Archivi del mese: dicembre 2008

La riforma della giustizia che piacerà a Cosa Nostra

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=963:la-riforma-della-giustizia-che-piacera-a-cosa-nostra&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Scritto da Luca Tescaroli

L´anno che si sta chiudendo ha visto riesplodere le tensioni tra numerosi settori del mondo politico e la magistratura, a seguito di inchieste e provvedimenti restrittivi nei confronti di detentori del potere di numerose città italiane la cui notizia è prepotentemente deflagrata nei media. Come conseguenza si è riacceso il confronto sulla riforma della giustizia che ha registrato convergenze da parte di esponenti di gruppi politici contrapposti, sfruttando come sponda le gravi vicende che hanno contrapposto gli uffici giudiziari di Salerno e Catanzaro, che certamente costituiscono un fatto eccezionale.

L´idea di fondo che governa le menti di molti autorevoli esponenti politici è quella di imbrigliare l´azione del pubblico ministero e di limitare l´uso di uno dei più efficaci mezzi di ricerca delle prove: l´intercettazione. Si è detto di rendere non più obbligatoria l´azione penale, di attribuire al Parlamento la scelta dei reati da perseguire, di separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri, di togliere il vincolo di dipendenza dal pm alla polizia giudiziaria, che dipende dalla compagine governativa, consentendole di indagare autonomamente dopo la presentazione della notitia criminis.
Si tratta di progetti che sembrano portare avanti la riforma della giustizia adombrata nel gelliano “Piano di rinascita democratica” che profetizzava la responsabilità del guardasigilli verso il Parlamento sull´operato del pm e la separazione delle carriere. Quanto alle intercettazioni, la maggioranza governativa appare proiettata a limitarne l´uso a una larghissima parte di reati, che comporterebbe di fatto la loro non perseguibilità.
Tutto ciò appare singolare se si pensa che il problema serio della giustizia penale è rappresentato dall´infinità di tempo che occorre per ottenere una pronuncia sulla responsabilità dell´imputato, che un meccanismo bizantino farraginoso e complicatissimo, chiamato processo, sembra ostacolare piuttosto che agevolare. Uno stato di cose che genera inefficienza del servizio giustizia e che si traduce in un discredito della magistratura, contribuendo ad allontanare il consenso di molti cittadini, conquistato nell´ultimo ventennio. Sorge il sospetto che a qualcuno ciò non dispiaccia affatto e che anzi sia gradito.
L´impatto di una nuova regolamentazione di funzionari incapaci di rendere il servizio per cui sono remunerati è certamente meno traumatico nel contesto sociale e sarà difficile trovare chi sia pronto per mobilitarsi e impedire l´eliminazione dell´indipendenza del pubblico ministero, garanzia di uguaglianza per tutti i cittadini.
È singolare il fatto che nessuno faccia riferimento, invece, all´esigenza di riformare certa politica, protagonista di un crescente malgoverno in numerosi settori nevralgici, sempre più pervasa da corruttela, avviluppata soprattutto al Sud a un clientelismo becero, e di impedire che imputati condannati per fatti gravi siedano in Parlamento, ove con il loro voto contribuiranno a riformare la giustizia.
In questo contesto Cosa nostra rimane spettatrice attenta e interessata, pregustando i doni, forse inaspettati, che otterrà laddove le annunciate riforme legislative dovessero essere attuate. L´organizzazione necessita del sostegno dell´uomo politico e del pubblico amministratore per raggiungere i propri obiettivi. Pensate quale vantaggio potrebbe ottenere dall´impossibilità di intercettare i reati tipici della pubblica amministrazione (si pensi alla corruzione o alla turbativa d´asta) propedeutici all´instaurazione di quell´anello di collegamento con i centri di potere. Molte indagini nei confronti di amministrazioni locali hanno consentito di scoprire relazioni con mafiosi e alcuni investigazioni e processi di mafia hanno preso le mosse da indagini nei confronti di appartenenti ad amministrazioni locali.
Pensate a cosa può significare modificare i rapporti fra pm e polizia giudiziaria. Dal momento che la polizia giudiziaria dipende dal governo, potrebbe derivarne che in concreto si faranno solo certe indagini e che potrebbero agevolmente essere impediti i controlli di legalità indirizzati verso determinati interessi cari alla compagine governativa e, al contempo, alla forza mafiosa dominante.
Immaginate cosa può voler dire separazione delle carriere. Un pm che dovrà rispettare le direttive impartitegli dal potere esecutivo? E se venisse previsto di essere feroce con taluni e di essere morbidi con altri, magari verso chi si trova a coltivare rapporti di amicizia o frequentazione con i leader della compagine governativa?
Pensate, poi, cosa può comportare un pm piegato all´esecutivo in un´indagine nei confronti di un colletto bianco, che coltiva legami con esponenti mafiosi. Una situazione che renderà piuttosto difficile solo iniziarla, che consiglierà al magistrato molta prudenza per evitare ripercussioni negative nella progressione in carriera.
Mi auguro che prevalga il senso di responsabilità e che tali conseguenze vengano scongiurate. Spero che nel nuovo anno si pensi, invece, a potenziare l´apparato repressivo (per debellare il crimine organizzato che controlla e condiziona oltre un terzo del Paese e della sua economia), a snellire e a riformare il processo penale, cancellando una serie di inutili formalismi travestiti da garanzie, riducendo le impugnazioni, garantendo che le sanzioni penali irrogate vengano espiate, impedendo che i mafiosi condannati ritornino troppo presto in libertà, continuando a esercitare il potere sul territorio che esercitavano prima del loro arresto.

La riforma delle riforme

Da http://www.beppegrillo.it/2008/12/la_riforma_dell.html

Lo psiconano ha detto che “il 2009 per quanto mi riguarda sarà terribile”. Ha affermato che le priorità assolute del Governo per fare uscire il Paese dalla crisi saranno la “Riforma della giustizia e la legge sulle intercettazioni”. I disoccupati possono dormire tranquilli. Se telefonano alla moglie avranno la sicurezza di non essere intercettati. E anche gli occupati, sempre meno, non devono avere preoccupazioni. Se un amministratore pubblico, pagato dal loro IRPEF, ruba non finirà in galera. Di fronte a un’Italia impoverita, con una previsione di due milioni di disoccupati in più, le parole dello psiconano sono come l’orchestra che accompagnava gli ebrei alle camere a gas a Auschwitz. Questo Governo, dal suo insediamento la scorsa primavera, ha avuto un’unica priorità: evitare a tutti i costi che i politici finiscano in galera, a partire dal presidente del Consiglio

Se uno come lui arriva a un record del genere come nostro rappresentante non ci sono televisioni controllate che tengano. Il problema siamo noi. La nostra ignavia. Quest’Italia non è mai nata, non ha un corpo e neppure un’anima. E’ uno zombie dominato da mafie, massoneria e criminalità politica. Ha avuto qualche sussulto con le lotte partigiane, con Falcone e Borsellino, con Ambrosoli e Livatino. Ma sono stati casi isolati.

Vento forte tra Salerno e Catanzaro

Sul blog di Benny Calasanzio il primo di una serie di articoli in cui Carlo Vulpio ricostruirà alcuni aspetti sconosciuti della vicenda Catanzaro Salerno e in cui, sopratutto, pone alcuni seri interrogativi sulla imparzialità di Giuseppe Cascini, segretario generale dell’Anm:
http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/12/vento-forte-tra-salerno-e-catanzaro.html

di Carlo Vulpio

C’è una casa di cura in Calabria. E ci sono tre banche: una in Basilicata, una in Campania ed un’altra in Emilia Romagna. Poi c’è una casa editrice, di proprietà di altre case di cura, questa volta in Campania. E poi ci sono due magistrati, GABRIELLA NUZZI e DIONIGIO VERASANI, pm di Salerno, che si vorrebbe trasferire a tutti i costi. Dopo Forleo e de Magistris – una donna e un uomo -, ecco Nuzzi e Verasani, una donna e un uomo. Dev’essere la par condicio che vogliono Csm, Anm, (quasi) tutto il Parlamento. Come mai? Megalomani, visionari, protagonisti, emotivi, pasticcioni, incompetenti anche i pm Nuzzi e Verasani (e gli altri cinque pm salernitani che indagano sulle toghe calabro-lucane)? O forse pericolosi, visto che hanno in mano quella “bomba atomica” di inchieste che stanno facendo tremare molti intoccabili di questo Paese e che sono state la ragione della illegittima aggressione a colpi di contro-indagini e contro-sequestri che i magistrati di Salerno hanno subìto da parte dei magistrati di Catanzaro? Cerchiamo di capire un po’ meglio. Prima però andiamo a leggere ciò che ha scritto (Micromega Online) il giudice di Catania, FELICE LIMA, sulla puntata di Annozero del 18 dicembre scorso dedicata al “caso Catanzaro”. “E’ stata una puntata di estremo interesse – dice Lima – per la partecipazione del segretario dell’Associazione nazionale magistrati, GIUSEPPE CASCINI: per le cose che ha detto, per il modo in cui le ha dette e per le cose che ha taciuto”. Una settimana dopo, il 26 dicembre, Cascini improvvisamente scopre cose che una settimana prima non osava chiamare per nome e a Sky tv dichiara: “La situazione in Italia è più grave di quella di Tangentopoli, perché la corruzione è più che diffusa, è capillare e fuori controllo. È un cancro molto serio rispetto al quale la politica ha perso troppo tempo ad interrogarsi sulle ragioni. Il rischio è che si continui ad interrogarsi sui magistrati che la corruzione disvelano e puniscono”. Ecco dunque un primo spunto di riflessione per l’anno nuovo. Giuseppe Cascini. Proprio lo stesso Cascini che fino a una settimana prima non aveva perso occasione di fare esattamente ciò che adesso rimprovera alla politica, e cioè “interrogarsi sui magistrati che cercano di disvelare la corruzione”, anziché difenderli (e non per mera difesa corporativistica), o almeno non attaccarli e non ostacolarli. Cascini infatti è tra coloro che non hanno manifestato mai alcun dubbio su quanto de Magistris fosse “unfit”, inadatto a fare il pm e a condurre quelle inchieste che da Roma in giù (e in su) si vorrebbero insabbiare a tutti i costi. Ma adesso, con una virata di 180 gradi, Cascini scopre ciò che de Magistris aveva detto al sottoscritto (intervista al Corriere della Sera) fin dal 17 luglio 2007, e cioè che in Italia c’è una nuova Tangentopoli, peggiore e più pericolosa di quella degli anni Novanta. Bene. Ma siamo sicuri che questa tardiva (e quindi inutile) virata sia frutto del clima natalizio? Oppure è il vento forte che s’è alzato tra Salerno e Catanzaro, che spazza via le quintalate di sabbia scaricate su queste vicende, che ha indotto Cascini a contraddire se stesso? Non potremo mai dirlo con certezza, perché non siamo nella testa di Cascini, ma grazie al vento forte che soffia tra Salerno e Catanzaro possiamo mettere in fila alcuni elementi utili a capire. Per esempio, Cascini ha difeso a spada tratta SIMONE LUERTI, l’ex presidente dell’Anm che poi si è dovuto dimettere per le bugie raccontate circa i suoi incontri al ministero della Giustizia con CLEMENTE MASTELLA e con ANTONIO SALADINO (indagati da de Magistris nell’inchiesta Why Not). Luerti, dice Cascini, non ha commesso alcun reato e ha subìto una violazione della sua sfera privata quando dalle carte di Salerno è emerso che per le sue convinzioni religiose egli ha fatto voto di castità. Cascini però sa bene che della castità di Luerti non importa nulla a nessuno. Ciò che interessa invece, e molto, è che Luerti faccia il magistrato e appartenga all’organizzazione religiosa “MEMORES DOMINI”, i cui membri devono far voto di obbedienza. Legittimo se sei un cittadino qualunque, non se sei un magistrato. Domanda: come mai Luerti, da presidente dell’Anm, nonché da “ubbidiente” ai “Memores Domini”, non ha mai mancato di esternare un giorno sì e l’altro pure contro de Magistris e Forleo, proprio mentre le inchieste erano calde e le polemiche roventi? E perché su questo punto Cascini tace e, con lui, tace anche l’attuale presidente dell’Anm, LUCA PALAMARA (ex pm alla procura di Reggio Calabria, al centro di polemiche per alcune indagini su presunti procedimenti “insabbiati”)? Ma torniamo all’inizio. Alla casa di cura in Calabria. A BELVEDERE MARITTIMO (Cosenza), ce n’è una che si chiama appunto “Cascini”. Nulla di che. Solo per memorizzare il dato. Questa “Casa di cura Cascini” è di proprietà di un parente abbastanza stretto del magistrato e, cosa più rilevante, tra i suoi amministratori ha avuto anche ANNUNZIATO SCORDO. Chi è costui? Scordo è il presidente della Pianimpinati, la principale società coinvolta in POSEIDONE (la prima inchiesta scippata a de Magistris). La PIANIMPIANTI (il cui vicepresidente è l’ex senatore e sottosegretario dc, MARIO BONFERRONI, poi consigliere in Finmeccanica) è proprio quella società a cui sono riconducibili i 3 milioni e 600 mila euro sequestrati dalla Guardia di Finanza il 17 maggio 2005 al valico di frontiera di Como. Scordo, inoltre, è uomo di fiducia di GIUSEPPE CHIARAVALLOTI, ex “governatore” della Calabria (le convenzioni sanitarie si fanno con le Regioni…) ed ex alto magistrato calabrese che per telefono diceva: “ de Magistris passerà gli anni suoi a difendersi, lo dobbiamo ammazzare di cause e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana”. Oggi però de Magistris è stato trasferito a Napoli e Chiaravalloti continua a ricoprire la carica di vicepresidente dell’Authority per la privacy (forse quella di Luerti, va’ a capire). Mentre Cascini Giuseppe, segretario dell’Anm, sembra non sapere nulla della casa di cura Cascini di Belvedere Marittimo, e di Scordo, e di Pianimpianti, e di Chiaravalloti. Né gli viene alla memoria la circostanza che l’inchiesta Poseidone, oltre ai depuratori da realizzare con UN MILIARDO DI EURO di fondi Ue e mai costruiti, riguardava anche il riciclaggio di denaro attraverso le case di cura convenzionate. Forse Cascini davvero non poteva occuparsi di questo. Forse era troppo impegnato al ministero della Giustizia, dove – ministro OLIVIERO DILIBERTO (Pdci) – ricopriva ruoli di vertice. Si sa come vanno queste cose. Pura meritocrazia. Non c’entra nulla il fatto che uno sia legato, come lo è Cascini, alla senatrice ANNA FINOCCHIARO (ex magistrato, Pd) o all’ex viceministro della Giustizia, LUIGI SCOTTI (ex magistrato, in quota Pdci), colui che – ministro Clemente Mastella – ha perseguito de Magistris. Così come non c’entra assolutamente nulla la coincidenza che Cascini abbia fatto il suo voto di silenzio mentre l’ex ministro Mastella nominava il fratello (di Cascini) niente di meno che capo degli ispettori della Polizia penitenziaria, presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e che il neo ministro della Giustizia, ANGIOLINO ALFANO (Pdl), gli abbia confermato l’incarico. E’ tutto in regola. Tutto nella norma. Luerti l’obbedienza, Cascini il silenzio. Due “cattivi magistrati” come Forleo e de Magistris? Per favore, non scherziamo. Siamo di fronte a due fulgidi esempi di come si fanno gli esercizi spirituali per conquistare un posto in paradiso. (1. continua)

Francesco Musotto

Ecco un estratto che parla del deputato regionale siciliano Francesco Musotto (PDL) dal libro “Disonorevoli nostrani”. Nel libro, Benny Calasanzio ci racconta chi sono i deputati regionali siciliani, in pratica il libro è una galleria degli orrori piena di corruzione e rapporti poco chiari con pericolosi mafiosi. Il libro è scaricabile gratuitamente dal blog dell’autore:

http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/12/il-mio-libro-gratis.html

L’articolo su Musotto di cui riportiamo un breve estratto, si trova invece all’indirizzo:
http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/12/francesco-musotto-copie-scaricate-435.html

Musotto Francesco, Pdl, eletto in Provincia di Palermo. La Costituzione Europea, in tema di giustizia penale, nell’articolo II-108, recita: “Il rispetto dei diritti della difesa è garantito ad ogni imputato”. Francesco Musetto, di questo diritto fondamentale dell’uomo, ne ha fatto una bandiera, una missione, una virtù. Da semplice penalista si è trasformato in crociato dei diritti degli sfortunati, o sventuratteddi, per dirla come la dicono i suoi assistiti. Per non essere ambiguo e voltagabbana, Musotto è sempre stato con gli imputati. E non di furto o diffamazione. È stato l’avvocato dei più pericolosi e sanguinari capimafia siciliani appartenenti a cosa nostra: da Raffaele Ganci, mafioso della famiglia della Noce, ai fratelli Graviano, organizzatori delle stragi del 1993 e dell’omicidio di Padre Puglisi, da Salvatore Sbeglia, fornitore del telecomando utilizzato per la strage di Capaci, ad
alcuni affiliati del clan Farinella. Per non farsi mancare nulla nel proprio curriculum, Musotto ha
anche difeso terroristi rossi del calibro di Renato Curcio e Toni Negri. Non è certo per il tenore e la qualità dei suoi clienti che l’8 novembre del 1995, alle quattro del mattino, viene arrestato insieme al fratello Cesare. I due erano accusati di aver fornito assistenza ai latitanti di cosa nostra, di aver passato loro notizie riservate sui provvedimenti giudiziari, di aver dato ospitalità, nel giugno 1993, nella villa di famiglia a Pollina, nei pressi di Cefalù, addirittura al boss corleonese Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina…

Il network eversivo

Parla Tavaroli, l’ex capo della security Telecom al centro dell’inchiesta sui dossier illeciti, http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/dossier-telecom/verita-tavaroli/verita-tavaroli.html


“La Porcu organizza un giro delle sette chiese, un’agenda di incontri con Nicolò Pollari, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni (Eni), Enzo De Chiara (uno strano personaggio, finanziere italo-americano, vicino alle amministrazioni Usa, già finito in qualche inchiesta giudiziaria), Pippo Corigliano (Opus Dei) che a sua volta mi presenta Luigi Bisignani che già aveva chiesto di incontrarmi (se fosse stato siciliano, dopo averlo conosciuto, avrei pensato che fosse un mafioso) e la Margherita Fancello (moglie di Stefano Brusadelli, vicedirettore di Panorama), che a sua volta mi riportò da Cossiga, Massimo Sarmi (Poste), Giancarlo Elia Valori, il generale Roberto Speciale della Guardia di Finanza. Insomma, dai colloqui, capisco che questi qui sono in squadra.

(Tavaroli annuncia in settembre una memoria difensiva molto documentata e comunque va ricordato qui che la sua è la ricostruzione di un indagato). Mi immagino una piramide. Al vertice superiore Berlusconi. Dentro la piramide, l’uno stretto all’altro, a diversi livelli d’influenza, Gianni Letta, Luigi Bisignani, Scaroni, Cossiga, Pollari. E’ il network che, per quel che so, accredita Berlusconi presso l’amministrazione americana. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo.

Mi resi conto subito che quella lobby di dinosauri custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava.

Ma il generale Mori stava veramente dalla parte della legge?

Marco Travaglio ci da notizie sul processo in corso a Palermo a carico dell’ex capo del Ros e poi del Sismi, generale Mario Mori, e del suo vice, col. Mario Obinu, per favoreggiamento alla mafia a causa della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2126556.html:

perché Riccio ha raccontato di quando Ilardo incontrò Mori e gli avrebbe detto: “Le stragi non le abbiamo fatte solo noi della mafia, ma anche voi dello Stato”. Mori, anziché domandare spiegazioni o fare obiezioni, girò i tacchi e – sempre secondo Riccio – se ne andò senza dire una parola. Poi Riccio s’è soffermato su uno strano vertice nello studio Taormina: “Il mio difensore Carlo Taormina mi fece incontrare il senatore Dell’Utri, con la scusa di studiare le carte del suo processo. Passò a salutarci l’avvocato Cesare Previti (che poi non partecipò alla riunione, ndr)… Taormina mi chiese di dire, nei processi per mafia a Palermo, che Ilardo non mi aveva mai parlato di Dell’Utri”. Invece gliene aveva parlato eccome. Riccio – riferisce l’Ansa – non seguì l’amorevole consiglio di Taormina e mesi dopo gli revocò il mandato. Previti – ricorda Riccio – era presente da Taormina anche in occasione di un’altra riunione. Una presenza interessante, la sua, anche se “inattiva”, visto che – come ricorda Riccio – Previti conosceva bene Mori e “sovente veniva a trovarlo negli uffici del Ros”.

Di più: “Nel 1994 ho visto Mori che dal proprio ufficio spostava in un’altra stanza il piatto d’argento che gli era stato regalato da Previti, commentando con una battuta: ‘Cambiato il governo, si deve cambiare anche la disposizione del vassoio’…”. Dopo aver ricostruito il mancato blitz di Mezzojuso, Riccio riferisce i nomi che Ilardo gli fece prima di morire: nomi delle persone che gli risultavano legate a Cosa Nostra o agli amici degli amici, sulle quali non potè aggiungere altro perché fu ammazzato prima di mettere a verbale le sue dichiarazioni. E, fra gli altri, cita Dolcino Favi, il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta “Why Not”, e che in passato era stato in servizio a Siracusa. Favi – riferisce l’Ansa – sarebbe stato “gestito” da un avvocato di Lentini “molto legato a un uomo del boss Santapaola”. Dichiarazioni tutte da verificare, s’intende (il processo serve a questo). Ma piuttosto avvincenti e attuali. Peccato che nessuno le racconti.

IL RITORNO DEL PRINCIPE

Il ritorno del principe

Sul sito di Paolo Franceschetti, Solange Manfredi riporta alcuni brani significativi dal libro “Il ritorno del principe”, un libro fondamentale per capire il potere in italia ed il suo forte vincolo con la mafia. http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/07/il-ritorno-del-principe.html

IL RITORNO DEL PRINCIPE
Di Solange Manfredi

Un libro fondamentale, che consiglio vivamente di leggere a tutti coloro che vogliono capire il meccanismo “osceno” e criminale del potere.

Riporto alcuni passi tratti dal libro nella speranza di indurre i più a leggerlo interamente e cercando, al contempo, di dare un’idea, a chi non ama la lettura, della realtà del potere.

Disinformazione

“Tutti noi siamo ciechi dinnanzi ad uno dei fenomeni più importanti delle nostre vite: il reale funzionamento della macchina del potere…si tratta di una cecità indotta dallo stesso potere al fine di perpetuarsi”.

“Questa disinformazione si realizza azionando due leve: quella della censura informativa su tutti i fatti che riguardano i rapporti mafia-potere…..e quella dell’amplificazione a senso unico delle vicende criminali di bassa macelleria tipiche della struttura militare”.

“Il lavoro di imposture culturali funzionali al potere è affidato da sempre proprio agli intellettuali e costituisce una delle loro principali fonti di reddito”.

“La classe dirigente “dirige” anche la formazione della pubblica opinione, organizza il sapere sociale, seleziona la memoria collettiva, sceglie ciò che deve essere ricordato e ciò che deve essere dimenticato, costruisce la tavola dei valori, imponendo dall’alto esempi in negativo e positivo”

Oligarchia

“Nel mondo della politica il potere, come abbiamo accennato, è concentrato nelle mani di pochi oligarchi i quali, oltre a nominare i parlamentari, attribuiscono posti di comando in tutti gli snodi della istituzioni secondo criteri di fedeltà. Obbedire senza fiatare garantisce la permanenza nel giro di quelli che contano, e brillanti carriere. La disobbedienza e la critica ti tagliano fuori. L’etica dell’obbedienza celebra i suoi fasti anche nel mondo della comunicazione….l’obbedienza ai superiori gerarchici può rendere la vita agevole per i sostituti procuratori, il dissenso può esporre invece a sfibranti mobbing….ispezioni ministeriali a raffica, richieste di trasferimenti urgenti per incompatibilità ambientale, avocazioni di procedimenti, provvedimenti disciplinari che entrano anche nella valutazione di merito di decisioni sgradite”.

“Vi sono mille modi per distruggere la vita di una persona, riducendola alla miseria, gettandola nel discredito, condannandola alla morte civile”.

“Il metodo mafioso che nella sostanza consiste nell’abuso organizzato dei pochi sui molti e che si declina nelle più svariate forme, non è infatti una creatura delle classi popolari, ma delle classi alte”.

La corruzione e il ricatto

“La corruzione in Italia non sembra essere una deviazione del potere, ma una forma “naturale” di esercizio del potere che gode di accettazione culturale da parte della classe dirigente e che conta sulla rassegnazione da parte delle classi sottostanti”.

“La società della corruzione infatti genera la società del ricatto”.

“Il metodo consiste nell’integrare nel proprio interno quanti più soggetti possibili, rendendoli complici e quindi ricattabili. In questo modo non esistono variabili indipendenti che possono scombinare i giochi. Il sistema integra al suo interno le opposizioni disinnescando il controllo politico, integra magistrati disinnescando il controllo penale, integra, corrompendoli, esponenti delle stesse forze di polizia, integra, comprandoli, giornalisti che possono rivelarsi scomodi”.

La criminalità dei potenti

“Sempre più spesso mi accadeva di rendermi conto che il mondo degli assassini comunica attraverso mille porte girevoli con insospettabili salotti e con talune stanze ovattate del potere…i peggiori tra loro avevano frequentato le nostre stesse scuole, potevi incontrarli nei migliori ambienti e talora potevi vederli in chiesa battendosi il petto accanto a quelli che avevano già condannato a morte”.

“…I Riina, i Provengano, i Concutelli, i Fioravanti, i Chiesa, i Poggiolini non sono – come si vorrebbe far credere – dei mostri, ma sono espressione di una mostruosa “normalità” italiana che chiama in causa l’identità culturale del Principe, cioè di quella componente della classe dirigente italiana che da sempre ha costruito il proprio potere sul sistema della corruzione, su quello mafioso, e che ha protetto nel tempo i vari specialisti della violenza utilizzandoli per gli omicidi di mafia e per la strategia della tensione realizzata mediante stragi di innocenti”.

“Questa criminalità dei potenti si è declinata dall’Unità di Italia ad oggi su tre versanti: la corruzione sistemica, la mafia e lo stragismo per fini politici”.

“La questione criminale, dunque, in Italia è inscindibile da quelle dello stato e della democrazia”

La mafia

“…la mafia è anche uno dei tanti complicati ingranaggi che nel loro insieme costituiscono la macchina del potere reale nazionale…nessuno può permettersi di svelare taluni segreti della parte oscena della storia che gli è accaduto di intravedere senza rischiare di restare stritolato dalla reazione compatta e trasversale di tutto il sistema”.

“Neanche Falcone poteva articolare compiutamente il proprio pensiero, illuminando una realtà di potere criminale intrecciato con quello legale così complessa da sembrare ai più incredibile e frutto di allucinazione. Esplicitare compiutamente il suo pensiero l’avrebbe delegittimato ed esposto alla reazione violentissima di tutto il sistema….immaginiamo cosa avrebbe significato, allora, dopo un attentato di quel genere, affermare esplicitamente che la mafia opera talora come braccio esecutivo di un sistema criminale nazionale di cui fanno parte soggetti apicali di altri sistemi di potere. Ti avrebbero preso per pazzo”.

“….è l’intero sistema che chiede il silenzio: e lo chiede perché certi segreti, certe verità non sono gestibili pubblicamente né sul piano giudiziario, né su quello politico. La stessa coltre di silenzio giudiziario e politico calata sui tentativi di golpe e sui crimini commessi dal Principe negli anni della strategia della tensione avvolge anche i crimini mafiosi. Il silenzio coatto sui crimini è il sigillo del potere”

“Personaggi come Provenzano e Riina e altri capi sono il sottoprodotto e la replica popolare di questo modo di esercitare il potere. Durano nel tempo non per forza propria, ma perché sono leve necessarie del gioco grande del potere. Quando esauriscono la loro funzione vengono abbandonati al loro destino. Anche dopo tuttavia continuano a svolgere un ruolo essenziale:fungere da parafulmine su cui scaricare tutte le responsabilità del male e da paravento della criminalità del potere”.

Massoneria

“Nel tempo alcuni vertici militari della mafia sono stati cooptati nel circuito massonico. E’ il caso ed esempio di Stefano Boutade, capo del mandamento mafioso di Santa Maria del Gesù, referente di Andreotti, di Sindona e di altri potenti. Negli anni settanta Bontade conseguì il grado 33 della massoneria”.

“La massoneria occulta e deviata è stata probabilmente una delle postazioni dalle quali alcuni vertici strategici del principe hanno utilizzato di volta in volta come bracci armati per i propri disegni di potere la mafia siciliana, la ‘ndrangheta, la camorra, la banda della Magliana, i servizi deviati. Da ultimo, secondo quanto dichiarato da vari testimoni di giustizia, alcuni suoi esponenti avrebbero svolto un ruolo di direzione nel progetto di eversione democratica che nel 1992-1993 si proponeva, mediante l’esecuzione di stragi affidate alla mafia, di mettere in ginocchio lo Stato e di instaurare un nuovo ordine politico fondato sulla disarticolazione dell’unità nazionale e la creazione di tre ministati”.

“Gioacchino Pennino, uomo d’onore, medico e politico di rango, divenuto collaboratore ha dichiarato a sua volta che l’ordine di uccidere Dalla Chiesa era stato trasmesso da Roma tramite un uomo della P2 ora deceduto. Solo pochi vertici della mafia conoscevano la verità”.

“In sostanza si assiste nel tempo ad un processo quasi fisiologico di integrazione tra massoneria segreta e deviata ed alcuni esponenti apicali delle mafie, i quali all’interno delle loro rispettive organizzazioni di riferimento costituiscono strutture tenute segrete agli altri affiliati, destinate a svolgere un ruolo di collegamento tra élite criminali dei ceti alti e élite criminali dei ceti bassi per la conduzione comune degli affari di più alto livello e per i grandi giochi di potere. La massa di manovra delinquenziale sul territorio, tenuta all’oscuro degli uni e degli altri, viene utilizzata di volta in volta per le singole operazioni. Se qualcosa va per il verso storto, tali “operatori” vengono sacrificati. La loro eventuale collaborazione con la magistratura non determina problemi gravi perché essi ignorano sia le reali motivazioni sia i registi occulti delle operazioni di cui sono stati meri esecutori. Se parlano raccontano le motivazioni di copertura a essi fornite e da essi ritenute in buona fede corrispondenti al vero. Un meccanismo molto sofisticato e collaudato nel tempo”.

Stragi del 1992 -1993

“Secondo le risultanze acquisite, la regia di tale strategia, che doveva attuarsi mediate una escalation di stragi e di sapienti mosse politiche, era stata messa a punto dall’ala più oltranzista del Principe: settori della massoneria deviata, esponenti della destra eversiva, segmenti dei servizi, circoli imprenditoriali e finanziari. In tale progetto alla mafia era riservato il ruolo di braccio operativo”.

“Quel che mi pare interessante osservare è che, come è emerso nel corso delle indagini, il piano “segreto” era conosciuto, almeno nelle sue linee essenziali, da alcuni esponenti del mondo politico del tempo, i quali comunicavano tra loro da sponde opposte anche lanciandosi reciproci messaggi ed avvertimenti criptati,indecifrabili a tutti coloro che erano ignari di quanto stava accadendo”.

“La decisione di ucciderlo (Paolo Borsellino n.d.r.) subisce un’improvvisa accelerazione e viene portata a termine il 19 luglio cogliendo di sorpresa alcuni degli stessi vertici di Cosa nostra, come Giovanni Brusca”.

“Solo un nucleo ristrettissimo ed eletto di capi, quelli legati alla massoneria deviata ed il Principe, sanno il perché di quella accelerazione”