Archivi del giorno: 24 gennaio 2009

Caso De Magistris: ora sotto accusa Gioacchino Genchi

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=12450&Itemid=78:

di Monica Centofante – 23 gennaio 2009
E’ il “caso Genchi” ad essere ora alla ribalta della cronaca. Messo fuori gioco De Magistris con le sue scottanti inchieste e i giudici di Salerno che avevano scoperto un complotto ai suoi danni (volto proprio a soffiargli le indagini), si punta ora al consulente informatico delle procure Gioacchino Genchi.  AUDIO E CORRELATI ALL’INTERNO!

Da oltre un anno destituito dall’incarico che proprio su delega dell’allora pm De Magistris aveva assunto nell’ambito delle inchieste Why Not e Poseidone.
A intervenire sulla questione, neanche a dirlo, tutto il meglio della politica bipartisan, capitanata questa volta da Francesco Rutelli, presidente del comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica “Copasir”. E in straordinaria concomitanza con le polemiche sulla tecnica investigativa delle intercettazioni che dal Presidente del Consiglio in giù – chissà perché – tutti vorrebbero eliminare.
Il pretesto, questa volta, è un fantomatico archivio illegale del quale Genchi sarebbe in possesso e che conterrebbe oltre un milione di conversazioni telefoniche oltre a centinaia di migliaia di record anagrafici, più di 1400 tabulati utilizzati nell’ambito dei procedimenti catanzaresi e chissà quanto altro ancora. Accusa non nuova, per la verità, già formulata a seguito dell’avocazione del procedimento Why Not a De Magistris, quando l’Avvocato generale Dolcino Favi aveva sollevato il dottor Genchi dall’incarico di consulenza nel procedimento. Punto sul quale avevano investigato i giudici di Salerno Apicella, Nuzzi e Verasani, riportando le loro conclusioni nel discusso decreto di perquisizione probatoria sfociato nei sequestri dello scorso 2 dicembre. “Gli approfondimenti esperiti da questo ufficio”, si legge nel documento, testualmente, “hanno evidenziato una serie di gravi patologie. Si evidenziano, in primis, i gravi profili di illiceità inficianti il modus operandi del procuratore generale avocante, dr. Dolcino Favi, che, dopo aver illegalmente avocato a sé il procedimento c.d. Why Not, disponeva la revoca con effetto immediato dell’incarico di consulenza del dr. Genchi, sulla base di un provvedimento privo di sostanziale motivazione, né sorretto da alcun dato concreto, documentale e/o informativo, di riscontro effettivo alle asserite presunte illegittimità ascrivibili al consulente nell’espletamento del mandato e alla eccessiva onerosità delle sue prestazioni”.
Lo scorso 9 gennaio – lo ricordiamo – nel totale silenzio della stampa, il decreto in questione è stato giudicato “legittimo” dal Tribunale del Riesame di Salerno. L’unico abilitato per legge ad esprimersi in merito e che per questo avrebbe dovuto dissolvere in una bolla di sapone tutte le inutili polemiche sorte intorno alla cosiddetta “guerra tra procure”. Ciò nonostante il Csm, senza tenerne minimamente conto, ha deciso per il trasferimento dei magistrati Nuzzi e Verasani e per la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio del procuratore Luigi Apicella. Una sanzione esemplare alla quale hanno applaudito il sindacato delle toghe e il dicastero della Giustizia.
Ora le attenzioni si concentrano su quel ginepraio di contatti tra utenze telefoniche che, nel corso di anni di indagini, avevano fatto emergere una serie di “relazioni pericolose” tra soggetti appartenenti alla politica, all’imprenditoria, alla criminalità organizzata e alla massoneria. Relazioni dietro le quali si nascondevano attività affaristiche e clientelari, che rappresentano il cuore delle inchieste sottratte a De Magistris prima e ad Apicella, Nuzzi e Verasani poi.
Al pari dello stesso De Magistris, Genchi è stato sottoposto per anni al fuoco di fila delle interrogazioni parlamentari chieste ininterrottamente da entrambi gli schieramenti, uscendone sempre indenne. Ma oggi è tutto diverso.
La spudorata avocazione dell’inchiesta Why Not e tutto ciò che ne è seguito ci dimostrano che i tempi sono cambiati, qualcuno dirà: sono maturi. L’immotivata sottrazione delle inchieste a De Magistris e il suo trasferimento di ufficio e funzioni hanno immancabilmente creato un precedente, con il pieno appoggio di settori della magistratura e dell’informazione compiacenti, quando non direttamente “interessati”, in una logica di gestione criminale del potere su cui si reggono i reali equilibri del nostro Paese.
Ora solo una seria presa di coscienza da parte della società civile e dell’informazione in appoggio a quei magistrati onesti che mettono in pratica il principio costituzionale che la legge è uguale per tutti potrà farci sperare in una nuova inversione di rotta.

Al dott. Gioacchino Genchi e a tutti coloro che nel nome della giustizia e del diritto all’informazione vanno oltre se stessi, pagando un prezzo altissimo, tutta la nostra solidarietà e il nostro più profondo ringraziamento.

La Redazione

ASCOLTA L’INTERVITA DI RADIO ANCH’IO A GIOACCHINO GENCHI: Clicca!

I volti senza nome di Via D’Amelio

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1039:i-volti-senza-nome-di-via-damelio&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Pietro Orsatti (da LEFT)

Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza ricostruiscono nuovi scenari sulla strage. Quando incominciò la trattativa fra lo Stato e Cosa nostra? Prima di quanto ipotizzato finora
di Pietro Orsatti (su left 3, 23 gennaio 2009)

Via D’Amelio, luogo della strage del 19 luglio 1992 dove persero la vita Paolo Borsellino e i componenti della sua scorta, da Castel Utveggio si vede proprio bene. È ormai “verità” processuale (riportata nelle sentenze del processo Borsellino bis) che il Sisde vi avesse impiantato da tempo una sede sotto copertura. E il 19 luglio 1992, una classica domenica estiva palermitana, Castel Utveggio, da quello che è emerso dalle indagini successive, è in piena attività. Pochi secondi dopo la strage, proprio da qui parte una telefonata che raggiunge Bruno Contrada, al tempo capo del Sisde a Palermo. La chiamata arriva dal telefono intestato a Paolo Borsellino. Si tratta, evidentemente, di un’utenza clonata. Da chi? Mistero. E ancora. Di solito il castello è deserto la domenica, figuriamoci a luglio. Ufficialmente era solo la sede di una scuola di formazione per manager aziendali. Quella domenica, però, nel castello c’è “movimento”. Tanto movimento. Troppo. E andiamo avanti. Lorenzo Narracci, al tempo funzionario del Sisde a Palermo, riceve una telefonata da Contrada 80 secondi dopo l’esplosione dell’autobomba. Per intenderci, poco più di un minuto dopo l’esplosione il Sisde è già pienamente operativo, mentre la polizia ancora arranca per capire cosa sia successo e persino dove. Narracci non è sconosciuto agli investigatori che stanno seguendo l’inchiesta sulla strage di Capaci, e risulta infatti titolare di un numero di cellulare annotato su un biglietto rinvenuto proprio sul luogo dove gli assassini di Falcone azionarono il telecomando che innescò il tritolo lungo l’autostrada fra Punta Raisi e Palermo. Su come sia finito il numero di telefono di un funzionario dei servizi italiani proprio nella casupola utilizzata da Cosa nostra per dare via all’attentato di Capaci c’è un altro funzionario della Polizia che, sempre dagli atti processuali, racconta di essersi perso lui, durante il sopralluogo, il biglietto con il numero. Comunque una vicenda che allarma, se non altro per la leggerezza con cui un’utenza di un agente circolasse con tale facilità e mancanza di riservatezza.

A seguire questa pista è Gioacchino Genchi, all’epoca dirigente della Polizia di Stato a Palermo con l’incarico di direttore della zona telecomunicazioni del ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Genchi, per chi si occupa di inchieste giudiziarie, non è uno sconosciuto. Lo scorso anno, per esempio, è salito alle cronache come l’uomo chiave dell’inchiesta “Why not” condotta dal pm Luigi De Magistris a Catanzaro. Insomma, quantomeno uno che di telefoni ne capisce. Il giorno stesso della strage di via D’Amelio, Genchi compie un sopralluogo sul monte Pellegrino presso il castello Utveggio insieme al capo della Mobile La Barbera. La sentenza del processo Borsellino bis riporta, testualmente: «Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi; essa tuttavia era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo». Elementi, quelli accolti dalla Corte e presentati dall’investigatore, davvero inquietanti. Utenze clonate, rete di comunicazioni lungo il percorso per via D’Amelio operativa da giorni, intrecci fra pezzi di Stato e “altro”. «Nel castello aveva sede un ente regionale il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde – si legge nella sentenza -. La circostanza era stata negata dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage». Genchi punta la sua attenzione sul castello per una ragione specifica. Trascrizione letterale della sua deposizione alla Corte di Caltanissetta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo che aveva tutta una serie di strani contatti con una serie di utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione». Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare». Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo. è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. Una coincidenza? E chi ha messo in atto l’intercettazione dei telefoni dei familiari di Paolo Borsellino residenti in via D’Amelio? Comunque, nonostante Genchi individui da subito tutte queste connessioni, viene trasferito a indagini ancora in corso, e con lui anche La Barbera.

Andiamo ai giorni che precedono l’attentato. Si segnala nella sentenza del processo «la testimonianza di un agente Dia che si era trovato a fare da autista a Borsellino subito dopo l’interrogatorio di Mutolo, lo aveva trovato sconvolto e gli aveva sentito pronunciare nel corso di una conversazione telefonica la frase “Adesso noi abbiamo finito. Adesso la palla passa a voi”. Le telefonate erano dirette verosimilmente al procuratore Vigna e al procuratore Tinebra (procuratore di Caltanissetta, ndr) che aveva appena iniziato a indagare su Capaci». È il primo luglio. Di quella giornata c’è traccia autografa di Paolo Borsellino. Una pagina di un’agenda, grigia. Non parliamo di quella rossa, dalla quale il giudice non si separava mai, e scomparsa sul luogo dell’attentato (nell’agenda rossa Borsellino aveva iniziato a scrivere tutto ciò che accadeva dal giorno di Capaci. Come ha affermato Genchi «qualcuno si è fatto un’assicurazione»). Torniamo all’altra agenda, quella grigia, fortunatamente ancora in mano ai familiari. Vi è riportato l’incontro fra il magistrato e il ministro degli Interni. Il primo luglio è il giorno di insediamento di Nicola Mancino, che però nega di aver avuto un incontro con il magistrato. Tuttavia proprio nei giorni scorsi, l’attuale vicepresidente del Csm ha affermato: «Quel giorno ho stretto tante mani. Non ricordo Borsellino, ma non escludo di poterlo aver incontrato».

Un nuovo spiraglio lo ha aperto Massimo Ciancimino. Racconta che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via D’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui il pm stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone avvenuto a maggio. Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis. Un altro colletto bianco? O un soggetto terzo?

Questo elemento crea il sospetto che una delle motivazioni alla base dell’accelerazione dei preparativi (se non della decisione) dell’omicidio Borsellino, sia da cercare nel probabile rifiuto da parte del giudice di accettare la trattativa. Quasi a fare da “sponda” e a mettere in discussione le poche verità emerse dai vari processi sul 19 luglio 1992, è apparso non un nuovo pentito ma un soggetto dichiarante. Che si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Si tratta di Gaspare Spatuzza, uno dei killer di padre Puglisi, che con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione. Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome”. Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”. Un altro volto invisibile, senza nome, da sommare a quella che comincia a sembrare una folla di anonimi onnipresenti, amnesie, documenti scomparsi, trasferimenti affrettati di investigatori a indagini aperte, archiviazioni, funzionari infedeli, telefoni clonati. Spettatori, protagonisti, comparse, componenti che si sono dati appuntamento alle 16,58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.

Viminale, il mistero del 1° luglio 1992

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1037:viminale-il-mistero-del-1d-luglio-1992&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Donato De Sena

Le testimonianze di Salvatore Borsellino, le accuse di Ciancimino jr, i vuoti di Mancino, un cambio repentino di Ministri, le carte dei processi. Dietro una data si nasconde uno dei più grandi misteri italiani degli ultimi decenni


“Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia: nessuno dei vertici delle Forze di Polizia me ne parlò nè chiese il mio parere, che sarebbe stato decisamente negativo, sull’apertura di una trattativa con la malavita organizzata, che negli anni Novanta era pericolosa, violenta e stragista”. L’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, già Ministro ai tempi della Democrazia Cristiana, successivamente Presidente del Senato durante l’esperienza di governo del centrosinistra ’96-2001, si difende con una lettera all’Espresso dalle accuse lanciate dal settimanale pochi giorni fa. Secondo quanto scritto in un articolo firmato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza “nei 56 giorni che separarono l’attentato a Giovanni Falcone da quello a Paolo Borsellino, l’allora Ministro degli Interni Mancino sarebbe venuto a sapere che pezzi dello Stato avevano intavolato una trattativa con Cosa Nostra per far cessare il terrorismo mafioso, in cambio di alcune concessioni legislative: prime fra tutte la revisione del maxiprocesso. Sarebbe stato uno dei protagonisti di quel negoziato, Vito Ciancimino, a chiedere alcune garanzie istituzionali, tra cui quella che Mancino venisse informato”. L’autore delle nuove rivelazioni ai pm di Palermo è Massimo Ciancimino, ultimo figlio dell’ex Sindaco del capoluogo siciliano Vito. Il padre fu condannato per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa, il figlio lo è stato per “riciclaggio del tesoro accumulato dal padre in quanrant’anni di vita politico-amministrativa”. Stando al racconto di Massimo, che è l’unico testimone della trattativa avvenuta tra il padre e gli uomini del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, Ciancimino “voleva essere sicuro che ci fosse una copertura istituzionale al negoziato” e avrebbe chiesto, scrive L’Espresso, “di informare il ministro Mancino degli incontri avviati tra Roma e Palermo”. La richiesta sarebbe stata poi esaudita.

PRIMO LUGLIO ’92 – E’ furioso Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che si fa vivo dalle pagine di 19luglio1992.com pubblicando una foto della pagina della agenda grigia del giudice (non quella rossa misteriosamente scomparsa da via D’Amelio pochi minuti dopo l’attentato). Il giorno in questione è il primo luglio 1992, giorno in cui Nicola Mancino saliva per la prima volta al Viminale, e proprio in quella data sarebbe avvenuto un incontro tra il giudice Paolo Borsellino e Mancino. Secondo gli appunti dell’agenda, scrive Salvatore, Paolo sarebbe stato “nel pomeriggio di quel giorno, dalle 15 all 18.30 alla Dia ad interrogare Mutolo”, avrebbe incontrato “dalle 18.30 alle 19.00 il Capo della Polizia Parisi”, e “dalle 19.30 alle 20.00 Mancino” e sarebbe poi “tornato alle 20 alla Dia per proseguire l’interrogatorio di Mutolo, il quale dichiarò di avere notato in lui un nervosismo spinto al punto da mettere in bocca contemporaneamente due sigarette”. Secondo Salvatore, infatti, l’allora Ministro degli Interni “convocò nella sua stanza al ministero Paolo Borsellino mentre stava interrogando Gaspare Mutolo” per comunicargli “che lo Stato aveva avviato una trattativa con quella stessa criminalità organizzata che aveva da poco, nella strage di Capaci, massacrato Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta”. Dell’episodio si parla nel libro “La Trattativa (Mafia e Stato: un dialogo a colpi di bombe)” del giornalista Maurizio Torrealta, che analizza in toto la vicenda. Viene riportata la testimonianza del pentito Gaspare Mutolo, che racconta della telefonata ricevuta da Paolo Borsellino durante l’interrogatorio del primo luglio a Roma e dell’assenza di circa mezz’ora del giudice rientrato poi palesemente teso e nervoso dopo un incontro col numero tre del Sisde Bruno Contrada e il capo della Polizia Parisi. “Sai Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il Ministro, manco una mezz’oretta e vengo”, disse Paolo.

PASSAGGIO DI TESTIMONE – Ma c’è un risvolto in più nel libro. Spiegava l’autore: C’è un passaggio che è stato particolarmente analizzato nel processo di Caltanisetta: fu interrogato a Firenze il Ministro Scotti responsabile del 41-bis e di altre iniziative assieme al Ministro di grazia e Giustizia Martelli. Scotti racconta che per un cambiamento di governo lui, che era Ministro dell’interno, il primo luglio del 1992 si ritrova improvvisamente ministro degli Esteri. Non si capisce se per una trattativa in corso o per altri motivi, comunque improvvisamente viene cambiata la guida del Viminale. Dopo di che si inizia una specie di dialogo scandito dalle bombe. Un mistero quello del cambio repentino della guida del Ministero che infittisce ancora di più i fatti. Fu chiesto a Scotti durante il processo: Perché lei da Ministro degli Interni dimissionario, perché dimissionario un Governo, diviene Ministro degli Esteri? Ci fu una spiegazione del perché nel momento più caldo dell’offensiva mafiosa viene sostituito il Ministero degli Interni? Le diedero una spiegazione di questo?. La risposta fu un sorriso. Scriveva Torrealta: Leggendo questo passaggio del dibattimento si ha la netta sensazione che si stia parlando di qualche cosa di cui non si dovrebbe parlare e il sorriso del Ministro Scotti sembra essere l’unica risposta possibile ad una domanda alla quale sembra che non si debba rispondere. Certo una risposta ufficiale poi il Ministro la fornisce, ma le successive domande dell’avv. Li Gotti sull’esistenza o meno di una trattativa, sembrano suggerire che in quella direzione vada ricercata la ragione di quello strano sorriso.

OGGI – Dopo l’attentato a Falcone, Borsellino era un magistrato molto in vista in tv e sui giornali, oramai conosciuto al grande pubblico. Insomma, era uno che non poteva passare inosservato. Ma a Mancino sì, a quanto pare. “Nella mia agenda, anno 1992, primo luglio, non è annotato nessun incontro e non potevano esserci incontri prestabiliti: salivo per la prima volta al Viminale e una folla tra prefetti, funzionari, impiegati, amici, riempì il corridoio dal quale si accede all’ufficio del Ministro”, aveva affermato Mancino nella lettera. “Quel giorno ho stretto tante mani. Non ricordo Borsellino, ma non escludo di poterlo aver incontrato”, ripete qualche giorno dopo intervistato da Silvia Resta per Reality di TgLa7. La speranza di molti è che Mancino cambi atteggiamento e non voglia, come qualcuno (tra cui lo stesso Salvatore Borsellino) incomincia a sospettare, solamente “preconfigurarsi una linea di difesa nel caso in cui gli venisse contestata questa circostanza” (esistenza della trattativa). Vorrebbero che luce sia fatta su una vicenda che rischia di essere archiviata e consegnata alla storia semplicemente come uno dei tanti misteri italiani irrisolti degli ultimi decenni.