Archivi del giorno: 17 ottobre 2008

Quel fenomeno della Goldman Sachs…

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/8854/48/1/2/

Gli uomini/goldman, una volta giunti ai vertici dell’azienda, non si fermano lì. Esiste un travaso continuo, diretto, tra funzione privata e funzione pubblica. Così gli uomini/goldman vanno ad occupare i gangli nevralgici di uno Stato (come ad esempio gli Stati Uniti) soprattutto nel settore politico (a vari livelli), economico, e accademico. Facciamo alcuni esempi limitandoci ai più eclatanti, altrimenti la lista sarebbe davvero lunghissima.
Lo scorso anno il presidente di Goldman Sachs, Henry Paulson, esce dalla compagnia ricco di stipendi e bonus di decine e decine di milioni di dollari per gli strepitosi successi ottenuti… ma non va in pensione, bensì è “assunto” come ministro del Tesoro da George W. Bush e dunque messo sulla poltrona cruciale da cui vigilare sull’andamento dell’economia americana.

Facciamo alcuni nomi per l’Italia … Mario Draghi … Mario Monti … Romano Prodi … Gianni Letta

mai più la compagnia deve rischiare in proprio, facciamo rischiare gli altri! Ecco che nasce l’idea della finanziarizzazione dell’economia e la traslazione del rischio dei finanziamenti

Immaginiamo di essere in un mercato finanziario e io sto vendendo un prodotto, non ci interessa tanto sapere quale sia, mettiamo sia una obbligazione legata ad un mutuo a rischio. Lo vendo oggi, dunque a data certa, e al prezzo di mercato di oggi, dunque anche il prezzo è certo. La particolarità sta in questo: vendo un prodotto che non è mio, non è nella mia disponibilità. Ma mi impegno ad acquistarlo (contestualmente alla vendita) ad una data futura breve (short) al prezzo di mercato che avrà in quel momento, ovvero lo acquisterò ad un prezzo che ancora non conosco. Lo schema come vedete è anche abbastanza semplice, si tratta di un future, o come dire una autentica scommessa. Se nell’intervallo di tempo tra mia vendita e mio acquisto il prezzo sarà calato: avrò guadagnato la differenza; se al contrario avrò venduto ad una cifra e acquistato ad un prezzo che nel frattempo è aumentato: avrò perso la differenza. Insomma, come andare al casinò e puntare sul rosso e nero!
Ora immaginate che Goldman Sachs abbia venduto prodotti basati sui mutui al prezzo che avevano prima della crisi della scorsa estate e poi li abbia acquistati al prezzo che avevano dopo che la crisi era avvenuta e il loro prezzo era crollato. Immaginate questo e avrete esattamente ciò che è successo nella realtà! Il risultato? Un guadagno, in un paio di settimane, di ben 1,7 miliardi di dollari… 1,7 mi-liar-di di dol-la-ri!!!
Ora capite bene quanto si diceva in precedenza riguardo al margine di redditività e come sia solo il settore finanziario a consentire tali ricavi: hai voglia costruire macchine! Questi creano denaro dal nulla, le speculazioni finanziarie consentono di creare letteralmente denaro solo schiacciando un tasto… denaro che non ha nessun corrispettivo reale, che non è garantito da nulla di tangibile nell’economia reale. Non è un caso, appunto, che taluni chiamino questo tipo di operazioni “economia da casinò” o “economia d’azzardo”! Questo denaro in realtà ha la consistenza dell’aria, eppure fonda potere, con esso ci puoi comprare beni reali eccome! Ecco come funziona la finanza mondiale!

Questa è dunque la situazione, il panorama piuttosto desolante che ci troviamo di fronte. Come al solito, la morale è in soldoni: loro cercano di governare la situazione perdendoci il meno possibile e cercando soprattutto di riversare le perdite sulla globalità della popolazione statunitense e del resto del mondo. E noi dobbiamo quasi dire grazie, perché l’alternativa a questo sarebbe che qualche grosso squalo fallisse e allora potremmo avere l’innesco di una crisi sistemica dagli esiti micidiali.

Gioco criminale

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=9816&Itemid=78

di Giorgio Bongiovanni – 16 ottobre 2008
Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare.

Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave.
Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo.
Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi.
E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo – sotto l’energica spinta della Casa Bianca – principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.
Nel recente rapporto di Amnesty International si legge invece che Cina, Russia e Stati Uniti, divisi su tutto, sono in perfetto accordo nel pilotare il commercio delle armi. E in aperto contrasto, insieme a Egitto, India e Pakistan, con le richieste di Amnesty di impedire i trasferimenti di armamenti laddove vi sia “il rischio sostanziale” che essi possano essere usati “per compiere gravi violazioni del Diritto internazionale dei diritti umani e del Diritto internazionale umanitario”.
“Nonostante il massiccio semaforo verde della maggior parte dei Paesi – ha dichiarato Brian Wood, responsabile della Ong – una piccola minoranza di scettici vuole mantenere l’attuale carneficina e continuare a chiudere un occhio su trasferimenti di armi palesemente irresponsabili, rendendo deboli e inefficaci i controlli nazionali e gli embarghi dell’Onu sulle armi”. E così mentre Cina e Russia rimangono i principali fornitori di armamenti convenzionali al Sudan – che l’esercito usa per perpetrare gravissime violazioni dei diritti umani in Darfur, dove si contano più di 400mila morti tra i civili – gli Stati Uniti, dal 2003, hanno finanziato la maggior parte della fornitura di oltre un milione di fucili, pistole e armi da fanteria per i 531.000 membri delle forze di sicurezza irachene. Fornitura che ha contribuito alla proliferazione di armi e al perdurare di quel sistema di violenza e repressione già in corso ai tempi di Saddam Hussein.
Anche in Birmania, recente protagonista della protesta non violenta dei monaci, repressa nel sangue, le ben note violazioni dei diritti umani non hanno impedito a Cina, Serbia, Russia, Ucraina e India di fornire mezzi blindati, camion, fucili e munizioni. Stesso discorso per la Colombia, il Guatemala, la Guinea, la Somalia e l’Uganda.
E la nostra Italia? Dove si colloca in questo criminale quadro internazionale?
Il nostro piccolo Paese, culla del cristianesimo, sede dello Stato Pontificio, ha speso in un solo anno 33,1 miliardi di dollari per il commercio delle armi, è piazzato ai primi posti della classifica per la loro vendita e grazie all’industria Beretta si pone ai vertici della produzione internazionale della pistola.
Milioni di mine made in Italy sono pronte ad esplodere nel Sudest asiatico e nei Balcani, decine di Paesi che agiscono in violazione dei diritti umani sono stati armati da noi e i presidenti delle più importanti realtà armiere europee sono sempre nostri connazionali.
Ancora. In epoca di grandi privatizzazioni, per il tramite di Finmeccanica la massima produzione di armi rimane nelle mani dello Stato mentre dal 1945 ad oggi il Bel Paese si è piazzato, di anno in anno, tra i primi dieci produttori di armi di tutto il pianeta.
In Italia, come nel resto del mondo, l’industria bellica rimane quindi ai primi posti per fatturato, seguita soltanto da quella della droga. E per avere un’idea della solidità economica di questo mercato basti pensare che mentre tutte le aziende tracollano in Borsa le azioni delle industrie di armi sono le uniche a risalire nelle quotazioni.
Nel solo 2008, ce lo dicono ancora i dati, il fatturato mondiale della vendita di armi ha raggiungerà i 1.500 miliardi di dollari. Una cifra inimmaginabile che corrisponde a più del doppio di quella che sarebbe necessaria a risollevare l’intero sistema economico mondiale.
Ma allora perché vogliono farci credere che l’economia non sia sanabile?
Cosa si nasconde dietro questa facciata?
Chi veramente gestisce il potere nel mondo?
Chi mantiene vivo questo sistema economico?

Assassini, criminali per nulla scalfiti dalla gravissima crisi, al contrario arricchiti sul sangue degli innocenti. Una mafia peggiore, se possibile, di quella violenta e sanguinaria di Totò Riina, che siede nei salotti bene delle nostre città e pianifica a tavolino la morte di milioni di persone per puro interesse personale.
Una mafia cinica che noi, nel nostro piccolo, continueremo a denunciare.

Pompieri incendiari

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=9820&Itemid=78:

di Giulietto Chiesa -16 ottobre 2008

Il fatto eclatante è che gli Stati (Europa e America) sono andati in soccorso delle banche, con enormi iniezioni di denaro pubblico. Il fatto che stampino ulteriore moneta non cambia l’altro fatto: tutto a spese dei cittadini contribuenti.

E’ in corso una massiccia nazionalizzazione delle banche, che significa una massiccia socializzazione delle perdite. L’unica differenza tra America e Europa è che negli Stati Uniti lo Stato eroga i prestiti lasciando invariata la proprietà, in mani private, mentre in Europa prevale l’idea che gli Stati si appropriino delle quote azionarie, entrando negli assetti proprietari.

Nessuno si sogna neppure di mettere in discussione i capisaldi di questo sistema che è andato in pezzi.
Questi capisaldi sono la “presunta” indipendenza delle banche centrali e il loro carattere privato.
Presunta indipendenza perchè le banche centrali, quella d’Italia, quella d’Europa, la Federal Reserve, sono banche private, con azionisti privati. Che sono gli stessi incendiari che hanno appiccato l’incendio. Questo spiega perfettamente perchè l’hanno lasciato esplodere: partecipavano alla lauta raccolta dei profitti.

Adesso constatiamo che senza l’intervento d’emergenza degli Stati (per altro a stalla ormai aperta e a mucche scappate) l’intera struttura sarebbe crollata. La domanda è: perchè continuare con la commedia dell’indipendenza delle Banche Centrali (cioè delle banche tout court), visto che non sono state capaci di reggersi da sole?

E, domanda numero due: visto che il debito degli Stati è sempre stato artificialmente costruito a vantaggio delle banche private, ed è ad esse che noi dobbiamo i nostri debiti, proprio mentre scopriamo che li hanno usati malissimo e sono fallite, perchè mai continuare questa rapina privata ai danni della collettività? Rapina attuata , per giunta, da pasticcioni talmente stupidi da tagliare il ramo su cui sedevano?

Questi signori che invocavano il mercato lo hanno nei fatti liquidato. Il neo-liberismo è stata la morte del mercato. Ci crede, in Italia, solo Walter Veltroni.

Adesso il re è nudo (anche se molti si affannano a vestirlo). E’ la gente comune che sta pagando il disastro e peggio pagherà nei prossimi mesi, con una recessione mondiale ormai incombente e un’inflazione galoppante che taglierà i redditi fissi senza pietà.

La crisi manifesta un secondo aspetto: essa è nata negli Stati Uniti. Prima dell’11 settembre. E ha infettato il resto del mondo, mentre le isttizioni finanziarie mondiali, incluse quelle europee, pubbliche e private, hanno tenuto bordone.
Questa è la prova del nove che l’Europa non può e non deve seguire il modello americano.Siamo di fronte alla fine del “consenso washingtoniano”. Bisogna fare il possibile perchè esso non venga ripristinato, sotto altre forme. Altre crisi incombono e, con esse il pericolo di guerra. Il pacifismo di oggi è ridurre il potere della finanza.

Beppe Grillo: percezione e rivoluzione della rete (V DAY)

Pregiudicato a chi? Intanto io mi appello

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=757:pregiudicato-a-chi-intanto-io-mi-appello&catid=4:2008&Itemid=3

di Marco Travaglio

Mi scuso per l’intrusione, ma siccome sono diventato il condannato più famoso d’Italia, vorrei dire qualcosa anch’io sulla sentenza della giudice Di Gioia che, in primo grado, ha ritenuto diffamatorio per Cesare Previti un mio pezzo pubblicato nel 2002 sull’Espresso, in cui Previti era citato in mezza riga. Anzi, non sulla sentenza, che non c’è ancora (verrà depositata tra 60 giorni) e che, più che commentata, andrà appellata nella speranza che sei occhi in Corte d’appello vedano meglio dei due del giudice monocratico. Vorrei dire qualcosa su tutto ciò che l’ha accompagnata.

Perché, come sono certo di non aver diffamato nessuno, men che meno Previti (reato impossibile), non sono altrettanto sicuro che le cronache dedicate alla sentenza, a reti ed edicole unificate, non siano diffamatorie. Cito dal Tg1, che di solito non dà notizia delle condanne non solo dei giornalisti, ma nemmeno dei ministri, parlamentari, banchieri, imprenditori, e gabella le prescrizioni di Berlusconi e Andreotti per assoluzioni, ma ha riscoperto i piaceri della cronaca giudiziaria giusto in tempo per me: «Marco Travaglio è stato condannato a 8 mesi di reclusione, pena sospesa, per aver diffamato l’ex deputato Previti. Il processo, celebrato a Roma, riguardava un servizio sull’Espresso… Travaglio dovrà risarcire Previti con 20 mila euro». Manca solo un piccolo dettaglio: la sentenza è di primo grado. Avesse riguardato chiunque altro, i Raiotti avrebbero precisato che verrà appellata e dato la parola all’imputato per dire che nessuno è colpevole fino a condanna definitiva. Non ho avuto questa fortuna. Così il Tg1, informando sulla mia presunta diffamazione, è riuscito a diffamare me. Complimenti e grazie. Ora attendo che il Tg1 fornisca tutta i nomi dei suoi giornalisti condannati negli ultimi anni, in primo, secondo, o terzo grado. Così come mi auguro che tutti i giornali che ieri han voluto dedicarmi tanto spazio, spalanchino gli archivi (compresi quelli dei direttori) e facciano altrettanto. Ci sarà da divertirsi.
Casomai la cosa potesse interessare, il sottoscritto è giunto all’età di 44 anni con la fedina penale immacolata: sul mio Casellario giudiziale c’è scritto «Nulla». Il che naturalmente non significa che tutti i condannati definitivi per diffamazione siano dei diffamatori: questo genere di processi, per chi fa cronaca giudiziaria, sono incidenti di percorso quasi inevitabili anche per chi non sbaglia (e prima o poi sbagliamo tutti). Perché esistono tre tipi di diffamazione: quella di chi esprime opinioni critiche, ritenute dal giudice eccessive; quello di chi scrive fatti falsi; quello di chi scrive fatti veri, ma inseriti in un contesto negativo che il giudice, nella sua discrezionalità, ritiene diffamatori. Ora, quel che ho scritto sull’Espresso è vero: ho citato il verbale del colonnello del Ros Michele Riccio, che parlava (lui, non io, diversamente da quanto scritto dall’Unità) della presenza di Previti nello studio Taormina mentre si teneva una riunione per discutere certe faccende riguardanti Dell’Utri, senz’attribuire a Previti alcun ruolo nella riunione. Dunque penso che la mia sentenza riguardi il reato del terzo tipo. Càpita, viste la genericità del reato di diffamazione e la carenza di cultura liberale nella giurisprudenza italiana, diversamente da quella europea (vedi sentenze della Corte di Strasburgo) e americana (il I emendamento taglia la testa al toro).
Non è stato sempre così: negli anni 80, Indro Montanelli fu condannato per diffamazione nei confronti di Ciriaco De Mita: un milione di lire di multa per avergli dato del padrino. Montanelli si appuntò al petto la condanna come una medaglia. L’altro giorno in pm aveva chiesto per me una multa di 500 euro. Il giudice l’ha ridotta a 100 e ci ha aggiunto, bontà sua, 8 mesi di reclusione. La pena media dell’omicidio colposo; la metà della pena inflitta a Previti per aver comprato il giudice del caso Mondadori; 3 mesi in meno degli anni affibbiati a Cesare Romiti per 100 miliardi di lire di falsi in bilancio Fiat (prima che il reato fosse depenalizzato); 2 mesi in più della pena patteggiata da Renato Farina per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar. A proposito dell’on. Farina, alias agente Betulla: ieri su Libero, sotto il titolo «La banda Santoro Anche Travaglio finisce tra i pregiudicati», definisce «barbarie» la pena detentiva, ma poi mi rinfaccia di aver ricordato le condanne per diffamazione di Lino Jannuzzi. E scrive che usufruirò dell’indulto. Dunque «chi di spada ferisce…». Ma non sa quel che dice. Dell’indulto ha usufruito lui, visto che la sua pena patteggiata è definitiva. La mia è un primo grado (dunque pregiudicato lo dica a se stesso) e conto di farla cancellare nei gradi successivi: forse Betulla non sa che l’indulto si applica solo alle pene irrevocabili. Quanto a Jannuzzi, a parte il fatto che le sue condanne si riferiscono a notizie false (tipo i complotti delle toghe rosse contro Berlusconi e Andreotti «poi assolti»), ne ho parlato perché Jannuzzi è stato a lungo parlamentare (infatti ha avuto prontamente la grazia). Le condanne dei giornalisti sono fatti loro, quelle dei parlamentari sono fatti nostri. Sottili distinzioni ignorate dal biondo mèchato del Giornale, che ha sbattuto la mia sentenza in prima pagina, dopo aver nascosto le sue (una caterva di processi persi, con abbondanti risarcimenti dei danni ai pm di Mani Pulite per la balle diffamatorie che lui rovescia loro addosso da una vita). Il pover’ometto farnetica di «pregiudicato», «indulto», «prescrizione» e s’interessa appassionatamente alle mie ferie. Lui che era di casa ad Hammamet ai piedi di un celebre latitante pluripregiudicato e pluricorrotto, di cui è vedovo inconsolabile. Ecco, nemmeno Vallanzasca potrebbe mai accettare lezioni dalla Yoko Ono di Craxi.

in L’Unità, 17 ottobre 2008

La sentenza del processo Andreotti

http://damianorama.wordpress.com/2008/05/19/il-processo-andreotti-la-sentenza/


“In definitiva, la Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, anche al di fuori di una esplicitata negoziazione di appoggi elettorali in cambio di propri interventi in favore di una organizzazione mafiosa di rilevantissimo radicamento territoriale nell’Isola:
a) chieda ed ottenga, per conto di suoi sodali, ad esponenti di spicco della associazione interventi para-legali, ancorché per finalità non riprovevoli;
b) incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione;
c) intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza anche rispetto ad altre componenti dello stesso sodalizio tagliate fuori da tali rapporti;
d) appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso;
e) indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati;
f) ometta di denunciare elementi utili a far luce su fatti di particolarissima gravità, di cui sia venuto a conoscenza in dipendenza di diretti contatti
con i mafiosi;
g) dia, in buona sostanza, a detti esponenti mafiosi segni autentici – e non meramente fittizi – di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale.
Alla stregua dell’esposto convincimento, si deve concludere che ricorrono le condizioni per ribaltare, sia pure nei limiti del periodo in considerazione, il giudizio negativo espresso dal Tribunale in ordine alla sussistenza del reato e che, conseguentemente, siano nel merito fondate le censure dei PM appellanti.
Non resta, allora, che confermare, anche sotto il profilo considerato, il già precisato orientamento ed emettere, pertanto, la statuizione di non luogo a procedere per essere il reato concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti estinto per prescrizione.
PER QUESTI MOTIVI
La Corte, visti gli artt. 416, 416bis, 157 e ss., c.p.; 531 e 605 c.p.p.; in parziale riforma della sentenza resa il 23 ottobre 1999 dal Tribunale di Palermo nei confronti di Andreotti Giulio ed appellata dal Procuratore della Repubblica e dal Procuratore Generale, dichiara non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto al capo A) della rubrica, commesso fino alla primavera deI 1980, per essere Io stesso reato estinto per prescrizione; conferma, nel resto, la appellata sentenza.
Visto l’art. 544, comma 3, c.p.p.; indica in giorni novanta il termine entro il quale verranno depositate le motivazioni della sentenza.
Palermo, lì 2 maggio 2003.
IL CONSIGLIERE est. IL PRESIDENTE
(Dr. Mario Fontana) (Dr. Salvatore Scaduti)

L’articolo di Travaglio – “patto scellerato tra Forza Italia e la Mafia”

http://damianorama.wordpress.com/2008/10/16/larticolo-di-travaglio-patto-scellerato-tra-forza-italia-e-la-mafia/

In occasione della condanna in primo grado per diffamazione a Marco Travaglio, denunciato da Previti, mi sembra utile riportare l’agghiacciante articolo. Come è d’uso, il giornalista ha riportato atti processuali e testimonianze acquisite, pubbliche e pubblicabili, ovviamente. Non ha aggiunto altro che spiegazioni di inquadramento, non giudizi morali, non deduzioni improprie. I virgolettati abbondano, insieme alla citazione della fonte da cui sono tratti.

la sostanza dell’articolo è che un pentito, giudicato degno di fede, ha cominciato a parlare del programma politico di Forza Italia come di un programma concordato e “sensibile” alle esigenze giudiziarie dei boss della mafia.A mio parere, la diffamazione è solo l’ennesima clava per far tenere la testa bassa ai pochi giornalisti che la alzano. Leggete e giudicate.

Marco Travaglio – 03 ottobre 2002 “L’Espresso”

Ecco il programma politico di Cosa Nostra. Semplice, elementare, addirittura banale: «amnistia di cinque anni. Indulto di tre. Erano commissione giustizia. Ora dovrebbe farla il nuovo governo.». Nel febbraio 1994 un boss di primissimo piano lo confida punto per punto a un colonnello della Dia, che al termine di ogni colloquio lo annota via via sul suo taccuino di appunti. L’amnistia e l’indulto, gli stessi obiettivi di cui si torna a discutere oggi, con la proposta Biondi-Taormina, già sottoscritta da diversi parlamentari del centrodestra e del centrosinistra per placare la rivolta nelle carceri . sono alla pagina 47 di quel taccuino. Poco prima, a pagina 32, si legge: «Quelli di Forza Italia hanno promesso che in caso di vittoria entro 6 mesi regoleranno ogni cosa a loro favore. Palermitani dietro le stragi. siciliani dietro gli attentati in Italia». Pagina 36: «La Fininvest ha pagato un miliardo di tangenti a Santa Paola (boss della mafia catanese, ndr) dopo l’attentato incendiario che ha subito lo stabilimento Standa a Catania. Rapisarda-Marcello Dell’Utri». Pagina 42: «Prov. (Provenzano, ndr) molto cambiato, parla di pace sintomo di debolezza. Spera in Forza Italia fra sette/5 anni tutto dovrebbe ritornare un po’ come prima». Pagina 49: «Andranno contro il partito o i partiti dei magistrati, la gente non ne può più, mancano i lavori delle grandi aziende c’è solo repressione lotta alla mafia e nient’altro in alternativa protesta operaia e manifestazioni destinate a crescere, aspettano nuovo partito o schieramento».

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Clan nel governo

Cosentino e Berlusconi

http://www.pressante.com/politica-e-ordine-mondiale/italia/1183-clan-nel-governo.html:

“Era a disposizione dei casalesi”. Così un pentito accusa Nicola Cosentino. E’ il quinto collaboratore di giustizia a puntare il dito contro il sottosegretario all’economia. Che continua a rimanere al suo posto.

Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l’onorevole Nicola Cosentino. Egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione… Quando dice ‘nostra’ Dario De Simone parla dei casalesi, la più feroce organizzazione criminale campana. De Simone è stato uno dei loro capi: revolver alla mano, accanto al padrino Francesco Bidognetti ha ucciso una decina di persone. Poi nel 1996 ha deciso di collaborare con i magistrati: le sue rivelazioni sono state determinanti per il maxiprocesso Spartacus. Per gli inquirenti è un ‘pentito’ fondamentale, per il resto del clan un condannato a morte. Quando fa il nome di Nicola Cosentino, i killer gli hanno appena assassinato il fratello e il cognato. Ma va avanti: “L’onorevole aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni, era a disposizione per qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare. Se gli avessimo chiesto un certo tipo di lavoro pubblico, non esisteva che potesse rifiutarsi”.