Colpirne uno per educarne 100

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1050:colpirne-uno-per-educarne-100&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Matteo Trebeschi
Lunedì 26 Gennaio 2009 18:07
CASO DE MAGISTRIS, SOSPESO IL PROCURATORE CAPO DI SALERNO, APICELLA
COLPIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO
Sospeso dalla carriera e dallo stipendio il procuratore Apicella
Il fondamento dello Stato di diritto poggia – come insegna Charles de Montesquieu nello Spirito delle leggi – sulla divisione dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Quando questi tre non sono più distinti, è in pericolo la democrazia stessa. E’ quello che sta accadendo in Italia da quando il CSM, pressato dal Parlamento, nel settembre 2007 dispone la richiesta di trasferimento dell’ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris, che nell’inchiesta Why not ipotizza un comitato d’affari composto da politici, imprenditori e funzionari delle istituzioni che avrebbero gestito illegalmente finanziamenti comunitari e statali. Ovvero milioni di euro di soldi pubblici, cioè dei cittadini, frodati allo stato italiano da rappresentanti delle istituzioni italiane.
La stampa si è sempre guardata bene dal ribattezzare Why not con quello che sarebbe il nome più adeguato, cioè Mani pulite 2. Infatti nel registro degli indagati comparivano nomi di politici bipartisan, come Cesa (Udc), Pittelli (Forza Italia) e Adamo (Ds). Ma anche nomi di un generale della Guardia di Finanza, come Paolo Poletti, e del capocentro del Sismi di Padova, Massimo Stellato. La cosa grave è che, a differenza degli anni di Tangentopoli, i politici abbiano (ab)usato qualsiasi strumento per impedire che le indagini continuassero. Per prima cosa, quindi, vennero sottratte a un magistrato senza macchia come De Magistris; l’avocazione di Why not fu fatta dal procuratore facente funzioni Dolcino Favi, che – guarda caso! – fu in passato indagato. La cosa deve aver tranquillizzato molto i nostri parlamentari e in particolare il ministro Mastella, che aveva tanta fretta di far trasferire il pm di Catanzaro da chiedere al Csm una procedura d’urgenza.
A gennaio 2008 si completa la vittoria della politica corrotta che ottiene il trasferimento di De Magistris e l’impedimento di esercitare ancora la funzione di Pubblico Ministero. L’autonomia della Magistratura, sancita dalla Costituzione italiana, è distrutta. La lezione fascista è chiara: la magistratura non ha il diritto di indagare sull’esecutivo e su rappresentanti istituzionali senza il loro previo permesso. E la Costituzione? Questo è certo il segno della volontà politica di svuotarla, mantenendola in vita formalmente. De Magistris è attaccato e trasferito durante un governo di cosiddetto centro sinistra. Anche se gli indagati erano bipartisan, vorrei ricordare. La battaglia della politica corrotta sembra aver trionfato. Con una decisione disciplinare (forse il termine “punizione” è passibile di querela?) così esemplare, la nostra classe dirigente pensava forse che nessun altro magistrato avrebbe avuto il coraggio di continuare a indagare i poteri forti in questa direzione. Invece la procura di Salerno, guidata da Luigi Apicella, raccoglie le denuncie di De Magistris che, in qualità di pm sarebbe stato ostacolato nel suo lavoro, e inizia a indagare. Nel frattempo il governo è cambiato: alla presidenza del consiglio dei Ministri sale Berlusconi, mentre Alfano prende il posto di Mastella come Guardasigilli. Cambia la musica, ma la sinfonia è la stessa. L’immunità per le quattro più alte cariche dello stato – il cosiddetto Lodo Alfano – non promette nulla di buono e lo svuotamento della Costituzione continua. In cantiere, per quest’inverno, anzi a brevissimo (23.1 CdM) c’è la riforma della Giustizia, che, impedendo per tutti i reati al di sotto dei 10 anni di pena la possibilità di utilizzare intercettazioni durante le indagini, vanificherà di fatto l’attività dei magistrati. Ergo la tanto paventata sicurezza non ci sarà, mentre sarà assicurata l’impunità a sempre più criminali. La paradossale possibilità di sottrarsi legalmente al controllo di legalità è il filo rosso che unisce tutti questi avvenimenti. Il caso Apicella, infatti, si spiega in base a quanto detto precedentemente. La procura di Salerno – dicevamo – richiede per sette volte l’acquisizione delle carte dell’inchiesta Why not e per sette volte gli viene negata. Il procuratore capo Apicella, pertanto, dispone il sequestro del procedimento Why not di Catanzaro e indaga otto pm. La procura calabrese reagisce indagando i pm di Salerno e ordinando il contro sequestro dei fascicoli di Why not. La stampa, “a edicole unificate” – come sottolinea Travaglio, uno dei pochissimi a sottrarsi a questa interpretazione – parla di “guerra tra procure”, anche se non c’è nessuna guerra. C’è, invece, una procura, quella di Salerno, competente a indagare su quella di Catanzaro, quindi del tutto legale; c’è un’altra procura, quella di Catanzaro, che indaga illegalmente su Salerno, pur non avendone competenza. La “guerra tra procure” sembrerebbe uno slogan funzionale a quel potere politico che vuole riformare la giustizia e, magari, convincere l’opinione pubblica che tutto questo è giusto.
Il decreto di perquisizione della Procura di Salerno riprende l’inchiesta Why not di De Magistris, citando nomi di importanti esponenti delle istituzioni: tutto questo è legale. Eppure tutti i poteri forti insorgono, dichiarando scorretta quest’azione: dall’Associazione Nazionale Magistrati al Presidente della Repubblica al Ministro della Giustizia Alfano. Il Guardasigilli vuole trasferire i pm Apicella, Nuzzi e Verasani per “assoluta spregiudicatezza”, “mancanza di equilibrio”, “atti abnormi nell’ottica di un’acritica difesa di De Magistris e con l’intento di ricelebrare i processi a lui avocati”. Nessuna di queste “imputazioni” riferisce di atti illegali commessi dai magistrati. Riferisce a ragione Marco Travaglio: “Per la prima volta nella storia repubblicana, e pure monarchica, un ministro chiede di punire dei magistrati perché il contenuto delle loro indagini non gli garba”. Questa richiesta è del tutto illegittima, ma viene sostanzialmente accolta dall’organo di autogoverno della magistratura, il CSM. Invece di dimostrare di essere “Consiglio Superiore”, di essere super partes, ovvero autonomo rispetto al potere esecutivo, il CSM agisce supinamente, chinando il capo ed eseguendo le richieste avanzate dal guardasigilli. E l’ANM che risponde? Si dichiara “soddisfatta”. A ragione De Magistris parla di “mafia istituzionale”, scrivendo di come si stanno consolidando “nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere”.
Fino al 1992, infatti, i magistrati venivano assassinati o fatti saltare in aria col tritolo, quando le loro indagini toccavano interessi o persone troppo in alto. Ora si trasferiscono e gli si impedisce di svolgere il proprio lavoro, di “fare il proprio dovere”, come diceva Giovanni Falcone. E per giunta si arriva quasi al ricatto, sospendendogli lo stipendio. Se fare il proprio dovere significa essere puniti, si può forse asserire che la nostra classe dirigente incoraggi l’illegalità? Credo di sì. Questi trasferimenti, inoltre, richiamano alla memoria il confino tipico del fascismo, che dopo l’omicidio Matteotti cambiò tecnica ed evitò il più possibile gli omicidi diretti. Questa svolta autoritaria sta infettando tutti i piani del potere, come dimostrato dal caso del giornalista del Corriere della Sera Carlo Vulpio, sollevato dall’incarico di seguire come cromista gli eventi intorno al caso De Magistris dal suo direttore, Paolo Mieli. Fare i nomi di politici e magistrati sui giornali, parlando di inchieste, è diventato impossibile.
Il caso di Apicella è un monito per tutti i magistrati che vogliono continuare a essere liberi, per tutti coloro che ritengono imprescindibile l’articolo 3 della Costituzione, cioè che la legge è uguale per tutti. COLPIRNE UNO PER EDUCARNE CENTO. Questa è la morale con cui la classe dirigente vuole educare questo paese. L’impotenza di fronte a questa “punizione esemplare” è tanta, ma la società civile non può stare a guardare. Difendere Apicella, denunciare questa VERGOGNA è fondamentale per il nostro futuro. Chiedo pertanto a tutti coloro che non vogliono rinunciare alla libertà d’espressione di organizzare dei piccoli sit-in davanti ai palazzi di giustizia delle nostre città, magari in concomitanza con la protesta indetta da Salvatore Borsellino e Sonia Alfano davanti al Csm per mercoledì 28 gennaio. Per il potere politico che ci governa, la libertà d’espressione è già un segno di sovversione. Probabilmente la nostra “azione” non finirà in televisione, ma rinunciarvi a priori significherebbe dimenticare che il lavoro di Apicella era a beneficio di tutte le persone oneste di questo paese.
Matteo Trebeschi,
gruppo universitario di Verona
LEGALITA’ E GIUSTIZIA

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