Archivi del giorno: 26 gennaio 2009

Non solo fosforo bianco: su Gaza l’arma del futuro

Da http://senzanome.leonardo.it/blog/non_solo_fosforo_bianco_su_gaza_larma_del_futuro_2.html:

Prima ancora della fine dell’offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza, l’accusa di aver usato armi al fosforo bianco aveva già fatto il giro del pianeta. Secondo molti mezzi d’informazione l’esercito israeliano avrebbe fatto un uso massiccio di armi al fosforo bianco. Sia chiaro, non si vuole in questa sede smentire questa ipotesi: sicuramente è stato usato del munizionamento illuminante al fosforo, principalmente bombe ad uso aereo e proiettili per artiglieria pesante, ma siamo proprio certi che si sia trattato di fosforo bianco? Se qualcuno viene colpito da fosforo incendiato, e non è possibile spegnerlo con acqua, le parti colpite presentano tracce profonde di fusione. Le immagini fotografiche e televisive arrivate da Gaza non smentiscono affatto l’uso del fosforo bianco, ma non tutte le ferite mostrate sono compatibili con questa sostanza incendiaria.

A causa della scarsa conoscenza, in Italia come altrove, al di fuori di ambienti medici dei vari tipi di ferite, sono state indicate come “mutilazioni e ustioni da fosforo bianco” anche ferite non del tutto compatibili con questo tipo di munizioni. In effetti, come dichiarato da un medico norvegese di un’organizzazione indipendente presente a Gaza, molti feriti e molti cadaveri presenterebbero lesioni la cui origine non è sicura e non riconducibile a quelle provocate dalle armi normalmente utilizzate, come vaste bruciature, tessuti scarnificati e mummificazione dei tessuti molli; quest’ultimo tipo di offesa non è riconducibile agli effetti provocati dal fosforo bianco. Ma allora, che tipo di munizione può aver provocato questi tipi di ferite irreversibili, e che spesso hanno condotto alla morte? Il medico norvegese avrebbe dichiarato, mediante un’interposta persona per cui il condizionale è d’obbligo, di “non aver mai visto un simile tipo di ferite”.

A raccontare un’ipotesi tanto inquietante quanto plausibile è il Generale di Brigata italiano Fernando Termentini, ex comandante del Genio dell’Esercito Italiano, che ha maturato un’esperienza ventennale nel settore della bonifica degli Ordigni Esplosivi e delle mine in varie aree del mondo. Il Generale ha scritto sulla rivista Pagine di Difesa, testata di politica internazionale e della Difesa, un’interessante articolo nel quale dimostra la compatibilità delle orrende mutilazioni e mummificazioni di Gaza con l’uso di armi a microonde o al plasma.

Secondo la sua analisi, queste armi dovrebbero essere state sperimentate “in Iraq, in Libano e forse anche in occasione della prima guerra del Golfo, contro le truppe irachene in fuga da Kuwait City”. Ma di cosa si tratta? Si tratta di sistemi d’arma che non sparano proiettili, ma fasci di energia più o meno potente. Si tratta di strumenti studiati e realizzati, per conto dell’amministrazione americana, a scopo di ordine pubblico, e poi modificate per essere anche in grado di uccidere. Le armi a microonde nascono infatti come sistemi d’arma non letali a scopo antisommossa. Sono prodotte dalla Raytheon, società americana che, secondo dati del 2007, detiene il 90% delle entrate da contratti nel settore della difesa americana ed è il quarto appaltatore mondiale in questo settore per entità dei guadagni. Le armi a microonde costruite dalla Raytheon, e diffusissime in USA come in Francia, da arma anti-sommossa possono essere trasformate in armi letali aumentando la potenza della radiazione emessa.

La materia organica colpita da queste armi perde istantaneamente tutta la componente liquida, pertanto si accartoccia su se stessa perdendo volume e trasformandosi in un oggetto mummificato. Per questo motivo, le immagini provenienti da Gaza, che presentano cadaveri rimpiccioliti con i tessuti molli mummificati, le parti ossee scollate e gli indumenti praticamente indenni, ricordano molto di più un’arma a microonde, piuttosto che una munizione incendiaria al fosforo. Da notare che cadaveri in queste condizioni sono stati trovati anche a Falluja dopo i combattimenti casa per casa. Anche per quanto riguarda Gaza, non appare affatto sensato che i cadaveri mummificati siano stati resi tali da munizioni aeree o di artiglieria al fosforo: le armi a microonde sono armi corte, a cominciare dal prototipo più famoso, quel Taser che può emettere una scarica elettrica fino a 60.000 Volt; sono armi che riescono ad essere più efficaci di quelle a munizioni convenzionali soprattutto in combattimenti negli abitati, in spazi stretti come vicoli, cunicoli e locali sotterranei.

Come a Gaza, come a Falluja. Armi sicure per chi le usa, visto che non c’è il rischio di proiettili di rimbalzo, che invece normalmente c’è quando con munizioni convenzionali si spara in ambienti ristretti. Come si conclude su Pagine di Difesa, l’ipotesi delle armi a microonde è forse più condivisibile sul piano tecnico, ed anche sul piano militare, rispetto all’uso generalizzato per scopi offensivi di munizionamento al fosforo bianco.

Tirando le somme, si sono viste immagini di cadaveri rimpiccioliti fino ad essere lunghi un metro, senza segni di proiettile, senza arti o con la testa mozzata. Sono queste le testimonianze di civili e medici iracheni, o provenienti oggi da Gaza, come ieri da Falluja, come dalla battaglia dell’aeroporto di Baghdad. Sono armi leggere e maneggevoli, che possono ridurre l’uso di armi di tipo cinetico. E probabilmente sono queste le armi usate negli scontri di terra a Gaza, e non quelle al fosforo bianco. Come dicevamo, quest’ultimo, tecnicamente non può provocare sugli oggetti e sulle persone effetti simili a quelli visti, come la carbonizzazione delle sostanze organiche, quasi nessun danno ai tessuti, pochi danni alle infrastrutture. Il dubbio principale riguarda il fatto che i corpi siano disidratati senza la combustione degli indumenti o dell’ambiente circostanze.

Invece i corpi di Gaza, che come tutti i corpi umani hanno un alto contenuto di liquidi, presentano una carbonizzazione del volume organico, senza che i vestiti, l’involucro esterno, sia intaccato. Al momento, non esiste alcuna convenzione internazionale che regoli o limiti l’uso delle armi ad energia, che ufficialmente risultano essere ancora allo stato di prototipi di ricerca. Forse Gaza è stato il quarto esperimento di questi prototipi.

di Alessandro Iacuelli per Altrenotizie

Il Grande Fratello di Sigonella

Da http://www.pressante.com/politica-e-ordine-mondiale/italia/1286-il-grande-fratello-di-sigonella.html:

Scritto da Antonio Mazzeo
Lunedì 26 Gennaio 2009 00:00

 Ignazio La Russa ce l’ha fatta. Lo aveva promesso nel giugno 2008: “faremo di Sigonella una delle più grandi base d’intelligence del mondo”. Adesso è certo: la stazione aeronavale in mano all’US Navy ospiterà il nuovo sistema AGS (Alliance Ground System) dell’Alleanza Atlantica per la sorveglianza della superficie terrestre e la raccolta e l’elaborazione d’informazioni strategiche.

Il governo italiano ha sbaragliato un’agguerritissima concorrenza: a volere i sofisticati impianti di spionaggio c’erano Germania, Grecia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna e Turchia. Gli investimenti in infrastrutture per oltre un miliardo e 560 milioni di euro facevano gola a tutti. Gli Stati Uniti dovevano però ripagare in qualche modo l’incondizionata fedeltà dei governi d’Italia… alle scelte più scellerate di questi ultimi anni (guerre in Afghanistan e Iraq, nuova base militare di Aviano, comandi AFRICOM a Napoli e Vicenza, stazione radar satellitare MUOS a Niscemi, interventi in Libano, Darfur, Somalia e adesso Gaza).

Roma dovrà comunque sborsare 150 milioni di euro entro la fine del 2010, anno in cui l’AGS diventerà pienamente operativo. Ma gli affari per i soliti noti del settore costruzioni militari è assicurato.

L’Alliance Ground System si divide in tre componenti: una stazione fissa terrestre ove opera il Centro di commando e controllo; una stazione terrestre che può essere facilmente trasportata su velivoli o navi in caso d’emergenza e/o conflitto; le “Software Grounds Stations” costituite da sofisticati sistemi computerizzati che permettono di ricevere, decodificare e trasmettere le informazioni raccolte.
Le stazioni terrestri sono state tutte progettate per supportare le operazioni di dispiegamento in tempi rapidissimi, in qualsiasi scacchiere internazionale, di forze terrestri, velivoli aerei, navi, sottomarini, unità missilistiche. L’AGS è dunque lo “strumento chiave per rendere più incisiva la Forza di Risposta della NATO (NRF)”, divenuta operativa nel giugno 2006.

Il sistema consente inoltre di elaborare in tempo reale un quadro strategico e tattico prontamente disponibile ai Centri di comando e controllo sia della NATO che dei Paesi membri, in tempo di pace e di conflitto. “La capacità alleata di sorveglianza terrestre AGS, è un elemento fondamentale per dare alle forze schierate i mezzi per colpire i loro bersagli con grande precisione, proteggendole contemporaneamente dagli attacchi”, ha spiegato il relatore USA John Shimkus alla Sottocommissione per la cooperazione transatlantica dell’Assemblea Parlamentare della NATO. “L’Alliance Ground System segna un grosso progresso tecnologico per quanto riguarda la cooperazione alleata in materia di difesa. Grazie ad esso, i comandanti disporranno di un’immagine completa, in tempo reale, delle attività sul campo di battaglia man mano che esse si evolvono. Ciò consentirà un’individuazione molto efficace degli obiettivi ed aumenterà la precisione dei tiri in ambienti complessi”.

L’elemento cardine del sistema sarà rappresentato da un modernissimo velivolo senza pilota equipaggiato con sistemi radar e sensori in grado di rilevare, seguire ed identificare con grande accuratezza e da grande distanza il movimento di qualsiasi veicolo sul terreno. Lo scorso anno, l’Alleanza Atlantica ha formalizzato la scelta per l’Euro Hawks UAV, una variante specifica dell’RQ-4B Global Hawk acquisito da US Air Force e US Navy, che offrirebbe “maggiori benefici in termini di supporto logistico, manutenzione ed addestramento”.

Le caratteristiche tecniche del Global Hawk erano già invidiabili: con un peso di 13 tonnellate, questo aereo senza pilota può volare a circa 600 chilometri all’ora a quote di oltre 20.000 metri; ed è in grado di monitorare un’area di 103,600 chilometri quadrati grazie ad un potentissimo radar e all’utilizzo di telecamere a bande infrarosse. Le immagini registrate vengono poi trasmesse via satellite ai comandi terrestri. L’autonomia del Global Hawk è di 36 ore con un solo pieno di carburante. La sua rotta è fissata da mappe predeterminate, un po’ come accade con i missili da crociera Cruise, ma da terra gli operatori possono cambiare le missioni in qualsiasi momento.

Il primo prototipo di Euro Hawk diventerà operativo entro il 2009: due colossi del complesso militare industriale, Northrop Grumman ed EADS lo stanno costruendo dopo aver sottoscritto un contratto di 410 milioni di euro. I velivoli senza pilota della NATO destinati a Sigonella dovrebbero essere 6, a cui si aggiungeranno i 4 RQ-4B che l’US Air Force dislocherà in Sicilia quando saranno completati i lavori di realizzazione degli hangar di manutenzione degli aerei. “L’AGS è uno dei più costosi programmi di acquisizione intrapresi dall’Alleanza”, dicono a Bruxelles. Per l’intero sistema di rilevazione è infatti prevista una spesa che sfiora i 4 miliardi di euro. A beneficiarsene sarà un consorzio costruito ad hoc da imprese statunitensi ed europee: oltre a Northrop ed EADS ci sono pure General Dynamics, Thales e l’italiana Galileo Avionica, società del gruppo Finmeccanica.

Se era ormai nota da tempo la notizia dell’arrivo a Sigonella di squadriglie di velivoli spia senza pilota, ha destato sorpresa l’accenno del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, all’“allestimento a Sigonella del sistema SIGINT” (acronimo di Signals Intelligence, nda). Ha dichiarato Camporini: “Abbiamo scelto questa base dopo un’attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d’intelligence italiane, della NATO e internazionali”.

A Sigonella saranno dunque centralizzate le attività di raccolta d’informazioni ed analisi di comunicazioni, segnali e strumentazioni straniere, trasformando la Sicilia in un’immensa centrale di spionaggio mondiale. Un “Grande Fratello” USA e NATO, insomma, ma non solo. I sistemi di Signals Intelligence hanno infatti una funzione determinante per scatenare il “first strike”, convenzionale o nucleare che sia. Sono lo strumento chiave di ogni “guerra preventiva”. Una delle articolazioni SIGINT è la cosiddetta ELINT – Electronic Intelligence, che si occupa in particolare d’individuare la posizione di radar, navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e missilistici, con lo scopo di pianificarne la distruzione in caso di conflitto.

Per il funzionamento di aerei senza pilota, AGS e centrali di spionaggio, il ministro della difesa ha preannunciato l’arrivo in Sicilia di “800 uomini della NATO, con le rispettive famiglie”. I solerti sindaci dei comuni di Motta Sant’Anastasia (Catania) e Lentini (Siracusa) sono stati premiati. Ben quattro varianti ai piani regolatori approvate negli ultimi anni, consentiranno bibliche colate di cemento su terreni agricoli e aranceti: su di essi prolifereranno residence e villaggi per i militari nordamericani.

Io so. Marco Travaglio.

Da http://www.beppegrillo.it/2009/01/passaparola_lun_14.html:

Io so. Marco Travaglio.

pass.jpg

Marco Travaglio. Manifestazione per la Giustizia, 28 gennaio, Piazza Farnese, Roma

E’ disponibile il secondo DVD di Passaparola: “Senza stato, né legge…”

Prenota il nuovo DVD di Marco Travaglio: “Passaparola Vol. 3 – Mafiocrazia

Sommario della puntata:
Una porcata da buttare nel cesso
La balla del Grande Orecchio
Lo sterminio di massa
L’ennesima operazione di disinformatia
Disinformazione organizzata allo stato puro

Testo:
“Io so che ancora una volta ci stanno prendendo per il culo, soltanto che non lo fanno con le solite ballette quotidiane.
Questa volta stanno organizzando una grande operazione di disinformatia di stampo sovietico o sudamericano, come volete.
O italiano: diciamo pure di stampo italiano, italiota.
Lo fanno perché hanno paura degli elettori che forse hanno cominciato a intuire quale gigantesca porcata debbano nascondere, o quali gigantesche porcate debbano nascondere con questa legge inciucio contro le intercettazioni.
Per la prima volta, non sono riusciti, Berlusconi e i suoi complici, a convincere l’opinione pubblica che in Italia ci vogliano meno intercettazioni.
Gli italiani, per motivi ovvi di intelligenza e per interesse alla loro sicurezza, sanno che è giusto e doveroso rinunciare a un pezzettino della nostra privacy per mettere qualche telecamera in giro, per acchiappare più delinquenti, per mettere dei telefoni sotto controllo per acchiappare più delinquenti.
Ma anche per scoprire, eventualmente, se c’è qualche innocente che è finito ingiustamente in un’inchiesta, grazie alle intercettazioni.
Si riesce immediatamente a scindere la responsabilità dei colpevoli e degli innocenti, quindi le intercettazione per chi non ha niente da nascondere è una risorsa.
Invece, per chi ha molto da nascondere, è un pericolo.
Questo non sono riusciti a farlo passare, ancora, nemmeno l’orchestra nera che ci martella da vent’anni è riuscita a convincerci che dobbiamo accettare, per il nostro bene, meno intercettazioni per i reati di lorsignori, e dunque anche per i reati di strada.
Pare che persino gli elettori leghisti – per fortuna, meglio tardi che mai – si stiano ribellando e stiano premendo sui loro rappresentanti perché non firmino la porcata che Berlusconi vuole fare.
E ci raccontano, i giornali, che la partita è se entrerà o meno la corruzione fra i reati per i quali non si potrà più intercettare.

Una porcata da buttare nel cesso

Il problema non è solo la corruzione: nel disegno di legge che è stato presentato dal Consiglio dei Ministri a luglio, come ci siamo già detti più volte ma repetita iuvant, si vieta di intercettare per reati come lo stupro – in questi giorni si parla molto di stupro, Berlusconi promette addirittura un soldato per ogni bella donna e in futuro magari anche per ogni vecchietta che va a ritirare la pensione, per ogni vecchietto maschio che ritira la pensione, per ogni massaia che va a fare la spesa.
Insomma, ci sarà metà della popolazione che fa il soldato e metà che fa il derubato.
E chi li deruba poi, fra l’altro? Bisognerebbe importare dall’estero i delinquenti. Siamo alla follia.
Ma per quanto riguarda il divieto di intercettazione, il disegno di legge del Consiglio dei Ministri le proibisce per lo stupro, il sequestro di persona, l’associazione a delinquere, l’estorsione, la ricettazione, la truffa, il furto, il furto in appartamento, la rapina, lo scippo, lo spaccio di droga al dettaglio, l’omicidio colposo e tutti i reati finanziari.
Il problema è prendere questa porcata gigantesca e buttarla nel cesso, questo dovrebbe fare un partito serio, ammesso che la Lega riesca ancora ad esserlo ogni tanto, invece di star lì a ritoccare un reato sì, un reato no.
Questi sono tutti reati per i quali oggi si può intercettare e, infatti, già abbiamo dei problemi a scoprire dei colpevoli perché ce ne vorrebbero di più di intercettazioni e di indagini collegate
Invece, causa riduzione continua dei mezzi e dei fondi, ne abbiamo sempre di meno e abbiamo pochi colpevoli scoperti.
Figuratevi quando non potremo nemmeno intercettarli quanti criminali in libertà avremo: dovremo barricarci in casa dopo che passa questo legge con i cavalli di Frisia e i sacchetti di sabbia alle finestre per farci giustizia da soli.
Questo è quello a cui ci vogliono portare.

La balla del Grande Orecchio

Allora, dato che la gente non l’ha ancora bevuta la bufala delle intercettazioni, stanno esagerando, stanno sfiorando il muro del suono, stanno superando i limiti della decenza, ammesso che ne abbiano.
Ci stanno, cioè, rifilando un’altra super balla per convincerci che siamo in preda al Grande Fratello, il Grande Orecchio, lo spione degli spioni, l’uomo nero che, nascosto in un ufficio a Palermo, intercetta tutto e tutti con gravi violazioni della privacy.
Mettendo in pericolo la democrazia.
Questo mostro si chiama Gioacchino Genchi, è un vice questore della Polizia in aspettativa, fin dai tempi di Giovanni Falcone collabora con i magistrati più impegnati in tutta una serie di indagini che hanno a che fare con l’informatica e la telefonia, perché ha accumulato un’esperienza unica in Europa, in questa materia.
Aiuta i magistrati a incrociare le telefonate e i tabulati telefonici nei processi di omicidio, di rapina, di mafia, di ‘ndrangheta, di camorra, di tangenti, di strage.
Perché è utile e indispensabile una figura come la sua? Perché non basta fare come tante bestie con la penna in mano fanno sui giornali: prendere le intercettazioni, far il copia-incolla e spiaccicarle sulla pagina di giornale o farle sentire in televisione.
Le intercettazioni vanno lette e soprattutto vanno capite.
Al telefono, molte persone cercano anche di parlare un linguaggio convenzionale, o anche se non cercano di parlarlo finiscono per farlo: si parla molto male al telefono, si capisce poco, spesso.
Ecco perché è importante capire a che ora avviene quella telefonata, in che posto, dopo quali altre telefonate e prima di quali altre telefonate avviene quella chiamata.
Perché se senti dire a uno “ho parlato con Ciccio”, da sola quella telefonata non ti dice niente.
Allora devi andare a vedere cosa è successo prima, se ci sono dei “Ciccio”.
“Sto andando a parlare con Pippo”. Chi è Pippo? Andiamo a vedere dopo. Andiamo a vedere dove si trovava Pippo un attimo dopo che questo dicesse “sto andando a parlare con Pippo”.
Allora abbiamo la prova che il Pippo era veramente lui, che i due si sono incontrati, perché stavano nella stessa cella territoriale da cui è partita la chiamata e dove, poi, c’è stato l’incontro.
Dunque, gli incroci fra le telefonate intercettate e i tabulati telefonici richiedono intelligenza, perché prese così non dicono mai niente, non vogliono dire niente e nei processi non sono utili e a volte vengono assolti i colpevoli proprio perché gli investigatori non sono riusciti a far fruttare, a trasformare in prova evidente ciò che avevano nelle carte, nei tabulati e nelle telefonate.
Ecco perché sono utili questi consulenti tecnici che sanno usare l’informatica e sanno incrociare i dati e arrivare a delle conclusioni, per cui anche una telefonata insignificante può diventare la prova regina per incastrare un assassino.
In questi giorni si parla di Genchi come il consulente di De Magistris. Certo, è stato consulente anche nelle indagini di De Magistris, ma nessuno racconta quanti omicidi insoluti ha fatto risolvere Genchi con questo sistema, quanti assassini che stavano in libertà oggi sono in galera grazie alle consulenze di Gioacchino Genchi.
Io lo posso dire tranquillamente: lo conosco da anni, lo apprezzo, penso che sia una persona estremamente perbene.
E’ un signore che vive del suo lavoro, che praticamente lavora sempre, giorno e notte, al servizio nostro, per renderci più sicuri: al servizio della giustizia.
Questo per come lo conosco io è Gioacchino Genchi.

Lo sterminio di massa

Viene linciato per quale motivo? Per due motivi.
Uno è proseguire la guerra a quelli che, a Catanzaro, hanno osato sollevare il coperchio sul pentolone del letame che ribolliva e a ricominciato a bollire da quando De Magistris è stato cacciato e da quando i magistrati di Salerno, che avevano riaperto quel coperchio, sono stati a loro volta cacciati.
Ragion per cui ho iniziato il mio intervento con “Io so”, per proseguire quelli di Sonia Alfano, di Salvatore Borsellino, Carlo Vulpio, Beppe Grillo per invitarvi tutti quanti a essere con noi mercoledì mattina in piazza Farnese in difesa dei magistrati di Salerno e, direi, da oggi anche di Gioacchino Genchi e quelli come lui.
Bisogna proseguire nello sterminio di massa iniziato con De Magistris, proseguito con la Forleo, con il capitano Zaccheo che lavorava con De Magistris, con il consulente Sagona che lavorava con De Magistris, con i colleghi di De Magistris come il dottor Bruni che hanno voluto fare sul serio nel prosieguo delle sue indagini e sono stati ostacolati dai loro capi.
Nello sterminio di Carlo Vulpio che non si occupa più di questo caso perché ci capiva troppo, nello sterminio di Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e il loro procuratore Apicella che sono stati fucilati alla schiena da un plotone di esecuzione plurimo, che sparava tutto nella stessa direzione, formato dal CSM, dal suo capo – il Capo dello Stato – dall’Associazione Magistrati che adesso sta tentando dei penosi ripensamenti, delle penose lacrime di coccodrillo e da tutta la classe politica.
Voglio in qualche modo – sono disperati, ormai – dimostrare che a Catanzaro De Magistris e suoi hanno fatto qualcosa che non andava, perché sono tre anni che stanno cercando un pelino nell’uovo per dimostrare che c’era qualche irregolarità non in quelle enormi ruberie di fondi pubblici che si stavano scoprendo, ma nelle indagini e nelle persone di chi stava indagando.
Questa è la prima ragione per cui Genchi è nel mirino.
La seconda e fondamentale ragione per cui è nel mirino in questo momento l’ha detta Berlusconi, che ormai non se ne accorge neanche più ma confessa!
Questo è il suo giornale, il suo house organ, il suo bollettino parrochiale: “Intervista a Berlusconi – un’esclusiva, intervista a padrone – intercettazioni, vi dico quel che farò” “Una legge che taglia tutto, Bossi è già d’accordo, gli altri verranno convinti dallo scandalo Genchi. Non ho paura per me ma per la privacy degli italiani”.
Lo fa per noi, naturalmente.
Gli altri verranno convinti dallo scandalo Genchi: naturalmente non c’è nessuno scandalo Genchi, l’unico scandalo sono le porcate che ha scoperto Genchi per conto del PM De Magistris.

L’ennesima operazione di disinformatia

Lo scopo di questa guerra a Genchi, in questo momento, è cercare di ribaltare l’opinione pubblica con l’ennesima operazione di disinformatia.
Ricordate quando il Cavaliere, nell’ottobre del 1996, si presentò con un oggetto enorme e lo mostrò alle telecamere per tutto il mondo e disse “questa è una microspia”.
Poveretto, era una specie di frigobar portatile per le dimensioni ma lui la chiamava microspia.
I giornali, alcuni spiritosamente, la ribattezzarono “il cimicione”.
Lui si era inventato di essere spiato dalle procure deviate che gli avevano nascosto dietro il radiatore del suo studio a Palazzo Grazioli una cimice perfettamente funzionante, e quindi sgomento annunciò al mondo che in Italia la magistratura era arrivata a un tale livello di eversione da intercettare illegalmente e incostituzionalmente il capo dell’opposizione.
Tutto il Parlamento abboccò, D’Alema in lacrime corse a dargli solidarietà.
Erano già d’accordo per fare la bicamerale e, mentre D’Alema veniva eletto anche coi voti di Forza Italia in bicamerale, la procura di Roma scoprì che quella cimice intanto non funzionava, era un ferrovecchio dell’ante guerra, e soprattutto a piazzarla non era stata nessuna procura deviata ma il migliore amico del capo della sicurezza di Berlusconi, mandato a bonificargli l’alloggio.
Dato che nell’alloggio non aveva trovato niente aveva pensato di nascondere questa ciofeca dietro il radiatore per aumentare il proprio compenso e farsi bello davanti al padrone di casa.
Noi abbiamo vissuto per una settimana in un clima da colpo di Stato a causa di una delle tante bufale orchestrate dal Cavaliere e dai suoi sodali.
Bufala che quando è stata poi smontata nessuno l’ha scritto, e infatti era servita per solidificare l’inciucio destra-sinistra con D’Alema presidente della bicamerale, proprio per tagliare le unghie ai magistrati che non avevano fatto niente.
Come non avevano fatto niente neanche questa volta, di illegale.
Certo, ci sono stati episodi, scandali veri in questi anni di intercettazioni illegali.
Sono quelle di cui i politici non parlano mai.
Si è scoperto di spionaggi illegali, ancora peggio.
Si è scoperto che il Sismi del generale Pollari e del suo fedelissimo Pio Pompa – quello che teneva a stipendio il giornalista Renato Farina, detto Betulla, che adesso sta in Parlamento non a caso nel Popolo della Libertà provvisoria, dopo aver patteggiato una pena per favoreggiamento nel sequestro di persona di Abu Omar – spiava illegalmente magistrati, giornalisti, imprenditori.
Sono tutti a giudizio a Roma questi signori, naturalmente, ma nessuno ne parla.
Si è scoperto che la security della Telecom, un’azienda privata, aveva messo in piedi un archivio di informazioni e dossier completamente illegali.
Sono a giudizio anche il capo e i suoi collaboratori, Tavaroli & c.
Tronchetti Provera, che è molto perspicace, non aveva capito niente di quello che succedeva nell’ufficio accanto e ha avuto molti elogi dal suo giornale, il Corriere della Sera, per il fatto di non aver capito una mazza di quello che succedeva da parte di un signore a cui lui dava una sessantina di milioni di euro all’anno di budget.
Per fare che cosa non l’aveva capito, ma un manager non è mica li per capire cosa succede nella sua azienda, è pagato per non sapere.
Questi sono gli scandali di cui frettolosamente ci siamo spogliati perché i politici sono ricattabili o ricattati da queste persone e quindi le coprono e le proteggono.
Di Genchi non c’è niente di scandaloso, nel senso che Genchi fa esattamente quello che gli chiedono i magistrati secondo quello che è previsto dalla legge.
Voi leggete sui giornali: “Berlusconi, è in arrivo uno scandalo enorme”, “I segreti che inquietano il Palazzo”, “Anche De Gennaro nell’archivio segreto Genchi”, “Rutelli: ci sono cose rilevanti”, “Archivio Genchi: fatti rilevanti per la democrazia” – questo dice Rutelli – “Rutelli: intercettazioni, libertà in pericolo”, “Mastella: denunciai l’archivio Genchi ma nessuno mi ascoltò”.
In realtà stavano ascoltando lui, perché parlava con una serie in indagati del processo Why Not, esattamente come Rutelli che era amico di Saladino.
“L’orecchio che ascoltava tutto il potere”, “In migliaia sotto controllo, presto un grande scandalo”.
E avanti di questo passo.

Disinformazione organizzata allo stato puro

Questo è disinformazione organizzata allo stato puro.
Genchi non ha mai fatto un’intercettazione, ma nemmeno per scherzo. Genchi non intercetta.
Genchi riceve dalle procure della Repubblica che l’hanno nominato consulente le intercettazioni e i tabulati telefonici per fare quel lavoro di incrocio e di mosaico, per ricostruire la storia, il contesto di ogni telefonata e tabulato.
Che differenza c’è tra l’intercettazione e il tabulato? L’intercettazione registra quello che le due persone al telefono, o in una stanza, si dicono – telefonica o ambientale.
Il tabulato è, come tutti sanno, l’elenco delle telefonate fatte e ricevute da un numero di telefono, da un utenza telefonica.
Il tabulato del mio telefono riporta tutte le telefonate che io ho fatto in partenza, cioè i numeri che ho chiamato io, e tutti i numeri che hanno chiamato me.
Aggiunge alcune informazioni: l’ora esatta, la durata esatta della telefonata, il luogo nel quale io mi trovavo mentre parlavo e l’altra persona si trovava, e naturalmente il numero di telefono dell’altra persona quando non è criptato.
Questo è il tabulato.
Dimostra un rapporto più o meno intenso fra due persone: se si chiamano alle quattro del mattino sono persone che hanno un rapporto piuttosto confidenziale; se si chiamano quaranta volte al giorno hanno un rapporto confidenziale.
Se c’è una telefonata in tutto potrebbe persino essere una telefonata muta, alla quale l’altro non risponde e non saprà mai di avere ricevuto questa telefonata.
E’ evidente che ci vuole intelligenza investigativa per capire la differenza e capire che tipo di rapporti denotano questi tabulati e telefonate.
Genchi non ha mai intercettato nessuno: riceve telefonate già fatte e disposte da un GIP su richiesta di un Pubblico Ministero e riceve i tabulati che formano il corollario.
E studia, incrocia e riferisce al magistrato, viene sentito in udienza, viene contro interrogato dagli avvocati dell’imputato il quale ha tutti gli strumenti per dire “hai sbagliato, perché quella telefonata l’hai interpretata male, quel contatto non c’è stato”.
C’è il contraddittorio nel processo, questo avviene, questo fa Genchi.
Dice: “centinaia di migliaia di intercettazioni”. Assolutamente no.
Nelle indagini di Catanzaro, Poseidone e Why Not”, c’erano decine e decine di indagati e quindi decine e decine di intercettati, ciascuno dei quali usava diversi telefoni e schede.
In più, abbiamo i numeri degli indagati, diverse decine, e poi i numeri delle persone che venivano chiamate o chiamavano questi indagati e che risultano dai tabulati.
Quindi abbiamo evidentemente diverse centinaia di numeri.
I numeri trattati da Genchi nelle indagini di Catanzaro sono circa 730-780. Voi leggete che ci sono dei parlamentari, eppure non si può intercettare o prendere il tabulato di un parlamentare.
E’ ovvio, ma prima devi saperlo che quel numero è di un parlamentare.
Se l’indagato Saladino chiama o riceve una chiamata da Mastella o Rutelli, che sono parlamentari e non possono essere intercettati, se è intercettato il numero di Saladino si sente la voce di Mastella o Rutelli.
Se si prende il tabulato di Saladino, certo che ci saranno anche i numeri che usano Mastella e Rutelli: e tu come fai a saperlo? Non si capisce mica dal prefisso se il numero è di Rutelli o è mio, se è di un parlamentare o no, di un agente segreto o no.
Quando chiedi di chi è il numero che compare nel tabulato ti dicono: “guarda che appartiene alla Camera dei Deputati”, e non basta ancora per stabilire che è di un parlamentare.
Potrebbe essere un impiegato, un cancelliere, un usciere.
Quando scopri di chi è, è chiaro che se scopri che è di un parlamentare prima di utilizzare quell’informazione devi chiedere il permesso al Parlamento perché in Italia è previsto questo.
Ma come fai a saperlo prima? Quando lo acquisisci è un elenco di numeri tutti uguali per te.
E’ dopo, quando scopri di chi sono, che eventualmente ti fermi nell’utilizzarli e chiedi al Parlamento l’autorizzazione a utilizzarli.
Esattamente come la questione De Gennaro, l’ex capo dei servizi segreti e oggi capo del coordinamento dei servizi: non è vero niente, ma può anche darsi che non se ne sia neanche accorto che ci sia tra i numeri di telefono di questi incroci un numero usato dai servizi.
Chi lo può escludere? L’importante è che De Gennaro non era indagato e non è stato sospettato di niente, se poi risulta una sua telefonata con qualcuno, c’erano un sacco di persone, agenti di polizia, magistrati, che stavano sotto intercettazione: potrebbe risultare chiunque.
Vuol dire che Genchi spiava De Gennaro? Assolutamente no! Ma questo per fortuna De Gennaro, visto che di queste cose se ne intende, lo sa meglio di noi.
Dice: se ci sono agenti segreti e quelli parlano al telefono di segreti di Stato, intercettandoli si violano dei segreti di Stato. Pericolo! Aiuto! Il nemico ci ascolta!
Bene, questa è un’altra bufala clamorosa che è già venuta fuori quando la procura di Milano ha intercettato alcuni agenti del Sismi capeggiato dal generale Pollari, col fido Pio Pompa al fianco, nell’inchiesta sul sequestro di Abu Omar e ha acquisito dei tabulati.
Anche lì i soliti politici che proteggono Pollari, Rutelli, Berlusconi, sono insorti dicendo che – Cossiga! – non si possono intercettare agenti segreti perché se parlano di segreti di Stato al telefono questo esce fuori e la sicurezza nazionale è in pericolo.
Per legge, i militari e gli agenti segreti hanno il divieto di trattare argomenti classificati al telefono. Classificati vuol dire riservati in varie gradazioni, quindi a maggior ragione è vietato parlare al telefono con chicchessia di segreti di Stato, da parte dei titolari di quei segreti.
E’ impossibile che qualcuno intercettando un agente segreto o un militare violi il segreto di Stato, perché già sa che per legge l’agente segreto al telefono non parla di segreti di Stato.
Se parla di segreti di Stato, chi lo viola il segreto? L’agente segreto che ne parla, non il magistrato che lo intercetta!
Quindi, se tutti seguono la legge, non c’è mai un segreto di Stato che venga fuori da un’intercettazione, tanto meno da un tabulato da cui risulta un numero ma non il contenuto della telefonata.
Voi vi rendete conto della enormità della bugia con una piccola aggiunta: Genchi ha decine di migliaia di utenze sotto controllo? Vi ho già detto che non è vero.
Genchi può avere trattato, nella sua carriera che dura da trent’anni, centinaia di migliaia di utenze telefoniche: sono trent’anni che riceve intercettazioni, tabulati e li incrocia.
Indagati, non indagati, collaterali e affini, come diceva Totò.
Può darsi che in questo momento, dato che ha molti incarichi per molte procure d’Italia – casi di omicidi, rapina, mafia, camorra, ‘ndrangheta, tangenti, evasioni fiscali, stragi, associazioni per delinquere, droga, delitti vari – può darsi che abbia in complesso migliaia di informazioni.
E’ chiaro che se sta lavorando a qualche indagine a carico di qualcuno che ha rapporti con Berlusconi, ci sarà il numero di Berlusconi.
Esattamente come indagando su Saladino c’era nel tabulato il numero di Rutelli, di Mastella etc.
Li ha ascoltati lui? No, li hanno ascoltati i magistrati poi gli hanno passato le informazioni perché lui le elaborasse.
Voi capite come da una questione innocua, anzi positiva – tutti dovremmo essere grati a Genchi per quello che fa – ci stanno montando ad arte un clamoroso caso di disinformatia non solo per impedire a lui di continuare a fare questo lavoro, utile per la collettività, cioè acchiappare i delinquenti.
Ma stanno anche cercando di usare questo caso per smembrare, devastare quel poco di controllo
di legalità che ancora ci garantisce che ogni tanto venga acchiappato qualche delinquente.
Ci vediamo mercoledì a Roma in piazza Farnese. Mi raccomando: passate parola!”

Ps. Aderisci su Facebook alla Manifestazione per la Giustizia a sostegno del Procuratore di Salerno Luigi Apicella

Colpirne uno per educarne 100

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1050:colpirne-uno-per-educarne-100&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Matteo Trebeschi
Lunedì 26 Gennaio 2009 18:07
CASO DE MAGISTRIS, SOSPESO IL PROCURATORE CAPO DI SALERNO, APICELLA
COLPIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO
Sospeso dalla carriera e dallo stipendio il procuratore Apicella
Il fondamento dello Stato di diritto poggia – come insegna Charles de Montesquieu nello Spirito delle leggi – sulla divisione dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Quando questi tre non sono più distinti, è in pericolo la democrazia stessa. E’ quello che sta accadendo in Italia da quando il CSM, pressato dal Parlamento, nel settembre 2007 dispone la richiesta di trasferimento dell’ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris, che nell’inchiesta Why not ipotizza un comitato d’affari composto da politici, imprenditori e funzionari delle istituzioni che avrebbero gestito illegalmente finanziamenti comunitari e statali. Ovvero milioni di euro di soldi pubblici, cioè dei cittadini, frodati allo stato italiano da rappresentanti delle istituzioni italiane.
La stampa si è sempre guardata bene dal ribattezzare Why not con quello che sarebbe il nome più adeguato, cioè Mani pulite 2. Infatti nel registro degli indagati comparivano nomi di politici bipartisan, come Cesa (Udc), Pittelli (Forza Italia) e Adamo (Ds). Ma anche nomi di un generale della Guardia di Finanza, come Paolo Poletti, e del capocentro del Sismi di Padova, Massimo Stellato. La cosa grave è che, a differenza degli anni di Tangentopoli, i politici abbiano (ab)usato qualsiasi strumento per impedire che le indagini continuassero. Per prima cosa, quindi, vennero sottratte a un magistrato senza macchia come De Magistris; l’avocazione di Why not fu fatta dal procuratore facente funzioni Dolcino Favi, che – guarda caso! – fu in passato indagato. La cosa deve aver tranquillizzato molto i nostri parlamentari e in particolare il ministro Mastella, che aveva tanta fretta di far trasferire il pm di Catanzaro da chiedere al Csm una procedura d’urgenza.
A gennaio 2008 si completa la vittoria della politica corrotta che ottiene il trasferimento di De Magistris e l’impedimento di esercitare ancora la funzione di Pubblico Ministero. L’autonomia della Magistratura, sancita dalla Costituzione italiana, è distrutta. La lezione fascista è chiara: la magistratura non ha il diritto di indagare sull’esecutivo e su rappresentanti istituzionali senza il loro previo permesso. E la Costituzione? Questo è certo il segno della volontà politica di svuotarla, mantenendola in vita formalmente. De Magistris è attaccato e trasferito durante un governo di cosiddetto centro sinistra. Anche se gli indagati erano bipartisan, vorrei ricordare. La battaglia della politica corrotta sembra aver trionfato. Con una decisione disciplinare (forse il termine “punizione” è passibile di querela?) così esemplare, la nostra classe dirigente pensava forse che nessun altro magistrato avrebbe avuto il coraggio di continuare a indagare i poteri forti in questa direzione. Invece la procura di Salerno, guidata da Luigi Apicella, raccoglie le denuncie di De Magistris che, in qualità di pm sarebbe stato ostacolato nel suo lavoro, e inizia a indagare. Nel frattempo il governo è cambiato: alla presidenza del consiglio dei Ministri sale Berlusconi, mentre Alfano prende il posto di Mastella come Guardasigilli. Cambia la musica, ma la sinfonia è la stessa. L’immunità per le quattro più alte cariche dello stato – il cosiddetto Lodo Alfano – non promette nulla di buono e lo svuotamento della Costituzione continua. In cantiere, per quest’inverno, anzi a brevissimo (23.1 CdM) c’è la riforma della Giustizia, che, impedendo per tutti i reati al di sotto dei 10 anni di pena la possibilità di utilizzare intercettazioni durante le indagini, vanificherà di fatto l’attività dei magistrati. Ergo la tanto paventata sicurezza non ci sarà, mentre sarà assicurata l’impunità a sempre più criminali. La paradossale possibilità di sottrarsi legalmente al controllo di legalità è il filo rosso che unisce tutti questi avvenimenti. Il caso Apicella, infatti, si spiega in base a quanto detto precedentemente. La procura di Salerno – dicevamo – richiede per sette volte l’acquisizione delle carte dell’inchiesta Why not e per sette volte gli viene negata. Il procuratore capo Apicella, pertanto, dispone il sequestro del procedimento Why not di Catanzaro e indaga otto pm. La procura calabrese reagisce indagando i pm di Salerno e ordinando il contro sequestro dei fascicoli di Why not. La stampa, “a edicole unificate” – come sottolinea Travaglio, uno dei pochissimi a sottrarsi a questa interpretazione – parla di “guerra tra procure”, anche se non c’è nessuna guerra. C’è, invece, una procura, quella di Salerno, competente a indagare su quella di Catanzaro, quindi del tutto legale; c’è un’altra procura, quella di Catanzaro, che indaga illegalmente su Salerno, pur non avendone competenza. La “guerra tra procure” sembrerebbe uno slogan funzionale a quel potere politico che vuole riformare la giustizia e, magari, convincere l’opinione pubblica che tutto questo è giusto.
Il decreto di perquisizione della Procura di Salerno riprende l’inchiesta Why not di De Magistris, citando nomi di importanti esponenti delle istituzioni: tutto questo è legale. Eppure tutti i poteri forti insorgono, dichiarando scorretta quest’azione: dall’Associazione Nazionale Magistrati al Presidente della Repubblica al Ministro della Giustizia Alfano. Il Guardasigilli vuole trasferire i pm Apicella, Nuzzi e Verasani per “assoluta spregiudicatezza”, “mancanza di equilibrio”, “atti abnormi nell’ottica di un’acritica difesa di De Magistris e con l’intento di ricelebrare i processi a lui avocati”. Nessuna di queste “imputazioni” riferisce di atti illegali commessi dai magistrati. Riferisce a ragione Marco Travaglio: “Per la prima volta nella storia repubblicana, e pure monarchica, un ministro chiede di punire dei magistrati perché il contenuto delle loro indagini non gli garba”. Questa richiesta è del tutto illegittima, ma viene sostanzialmente accolta dall’organo di autogoverno della magistratura, il CSM. Invece di dimostrare di essere “Consiglio Superiore”, di essere super partes, ovvero autonomo rispetto al potere esecutivo, il CSM agisce supinamente, chinando il capo ed eseguendo le richieste avanzate dal guardasigilli. E l’ANM che risponde? Si dichiara “soddisfatta”. A ragione De Magistris parla di “mafia istituzionale”, scrivendo di come si stanno consolidando “nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere”.
Fino al 1992, infatti, i magistrati venivano assassinati o fatti saltare in aria col tritolo, quando le loro indagini toccavano interessi o persone troppo in alto. Ora si trasferiscono e gli si impedisce di svolgere il proprio lavoro, di “fare il proprio dovere”, come diceva Giovanni Falcone. E per giunta si arriva quasi al ricatto, sospendendogli lo stipendio. Se fare il proprio dovere significa essere puniti, si può forse asserire che la nostra classe dirigente incoraggi l’illegalità? Credo di sì. Questi trasferimenti, inoltre, richiamano alla memoria il confino tipico del fascismo, che dopo l’omicidio Matteotti cambiò tecnica ed evitò il più possibile gli omicidi diretti. Questa svolta autoritaria sta infettando tutti i piani del potere, come dimostrato dal caso del giornalista del Corriere della Sera Carlo Vulpio, sollevato dall’incarico di seguire come cromista gli eventi intorno al caso De Magistris dal suo direttore, Paolo Mieli. Fare i nomi di politici e magistrati sui giornali, parlando di inchieste, è diventato impossibile.
Il caso di Apicella è un monito per tutti i magistrati che vogliono continuare a essere liberi, per tutti coloro che ritengono imprescindibile l’articolo 3 della Costituzione, cioè che la legge è uguale per tutti. COLPIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO. Questa è la morale con cui la classe dirigente vuole educare questo paese. L’impotenza di fronte a questa “punizione esemplare” è tanta, ma la società civile non può stare a guardare. Difendere Apicella, denunciare questa VERGOGNA è fondamentale per il nostro futuro. Chiedo pertanto a tutti coloro che non vogliono rinunciare alla libertà d’espressione di organizzare dei piccoli sit-in davanti ai palazzi di giustizia delle nostre città, magari in concomitanza con la protesta indetta da Salvatore Borsellino e Sonia Alfano davanti al Csm per mercoledì 28 gennaio. Per il potere politico che ci governa, la libertà d’espressione è già un segno di sovversione. Probabilmente la nostra “azione” non finirà in televisione, ma rinunciarvi a priori significherebbe dimenticare che il lavoro di Apicella era a beneficio di tutte le persone oneste di questo paese.
Matteo Trebeschi,
gruppo universitario di Verona
LEGALITA’ E GIUSTIZIA

Genchi: “Il premier tirato dentro ad arte io non ho nessun archivio segreto”

Da http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/politica/giustizia-8/genchi-intervista/genchi-intervista.html:

Parla l’esperto informatico e consulente dell’ex pm di Catanzaro De Magistris

“In atto una grande mistificazione. Nessun coinvolgimento di Spataro o De Gennaro”

Genchi: “Il premier tirato dentro ad arte io non ho nessun archivio segreto”

ROMA – “Io in vita in mia, compreso il periodo che ho svolto attivo nella polizia di Stato, non ho mai svolto una sola intercettazione, e sfido chiunque a dimostrare il contrario, né legale né tanto meno illegale”. Ai microfoni di SkyTg24 Gioacchino Genchi, esperto informatico e consulente dell’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, ha ribadito quanto aveva precedentemente detto a Repubblica, negando anche l’esistenza di un archivio segreto. Genchi, nel corso di altre interviste rilasciate all’Ansa e al Secolo XIX, ha negato ogni coinvolgimento di Berlusconi e ha chiamato in causa un parlamentare “che ha intestato a suo nome decine di schede telefoniche e le ha distribuite ai suoi conoscenti”, in Calabria.

“Tra l’altro – ha continuato – le intercettazioni illegali sono punite dalla legge, esiste pure un’aggravante qualora vengano commesse da un pubblico ufficiale, e io sono un pubblico ufficiale, ipotesi per la quale è previsto l’arresto: se qualcuno sostiene che io abbia svolto delle intercettazioni illegali lo dicesse pure, così mi arrestano. L’archivio? Non esiste nessun archivio”.

Per Genchi, sulla vicenda che lo riguarda è in atto “una grande mistificazione”, perché “la confusione non è solo una carenza di conoscenze professionali e tecniche di chi la fa ma attiene proprio alla volontà di mistificare e denigrare”. Insomma, per Genchi “certi nomi” inquadrati nell’inchiesta “sono stati fatti trapelare ad arte”. E’ il caso di quello di Armando Spataro, il pm antiterrorismo di Milano. “Non c’è nulla su Spataro. Spataro non c’azzecca nulla e il suo nome è stato fatto trapelare per tagliare i ponti a De Magistris, visto il ruolo che Spataro ricopre nella magistratura e il peso che ha nella sua corrente”.

Parimenti, secondo Genchi non c’è nulla neanche nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e dell’ex direttore del Sisde Gabrielli, che per il consulente informatico “è persona offesa” e i cui tabulati telefonici “non sono mai stati acquisiti”. Insomma, per Genchi il quadro è chiaro: De Magistris indagava su “due fughe di notizie di una gravità inaudita” relative alla faida di San Luca e all’indagine Fortugno e per questo è stata montata ad arte “la più grande mistificazione d’Italia”.

“Il problema – ha concluso nel’intervista a Sky – è la Calabria e le collusioni che da lì partono verso altre zone d’Italia”, tant’è vero che “il magistrati di Salerno hanno fatto bene a indagare” sull’attività della procura di Catanzaro.

Quanto al premier, che durante il suo tour elettorale in Sardegna ha lanciato l’allarme su quello che ha definito il “più grande scandalo della Repubblica”, il consulente ha dato la sua versione in una intervista successiva all’Ansa: “Berlusconi con la vicenda Why not non c’entra nulla – ha detto Genchi – Potrebbe entrarci lui, come Bin Laden o il Papa. Tirare dentro lui in questa vicenda facendogli credere che è stato intercettato è un modo come un altro per far sollecitare a Berlusconi iniziative che se deve adottarle le adotti pure, ma non c’entra niente”. L’ex consulente del magistrato De Magistris ha poi aggiunto: “Posso sì sapere delle cose su di lui, ma non l’ho mai intercettato né mi sono occupato di lui nell’ambito delle inchieste Why not o Poseidone. Vogliono colpirmi – ha proseguito – perché sono un testimone di malefatte di alcuni magistrati di Catanzaro con intrecci che coinvolgono anche imprenditori, uomini dei servizi e giornalisti”.

All’Ansa, Genchi ha detto di non sapere di una sua eventuale iscrizione nel registro degli indagati da parte di qualche procura. “Non ho notizie dettagliate in merito, ho dato mandato al mio legale, l’avvocato Fabio Repici di occuparsene”, ha aggiunto.

Il consulente informatico ha poi fornito altri dettagli in un’intervista al Secolo XIX: “Forse sono altri che danno scandalo. Ad esempio quel parlamentare che ha intestato a suo nome decine di schede telefoniche e le ha distribuite ai suoi conoscenti. Schede che giravano per tutta la Calabria e che non si potevano controllare, perchè erano coperte da segreto parlamentare”.

Genchi si è detto “pronto” a rivelare il nome di questa persona “non appena la Commissione Antimafia mi convocherà”. Secondo Genchi, non poteva essere sempre questa persona a utilizzarle perché “c’è la prova provata. Ha partecipato a una votazione in Parlamento – ha sottolineato – E non poteva essere coperto da un ‘pianista’ perché era una votazione ad appello nominale. Eppure, mentre lui era a Roma a votare, altre schede telefoniche a suo nome avevano contatti inquietanti in Calabria. Ma non si sarebbero mai potute intercettare se non chiedendo l’autorizzazione alla sua Camera. Come dire? A quel punto non sarebbe servito a nulla”.

Quanto alle intercettazioni dell’allora ministro Clemente Mastella, Genchi ha aggiunto: “Il Ros dei carabinieri non ha saputo nemmeno acquisire correttamente l’intestatario dell’utenza cellulare di Mastella, che non era da tempo intestata alla ‘Camera dei Deputati’ ma al Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) quando ne sono stati acquisiti i tabulati. Mai e poi mai avrei potuto ipotizzare o supporre, quando ho acquisito il tabulato, che quel numero fosse di Mastella. Peraltro non mi sarebbe servito a nulla. Posto che avessi voluto dimostrare i contatti di Mastella con Saladino, questi sarebbero già emersi dal tabulato di quest’ultimo”.

(26 gennaio 2009)

P2 e Mafia al Governo, ma l’emergenza democratica è un’altra

http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/politica/giustizia-8/genchi-risponde/genchi-risponde.html

Il custode dei tabulati dal suo bunker
“So molte cose, anche del Cavaliere”

di EMANUELE LAURIA

PALERMO – La sua difesa l’ha affidata a Facebook, citando Camilleri: “A Berlusconi, Cicchitto, Rutelli e Gasparri consiglio di leggere “La concessione del telefono””. Gioacchino Genchi si rivede nel personaggio di Filippo Genuardi, il commerciante che nella Sicilia dell’800 chiede l’installazione di una linea telefonica e finisce per essere tacciato dal prefetto di essere un sovversivo, malgrado la difesa del questore Monterchi che sarà trasferito. Nella metafora del perito informatico, l’ex pm di Catanzaro De Magistris è il questore e lui, semplicemente, “spera di non fare la fine di Genuardi”. Che, per inciso, nel romanzo viene ucciso: “Ma io so che questo non accadrà – chiosa Genchi – Perché sto ricevendo la solidarietà di tante persone perbene”.

Eccola, la “spia” additata da Berlusconi, il protagonista dello “scandalo enorme” pronosticato dal premier. A mezzogiorno il poliziotto in aspettativa che ha lavorato con le procure di mezz’Italia è seduto in tuta da ginnastica nel salotto della sua abitazione-bunker di Palermo, protetta da telecamere e codici d’ingresso. Il famigerato archivio con 350 mila nomi? Genchi precisa, chiarisce, corregge. Ribadisce di non aver mai intercettato alcuna conversazione nell’ambito del processo Why Not ma di avere lavorato sui tabulati, incrociando numeri di telefono, date e orari dei colloqui: “I tabulati sono 792, le utenze controllate solo 641. Assimilare le intercettazioni ai tabulati equivale a ipotizzare un reato di violenza sessuale per chi dà uno sguardo a una bella donna. Per rimanere a una materia di cui Berlusconi si intende”.

<!–
OAS_RICH(‘Middle’);
//–>


Genchi ammette che fra i nomi del suo archivio figura quello dell’ex capo del Sismi Nicolò Pollari “ma si tratta della replica di tabulati già fatti dalla Procura di Milano. De Gennaro? No, lui non c’è. Quella è una cattiveria”. Non nega, l’esperto informatico, “di sapere tanto di tanti, anche di Berlusconi. Ma come i pm, gli avvocati e i medici, io ho il dovere della segretezza”. Genchi lamenta una “vile aggressione”: “Vogliono colpirmi perché sono uno scomodo testimone delle malefatte di alcuni magistrati di Catanzaro e di quanto stava emergendo dall’inchiesta Why Not: un intreccio affaristico che coinvolge imprenditori, politici, giornalisti, uomini dei servizi segreti”.

Maggioranza e opposizione litigano sul caso-intercettazioni. Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, parla di una “manipolazione della vita politica del Paese”. Tesi che non convince Antonio Di Pietro: “L’allarme di Berlusconi è una bufala”. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, rilancia: “Lo scandalo Genchi-De Magistris esca dal Copasir e approdi in Parlamento e in Procura”. E Francesco Rutelli, presidente del comitato per la sicurezza, smorza i toni: “Lavoreremo con equilibrio e severità sul caso-Genchi. Ma non c’è un’emergenza democratica”.

La Repubblica, 26 gennaio 2009

Intervista video a Gioacchino Genchi

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1048:intervista-video-a-gioacchino-genchi&catid=20:altri-documenti&Itemid=43:

Sky TG24 intervista Gioacchino Genchi

Mai fatte intercettazioni
Spataro e De Gennaro non sono nei tabulati

Nell’intervista l’ex consulente di Luigi De Magistris nega l’esistenza di un archivio di tabulati telefonici e dice: “In atto una grave mistificazione”

Il dibattito sulle intercettazioni in primissimo piano nell’attualità politica. Hanno fatto molto discutere, nei giorni scorsi, le rivelazioni sul cosiddetto “archivio Genchi”, contenente, secondo indiscrezioni, migliaia e migliaia di tabulati telefonici, riguardanti politici, magistrati e personaggi pubblici, raccolte dall’ex consulente di Luigi De Magistris. Ospite di SKY TG24, Gioacchino Genchi racconta la sua verità: il mega archivio non esiste ed è una mistificazione creata ad arte per spostare l’attenzione sul nodo intercettazioni e per bloccare le inchieste della procura di Catanzaro.