Ho visto cose che voi umani…

Voce marcata come ‘rifiuti’

I rifiuti speciali di Brescia

19 Dicembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: I rifiuti speciali di Brescia.

Due persone sono state denunciate dai Carabinieri del Noe di Brescia a Castel Mella per deposito incontrollato di rifiuti speciali, pericolosi e non pericolosi, in un’area destinata a opere di urbanizzazione. Sono il presidente del consiglio di amministrazione e il procuratore delegato per la sicurezza e l’ambiente di una società di costruzioni. L’area interessata, di 68mila metri quadri, è stata sequestrata dai militari, così come un cumulo di rifiuti di circa 800 metri cubi.

Sembra la solita notizia riguardante un reato ambientale circa lo smaltimento dei rifiuti speciali, una fattispecie di cui l’Italia detiene il record in Unione Europea. E non è più vera la solita diceria che c’entrano le mafie, visto che il fenomeno dello smaltimento illecito di rifiuti di provenienza industriale riguarda oramai tutto il Paese, con punte elevatissime nel ricchissimo Nord Est e il Lombardia, e non nella solita Campania.

Dietro la semplice e solita notizia… dell’ennesimo sequestro di un’area inquinata abusivamente, c’è però nascosto un fenomeno molto più ampio, che proprio nel bresciano sta raggiungendo proporzioni allarmanti: la diffusione di smaltimenti irregolari di rifiuti speciali. Non solo irregolari, ma spesso pericolosi per la salute umana. Nella sola provincia di Brescia, il costo annuo dello smaltimento dei rifiuti pericolosi raggiunge i 5 miliardi di euro. Una cifra spaventosa, se la si raffronta ai 20 miliardi spesi dall’intera Lombardia. Si tratta di una cifra che va oltre l’immaginazione del comune cittadino. Per dare un valore di confronto utile, si pensi che il bilancio della Regione Lombardia é di 24 miliardi di euro l’anno.

E’ chiaro che essendoci in ballo cifre così importanti, che sono a carico di chi deve smaltire i propri rifiuti speciali (quindi le industrie stesse) diventa troppo spesso appetibile il disfarsi degli scarti produttivi attraverso metodi illegali, ma molto meno costosi. D’altronde, non dimentichiamo che secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale sui Rifiuti, solo il 22% dei rifiuti prodotti annualmente in Italia sono rifiuti solidi urbani. Il resto sono rifiuti delle attività produttive, non assimilabili agli urbani, che superano ormai da tempo i 100 milioni di tonnellate l’anno.

Nonostante questo, si assiste allo sviluppo di politiche di raccolta, di recupero e di smaltimento per i soli rifiuti urbani, cioè per la parte più piccola. La fetta più grande è quella dei rifiuti speciali, tra i quali c’è una discreta percentuale di materiali che rientrano nella categoria di quelli tossico-nocivi, categoria che ogni anno si espande in quantità. Rifiuti che per la maggior parte sono destinati all’estero, principalmente verso la Germania, ma senza trascurare la cara vecchia Africa, i Balcani ed il Sud Est Asiatico.

Proprio a proposito dei rifiuti pericolosi, il 30% di tutti quelli prodotti in Lombardia, oltre due milioni di tonnellate l’anno, vengono smaltiti nel bresciano, ovviamente non in tutta la provincia, poichè è scomodo smaltire nelle valli alpine, mentre la zona bassa, oltre ad una presenza record di discariche per rifiuti industriali ha anche un altro record: quella della pioggia di richieste di autorizzazione per nuove discariche e impianti di trattamento.

Così, quella che in Italia, dove si pone sempre l’accento sui rifiuti urbani, appare come una provincia virtuosa in materia di rifiuti, si rivela essere il più grosso ripostiglio di rifiuti speciali, pericolosi, tossici, del nostro Paese. A lanciare l’allarme è stato, per ora, solo Osvaldo Squassina, consigliere regionale, che dati alla mano sostiene che: “è chiaro il rischio di creare sul nostro territorio un business legato al ciclo dei rifiuti”.

Brescia detiene il record pro capite non solo della produzione di rifiuti speciali – ben 1,9 milioni di tonnellate – e pericolosi – 500.000 tonnellate all’anno – ma anche della maggiore produzione pro capite di rifiuti urbani: 735mila nel 2007, ovvero 608 chili per ogni abitante della provincia, con un picco di 722kg per ogni residente in città, a fronte di una media regionale di 512 chili e di una nazionale inferiore ai 500 chili a testa. “La Regione sta redigendo una bozza di piano per lo smaltimento di rifiuti speciali e pericolosi, ha dichiarato Squassina, indicando una serie di progetti all’avanguardia; ma, nello stesso tempo, continua ad autorizzare discariche nella nostra provincia. Serve un’inversione di tendenza e una drastica riduzione nella produzione dei rifiuti sia urbani che industriali – aggiunge Squassina – il rischio è quello di far pagare in futuro alla collettività dei costi inimmaginabili in termini di ambiente e salute”.

Il caso più lampante è quello della vicenda riguardante l’amianto. In Lombardia sono da bonificare 2,7 milioni di metri cubi, ma in realtà almeno il doppio secondo i tecnici che considerano anche infissi e coperture interne delle case, di questi, in provincia di Brescia ce ne sono circa 500.000 metri cubi. Ma la Regione Lombardia sta contemporaneamente autorizzando ben 3 discariche per amianto, tutte a Brescia, in particolare a San Polo, Travagliato e Montichiari, per una cubatura totale di stoccaggio di oltre 1,5 milioni di metri cubi.

Ovviamente non c’è solo amianto. Il bresciano è anche in vetta alle classifiche per le lavorazioni dell’acciaio, e l’effetto collaterale è la produzione di rifiuti speciali costituite da scarti di fonderia, scorie di seconda fusione, polveri di abbattimento fumi, tutte sostanze ricche di metalli pesanti, spesso polverizzati, pericolosi sia per inalazione sia per ingestione. Ma c’è anche la chimica, con l’azienda Caffaro che torna spesso agli onori delle cronache.

“Tenendo conto che smaltire un metro cubo di amianto costa 110 euro – dichiara Squassina – se ne deduce quali sono i ricavi per un gestore di discarica. Siamo consci dei rischi inerenti l’amianto ma questo non è assolutamente il modo di procedere. Chiediamo per questo una moratoria su tutte le aperture di nuove discariche e nel frattempo la messa in sicurezza e il controllo della dispersione delle fibre”.

Al di là delle richieste del consigliere, la considerazione importante, che travalica i confini del bresciano, è che l’Italia non ha ancora un proprio piano per la riduzione e lo smaltimento dei rifiuti speciali, cioè di quei rifiuti che sono a monte del consumo, sono generati durante la produzione delle merci, frutto di processi industriali che spesso sono vecchi, e basati sul massimo profitto, senza guardare ai costi ambientali e – è bene ricordarlo – sanitari degli scarti produttivi.

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L’epidemia che non fa notizia

6 Dicembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte:L’epidemia che non fa notizia.

Quanti di noi conoscono in maniera abbastanza precisa il numero di morti causati dall’influenza A? Probabilmente un gruppo di persone decisamente rilevante data la “gara alla notizia” in corso in pratica su ogni mezzo di comunicazione nazionale e locale. Ogni decesso causato (in maniera quasi sempre indiretta e per colpa di patologie pregresse) viene infatti meticolosamente e solertemente monitorato e posto all’attenzione dei cittadini. Anche la stampa, dunque, cade colpevolmente nel retino del terrore indotto e della sovracomunicazione; preoccupandosi, con fare ossessivo, di seguire un’epidemia influenzale come tante che, a differenza delle tante, ha anche visto una copiosa, celere (e dispendiosa) fornitura di vaccini.

Tralasciando tutte le questioni legate alle tesi complottiste e alle accuse nei confronti della case farmaceutiche, in questo articolo, ci interessa prendere in analisi un’altra epidemia, più silente, “bastarda” edifficile da monitorare rispetto a quella influenzale. L’epidemia in questione è quella cangerogena da anni denunciata da Angelo Ferrillo, da centinaia di “volontari della salute pubblica” e dal loro sito www.laterradeifuochi.it. Del resto un tumore se la prende comoda quando ti ghermisce: non ti uccide nel giro di qualche giorno ma, con fare cinico e sordido, può comparire e toglierti la vita anche dopo 10 o addirittura 15 anni; magari quando ti trovi da diverso tempo lontano dalla zona nella quale l’hai contratto.

Ma cosa fa della Campania la regione d’Italia con il più alto tasso di PM10 ed agenti tossici e cancerogeni d’Italia? Secondo le testimonianze (e sono centinaia) raccolte da Ferrillo e da tutti i cittadini che si sono preoccupati di registrare oltre 400 video di denuncia, il grosso dell’inquinamento è determinato dalle decine di roghi abusivi che vengono appiccati giornalmente in oltre 40 comuni tra Caserta e Napoli. Si incendiano copertoni, elettrodomestici e diversi generi di rifiuti altamente tossici in pratica tutti i giorni; con un danno ambientale incalcolabile ed annualmente denunciato anche da Legambiente. In fondo non è difficile intuire quanto questo tipo di incendi riescano ad inquinare in un solo colpo tutti gli elementi naturali: acqua (con la contaminazione delle falde) terra (con l’inquinamento dei terreni che vengono poi usati per le coltivazioni) aria (con lo sprigionamento di diossina ed altre sostanze altamente nocive).

Dietro i roghi, manco a dirlo, c’è la criminalità organizzata. Bruciare i copertoni comporta infatti il recupero e la vendita del rame, mentre eliminare rifiuti speciali e rifiuti ingombranti usando le fiamme, permette di abbattere i costi di smaltimento. L’infausto lavoro viene poi in prevalenza “appaltato” ai gruppi di Rom presenti nell’hinterland casertano e napoletano con un duplice effetto: aumento del sentimento d’odio razzista e peggioramento della qualità della vita delle popolazioni nomadi.

Del resto si sa: dove c’è ignoranza e miseria attecchisce con gran vigore e profondità la camorra. Così, mentre le istituzioni si impantanano tra promesse, dichiarazioni, annunci, indignazioni di convenienza e interrogazioni parlamentari di dubbia utilità, il signor Piero Rossi respira la sua dose quotidiana di diossina mentre accompagna i suoi bimbi a scuola, gioca a calcetto, va in bicicletta ecc… tra 10 anni si accorge di avere un “problema ai polmoni” senza però aver mai fumato.

A questo punto sorge spontanea una domanda-considerazione: e se, da domani, si cominciasse a monitorare con lo stesso fare certosino che si utilizza con i deceduti per l’influenza A anche il numero di persone uccise dal cancro e residenti in Campania? Certo: determinare le cause precise che hanno causato un tumore è alquanto difficoltoso ma, se venissero giornalmente presentati i numeri allarmanti di questa epidemia, diffusa quanto sottaciuta, magari la dormiente e disinformata coscienza collettiva sarebbe spinta a mobilitarsi… magari, insieme ad Angelo Ferrillo, manifesterebbero per il diritto alla salute non centianaia ma decine di migliaia di persone. Di certo, da quanto si sa, le chiacchiere dei politici come cura per il cancro sono e saranno sempre piuttosto inefficaci; o no?

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Emergenza rifiuti? Le tensioni nel centrodestra sporcano le strade di Palermo | Pietro Orsatti

21 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Emergenza rifiuti? Le tensioni nel centrodestra sporcano le strade di Palermo | Pietro Orsatti.

Reportage – Nel capoluogo siciliano l’allarme per l’immondizia si apre e si chiude in base alle fasi dello scontro politico interno alla maggioranza che governa l’isola. E a Caltanissetta la raccolta è ferma e si torna a parlare di termovalorizzatori

di Pietro Orsatti su Terra

Una signora anziana si avvia con la busta di rifiuti verso il cassonetto davanti al portone di casa. Chiede aiuto a un passante per aprire il coperchio e getta la spazzatura. Poi si avvia tranquillamente verso il vicino mercato per fare la spesa. Una scena normale, segno di normale quotidianità. Solo che questa scena qui non l’avremmo dovuta vedere, perché siamo a Palermo, quartiere del porto, e i media raccontano da settimane di un’emergenza rifiuti grave come quella campana, con cumoli di immondizia in tutta la città, e la provincia, ugualmente sommersa da rifiuti. «Non è così – spiega il consigliere comunale dell’Idv Fabrizio Ferrandelli -. Due giorni fa improvvisamente l’inferno, e ora tutto in ordine. Prima la città soffocata in poche ore dai rifiuti, poi di colpo tutto a posto. Ti sembra una cittàs nelle condizione di Napoli due anni fa?». A dire il vero in alcuni dei quartieri popolari di periferia qualche cassonetto che tracima sacchetti c’è, ma niente di così allarmante, niente che racconti un’emergenza come quella che ci è stata rappresentata finora, con tanto di Guido Bertolaso che scende da Roma per intervenire. «Sembra un’emergenza fatta scattare con un interruttore – prosegue Ferrandelli -. Capiamoci, l’Amia, l’azienda che gestisce la raccolta e lo smaltimento, ha circa 3.000 dipendenti, ha i mezzi, la professionalità, e la capacità di intervenire. Tu non risolvi quello che c’era per strada due giorni fa se sei in emergenza. Questa crisi è strumentale, creata ad arte per ricattare la Regione e dare il via al vecchio piano di inceneritori disegnato da Cuffaro nella scorsa legislatura». Cuffaro? Ancora lui?
«Una delle chiavi di lettura di questa vicenda è proprio quella di un conflitto tutto interno al Pdl e ai suoi alleati, da un lato Lombardo e Micciché che fanno saltare i vecchi accordi sugli inceneritori, dall’altro lato il sindaco Diego Cammarata e Schifani che invece puntano a confermare la politica disegnata nel piano regionale rifiuti di Cuffaro – spiega Nadia Spallitta, consigliere comunale del gruppo “Un’altra storia” -. È evidente che, nonostante il debito di 200 milioni di euro dell’Amia, la questione centrale non sia la gestione della società che controlla la discarica di Bellolampo, «anche perché il Cipe – prosegue Spallitta – prima ha stanziato 50 milioni e poi altri 80 e nessuno sa che fine abbiano fatto. Abbiamo presentato interrogazioni che non hanno avuto risposta. Dove sono questi soldi? A cosa sono serviti?». Di certo non a far fronte alla crisi con una corretta politica di raccolta e smaltimento. «Siamo andati a controllare nei depositi dell’Aima e abbiamo trovato almeno 50 mezzi pesanti nuovi acquistati e mai entrati in funzione – racconta Ferrandelli – nonostante ci sia il personale addestrato e disponibile a metterli in strada. Per non parlare poi dell’impianto per la raccolta differenziata di Partanna, finanziato ben due volte, terminato, collaudato più di un anno fa e mai entrato in funzione». A quanto ammonta la raccolta differenziata a Palermo? «In risposta a nostre interrogazioni la giunta parla del 6%, ma da quanto siamo riuscita a stimare noi non si va oltre il 4». Quindi ci si troverebbe davanto a un’emergenza fatta scattare a comando per imporre l’inceneritore. Sempre a Bellolampo, costruito dalla Falk spa insieme ad altri due che dovrebbero coprire il fabbisogno presunto dell’intera isola. Sarà un caso, ma lo stesso assessore regionale alla presidenza con delega alla protezione civile (e quindi anche alla gestione emergenziale sui rifiuti), Gaetano Armao, si è trovato costretto a riconsegnare al governatore Lombardo proprio la parte di deleghe più delicate perché era emerso come prima del suo incarico in Regione avesse ricoperto quello di consulente proprio per una società interessata alla realizzazione dei termovalorizzatori in Sicilia.
Intanto in queste ore si è anche disegnato uno scontro fra la giunta Cammarrata e il Tar, che ha bocciato sei mesi fa, grazie a un ricorso, l’aumento previsto dalla giunta delle tasse sui rifiuti. Un aumento del 35% retroattivo al 2006 dopo che già era stato approvato poco prima un altro aumento del 75%. Con l’accoglimento della sentenza il comune avrebbe dovuto addirittura rimborsare i cittadini, e invece non solo il rimborso non è stato messo in agenda ma addirittura la delibera è stata ripresentata due giorni fa. Come se niente fosse. «Siamo al paradosso – spiega la Spallitta, che fuori dalla politica esercita la professione di avvocato – di una giunta che non solo non impugna la sentenza, ma anzi la ignora totalmente e non ubbidisce all’ordine di un giudice».
E mentre a Palermo lo scontro politico si fa sempre più evidente e l’emergenza rifiuti si accende e si spegne a seconda delle varie fasi dello scontro politico interno alla maggioranza che guida l’isola, la crisi monnezza si accende altrove, questa volta a Caltanissetta. Anche qui di colpo i mezzi non circolano più, la raccolta si ferma, la locale discarica d’improvviso viene dichiarata satura. E si parla di nuovo, insistentemente, della necessità di costruire inceneritori.

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Il Blog di Angela Napoli: Nave dei veleni L’Espresso – L’intervista

14 Novembre 2009 · 1 Commento

Il Blog di Angela Napoli: Nave dei veleni L’Espresso – L’intervista.

di Riccardo Bocca

Il governo cerca di nascondere la verità sull’inchiesta. L’accusa della parlamentare Pdl dell’Antimafia.
Colloquio con Angela Napoli

Angela Napoli, membro Pdl della commissione parlamentare Antimafia, lo dice apertamente:”Il governo sta cercando di nascondere la verità sulle navi dei veleni, e su quella di Cetraro in particolare. Si vogliono coprire segreti di Stato, e la strada scelta è quella del silenzio. O peggio ancora, di dichiarazioni che non stanno in piedi”. Parole che arrivano dopo giornate intense. La settimana scorsa Pippo Arena, il pilota del congegno sottomarino che il 12 settembre aveva filmato la nave sui fondali calabresi, ha dichiarato a “L’espresso” che “due stive erano completamente piene”. Poi è stato il turno del ministero dell’Ambiente, che ha pubblicato on line le immagini girate a fine ottobre su quello che ha presentato come il piroscafo Catania. Infine è spuntata, tra politici e ambientalisti, l’ipotesi che nel mare di Cetraro ci siano non uno, ma più relitti. “Il che potrebbe giustificare la fretta di voltare pagina del ministro dell’Ambiente”, dice l’onorevole Napoli.
Un’accusa pesante, la sua: su cosa si basa?
“Penso, per esempio, a cosa è successo il 27 ottobre quando è stato ascoltato dalla commissione Antimafia il procuratore nazionale Piero Grasso. Appena gli ho posto domande vere, scomode, il presidente della commissione Beppe Pisanu ha secretato la seduta…”.
Si può sapere, nei limiti del lecito, quali argomenti toccavano le sue domande?
“Chiedevo chiarezza sul ruolo dei servizi segreti in questa vicenda. Domandavo come potesse il pentito Francesco Fonti, che non è della zona, indicare il punto dove si autoaccusa di avere affondato una nave, e farlo effettivamente coincidere con il ritrovamento di un relitto. Volevo che superassimo le ipocrisie, insomma. Anche riguardo al memoriale del pentito, che è stato custodito per quattro anni, dal 2005, nei cassetti della Direzione nazionale antimafia senza che nessuno facesse verifiche”.
Il ministero dell’Ambiente ha pubblicato sul suo sito le riprese della nave affondata a Cetraro. Non basta?
«Può bastare un filmino in bassa risoluzione che, quando clicchi, si apre su YouTube? Non scherziamo. E aggiungo: poniamo anche che le stive risultino vuote. Dov?è finito il carico visto dal pilota il 12 settembre?». Un dato è certo: alle 12,56 del 27 ottobre, il ministro Prestigiacomo ha detto che il robot aveva già svolto «le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto».
Ed è stata smentita due volte: alle 13,12 dello stesso giorno dalla società Geolab che svolgeva il lavoro («Abbiamo fatto solo rilievi acustici»); poi in diretta a Sky da Federico Crescenti, responsabile del Reparto ambientale marino delle capitanerie di porto, il quale ha spiegato che le operazioni in acqua del robot sono iniziate la sera del 27.
«Dico di più. Sempre il 27 ottobre, la direzione marittima di Reggio Calabria ha trasmesso alla commissione Antimafia una mappa con i punti di affondamento di 44 navi lungo le coste italiane. Guarda caso, in Calabria ci sono nove croci senza nome…».

Rilancerà questo elemento in commissione Antimafia?

«Certo. Ma è difficile che un governo smascheri ciò che un altro governo ha occultato. C’è l’interesse bipartisan ad andare oltre, a dimenticare che il pentito Fonti parla di legami con ex democristiani e socialisti ancora attivi. Ricordiamo che il sottosegretario agli Esteri, in questo governo, fa di nome Stefania e di cognome Craxi».
Quindi?
«Basta con i segreti. Il governo vuole chiudere il caso Cetraro? Renda pubbliche le immagini satellitari dei traffici avvenuti nei mari italiani tra gli anni Ottanta e Novanta. La verità c’è già: basta avere voglia di vederla».

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Il partito di Sandokan | Pietro Orsatti

12 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Il partito di Sandokan | Pietro Orsatti.

Camorra – Sei pentiti, centinaia di pagine di verbali e riscontri, uno scenario raggelante, un vortice di affari, voti, appalti. Anche la crisi rifiuti e la gestione dell’emergenza entrano nell’inchiesta. Era Schiavone a controllare tutto. Il pentito racconta che anche «, Coronella e facevano parte del “nostro tessuto camorristico”»

di Pietro Orsatti su Terra

Si gioca sul filo delle testimonianze dei collaboratori di la richiesta di custodia cautelare per il sottosegretario Nicola . Una richiesta che coinvolgerebbe, alla lettura del documento consegnato alla giunta per le Autorizzazioni della Camera, anche altri esponenti di spicco dello scenario politico campano e nazionale. Sono sei i collaboratori di che hanno parlato di : Domenico Frascogna, Michele Froncillo, Carmine Schiavone, Dario De Simone, Michele Orsi e Gaetano Vassallo. E proprio dalle dichiarazioni di Vassallo, considerato il “colletto bianco” del clan dei , emergono le accuse più circostanziate: «Ho agito per conto della famiglia Bidognetti quale loro referente nel controllo della società Eco4 spa gestita dai fratelli Orsi. Sono di fatto loro socio. All’epoca era Bidognetti Aniello la persona a gestire gli affari del clan… era stata fissata una tangente mensile pari a 50mila euro, con la previsione ulteriore dell’assunzione di cinquanta persone scelte dal clan. Posso dire che la società Eco4 era controllata dall’onorevole e anche l’onorevole aveva svariati interessi in quella società. Presenziai personalmente alla consegna di 50mila euro in contanti da parte di Orsi Sergio all’onorevole , incontro avvenuto a casa di quest’ultimo a Casal di Principe». E Vassallo continua, riportando altri particolari: «Bidognetti Raffaele, alla mia presenza e alla presenza di Di Tella Antonio, riferì che gli onorevoli Italo , Nicola , Gennaro Coronella e facevano parte del “nostro tessuto camorristico”». Quindi se trema, anche altri esponenti del centrodestra temono di essere trascinati nella polvere dal crollo dell’ormai probabilmente ex candidato alle prossime in . Non è un caso che Italo , nella prima mattinata di ieri, abbia smentito categoricamente di essere coinvolto nella vicenda e ha comunque ribadito la propria solidarietà a . Non sono accuse da sottovalutare anche per il modo in cui sono state formulate.
Comprensibile, questa alzata di scudi. è l’emergente del Pdl in , un pezzo del governo, non certo un oscuro parlamentare arrivato dalla provincia. Secondo i magistrati che lo stanno inquisendo, invece, il sottosegretario ha contribuito «con continuità e stabilità, sin dagli anni 90, a rafforzare vertici e attività del gruppo camorrista da cui riceveva puntuale sostegno elettorale in occasione delle ». Attraverso la Eco4. Racconta sempre Vassallo che « sapeva che ero socio della Eco4 e dei miei rapporti con la famiglia Bidognetti. Quando mi aggiudicai il servizio di raccolta dei rifiuti nel comune di San Cipriano con la Setia sud, Bidognetti mi disse che dovevo convocare le maestranze per sostenere alle provinciali». È proprio questo sostegno, cercato e ottenuto attraverso scambi di appalti e posti di e proseguito secondo l’accusa per anni, che avrebbe consolidato il peso politico (e soprattutto elettorale) di . E come era prevedibile si riapre anche lo scenario dello scandalo rifiuti a . E sempre in relazione alla Eco4, come ci racconta ancora il pentito: «I siti da utilizzare per l’ampliamento della discarica vennero scelti da Francesco Schiavone su indicazione dei fratelli Orsi. La stessa procedura è stata utilizzata per i depositi delle ecoballe. In poche parole, tutto il sistema della gestione dei rifiuti, sia di quelli solidi che di quelli speciali, nelle sue diverse fasi (trasporto, smaltimento, raccolta) era completamente gestito e controllato dalla criminalità organizzata e ciò sia nel periodo in cui la gestione fu affidata ai privati, sia nel periodo in cui la gestione è passata al pubblico». E assunzioni e commesse sarebbero sempre state determinate dalle esigenze politiche di .

SCARICA IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO DEL GIP Cosentino ordinanza

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Una nave e mille misteri | L’espresso

6 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Sempre maggiori dubbi sulle smentite delle autorità. Ma stanno forse giocando con la salute dei cittadini? Il dubbio è forte.

Fonte: Una nave e mille misteri | L’espresso.

di Riccardo Bocca

Dopo i rilievi eseguiti, per il ministro e il procuratore Grasso il caso del relitto dei veleni è risolto. Eppure troppi sono ancora i dubbi. E si parla già di depistaggio

La sera di venerdì 30 ottobre, l’emittente calabrese Telespazio trasmette una puntata davvero speciale del talk show “Perfidia“. In studio, c’è un gruppo di pescatori della costa tirrenica per parlare dei fondi a loro sostegno, dopo il crollo delle vendite dovuto al caso “navi dei veleni”. Uno dei pescatori, Franco, non è però d’accordo. Ha saputo che il giorno prima, nel corso di una conferenza stampa, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, hanno tranquillizzato tutti: «Il caso è chiuso», ha detto Grasso. La nave di cui il mondo intero ha parlato, a 480 metri di profondità nelle acque davanti a Cetraro, non è la pericolosa Cunski affondata dal pentito Francesco Fonti. «Si tratta del piroscafo Catania», ha spiegato Prestigiacomo, «costruito a Palermo nel 1906 e silurato il 16 marzo 1917 da un sommergibile tedesco ». Risultato: a bordo non ci sono fusti radioattivi, anzi la stiva è vuota e non c’è rischio per la popolazione.
I pescatori, Franco compreso, dovrebbero sentirsi sollevati: fine della paura, riprende la pesca. Invece no. Franco s’infuria e urla: «Negli anni Novanta c’erano sei o sette pescherecci a Cetraro, e due sono andati (quella notte con Fonti) a mettere la dinamite!». A questo punto, nello studio scende il gelo. Gli altri pescatori sono spiazzati ma lui continua, invitando la magistratura a indagare, «a mettere sotto torchio» chi andava per mare in quel periodo.

Il giorno dopo, la cassetta del programma viene acquisita dal procuratore capo di Paola Bruno Giordano. Intanto monta l’angoscia del pescatore Franco, isolato da colleghi e parenti. «La verità non interessa a nessuno», si lamenta con un cronista.

E non è l’unico, in Calabria, a pensarla così. Nei giorni scorsi, il deputato Franco Laratta (Pd) si è definito «sconcertato» dalla situazione. Di più: ha sollevato il dubbio che «qualcuno ci stia prendendo in giro, con depistaggi e mezze verità» tra «notizie parziali, fatti contraddittori ed eventi prima affermati e poi negati nelle e fra le istituzioni». Una sequenza di stranezze che parte il mattino del 27 ottobre, quando il procuratore Grasso si presenta alla commissione parlamentare Antimafia e dice: «Proprio stamane, mi è stato comunicato che gli ultimi riscontri non danno la certezza che si tratti proprio della Cunski, anche se il castello sembra essere compatibile con l’indicazione che viene da Fonti». L’altra ipotesi in campo, aggiunge, «è che si tratti del piroscafo Cagliari», affondato a inizio anni Quaranta.

//

Tutto chiaro? Al contrario. Passano poche ore, e alle 12,56 l’agenzia Adnkronos batte una nota del ministro Prestigiacomo: «Il relitto al largo di Cetraro non corrisponde alle caratteristiche della Cunski. Il Rov, il robot sottomarino, ha già svolto le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto». Detto questo, le indagini continueranno «con il prelievo di sedimenti dai fondali, carotaggi in profondità e prelievi di campioni dai fusti». Informazioni nette, inequivocabili.

Che vengono smentite, però, alle 13,12: un quarto d’ora dopo. «Finora abbiamo fatto solo esplorazioni acustiche », affermano i proprietari della nave Mare Oceano (che sta svolgendo le analisi a Cetraro, e che risulta dell’armatore Diego Attanasio, coinvolto dall’avvocato David Mills nel processo in cui è stato condannato per aver mentito su Silvio Berlusconi in cambio di denaro). «Il Rov», aggiunge la Geolab, «farà altre esplorazioni acustiche e poi quelle visive. Non ci sentiamo di dire con certezza che quella possa o non possa essere la nave Cunski: per noi è ancora troppo presto».

Com’è possibile tanta confusione? Perché il procuratore Grasso si sbilancia a indicare all’Antimafia il nome di un relitto sbagliato? E perché il ministro Prestigiacomo parla di rilievi avvenuti, se chi li compie deve ancora iniziare?

Difficile capirlo. Come difficili da interpretare sono le altre sfasature di questa storia. A partire dalle caratteristiche della nave Catania, che stridono con i rilievi svolti sul relitto scoperto il 12 settembre al largo di Cetraro. In quell’occasione fu calcolata una lunghezza tra i 110 e i 120 metri, una larghezza di circa 20 e un’altezza di fiancata attorno ai 10. Ora, invece, basta iscriversi al sito sui disastri navali www.wrecksite.eu, per verificare che la Catania è lunga 95,8 metri, larga 13 e alta 5,5 (dati confermati anche dal sitowww.uboat.net e dal sito www.miramarshipindex.org.nz di Rodger Haworth, per mezzo secolo membro della World ship society). Insomma i numeri non quadrano: nemmeno con la conferenza stampa del 29, dove viene indicata una lunghezza di 103 metri.

Utile sarebbe, con queste premesse, sentire la versione del ministro Prestigiacomo, ma la richiesta di un’intervista cade nel vuoto. Ed è un peccato, perché c’è un altro elemento cruciale, che andrebbe chiarito. Nel senso che non coincidono il punto dove a settembre è stato individuato il relitto della presunta Cunski (latitudine 39º28′50″N, longitudine 15º41′E) e quello più a nord dov’è affondata nel 1917 la Catania (secondo tutte le fonti accessibili, latitudine 39º 32′N e longitudine 15º 42′).Lo scarto è di 3 miglia e mezzo: «Considerevole », dicono gli esperti: «Tanto da escludere una repentina deriva, causa correnti, nella discesa verso il fondo». Il sospetto, sussurrato da alcuni investigatori, è che il profilo della Catania non combaci con quello del relitto trovato a settembre. E ancora peggio: che qualcosa non convinca nelle comunicazioni della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, responsabile dell’inchiesta sulle navi dei veleni. Nella conferenza stampa del 29 ottobre, infatti, il vice procuratore Giuseppe Borrelli ha detto che «la stiva della nave» al largo di Cetraro era «vuota». Ma Pippo Arena, titolare della società Arena Sub e pilota del Rov nella prima ispezione alla presunta Cunski, lo smentisce: «La nave che ho ispezionato io aveva due stive. Ed erano piene, tanto che un pesce cercava di entrare e non riusciva».

Cos’ha provocato l’assoluta discrepanza tra il ricordo del pilota e le affermazioni del vice procuratore? E come va interpretata l’altra uscita della Dda di Catanzaro, pubblicata dal “Quotidiano della Calabria”? Stavolta a parlare è il procuratore capo Vincenzo Antonio Lombardo, il quale racconta che attorno alla nave c’era «una folta vegetazione» oltre a vari pesci. «Lo abbiamo visto dalle immagini (…). Ci fosse stata radioattività, tutto questo non sarebbe stato presente. La radioattività, infatti, provoca una forma di desertificazione ». Parole rassicuranti, quelle di Lombardo, perfette per placare la rabbia della popolazione locale.

Ma non condivise da Roberto Danovaro, ordinario di Biologia marina all’Università politecnica delle Marche: «È impossibile che il relitto, a quasi 500 metri di profondità, sia coperto da vegetazione», assicura: «A quella profondità, la mancanza di luce impedisce la vita di alghe o piante marine».

Non stupisce, dopo queste parole, che il consigliere calabrese Maurizio Feraudo (Idv) abbia lanciato l’ipotesi di un «colossale depistaggio». E che il Wwf scriva al ministro Prestigiacomo e al procuratore Grasso per chiedere «una perizia comparata tra il video del Rov incaricato da Regione e Arpacal (a settembre), e quello «della nave incaricata dal ministero dell’Ambiente (che ha smentito il pericolo, ndr)». Sicuramente tutto risulterà perfetto, ma al momento niente torna.

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Il documento segreto del 2006 “A largo di Cetraro le navi sono tre” – cronaca – Repubblica.it

3 Novembre 2009 · Lascia un Commento

Dunque parrebbe che le smentite governative siano la solita balla…

CETRARO – Un documento inedito. E’ la parte segreta di una seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un documento ufficiale dove si dice che le navi sono tre, non una. E che sono stati pescati fusti in mare. Ma nessuna delle tre navi corrisponde alle misure e alla profondità del “Catania”, il relitto della prima guerra mondiale ritrovato proprio dove si credeva potesse esserci una nave dei veleni. Così, quello che dopo la dichiarazione di chiusura del caso di Cetraro, sembrava una mera ipotesi, oggi ritorna a prendere corpo. Come resta, nero su bianco, il verbale che riporta tracce di cesio rinvenute nei pesci. Analisi, lo ricordiamo, scomparse nel nulla.

Fonte: Il documento segreto del 2006 “A largo di Cetraro le navi sono tre” – cronaca – Repubblica.it.

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Blog di Beppe Grillo – Plastica o carta? Niente!

25 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Il fatto di premiare anche simbolicamente il rispetto dell’ambiente mi sembra un’idea fantastica! Io tengo sempre in macchina dei sacchetti di nylon riutilizzabili per la spesa, sono praticissimi!

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Plastica o carta? Niente!.

A San Francisco chi porterà la propria borsa della spesa al supermercato o in farmacia avrà diritto a uno sconto di 10 centesimi. La legge proposta da Ross Mirkarimi segue al divieto di utilizzo dei sacchetti di plastica, disponibili solo in carta. I punti di vendita che violeranno la legge pagheranno una multa di 500 dollari. La misura servirà a diminuire l’inquinamento dovuto ai tremiliardi e ottocentomila sacchetti di plastica usati ogni anno nella Bay Area. A quando le stesse leggi in Italia? Chi guadagna dai sacchetti di plastica che hanno invaso il nostro Paese, dalle spiagge ai centri cittadini, dai fiumi ai parchi pubblici?

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Navi dei veleni – Non lasciamo sola la Calabria : Pietro Orsatti

24 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Navi dei veleni – Non lasciamo sola la Calabria : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti Editoriale su Terra

Oggi ad Amantea la società civile scende in piazza per chiedere risposte e atti concreti. Perché la società calabrese ha memoria. E vive i segni della memoria sulla propria pelle, abbandonata in un limbo di inazione, il rifiuto di fatto del di intervenire, sola davanti alla devastazione del proprio territorio e dei propri mari. Perché tutti sapevano, da almeno 14 anni, che i mari di Calabria si sono trasformati in un cimitero di navi a perdere, di carrette fuori corso riempite di scorie e rifiuti tossici e affondate. Ottenendo due risultati: smaltire a basso costo rifiuti pericolosi e truffare le assicurazioni. Un mix di imprenditori senza scrupoli, trafficanti, mafiosi, pezzi di istituzioni che non hanno vigilato. Tutti sapevano. Perché ora non si può più negare l’evidenza, dopo il ritrovamento della Cunsky nelle acque di Cetraro nel Tirreno. Da quando la Rosso (già Jolly Rosso, dell’armatore Messina già coinvolto per traffico di rifiuti) spiaggiò sulle coste calabresi e nella cabina del comandante venne trovata un’agenda con longitudine e latitudine e accanto scritto: «La nave è affondata». Si trattava della Rigel. Una commissione d’inchiesta ottenne i fondi per ricercarla nello Jonio al largo di Capo Spartivento, ma l’azienda che aveva
ottenuto l’appalto, che più tardi si scoprì legata ai servizi, non riuscì a individuarla. Tutti sapevano che i rifiuti partivano dalla Liguria, in parte finivano nel Mare nostrum e in parte in Paesi come la Somalia. Si chiamano triangolazioni. Si prende un pezzo di mare o di terra (e mai fondali furono così propizi come quelli di Bosaso in Somalia), lo si paga a un signore locale della guerra con denaro e armi, finanziando così una bella carneficina. E chi sopravvive si becca gli effetti delle scorie. Tutti sapevano, anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che proprio a Bosaso
girarono l’ultimo servizio sui traffici di armi e rifiuti. Un servizio che non è mai andato in onda. Uccisi perché sapevano. Depredati del loro perché scomodo, non raccontabile. Il legame è così palese, evidente. Oggi si saprà, finalmente, chi vuole la verità. Chi la vuole davvero. Anche nella politica. Oggi si conteranno più le assenze che le presenze. E quella del centrodestra, che ha deciso di nascondere la testa sotto la sabbia non aderendo alla manifestazione di Amantea dice più di tanti discorsi. Tutti sapevano, anche se adesso qualcuno cerca di negare. La storia delle navi a perdere è il paradigma di questo Paese, dove sapere non conta nulla. Se non quando la situazione è precipitata.

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Scorie a perdere

20 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Scorie a perdere.

Questa è una storia particolare. Questa è una storia di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà, come diceva Leonardo Sciascia. Questa è una storia di nebbie. Nebbie che avvolgono tutto. Avvolgono uomini che scavano nella verità e avvolgono uomini che quella verità tentano di occultarla. Ed avvolgono navi.

Per iniziare questa storia partiamo dalla provincia del Guangdong, Cina. Ogni anno 150 milioni di televisori, lavatrici, frigoriferi ed altra immondizia “tecnologicamente avanzata” viene portata in queste terre, note non certo per la ferrea normativa ambientale. Più del 90% di questi rifiuti però non viene portato in qualche azienda per il riutilizzo o per il definitivo smaltimento. Finisce invece nei garage delle abitazioni, in strada, negli orti e viene trattato senza la minima precauzione. Da dove viene quell’immondizia? Alcuni di quei rottami… partono da Aiello del Friuli, Udine, dove confluiscono i rottami di ditte friulane, liguri, venete e lombarde allocate in un sito di stoccaggio non autorizzato e dove arriva quello stesso materiale di scarto che le “grandi ditte” del Nord (quelle che portano sulle loro spalle – a detta loro – il peso economico dell’azienda Italia) spesso imbarcano su carrette del mare per mandarle in qualche altra zona lontana dall’aura di magnificenza con la quale vengono dipinti dai nostri quotidiani. Le mandano così lontane che spesso queste carrette si perdono nel mar Tirreno. Italia.

Cetraro (Cosenza) – Un mezzo telecomandato sottomarino messo a disposizione dalla Regione Calabria ha ritrovato a 500 metri di profondità nel mare antistante le coste cosentine il relitto di una nave. Cosa che di per sé non dovrebbe destare dubbi o far porre troppe domande, tant’è vero che la notizia è passata praticamente inosservata sui media del circuito mainstream. Ma una nave dai cui oblò si vedono due scheletri (o almeno questo è quel che sembra vedersi…) e dalla quale si potrebbero prelevare ben 120 fusti pieni di materiale non identificato si può considerare “normalità”?
Cosa contengano quei fusti è irrilevante ai fini ambientali. Che contengano vernici, solventi, acidi o materiale di altro tipo la cosa certa è che quel materiale non fa bene alle nostre acque, visto che dai rilevamenti effettuati in passato sono stati accertati eccessivi livelli di piombo. La prua della Cunski, questo il nome della motonave affondata, è squarciata. Che qualcuno abbia voluto portar via quei fusti prima che potessero essere ritrovati? Cosa contenevano di tanto “importante” da avere tutta questa premura di portarsi dietro 120 fusti non certo occultabili in un paio di tasche?
E, cosa forse anche più importante: quante altre “Cunski” ci sono disseminate nei nostri mari?

A quest’ultima domanda stava tentando di rispondere il Capitano di vascello Natale De Grazia, 39 anni, una di quelle persone che la divisa che indossano la onorano sul serio. In quel periodo (siamo nel 1995) faceva il consulente tecnico del pm Francesco Neri. De Grazia stava indagando non solo – e forse non tanto – sugli affondamenti. Ma sulle rotte; quelle stesse rotte che lo avevano portato a girare in lungo e in largo l’Italia e l’Africa. Seguendo una di quelle rotte aveva scoperto un cimitero ambulante che partendo dal Nord Italia – nell’area dei c.d. “porti delle nebbie” come La Spezia e Livorno – finiva nei mari del sud o, più facilmente, lungo le coste africane. Conoscere certe cose però, in un paese che convive ed accetta i fenomeni mafiosi, può portarti a fare conoscenze indesiderate. O può portarti alla morte com’è successo a De Grazia, stroncato da un infarto il 13 dicembre del 1995 mentre da Amantea – dove si era recato per indagare sullo spiaggiamento della “Jolly Rosso”- si stava dirigendo proprio al porto di La Spezia. Si dice che ad Amantea abbia parlato con qualcuno, ma non esistono riscontri (verbali e quant’altro…) che ne possano dare l’ufficialità. Con chi ha parlato il Capitano De Grazia? Cosa gli ha detto di tanto “importante” da non permettere che quella storia fosse conosciuta da tutti? Perché il Capitano a La Spezia non ci arriverà mai. Colto da infarto o da avvelenamento? Anche questa – per ora – rimane una domanda avvolta nella nebbia, in quanto i risultati dell’autopsia fatta sul cadavere non confermerebbero l’infarto.

Se il capitano avesse potuto portare a termine le indagini, probabilmente si sarebbe imbattuto in personaggi particolari. Degni delle migliori storie di spie e controspionaggi. Come Giorgio Comerio. Di mestiere fa l’imprenditore. Settore antenne ed apparecchiature di indagine geognostica. Insomma: uno che spesso aveva a che fare con affondamenti e carichi “particolari”. Come particolari erano le sue frequentazioni, che andavano dai servizi argentini ed iracheni fino a trafficanti di armi o ad alcuni clan della costa jonica, come si evince dai libri contabili dell’azienda di cui era titolare: la O.d.m. (acronimo di Oceanic Disposal Management) con sede a Lugano che dal proprio sito internet offriva i suoi servigi di affondamento navi a chiunque ne avesse bisogno – una specie di mercenario dell’affondamento, insomma – sostenendo di non commettere reato (la Convenzione di Londra del 1972 vieta espressamente lo scarico di rifiuti radioattivi in mare) perché lui i rifiuti non li buttava “in” mare, ma “sotto” il mare in quanto – tramite l’utilizzo di una sorta di siluri d’acciaio – li spediva a 40-50 metri di profondità.

Molto prolifico per Comerio doveva essere il mercato africano, visti i frequenti contatti con i governi della Sierra Leone, del Sudafrica e con le milizie che in quegli anni lottavano in Somalia per definire chi tra Ali Mahdi e Aidid (appoggiato in un primo momento dagli U.S.A. che poi – come al solito – gli danno la caccia…) dovesse prendere il posto che fu di Siad Barre, una sorta di Gheddafi d’antan, considerato amico dell’Italia all’epoca del governo Craxi. Al governo somalo Comerio propone 5 milioni di $ per poter inabissare rifiuti radioattivi di fronte alla costa e 10.000€ di tangente al capo della fazione vincente dell’epoca (Ali Mahdi, appunto) per ogni missile inabissato. Pagamento estero su estero, ovviamente.

Come se non bastasse, in tutta questa storia c’è un giallo. Giallo come il colore della cartellina che è stata rinvenuta a casa dell’imprenditore identificata con il numero 31 ed intitolata “Somalia”. Uno potrà dire: magari ci saranno i resoconti e le carte dei suoi affari. Può anche essere. Ma che tra queste carte sia stato rinvenuto il certificato di morte di Ilaria Alpi dovrebbe quantomeno far riflettere. Interessanti poi sono anche gli appunti trovati a casa di un socio di Comerio, Gabriele Molaschi, nei quali vi sono annotati carri armati Leopard, Mig, mitragliatrici “Breda”, artiglieria pesante e leggera. Insomma, qualcuno aveva fatto la lista della spesa (probabilmente rappresentava il prezzo da pagare per lo sversamento davanti alle coste somale dei rifiuti radioattivi).

Questo dovrebbe far quantomeno riflettere, dicevo. Come dovrebbe far riflettere quello che è successo nei giorni in cui la giornalista del Tg3 e Miran Hrovatin – il suo operatore – venivano uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. O sarebbe meglio dire venivano giustiziati. Spariscono tre block notes di appunti, sparisce l’agendina con i numeri telefonici e c’è una Commissione d’inchiesta – presieduta dall’onnipresente Carlo Taormina – che predilige una fantomatica pista “islamica”, tanto da arrivare a dire che l’uccisione dei due giornalisti sia da attribuire ad un rapimento finito male.

“1.400 miliardi di lire (che erano poi i soldi della cooperazione italiana, ndr): che fine ha fatto questa ingente mole di denaro?” Era questa la domanda che aveva spinto Ilaria Alpi a tornare di nuovo in quella terra che tanto amava: la Somalia. La stessa domanda che aveva posto al “sultano di Bosaaso” (al secolo Abdullahi Mussa Bogor, ex Ministro della Giustizia ai tempi di Siad Barre). «Stia attenta, signorina. Da noi, chi ha parlato del trasporto di armi, chi ha detto di aver visto qualcosa, poi è scomparso. In un modo o nell’altro, è morto» era stata la risposta.

Mai affermazione fu più profetica, verrebbe da dire guardando a questi 15 anni di depistaggi, imbrogli, verità parziali e verità fittizie. Quel che è certo, però, è che armi e tangenti erano i mezzi di pagamento per il disturbo dei rifiuti tossici nelle acque somale.
Ilaria Alpi era partita – anzi, ri-partita visto che era già il suo settimo od ottavo viaggio in Somalia – sulle tracce di una nave della compagnia Shifco, discussa società somala che spesso trasportava rifiuti tossici provenienti dalla Trisaia di Rotondella (MT) una sorta di immenso outlet (come nella scena iniziale di Canadian Bacon di Michael Moore) per chi aveva necessità “atomiche” come l’acquisto di uranio depleto, che ritrattato serve a costruire bombe. Mi chiedo quanto di questo uranio sia oggi tra quello con cui gli americani vorrebbero far costruire la bomba atomica all’Iran…

L’omicidio Alpi smuove un po’ la situazione, visto che dagli anni Novanta questo via vai sulla rotta dei rifiuti sembra quantomeno calmarsi. Quel che non si calma, invece, è lo sdegno della società civile.

Francesco Gangemi è sindaco di Reggio Calabria nel 1992 (anche se solo per tre settimane). Quel che interessa in questa sede, però, è il fatto che Gangemi sia anche direttore del mensile calabrese “Il Dibattito”, dalla linea spesso aggressiva verso politici e magistrati. Firma un’inchiesta a puntate dal titolo quanto mai eloquente: “Chi ha ucciso Ilaria Alpi?” che inizia così:

«Fin dai primi passi di questa mia lunga strada, che immagino irta di ostacoli e contraccolpi, voglio informare i nostri lettori e le autorità che eventuali rappresaglie che dovessi subire non sarebbero certo riconducibili alla ‘ndrangheta o ad altre organizzazioni criminali, ma ai servizi segreti deviati e assoggettati a taluni magistrati inadempienti ai loro doveri d’uffico e al governo, che rimane il fulcro delle operazioni sporche che stanno inginocchiando l’umanità intera a fronte di vantaggi di varia natura».

Questa è una storia di nebbie.
Nebbie che avvolgono cose, avvolgono luoghi e persone.
Come le nebbie che avvolgono un altro dei grandi misteri d’Italia.
Il 27 giugno 1980 un Douglas DC-9 appartenente alla compagnia aerea Itavia si squarcia in volo, nel cielo tra le isole di Ustica e Ponza. E’ questo il “mistero di Ustica”. Ma c’è un mistero anche più “misterioso” che succede quella notte. Il 18 luglio, infatti, sui monti della Sila (Calabria) viene trovato un Mig 23 libico abbattuto la notte della strage di Ustica. Il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista della base di Poggio Ballone (Grosseto) confessa alla moglie: «Quella notte è successo un casino, per poco non scoppia la guerra». Dettori morirà suicida nel marzo dell”87, ossessionato da una scritta che – dice – non lo abbandona mai: “il silenzio è d’oro e uccide”. Cos’è successo “quella notte” di così grave da aver sfiorato una guerra?

Una delle tesi più accreditate – e ritenute più verosimili persino dagli “esperti”- è che il Dc9 sia stato “buttato giù” da missili americani, i quali evidentemente non accettavano che il centro Enea di Rotondella fosse un “outlet aperto a tutti”, in particolare a paesi allora nemici come la Libia. Nel marzo del 1993, ad avvalorare questa tesi ci pensa Alexj Pavlov, ex colonnello del KGB il quale sostiene che il Dc9 fu abbattuto da missili americani, i sovietici videro tutto dalla base militare segreta in Libia, ma furono costretti a non rivelare quanto sapevano per non scoprire il loro punto di osservazione. Quella notte furono fatte allontanare tutte le unità sovietiche della zona perché si sapeva che ci sarebbe stata un’esercitazione a fuoco delle forze americane. Se lo sapevano i sovietici, come mai noi non ne eravamo a conoscenza? O forse lo sapevamo e – volutamente – abbiamo deciso di lasciare andare il Dc9 che, dunque, più che un aereo quella notte fu utilizzato come “tiro a segno” per i caccia americani?

Il fenomeno dello smaltimento dei rifiuti tossici è uno di quelli sui quali chi riesce a metterci le mani prende la tanto agognata “galline dalle uova d’oro”. Per capire la grandezza di questo fenomeno basti pensare che la quantità di rifiuti da smaltire prodotti nel nostro paese crea per le organizzazioni criminali (in questo caso Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra non si fanno certo la guerra…) un giro d’affari tra i 1.000 ed i 3.000 miliardi circa di euro annui. E in queste cifre è presente solo il 15% dei rifiuti da smaltire, cioè la quantità che viene smaltita legalmente.

C’è poi un altro mistero nella faccenda delle navi a perdere.
Il 20 Giugno 1991 sulla Gazzetta del Sud compare questo articolo a firma Gaetano Vena: “Quasi completata l’operazione di demolizione della Rosso. Nessun materiale nocivo rinvenuto all’interno dei container che trasportava la nave della società Ignazio Messina S.p.A. di Genova che proveniente da Malta e diretta a La Spezia si arenò il 14 dicembre 1990 per una violenta tempesta di mare”. La “Jolly Rosso” (chiamata così perché riportò in Italia le diossine di Seveso sparse per il globo e in attesa di smaltimento…) stava tornando da Beirut, dove aveva caricato 2.200 tonnellate di rifiuti tossici da trasportare in Italia, al porto di La Spezia. C’è però una particolarità in questa storia, e i “vecchi lupi di mare” me ne daranno probabilmente ragione. Dopo questo viaggio, infatti, la Jolly Rosso diventa semplicemente la “Rosso”. E cambiare il nome di un’imbarcazione è considerato un elemento foriero di cattiva sorte (come poi succederà di lì a poco…) Quando la “Rosso” affonda, viene chiamata per il ripescaggio una società olandese, la Smit Tak: una delle società più competenti nel recupero navi e salvataggi marini. Passano 17 giorni, poi la S.T. rescinde il contratto con tanti saluti ed abbandona l’affare. Incompetenza? Non sembra, visto che la stessa Smit Tak si è occupata del recupero del Kursk, il sottomarino nucleare russo affondato nel mare di Barents balzato agli onori della cronaca qualche anno fa. Gli inquirenti sono incuriositi da due aspetti di questa società:
Così come oggi, anche agli inizi degli anni ‘90 la Smit Tak era un’impresa molto grossa, forse la più grande a livello internazionale, forse troppo grossa per un affare da poco come il recupero di una imbarcazione tutto sommato piccola come la “Rosso”; e poi è nota principalmente per il ramo di società legato alla bonifica di incidenti che hanno a che fare con materiale radioattivo.

Ad un giorno dallo spiaggiamento, a bordo del relitto della Rosso si presentano agenti dei servizi segreti che rinvengono documenti siglati O.d.m. (la società di Comerio che abbiamo visto in precedenza…). Una volta visionati, i documenti vengono restituiti alla Messina S.p.A. Perché i documenti vengono restituiti? Non servono forse come “prova” in un’eventuale indagine sui motivi che hanno portato allo spiaggiamento della Rosso? E perché questi uomini si presentano lì e – apparentemente senza alcuna autorità e senza che nessuno vi si opponga – rinvengono tali documenti, magari anche trafugando quelli che potevano essere “sconvenienti”? E per quale motivo si smuovono i servizi segreti se – ufficialmente – la Rosso trasportava “sostanze alimentari e generi di consumo”?

Servizi segreti deviati, organizzazioni criminali, l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e la strage di Ustica. Cosa c’è davvero dietro all’affondamento della Cunski e delle altre “navi a perdere”? E soprattutto chi?

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La Francia radioattiva

14 Ottobre 2009 · 1 Commento

La Francia radioattiva.

Scritto da Alessandro Iacuelli

Il documentario mandato in onda dall’emittente televisiva d’oltralpe France 3 ha scosso un po’ tutto il Paese transalpino. Anche perché i francesi stessi non se l’aspettavano: i rifiuti speciali pericolosi sono stati usati per realizzare stadi, strade e parcheggi. Ma il documentario televisivo è andato anche oltre, misurando e mostrando al pubblico un elevato livello di radioattività sia in molte zone rurali sia nelle aree urbane del Paese.

L’inchiesta, firmata dai giornalisti Emmanuel Amara e Romain Icard, denuncia per la prima volta pubblicamente come le scorie pericolose siano state utilizzate per realizzare opere infrastrutturali, delle quali tra l’altro la Francia va fiera. Nel documentario vengono riprese…

alcune passate inchieste giornalistiche, vengono messi assieme i dati di circa 80 siti, soprattutto per quanto riguarda il massiccio utilizzo di materiali di scarto delle miniere di uranio per realizzare terrapieni, strade e parcheggi e quant’altro.

Praticamente, un vero e proprio smaltimento a costo zero di materiali e detriti, definiti “sterili” sulla relativa documentazione, ma ovviamente niente affatto innocui. I detriti cosiddetti “sterili” sono quelli a basso contenuto di uranio, scartati perché non utili all’industria nucleare, ma con l’accumulo in anni e anni di costruzioni, stanno procurando un danno sanitario che inizia ad assumere una notevole gravità.

In Francia esiste un unico laboratorio indipendente che si occupa di ricerca e informazione sulla radioattività, il CRIIRAD, che ha denunciato già da un paio di anni alle autorità e all’opinione pubblica l’esistenza di aree con una radioattività anche 60-100 volte superiore a quella naturale. Nel marzo del 2007, il CRIIRAD ha pubblicato un primo rapporto, nel quale si stimava un totale di circa 225.000 tonnellate di materiali di scarto dell’industria statale Cogema (Compagnia Generale delle materie radioattive), sotterrati nell’area dello stadio nella cittadina di Gueugnon, in Borgogna. La denuncia suscitò una grande sorpresa ed un altrettanto grande allarme tra gli abitanti.

L’inchiesta televisiva di Amara e Icard dimostra che di casi come questo ne esistono quasi un centinaio in tutta la Francia, con i cittadini rigorosamente all’oscuro. Ed è andata così per trent’anni. Trent’anni in cui un vero e proprio segreto di Stato ha coperto i gravi danni all’ambiente ed alla salute dei francesi. Gli unici a sapere, oltre i dirigenti statali, erano i lavoratori. Ha destato impressione, nel documentario, l’intervista a Jules Rameau, impiegato nell’officina di trattamento dell’uranio dal 1955 al 1980: “L’uranio”, racconta l’uomo”, arrivava in forma di pietre dalla cava e qui veniva frantumato. Successivamente, una macchina lo filtrava. Tutto ciò che era acqua e sabbia è stato portato qui. Vedete lo stadio? Il terrapieno è stato costruito con lo sterile”.

A fare tutto questo sono stati in due: la CEA (Commissariato dell’energia atomica) e la Cogema, cioè due aziende statali. La Cogema da tre anni è diventata Areva, il principale operatore nucleare francese. I numeri sono preoccupanti: dal 1946 in poi, sul territorio francese sono state sfruttate circa 210 miniere di uranio per fornire materia prima alle centrali nucleari nazionali, ma anche alla fabbricazione di armi nucleari. Ancora una volta, il costo ambientale e sanitario viene pagato dagli abitanti dei 25 dipartimenti coinvolti. A partire dal 1999, ma qualcuno ipotizza anche prima, è stata tralasciata ogni forma di controllo sulle scorie radioattive prodotte nella filiera nucleare, per non parlare dei controlli sanitari sui minatori, gran parte dei quali sono già deceduti precocemente per malattie collegate all’estrazione e all’esposizione alla radioattività.

La denuncia che emerge dall’inchiesta di France 3 è che chi effettua i controlli dovrebbe essere invece il controllato. Ad oggi, le aziende statali francesi, prima di tutto l’Areva, non sembrano volersi assumere le responsabilità della situazione. Mentre alcune aree vengono misteriosamente recintate e ne viene proibito l’accesso, altre vengono lasciate disponibili alle popolazioni. Inoltre, non si parla di bonificare, ovviamente dove possibile, cioè solo in casi abbastanza rari, i siti più inquinati. La cosa che fa riflettere è che addirittura Areva nega la pericolosità di queste aree: o prende tempo, oppure scarica le responsabilità sull’amministrazione pubblica in merito alle decisioni di recintare le zone a rischio o informare i cittadini. Così come non prende atto, e questo è chiaramente dimostrato dalle domande dell’intervistatrice ad un portavoce della compagnia, di uno studio dell’Istituto di Radioprotezione e sicurezza nucleare (IRSN) che afferma come prolungate esposizioni a basse dosi di radioattività, possano creare nella popolazione problemi ai reni, di respirazione, di comportamento, di alimentazione e di riproduzione. Areva non intende rispondere né di questo né di altro.

Ad essere particolarmente in imbarazzo è certamente l’ASN, cioè l’Agenzia Nucleare di Stato, che è incaricata di fare i controlli su tutti gli aspetti del nucleare, compresi la protezione della popolazione e la loro informazione. Per il suo presidente, in carica da oltre 15 anni, non c’è alcun motivo di timore. E si tratta di un’Agenzia di Stato. Quel che emerge dal documentario shock mandato in onda, è che in tema di nucleare i pericoli nascono dall’assenza di trasparenza. E quando si tocca questo tema, il pensiero va all’Italia, dove ci si sta imbarcando in un’avventura nucleare con un atteggiamento da sprovveduti da parte dello Stato, e dove prima ancora della costruzione della filiera già è stato imposto il segreto di Stato sui siti.

Ancora sulla trasparenza, gli autori dell’inchiesta indagano su un altro tema importantissimo: in tutti questi anni, di questo modo di smaltire le sostanze radioattive, la politica francese sapeva? La conclusione può solo essere affermativa, visto che ben diciotto anni fa era stato realizzato un rapporto a cura del direttore del Consiglio per la Sicurezza delle Informazioni Nucleari, dove veniva evidenziato che il problema scorie era stato ampiamente sottovalutato, in particolare la nocività dei cosiddetti “discendenti dell’uranio”. Si parla quindi dei prodotti del decadimento dell’uranio, come torio e radio 226. Questo rapporto, e tutti quelli successivi, sono sempre stati accantonati e nascosti dai ministri di turno, indipendentemente dalla loro provenienza politica.

Il nucleare in Francia è stato trattato come una questione riservata alle alte sfere dello Stato, ma in cima non troviamo l’Eliseo o il Parlamento, ma sempre l’Areva. Cioè, l’industria nucleare è stata trattata politicamente come qualcosa che non può avere alcun ostacolo, un terreno sostanzialmente coperto dal segreto e dagli interessi statali e delle grandi aziende energetiche. In pratica, ad essere assente, è stata la responsabilità sociale di questo settore. Questo dovrebbe far riflettere non solo i francesi, ma anche noi italiani. Magari adesso, e non tra 15 o 20 anni, quando le centrali nucleari saranno già in produzione.

AlessandroIacuelli

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Navi dei veleni e scorie. Tutti i rischi dell’atomo | Terra – Quotidiano di informazione pulita

20 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Navi dei veleni e scorie. Tutti i rischi dell’atomo | Terra – Quotidiano di informazione pulita.

di Massimo Serafini

Com’è possibile che la fede nuclearista del governo Berlusconi, in particolare quella del suo ministro dell’Industria Scajola, non sia stata scalfita dalla vicenda delle navi cariche di veleni e scorie radioattive, affondate dalla malavita nei mari calabresi? Nessuno pretende, ministro, né tanto meno ce l’aspettiamo dall’inesistente ministro dell’Ambiente, un ripensamento della decisione presa di riportare il Paese nell’incubo nucleare ma almeno una presa di posizione chiara sì. Il popolo italiano ha, pensiamo, il sacrosanto diritto di sapere dove metterete le scorie radioattive, inevitabilmente prodotte dalle nuove centrali nucleari che avete deciso di costruire in questo Paese.

Soprattutto di essere rassicurato, dopo il ritrovamento della nave dei veleni, che esse verranno invece smaltite nella legalità e soprattutto in sicurezza. Sono certo e con me lo è questo giornale, che farete nuovamente prevalere, cinismo omertà e silenzi. Farete, in poche parole, di tutto dimostrando il solito disprezzo per la salute pubblica, per impedire che le verità racchiuse in quelle navi affondate insieme ai veleni possano emergere. Quella ad esempio che non sapete come liberarvi delle vecchie scorie radioattive, visto che ancora non avete adempiuto, come prescrive la legge, a individuare quel sito nazionale unico in cui stoccarle.

Il fatto che i rifiuti delle vecchie centrali nucleari continuino ad essere ammassati insicuri nelle vecchie centrali nucleari, in particolare in Piemonte lungo l’asta del Po, non aiuta certo a convincere le italiane e gli italiani della bontà del nuovo nucleare. Così come non l’aiuta avere scoperto che una parte è illegalmente in fondo al mare o in Somalia, come stava per raccontarci Ilaria Alpi se non l’avessero, per questa ragione, uccisa insieme al suo operatore. Siamo certi che, per il medesimo motivo, l’inchiesta sulle navi radioattive affondate è stata per tanti anni insabbiata (la denuncia di Legambiente è del ’94) ed è riemersa solo grazie a un magistrato coraggioso e all’iniziativa del quotidiano il Manifesto.

Non voglio sostenere che questo governo condivida il metodo sbrigativo e assassino con cui la malavita ha individuato il sito in cui mettere le scorie radioattive. Il sospetto però che abbia fatto e faccia molto comodo a tanti, e soprattutto a qualcuno dei faccendieri coinvolti nella nuova avventura nucleare, è molto forte. Proprio per fugarlo sarebbe importante che questo governo prima di decidere i siti dove costruire le nuove centrali dicesse al popolo italiano dove e come verranno stoccate le scorie che esse produrranno. Siamo certi che questo esecutivo non seguirà il nostro consiglio e tacerà. Su questo vostro silenzio sono già al lavoro le menti di tanti criminali, che progettano come affondare nuove navi cariche di veleni e della vostra incapacità di smaltirli.

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L’ANALISI Dietro il ritrovamento del mercantile a Cetraro, la questione irrisolta dei rifiuti radioattivi. Proprio ora che Berlusconi ha decretato il ritorno al nucleare.

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Antimafia Duemila – Relitto al largo di Cetraro: una ”nave a perdere”

13 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Relitto al largo di Cetraro: una ”nave a perdere”.

Una nave mercantile di grandi dimensioni si trova inabissata a circa 20 miglia dalla costa di Cetraro ad una profondita’ di 500 metri.

E’ questo il primo responso del sopralluogo compiuto oggi con uno speciale robot in grado di scattare fotografie sul fondo marino, sul luogo dove nel dicembre scorso i sonar avevano rilevato una massa di grandi dimensioni, dagli 80 ai 100 metri di lunghezza, di origine sconosciuta.

La nave affondata risalirebbe, secondo le prime dichiarazioni rilasciate dal procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, agli anni ‘60 o ‘70. Sarebbe infatti priva di bullonature visibili, cosa che lascia pensare che risalga dunque, come tecnica costruttiva, al secondo dopoguerra. La nave, che e’ lunga almeno 100 metri, presenta un grosso squarcio a prua, nelle cui vicinanze si intravedrebbe anche un grosso bidone o un fusto.

Le ricerche sono state effettuate dalla societa’ Coopernaut Francia, chiamata dalla Regione Calabria su disposizione del procuratore Giordano, nell’ambito di un’inchiesta sull’illecito smaltimento di rifiuti tossici.

Il sospetto e’ che la nave inabissata al largo di Cetraro possa essere una delle cosiddette “navi a perdere” che secondo un collaboratore di giustizia di ‘ndrangheta, sarebbero state utilizzate per smaltire illecitamente rifiuti tossici facendo affondare i battelli al largo.

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Antimafia Duemila – Il settimo continente

9 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Il settimo continente.

di Jacopo Fo – 9 settembre 2009
E’ noto anche col nome di Great Pacific Garbage Patch, si trova nell’Oceano Pacifico ed e’ la piu’ grande discarica di spazzatura del mondo: si tratta di un vero e proprio disastro ecologico scoperto per caso nella primavera del 1997 dall’oceanografico americano Charles Moore.

A bordo del suo catamarano per le ricerche scientifiche “Arguita”, Moore si trovava tra Giappone e Hawai quando decise di seguire una rotta non battuta dalle normali navigazioni, a causa di strane correnti marine.
Ed e’ cosi’ che si imbatte’ nella North Pacific Subtropical Gyre, una corrente oceanica a spirale che preleva rifiuti e rottami dalle coste e dai fondali e li accumula in mezzo al mare, in vere e proprie isole di spazzatura.
Il fenomeno e’ naturale, i rifiuti sono roba nostra!
La misura totale della Pacific Garbage non e’ ancora nota: si parla di 700mila/15 milioni di kmq, con una profondita’ di 30 metri. La sua dimensione si stima sia tra lo 0,41% e l’8,1% dell’intero Oceano Pacifico, con oltre 3,5 milioni di tonnellate di detriti (100 milioni di tonnellate secondo quanto riporta La Stampa).
La Pacific Garbage, formatasi tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta, e’ costituita per l’80% da plastica che si e’ fotodegradata negli anni, spaccandosi in miliardi e miliardi di piccoli pezzi, fino a raggiungere le dimensioni dei polimeri che la compongono. Difficili da raccogliere, questi “pezzettini di inquinamento” sono entrati nella catena alimentare dei pesci e dei molluschi, tanto che in alcuni campioni di acqua marina prelevati nel 2001 la quantita’ di plastica superava di sei volte quella dello zooplancton (la vita animale dominante dell’area).
Spiega Marcus Eriksen, dell’Algalita Marine Research Foundation: “L’idea primaria che la gente si era fatta consisteva in una specie di isola di plastica su cui si poteva perfino camminare. Non e’ esattamente cosi’. E’ quasi come una zuppa di plastica. Probabilmente si tratta di un area grande quasi due volte gli Stati Uniti continentali”.
In tutti questi anni i governi dei Paesi coinvolti dal fenomeno non hanno mosso un dito, soprattutto perche’ pare che la bonifica della zona sia proibitiva da tutti i punti di vista, primo quello economico, come tentare di setacciare l’intero deserto del Sahara.
Solo associazioni ed enti privati si sono interessati al problema e sono migliaia le tonnellate di rifiuti fino ad ora raccolte (con speciali setacci o reti).
I primi di agosto un gruppo di 30 biologi marini dell’universita’ di San Diego e’ partito dalla California per valutare l’impatto ambientale della discarica marina sulla flora e sulla fauna della zona e studiare possibili opere di bonifica.

Di seguito riportiamo alcuni video, sono tutti in inglese ma le immagini parlano una lingua comune.

PS: Se, come noi, vi state chiedendo quali diavolo siano gli altri 6 continenti, vi invitiamo a leggere la definizione di “continente” riportata da wikipedia. Se si prende per buona una siddivisione in 6 continenti, le terre emerse risultano cosi’ divise: Africa, Americhe, Antartide, Asia, Europa, Oceania.

Tratto da: jacopofo.com

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Antimafia Duemila – ‘Ndrangheta: viaggio nelle terre radioattive

4 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – ‘Ndrangheta: viaggio nelle terre radioattive.

di Biagio Simonetta – 4 settembre 2009
Ad Aiello Calabro i rifiuti della Jolly Rosso e il Cesio 137, come a Chernobyl
Cosenza. Avvelenare le terre è un business. Ci guadagnano i clan, le grandi industrie del Nord est, le imprese. Un giro di danaro difficile da quantificare.

«Non basta una finanziaria per spiegare i soldi che ci sono dietro questi traffici. Un traffico che è più remunerativo anche della droga» ha svelato ad ottobre un ex boss della ’ndrangheta.

Miliardi di euro che puzzano di morte. Nei luoghi sporcati ci si ammala di cancro con frequenze allarmanti, dicono le statistiche. I colossi industriali smaltiscono radioattività attraverso i camion della Santa, la ’ndrangheta. Il costo di mercato per smaltire legalmente i rifiuti tossici va dai 21 ai 62 centesimi al chilo. I clan, come accertato da recenti inchieste, forniscono lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi. Un risparmio abissale. ’Ndrangheta e Camorra avvelenano i loro posti. Insabbiano. Le particelle radioattive fanno il resto: alterano l’aria, intossicano le falde acquifere. Ammalarsi è maledettamente facile. La gola graffia, si arrossa, non passa. Poi, calabresi e campani si fanno compagnia nei grandi ospedali del Nord, la terra che ha prodotto il loro male e che adesso è speranza, chemioterapie, letti d’ospedale, morti lontane. Aiello Calabro è una bomboniera arrampicata sulle rocce. Un borgo di 2000 anime vessato da un calo demografico inevitabile. Un tempo, qui, l’artigianato era passione e cultura. Sta sparendo anche quello.

Scendendo verso il mare la Provinciale 153 costeggia il fiume Olivo. D’inverno, quando le piogge dissetano questo posto, la piena trascina con sé ogni granello di vita. Adesso, estate torrida, l’Olivo è un piccolo canale che si muove a stento. Pigro.

Percorrendo la 153, a pochi chilometri dalla costa, il fiume attraversa un falsopiano dagli orizzonti che brillano. C’è una galleria che sa di nuovo. Con una bomboletta di vernice, qualcuno ha dichiarato il suo amore: “Ho voglia di te”.

Le rocce si inerpicano quasi per incanto. Grossi massi osservano minacciosi la vita che scorre di fianco al fiume. Sulla montagna il cimitero di Serra d’Aiello pare vegliare con eterna quiete. Aiello Calabro è dall’altra parte, più a nord. E’ il fiume a delimitare i territori comunali, come spesso accade in Calabria.

Questo posto lo chiamano “Valle del Signore”. Un nome beffardo per una terra ammalata di radioattività. E’ qui che vent’anni fa, secondo le indagini condotte dalla Procura di Paola, sarebbero stati seppelliti i fusti radioattivi della Jolly Rosso. La motonave arenò sulla costa tirrenica a qualche chilometro di distanza. Poi, qualcuno avrebbe trasportato i grandi barili di metallo sul greto dell’Olivo nascondendoli per sempre. Nel 1990 la provinciale 153 non c’era. Da Aiello si poteva scendere al mare da Lago o da una vecchia strada sterrata che passa vicino al fiume. In pochi la percorrevano. Una decina d’auto al giorno. Il posto era pressoché deserto. Abbandonare fusti radioattivi non doveva essere poi così difficile.

Passeggiando di fianco all’Olivo l’aria diventa quasi rarefatta. Il caldo del primo giorno di settembre è soffocante, il sole alto di mezzogiorno stordisce e confonde i colori. Il sudore bagna le tempie e finisce al suolo. Terra secca.

Le analisi condotte a più riprese dagli esperti hanno confermato che la superficie intorno diffonde un tasso radioattivo fuori dal normale. C’è il Cesio 137, un isotopo mortale. Lo ha stabilito una spettrometria portata a termine dall’Arpacal. Il Cesio è prodotto dalla detonazione di armi o centrali nucleari. L’esplosione di Chernobyl ne produsse un’enorme quantità. Ma Chernobyl è a migliaia di chilometri da qui, e la Calabria non conosce il nucleare. Come quest’isotopo sia finito nella “Valle del Signore” è tutto da stabilire. Ma c’è.

Per adesso, pare certa l’incidenza di mortalità per patologie oncologiche superiore al normale. Lo ha confermato il procuratore di Paola, Bruno Giordano, che sta cercando di fare chiarezza sul mistero del torrente. E proprio da una perizia prodotta dalla procura «si conferma l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei comuni di Amantea, Serra d’Aiello e San Pietro in Amantea, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta (centri di Campora San Giovanni, Coreca e case sparse comprese tra il mare e la località Foresta) dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non».

Il sindaco di Aiello Calabro si chiama Franco Iacucci. La prima volta che venne eletto la nazionale azzurra era allenata da Bearzot. Fa l’amministratore con passione. Ha un attimo per tutti. Sorrisi e pacche sulle spalle. Ci aspetta in Comune di buon mattino. Con le sue Hogan blu va da una stanza all’altra senza soste. Il telefono squilla in continuazione dalla sera prima: «Il servizio del Tg1 ha alimentato molte preoccupazioni. Mi stanno chiamato tanti aiellesi emigrati al nord, vogliono capire cos’è successo».

Già, cos’è successo. Iacucci vorrebbe saperlo anche lui. «Questa storia della radioattività è preoccupante. Non so rispondere ai miei cittadini che mi chiedono cosa c’è di vero. Adesso chiederò un incontro al Procuratore Giordano perché sono convinto che il raccordo istituzionale, in questi casi, sia fondamentale. Qui nessuno vuole nascondere niente. Va ricercata la verità e vanno prese le misure del caso. Se quel posto è radioattivo deve essere chiarito per iniziare un’importante opera di bonifica».

Intanto la vita scorre lenta nelle partite a carte, al tavolo del bar. Fra rassegnazione e paura nessuno sa qual è la verità. La valle avvelenata che porta al mare dorme quasi intontita dagli ultimi caldi. Le auto sfrecciano sulla provinciale, anabbaglianti e radio accese. Mentre gli atomi di Cesio danzano sul fiume invisibili e mortali. Vita quotidiana che ha un solo urgente bisogno: verità.

già pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 2/9/2009

Tratto da: lavocedifiore.org

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Antimafia Duemila – Calabria al veleno

21 Agosto 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Calabria al veleno.

di Riccardo Bocca – 20 agosto 2009
Un’area radioattiva a pochi chilometri dal luogo del naufragio della motonave Rosso. Il sospetto di altri traffici di sostanze tossiche via mare. Con una grave minaccia per la salute. Ecco le ultime scoperte degli investigatori.

Alla fine è emerso il peggio del peggio. Si è trovata un’area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l’aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt’oggi incombente sulla popolazione.

VIDEO Gli intrecci dei veleni sulle coste calabresi

Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz’ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l’azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso. Secondo l’armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell’entroterra. A lungo, come riferito in numerosi articoli da “L’espresso”, gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce. Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall’intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della ‘ndrangheta. Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio scorso, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quest’atto chiude una stagione di “accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla”.

Tutto a posto dunque? Nessuno ha trafficato via mare in rifiuti nucleari? Nessuno, soprattutto, è più autorizzato a ipotizzare retroscena inconfessabili per il caso “Rosso”? La risposta è no, purtroppo: niente è ancora tranquillo in Calabria. Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano: il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un’area radioattiva. “Prudenza e determinazione”, sono comunque le parole d’ordine. “Anzi: ancora più prudenza che determinazione”, si corregge Giordano. Teme si scateni il panico, in quest’angolo di campagna che prende i nomi di Petrone- Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, lungo il greto del fiume Oliva. Già nel 2004, l’Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente calabrese) aveva qui scoperto metalli pesanti e granulato di marmo, utilizzato dalla malavita per schermare la radioattività.

Allora, il perito Ornelio Morselli certificò la presenza eccedente di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con “caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine”. Se a questo si somma che un funzionario dell’ex genio civile, ha ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva, si capisce perché l’ex pm di Paola, Francesco Greco, abbia ipotizzato un nesso tra il ritrovamento dei rifiuti e la motonave Rosso; e più in generale, un legame tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi. Una tesi che qualcuno ha cercato di catalogare come azzardata, ma che oggi, con il ritrovamento di un documento inedito, assume tutt’altro spessore. Nel 2005, infatti, un investigatore della procura di Paola ha accompagnato al fiume Oliva Amerigo Spinelli, poliziotto municipale di Amantea (paesino accanto alla spiaggia di Formiciche). E nella sua relazione finale, ha scritto: “Spinelli indicò un’area che (…) corrisponde al greto della località Valle del Signore ed aree adiacenti “. Di più: Spinelli ha riferito “che un’ampia zona compresa tra la predetta zona e almeno 200 metri a ovest (…) era stata interessata dal deposito di rifiuti/materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso”.

In seguito, la magistratura ha indagato tra Aiello Calabro e Serra d’Aiello, Amantea e San Pietro in Amantea. Ha cercato riscontri, materiali, tutto pur di inquadrare la situazione. E infatti, nel 2007, è arrivato il secondo colpo di scena, anch’esso sconosciuto fino a questo momento. Due ufficiali hanno notato dei camion che prelevavano terreno dai torrenti Catocastro e Valle del Signore (affluente dell’Oliva) per il ripascimento delle coste. E quando hanno ispezionato le spiagge interessate, hanno trovato svariati oggetti ferrosi, tra i quali un “coperchio (…) presumibilmente appartenente a un fusto”, pezzi di lamiera e “quattro tubi di diverso diametro” che “possono essere ricondotti, verosimilmente, a parte delle protezioni in uso sui traghetti Ro-Ro”: navi come la Rosso, con lo sportello ad hoc per imbarcare i carichi su ruote. A questo punto, l’ispettore che due anni prima aveva accompagnato Spinelli al fiume Oliva, è tornato in azione: ha svolto un nuovo sopralluogo, ha confrontato quel panorama con le fotografie scattate dagli ufficiali, e ha messo nero su bianco: “Con certezza posso dire che i due siti coincidono, e (che il perimetro) è individuato in agro di Aiello Calabro, località Valle del Signore e aree adiacenti”. In altre parole, è probabile che i rifiuti tossico-radioattivi abbiano viaggiato per mare, e siano stati occultati qui. La stessa conclusione, d’altronde, suggerita da altri indizi concordanti. Il primo, a cavallo tra il 2007 e il 2008, è che l’Arpacal e il perito Morselli hanno riscontrato in profondità a Foresta agro di Serra d’Aiello, la presenza di Cesio 137 (lo stesso fuoriuscito da Chernobyl). Il secondo indizio, datato novembre 2008, è che grazie ai carotaggi “nelle immediate adiacenze della briglia del fiume Oliva”, si è trovato un sarcofago (di dimensioni ancora ignote) in cemento a circa 10 metri di profondità. E all’interno, scrivono i consulenti della procura, “c’erano concentrazioni elevate di mercurio”, presente anche in altri campioni. Da qui, parte l’ultima svolta di questo incubo. Dalla testardaggine con cui il procuratore Giordano insegue reati che vanno dal disastro ambientale all’avvelenamento delle acque. “Questioni fondamentali sotto il profilo della pubblica tranquillità “, le definisce. Per questo, a fine 2008, ha incaricato l’università della Calabria e il Cnr di sondare, con cartografie satellitari, eventuali anomalie termiche nell’entroterra calabro (segno di radioattività). E il 17 febbraio è arrivata la risposta: positiva.

Le anomalie ci sono, addirittura “evidenti ” a Serra d’Aiello: proprio nella zona “prospiciente al fiume Oliva”. Tanta è la delicatezza del problema, da richiedere un controllo diretto sul terreno, con il supporto del reparto Nbcr (Nucleare batterico chimico radiometrico) dei Vigili del fuoco di Cosenza e Catanzaro. E gli esiti sono tanto gravi quanto inequivocabili: “Il monitoraggio ha permesso di individuare limitate seppur significative anomalie di radioattività”. Il 2 marzo seguente, l’Arpacal ha trasmesso alla procura “l’esito delle analisi radiometriche campali” attorno al fiume Oliva. Ed è giunta l’ennesima conferma, supportata dai rilievi in una vecchia cava che “si estende per 200-300 metri dalla provinciale 53, al chilometro sei”, di fianco all’Oliva. Il risultato è che ci sono tracce di contaminazione. Non solo: ci sono “radionuclidi artificiali” che “non dovrebbero normalmente essere presenti nel terreno”. Ma sono stati rilevati. Ecco perché, sempre Arpacal, ha suggerito ai magistrati di svolgere ancora accertamenti, per “escludere un qualsiasi aumento del rischio alla popolazione, soprattutto di inalazione e/o ingestione”. Ed ecco perché, in questo contesto, assume speciale rilevanza la consulenza di Giacomino Brancati, dirigente del settore prevenzione nel Dipartimento calabrese per la tutela della salute. Il quale, in un documento di 300 pagine, segnala espressamente “l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta (centri di Campora San Giovanni, Coreca e Case sparse, comprese tra il mare e Foresta)”. Un allarme, dice Brancati, “dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non”, a cui va sommato “un consistente danno ambientale”.

Possibile, con queste premesse, infilare la vicenda in un faldone e seppellirla in archivio? Ha senso trascurare i segnali che rievocano il mistero della motonave Rosso? Risponderanno nel merito la Protezione civile, i carabinieri del Noe e il ministero dell’Ambiente: tutti consultati dal procuratore Giordano. Nel frattempo, è il caso di ricordare un ultimo dettaglio. Il 9 giugno 2005, “L’espresso” ha pubblicato il dossier di un ex boss della ‘ndrangheta che si accusò di avere affondato, d’accordo con il clan Muto, carrette del mare zeppe di sostanze tossiche. Tra le navi, ne indicava tre che transitavano “al largo della costa calabrese, in corrispondenza di Cetraro, provincia di Cosenza”. E proprio in questo tratto di mare, a 487 metri di profondità, l’Arpacal ha individuato il 14 dicembre scorso un “rilievo di forma ellittico/circolare”, lungo “circa 80 metri e largo non più di 50, che si eleva rispetto alle profondità medie circostanti di circa 4 metri”. Guarda caso, agli investigatori risulta che il titolare della vecchia cava accanto al fiume Oliva (oggi defunto) fosse taglieggiato dagli ‘ndranghetisti Muto. «L’ennesima traccia del meccanismo di smaltimento illegale “, dicono. “L’ennesimo passo verso una verità scomoda”.

Ha collaborato Paolo Orofino

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Antimafia Duemila – Traffico di rifiuti nel Lazio, riecco Flavio Carboni

18 Agosto 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Traffico di rifiuti nel Lazio, riecco Flavio Carboni.

di Andrea Palladino – 17 agosto 2009
E nelle intercettazioni spunta un politico di nome «Altero»

C’è un filo invisibile che lega i trafficanti di rifiuti in Italia. È un canale di comunicazione privilegiato, d’oro, che mette in collegamento aziende che hanno bisogno di smaltire a basso costo i veleni con chi ha i contatti giusti per farli sparire. È un club riservato, estremamente silenzioso, ma che in Italia ha un peso sempre più invadente. Ed è parte del motore economico di quella bella fetta del prodotto interno lordo illegale che sfugge alle statistiche.

Un traffico del terribile amianto friabile, partito dall’ex fabbrica Nuova Sacelit di San Filippo del Mela, a 30 km da Messina, e sepolto a pochi chilometri da Roma, in una strada di campagna vicino Pomezia, riesce oggi a svelare una piccolissima parte del mondo sommerso dei monnezzari. Un tassello piccolo ma importante. Protagonisti della storia imprenditori, ingegneri dell’Enea, funzionari pubblici. E il ritorno inaspettato di Flavio Carboni, legato al mondo della P2 attraverso Calvi e protagonista di qualche dozzina di misteri italiani ancora insoluti. Un vero olio che ha fatto girare tanti ingranaggi nella storia d’Italia, dall’informazione, fino al mondo della finanza. E attorno a lui un sottobosco politico, con qualche nome eccellente sussurrato.

L’inchiesta che sta svelando il mondo sotterraneo del monnezza-business è condotta dalla Procura di Velletri, il secondo tribunale del Lazio. Venerdì i carabinieri dei Noe – comandati dal capitano Rajola Pescarini, lo stesso dell’inchiesta sugli inceneritori di Colleferro – hanno arrestato sei persone e imposto l’obbligo di domicilio ad altre tre. Le indagini durano da due anni, con l’uso di intercettazioni, di analisi di migliaia di file trovati nei computer degli indagati (che sarebbero poco più di cinquanta), di documenti contabili e di carte della camera di commercio. Un vero lavoro di intelligence, che sta cercando di ricostruire la fitta rete di rapporti tra almeno un centinaio di aziende che si occupano di rifiuti con i mediatori, gli stakeholder, i politici, i tecnici.

C’è una figura prevalente nell’indagine. Si tratta di un ingegnere dell’Enea, l’ente nazionale che oltre all’energia nucleare tratta materie ambientali delicatissime, quali la gestione dei rifiuti tossici e pericolosi. Si chiama Vittorio Rizzo e da almeno dieci anni si occupa di rifiuti. È l’unico del gruppo a non aver usufruito degli arresti domiciliari, proprio a causa del suo profilo e dei suoi contatti. Seguendo le sue tracce negli atti parlamentari, è citato nella gestione di discariche in Abruzzo, all’epoca del sindaco di L’Aquila Tempesta. È considerato un superesperto, e come tale sedeva nella commissione tecnica scientifica della struttura commissariale per la gestione dei rifiuti della Regione Lazio. Qui dava il suo parere “autorevole” rispetto alle autorizzazioni per l’apertura delle discariche. Per i magistrati della Procura di Velletri avrebbe così aiutato l’azienda che a Pomezia accoglieva l’amianto siciliano, che porta il nome paradossale di Ecologia srl, ad ottenere autorizzazioni non regolari. In cambio avrebbe ricevuto consulenze per migliaia di euro.

I magistrati per definire il calibro del personaggio hanno raccontato nei dettagli la sua rete di rapporti più o meno professionali. Nella sua abitazione i carabinieri hanno rinvenuto almeno 25 contratti con aziende di servizi ambientali: oltre alla Ecologia srl di Pomezia, l’elenco spazia dal gruppo Gaia di Colleferro (anche se oggi dal consorzio spiegano che non hanno più rapporti con lui), fino ai broker che facevano affluire l’amianto nella discarica vicino a Roma.

Sono i suoi contatti telefonici, però, a raccontare con maggiori dettagli il mondo degli intermediari d’affari legati ai rifiuti. Alla fine del 2007 i carabinieri scoprono che Rizzo aveva frequenti rapporti con Flavio Carboni. Chiedono ed ottengono di intercettare l’utenza telefonica del potente uomo d’affari sardo. Carboni si sta occupando da anni della gestione di un altro sito altamente inquinato, a Calancoi, in provincia di Sassari, la sua città natale. Emerge dalle conversazioni intercettate l’esistenza di quella che i magistrati definiscono una sorta di Enea parallela, una struttura cioè pronta ad appoggiare i progetti degli imprenditori amici. Nel febbraio del 2008, ad esempio, è lo stesso Flavio Carboni che detta il contenuto di una lettera che Rizzo avrebbe poi firmato su carta intestata dell’Enea. Ma si occupano anche di altri affari. Sono interessati – non si sa a che titolo – anche a “Sviluppo Italia” ed è Flavio Carboni che quando Rizzo gli chiedeva notizie rispondeva, «sono pronti… e non hai idea del potere che abbiamo». Nessuno lo mette in dubbio.

I contatti possono arrivare molto in alto se serve. Nel febbraio del 2008 Rizzo dice a Carboni di aver parlato con tale Altero, «il quale ritornerà al suo posto». Parlano poi di una persona che Carboni conosce e che andrà a fare il capo di gabinetto. Era epoca di elezioni ed in tanti facevano previsioni, scommettendo sui cavalli giusti.

L’indagine su questa parte più delicata è ovviamente tenuta nel massimo riserbo dai magistrati. Gli arresti di venerdì hanno per ora chiuso una delle tante partite, forse quella più pericolosa dal punto di vista ambientale. La fabbrica della ex Nuova Sacelit ha già provocato decine di morti tra gli operai che vi lavoravano, uccisi dalle fibre dell’amianto. La discarica di Pomezia, dove sono finite migliaia di tonnellate della fibra killer, è stata data alle fiamme pochi giorni prima degli arresti e un anno dopo il sequestro cautelativo. «Non hai idea della potenza che abbiamo», spiegava Carboni, per far capire il peso del suo nome.

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Piero Ricca » Una montagna di balle

13 Agosto 2009 · 1 Commento

Piero Ricca » Una montagna di balle.

Dal 2003 al 2009, un gruppo di videomakers ha documentato la cosiddetta emergenza rifiuti campana per svelarne gli ingranaggi, individuare responsabilità e attori di quindici anni di gestione straordinaria. Uno spettacolo costato miliardi di euro e decine di processi in corso. Ma dove finiscono i rifiuti campani? Quali sono le ferite di una terra bruciata e i danni alla salute di milioni di persone? Il più grande disastro ecologico dell’Europa occidentale raccontato dalle voci delle comunità in lotta per difendere il proprio futuro: l’assalto ai fondi pubblici, le zone d’ombra della democrazia, il boicottaggio della differenziata, le collusioni con le ecomafie e le proposte di chi si interroga seriamente sulle alternative. E se vivere in emergenza fosse solo una strategia per accumulare profitti?


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Antimafia Duemila – Rifiuti: De Magistris, discarica Chiaiano al cesio 131?

12 Agosto 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Rifiuti: De Magistris, discarica Chiaiano al cesio 131?.

La discarica voluta da Berlusconi a Chiaiano (NA) è un sito di stoccaggio per materiali tossici e per arricchire la camorra dei rifiuti?.
E’ quanto chiede Luigi de Magistris, eurodeputato dell’Italia dei Valori che sul suo profilo Facebook racconta che qualche giorno fa le forze dell’ordine avevano “bloccato e sequestrato un camion con un carico di materiale tossico e forse radioattivo destinato ad essere sotterrato nella discarica di Chiaiano”. “Si parla anche di Cesio 131 – aggiunge l’ex pm – ma spetta ora alla magistratura accertarlo. Si è tentato di tutto per nascondere la notizia. E’ un diritto dei cittadini sapere. E questo sarà un mio preciso e doveroso impegno”. “Il tentativo, fortunatamente sventato – prosegue – è l’ennesimo e spregiudicato episodio dell’uso criminale delle discariche da parte di delinquenti. Di rifiuti velenosi messi sottoterra in Campania e dei danni che essi hanno creato sono piene le cronache”. “L’immondezzaio di Chiaiano – conclude De Magistris – fortemente voluto da Berlusconi e Bertolaso per seppellire i rifiuti, che loro sostengono di aver tolto dalle strade di Napoli, è l’ennesimo posto in cui ogni porcheria inquinante può essere abbandonata con grave danno per la salute dei cittadini e per l’ambiente”.

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Papi e padrini, altro che gossip

5 Giugno 2009 · 1 Commento

Papi e padrini, altro che gossip.

 “Non vi fidate mai di chi sorride troppo” diceva Daniele Silvestri dal palco del Concerto del Primo Maggio 2003, prima di essere inibito dalla Rai. E, aggiungiamo noi, mai fidarsi di chi sorride troppo anche quando quest’ultimo fa finta di piangere. Basterebbe prendere la vicenda Mills: si arrabbia con i magistrati, mentre in realtà sta ridendo sotto i baffi consapevole che nulla rischia finchè Lodo Alfano regge. Un atteggiamento alla Bingo Bongo, per dirla alla Bossi.

Discorso analogo si può fare per la famosa, a tratti logorroica, vicenda Berlusconi-Letizia. Una vicenda incentrata troppo sul gossip, come gli stessi uomini del Pdl hanno sottolineato. Peccato solo che…

il fatto che tale vicenda sia quasi esclusivamente gossippara è un grosso punto a favore di Berlusconi (e anche di Noemi, la quale si è fatta una pubblicità non indifferente) in piena campagna elettorale. Si, perchè i giornali e i finti oppositori (leggi PD) nascondono l’unico punto veramente interessante di tutta questa vicenda, nonchè il più scandaloso, qualora fosse confermato: il padre di Noemi è indagato per associazione mafiosa. Il tutto, ironia del destino, negli stessi luoghi descritti da Roberto Saviano in Gomorra, Casal Di Principe su tutti.

Dunque, la domanda che Franceschini dovrebbe porre, invece di “fareste mai crescere i vostri figli da un uomo come Berlusconi?”, dovrebbe essere “fareste mai crescere i vostri figli in un paese guidato da chi frequenta strane amicizie?”. Oppure “Noemi è illibata, ma la coscienza dei politici di oggi?”

da lavocedellevoci:

A Napoli gli investigatori della Direzione Antimafia stanno indagando sui possibili collegamenti fra Elio Benedetto Letizia, il padre dell’ormai celebre Noemi, e il ceppo che a Casal di Principe ha visto per anni egemone il clan capitanato da Armando, Giovanni e Franco Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola, area Bidognetti. Tutti alleati degli Scissionisti di Secondigliano. Qui, nell’attesa di sviluppi giudiziari, proviamo a mettere in fila alcune impressionanti coincidenze, con le tessere di un puzzle che vanno al loro posto una dopo l’altra. Ed un Paese che, se le ipotesi investigative fossero confermate, si troverebbe a dover raccogliere la sfida finale.

Potrebbe suonare solo come un’omonimia, un cognome strano, uguale al nome di una donna. E che ricorre. Poi il cerchio delle coincidenze comincia a stringersi. E prende corpo l’ipotesi che Benedetto Letizia detto Elio, padre dell’aspirante starlette Noemi, lungi dall’essere mai stato autista di Craxi o militante di Forza Italia o qualsiasi altra boutade messa in circolazione, sia originario dello stesso ceppo di Casal di Principe dal quale provengono Franco e Giovanni Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola. Lo stesso commando capace di sparare in fronte ed ammazzare sei extracomunitari in un colpo solo per avvertire gli altri che, se si intende trafficare droga in zona, bisogna sottostare alle “regole”. E pagare.

Ma chi e’ veramente Benedetto-Elio Letizia? Da Castelvolturno all’Agro Aversano fino a Secondigliano, molti lo sanno fin dall’inizio di questa storia. Ma non parlano. Tacciono di fronte ai tanti cronisti venuti da ogni parte del mondo. Pero’ a Enrico Fierro, inviato dell’Unita’, qualcuno ha detto: lascia stare, su questa storia meglio non metterci le mani. Bolle, scotta. Il cinquantenne Benedetto Letizia, noto finora al Comune di Napoli (dove e’ in servizio) piu’ che altro per un vecchio inciampo giudiziario – fu arrestato nel ‘93 nell’ambito di un’inchiesta sulle compravendite di licenze commerciali – per tutti e’ un uomo tranquillo. E anche la gazzarra di visure camerali e catastali messa su dai giornali, non ha potuto scoprire altro che modesti immobili intestati a Noemi e un paio di societa’ dedite al commercio di profumi. Solo una bufala, allora, la storia della parentela? “Non dimentichiamo – dice un attento osservatore di queste dinamiche – che molto spesso i clan si servono proprio di personaggi “puliti”, o quasi, per tenere i contatti con esponenti delle istituzioni”.

A gettare benzina sul fuoco, realizzando la classica “excusatio non petita”, sono poche settimane fa alcuni giornalisti del casertano. Ventiquattr’ore di fuoco, quel 19 maggio. Dopo la cattura in Spagna del boss Raffaele Amato, a Secondigliano un blitz porta in manette quasi cento persone ritenute affiliate agli Scissionisti. In nottata arriva l’arresto a San Cipriano d’Aversa del boss Franco Letizia, uno fra i cento latitanti piu’ ricercati d’Italia. E siamo proprio negli stessi giorni in cui, fra gossip e cronaca, i giornali, le tv e il web sono letteralmente invasi da quel nome: Letizia. Alle 12 e 18 in punto nelle redazioni arriva un lancio Ansa. E’ firmato dalla giovane corrispondente casertana Rosanna Pugliese: nessuna parentela – si legge – tra l’arrestato Franco Letizia ed il papa’ di Noemi, lo affermano “gli inquirenti che operano nel casertano”. Che bisogno c’era di quella perentoria smentita, a fronte di una notizia mai data? E soprattutto, perche’ rifarsi ad un termine generico come “gli inquirenti”, senza precisare se si tratta della squadra mobile, della Procura (di Napoli o di Caserta?) oppure di altre forze dell’ordine? Un sito locale, Caserta Sette, non perde l’occasione per rilanciare la non-notizia. E con tono stizzito se la prende con chiunque osi pensare che esista quella parentela.

Mentre scriviamo, alla Voce risulta invece che sono in corso indagini top secret alla Procura di Napoli proprio per accertare il possibile collegamento fra i Letizia di Secondigliano (Benedetto detto Elio, ma anche altri suoi stretti congiunti) e il clan Letizia affiliato ai Casalesi. Un legame che, se fosse accertato, nella “vicenda Papi”, spiegherebbe tutto. O quasi. Qualcuno, in Campania ed oltre, sa bene da tempo cosa significa pronunciare alcuni grossi nomi. E perche’, se telefona uno con quel nome, se si spinge fino a chiedere a un leader politico di mostrarsi alla nazione intera, intervenendo ad una festa di paese, lui potrebbe essere costretto ad acconsentire. Ma in ossequio alla ragion di stato sarebbe obbligato a far credere – perfino alla moglie e ai figli – che si tratti d’una storia di corna e minorenni, piuttosto che rivelare al Paese e al mondo la verita’.

Scrive Fierro sull’Unita’ del 22 maggio: “La camorra, soggetto da maneggiare con cura in questa storia. Anche se i tanti set di questo reality non aiutano a tenerla a debita distanza. Secondigliano (il quartiere monstre dove i Letizia hanno alcune loro attivita’); Portici, la citta’-quartiere dove vivono Noemi e sua madre, e Casoria, il paesone della festa. In ognuno di questi luoghi i clan hanno un controllo ferreo del territorio. Sanno tutto. Di tutti”. In attesa delle conclusioni alle quali giungeranno i pm della Dda, noi qui proviamo a mettere insieme le tessere del puzzle. Che cominciano a combaciare in maniera impressionante. Se risultasse provato il collegamento fra i Letizia, sarebbe allora piu’ realistico immaginare quale sia stato il vero motivo di quell’appuntamento cui il premier, suo malgrado, non poteva mancare, pur avendo cercato con ogni mezzo fin dalla mattina – e poi nelle frenetiche telefonate fatte in quei misteriosi 50 minuti di sosta dentro l’aereo, a Capodichino – di sottrarsi. Alla fine va. E resta per quasi un’ora a colloquio “riservato” – dice chi c’era – con Elio Benedetto Letizia, prima di darsi in pasto ai fotografi.

IL POTERE DI GOMORRA

Troppo forte, il potere d’intimidazione di quella holding multinazionale che, come ci ha raccontato Gomorra, comunica i suoi messaggi attraverso i simboli. L’uomo accusato di essersi portato via la donna di un boss, per esempio, viene crivellato non alla testa o al cuore, ma “mmiez ‘e palle”; quello che ha tradito gli accordi, facendo catturare uno del clan, dovra’ essere “incaprettato”, legato come un capretto sul banco della macelleria, e fatto ritrovare nella posa piu’ grottesca e mostruosa che si possa immaginare per un essere umano. Cosi’ anche la presenza fisica di una personalita’, in certi luoghi ed occasioni, vale piu’ di cento rassicurazioni verbali. Magari arriva a suggello di un condizionamento che durava gia’ da mesi. E del quale la bella – e quasi certamente ignara – Noemi non era che un altro “segnale”. La sua presenza al fianco del primo ministro (come nell’ormai famoso ricevimento di fine anno a Villa Madama) serviva per affermare all’esterno che il rapporto con gli uomini del napoletano e del casertano stava andando avanti.

Del resto, lo strapotere finanziario raggiunto dalle imprese dei clan camorristici – anche attraverso la presenza di loro vertici nelle logge massoniche coperte – praticamente non ha uguali. Lo ha spiegato poche settimane fa Roberto Saviano agli studenti della Normale di Pisa nel corso di una lezione: nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) e’ autonoma rispetto alle cosche italiane. Tutte hanno come modello di partenza Cosa Nostra, ‘Ndrine e Camorra. Ma i gruppi esteri non si sono mai del tutto affrancati: sullo scacchiere internazionale, nei paradisi fiscali, per muovere da un capo all’altro dei continenti denaro, armi, stupefacenti, organi ed esseri umani, devono sempre e ancora in qualche modo “dare conto” ai clan italiani.

Dal punto di vista dell’economia criminale, poi, che interi pezzi dell’Italia siano ormai ricattabili da parte dei clan camorristici, non è una novità. Una holding multinazionale, ma pur sempre malavitosa; forze strutturate e uomini che, pur trovandosi ormai a gestire le leve del potere finanziario (il giro di affari delle mafie, secondo uno studio recente di Confesercenti, e’ pari a 125 miliardi di dollari l’anno, circa il 7% del Pil nazionale), non rinunciano ai vecchi e collaudati metodi per affermare il loro potere. Un commando di fuoco pronto a sequestrare, a sparare in faccia, tenere in ostaggio magari i figli di un alto esponente politico. Ed è così che possono maturare, per i posti chiave di governo – ad esempio la presidenza di una strategica Provincia o un sottosegretariato – le nomine di personaggi ritenuti già nelle loro stesse zone di origine impresentabili, per i legami con la camorra dei loro uomini piu’ stretti.

MARONI ALLA CARICA

Come s’inscrive, nello scenario che stiamo ipotizzando, l’autentica impennata nella lotta ai clan camorristici impressa nelle ultime settimane da Roberto Maroni, ministro degli Interni, e da Antonio Manganelli, capo della Polizia? “Berlusconi – dice un esperto di intelligence che preferisce restare anonimo – probabilmente sara’ presto lasciato al suo destino. Lo dimostra il livello di fibrillazione da cui e’ stato colto dopo l’episodio di Casoria, gli errori a raffica, le dichiarazioni avventate. A reggere saldamente il timone dello Stato che non si arrende e’ ora il Viminale, da cui non a caso negli ultimi mesi e’ partito un pressing senza precedenti nel contrasto ai Casalesi e ai loro alleati, gli Scissionisti di Secondigliano. Operazioni che hanno liquidato quasi interamente il clan Letizia”.

L’escalation nella lotta alla malavita organizzata del casertano ha inizio esattamente dopo la strage di Castelvolturno, il 19 settembre dello scorso anno, quando sei nordafricani residenti nella vasta area a rischio della Domiziana, sul litorale di Caserta, vengono massacrati in un raid di camorra teso – si capirà in seguito – a riaffermare il predominio sulla zona del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, al cui clan sono affiliati i Letizia. Appena dieci giorni dopo, il 30 settembre, i Carabinieri del comando di Caserta arrestano gli artefici dell’eccidio. Sono Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo ed il ventottenne Giovanni Letizia, già ricercato per un altro omicidio collegato alla connection politica-rifiuti: quello dell’imprenditore Michele Orsi. I militari li sorprendono in due villini di villeggiatura a Quarto, sempre in zona domizia. “Secondo il pentito Oreste Spagnuolo – scriverà Roberto Saviano – Giovanni Letizia quando uccise Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Poi gli venne fame e andarono a mangiare con Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue ma preferiva pulirle con la spugnetta anzichè buttarle. Quando il suo capo chiese perche’ perdesse tempo a lavarle rischiando di essere beccato, Giovanni Letizia gli rispose che Orsi non valeva le sue scarpe”. 14 gennaio 2009. In un edificio diroccato di Trentula Ducenta, al confine con il Lazio, finisce la latitanza del boss Giuseppe Setola. Con lui viene fermata la moglie, Stefania Martinelli. Fra il 9 e l’11 marzo la Dda partenopea mette a segno un altro colpo mortale per i Casalesi con l’arresto di altri uomini legati a Franco Letizia, cugino di Giovanni, considerato il reggente del clan. Fra loro anche il trentatreenne Vincenzo Letizia detto “o schizzato”. 3 aprile 2009. La Mobile di Caserta arresta Armando Letizia, 56 anni. Considerato elemento di spicco del clan, Armando è zio di Giovanni Letizia e padre del latitante Franco. Il cerchio si stringe intorno a quest’ultimo, che sara’ tratto in manette il 19 maggio. Ma quella domenica 26 aprile, il giorno dell’arrivo di Berlusconi a Casoria per il compleanno di Noemi, un’altra e piu’ rilevante cattura forse e’ gia’ nell’aria. All’alba del 29 aprile la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli sorprende Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco Bidognetti (detenuto al 41 bis eppure ancora in grado – secondo gli inquirenti – di impartire ordini), ma soprattutto parente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti.

Un gruppo criminale strettamente collegato a quello dei Setola e, quindi, ai Letizia. “Una storia – fanno notare in ambienti giudiziari del casertano – che puzza lontano un miglio di rifiuti. Non va dimenticato che per i Bidognetti questa e’ stata sempre una fra le più lucrose attività. E che molte operazioni messe a segno recentemente dalle forze dell’ordine nascono dalle rivelazioni su quel maleodorante business rese da una gola profonda del settore come Gaetano Vassallo”. Senza contare, su tutto, la presenza degli imprenditori-camorristi del settore rifiuti Michele e Sergio Orsi: il primo ucciso proprio per mano del clan Letizia quando era in procinto di collaborare con la magistratura. Il secondo, arrestato nell’ambito di un’operazione anticamorra di febbraio scorso, era invece stato prosciolto nel 2007 da analoghe accuse. Al suo fianco, come penalista, c’era l’avvocato Ferdinando Letizia dello studio Stellato di Santa Maria Capua Vetere. Casertano, 35 anni, Ferdinando Letizia e’ anche consigliere comunale a Castelvolturno e capogruppo della lista “Liberamente”, sul cui sito internet si esaltano le gesta del leader Silvio Berlusconi. Il colpo inferto ai trafficanti di rifiuti con l’apertura dell’inceneritore di Acerra, il timore di perdere gli appalti da milioni di euro che ruotano intorno all’affare munnezza, potrebbero insomma essere fattori non del tutto estranei al clima rovente delle ultime settimane.

IL MILAN? ALL’OLIMPIA

Ma torniamo ai segnali. A quegli avvenimenti forse solo in apparenza “curiosi” che avevano preceduto la famosa sera del 26 aprile. Quella domenica a giocare sul campo del San Paolo c’era stata l’Inter. Ma il 22 marzo a Napoli per una sfida di campionato era sbarcato il Milan. Che per la prima volta aveva abbandonato i consueti, sfavillanti hotel del lungomare partenopeo con vista sul golfo, per andare ad alloggiare in una delle piu’ desolate periferie dell’hinterland: Sant’Antimo, Hotel Olimpia. Terra di inceneritori, ecoballe e Cdr. Al confine col triangolo della morte Nola-Marigliano-Acerra. Comune, Sant’Antimo, due volte sciolto per infiltrazioni camorristiche. Area infestata da sversamenti illegali di materiali tossici. E non lontana da quell’agro aversano da cui trae le sue origini il gruppo Setola-Bidognetti-Letizia.

L’Hotel Olimpia rientra nell’impero economico della famiglia Cesaro, che in zona possiede anche l’unico presidio sanitario disponibile per uno fra i territori piu’ densamente popolati d’Italia, il Centro Igea, ed una serie di altre lucrose attivita’. Leader della famiglia e’ Luigi Cesaro, deputato Pdl, candidato in pole position per la presidenza della Provincia di Napoli. Sui suoi pregressi legami coi clan della zona si soffermava a lungo (come la Voce ha ricordato nel numero di maggio scorso) la relazione di fuoco redatta dai commissari prefettizi inviati a Sant’Antimo dopo lo scioglimento per camorra del 1991.

Ecco i passaggi chiave. “I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata – clan Puca e Verde – si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attivita’ economiche e patrimoniali”. “La cointeressenza in attivita’ economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti fra i clan di Pasquale Puca ed il clan Verde, che operano rispettivamente attraverso le cooperative “La Paola” e “Raggio di Sole”, addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell’economia locale. Della Cooperativa “Raggio di Sole” e’ socio il consigliere comunale Antimo Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele (legale rappresentante) e Luigi”. Ancora: “Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla Autorita’ Giudiziaria in ordine a molteplici attivita’ estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell’omonimo clan camorristico operante in Sant’Antimo e Casandrino; risulta avere in atto procedimenti per truffa, interesse privato in atti d’ufficio, omissione in atti d’ufficio e peculato”. Diciannove anni dopo, di Luigi Cesaro (e del suo “gemello” politico Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia), parla Gaetano Vassallo, come ricorda l’Espresso in un’inchiesta di settembre 2008. E qui tornano le coincidenze. Perche’ se le verbalizzazioni del pentito dovessero trovare conferma, a favorire l’attivita’ imprenditoriale dei Cesaro non sarebbe stato un clan qualsiasi. Ma il gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte.

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