Archivi del giorno: 18 dicembre 2008

Il tempo nuovo della mafia

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=11676&Itemid=78:

di Claudio Fava – 17 dicembre 2008
Ci avevano spiegato che la mafia era ormai rassegnata a un tempo di modestie, i soliti affari, i soliti intrallazzi, ma nulla di paragonabile alla furia omicida dei primi anni novanta.

Ci avevano fatto credere che questo minuetto di politici sorridenti e disponibili, questi incontri nei retrobottega dei negozi fosse solo una vezzosità, cose pittoresche, storie di Sicilia: altro che la mafia con la faccia feroce, altro che Riina & Provenzano… Poi sono arrivati questi novantanove arresti e abbiamo capito che Cosa Nostra non era cambiata, non cambia, non cambierà mai. E che la liturgia del potere mafioso può conoscere periodi di inabissamento, stagioni di bonaccia: ma è solo questione di tempo, di senso pratico, di opportunità.
Dietro l’operazione Perseo, ci spiegano oggi i giudici, c’è il racconto di una mafia che si è riorganizzata, ha messo da parte le buone maniere e sta immaginando di rilanciare in grande stile la propria offensiva criminale. C’è un capo mafia come Matteo Messina Denaro che non prende ordini da nessuno e pretende di rimettere in piedi la vecchia «cupola» che i corleonesi avevano abitato per una ventina d’anni. C’è l’ombra lunga di un’organizzazione criminale che ha deciso di riprendersi il privilegio di decidere anche «cose gravi». Insomma, ci sono i segni di un tempo nuovo, di una ritrovata determinazione. E di un lutto ormai elaborato: i vecchi corleonesi, sepolti dagli ergastoli, sempre più simili alla parodia di ciò che furono da liberi, sono fuori dai giochi. Definitivamente. Chi è libero decide per sé, senza chiedere permesso.
Certo, tra le righe si scopre che l’intero ambaradan avrebbe ricevuto la benedizione direttamente da Totò Riina, che questo sarebbe il suo modo per «posare» definitivamente Provenzano e archiviare il low profile mafioso di questi anni. Ma quei quindici anni trascorsi al 41 bis pesano su Totò e sugli altri come un macigno. La storia della mafia è generosa di piccole recite nelle gabbie dei processi, dal sigaro di Lucianeddu Liggio alla bibbia agitata verso il cielo da Michele Greco. Più che la misura di un vero potere ne sono l’epitaffio. È quello che è accaduto ai corleonesi, mentre altri si prendevano il posto loro. Potremmo scrivere che ce l’aspettavamo. Che il controllo ostinato della spesa pubblica, della filiera dei subappalti, dei destini della politica locale erano i segni d’un corpo vivo, non il lamento di un animale morente. Adesso che questa operazione di polizia ha svelato la forza inesauribile della mafia, non commettiamo ancora una volta l’errore di ritenere chiuso il discorso. Ho letto ieri del compiacimento per aver «annientato la direzione strategica di Cosa Nostra». Appunto: troppa grazia…

Processo Mori-Obinu: a Mezzojuso non si e’ voluto prendere Provenzano

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=11658&Itemid=78:

di Maria Loi – 16 dicembre 2008
Palermo. In un clima di grande attesa è iniziata stamattina la deposizione del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio, personaggio chiave al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

L’ufficiale dell’Arma, in pensione da diversi mesi, nel 1995 aveva raccolto le dichiarazioni di Luigi Ilardo, braccio destro di Giuseppe “Piddu” Madonia e capomafia di Caltanissetta vicinissimo a Provenzano.
A giocare a favore di Riccio è una lunga esperienza professionale, prima affianco al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che ne aveva esaltato le capacità, poi all’interno della Dia dal novembre 1992 fino al giugno 1995 e successivamente nel Ros con incarichi sempre più importanti. Riccio ha detto che fu lo stesso Ilardo, all’epoca detenuto presso la casa circondariale di Lecce dalla quale uscì nel gennaio del 1994, a segnalare alla Dia la sua disponibilità a collaborare per individuare i mandanti esterni delle stragi del ‘92 e del ‘93. Mentre Riccio era ancora alla Dia grazie ai riferimenti di Ilardo sono stati catturati latitanti di spessore come Vincenzo Aiello, che reggeva le sorti della famiglia di Catania; Nicotra Giuseppe responsabile del clan Sciuto, Domenico Vaccaro e molti altri. Il colonnello ha spiegato che ad affidargli la gestione di Ilardo nel 1993 fu l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, allora alla Dia con l’incarico di responsabile operativo, che aveva sempre apprezzato le capacità di analisi criminale e le attività investigative del colonnello.
Durante il dibattimento Riccio ha raccontato le fasi del fallito blitz di Mezzojuso del 31 ottobre 1995 con l’amarezza di chi ha dovuto seguire la direttiva dei suoi superiori limitandosi a raccogliere i dati di Ilardo per organizzare un ulteriore incontro con Provenzano.
A suo tempo il colonnello aveva già manifestato le difficoltà di operare senza un ufficio vero e proprio, anticipando sempre le spese per le trasferte rimborsate dopo mesi. Per non parlare di quando chiedeva i mezzi per le indagini. Una volta per esempio aveva domandato una cintura dotata di sensori che Ilardo avrebbe dovuto premere una volta che si fosse trovato di fronte a Provenzano. Si era rivolto anche ad alcuni colleghi dell’ambasciata americana per ottenere gli strumenti necessari ma lo stesso Mori era intervenuto con fermezza dicendo: “No…e lasci stare gli americani…”.
Tra il generale Mori e Riccio oltre a non esserci una grande amicizia c’erano proprio diversità di vedute. Infatti quando Mori disse al colonnello che non serviva stendere relazioni di servizio da mandare all’Autorità Giudiziaria, Riccio si oppose a quel diktat dicendo: “Io continuo a informarli…voi fate quello che volete”. Altri problemi sono sorti anche quando il capitano Damiano, che avrebbe dovuto essere informato da Mori del blitz da compiere a Mezzojuso, quando si seppe che in realtà non sapeva nulla, fatta eccezione che doveva mettersi a disposizione del colonnello Riccio.

Il Pm ha letto una nota interna del Ros firmata dal colonnello Riccio e indirizzata a Mori datata 11 marzo 1996 che conteneva un elenco di nomi di persone di cui aveva parlato confidenzialmente Ilardo, informazioni che poi avrebbe dovuto sviluppare una volta formalizzata la collaborazione. Nel capitolo “Esponenti delle istituzioni” tra i soggetti delle istituzioni il Pm ha letto che c’era scritto “Flavi Dolcino” (corretto a penna da Obinu con: “Favi Dolcino”) allora procuratore capo della Procura di Siracusa. Accanto al suo nome vi era scritto: “gestito principalmente dall’avv. D’Amico (di Lentini) quest’ultimo compromesso con la famiglia mafiosa e in particolare con Nello Nardo, uomo di Santapaola”.
Quando il pubblico ministero ha chiesto al colonnello se era a conoscenza di accertamenti fatti sui nomi contenuti nel capitolo “Esponenti delle istituzioni”, Riccio ha risposto che ogni volta che chiedeva si scontrava con un muro di gomma.
Quando poi gli è stato chiesto se aveva saputo da Ilardo di incontri tra Provenzano e ufficiali dei Carabinieri Riccio ha risposto affermativamente, dicendo che addirittura Ilardo gli aveva specificato: “lei.. nel suo ambiente… non si deve fidare…” di nessuno, facendo anche riferimento ad esponenti dell’Arma presenti ai tempi del gen. Carlo Alberto dalla Chiesa. Ilardo fece anche una battuta sul gen. Subranni: “…ho qualcosa da raccontarle sul gen. Subranni…” ma non fece in tempo perché fu ammazzato prima. Era il 10 maggio 1996. Ilardo gli aveva parlato anche degli ambienti imprenditoriali, facendo i nomi di personaggi del calibro di Salvatore Ligresti e Raul Gardini. Aveva riferito a Riccio anche in merito all’omicidio dell’agente Agostino e di sua moglie Ida Castellucci, dell’omicidio Insalaco e delle sue perplessità sulla cattura di Riina.
Tra le informazioni che Riccio ha raccolto dalla sua fonte nei primi mesi c’è anche quella che Provenzano aveva stabilito un contatto con un uomo dell’entourage di Berlusconi che aveva assicurato iniziative favorevoli per Cosa Nostra da un punto di vista giudiziario ma anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Riccio annotava velocemente in agende quello che gli raccontava la fonte per paura di dimenticarsi. Durante uno dei loro incontri Ilardo fece capire al Riccio, mentre sfogliavano un quotidiano locale in cui avevano letto i nomi di Dell’Utri e Rapisarda, che era proprio Dell’Utri l’uomo in questione. Anche quel giorno Riccio segnò il nome di Dell’Utri in agenda. In conclusione, l’ufficiale ha ricordato le parole rivolte da Ilardo a Mori in occasione di un incontro tra i due:: “Certi attentati che abbiamo commesso ci sono stati chiesti da voi!”, aveva detto Ilardo. Riccio si è soffermato a descrivere la reazione allibita di Mori, che irrigidito ha alzato i tacchi ed è andato via subito “lì ho percepito l’importanza devastante di quello che Ilardo avrebbe detto…”.
Più volte Riccio nel corso del dibattimento ha parlato del “muro di gomma” con il quale si è scontrato: “sono arrivato alla convinzione – ha detto – che non si voleva prendere Provenzano perché doveva assolvere altri compiti…”

MAFIA: RICCIO, BOSS ILARDO FECE ANCHE NOME MAGISTRATO FAVI

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=931:mafia-riccio-boss-ilardo-fece-anche-nome-magistrato-favi&catid=19:i-mandanti-occulti&Itemid=39

PALERMO, 17 DIC (ANSA) – C’era anche il nome dell’ex titolare dell’indagine ‘Why not’, Dolcino Favi, tra le persone di cui il boss mafioso Luigi Ilardo, confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, avrebbe voluto fare ai magistrati, dopo il suo pentimento. A rivelarlo in aula davanti ai giudici del tribunale e’ stato Riccio, che ha deposto nel processo al prefetto Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia. Rispondendo a una domanda del pm Nino Di Matteo, Riccio ha ricordato di avere annotato il nome di Favi per averlo sentito fare a Ilardo, come magistrato all’epoca in servizio a Siracusa. Favi sarebbe stato ”gestito” dall’avvocato D’Amico di Lentini (Siracusa), ”molto legato a Nello Nardo, di Lentini, uomo del boss Benedetto Santapaola”. Ilardo non riusci’ ad avviare ufficialmente la collaborazione perche’ venne ucciso, in circostanze ancora misteriose a Catania, alla vigilia del suo ingresso tra i collaboratori di giustizia al quale avevano dato l’ok i magistrati di Palermo, Caltanissetta e Catania.