Tutti i capi mafia sono massoni

Riporto integralmente il testo di un’intervista al collaboratore di giustizia Maurizio Avola, dal sito:

http://www.rifondazione-cinecitta.org/dellutri.html

Signor Avola, il suo passato rappresenta o no un tormento? “Se fossi davvero pentito, sì, lo sarebbe. Ma io sono soltanto un collaboratore di giustizia, il mio unico rimorso è di aver messo nei guai la mia famiglia condannandola a vivere nel terrore della vendetta di . Sono stato egoista con i miei figli. E’ vero, lo Stato dopo la mia collaborazione mi ha scarcerato, ma non era quello che volevo. Avrei desiderato rifarmi una vita all’estero, utilizzando documenti che mi avrebbero regalato una nuova identità. Alla maniera dei collaboratori dell’Fbi. Mi sarebbe piaciuto trasferirmi in Germania o in Olanda. Ma i patti non sono stati rispettati. Le mie confessioni valevano per lo Stato uno stipendio mensile di due milioni e seicentocinquantamila lire. Non pochi, potevo campare bene, ma le promesse erano altre. Mi sono sentito tradito anche perché mi sequestrarono una villa da settecento milioni che non avevo finito di pagare. Volevo andare in Sudamerica e loro niente. Ho così commesso delle sciocchezze, partecipando a quelle rapine romane, ma, ripeto, era un atto di sfida allo Stato che mi aveva profondamente deluso. In più, sono finito in una sezione carceraria con persone immonde: omosessuali, drogati, bruti. Per il mio senso dell’onore, era davvero troppo. Ho pensato addirittura al suicidio. In Cosa Nostra è l’unico modo per salvare la famiglia, come ha fatto Nino Gioè. Però, ho giurato a mia moglie che non tornerò mai più indietro, per questo motivo sto continuando a collaborare”. Ha rimpianti per quei tempi passati? “Sì, perché oggi mi manca il potere decisionale. Una volta ero qualcuno… al ristorante, al supermercato, nel negozio più esclusivo di Catania. Tutti sapevano chi fossi. Nessuno osava sfidarmi scavalcandomi nella fila. Addirittura, quasi si scostavano per lasciarmi il passo. Dottori, ingegneri e politici. Prego – mi dicevano – prego, come se fossi l’invitato speciale di una festa. Un divo del cinema, il numero uno. Adesso mi guardo allo specchio e non so più spiegarmi chi sono io.

Forse sono soltanto uno che spara cazzate a raffica. Come l’ultimo degli infami. Ho tradito quel mondo… sono stato tradito!”. E perché si sente tradito? “Perché io avevo dato tanto alla ‘famiglia’. Quindici anni e un sacco di omicidi, sempre pronto a tutto e alla fine hanno cercato di eliminarmi perché sapevo troppe cose della ‘famiglia’. Eppure, anch’io ho ucciso un sacco di miei compagni per questo motivo, ovvero perché sapevano tante cose. Ero divenuto ‘inaffidabile’ e avevo fatto il loro stesso gioco, ero finito nella loro trappola”. Le stragi del ‘92, le bombe dell’estate del ‘93. La nuova strategia della tensione. Lei è stato uno dei primi collaboratori di giustizia a parlarne con i magistrati. “Vorrei chiarire subito che il gruppo Santapaola era fermamente contrario alle stragi. La sera in cui morì Giovanni Falcone mi trovavo all’interno di un bar con Marcello D’Agata che mi ripeteva che era stato un grande errore e che lo Stato ci avrebbe distrutto. Aveva visto bene. Anche Santapaola, che ci raggiunse poco dopo, era convinto dello sbaglio commesso. Ma aveva dovuto abbozzare di fronte alle scelte di Totò Riina. Secondo lui, tutto questo avrebbe portato alla distruzione di Cosa Nostra. Spesso ripeteva: ‘Se si voleva uccidere Giovanni Falcone, bisognava farlo subito, all’inizio del 1985’. Santapaola non ha mai voluto combattere lo Stato, neanche uccidere un poliziotto a Catania, non voleva la guerra con i carabinieri che definiva sempre ‘educatissimi ragazzi’. Una sola eccezione, e a malincuore, fu quella che portò alla morte dell’ispettore Lizzio… Poi cambiò qualcosa: nelle nostre riunioni si parlava di un vento nuovo. Una volta, nel 1992, Eugenio Galea, una sorta di ambasciatore della ‘famiglia’ Santapaola, tornò da Enna dove c’era stato un vertice con Totò Riina e ci disse che bisognava appoggiare un partito nuovo. Solitamente i vertici si tenevano ogni lunedì negli autogrill dell’autostrada Catania – Palermo, all’altezza di Termini Imerese.

Ogni provincia aveva il suo rappresentante”. Un nome che ricorre spesso nelle sue deposizioni è quello del faccendiere barcellonese Rosario Cattafi… “E’ una persona molto potente. Saro Cattafi per noi era più importante degli altri uomini d’onore perché eravamo convinti che fosse legato ai servizi segreti e anche alla massoneria. Cattafi rappresenta l’anello di congiunzione tra la mafia e il potere occulto. Del resto, molti capi mafia sono massoni. Lo zio Nitto diceva di essere un massone e, a quanto mi risulta, anche Totò Riina lo è”. Spesso nei suoi verbali si fanno riferimenti ad un partito nuovo, ai cambiamenti politici definiti necessari. Ma cosa sa dei rapporti tra Cosa Nostra e la classe politica? “Ognuno ha i suoi agganci. Ad esempio, a Catania i contatti li teneva personalmente lo zio Nitto, quindi non ho una conoscenza diretta di quei legami. Però, ricordo benissimo quando ci parlava dei suoi rapporti con i socialisti. Agli inizi degli anni ‘90 appoggiavamo il partito del garofano perché il ministro Claudio Martelli aveva promesso aiuti all’organizzazione. Aldo Ercolano aveva un rapporto con il ministro Gianni De Michelis. Sapevo di alcuni investimenti fatti assieme a Roma in alcuni negozi di via Condotti.

Rapporti buonissimi persino con Bettino Craxi. Fu proprio per fare un favore a lui che, nel 1992, in piena tangentopoli, avremmo dovuto uccidere l’allora giudice Antonio Di Pietro. L’omicidio si doveva fare a Bergamo, dove viveva Di Pietro. Per lui era pronta un’autobomba come per Giovanni Falcone. L’esplosivo sarebbe arrivato dalla ex Jugoslavia. Si decise il piano in un vertice all’hotel Excelsior di Roma: mi risulta che fossero presenti oltre a Marcello D’Agata ed a Eugenio Galea, anche un trafficante d’armi messinese, Filippo Battaglia, e il faccendiere Francesco Pacini Battaglia, oltre all’uomo dei servizi deviati, Saro Cattafi. Per eseguire l’attentato Marcello aveva scelto proprio me. Quell’assassinio sarebbe servito a togliere dai guai alcuni amici politici e imprenditori che erano indagati dal magistrato”. Perché non uccideste Antonio Di Pietro? “Alla fine non se ne fece nulla perché, secondo lo zio Nitto, i socialisti non avevano rispettato certi accordi. Ricordo in proposito che durante una riunione successiva venne ribadito il concetto: ‘Cazzi loro, non facciamo nessun favore ai socialisti dopo che ci hanno tradito…’. In quel vertice ad Enna si era parlato anche di un partito nuovo, formato da persone non compromesse con la politica, però legate a Casa Nostra. Eugenio Galea rimase perplesso. Alla riunione c’era anche Riina. Addirittura si parlò di una Sicilia indipendente. Siamo nel 1992. Di Forza Italia iniziai a sentirne parlare nel ‘93. Me lo disse Marcello D’Agata, allora in carcere per detenzione di armi. Venni a sapere che era nato un partito nuovo: era il mese di maggio. In seguito l’ordine fu di votare Forza Italia. Poi me ne parlò anche il nipote di Giuseppe Pulvirenti, detto u’malpassotu. La strategia era chiara: colpire lo Stato nei punti vitali. Un ricatto. ‘Noi la smettiamo, tu Stato cosa ci dai in cambio?’. In realtà, il nostro obiettivo era di spingere questa formazione politica a fare gli interessi dell’organizzazione mafiosa: soprattutto eliminare il 41 bis e screditare i pentiti”. Che strano!

La mafia doveva votare Forza Italia e intanto metteva le bombe alla Standa. Sembra un controsenso. “La bomba alla Standa di Catania fu un mezzo per costringere Marcello Dell’Utri a patteggiare con la nostra ‘famiglia’. Si diceva che avesse dei legami con i palermitani, ma noi catanesi eravamo decisi a stabilire con lui un rapporto autonomo. Santapaola voleva costringere il manager di Publitalia a venire ad un accordo. Così lo zio Nitto autorizzò Aldo Ercolano a bruciare la sede della Standa a Catania. I palermitani non la presero bene. Nacquero dei problemi che si sono risolti solo con l’arresto di Riina e Santapaola. Rapporti strani tra le cosche. Ad esempio, Santo Mazzei, nemico giurato di Santapaola, venne fatto uomo d’onore a Palermo per poi essere infiltrato a Catania. Lo stesso gioco che aveva fatto Nitto Santapaola con Calderone nel 1978”. Saranno anni d’incomprensioni, poi acuite dalla latitanza nel Barcellonese di Nitto Santapaola… Alla fine, come reagì Dell’Utri? “Scese a patti.

Per risolvere la vicenda Standa piombò subito in Sicilia In cambio – mi raccontò Marcello D’Agata – la ‘famiglia’ fece un grosso investimento di un centinaio di miliardi in attività della Fininvest. I contatti li prese Salvatore Tuccio, nostro rappresentante. Ci furono diversi incontri. Non è un caso che gli attentati terminarono dopo l’incontro tra Dell’Utri e lo zio Nitto. Diciamo che è vicina alla massoneria per alcuni ricevuti e fatti. Mi spiego meglio: certi omicidi sono compiuti per regalare favori alle logge. Per quanto mi risulti anche lo zio NItto era un massone. Tutti i capi mafia sono massoni. I collegamenti tra mafiosi e la massoneria sono necessari per garantirsi le coperture giudiziarie e per pianificare gli investimenti dell’organizzazione. Un esempio è la strategia del 1990. Fu Marcello D’Agata a confidarmi che Santapaola era entrato nella massoneria. Come Salvatore Riina. Poi c’era quel personaggio importante per la ‘famiglia’ che si chiama Saro Cattafi. Lui non è ‘uomo d’onore’, ma per Cosa Nostra rappresenta il collegamento tra politici e l’organizzazione. Io sapevo che apparteneva ai servizi segreti deviati. Mi risulta fosse anche lui un massone”. Lei ha dichiarato ai magistrati che il frutto di queste riunioni furono le stragi e le successive bombe. “Nel gennaio del 1992 trasportai 200 chili d’esplosivo a Termini Imerese con Marcello D’Agata all’interno di una Fiat Uno bianca. Non posso certo dire che siano serviti per la strage di Capaci. Sapevo, tramite Aldo Ercolano, che Cosa Nostra stava preparando degli attentati. Ero a conoscenza, inoltre, che c’era uno bravo a maneggiare l’esplosivo, credo che si riferissero a La Barbera. Già si parlava d’altri attentati. Uno di questi era quello del giornalista Maurizio Costanzo.

Sarà tutto vero perché questa è la strategia che usa Salvatore Riina. Nessuno avrebbe potuto contraddirlo, neppure Santapaola che è pur sempre secondo a Riina. Non dimentichiamo che il capo di Cosa Nostra è Totò Riina. Così, anche se capisce che Riina gli sta facendo le scarpe, deve stare al gioco. Altrimenti bisognava attaccare i corleonesi e noi non eravamo in grado di far loro la guerra. Già, perché loro sono tutta la Sicilia Occidentale”. In ogni caso, Benedetto Santapaola aderì alla strage. “Sì, ma con la morte nel cuore. Capiva che sarebbero poi accadute cose da pazzi. Decise così di non inviarmi all’appuntamento. Fu Marcello D’Agata ad avvertirmi che era troppo pericoloso anche perché meno persone mi conoscevano in faccia, meglio era per la nostra . Agli incontri per gli altri attentati del ‘93, invece, partecipai personalmente. Fui io, ad esempio, a verificare la possibilità dell’attentato di Firenze. Nella mia mente c’era il David di Donatello. Volevo mettere una bomba senza colpire le persone”. Non sono tardive queste sconvolgenti rivelazioni? “Ho sempre parlato di Marcello Dell’Utri ai magistrati fin dall’inizio della mia collaborazione. E vi ricordo che collaboro dal 1994. All’inizio avevo paura di parlare di certe cose perché conosco la forza di ed i suoi collegamenti con le Istituzioni. Chiunque avrebbe potuto tradirmi. Anche un capitano dei Carabinieri o un colonnello. Io non ho molto fiducia nello Stato. Avevo paura che parlando di certi personaggi o riunioni mi avrebbero ucciso anche in carcere. Anche se ho sempre messo in conto che uscendo da casa avrei potuto trovare la morte in qualsiasi momento. La morte ha sempre camminato con me! Non ho finito il mio lavoro di collaboratore e, interrompendolo ora, mi sembrerebbe di lasciare qualcosa d’incompleto”. Si rende conto che le sue dichiarazioni potrebbero aver firmato la sua condanna a morte? “Per questa mia scelta di collaborare con lo Stato, mi ha già condannato a morte. Però, loro sanno che non devono uccidere i familiari di Avola perché a quel punto sarei pronto ad uccidere i loro. Sono sempre un killer! L’obiettivo deve essere Maurizio Avola e basta. L’organizzazione sa che in ogni caso dal carcere esco prima io di loro. Se i miei capi prendono trent’anni, a me ne toccheranno ventinove, dunque uscirò prima… Io mi ricorderei sempre di chi ha ucciso mio figlio. Conosco i loro segreti e come agiscono. Per loro è facile attaccare una famiglia mafiosa. Ma difendersi da una persona sola è molto più difficile. Prendete Ferone, quello che ha ammazzato la moglie di Santapaola.

E’stato scoperto perché ha chiesto aiuto ad altre persone. Se avesse agito da solo non lo avrebbero mai individuato. Che fosse stato un pentito ad uccidere la moglie di Santapaola, lo avevo intuito subito. Lo dissi immediatamente al giudice Amedeo Bertone. Sbagliai solo il nome del sicario. Il fatto è che nessuno dell’organizzazione si sarebbe potuto permettere di uccidere la moglie di Nitto. La decisione di Ferone maturò solo per un desiderio di vendetta. La mafia catanese gli aveva ucciso il padre ed il figlio! Oggi sono tremendamente incazzato con lo Stato che ha tradito la mia fiducia. Mi hanno lasciato senza documenti di copertura, hanno abbandonato al loro destino mia moglie e i miei figli. Mi hanno trattato male. Sono convinto che certi atteggiamenti siano stati provocati dal fatto che abbia parlato di stragi, fatto nomi importanti, richiamato in gioco i servizi segreti, di aver coinvolto le logge massoniche. I giudici di Catania che mi hanno gestito, però, sono degli onesti. Su tutti, il dottor Amedeo Bertone e Nicolò Marino. Lo stesso non posso dire delle Istituzioni di Roma”. Anche lei si è pentito di essere un pentito? “Forse sì. Io ho iniziato a collaborare perché Nitto Santapaola mi voleva uccidere. Era già toccato al mio amico fraterno Pinuccio DI Leo.

Dopo “Pinuccio” era arrivato anche il mio turno. Se sono ancora vivo, lo devo al mio sangue freddo ed alla presenza di un poliziotto. I killers che mi dovevano sparare hanno avuto paura della polizia. Quei giorni hanno segnato la mia vita… Tutto era iniziato perché Pinuccio Di Leo non c’era più con la testa. Aveva paura di essere arrestato dopo il pentimento di Claudio Severino Samperi. Voleva scappare da Catania. E questi segni di debolezza all’interno dell’organizzazione alla fine li paghi. Non puoi lamentarti, né mostrare la tua paura se vuoi rimanere vivo dentro . Su ordine della ‘famiglia’, lo convocai a casa mia. Lo eliminò un amico poliziotto sparandogli due colpi alla nuca. Nel nostro gruppo c’erano carabinieri e poliziotti che la mattina facevano finta di indagare sugli omicidi da loro commessi. Una volta ci anticiparono una perquisizione nella zona dove si nascondeva lo zio Nitto e riuscimmo ad avvertirlo. Sono stati tutti arrestati e condannati all’ergastolo. Dopo aver eliminato Pinuccio, presi a schiaffi il suo cadavere. Gli urlai, quasi disperato: ‘E’ stata solo colpa tua. Mi hai costretto ad ucciderti!’. A conti fatti, devo ammettere di aver sbagliato a pentirmi. Ho messo a repentaglio la vita dei miei figli, di mia moglie, quella dei miei genitori, sono io stesso a rischio. Adesso vivono sotto protezione in una località segreta, ma non basta. La famiglia di Avola potrebbe rimanere uccisa se lo Stato decidesse di rispedirla a Catania. Spero che almeno questo patto lo Stato lo mantenga. La giustizia sa cosa ha riferito Maurizio Avola.

Ho raccontato tutti gli affari di Cosa Nostra. Ho verbalizzato per tre mesi ininterrottamente dal lunedì al venerdì, dalla mattina alla sera. Da luglio del ‘97 sono senza protezione per via delle rapine compiute a Roma. Dopo la mia scelta di sfidare lo Stato con quelle rapine, avrei voluto mandare tutti a quel paese. Io spero che lo Stato mi dia un’altra possibilità”. Nonostante tutto, nutre ancora la speranza di potersi rifare una vita? .”Sì. Continuo a ripetermi che domani uscirò… sarà difficile ma io devo vivere con questa speranza. Non è facile sopportare certe umiliazioni. Minchia, come vorrei tornare indietro… Quando vado a deporre ai processi e vedo dietro le gabbie i ragazzi cui ho insegnato a sparare, mi sento una carogna, vorrei essere al posto loro con quelle facce fiere che non hanno nulla di cui pentirsi. Un giorno, Salvatore Barcella, un ex poliziotto che faceva il killer per conto di Santapaola, gridò in aula: ‘Signor Presidente, mi vergogno per Avola!’. Credetemi, sentire quelle parole uscire dalla bocca di un poliziotto, per giunta corrotto, mi ha fatto sentire una merda… Guardate questo dito, è quello che premeva il grilletto della pistola, vedete è ancora consumato. Ora, altro che pistola: sparo solo cazzate. Se sono ancora disponibile a collaborare lo devo a mia moglie che mi ha convinto a tenere duro. E’ solo per merito suo se sto continuando a parlare con i giudici”.

Da: IMGpress

Antonino Giuffrè e la legge sui pentiti

Antonino Giuffrè fu catturato nelle campagne vicino a Cacciamo, un paesino a 40 chilometri da Palermo. A Cacciamo, Giuffrè era capo mandamento, un mafioso di altissimo livello, molto vicino a Bernardo Provenzano, che aveva incontrato un mese prima di essere arrestato. Giuffrè si era assunto il delicato compito di ricostruire Cosa nostra dopo i danni inflitti da polizia e magistratura con la cattura e i processi di molti affiliati. Due mesi dopo l’arresto, Giuffrè disse ai magistrati di essere disposto a collaborare con loro. Il pomeriggio del 20 gennaio 3003, Giuffrè depose al processo contro Marcello Dell’Utri, senatore siciliano di Forza Italia accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, condannato in prima istanza con sentenza dell’ 11 dicembre 2004. Berlusconi e Dell’Utri erano amici intimi da molto tempo ( si erano conosciuti all’Università), e Dell’Utri in seguito aveva lavorato per Berlusconi ed era diventato la forza trainante che stava dietro al suo ingresso in politica. Giuffrè non si trovava a Palermo al momento di deporre. Si trovava in prigione: la sua testimonianza da una località segreta è stata ascoltata grazie ad una videoconferenza. Il grande schermo nell’aula di tribunale di Palermo mostrava le spalle arrotondate di un uomo quasi calvo, con indosso una giacca biancastra. Giuffrè parlava lentamente, a volte passando le dita sul bordo del tavolo, altre volte giocherellando con una penna nella mano sinistra.

In aula Dell’Utri, vestito elegantemente, con occhiali dal bordo d’oro, stava seduto impassibile, a braccia incrociate. I suoi avvocati avevano obiettato che la deposizione di Giuffrè era inammissibile, ma la corte aveva rigettato l’istanza e aveva deciso di acquisire la deposizione del pentito.

L’obiezione degli avvocati di Dell’Utri si basava su una legge approvata nel 2001, che fissava un tempo limite di sei mesi entro il quale i collaboratori di giustizia dovevano raccontare ai magistrati tutto quello che sapevano. Dal momento in cui decidevano di vuotare il sacco, i collaboratori di giustizia avevano sei mesi per dire tutto, fino in fondo. Una volta esaurito questo periodo, qualsiasi fatto, o informazione, venva considerata ininfluente ai fini processuali tanto da non venire neanche acclusa al processo.

<>, ha osservato Gozzo, che faceva parte del gruppo di magistrati che hanno messo sotto processo Dell’Utri. Giuffrè era stato un criminale per trent’anni, e sei mesi non erano sufficienti. Era impossibile per Giuffrè raccontare tutto entro la meta di dicembre del 2002 ( entro il quale scadevano i sei mesi)

Uno dei problemiera organizzare gli incontri con tutti quei magistrati ( non sono in Sicilia ma in tutta ltalia) che volevano interrogarlo.

Altrettanto importante, però, era il tempo necessario per convincere Giuffrè a raccontare ai giudici tutto quello che sapeva. I mafiosi avevano talmente tante riserve a parlare della mafia, prima fra tutte quell’omertà che li lega fra di loro, che all’inizio non offrivano una piena collaborazione. I pentiti dovevano prima completare un percorso psicologico e il limite dei sei mesi non teneva conto di questo elemento. Inoltre, scaduto il termine dei sei mesi, i pentiti non potevano più dire nulla.

Per far cambiare la legge, una settimana dopo la morte di Caponnetto, il 6 dicembre 2002, la vedova ottantenne, Elisabetta, scrisse al ministro della Giustizia di Berlusconi per chiedergli di estendere il dannoso limite dei sei mesi. <>, scriveva. Nonostante il voto unanime della Commissione parlamentare Antimafia e gli appelli del Procuratore Antimafia e dei magistrati di Palermo, il ministro rifiutò ostinatamente di estendere il periodo di sei mesi, dicendo che i pro e i contro di questa proroga si compensavano. << Vorrei che mi aiutasse a rispondere a questa domanda che mi assilla: Ministro, quali sono i contro?, ha chiesto Elisabetta Baldi Caponnetto. Il ministro di Berlusconi non ha cambiato idea, ma la vedova di Caponnetto ha sentito il calore e la solidarietà di tanti italiani per bene, magistrati e gente comune, che si sono recati a Firenze per assistere ai funerali di suo marito e rendergli omaggio. Il governo Berlusconi, oltre a farsi notare per la sua assenza quel giorno, sembrava voler limitare le rivelazioni di Giuffrè

Ecco tutti i procedimenti giudiziari subiti da Dell’utri

False fatture e frode fiscale

È stato condannato in via definitiva a Torino, a due anni di reclusione per false fatture e frode fiscale.

Tentata estorsione

È stato condannato in primo grado a Milano a due anni di reclusione per tentata estorsione ai danni di Vincenzo Garraffa (imprenditore trapanese), con la complicità del boss Vincenzo Virga (trapanese anche lui).

Concorso esterno in associazione mafiosa

Le indagini iniziano nel 1994 con le prime rivelazioni che confluiscono nel fascicolo 6031/94 della Procura di Palermo.

Il 9 maggio 1997 il Gip di Palermo rinvia a giudizio Dell’Utri, e il processo inizia il 5 novembre dello stesso anno.

In data 11 dicembre 2004, il tribunale di Palermo, ha condannato Marcello Dell’Utri a nove anni di reclusione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il senatore è stato anche condannato a due anni di libertà vigilata, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento dei danni (per un totale di 70.000 euro) alle parti civili, il Comune e la Provincia di Palermo.

Nel testo che motiva la sentenza si legge:

“la pluralità dell’attività posta in essere da Dell’Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa nostra, alla quale è stata, tra l’altro offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici”

Calunnia pluriaggravata

È imputato a Palermo per calunnia aggravata ai danni di alcuni pentiti. Secondo l’accusa avrebbe organizzato un complotto con dei falsi pentiti per screditare dei veri pentiti che accusavano lui ed altri imputati. Per questa accusa, il Gip di Palermo dispose l’arresto di Dell’Utri nel 1999, ma il Parlamento lo bloccò.

Dell’Utri: bell’amico Berlusconi

Ma pensateci bene. Che cosa direste voi di un amico che, sapendovi ingiustamente accusato, non si presentasse a testimoniare a vostro favore nel processo in cui siete imputati? La vicenda Berlusconi-Dell’Utri-magistrati palermitani presenta anche questo risvolto umanamente inquietante, che illumina da una particolarissima angolazione lo stato morale del paese e di chi lo governa. Su Marcello Dell’Utri pende un’accusa mica tanto da ridere, concorso esterno in associazione mafiosa. Un’accusa che può fare un baffo a chi, anche a sinistra, davvero non resiste alla tentazione di frequentare il mondo che conta (spassosissimo, di recente, un vademecum della poetessa Patrizia Valduga per informare preventivamente chi, non resistendo alle sirene del potere, è – a cose fatte – sempre pronto a spiegare con finto candore di non avere mai saputo che quel luogo o rivista o cenacolo fosse «roba di Dell’Utri»).

Un’accusa che però, sul piano della reputazione politica e civile e morale, qualcosa vuol dire. Ebbene, il presidente del Consiglio è da tempi immemorabili amico dell’imputato-senatore. È stato da sempre suo stretto compagno di avventura, in affari come in politica. Ha con lui rapporti di intimità risaputa. E’ Dell’Utri che gli trova il famoso stalliere di Arcore per proteggerlo, si dice, dai sequestri di persona. È Dell’Utri che lo aiuta a costruire Publitalia e Forza Italia. Eppure, quando è il momento di dimostrare sul serio i carati di questa amicizia, il capo del governo tace, sceglie la via del silenzio. Se capitasse a uno di noi di vedere ingiustamente accusato un amico fraterno, ci documenteremmo, consulteremmo con pignoleria le nostre agende, ci presenteremmo spontaneamente dai magistrati per dire che è innocente, l’amico carissimo; e che lo sappiamo per certo, che se hanno dei dubbi possiamo noi provare a fugare i dubbi; nei limiti, si intende, delle nostre conoscenze. Le quali, per quanto circoscritte, potrebbero però essere decisive per discolparlo, per rendergli l’onore. E viceversa, se fossimo noi gli accusati ingiustamente, ci adireremmo di giusto furore verso l’amico che non solo evitasse rigorosamente di presentarsi ai magistrati ma che addirittura, da loro interpellato, si rifiutasse di difenderci.

È davvero stupefacente, a mente un po’ fredda, quanto è accaduto sotto gli occhi degli italiani. Un Berlusconi certo, assolutamente certo della persecuzione subita dall’amico. Che tale persecuzione ha denunciato pubblicamente con toni stentorei in mille sedi. E che poi quando può dirlo e spiegarlo nelle sedi decisive sta zitto, rinnovando l’antropologia delle tre scimmiette. Come farà d’ora in poi, il capo del governo, a sostenere l’innocenza del senatore palermitano? Se, come io credo e come con tanta foga sostiene la maggioranza governativa nei suoi programmi, viene prima la persona dello Stato, la comunità prima delle istituzioni, il messaggio che ne arriva sul piano umano è sconvolgente. Quello di un paese dove neanche i valori primari della solidarietà e dell’amicizia tengono più, al di qua della legge.

E la legge? La legge, lei, latita anch’essa in abbondanza. Può darsi infatti che il capo del governo non abbia voluto aprir bocca perché non è poi tanto sicuro dell’innocenza tante volte gridata. Perché sa che l’amicizia tra lui e Dell’Utri è cresciuta in spazi che non possono essere (comunque) descritti senza produrre ombre, senza togliere da una parte quel che si aggiunge dall’altra. La legge latita perché da oggi ogni adolescente a cui si chiede di studiare educazione civica sa che un presidente del Consiglio (così come ai suoi tempi il Cossiga presidente della Repubblica) può non testimoniare davanti ai magistrati. Sa che il comportamento dei vecchi contadini in coppola di Corleone – più e più volte mandati in onda da tivù maramalde mentre spiegavano di non sapere niente e di non avere visto niente – è andato al governo del paese. Chissà anzi se di fronte a questi pesantissimi silenzi che tornano nella vita della Repubblica, vi sarà ancora qualcuno che avrà voglia di spiegarci con fare da maestrino saccente che questo Paese ha una storia tutta alla luce del sole. Chissà se saremo ancora bruscamente catechizzati da chi non vuol sentir parlare di storia sotterranea, da chi scomunica l’idea di una storia complementare (non «parallela») che scorre ai limiti o fuori della legalità.
La legge. Strana e astratta entità in questa Italia che ha promesso il grande cambiamento che ci farà felici. Precaria e nemica perfino quando può onorare i rapporti umani. Nemica quando si fanno affari. Nemica quando si fa politica. Quando si fa la Cirami.

Ma anche quando si riscrive la Costituzione, la nostra legge principale, la legge delle leggi. Cambiata, la Costituzione, con uno schioccar di dita, pochi giorni e via, c’è fretta – onorevoli – c’è fretta. Cassando come furie gli emendamenti. C’è in discussione una sequenza di emendamenti che iniziano con la locuzione «fermo restando»? Facile, si mette ai voti il «fermo restando», lo si boccia, et voilà, saltano tutti gli emendamenti che iniziano con quella locuzione. In blocco. Direte: ma «fermo restando» che cosa? E che cosa si propone dopo il «fermo restando»? Non importa. Il potere emendativo del parlamento, potere costituzionale, non è più un vincolo da rispettare neanche per cambiare la Costituzione.
Giorni fa – insisto, insisto, perché a nessuno è sembrato grave – un senatore della opposizione è stato sostituito da un senatore della maggioranza con un voto, ovviamente, a maggioranza: dichiarato «ineleggibile» non dopo un conteggio più accurato dei voti ottenuti nel maggio del 2001, ma dopo un’analisi «probabilistica» di un campione di voti. Come se con questi criteri (ossia conteggiando i voti per campioni) si potessero da domani eleggere i rappresentanti del popolo.
Su questo sfondo si agitano e parlano e declamano Baldassarre e Albertoni (assessore regionale, cose da pazzi…), e gli altri, i tanti altri della colorita carovana. Fra alluvioni, terremoti, crisi e venti di guerra la Berlusconi Band continua a suonare. Nell’anarchia rivendicata dalle legioni di orchestrali c’è del metodo. Questo bisogna ammetterlo.

Nando Dalla Chiesa

Mafia, al via il processo d’appello a Dell’Utri

L’imputazione è concorso esterno in associazione mafiosa. Il senatore di Fi, condannato in primo grado a nove anni: ”Contro di me accusa politica”

”L’accusa del processo di primo grado era una accusa politica e oggi lo dico con più certezza di prima”. Così si è espresso il senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri (nella foto) fuori dall’aula della Corte d’Appello di Palermo dove si è aperto questa mattina il processo di secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri, in primo grado, aveva subito una condanna a nove anni, emessa nel dicembre del 2004.
Camicia bianca, cravatta color melanzana e vestito antracite in fresco di lana, Marcello Dell’Utri è apparso tranquillo e sorridente. ”Sto bene – ha detto, sono tranquillo, non ho tic nervosi e dormo benissimo”.
Ma il senatore si è presentato di fronte ai giudici con qualche novità. Fra le fila dei difensori una sola conferma. ”E’ un altro campionato e si cambia squadra – ha dichiarato con una metafora calcistica in linea col periodo – poi qualche giocatore rimane”.
Poi ha cominciato a parlare toccando subito il tema del giorno, la decisione della difesa di citare in aula anche l’ex premier Silvio Berlusconi, che in primo grado, interrogato dai pm, si era avvalso della facoltà di non rispondere. ”Berlusconi è un teste come un altro – ha detto Dell’Utri – ed è giusto che venga citato”. E sulla possibilità che si possa avvalere nuovamente della facoltà di non rispondere, ”non ha nessuna importanza – ha dichiarato – era normale citarlo, il processo ha una sua vita con degli episodi che capitano, e questo è uno dei tanti”. A deporre verrà inoltre chiamata la cognata dello stesso Dell’Utri, Maria Pia La Malfa.
Il senatore ha anche negato la conoscenza del mafioso Vito Roberto Palazzolo. Uno dei nuovi capi d’accusa che verranno presentati durante il processo. ”Non conosco questo signore – ha detto Dell’Utri – non so nemmeno chi è, è una pura e santa invenzione, santa per l’accusa naturalmente, perché ormai se non ti trovano delle cose che possono riaccendere il processo non sono contenti.

Una cosa allucinante, semplicemente allucinante”.
”Mi aspetto che venga fatta giustizia. Come tutti gli imputati. Mi aspetto, soprattutto, che sia un processo meno pesante e meno lento di quello di primo grado” ha poi aggiunto il senatore, che ha anche ammesso di non aver mai letto la precedente sentenza che lo riguarda. ”Non sono mica un avvocato, anche se leggo la sentenza non ci capisco niente. Non mi interessa leggere le accuse che mi riguardano”. Ha anche annunciato che sarà sempre presente durante il processo di secondo grado. ”E’ giusto – ha detto – che l’imputato sia sempre presente”.
Riferendosi alle dichiarazioni spontanee rese pochi giorni prima della sentenza di primo grado, Dell’Utri ha detto seccamente: ”Sono pentito di tutte le dichiarazioni spontanee che ho fatto. Sono inutili perché non servono a niente, l’ho capito dopo, tanto non ti stanno neanche a sentire. Puoi solo aggravare la tua posizione, non certo migliorarla. E’ un errore che non ripeterò mai più”.
Per l’avvocato Alessandro Sammarco, uno dei nuovi legali del senatore di Forza Italia, il castello accusatorio ”è una costruzione virtuale”. Anzi, ”una storia basata su illazioni, sospetti e congetture”. ”Di prove – ha insistito Sammarco – non c’è neanche l’ombra. Questo processo è il monumento a quello che avrebbe potuto essere, ma il processo non si fa su storie virtuali. Tutto questo non può portare ad una condanna”.

Ma in apertura, il giudice a latere, Salvatore Barresi – affiancato da Sergio La Comare – ripercorrendo le tappe del processo ha ricordato ”i contatti personali di Marcello Dell’Utri con alcuni personaggi di Cosa Nostra come Stefano Bontade (boss ucciso nell’81, ndr), ”l’assunzione di Vittorio Mangano nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi”, e gli interventi dello stesso Dell’Utri ”nei momenti di crisi tra la Fininvest e Cosa Nostra”.
Il giudice Barresi, ha proseguito quindi nel pomeriggio con la lettura della relazione introduttiva, durante la quale ha ripercorso tutti i momenti del processo di primo grado e dei motivi d’appello della sentenza. La relazione introduttiva proseguirà anche mercoledì prossimo 5 luglio quando è stato appunto rinviato il processo, passando poi alle richieste di accusa e difesa.

La “strepitosa carriera di un allenatore – La sua storia, da amante del calcio a braccio destro di Berlusconi

Leggendo la biografia di Marcello Dell’Utri – che, condannato a 9 anni in prima istanza per concorso esterno in associazione mafiosa è tornato ieri (arrivando in ritardo) in aula a Palermo dove si celebra il processo d’appello, in attesa che il suo amico-padrone Silvio Berlusconi, citato dalla difesa, venga a testimoniare – la domanda che sale spontanea ma prepotente potrebbe apparire fuori tema: chissà che cosa pensa di Moggi? Perché tutto cominciò proprio da lì, da un pallone, in uno dei tanti campetti periferici di Palermo.
Cosa ci faceva Marcello Dell’Utri, laureato in giurisprudenza alla Statale di Milano, già amico di Berlusconi che aveva smesso di cantare sulle navi da crociera e il cui cervello snocciolava cifre e dividendi, in quel campetto da calcio? Allenava la squadra dell’Athletic Club Bacigalupo, in qualità di direttore sportivo. E curava amicizie. Come quella di Gaetano Cinà, proprietario di lavanderie e boss della famiglia di Malaspina, il cui figlio giocava nella squadra della quale Cinà, per oltre dieci anni, era stato dirigente. Come quella con Vittorio Mangano, giovane emergente del clan mafioso di Porta Nuova, che poi Dell’Utri porterà ad Arcore come stalliere di Berlusconi.
Si dirà: ma che razza di carriera può essere, per un brillante giovanotto siciliano laureato in giurisprudenza a Milano, amante dei classici, quella di allenatore di squadrette di calcio? Eppure è proprio il pallone che pone le basi di una carriera che porterà il giovanotto ambizioso ad essere l’ideatore della società di pubblicità che riempie le casse di Berlusconi di miliardi come granelli di sabbia, e ad essere con Berlusconi il co-fondatore di Forza Italia, di cui diventa parlamentare, poi parlamentare europeo.

Tutto da lì ha inizio. Prima, nel 1964, accanto a Berlusconi, il quale, probabilmente già sognando il Milan, sponsorizza la squadretta di calcio di cui Dell’Utri è allenatore. Poi a Roma, dove si trasferisce nel 1965, e dove fonda e dirige il Centro Elis, una scuola di formazione sportiva dell’Opus Dei

Si, nessun errore, proprio Opus Dei. Nel 1967 è di nuovo a Palermo, ad allenare l’Athletic club Bacigalupo. Se è un trampolino, funziona.
Nel 1970 Dell’Utri è in banca a Catania, Cassa di Risparmio per le province siciliane, poi alla filiale di Belmonte Mezzano. Appena due anni (1973) ed è promosso alla direzione generale della Sicilcassa a Palermo, servizio di credito agrario. Se come allenatore di calcio ha curato amicizie che torneranno, nella sua carriera, sarebbe interessante conoscere le amicizie curate da bancario.
Sembrerebbe la traccia di una sicura ascesa. E, invece, dopo appena un anno si interrompe. Finito il praticantato? Stufo di conti? Pronto per il gran salto?

E’ Berlusconi a richiamarlo a Milano nel 1974. Diventa il segretario, l’uomo di fiducia. Cura le prime scalate dell’Edilnord, la primogenita da cui – e ancora non si sa bene come – nasce l’impero di Silvio. Fedelissimo. Paziente. Cura persino la ristrutturazione della villa di Arcore, che Berlusconi ha comprato a prezzo stracciato, grazie all’intermediazione di “Cesarone” Previti, dall’erede orfana del marchese Casati. E ad Arcore, il 7 luglio 1974, porta Vittorio Mangano come stalliere.
A questo punto un nuovo salto della quaglia. Molla la Edilnord di Berlusconi e va alla Inim di Rapisarda. Bel personaggio, il Rapisarda, con relazioni in odore pericoloso, ma potente: Ciancimino, la “famiglia” dei Cutrera-Caruana. Il nostro vaga qua e là: amministratore delegato di una società che finisce in bancarotta, trafficante di “cavalli” – il termine usato nelle telefonate intercettate dalla Criminalpol di Milano – con quel bel figuro di Vincenzo Mangano, ospite a Londra al matrimonio di Jimmy Fauci. Otto anni un po’ qua e un po’ là.
Poi, nel 1982, ce lo ritroviamo come dirigente di Publitalia ’80, la società di raccolta pubblicitaria della Finivest, presidente e amministratore delegato. Due anni dopo (1984) è amministratore delegato della Finivest. Ancora qualche anno (1993) e fonda Forza Italia assieme a Silvio Berlusconi. Nel 1995 primo arresto a Torino, con l’accusa di aver inquinato le prove nell’inchiesta sui fondi neri Publitalia. E comincia l’indagine per mafia a Palermo.

Mentre le inchieste procedono, viene eletto deputato nelle liste di Forza Italia. Nel 1999 viene condannato a 2 anni e 3 mesi per frode fiscale e false fatture, ma nello stesso anno viene eletto parlamentare europeo, e due anni dopo, nel 2000, è senatore. Sempre per Forza Italia.
E il pallone? Se non ci fosse stato il pallone, non ci sarebbe stato Gaetano Cinà. E, senza Cinà, non sarebbe stato prima imputato e poi condannato per associazione esterna mafiosa, una inchiesta cominciata in gran segreto proprio nel lontano 1994 e in cui non si fa neppure il suo nome, ma solo “imputato M”, per timore di fuga di notizie, e per la quale viene rinviato a giudizio nel 1997 e condannato sette anni dopo, nel 2004. Nove anni a lui, sette a Cinà. Che in appello non c’è, perché nel frattempo è deceduto. Secondo i giudici di primo grado Dell’Utri è stato il tramite, “consapevole e volontario”, con Cosa Nostra, “agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici”.
Un processo fiume. Una quarantina i collaboratori di giustizia ascoltati, un dossier di centinaia di migliaia di pagine, Berlusconi indagato per cinque volte, e per cinque volte le accuse archiviate, una requisitoria durata 18 udienze, che ha prodotto una memoria conclusiva dei pm di 2500 pagine, una memoria difensiva di 1280 pagine, illustrata in 25 udienze. Tutto vero per l’accusa e il tribunale, tutto falso e indiziario per la difesa.

Adesso gran parte della squadra di difesa è cambiata. Memore dei ricordi del pallone, Dell’Utri lo ha spiegato con un paragone calcistico: è un nuovo campionato, la squadra si cambia, anche se qualcuno resta. Ed ha poi aggiunto di sperare in un processo “meno pesante e meno lento”. Lui comunque ci sarà, a tutte le udienze. E Berlusconi? “E’ un teste come un altro. Non so se si avvarrà della facoltà di non rispondere, come ha fatto in primo grado. Sarà lui a deciderlo”. “Berlusconi – sottolinea l’Economist, che ha dedicato una ampia anticipazione al processo – non è direttamente coinvolto”. Ma poi il quotidiano inglese induge sulla strategia dei magistrati, e parla di nuovi elementi che verrebbero presentati nell’appello. Tra questi una testimonianza nell’ambito dell’inchiesta sulla morte, sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, del banchiere Roberto Calci. I giudici palermitani – sostiene l’Economist –vogliono accertare se Calvi, che avrebbe beneficato di investimenti della mafia, nella prima metà degli anni ’70, abbia effettuato investimenti nella Fininvest. Una delle operazioni estere di Calvi, aggiunge l’Economist, riguarda la società Capitalfin International e una propria sussidiaria, la Fininvest Limited-Gran Cayman nel 1947. Risulterebbe poi che il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi avrebbe acquistato una consistente quota della Capitalfin. L’economist ricorda anche, però, che la Fininvest ha avviato, nei confronti del consulente che ha trovato queste tracce, una azione legale, sostenendo che il suo lavoro per i magistrati dell’inchiesta sulla morte di Calvi è stato negligente ed ha causato danni alla società.
Un processo meno pesante e meno lungo? Se questo nuovo materiale è solo un assaggio, difficile che le speranze di Dell’Utri possano avverarsi.

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5 risposte a “Tutti i capi mafia sono massoni

  1. direbbe Tex Willer… e io sarei d’accordo se non credessi che l’inferno è un’altra invenzione di tipi con una mentalità mafiosa creata per tenere buona la gente.

  2. “Che l’inferno li inghiotta” con i tag non si vede la frase di Tex.

  3. Pingback: Capire la mafia dal significato delle parole: “cosca” « Ho visto cose che voi umani…

  4. Chiesta interpellanza parlamentare :Provenzano avrebbe creato, secondo Cossiga, Scalfaro, Sciascia, Cavalli, Mazzocchi, un falso Re di Svevia,(socio del criminale Mosquera,falso Principe Tadmur, leader sette sataniche e mafia , arrestato in Spagna per truffa, di cui tesorieri Barbaccia Paolo e l’ispettore anticrimine Stramaglia di Poggibonsi) tramite il cugino del suo accompagnatore Barbaccia, con falsa perizia, per impadronirsi della Sicilia!Incredibile scoperta:la stampa e l’interpol in Spagna rende noto che il Procuratore Capo di Siena Tito Salerno , nativo di Stilo,era candidato di una Lega meridionale creata da Provenzano per impadronirsi della Sicilia e del sud:Tito Salerno apparterrebbe alla famiglia del Boss Salerno clan Provenzano, mentre la Pm Firrao e Pm Natalini appartengono a Famiglia ed ambiente P2 e logge deviate!

  5. l’avevamo sospettato…

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