Archivi del mese: dicembre 2008

“Quando mio padre Vito trattava con i boss mafiosi”

Da http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/mafia-5/ciancimino-jr/ciancimino-jr.html:


Il giovane Ciancimino smonta le ricostruzioni fatte in più processi dal generale Mario Mori. Sui tempi di quelle trattative (retrodatandole a prima della strage di via D’Amelio) che il generale, quindici anni fa vicecomandante dei Ros, avrebbe avuto con suo padre. Incontri per catturare latitanti. Incontri per negoziare la fine della guerra di Cosa Nostra contro lo Stato italiano. Incontri per trovare un “accordo” per la salvezza dei familiari dei boss. Ciancimino junior svela anche di aver saputo direttamente da don Vito dell’esistenza di richieste scritte avanzate dai padrini e inoltrate – tramite il generale Mori, che però ha sempre negato – a misteriosi destinatari. Fogli firmati personalmente da Totò Riina.

Gli interrogatori di Massimo Ciancimino hanno coinvolto nuovi personaggi la cui identità è ancora top secret, nomi che sono già stati iscritti o stanno per essere iscritti nel registro degli indagati della procura di Palermo. Tutta l’inchiesta per il momento si sta concentrando “su un distinto signore con una busta in mano” che, una ventina di giorni prima della strage Borsellino, è entrato nella villa dei Ciancimino sotto Montepellegrino. “Mio padre me ne ha parlato tanto…”, dice Massimo. Era quello che ha portato il famigerato “papello” da far arrivare allo Stato. Fra le dieci e le dodici richieste che i boss elencavano offrendo in cambio una sola cosa: fermare le bombe in Sicilia e in Italia. “Mio padre ha incontrato tante volte anche Bernardo Provenzano a Roma”, dice ancora Massimo ricordando che il padrino corleonese andava in giro presentandosi come “l’ingegnere Lo Verde”.

Sullo sfondo di queste manovre fra Stato e mafia, la morte di Paolo Borsellino. L’ipotesi investigativa: il procuratore avrebbe scoperto la trattativa e sarebbe stato ucciso perché, qualcuno, lo considerava un ostacolo al patto.

Questione morale, bufera sul PD. Ma delle collusioni mafiose di esponenti PDL e UDC chi ne parla?

In questi giorni si parla tanto della questione morale nel PD, mentre le collusioni mafiose di esponenti del PDL e dell’UDC passano praticamente sotto silenzio. O ci si è così abituati che non fanno più notizia, tanto sembrano scontate e naturali?

Mi pare che la bufera mediatica di questi giorni sul PD sia un’operazione mirata a convincerli ad approvare le leggi salvacorrotti e salvamafiosi che il PDL sta preparando.

In ogni caso, avanti con le indagini, serve pulizia, via i corrotti, mafiosi, collusi e massoni di tutti i partiti, senza guardare in faccia a nessuno. A partire da Berlusconi (amico di mafiosi, corruttore, P2), Dell’Utri (Mafia), Schifani(socio di mafiosi), D’Alema (Unipol) e via discorrendo.

http://palermo.repubblica.it/dettaglio/In-trappola-anche-il-figlio-di-Capizzi-caccia-alla-talpa-che-forniva-i-verbali/1563532

E il capitolo delle eventuali “talpe” che ancora una volta abbiano potuto aiutare i boss a seguire in tempo reale le indagini, a conoscere i verbali dei pentiti e le collaborazioni “in fieri” è ancora tutto da approfondire. I magistrati della Dda si riservano di approfondire a gennaio il versante politico dell´indagine, quello che vede indagati di 416 ter, il voto di scambio politico-mafioso, i deputati regionali Alessandro Aricò della Pdl e Riccardo Savona dell´Udc. A notificare l´avviso di garanzia ad Aricò martedì sera è stato lo stesso maresciallo dei carabinieri che più di vent´anni fa arrestò suo padre. E il presidente della commissione per la revisione e attuazione dello Statuto, ha avuto un gesto di stizza.

A carico dei due deputati regionali ci sono le conversazioni intercettate tra il boss di Porta Nuova Giuseppe Lipari e un altro uomo d´onore della famiglia, Salvatore Baiamonte, in cui si dà conto della ricerca di voti a sostegno delle due candidature nelle ultime elezioni regionali. Per Aricò si sarebbe speso personalmente Marco Coga, il titolare dell´omonimo bar di viale Lazio, che dei rapporti con i politici per conto dell´organizzazione aveva fatto la sua specialità. Coga avrebbe pagato una cifra per i voti procurati ad Aricò dagli uomini di Pagliarelli che invece sostenevano direttamente Riccardo Savona. I due politici ieri non si sono fatti vivi con i magistrati e risultano ancora difesi da legali nominati d´ufficio.

Corruzione, mafia, politica e massoneria deviata: ecco “La società sparente”

Forza Mafia

Da http://vedosentoeparlo-bacab.blogspot.com/2008/12/corruzione-mafia-politica-e-massoneria.html:

Il volume “La società sparente” (Neftasia Editore), di Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio, misteriosamente scomparso, racconta la vicenda dell’ex pm Luigi De Magistris, la Calabria della corruzione, l’impegno dei movimenti civili a favore del magistrato, le indagini a carico dei consiglieri regionali, la sparizione della società calabrese, delitti e omicidi impuniti alla punta dello Stivale italiano.

Dopo aver venduto, nel giro di sette giorni dall’uscita (ottobre 2007), 1000 copie nel solo comune di San Giovanni in Fiore (Cs), il testo, distribuito sul territorio nazionale, è diventato progressivamente irreperibile.

Oggi il libro non c’è, non si trova, chi lo cerca non sa come procurarselo. Neppure gli autori riescono a capirne le ragioni.

Pertanto, “La Voce di Fiore” ha pubblicato il testo in rete, in versione integrale e con download gratuito.

Leggendo “La società sparente”, si capiranno le ragioni per cui la Calabria non può mai svilupparsi, stando così le cose. Soprattutto, si avrà un quadro preciso circa le radici del sistema di corruzione e malaffare che De Magistris aveva tradotto in termini di diritto.

Clicca qui per scaricare il libro.

Un patto tra Berlusconi e la mafia?

Un articolo di Radio France Internationale che parla delle rivelazioni del pentito di mafia Antonino Giuffré, sul patto che sarebbe stato stato siglato tra Cosa Nostra e Forza Italia.

La traduzione in italiano si trova su:
http://liberautopia.ilcannocchiale.it/post/2124030.html

Un patto tra Berlusconi e la mafia?
Pubblicato Mercoledì 4 Dicembre 2002 in Francia

Il “numero due” della mafia siciliana, Antonino Giuffré, oggi pentito, ha rivelato che un patto è stato siglato tra Cosa Nostra e Forza Italia, nel 1993, quando Berlusconi ha deciso di creare tale partito sulle ceneri della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, che fino ad allora erano stati i “referenti politici” dell’organizzazione mafiosa.

Gennaio 1993. Neanche qualche mese dopo gli eclatanti omicidi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, “colpevoli” agli occhi di Cosa Nostra d’aver fatto condannare all’ergastolo quasi tutti i boss della mafia siciliana, il “numero uno” di Cosa Nostra viene a sua volta arrestato. Totò Riina ed il suo sostituto Bernardo Provenzano (latitante da quasi trent’anni) si rendono conto che la loro organizzazione è più che mai in pericolo di estinzione. Dal momento che i loro due “referenti politici” – la Democrazia Cristiana di Andreotti ed il Partito Socialista di Craxi – sono molto indeboliti dall’operazione “mani pulite” dei giudici milanesi e, più grave, sono incapaci di “rispettare i patti” siglati con Cosa Nostra.
A causa di ciò, due capi democristiani vicini ad Andreotti ed alla mafia, vengno assassinati.

Ma non basta: sono necessari altri “referenti” ed altri “garanti”, a Roma come a Milano o Torino; ma è anche necessario aprire un’altra “stagione”, cambiando metodo: abbandonare la “strategia degli attentati” a 360 gradi contro lo Stato ed i suoi rappresentanti a vantaggio di un ritorno alla “strategia del silenzio” e dell’omertà. Per continuare a controllare i traffici ed i mercati più redditizi dell’isola del mediterraneo.

Nel frattempo, alcuni democristiani e socialisti, letteralmente decimati dai giudici milanesi che indagano sui casi di corruzione, pensano dal canto loro di creare un nuovo partito centrista, incentrato sul ricchissimo imprenditore Silvio Berlusconi, che non può ormai più contare né su Bettino Craxi (in esilio ad Hammamet) né su Giulio Andreotti (inquisito a Palermo dai magistrati che indagano su Cosa Nostra).

Una coincidenza molto preoccupante

Tale coincidenza, piuttosto inquietante, non era sfuggita agli specialisti della mafia, ma costoro non disponevano dell’anello mancante. Apparentemente è cosa fatta dall’8 novembre scorso, quando Antonino Giuffré, il “numero due” di Cosa Nostra arrestato lo scorso aprile grazie ad una denuncia anonima, vuota il sacco e racconta, con dovizia di dettagli, come Bernardo Provenzano abbia stabilito un nuovo “patto”, questa volta con Forza Italia.

Tramite una persona molto vicina a Berlusconi: Marcello Dell’Utri, palermitano oggi senatore di Forza Italia, dopo essere stato il creatore ed il presidente della compagnia più redditizia di Berlusconi, Publitalia, che controlla più della metà della pubblicità televisiva italiana. Dell’Utri è attualmente inquisito, a Palermo, per “associazione mafiosa”, ed in tale processo i giudici avrebbero avuto piacere ad interrogare anche lo stesso Silvio Berlusconi, ma il capo del governo italiano ha rifiutato di rispondere alle loro domande – come permesso dalla legge – il 26 novembre scorso.

Sempre secondo il pentito Giuffré, Cosa Nostra, prima di siglare un patto con Forza Italia, aveva considerato l’idea di creare un proprio partito: Sicilia libera, una sorta di Lega del Sud, ricalcata sulla Lega Nord diretta da Umberto Bossi.

Ma Cosa Nostra alla fine ha abbandonato tale progetto, per non essere costretta ad ingaggiare politici siciliani già “in odore di mafia” e quindi poco credibili, nel momento in cui optava per un ritorno alla strategia del silenzio e “dell’immersione negli affari”, ed evitava ormai ogni attentato troppo clamoroso.
Per questo Cosa Nostra ha preferito stabilire tre canali differenti tra i suoi affiliati e Silvio Berlusconi per mettere a punto – ma anche far rispettare – una patto da onorare in dieci anni e incentrato su questioni essenziali: revisione di tutti i grandi processi antimafia, abolizione della legge che confisca i beni dei mafiosi, considerevole ammorbidimento del regime carcerario dei boss in cella.

Dal canto loro Provenzano ed i suoi seguaci hanno preso l’impegno formale di far eleggere i candidati di Forza Italia, chiedendo al contempo ai propri uomini d’evitare di mostrarsi accanto ai candidati della coalizione di Berlusconi, per “non sporcarli” agli occhi degli elettori e per non attirare l’attenzione dei giudici nei loro confronti.
“D’ora in poi siamo in buone mani”, ha detto Provenzano agli altri membri della “cupola” di Cosa Nostra.

Apparentemente le consegne di Provenzano sono state rispettate alla lettera, durante le ultime elezioni, nel maggio del 1999: i 61 candidati presentati dalla coalizione di Berlusconi nelle liste proporzionali sono stati tutti eletti! Un successo al 100% che nemmeno la Democrazia Cristiana era stata capace di ottenere in quasi cinquant’anni di “collaborazione” con Cosa Nostra.
Al contrario, se si crede a certi boss, la coalizione al comando non ha rispettato i patti. Dall’anno scorso tre dei principali detenuti mafiosi – Riina, Bagarella e Aglieri – hanno manifestato in più occasioni il loro disappunto. Secondo un documento ufficiale dei servizi segreti italiani reso pubblico quest’estate, gli rinfacciano di fare nuove leggi a suo vantaggio che “proteggono” solo i suoi principali collaboratori. “Iddu pensa solo a iddu” (”Pensa solo a sè stesso”) hanno fatto sapere, secondo questo documento. Nella stessa occasione, questi boss hanno chiaramente lasciato capire di poter rilasciare dichiarazioni compromettenti per Silvio Berlusconi.

Significa forse che le rivelazioni di Giuffré, in occasione dell’ennesimo processo che riguarda persone vicine a Berlusconi, sono state “programmate” dalla stessa Cosa Nostra, lo scorso aprile, quando ha apparentemente deciso di far arrestare il proprio “numero due”, nell’intento di ringiovanirsi ed imporre più che mai la “legge dell’omertà”?

La paga dei padroni

Da http://www.beppegrillo.it/2008/12/la_paga_dei_padroni.html:


Chi pensate abbia pagato gli stipendi faraonici di Cimoli, Buora, Catania, Tronchetti, Romiti, Ruggiero? E’ facile rispondere. I piccoli azionisti, i 12.000 licenziati dell’Alitalia, i 9.000 esuberi (per ora) della Telecom, i contribuenti, i cassintegrati. Questi manager sono le nuove zecche dell’economia, si nutrono del sangue delle società. E non falliscono mai insieme all’azienda. Vengono riciclati dal sistema in altre aziende. E’ la Cupola dell’Economia. Se esegui gli ordini, non denunci, allora sarai premiato. Un circolo chiuso che non parla, non sente, non vede. E non fa mai nomi.

VII comandamento I comma

Un articolo di Marco Travaglio sulla corruzione dilagante:
http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2124234.html

VII comandamento I comma

Zorro
l’Unità, 20 dicembre 2008

Il dibattito su come uscire dalla nuova Tangentopoli si fa ogni giorno più avvincente, con soluzioni vieppiù innovative. Andrea Romano (Il Riformatorio): “Via Veltroni”, cioè uno dei pochi non inquisiti. Follini: “Via Di Pietro” (come sopra). Il Giornale di Berlusconi (Paolo): “Via Di Pietro”. Il Foglio di Berlusconi (Veronica): “Il Pd dimentichi Berlinguer e la questione morale”. Berlusconi (Silvio): “Basta intercettazioni”, così non si scoprono più le tangenti e il caso è chiuso. Violante: “Riformare Csm e Procure” (come sopra). Lanzillotta: “Impegnarsi a fondo per riformare la magistratura” (brava: non la giustizia, i magistrati). Fassino: “Non fare come Occhetto che sbagliò, dicendo ai giudici di fare il loro lavoro e a noi di fare pulizia interna” (quindi fare come Craxi, finito benissimo). Cicchitto: “Loro non parlino più di questione morale nei nostri confronti e noi non saremo farabutti come loro nel ‘92” (cioè come lo furono i suoi alleati Lega e An, tifosi di Mani Pulite). Capezzone: “Chiedere scusa a Craxi” (che in quattro anni portò il debito-pil soltanto dal 70 al 92%). Pomicino: “Chiedere scusa a Pomicino” (due volte condannato, insiste che le assoluzioni sono di più, quindi le condanne non contano). Mantini e Minniti (Pd): no all’arresto di Margiotta anche senza fumus persecutionis e in barba alla Costituzione, perché “non ci sono le prove” (come se spettasse al Parlamento valutarle). Margiotta, appena salvato: “La Russa ha subito difeso Bocchino, ma nessuno del Pd ha difeso Lusetti” (un po’ di omertà di casta non fa mai male). Tutto molto bello e interessante. Ma, absit iniuria verbis: e provare a non rubare?

Ombre lucane

Sul sito di Benny Calasanzio un articolo che getta ulteriore luce sulla malefica macchina di potere politico-mafioso che ha bloccato le indagini di De Magistris:

http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/12/ombre-lucane.html

…Una bufera giudiziaria si sta abbattendo su vari esponenti del Partito Democratico, dalla Campania all’Abruzzo, passando per la Basilicata. Forse chi si stupisce è chi vive ancora nelle favole, pensando che votare PD significava stare dalla parte giusta, pulita. E’ vero che il braccio destro di Berlusconi è un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ma governava Prodi quando venne architettato di tutto per ostacolare e delegittimare De Magistris. Il terremoto delle sue indagini avrebbe potuto aprire uno squarcio simile a Tangentopoli. Ahimè, debbo usare il condizionale perché questa indignazione non c’è stata. Sentimento, quest’ultimo, che i mass media infarciti di varietà, cronaca nera e l’immancabile spettacolo calcistico stanno cercando di tenere a freno. Bisogna deviare l’attenzione e impedire che si facciano i nomi, specie su quei giornali a larga tiratura nazionale. Nomi eccellenti che comparivano in atti giudiziari della procura di Salerno, come Nicola Mancino, vicepresidente del CSM. Il giornalismo scomodo di Carlo Vulpio, “imbavagliato e trasferito dal Corriere (Il Manifesto – 17.12.08)”, è mal tollerato. Potrebbe essere questa una punizione esemplare per aver pubblicato sul proprio sito i pdf completi dell’ordinanza della procura di Salerno nei confronti di magistrati calabresi e di altri politici e imprenditori?

anche se in Sicilia in questi giorni ci sono stati 94 fermi per stroncare il tentativo di ricostituire la Cupola di Cosa Nostra, sono ben altri i mafiosi che dovrebbero preoccuparci, annidati nella cosiddetta zona grigia. E’una complicità diffusa a livello amministrativo, imprenditoriale e chiaramente nel luogo deputato alla creazione delle leggi, il Parlamento (cfr. l’ultima intervista di Giuseppe Fava davanti a Enzo Biagi, 5 giorni prima di essere assassinato), che coltiva in questo paese le radici del sistema mafioso.