sì, è vero, facevo parte di questi membri, di queste cose, però non lo voglio fare più. Ho le mie responsabilità. E intanto mi guadagno uno sconto di pena e mi levano il 41 bis… Perlomeno dieci anni in meno, per queste cose. Minchia, stupido ti pare? Comunque ancora non l’hanno messa questa legge della dissociazione, ma appena entrerà in atto… Saranno pochi quelli che fra pentito e dissociato faranno il pentito. E se metteranno la dissociazione è buono, perché verranno 80 per cento di pentiti in meno e, invece, se non la mettono ci saranno un altro 80 per cento di pentiti. Perciò c’è da scegliere: quale vuole lei?”. “Faccio poi notare a Caselli che gli aspiranti dissociati sono tutti dell’area Provenzano. Il quale aveva tutto da guadagnare dalla dissociazione, sia per i suoi uomini, sia per quelli di Riina, che marcivano tutti quanti all’ergastolo e per giunta ristretti al 41 bis senz’alcuna speranza di uscirne se non da morti. Questi, gli stragisti, davano segni di crescente insofferenza e, se avessero ordinato qualche delitto politico rompendo la Pax Mafiosa che durava dal ’93, sarebbe fallita la strategia della trattativa, della convivenza e della sommersione, costringendo lo Stato a varare qualche legge antimafia. Con la dissociazione, chiunque avesse aderito avrebbe ottenuto la revoca del 41-bis, sconti di pena con la possibilità addirittura di vedersi trasformare l’ergastolo in una pena di 30 anni (che poi diventano 20 grazie alla ‘liberazione anticipata’), permessi premio, e così via. Una pacchia, in cambio di nulla. Decidemmo così di opporci alla dissociazione. Fassino sposò la nostra linea e la comunicò a Vigna”. Appena la notizia trapelò sui giornali, la Procura di Palermo entrò in subbuglio: il procuratore Grasso sapeva, ma non aveva detto niente ai suoi sostituti. Così fu costretto a dichiararsi pubblicamente contrario alla dissociazione dei boss. Ma si scoprì pure che, nel centrodestra, l’idea aveva i suoi bravi supporter: dall’onorevole avvocato Carlo Taormina (Forza Italia), che parlò addirittura di “soluzione politica” per i mafiosi, ad altri peones mandati avanti in avanscoperta con un apposito disegno di legge presentato in Parlamento per sondare il terreno. Lette con gli occhi di oggi, quelle avances sulla dissociazione modello terrorismo, splendidamente illustrate nella chiacchierata del boss Carlo Greco (“come per i terroristi”), assumono un significato agghiacciante: nel papello consegnato da Ciancimino jr. alla Procura di Palermo, si parla esplicitamente del “riconoscimento benefici dissociati Brigate Rosse per condannati di mafia”. Caselli e Sabella pensano di avere stoppato l’operazione, invece il 6 febbraio 2001 La Repubblica racconta che tutte le mafie d’Italia – Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra e Sacra corona unita – chiedono a gran voce la dissociazione e hanno nominato come portavoce unico – per trattare con lo Stato – Salvatore Biondino, il capo del mandamento di San Lorenzo arrestato il 15 gennaio 1993 sull’auto insieme a Riina. Stavolta la proposta raccoglie un coro di aperture politiche, in parte trasversali. Ma le elezioni politiche sono alle porte e non se ne fa nulla. Almeno per qualche mese.

ATTO V, “DISSOCIAZIONE” BIS.

Nell’ottobre 2001 Sabella è ancora al Dap, anche se il nuovo ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha sostituito Caselli con l’ex procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra. Un magistrato che non può certo vedere di buon occhio Sabella: fu proprio quest’ultimo il primo pm a mettere in dubbio la versione del pentito Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato della strage di via d’Amelio ed era stato preso per buono dalla procura nissena retta da Tinebra (gli stessi dubbi avevano manifestato Ilda Boccassini, all’epoca “applicata” a Caltanissetta, e i pm di Palermo che avevano interrogato il pentito su Dell’Utri, Berlusconi e Contrada). Recentemente Scarantino è stato sbugiardato dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, che ha indotto i pm nisseni a chiedere la revisione delle condanne definitive emesse dalla Cassazione per via D’Amelio. Sabella, a Palermo, non aveva mai “utilizzato” Scarantino , ritenendolo inattendibile persino sugli omicidi che gli aveva confessato. Lo stesso Tinebra aveva poi accolto e coltivato la denuncia, poi rivelatasi infondata, del capitano De Donno contro Lo Forte proprio alla vigilia del processo Dell’Utri. Ed ecco, come per incanto, riaffacciarsi di fronte a Sabella il fantasma della “dissociazione”. Cioè dell’eterna trattativa Stato-mafia. “Nell’ottobre del 2001, mi telefona mia sorella Marzia, pm antimafia a Palermo. Mi dice che le è giunta da Rebibbia una richiesta di nullaosta per Salvatore Biondino, che vuole lavorare come ‘scopino’ in carcere, così la direzione del penitenziario chiede l’autorizzazione a tutte le procure che si occupano di lui. Chiedo un po’ in giro, e scopro che, facendo lo scopino, Biondino avrebbe libero accesso alle celle di Aglieri, Farinella, Madonia e Buscemi, i quattro ideologi della dissociazione. Avverto mia sorella che nega l’autorizzazione a Biondino e blocca tutto. Subito dopo stilo una relazione al mio nuovo capo, Tinebra, e suggerisco di allertare la polizia penitenziaria perché impedisca contatti anche casuali tra i boss coinvolti nel progetto dissociazione. La relazione è del 29 novembre 2001, giovedì. L’indomani, venerdì, è sul tavolo di Tinebra, ma lui è già partito per Caltanissetta per il weekend. La legge lunedì 3 dicembre e convoca il capo dell’ufficio detenuti, Francesco Gianfrotta, per chiedere spiegazioni. Gianfrotta si dice d’accordo con me e l’indomani, 4 novembre, lo mette per iscritto. Il 5 dicembre Tinebra, senza nemmeno parlarmi, sopprime il mio ufficio e mi revoca ogni incarico”. Due mesi prima Tinebra aveva definito all’Ansa la proposta di dissociazione di Calò “veramente interessante ”. E l’8 giugno 2000, nel pieno delle polemiche sulla prima proposta di dissociazione dei boss, aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dal titolo eloquente: “Dissociazione? Ero contrario, ora non più”. E aveva sostenuto di nutrire “seri dubbi” sul fatto che dietro la dissociazione ci fosse Provenzano, come aveva invece ipotizzato Sabella in un’intervista a Peter Gomez sull’Espresso. Dopodiché, appena Berlusconi aveva vinto le elezioni, aveva nominato proprio Tinebra, un raro esemplare di magistrato antimafia favorevole alla dissociazione a costo zero dei boss, a nuovo capo del Dap al posto di Caselli, che vi si era fieramente opposto. Lo stesso Tinebra aveva appena chiesto, in tandem col suo fedelissimo sostituto Salvatore Leopardi, l’archiviazione dell’inchiesta a carico di Berlusconi e Dell’Utri come possibili mandanti esterni delle stragi del 1992, con motivazioni talmente liberatorie da indurre il titolare del fascicolo, il pm Luca Tescaroli, a dissociarsi e ad andarsene polemicamente da Caltanissetta. E chi arriva all’Ispettorato del Dap, subito ricostituito da Tinebra dopo la cacciata di Sabella? Proprio il dottor Leopardi. Il quale sarà poi oggetto di un’indagine della procura di Roma a proposito di strane manovre al Dap per “orientare” e depotenziare, nel novembre del 2002, le rivelazioni del nuovo pentito Nino Giuffrè, guarda caso vicinissimo a Provenzano, a proposito di Dell’Utri. Manovre che non erano sfuggite all’occhiuto “analista” del Sismi Pio Pompa, uomo ombra del generale Niccolò Pollari, il quale aveva annotato in una delle sue informative che era “in atto il tentativo di ‘orientare’ le dichiarazioni” di Giuffrè, a cui i pm impegnati nell’inchiesta sulla morte di Roberto Calvi avevano rivolto domande su Dell’Utri e sulle attività del gruppo Fininvest in Sardegna. L’inchiesta sul Dap riguardava una sorta di “servizio segreto parallelo” messo in piedi nelle carceri italiane, per “monitorare” i mafiosi detenuti al 41 bis, dal Sisde allora diretto dal generale Mori. E infatti anche Mori fu sentito come testimone su quella vicenda, spiegando che la sua collaborazione con Leopardi e Tinebra era avvenuta attraverso canali del tutto istituzionali. Il tutto, ovviamente, “Siccome la soppressione del mio ufficio era, secondo me,  illegittima perché poteva deciderla soltanto il ministro,  scrissi a Castelli, ma questi mi mise alla porta. E lo stesso  fece di lì a poco il Csm. Capii quanto era debole un magistrato come me, mai iscritto ad alcuna corrente organizzata della magistratura. Avevo chiesto di essere trasferito alla procura di Roma, dove mi ero stabilito da meno  di tre anni. Ma il Csm mi rispose che a Roma non c’era n o  posti e mi trasferì a Firenze. Poi, proprio il giorno dopo, lo  stesso Csm applicò alla procura di Roma ben due magistrati più giovani di me: la prova che a Roma non c’era  posto, ma solo per me. Oggi, ripensando a quei mesi incredibili alla luce del papello, ho scoperto ciò che mai avrei  immaginato: e cioè che già nel 1992 Cosa Nostra aveva  chiesto una legge per la dissociazione dei boss. Così ho  maturato una serie di riflessioni pressoché obbligate: con i  miei ‘no’ alla dissociazione, avevo ostacolato per ben due  volte un disegno molto più grande di me, che passava sulla  mia testa e rimontava alla trattativa del 1992. Una trattativa mai interrotta (o forse una trattativa con Riina interrotta dalla strage di via D’Amelio ma subito proseguita,  stavolta positivamente, con Provenzano). Infatti, fra i vari punti del papello, molti dei quali francamente inaccettabili persino per uno Stato arrendevole come il nostro, il meno irrealizzabile (dopo la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, poi  disposta dal governo di centrosinistra nel 1997)  era proprio la dissociazione. Che, da sola, avrebbe  consentito allo Stato di esaudire indirettamente  quasi tutti gli altri: la fine dell’ergastolo, la fine del  pentitismo, la fine del 41 bis, la revisione delle condanne.  Oggi, rievocando la propria cacciata dal Dap, Sabella s’interroga: “Sono paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VI  IL G8 E LE ACCUSE  INFONDATE

Torniamo al 2001. Metà luglio, per la precisione.  Mentre è ancora in servizio al Dap, Sabella viene  inviato al G8 di Genova per coordinare l’attività  dell’Amministrazione penitenziaria in vista delle  annunciate violenze dei black bloc e dei prevedibili arresti. Infatti vengono arrestati centinaia di  manifestanti: pochi violenti e molti ragazzi innocenti. Alcune decine di questi vengono selvaggiamente pestati nella caserma di Bolzaneto, anche  da alcuni elementi del Gom, il corpo speciale della  polizia penitenziaria. Sabella verrà indagato dalla  procura di Genova per non essere riuscito a impedire quelle violenze (i reati contestati erano  abuso d’ufficio e d’autorità contro arrestati o detenuti) e poi archiviato. Ma, sul piano umano, Sabella ha l’amaro in bocca:  “Dico la verità, quel giorno maledetto commisi un errore  di valutazione. Non mi accorsi che il piano per gli arresti  preventivi, a scopo di sicurezza, fu modificato in corso  d’opera forse proprio allo scopo di aizzare gli animi, soffiare sul fuoco e far esplodere gli scontri. Altro però non  posso rimproverarmi, perché non sapevo quel che stava succedendo nella caserma. Per un motivo molto semplice: non ero lì nel momento in cui si verificarono i pestaggi, ma da tutt’altra parte, nella caserma di Forte San Giuliano, dove non è successo niente. Lo dimostrano i tabulati dei quattro telefoni cellulari che usavo quel giorno. Chiesi, anzi pretesi dai magistrati di Genova che controllassero i miei spostamenti, perché nei miei confronti ogni sospetto fosse dissipato. Invece la procura non controllò nulla e chiese l’archiviazione. Le parti civili, in rappresentanza dei ragazzi pestati, si opposero. E io mi associai all’opposizione (contro una richiesta di archiviazione!): volevo che fossero condotte tutte le indagini più approfondite, pretendevo di uscire senza ombre. I carabinieri acquisirono finalmente i miei tabulati telefonici, ma rilevarono che il traffico relativo alla ‘cella’ territoriale che io occupavo durante le violenze era stato cancellato (su quattro cellulari!) e dunque era impossibile affermare se io mi trovassi a Bolzaneto o altrove. Non so chi avesse manomesso quei dati, ma in ogni caso era facilissimo localizzarmi: dove mi trovavo nelle ore delle violenze risultava dai tabulati delle chiamate in entrata, cioè delle telefonate che ricevevo in quel mentre. Visto che non lo faceva l’Arma, ricostruii tutti i miei movimenti e dimostrai che, quando ero a Bolzaneto, non c’era stata alcuna violenza contro detenuti. Ma, nonostante le mie carte parlassero chiaro, il giudice se n’è infischiato e ha emesso un provvedimento di archiviazione infamante: sostenendo, cioè, che ero responsabile delle violenze, ma per colpa e non per dolo. Una tesi giuridicamente aberrante, fra l’altro, visto che le lesioni sono punibili anche quando sono colpose. E allora perché non mi ha rinviato a giudizio per quel reato? Così almeno avrei potuto dimostrare la mia estraneità nel dibattimento. Invece, a quell’archiviazione di fango, non ho potuto nemmeno oppormi: è inappellabile”. L’indagine di Genova ha serie ripercussioni sulla carriera di Sabella: il Csm blocca il suo avanzamento in attesa che si definisca il procedimento di Genova. “Feci presente al Csm che i pm non avevano indagato a fondo e chiesi al procuratore generale della Cassazione e all’Ispettorato del ministero di aprire un procedimento disciplinare contro il gip che mi aveva archiviato in quel modo scandaloso. Produssi anche alla IV Commissione del Csm una memoria dettagliata dove dimostravo tutto per tabulas, con vari atti allegati, perché fossero valutati nel decidere del mio avanzamento in carriera. Ma non ci fu nulla da fare. Un muro di gomma dopo l’altro. La mia carriera in magistratura è stata definitivamente compromessa con una delibera del Csm che ignorava totalmente i miei meriti di magistrato antimafia, ma anche la mia memoria sui fatti di Genova, sulle stranezze presenti nei miei tabulati telefonici e sulle omissioni dei colleghi. Il 27 febbraio 2008, vado a riprendermi le carte che avevo prodotto sui fatti di Genova. Le cerco nel mio fascicolo personale al Csm. Sparite. Lo stesso giorno presento un’istanza per sapere dove sono finite e se sono state valutate nella pratica sulla mia promozione: scoprirò che sono state archiviate ed espunte dal mio fascicolo con una decisione adottata dall’Ufficio di presidenza del Csm, con a capo il vicepresidente Nicola Mancino. Che combinazione: ritrovo Mancino dieci anni dopo che Brusca mi aveva parlato di lui in quel verbale secretato”. Ma non è tutto. “La stessa sera di quel 27 febbraio, guarda caso, proprio dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia, radicalmente falsa, che mi sarei candidato alle elezioni politiche nel Pdl, in quota Alleanza nazionale. Immaginare l’entusiasmo nei centri sociali alla notizia che ‘il boia di Bolzaneto’  era stato adeguatamente ricompensato con una candidatura nella destra! Mettere in circolo quella bufala significa non solo delegittimarmi, ma anche compromettere la mia sicurezza: ora un possibile attentato nei miei  confronti può essere comodamente attribuito a qualche  gruppo eversivo di estrema sinistra (Cosa Nostra aveva  fatto lo stesso con Carlo Alberto Dalla Chiesa tentando di  far rivendicare alle Br l’agguato all’allora prefetto di Palermo). Tant’è che, essendo senza scorta, ricomincio a  girare armato. E chiedo al Csm di rivedere la valutazione  sul mio conto in base agli atti che avevo prodotto: mi rispondono picche. Intanto scopro da un articolo di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera che il mio nome  compare nei dossier di Pio Pompa, l’analista del Sismi ai  tempi in cui il servizio segreto militare era legato mani e  piedi alla security della Telecom. E, si badi bene, il mio  nome compariva accanto a quello di altri magistrati antimafia di Palermo. Ma accanto al mio non c’è la sigla  “Pa”, bensì la sigla “Ge”. E io a Genova ci sono stato solo  a Fir  mai più ripristinata  nei giorni del G8. E guarda caso usavo schede Telecom. E,  guarda un po’ la combinazione, qualcuno ha cancellato i  tabulati che mi scagionavano dai fatti di Bolzaneto. E tutto  questo il Csm lo sapeva (o perlomeno doveva saperlo),  avendo ricevuto subito le informative sui magistrati spiati  dal Sismi. Ma nessuno mi aveva detto nulla, tant’è che l’ho  appreso dai giornali. Oggi mi domando: qualcuno voleva  levarsi dai piedi il sottoscritto al Dap per spianare la strada  alla dissociazione, ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo) del 1992? Sono paranoico, oppure sono  autorizzato a farmi certe domande?”.

ATTO VII  L’ATTENTATO  DEI MISTERI

Il 15 febbraio 2002 Sabella si insedia alla procura di  Firenze. L’indomani, giorno 16, è un sabato. Eppure il prefetto della città Achille Serra (ex deputato di Forza
Italia e futuro deputato del Pd) convoca d’urgenza il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, che revoca la scorta a Sabella e la  sostituisce con una semplice “tutela” (un solo uomo). Ma solo nel territorio fiorentino: niente scorta né tutela nei suoi spostamenti a Roma, dove vivono la moglie e la figlia, né in Sicilia, dove abitano  i genitori. La decisione del Cosp è stata sollecitata  dal direttore del Dap, Tinebra, che ha comunicato  l’indisponibilità a prestare ancora per la sua scorta  gli uomini della polizia penitenziaria. E dire che  soltanto 15 giorni prima il Comitato per l’ordine e  la sicurezza di Roma, applicando le nuove direttive del Viminale sulla riduzione delle scorte, aveva tagliato i servizi di protezione a decine e decine  di personalità, ma a Sabella aveva confermato la  scorta con due auto e quattro uomini, ritenendolo  evidentemente un obiettivo ad alto rischio. Lui, il  magistrato che ha catturato più boss mafiosi facendone condannare alcune decine a migliaia di  anni di carcere, è allibito: “Mi turba l’incredibile confusione che caratterizza la gestione delle misure di protezione di noi magistrati. Quando ho chiesto alla prefettura i motivi di una decisione così radicale, il capo di gabinetto non sapeva nemmeno chi ero e che ero stato pm  a Palermo. Evidentemente non avevano neanche il mio  fascicolo. Tanto che il lunedì successivo dalla prefettura mi  avevano chiesto di fornire loro la mia data di nascita, che  evidentemente non avevano!”.  Il gruppo Ds rivolge al  governo un’interrogazione parlamentare firmata anche da Luciano  Violante e Beppe Lumia. Il prefetto Serra liquida la faccenda con  parole sprezzanti: “Ribadisco che non intendo fare alcun commento sul merito della decisione, già valutata in  ben quattro riunioni  del Cosp alla presenza  e col parere di alti magistrati (strano, visto che Sabella è giunto a Firenze da un giorno soltanto, ndr).  Ma voglio stigmatizzare le critiche di sottovalutazione rivolte dal magistrato al capo di gabinetto  della prefettura perché ingiuste e grossolane. Peraltro basta leggere le dichiarazioni del pm Sabella: si commentano da sole” (Ansa, 21 maggio  2002). Il procuratore capo Ubaldo Nannucci si  schiera col suo sostituto: “Sono intervenuto sia sul  prefetto di Firenze sia sul ministero per segnalare  l’estrema delicatezza della posizione del collega  Sabella. Il problema, evidentemente, è nell’interpretazione del concetto di ‘attualità del pericolo’  che corre un magistrato. Certo, se il rischio è attuale durante un processo di rilievo, non è che il  giorno dopo la sentenza, quando il processo è finito, quel rischio cessa” (Ansa, 22 maggio 2002).  Passa poco più di un anno e il 28 ottobre Lirio Abbate rivela sull’Ansa che la procura di Palermo ha  appena scoperto un progetto di attentato mafioso  ai danni di un magistrato. Da una conversazione  intercettata durante un summit di mafiosi vicini a  Provenzano in un casolare fra le province di Agrigento e Palermo, si sentono i boss parlare di un  ordine partito dalle carceri e firmato da Leoluca  Bagarella di “far saltare la macchina del giudice”,  con l’assenso di Provenzano. “Il procuratore Piero  Grasso – scrive l’Ansa – ha informato subito della  vicenda il capo della polizia, Gianni De Gennaro,  e il prefetto di Palermo per rafforzare le misure di  sicurezza ai magistrati impegnati nella lotta alle  cosche. Nella trascrizione – effettuata l’11 ottobre  scorso, ma il dialogo sarebbe di alcuni mesi prima – non compare il nome del magistrato nel mirino  di Cosa Nostra. I pm della Dda, che al momento  fanno solo ipotesi, hanno avviato uno screening  per cercare di individuare l’obiettivo delle cosche  mafiose. Nessuno dei presenti (al summit, ndr) è stato identificato perché in quel momento non  era operativo un servizio di osservazione. Il progetto di attentato potrebbe essere collegato al  ‘proclama ’ di Bagarella pronunciato il 12 luglio  2002 durante un processo a Trapani. In quell’occasione il boss, parlando a nome di tutti i detenuti  dal carcere de L’Aquila sottoposti al carcere duro  previsto dal 41 bis, fece riferimento a ‘promesse  non mantenute’ e a strumentalizzazioni ‘politiche ’. Dall’intercettazione emerge che la vittima  designata da Cosa Nostra sarebbe un magistrato  che abita in una piazza in cui arrivano furgoni. Secondo quanto emerge dall’intercettazione, infatti, il ‘gruppo di fuoco’ si sarebbe dovuto nascondere all’interno del furgone per compiere l’attentato contro l’auto del magistrato” (Ansa, 28 ottobre 2003). L’indomani, altri particolari: “Il progetto di attentato nei confronti di un magistrato che  sarebbe stato messo a punto dalle cosche, scoperto in seguito ad alcune intercettazioni ambientali  in un casolare della provincia di Agrigento, secondo i pm della Dda di Palermo ‘non sarebbe stato  accantonato’” (29 ottobre 2003). Ma il nome del  candidato all’obitorio la procura di Palermo non  lo fa.  “Soltanto un cieco poteva ignorare gli elementi che, in  quell’intercettazione, portavano tutti nella mia direzione.  Con chi ce l’aveva sommamente Bagarella, se non con  colui che l’aveva arrestato, si era occupato del ‘suo’ 41 bis  e aveva fatto parlare quasi tutti i suoi fedelissimi? E poi  l’intercettazione ambientale era avvenuta in contrada Acque Bianche, nel comune di Bivona dove sono nato, a  qualche centinaio di metri in linea d’aria da casa mia.  Nell’intercettazione, peraltro molto confusa per la scarsa  qualità della registrazione e i continui fruscii e rumori di  fondo, uno dei mafiosi dice che volevano attaccare qualcosa alla macchina del giudice, che conosce il posto e che  sa “che c’è scritto La Barbera”. Secondo la procura, si  riferiva al pentito Gioacchino La Barbera. Ma La Barbera  è il cognome di mia madre e davanti casa mia, tuttora, c’è  la targa dello studio legale dei miei: ‘Studio legale Sabella-La Barbera’. Seppi poi che, quando la cosa era finita sui  giornali, il presunto capomafia locale, nel bar del paese,  aveva stretto platealmente la mano a mio padre (storico  esponente del Pci della zona: i due non si erano mai guardati in faccia prima di allora). Come a dire che l’attentato  non aveva il suo consenso. In qualche modo, mi aveva  salvato la vita. Ma in quei giorni la procura diretta da Piero  Grasso, impegnato in un duro braccio di ferro con i cosiddetti ‘caselliani’, ritenne di non far uscire il mio nome. Tant ’è che fu il mio capo di Firenze a dire ciò che era chiaro  a tutti quelli che avevano letto quei brani di conversazione”.  Infatti il 30 ottobre il procuratore Nannucci dichiara all’Ansa:“C’è una buona probabilità che fosse il pm Alfonso Sabella l’obiettivo del progetto di  attentato della mafia contro un magistrato”.L’Ansa  aggiunge che Nannucci “ha già informato il procuratore generale per avviare la procedura per assegnare la scorta a Sabella, che ora ha la tutela, con  un solo agente che lo protegge”, e “a brevissimo  termine dovrebbe essere convocata una riunione  del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica  in prefettura per decidere in merito. Sabella ha  spiegato di non sapere ‘quanto sia fondato o meno’ il progetto di attentato nei suoi confronti: ‘Ho  letto gli articoli di giornale e ho avuto informazioni molto generiche dai miei colleghi di Palermo.  Tutto ciò rientra comunque nel normale rischio di  chi si occupa di mafia: lo abbiamo messo in conto…’”. Oggi, per completezza, aggiunge: “La scorta non mi fu riassegnata nemmeno dopo quel progetto di  attentato. Anzi, un paio di anni dopo mi levarono pure la  semplice tutela”.  Oggi, Sabella non riesce proprio a non collegare la  revoca della scorta e quel progetto di attentato al  suo “peccato originale”: aver ostacolato la trattativa, prima come magistrato a Palermo, poi come  funzionario del Dap: “Sono stato il primo a raccogliere,  già dieci anni fa, le rivelazioni di Brusca sulle stragi, la trattativa e la mancata perquisizione del covo di Riina. Il primo (con Ilda Boccassini) a dubitare dell’attendibilità di  Scarantino. Ho tagliato fuori il Ros dalla cattura dei grandi latitanti, ho addirittura chiesto di esonerarlo dalle indagini  per la cattura di Provenzano. Ho fatto saltare il complotto  provenzaniano del ritorno a delinquere dei pentiti. Ho  mandato all’aria due volte l’ultima versione della trattativa (o meglio dell’accordo), quella chiamata ‘dissociazione’. E, da cacciatore di mafiosi che ero, sono stato cacciato  dal Dap e quasi cacciato dal Csm. Da predatore a predato. Intanto tutti quelli che in questi 17 anni hanno favorito la trattativa hanno fatto carriere strepitose. Sono  paranoico, oppure sono autorizzato a farmi certe domande?”.

Autorizzato, dottor Sabella. Autorizzato.


Marco Travaglio (Da
Il Fatto Quotidiano dei gioni 10 e 12 Novembre)

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Le richieste di Riina nei nastri segreti di Ciancimino

7 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Le richieste di Riina nei nastri segreti di Ciancimino.

La trattativa mafia Stato? Adesso c’è anche la ‘prova vocale’: alcuni nastri registrati da Vito Ciancimino, nel suo salotto di piazza di Spagna a Roma, della conversazione con l’allora colonnello dei carabinieri del Ros Mario Mori. Oggetto: le richieste di Riina allo Stato per fermare le stragi. Ma Riina venne arrestato, tradito da quello stesso Provenzano che ne avrebbe preso poi il posto, nella seconda fase della trattativa. È questo il senso delle rivelazioni di Massimo Ciancimino, che ieri ha consegnato ai magistrati della Dda nuovi documenti cartacei ma non quei nastri, dei quali ha detto di non conoscere ancora il contenuto. E, parlando con i giornalisti, ha ribadito di essere stato testimone del tradimento di Provenzano nei confronti di Riina: “Indicò ai carabinieri la zona esatta del nascondiglio in cui Riina trascorse l’ultima parte della latitanza”.

Le rivelazioni del giovane figlio di don Vito, testimone diretto della trattativa mafia-Stato, sono state acquisite agli atti dell’inchiesta che vede indagati Riina, Provenzano e il medico Antonino Cinà per minacce ad un corpo politico dello Stato. A Palermo, per deporre nel processo di appello per riciclaggio, Ciancimino ha poi segnalato di nuovo alcune presunte anomalie nelle indagini a suo carico: “Non ho nulla contro i magistrati che hanno fatto il loro lavoro alla luce degli atti che altri hanno trasmesso – ha detto Ciancimino, riferendosi ai carabinieri che hanno condotto quelle indagini – quello che so, però, é che non hanno avuto tutto il materiale che era necessario per far luce sulla mia vicenda”.

Ma è sui nastri, che potrebbero gettare nuova luce sulle fasi ancora confuse di quella trattativa, che si è acceso adesso l’interesse dei magistrati: “Ho tutta una serie di nastri – ha detto ai giornalisti Ciancimino – ma devo capire di cosa si tratti. Mio padre era solito registrare eventi importanti, ma non ho avuto ancora contezza personale di cosa sia impresso nelle bobine in mio possesso”. E ai magistrati ha parlato di ‘’appunti vocali per un libro’’ redatti dal padre insieme ad alcune conversazioni con il colonnello Mori. Una prova vocale dell’intesa. Che avrebbe avuto nell’arresto di Riina un importante ‘stop and go’: il tradimento di Provenzano, raccontato da Massimo Ciancimino, al quale l’allora capitano del Ros Giuseppe De Donno avrebbe fornito alcune mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre e sperando di avere un contributo utile per l’arresto del boss latitante. Il padre, don Vito, avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un’altra l’avrebbe affidata al figlio perché la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l’ex sindaco indicava Provenzano. L’uomo del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio ‘93 finì in manette.

Giuseppe Lo Bianco (da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2009)

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L’incubo di Dell’Utri è Spatuzza

7 Novembre 2009 · Lascia un Commento

L’incubo di Dell’Utri è Spatuzza.

Domani la Corte di Palermo deciderà se accogliere nel dibattimento sul processo al senatore ed ex capo di Publitalia la deposizione del pentito di mafia che ha già fatto riaprire il processo sulla strage di via D’Amelio.
Tornano a disturbare i sonni del senatore Marcello Dell’Utri i fantasmi del ’92 e del ’93. E proprio quando il vento, in quel di Palermo, sembrava soffiare a suo favore. I tanti niet della Corte presieduta da Claudio Dall’Acqua alle richieste del pg Gatto, erano parsi di sicuro buon auspicio in vista della sentenza d’appello che era attesa per il prossimo dicembre. A cinque anni esatti dalla condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sopraggiunta dopo 211 udienze dibattimentali e una mole di prove tanto imponente che nel corso della requisitoria i pm si erano trovati costretti a tralasciarne molte, «per crisi di abbondanza». A settembre scorso i giudici avevano deciso di non ascoltare Massimo Ciancimino, figlio di don Vito – protagonista della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato – che in questi ultimi tempi ha fatto riaffiorare in molti soggetti istituzionali ricordi inquietanti quanto la loro tardività. Mentre nei mesi e negli anni precedenti i rifiuti erano arrivati pressoché per tutte le richieste dell’accusa.
Compresa quella di ammettere una memoria e i documenti che secondo il pg avrebbero dimostrato come Forza Italia, nel 1994-95, avesse tentato di far approvare una serie di norme favorevoli a Cosa nostra. In perfetta aderenza con quanto raccontato a processo dai collaboratori di giustizia e in particolare da Salvatore Cucuzza. Che aveva ricostruito gli incontri milanesi di Mangano, “l’eroico” stalliere di Arcore, con Dell’Utri proprio in quel periodo, per concordare insieme al senatore modifiche al Codice penale molto favorevoli per l’organizzazione criminale e per i carcerati. Ed è proprio da quegli anni lontani che parte oggi la ricostruzione dell’ultimo grande pentito di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza. L’ex boss di Brancaccio, braccio destro dei Graviano, che la Corte ha deciso di ascoltare, sospendendo la requisitoria, ormai alle battute finali.
Spatuzza, l’uomo che con le sue dichiarazioni ha fatto riaprire le indagini sulla strage di via D’Amelio, ha ricordato quella trattativa durata almeno fino al 2004, e che aveva come referenti Berlusconi e «il nostro paesano Dell’Utri». Altra cosa rispetto a quei «crastazzi dei socialisti», ha spiegato, ripetendo le parole del capomafia Giuseppe Graviano che, a un incontro al caffè Doney di via Veneto, a Roma, era giunto esultante. «Ci siamo messi il Paese nelle mani». L’allusione era a quei due politici grazie ai quali, dice Spatuzza, «avevamo ottenuto quello che cercavamo», in un periodo in cui Graviano «mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica». Erano gli anni bui delle bombe. Nella Capitale gli stragisti stavano progettando l’ultimo grande attentato (all’Olimpico, fallì per un guasto al telecomando dell’ordigno) e Berlusconi stava scendendo in campo con un partito che – assicura la prima sentenza – la mafia siciliana, in testa Provenzano, aveva deciso all’unanimità di appoggiare.
Nella stessa i rapporti di quel periodo tra Dell’Utri e i Graviano, arrestati nel ’94 proprio a Milano, risultano accertati. Ed è uno di loro, Filippo, che nel 2004 nel carcere di Tolmezzo con Spatuzza parla di dissociazione e dei malumori manifestati dai boss ristretti in cella. «Se non arriva niente da dove deve arrivare – sono le parole di Graviano – è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». I messaggi di insofferenza all’esterno del carcere in quegli anni arrivano in vari modi, e chissà se hanno raggiunto quei “referenti” dei quali Spatuzza a breve parlerà ai giudici. E chissà se il timore più grande è che quelle dichiarazioni non si fermino a Palermo, ma raggiungano altre sedi giudiziarie dove nuove prove potrebbero riaprire vecchie ferite, giacché il reato di strage non va in prescrizione.

Fonte: Terra (Monica Centofante, 5 Novembre 2009)

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Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano

7 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Quel viaggio in Sardegna dei fratelli Graviano.

Chi ci ha lavorato sopra dice che quei cellulari parlano. Raccontano storie di sangue e di tritolo. Di bombe e di patti segreti. Ma anche vicende minime: l’amore di Giuseppe e Filippo Graviano, i due boss di Bracaccio responsabili delle stragi del ‘93, per Rosalia e Francesca; le vacanze in coppia; la strana passione dei due fratelli per i viaggi e per i luoghi di vacanza più o meno esclusivi.
Sì, perchè i Graviano, mentre organizzavano gli attentati alle opere d’arte e, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, trattavano un accordo politico con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, percorrevano l’Italia avanti e indietro. I tabulati telefonici, incrociati con decine e decine di testimonianze raccolte dalla Dia (direzione investigativa antimafia), ci mostrano i due fratelli e le rispettive fidanzate che, insieme a un amico, vanno in febbraio al Carnevale di Venezia. Poi i due ragazzi terribili si spostano a Abano Terme, ospiti del proprietario di un tv privata siciliana. Quindi arrivano a Riccione, dove da maggio a giugno, i mesi in cui si verifica il fallito attentato a Maurizio Costanzo e la strage fiorentina dei Georgofili, affittano un appartamento ammobiliato. Da lì un nuovo trasloco. A inizio estate i Graviano sono i Versilia in una villa affittata dal proprietario di un’importante scuderia di trotto. Infine, dopo la bomba milanese di Via Palestro, il colpo di testa. O forse di genio. Mentre il leader del Psi, Bettino Craxi, fiaccato dagli avvisidi garanzia di Mani Pulite, dice ai giornali “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”, Giuseppe e Filippo arrivano in Sardegna. Prendono un volo della Meridiana e in agosto sbarcano in Costa Smeralda. Lì vanno adabitare per quasi due mesi in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dal buen retiro estivo del futuro presidente del Consiglio. Cosa accada a Porto Rotondo, non è chiaro. Anche lo scorso agosto i due boss, sono stati interrogati dai magistrati di Firenze titolari delle indagini sulle stragi del ‘93, ma si sono rifiutati di rispondere. Nelle carte in mano agli investigatori restano però molti sospetti e qualche certezza. In Costa Smeralda Giuseppe e Filippo, mentre l’Italia segue con il fiato sospeso gli sviluppi dell’indagine sulla maxi-tangente Enimont (quasi 100 miliardi di lire versati dai vertici del gruppo Ferruzzi a tutto il pentapartito), fanno la bella vita. Vestiti come sempre con capi firmati da Versace, riescono a imbucarsi in un grande ricevimento organizzato da una famiglia di celebri industriali del nord, fanno amicizia con i vicini di casa e pensano al futuro.

I problemi di Cosa Nostra sono tanti. La prima presunta trattativa con lo Stato, quella condotta dall’ex sindaco mafioso di palermo Vito Ciancimino, non ha portato a nessun risultato. Totò Riina, il 15 gennaio del ‘93, è stato arrestato. La pressione sulla mafia non si èallentata. E Luchino Bagarella, dopo aver visto finire in manette suo cognato Totò, ha riunito i cristiani (gli altri mafiosi ndr) e ha detto: “Non cambia niente. Finché c’è un corleonese fuori si va avanti come prima”. Solo Bernardo Provenzano, l’alter ego di Riina a cui i Graviano – ma lo si scopre solo oggi – erano particolarmente legati, ha sollevato dei problemi: va bene – ha detto – ma voglio che gli attentati avvengano al nord. Era stato così che Giuseppe e Filippo si erano messi in viaggio: alla ricerca di obbiettivi e, soprattutto, di nuovi contatti politici. Gente con cui stringere un patto. Persone importanti con cui mettersi d’accordo. La mafia, raccontano i collaboratori di giustizia, per mesi aveva flirtato col Partito Socialista. Ma poi era esplosa Tangentopoli e, se davvero il cavallo su cui puntava Cosa Nostra era Craxi, quello era morto, ucciso dagli avvisi di garanzia, quasi prima di partire (Giuseppe Graviano, con il pentito Spatuzza, definirà i socialisti “dei cornutazzi”). Il 4 aprile del 1993, anzi, il segretario del Psi incontra ad Arcore Berlusconi. Ezio Cartotto, un ex democristiano assunto come consulente nel giugno del ‘92 da Marcello Dell’Utri per spiegare agli uomini di Publitalia i segreti della politica, dirà ai pm che proprio quel giorno Forza Italia comincia realmente a prendere corpo. Craxi infatti fa di tutto per convincere il Cavaliere a organizzare un partito che possa far argine all’avanzata delle sinistre. “Hai la bomba atomica, hai la televisione, usala!”, incalza l’amico. Berlusconi non sa che pesci pigliare: “Certe volte mi metto a piangere da solo sotto la doccia. Mi diranno che sono mafioso, mi diranno e faranno di tutto”. In ogni caso i preparativi per il nuovo partito – che non si sa ancora da chi sarà guidato – s’intensificano. Ad Arcore le riunioni si succedono alle riunioni. E in prima fila, nell’insistere per la discesa in campo del Cavaliere, ci sono Del’Utri, il big boss di Programma Italia Ennio Doris, e Cesare Previti. Fedele Confalonieri e Gianni Letta invece frenano. La situazione è complicata. Molti uomini Fininvest sono sotto inchiesta (Il 22 luglio il gruppo verrà perquisito dalla Guardia di Finanza). Bisogna per forza muoversi.

Il 4 giugno Berlusconi annuncia anche a Indro Montanelli la sua decisione: il raggruppamento dei moderati si farà e lui ne sarà il capo. Poi, il 12 luglio, fa inviare a la redazione de Il Giornale un fax sull’atteggiamento (molto critico) che i suoi media devono tenere rispetto a Mani Pulite. Un particolare sorprende: nel documento si parla pure delle indagini contro Cosa Nostra. Per Berlusconi è grave che “sulla base di dichiarazioni dipentiti per lo più inattendibili o compiacenti” i giudici “aggiungano al capo di accusa l’ulteriore addebito dell’associazione di stampo mafioso che priva l’inquisito di fondamentali garanzie processuali in materiadi libertà personale e di prova ”. Ma tant’è. In Fininvest ormai si discute solo di inchieste e di politica.

A fine luglio Berlusconi annuncia a Giuliano Urbani l’intenzione di restare ad Arcore per proseguire con gli incontri. In realtà poi il Cavaliere a Porto Rotondo ci andrà, eccome. Quasi ogni week-end, e forse durante il periodo di Ferragosto, Berlusconi è in Sardegna, dove a fine mese, a tavola, ha una lunga discussione con Letta e Confalonieri (“io esposi il mio pensiero in maniera piuttosto vivace” ha raccontato proprio Letta durante il processo Dell’Utri).

E i Graviano, cosa fanno? Ufficialmente vacanze, ma in realtà preparano l’omicidio di don Pino Puglisi e un nuovo viaggio. Questa volta la meta è Milano dove resteranno da fine novembre fino al 27 gennaio, quando verrano arrestati. Diecigiorni prima però, secondo Spatuzza, Giuseppe aveva fatto una puntata a Roma e seduto a un tavolino del bar Doney, era apparso raggiante. L’accordo con Berlusconi e dell’Utri (“persone serie”) per lui era cosa fatta. E ripeteva: “Ci siamo messi il paese nelle mani”.

Peter Gomez (da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2009)

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Ciancimino jr: “Riina tradito da Provenzano” Insorge il capitano Ultimo: “Tutto falso” – cronaca – Repubblica.it

7 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fu Bernardo Provenzano a “tradire” Totò Riina, svelando il nascondiglio in cui poi fu catturato: “Ha consegnato lui le mappe della locazione dove poi è stato trovato Riina. Comunque non posso fare altere dichiarazioni per rispetto dei magistrati con i quali sto parlando”. Lo ha detto Massimo Ciancimino, prima di entrare nell’aula bunker di Pagliarelli a Palermo.

Secondo questa sua ricostuzione, fatta agli inquirenti di Palermo, che nel periodo delle stragi mafiose del ‘92 l’allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre Vito Ciancimino e sperando di avere un contributo utile per l’arresto del boss latitante. Don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un’altra l’avrebbe affidata al figlio perchè la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l’ex sindaco indicava Provenzano.

L’emissario del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio ‘93 fini’ in manette.

Fonte: Ciancimino jr: “Riina tradito da Provenzano” Insorge il capitano Ultimo: “Tutto falso” – cronaca – Repubblica.it.

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La Mafia tratta ancora

29 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: La Mafia tratta ancora.

Scritto da Peter Gomez
Da mesi aleggia lo spettro di un ricatto a Berlusconi da parte di Cosa Nostra.

“Nel 2004, dopo un colloquio investigativo con i pm della super procura, incontrai nel carcere di Tolmezzo, Filippo Graviano. Gli spiegai che ormai da quattro anni mi ero staccato da Cosa Nostra, ma che non potevo fare il passo finale. Non potevo mettermi a collaborare. Filippo stava veramente male. Aveva appena avuto un infarto, ma mi disse con un filo di voce: ‘a questo punto bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva   niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati’”.

Lo spettro del grande ricatto a Silvio Berlusconi che da mesi si aggira nei palazzi della politica romana, si materializza a Palermo il 6 ottobre. Quel giorno all’improvviso il pentito Gaspare Spatuzza, l’ex reggente della famiglia mafiosa di Brancaccio, autore materiale delle stragi del ‘93 e killer di don Pino Puglisi, dà un senso alle parole del leader della Lega Umberto Bossi e a quelle del ministro degli Interni, Roberto Maroni, che sempre più spesso parlano di uno scontro tra il governo e Cosa Nostra.

“Sarà un caso che la mafia inizi ad innervosirsi… Abbiamo segnali che alcuni pezzi grossi della mafia in carcere stanno pensando di fare qualcosa. Ma noi andiamo avanti”, aveva detto il 13 settembre l’uomo del Viminale. “Penso che il caso delle escort sia stato messo in piedi dalla mafia: abbiamo fatto leggi pesantissime. L’ ho spiegato anche a Berlusconi, chi ha in mano le prostitute è la mafia», gli aveva fatto eco il fondatore del Carroccio.Certo, entrambi i leghisti sostengono che Cosa Nostra reagisce alle (presunte) iniziative dell’esecutivo   contro le cosche. Ma, accanto a questa interpretazione, ve ne un’altra, molto più accreditata da investigatori e magistrati. “La trattativa” tra Stato e mafia, proprio come raccontato da   Spatuzza, è ancora in corso. E in carcere i boss delle stragi, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94: il periodo in cui, stando alla sua sentenza di condanna in primo grado, Marcello Dell’Utri, allora impegnato nella creazione di Forza Italia, stringeva accordi con gli uomini dei clan.

Attenti: non è fantapolitica. Perché i segnali, che dicono come in Cosa Nostra sia in corso un cambiamento epocale, si stanno moltiplicando. Ormai molti uomini d’onore non pentiti prendono la parola nei loro processi. E, per la prima volta, lo fanno per difendersi senza però negare la loro appartenenza all’organizzazione. Ha cominciato Salvatore Lo Piccolo, il boss che sperava di succedere a Bernardo Provenzano. Poi è stato il turno di Nicola Mandalà, il ragazzo di Villabate figlio di un dirigente di Forza Italia, che per anni aveva protetto la latitanza di zu’ Bino: “È vero sono mafioso, ma quell’uomo non l’ho ucciso io”,ha detto in aula Nicola lasciando tutti di stucco. Infine, il 28 settembre, a parlare è stato il più importante di tutti: Giuseppe Graviano, 46 anni, 15 dei quali trascorsi in prigione.

Durante il processo contro l’ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo – un politico che nel ‘93, secondo l’accusa, sapeva come le stragi fossero opera dei fratelli Graviano, ma che tentò di convincerli a desistere – Graviano è intervenuto in videoconferenza dal carcere milanese di Opera. E quando gli è stato chiesto, “Signor Graviano lei fa parte di Cosa Nostra”, ha risposto secco: “Sono stato condannato per 416 bis (associazione mafiosa ndr)”.

Eccola qui, allora, la grande paura di Silvio Berlusconi. Eccola qui, nascosta dietro le facce apparentemente pulite di Filippo e Giuseppe, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in carcere indossano giacche all’inglese e golfini di cachemire. E che, nel 1996, sono persino riusciti a far uscire di prigione due provette grazie alle quali le loro mogli hanno avuto un figlio. Dietro le sbarre i Graviano si sono   diplomati. Giuseppe ora spera addirittura di laurearsi in biologia molecolare e intanto conta i giorni che lo separano dalla morte. Sì, la morte. Perché, per quelli come lui, per i mafiosi che da ragazzi davvero pensavano di piegare la politica a colpi di tritolo, sui ruolini delle prigioni sta scritto: “fine pena mai”.

Eppure una volta tutto era diverso. Nel gennaio del ‘94, racconta Spatuzza , Giuseppe “era felicissimo, sembrava uno che aveva vinto al superenalotto”. Seduto a Roma, a un tavolino del bar Doney, ripeteva: “Abbiamo chiuso tutto. Abbiamo chiuso tutto”. Sosteneva che con Berlusconi e Dell’Utri era stato raggiunto un accordo: “Il paese è in mano nostra”, diceva prima di ordinare a Spatuzza di “dare il colpo di grazia”. Cioè di uccidere cento carabinieri con un attentato, poi fallito, allo Stadio Olimpico.

Come è andata finire è cronaca. Il 27 gennaio i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano proprio dai militaridell’Armae,da quel giorno in poi gli investigatori cominciano a parlare dei loro presunti collegamenti con Dell’Utri e Forza Italia. All’ombra della Madonnina, infatti, i Graviano ci stavano ormai da due mesi. E con loro, negli ultimi giorni, c’erano pure le fidanzate e due uomini, con mogli e figli. Uno era il padre dell’attuale centrocampista dell’Udinese, Gaetano D’Agostino. Le carte processuali raccontano che, prima un commerciante palermitano di vestiti legato a Dell’Utri e alla mafia, e poi forse gli stessi Graviano gli avevano promesso di far giocare il figlio   nei pulcini Milan. “Stai tranquillo vedrai che ti troviamo anche un posto di lavoro a Euromercato (allora gruppo Fininvest ndr), lo rassicuravano i boss. Dell’Utri nega. Ma almeno i rapporti tra i Graviano e la neonata Forza Italia, non possono essere smentiti.

Uno dei cellulari usati dai fratelli durante la latitanza, chiamava spesso il presidente del club di azzurro di Misilmeri, Giovanni La Lia, cugino del boss Salvatore Benigno, pure lui condannato per le stragi del ‘93. E sempre La Lia era presente alla prima grande riunione   del movimento di Berlusconi a Palermo. Quelli di Forza Italia l’avevano organizzata a Brancaccio, nell’Hotel San Paolo Palace, l’albergo a cinque stelle di un altro importante presidente di club: il costruttore Giovanni Ienna, un imprenditore che investiva i soldi di Filippo e Giuseppe. Per questo oggi, mentre in carcere i due fratelli contano i minuti e pensano il dà farsi, le tracce di quel traffico telefonico a Palazzo Chigi fanno paura. Più dei ricatti delle escort. Più delle indagini dei “pm comunisti”.

Fonte: Il Fatto quotidiano (Peter Gomez, 29 Ottobre 2009)

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Blog di Beppe Grillo – Loro morti per lo Stato, voi vivi per il papello

29 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Loro morti per lo Stato, voi vivi per il papello.


In un Paese con il più grande parco macchine blu del pianeta per i politici, la Polizia non ha i soldi per il carburante. I delinquenti li devono inseguire a piedi. Brunetta non si è affacciato al balcone per rispondere ai 30.000 poliziotti. Mancavano le forze anti sommossa per proteggerlo.
“Migliaia di poliziotti in piazza – Contestato ministro Brunetta, difendiamo anche te – (ANSA) – ROMA, 28 OTT – Contestazione nei confronti di Brunetta durante la manifestazione a Roma di poliziotti, agenti della Polizia penitenziaria e Forestale. In migliaia in piazza contro i tagli del governo al comparto sicurezza. ”Noi difendiamo anche la tua sicurezza e tu ci ha preso in giro e ci hai dato dei ‘panzoni”, hanno urlato gli organizzatori della protesta passando sotto la sede del ministero della Funzione Pubblica in corso Vittorio Emanuele. Spiccano le foto di Falcone e Borsellino e sullo striscione c’è scritto:Loro morti per lo stato, voi vivi per il papello. cettina. .., isola

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“Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea

28 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: “Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea, http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/28/ci-ho-fatto-un-papello-cosi/

Della mafia, e cioè di un fenomeno sommerso che affonda le sue radici maligne in tutto il tessuto sociale e istituzionale dell’Italia, si è parlato e scritto spesso come di una realtà circoscritta alla Sicilia e all’America, per un lungo periodo della storia del ‘900. Assai poco si è riflettuto, invece, sulle sue caratteristiche attuali. Quelle cioè che ne hanno favorito la penetrazione sul piano nazionale o quelle altre che si manifestano con violenza all’indomani della caduta del muro di Berlino. Quando, ad esempio, vengono alla ribalta in modo dirompente la mafia russa, che condurrà al potere Yeltsin, quella albanese o ungherese e degli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, non dimenticando le ex repubbliche asiatiche dei Soviet.

A tale proposito non è forse superfluo ricordare le ingerenze dell’intelligence Usa, a partire dall’era reaganiana e dal suo successore Bush senior, per destabilizzare prima l’ex impero sovietico e dopo i nuovi Stati formatisi dalla disgregazione dell’Urss.

*

Lungo questo percorso, già dalla seconda guerra mondiale e fino ai nostri giorni, le mafie si sono dimostrate braccio armato delle vocazioni imperialistiche dello zio Sam. Valga per tutti l’esempio dell’Afghanistan: il fratello di Karzai, capo del governo fantoccio della Nato, è il maggior narcotrafficante in oppio dell’Asia centrale.

Si tratta di mafie nuove, come nuovo era stato nel dopoguerra il sistema messo in piedi da Lucky Luciano tra Europa, America latina e Usa. La loro modernità consiste nella nuova realtà geopolitica mondiale che, come un’infinita trama planetaria, ne ha favorito lo sviluppo riorientandole verso nuove forme di potere politico, nuove realtà istituzionali, dagli Urali al Mediterraneo e al Medio Oriente.

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I caratteri di queste mafie sono la  mondializzazione e l’emersione progressiva delle loro connessioni con i singoli Stati, sotto l’egida di Washington.

Solo all’interno di questo quadro possono essere spiegati i fatti che accadono in Italia a partire dal 1992, con l’avvertenza, però, che le stragi di quell’anno non arrivano all’improvviso come banali colpi di testa di una mafia ringalluzzita, ma sono l’approdo di un percorso iniziato almeno un biennio prima, con la crisi del sistema-Stato e con la connessa caduta dei grandi valori tradizionali.

*

E veniamo alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia degli ultimi  mesi. Cominciamo con Giovanni Brusca. Immaginiamoci un grande palcoscenico dove si muovono vari personaggi. Ciascuno recita la sua parte. Quella in cui crede veramente.

La scena – così come è stata raccontata da molti giornali – rappresenta “Totò u Curtu” alla vigilia di Natale del 1992. Il grande capo riunisce i boss più fidati per gli auguri, in una casa alla periferia di Palermo. Lima, Falcone e Borsellino sono già stati eliminati nei mesi precedenti e Totò è euforico. Esclama: “Finalmente si sono fatti sotto!” E aggiunge: “Ci ho fatto un papello così!”

L’euforia di  Riina ci spiega una sola cosa: non aveva capito niente. Tronfio e pieno di sè, era stato preso da una sorta di megalomania acuta. Pensava di dominare sullo Stato e sull’universo. Esattamente come quell’altro criminale della storia: il bandito Salvatore Giuliano che aveva sulle spalle quattrocento fascicoli per reati penali. Non per ultimo quello riguardante l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.

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Riina pensava di dettare lui le regole del gioco, ricorrendo alle  bombe e al tritolo. Ma era quello che gli avevano fatto credere. Non poteva immaginare che tre settimane dopo, a metà gennaio 1993, sarebbe finito in manette come un qualsiasi picciotto alle prime armi. Che le cose non stessero per nulla come  le stava vivendo il corleonese,  è dimostrato dal fatto che tutto concorreva alla sua liquidazione, analoga e parallela al crollo del sistema politico italiano travolto da Mani pulite.

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Dai verbali inediti di cui l’Espresso del 21 ottobre 2009 anticipa i contenuti, risulta che esponenti istituzionali avrebbero coperto nel 1992 la presunta trattativa tra Totò u Curtu, capo di Cosa Nostra, e lo Stato. Mediatori: Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo per conto dei corleonesi, da un lato; il colonnello Mori e il capitano De Donno, per conto dello Stato, dall’altro. Ci sarebbe anche, secondo Brusca, un elemento invisibile che muove le fila in questo teatrino: Bernardo Provenzano, alias “ingegner Lo Verde”, in contatto permanente con Vito Ciancimino a Roma, come confermato da Massimo Ciancimino ad “Anno Zero”, l’8 ottobre 2009.

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Detta così, questa storia si presta a molti gravi equivoci e a forme di sottile depistaggio. Il problema, infatti, non è la trattativa che oggettivamente conduce solo all’arresto di Totò Riina, ma quello che succede nei quindici mesi successivi. Cioè le grandi e sotterranee manovre che porteranno al passaggio delle consegne tra vecchia e nuova guardia a livello delle gerarchie mafiose e dei poteri dominanti.

Le rivelazioni di Brusca trovano conferma nelle dichiarazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, di professione killer, che comincia a “cantare” nell’aprile 2008 e indica ai pm di Firenze e Palermo i rapporti tra alcuni boss e Marcello dell’Utri. Il senatore del Pdl, sempre secondo Spatuzza, avrebbe creato una connessione tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra in vista della nascita di Forza Italia. Saranno i magistrati a stabilire come stanno le cose e se Spatuzza sia un pentito credibile o meno. Saranno i magistrati ad accertare se le sue dichiarazioni trovano riscontri in altri atti documentari. Sta di fatto, però, che il quadro generale sembra concordare con le confessioni di un altro mafioso pentito. Si tratta di Gaspare Mutolo che, come dice Lirio Abbate nel suo articolo dell’Espresso, aveva parlato di un incontro tra Mancino e Borsellino a Roma, circa un mese dopo la strage di Capaci. Il pentito sostiene che dopo l’incontro Borsellino era sconvolto. Perchè? E’ logico pensare che un giudice di tale esperienza e levatura possa essere rimasto sconvolto da affermazioni ovvie sui rapporti tra mafia e Stato? E’ evidente che quel giorno Borsellino sarebbe venuto a conoscenza di informazioni fuori dall’ordinario. Ma quali? Ci può aiutare nella risposta, forse, ciò che accadrà quando, secondo Spatuzza, Cosa Nostra aggancia il suo nuovo referente politico. Da quel momento  in poi,  nel 1994, le sorti del nostro Paese non saranno più quelle di prima.

*

Ma Spatuzza dice anche altre cose, secondo il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009: “Giuseppe Graviano  [un boss mafioso] mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.

Continua Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso, riportato da Attilio Bolzoni su Repubblica del 24 ottobre 2009: “Incontrai [metà gennaio 1994] Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo”. Conclude il pentito riferendosi al patto accennato da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa [Graviano] il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5″.

*

Ma dell’Utri se la ride. “Sono tutte grandi cazzate” – dice il senatore già condannato a nove anni di reclusione in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo scrive il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009. Sulle dichiarazioni di Spatuzza si registra anche l’intervento di Ghedini (Pdl), legale del presidente del Consiglio. Ghedini esclude categoricamente che le dichiarazioni di Spatuzza possano essere prese sul serio.

Sarà. Ma ieri, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il Procuratore Piero Grasso non ha avuto peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta sia stata commessa da Cosa Nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Non vi è dubbio, infatti, che la tecnica della strage di Capaci, sia di natura terroristica. Ricorda in tutto e per tutto i metodi dei narcotrafficanti colombiani, degli “insorti” iracheni e delle squadre neofasciste italiane manovrate dalla Cia.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

intervista di Ruotolo a Massimo Ciancimino

Intervista a Salvatore Borsellino

 

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Per i giudici Dell’Utri usò lo stalliere per legare Cosa Nostra e il potere – l’Unità.it

28 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Per i giudici Dell’Utri usò lo stalliere per legare Cosa Nostra e il potere – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Dalla sentenza del Tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 che ha condannato in primo grado Marcello Dell’Utri a nove anni per concorso esterno in associzione mafiosa (Dell’Utri è imputato con il mafioso Gaetano Cinà. L’appello è in corso). «Deve ritenersi raggiunta la prova che, anche successivamente alla morte di Stefano Bontate, durante l’egemonia totalitaria di Riina Salvatore all’interno dell’organizzazione mafiosa denominata “cosa nostra”, sia Marcello Dell’Utri che Gaetano Cinà hanno continuato ad avere rapporti con il sodalizio criminale. Tali rapporti, almeno fino agli inizi degli anni ’90, si sono strutturati in maniera molto schematica: entrambi gli imputati, con il contributo consapevolmente fornito, hanno fatto sì che il gruppo imprenditoriale milanese, facente capo a Silvio Berlusconi, pagasse sommed i danaro alla mafia. È significativo che egli, anzichè astenersi dal trattare con la mafia (come la sua autonomia decisionale dal proprietario ed il suo livello culturale avrebbero potuto consentirgli…), ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di “cosa nostra” e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale… disposto a pagare pur di stare tranquillo). Dunque, Marcello Dell’Utri ha non solo oggettivamente consentito a “cosa nostra” di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui. Condotte pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Questo è invece il profilo di Marcello Dell’Utri visto dalla sentenza: «Per quanto attiene a Marcello Dell’Utri, la pena deve essere ancora più severa e deve essere determinata in anni nove di reclusione, dovendosi negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla “vendetta” di “cosa nostra”) …pur avendo.., tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”. Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato altrove tutta la sua attività professionale. Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento… Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello».

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Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it

28 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it.

di Massimo Solani

La trattativa fra mafia e Stato proseguì anche nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. «Lo stesso Giovanni Brusca ha riferito di una missione affidata a Vittorio Mangano per potersi mettere in contatto con sue vecchie conoscenze al Nord». A rivelarlo è stato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che ieri è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia sulla presunta trattativa che Cosa Nostra intavolò con parti dello Stato a cavallo delle stragi mafiose del 1992-1993. E secondo Grasso la missione affidata a Vittorio Mangano, ai tempi reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova dopo anni trascorsi alla corte di Silvio Berlusconi in qualità (ufficialmente) di stalliere tuttofare nella villa di Arcore, va contestualizzata in quella stagione che nell’autunno del1993 su iniziativa di Leoluca Bagarella portò alla creazione del movimento politico “Sicilia Libera”: «Come ha raccontato il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, che era stato incaricato di organizzare il movimento politico – ha proseguito Grasso – l’idea era quello di creare un partito in proprio per evitare di farsi prendere in giro dai politici come in passato accaduto a Totò Riina ». Un progetto che ebbe vita breve, ha ricordato Grasso, «abbandonata questa iniziativa si arriva agli eventi noti che portano alle elezioni del 1994 e quindi alla fase attuale».

Frasi che aprono nuovi scenari, specie se lette in relazioni alle ultime rivelazioni fatte dal pentito Gaspare Spatuzza (cui lo stesso Grasso ieri ha fatto un veloce riferimento) e anticipate dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto nel corso del processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. «Giuseppe Graviano – ha raccontato Spatuzza ricordando una chiacchierata fatta a Milano nel gennaio del 1994 col boss palermitano a proposito di una presunta trattativa – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”». Dopo quell’incontro, ha raccontato Spatuzza, Cosa Nostra diede il via libera per l’attentato (poi fallito) che il 24 gennaio del 2004 allo Stadio Olimpico avrebbe dovuto causare la morte di decine di carabinieri. Una strage, ha proseguito Spatuzza, che sarebbe dovuta servire a “riscaldare” il clima della trattativa.

TRATTATIVA E STRAGI
Ma davanti ai membri della commissione parlamentare antimafia Piero Grasso ha parlato anche della accelerazione impressa dai boss mafiosi alla strategia stragista. Una anomalia, ha spiegato, anche nei modi in cui vennero compiuti gli attentati. «Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra – ha spiegato Grasso – Rimane però il sospetto che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia». Che progettava di uccidere Falcone a Roma dove spesso si muoveva senza scorta e minori erano le misure di sicurezza («Riina inviò nella capitale un commando che doveva occuparsi dell’eliminazione del magistrato, di Maurizio Costanzo, dell’onorevole Martelli e di Andrea Barbato – ha spiegato il procuratore nazionale -ma poi fu proprio Riina a bloccare tutto perché, disse, “si era trovato qualcosa di meglio”») ma che invece optò per l’attentatuni facendo saltare in aria un tratto autostradale con 500 chili di tritolo con una azione «chiaramente stragista ed eversiva». «Chi ha indicato a Riina queste modalità?», si è chiesto Grasso. «Finché non si risponderà a questa domanda – ha proseguito – sarà difficile un effettivo accertamento della verità».

28 ottobre 2009

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Antimafia Duemila – De Magistris su mafia: ”Impressionante penetrazione nello Stato”

24 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Antimafia Duemila – De Magistris su mafia: ”Impressionante penetrazione nello Stato”.

C’é un collegamento tra la strage di via D’Amelio e le intuizioni di Borsellino sul “filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”.
E’ quanto scrive sul prossimo numero di ANTIMAFIADuemila, in edicola a novembre, Luigi de Magistris in un lungo articolo. L’ex pm sostiene inoltre che si sta oggi consolidando il progetto di “istituzionalizzazione” di Cosa Nostra, nato nel periodo della nascita di Forza Italia. “Per comprendere il livello impressionante di penetrazione delle mafie nello Stato e nel sistema economico-finanziario del Paese si deve capire che è accaduto in Sicilia ed in Italia tra la fine del 1991 ed il 1993″. Per De Magistris la strage di Capaci è, ad esempio, legata alla decisione della Cassazione di confermare le condanne del maxiprocesso. Capaci, scrive l’ex pm, “doveva avere effetti politici, in direzione soprattutto di coloro i quali venivano additati come i principali responsabili politici del mancato affossamento del maxiprocesso”. Via D’Amelio, invece, “é un omicidio politico” che risponde all’intento mafioso di “condizionare la politica con le bombe”, ma è anche dovuto al fatto che Borsellino “aveva intuito il filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”. Ricostruzione che “trova in questi giorni conferme, grazie soprattutto alle indagini che stanno conducendo le Procure di Palermo e di Caltanissetta”. Sulla trattativa, de Magistris sostiene che Borsellino “probabilmente ne era venuto a conoscenza ed è per questo anche che fu decisa la sua eliminazione”. L’ex pm si chiede anche quanto sapessero della trattativa la presidenza del Consiglio e i ministri dell’Interno e della Giustizia. Dopo le stragi in Sicilia e sul continente, comunque, nasce quello che de Magistris definisce “il progetto istituzionale di Cosa Nostra”, che oggi “é in fase di definitivo consolidamento da parte di colui il quale vuole diventare il capo di tutti ed anche il capo dei capi”. E’ in questo periodo che viene fondata Fi e fa riflettere “la coincidenza tra la nascita del partito e la cessazione della strategia della tensione militare della mafia”. La mafia, sostiene, “assume il volto delle Istituzioni e dello Stato”. Perciò il fine politico governativo è “far credere che la criminalità organizzata viene contrastata” mentre “lo stesso potere opera, nel silenzio della propaganda di regime, per consolidare la mafia di Stato”.

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Antimafia Duemila – De Magistris: ”Paese si prepari a verita”’

24 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – De Magistris: ”Paese si prepari a verita”’.

“Le dichiarazioni del pentito Spatuzza confermano che si sta arrivando al cuore della verità in merito alla trattativa tra Stato e mafia. Una verità a cui il Paese deve, moralmente e politicamente, prepararsi”. Lo afferma in una nota Luigi De Magistris, europarlamentare dell’Italia dei Valori.

“La magistratura di Palermo e Caltanissetta sta cercando di ricostruire quel rapporto tra Stato, istituzioni e Cosa nostra nell’orizzonte del quale troverebbe spiegazione anche la morte del Procuratore Paolo Borsellino, che proprio a quel confronto indegno probabilmente si oppose. Un magistrato – prosegue De Magistris- che aveva anche intuito l’esistenza di una zona torbida di relazione fra Stato e politica, per esempio con riferimento a quel filone mafioso siculo-milanese rappresentato da personaggi come Mangano e Dell’Utri: il primo ‘ufficialmente’ stalliere di Berlusconi ad Arcore ed eroe, secondo il piduista capo del Governo, il secondo – conclude – suo braccio destro e padre fondatore di Forza Italia, già condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa”.

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L’accusa del pentito Spatuzza: “Berlusconi e Dell’Utri referenti della mafia”

23 Ottobre 2009 · 1 Commento

Fonte: L’accusa del pentito Spatuzza: “Berlusconi e Dell’Utri referenti della mafia”.

Ghedini, ha già annunciato iniziative contro Spatuzza: “Dichiarazioni prive di ogni fondamento e di ogni possibile riscontro”

Il pentito Gaspare Spatuzza ha raccontato ai pm di Palermo che la trattativa tra la mafia e lo Stato si protrasse almeno fino al 2003-2004. Quanto ai referenti politici sarebbero stati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. A informare Spatuzza del dialogo avviato con pezzi delle istituzioni era stato, ha precisato il pentito, il boss palermitano Giuseppe Graviano.

Graviano, di cui Spatuzza era braccio destro, gli avrebbe parlato in due occasioni dell’esistenza della trattativa. La prima, dopo la strage di Firenze del ‘93, durante un colloquio che i due ebbero a Campofelice di Roccella, in provincia di Palermo.

«Voglio precisare – racconta Spatuzza nei verbali depositati oggi al processo d’appello nei confronti del senatore Dell’Utri – che quell’incontro doveva essere finalizzato a programmare un attentato ai carabinieri da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla Sicilia. Graviano per rassicurarci ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c’era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva».

Questa affermazione, ha aggiunto il collaboratore di giustizia, «mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica. Da quel momento io dovevo organizzare l’attentato ai carabinieri ed in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico». Il pentito si riferisce al progetto di attentato, poi fallito, da fare fuori dallo stadio romano in cui sarebbero dovuti morire oltre 100 carabinieri.

Il secondo incontro tra Graviano e Spatuzza, in cui si sarebbe parlato di rapporti tra mafia e politica è datato gennaio ‘94. I due si sarebbero visti al bar Doney, in via Veneto a Roma. «Graviano – racconta Spatuzza – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri».

«Io non conoscevo Berlusconi – aggiunge – e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell’Utri, non il nome. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”».

Dopo l’incontro, Spatuzza ricevette il via libera per l’attentato all’Olimpico, che, secondo i magistrati, avrebbe dovuto riscaldare il clima della trattativa. L’attentato poi fallì e non si riprogrammò perché i Graviano vennero arrestati. Secondo il pentito, la prova che la trattativa sarebbe proseguita fino al 2004 si evince da un colloquio avuto con Filippo Graviano, fratello di Giuseppe, proprio in quell’anno.

I due si videro nel carcere di Tolmezzo, in cui erano detenuti. «Graviano mi disse – racconta – che si stava parlando di dissociazione, ma che noi non eravamo interessati. Nel 2004 ebbi un colloquio investigativo con Vigna, finalizzato alla mia collaborazione che, però, io esclusi. Tornato a Tolmezzo ne parlai con Graviano che mi disse: “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”».

Secondo Spatuzza: «fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa. Questo il senso della frase di Graviano».

Il pentito, che collabora con i magistrati dall’estate del 2008, motiva così il fatto di avere reso queste dichiarazioni solo nei mesi scorsi: «Non ho riferito subito le cose riguardanti Berlusconi perché intendevo prima di tutto che venisse riconosciuta la mia attendibilità su altri argomenti ed anche per ovvie ragioni inerenti la mia sicurezza e per non essere sospettato di speculazioni su questo nome nella fase iniziale, già molto delicata, della mia collaborazione».

Le dichiarazioni di Spatuzza, che riguardano anche il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, sono state depositate agli atti del processo d’appello contro il parlamentare in corso a Palermo.

L’avvocato di Silvio Berlusconi, Niccolo Ghedini, ha già annunciato iniziative contro Spatuzza: “Le dichiarazioni rilasciate da tale Spatuzza nei confronti del Presidente Berlusconi – sono del tutto prive di ogni fondamento e di ogni possibile riscontro”.

la Repubblica-ed.Palermo, 23 ottobre 2009

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Le bombe e Dell’Utri: la pista della seconda trattativa

22 Ottobre 2009 · 1 Commento

Le bombe e Dell’Utri: la pista della seconda trattativa.

Scritto da Peter Gomez per il Fatto Quotidiano (22 Ottobre 2009)

Nel ‘93 Graviano insisteva: altri attentati. Poi tutto si bloccò

“Ma voi ne capite qualcosa di politica?”. Giuseppe Graviano, il boss del quartiere palermitano di Brancaccio, quella frase l’aveva quasi urlata. Così Gaspare Spatuzza e Cosimo Lo Nigro, due dei suoi uomini che avevano partecipato con lui alla campagna stragistra del ‘93, si erano zittiti all’improvviso. I loro dubbi, le loro perplessità – “stiamo uccidendo degli innocenti, a Firenze è morta pure una bambina”, continuava a ripetere Spatuzza – lo avevano innervosito. Per questo, quando i due avevano dovuto ammettere che loro di politica non sapevano nulla, Graviano aveva buttato lì un paio di frasi nemmeno troppo sibilline “No, noi non ci fermiamo. Perchè c’è una cosa in piedi. Se va in porto sarà un bene per tutti. Dobbiamo continuare con le bombe, dobbiamo far saltare anche lo Stadio Olimpico”.

Parte da qui, dalla ricostruzione di questo incontro di ottobre-novembre 1993 offerta ai magistrati di Firenze e di Palermo dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, l’indagine sulla seconda trattativa tra la mafia e lo Stato. Una trattativa che, proprio come raccontato da Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, l’ex sindaco democristiano di Palermo, avrebbe avuto come protagonista il senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri. Di lui Spatuzza parla a lungo.

Nelle mani dei magistrati c’è infatti un intero verbale dedicato ai presunti rapporti tra Dell’Utri e i fratelli Graviano. Legami pericolosi, già certificati dalla sentenza di primo grado contro il braccio destro di Silvio Berlusconi, di cui si tornerà forse a discutere nel processo d’appello contro l’ ideatore di Forza Italia.

Il procuratore generale Nino Gatto, da due settimane impegnato nella requisitoria, potrebbe tentare di depositare il documento in extremis chiedendo la riapertura del dibattimento. Cosa accadrà, quindi, lo sapremo con tutta probabilità già domani quando Gatto a Palermo riprenderà a parlare.

Già oggi è invece chiaro che le dichiarazioni di Spatuzza stanno sconvolgendo una parte importante della ricostruzione dei mesi delle stragi. Il pentito, che divenne reggente del mandamento mafioso del Brancaccio dopo l’arresto di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo, offre agli investigatori un quadro inedito dei rapporti interni ed esterni di Cosa Nostra in quel periodo. E spiega che secondo lui la trattativa tra mafia e Stato è proseguita “almeno fino al 2002-2003”.

Punto di partenza è la datazione esatta della fallita strage dell’Olimpico. Un’attentato che Spatuzza doveva eseguire con una Lancia Thema carica di esplosivo e tondino di ferro, in modo da fare centinaia di vittime tra i carabinieri in servizio allo stadio per garantire l’ordine pubblico. L’auto, per un difetto al telecomando, però non esplose e, sorprendentemente , l’azione non fu poi portata a termine la domenica successiva.

Il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, oggi scomparso, si era convinto che il tentato raid dinamitardo fosse avvenuto il 31 ottobre del ‘93. E si era scervellato per capire come mai la mafia non avesse ritentato il colpo. Aver bloccato tutto poteva infatti significare che un accordo con qualcuno era stato raggiunto. Datare con esattezza la mancata strage è insomma importante. Anche perchè in quel periodo accadono molte cose. I Graviano sono latitanti a Milano, dove verranno arrestati il 28 gennaio del 94. E proprio nella capitale morale d’Italia, secondo le riflessioni di Spatuzza, i fratelli coltivano “i loro contatti politici”.

Ma non basta. Nel novembre del ‘93 succede pure dell’altro. Vittorio Mangano, l’ex fattore di Arcore che Spatuzza oggi descrive come particolarmente vicino ai Graviano, arriva a Segrate dove, secondo le agende sequestrate all’ex numero uno di Publitalia, incontra Dell’Utri. Di cosa parlano? Il senatore, in quel periodo impegnato negli ultimi preparativi in vista della nascita ufficiale di Forza Italia, non lo dice. Spiega solo che “di tanto in tanto” Mangano lo andava a trovare “per motivi personali”.

Fatto sta che altri collaboratori di giustizia ricordano come, dopo poco Bernardo Provenzano in persona affronti gli altri capo mafia per dire di aver trovato nel manager un nuovo referente “affidabile”. Un terminale politico che ha garantito di sistemare i problemi di “Cosa Nostra nel giro di 10 anni”. Cioè di intervenire per alleggerire la pressione dello Stato.

Così anche la stagione delle bombe si chiude all’improvviso. I carabinieri, che attraverso due loro ufficiali erano stati protagonisti dei primi incontri con Vito Ciancimino (una trattativa che non ha portato benefici immediati alla mafia), non vedono saltare per aria decine di loro colleghi allo stadio Olimpico.

Spatuzza capisce che davvero qualcosa si è mosso. E ne ha la conferma quando incontra un altro boss, protagonista della stagione delle stragi: Francesco Giuliano. I Graviano sono in carcere e il futuro pentito quasi si lamenta.

Le bombe pensa non sono servite a niente. Giuliano lo contraddice: “Ti sbagli. Una cosa buona c’è stata. Abbiamo agganciato un nuovo referente”. Cioè, spiega a verbale Spatuzza: “Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi”

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Violante, Don Vito e L’Antimafia

22 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Violante, Don Vito e L’Antimafia.

Scritto da Marco Travaglio

Perché Ciancimino non è mai stato ascoltato. Eppure lui lo chiedeva.

Quel che si sa, dal racconto per altri versi contraddittorio, del generale Mario Mori e di Luciano Violante, è che dopo il delitto Lima e le stragi di Capaci e via d’Amelio, Vito Ciancimino voleva parlare alla commissione Antimafia. Mori chiese tre volte a Violante di incontrare Ciancimino. Violante dice di avere rifiutato perché l’incontro proposto era “riservato”, a tu per tu, e lui voleva sentirlo pubblicamente, in Antimafia. Il fatto è che il 26 ottobre ’92, appena s’insediò la commissione presieduta da Violante, Ciancimino chiese con una lettera aperta di esservi ascoltato per parlare del delitto Lima, che lui definiva “un avvertimento” che “va oltre la persona della vittima” e “punta in alto” perché “fa parte di un disegno più vasto… che potrebbe spiegare molte altre cose”. Un avvertimento a chi? Ovviamente al referente nazionale di Lima: Giulio Andreotti. Ma a quanto risulta al Fatto Quotidiano – dalle carte riservate dell’Antimafia, desecretate due giorni fa – la commissione fece di tutto per non sentire Ciancimino. Come se s’intuisse e si temesse quel che poteva rivelare: o sulla mafiosità della corrente andreottiana, o sulla trattativa avviata a giugno con i vertici del Ros, o su entrambe le cose.
Occhio alle date. Il 26 ottobre ’92 Ciancimino scrive a Violante per essere sentito in Antimafia. Il 27 ottobre si riunisce l’ufficio di presidenza: Violante propone accertamenti sul delitto Lima e “ricorda che l’on. Ciancimino (sic!, ndr) ha chiesto di essere ascoltato dalla Commissione, rinunciando alla presenza delle televisioni”. I rappresentanti dell’opposizione (Rete, Lega, Pds, Msi) chiedono di sentire “i politici coinvolti”, tra cui Andreotti; il missino Altero Matteoli “per Ciancimino è favorevole a procedere all’audizione in una fase successiva”. Il 10 novembre, altro ufficio di presidenza: si parla di nuovo di Ciancimino, ma non per decidere quando ascoltarlo, bensì per aggredirlo con un colpo assolutamente dovuto (le misure di prevenzione), ma che inferto in quel momento non sembra fatto apposta per scioglierli la lingua, anzi: “Viene auspicato un intervento del Csm perché sia finalmente portato a compimento il procedimento di applicazione delle misure di prevenzione nei confronti di Vito Ciancimino”. Non contento, “il presidente Violante ribadisce la necessità di seguire con attenzione gli sviluppi del processo di appello su Ciancimino, ricordando che la questione è stata segnalata al Ministro di grazia e giustizia ed al Vice Presidente del Csm”. Il 26 novembre sembra finalmente il gran giorno: l’Ansa informa che l’ufficio di presidenza ha “fatto il punto sul lavoro svolto e sono state tracciate le scadenze future: entro metà dicembre terminerà la fase istruttoria dell’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica. Per quella data sarà ascoltato Vito Ciancimino”. Invece non se ne fa nulla. La melina dell’Antimafia continua, sempre più imbarazzante, di pari passo con la trattativa fra Ciancimino e il Ros. Finchè il 19 dicembre i giudici di Palermo levano le castagne dal fuoco ai politici e arrestano improvvisamente Ciancimino. Il quale, nel frattempo, ha potuto ben comprendere che nessuno lo vuole sentire. Almeno i politici. Lo sentirà Gian Carlo Caselli, poco dopo essersi insediato alla Procura di Palermo il 15 gennaio ’93 (lo stesso giorno dell’arresto di Totò Riina e della mancata perquisizione del covo da parte del Ros, forse nel timore di trovare carte inerenti la trattativa del papello). Ma Ciancimino, a quel punto, si ritrarrà a guscio e dirà ben poco sul delitto Lima e sul caso Andreotti. Anche perché sia Violante sia Mori si sono ben guardati dal rivelare a Caselli quel che sanno sui colloqui top secret fra il Ros e Ciancimino.
Intanto, in Antimafia, la manfrina prosegue: il 25 marzo ’93, in ufficio di presidenza, il senatore pds Guido Calvi “chiede di acquisire informazioni su Ciancimino, sui latitanti e sui sequestri di persona. L’Ufficio di Presidenza su Ciancimino non reputa, per il momento, opportuno richiedere notizie in merito alle presunte voci di collaborazione”. Passano altri due mesi e mezzo. L’8 giugno “il senatore Brutti (Pds, ndr) ritiene utile che la Commissione ascolti Ciancimino”. Ma nel mese successivo non accade nulla. Finchè il 6 luglio l’ufficio di presidenza dell’ Antimafia “approva la proposta… di procedere all’audizione di Vito Ciancimino… con le stesse modalità seguite nelle audizioni dei pentiti”. Proposta puramente virtuale: Ciancimino non verrà sentito né allora nè mai.

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Moro, Cirillo e i boss Quando trattare diventa ragion di Stato. Deviato : Pietro Orsatti

22 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Moro, Cirillo e i boss Quando trattare diventa ragion di Stato. Deviato : Pietro Orsatti.

Papello le richieste della mafia si inserirono in uno scontro tutto interno alla magistratura siciliana

di Pietro Orsatti su Terra

Su tutta la vicenda della trattativa e del cosiddetto “papello” lo scenario si complica di giorno in giorno. Ormai non si capisce più chi è cosa, chi ricorda o crede di ricordare, chi parla in piena libertà o chi risponde anche tirato per la giacca dagli eventi e dalla pressione. Il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, in una recente intervista, sembra dare addirittura per assodato che ci sia stata questa benedetta trattativa, addirittura parla di due diverse fasi, fornisce dettagli, si sbilancia dicendo perfino, dato quantomeno inquietante, che questa trattativa «salvò la vita a molti ministri». Insomma, uno scenario ben più completo di quanto finora offerto stentatamente all’opinione pubblica e ai magistrati da altri smemorati. Le dichiarazioni di Grasso hanno creato molto sconcerto. Possibile che sapesse tanto e che sia stato in silenzio per 17 anni? In molti dicono che la trattativa non venne mai messa in atto, smentendo anche l’improvviso scenario offerto dal capo dell’Antimafia, perché lo Stato non si è mai abbassato a trattare «neppure con le Br». “Neppure”, però, non si può certo dire. Perché se lo Stato non trattò per il caso Moro, ad esempio, trattò, invece – almeno suoi pezzi – nel caso Cirillo. Parliamo del rapimento dell’assessore regionale campano Raffaele [dev'essere un lapsus, si chiamava Ciro, n.d.r.] Cirillo nel 1981, in cui una trattativa ci fu eccome con le Br e grazie all’intermediazione della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. A fare questo parallelo è Luigi De Magistris, ex pm ora europarlamentare, che disegna una similitudine fra trattativa tra Stato e mafie e quella avvenuta nell’81. «Vertici della Dc, Br, camorra di Cutolo, Sismi e Sisde (con la P2) trattarono nel caso Cirillo. Nell’intesa Stato mafia mancano solo le Br». Un azzardo? «Conosco bene le carte del caso Cirillo – spiega l’ex magistrato – perché mio padre, che era giudice in quel processo, scrisse quella sentenza. Le similitudini, gli intrecci, le deviazioni sono evidenti e simili. Pezzi dello Stato deviati che non si sa a chi rispondono e politici che giocano fuori dalle istituzioni. Mi sembra che ci sia tutto». Come è evidente che quello scenario, la trattativa iniziata nel ’92, si inserisse anche in uno scontro interno alla magistratura. Fra conduzioni e indirizzi differenti di intendere l’azione della magistratura all’interno di una delle procure più importanti d’Italia, Palermo. Una sorta di dualismo che si è ripetuto negli anni: da Falcone a Mele, da Caselli a Grasso, appunto.

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Trattativa Stato e Mafia – Le verità di Violante : Pietro Orsatti

21 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Trattativa Stato e Mafia – Le verità di Violante : Pietro Orsatti.

Nel giorno dell’audizione dell’ex presidente della Camera Violante, uno dei figli dell’ex sindaco conferma: «Mio padre era l’intermediario, Obinu e Mori la controparte»

di Pietro Orsatti su Terra

E’ stata una mattinata di quelle che non si vedevano da tempo a . L’aula del tribunale dove si sta svolgendo il processo Mori-Obinu era stracolma di giornalisti, fotografi, telecamere. Stiamo parlando del processo al generale dei , ex capo del Sismi e oggi prefetto Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995 a Mezzojuso.
In aula era attesa l’audizione di Luciano Violante sugli incontri avuti con Mori e sulla presunta trattativa fra Stato e mafia. Presente solo Mori, mentre l’altro imputato, Obinu, era assente. L’ex presidente della Camera ha confermato quello che già aveva lasciato trapelare negli scorsi mesi, ovvero di aver ricevuto per tre volte Mori nel ’93, quando era il numero uno della commissione Antimafia, che gli sollecitava un incontro riservato con l’ex sindaco di Vito Ciancimino. «La prima volta Mori mi disse che Vito Ciancimino, che viveva a Roma dalle parti di piazza di Spagna – ha raccontato in aula Violante – intendeva parlarmi riservatamente e che mi voleva dire delle cose importanti e che mi avrebbe chiesto qualcosa. In quell’occasione feci presente che non svolgevo colloqui riservati e che poteva chiedere un’istanza all’Ufficio di presidenza della commissione Antimafia, che avrebbe valutato la vicenda. Il 29 ottobre comunicai alla Commissione che Ciancimino voleva essere sentito». Nonostante l’insistenza di Mori, che ogni volta ripeteva la stessa richiesta, Luciano Violante respinse ogni appuntamento. I tre incontri e la richiesta di mettere in atto un approccio riservato con Ciancimino sono stati confermati anche dall’alto ufficiale che al termine dell’audizione di Violante ha rilasciato una dichiarazione spontanea e ha depositato una memoria scritta. Ma Mori ha negato che si trattasse di incontri finalizzati alla trattativa e anzi ha ribadito che il suo rivolgersi al presidente della commissione Antimafia testimonierebbe sulla sua buona fede e correttezza istituzionale. Ma, di fatto, Mori non ha spiegato per quale ragione così insistentemente si è fatto promotore di questo incontro come del resto Violante non ha dato conto di 17 anni di silenzio su questa vicenda nonostante ormai da anni si parli diffusamente della trattativa e di chi ne fu protagonista. Mori ha anche ricordato come ebbe «ripetuti contatti telefonici con , che conoscevo da tempo, finché il magistrato mi chiamò dicendo che mi voleva parlare riservatamente insieme al capitano De Donno. Decidemmo di vederci a il 25 giugno 1992, negli uffici del , perché il dottor Borsellino disse che non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell’incontro». Questo confermerebbe in parte le dichiarazioni sia di Claudio Martelli sia di altri dipendenti del ministero di Giustizia che nelle scorse settimane avevano riaperto anche questo capitolo, ma Mori ha negato che si trattasse di comunicare al magistrato l’esistenza di un’ipotesi di trattativa. Ma una frase della sua deposizione ha creato stupore: «Nel salutarci, il dottor Borsellino raccomandò ancora la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della Procura di », aprendo di fatto un nuovo capitolo di questa già intricata vicenda, ovvero l’ipotesi di un “traditore” nella magistratura palermitana.
Ma ieri non hanno parlato solo Violante e Mori, ma anche l’altro figlio di Ciancimino, Giovanni, che ha invece ribadito che la trattativa ci fu, che suo padre ne era intermediario e che Mori e Obinu ne sarebbero stati la controparte. «Ricordo che mio padre fino al giugno del ’92 diceva sempre “farò la stessa fine di Salvo” (il riferimento è a Salvo Lima ucciso nel marzo ’91, ndr). Ma poi, dopo l’incontro di giugno con i “personaggi altolocati” di cui parlava, ringalluzzì. È come se avesse avuto altra linfa vitale».
E ha poi così proseguito: «Mio fratello Massimo era a conoscenza dell’argomento, mentre io evitavo di parlarne. Fu Massimo a dirmi che un colonnello doveva andare a parlare con mio padre a Roma per dei racconti confidenziali». E sempre nella stessa sede Giovanni Ciancimino ha ribadito anche lui di essere stato messo a conoscenza dell’esistenza del famigerato “papello”.

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