Archivi del giorno: 6 dicembre 2008

Regime

Da http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2112694.html:

La I Commissione del Csm, nel pomeriggio, ha proposto al plenum, ovviamente all’unanimità, il trasferimento per incompatibilità ambientale del Procuratore generale di Catanzaro, Iannelli, e del Procuratore Capo di Salerno, Apicella. La parola chiave è: “unanimità”. Dopo l’entrata a piedi giunti del Presidente Napolitano nella legittima, anzi doverosa, indagine di Salerno sui presunti reati commessi da magistrati di Catanzaro, e dopo l’incredibile trasversalismo di politici (tranne Di Pietro) e giornali nell’attaccare chi fa il suo dovere (Salerno) anzichè chi si ribella alla giustizia (Catanzaro), stiamo alla soluzione finale. Tutti uguali, tutti a casa. Pari e patta. Come aveva anticipato la stampa di regime ieri mattina.

Zorro
l’Unità, 6 dicembre 2008

Corriere della sera: “Guerra tra pm”. Repubblica: “Guerra tra pm”. Stampa: “Guerra dei pm”. Giornale: “Guerra tra giudici”. Mattino: “Guerra tra procure”. Unità: “Guerra totale tra procure”. Riformista: “Toga contro toga”. Europa: “Guerra civile fra magistrati”. In attesa del Partito Unico, abbiamo il Giornale Unico.
Tutti a sostenere che Salerno uguale Catanzaro, anche se Salerno indaga su Catanzaro per un obbligo di legge, mentre Catanzaro indaga su Salerno contro la legge (su Salerno competente Napoli). Insomma avrebbero torto tutti: De Magistris, i suoi persecutori e chi li ha scovati. Come scrive su Repubblica il superprocuratore coi baffi, “nessuno si salva”. Anche perché “le inchieste di De Magistris sono state valutate da gip, Riesame e Cassazione: sempre De Magistris ha avuto torto”. Ma non è vero: delle tre inchieste che han suscitato il putiferio, due – Poseidone e Why Not
– sono state scippate al pm dai suoi capi in corso d’opera; la terza – Toghe lucane – è dinanzi al gip con una raffica di richieste di giudizio. Se poi De Magistris fosse un pm incapace sempre bocciato dai giudici, non si vede perché levargli le indagini anziché lasciarle bocciare dai giudici. Ma la manovra è chiara: De Magistris “deve” avere torto, e così chi ha le prove che ha ragione. Nessuno – salvo noi e il Carlo Federico Grosso sulla Stampa – denuncia l’abominio dei pm
di Catanzaro che indagano i pm di Salerno che indagano su di loro. Vien da rimpiangere il Minculpop: allora i titoli dei giornali li dettava direttamente il regime. Ora non ce n’è bisogno: si obbedisce agli ordini ancor prima di riceverli.

Il «welfare mafioso» e la sfida di Lo Bello

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=11218&Itemid=78:

di Roberto Scarpinato

Per comprendere quale sia la reale posta in gioco dell’azione di resistenza attiva intrapresa da qualche tempo da una avanguardia di Confindustria nei confronti del sistema mafioso occorre considerare che in molte zone del Meridione l’economia criminale è stata purtroppo una risorsa per la sopravvivenza di una moltitudine di persone.
In Campania, come è noto, fino agli anni Ottanta il contrabbando di tabacchi lavorati esteri alimentava un indotto economico illegale che garantiva il sostentamento di migliaia di famiglie. Nel tempo, l’economia criminale ha progressivamente allargato i propri confini: dal contrabbando di sigarette a quello degli stupefacenti, alla contraffazione seriale di prodotti griffati e via elencando.
In Sicilia, il settore delle estorsioni occupa migliaia di addetti con compiti diversificati. Nei giorni seguenti l’arresto dei Lo Piccolo, che avevano assunto le redini dell’organizzazione mafiosa a Palermo, la piazze dei loro quartieri si sono riempite di decine di persone, disoccupati dell’economia illegale, in ansiosa attesa di ricevere disposizioni da nuovi capi. Questo tipo di economia criminale è, almeno in parte, uno dei frutti avvelenati del management del sottosviluppo.
Per quanto possa apparire paradossale, per tanti il sottosviluppo non è un handicap, ma una risorsa da gestire con sapiente oculatezza.
Le enormi risorse economiche stanziate per lo sviluppo del Mezzogiorno sin dal secondo dopoguerra dallo Stato e nell’ultimo decennio anche dalla Comunità europea, si sono infatti disperse nel buco nero di un sistema che ha alimentato la propria autoriproduzione dirottando buona parte delle risorse dallo sviluppo al finanziamento di enormi reti clientelari all’insegna del rapporto di scambio: soldi pubblici in cambio di consenso complice e sudditanza.
La logica sistemica sottesa al management
del sottosviluppo è incompatibile sia con la promozione della libera concorrenza che premia il merito, sia con lo sviluppo economico. Infatti l’emancipazione dei singoli dalla subalternità e dal bisogno economico rompe le catene che imprigionano il consenso all’interno di un rapporto di scambio, garantendone, per tale via patologica, la continua riproduzione.
Poiché la dispersione delle risorse comporta anche la riproduzione delle condizioni strutturali della povertà, è costante il rischio che il disagio sociale delle masse urbane tracimi talora in disordine sociale. Per evitare l’implosione o l’entropia, il management del sottosviluppo delega all’economia criminale la gestione del problema della sopravvivenza economica di masse sterminate di vecchi e nuovi poveri.
Il rapporto speculare tra management
del sottosviluppo ed economia criminale della sopravvivenza, si articola per grandi linee secondo due tipologie. La prima tipologia — quella vigente in Sicilia — è il modello Ucciardone. Prende nome dal famoso carcere di Palermo che sino agli anni Settanta era un modello di efficienza in quanto l’ordine interno era garantito dai mafiosi detenuti che governavano la popolazione carceraria secondo regole ferree, ricevendo in cambio un trattamento di privilegio. Allo stesso modo, fuori dal carcere, nei quartieri degradati di Palermo, i mafiosi dettano le regole perché l’agire criminale sia «ordinato» e non diventi anarchico mettendo così in crisi l’ordine sociale.
Il secondo modello — vigente in Campania — è invece il modello favelas,
sulla tipologia sudamericana. Le favelas campane — Scampia, Secondigliano, etc. — sono contenitori sociali della negatività prodotta dal sistema sopra delineato che fonda il proprio precario equilibrio interno sulla tacita tolleranza nei confronti dell’economia criminale della sopravvivenza, purché si mantenga all’interno di tali contenitori e non turbi l’ordine pubblico.
In tal modo, migliaia di «occupati» nel mercato illegale occulto e parallelo alleggeriscono la pressione sociale, altrimenti insostenibile, nei confronti di una sistema incapace di risposte alternative. La recessione economica sta aggravando tale contesto globale. La chiusura dei rubinetti del credito alle imprese rende sempre più appetibili i capitali sporchi in grado di evitare il rischio di fallimenti a catena.
La crescita del tasso di disoccupazione consegna alla miseria, e talora alla disperazione, migliaia di famiglie che, dopo avere invano chiesto pane e lavoro allo Stato ed alle imprese, si buttano tra le braccia dell’economia criminale. Se si condivide, almeno in parte, l’analisi sin qui svolta, si comprende quanto sia difficile — e a rischio — il compito che grava su quella coraggiosa rappresentanza della Confindustria siciliana che si identifica in imprenditori come Ivan Lo Bello, Antonello Montante, ed altri. Quello della resistenza attiva contro la criminalità organizzata è infatti solo uno dei terreni sui quali si gioca la partita che rischia di essere perduta su altri fronti cruciali sottratti alla visibilità mediatica.
Il primo è il terreno, pieno di insidie e di trappole, del confronto interno con una componente significativa e potente del mondo imprenditoriale, che, come attestano centinaia di sentenze, continua a fare affari con la criminalità organizzata o ad adottare in proprio il metodo mafioso per conquistare indebite posizioni di oligopolio.
Il secondo è quello della palude, talora una vera sabbia mobile, dell’immobilismo paralizzante di un certo mondo politico che, in alcune sue componenti, resta incapace di emanciparsi dal vecchio modello del management del sottosviluppo e di raccogliere le sfide della modernità. La magistratura e le Forze di Polizia stanno profondendo il massimo sforzo sul primo fronte. Ma sugli altri due fronti, è bene che i vertici nazionali di Confindustria, dando seguito alla svolta promossa da Luca Cordero di Montezemolo, non facciano mai venir meno il loro consapevole e fattivo sostegno a quelle avanguardie che in questo momento in terra di mafia stanno sostenendo una battaglia cruciale per il destino del paese.
Se si analizzano i fatti è facile capire la gravità del compito che attende gli imprenditori in una parte importante del Paese

Le carte che svelano la nuova super loggia massonica?

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/11352/48/:

di Nicola Piccenna

Cosa c’è in quelle carte che vengono difese così strenuamente da alcuni magistrati e ricercate altrettanto decisamente da altri?

Si tratta dell’indagine Why Not, delegata al Dr. Luigi De Magistris e che, a detta del magistrato ex-catanzarese, scopriva gli scenari di una nuova (vecchia nei contenuti, nei nomi e nei metodi) massoneria.
Il termine non è necessariamente riferibile alle associazioni di “liberi muratori” ma assume piuttosto i contorni di una congrega di personaggi legati da un forte vincolo solidaristico ed impegnati non sempre in opere di carità. Nelle “carte” di Why Not c’è qualcosa di temuto, qualcosa temuto da molti, al punto da travalicare le regole, le leggi ed i codici pur di appropriarsene. Lo ha fatto per primo il Procuratore Generale (facente funzioni) Dolcino Favi. Disponendo un’avocazione “illegale ed illegittima” (come disse De Magistris e confermano oggi dalla Procura di Salerno altri tre magistrati) costrinse la segretaria (ex, perché ha voluto cambiare lavoro) del Dr. De Magistris ad aprire la cassaforte del magistrato e prelevò tutti gli atti d’indagine in assenza del titolare dell’inchiesta. Furto con destrezza, si potrebbe definire scherzandoci su. Oppure con rozzezza, se diventassimo seri. Il ricorso del Dr. De Magistris venne ritenuto irricevibile (o qualcosa del genere). Poi, il “vero” Procuratore Generale rifiutò di esibire quegli atti (Why Not) alla Procura di Salerno che ne aveva fatto richiesta. Altra anomalia, altro ostacolo all’esame dello scottante fascicolo. Ed eccoci ai giorni nostri. Salerno dispone il sequestro dell’intera inchiesta “Why Not” e i magistrati di Catanzaro, indagati proprio per la gestione di quel fascicolo, emettono un mandato di “contro-sequestro”. Gli indagati che sottraggono le prove a loro carico usando dei poteri messi nelle loro mani dallo Stato. Si può immaginare qualcosa di più eversivo? Deve trattarsi di carte molto compromettenti, forse ancor più di quanto lo stesso De Magistris avesse capito. Lo dimostrano gli interventi delle massime autorità dello stato e degli illustri giuristi che tentano di minimizzare e fuorviare l’attenzione da questo semplice dato: su Why Not non si deve indagare, non si deve ficcare il naso, è persino vietato leggere quegli atti. Purtroppo per alcuni, forse per molti, il disegno è chiarissimo, già svelato. Anche nel caso in cui se le dovessero mangiare, quelle carte sono ormai conosciute. La madre di tutte le gare pubbliche, quella per l’assegnazione delle licenze UMTS, quella in cui sono circolati miliardi di euro, è stata preda delle consorterie massoniche (in senso lato, come innanzi detto). La madre di tutte le inchieste, “Toghe Lucane”, ha svelato gli intrecci fra i personaggi delle logge ed i poteri dello Stato. La madre di tutte le discariche, la Basilicata, destinataria del deposito unico delle scorie nucleari italiane (ma forse anche russe e certamente statunitensi), ha fatto conoscere che questi poteri attraversano le casacche politiche come le radiazioni attraversano gli ignari cittadini. Ed i nomi sono sempre gli stessi, si rincorrono da inchiesta ad inchiesta, da indignazione ad indignazione, da solidarietà a solidarietà. Dobbiamo ripeterli? È proprio necessario ripetere il rito delle citazioni, del coraggio di scrivere, delle querele, del giornalista senza macchia? Leggeteli sugli atti giudiziari, cari lettori e stimati cittadini. Fatevi coraggio ed affrontate la desolazione che ci circonda, cominciando a capire, a studiare, a classificare quelli che occupano le poltrone ai vertici dello Stato e delle Istituzioni. Nessuno potrà sostituirsi a Voi. Nessuno potrà fare la Vostra parte. Manca così poco, sono così deboli, confusi e scoperti. Sono così esplicitamente corrotti ed eversivi. Si avverte, qua e là, come un timido venticello che inizia a soffiare. Un fievole, ancora debole ma fresco profumo di libertà; come diceva il Dr. Salvatore Borsellino. Dobbiamo essere grati a lui ed ai tanti che, come lui, questo profumo hanno preconizzato, desiderato e costruito. Quei magistrati coraggiosi, soggetti solo alla Legge, di cui Luigi De Magistris, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella, e molti altri ancora, sono la testimonianza migliore.

I siti che pubblicano il decreto integrale con cui la Procura di Salerno ha disposto le perquisizioni ed i sequestri presso la Procura di Catanzaro: www.ilresto.info/11.html ; www.carlovulpio.it ; www.lucania.ilcannocchiale.it ; www.toghelucane.blogspot.com

Due giudici da riabilitare

Da http://www.pressante.com/politica-e-ordine-mondiale/italia/1237-due-giudici-da-riabilitare.html:

Scritto da Marco Travaglio

Dice bene il presidente Napolitano sul verminaio campano: occorre “forte capacità di autocritica e autoriflessione nel Mezzogiorno sull’impoverimento culturale e morale della politica”. Ora però, visto che l’autocritica non può ridursi a un “tua culpa, tua maxima culpa” battuto sul petto altrui, s’impone qualche parola sul Csm.

Il Csm che, sotto la sua presidenza, ha cacciato in malo modo da Catanzaro un pm perbene come Luigi De Magistris che, pur con possibili e rimediabili errori, aveva scoperchiato altri letamai politico-affaristici in Calabria e Lucania.

Il Csm che ha espulso a pedate da Milano una gip onesta come Clementina Forleo, colpevole di aver difeso De Magistris e sventato le scalate illegali a Bnl, Antonveneta ed Rcs facendo i nomi dei politici di destra e sinistra che proteggevano la Banda Furbetti.

De Magistris e Forleo han dovuto emigrare a Napoli e a Cremona per “incompatibilità ambientale”. E mai formula si rivelò più azzeccata: per fortuna…

abbiamo ancora magistrati galantuomini (sempre più rari), dunque incompatibili con certi ambienti putridi.

Ora, con il blitz della Procura di Salerno al palazzo di giustizia di Catanzaro per stanare i persecutori di De Magistris, comincia ad affiorare la trama che portò all’incredibile scippo delle sue indagini più scottanti.

Una trama illustrata un anno fa dai pm salernitani al Csm. Che però finse di non sentire e procedette come un caterpiller contro i due reprobi.

Ora urge una “forte capacità di autocritica” del Csm. E’ già tardi per cacciare da Catanzaro i magistrati inquisiti, reintegrarvi De Magistris e riabilitare la Forleo. Ma non è mai troppo tardi.

Io so, e adesso anche Voi sapete!

Da http://toghelucane.blogspot.com/2008/10/io-so-e-adesso-anche-voi-sapete.html:

Io so ed anche voi sapete.
Ebbene, il patto fra lo Stato e la Mafia esiste, è operativo, è provato che esiste come è provato che è operativo. Anzi, aggiungo, la Mafia (probabilmente) non è nemmeno quel male assoluto che ci paventano dinanzi coloro che il patto lo conoscono e lo rispettano. La Mafia non è l’Antistato ma è l’Altro Stato. La Mafia è un crocevia di poteri e potentati, cui estranea non è certamente la Massoneria; che non è estranea nemmeno allo Stato Italiano, quello ufficiale. Uno Stato nello Stato anzi, meglio, uno Stato a fianco di un altro Stato. Uno Stato che ha raccolto i diritti del Regno delle Due Sicilie come contropartita della depredazione delle ricchezze del Re sconfitto di cui si appropriò la corona savoiarda, cioè lo Stato Italiano o Regno d’Italia che dir si voglia. Avendole lasciato solo i diritti, cioè la sovranità sui territori del mezzogiorno, è stato gioco forza consentire alla Mafia di ricavare i mezzi, cioè i denari di cui gli Stati hanno bisogno per organizzarsi e amministrare. Quando gli Stati sono ufficiali, le chiamano tasse, nel caso della Mafia lo chiamano “pizzo”. Ma siamo lì. Ed ora eccovi le prove che non mi ha preso un colpo di sole.
Cito solo quelle più recenti e, per alcuni versi, più note:
Prendiamo l’omicidio del Dr. Paolo Borsellino e della sua scorta. Il comando elettronico che ha fatto esplodere il tritolo è partito dal castello che era sede dei “servizi”. Deviati, dicono alcuni. Fedeli, dico io. E lo dice anche Bruno Contrada, uomo dei “servizi”. Condannato al carcere con sentenza definitiva ma proclamatosi sempre innocente anzi, di più, fedele servitore dello Stato. E probabilmente è vero. Fedele ad uno Stato che aveva (ha) in essere patti con un altro Stato e che vedeva nel giudice Borsellino una turbativa a questi patti. Ecco perché deve scomparire l’agenda rossa del magistrato, ecco perché l’ufficiale che prende la borsa del Dr. Borsellino, racconta una serie di gravi inesattezze ma viene assolto ugualmente. Dice che era presente il giudice tizio, ma Tizio non c’era. Dice che era di turno il magistrato Caio. Ma anche Caio non c’era. Se l’agenda rossa fosse o meno in quella borsa, nessuno lo può provare. Ma che l’ufficiale abbia mentito sui magistrati è certo. E allora, perché non dovrebbe rispondere di queste fallaci dichiarazioni? Semplice, perché è un fedele servitore dello Stato; di uno Stato che vuole così.
Prendiamo la vicenda delle Logge massoniche che condizionano la Suprema Corte di Cassazione. Tutto è stato scoperto, e qualcosa è persino stato pubblicato (pochi giorni, ma sono bastati per sapere). Qualcuno è intervenuto? Qualche magistrato della Suprema Corte ha pagato? Qualche Presidente della Repubblica ha fatto sentire il suo alto afflato istituzionale? Silenzio, oblìo, nascondimento, immobilismo. Tutto fermo ed imperturbabile, come se fosse venuto a galla che S.E. l’On. Giorgio Napolitano ha un callo sull’alluce destro. Come se si trattasse di fatti personali che l’interessato (giustamente) decide di tenere per sé, senza tediare i cittadini ignari.
E prendiamo, in ultimo, “Toghe Lucane”. Emerge che il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Potenza (S.E. Dr. Vincenzo Tufano) è indagato per il reato di “associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari”. Ipotesi di correità anche per il Procuratore Capo di Matera (Dr. Giuseppe Chieco). Emerge che i due, insieme con alcuni alti magistrati di Catanzaro, hanno brigato per delegittimare il PM che li indagava (Dr. Luigi de Magistris). Tutto questo produce una nuova indagine incardinata presso la Procura della Repubblica di Salerno di cui i magistrati, con atti secretati, relazionano alla commissione disciplinare del CSM. Nonostante tutto ciò, il Dr. De Magistris viene trasferito d’ufficio ed i due presunti associati, di cui il primo istituzionalmente vigila sull’operato del secondo, restano al loro posto. È credibile che il Dr. Tufano possa vigilare sull’operato del Dr. Chieco, quando insieme devono difendersi dall’ipotesi di essere associati per delinquere con finalità di corruzione in atti giudiziari? Suvvia, anche un normale cittadino fabbro, idraulico, falegname o lavavetri capisce che l’incompatibilità è palese. Eppure nessuno parla! O quasi, se si considerano due associazioni di avvocati della Lucania che sole hanno sollevato la questione al CSM. Mentre, possiamo dire con certezza, nessuno risponde!
Potremmo parlare ancora a lungo, i misteri d’Italia sono tantissimi. Ma, fateci caso, tutti si spiegano ipotizzando che il patto scellerato fra Stato Italiano e Stato Parallelo (mafioso, massonico o “potentatico” che sia) esista e sia operativo.
L’unica cosa che non riusciamo a spiegarci è perché il patto non viene reso pubblico.
Perché si ritiene che alcuni giornalisti, giudici avvocati e normali cittadini possano esserne edotti mentre la maggior parte no. Perché si consente ai secondi di rischiare la vita operando contro la volontà di quello stesso Stato che ritengono (non sapendo) di dover proteggere. Perché si consente che fedeli servitori dello Stato cui il “patto” è noto, combattano contro altrettanto fedeli servitori dello Stato che ne ignorano esistenza e contenuto. Perché si ritiene che alcuni possano capire, comprendere e condividere mentre altri no. Perché tanti lutti e tanto dolore, quando potremmo tutti essere servi fedeli di uno Stato o dell’Altro Stato, vivendo d’amore e d’accordo?
Io so, scrisse Pasolini, ma non ho le prove. Adesso noi tutti sappiamo, e le prove sono sotto i nostri occhi, sono nella storia stessa di queste due nazioni che formalmente sono l’Italia.
Se qualcuno ha spiegazioni più esaurienti, ben venga. Ma ad oggi, questa è l’unica.
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p.s. Chiedo scusa alle migliaia di parenti delle vittime di Mafia, o meglio di quei poteri occulti che hanno realizzato il “patto” e lo difendono. Forse l’ironia o il sarcasmo appaiono irrispettosi del loro dolore. Dire che sono morti invano, per non aver capito da che parte stava lo Stato, è poco rispettoso dell’alto sacrificio con cui i loro cari hanno concluso la propria vita. Assicuro a loro ed a tutti la mia profonda riconoscenza per queste testimonianze di moralità e fedeltà al “bene comune” e la partecipazione a quel dolore irriferibile che loro avvertono e che li rende veri martiri della libertà.

Luigi De Magistris ed i magistrati (del Sud) distratti

Da http://toghelucane.blogspot.com/2008/10/luigi-de-magistris-ed-i-magistrati-del.html

“Sono dell’idea che se la magistratura avesse remato tutta da una stessa parte e se la legalità, alla quale ogni magistrato si dovrebbe attenere, rappresentasse un patrimonio vero di tutta la magistratura calabrese, non staremmo qui a discutere come mai in 10 anni non è cambiato proprio nulla”.
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“Senza una parte della magistratura collusa la criminalità organizzata sarebbe stata sconfitta. E il collante in questo sistema sono i poteri occulti che gestiscono le istituzioni. Io stavo indagando su questo fronte e ritengo che uno dei motivi principali del fatto che io sia stato allontanato dalla Calabria risiede proprio in questi fatti”.
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“Quello che è accaduto è molto grave. E’ un messaggio negativo nei confronti di un territorio che doveva ricevere altri messaggi. Il Consiglio superiore della magistratura avrebbe dovuto dare un segnale positivo alla Calabria…”
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A queste gravissime affermazioni, pronunciate con la solita pacatezza dal Dr. Luigi De Magistris, pochi sono stati gli echi mediatici e zero quelli istituzionali. Solo qualche magistrato ha abbozzato timide osservazioni, del tipo “faccia i nomi”.
Ora per opportuna conoscenza del distratto magistrato, ma anche per opportuna conoscenza del Consiglio Superiore della Magistratura, del Presidente della Repubblica On. Giorgio Napolitano, del Ministro della Giustizia On. Angelino Alfano e di quanti per dovere, lavoro o senso civico si occupano (ancora) della credibilità delle istituzioni, per tutti costoro, sarebbe opportuno (ed utile) sapere che il Dr. De Magistris, ha depositato l’atto di conclusione delle indagini relative al procedimento “Toghe Lucane” (l’unico procedimento che non gli è stato sottratto con mezzi più o meno leciti). Ebbene, carissimo Dr. Macrì (nome attribuito ad un immaginario magistrato della Procura Antimafia di Marte, così gli evitare lo straccio delle vesti e le querele a difesa dell’onorabilità presunta), sappia che nelle centinaia di migliaia di pagine depositate ci sono nomi, cognomi, date di nascita, indirizzi e persino i numeri di cellulare dei magistrati sospettati di gravi reati (fra cui l’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari). Ci sono le conversazioni in cui magistrati della Procura Generale di Potenza pianificavano le false testimonianze e/o la ritrattazione delle dichiarazioni rese da ufficiali dei Carabinieri al Procuratore Capo. Ci sono le intercettazioni in cui membri dell’Ufficio Ispettivo del Ministero della Giustizia, dirigenti dell’Ufficio Magistrati dello stesso Ministero e alti magistrati della Procura Generale di Potenza si accordavano su come “gestire” le ispezioni, le relazioni e persino le “grane” causate da improvvidi magistrati inquirenti.
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Di quali altri nomi avverte il bisogno il Dr. Macrì?
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E di quali altre evidenze ha bisogno il CSM?
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E cosa aspetta S.E. il Presidente della Repubblica a far sentire la sua voce?
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Ma c’è ancora di più, al peggio non c’è mai fine. Forse sarà sfuggito ai più, che il Dr. De Magistris ha dichiarato di aver formulato direttamente ai magistrati competenti (leggi Procura di Salerno) precise denunce e formali dichiarazioni.
Se proprio si vogliono conoscere nomi, cognomi e reati (ipotizzati), bisognerà aspettare che cessino le indagini preliminari. E, visto che la competenza ex art. 11 è individuata nella Procura di Salerno, evidentemente leggeremo di magistrati calabresi. Sempre che non si decida per l’archiviazione, ovviamente. Resta solo da chiedersi quanto tempo ancora bisognerà aspettare, visto che i supposti reati dovrebbero riguardare magistrati che continuano a svolgere la propria attività nelle sedi dove si suppone abbiano commesso i reati stessi.
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Ma la Legge non impone di interrompere i reati in atto ed impedire che si ripetano e aggravino? O si tratta di altri messaggi lanciati al Sud, tra i denti?
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