Archivi del mese: ottobre 2008

Ancora salva furbetti

Da http://www.antoniodipietro.com/2008/10/ancora_salva_furbetti.html


Mediobanca è il cuore finanziario italiano. C’era Cuccia una volta, quello che non parlava mai e faceva tutto. Oggi non solo fanno tutto, ma parlano pure.
Oggi si sa che anche la figlia del Premier, Marina Berlusconi, entra in Mediobanca, ma soprattutto ciò è possibile perché in Mediobanca c’è Mediaset. Ma non solo, ci sono tanti personaggi: c’è Ligresti, Tarak Ben Ammar, c’è Tronchetti Provera, c’è soprattutto Geronzi, che ne è presidente, sotto processo per vicende come Parmalat.

Insomma, la mattina non si sa più se il nostro presidente del Consiglio quando decide qualcosa lo decide per questo gruppetto di imprenditori, finanzieri, e anche qualche speculatore, che sta dentro Mediobanca, o lo fa per gli italiani? Certo è che quando si è messo a dire quali azioni comprare ha detto proprio quelle che stanno presenti in Mediobanca. E’ certo, quindi, che se ha fatto dei favori indicando cosa comprare, in termini di mercato azionario, ha fatto un favore ai suoi amici.

Un po di queste azione sono le stesse che ci troviamo anche in Alitalia. O meglio, visto che è fallita, in quella compagnia aerea “strana strana” nata all’ultimo momento e che si è presa la polpa di Alitalia.

In tutto questo conflitto d’interesse, che fino a quando non si risolve il nostro Paese rimarrà sempre a scartamento ridotto sul piano economico finanziario internazionale, voi mi direte “ma perché ce lo dici ancora oggi?”. C’è una novità, fresca di giornata: è stato depositato, sempre dal governo Berlusconi, un disegno di legge che è già stato messo in calendario – manco fanno in tempo a depositarlo che già lo mettono in discussione, mentre quello sulla non candidabilità dei condannati se lo scordano sempre – che prevede la riforma dei reati fallimentari.

Non è una riforma, ma una delega in bianco che si da al governo: il Parlamento deve approvare una legge che dice “caro governo, io non riesco a farla. Fai tu la legge sui reati fallimentari”. La norma si chiama “norma in bianco”, però in questa inserisce una clausola: “mi raccomando governo, quando fai il reato di bancarotta prevedi una pena che va nel massimo dagli 8 ai 10 anni”. Uno si chiede perché è stata messa. Molto semplice, perché attualmente è fino a 10 anni, se lo mette da 8 a 10 si da la possibilità al governo, cioè a Berlusconi, di decidere pure di metterla a 9 anni.

Sapete qual’è la differenza fra avere una pena a 9 anni e una a 10 anni? Se hai una pena a 10 anni, come massimo edittale, la prescrizione scade dopo 15 anni. Se hai una pena anche di un giorno meno a 10 anni, come per esempio 9 anni, allora la prescrizione scade dopo 10 anni, e non 15.

In definitiva cosa hanno fatto? Hanno previsto un nuovo reato di bancarotta con una pena ridotta in modo che la prescrizione sia minore. E allora?

E’ vero o non è vero che Geronzi di Mediobanca è sotto processo per la vicenda Parmalat? Si.
E’ vero o non è vero che scade nel 2011? Si.
E’ vero o non è vero che siamo ancora alle fasi preliminari del dibattimento di primo grado? Si.
E’ vero o non è vero che con questa giustizia che non può funzionare in tempo al 2011, che è dietro le porte, arriva in prescrizione? Si.

Berlusconi non avrà preso questa decisione sulla bancarotta per salvare il suo amico Geronzi? Ai posteri la sentenza, ma voi non aspettate i posteri: agite adesso.

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MA QUALE CRISI?

Da http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/10/ma-quale-crisi.html:


Sono gli stessi banchieri, in una certa misura (non sono infallibili), a provocare o rendere possibili le crisi, sia attraverso il meccanismo “immettere o sottrarre banconote dal mercato”, sia attraverso il sistema delle bolle speculative. Occorre notare che le crisi possono persino servire a provocare affezione al sistema, attraverso la paura del cambiamento.
Nel 1929, i banchieri fecero aumentare i prezzi delle azioni, fino a quando raggiunsero livelli molto elevati. L’aumento vertiginoso doveva servire ad attrarre molte persone. A metà del 1929, ben nove milioni di americani avevano investito in borsa. A questo punto, i banchieri avevano tutto l’interesse a provocare la crisi. Il crollo sarebbe servito ad impossessarsi di una quantità enorme di beni (negozi, industrie, piccole banche, case, automobili ecc.) di coloro che non avrebbero più potuto pagare i debiti.
L’aumento o il ribasso azionario sono dovuti ad elementi di natura informativa o psicologica, e i banchieri possono controllare e condizionare le notizie che riguardano la Borsa.
Nell’ottobre del 1929, la caduta del valore delle azioni, provocata dai banchieri di Wall Street, produsse effetti devastanti. Le banche esigevano i pagamenti e i clienti non potevano pagare. Le industrie cessarono la produzione, e molte persone rimasero disoccupate. Piccole banche e industrie diventarono proprietà dei grandi banchieri che avevano innescato la crisi. Milioni di persone rimasero disoccupate o andarono in bancarotta, e alcune di esse si suicidarono.
La truffa del crollo del 1929 era stata ben compresa da Emile Moreau, governatore della banca di Francia, che l’8 febbraio del 1928 aveva scritto nel suo diario: “Le banche avevano ritirato improvvisamente dal mercato diciottomila milioni di dollari, cancellando le aperture di credito e chiedendone la restituzione”.(1) I banchieri avevano agito in modo da bloccare l’economia, e questo si sarebbe riversato anche sul mercato borsistico. Sarebbe inevitabilmente scoppiata una grave crisi, che si ebbe il 29 ottobre del 1929.

Ormai sappiamo che il sistema bancario, la Borsa e il sistema detto “capitalistico” hanno al loro interno aspetti paradossali, che siamo indotti ad accettare come “normali” o “essenziali”. Sappiamo che i cosiddetti organismi di “vigilanza” o di “controllo”, sono una truffa, in quanto lo stesso gruppo di persone è al contempo controllore e controllato. Le stesse persone che hanno il dominio finanziario si “travestono” da autorità che “tutelano” interessi collettivi.
Capiamo che si tratta di una messinscena, architettata in modo tale da far credere alle persone ciò che esse sono abituate a credere: che l’attuale sistema sia voluto dal popolo, sia a servizio del popolo, o comunque l’unico possibile.
Dobbiamo ricordare che sono le grandi banche ad avere nelle loro mani il potere speculativo della Borsa. Almeno il 70% del credito speculativo mondiale è nelle mani di tre grandi banche: Morgan Stanley, Goldman Sachs e Ubs.

Le riforme del Fmi avevano messo l’intera economia argentina nelle mani di privati stranieri, che non avevano alcun interesse a rispettare le esigenze della popolazione, e ancora meno desideravano sacrificare facili profitti per i diritti dei lavoratori

Il Fmi, pur essendo il maggiore responsabile del collasso argentino, si considerò estraneo al disastro, e spacciò le strategie per saccheggiare il paese come “un programma che poteva essere sostenuto economicamente e politicamente”.(3) Le autorità della Bm e del Fmi cambiarono la versione dei fatti, per far apparire che avevano cercato di aiutare il paese ma non vi erano riusciti, nascondendo che proprio le loro “riforme” avevano causato la bancarotta.

7 miliardi l’anno per inalare veleni. Grazie Berlusconi!

http://www.danielemartinelli.it/2008/10/28/7-miliardi-lanno-per-inalare-veleni-grazie-berlusconi/

I dettami del protocollo di Kyoto sul contenimento delle emissioni e l’aumento delle fonti rinnovabili che l’Ue ha assunto a modello, sono per l’Italia un volume di geroglifici. Tanto che Bruxelles non concederà nessun allungamento dei tempi come ha già chiesto Berlusconi su lamentela di Confindustria, visto che per l’Italia inadeguata il termine del 2020 è rimandato ai posteri stile Renzo Bossi. Barroso ha smentito per l’ennesima volta il piduista ribadendo che siccome la crisi finanziaria non riduce la minaccia del cambiamento climatico, salvare il pianeta non è un optional. Ebbene, mentre Germania, Francia e Inghilterra hanno già avviato politiche di adeguamento, l’Italia preferisce pagare le multe per continuare ad inquinare l’aria come prima più di prima. L’importo sarà di 7 miliardi di euro l’anno già a partire da quest’anno come dice nell’intervista il consigliere regionale lombardo dei Verdi Marcello Saponaro, che per l’Italia ha addirittura evidenziato un aumento delle emissioni inquinanti negli ultimi anni.

Per combattere la mafia bisogna parlarne

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=779:per-combattere-la-mafia-bisogna-parlarne&catid=2:editoriali&Itemid=4:

L’esortazione del giudice Paolo Borsellino che risale al 1992 è stata accolta dal fratello Salvatore che gira l’Italia per continuare a tenere acceso il dibattito e l’attenzione. Anche per non dimenticare quelli che hanno perso la vita nella battaglia:

«Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene».

Questa era l’esortazione di Paolo Borsellino, il giudice ucciso in via D’Amelio il 19 luglio 1992. Ora il fratello, Salvatore Borsellino, non si stanca di girare l’Italia per tenere sveglie le coscienze: il 24 ottobre l’immensa sala dell’oratorio san Mauro di Bernareggio non è riuscita a contenere le centinaia di persone che sono giunte ad ascoltarlo. L’incontro è stato organizzato da Davide Camanzo, ventunenne sulbiatese, responsabile, assieme alla fidanzata, Barbara Colombo, ventitreenne bernareggese, della compagnia teatrale «Cam’on Babi» di Villanova. Tra il pubblico intervenuto c’erano anche tantissimi giovani, persone che nel 1992 erano poco più che bambini, ma che ricordano le madri piangere nel sentire la notizia degli omicidi dei due magistrati. Perchè così tanti giovani? Ci hanno risposto che venire ad ascoltare una testimonianza diretta è l’unico modo per saper la verità, per saper perchè sono accaduti determinati fatti in Italia. «Non crediamo più nei telegiornali o nella carta stampata nazionale – hanno affermato – Scrivono solo quello che voglio, scrivo sotto dettatura di lobby di potere di destra e di sinistra. Noi ci documentiamo in internet, nella rete ci sono numerose testimonianze, video interviste, siti internet, che portano sì tesi differenti, ma che permettono di farci liberamente un’idea propria di cosa è accaduto. Solo in internet o ascoltando testimonianze dirette si può arrivare alla verità».

Assieme a Salvatore Borsellino a lasciare la sua testimonianza c’era anche Benny Calasanzio, a cui la mafia ha ucciso sempre nel 1992 sia lo zio, Paolo Borsellino (omonimo del giudice, ndr) e otto mesi più tardi il nonno, Giuseppe. La loro unica colpa è di non aver ceduto alle minacce della criminalità organizzata, mentre con sacrifici tentavano in quegli anni di avviare una piccola azienda edile. «Il tempo per piangere i morti è terminato da tempo – ha affermato Benny, ora 23enne e giornalista – vengo a raccontarvi la mia storia, la storia di una famiglia straziata dagli attacchi della mafia non per farvi commuovere, ma per farvi indignare, indignare di vivere in uno Stato che fino ad oggi ha fatto ben poco per fermare la malavita, per farvi arrabbiare quando tra i candidati politici ci sono persone condannate per mafia o per altri crimini». (per approfondimenti http://www.bennycalasanzio.blogspot.com).
L’eroismo non è l’omertà, ma avere il coraggio di lottare contro un sistema corrotto a tutti livelli, combattere il sistema delle raccomandazioni, del clientelarismo e delle tangenti. «Quando il 19 luglio 1992 la bomba dilaniò i corpi degli uomini della scorta, Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina ed Agostino Catalano e quello di Paolo Borsellino, il giudice era 57 giorni che sapeva che sarebbe stato ucciso, diceva di non avere tempo e aveva ragione – così esordisce il fratello nel raccontare l’ultimo giorno di vita di uno degli “eroi d’Italia” – Io ero a Milano quel giorno e ci misi quattro ore a sapere cosa era successo, mentre, da indagini fatte sulle telefonate partite dalla rocca dove fu azionato il detonatore, coloro che diedero l’ordine ricevettero in 140 secondi la telefonata che annunciava la morte di Paolo Borsellino. In via D’Amelio non avrebbero dovuto esserci automobili parcheggiate, ma paradossalmente la via dove tre volte la settimana mio fratello andava regolarmente a trovare nostra madre, non era considerata un obiettivo sensibile. Ancora dopo sedici anni non si sanno i nomi dei mandanti, forse perché, come disse Leonardo Sciascia, lo Stato non può processarese stesso».

In quei giorni Paolo Borsellino stava ascoltando le testimonianze di pentiti molto importanti per le informazioni che rivelavano, in particolare sulla presunta collusione tra lo Stato e la mafia, tra l’antistato e la mafia. Il giorno dell’omicidio misteriosamente un uomo si avvicina alla macchina blindata e sottrae la borsa di cuoio contente i documenti del magistrato. La borsa fu ritrovata, ma priva dell’agenda rossa, quell’agenda che Borsellino usava per scrivere i suoi appunti durante gli interrogatori. Chi è in possesso di quell’agenda? Che utilizzo ne fa? Forse è utilizzata per ricattare l’intera classe dirigente italiana? Chi ha ucciso Paolo Borsellino lo ha fatto per impossessarsi di quelle informazioni? Queste le domande a cui Salvatore Borsellino cerca da anni una risposta.

Domande che alimentano il senso di sfiducia della gente verso lo Stato, e verso coloro che hanno utilizzato metodi più illeciti che leciti per assicurasi il potere. (per ulteriori approfondimenti http://www.19luglio1992.com).

SIGNORAGGIO E RISERVA FRAZIONARIA, LE VERE CAUSE DELLA “CRISI”

Da http://mercatoliberonews.blogspot.com/2008/10/signoraggio-e-riserva-frazionaria-le.html:

L’attuale crisi economica ricorda quella del 1929 che ha dato origine alla lunga e “grande depressione”. Allora venne realizzata spingendo prima una forte circolazione monetaria mediante l’immissione sul mercato di una grande liquidità con aperture di credito a basso costo dei tassi per: mutui, anticipazioni d’ogni tipo, per acquisire titoli, derivati, ecc. ecc. La corsa all’indebitamento si velocizzò poiché la rendita predisposta degli investimenti era superiore ai tassi richiesti per le anticipazioni. Successivamente si ridusse drasticamente la circolazione monetaria utilizzando qualsiasi tecnica, compreso il violento ritiro degli affidamenti prima facilmente concessi, provocando una violentissima deflazione su tutto il mercato. La massa monetaria si contrasse del 30%: il prodotto interno lordo americano cadde in termini reali del 29%, e la disoccupazione salì di oltre il 25%, con conseguenti fallimenti a catena di banche ordinarie, imprese, aziende e società d’ogni tipo sparsi in tutto il mondo, L’apparato politico, su occulta strategia delle banche centrali propose di curare il crack debitorio-speculativo spingendo gli Stati , dopo essersi indebitati con le banche centrali, a garantire credito e liquidità alle banche ordinarie nella speranza che queste a loro volta fornissero investimenti a sostegno della produzione e dei consumi interni. (allora come oggi gli unici a trarne profitto furono le banche centrali)

Invece un gruppo di economisti di Chicago propose un piano di riforma che era l’esatto contrario della «inadeguata medicina» adottata (causa primaria della prolungata depressione) e, se fosse stato accettato dalla leadership politica, avrebbe risanato rapidamente l’economia di allora e scongiurata quella attuale, evitando le guerre successive strumentali all’egemonia americana. Nel 1933 il «Piano di Chicago» fu vivamente raccomandato al governo dal professor Irving Fisher di Yale. Fisher era il più grande economista americano dell’epoca; fu lui il primo a capire e a spiegare che il meccanismo del credito così concepito porta alla creazione di massa monetaria; ci scrisse persino un libro: «100% Money»

Il Piano di Chicago proponeva che fosse restituito allo Stato il monopolio esclusivo dell’emissione monetaria e che fosse vietato alle banche la creazione di pseudo-denaro dal nulla con le riserve di fantasia, imponendo alle banche l’obbligo di riserva del 100%.

Oggi, le riserve obbligatorie sono ridicolmente basse, anche del 3%. Immaginiamo per semplicità un obbligo di riserva del 10%. Ciò significa (grosso modo) che, quando un risparmiatore deposita sul proprio conto corrente cento euro, la banca con quella «riserva» può concedere fidi e prestiti per 1.000 euro; mille euro che non ha, pseudo-capitale creato dal nulla. Questo consente enormi guadagni indebiti alle banche (che lucrano gli interessi sul denaro che non hanno e che creano dal nulla) ma le rende perennemente e ciclicamente instabili esposte agli umori del mercato: se la maggior parte dei depositanti andasse infatti a ritirare i depositi, si vedrebbe che la banca è insolvente.

Così facendo ci sarebbero risorse per l’economia reale e non per quella creativa ; le anticipazioni sarebbero determinate non già dalla percentuale di riserva permessa, bensì dalla quantità di risparmio esistente nell’economia reale e dalla quantità di denaro messo a disposizione alle banche ordinarie, sotto controllo dal Ministero del Tesoro, mediante operazioni pronto contro termine a tassi estremamente bassi corrispondenti ai costi d’amministrazione.

Irving Fisher infatti scriveva: «L’essenza del piano è di rendere la moneta indipendente dai prestiti; ossia separare il processo di creazione e distruzione di moneta dal business bancario. Un effetto collaterale sarebbe di rendere le banche più sicure e profittabili; ma l’effetto di gran lunga più importante sarebbe la prevenzione di successioni di grandi boom e depressioni, ponendo fine ai cronici cicli di inflazione e deflazione che sono stati sempre la maledizione dell’umanità e che sono nati, in genere, dall’attività bancaria» Tutto ciò Fisher e la scuola di Chicago (e Keynes era d’accordo) lo rese noto alla politica sin dal 1933 fornendo anche il metodo per controllare l’emissione monetaria per scongiurare decisioni discrezionali della «politica» che tenderebbe ad alluvionare di liquidità il mercato per ragioni elettorali o clientelari. In sintesi il concetto era semplice: mantenere costante il rapporto tra circolazione monetaria e beni da misurare, per non
creare squilibri e per poter finanziare la produzione a bassi costi
. L’altro economista, James Angell, dimostrò che il sistema proposto poteva essere effettivamente imposto ed applicato per legge. Tutto ciò ovviamente, fu respinto dal sistema bancario poiché non voleva rinunciare agli immensi guadagni-indebiti che lucrava creando denaro dal nulla: le banche ordinarie mediante la gestione dei debiti costruiti sulle spalle del mercato e dei privati, le banche d’emissione mediante quelli costruiti sulle spalle degli Stati in gran parte realizzati proprio dall’emissione monetaria di costo tipografico addebitata a questi al costo facciale.

Persino Milton Friedman, a cui si imputa la responsabilità della finanza senza regole, era a favore alla riserva obbligatoria al 100 % da parte delle banche ordinarie. Come Allais, anche Friedman sosteneva che la crescita della circolazione monetaria doveva essere proporzionale alla crescita dell’economia reale, con un tasso d’inflazione moderato del 2% annuo, (da non confondersi con l’aumento dei prezzi) per stimolare e sostenere la produzione e quindi i consumi.

Ovviamente queste teorie trovarono sostegno nel costatare che mentre tutto il mondo era in recessione, uno dei pochissimi Paesi come l’Italia si trovava con l’economia in espansione. Non si tardò molto a comprendere che ciò era dovuto all’emissione monetaria diretta da parte dello Stato il quale monetizzava il mercato realizzando, con la moneta acquisita a titolo originario e quindi senza debito, le opere pubbliche di comune interesse. (ricostruzione di tutto il territorio nazionale senza aumentare le tasse o il debito pubblico)

La bolla debitoria responsabile dell’attuale crisi economica non è determinata tanto dai mutui americani non pagati, quanto dalla sommatoria dell’indebitamento che si realizza con l’attuale emissione monetaria. Pertanto pensare di rifinanziare banche e mercato collassati dal debito con strumenti monetari forniti dallo Stato, che si indebita a sua volta nei confronti delle banche d’emissione, equivale ad intestardirsi a voler spegnere gli incendi con la benzina.

Per uscire dai ricatti causati dalle programmate crisi economiche, è necessario quanto segue:

lo Stato in nome e per conto dei cittadini deve riappropriarsi della funzione monetaria, battere moneta in proprio e per ciò non ingenerante debito, acquisirla per titolo originale incamerandone i signoraggi attualmente distratti dalla Banca Centrale.

Ricondurre la riserva delle banche ordinarie al 100 % dei propri attivi reali.

Ripristinare il divieto prima esistente nei confronti delle banche ordinarie, fondazioni e finanziarie collaterali di possedere quote di partecipazione di qualunque attività produttiva.

– Il credito e le attività creditizie debbono essere a disposizione del mercato e della produzione sottoposte alla sorveglianza del Ministero del Tesoro.

– Nelle more “occorre uno strumento – supplementare per l’iniezione di liquidità a livello nazionale” (Giulio Tremonti), da cui trapela che è arrivato il tempo di ripristinare lo strumento monetario che supplisca all’attuale emissione extra nazionale, gravata per sua natura dall’inversione contabile di produrre debito, emesso dal governamento nazionale scevro da debito.

– E’ necessario che la politica ritorni ad assolvere la sua funzione primaria al servizio delle persone. Ai politici che non possono o non se la sentono di adeguarsi consigliamo pronte e lodevolissime dimissioni a scanso di ristoro delle prebende percepite per servizi mal forniti. Non può essere più consentito distogliere risorse alla: sanità, istruzione, ricerca, produzione, mercato ed al sociale per conferirle ai banchieri.

Mannino, che fare

Da http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2070347.html:

L’assoluzione di Calogero Mannino nel secondo processo d’appello, dunque non definitiva, dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ha dato la stura alla solita girandola di scemenze sulla persecuzione giudiziaria, sulla “sconfitta del pool di Caselli”, sulla “fine della stagione dei processi politici”, addirittura sull’”errore giudiziario”. In realtà qui non c’è stato alcun errore giudiziario, ma una diversa valutazione – assolutamente fisiologica nel nostro sistema processuale – da parte di un collegio d’appello rispetto all’altro che aveva condannato Mannino a 5 anni e 4 mesi, prima dell’annullamento con rinvio della Cassazione. Due collegi della stessa Corte d’appello di Palermo hanno giudicato l’uno sufficienti, l’altro insufficienti le prove raccolte dalla pubblica accusa. Ma che il processo si fondasse su elementi solidi, dunque meritevoli di verifica processuale, l’avevano già stabilito non i due pm, ma molti giudici: il gip che lo arrestò e lo rinviò a giudizio, i 3 giudici del Riesame e i 9 delle sezioni unite della Cassazione che confermarono l’ordinanza cautelare per due anni, gli altri 3 giudici del Tribunale di Palermo che respinsero una richiesta di scarcerazione per motivi di salute. Diciotto magistrati di sedi e funzioni diverse: tutti visionari? Tutti persecutori? Non scherziamo.
Persino i 3 giudici del Tribunale che l’avevano assolto in primo grado scrissero parole di fuoco sull’ex ministro Dc, ora senatore Udc: “È acquisita la prova che nel 1980-81 Mannino aveva stipulato un accordo elettorale con un esponente della famiglia agrigentina di Cosa nostra, Antonio Vella”. E in seguito anche con altri boss della vecchia mafia agrigentina. Il Tribunale parlò di “patto elettorale ferreo, avallato dall’intervento di un mafioso come Vella”, che “costituisce una chiave interpretativa della personalità e consente di invalidare buona parte del capitolato difensivo, volto a rappresentare Mannino come un politico immune da contaminazioni coscienti con ambienti mafiosi o addirittura vittima di chissà quali complotti”. I primi giudici ritennero però che non fosse dimostrata la “controprestazione”di Mannino: “Non c’è la prova che l’accordo elettorale abbia avuto ad oggetto la promessa di svolgere un’attività, anche lecita, anche sporadica, per il raggiungimento degli scopi di Cosa nostra”. Insomma, Mannino aveva chiesto e avuto i voti di Cosa Nostra, ma non si sa cosa le avesse dato in cambio. Potrebbe aver buggerato la mafia.

La Corte d’appello ritenne che invece fosse provata pure la controprestazione. La Cassazione annullò la sentenza per difetto di motivazione, ma ritenne che esistessero gli elementi per un nuovo appello (sennò avrebbe annullato senza rinvio), nel quale è arrivata l’assoluzione. Vedremo dalle motivazioni se han cancellato anche i fatti sinora accertati, cioè le gravissime collusioni mafiose, o se li hanno semplicemente giudicati non penalmente rilevanti per mancanza della “controprestazione”.

Nell’attesa, il processo Mannino è un ottimo banco di prova per spiegare cosa deve fare, e soprattutto non deve fare, un politico per evitare di finire sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Se, puta caso, si sposa Gerlando Caruana, figlio di Leonardo, il boss di Siculiana, non deve partecipare alle nozze (nemmeno per fare gli auguri alla sposa), e possibilmente fare in modo di non meritare nemmeno l’invito. Da assessore regionale alle Finanze, contrariamente a quel che fece Mannino, non deve affidare le esattorie a mafiosi come i cugini Salvo. Quando ci sono le elezioni, è meglio evitare di ospitare in casa propria mafiosi come Antonio Vella per chiedere i voti della mafia, o di frequentare medici mafiosi come Gioacchino Pennino, amico di boss come Giuseppe Di Maggio,Totò Greco e i fratelli Graviano.

Ecco, se uno non frequenta mafiosi o smette di frequentarli quando scopre chi sono, e magari li denuncia alla magistratura, sarà ben difficile che la mafia voti per lui, che qualcuno lo sospetti di mafia, che qualche mafioso pentito si ricordi di lui costringendolo a un “lungo calvario giudiziario”. Se poi uno vuole che il suo processo sia rapido, dovrebbe pregare il suo premier di evitare leggi ad personam tipo la legge Pecorella che aboliva l’appello del pm ed, essendo incostituzionale, fu bocciata dalla Consulta, sospendendo il dibattimento per mesi, per poi riaprirlo quando la Consulta la fulminò. Non è difficile, vale la pena provarci. Tanto per cambiare un po’.

Tel Aviv: ecco la soluzione rifiuti per la Campania. Ma Bertolaso non ci crede

http://www.ecoblog.it/post/6318/tel-aviv-ecco-la-soluzione-rifiuti-per-la-campania-ma-bertolaso-non-ci-crede

La soluzione ai rifiuti(e non solo campani) c’è . E’ sotto brevetto e l’hanno inventata gli israeliani e si chiama Arrow-Bio.

In pratica con questo sistema denominato ArrowBio e che funziona ad acqua, è possibile differenziare i rifiuti e separare la parte organica da quella inorganica grazie alla forza di gravità. La parte organica opportunamente trattata diviene una poltiglia che può essere usata oltre che per produrre metano, anche come fertilizzante naturale.