Archivi del mese: dicembre 2008

La riforma della giustizia che piacerà a Cosa Nostra

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=963:la-riforma-della-giustizia-che-piacera-a-cosa-nostra&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Scritto da Luca Tescaroli

L´anno che si sta chiudendo ha visto riesplodere le tensioni tra numerosi settori del mondo politico e la magistratura, a seguito di inchieste e provvedimenti restrittivi nei confronti di detentori del potere di numerose città italiane la cui notizia è prepotentemente deflagrata nei media. Come conseguenza si è riacceso il confronto sulla riforma della giustizia che ha registrato convergenze da parte di esponenti di gruppi politici contrapposti, sfruttando come sponda le gravi vicende che hanno contrapposto gli uffici giudiziari di Salerno e Catanzaro, che certamente costituiscono un fatto eccezionale.

L´idea di fondo che governa le menti di molti autorevoli esponenti politici è quella di imbrigliare l´azione del pubblico ministero e di limitare l´uso di uno dei più efficaci mezzi di ricerca delle prove: l´intercettazione. Si è detto di rendere non più obbligatoria l´azione penale, di attribuire al Parlamento la scelta dei reati da perseguire, di separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri, di togliere il vincolo di dipendenza dal pm alla polizia giudiziaria, che dipende dalla compagine governativa, consentendole di indagare autonomamente dopo la presentazione della notitia criminis.
Si tratta di progetti che sembrano portare avanti la riforma della giustizia adombrata nel gelliano “Piano di rinascita democratica” che profetizzava la responsabilità del guardasigilli verso il Parlamento sull´operato del pm e la separazione delle carriere. Quanto alle intercettazioni, la maggioranza governativa appare proiettata a limitarne l´uso a una larghissima parte di reati, che comporterebbe di fatto la loro non perseguibilità.
Tutto ciò appare singolare se si pensa che il problema serio della giustizia penale è rappresentato dall´infinità di tempo che occorre per ottenere una pronuncia sulla responsabilità dell´imputato, che un meccanismo bizantino farraginoso e complicatissimo, chiamato processo, sembra ostacolare piuttosto che agevolare. Uno stato di cose che genera inefficienza del servizio giustizia e che si traduce in un discredito della magistratura, contribuendo ad allontanare il consenso di molti cittadini, conquistato nell´ultimo ventennio. Sorge il sospetto che a qualcuno ciò non dispiaccia affatto e che anzi sia gradito.
L´impatto di una nuova regolamentazione di funzionari incapaci di rendere il servizio per cui sono remunerati è certamente meno traumatico nel contesto sociale e sarà difficile trovare chi sia pronto per mobilitarsi e impedire l´eliminazione dell´indipendenza del pubblico ministero, garanzia di uguaglianza per tutti i cittadini.
È singolare il fatto che nessuno faccia riferimento, invece, all´esigenza di riformare certa politica, protagonista di un crescente malgoverno in numerosi settori nevralgici, sempre più pervasa da corruttela, avviluppata soprattutto al Sud a un clientelismo becero, e di impedire che imputati condannati per fatti gravi siedano in Parlamento, ove con il loro voto contribuiranno a riformare la giustizia.
In questo contesto Cosa nostra rimane spettatrice attenta e interessata, pregustando i doni, forse inaspettati, che otterrà laddove le annunciate riforme legislative dovessero essere attuate. L´organizzazione necessita del sostegno dell´uomo politico e del pubblico amministratore per raggiungere i propri obiettivi. Pensate quale vantaggio potrebbe ottenere dall´impossibilità di intercettare i reati tipici della pubblica amministrazione (si pensi alla corruzione o alla turbativa d´asta) propedeutici all´instaurazione di quell´anello di collegamento con i centri di potere. Molte indagini nei confronti di amministrazioni locali hanno consentito di scoprire relazioni con mafiosi e alcuni investigazioni e processi di mafia hanno preso le mosse da indagini nei confronti di appartenenti ad amministrazioni locali.
Pensate a cosa può significare modificare i rapporti fra pm e polizia giudiziaria. Dal momento che la polizia giudiziaria dipende dal governo, potrebbe derivarne che in concreto si faranno solo certe indagini e che potrebbero agevolmente essere impediti i controlli di legalità indirizzati verso determinati interessi cari alla compagine governativa e, al contempo, alla forza mafiosa dominante.
Immaginate cosa può voler dire separazione delle carriere. Un pm che dovrà rispettare le direttive impartitegli dal potere esecutivo? E se venisse previsto di essere feroce con taluni e di essere morbidi con altri, magari verso chi si trova a coltivare rapporti di amicizia o frequentazione con i leader della compagine governativa?
Pensate, poi, cosa può comportare un pm piegato all´esecutivo in un´indagine nei confronti di un colletto bianco, che coltiva legami con esponenti mafiosi. Una situazione che renderà piuttosto difficile solo iniziarla, che consiglierà al magistrato molta prudenza per evitare ripercussioni negative nella progressione in carriera.
Mi auguro che prevalga il senso di responsabilità e che tali conseguenze vengano scongiurate. Spero che nel nuovo anno si pensi, invece, a potenziare l´apparato repressivo (per debellare il crimine organizzato che controlla e condiziona oltre un terzo del Paese e della sua economia), a snellire e a riformare il processo penale, cancellando una serie di inutili formalismi travestiti da garanzie, riducendo le impugnazioni, garantendo che le sanzioni penali irrogate vengano espiate, impedendo che i mafiosi condannati ritornino troppo presto in libertà, continuando a esercitare il potere sul territorio che esercitavano prima del loro arresto.

La riforma delle riforme

Da http://www.beppegrillo.it/2008/12/la_riforma_dell.html

Lo psiconano ha detto che “il 2009 per quanto mi riguarda sarà terribile”. Ha affermato che le priorità assolute del Governo per fare uscire il Paese dalla crisi saranno la “Riforma della giustizia e la legge sulle intercettazioni”. I disoccupati possono dormire tranquilli. Se telefonano alla moglie avranno la sicurezza di non essere intercettati. E anche gli occupati, sempre meno, non devono avere preoccupazioni. Se un amministratore pubblico, pagato dal loro IRPEF, ruba non finirà in galera. Di fronte a un’Italia impoverita, con una previsione di due milioni di disoccupati in più, le parole dello psiconano sono come l’orchestra che accompagnava gli ebrei alle camere a gas a Auschwitz. Questo Governo, dal suo insediamento la scorsa primavera, ha avuto un’unica priorità: evitare a tutti i costi che i politici finiscano in galera, a partire dal presidente del Consiglio

Se uno come lui arriva a un record del genere come nostro rappresentante non ci sono televisioni controllate che tengano. Il problema siamo noi. La nostra ignavia. Quest’Italia non è mai nata, non ha un corpo e neppure un’anima. E’ uno zombie dominato da mafie, massoneria e criminalità politica. Ha avuto qualche sussulto con le lotte partigiane, con Falcone e Borsellino, con Ambrosoli e Livatino. Ma sono stati casi isolati.

Vento forte tra Salerno e Catanzaro

Sul blog di Benny Calasanzio il primo di una serie di articoli in cui Carlo Vulpio ricostruirà alcuni aspetti sconosciuti della vicenda Catanzaro Salerno e in cui, sopratutto, pone alcuni seri interrogativi sulla imparzialità di Giuseppe Cascini, segretario generale dell’Anm:
http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/12/vento-forte-tra-salerno-e-catanzaro.html

di Carlo Vulpio

C’è una casa di cura in Calabria. E ci sono tre banche: una in Basilicata, una in Campania ed un’altra in Emilia Romagna. Poi c’è una casa editrice, di proprietà di altre case di cura, questa volta in Campania. E poi ci sono due magistrati, GABRIELLA NUZZI e DIONIGIO VERASANI, pm di Salerno, che si vorrebbe trasferire a tutti i costi. Dopo Forleo e de Magistris – una donna e un uomo -, ecco Nuzzi e Verasani, una donna e un uomo. Dev’essere la par condicio che vogliono Csm, Anm, (quasi) tutto il Parlamento. Come mai? Megalomani, visionari, protagonisti, emotivi, pasticcioni, incompetenti anche i pm Nuzzi e Verasani (e gli altri cinque pm salernitani che indagano sulle toghe calabro-lucane)? O forse pericolosi, visto che hanno in mano quella “bomba atomica” di inchieste che stanno facendo tremare molti intoccabili di questo Paese e che sono state la ragione della illegittima aggressione a colpi di contro-indagini e contro-sequestri che i magistrati di Salerno hanno subìto da parte dei magistrati di Catanzaro? Cerchiamo di capire un po’ meglio. Prima però andiamo a leggere ciò che ha scritto (Micromega Online) il giudice di Catania, FELICE LIMA, sulla puntata di Annozero del 18 dicembre scorso dedicata al “caso Catanzaro”. “E’ stata una puntata di estremo interesse – dice Lima – per la partecipazione del segretario dell’Associazione nazionale magistrati, GIUSEPPE CASCINI: per le cose che ha detto, per il modo in cui le ha dette e per le cose che ha taciuto”. Una settimana dopo, il 26 dicembre, Cascini improvvisamente scopre cose che una settimana prima non osava chiamare per nome e a Sky tv dichiara: “La situazione in Italia è più grave di quella di Tangentopoli, perché la corruzione è più che diffusa, è capillare e fuori controllo. È un cancro molto serio rispetto al quale la politica ha perso troppo tempo ad interrogarsi sulle ragioni. Il rischio è che si continui ad interrogarsi sui magistrati che la corruzione disvelano e puniscono”. Ecco dunque un primo spunto di riflessione per l’anno nuovo. Giuseppe Cascini. Proprio lo stesso Cascini che fino a una settimana prima non aveva perso occasione di fare esattamente ciò che adesso rimprovera alla politica, e cioè “interrogarsi sui magistrati che cercano di disvelare la corruzione”, anziché difenderli (e non per mera difesa corporativistica), o almeno non attaccarli e non ostacolarli. Cascini infatti è tra coloro che non hanno manifestato mai alcun dubbio su quanto de Magistris fosse “unfit”, inadatto a fare il pm e a condurre quelle inchieste che da Roma in giù (e in su) si vorrebbero insabbiare a tutti i costi. Ma adesso, con una virata di 180 gradi, Cascini scopre ciò che de Magistris aveva detto al sottoscritto (intervista al Corriere della Sera) fin dal 17 luglio 2007, e cioè che in Italia c’è una nuova Tangentopoli, peggiore e più pericolosa di quella degli anni Novanta. Bene. Ma siamo sicuri che questa tardiva (e quindi inutile) virata sia frutto del clima natalizio? Oppure è il vento forte che s’è alzato tra Salerno e Catanzaro, che spazza via le quintalate di sabbia scaricate su queste vicende, che ha indotto Cascini a contraddire se stesso? Non potremo mai dirlo con certezza, perché non siamo nella testa di Cascini, ma grazie al vento forte che soffia tra Salerno e Catanzaro possiamo mettere in fila alcuni elementi utili a capire. Per esempio, Cascini ha difeso a spada tratta SIMONE LUERTI, l’ex presidente dell’Anm che poi si è dovuto dimettere per le bugie raccontate circa i suoi incontri al ministero della Giustizia con CLEMENTE MASTELLA e con ANTONIO SALADINO (indagati da de Magistris nell’inchiesta Why Not). Luerti, dice Cascini, non ha commesso alcun reato e ha subìto una violazione della sua sfera privata quando dalle carte di Salerno è emerso che per le sue convinzioni religiose egli ha fatto voto di castità. Cascini però sa bene che della castità di Luerti non importa nulla a nessuno. Ciò che interessa invece, e molto, è che Luerti faccia il magistrato e appartenga all’organizzazione religiosa “MEMORES DOMINI”, i cui membri devono far voto di obbedienza. Legittimo se sei un cittadino qualunque, non se sei un magistrato. Domanda: come mai Luerti, da presidente dell’Anm, nonché da “ubbidiente” ai “Memores Domini”, non ha mai mancato di esternare un giorno sì e l’altro pure contro de Magistris e Forleo, proprio mentre le inchieste erano calde e le polemiche roventi? E perché su questo punto Cascini tace e, con lui, tace anche l’attuale presidente dell’Anm, LUCA PALAMARA (ex pm alla procura di Reggio Calabria, al centro di polemiche per alcune indagini su presunti procedimenti “insabbiati”)? Ma torniamo all’inizio. Alla casa di cura in Calabria. A BELVEDERE MARITTIMO (Cosenza), ce n’è una che si chiama appunto “Cascini”. Nulla di che. Solo per memorizzare il dato. Questa “Casa di cura Cascini” è di proprietà di un parente abbastanza stretto del magistrato e, cosa più rilevante, tra i suoi amministratori ha avuto anche ANNUNZIATO SCORDO. Chi è costui? Scordo è il presidente della Pianimpinati, la principale società coinvolta in POSEIDONE (la prima inchiesta scippata a de Magistris). La PIANIMPIANTI (il cui vicepresidente è l’ex senatore e sottosegretario dc, MARIO BONFERRONI, poi consigliere in Finmeccanica) è proprio quella società a cui sono riconducibili i 3 milioni e 600 mila euro sequestrati dalla Guardia di Finanza il 17 maggio 2005 al valico di frontiera di Como. Scordo, inoltre, è uomo di fiducia di GIUSEPPE CHIARAVALLOTI, ex “governatore” della Calabria (le convenzioni sanitarie si fanno con le Regioni…) ed ex alto magistrato calabrese che per telefono diceva: “ de Magistris passerà gli anni suoi a difendersi, lo dobbiamo ammazzare di cause e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana”. Oggi però de Magistris è stato trasferito a Napoli e Chiaravalloti continua a ricoprire la carica di vicepresidente dell’Authority per la privacy (forse quella di Luerti, va’ a capire). Mentre Cascini Giuseppe, segretario dell’Anm, sembra non sapere nulla della casa di cura Cascini di Belvedere Marittimo, e di Scordo, e di Pianimpianti, e di Chiaravalloti. Né gli viene alla memoria la circostanza che l’inchiesta Poseidone, oltre ai depuratori da realizzare con UN MILIARDO DI EURO di fondi Ue e mai costruiti, riguardava anche il riciclaggio di denaro attraverso le case di cura convenzionate. Forse Cascini davvero non poteva occuparsi di questo. Forse era troppo impegnato al ministero della Giustizia, dove – ministro OLIVIERO DILIBERTO (Pdci) – ricopriva ruoli di vertice. Si sa come vanno queste cose. Pura meritocrazia. Non c’entra nulla il fatto che uno sia legato, come lo è Cascini, alla senatrice ANNA FINOCCHIARO (ex magistrato, Pd) o all’ex viceministro della Giustizia, LUIGI SCOTTI (ex magistrato, in quota Pdci), colui che – ministro Clemente Mastella – ha perseguito de Magistris. Così come non c’entra assolutamente nulla la coincidenza che Cascini abbia fatto il suo voto di silenzio mentre l’ex ministro Mastella nominava il fratello (di Cascini) niente di meno che capo degli ispettori della Polizia penitenziaria, presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e che il neo ministro della Giustizia, ANGIOLINO ALFANO (Pdl), gli abbia confermato l’incarico. E’ tutto in regola. Tutto nella norma. Luerti l’obbedienza, Cascini il silenzio. Due “cattivi magistrati” come Forleo e de Magistris? Per favore, non scherziamo. Siamo di fronte a due fulgidi esempi di come si fanno gli esercizi spirituali per conquistare un posto in paradiso. (1. continua)

Francesco Musotto

Ecco un estratto che parla del deputato regionale siciliano Francesco Musotto (PDL) dal libro “Disonorevoli nostrani”. Nel libro, Benny Calasanzio ci racconta chi sono i deputati regionali siciliani, in pratica il libro è una galleria degli orrori piena di corruzione e rapporti poco chiari con pericolosi mafiosi. Il libro è scaricabile gratuitamente dal blog dell’autore:

http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/12/il-mio-libro-gratis.html

L’articolo su Musotto di cui riportiamo un breve estratto, si trova invece all’indirizzo:
http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/12/francesco-musotto-copie-scaricate-435.html

Musotto Francesco, Pdl, eletto in Provincia di Palermo. La Costituzione Europea, in tema di giustizia penale, nell’articolo II-108, recita: “Il rispetto dei diritti della difesa è garantito ad ogni imputato”. Francesco Musetto, di questo diritto fondamentale dell’uomo, ne ha fatto una bandiera, una missione, una virtù. Da semplice penalista si è trasformato in crociato dei diritti degli sfortunati, o sventuratteddi, per dirla come la dicono i suoi assistiti. Per non essere ambiguo e voltagabbana, Musotto è sempre stato con gli imputati. E non di furto o diffamazione. È stato l’avvocato dei più pericolosi e sanguinari capimafia siciliani appartenenti a cosa nostra: da Raffaele Ganci, mafioso della famiglia della Noce, ai fratelli Graviano, organizzatori delle stragi del 1993 e dell’omicidio di Padre Puglisi, da Salvatore Sbeglia, fornitore del telecomando utilizzato per la strage di Capaci, ad
alcuni affiliati del clan Farinella. Per non farsi mancare nulla nel proprio curriculum, Musotto ha
anche difeso terroristi rossi del calibro di Renato Curcio e Toni Negri. Non è certo per il tenore e la qualità dei suoi clienti che l’8 novembre del 1995, alle quattro del mattino, viene arrestato insieme al fratello Cesare. I due erano accusati di aver fornito assistenza ai latitanti di cosa nostra, di aver passato loro notizie riservate sui provvedimenti giudiziari, di aver dato ospitalità, nel giugno 1993, nella villa di famiglia a Pollina, nei pressi di Cefalù, addirittura al boss corleonese Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina…

Il network eversivo

Parla Tavaroli, l’ex capo della security Telecom al centro dell’inchiesta sui dossier illeciti, http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/dossier-telecom/verita-tavaroli/verita-tavaroli.html


“La Porcu organizza un giro delle sette chiese, un’agenda di incontri con Nicolò Pollari, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni (Eni), Enzo De Chiara (uno strano personaggio, finanziere italo-americano, vicino alle amministrazioni Usa, già finito in qualche inchiesta giudiziaria), Pippo Corigliano (Opus Dei) che a sua volta mi presenta Luigi Bisignani che già aveva chiesto di incontrarmi (se fosse stato siciliano, dopo averlo conosciuto, avrei pensato che fosse un mafioso) e la Margherita Fancello (moglie di Stefano Brusadelli, vicedirettore di Panorama), che a sua volta mi riportò da Cossiga, Massimo Sarmi (Poste), Giancarlo Elia Valori, il generale Roberto Speciale della Guardia di Finanza. Insomma, dai colloqui, capisco che questi qui sono in squadra.

(Tavaroli annuncia in settembre una memoria difensiva molto documentata e comunque va ricordato qui che la sua è la ricostruzione di un indagato). Mi immagino una piramide. Al vertice superiore Berlusconi. Dentro la piramide, l’uno stretto all’altro, a diversi livelli d’influenza, Gianni Letta, Luigi Bisignani, Scaroni, Cossiga, Pollari. E’ il network che, per quel che so, accredita Berlusconi presso l’amministrazione americana. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo.

Mi resi conto subito che quella lobby di dinosauri custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava.

Ma il generale Mori stava veramente dalla parte della legge?

Marco Travaglio ci da notizie sul processo in corso a Palermo a carico dell’ex capo del Ros e poi del Sismi, generale Mario Mori, e del suo vice, col. Mario Obinu, per favoreggiamento alla mafia a causa della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2126556.html:

perché Riccio ha raccontato di quando Ilardo incontrò Mori e gli avrebbe detto: “Le stragi non le abbiamo fatte solo noi della mafia, ma anche voi dello Stato”. Mori, anziché domandare spiegazioni o fare obiezioni, girò i tacchi e – sempre secondo Riccio – se ne andò senza dire una parola. Poi Riccio s’è soffermato su uno strano vertice nello studio Taormina: “Il mio difensore Carlo Taormina mi fece incontrare il senatore Dell’Utri, con la scusa di studiare le carte del suo processo. Passò a salutarci l’avvocato Cesare Previti (che poi non partecipò alla riunione, ndr)… Taormina mi chiese di dire, nei processi per mafia a Palermo, che Ilardo non mi aveva mai parlato di Dell’Utri”. Invece gliene aveva parlato eccome. Riccio – riferisce l’Ansa – non seguì l’amorevole consiglio di Taormina e mesi dopo gli revocò il mandato. Previti – ricorda Riccio – era presente da Taormina anche in occasione di un’altra riunione. Una presenza interessante, la sua, anche se “inattiva”, visto che – come ricorda Riccio – Previti conosceva bene Mori e “sovente veniva a trovarlo negli uffici del Ros”.

Di più: “Nel 1994 ho visto Mori che dal proprio ufficio spostava in un’altra stanza il piatto d’argento che gli era stato regalato da Previti, commentando con una battuta: ‘Cambiato il governo, si deve cambiare anche la disposizione del vassoio’…”. Dopo aver ricostruito il mancato blitz di Mezzojuso, Riccio riferisce i nomi che Ilardo gli fece prima di morire: nomi delle persone che gli risultavano legate a Cosa Nostra o agli amici degli amici, sulle quali non potè aggiungere altro perché fu ammazzato prima di mettere a verbale le sue dichiarazioni. E, fra gli altri, cita Dolcino Favi, il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta “Why Not”, e che in passato era stato in servizio a Siracusa. Favi – riferisce l’Ansa – sarebbe stato “gestito” da un avvocato di Lentini “molto legato a un uomo del boss Santapaola”. Dichiarazioni tutte da verificare, s’intende (il processo serve a questo). Ma piuttosto avvincenti e attuali. Peccato che nessuno le racconti.

IL RITORNO DEL PRINCIPE

Il ritorno del principe

Sul sito di Paolo Franceschetti, Solange Manfredi riporta alcuni brani significativi dal libro “Il ritorno del principe”, un libro fondamentale per capire il potere in italia ed il suo forte vincolo con la mafia. http://paolofranceschetti.blogspot.com/2008/07/il-ritorno-del-principe.html

IL RITORNO DEL PRINCIPE
Di Solange Manfredi

Un libro fondamentale, che consiglio vivamente di leggere a tutti coloro che vogliono capire il meccanismo “osceno” e criminale del potere.

Riporto alcuni passi tratti dal libro nella speranza di indurre i più a leggerlo interamente e cercando, al contempo, di dare un’idea, a chi non ama la lettura, della realtà del potere.

Disinformazione

“Tutti noi siamo ciechi dinnanzi ad uno dei fenomeni più importanti delle nostre vite: il reale funzionamento della macchina del potere…si tratta di una cecità indotta dallo stesso potere al fine di perpetuarsi”.

“Questa disinformazione si realizza azionando due leve: quella della censura informativa su tutti i fatti che riguardano i rapporti mafia-potere…..e quella dell’amplificazione a senso unico delle vicende criminali di bassa macelleria tipiche della struttura militare”.

“Il lavoro di imposture culturali funzionali al potere è affidato da sempre proprio agli intellettuali e costituisce una delle loro principali fonti di reddito”.

“La classe dirigente “dirige” anche la formazione della pubblica opinione, organizza il sapere sociale, seleziona la memoria collettiva, sceglie ciò che deve essere ricordato e ciò che deve essere dimenticato, costruisce la tavola dei valori, imponendo dall’alto esempi in negativo e positivo”

Oligarchia

“Nel mondo della politica il potere, come abbiamo accennato, è concentrato nelle mani di pochi oligarchi i quali, oltre a nominare i parlamentari, attribuiscono posti di comando in tutti gli snodi della istituzioni secondo criteri di fedeltà. Obbedire senza fiatare garantisce la permanenza nel giro di quelli che contano, e brillanti carriere. La disobbedienza e la critica ti tagliano fuori. L’etica dell’obbedienza celebra i suoi fasti anche nel mondo della comunicazione….l’obbedienza ai superiori gerarchici può rendere la vita agevole per i sostituti procuratori, il dissenso può esporre invece a sfibranti mobbing….ispezioni ministeriali a raffica, richieste di trasferimenti urgenti per incompatibilità ambientale, avocazioni di procedimenti, provvedimenti disciplinari che entrano anche nella valutazione di merito di decisioni sgradite”.

“Vi sono mille modi per distruggere la vita di una persona, riducendola alla miseria, gettandola nel discredito, condannandola alla morte civile”.

“Il metodo mafioso che nella sostanza consiste nell’abuso organizzato dei pochi sui molti e che si declina nelle più svariate forme, non è infatti una creatura delle classi popolari, ma delle classi alte”.

La corruzione e il ricatto

“La corruzione in Italia non sembra essere una deviazione del potere, ma una forma “naturale” di esercizio del potere che gode di accettazione culturale da parte della classe dirigente e che conta sulla rassegnazione da parte delle classi sottostanti”.

“La società della corruzione infatti genera la società del ricatto”.

“Il metodo consiste nell’integrare nel proprio interno quanti più soggetti possibili, rendendoli complici e quindi ricattabili. In questo modo non esistono variabili indipendenti che possono scombinare i giochi. Il sistema integra al suo interno le opposizioni disinnescando il controllo politico, integra magistrati disinnescando il controllo penale, integra, corrompendoli, esponenti delle stesse forze di polizia, integra, comprandoli, giornalisti che possono rivelarsi scomodi”.

La criminalità dei potenti

“Sempre più spesso mi accadeva di rendermi conto che il mondo degli assassini comunica attraverso mille porte girevoli con insospettabili salotti e con talune stanze ovattate del potere…i peggiori tra loro avevano frequentato le nostre stesse scuole, potevi incontrarli nei migliori ambienti e talora potevi vederli in chiesa battendosi il petto accanto a quelli che avevano già condannato a morte”.

“…I Riina, i Provengano, i Concutelli, i Fioravanti, i Chiesa, i Poggiolini non sono – come si vorrebbe far credere – dei mostri, ma sono espressione di una mostruosa “normalità” italiana che chiama in causa l’identità culturale del Principe, cioè di quella componente della classe dirigente italiana che da sempre ha costruito il proprio potere sul sistema della corruzione, su quello mafioso, e che ha protetto nel tempo i vari specialisti della violenza utilizzandoli per gli omicidi di mafia e per la strategia della tensione realizzata mediante stragi di innocenti”.

“Questa criminalità dei potenti si è declinata dall’Unità di Italia ad oggi su tre versanti: la corruzione sistemica, la mafia e lo stragismo per fini politici”.

“La questione criminale, dunque, in Italia è inscindibile da quelle dello stato e della democrazia”

La mafia

“…la mafia è anche uno dei tanti complicati ingranaggi che nel loro insieme costituiscono la macchina del potere reale nazionale…nessuno può permettersi di svelare taluni segreti della parte oscena della storia che gli è accaduto di intravedere senza rischiare di restare stritolato dalla reazione compatta e trasversale di tutto il sistema”.

“Neanche Falcone poteva articolare compiutamente il proprio pensiero, illuminando una realtà di potere criminale intrecciato con quello legale così complessa da sembrare ai più incredibile e frutto di allucinazione. Esplicitare compiutamente il suo pensiero l’avrebbe delegittimato ed esposto alla reazione violentissima di tutto il sistema….immaginiamo cosa avrebbe significato, allora, dopo un attentato di quel genere, affermare esplicitamente che la mafia opera talora come braccio esecutivo di un sistema criminale nazionale di cui fanno parte soggetti apicali di altri sistemi di potere. Ti avrebbero preso per pazzo”.

“….è l’intero sistema che chiede il silenzio: e lo chiede perché certi segreti, certe verità non sono gestibili pubblicamente né sul piano giudiziario, né su quello politico. La stessa coltre di silenzio giudiziario e politico calata sui tentativi di golpe e sui crimini commessi dal Principe negli anni della strategia della tensione avvolge anche i crimini mafiosi. Il silenzio coatto sui crimini è il sigillo del potere”

“Personaggi come Provenzano e Riina e altri capi sono il sottoprodotto e la replica popolare di questo modo di esercitare il potere. Durano nel tempo non per forza propria, ma perché sono leve necessarie del gioco grande del potere. Quando esauriscono la loro funzione vengono abbandonati al loro destino. Anche dopo tuttavia continuano a svolgere un ruolo essenziale:fungere da parafulmine su cui scaricare tutte le responsabilità del male e da paravento della criminalità del potere”.

Massoneria

“Nel tempo alcuni vertici militari della mafia sono stati cooptati nel circuito massonico. E’ il caso ed esempio di Stefano Boutade, capo del mandamento mafioso di Santa Maria del Gesù, referente di Andreotti, di Sindona e di altri potenti. Negli anni settanta Bontade conseguì il grado 33 della massoneria”.

“La massoneria occulta e deviata è stata probabilmente una delle postazioni dalle quali alcuni vertici strategici del principe hanno utilizzato di volta in volta come bracci armati per i propri disegni di potere la mafia siciliana, la ‘ndrangheta, la camorra, la banda della Magliana, i servizi deviati. Da ultimo, secondo quanto dichiarato da vari testimoni di giustizia, alcuni suoi esponenti avrebbero svolto un ruolo di direzione nel progetto di eversione democratica che nel 1992-1993 si proponeva, mediante l’esecuzione di stragi affidate alla mafia, di mettere in ginocchio lo Stato e di instaurare un nuovo ordine politico fondato sulla disarticolazione dell’unità nazionale e la creazione di tre ministati”.

“Gioacchino Pennino, uomo d’onore, medico e politico di rango, divenuto collaboratore ha dichiarato a sua volta che l’ordine di uccidere Dalla Chiesa era stato trasmesso da Roma tramite un uomo della P2 ora deceduto. Solo pochi vertici della mafia conoscevano la verità”.

“In sostanza si assiste nel tempo ad un processo quasi fisiologico di integrazione tra massoneria segreta e deviata ed alcuni esponenti apicali delle mafie, i quali all’interno delle loro rispettive organizzazioni di riferimento costituiscono strutture tenute segrete agli altri affiliati, destinate a svolgere un ruolo di collegamento tra élite criminali dei ceti alti e élite criminali dei ceti bassi per la conduzione comune degli affari di più alto livello e per i grandi giochi di potere. La massa di manovra delinquenziale sul territorio, tenuta all’oscuro degli uni e degli altri, viene utilizzata di volta in volta per le singole operazioni. Se qualcosa va per il verso storto, tali “operatori” vengono sacrificati. La loro eventuale collaborazione con la magistratura non determina problemi gravi perché essi ignorano sia le reali motivazioni sia i registi occulti delle operazioni di cui sono stati meri esecutori. Se parlano raccontano le motivazioni di copertura a essi fornite e da essi ritenute in buona fede corrispondenti al vero. Un meccanismo molto sofisticato e collaudato nel tempo”.

Stragi del 1992 -1993

“Secondo le risultanze acquisite, la regia di tale strategia, che doveva attuarsi mediate una escalation di stragi e di sapienti mosse politiche, era stata messa a punto dall’ala più oltranzista del Principe: settori della massoneria deviata, esponenti della destra eversiva, segmenti dei servizi, circoli imprenditoriali e finanziari. In tale progetto alla mafia era riservato il ruolo di braccio operativo”.

“Quel che mi pare interessante osservare è che, come è emerso nel corso delle indagini, il piano “segreto” era conosciuto, almeno nelle sue linee essenziali, da alcuni esponenti del mondo politico del tempo, i quali comunicavano tra loro da sponde opposte anche lanciandosi reciproci messaggi ed avvertimenti criptati,indecifrabili a tutti coloro che erano ignari di quanto stava accadendo”.

“La decisione di ucciderlo (Paolo Borsellino n.d.r.) subisce un’improvvisa accelerazione e viene portata a termine il 19 luglio cogliendo di sorpresa alcuni degli stessi vertici di Cosa nostra, come Giovanni Brusca”.

“Solo un nucleo ristrettissimo ed eletto di capi, quelli legati alla massoneria deviata ed il Principe, sanno il perché di quella accelerazione”

“Quando mio padre Vito trattava con i boss mafiosi”

Da http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/mafia-5/ciancimino-jr/ciancimino-jr.html:


Il giovane Ciancimino smonta le ricostruzioni fatte in più processi dal generale Mario Mori. Sui tempi di quelle trattative (retrodatandole a prima della strage di via D’Amelio) che il generale, quindici anni fa vicecomandante dei Ros, avrebbe avuto con suo padre. Incontri per catturare latitanti. Incontri per negoziare la fine della guerra di Cosa Nostra contro lo Stato italiano. Incontri per trovare un “accordo” per la salvezza dei familiari dei boss. Ciancimino junior svela anche di aver saputo direttamente da don Vito dell’esistenza di richieste scritte avanzate dai padrini e inoltrate – tramite il generale Mori, che però ha sempre negato – a misteriosi destinatari. Fogli firmati personalmente da Totò Riina.

Gli interrogatori di Massimo Ciancimino hanno coinvolto nuovi personaggi la cui identità è ancora top secret, nomi che sono già stati iscritti o stanno per essere iscritti nel registro degli indagati della procura di Palermo. Tutta l’inchiesta per il momento si sta concentrando “su un distinto signore con una busta in mano” che, una ventina di giorni prima della strage Borsellino, è entrato nella villa dei Ciancimino sotto Montepellegrino. “Mio padre me ne ha parlato tanto…”, dice Massimo. Era quello che ha portato il famigerato “papello” da far arrivare allo Stato. Fra le dieci e le dodici richieste che i boss elencavano offrendo in cambio una sola cosa: fermare le bombe in Sicilia e in Italia. “Mio padre ha incontrato tante volte anche Bernardo Provenzano a Roma”, dice ancora Massimo ricordando che il padrino corleonese andava in giro presentandosi come “l’ingegnere Lo Verde”.

Sullo sfondo di queste manovre fra Stato e mafia, la morte di Paolo Borsellino. L’ipotesi investigativa: il procuratore avrebbe scoperto la trattativa e sarebbe stato ucciso perché, qualcuno, lo considerava un ostacolo al patto.

Questione morale, bufera sul PD. Ma delle collusioni mafiose di esponenti PDL e UDC chi ne parla?

In questi giorni si parla tanto della questione morale nel PD, mentre le collusioni mafiose di esponenti del PDL e dell’UDC passano praticamente sotto silenzio. O ci si è così abituati che non fanno più notizia, tanto sembrano scontate e naturali?

Mi pare che la bufera mediatica di questi giorni sul PD sia un’operazione mirata a convincerli ad approvare le leggi salvacorrotti e salvamafiosi che il PDL sta preparando.

In ogni caso, avanti con le indagini, serve pulizia, via i corrotti, mafiosi, collusi e massoni di tutti i partiti, senza guardare in faccia a nessuno. A partire da Berlusconi (amico di mafiosi, corruttore, P2), Dell’Utri (Mafia), Schifani(socio di mafiosi), D’Alema (Unipol) e via discorrendo.

http://palermo.repubblica.it/dettaglio/In-trappola-anche-il-figlio-di-Capizzi-caccia-alla-talpa-che-forniva-i-verbali/1563532

E il capitolo delle eventuali “talpe” che ancora una volta abbiano potuto aiutare i boss a seguire in tempo reale le indagini, a conoscere i verbali dei pentiti e le collaborazioni “in fieri” è ancora tutto da approfondire. I magistrati della Dda si riservano di approfondire a gennaio il versante politico dell´indagine, quello che vede indagati di 416 ter, il voto di scambio politico-mafioso, i deputati regionali Alessandro Aricò della Pdl e Riccardo Savona dell´Udc. A notificare l´avviso di garanzia ad Aricò martedì sera è stato lo stesso maresciallo dei carabinieri che più di vent´anni fa arrestò suo padre. E il presidente della commissione per la revisione e attuazione dello Statuto, ha avuto un gesto di stizza.

A carico dei due deputati regionali ci sono le conversazioni intercettate tra il boss di Porta Nuova Giuseppe Lipari e un altro uomo d´onore della famiglia, Salvatore Baiamonte, in cui si dà conto della ricerca di voti a sostegno delle due candidature nelle ultime elezioni regionali. Per Aricò si sarebbe speso personalmente Marco Coga, il titolare dell´omonimo bar di viale Lazio, che dei rapporti con i politici per conto dell´organizzazione aveva fatto la sua specialità. Coga avrebbe pagato una cifra per i voti procurati ad Aricò dagli uomini di Pagliarelli che invece sostenevano direttamente Riccardo Savona. I due politici ieri non si sono fatti vivi con i magistrati e risultano ancora difesi da legali nominati d´ufficio.

Corruzione, mafia, politica e massoneria deviata: ecco “La società sparente”

Forza Mafia

Da http://vedosentoeparlo-bacab.blogspot.com/2008/12/corruzione-mafia-politica-e-massoneria.html:

Il volume “La società sparente” (Neftasia Editore), di Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio, misteriosamente scomparso, racconta la vicenda dell’ex pm Luigi De Magistris, la Calabria della corruzione, l’impegno dei movimenti civili a favore del magistrato, le indagini a carico dei consiglieri regionali, la sparizione della società calabrese, delitti e omicidi impuniti alla punta dello Stivale italiano.

Dopo aver venduto, nel giro di sette giorni dall’uscita (ottobre 2007), 1000 copie nel solo comune di San Giovanni in Fiore (Cs), il testo, distribuito sul territorio nazionale, è diventato progressivamente irreperibile.

Oggi il libro non c’è, non si trova, chi lo cerca non sa come procurarselo. Neppure gli autori riescono a capirne le ragioni.

Pertanto, “La Voce di Fiore” ha pubblicato il testo in rete, in versione integrale e con download gratuito.

Leggendo “La società sparente”, si capiranno le ragioni per cui la Calabria non può mai svilupparsi, stando così le cose. Soprattutto, si avrà un quadro preciso circa le radici del sistema di corruzione e malaffare che De Magistris aveva tradotto in termini di diritto.

Clicca qui per scaricare il libro.

Un patto tra Berlusconi e la mafia?

Un articolo di Radio France Internationale che parla delle rivelazioni del pentito di mafia Antonino Giuffré, sul patto che sarebbe stato stato siglato tra Cosa Nostra e Forza Italia.

La traduzione in italiano si trova su:
http://liberautopia.ilcannocchiale.it/post/2124030.html

Un patto tra Berlusconi e la mafia?
Pubblicato Mercoledì 4 Dicembre 2002 in Francia

Il “numero due” della mafia siciliana, Antonino Giuffré, oggi pentito, ha rivelato che un patto è stato siglato tra Cosa Nostra e Forza Italia, nel 1993, quando Berlusconi ha deciso di creare tale partito sulle ceneri della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, che fino ad allora erano stati i “referenti politici” dell’organizzazione mafiosa.

Gennaio 1993. Neanche qualche mese dopo gli eclatanti omicidi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, “colpevoli” agli occhi di Cosa Nostra d’aver fatto condannare all’ergastolo quasi tutti i boss della mafia siciliana, il “numero uno” di Cosa Nostra viene a sua volta arrestato. Totò Riina ed il suo sostituto Bernardo Provenzano (latitante da quasi trent’anni) si rendono conto che la loro organizzazione è più che mai in pericolo di estinzione. Dal momento che i loro due “referenti politici” – la Democrazia Cristiana di Andreotti ed il Partito Socialista di Craxi – sono molto indeboliti dall’operazione “mani pulite” dei giudici milanesi e, più grave, sono incapaci di “rispettare i patti” siglati con Cosa Nostra.
A causa di ciò, due capi democristiani vicini ad Andreotti ed alla mafia, vengno assassinati.

Ma non basta: sono necessari altri “referenti” ed altri “garanti”, a Roma come a Milano o Torino; ma è anche necessario aprire un’altra “stagione”, cambiando metodo: abbandonare la “strategia degli attentati” a 360 gradi contro lo Stato ed i suoi rappresentanti a vantaggio di un ritorno alla “strategia del silenzio” e dell’omertà. Per continuare a controllare i traffici ed i mercati più redditizi dell’isola del mediterraneo.

Nel frattempo, alcuni democristiani e socialisti, letteralmente decimati dai giudici milanesi che indagano sui casi di corruzione, pensano dal canto loro di creare un nuovo partito centrista, incentrato sul ricchissimo imprenditore Silvio Berlusconi, che non può ormai più contare né su Bettino Craxi (in esilio ad Hammamet) né su Giulio Andreotti (inquisito a Palermo dai magistrati che indagano su Cosa Nostra).

Una coincidenza molto preoccupante

Tale coincidenza, piuttosto inquietante, non era sfuggita agli specialisti della mafia, ma costoro non disponevano dell’anello mancante. Apparentemente è cosa fatta dall’8 novembre scorso, quando Antonino Giuffré, il “numero due” di Cosa Nostra arrestato lo scorso aprile grazie ad una denuncia anonima, vuota il sacco e racconta, con dovizia di dettagli, come Bernardo Provenzano abbia stabilito un nuovo “patto”, questa volta con Forza Italia.

Tramite una persona molto vicina a Berlusconi: Marcello Dell’Utri, palermitano oggi senatore di Forza Italia, dopo essere stato il creatore ed il presidente della compagnia più redditizia di Berlusconi, Publitalia, che controlla più della metà della pubblicità televisiva italiana. Dell’Utri è attualmente inquisito, a Palermo, per “associazione mafiosa”, ed in tale processo i giudici avrebbero avuto piacere ad interrogare anche lo stesso Silvio Berlusconi, ma il capo del governo italiano ha rifiutato di rispondere alle loro domande – come permesso dalla legge – il 26 novembre scorso.

Sempre secondo il pentito Giuffré, Cosa Nostra, prima di siglare un patto con Forza Italia, aveva considerato l’idea di creare un proprio partito: Sicilia libera, una sorta di Lega del Sud, ricalcata sulla Lega Nord diretta da Umberto Bossi.

Ma Cosa Nostra alla fine ha abbandonato tale progetto, per non essere costretta ad ingaggiare politici siciliani già “in odore di mafia” e quindi poco credibili, nel momento in cui optava per un ritorno alla strategia del silenzio e “dell’immersione negli affari”, ed evitava ormai ogni attentato troppo clamoroso.
Per questo Cosa Nostra ha preferito stabilire tre canali differenti tra i suoi affiliati e Silvio Berlusconi per mettere a punto – ma anche far rispettare – una patto da onorare in dieci anni e incentrato su questioni essenziali: revisione di tutti i grandi processi antimafia, abolizione della legge che confisca i beni dei mafiosi, considerevole ammorbidimento del regime carcerario dei boss in cella.

Dal canto loro Provenzano ed i suoi seguaci hanno preso l’impegno formale di far eleggere i candidati di Forza Italia, chiedendo al contempo ai propri uomini d’evitare di mostrarsi accanto ai candidati della coalizione di Berlusconi, per “non sporcarli” agli occhi degli elettori e per non attirare l’attenzione dei giudici nei loro confronti.
“D’ora in poi siamo in buone mani”, ha detto Provenzano agli altri membri della “cupola” di Cosa Nostra.

Apparentemente le consegne di Provenzano sono state rispettate alla lettera, durante le ultime elezioni, nel maggio del 1999: i 61 candidati presentati dalla coalizione di Berlusconi nelle liste proporzionali sono stati tutti eletti! Un successo al 100% che nemmeno la Democrazia Cristiana era stata capace di ottenere in quasi cinquant’anni di “collaborazione” con Cosa Nostra.
Al contrario, se si crede a certi boss, la coalizione al comando non ha rispettato i patti. Dall’anno scorso tre dei principali detenuti mafiosi – Riina, Bagarella e Aglieri – hanno manifestato in più occasioni il loro disappunto. Secondo un documento ufficiale dei servizi segreti italiani reso pubblico quest’estate, gli rinfacciano di fare nuove leggi a suo vantaggio che “proteggono” solo i suoi principali collaboratori. “Iddu pensa solo a iddu” (”Pensa solo a sè stesso”) hanno fatto sapere, secondo questo documento. Nella stessa occasione, questi boss hanno chiaramente lasciato capire di poter rilasciare dichiarazioni compromettenti per Silvio Berlusconi.

Significa forse che le rivelazioni di Giuffré, in occasione dell’ennesimo processo che riguarda persone vicine a Berlusconi, sono state “programmate” dalla stessa Cosa Nostra, lo scorso aprile, quando ha apparentemente deciso di far arrestare il proprio “numero due”, nell’intento di ringiovanirsi ed imporre più che mai la “legge dell’omertà”?

La paga dei padroni

Da http://www.beppegrillo.it/2008/12/la_paga_dei_padroni.html:


Chi pensate abbia pagato gli stipendi faraonici di Cimoli, Buora, Catania, Tronchetti, Romiti, Ruggiero? E’ facile rispondere. I piccoli azionisti, i 12.000 licenziati dell’Alitalia, i 9.000 esuberi (per ora) della Telecom, i contribuenti, i cassintegrati. Questi manager sono le nuove zecche dell’economia, si nutrono del sangue delle società. E non falliscono mai insieme all’azienda. Vengono riciclati dal sistema in altre aziende. E’ la Cupola dell’Economia. Se esegui gli ordini, non denunci, allora sarai premiato. Un circolo chiuso che non parla, non sente, non vede. E non fa mai nomi.

VII comandamento I comma

Un articolo di Marco Travaglio sulla corruzione dilagante:
http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2124234.html

VII comandamento I comma

Zorro
l’Unità, 20 dicembre 2008

Il dibattito su come uscire dalla nuova Tangentopoli si fa ogni giorno più avvincente, con soluzioni vieppiù innovative. Andrea Romano (Il Riformatorio): “Via Veltroni”, cioè uno dei pochi non inquisiti. Follini: “Via Di Pietro” (come sopra). Il Giornale di Berlusconi (Paolo): “Via Di Pietro”. Il Foglio di Berlusconi (Veronica): “Il Pd dimentichi Berlinguer e la questione morale”. Berlusconi (Silvio): “Basta intercettazioni”, così non si scoprono più le tangenti e il caso è chiuso. Violante: “Riformare Csm e Procure” (come sopra). Lanzillotta: “Impegnarsi a fondo per riformare la magistratura” (brava: non la giustizia, i magistrati). Fassino: “Non fare come Occhetto che sbagliò, dicendo ai giudici di fare il loro lavoro e a noi di fare pulizia interna” (quindi fare come Craxi, finito benissimo). Cicchitto: “Loro non parlino più di questione morale nei nostri confronti e noi non saremo farabutti come loro nel ‘92” (cioè come lo furono i suoi alleati Lega e An, tifosi di Mani Pulite). Capezzone: “Chiedere scusa a Craxi” (che in quattro anni portò il debito-pil soltanto dal 70 al 92%). Pomicino: “Chiedere scusa a Pomicino” (due volte condannato, insiste che le assoluzioni sono di più, quindi le condanne non contano). Mantini e Minniti (Pd): no all’arresto di Margiotta anche senza fumus persecutionis e in barba alla Costituzione, perché “non ci sono le prove” (come se spettasse al Parlamento valutarle). Margiotta, appena salvato: “La Russa ha subito difeso Bocchino, ma nessuno del Pd ha difeso Lusetti” (un po’ di omertà di casta non fa mai male). Tutto molto bello e interessante. Ma, absit iniuria verbis: e provare a non rubare?

Ombre lucane

Sul sito di Benny Calasanzio un articolo che getta ulteriore luce sulla malefica macchina di potere politico-mafioso che ha bloccato le indagini di De Magistris:

http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/12/ombre-lucane.html

…Una bufera giudiziaria si sta abbattendo su vari esponenti del Partito Democratico, dalla Campania all’Abruzzo, passando per la Basilicata. Forse chi si stupisce è chi vive ancora nelle favole, pensando che votare PD significava stare dalla parte giusta, pulita. E’ vero che il braccio destro di Berlusconi è un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ma governava Prodi quando venne architettato di tutto per ostacolare e delegittimare De Magistris. Il terremoto delle sue indagini avrebbe potuto aprire uno squarcio simile a Tangentopoli. Ahimè, debbo usare il condizionale perché questa indignazione non c’è stata. Sentimento, quest’ultimo, che i mass media infarciti di varietà, cronaca nera e l’immancabile spettacolo calcistico stanno cercando di tenere a freno. Bisogna deviare l’attenzione e impedire che si facciano i nomi, specie su quei giornali a larga tiratura nazionale. Nomi eccellenti che comparivano in atti giudiziari della procura di Salerno, come Nicola Mancino, vicepresidente del CSM. Il giornalismo scomodo di Carlo Vulpio, “imbavagliato e trasferito dal Corriere (Il Manifesto – 17.12.08)”, è mal tollerato. Potrebbe essere questa una punizione esemplare per aver pubblicato sul proprio sito i pdf completi dell’ordinanza della procura di Salerno nei confronti di magistrati calabresi e di altri politici e imprenditori?

anche se in Sicilia in questi giorni ci sono stati 94 fermi per stroncare il tentativo di ricostituire la Cupola di Cosa Nostra, sono ben altri i mafiosi che dovrebbero preoccuparci, annidati nella cosiddetta zona grigia. E’una complicità diffusa a livello amministrativo, imprenditoriale e chiaramente nel luogo deputato alla creazione delle leggi, il Parlamento (cfr. l’ultima intervista di Giuseppe Fava davanti a Enzo Biagi, 5 giorni prima di essere assassinato), che coltiva in questo paese le radici del sistema mafioso.

Sono Adolfo Parmaliana, e mi ammazzo perchè mi avete lasciato da solo

Sul blog di Benny Calasanzio, è riportato un articolo sulla vicenda di Adolfo Parmaliana, un cittadino che ha lottato coraggiosamente contro la mafia, ma lasciato solo dalle istituzioni si è suicidato.

http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/12/sono-adolfo-parmaliana-e-mi-ammazzo.html

Intanto la linea governativa è che i veri eroi sono i mafiosi come Mangano. La cupola politico-mafiosa-massonica-imprenditoriale ci sta rubando il futuro. Legalità subito! Fuori la mafia dallo stato!

LA CORRUZIONE INCONSAPEVOLE CHE AFFONDA IL PAESE

Ecco un grandissimo articolo di Roberto Saviano. Santo cielo, in un altro paese questo sarebbe il discorso di un grande leader che guida il paese fuori dalla crisi: sveglia italiani, altro che Berlusconi, Veltroni o D’Alema! Senza legalità non c’è futuro, riprendiamoci il futuro ristabilendo la legalità. Legalità adesso, fuori la mafia e la massoneria dallo stato!

di Roberto Saviano per La Repubblica, 20/12/2008

La cosa enormemente tragica che emerge in questi giorni è che nessuno dei coinvolti delle inchieste napoletane aveva la percezione dell’errore, tantomeno del crimine. Come dire ognuno degli imputati andava a dormire sereno. Perché, come si vede dalle carte processuali, gli accordi non si reggevano su mazzette, ma sul semplice scambio di favori: far assumere cognati, dare una mano con la carriera, trovare una casa più bella a un costo ragionevole. Gli imprenditori e i politici sanno benissimo che nulla si ottiene in cambio di nulla, che per creare consenso bisogna concedere favori, e questo lo sanno anche gli elettori che votano spesso per averli, quei favori. Il problema è che purtroppo non è più solo la responsabilità del singolo imprenditore o politico quando è un intero sistema a funzionare in questo modo.

Oggi l’imprenditore si chiama Romeo, domani avrà un altro nome, ma il meccanismo non cambierà, e per agire non si farà altro che scambiare, proteggere, promettere di nuovo. Perché cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato o di anomalo. Che un simile do ut des sia di fatto corruzione è un concetto che moltissimi accoglierebbero con autentico stupore e indignazione. Ma come, protesterebbero, noi non abbiamo fatto niente di male!

E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e condannata dall’etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della segnalazione, della spinta.

Non basta il merito, non basta l’impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l’incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni appalto comporta automaticamente un’apertura di assunzioni con cui sistemare i raccomandati nuovi.

Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda del film di Francesco Rosi “Le mani sulla città”: “I nomi sono di fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele”.

Indipendentemente dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un politico – di qualsiasi colore – oggi potrà eludere. Non importa se un cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo. Il tepore del “tutto è perduto” lentamente dovrebbe trasformarsi nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra.

L’imprenditoria criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici, mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono l’immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell’Italia e per non soccombere alla loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le idee nuove ai talenti.

Ho ricevuto l’invito a parlare con i futuri amministratori del Pd, così come l’invito dell’on del Pdl Granata ad andare a parlare a Palermo con i giovani del suo partito. Credo sia necessario il confronto con tutti e non permettere strumentalizzazioni. Le organizzazioni criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell’esistente e rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l’ambito politico uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio. E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza e rassegnazione.

La politica non è il mio mestiere, non mi saprei immaginare come politico, ma è come narratore che osserva le dinamiche della realtà che ho creduto giusto non sottrarmi a una richiesta di dialogo su come affrontare il problema dell’illegalità e della criminalità organizzata. Il centrosinistra si è creduto per troppo tempo immune dalla collusione quando spesso è stato utilizzato e cooptato in modo massiccio dal sistema criminale o di malaffare puro e semplice, specie in Campania e in Calabria. Ma nemmeno gli elettori del centrodestra sono felici di sapere i loro rappresentanti collusi con le imprese criminali o impegnati in altri modi a ricavare vantaggi personali. Non penso nemmeno che la parte maggiore creda davvero che sia in atto un complotto della magistratura. Si può essere elettori di centrodestra e avere lo stesso desiderio di fare piazza pulita delle collusioni, dei compromessi, di un paese che si regge su conoscenze e raccomandazioni.

Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n’è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento.

Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani.

Il tempo nuovo della mafia

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=11676&Itemid=78:

di Claudio Fava – 17 dicembre 2008
Ci avevano spiegato che la mafia era ormai rassegnata a un tempo di modestie, i soliti affari, i soliti intrallazzi, ma nulla di paragonabile alla furia omicida dei primi anni novanta.

Ci avevano fatto credere che questo minuetto di politici sorridenti e disponibili, questi incontri nei retrobottega dei negozi fosse solo una vezzosità, cose pittoresche, storie di Sicilia: altro che la mafia con la faccia feroce, altro che Riina & Provenzano… Poi sono arrivati questi novantanove arresti e abbiamo capito che Cosa Nostra non era cambiata, non cambia, non cambierà mai. E che la liturgia del potere mafioso può conoscere periodi di inabissamento, stagioni di bonaccia: ma è solo questione di tempo, di senso pratico, di opportunità.
Dietro l’operazione Perseo, ci spiegano oggi i giudici, c’è il racconto di una mafia che si è riorganizzata, ha messo da parte le buone maniere e sta immaginando di rilanciare in grande stile la propria offensiva criminale. C’è un capo mafia come Matteo Messina Denaro che non prende ordini da nessuno e pretende di rimettere in piedi la vecchia «cupola» che i corleonesi avevano abitato per una ventina d’anni. C’è l’ombra lunga di un’organizzazione criminale che ha deciso di riprendersi il privilegio di decidere anche «cose gravi». Insomma, ci sono i segni di un tempo nuovo, di una ritrovata determinazione. E di un lutto ormai elaborato: i vecchi corleonesi, sepolti dagli ergastoli, sempre più simili alla parodia di ciò che furono da liberi, sono fuori dai giochi. Definitivamente. Chi è libero decide per sé, senza chiedere permesso.
Certo, tra le righe si scopre che l’intero ambaradan avrebbe ricevuto la benedizione direttamente da Totò Riina, che questo sarebbe il suo modo per «posare» definitivamente Provenzano e archiviare il low profile mafioso di questi anni. Ma quei quindici anni trascorsi al 41 bis pesano su Totò e sugli altri come un macigno. La storia della mafia è generosa di piccole recite nelle gabbie dei processi, dal sigaro di Lucianeddu Liggio alla bibbia agitata verso il cielo da Michele Greco. Più che la misura di un vero potere ne sono l’epitaffio. È quello che è accaduto ai corleonesi, mentre altri si prendevano il posto loro. Potremmo scrivere che ce l’aspettavamo. Che il controllo ostinato della spesa pubblica, della filiera dei subappalti, dei destini della politica locale erano i segni d’un corpo vivo, non il lamento di un animale morente. Adesso che questa operazione di polizia ha svelato la forza inesauribile della mafia, non commettiamo ancora una volta l’errore di ritenere chiuso il discorso. Ho letto ieri del compiacimento per aver «annientato la direzione strategica di Cosa Nostra». Appunto: troppa grazia…

Processo Mori-Obinu: a Mezzojuso non si e’ voluto prendere Provenzano

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=11658&Itemid=78:

di Maria Loi – 16 dicembre 2008
Palermo. In un clima di grande attesa è iniziata stamattina la deposizione del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio, personaggio chiave al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

L’ufficiale dell’Arma, in pensione da diversi mesi, nel 1995 aveva raccolto le dichiarazioni di Luigi Ilardo, braccio destro di Giuseppe “Piddu” Madonia e capomafia di Caltanissetta vicinissimo a Provenzano.
A giocare a favore di Riccio è una lunga esperienza professionale, prima affianco al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che ne aveva esaltato le capacità, poi all’interno della Dia dal novembre 1992 fino al giugno 1995 e successivamente nel Ros con incarichi sempre più importanti. Riccio ha detto che fu lo stesso Ilardo, all’epoca detenuto presso la casa circondariale di Lecce dalla quale uscì nel gennaio del 1994, a segnalare alla Dia la sua disponibilità a collaborare per individuare i mandanti esterni delle stragi del ‘92 e del ‘93. Mentre Riccio era ancora alla Dia grazie ai riferimenti di Ilardo sono stati catturati latitanti di spessore come Vincenzo Aiello, che reggeva le sorti della famiglia di Catania; Nicotra Giuseppe responsabile del clan Sciuto, Domenico Vaccaro e molti altri. Il colonnello ha spiegato che ad affidargli la gestione di Ilardo nel 1993 fu l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, allora alla Dia con l’incarico di responsabile operativo, che aveva sempre apprezzato le capacità di analisi criminale e le attività investigative del colonnello.
Durante il dibattimento Riccio ha raccontato le fasi del fallito blitz di Mezzojuso del 31 ottobre 1995 con l’amarezza di chi ha dovuto seguire la direttiva dei suoi superiori limitandosi a raccogliere i dati di Ilardo per organizzare un ulteriore incontro con Provenzano.
A suo tempo il colonnello aveva già manifestato le difficoltà di operare senza un ufficio vero e proprio, anticipando sempre le spese per le trasferte rimborsate dopo mesi. Per non parlare di quando chiedeva i mezzi per le indagini. Una volta per esempio aveva domandato una cintura dotata di sensori che Ilardo avrebbe dovuto premere una volta che si fosse trovato di fronte a Provenzano. Si era rivolto anche ad alcuni colleghi dell’ambasciata americana per ottenere gli strumenti necessari ma lo stesso Mori era intervenuto con fermezza dicendo: “No…e lasci stare gli americani…”.
Tra il generale Mori e Riccio oltre a non esserci una grande amicizia c’erano proprio diversità di vedute. Infatti quando Mori disse al colonnello che non serviva stendere relazioni di servizio da mandare all’Autorità Giudiziaria, Riccio si oppose a quel diktat dicendo: “Io continuo a informarli…voi fate quello che volete”. Altri problemi sono sorti anche quando il capitano Damiano, che avrebbe dovuto essere informato da Mori del blitz da compiere a Mezzojuso, quando si seppe che in realtà non sapeva nulla, fatta eccezione che doveva mettersi a disposizione del colonnello Riccio.

Il Pm ha letto una nota interna del Ros firmata dal colonnello Riccio e indirizzata a Mori datata 11 marzo 1996 che conteneva un elenco di nomi di persone di cui aveva parlato confidenzialmente Ilardo, informazioni che poi avrebbe dovuto sviluppare una volta formalizzata la collaborazione. Nel capitolo “Esponenti delle istituzioni” tra i soggetti delle istituzioni il Pm ha letto che c’era scritto “Flavi Dolcino” (corretto a penna da Obinu con: “Favi Dolcino”) allora procuratore capo della Procura di Siracusa. Accanto al suo nome vi era scritto: “gestito principalmente dall’avv. D’Amico (di Lentini) quest’ultimo compromesso con la famiglia mafiosa e in particolare con Nello Nardo, uomo di Santapaola”.
Quando il pubblico ministero ha chiesto al colonnello se era a conoscenza di accertamenti fatti sui nomi contenuti nel capitolo “Esponenti delle istituzioni”, Riccio ha risposto che ogni volta che chiedeva si scontrava con un muro di gomma.
Quando poi gli è stato chiesto se aveva saputo da Ilardo di incontri tra Provenzano e ufficiali dei Carabinieri Riccio ha risposto affermativamente, dicendo che addirittura Ilardo gli aveva specificato: “lei.. nel suo ambiente… non si deve fidare…” di nessuno, facendo anche riferimento ad esponenti dell’Arma presenti ai tempi del gen. Carlo Alberto dalla Chiesa. Ilardo fece anche una battuta sul gen. Subranni: “…ho qualcosa da raccontarle sul gen. Subranni…” ma non fece in tempo perché fu ammazzato prima. Era il 10 maggio 1996. Ilardo gli aveva parlato anche degli ambienti imprenditoriali, facendo i nomi di personaggi del calibro di Salvatore Ligresti e Raul Gardini. Aveva riferito a Riccio anche in merito all’omicidio dell’agente Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, dell’omicidio Insalaco e delle sue perplessità sulla cattura di Riina.
Tra le informazioni che Riccio ha raccolto dalla sua fonte nei primi mesi c’è anche quella che Provenzano aveva stabilito un contatto con un uomo dell’entourage di Berlusconi che aveva assicurato iniziative favorevoli per Cosa Nostra da un punto di vista giudiziario ma anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Riccio annotava velocemente in agende quello che gli raccontava la fonte per paura di dimenticarsi. Durante uno dei loro incontri Ilardo fece capire al Riccio, mentre sfogliavano un quotidiano locale in cui avevano letto i nomi di Dell’Utri e Rapisarda, che era proprio Dell’Utri l’uomo in questione. Anche quel giorno Riccio segnò il nome di Dell’Utri in agenda. In conclusione, l’ufficiale ha ricordato le parole rivolte da Ilardo a Mori in occasione di un incontro tra i due:: “Certi attentati che abbiamo commesso ci sono stati chiesti da voi!”, aveva detto Ilardo. Riccio si è soffermato a descrivere la reazione allibita di Mori, che irrigidito ha alzato i tacchi ed è andato via subito “lì ho percepito l’importanza devastante di quello che Ilardo avrebbe detto…”.
Più volte Riccio nel corso del dibattimento ha parlato del “muro di gomma” con il quale si è scontrato: “sono arrivato alla convinzione – ha detto – che non si voleva prendere Provenzano perché doveva assolvere altri compiti…”

MAFIA: RICCIO, BOSS ILARDO FECE ANCHE NOME MAGISTRATO FAVI

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=931:mafia-riccio-boss-ilardo-fece-anche-nome-magistrato-favi&catid=19:i-mandanti-occulti&Itemid=39

PALERMO, 17 DIC (ANSA) – C’era anche il nome dell’ex titolare dell’indagine ‘Why not’, Dolcino Favi, tra le persone di cui il boss mafioso Luigi Ilardo, confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, avrebbe voluto fare ai magistrati, dopo il suo pentimento. A rivelarlo in aula davanti ai giudici del tribunale e’ stato Riccio, che ha deposto nel processo al prefetto Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia. Rispondendo a una domanda del pm Nino Di Matteo, Riccio ha ricordato di avere annotato il nome di Favi per averlo sentito fare a Ilardo, come magistrato all’epoca in servizio a Siracusa. Favi sarebbe stato ”gestito” dall’avvocato D’Amico di Lentini (Siracusa), ”molto legato a Nello Nardo, di Lentini, uomo del boss Benedetto Santapaola”. Ilardo non riusci’ ad avviare ufficialmente la collaborazione perche’ venne ucciso, in circostanze ancora misteriose a Catania, alla vigilia del suo ingresso tra i collaboratori di giustizia al quale avevano dato l’ok i magistrati di Palermo, Caltanissetta e Catania.

Cos’è il signoraggio

Da http://centrofondi.it/report/Piero_Sanna_Moneta_Dominio.pdf un articolo che spiega cos’è il signoraggio:


Gli stati ed i governi di tutto il mondo hanno, proprio come le persone, un’innata necessità di denaro. Lo stato necessita denaro per far fronte alle molteplici spese in cui deve incorrere (infrastrutture, sanità, pensioni, stipendi, ecc). Il bilancio di uno stato è essenzialmente costituito da due voci. Una è il gettito fiscale (entrate), l’ altra è la spesa pubblica (uscite). Quando le uscite superano le entrate si ha un deficit (debito pubblico). Lo stato può quindi fare due cose per appianare il deficit, aumentare la pressione fiscale e ridurre la spesa pubblica. A prima vista sembrerebbe una pratica semplice e diretta. Perchè quindi tutti gli stati sono sommersi da astronomici debiti pubblici? Le ragioni risiedono nell’emissione monetaria. Per supplire all’ inevitabile esigenza di danaro gli stati moderni chiedono in prestito la massa monetaria a loro necessaria alla rispettiva banca nazionale, oggi meglio conosciuta come banca centrale. La banca centrale nazionale elargisce il prestito allo stato e lo grava di interesse (TUS o TUR). Lo stato a sua volta ripaga questo prestito tramite l’emissione di titoli di stato (Bot e Cct) per un pari valore al prestito richiesto alla banca. Questa situazione di apparente normalità cela in effetti la più grande truffa mai perpetrata ai danni dei popoli del mondo moderno. Per apprezzarne la gravità è necessario fare due premesse.

• Il denaro non è più garantito dall’oro

La convertibilità del denaro in oro è di fatto cessata con l’abolizione degli accordi di Bretton Woods nel 1971. Da questo preciso momento storico il denaro cartaceo può essere convertito solamente con altro denaro cartaceo. In passato un cittadino italiano qualsiasi avrebbe potuto portare la sua banconota da centomila lire alla banca d’Italia e farsi dare il corrispettivo in oro. Oggi una banconota da cento euro può essere cambiata solo con un’altra banconota da cento euro. Questo che cosa significa? Significa che oggi il denaro al momento della sua stampa ed emissione vale come la carta straccia. Non essendo più garantito da un valore reale le banconote oggi non sono altro che dei pezzi di carta colorati ai quali attribuiamo un dato valore in quanto buoni per il pagamento delle tasse e generalmente accettati dal mercato per comprare beni e servizi. Il valore di questi biglietti risiede quindi nella loro accettazione da parte della collettività e nella fiducia che in essi viene riposta come merce di scambio convenzionale.

• Le banche centrali sono delle s.p.a.

Benché la maggior parte delle banche centrali nazionali siano ritenute proprietà dello stato, la verità è che sono delle agenzie di credito private, istituite con il solo scopo di massimizzare i profitti dei loro azionisti. I due casi più eclatanti di quest’anomalia a norma di legge sono sicuramente la Federal reserve bank (banca centrale nazionale americana) e la banca d’Italia ( vedi tabella). Da queste due premesse deriva una scioccante rivelazione. Tutto il denaro in circolazione è gravato da debito ancora prima che arrivi nelle casse dello stato e venga accettato ed utilizzato dai suoi cittadini. Infatti, quando lo stato chiede in prestito una data massa monetaria, supponiamo 100 bilioni di euro, la banca centrale, stampa ed emette 100 bilioni in banconote di tagli diversi (5,10,50,100, ecc) spendendo 0,30 centesimi di euro a taglio. Questi pezzi di carta sono senza valore al momento della loro emissione perchè non garantiti da collaterale (oro), ma vengono prestati per il loro valore facciale (ovvero 100 bilioni) allo stato. La banca centrale non si comporta quindi come una normale tipografia, ma come un’effettiva agenzia di credito. La differenza fra il costo di stampa ed il valore facciale delle banconote viene, di fatto, incamerato dalla banca centrale.

Questa esorbitante rendita monetaria è conosciuta come signoraggio primario ed è incamerata da un’agenzia di credito completamente privata che conosciamo con il nome di banca centrale. Inoltre questo prestito viene gravato di un interesse (oggi al 4%) conosciuto come tasso di sconto o di riferimento. In pratica su una banconota da 100 euro il signoraggio è pari a 100 – 0,30 = 99,70 + 4% = 103,70 €. Quando quindi il denaro viene accettato e speso dagli ignari cittadini, è gravido di un debito pari al 103,70 %.

Non si può dire lo stesso dell’emissione monetaria concernente la moneta metallica. Infatti, il conio e l’emissione delle monete è lasciato allo stato che ne incamera un modesto signoraggio in quanto molte monetine comportano un costo di conio maggiore del loro valore facciale ( il materiale utilizzato è molto più costoso della carta come nel caso di bronzo, argento, rame, ecc). La domanda a questo punto dovrebbe sorgere spontanea. Perché lo stato può coniare, mettere in circolazione e usufruire del signoraggio sulla moneta metallica ma non su quello delle banconote? Il seguito di questa presentazione tenterà di illustrare nella maniera più semplice e comprensibile possibile i motivi che si celano dietro una quanto mai enigmatica ed autolesionista politica di emissione monetaria. Ma vediamo ora di capire una seconda forma di signoraggio da molti economisti ritenuta come la più perniciosa e fagocitante attività di speculazione ai danni dei cittadini. Il signoraggio secondario.

Banche commerciali e signoraggio secondario

Abbiamo brevemente visto come avvenga la creazione del denaro preso a prestito dallo stato per far fronte alle spese sociali. Questa presentazione si concentrerà ora sulla creazione di denaro creditizio, cioè quello che ci viene prestato dalle banche commerciali, conosciuto anche come signoraggio secondario. Innanzi tutto è indispensabile fare una breve analisi del concetto di prestito. Vi sono principalmente due tipi di prestiti: prestiti distributivi e prestiti generatori. Quando prestate la falciatrice ad un amico o quando una associazione di credito cooperativo presta denaro, qualcosa di preesistente viene temporaneamente ridistribuita, da qui la definizione di prestito distributivo. Quando una banca commerciale accorda un prestito, essa genera il denaro dal nulla grazie alla pratica bancaria della riserva frazionaria. Il denaro non proviene dalle risorse della banca, ne dai depositi che le vengono affidati dalla clientela: viene dall’inchiostro della penna del banchiere (o da una scrittura effettuata in un computer)5. Questi sono prestiti classificati come prestiti generatori. Da dove la banca crea questi nuovi prestiti? Dalla monetizzazione dei collaterali presentati a garanzia dal contraente. In altre parole la vostra casa, macchina, azienda, terreni, negozio, ecc. Quindi la banca trasforma in liquidità il potenziale valore dei vostri averi/garanzie e ve li presta sotto forma di linee di credito, prestiti e mutui che dovrete ripagare più interesse. La banca utilizza la vostra firma sul contratto che avete stipulato come un attivo di cassa. In altre parole utilizza la vostra promessa di pagamento come se i soldi più l’interesse fossero gia’ stati ripagati. Questo nuovo attivo viene inoltre utilizzato dalla banca come riserva. Più esattamente, la banca non presta nemmeno il denaro in molti casi. Promette di pagarlo!!! Quando chiedo un prestito di € 100.000 per pagare una fornitura di merce, supponiamo in forma di lettera di credito, la banca non mi dà denaro, ma solo una promessa di pagare quella somma al mio venditore. Però il contratto di mutuo è formulato come se la banca prestasse denaro. Esso finge che la banca presti denaro6. L’assioma generale è quindi che ogni volta che la banca effettua un prestito od un mutuo non percepisce solo gli interessi ma si incamera l’intero valore del prestito / mutuo (che crea dal nulla) e lo utilizza come patrimonio della banca. Ovvero capitale attivo che usa come riserva. Per capire la funzione della riserva è necessario comprendere che la capacità di una banca di creare moneta non è infinita. E’ limitata dal suo capitale. Le linee direttive delle istituzioni finanziarie limitano la totalità dei prestiti di una banca a 20 volte il suo capitale ( oggi, 2007, siamo a 50 volte, con una riserva frazionaria del 2%) così come viene definito nel documento al capitolo A, “Capital Adequacy Requirements,” capoverso 1, sezione 1-1. Queste regole seguono le linee guida del “Capital Accord” del 1988, raggiunto sotto l’egida della BRI, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (BIS – Bank of International Settlements). Tradotto in Italiano intellegibile significa che la banca (commerciale) puo’ prestare 50 volte quello che veramente dispone in cassa. Per legge!!! ( provatelo a fare voi e vediamo che succede?). Quanto maggiori sono le riserve, tanto più cospicui saranno il numero e l’ammontare dei prestiti che la banca puo’ concedere. La banca di credito, quindi, presta denaro che non esiste, ne presta fino a 50 volte di più di quanto esiste realmente nelle sue casse.

Più precisamente, nel 1988 il sistema bancario internazionale, con gli accordi di “Basilea 1”, ha prescritto alle banche di coprire con capitale proprio (“Eigenkapital”) almeno l’8% dei prestiti. Con gli accordi di “Basilea 2”, questa riserva è lasciata variare tra l’l,6 e il 12% a seconda del grado di solvibilità del cliente7. Rimane ora da capire perchè il signoraggio secondario sia il più subdolo e devastante strumento d’indebitamento dei cittadini. Il punto è che l’emissione di denaro creditizio dal nulla va ad aggiungersi ( e superare di gran lunga ) alla massa monetaria di denaro vero (che tu hai acquistato lavorando o producendo e che comporta costo, fatica, rischio). Questa commistione fra denaro vero e denaro creditizio comporta inflazione (non quella dell’ISTAT ). C’è quindi troppo denaro in circolo che cerca di comprare troppi pochi beni e servizi. Praticamente significa che tutti percepiscono una perdita di potere d’acquisto. L’affitto costa di più, fare la spesa costa di più, mantenere la macchina costa di più, gestire la propria attività commerciale costa di più ecc, ecc. La qualità della vita diminuisce perchè è come se qualcuno avesse preso dalle nostre tasche durante gli anni migliaia e migliaia di euro. …