Ho visto cose che voi umani…

Voce marcata come ‘strategia della tensione’

Portella: il peccato originale dello Stato « Blog di Giuseppe Casarrubea

1 Novembre 2009 · Lascia un Commento

di Serena Minicuci

  1. RICOSTRUZIONE

Se di qualche certezza si può parlare affrontando la vicenda di Portella della Ginestra, forse l’unica è il dubbio.

La verità ufficiale, quella di stato, promossa dalla politica e approvata dai tribunali non convince, non ha mai convinto fin dal giorno stesso della strage.

Questa storia parla di un feroce bandito, Salvatore Giuliano e della sua banda, che terrorizzava la Sicilia negli anni immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Una banda così pericolosa e un capo così scaltro che tenne in scacco i corpi speciali che furono  inviati in Sicilia appositamente per reprimerla e che, nonostante l’esperienza e l’addestramento, non riuscirono a catturare vivo il bandito; solo per carabinieri e polizia Salvatore Giuliano era irraggiungibile; invece per giornalisti e giornaliste, come nel caso della Cyliacus, era rintracciabile senza troppi problemi.

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Il regno degli omissis: la riforma del segreto di Stato del 2007 congelata dal governo Berlusconi

31 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Il governo Berlusconi allunga la durata del segreto di stato su fatti orribili dietro cui c’erano le istituzioni deviate manovrate dalla P2. Il governo Berlusconi puzza forte di P2.

Fonte: Il regno degli omissis: la riforma del segreto di Stato del 2007 congelata dal governo Berlusconi.

Estate 1964: tentato golpe in Italia guidato dal Generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, il cosiddetto “Piano Solo“.
4 agosto 1974: strage dell’Italicus. 12 morti e 48 feriti per l’esplosione di una bomba nel vagone numero 5 dell’espresso Roma-Monaco.
1974: progettazione del piano di Colpo di Stato da parte di Edgardo Sogno, agente segreto e membro della loggia massonica Propaganda 2.
Autunno 1979: scandalo Eni-Petronim, tangenti pagate dall’Eni alla compagnia petrolifera saudita con parziale ritorno “in Italia” a titolo di finanziamento della P2.
2 settembre 1980: misteriosa sparizione dei giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo Toni a Beirut.
17 febbraio 2003: sequestro del cittadino egiziano residente a Milano Abu Omar da parte di agenti della CIA e con la complicità del SISMI.

Sono solo alcune delle lacunose e terribili vicende che hanno scosso l’Italia nel corso della sua storia repubblicana e che sono state oggetto di omissioni e occultamenti di verità, attraverso l’apposizione del cosiddetto “segreto di stato”.
Il tutto sempre nel buon nome della salvaguardia dell’integrità democratica nazionale.

Ma i fascicoli e i faldoni giacenti negli archivi delle varie agenzie di sicurezza non si limitano ai fatti sopracitati, per i quali ci fu una pubblica apposizione del Segreto di Stato da parte del governo allora in carica; diverse centinaia o forse migliaia di documenti archiviati finiscono per interessare, seppure indirettamente, molte altre vicende altrettanto inquietanti del dopoguerra italiano, dalla Strage di Portella della Ginestra al sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna.
Interi faldoni relativi alle Brigate Rosse, ai NAR, alle operazioni dei corpi militari e alla documentazione interna dei servizi non attendono altro che vedere un po’ di luce e respirare qualcosa di diverso dall’aria stantia e consumata che avvolge gli archivi interrati di edifici inaccessibili.

Erano queste le ragioni che portarono il Governo Prodi e l’intero parlamento italiano a scrivere ed approvare il 3 agosto 2007 la legge di riforma dei servizi segreti italiani, che, tra le tante questioni, definiva un limite di 15 anni (ed estendibile al massimo a 30) per la validità del segreto di stato su tutti i documenti su cui risulta apposto.

L’8 aprile del 2008, ben 8 mesi dopo l’approvazione della legge, il governo retto da un Romano Prodi ormai sfiduciato e pronto a lasciare l’onere dell’amministrazione nazionale dello stato a Silvio Berlusconi approvava il primo decreto di attuazione della riforma.

Cinque mesi più tardi, il 23 settembre, il Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi dava vita al decreto governativo che istituiva un’apposita Commissione chiamata a definire le procedure per il pubblico accesso ai documenti in via di desegretazione.

Dopo oltre un anno la legge restava ancora inapplicata ed il segreto di stato su vicende “desegretabili” e legalmente di pubblico dominio come i tentati golpe e l’omicidio Moro rimaneva intatto. Immacolato.

Il 23 marzo 2009 il termine previsto per l’accesso pubblico alla documentazione. Il 20 marzo il primo slittamento, che posticipava il tutto al 30 settembre.
Il giorno successivo, il primo ottobre del 2009, appena 28 giorni fa, la Gazzetta Ufficiale pubblica l’ennesimo decreto di proroga, sempre a firma di Silvio Berlusconi, che ha rimandato ancora una volta i tempi per la desegretazione dei documenti relativi alle numerose vicende che vanno dal brigantaggio siciliano del 1800 al “caso Moro”.
Lo slittamento, ben più consistente, ora fissa i tempi di realizzazione del regolamento per l’accesso al 30 giugno 2010.

Una data che potrebbe essere posticipata ancora una volta. E un’altra. E un’altra ancora.

Nell’agosto del 2007 maggioranza ed opposizione annunciavano con un tono trionfante opportunamente cavalcato dalla stampa nazionale l’approvazione di una legge che restituiva trasparenza e democraticità allo stato italiano. Uno Stato che decideva con chiarezza di porre la parola fine a troppi “misteri d’Italia”.

Il clamore di quei giorni cozza spaventosamente con il tombale silenzio di questi giorni. Le traballanti promesse di allora, sapientemente mascherate da certezze legislative, cominciano a mostrare il proprio volto. Di fronte ad una stampa che nel corso di appena due anni ha modificato parecchio le proprie priorità.

Il segreto di stato, a dispetto dei resoconti e delle dichiarazioni di allora, gode ancora di ottima salute. Nessun sintomo influenzale. Nemmeno un’influenza A di sottotipo H1N1. Figurarsi la scarlattina…

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La ginestra, “fior gentile” « Blog di Giuseppe Casarrubea

29 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Interessante articolo di Giuseppe Casarrubea sulla strage di Portella della Ginestra:

Dunque una fitta rete di contatti, collaborazioni, accordi, complotti internazionali alla base di un massacro che risultò essere stato programmato addirittura l’anno precedente, nell’eventualità, sgradita ad ex combattenti fascisti, separatisti (fra i quali militava lo stesso Giuliano), Democrazia Cristiana, Stati Uniti e mafia, di una vittoria delle sinistre alle elezioni regionali del 20 aprile, vittoria che si verificò con ventinove seggi alle sinistre contro i ventiquattro della DC. Era tutto stabilito, dunque; e nel momento in cui il “pericolo rosso” si fece più concreto, si trattò solo di passare all’azione.

Sullo sfondo, la sempiterna lotta fra stelle e strisce e falce e martello.

Sulla base di queste considerazioni si può pertanto considerare Salvatore Giuliano come una sorta di capro espiatorio, colui che, in virtù di un tornaconto che gli fu promesso e poi negato, si mise al servizio dell’America, terra che rimandava ai suoi occhi di siciliano sogni di libertà e di ricchezza, e finì con l’addossarsi la colpa di una strage che sporca invece la coscienza di tanti, pagando con la vita la sua sete di gloria.

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“Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea

28 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: “Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea, http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/28/ci-ho-fatto-un-papello-cosi/

Della mafia, e cioè di un fenomeno sommerso che affonda le sue radici maligne in tutto il tessuto sociale e istituzionale dell’Italia, si è parlato e scritto spesso come di una realtà circoscritta alla Sicilia e all’America, per un lungo periodo della storia del ‘900. Assai poco si è riflettuto, invece, sulle sue caratteristiche attuali. Quelle cioè che ne hanno favorito la penetrazione sul piano nazionale o quelle altre che si manifestano con violenza all’indomani della caduta del muro di Berlino. Quando, ad esempio, vengono alla ribalta in modo dirompente la mafia russa, che condurrà al potere Yeltsin, quella albanese o ungherese e degli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, non dimenticando le ex repubbliche asiatiche dei Soviet.

A tale proposito non è forse superfluo ricordare le ingerenze dell’intelligence Usa, a partire dall’era reaganiana e dal suo successore Bush senior, per destabilizzare prima l’ex impero sovietico e dopo i nuovi Stati formatisi dalla disgregazione dell’Urss.

*

Lungo questo percorso, già dalla seconda guerra mondiale e fino ai nostri giorni, le mafie si sono dimostrate braccio armato delle vocazioni imperialistiche dello zio Sam. Valga per tutti l’esempio dell’Afghanistan: il fratello di Karzai, capo del governo fantoccio della Nato, è il maggior narcotrafficante in oppio dell’Asia centrale.

Si tratta di mafie nuove, come nuovo era stato nel dopoguerra il sistema messo in piedi da Lucky Luciano tra Europa, America latina e Usa. La loro modernità consiste nella nuova realtà geopolitica mondiale che, come un’infinita trama planetaria, ne ha favorito lo sviluppo riorientandole verso nuove forme di potere politico, nuove realtà istituzionali, dagli Urali al Mediterraneo e al Medio Oriente.

*

I caratteri di queste mafie sono la  mondializzazione e l’emersione progressiva delle loro connessioni con i singoli Stati, sotto l’egida di Washington.

Solo all’interno di questo quadro possono essere spiegati i fatti che accadono in Italia a partire dal 1992, con l’avvertenza, però, che le stragi di quell’anno non arrivano all’improvviso come banali colpi di testa di una mafia ringalluzzita, ma sono l’approdo di un percorso iniziato almeno un biennio prima, con la crisi del sistema-Stato e con la connessa caduta dei grandi valori tradizionali.

*

E veniamo alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia degli ultimi  mesi. Cominciamo con Giovanni Brusca. Immaginiamoci un grande palcoscenico dove si muovono vari personaggi. Ciascuno recita la sua parte. Quella in cui crede veramente.

La scena – così come è stata raccontata da molti giornali – rappresenta “Totò u Curtu” alla vigilia di Natale del 1992. Il grande capo riunisce i boss più fidati per gli auguri, in una casa alla periferia di Palermo. Lima, Falcone e Borsellino sono già stati eliminati nei mesi precedenti e Totò è euforico. Esclama: “Finalmente si sono fatti sotto!” E aggiunge: “Ci ho fatto un papello così!”

L’euforia di  Riina ci spiega una sola cosa: non aveva capito niente. Tronfio e pieno di sè, era stato preso da una sorta di megalomania acuta. Pensava di dominare sullo Stato e sull’universo. Esattamente come quell’altro criminale della storia: il bandito Salvatore Giuliano che aveva sulle spalle quattrocento fascicoli per reati penali. Non per ultimo quello riguardante l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.

*

Riina pensava di dettare lui le regole del gioco, ricorrendo alle  bombe e al tritolo. Ma era quello che gli avevano fatto credere. Non poteva immaginare che tre settimane dopo, a metà gennaio 1993, sarebbe finito in manette come un qualsiasi picciotto alle prime armi. Che le cose non stessero per nulla come  le stava vivendo il corleonese,  è dimostrato dal fatto che tutto concorreva alla sua liquidazione, analoga e parallela al crollo del sistema politico italiano travolto da Mani pulite.

*

Dai verbali inediti di cui l’Espresso del 21 ottobre 2009 anticipa i contenuti, risulta che esponenti istituzionali avrebbero coperto nel 1992 la presunta trattativa tra Totò u Curtu, capo di Cosa Nostra, e lo Stato. Mediatori: Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo per conto dei corleonesi, da un lato; il colonnello Mori e il capitano De Donno, per conto dello Stato, dall’altro. Ci sarebbe anche, secondo Brusca, un elemento invisibile che muove le fila in questo teatrino: Bernardo Provenzano, alias “ingegner Lo Verde”, in contatto permanente con Vito Ciancimino a Roma, come confermato da Massimo Ciancimino ad “Anno Zero”, l’8 ottobre 2009.

*

Detta così, questa storia si presta a molti gravi equivoci e a forme di sottile depistaggio. Il problema, infatti, non è la trattativa che oggettivamente conduce solo all’arresto di Totò Riina, ma quello che succede nei quindici mesi successivi. Cioè le grandi e sotterranee manovre che porteranno al passaggio delle consegne tra vecchia e nuova guardia a livello delle gerarchie mafiose e dei poteri dominanti.

Le rivelazioni di Brusca trovano conferma nelle dichiarazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, di professione killer, che comincia a “cantare” nell’aprile 2008 e indica ai pm di Firenze e Palermo i rapporti tra alcuni boss e Marcello dell’Utri. Il senatore del Pdl, sempre secondo Spatuzza, avrebbe creato una connessione tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra in vista della nascita di Forza Italia. Saranno i magistrati a stabilire come stanno le cose e se Spatuzza sia un pentito credibile o meno. Saranno i magistrati ad accertare se le sue dichiarazioni trovano riscontri in altri atti documentari. Sta di fatto, però, che il quadro generale sembra concordare con le confessioni di un altro mafioso pentito. Si tratta di Gaspare Mutolo che, come dice Lirio Abbate nel suo articolo dell’Espresso, aveva parlato di un incontro tra Mancino e Borsellino a Roma, circa un mese dopo la strage di Capaci. Il pentito sostiene che dopo l’incontro Borsellino era sconvolto. Perchè? E’ logico pensare che un giudice di tale esperienza e levatura possa essere rimasto sconvolto da affermazioni ovvie sui rapporti tra mafia e Stato? E’ evidente che quel giorno Borsellino sarebbe venuto a conoscenza di informazioni fuori dall’ordinario. Ma quali? Ci può aiutare nella risposta, forse, ciò che accadrà quando, secondo Spatuzza, Cosa Nostra aggancia il suo nuovo referente politico. Da quel momento  in poi,  nel 1994, le sorti del nostro Paese non saranno più quelle di prima.

*

Ma Spatuzza dice anche altre cose, secondo il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009: “Giuseppe Graviano  [un boss mafioso] mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.

Continua Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso, riportato da Attilio Bolzoni su Repubblica del 24 ottobre 2009: “Incontrai [metà gennaio 1994] Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo”. Conclude il pentito riferendosi al patto accennato da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa [Graviano] il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5″.

*

Ma dell’Utri se la ride. “Sono tutte grandi cazzate” – dice il senatore già condannato a nove anni di reclusione in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo scrive il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009. Sulle dichiarazioni di Spatuzza si registra anche l’intervento di Ghedini (Pdl), legale del presidente del Consiglio. Ghedini esclude categoricamente che le dichiarazioni di Spatuzza possano essere prese sul serio.

Sarà. Ma ieri, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il Procuratore Piero Grasso non ha avuto peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta sia stata commessa da Cosa Nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Non vi è dubbio, infatti, che la tecnica della strage di Capaci, sia di natura terroristica. Ricorda in tutto e per tutto i metodi dei narcotrafficanti colombiani, degli “insorti” iracheni e delle squadre neofasciste italiane manovrate dalla Cia.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

intervista di Ruotolo a Massimo Ciancimino

Intervista a Salvatore Borsellino

 

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Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo

26 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Fonte: Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo.

Scritto da Barbara Spinelli

Sono anni che ci domandiamo come tutto ciò sia potuto accadere: il senso della legge che si sfibra, lo Stato che suscita timore o disprezzo perché s’accomoda con l’illegalità e rinuncia al controllo del territorio, che non interviene prima delle catastrofi ma solo ai funerali.

E la democrazia che si perverte, divenendo qualcosa di prevaricatore: come un diritto divino che si dà all’Unto delle urne. Il diritto a giocare con le leggi come il dittatore-Charlot gioca con il mappamondo: a considerare legittimo quello che è illegale, illegittimo quello che è legale, dunque a sovvertire categorie, istituzioni, leggi che nella Repubblica sono ferme, durevoli, non legate alla durata effimera delle maggioranze e  legislature. Sono considerati illegittimi i poteri legali di controllo sul governo, perché non eletti direttamente dal popolo; è considerata illegittima la separazione tra i vari poteri dello Stato, perché  controbilanciandosi a vicenda minacciano di fare quel che ogni costituzione liberale prescrive: frenare l’abuso della forza cui tende ogni potere che non trovi davanti a sé un limite.

Sono anni che ci interroghiamo su questo male che non viene estirpato – la mafia, la mafia che senza la politica non vivrebbe – e che prolifera nelle condizioni che ho descritto: in particolare ci interroghiamo sulla lunga storia italiana di trattative fra una parte dello Stato e la malavita, con poteri più o meno occulti che mediano fra due potenze facendone due entità paragonabili, dotate di diritti analoghi e di analoga forza d’influenza. Anche per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero a questo punto valere le parole di Montesquieu : “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere arresti il potere”.

Forse però è venuto il momento di dire quello che sappiamo, e non solo di formulare domande su noi stessi e sul nostro paese. Di dire, come fece Pasolini il 14 novembre del 1974 a proposito delle trame eversive e dei golpe tentati in Italia, che in realtà:

Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se spesso non abbiamo tutte le prove e tutti gli indizi. Sappiamo che le trattative sono esistite, e  si sono prolungate (secondo pentiti che hanno parlato) almeno fino al 2004. Sappiano che viviamo ancor oggi – con le leggi che rendono difficoltosa la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale e altre misure che ostacolano la rintracciabilità dell’evasione – sotto l’ombra di un patto. Sappiamo il dolore e la morte che mafia, camorra, ‘ndrangheta hanno provocato lungo i decenni. Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città, sobborghi: sacco che continua. Sappiamo che l’Italia si va sgretolando davanti ai nostri occhi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni e di buon cemento non fornito dalla mafia – sì, noi l’abbiamo accettato, noi che eleggiamo chi ha il potere di favorire o frenare il potere della malavita. Sappiamo che basta leggere le sentenze, oltre che le inchieste di giornalisti coraggiosi – anche le sentenze che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione – per conoscere le responsabilità di uomini politici e amministratori che, per essersi lungamente compromessi con la malavita organizzata, per aver conquistato e mantenuto il potere con il suo ausilio, non dovrebbero essere chiamati coi nomi, nobili, di rappresentanti del popolo o di statisti.
Tutte queste cose, come avviene nei paesi che son vissuti o vivono sotto il giogo di un potere totalitario, le sappiamo grazie a persone che hanno deciso di parlare, di denunciare, di testimoniare, e non solo di parlare ma di rimboccarsi le maniche e cominciare a costruire un’Italia diversa: tra i primi voi dell’associazione LIBERA, e i giudici che hanno indagato su mafia e politica sapendo che avrebbero pagato con la vita, e uomini come Roberto Saviano, e giornalisti che esplorano le terre di mafia come Anna Politkovskaja esplorava, ben sapendo di essere mortalmente minacciata, gli orrori e le torture della guerra russa contro i ceceni.

Sono i medici dell’Italia, siete i medici dell’Italia. Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice. Nella sostanza, l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno volontario, di “entrare nelle case per il sollievo dei malati”. Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate. Il giuramento che comanda: “Tutto ciò ch’io vedrò e ascolterò nell’esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta”.
Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo – nella nostra attività medica – alla complicità,  al delitto di omertà: questa parola che offende e storpia la radice da cui viene e che rimanda all’umiltà, all’umirtà. La vera umiltà consiste nel riscrivere il giuramento, nel trasformare il silenzio in parola, nel far letteralmente parlare le pietre o meglio il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che il male vien conosciuto e che la guarigione può iniziare. Non c’è azione senza parola che circola liberamente e non c’è guarigione senza infrazione del segreto. Per questo l’informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma prima di esser aiutata a divenire civica, responsabile, nel paesino più piccolo come nella grande città, l’opinione deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti, con un linguaggio che non presupponga, nell’interlocutore, la conoscenza di difficili dossier. I medici di cui ho parlato – medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate – combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi, copre gli oscuri patteggiamenti fra Stato e mafia, e lascia senza protezione le loro vittime. I medici dicono, denunciano pubblicamente, danno alle cose un nome, e su questa base agiscono.
Senza di voi, sarebbe davvero difficile parlare senza vergogna dell’Italia, per chi vive fuori di essa. Tanto più difficile quando quasi tutti i suoi politici e tanti giornalisti esitano perfino a pronunciare la parola – Italia – e s’ostinano a usare il termine “questo paese”, con un certo sprezzo. La guarigione comincia anche con l’abbandono di vocaboli così elusivi. Smettiamo di dire a ogni passo “questo paese” invece di: Italia. Quando dico questo paese prendo distanza da esso,  mi sento meno responsabile. Non servo il suo Stato ma me ne servo, facendolo coincidere con “quel paese lì”, che se ne sta lontano da me.

C’è un modo invece di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato. Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, Don Giuseppe Puglisi, Don Giuseppe Diana, e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato. Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando essa fu invasa dalle truppe di Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide sempre con la geografia. Quel che rappresento è “una certa idea della Francia”, che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide, esiliato, di entrare in resistenza attiva e sperare in un mutamento.

La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra ferma e pulita sotto i piedi. E quando dico territorio perduto dico le case che franano non appena s’alza la tempesta, i terremoti che uccidono più che in altre nazioni, l’abitare che diventa ingrato, aleatorio, brutto, perché la costruzione delle case avviene in fretta, con cemento finto, fatto di sabbia più che di ferro, procurato da mafia e camorra. Come nella lettera di Paolo ai Romani, è da una situazione di debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe nemmeno bisogno di sperare: “Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”.
Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: speriamo in una cultura della legalità, in una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo nella decenza. Per ora abbiamo una certa idea dell’Italia e della legalità e della lotta alla mafia. Ma se sappiamo quel che accade in Italia da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e il nostro agire diventa non solo necessario ma anche possibile. Anche questo Paolo lo spiega molto bene, quando elenca le tappe che si percorrono sulla via della speranza. Prima  vengono le afflizioni, la conoscenza del dolore di cui sono intessute le cose sperate. Le afflizioni producono la pazienza, e questa a sua volta genera la virtù provata, la messa alla prova attraverso l’azione. Sul suolo dell’esperienza e della virtù provata, infine, nasce la speranza e a questo punto la prospettiva cambia e il cammino si fa chiaro. Allora sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la messa alla prova attraverso l’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva – già qui, ora – di un futuro possibile.
Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa per me non dimenticabile: “Se essi sono morti (parlava di Falcone, di Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell’ingiustizia; non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa”. Per questo corriamo il rischio, sempre, di disimparare perfino la speranza. Di disimparare l’arte che Nando Dalla Chiesa ha spiegato così bene, in questi Stati Generali dell’antimafia: l’arte che consiste nel rispondere allo sfondamento avversario con il presidio,  l’accerchiamento, e il contrattacco.


*Testo dell’intervento di Barbara Spinelli letto dall’autrice a
Contromafie 2009

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Il Consiglio: Girotondi

23 Ottobre 2009 · 1 Commento

Mafia, servizi segreti ed eversione nera, bisognerebbe che si facesse luce sui loro legami e chi li manovra. Si pensi anche per esempio al ruolo di Paolo Bellini nei retroscena delle stragi del 1993.

Fonte: Il Consiglio: Girotondi.

Lo scorso 4 settembre, il quotidiano La Sicilia ricordava l’assassinio del Generale Dalla Chiesa a Palermo. Casualmente veniva pubblicata anche una interessante intervista che ripercorreva la morte del Presidente della Regione Piersanti Mattarella rilasciata dal figlio dello stesso, Bernardo, oggi deputato regionale tra le fila del PD (Mattarella: “La politica nel nome di mio padre ucciso dalla mafia”).

In essa si riportava in luce un episodio importante ma stranamente dimenticato da quei “professionisti” dell’antimafia che tutto cercano di fare tranne che arrivare alla verità, cosa che li lascerebbe senza lavoro.

Mattarella fu ucciso nel gennaio del 1980 mentre si trovava in macchina con lo stesso Bernardo, con la moglie e con il resto della famiglia. Ebbene, la moglie del Presidente riconobbe come killer del marito Giusva Fioravanti, noto esponente della destra eversiva oggi candidato alla partecipazione all’isola dei famosi!

Cosa ancora più incredibile, secondo l’intervistato questa versione era condivisa da Giovanni Falcone. D’altronde si era appurato che quel giorno Fioravanti si trovava a Palermo con il fratello. Questa versione fu però rigettata durante il processo. A questo punto il commento di Bernardo Mattarella potrebbe essere lasciato ai posteri come commento all’intera storia dell’Italia unita:

“Come avvocato debbo dire che è difficile accettare l’idea che su un testimone oculare prevalga il sentito dire di un pentito che non era presente. C’è qualcosa che non funziona dal punto di vista logico”

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Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini

20 Ottobre 2009 · 3 Commenti

Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini.

Roma, 20 ott. (Adnkronos) – “Ricordo un particolare che e’ sfuggito a molti, a proposito degli attentati in sincrono di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Insomma perche’ San Giovanni e San Giorgio, perche’ non li hanno fatti a Santa Maria Maggiore, a San Paolo, che per esempio e’ in una zona isolata o a San Pietro, che avrebbe avuto ancora piu’ risalto? Perche’ non li hanno fatti all’Ara Pacis o al Colosseo? Perche’ proprio San Giovanni e San Giorgio? Lei sa che significa Giorgio e Giovanni, chi erano Giorgio e Giovanni? Giovanni era Giovanni Spadolini, che era il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato mentre Giorgio era Giorgio Napolitano, Presidente della Camera, terza carica dello Stato che poi e’ diventato Ministro dell’Interno e ora fa il Presidente della Repubblica”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi, nel corso dell’intervista rilasciata al programma tv KlausCondicio in onda su YouTube.

Genchi parla poi della strage di via D’Amelio: “Le stragi di mafia sono state fatte col tritolo, con esplosivo da cava, un esplosivo potentissimo e di immediata reperibilita’. Invece l’esplosivo utilizzato in via D’Amelio e’ un esplosivo che viene utilizzato in ambito militare, in ambito di guerriglia, cioe’ in contesti e circuiti che non costituiscono appannaggio, diciamo, di Cosa Nostra”. “Non ci sono precedenti. Quindi anche sotto questo profilo, il tipo di telecomando utilizzato, la distanza con cui questo telecomando poteva funzionare, sono tutti elementi di natura oggettiva, di natura tecnica che devono indurre a sospettare sulla possibilita’ che ci fosse una distanza molto elevata dal punto di osservazione al punto dello scoppio”, aggiunge Genchi, che conclude affermando: “Qualcuno doveva avere la certezza di uccidere Borsellino fuori dalla macchina blindata perche’ il livello di protezione che aveva quella macchina era tale che l’autista rimase indenne, vivo, l’unico, perche’ si trovava dentro la macchina”.

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“Papello”: le richieste “accolte” negli anni | Terra – Quotidiano di informazione pulita

17 Ottobre 2009 · Lascia un Commento

Per quello che riguarda l’arresto solo in flagranza di reato, mi pare che questo punto del papello sia straordinariamente simile alla nuova legge del governo Berlusconi sulle intercettazioni secondo cui le intecettazioni si possono fare solo in presenza di “evidenti indizi di colpevolezza”.

“Papello”: le richieste “accolte” negli anni | Terra – Quotidiano di informazione pulita.

Anna Petrozzi e Pietro Orsatti
DOCUMENTI. Ecce “papello”. Si ipotizza che molte delle pretese della Cupola siano state progressivamente accolte. Punto per punto, le richieste e i “cedimenti”. Intoccata la sentenza del Maxi, ma sotto processo era la vecchia commissione.

Sono dodici i punti del “papello”, contenente le richieste di Cosa nostra allo Stato per interrompere la stagione delle stragi. Da tempo si ipotizza anche che alcuni dei punti siano stati perfino accolti, che un livello di incontro sia stato trovato, non tanto con Riina, quanto con Provenzano, più ragionevole e soprattutto meno propenso a proseguire con una stagione di sangue. Il documento, di cui finora non è stato consegnato l’originale per eventuali perizie, è ora nelle mani dei pm di Palermo. L’originale, a quanto si ipotizza, sarebbe all’interno di una cassetta di sicurezza in un istituto di credito estero. E allora andiamo a vederli questi punti, uno a uno.
Punto uno: la revisione del maxi processo. Richiesta figlia dei tempi. Infatti al maxi processo erano stati condannati soprattutto gli esponenti della “vecchia” mafia. Forse oggi i mafiosi dovrebbero chiedere la revisione del processo Gotha.
Punto due: abolizione del 41 bis, il regime speciale per i mafiosi. Da tempo si sta valutando una riforma dell’istituto, ma intanto la messa in opera della norma fa acqua da tutte le parti. Innumerevoli i casi di boss che sottoposti al regime di carcere duro comunicano tra loro e con l’esterno. Alla fine del 2008 i Madonia, stragisti condannati all’ergastolo, gestivano il mandamento di Resuttana impartendo ordini attraverso i familiari liberi, mentre all’interno della Casa circondariale di Tolmezzo il mammasantissima della ‘ndrangheta Giuseppe Piromalli sfruttava l’ora di socialità per riunirsi e discutere di affari e strategie comuni con capimafia della portata di Antonino Cinà.
Punto tre: abolizione della RognoniLa Torre sulla confisca dei beni. La norma è tuttora in vigore, ma non è stata aggiornata e la questione della confisca, e della verifica successiva che non ritornino sotto il controllo dei boss, rimane molto spinosa. Basti pensare che il 36% dei beni confiscati alla criminalità organizzata è sotto l’ipoteca delle banche e il 30% è occupato dagli stessi mafiosi.
Punto quattro: riforma della legge sui pentiti. Attraverso vari provvedimenti e sentenze lo status di collaboratore è profondamente mutato, ma è mutata soprattutto la tutela dell’altra figura testimoniale, quella dei testimoni di giustizia, che nel tempo è stata svuotata creando di fatto una serie di casi singoli e di contenziosi con il ministero dell’Interno sulla questione della protezione.
Punto cinque: legge sulla dissociazione mafiosa. Simile a quella prevista per il terrorismo, la richiesta era l’attenuazione della pena davanti a una “dichiarazione” di dissociazione. Con l’intro- duzione della figura del “dichiarante” di fatto si è cercato un punto anche su questo argomento.
Punto sei: scarcerazione per i detenuti 70enni. Anche per i detenuti sottoposti al 41 bis sono numerosi i casi di allentamento. Tredici padrini appartenenti a cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra sono stati liberati dal carcere duro tra il 2008 e 2009, che vanno ad aggiungersi ai 37 già passati al regime di carcere normale nell’anno precedente. Tra questi Gioacchino Calabrò, Salvatore Benigno o Giuseppe Barranca, tutti stragisti, tutti protagonisti della terribile stagione di sangue degli anni ’92 e ’93. Mentre non è da sottovalutare il caso, seppur diverso, di Bruno Contrada.
Punto sette: chiusura delle supercarceri. Che nel caso di Pianosa e dell’Asinara è avvenuto.
Punto otto: trasferimento dei boss nelle carceri vicine a casa. Come nel caso del 41 bis è competenza dei giudici di sorveglianza. Vi sono stati casi di avvicinamento, ma soprattutto allentamenti nella stretta delle visite dei parenti. In alcuni casi, tipo quello delle visite della figlia del boss Leonardo Vitale in carcere, i colloqui venivano utilizzati per la gestione degli “affari” del clan.
Punto nove: abolizione della censura carceraria della posta. Quando oggi boss mafiosi al 41 bis inviano e pubblicano lettere sui giornali la richiesta fa sorridere.
Punto dieci: allentamento controlli rapporti con i familiari. Come per il punto otto, la questione si è rivelata un colabrodo.
Punto undici: arresto per mafia solo in flagranza. Ovviamente non è stata formalmente accolta, ma solo andando a guardare le operazioni degli ultimi mesi, ad esempio la Perseo del dicembre 2008, si nota come in gran parte siano scattate attenuanti e scarcerazioni velocissime per i mafiosi indagati.
Punto dodici: defiscalizzazione della benzina in Sicilia. Sembra una presa in giro, in realtà era un’idea di Riina per riacquisire il “consenso” perso dopo la strage di Capaci.

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Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere

11 Ottobre 2009 · 1 Commento

Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009

Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ‘93 e il ‘94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.

A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.

All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.

Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.

Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.

È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.

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ComeDonChisciotte – IL MIGLIO VERDE ITALIANO

2 Ottobre 2009 · 1 Commento

ComeDonChisciotte – IL MIGLIO VERDE ITALIANO.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare.”
Leonardo Sciascia

Per chi è contrario alla pena di morte, è motivo di gioia quando s’accendono le luci del Colosseo, giacché una condanna alla pena capitale è stata trasformata nell’ergastolo, oppure un Paese ha rinunciato ad applicarla.
Ma, nel Belpaese, è stata realmente abolita la pena di morte? Ossia, de iure e de facto? Non ci sembra proprio.
Dal punto di vista giuridico, la pena di morte è stata abolita: dal 1994, anche dal Codice Penale di Guerra. E nella realtà?
Nel terzo d’Italia governato dalle mafie, la pena di morte viene decretata senza troppi ripensamenti; non confondiamo gli ammazzamenti delle mafie come semplici “regolamenti di conti”: per la gran parte, sono decisioni prese da ben definiti consessi.

Le esecuzioni decretate dalle mafie sono state – ad esempio nel periodo 1999-2003, nemmeno fra i più cruenti – 666[1], che significa poco meno di 133 morti l’anno. Sono gli unici?
I morti in carcere nel 2008 sono stati 142 [2], un dato vicino alla media dell’ultimo decennio, giacché si va da un minimo di 123 nel 2007 ad un massimo di 177 nel 2001.

Sommando gli uni agli altri, otteniamo la bella cifra di 275 morti: sparati, strangolati, suicidi, “suicidati”.
Se confrontiamo le 5.000 esecuzioni annue cinesi alla popolazione (1,3 miliardi), otteniamo un rapporto di una esecuzione ogni 260.000 abitanti, mentre in Italia (275 contro 60 milioni) siamo ad un rapporto di 1 a 218.000: più “esecuzioni” che in Cina!
E finisce qui? No:

Omicidio Mattei
Strage di Piazza Fontana
Omicidio Mauro De Mauro
Strage di Gioia Tauro
Omicidio Feltrinelli
Strage di Peteano
Strage alla questura di Milano
Strage di Piazza della Loggia
Strage dell’Italicus
Omicidio Pasolini
Strage di Via Fani e omicidio Moro
Omicidio Pecorelli
Strage di Ustica
Strage di Bologna
Omicidio Italo Toni e Graziella De Palo
Omicidio Roberto Calvi
Strage del rapido 904
Strage di Pizzolungo
Omicidio Mauro Rostagno
Attentato dell’Addaura
Strage del Moby Prince
Strage di Capaci
Strage di via d’Amelio
Omicidio Ilaria Alpi [3]

E, questi, sono soltanto quelli più conosciuti giacché riguardarono personaggi noti o perché furono tragedie di notevole dimensione mentre, per quelli “minori”, spesso non si sa nulla. Nella lista, ad esempio, non compaiono quelli impiccati “in ginocchio” – ricordiamo, uno fra i tanti, il colonnello del SISMI Mario Ferraro – ma ce ne sono stati altri. E gli omicidi “strani” e senza colpevoli? L’Olgiata? Il mostro di Firenze? Perché lo Stato uccide senza remore a destra ed a manca? Perché, se si ritiene innocente, non fa nulla?

Non è qui il caso di spilluzzicare sui numeri: le cifre comunicate sulle esecuzioni cinesi potrebbero essere state ridotte per non scatenare la stampa internazionale, mentre parecchi morti delle mafie – per contro – potrebbero non essere stati identificati come tali. Insomma, il dato che c’interessa evidenziare è che lo Stato Italiano, sotto varie forme, commina una quantità di sentenze capitali paragonabile, per numero, a quelle della Cina, considerata la grande “assassina” di Stato.
E non si venga a dire che le morti in carcere sono casuali: negli altri Paesi europei il fenomeno non ha simili riscontri, mentre le “morti di Stato” nemmeno esistono, salvo rari casi.
Per capirne qualcosa di più – chi è lo “stato” che condanna a morte? chi la decide? chi la attua? come? – seguiremo una doppia via: la recente morte di un anarchico calabrese e la vicenda delle navi affondate dalla ‘ndrangheta, perché ci riserveranno, entrambe, delle sorprese.

In morte di Francesco Mastrogiovanni
(e di Federico Aldrovandi, Franco Serantini, Giuseppe Pinelli…)

Non è che tutti i giorni un poliziotto spara e uccide, ma un solo giorno è di troppo. Così come non è un fatto usuale crepare sputando l’anima con i denti, legati mani e piedi (probabilmente con il filo di ferro) ad un letto di contenzione, in una struttura sanitaria pubblica – una di quelle che dovrebbero guarire i poveracci, e non essere usate come lager – nel generale menefreghismo delle vacanze italiote, dove tutto passa in cavalleria nel nome di Santa Grigliata Di Pesce, e benedetto dai Santi Spaghetti Allo Scoglio.
Mentre tutti gozzovigliano – chi nei ristoranti per ricchi, chi nelle baracchette di fronte al mare – si compie l’ennesimo scempio italiota, che ha affondato definitivamente la vita di Francesco Mastrogiovanni, insegnante di 58 anni, dopo che – più volte – già avevano cercato di silurarlo.
La vicenda è stata divulgata solo dalla stampa locale e, soprattutto, sul Web: e, questo, la dice lunga sull’infimo livello toccato dal giornalismo italiano, dal giornalismo d’inchiesta italiano, quello che – oramai – s’occupa solo più di contare con dovizia i “pilu” sparsi nelle ville sarde.

Sono dunque da onorare i giornalisti Antonio Manzo (Il Mattino, edizione di Salerno) e Daniele Nalbone di Liberazione per la carta stampata, poi Doriana Goracci, Sergio Falcone ed il sito Nazione Indiana (ed altri) che ha ripreso la notizia, “catapultandola” sul Web [4] (mi scuso se ho dimenticato qualcuno), mentre sono da precipitare nell’Inferno dei mendaci ben 9 canali televisivi nazionali, più qualche centinaio di TV “libere” che godono soltanto più della libertà di tette e culo, l’unico passepartout che tutte le porte apre nell’italico stivale.
Non ci sarebbe dunque bisogno d’aggiungere altro, se il tempo che scorre – come perfido giardino zeppo d’erbe velenose – non generasse ogni giorno un vomitevole germoglio, da raccogliere con i guanti spessi, per non farsi impestare.

Il nuovo nato viene alla luce nella vicina Calabria, dove il “pentito” Francesco Foti – per motivi che rimangono ignoti – decide di raccontare la verità sugli affondamenti d’almeno una trentina di navi colme di rifiuti tossici – forse radioattivi – colpendo al basso ventre l’ambiente, la salute ed il turismo italiani [5].
Il povero cittadino italiano – ignaro del Mare Nostrum violato come una donna in un androne di periferia, poi avvelenato – si riparava, per quelle vicende, dietro i cadaveri di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, massacrati a Mogadiscio perché avevano scoperto un’autostrada costruita sui bidoni tossici sbarcati dall’Italia, portati là con i “pescherecci” della “cooperazione” italiana: come usare il sacchetto delle elemosine per coprirsi il capo e compiere una rapina. Si credeva al sicuro, il povero italiano, ed affondava la forchetta nel piatto.
Ma cosa c’entrano Francesco Mastrogiovanni – uno stimato maestro elementare – e Francesco Foti, un ex appartenente alle cosche, il quale affondava a colpi di dinamite navi cariche di veleni di fronte alle nostre coste? C’è qualcosa che li lega?
I due non sapevano l’uno dell’esistenza dell’altro, fuor di dubbio, però c’è qualcuno che ha provveduto in qualche modo a riunirli, minuscole pedine da usare, oppure insetti da schiacciare, all’occorrenza, con un distratto movimento del piede. Ma procediamo con ordine: un po’ di cronologia.

Perché muore Francesco Mastogiovanni?
Non ha nessun senso che il sindaco di Pollica/Acciaroli disponga per Mastrogiovanni il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) – per di più psichiatrico! – giustificandolo con una semplice guida contromano in area urbana! Non ci risulta che il Presidente della Regione Liguria – Claudio Burlando – sia stato colpito da identico provvedimento e, si noti, Burlando guidava contromano in un raccordo autostradale! Finì con un buffetto e, se non ci fosse stata la solita rivolta del Web, non gli avrebbero nemmeno comminato la sospensione della patente. Cosa che, per Burlando, non significò nulla: auto blu a gogò.
Anche il presunto tamponamento di ben quattro autovetture – citato per emanare il provvedimento – è alquanto dubbio: l’auto di Mastrogiovanni non presentava nessun danno. Dopo quattro “tamponamenti” contromano? E poi, come si può “tamponare” – a voler spilluzzicare nella lingua italiana – “contromano”? Andava contromano in retromarcia? Mistero.
Eppure, tutto ciò consente al sindaco del comune Pollica/Acciaroli di spiccare un provvedimento per il TSO: probabilmente, il primo cittadino avrà letto la Legge 180/1978 prima di scrivere la condanna a morte per Mastrogiovanni. Resta un dubbio: sarà solo guercio o del tutto orbo?

Legge 180/1978
Art 1
Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori sono disposti con provvedimento del sindaco, nella sua qualità di autorità sanitaria locale, su proposta motivata di un medico.”

Art 2
“(omissis)… la proposta di trattamento sanitario obbligatorio può prevedere che le cure vengano prestate in condizioni di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra ospedaliere.”

Gli omissis non celano nulla d’importante, e chiunque potrà prendere visione della legge tramite il collegamento in nota [6].
Insomma, secondo il sindaco di Pollica/Acciaroli, Francesco Mastrogiovanni era in condizioni di tale “disperazione psichiatrica” da dover essere urgentemente internato in una struttura ospedaliera.
Tralasciamo una serie di dubbi di natura giuridica – la extraterritorialità del provvedimento? la certificazione medica richiesta per simili atti, c’è stata? la conferma dell’urgente necessità di ricovero, che per legge deve essere prodotta dalla struttura ospitante, è stata consegnata? la “scomparsa” delle misure di contenzione dalla cartella clinica, accertate dall’autopsia (legacci ai polsi ed alle caviglie), ecc…poiché ci rammentano lontani deja vu, con Franco Serantini che agonizza per quattro giorni nel carcere di Pisa… – ma ci fermiamo qui, poiché c’è un’inchiesta in corso, ed un magistrato ci sta lavorando.

Noi, però, visto che desideriamo appoggiare il magistrato nella sua ricerca della verità, non molleremo, ed iniziamo col dire che Francesco Mastrogiovanni – nella sua “disperazione psichiatrica” – s’era recato tranquillamente al mare, presso un campeggio a Castelnuovo Cilento, dove aveva preso in affitto un piccolo appartamento.
Comportamento ben strano – dobbiamo riconoscerlo – per una persona giudicata, oramai, non più in grado di “intendere e volere”, come dovrebbe essere quella che riceve un tale, gravissimo provvedimento. No: fino all’arrivo dei Carabinieri, con tanto di “rastrellamento” a terra e motovedetta a mare, Francesco Mastrogiovanni fa i bagni e prende il sole.
Ma – difficile capire il motivo – un sindaco lo giudica così pericoloso per sé e per gli altri da inviare i Carabinieri in quel camping, per far eseguire un atto che è in sé terribile, e che la legge permette solo in casi d’evidentissima ed urgente gravità.

Vennero in sella due gendarmi, vennero in sella con le armi… [7]” verrebbe da dire, e giungono sotto forma di auto e motovedette dei Carabinieri.
Alla vista dei Carabinieri, Mastrogiovanni scappa ingenuamente in mare: là, dalla motovedetta, l’altoparlante avverte i bagnanti allibiti «Operazione di polizia, cattura di ricercato in corso.» Manco si trattasse di Al Capone. Perché scappa?
Poiché Mastrogiovanni è stato perseguitato dallo Stato più volte: nel 1999 per “resistenza a pubblico ufficiale”. Motivo? Aveva contestato una multa. Ovviamente, tutti quelli che contestano una multa – avrà forse anche alzato la voce, ma chi lo conosce afferma che era un tipo tranquillo, per niente violento – vengono arrestati per resistenza a pubblico ufficiale, condannati e schiaffati in galera. Condannato a tre anni senza la condizionale: sembra incredibile, ma le cose stanno proprio così.
Come nelle vicende epiche, un dio bonario assume le forme di un magistrato d’appello di Salerno e, in seconda istanza, Mastrogiovanni viene assolto con tanto di scuse: lo Stato viene addirittura condannato a rifondere un risarcimento per il periodo trascorso in carcere.
Ma perché – chiederete voi – così tanto accanimento?

Poiché Mastrogiovanni aveva già avuto a che fare con la giustizia, in un Paese nel quale – se capiti fra le grinfie della legge, e qui lo ricordo ai tanti che parteggiano tout court “per i giudici” – la cosa più sensata che puoi fare è scappare. Lo affermano noti penalisti:

«Soltanto chi e’ innocente deve avere paura della giustizia: vero o falso?» Rispondono due “principi” del foro. Domenico Pisapia: «E’ vero. Ma aggiungerei: non soltanto l’ innocente». Vincenzo Siniscalchi: «La frase più giusta è questa: un innocente deve avere paura della giustizia. [8]»

Se lo dicono loro…

La sera del 7 Luglio del 1972, Francesco Mastrogiovanni passeggia per Salerno in compagnia di Giovanni Marini ed altri anarchici. Vengono dapprima provocati e poi aggrediti da un gruppo di neofascisti, capeggiati da Carlo Falvella: nasce una breve colluttazione, nella quale Mastrogiovanni viene ferito ad una gamba con una coltellata. Il coltello, però, rimane infitto nell’arto: Giovanni Marini lo raccoglie ed uccide Falvella.
Al processo viene riconosciuta l’innocenza di Mastrogiovanni, mentre Marini è condannato a 12 anni (9 scontati) che gli segneranno la vita. Morirà nel 2001, dopo un calvario trascorso nei penitenziari italiani [9].
Perché Mastrogiovanni viene aggredito? In realtà, Mastrogiovanni è sfortunato – è solo Patroclo finito in mezzo alla bega fra Achille ed Agamennone, e ne seguirà il destino molti anni dopo – poiché l’obiettivo dei neofascisti non è lui, bensì Marini. Perché Favella e gli altri sono così determinati ad offendere, spaventare, forse deliberatamente uccidere Marini?
Poiché il gioco delle parti c’oscura il vero ruolo dei protagonisti: Giovanni Marini è un antesignano della controinformazione, mentre Favella (o chi per esso) non è un semplice “neofascista”, bensì qualcuno che probabilmente lavora per il “re di Prussia”, come capiremo dal seguito della vicenda.

A quel tempo, Giovanni Marini stava lavorando per ricostruire un evento fra i tanti di quegli anni bellissimi e terribili: la vicenda di cinque giovani partiti dalla Calabria con una Mini Morris e mai giunti a Roma, loro meta. Soprattutto, mai giunse a Roma il risultato delle indagini che avevano svolto sulla rivolta di Reggio Calabria, il cosiddetto “boia chi molla”.
Se fossimo superficiali, potremmo concludere che i cinque giovani – Gianni Aricò, Annalise Borth (moglie di Aricò), Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso – siano state vittime del clima di scontro fra diversi estremismi, come sarebbe successo più volte negli anni a seguire.
Chi conserva invece un minimo di memoria storica, ricorderà che il 1970 non fu ancora un “anno di piombo”: la mattanza fra estremisti di destra e di sinistra iniziò qualche anno più tardi: Lo Russo e Giorgiana Masi morirono nel 1977, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta nel 1978.
La questione è spinosa – sono il primo a riconoscerlo – però anche gli storici tendono a suddividere quel periodo in una prima fase (o dello “stragismo”) ed in una seconda che potremmo definire, semplificando molto, di scontri fra opposte fazioni (BR, NAR, ecc) [10].
Sta di fatto che, nel 1970, non s’era ancora instaurato quel clima di “caccia all’uomo” che poi degenerò negli anni seguenti: insomma, cazzotti sì, ma non erano ancora saltate fuori le pistole. E, soprattutto, quell’omicidio non ha i connotati dello scontro fra opposte fazioni: è roba di Stato.

Sarebbe lungo e non è questa la sede per approfondire il fenomeno della rivolta di Reggio Calabria di quegli anni: chi non la conosce e vorrà investigare, troverà il collegamento in nota [11].
Più interessante, invece, indagare sull’attività dei cinque anarchici – chiamati il “Circolo della Baracca”, dal luogo dove si riunivano, una sorta di centro sociale ante litteram – perché erano straordinariamente all’avanguardia nel loro lavoro d’informazione. Avevano acquistato una fotocamera sofisticata (probabilmente una reflex, rare e costose all’epoca) ma, soprattutto, avevano capito che il coacervo d’interessi che si nascondevano dietro il “boia chi molla” non si portava alla luce con le botte e gli scontri, bensì con un paziente collage fatto di dati, personaggi, situazioni, prove.
Cosa potevano aver scoperto?

Che spezzoni del neofascismo dell’epoca erano coinvolti nei fatti di Reggio? Acqua calda. Che la ‘ndrangheta ci marciasse? Acqua tiepida, tanto che la “rivolta” s’acquietò quando furono promessi soldi e investimenti (mai realizzati), ossia il centro siderurgico di Gioia Tauro e la SIR di Rovelli, una vicenda che giunge fino ad oggi [12].
E se avessero scoperto non dei mammasantissima e nemmeno degli uomini coi gagliardetti neri, ma che pezzi dello Stato – proprio dei dipendenti dello Stato – tramavano con le cosche? Se in quelle immagini fossero rimasti immortalati – a guidare cortei fra le barricate – “pezzi” dello Stato, uomini dei servizi?
Oggi è facile dirlo, ma siamo nel 2009, mille cose ci sono state raccontate da Saviano e da altri: e nel 1970? Che la mafia difendesse gli interessi agrari, oppure qualche traffico sporco…sì, ci stava…ma nessuno poteva – allora – immaginare lo stretto connubio che oggi è sotto i nostri occhi.
Se ci fu una ragione per far fuori deliberatamente – con l’intervento sul posto della squadra politica romana! – quei cinque ragazzi, non potevano essere bazzecole, perché non ci si scomoda così tanto per poco, e la mafia sa risparmiare anche le pallottole e l’esplosivo, quando occorre.
Qualcuno, però, forse meditava di tornare su quella vicenda, come Marini nel 1972, oppure (come Mastrogiovanni) era l’ultimo anello di una catena ancor vibrante: la mafia, in questi casi, vuole essere certa della sua intangibilità, e non lesina pallottole, esplosivo e Trattamenti Sanitari Obbligatori.

Se una ragione c’è stata – e deve esserci stata – per assassinare in un modo così brutale ed istituzionale Mastrogiovanni, deve essere stata qualcosa d’importante: vendette personali, acrimonia politica ed altro non reggono quando s’uccide tramite le istituzioni. In caso contrario, potremmo solo affermare che il sindaco di Pollica/Acciaroli ed i medici dell’ospedale di Vallo di Lucania siano dei folli – loro sì, da internare con un TSO – e dovremmo concludere che le istituzioni sono presidiate da folli sanguinari.
Riflettiamo che il sindaco Pollica/Acciaroli, nell’ordinare quel TSO, si prende una bella gatta da pelare. I “sanitari” – ci schifa non virgolettare il termine – di Vallo di Lucania s’assumono una bella responsabilità quando lasciano morire Mastrogiovanni lentamente, per quattro lunghissimi giorni, imprigionato nel letto di contenzione, fin quando non esala l’ultimo respiro.
E’ una morte istituzionale, avvenuta in una struttura pubblica: lo stato italiano, che non è attrezzato per iniezioni letali, si prodiga in questo modo. Il nostro “miglio verde” è ben nascosto, ma esiste: quanti l’hanno già percorso?

C’è quasi una ritualità nella morte di Mastrogiovanni, al punto che lui già sembra capirlo quando lo arrestano, quella mattina di fine Luglio 2009 nel campeggio: «Se mi portano a Vallo di Lucania» confida ad un’amica, prima di salire in ambulanza «non ne esco vivo.» Perché Mastrogiovanni ha quella convinzione? Solo perché è depresso (tutto da dimostrare)?
Mastrogiovanni è l’ultima pietra miliare di un strada che parte da lontano: anche la morte dei cinque anarchici calabresi doveva essere terribilmente importante (come per il tentato omicidio di Marini), da eseguire subito, al punto che – per quello che fu definito un semplice incidente stradale – dieci minuti dopo erano già presenti presso Ferentino, a 60 Km da Roma, uomini della squadra politica della Questura di Roma.
I quali, non sono stupiti che i due camionisti coinvolti nell’incidente siano alle dipendenze del “principe” Junio Valerio Borghese – altra “anima nera” di Reggio Calabria – e che l’auto dei giovani, che ufficialmente ha “tamponato” il camion, non sia rimasta incastrata sotto il rimorchio il quale – miracolo italiano – ha i fanali posteriori intatti, mentre presenta danni alla fiancata.

La vicenda viene immediatamente chiusa – ovvio, un semplice incidente – ma la documentazione che i giovani dovevano urgentemente consegnare all’avv. Eduardo Di Giovanni – coautore de “La strage di Stato” [13] – non verrà più ritrovata. Documenti che ci avrebbe fatto fare, probabilmente, un passo enorme, considerando gli anni che ci abbiamo messo dopo per iniziare a capirci qualcosa.
Di più: qualcuno telefona dalla squadra politica di Roma (un amico? un parente?), la sera precedente e chiama a casa di Lo Celso, avvertendo il padre di “non far partire, il giorno seguente, il figlio per Roma [14].
Se i sospetti fossero solo quelli riguardanti l’attentato al treno Palermo-Torino del 22 Luglio 1970 (6 morti e 66 feriti), probabilmente lo Stato non avrebbe colpito così duro: Marini condannato ad una pena esemplare, nonostante fosse stata legittima difesa, i cinque ragazzi ammazzati mediante un falso incidente, Mastrogiovanni condotto a morire a Vallo di Lucania. Probabilmente, c’è dell’altro.
Torniamo indietro di pochi mesi: la sera del 12 Dicembre del 1969, scoppiano le bombe a Piazza Fontana.

Per l’Italia è una mazzata senza precedenti, una sorta di “9/11” ante litteram: ancora ricordo lo sgomento diffuso, i punti interrogativi che veleggiavano sui visi della gente.
La storia è nota e non è il caso di riproporla: chi vorrà, potrà prenderne visione dal documento riportato in nota [15].
Ciò che risulta interessante è che, dopo la scarcerazione di Valpreda e la scoperta della cosiddetta “pista nera” (per inciso, i cinque anarchici calabresi s’occuparono anche della vicenda Valpreda), entra in scena un personaggio che c’entra poco con la “cellula” veneta di Freda e Ventura: Guido Giannettini.
Personaggio apparentemente di secondo piano, Giannettini è una sorta di “Travèt” dei servizi, un “tuttofare”, come vedremo in seguito. E, appena la “pista nera” prende forma, il processo viene spostato a Catanzaro.
Finché l’imputato è Valpreda, il processo può rimanere a Milano: quando entrano in scena Freda e Ventura (e, soprattutto, Giannettini), deve “migrare” (come il parallelo processo per le bombe di Roma). Potevano trasferirlo a Teramo, Aosta o Brindisi e invece no: il processo (che, per inciso, terminerà in una palude senza fine né costrutto) viene condotto proprio a Catanzaro, Calabria, dove s’è appena spenta l’eco dei roghi di Reggio!
La vicenda di Piazza Fontana continua a lasciare vittime nel “Miglio Verde” italiano: l’ultima ad occuparsene, pochi anni or sono, è il GIP di Milano Clementina Forleo, la quale rinvia a giudizio Delfo Zorzi (protetto e “blindato” in Giappone) ed ottiene la sua condanna all’ergastolo, poi vanificata dall’assoluzione in Appello.
Ma, il 28 agosto 2005, i genitori di Clementina Forleo muoiono in uno strano incidente automobilistico, che la Forleo stessa è obbligata a riconoscere – obtorto collo? – come “fortuito”, quando aveva, invece, ricevuto precise minacce ed avvertimenti, come potrete leggere nelle note [16]. Altri due innocenti finiti nel “Miglio “Verde”?
Il 3 Maggio dello stesso anno, la Corte di Cassazione aveva definitivamente confermato l’assoluzione per Zorzi e per gli altri imputati. Solo l’affair delle scalate bancarie? Può essere, ma non tralasciamo il resto.

Non vorremmo scatenare antiche rivalità fra “rossi” e “neri”, poiché siamo stati tutti presi sonoramente per il sedere, di là delle nostre idee politiche. La vicenda dello stragismo che parte da Piazza Fontana è soltanto un gioco delle parti, nelle quali i primattori sembrano avere sempre valenza politica, mentre i gran suggeritori sono sempre legati ai servizi: il ruolo è ricoperto da Mario Merlino per la pista anarchica e da Guido Giannettini per la pista nera. Ed è di Giannettini (e di qualche altro) che ci sembra opportuno occuparci.

Dietro ad ogni scemo c’è un villaggio

Prendiamo a prestito a sproposito il sottotitolo della canzone di De André – Il Matto – presentandolo quasi come un ossimoro, giacché in ogni “villaggio” italiano della recente storia – gli omicidi eccellenti, gli attentati, fino al recente sfregio delle navi affondate – c’è sempre uno “scemo”, che scemo non è. Anzi, tutt’altro.
Dietro a tutta la vicenda di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, s’agita un personaggio che definire “inquietante” è fare uno sberleffo ad Edgar Allan Poe: Giancarlo Marocchino.
Elemento che sembra uscire più da un romanzo di spionaggio che dalla realtà, Giancarlo Marocchino trascorre gran parte della sua vita in Somalia. Cosa fa? L’imprenditore. Quali sono le “imprese” che si possono intraprendere dapprima nella Somalia di Siad Barre, poi nel terrificante tourbillon della guerra civile?
Ufficialmente, Marocchino gestisce qualcosa nel porto di Mogadiscio, ma è veramente difficile stabilire cosa. Per sua ammissione, dovrebbe essere una sorta di spedizioniere, un factotum del porto: carico, scarico, tutto sembra pendere dalle labbra di Marocchino.
Giancarlo Marocchino diventa famoso dopo l’omicidio dei due giornalisti italiani: per qualcuno è un angelo, per altri un demonio.
Ascoltiamo cosa racconta, alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Antonietta Motta Donadio, dirigente della DIGOS di Udine, citando confidenze raccolte da un testimone attendibile, “coperto” dalla stessa Donadio grazie all’art. 203 del Codice di Procedura Penale, per salvaguardarne l’incolumità:

riuscimmo a definire esattamente il quadro dell’omicidio, individuando addirittura gli esecutori materiali, con nomi e cognomi, accertammo che si trattava di un gruppo di fuoco di sette persone che erano state portate sul luogo dell’eccidio da Giancarlo Marocchino, che nell’abitazione di Ali Madi e Moussa Bogor, che era sultano di Bosaso, il capo della polizia somala, tale Gilao e Marocchino, erano state individuate queste sette persone ed erano state portate sul luogo dell’eccidio dallo stesso Marocchino, che poi si allontanò; ritornò dopo che la giornalista e l’operatore erano stati uccisi ed aveva strappato dal block notes di Ilaria Alpi tre foglietti scritti che erano stati poi consegnati a Mugne e successivamente ad Ali Madi. [17]

Giancarlo Marocchino sembra sapere tutto, riporta addirittura in Italia l’autovettura dove trovarono la morte i due giornalisti, e si dichiara sempre innocente. Durante l’ennesima convocazione in Commissione Parlamentare (Presidente Carlo Taormina), Marocchino si lascia scappare che “Avvertì il Sis…” del pericolo di un attentato contro giornalisti italiani, poi gli ufficiali italiani a Mogadiscio. Gli unici che non furono avvertiti furono le due vittime.
Antonietta Motta Donadio, dopo quelle rivelazioni, fu accusata di aver gestito “male” la sua fonte e fu trasferita dal suo incarico.

Sempre e solo “faccende”

Mi sono sempre chiesto perché in Italia non esista un apposito corso di laurea in “Faccendierato”, con relativo Master in “Faccende internazionali dubbie, sporche e da occultare”. Eh sì, perché da decenni sembra che, fare il “faccendiere”, sia la professione più remunerativa. Schiere di personaggi esercitano questa professione con successo: perché non conferire loro ufficialmente il titolo che ben meritano?
Uno di questi faccendieri, affaccendato in faccende che trasudano rifiuti e robaccia nucleare, è Giorgio Comerio. Anch’egli con una biografia pressoché anonima, fonda e gestisce “società” che hanno come obiettivo “smaltire” residui tossici: il nostro, vuole specializzarsi nel nucleare.
Pensa così, per risolvere il problema, di sistemare i rifiuti radioattivi in capaci “siluri” [18] che penetrano nel fondale marino e sono garantiti per 1.500 anni. Ossia, per 1.500 anni non rilasceranno sostanze radioattive: e dopo 1.500 anni? Cavolacci loro.
Ovviamente, sul fatto che viene indagato per queste faccende, Comerio minimizza e nicchia: ecco come si esprime in un’intervista a Panorama Economy nel 2004 [19]:

D) Il suo nome uscì per la prima volta nel 1995, quando Greenpeace denunciò che la sua società, la ODM, voleva seppellire scorie nucleari in Sud Africa violando le convenzioni internazionali.
Comerio: La questione ODM è sempre stata una bufala pompata da Greenpeace alla ricerca di pubblicità e di argomenti contro il nucleare. Bisognava fare notizia. Il primo articolo apparve sul settimanale Cuore, «infartatosi» qualche anno dopo, e fu ripreso dalla stampa nazionale.

Siccome seguiamo il vecchio adagio che recita “le parole sono pietre”, ci ha subito incuriosito quel termine – infartatosi – poiché ci conduce dritti dritti ad un’altra vicenda, quella della Jolly Rosso, arenatasi sulle coste calabre il 14 Dicembre del 1990.
Nella plancia della Jolly Rosso furono ritrovati documenti che conducevano proprio a Comerio, ma fu prontamente chiamata un’impresa “di pulizie” olandese che provvide a…a che cosa? Nessuno sa cosa fecero gli olandesi, e la nave rimase a poche centinaia di metri dalla costa ancora parecchio.
Chi invece si “infartò” veramente – e questo getta una luce sinistra sul termine usato da Comerio nell’intervista (perché proprio quello? Attenzione: questa è gente che non parla a vanvera e concede interviste solo per avvisare “per interposta persona”) – fu il Capitano di Fregata Natale De Grazia, l’uomo che seguiva come un segugio le tracce di 180 navi “scomparse” nei Sette Mari.
Purtroppo…quando si dice la sfiga…Natale De Grazia partì un bel mattino da Reggio Calabria per recarsi a La Spezia – dove ha sede l’Archivio Storico della Marina (e per interrogare l’equipaggio della Jolly Rosso) – e chiarire una volta per tutte la storia di quel naviglio…a Nocera Inferiore bevve un caffé, mangiò un dolce è morì d’infarto!
Tutti possono morire d’infarto, ma non tutti – dopo un infarto – ricevono la Medaglia d’Oro al merito dal Presidente della Repubblica (Ciampi), soprattutto se la motivazione è a dir poco “sinistra”:

Il Capitano di Fregata (CP) Spe r.n. Natale DE GRAZIA ha saputo coniugare la professionalità, l’esperienza e la competenza marinaresca con l’acume investigativo e le conoscenze giuridiche dell’Ufficiale di Polizia Giudiziaria, contribuendo all’acquisizione di elementi e riscontri probatori di elevato valore investigativo e scientifico per conto della Procura di Reggio Calabria. La sua opera di Ufficiale di Marina è stata contraddistinta da un altissimo senso del dovere che lo ha portato, a prezzo di un costante sacrificio personale e nonostante pressioni ed atteggiamenti ostili, a svolgere complesse investigazioni che, nel tempo, hanno avuto rilevanza a dimensione nazionale nel settore dei traffici clandestini ed illeciti operati da navi mercantili. Il comandante De Grazia è deceduto in data 13.12.1995 a Nocera Inferiore per “Arresto cardio-circolatorio”, mentre si trasferiva da Reggio Calabria a La Spezia, nell’ambito delle citate indagini di “Polizia Giudiziaria”. Figura di spicco per le preclare qualità professionali, intellettuali e morali, ha contribuito con la sua opera ad accrescere e rafforzare il prestigio della Marina Militare Italiana. [20]

Certo…il senso del dovere, la professionalità…però non è che le medaglie d’oro si concedano tutti i giorni, soprattutto per simili motivazioni. Ecco, di fronte allo strapotere delle mafie, l’unica cosa che può fare un Presidente della Repubblica, Capo Supremo delle Forze Armate (sic!): virgolettare “Arresto cardio-circolatorio”. Capito?

Un signorino per bene, innamorato dei colonnelli greci e dei carri armati

Stupisce che su Guido Giannettini, personaggio di spicco nella strategia della tensione, non esista una pagina in italiano su Wikipedia. Che strano, esiste persino su Flavio Briatore. Sarà per la scarsa propensione anglofona degli italiani.
Esiste però nell’edizione inglese [21], ed in quelle poche righe c’è un condensato di storia: tutta la storia, nascosta, degli intrighi internazionali del Secondo Novecento.
Eppure, nella vulgata imperante, Giannettini è considerato un povero Travèt dei servizi, uno che avvisava se qualcuno meditava di fare scritte sui muri o, al massimo, far scoppiare un petardo da qualche parte.
Tutti i maggiori responsabili della strategia della tensione, ma anche le storie d’imprenditoria “vigliacca”, hanno invece a che fare con lui: chi lo conobbe? Chi se ne servì? Chi lo aiuto? Presto detto.
Andreotti, Pecorelli, Ciarrapico, Aloia, Miceli [22]…la lista potrebbe continuare a lungo.
E’ così “insignificante”, il Giannettini, che quando l’Esercito Italiano deve provvedere alla sostituzione dei suoi mezzi corazzati, nel 1966, nella delegazione che va in Germania a visionare i carri armati Leopard1 c’è anche lui, il “Travèt” dei servizi. Un affare colossale per l’epoca. Eppure, tutti fanno finta di non ricordarlo: Giannettini, dopo la vicenda di Piazza Fontana, sparisce? Dopo la fuga in Francia ed in Argentina, va in pensione a coltivare prezzemolo?

Tutto ruota, e ritorna

Il pentito Valentino Foti, l’uomo che ha squarciato il velo d’omertà sulle navi cariche di rifiuti ed affondate nei mari italiani, ha anche chiarito quali erano i metodi utilizzati. Pressappochismo? Dilettantismo? Forse, nella gestione degli affondamenti.
Per quanto riguarda la gestione del traffico, invece, sembra un orologio svizzero: tutto concordato, pianificato con incontri fra lui ed esponenti dei servizi segreti, rapporti che Foti aveva coltivato sin dagli anni ’70, quando in Calabria imperava il “boia chi molla” e lui era già più che ventenne. Che caso.
Chi sono i suoi referenti? Ascoltiamolo [23]:

Funzionava così: l’agente Pino contattava a Reggio Calabria la cosca De Stefano, la quale informava il mio capo Romeo, che a sua volta mi faceva andare all’hotel Palace di Roma, in via Nazionale. Da lì telefonavo alla segreteria del Sismi dicendo: “Sono Ciccio e devo parlare con Pino? Poi venivo chiamato al numero dell’albergo, e avveniva l’incontro.”

Chi è l’agente “Pino”, questa persona senza volto che gli comunica quando sarà pronta la nave, che prende accordi per il pagamento…insomma, la lucida mente – a questo punto possiamo affermare “dello Stato” – che è in comunicazione con le cosche calabresi? Lo confessa, candidamente, lo stesso Foti:

Un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta con i capelli castani ben pettinati all’indietro, presentatomi nella capitale da Guido Giannettini…”

Non possiamo, per concludere, che ricordare le parole – anzi, i versi – di Pino Corrias [24]:

Tutte le schegge di questa storia – “dopo che le vetrine gonfiandosi esplosero” – sono rifluite sui marciapiedi del tempo. Ma il lampo che ne scaturì ancora ci riguarda. E’ sempre posteggiato lì, nell’anello che fa da spartitraffico lungo le molte traiettorie di questa piazza milanese e i sotterranei della Repubblica.”

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/10/il-miglio-verde-italiano.html
1.10.2009

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte

[1] Fonte : http://www.antimafiaduemila.com/content/view/4698/78/
[2] Fonte : http://www.ristretti.it/
[3] Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com/2009/04/delitto-di-stato.html
[4] Vedi : http://www.nazioneindiana.com/2009/08/19/morte-occidentale-di-un-anarchico-2/
[5] Vedi : http://carlobertani.blogspot.com/2009/09/fottuti.html
[6] Fonte : http://www.tutori.it/L180_78.html
[7] Fabrizio de André – Il Pescatore.
[8] Fonte : http://archiviostorico.corriere.it/1992/novembre/28/innocente_giustizia_primo_scappare_secondo_co_0_92112812165.shtml
[9] Per approfondire: http://www.socialismolibertario.it/marini.htm
[10] Vedi : http://it.wikipedia.org/wiki/Anni_di_piombo
[11] Vedi : http://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_di_Reggio
[12] Vedi : http://www.repubblica.it/2006/04/sezioni/cronaca/imi-sir/tappe-imi/tappe-imi.html
[13] Per chi vorrà approfondire: http://www.uonna.it/libro.htm
[14] Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Anarchici_della_Baracca
[15] Vedi: http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=30
[16] Vedi: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=14651 e http://blogs.it/0100206/categories/openWorld/2008/01/11.html#a7470
[17] Fonte: http://www.ilariaalpi.it/index.php?id_sezione=2&id_notizia=1129 [18] Fonte: http://www.zonanucleare.com
/tecnologie_sperimentali_progetti_alternativi_smaltimento/A_fondali_oceanici_odm.htm
[19] Fonte: http://www.zonanucleare.com/dossier_italia/navi_affondate_rifiuti_radioattivi
/H_intervista_panorama_economy_comerio.htm
[20] Fonte: http://www.facebook.com/topic.php?uid=103656166686&topic=9790
[21] Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/Guido_Giannettini
[22] Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/09/ho-affondato-tre-navi-veleni.shtml?uuid=6c2e45b0-a391-11de-9cb7-ea7a81dfc3bd&DocRulesView=Libero
[23] Fonte : http://www.calabrianotizie.it/2009/09/18/complotto-sotto-il-mare-rifiuti-tossici-inabissati-in-mare-con-coperture-eccellenti-in-un-giro-di-auto-diplomatiche-e-soldi-in-svizzera-le-nuove-rivelazioni-del-pentito-della-ndrangheta-che-ha/
[24] Fonte: http://cicciobandini.splinder.com/archive/2006-04

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Antonio Di Pietro: Sabato 26: porta la tua agenda rossa

25 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antonio Di Pietro: Sabato 26: porta la tua agenda rossa.

Domani, 26 settembre a Roma, partira’ da piazza Bocca della Verita’ la manifestazione “Agenda rossa“, promossa da Salvatore Borsellino insieme a numerosi cittadini, associazioni ed esponenti della società civile.

Riporto l’appello di Salvatore Borsellino il quale invita i cittadini a prendere parte al corteo. Mai, come in questo anno, lo Stato si è scollato dalle istituzioni e si è allontanato dai cittadini, con una superbia ed un’arroganza mai viste. I ministri, gli assessori, i deputati, i senatori, i sindaci e tutte le altre cariche amministrative e istituzionali sono emanazione e rappresentano il volere di una comunità di elettori. A questi elettori devono costantemente rivolgere attenzioni e fornire spiegazioni qualora interpellati.

Oggi i cittadini chiedono alla politica spiegazioni sull’agenda rossa di Paolo Borsellino, sulla strage di via D’Amelio, sulla strage di Capaci, sulle bombe di Firenze e Milano. Spiegazioni che non possono essere bollate e liquidate come attacco al governo. A meno che nel governo si nascondano i mandanti politici di quegli orrori.

In serata pubblicherò il servizio del nostro inviato al processo Dell’Utri.

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Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Mio padre incontro Gelli in estate stragi”

25 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Mio padre incontro Gelli in estate stragi”.

“L’estate delle stragi, mio padre incontrò a Cortina Licio Gelli. I magistrati hanno trovato anche i riscontri”.
Parla a Radio 24 Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso Vito.
Nel ‘92, c’erano dei progetti politici di nuovi partiti, credo – dice Ciancimino jr – che si siano confrontati su questo. Ma c’é un’inchiesta in merito”. Condannato in primo grado per il riciclaggio del tesoro del padre, Massimo Ciancimino, collabora con alcune procure su nuove inchieste, a cominciare dalla trattativa tra Stato e mafia. “Non ho nulla da rimangiarmi su Nicola Mancino, che mi ha querelato. Quando si voleva aprire un canale per la trattativa, era stato fatto il nome suo e di un altro ministro. Che poi mio padre – sono le parole di Ciancimino – non trovò in Mancino l’interlocutore che voleva…, infatti sono venuti fuori anche altri nomi, oggetto d’indagine”. Nell’intervista a Radio 24, parla delle visite di Provenzano nella loro casa a Roma, della “necessità del padre di oliare i meccanismi con soldi ai politici, per i suoi affari sul gas”, dell’ultimo messaggio dal carcere di Riina e di alcuni personaggi coinvolti nelle indagini su via D’Amelio. “Franco-Carlo, uomo delle istituzioni, intensificò le sue presenze da noi – dice Ciancimino ai microfoni di Radio 24 – nell’estate delle stragi. Mi sembra che si fosse salutato anche con l’uomo dal viso deformato, che frequentava casa mia anche per altre ragioni”. La versione integrale dell’intervista a Massimo Ciancimino andrà in onda domenica 27 settembre alle 19.30, nella rubrica “Storiacce” di Raffaella Calandra. E sul sito di Radio24.

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Antimafia Duemila – E gli USA dissero basta col PCI

13 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – E gli USA dissero basta col PCI.

di Nicola Tranfaglia – 13 settembre 2009
In un saggio di Gentiloni Silveri l’attacco di Ford a Moro che stroncò sul nascere l’inclusione dei comunisti nel governo.

In un colloquio cruciale che si svolge ad Helsinki il primo agosto 1975 tra la delegazione italiana e quella degli Stati Uniti ai massimi livelli (da parte americana il presidente Gerald Ford e il segretario di Stato Henry Kissinger,da quella italiana il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro degli Esteri Mariano Rumor)e che oggi Umberto Gentiloni Silveri è in grado di pubblicare, perché ormai accessibile,nel suo  interessante libro su L’Italia sospesa. La crisi degli anni settanta vista da Washington (Einaudi Storia,pp.238,28 euro) emerge con grande chiarezza il contrasto tra la posizione del governo americano e di quello italiano(almeno di quello guidato da Moro)su un aspetto fondamentale della crisi politica italiana:il giudizio sul partito  comunista di Enrico Berlinguer.
Vale la pena- per un discorso nuovo e più realistico sulla crisi italiana in quegli anni-riportare almeno in parte, traendolo da quel volume lo scambio di battute tra Ford e Moro,come tra Kissinger e il nostro primo ministro-presidente del Consiglio .
“Il trait-d’union-scrive l’autore-viene offerto da un giudizio sprezzante di Ford sul leader socialista Mario Soares che avrebbe sostenuto il PCI nelle elezioni italiane.Moro non è d’accordo e chiarisce che il sostegno era rivolto a candidati socialisti a Roma e a Napoli.La  situazione italiana non è paragonabile agli altri paesi del continente,prosegue il primo ministro:”Purtroppo molti elettori preferiscono guardare a Berlinguer e al PC1 piuttosto che ai socialisti.”
….Aldo Moro non si fa sfuggire l’occasione:”Stanno cercando di essere moderati(…)E molti cominciano a pensare che i comunisti italiani siano dei socialdemocratici, anche gente di affari lo pensa.I comunisti fanno appello a tutte le classi(…)Quello che deve ricordare,Presidente(si svolge direttamente a Ford)è che non tutti coloro che votano comunista sono comunisti.Molti di loro sono in favore della libertà,delle libertà.”
Ford non concorda e seccamente domanda quali siano i rapporti con Mosca.Moro non accetta semplificazioni:”Non sembrano molto vicini al momento.Ci sono frizioni e contrasti,chiedono con insistenza maggiore autonomia.”ma come-interviene Kissinger-in Polonia mi hanno detto che i comunisti locali sono molto legati al Pci”. “Questo è possibile –replica Moro(…)Non dico che non vi siano legami,ma loro hanno autonomia”. Ford insiste sulle proprie ragioni:”Stanno chiedendo di entrare al governo dopo le recenti elezioni? Se fossero al governo,per noi sarebbe molto difficile spiegare come l’Italia possa rimanere nella Nato”.”Certamente-replica Moro-loro al momento non lo chiedono.Si dicono favorevoli alla Nato ma noi non ci crediamo.”.Ma Kissinger rincara la dose:”Sarebbe completamente incompatibile con la permanenza nella Nato l’ingresso dei comunisti al governo.
Moro dà loro ragione, precisando puntigliosamente che nella società italiana la percezione del Pci è differente dagli stereotipi della guerra fredda e che “le barriere contro i comunisti non sono grandi e  resistenti come in passato”.E ancora quasi a voler evidenziare le contraddizioni statunitensi:”Come possiamo tenere queste rigide barriere se voi stringete la mano a Breznev e incontrate i sovietici:” Ford replica con durezza:”Le due dinamiche non sono compatibili.Questa è distensione e se io incontro Breznev non significa che lo voglio fare vicepresidente.Non capisco come non si possa distinguere una mela da un’arancia.” I toni si fanno più accesi.”
Come si può vedere dal colloquio, ma anche da altri elementi che l’autore può trarre  dagli archivi personali di Aldo Moro, che da poco sono diventati consultabili, è proprio in quel colloquio che emerge il contrasto di fondo tra la strategia di Moro e del partito cattolico fino a quando lo segue e il governo americano. Ed è proprio allora che lo statista democristiano diventa l’ostacolo principale del governo repubblicano di Ford.
Il problema centrale della situazione italiana emerge con chiarezza da Washington:la guerra fredda nell’interpretazione di Ford e di Kissinger non consente l’assunzione del governo da parte di una coalizione di centro-sinistra che includa il PCI. Moro,invece,e la maggioranza democristiana che ha espresso la segreteria Zaccagnini,ritiene che quel passo sia necessario di fronte ai problemi gravi dell’Italia,all’espandersi del terrorismo,ai pericoli che corre la repubblica.
Il contrasto è grave e non prevede in quel momento un accordo tra i due alleati.L’Italia è in bilico e la soluzione politica  non appare chiara.
Di fatto sarà l’intervento del terrorismo,con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro,a modificare la situazione politica e a segnare la svolta che farà fallire i governi di unità nazionale e instaurare la coalizione di pentapartito in funzione anti-Pci.
Ma di quale terrorismo si trattò veramente? Su questo punto,a distanza di 40 anni dagli avvenimenti,esistono ancora aspetti non chiari su cui i documenti americani come quelli personali di  Aldo Moro non permettono da svelare completamente gli interrogativi ancora aperti.
Ma il libro di Gentiloni Silveri conferma in maniera inequivocabile il contrasto tra il governo americano e la politica di Aldo Moro con l’apertura al PCI.
E questo è un dato di fatto che le spiegazioni semplicistiche circolate negli ultimi anni (come: sappiamo tutto e non c’è  nessun retroscena a livello politico, non possono più mettere in discussione.)
Purtroppo alcuni testimoni e co-protagonisti, a cominciare dal senatore Andreotti o dal senatore Cossiga, non hanno ancora dato testimonianze complete e attendibili su quel periodo,l’archivio Vaticano è inaccessibili e molti documenti americani sono ancora segreti  per non parlare di quelli italiani, tuttora coperti dal segreto di Stato.
C’è insomma ancora da lavorare molto per poter arrivare a una ricostruzione attendibile degli avvenimenti e del prezzo effettivo  pagato  dagli italiani per superare la crisi degli anni settanta.
Possiamo dire che  stiamo ancora pagando , come si vede con chiarezza dai difetti della nostra democrazia e dai pericoli che sicuramente ancora corre.
Le cose non accadono mai a caso e la corsa attuale al consolidamento di un populismo autoritario nel nostro paese rivela il maggior rischio  che abbiamo davanti.
Ma la maggioranza degli italiani, stordita da un bombardamento mediatico a senso unico e da una persistente  indifferenza favorita anche dalla crisi economica,sembra non rendersene ancora  conto malgrado che in autunno sia prevista il varo della legge sulle intercettazioni telefoniche che rappresenterà un nuovo,forte giro di vite contro i magistrati e i giornalisti,ma in definitiva contro tutti i cittadini che vogliono sapere quel che succede nel paese,quali reati si commettono,come cambia la società italiana.

VISITA: Nicolatranfaglia.com

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Antimafia Duemila – Il caso di Tripod II e altri giochi di guerra dell’11/9

12 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Il caso di Tripod II e altri giochi di guerra dell’11/9.

di Pino Cabras – 11 settembre 2009
Erano numerose le esercitazioni degli apparati militari e della sicurezza statunitensi a ridosso dell’11 settembre 2009, svolte in cielo e in terra, nelle basi militari e in città, nelle sedi degli apparati spionistici e della sicurezza, dentro i grattacieli e fuori.

Quanti sanno che la mattina dell’11 settembre un’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, il National Reconnaissance Office (NRO), aveva programmato un’esercitazione in corso della quale un aereo disperso si schiantava su uno dei suoi edifici? Quest’agenzia d’intelligence, che gestisce lo spionaggio dallo spazio, dipende dal Dipartimento della Difesa e il suo personale proviene per metà dalla CIA e per metà dalla Difesa. In corrispondenza degli eventi, reali, fu deciso di interrompere l’esercitazione e mandare a casa i tremila addetti dell’agenzia. Poiché i locali dell’NRO vennero evacuati, l’effetto più evidente fu quello di oscurare lo spionaggio ufficiale quando più ce n’era bisogno, nel momento in cui avrebbe potuto – e dovuto – controllare gli eventi dallo spazio. Chi è dunque rimasto davanti agli schermi più importanti dell’agenzia a vedere le cose con i potenti occhi dei satelliti.
E quanti sanno che una parte significativa delle figure professionali che sarebbero state più qualificate nel rispondere agli attentati si trovava in addestramento all’altro capo del Paese? È il caso del gruppo misto FBI/CIA d’intervento antiterroristico, distolto dallo scenario di quel giorno, essendo a migliaia di chilometri di distanza, impegnato in un’esercitazione di addestramento a Monterey (California). «USA Today» raccontava l’11 settembre che «alla fine della giornata, con la chiusura degli aeroporti in tutto il paese, il gruppo d’intervento non ha mai trovato il modo di tornare a Washington». Con il risultato che al momento degli attentati la principale agenzia federale responsabile di prevenire tali crimini era decapitata. L’addestramento del gruppo non era solo sulla carta, perché aveva concentrato sulla costa californiana anche tutti gli elicotteri e i velivoli leggeri in dotazione.
Molti elementi portano a ritenere che i mandanti degli attentati fossero ben consapevoli di tutti questi movimenti e che, almeno una porzione di essi, fossero parte integrante di strutture coperte dagli apparati statali.
Il vantaggio di una tale strategia appare del tutto comprensibile e plausibile, volendo iniziare su basi diverse dal passato una vera inchiesta.
In primo luogo dobbiamo ritenere che militari, funzionari governativi o membri dei servizi d’intelligence che avessero in mente azioni eversive non potrebbero organizzare degli attentati senza farsi scoprire. Da qui la prima funzione di un’esercitazione: essa offre agli organizzatori la copertura idonea a mettere in moto l’operazione, permette loro di utilizzare i funzionari e le strutture governative per realizzarla e fornisce una risposta soddisfacente ad ogni domanda che dovesse sorgere su stranezze e movimenti insoliti. Perché possa funzionare, è chiaramente necessario che lo scenario dell’esercitazione sia a ridosso dell’attentato progettato.
In secondo luogo, se prevista nella data dell’attentato, l’esercitazione permette di schierare legittimamente degli uomini sul terreno, uomini che indossano l’uniforme dei servizi di sicurezza o di soccorso. Piazzare fra questi coloro che sistemano delle bombe o coordinano dei movimenti è relativamente facile, senza che sorgano sospetti.
In terzo luogo, lo svolgimento delle esercitazioni in simultanea con i veri attentati permette di scompigliare la buona esecuzione delle risposte da parte dei servizi di sicurezza o di soccorso leali per via della confusione fra la realtà e la finzione. Le contraddizioni e le scoperte di singoli spezzoni dei fatti non intaccano l’insieme. Anzi, aiutano a truccare e rendere incomprensibile il mosaico. L’11 settembre – a un certo punto della mattinata – decine di aerei furono segnalati come dirottati, e si rincorrevano voci di ulteriori attentati. Dove dunque bisognava inviare le pattuglie, quali edifici occorreva proteggere per primi? Si può immaginare il caos che tutto ciò ha potuto sollevare nelle sale comando.
Le operazioni di questa natura sono modulari, mirano a diversi obiettivi compresenti e intercambiabili, altrettante strade a disposizione verso il medesimo effetto, e sono percorse in simultanea, finché la regia, ovunque si trovi, non sceglie una trama tra le diverse trame preordinate che intanto avanzavano alla pari.
Le persone incaricate di eseguire soltanto certi segmenti dell’operazione, obbediscono – spesso in perfetta buona fede – a ordini di personalità a loro sovraordinate che a loro volta conoscono solo un dettaglio, ma non l’intera pianificazione, né i suoi obiettivi. Sto descrivendo meccanismi normalmente usati nelle azioni dei servizi segreti, che si esasperano nei casi in cui operano le “leve lunghe” e le operazioni coperte, fino a ingigantirsi in occasione di grandi operazioni terroristiche usate come base politica per drammatiche svolte costituzionali e per le guerre.
L’esperienza italiana dei delitti di grande impatto pubblico – Mattei, Moro, vari casi della strategia della tensione, Borsellino – ci dice che dietro di essi c’erano le decisioni di gruppi ristretti di individui. Dietro ognuno di quei casi c’erano potentati che agivano in nome di precisi calcoli politici ed economici. In certe azioni è preparata simultaneamente la copertura ed il depistaggio, mentre personaggi interni alla mafia o ai gruppi terroristici sono segmenti dell’azione molto utili, parecchio esposti. Svariati episodi definiti mafiosi o terroristici hanno ben altra matrice. È un tipo di ipotesi investigativa normalmente usata, spesso con buoni risultati.
Si può applicare anche alle vicende dell’11/9.
Rispetto alla complessità di un simile scenario viene invocato il cosiddetto “rasoio di Occam”. Occam era un filosofo medievale, e nel suo latino diceva: «entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem». Ossia «gli elementi non sono da moltiplicare più del necessario». In termini da XXI secolo possiamo tradurre così: «a parità di fattori, la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta».
Bene, scordatevi Occam quando si parla di terrorismo. Nel caso dell’11/9 gli elementi si sono moltiplicati eccome, oltre ogni necessità contemplabile dall’uomo della strada o dalla redazione tipo di un giornale.

Tra queste c’era anche l’approntamento di ‘Tripod II’, una simulazione d’attacco terroristico organizzata in vista del 12 settembre sulla costa occidentale di Manhattan.
Questa simulazione ha comportato prima di quella data l’installazione in un molo dello Hudson River, il Pier 92, di un vasto centro di controllo e di comando configurato esattamente come l’Office of Emergency Management (OEM), quello distrutto nell’edificio 7 del World Trade Center.
L’OEM era stato istituito nel 1996 dal sindaco di New York, Rudolph Giuliani, per gestire la risposta della città agli eventi catastrofici, compresi eventuali attentati terroristici su vasta scala.
Nei cinque anni che precedettero l’11/9, l’OEM svolse regolarmente delle esercitazioni che comprendevano tutte le agenzie: dalla protezione civile, la FEMA, agli apparati di sicurezza. Per ciascuna esercitazione gli allestimenti e le simulazioni in sé duravano nel complesso svariate settimane. Venivano mobilitati mezzi impressionanti, per scenari molto realistici. Rudy Giuliani presenziava a molti di questi “drill” che addestravano la città a scenografie da film catastrofico. È lo stesso Giuliani a descrivere il realismo di questi giganteschi giochi di ruolo: «Di solito scattavamo delle foto di queste esercitazioni, e risultavano talmente realistiche che la gente che le vedeva era portata a chiedere quando l’evento mostrato in foto si fosse mai verificato» (dal libro Leadership, pag. 355)
Tra gli scenari da incubo: attentati con il gas sarin a Manhattan, attacchi a base di antrace, camion bomba.
L’11 maggio 2001, esattamente quattro mesi prima dei veri mega-attentati di New York, ci fu la simulazione di un attacco alla città con la peste bubbonica. La simulazione fu talmente realistica che uno dei partecipanti dichiarò che «dopo cinque minuti immersi in quella esercitazione, tutti si erano dimenticati che fosse un’esercitazione».
Adrenalina vera, nella frenesia emotiva di chi si trova in mezzo.
In questi esercizi non si lesinano le risorse. Le agenzie, a partire dalla FEMA, sono a lungo sul campo, prima e dopo il nucleo dell’esercitazione. Tutto è come se fosse vero, in mezzo all’opera di centinaia di persone, in divisa e no, appartenenti a diversi apparati. I soggetti coinvolti, a partire da Giuliani, ci spiegano che il confine fra finzione e realtà diventa indistinguibile, in termini di mezzi mobilitati e di percezione.
Lo scenario di aerei usati di proposito come missili non era ufficialmente contemplato nelle simulazioni dell’OEM. Ma al di là del fatto che si ipotizzavano incidenti “non intenzionali”, si svolgevano ugualmente esercizi che concepivano interventi di soccorso per le conseguenze d’impatto di aerei di linea su grattacieli.
Un’esercitazione, stavolta a tavolino, si svolse appena una settimana prima dell’11/9, con piani per la continuità delle attività svolte nel distretto finanziario al World Trade Center.
Quando si manifestò in tutta la sua orrenda grandiosità lo scenario terroristico dell’11/9, fu facile per Rudolph Giuliani affidarsi agli allestimenti dell’altra esercitazione che era stata nel frattempo preparata con il nome di Tripod II, quella con base al Pier 92 e citata in apertura. Il molo si trova a sole 4 miglia nord-nordovest dal World Trade Center, e in quella occasione era stato già predisposto come un particolare centro di smistamento nel quale le vittime simulate sarebbero state sottoposte alle prime cure.
Lo ha ricordato lo stesso Giuliani alla Commissione d’inchiesta sull’11/9: «la ragione per cui fu scelto il Pier 92 era perché per il giorno successivo, il 12 settembre, al Pier 92 doveva svolgersi un’esercitazione. Si trovavano laggiù centinaia di persone, della FEMA, del governo federale, dello stato, dello State Emergency Management Office, e tutte si stavano approntando a un’esercitazione su un attacco biochimico. Perciò quello stava per essere il luogo in cui si avviavano a svolgere l’esercitazione. Le attrezzature erano già lì, per cui riuscimmo a stabilirvi un centro di comando in soli tre giorni che risultava essere due volte e mezzo più grande del centro di comando che avevamo perso all’edificio 7 del World Trade Center. E fu da lì che il resto del lavoro di ricerca e soccorso venne completato».
In altre occasioni abbiamo parlato della testimonianza di Kurt Sonnenfeld, l’uomo della FEMA che confermava, anche lui, che la sua agenzia era già lì in forze da prima degli attentati. Apriti cielo. I mitografi con l’elmetto hanno cercato di bollare con il solito stigma di “cospirazionista” l’idea dell’arrivo anticipato della FEMA. Si sono arrampicati sulle date, visto che il “drill” vero e proprio doveva cominciare il 12 settembre e non prima. Centinaia di uomini già in campo da giorni: per i mitografi evidentemente non contano nulla. Quindi ritengono che una mega esercitazione come Tripod II potesse materializzarsi all’improvviso, senza pianificazione, sfornita di logistica, senza agenti di ogni tipo disseminati da giorni a svolgere i loro compiti. Un’ipotesi ridicola, sepolta da prove, dichiarazioni e testimonianze. L’esercitazione durante l’11/9 era una macchina avviata, altroché.
Ovviamente la mobilitazione specifica della FEMA sul disastro ha avuto i suoi ordini di servizio successivi.
Il caso Tripod diventa tanto più significativo quanto più si nota che non era certo un caso isolato.
La concomitanza di tante esercitazioni con i veri attentati, l’11 settembre 2001 negli Stati Uniti come il 7 luglio 2005 in Regno Unito, non può essere lasciata perdere nel campo delle semplici coincidenze. Andrebbe per lo meno approfondita, cosa che le inchieste ufficiali hanno rinunciato a fare.
Quanti sanno che la mattina dell’11 settembre un’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, il National Reconnaissance Office (NRO), aveva programmato un’esercitazione in corso della quale un aereo disperso si schiantava su uno dei suoi edifici? Quest’agenzia d’intelligence, che gestisce lo spionaggio dallo spazio, dipende dal Dipartimento della Difesa e il suo personale proviene per metà dalla CIA e per metà dalla Difesa. In corrispondenza degli eventi, reali, fu deciso di interrompere l’esercitazione e mandare a casa i tremila addetti dell’agenzia. Poiché i locali dell’NRO vennero evacuati, l’effetto più evidente fu quello di oscurare lo spionaggio ufficiale quando più ce n’era bisogno, nel momento in cui avrebbe potuto – e dovuto – controllare gli eventi dallo spazio. Chi è dunque rimasto davanti agli schermi più importanti dell’agenzia a vedere le cose con i potenti occhi dei satelliti.
E quanti sanno che una parte significativa delle figure professionali che sarebbero state più qualificate nel rispondere agli attentati si trovava in addestramento all’altro capo del Paese? È il caso del gruppo misto FBI/CIA d’intervento antiterroristico, distolto dallo scenario di quel giorno, essendo a migliaia di chilometri di distanza, impegnato in un’esercitazione di addestramento a Monterey (California). «USA Today» raccontava l’11 settembre che «alla fine della giornata, con la chiusura degli aeroporti in tutto il paese, il gruppo d’intervento non ha mai trovato il modo di tornare a Washington». Con il risultato che al momento degli attentati la principale agenzia federale responsabile di prevenire tali crimini era decapitata. L’addestramento del gruppo non era solo sulla carta, perché aveva concentrato sulla costa californiana anche tutti gli elicotteri e i velivoli leggeri in dotazione.
Molti elementi portano a ritenere che i mandanti degli attentati fossero ben consapevoli di tutti questi movimenti e che, almeno una porzione di essi, fossero parte integrante di strutture coperte dagli apparati statali.
Il vantaggio di una tale strategia appare del tutto comprensibile e plausibile, volendo iniziare su basi diverse dal passato una vera inchiesta.
In primo luogo dobbiamo ritenere che militari, funzionari governativi o membri dei servizi d’intelligence che avessero in mente azioni eversive non potrebbero organizzare degli attentati senza farsi scoprire. Da qui la prima funzione di un’esercitazione: essa offre agli organizzatori la copertura idonea a mettere in moto l’operazione, permette loro di utilizzare i funzionari e le strutture governative per realizzarla e fornisce una risposta soddisfacente ad ogni domanda che dovesse sorgere su stranezze e movimenti insoliti. Perché possa funzionare, è chiaramente necessario che lo scenario dell’esercitazione sia a ridosso dell’attentato progettato.
In secondo luogo, se prevista nella data dell’attentato, l’esercitazione permette di schierare legittimamente degli uomini sul terreno, uomini che indossano l’uniforme dei servizi di sicurezza o di soccorso. Piazzare fra questi coloro che sistemano delle bombe o coordinano dei movimenti è relativamente facile, senza che sorgano sospetti.
In terzo luogo, lo svolgimento delle esercitazioni in simultanea con i veri attentati permette di scompigliare la buona esecuzione delle risposte da parte dei servizi di sicurezza o di soccorso leali per via della confusione fra la realtà e la finzione. Le contraddizioni e le scoperte di singoli spezzoni dei fatti non intaccano l’insieme. Anzi, aiutano a truccare e rendere incomprensibile il mosaico. L’11 settembre – a un certo punto della mattinata – decine di aerei furono segnalati come dirottati, e si rincorrevano voci di ulteriori attentati. Dove dunque bisognava inviare le pattuglie, quali edifici occorreva proteggere per primi? Si può immaginare il caos che tutto ciò ha potuto sollevare nelle sale comando.
Le operazioni di questa natura sono modulari, mirano a diversi obiettivi compresenti e intercambiabili, altrettante strade a disposizione verso il medesimo effetto, e sono percorse in simultanea, finché la regia, ovunque si trovi, non sceglie una trama tra le diverse trame preordinate che intanto avanzavano alla pari.
Le persone incaricate di eseguire soltanto certi segmenti dell’operazione, obbediscono – spesso in perfetta buona fede – a ordini di personalità a loro sovraordinate che a loro volta conoscono solo un dettaglio, ma non l’intera pianificazione, né i suoi obiettivi. Sto descrivendo meccanismi normalmente usati nelle azioni dei servizi segreti, che si esasperano nei casi in cui operano le “leve lunghe” e le operazioni coperte, fino a ingigantirsi in occasione di grandi operazioni terroristiche usate come base politica per drammatiche svolte costituzionali e per le guerre.
L’esperienza italiana dei delitti di grande impatto pubblico – Mattei, Moro, vari casi della strategia della tensione, Borsellino – ci dice che dietro di essi c’erano le decisioni di gruppi ristretti di individui. Dietro ognuno di quei casi c’erano potentati che agivano in nome di precisi calcoli politici ed economici. In certe azioni è preparata simultaneamente la copertura ed il depistaggio, mentre personaggi interni alla mafia o ai gruppi terroristici sono segmenti dell’azione molto utili, parecchio esposti. Svariati episodi definiti mafiosi o terroristici hanno ben altra matrice. È un tipo di ipotesi investigativa normalmente usata, spesso con buoni risultati.
Si può applicare anche alle vicende dell’11/9.
Rispetto alla complessità di un simile scenario viene invocato il cosiddetto “rasoio di Occam”. Occam era un filosofo medievale, e nel suo latino diceva: «entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem». Ossia «gli elementi non sono da moltiplicare più del necessario». In termini da XXI secolo possiamo tradurre così: «a parità di fattori, la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta».
Bene, scordatevi Occam quando si parla di terrorismo. Nel caso dell’11/9 gli elementi si sono moltiplicati eccome, oltre ogni necessità contemplabile dall’uomo della strada o dalla redazione tipo di un giornale.

Tratto da: Megachip

Categorie: nuovo ordine mondiale
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Antimafia Duemila – Il Giudice Imposimato: ‘Aldo Moro doveva morire perche’ scomodo per troppe persone e troppe fazioni’

6 Settembre 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Il Giudice Imposimato: ‘Aldo Moro doveva morire perche’ scomodo per troppe persone e troppe fazioni’.

Bugie, depistaggi, omissioni nell’Italia di 30 anni fa: un magistrato ed un giornalista hanno deciso di tornare sul caso Moro, puntando l’attenzione su quei 55 giorni che vanno dalla strage di via Fani alla morte del presidente democristiano.

Il magistrato è Ferdinando Imposimato, che ieri a Pietracatella, in un incontro organizzato dalla Pro loco Pieramurata con la collaborazione del consiglio comunale del paese, ha tracciato il quadro storico-politico dell’Italia della fine degli anni ‘70. Imposimato, assieme al giornalista Sandro Provvisionato, ha esposto in un libro la sua tesi sul rapimento e sull’uccisione del Presidente della Dc. Una tesi che è chiara fin dal titolo del libro: «Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro: il giudice racconta». Quel «doveva morire» serve a sottolineare che troppe persone e troppe fazioni hanno voluto la morte di un uomo considerato scomodo. «Il sequestro Moro, partito come azione brigatista alla quale non è estraneo l’appoggio della Raf e l’interessamento, per motivi opposti, di Cia e Kgb, è stato gestito direttamente dal Comitato di crisi costituito presso il Viminale. Il delitto Moro non ha avuto una sola causa», ha detto nel corso del convegno il giudice Imposimato riprendendo quanto si può leggere nel libro. L’omicidio Moro avrebbe dunque rappresentato il punto di convergenza di interessi di varia natura. Ha spiegato infatti il giudice conosciuto per la sua azione contro il terrorismo e la criminalità organizzata: «In questa operazione sono intervenuti la massoneria internazionale, agenti della Cia, del Kgb, la mafia ed esponenti del governo, gli stessi inseriti nel comitato di crisi. Tutti questi dopo il 16 marzo hanno vanificato le opportunità emerse per salvare la vita di Moro, spingendo di fatto le Br ad ucciderlo». L’assunto che fa venire i brividi è che «in sette occasioni Moro poteva essere salvato», ma nelle stanze del potere qualcuno tramò invece perché venisse ucciso. Ordini di cattura bloccati, i collegamenti provati con la RAF, il ruolo di Cossiga, i verbali del Comitato di crisi nascosti per lungo tempo. Trent’anni dopo, uno dei magistrati più impegnati a risolvere il caso, ripercorre i meandri dell’inchiesta che lui stesso cominciò nove giorni dopo la morte dello statista ed offre testimonianze e rivelazioni decisive. «Se ad assassinare il presidente furono le Br, i mandanti vanno cercati altrove»: Imposimato intende parlare di chi c’era, di chi sapeva. Ne esce il resoconto di un’Italia e di un contesto internazionale in cui la lotta per il potere non ha lasciato ben pochi completamente «candidi».

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Ci sarà un perchè

4 Agosto 2009 · Lascia un Commento

Ci sarà un perchè.

“Il buio sugli anni di piombo: 142 morti, soltanto 5 condanne”, Corriere della Sera. I numeri, a volte, valgono più di milioni di parole. E oggi il giornalista del Corriere della Sera, Dino Martirano – in occasione dell’anniversario numero 29 della strage di Bologna – ne ha messi in fila alcuni che parlano davvero con voce chiara e cristallina.

Le vere e proprie carneficine che, nel secolo scorso, hanno segnato gli anni dei grandi e ancora misteriosi attentati contro obiettivi civili – dal 1969 al 1984 - sono state 6.

Per la precisione:

La prima è quella di Piazza Fontana, a Milano. Quando – il 12 dicembre del 1969 – una bomba esplose nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura, uccidendo 16 persone e ferendone 88. Ebbene: a distanza di 40 anni e due processi, i responsabili accertati - insomma i condannati – sono pari a zero.

La seconda è quella di via Fatebenefratelli, sempre a Milano. Quando – il 17 maggio del 1973, di fronte alla questura di Milano – un secondo ordigno, durante la cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi, esplose uccidendo 4 persone e ferendone 52. Attentato per il quale è stato condannato l’anarchico Gianfranco Bertoli.

La terza è quella di Piazza della Loggia, a Brescia. Quando – il 28 maggio del 1974, durante una manifestazione organizzata dai sindacati contro il terrorismo neofascista – una bomba nascosta in un cestino per i rifiuti uccise 8 persone e ne ferì 94. Anche in questo caso – a distanza di 35 anni – i responsabili accertati – insomma i condannati – sono pari a zero.

La quarta è quella del treno Italicus del 4 agosto 1974. Una bomba esplose in uno dei vagoni del treno diretto da Roma a Monaco di Baviera. Uccidendo 12 persone e ferendone 44. Trentacinque anni dopo, i condannati – anche in questo caso – sono sempre e rigorosamente fermi a zero.

La quinta è quella di cui ieri cadeva l’anniversario numero 29. Il 2 agosto del 198o, una bomba nascosta in una valigia esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. 85 i morti. 200 i feriti. Per la strage sono stati condannati tre neo fascisti che all’epoca erano poco più che liceali: Giusva Fioravanti; la moglie di Fioravanti, Francesca Mambro; e Luigi Ciavardini. Fioravanti – che da oggi è a piede libero - ha giurato e spergiurato che lui e sua moglie con questa attentato non c’entrano punto.

La sesta è la “strage di Natale”. Il 23 dicembre del 1984, quando erano da poco passate le 7 di sera, una bomba esplose sul treno “Rapido 904″ che viaggiava da Napoli a Milano. Il “Rapido 904″ si trovava a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, la stessa identica località della tragedia dell’Italicus. Questa volta i morti furono 17, i feriti 267. Un quarto di secolo dopo, l’unico ad essere condannato è stato l’allora “cassiere di Cosa nostra”, Pippo Calò.

Numeri che – se messi in fila – fanno venire i brividi. 6 stragi. 142 morti. 745 feriti. E solo 5 condannati. Giuseppe De Lutiis, storico e consulente della commissione parlamentare sulle stragi, ha spiegato al Corriere di essere convinto di una cosa. Il numero risibile di condanne – talmente poche che si possono contare sulle dita di una mano – si spiega col fatto che “la magistratura è stata sistematicamente sabotata dalla polizia, dall’Ufficio affari riservati e da pezzi dei servizi che non erano deviati ma rispondevano ad alleanze internazionali e ad ordini provenienti da catene di comando parallele”. Fosse vero, rimane comunque senza riposta la domanda più angosciosa: perchè? Ma soprattutto: per quanti anni ancora gli italiani – per quieto vivere – accetteranno di non sapere?

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Blog di Beppe Grillo – Cosi è se vi pare

24 Maggio 2009 · Lascia un Commento

Blog di Beppe Grillo – Cosi è se vi pare.

La storia delle stragi. Roberto Scarpinato
(3:40)

Si dice che un Paese che perde la memoria del suo passato sia condannato a ripetere i suoi errori. L’Italia non ha questo problema. Non ha nulla da ricordare. Tutto quello che è avvenuto nella Prima e nella Seconda Repubblica sono fatti senza spiegazioni, mai accaduti veramente. Incidenti atmosferici. Nessuno si domanda perchè piove. Piove e basta. E così è per l’omicidio Falcone, l’omicidio Borsellino, la strage di Portella delle Ginestre, Piazza Fontana, la strage di Brescia, di Bologna, l’Italicus, la morte di Aldo Moro, Ustica, Gladio, Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, l’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Pasolini, di Mattei, di Ambrosoli.
Grandina in Italia. Grandina sangue. Ci hanno sempre detto che è acqua piovana. Che i responsabili, quando individuati, erano mafiosi, terroristi neri, estremisti rossi. Così è se vi pare. A me non pare. Lo Stato ha fatto la sua parte. I Servizi hanno sempre fatto la loro parte. Ieri, 23 maggio, Giovanni Falcone è stato commemorato. Le alte cariche della Repubblica si sono recate in Sicilia e hanno parlato ai bambini siciliani. C’era Alfano, c’era Napolitano, c’era Schifani. Nei loro discorsi si sono scordati di Dell’Utri, senatore, condannato a nove anni in primo grado, di Cuffaro, senatore, condannato a cinque anni in primo grado, di Andreotti, senatore a vita, prescritto per collegamenti con la mafia. Sono loro colleghi in Parlamento, si conoscono da anni, forse vanno a cena insieme.
La memoria è una qualità morale. Non tutti la possiedono. La P2 è (stato?) un movimento eversivo, uno Stato dentro lo Stato. Gelli ha libertà di parola, ma Gelli è stato condannato per depistaggio delle indagini per la strage della stazione di Bologna. I piduisti infestano il Parlamento, la tessera 1816 è Berlusconi. Il muro di Berlino è caduto nel 1989. Sono passati vent’anni. Da noi è come se fossero passati venti minuti. Tutto è fermo, immobile. Una nazione pietrificata con Borsellino ucciso con tritolo militare da manovalanza mafiosa. Chi ha dato l’ordine? Chi ha rubato l’agenda rossa di Borsellino? Mancino (vi siete mai chiesti da dove derivi il suo potere?) incontrò Borsellino a Roma al ministero, prima della sua morte. Il magistrato era sconvolto, ma lui non lo riconobbe. Paolo Borsellino si oppose al papello, alla trattattiva tra Stato e mafia. Per questo, secondo suo fratello, fu ucciso. C’è bisogno di aria fresca. Di aprire porte e finestre e recuperare la memoria. Rileggere la nostra Storia. Un Paese senza passato è condannato a non avere un futuro. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

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Antimafia Duemila – Di Pietro: ”Mafia inserita spesso all’interno dello Stato”

23 Maggio 2009 · Lascia un Commento

Antimafia Duemila – Di Pietro: ”Mafia inserita spesso all’interno dello Stato”.

In Italia c’é una “mafia criminale, che spesso si è inserita e si inserisce all’interno dello Stato, tanto è vero che ancora  in queste settimane assistiamo a esponenti mafiosi che fanno compravendita del voto di scambio con esponenti politici in Sicilia”.
Lo ha detto il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, a margine di un’iniziativa elettorale a Firenze, in riferimento alle dichiarazioni di Giovanni Brusca sulle collusioni tra Stato e mafia. “Non so – ha spiegato Di Pietro – cosa abbiamo detto Brusca e Riina, ma io ho letto le carte processuali di questi anni: non vi è dubbio che le stragi di mafia non sono solo fatti di mafia, ma di pezzi dello Stato collusi con la mafia. Non vi è dubbio che molte inchieste delicate e importanti sono state bloccate proprio quando arrivarono a ridosso dei rapporti tra mafia e Stato”. “Non vi è dubbio – ha concluso – che le regole processuali che sono state modificate in questi anni, hanno impedito l’accertamento della verità”.

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AldoGiannuli.it » Blog Archive » DA PECORELLI A CALVI, IL TEMPISMO DI MORIRE

21 Maggio 2009 · Lascia un Commento

AldoGiannuli.it » Blog Archive » DA PECORELLI A CALVI, IL TEMPISMO DI MORIRE.

Il figlio di Vito Ciancimino sospetta che il padre sia stato assassinato: il vecchio aveva detto “Parlerò se Andreotti sarà condannato” e, due giorni dopo la condanna in primo grado di Andreotti, moriva. Una morte tempestiva.

Di morti just in time è costellata tutta la nostra storia nazionale. Opportuna fu la morte del comandante generale dei Carabinieri Hazon (bombardamento) a due settimane dal 25 luglio 1943. Il 24 agosto, Ettore Muti era falciato da una raffica, durante un improbabile tentativo di fuga e, il 14 settembre, il generale Ugo Cavallero, si suicidava con un colpo alla tempia destra, pur essendo mancino (nella fretta…). Questo genere di decessi di solito avviene in due o tre casi per volta, come i cardinali, secondo il noto detto popolare.

Non sempre, però, le scomparse opportune avvengono a breve distanza. Si pensi al bandito Salvatore Giuliano (5 luglio 1950) preceduto da Salvatore Ferreri (26 giugno 1947) e seguito da Gaspare Pisciotta (9 febbraio 1954): tutti caduti -chi per piombo chi per “caffè corretto”- quando sembrava stessero diventando troppo loquaci sullo stesso tema.

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Antimafia Duemila – Italia anno 2009, sull’orlo del baratro

8 Maggio 2009 · 1 Commento

Antimafia Duemila – Italia anno 2009, sull’orlo del baratro.

di Giorgio Bongiovanni – 8 maggio 2009
Prendo come spunto questo articolo di Marco Travaglio (vedi allegato), acuto come sempre, perché la situazione in cui versa drammaticamente il nostro Paese obbliga ad una riflessione a voce alta.

La vicenda personale del premier e della sua consorte non sarebbe di per sé di nessun interesse se non fosse che è stato lo stesso Berlusconi a farne una questione pubblica andando a riferire dei suoi dissapori familiari a Porta a Porta, la trasmissione più importante, in fatto di share, della “televisione di stato”.
In ogni caso le dichiarazioni della signora Veronica Lario, se si leggono con attenzione, hanno un valore e un’importanza politica di proporzioni piuttosto devastanti.
La signora Berlusconi dice di aver implorato le persone che sono più vicine a suo marito di aiutarlo, perché non sta bene, ma è stato tutto inutile…
Infatti il nostro Premier (ahinoi!) non solo ha frequentato mafiosi, non solo ha in tutta probabilità riciclato i miliardi di Cosa Nostra, non solo è stato indagato come mandante esterno per le stragi del ’92-’93, non solo le sue aziende, lo confermano le sentenze, erano in contatto con la mafia, non solo era membro della P2 di cui sta fedelmente attuando il piano eversivo denominato di “Rinascita Democratica”, non solo ha sostenuto e appoggiato le ultime folli guerre… oggi ci si presenta anche come uno psicopatico.
Cioè sua moglie, una donna che in tutti questi anni si è distinta per riservatezza e intelligenza, oltre a difendere se stessa e la propria dignità, sta avvisando i cittadini italiani, noi tutti, che il marito è un potenziale pericolo, una persona da curare.
Siamo al culmine del paradosso ma resterebbe tale se questo non presagisse scenari inquietanti e potenzialmente molto pericolosi.
Quest’uomo, Silvio Berlusconi, in questa sua veste un po’ da criminale e un po’ da maniaco, è completamente uscito dal seminato. Le sue vane promesse piano piano si riveleranno carta straccia quale sono e questo potrebbe far insorgere, anche in modo violento, una parte della popolazione. Un clima propizio per il ritorno della strategia della tensione, per la messa a punto di una qualche strage tale da distogliere l’attenzione e catalizzarla altrove.
Una situazione che a qualche frangia estremista potrebbe far suscitare la balzana idea di ricorrere alle armi pur di resistere e contrastare le follie dell’imperatore. Un gioco molto molto pericoloso.
Ci appelliamo quindi al popolo italiano: questo personaggio sta rovinando l’Italia. Esca dalla vita politica del nostro Paese che sta trascinando nel baratro.

Febbre suina

di Marco Travaglio

Segnatevi queste due frasi: “Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni… perché la ragazza minorenne la conosceva prima che compisse 18 anni: magari fosse sua figlia…”. “Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E’ stato tutto inutile”. Le ha  pronunciate la moglie, da ieri ex, del nostro presidente del Consiglio, e le hanno raccolte la Repubblica e La Stampa. Memorizzatele perché non le sentirete mai citare in nessun tg o programma delle tv di regime. Lasciamo perdere quelle della ditta, dove chi dovrebbe informare è stipendiato dal tizio che va con le minorenni e non sta bene.

Vediamo il “servizio pubblico”: i tg dell’ora di pranzo, i primi in onda dopo lo scoop dei due quotidiani. Tg2 (sempre così prodigo di gossip,anche sull’ultima starlette): 5 secondi da studio, meno che per il divorzio di Mel Gibson. Tg1: 15 secondi da studio, affidati all’affranta Susanna Petruni, che occulta le frasi-bomba di Veronica e riesce persino a chiudere con una vecchia frase del premier (ieri insolitamente taciturno): “La signora si è fatta ingannare dai giornali della sinistra”. Tg3: breve servizio di 50 secondi, nemmeno un cenno alle minorenni e all’uomo malato, ordinaria amministrazione e chiusura con l’avvocato Ghedini (tornato sulla breccia dopo mesi di quarantena, causa lodo Alfano) che suona il silenzio su “un fatto privato”. Ma il fatto privato è il divorzio, così come le eventuali scappatelle dell’attempato Cavaliere di Hardcore, nonno settantatreenne di tre (prossimamente quattro) nipotini. Sono invece fatti pubblici, pubblicissimi, le dichiarazioni della persona che conosce meglio di tutti il nostro premier, e che lo definisce “uomo che frequenta le minorenni” e lo paragona a “una persona che non sta bene”. Febbre suina, par di capire.

Ora, immaginiamo le stesse frasi in bocca alla signora Obama, o Zapatero, o Brown, e i commenti delle tv e dei giornali di tutto il mondo. Non nel gossip: nelle pagine politiche. Non per nulla l’Italia è di nuovo “semilibera” nella classifica di Freedom House. Quel che accadrà nelle prossime settimane è prevedibilissimo. I siti del Pdl e i fogli d’ordini del regime han già servito l’antipasto: “Il Giornale” con un attacco alzo zero alla “First Lady in sonno” che “danneggia il premier e il governo” diventando “nemica della maggioranza degl’italiani”; “Libero” (una testata, un ossimoro) con tre foto di Veronica giovane a seno nudo. Prossimamente su questi schermi, qualche vecchio filmino osè, magari allegato a uno degli house organ del Sultano. Insomma la massacreranno, com’è accaduto in questi 15 anni a chiunque si sia messo di traverso sulla strada del padrone d’Italia: dai pm di Mani Pulite alla Ariosto, da Montanelli a Biagi, da Santoro a Luttazzi, a tutti gli altri epurati. I servi e i killer stanno già oliando le mitragliatrici.

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