Archivi del mese: agosto 2008

Come si compra un giudice

Sul sito di Salvatore Borsellino si spiega perchè non è saggio adottare in italia l’elezione dei giudici sul modello americano:
http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=605:come-si-compra-un-giudice&catid=20:altri-documenti&Itemid=43


Una volta chiarito che cosa si potrà dire e che cosa sarà meglio tacere (sicurezza e tolleranza zero sì, aborto e omosessuali meglio sorvolare) si dovranno studiare gli idonei mezzi per informare i votanti: manifesti e cartelli, appunto, ma anche spot, apparizioni televisive, paginoni sui giornali, comizi, incontri con i maggiorenti della comunità. Politica, insomma. Politica allo stato puro: singolarmente, l’opzione del giudice elettivo parte dallo schieramento che da ormai vent’anni lamenta la «politicizzazione» della magistratura. Ma la considerazione finale – e qui il sorriso si spegne e si fa strada una certa inquietudine – è un’altra. Una campagna elettorale ha dei costi, e non indifferenti. Impossibile pensare di affrontarli contando sul proprio stipendio, per quanto alto. Ed anche gli avvocati di maggior prestigio si troverebbero a disagio se dovessero affrontare, da soli, spese così ingenti. Chi pagherebbe, dunque, la campagna elettorale dell’aspirante PM, del futuro giudice? Risposta ovvia: i partiti politici, da un lato, e, dall’altro, tutti coloro – associazioni, gruppi di pressione, network imprenditoriali, privati – che abbiano, in qualunque modo, interesse alla scelta dell’uno o dell’altro candidato. Sarebbe la consacrazione del conflitto d’interessi, il definitivo pensionamento dell’uguaglianza del cittadino di fronte alla legge, la trasformazione del primato della legge (sancito dalla Costituzione del ’48) in un’ennesima branca dell’economia di mercato.

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Incontri segreti e voti promessi – il pressing dei clan su Dell’Utri

Attilio Bolzoni ci informa sulle relazioni pericolose di Marcello Dell’Utri:
http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/imprenditori-arresti/piromalli-bolzoni/piromalli-bolzoni.html

È la trama della ‘ndrangheta che vuole liberarsi dalle catene del 41 bis. Una ragnatela che dalla piana di Gioia Tauro si spande a Roma, si infiltra nei ministeri, raggiunge i bracci delle sezioni speciali delle carceri italiane. Promesse di voti, mosse e contromosse per convincere quei deputati o senatori che “possono fare qualcosa”, ricatti, maneggi per ottenere immunità diplomatiche, spiate di magistrati.

Sono loro, i Piromalli soprattutto, che in giro per l’Italia hanno sguinzagliato avvocati e compari e consigliori per agganciare il senatore Marcello Dell’Utri e l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella. Il primo ha ricevuto quei “calabresi” in almeno in due occasioni (alla vigilia delle ultime elezioni politiche), il secondo ha chiuso ogni contatto con loro dopo la prima telefonata.

Dopo un primo incontro il 3 dicembre a Milano fra Gioacchino Arcidiaco e Marcello Dell’Utri (c’è con loro l’avvocato di Genova Francesco Lima), ce n’è un secondo a Roma tre giorni prima delle elezioni politiche del 13 aprile. L’inchiesta sta ancora scavando fra i retroscena di quei faccia a faccia, il senatore Dell’Utri sarà ascoltato come testimone.

Giovanni Falcone: “La mafia avrà una fine”

L’ora delle certezze definitive

Riporto un estratto di un articolo di Max Parisi che ho trovato all’indirizzo:

http://www.rifondazione-cinecitta.org/bb-parisi.html

E’ arrivata l’ora delle certezze definitive. Di seguito presento al signor Berlusconi una serie di domande invitandolo pubblicamente a rispondere nel merito con cristallina chiarezza affinche’ una volta per tutte sia lui in prima persona a dimostrare – se ne e’ capace – che con Cosa Nostra non ha e non ha mai avuto nulla a che fare. A scanso di equivoci e strumentalizzazioni, gia’ da ora – signor Berlusconi – le annuncio che nessuna delle notizie sul suo conto che leggera’ in questo articolo e’ frutto di “pentimenti”, e nessuna delle domande che le sto per porre si basa o prende spunto anche fosse in modo marginale dalle parole dei cosiddetti “pentiti”. Tutto al contrario, esse si basano su personali indagini e su documenti amministrativi che in ogni momento – se lo riterra’ – potro’ inviarle perche’ si sinceri della loro autenticita’. Detto questo, prego, legga, e mi sappia poi dire.Partiamo da lontano, perche’ lontano inizia la sua storia imprenditoriale, signor Berlusconi.

Primo quesito: lei certamente ricorda che il 26 settembre 1968 la sua societa’ – l’Edilnord Sas – acquisto’ dal conte Bonzi l’intera area dove di li’ a breve lei costruira’ il quartiere di Milano2. Lei pago’ l’area circa 4.250 lire al metro quadrato, per un totale di oltre 3 miliardi. Questa somma, nel 1968 quando lei aveva appena 32 anni e nessun patrimonio familiare alle spalle, e’ di enorme portata. Oggi, tabelle Istat alla mano, equivarrebbe a 38 miliardi, 739 milioni e spiccioli. Dopo l’acquisto – intendo dire nei mesi successivi – lei apri’ un gigantesco cantiere edilizio, il cui costo arrivera’ a sfiorare 500 milioni al giorno, che in circa 4-5 anni portera’ all’edificazione di Milano2 cosi’ come e’ oggi. Ecco la prima domanda: signor Berlusconi, a lei, quando aveva 32 anni, gli oltre 30 miliardi per comprare l’area, chi li diede? Inoltre: che garanzie offri’ e a chi per ricevere tale ingentissimo credito? In ultimo: il denaro per avviare e portare a conclusione il super-cantiere, chi glielo forni’?
Vede, se lei non chiarisce questi punti, si e’ autorizzati a credere che le due misteriose finanziarie svizzere amministrate dall’avvocato di Lugano Renzo Rezzonico “sue finanziatrici”, cosi’ come altre finanziarie elvetiche che entreranno in scena al suo fianco e che tra poco incontreremo, sono paraventi dietro i quali si sono nascosti soggetti tutt’altro che raccomandabili. Si’, perche’ – mi creda signor Berlusconi – nel 1998, oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le presto’ tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei opero’ con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, poi rientrati in Italia grazie alla sua attivita’ imprenditoriale. Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realta’ fosse questa. Se invece di denaro frutto di attivita’ illecite, si tratto’ di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadra’ di schianto.

Secondo quesito: il 22 maggio 1974 – certamente lo ricorda, signor Berlusconi – la sua societa’ “Edilnord Centri Residenziali Sas” compi’ un aumento di capitale che cosi’ arrivo’ a 600 milioni (4,8 miliardi di oggi, fonte Istat). Il 22 luglio 1975 la medesima societa’ esegui’ un altro aumento di capitale passando dai suddetti 600 milioni a 2 miliardi (14 miliardi di oggi, fonte Istat). Anche in questo caso, vorrei sapere da dove e da chi sono arrivati queste forti somme di denaro in contanti.

Terzo quesito: il 2 febbraio 1973 lei fondo’ un’altra societa’, la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola impresa divento’ una Spa con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi e lei fara’ in modo di emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Signor Berlusconi, anche in questo caso le chiedo: il denaro in contanti per queste forti operazioni finanziarie, chi glielo diede? Fuori i nomi.

Quarto quesito: lei non puo’ essersi scordato che il 15 settembre 1977 la sua societa’ Edilnord cedette alla neo-costituita “Milano2 Spa” tutto il costruito del nuovo quartiere residenziale nel Comune di Segrate battezzato “Milano2” piu’ alcune aree ancora da edificare di quell’immenso terreno che lei compero’ nel ’68 per l’equivalente di piu’ di 32 miliardi in contanti. Tuttavia quel 15 settembre di tanti anni fa, accadde un altro fatto: lei, signor Berlusconi, decise il contemporaneo cambiamento di nome della societa’ acquirente. Infatti l’impresa Milano2 Spa inizio’ a chiamarsi cosi’ proprio da quella data. Il giorno della sua fondazione a Roma, il 16 settembre 1974, la futura Milano2 Spa – come lei senza dubbio rammenta – viceversa rispondeva al nome di Immobiliare San Martino Spa, “forte” di un capitale di lire 1 (un) milione, il cui amministratore era Marcello Dell’Utri. Lo stesso Dell’Utri che lei, signor Berlusconi, sostiene fosse a quell’epoca un «mio semplice segretario personale». Sempre il 15 settembre 1977, quel milione venne portato a 500 e la sede trasferita da Roma a Segrate. Il 19 luglio 1978, i 500 milioni diventeranno 2 miliardi di capitale sociale. Ecco, anche in questo caso, vorrei sapere dove ha preso e chi le ha fornito tanto denaro contante e in base a quali garanzie.

Quinto quesito: signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, certamente ricorda che nacque in due tappe. Partiamo dalle seconda: l’8 giugno 1978 lei fondo’ a Roma la “Finanziaria d’Investimento Srl” – in sigla Fininvest – dotandola di un capitale di 20 milioni e di un amministratore che rispondeva al nome di Umberto Previti, padre del noto Cesare di questi tempi grami (per lui). Il 30 giugno 1978 il capitale sociale di questa sua creatura venne portato a 50 milioni, il 7 dicembre 1978 a 18 miliardi, che al valore d’oggi sarebbero 81 miliardi, 167 milioni e 400 mila lire. In 6 mesi, quindi, lei passo’ dall’avere avuto in tasca 20 milioni per fondare la Fininvest Srl a Roma, a 18 miliardi. Fra l’altro, come lei certamente ricorda, la societa’ in questo periodo non possedeva alcun dipendente. Nel luglio del 1979 la Fininvest Srl, con tutti quei soldi in cassa, venne trasferita a Milano. Poco prima, il 26 gennaio 1979 era stata “fusa” con un’altra sua societa’ dall’identico nome, signor Berlusconi: la Fininvest Spa di Milano. Questa societa’ fu la prima delle due tappe fondamentali di cui dicevo poc’anzi alla base dell’edificazione del suo impero, e in realta’ di milanese aveva ben poco, come lei ben sa. Infatti la Fininvest Spa venne anch’essa fondata a Roma il 21 marzo del 1975 come Srl, l’11 novembre dello stesso anno trasformata in Spa con 2 miliardi di capitale, e quindi trasferita nel capoluogo lombardo. Tutte operazioni, queste, che penso’, decise e attuo’ proprio lei, signor Berlusconi.Dopo la fusione, ricorda?, il capitale sociale verra’ ulteriormente aumentato a 52 miliardi (al valore dell’epoca, equivalenti a piu’ di 166 miliardi di oggi, fonte Istat). Bene, fermiamoci qui. Signor Berlusconi, i 17 miliardi e 980 milioni di differenza della Fininvest Srl di Roma (anno 1978) chi glieli forni’? Vorrei conoscere nomi e cognomi di questi suoi munifici amici e anche il contenuto delle garanzie che lei, signor Berlusconi, offri’ loro. Lo stesso dicasi per l’aumento, di poco successivo, a 52 miliardi. Naturalmente le chiedo anche notizie sull’origine dei fondi, altri 2 miliardi, della “gemella” Fininvest Spa di Milano che lei fondo’ nel 1975, anno pessimo per cio’ che attiene al credito bancario e ancor peggio per i fondamentali dell’economia del Paese.

Sesto quesito: lei, signor Berlusconi, almeno una volta in passato tento’ di chiarire il motivo dell’esistenza delle 22 (ma c’e’ chi scrive, come Giovanni Ruggeri, autore di “Berlusconi, gli affari del Presidente” siano molte di piu’, addirittura 38) “Holding Italiane” che detengono tuttora il capitale della Fininvest, esattamente l’elenco che inizia con Holding Italiana Prima e termina con Holding Italiana Ventiduesima. Lei sostenne che la ragione di tale castello societario sta nell’aver inventato un meccanismo per pagare meno tasse allo Stato. Cosi’ pure, signor Berlusconi, lei ha dichiarato che l’inventore del marchingegno finanziario, che ripeto detiene – sono sue parole – l’intero capitale del Gruppo, fu Umberto Previti e l’unico scopo per il quale l’invento’ consisteva – e consiste tutt’oggi – nell’aver abbattuto di una considerevole percentuale le tasse, ovvero il bottino del rapinoso fisco italiota ai suoi danni, con un meccanismo assolutamente legale. Queste, mi corregga se sbaglio, furono le ragioni che addusse a suo tempo, signor Berlusconi, per spiegare il motivo per cui il capitale della Fininvest e’ suddiviso cosi’. E’ una motivazione, pero’, che a molti appare quanto meno curiosa, se raffrontata – ad esempio – con l’assetto patrimoniale di un altro big dell’imprenditoria nazionale, Giovanni Agnelli, che viceversa ha optato da molti anni per una trasparentissima societa’ in accomandita per detenere e definire i propri beni e quote del Gruppo Fiat. In sostanza lei, signor Berlusconi, piu’ volte ha ribadito che “dietro” le 22 Holding c’e’ soltanto la sua persona e la sua famiglia. Non avro’ mai piu’ motivo di dubitare di questa sua affermazione quando lei spieghera’ con assoluta chiarezza le ragioni di una sua scelta a dir poco stupefacente. Questa: c’e’ un indirizzo – a Milano – che lei, signor Berlusconi conosce molto bene. Si tratta di via Sant’Orsola 3, pieno centro cittadino. A questo indirizzo nel 1978 nacque una societa’ fiduciaria – ovvero dedita alla gestione di patrimoni altrui – denominata Par.Ma.Fid.A fondarla furono due commercialisti, Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini. Detto questo, certo rammenta, signor Berlusconi, che importanti quote di diverse delle suddette 22 Holding verranno da lei intestate proprio alla Par. Ma.Fid. Esattamente il 10 % della Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima, piu’ il 49% della Holding Italiana Prima, la quale – in un perfetto gioco di scatole cinesi – a sua volta detiene il 100% del capitale della Holding Italiana Sesta e Settima e il 51% della Holding Italiana Ventiduesima. Vede, signor Berlusconi, dovrebbe chiarirmi per conto di chi la Par.Ma.Fid. gestira’ questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perche’ lei decise di affidare proprio a questa societa’ tale immensa fortuna. Infatti lei – che e’ un attento lettore di giornali e ha a sua disposizione un ferratissimo nonche’ informatissimo staff di legali civilisti e penalisti – non puo’ non sapere che la Par.Ma.Fid. e’ la medesima societa’ fiduciaria che ha gestito – esattamente nello stesso periodo – tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Carmelo Gaeta e altri boss – di area corleonese e non – operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona. Quindi, signor Berlusconi, a chi finivano gli utili della Fininvest relativi alle quote delle Holding in mano alla Par.Ma.Fid.? Per conto di chi la Par.Ma.Fid. incassava i dividendi e gestiva le quote in suo possesso? Chi erano – mi passi il termine – i suoi “soci” , signor Berlusconi, nascosti dietro lo schermo anonimo della fiduciaria di via Sant’Orsola civico 3? Capisce che in assenza di una sua precisa quanto chiarificatrice risposta che faccia apparire il volto – o i volti – di coloro che per anni incasseranno fior di quattrini grazie alla Par.Ma.Fid., ovvero alle quote della Fininvest detenute dalla Par.Ma.Fid. non si sa per conto di chi, sono autorizzato a pensare che costoro non fossero estranei all’altro “giro” di clienti contemporaneamente gestiti da questa fiduciaria, clienti i cui nomi rimandano direttamente ai vertici di Cosa Nostra.

Settimo quesito: e’ universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore e’ “nato col mattone” per poi approdare alla televisione. Proprio sull’edificazione del network tivu’ e’ incentrato questo punto. Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l’Italia ad acquistare frequenze tivu’. Lo scopo – del tutto evidente – fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicita’, che cosi’ sarebbe stata “nazionale” e non piu’ locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto. Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell’acquisto di emittenti al Nord, inizio’ dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entro’ in societa’ con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedra’ nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto qual e’, non puo’ non avere preso informazioni all’epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivu’. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonche’ suo partner, e’ marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta. No, sia chiaro, non mi riferisco al “pentito Buscetta” del 1984, ma al super boss che nel ’79 e’ ancora braccio destro di Pippo Calo’ e amico intimo di Stefano Bontate, il capo dei capi della mafia siciliana. Quindi, signor Berlusconi, perche’ entro’ in affari – tramite Adriano Galliani – con gente di questa risma? C’e’ da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serieta’. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto – nativa di Misilmeri, appunto – fondo’ nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini. Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, con ogni probabilita’ sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano – con i Rasini – i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali – e di chi – Giuseppe Azzaretto riusci’ ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri e’ tutt’oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, pero’ che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile. Ora le ripeto la domanda: si informo’ sulla “serieta’” e la “moralita’” dei nuovi soci – il clan Inzaranto – quando tra il 1979 e l’80 diverranno parte fondamentale della sua rete tivu’ nazionale?

Ottavo quesito: certo a lei, signor Berlusconi, il nome della societa’ Immobiliare Romana Paltano non puo’ risultare sconosciuto. E’ impossibile non ricordi che nel 1974 la suddetta, 12 milioni di capitale, fini’ sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell’Utri, perche’ proprio sui terreni di questa societa’ lei dara’ corso all’iniziativa edilizia denominata Milano3. Cosi’ pure ricordera’ che nel 1976 l’esiguo capitale di 12 milioni aumentera’ a 500, e che il 12 maggio del 1977 salira’ ulteriormente a 1 (un) miliardo, e che cambiera’ anche la sua denominazione in Cantieri Riuniti Milanesi Spa. Come al solito, vengo subito al dunque: anche in questo ennesimo caso, chi le forni’, signor Berlusconi, questi forti capitali per aumentare la portata finanziaria di quella che era una modestissima impresa del valore di soli 12 milioni quando la acquisto’?

Nono quesito: lei, signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondo’ l’Immobiliare Idra col capitale di 1 (un) milione. Questa societa’, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l’anno successivo – era il 1978 – aumento’ il proprio capitale a 900 milioni. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni (4 miliardi e 45 milioni d’oggi, fonte Istat) che fecero la differenza?

Decimo quesito: signor Berlusconi, in piu’ occasioni lei ha usato per mettere in porto affari di vario genere – l’acquisto dell’attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio – la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come nel precedente riferito alla Par.Ma. Fid., lei ha scelto una societa’ fiduciaria – questa volta domiciliata in Svizzera – al cui riguardo le cronache giudiziarie si erano largamente espresse. Tenuto conto della potenza dello staff informativo che la circonda, signor Berlusconi, mi appare del tutto inverosimile che lei non abbia saputo, circa la Fimo di Chiasso, che e’ stata per lungo tempo il canale privilegiato di riciclaggio usato da Giuseppe Lottusi, arrestato il 15 novembre del 1991 mentre “esportava” forti capitali della temibile cosca palermitana dei Madonia. Cosi’ pure non le sara’ sfuggito che Lottusi venne condannato a 20 anni di reclusione per quei reati. Tuttora e’ in carcere a scontare la pena. Ebbene, signor Berlusconi, se quel gangster fini’ in galera il 15 novembre del ’91, nella primavera del 1992 – cioe’ pochi mesi dopo quel fatto che campeggio’ con dovizia di particolari, anche circa la Fimo, sulle prime pagine di tutti i giornali – il suo Milan “pago'” una forte somma “in nero” – estero su estero – per la cessione di Gianluigi Lentini, e uso’ per la transazione proprio la screditatissima Fimo, fiduciaria di narcotrafficanti internazionali. Perche’, signor Berlusconi?Ecco, queste sono le domande.

Risponda, signor Berlusconi. Presto. Come ha visto, di “pentiti” veri o presunti non c’e’ traccia negli 11 quesiti. Semmai c’e’ il profumo di centinaia di miliardi che tra il 1968 e il 1979 finirono nelle sue mani, signor Berlusconi.

Tutti i capi mafia sono massoni

Riporto integralmente il testo di un’intervista al collaboratore di giustizia Maurizio Avola, dal sito:

http://www.rifondazione-cinecitta.org/dellutri.html

Signor Avola, il suo passato rappresenta o no un tormento? “Se fossi davvero pentito, sì, lo sarebbe. Ma io sono soltanto un collaboratore di giustizia, il mio unico rimorso è di aver messo nei guai la mia famiglia condannandola a vivere nel terrore della vendetta di . Sono stato egoista con i miei figli. E’ vero, lo Stato dopo la mia collaborazione mi ha scarcerato, ma non era quello che volevo. Avrei desiderato rifarmi una vita all’estero, utilizzando documenti che mi avrebbero regalato una nuova identità. Alla maniera dei collaboratori dell’Fbi. Mi sarebbe piaciuto trasferirmi in Germania o in Olanda. Ma i patti non sono stati rispettati. Le mie confessioni valevano per lo Stato uno stipendio mensile di due milioni e seicentocinquantamila lire. Non pochi, potevo campare bene, ma le promesse erano altre. Mi sono sentito tradito anche perché mi sequestrarono una villa da settecento milioni che non avevo finito di pagare. Volevo andare in Sudamerica e loro niente. Ho così commesso delle sciocchezze, partecipando a quelle rapine romane, ma, ripeto, era un atto di sfida allo Stato che mi aveva profondamente deluso. In più, sono finito in una sezione carceraria con persone immonde: omosessuali, drogati, bruti. Per il mio senso dell’onore, era davvero troppo. Ho pensato addirittura al suicidio. In Cosa Nostra è l’unico modo per salvare la famiglia, come ha fatto Nino Gioè. Però, ho giurato a mia moglie che non tornerò mai più indietro, per questo motivo sto continuando a collaborare”. Ha rimpianti per quei tempi passati? “Sì, perché oggi mi manca il potere decisionale. Una volta ero qualcuno… al ristorante, al supermercato, nel negozio più esclusivo di Catania. Tutti sapevano chi fossi. Nessuno osava sfidarmi scavalcandomi nella fila. Addirittura, quasi si scostavano per lasciarmi il passo. Dottori, ingegneri e politici. Prego – mi dicevano – prego, come se fossi l’invitato speciale di una festa. Un divo del cinema, il numero uno. Adesso mi guardo allo specchio e non so più spiegarmi chi sono io.

Forse sono soltanto uno che spara cazzate a raffica. Come l’ultimo degli infami. Ho tradito quel mondo… sono stato tradito!”. E perché si sente tradito? “Perché io avevo dato tanto alla ‘famiglia’. Quindici anni e un sacco di omicidi, sempre pronto a tutto e alla fine hanno cercato di eliminarmi perché sapevo troppe cose della ‘famiglia’. Eppure, anch’io ho ucciso un sacco di miei compagni per questo motivo, ovvero perché sapevano tante cose. Ero divenuto ‘inaffidabile’ e avevo fatto il loro stesso gioco, ero finito nella loro trappola”. Le stragi del ‘92, le bombe dell’estate del ‘93. La nuova strategia della tensione. Lei è stato uno dei primi collaboratori di giustizia a parlarne con i magistrati. “Vorrei chiarire subito che il gruppo Santapaola era fermamente contrario alle stragi. La sera in cui morì Giovanni Falcone mi trovavo all’interno di un bar con Marcello D’Agata che mi ripeteva che era stato un grande errore e che lo Stato ci avrebbe distrutto. Aveva visto bene. Anche Santapaola, che ci raggiunse poco dopo, era convinto dello sbaglio commesso. Ma aveva dovuto abbozzare di fronte alle scelte di Totò Riina. Secondo lui, tutto questo avrebbe portato alla distruzione di Cosa Nostra. Spesso ripeteva: ‘Se si voleva uccidere Giovanni Falcone, bisognava farlo subito, all’inizio del 1985’. Santapaola non ha mai voluto combattere lo Stato, neanche uccidere un poliziotto a Catania, non voleva la guerra con i carabinieri che definiva sempre ‘educatissimi ragazzi’. Una sola eccezione, e a malincuore, fu quella che portò alla morte dell’ispettore Lizzio… Poi cambiò qualcosa: nelle nostre riunioni si parlava di un vento nuovo. Una volta, nel 1992, Eugenio Galea, una sorta di ambasciatore della ‘famiglia’ Santapaola, tornò da Enna dove c’era stato un vertice con Totò Riina e ci disse che bisognava appoggiare un partito nuovo. Solitamente i vertici si tenevano ogni lunedì negli autogrill dell’autostrada Catania – Palermo, all’altezza di Termini Imerese.

Ogni provincia aveva il suo rappresentante”. Un nome che ricorre spesso nelle sue deposizioni è quello del faccendiere barcellonese Rosario Cattafi… “E’ una persona molto potente. Saro Cattafi per noi era più importante degli altri uomini d’onore perché eravamo convinti che fosse legato ai servizi segreti e anche alla massoneria. Cattafi rappresenta l’anello di congiunzione tra la mafia e il potere occulto. Del resto, molti capi mafia sono massoni. Lo zio Nitto diceva di essere un massone e, a quanto mi risulta, anche Totò Riina lo è”. Spesso nei suoi verbali si fanno riferimenti ad un partito nuovo, ai cambiamenti politici definiti necessari. Ma cosa sa dei rapporti tra Cosa Nostra e la classe politica? “Ognuno ha i suoi agganci. Ad esempio, a Catania i contatti li teneva personalmente lo zio Nitto, quindi non ho una conoscenza diretta di quei legami. Però, ricordo benissimo quando ci parlava dei suoi rapporti con i socialisti. Agli inizi degli anni ‘90 appoggiavamo il partito del garofano perché il ministro Claudio Martelli aveva promesso aiuti all’organizzazione. Aldo Ercolano aveva un rapporto con il ministro Gianni De Michelis. Sapevo di alcuni investimenti fatti assieme a Roma in alcuni negozi di via Condotti.

Rapporti buonissimi persino con Bettino Craxi. Fu proprio per fare un favore a lui che, nel 1992, in piena tangentopoli, avremmo dovuto uccidere l’allora giudice Antonio Di Pietro. L’omicidio si doveva fare a Bergamo, dove viveva Di Pietro. Per lui era pronta un’autobomba come per Giovanni Falcone. L’esplosivo sarebbe arrivato dalla ex Jugoslavia. Si decise il piano in un vertice all’hotel Excelsior di Roma: mi risulta che fossero presenti oltre a Marcello D’Agata ed a Eugenio Galea, anche un trafficante d’armi messinese, Filippo Battaglia, e il faccendiere Francesco Pacini Battaglia, oltre all’uomo dei servizi deviati, Saro Cattafi. Per eseguire l’attentato Marcello aveva scelto proprio me. Quell’assassinio sarebbe servito a togliere dai guai alcuni amici politici e imprenditori che erano indagati dal magistrato”. Perché non uccideste Antonio Di Pietro? “Alla fine non se ne fece nulla perché, secondo lo zio Nitto, i socialisti non avevano rispettato certi accordi. Ricordo in proposito che durante una riunione successiva venne ribadito il concetto: ‘Cazzi loro, non facciamo nessun favore ai socialisti dopo che ci hanno tradito…’. In quel vertice ad Enna si era parlato anche di un partito nuovo, formato da persone non compromesse con la politica, però legate a Casa Nostra. Eugenio Galea rimase perplesso. Alla riunione c’era anche Riina. Addirittura si parlò di una Sicilia indipendente. Siamo nel 1992. Di Forza Italia iniziai a sentirne parlare nel ‘93. Me lo disse Marcello D’Agata, allora in carcere per detenzione di armi. Venni a sapere che era nato un partito nuovo: era il mese di maggio. In seguito l’ordine fu di votare Forza Italia. Poi me ne parlò anche il nipote di Giuseppe Pulvirenti, detto u’malpassotu. La strategia era chiara: colpire lo Stato nei punti vitali. Un ricatto. ‘Noi la smettiamo, tu Stato cosa ci dai in cambio?’. In realtà, il nostro obiettivo era di spingere questa formazione politica a fare gli interessi dell’organizzazione mafiosa: soprattutto eliminare il 41 bis e screditare i pentiti”. Che strano!

La mafia doveva votare Forza Italia e intanto metteva le bombe alla Standa. Sembra un controsenso. “La bomba alla Standa di Catania fu un mezzo per costringere Marcello Dell’Utri a patteggiare con la nostra ‘famiglia’. Si diceva che avesse dei legami con i palermitani, ma noi catanesi eravamo decisi a stabilire con lui un rapporto autonomo. Santapaola voleva costringere il manager di Publitalia a venire ad un accordo. Così lo zio Nitto autorizzò Aldo Ercolano a bruciare la sede della Standa a Catania. I palermitani non la presero bene. Nacquero dei problemi che si sono risolti solo con l’arresto di Riina e Santapaola. Rapporti strani tra le cosche. Ad esempio, Santo Mazzei, nemico giurato di Santapaola, venne fatto uomo d’onore a Palermo per poi essere infiltrato a Catania. Lo stesso gioco che aveva fatto Nitto Santapaola con Calderone nel 1978”. Saranno anni d’incomprensioni, poi acuite dalla latitanza nel Barcellonese di Nitto Santapaola… Alla fine, come reagì Dell’Utri? “Scese a patti.

Per risolvere la vicenda Standa piombò subito in Sicilia In cambio – mi raccontò Marcello D’Agata – la ‘famiglia’ fece un grosso investimento di un centinaio di miliardi in attività della Fininvest. I contatti li prese Salvatore Tuccio, nostro rappresentante. Ci furono diversi incontri. Non è un caso che gli attentati terminarono dopo l’incontro tra Dell’Utri e lo zio Nitto. Diciamo che è vicina alla massoneria per alcuni ricevuti e fatti. Mi spiego meglio: certi omicidi sono compiuti per regalare favori alle logge. Per quanto mi risulti anche lo zio NItto era un massone. Tutti i capi mafia sono massoni. I collegamenti tra mafiosi e la massoneria sono necessari per garantirsi le coperture giudiziarie e per pianificare gli investimenti dell’organizzazione. Un esempio è la strategia del 1990. Fu Marcello D’Agata a confidarmi che Santapaola era entrato nella massoneria. Come Salvatore Riina. Poi c’era quel personaggio importante per la ‘famiglia’ che si chiama Saro Cattafi. Lui non è ‘uomo d’onore’, ma per Cosa Nostra rappresenta il collegamento tra politici e l’organizzazione. Io sapevo che apparteneva ai servizi segreti deviati. Mi risulta fosse anche lui un massone”. Lei ha dichiarato ai magistrati che il frutto di queste riunioni furono le stragi e le successive bombe. “Nel gennaio del 1992 trasportai 200 chili d’esplosivo a Termini Imerese con Marcello D’Agata all’interno di una Fiat Uno bianca. Non posso certo dire che siano serviti per la strage di Capaci. Sapevo, tramite Aldo Ercolano, che Cosa Nostra stava preparando degli attentati. Ero a conoscenza, inoltre, che c’era uno bravo a maneggiare l’esplosivo, credo che si riferissero a La Barbera. Già si parlava d’altri attentati. Uno di questi era quello del giornalista Maurizio Costanzo.

Sarà tutto vero perché questa è la strategia che usa Salvatore Riina. Nessuno avrebbe potuto contraddirlo, neppure Santapaola che è pur sempre secondo a Riina. Non dimentichiamo che il capo di Cosa Nostra è Totò Riina. Così, anche se capisce che Riina gli sta facendo le scarpe, deve stare al gioco. Altrimenti bisognava attaccare i corleonesi e noi non eravamo in grado di far loro la guerra. Già, perché loro sono tutta la Sicilia Occidentale”. In ogni caso, Benedetto Santapaola aderì alla strage. “Sì, ma con la morte nel cuore. Capiva che sarebbero poi accadute cose da pazzi. Decise così di non inviarmi all’appuntamento. Fu Marcello D’Agata ad avvertirmi che era troppo pericoloso anche perché meno persone mi conoscevano in faccia, meglio era per la nostra . Agli incontri per gli altri attentati del ‘93, invece, partecipai personalmente. Fui io, ad esempio, a verificare la possibilità dell’attentato di Firenze. Nella mia mente c’era il David di Donatello. Volevo mettere una bomba senza colpire le persone”. Non sono tardive queste sconvolgenti rivelazioni? “Ho sempre parlato di Marcello Dell’Utri ai magistrati fin dall’inizio della mia collaborazione. E vi ricordo che collaboro dal 1994. All’inizio avevo paura di parlare di certe cose perché conosco la forza di ed i suoi collegamenti con le Istituzioni. Chiunque avrebbe potuto tradirmi. Anche un capitano dei Carabinieri o un colonnello. Io non ho molto fiducia nello Stato. Avevo paura che parlando di certi personaggi o riunioni mi avrebbero ucciso anche in carcere. Anche se ho sempre messo in conto che uscendo da casa avrei potuto trovare la morte in qualsiasi momento. La morte ha sempre camminato con me! Non ho finito il mio lavoro di collaboratore e, interrompendolo ora, mi sembrerebbe di lasciare qualcosa d’incompleto”. Si rende conto che le sue dichiarazioni potrebbero aver firmato la sua condanna a morte? “Per questa mia scelta di collaborare con lo Stato, mi ha già condannato a morte. Però, loro sanno che non devono uccidere i familiari di Avola perché a quel punto sarei pronto ad uccidere i loro. Sono sempre un killer! L’obiettivo deve essere Maurizio Avola e basta. L’organizzazione sa che in ogni caso dal carcere esco prima io di loro. Se i miei capi prendono trent’anni, a me ne toccheranno ventinove, dunque uscirò prima… Io mi ricorderei sempre di chi ha ucciso mio figlio. Conosco i loro segreti e come agiscono. Per loro è facile attaccare una famiglia mafiosa. Ma difendersi da una persona sola è molto più difficile. Prendete Ferone, quello che ha ammazzato la moglie di Santapaola.

E’stato scoperto perché ha chiesto aiuto ad altre persone. Se avesse agito da solo non lo avrebbero mai individuato. Che fosse stato un pentito ad uccidere la moglie di Santapaola, lo avevo intuito subito. Lo dissi immediatamente al giudice Amedeo Bertone. Sbagliai solo il nome del sicario. Il fatto è che nessuno dell’organizzazione si sarebbe potuto permettere di uccidere la moglie di Nitto. La decisione di Ferone maturò solo per un desiderio di vendetta. La mafia catanese gli aveva ucciso il padre ed il figlio! Oggi sono tremendamente incazzato con lo Stato che ha tradito la mia fiducia. Mi hanno lasciato senza documenti di copertura, hanno abbandonato al loro destino mia moglie e i miei figli. Mi hanno trattato male. Sono convinto che certi atteggiamenti siano stati provocati dal fatto che abbia parlato di stragi, fatto nomi importanti, richiamato in gioco i servizi segreti, di aver coinvolto le logge massoniche. I giudici di Catania che mi hanno gestito, però, sono degli onesti. Su tutti, il dottor Amedeo Bertone e Nicolò Marino. Lo stesso non posso dire delle Istituzioni di Roma”. Anche lei si è pentito di essere un pentito? “Forse sì. Io ho iniziato a collaborare perché Nitto Santapaola mi voleva uccidere. Era già toccato al mio amico fraterno Pinuccio DI Leo.

Dopo “Pinuccio” era arrivato anche il mio turno. Se sono ancora vivo, lo devo al mio sangue freddo ed alla presenza di un poliziotto. I killers che mi dovevano sparare hanno avuto paura della polizia. Quei giorni hanno segnato la mia vita… Tutto era iniziato perché Pinuccio Di Leo non c’era più con la testa. Aveva paura di essere arrestato dopo il pentimento di Claudio Severino Samperi. Voleva scappare da Catania. E questi segni di debolezza all’interno dell’organizzazione alla fine li paghi. Non puoi lamentarti, né mostrare la tua paura se vuoi rimanere vivo dentro . Su ordine della ‘famiglia’, lo convocai a casa mia. Lo eliminò un amico poliziotto sparandogli due colpi alla nuca. Nel nostro gruppo c’erano carabinieri e poliziotti che la mattina facevano finta di indagare sugli omicidi da loro commessi. Una volta ci anticiparono una perquisizione nella zona dove si nascondeva lo zio Nitto e riuscimmo ad avvertirlo. Sono stati tutti arrestati e condannati all’ergastolo. Dopo aver eliminato Pinuccio, presi a schiaffi il suo cadavere. Gli urlai, quasi disperato: ‘E’ stata solo colpa tua. Mi hai costretto ad ucciderti!’. A conti fatti, devo ammettere di aver sbagliato a pentirmi. Ho messo a repentaglio la vita dei miei figli, di mia moglie, quella dei miei genitori, sono io stesso a rischio. Adesso vivono sotto protezione in una località segreta, ma non basta. La famiglia di Avola potrebbe rimanere uccisa se lo Stato decidesse di rispedirla a Catania. Spero che almeno questo patto lo Stato lo mantenga. La giustizia sa cosa ha riferito Maurizio Avola.

Ho raccontato tutti gli affari di Cosa Nostra. Ho verbalizzato per tre mesi ininterrottamente dal lunedì al venerdì, dalla mattina alla sera. Da luglio del ‘97 sono senza protezione per via delle rapine compiute a Roma. Dopo la mia scelta di sfidare lo Stato con quelle rapine, avrei voluto mandare tutti a quel paese. Io spero che lo Stato mi dia un’altra possibilità”. Nonostante tutto, nutre ancora la speranza di potersi rifare una vita? .”Sì. Continuo a ripetermi che domani uscirò… sarà difficile ma io devo vivere con questa speranza. Non è facile sopportare certe umiliazioni. Minchia, come vorrei tornare indietro… Quando vado a deporre ai processi e vedo dietro le gabbie i ragazzi cui ho insegnato a sparare, mi sento una carogna, vorrei essere al posto loro con quelle facce fiere che non hanno nulla di cui pentirsi. Un giorno, Salvatore Barcella, un ex poliziotto che faceva il killer per conto di Santapaola, gridò in aula: ‘Signor Presidente, mi vergogno per Avola!’. Credetemi, sentire quelle parole uscire dalla bocca di un poliziotto, per giunta corrotto, mi ha fatto sentire una merda… Guardate questo dito, è quello che premeva il grilletto della pistola, vedete è ancora consumato. Ora, altro che pistola: sparo solo cazzate. Se sono ancora disponibile a collaborare lo devo a mia moglie che mi ha convinto a tenere duro. E’ solo per merito suo se sto continuando a parlare con i giudici”.

Da: IMGpress

Antonino Giuffrè e la legge sui pentiti

Antonino Giuffrè fu catturato nelle campagne vicino a Cacciamo, un paesino a 40 chilometri da Palermo. A Cacciamo, Giuffrè era capo mandamento, un mafioso di altissimo livello, molto vicino a Bernardo Provenzano, che aveva incontrato un mese prima di essere arrestato. Giuffrè si era assunto il delicato compito di ricostruire Cosa nostra dopo i danni inflitti da polizia e magistratura con la cattura e i processi di molti affiliati. Due mesi dopo l’arresto, Giuffrè disse ai magistrati di essere disposto a collaborare con loro. Il pomeriggio del 20 gennaio 3003, Giuffrè depose al processo contro Marcello Dell’Utri, senatore siciliano di Forza Italia accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, condannato in prima istanza con sentenza dell’ 11 dicembre 2004. Berlusconi e Dell’Utri erano amici intimi da molto tempo ( si erano conosciuti all’Università), e Dell’Utri in seguito aveva lavorato per Berlusconi ed era diventato la forza trainante che stava dietro al suo ingresso in politica. Giuffrè non si trovava a Palermo al momento di deporre. Si trovava in prigione: la sua testimonianza da una località segreta è stata ascoltata grazie ad una videoconferenza. Il grande schermo nell’aula di tribunale di Palermo mostrava le spalle arrotondate di un uomo quasi calvo, con indosso una giacca biancastra. Giuffrè parlava lentamente, a volte passando le dita sul bordo del tavolo, altre volte giocherellando con una penna nella mano sinistra.

In aula Dell’Utri, vestito elegantemente, con occhiali dal bordo d’oro, stava seduto impassibile, a braccia incrociate. I suoi avvocati avevano obiettato che la deposizione di Giuffrè era inammissibile, ma la corte aveva rigettato l’istanza e aveva deciso di acquisire la deposizione del pentito.

L’obiezione degli avvocati di Dell’Utri si basava su una legge approvata nel 2001, che fissava un tempo limite di sei mesi entro il quale i collaboratori di giustizia dovevano raccontare ai magistrati tutto quello che sapevano. Dal momento in cui decidevano di vuotare il sacco, i collaboratori di giustizia avevano sei mesi per dire tutto, fino in fondo. Una volta esaurito questo periodo, qualsiasi fatto, o informazione, venva considerata ininfluente ai fini processuali tanto da non venire neanche acclusa al processo.

<>, ha osservato Gozzo, che faceva parte del gruppo di magistrati che hanno messo sotto processo Dell’Utri. Giuffrè era stato un criminale per trent’anni, e sei mesi non erano sufficienti. Era impossibile per Giuffrè raccontare tutto entro la meta di dicembre del 2002 ( entro il quale scadevano i sei mesi)

Uno dei problemiera organizzare gli incontri con tutti quei magistrati ( non sono in Sicilia ma in tutta ltalia) che volevano interrogarlo.

Altrettanto importante, però, era il tempo necessario per convincere Giuffrè a raccontare ai giudici tutto quello che sapeva. I mafiosi avevano talmente tante riserve a parlare della mafia, prima fra tutte quell’omertà che li lega fra di loro, che all’inizio non offrivano una piena collaborazione. I pentiti dovevano prima completare un percorso psicologico e il limite dei sei mesi non teneva conto di questo elemento. Inoltre, scaduto il termine dei sei mesi, i pentiti non potevano più dire nulla.

Per far cambiare la legge, una settimana dopo la morte di Caponnetto, il 6 dicembre 2002, la vedova ottantenne, Elisabetta, scrisse al ministro della Giustizia di Berlusconi per chiedergli di estendere il dannoso limite dei sei mesi. <>, scriveva. Nonostante il voto unanime della Commissione parlamentare Antimafia e gli appelli del Procuratore Antimafia e dei magistrati di Palermo, il ministro rifiutò ostinatamente di estendere il periodo di sei mesi, dicendo che i pro e i contro di questa proroga si compensavano. << Vorrei che mi aiutasse a rispondere a questa domanda che mi assilla: Ministro, quali sono i contro?, ha chiesto Elisabetta Baldi Caponnetto. Il ministro di Berlusconi non ha cambiato idea, ma la vedova di Caponnetto ha sentito il calore e la solidarietà di tanti italiani per bene, magistrati e gente comune, che si sono recati a Firenze per assistere ai funerali di suo marito e rendergli omaggio. Il governo Berlusconi, oltre a farsi notare per la sua assenza quel giorno, sembrava voler limitare le rivelazioni di Giuffrè

Ecco tutti i procedimenti giudiziari subiti da Dell’utri

False fatture e frode fiscale

È stato condannato in via definitiva a Torino, a due anni di reclusione per false fatture e frode fiscale.

Tentata estorsione

È stato condannato in primo grado a Milano a due anni di reclusione per tentata estorsione ai danni di Vincenzo Garraffa (imprenditore trapanese), con la complicità del boss Vincenzo Virga (trapanese anche lui).

Concorso esterno in associazione mafiosa

Le indagini iniziano nel 1994 con le prime rivelazioni che confluiscono nel fascicolo 6031/94 della Procura di Palermo.

Il 9 maggio 1997 il Gip di Palermo rinvia a giudizio Dell’Utri, e il processo inizia il 5 novembre dello stesso anno.

In data 11 dicembre 2004, il tribunale di Palermo, ha condannato Marcello Dell’Utri a nove anni di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il senatore è stato anche condannato a due anni di libertà vigilata, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento dei danni (per un totale di 70.000 euro) alle parti civili, il Comune e la Provincia di Palermo.

Nel testo che motiva la sentenza si legge:

“la pluralità dell’attività posta in essere da Dell’Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l’altro offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici”

Calunnia pluriaggravata

È imputato a Palermo per calunnia aggravata ai danni di alcuni pentiti. Secondo l’accusa avrebbe organizzato un complotto con dei falsi pentiti per screditare dei veri pentiti che accusavano lui ed altri imputati. Per questa accusa, il Gip di Palermo dispose l’arresto di Dell’Utri nel 1999, ma il Parlamento lo bloccò.

Dell’Utri: bell’amico Berlusconi

Ma pensateci bene. Che cosa direste voi di un amico che, sapendovi ingiustamente accusato, non si presentasse a testimoniare a vostro favore nel processo in cui siete imputati? La vicenda Berlusconi-Dell’Utri-magistrati palermitani presenta anche questo risvolto umanamente inquietante, che illumina da una particolarissima angolazione lo stato morale del paese e di chi lo governa. Su Marcello Dell’Utri pende un’accusa mica tanto da ridere, concorso esterno in associazione mafiosa. Un’accusa che può fare un baffo a chi, anche a sinistra, davvero non resiste alla tentazione di frequentare il mondo che conta (spassosissimo, di recente, un vademecum della poetessa Patrizia Valduga per informare preventivamente chi, non resistendo alle sirene del potere, è – a cose fatte – sempre pronto a spiegare con finto candore di non avere mai saputo che quel luogo o rivista o cenacolo fosse «roba di Dell’Utri»).

Un’accusa che però, sul piano della reputazione politica e civile e morale, qualcosa vuol dire. Ebbene, il presidente del Consiglio è da tempi immemorabili amico dell’imputato-senatore. È stato da sempre suo stretto compagno di avventura, in affari come in politica. Ha con lui rapporti di intimità risaputa. E’ Dell’Utri che gli trova il famoso stalliere di Arcore per proteggerlo, si dice, dai sequestri di persona. È Dell’Utri che lo aiuta a costruire Publitalia e Forza Italia. Eppure, quando è il momento di dimostrare sul serio i carati di questa amicizia, il capo del governo tace, sceglie la via del silenzio. Se capitasse a uno di noi di vedere ingiustamente accusato un amico fraterno, ci documenteremmo, consulteremmo con pignoleria le nostre agende, ci presenteremmo spontaneamente dai magistrati per dire che è innocente, l’amico carissimo; e che lo sappiamo per certo, che se hanno dei dubbi possiamo noi provare a fugare i dubbi; nei limiti, si intende, delle nostre conoscenze. Le quali, per quanto circoscritte, potrebbero però essere decisive per discolparlo, per rendergli l’onore. E viceversa, se fossimo noi gli accusati ingiustamente, ci adireremmo di giusto furore verso l’amico che non solo evitasse rigorosamente di presentarsi ai magistrati ma che addirittura, da loro interpellato, si rifiutasse di difenderci.

È davvero stupefacente, a mente un po’ fredda, quanto è accaduto sotto gli occhi degli italiani. Un Berlusconi certo, assolutamente certo della persecuzione subita dall’amico. Che tale persecuzione ha denunciato pubblicamente con toni stentorei in mille sedi. E che poi quando può dirlo e spiegarlo nelle sedi decisive sta zitto, rinnovando l’antropologia delle tre scimmiette. Come farà d’ora in poi, il capo del governo, a sostenere l’innocenza del senatore palermitano? Se, come io credo e come con tanta foga sostiene la maggioranza governativa nei suoi programmi, viene prima la persona dello Stato, la comunità prima delle istituzioni, il messaggio che ne arriva sul piano umano è sconvolgente. Quello di un paese dove neanche i valori primari della solidarietà e dell’amicizia tengono più, al di qua della legge.

E la legge? La legge, lei, latita anch’essa in abbondanza. Può darsi infatti che il capo del governo non abbia voluto aprir bocca perché non è poi tanto sicuro dell’innocenza tante volte gridata. Perché sa che l’amicizia tra lui e Dell’Utri è cresciuta in spazi che non possono essere (comunque) descritti senza produrre ombre, senza togliere da una parte quel che si aggiunge dall’altra. La legge latita perché da oggi ogni adolescente a cui si chiede di studiare educazione civica sa che un presidente del Consiglio (così come ai suoi tempi il Cossiga presidente della Repubblica) può non testimoniare davanti ai magistrati. Sa che il comportamento dei vecchi contadini in coppola di Corleone – più e più volte mandati in onda da tivù maramalde mentre spiegavano di non sapere niente e di non avere visto niente – è andato al governo del paese. Chissà anzi se di fronte a questi pesantissimi silenzi che tornano nella vita della Repubblica, vi sarà ancora qualcuno che avrà voglia di spiegarci con fare da maestrino saccente che questo Paese ha una storia tutta alla luce del sole. Chissà se saremo ancora bruscamente catechizzati da chi non vuol sentir parlare di storia sotterranea, da chi scomunica l’idea di una storia complementare (non «parallela») che scorre ai limiti o fuori della legalità.
La legge. Strana e astratta entità in questa Italia che ha promesso il grande cambiamento che ci farà felici. Precaria e nemica perfino quando può onorare i rapporti umani. Nemica quando si fanno affari. Nemica quando si fa politica. Quando si fa la Cirami.

Ma anche quando si riscrive la Costituzione, la nostra legge principale, la legge delle leggi. Cambiata, la Costituzione, con uno schioccar di dita, pochi giorni e via, c’è fretta – onorevoli – c’è fretta. Cassando come furie gli emendamenti. C’è in discussione una sequenza di emendamenti che iniziano con la locuzione «fermo restando»? Facile, si mette ai voti il «fermo restando», lo si boccia, et voilà, saltano tutti gli emendamenti che iniziano con quella locuzione. In blocco. Direte: ma «fermo restando» che cosa? E che cosa si propone dopo il «fermo restando»? Non importa. Il potere emendativo del parlamento, potere costituzionale, non è più un vincolo da rispettare neanche per cambiare la Costituzione.
Giorni fa – insisto, insisto, perché a nessuno è sembrato grave – un senatore della opposizione è stato sostituito da un senatore della maggioranza con un voto, ovviamente, a maggioranza: dichiarato «ineleggibile» non dopo un conteggio più accurato dei voti ottenuti nel maggio del 2001, ma dopo un’analisi «probabilistica» di un campione di voti. Come se con questi criteri (ossia conteggiando i voti per campioni) si potessero da domani eleggere i rappresentanti del popolo.
Su questo sfondo si agitano e parlano e declamano Baldassarre e Albertoni (assessore regionale, cose da pazzi…), e gli altri, i tanti altri della colorita carovana. Fra alluvioni, terremoti, crisi e venti di guerra la Berlusconi Band continua a suonare. Nell’anarchia rivendicata dalle legioni di orchestrali c’è del metodo. Questo bisogna ammetterlo.

Nando Dalla Chiesa

Mafia, al via il processo d’appello a Dell’Utri

L’imputazione è concorso esterno in associazione mafiosa. Il senatore di Fi, condannato in primo grado a nove anni: ”Contro di me accusa politica”

”L’accusa del processo di primo grado era una accusa politica e oggi lo dico con più certezza di prima”. Così si è espresso il senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri (nella foto) fuori dall’aula della Corte d’Appello di Palermo dove si è aperto questa mattina il processo di secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri, in primo grado, aveva subito una condanna a nove anni, emessa nel dicembre del 2004.
Camicia bianca, cravatta color melanzana e vestito antracite in fresco di lana, Marcello Dell’Utri è apparso tranquillo e sorridente. ”Sto bene – ha detto, sono tranquillo, non ho tic nervosi e dormo benissimo”.
Ma il senatore si è presentato di fronte ai giudici con qualche novità. Fra le fila dei difensori una sola conferma. ”E’ un altro campionato e si cambia squadra – ha dichiarato con una metafora calcistica in linea col periodo – poi qualche giocatore rimane”.
Poi ha cominciato a parlare toccando subito il tema del giorno, la decisione della difesa di citare in aula anche l’ex premier Silvio Berlusconi, che in primo grado, interrogato dai pm, si era avvalso della facoltà di non rispondere. ”Berlusconi è un teste come un altro – ha detto Dell’Utri – ed è giusto che venga citato”. E sulla possibilità che si possa avvalere nuovamente della facoltà di non rispondere, ”non ha nessuna importanza – ha dichiarato – era normale citarlo, il processo ha una sua vita con degli episodi che capitano, e questo è uno dei tanti”. A deporre verrà inoltre chiamata la cognata dello stesso Dell’Utri, Maria Pia La Malfa.
Il senatore ha anche negato la conoscenza del mafioso Vito Roberto Palazzolo. Uno dei nuovi capi d’accusa che verranno presentati durante il processo. ”Non conosco questo signore – ha detto Dell’Utri – non so nemmeno chi è, è una pura e santa invenzione, santa per l’accusa naturalmente, perché ormai se non ti trovano delle cose che possono riaccendere il processo non sono contenti.

Una cosa allucinante, semplicemente allucinante”.
”Mi aspetto che venga fatta giustizia. Come tutti gli imputati. Mi aspetto, soprattutto, che sia un processo meno pesante e meno lento di quello di primo grado” ha poi aggiunto il senatore, che ha anche ammesso di non aver mai letto la precedente sentenza che lo riguarda. ”Non sono mica un avvocato, anche se leggo la sentenza non ci capisco niente. Non mi interessa leggere le accuse che mi riguardano”. Ha anche annunciato che sarà sempre presente durante il processo di secondo grado. ”E’ giusto – ha detto – che l’imputato sia sempre presente”.
Riferendosi alle dichiarazioni spontanee rese pochi giorni prima della sentenza di primo grado, Dell’Utri ha detto seccamente: ”Sono pentito di tutte le dichiarazioni spontanee che ho fatto. Sono inutili perché non servono a niente, l’ho capito dopo, tanto non ti stanno neanche a sentire. Puoi solo aggravare la tua posizione, non certo migliorarla. E’ un errore che non ripeterò mai più”.
Per l’avvocato Alessandro Sammarco, uno dei nuovi legali del senatore di Forza Italia, il castello accusatorio ”è una costruzione virtuale”. Anzi, ”una storia basata su illazioni, sospetti e congetture”. ”Di prove – ha insistito Sammarco – non c’è neanche l’ombra. Questo processo è il monumento a quello che avrebbe potuto essere, ma il processo non si fa su storie virtuali. Tutto questo non può portare ad una condanna”.

Ma in apertura, il giudice a latere, Salvatore Barresi – affiancato da Sergio La Comare – ripercorrendo le tappe del processo ha ricordato ”i contatti personali di Marcello Dell’Utri con alcuni personaggi di Cosa Nostra come Stefano Bontade (boss ucciso nell’81, ndr), ”l’assunzione di Vittorio Mangano nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi”, e gli interventi dello stesso Dell’Utri ”nei momenti di crisi tra la Fininvest e Cosa Nostra”.
Il giudice Barresi, ha proseguito quindi nel pomeriggio con la lettura della relazione introduttiva, durante la quale ha ripercorso tutti i momenti del processo di primo grado e dei motivi d’appello della sentenza. La relazione introduttiva proseguirà anche mercoledì prossimo 5 luglio quando è stato appunto rinviato il processo, passando poi alle richieste di accusa e difesa.

La “strepitosa carriera di un allenatore – La sua storia, da amante del calcio a braccio destro di Berlusconi

Leggendo la biografia di Marcello Dell’Utri – che, condannato a 9 anni in prima istanza per concorso esterno in associazione mafiosa è tornato ieri (arrivando in ritardo) in aula a Palermo dove si celebra il processo d’appello, in attesa che il suo amico-padrone Silvio Berlusconi, citato dalla difesa, venga a testimoniare – la domanda che sale spontanea ma prepotente potrebbe apparire fuori tema: chissà che cosa pensa di Moggi? Perché tutto cominciò proprio da lì, da un pallone, in uno dei tanti campetti periferici di Palermo.
Cosa ci faceva Marcello Dell’Utri, laureato in giurisprudenza alla Statale di Milano, già amico di Berlusconi che aveva smesso di cantare sulle navi da crociera e il cui cervello snocciolava cifre e dividendi, in quel campetto da calcio? Allenava la squadra dell’Athletic Club Bacigalupo, in qualità di direttore sportivo. E curava amicizie. Come quella di Gaetano Cinà, proprietario di lavanderie e boss della famiglia di Malaspina, il cui figlio giocava nella squadra della quale Cinà, per oltre dieci anni, era stato dirigente. Come quella con Vittorio Mangano, giovane emergente del clan mafioso di Porta Nuova, che poi Dell’Utri porterà ad Arcore come stalliere di Berlusconi.
Si dirà: ma che razza di carriera può essere, per un brillante giovanotto siciliano laureato in giurisprudenza a Milano, amante dei classici, quella di allenatore di squadrette di calcio? Eppure è proprio il pallone che pone le basi di una carriera che porterà il giovanotto ambizioso ad essere l’ideatore della società di pubblicità che riempie le casse di Berlusconi di miliardi come granelli di sabbia, e ad essere con Berlusconi il co-fondatore di Forza Italia, di cui diventa parlamentare, poi parlamentare europeo.

Tutto da lì ha inizio. Prima, nel 1964, accanto a Berlusconi, il quale, probabilmente già sognando il Milan, sponsorizza la squadretta di calcio di cui Dell’Utri è allenatore. Poi a Roma, dove si trasferisce nel 1965, e dove fonda e dirige il Centro Elis, una scuola di formazione sportiva dell’Opus Dei

Si, nessun errore, proprio Opus Dei. Nel 1967 è di nuovo a Palermo, ad allenare l’Athletic club Bacigalupo. Se è un trampolino, funziona.
Nel 1970 Dell’Utri è in banca a Catania, Cassa di Risparmio per le province siciliane, poi alla filiale di Belmonte Mezzano. Appena due anni (1973) ed è promosso alla direzione generale della Sicilcassa a Palermo, servizio di credito agrario. Se come allenatore di calcio ha curato amicizie che torneranno, nella sua carriera, sarebbe interessante conoscere le amicizie curate da bancario.
Sembrerebbe la traccia di una sicura ascesa. E, invece, dopo appena un anno si interrompe. Finito il praticantato? Stufo di conti? Pronto per il gran salto?

E’ Berlusconi a richiamarlo a Milano nel 1974. Diventa il segretario, l’uomo di fiducia. Cura le prime scalate dell’Edilnord, la primogenita da cui – e ancora non si sa bene come – nasce l’impero di Silvio. Fedelissimo. Paziente. Cura persino la ristrutturazione della villa di Arcore, che Berlusconi ha comprato a prezzo stracciato, grazie all’intermediazione di “Cesarone” Previti, dall’erede orfana del marchese Casati. E ad Arcore, il 7 luglio 1974, porta Vittorio Mangano come stalliere.
A questo punto un nuovo salto della quaglia. Molla la Edilnord di Berlusconi e va alla Inim di Rapisarda. Bel personaggio, il Rapisarda, con relazioni in odore pericoloso, ma potente: Ciancimino, la “famiglia” dei Cutrera-Caruana. Il nostro vaga qua e là: amministratore delegato di una società che finisce in bancarotta, trafficante di “cavalli” – il termine usato nelle telefonate intercettate dalla Criminalpol di Milano – con quel bel figuro di Vincenzo Mangano, ospite a Londra al matrimonio di Jimmy Fauci. Otto anni un po’ qua e un po’ là.
Poi, nel 1982, ce lo ritroviamo come dirigente di Publitalia ’80, la società di raccolta pubblicitaria della Finivest, presidente e amministratore delegato. Due anni dopo (1984) è amministratore delegato della Finivest. Ancora qualche anno (1993) e fonda Forza Italia assieme a Silvio Berlusconi. Nel 1995 primo arresto a Torino, con l’accusa di aver inquinato le prove nell’inchiesta sui fondi neri Publitalia. E comincia l’indagine per mafia a Palermo.

Mentre le inchieste procedono, viene eletto deputato nelle liste di Forza Italia. Nel 1999 viene condannato a 2 anni e 3 mesi per frode fiscale e false fatture, ma nello stesso anno viene eletto parlamentare europeo, e due anni dopo, nel 2000, è senatore. Sempre per Forza Italia.
E il pallone? Se non ci fosse stato il pallone, non ci sarebbe stato Gaetano Cinà. E, senza Cinà, non sarebbe stato prima imputato e poi condannato per associazione esterna mafiosa, una inchiesta cominciata in gran segreto proprio nel lontano 1994 e in cui non si fa neppure il suo nome, ma solo “imputato M”, per timore di fuga di notizie, e per la quale viene rinviato a giudizio nel 1997 e condannato sette anni dopo, nel 2004. Nove anni a lui, sette a Cinà. Che in appello non c’è, perché nel frattempo è deceduto. Secondo i giudici di primo grado Dell’Utri è stato il tramite, “consapevole e volontario”, con Cosa Nostra, “agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici”.
Un processo fiume. Una quarantina i collaboratori di giustizia ascoltati, un dossier di centinaia di migliaia di pagine, Berlusconi indagato per cinque volte, e per cinque volte le accuse archiviate, una requisitoria durata 18 udienze, che ha prodotto una memoria conclusiva dei pm di 2500 pagine, una memoria difensiva di 1280 pagine, illustrata in 25 udienze. Tutto vero per l’accusa e il tribunale, tutto falso e indiziario per la difesa.

Adesso gran parte della squadra di difesa è cambiata. Memore dei ricordi del pallone, Dell’Utri lo ha spiegato con un paragone calcistico: è un nuovo campionato, la squadra si cambia, anche se qualcuno resta. Ed ha poi aggiunto di sperare in un processo “meno pesante e meno lento”. Lui comunque ci sarà, a tutte le udienze. E Berlusconi? “E’ un teste come un altro. Non so se si avvarrà della facoltà di non rispondere, come ha fatto in primo grado. Sarà lui a deciderlo”. “Berlusconi – sottolinea l’Economist, che ha dedicato una ampia anticipazione al processo – non è direttamente coinvolto”. Ma poi il quotidiano inglese induge sulla strategia dei magistrati, e parla di nuovi elementi che verrebbero presentati nell’appello. Tra questi una testimonianza nell’ambito dell’inchiesta sulla morte, sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, del banchiere Roberto Calci. I giudici palermitani – sostiene l’Economist –vogliono accertare se Calvi, che avrebbe beneficato di investimenti della mafia, nella prima metà degli anni ’70, abbia effettuato investimenti nella Fininvest. Una delle operazioni estere di Calvi, aggiunge l’Economist, riguarda la società Capitalfin International e una propria sussidiaria, la Fininvest Limited-Gran Cayman nel 1947. Risulterebbe poi che il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi avrebbe acquistato una consistente quota della Capitalfin. L’economist ricorda anche, però, che la Fininvest ha avviato, nei confronti del consulente che ha trovato queste tracce, una azione legale, sostenendo che il suo lavoro per i magistrati dell’inchiesta sulla morte di Calvi è stato negligente ed ha causato danni alla società.
Un processo meno pesante e meno lungo? Se questo nuovo materiale è solo un assaggio, difficile che le speranze di Dell’Utri possano avverarsi.

L’allievo ripetente

“L’allievo ripetente”, di Marco Travaglio, Ora d’aria, l’Unità, 23 agosto 2008

http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2002528.html

Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone… non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”. Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, a procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone.

Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier. Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici (“comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro”), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una “visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale”. Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione).

Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica. E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame.

Incontri al vertice

Benny Calasanzio riporta sul suo blog la ricostruzione giudiziaria di un’incontro avvenuto nel 1974 tra Silvio Berlusconi e l’allora capo dei capi di Cosa Nostra, Stefano Bontate:

http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/08/berlusconi-ovvero-lunico-che-non-pu.html

1974, Milano. Dal libro “Fratelli d’Italia” di Ferruccio Pinotti. Dalle dichiarazioni di Francesco Di Carlo, ex boss collaboratore di giustizia. Stando agli atti del processo Dell’Utri, nel 1974 Silvio Berlusconi ebbe contatti proprio con Stefano Bontate e con altri esponenti di Cosa Nostra: l’incontro sarebbe avvenuto a causa delle minacce di rapimento di cui Silvio Berlusconi e la sua famiglia erano oggetto. Scrivono i magistrati: “Di Carlo riferisce di aver partecipato personalmente ad un incontro a Milano, in Foro Bonaparte, sede della Edilnord di Berlusconi. Incontro cui parteciparono anche Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Marcello Dell’Utri e Gaetano Cinà. Di Carlo: Siamo entrati e a venirci incontro è stato proprio Marcello Dell’Utri, che io conoscevo. E’ una persona bassina. Ci ha salutati, una stretta di mano, con Tanino (Cinà, ex medico di Totò Riina, condannato a nove anni assieme a Dell’Utri per mafia) si è baciato, con gli altri si, con me no. Tra di loro si davano del tu. Siamo entrati in una grande stanza e c’era una scrivania. C’era qualche divano per sedersi, delle sedie. Ci siamo seduti là. Dopo un quarto d’ora è spuntato questo signore sui 30 anni, 30 e rotti anni, e ci hanno presentato il dottore Berlusconi…”. Pm: “Ricorda chi faceva le presentazioni?”. Di Carlo: “Dell’Utri, ma Berlusconi conosceva già Gaetano Cinà”. […] Dell’Utri era con un vestito blu, giacca e cravatta. Il dottore Berlusconi non era quello di adesso, senza capelli. Aveva i capelli, era un castano chiaro, aveva una camicia sotto e un maglioncino a girocollo e un jeans, un pantalone sportivo comunque. Abbiamo scherzato di questo con Bontate e Teresi dopo. Ovvero il fatto che abbiamo passato un’ora a prepararci, come le donne quando si truccano, e quello è venuto in jeans e maglioncino” . Dopo i convenevoli, si passa al tema dell’incontro. Racconta Di Carlo: “Sono andati nel discorso della garanzia perché Berlusconi era preoccupato. […] Stefano Bontate gli fece raccontare la situazione. Lui disse che aveva dei bambini, dei familiari, che non stava tranquillo, che avrebbe voluto una garanzia. Berlusconi disse: “Marcello mi ha detto che lei è una persona che può garantirmi questo ed altro”. Allora Stefano, modesto, rispose: “No, io sa… però lei può stare tranquillo, se lo dico io può stare tranquillo. Lei avrà persone molto vicine, che qualsiasi cosa chiede sarà fatta. Poi ha Marcello qua vicino e per qualsiasi cosa si rivolga a lui”. Disse che oltre a Marcello gli mandava qualcuno, una persona molto vicina a loro. Disse: “In ogni caso Marcello può garantire perché è una persona molto vicina a noialtri”. Pm: “Poi avete discusso della persona fidata da mandare a Berlusconi?”. Di Carlo “Non mi ricordo se già c’era andato Mangano. Quando ne parlammo Teresi disse: “Ma c’è già Vittorio, perché questo Vittorio è amico di Dell’Utri. Per quello che deve fare va bene Mangano, perché in Cosa Nostra non è la presenza che conta, c’è Cosa Nostra che protegge, basta che si sappia che uno è protetto da Cosa Nostra e può stare tranquillo”. Poi Bontate chiede a Berlusconi il motivo per il quale non venga ad investire in Sicilia, e il futuro premier risponde: “Ma come, con i meridionali e i siciliani (in quegli anni a Milano erano siciliani e calabresi protagonisti dei sequestri) ho problemi e debbo venire là?”. Di Carlo conclude: “Berlusconi alla fine ci ha detto che era pure a disposizione per qualsiasi cosa. E “a disposizione” non so se per i milanesi abbia un senso differente che per i siciliani – perché noialtri, quando ci dicono “a disposizione”, in Cosa Nostra, si deve essere disponibili a tutto”.

Dato che quanto sopra è un fatto certo, agli atti del processo dell’Utri, in un paese normale la stampa avrebbe dovuto porre le seguenti domande:

  1. Perchè il boss dei boss di Cosa Nostra ritiene tanto importante il fatto di doversi recare personalmente a Milano per discutere con l’allora giovane imprenditore Silvio Berlusconi?
  2. Quali importanti interessi legano i due personaggi, tanto importanti da non poter essere delegati ad uno degli uomini di fiducia del capo dei capi, ma richedevano il suo personale intervento?
  3. Perchè il capo dei capi e i suoi uomini di fiducia si preparano con cura [“…abbiamo passato un’ora a prepararci, come le donne quando si truccano…“] all’incontro con Silvio Berlusconi? Chi è veramente Silvio Berlusconi se un uomo sanguinario come bontate lo tiene in così grande rispetto?
  4. Di quali garanzie aveva bisogno Berlusconi dal capo di cosa nostra? E perchè?
  5. Bontate disse a Berlusconi: “qualsiasi cosa chiede sarà fatta”. Che cosa rappresentava Berlusconi per avere una tale disponibilità da parte del capo di Cosa Nostra?
  6. Com’è stato possibile che Marcello Dell’Utri, che secondo la ricostruzione è uomo di fiducia di Stefano Bontate è poi diventato l’organizzatore del principale partito di governo e uno dei politici più influenti d’Italia.
  7. Perchè capo di Cosa Nostra dice che Silvio berlusconi “…è protetto da Cosa Nostra e può stare tranquillo…“?
  8. Cosa intendeva Berlusconi quando diceva al capo di Cosa Nostra che era “a disposizione per qualsiasi cosa“?