Cosa sapeva il Viminale?

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13102/78/:

di Giorgio Bongiovanni – AntimafiaDuemila
La morte di Borsellino, la trattativa, l’agenda rossa, il blitz di Mezzojuso, il covo di Riina… tutti misteri ancora irrisolti
Questo processo concerne esclusivamente gli esecutori materiali, coloro che hanno attivamente lavorato per schiacciare il bottone del telecomando.
Ma questo stesso processo è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interessi, a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico, ma anche sotto quello politico e morale. E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio, ma non certamente la storia di questa strage annunciata che deve essere ancora in parte scritta».
È così che i giudici d’Appello del Borsellino Bis chiudevano la loro sentenza di condanna contro il Gotha mafioso responsabile della morte di Paolo Borsellino, rimandando a responsabilità esterne quelle cause che hanno fatto di Cosa Nostra solo il braccio esecutivo di un progetto ben più ampio.
Un giudizio che in molti passaggi ha messo in evidenza le “connessioni mafiose” e i “suggeritori”, “mandanti”, “coordinatori”, “istigatori” e “supporti” esterni” che hanno contribuito alla strage. Eseguita sì dalla mafia ma, così come in quasi tutti gli omicidi “eccellenti”, come risultato di ibridi connubi fra criminalità e centri di potere occulto.
Per questo è fondamentale sgomberare il campo da qualsiasi ombra come quella che fino ad oggi ha nascosto la verità sulla cosiddetta “Trattativa”. Quel patto scellerato avviato nel 1992 dagli uomini del Ros e Cosa Nostra che, secondo le indagini, determinò l’accelerazione della morte del giudice Paolo Borsellino. Vicende a cui si riferisce Massimo Ciancimino, il testimone oculare di quegli avvenimenti, che sta verbalizzando le sue dichiarazioni con i magistrati di Palermo Nino Di Matteo, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, titolari dell’accusa al processo sulla mancata cattura di Provenzano, in cui sono imputati per favoreggiamento aggravato alla mafia l’ex capo del Sismi Mario Mori e il capitano Mario Obinu.
Un episodio, quello di cui parla il figlio dell’ex sindaco di Palermo, che potrebbe vedere coinvolto l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino in quel “dialogo” già a partire dal giorno del suo insediamento al Viminale, il primo luglio 1992. Quel giorno il vicepresidente del Csm si sarebbe incontrato con Paolo Borsellino. A confermarlo è l’annotazione dell’agenda grigia del giudice. Cosa si erano detti Mancino non lo ricorda ma, la cosa importante, secondo le rivelazioni di Ciancimino e che la trattativa in quella data era già ampiamente avviata.
Una tesi questa che però Mancino smentisce categoricamente: “Non c’è stata nessuna trattativa”. Inoltre “non conoscevo personalmente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto qualche cosa in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare.” Parole che suscitano lo sdegno del fratello del giudice Salvatore Borsellino, secondo il quale: “Il vicepresidente del Csm non poteva non conoscere il magistrato del pool di Palermo che il 23 maggio 1992 aveva portato sulle spalle la bara di Giovanni Falcone”, e che era destinato a ricoprire la carica di capo della superprocura antimafia, dopo la morte del suo collega. “Credevo – ha detto inoltre Salvatore Borsellino – che ci dovesse essere un limite alla decenza in particolare per chi dovrebbe rappresentare le Istituzioni” ma “mi accorgo che questi limiti vengono ormai oltrepassati senza alcun ritegno e che, per quanto riguarda il sen. Mancino, non di amnesia si tratta come avevo finora ipotizzato ma di qualcosa di molto, molto peggiore”.

La trattativa
Intanto i nuovi verbali di Massimo Ciancimino, trasmessi alla procura di Caltanissetta, fanno già parte del fascicolo sui mandanti della strage di via d’Amelio. Le sue dichiarazioni parlano di quella trattativa tra Stato e mafia intavolata a giugno del 1992, attraverso la mediazione di suo padre “Don” Vito Ciancimino. In quel momento lo Stato italiano era in ginocchio per il violento attacco mafioso. Lima era stato ucciso da poco, subito dopo era toccato a Giovanni Falcone.
E’ a quel punto che De Donno incontra su un volo Palermo-Roma Massimo Ciancimino durante il quale gli chiede di poter interloquire con suo padre.
La risposta, diversamente da quanto ha sempre sostenuto Mori, non tarderà ad arrivare. Secondo Massimo Ciancimino perverrà quasi subito e sarà affermativa. Suo padre era disposto a dialogare con il Ros anche perché speranzoso di ricevere in cambio delle agevolazioni per la sua situazione processuale.
Così a giugno i militari si incontravano con “Don Vito” 2 o 3 volte, chiedendogli di fare da tramite per contattare Riina e concordare con il boss la fine delle stragi.
La risposta, a quanto dice Mori, arrivò a luglio di quell’anno ma la “vera apertura” della controparte, secondo i militari, si avrà ad agosto dopo la strage di Via d’Amelio. Un periodo che non coincide con la datazione di Ciancimino, il quale anticipa l’incontro con Mori nel periodo a cavallo delle due stragi.
Un dettaglio non da poco che potrebbe provare la consapevolezza di Paolo Borsellino dell’esistenza della trattativa alla quale, per onestà morale e rettitudine professionale, si sarebbe opposto con tutte le sue forze, fino alla morte. La contropartita infatti prevedeva una serie di richieste contenute nel “papello” scritto da Riina, in cui il boss pretendeva una serie di agevolazioni legislative in favore dei mafiosi come l’allentamento delle restrizioni carcerarie, la revisione dei processi, l’abolizione della legge sui pentiti e la riforma della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi. “Ero presente – ha dichiarato Massimo Ciancimino ai magistrati – quando a mio padre venne consegnato il papello”. Ciancimino lo ricorda bene perchè suo padre si era irritato. “Di quelle 10, 12 ce n’erano 3, 4 su cui si poteva anche intavolare una discussione, ma 7,8 erano quelle di chi non vuole…” trattare. Poi – ha aggiunto – “mio padre diede l’elenco al capitano De Donno e al Gen. Mori” (cosa che i due smentiscono).
Ma, a quel punto, i militari sarebbero stati ancora più espliciti, se prima avrebbero chiesto la consegna dei superlatitanti in generale poi invece avrebbero voluto ottenere esplicitamente ottenere la cattura di Riina. Una pretesa improponibile per Ciancimino che a quel punto avrebbe inveito perché in tal modo sarebbe stato esposto a morte certa. Tuttavia, dopo un iniziale dietro front, “Don Vito”, nel racconto del figlio, si rese disponibile e, prima di ritornare in carcere per scontare un residuo di pena, indicava con mappe catastali alla mano (unite ad allacci dell’acqua, luce e gas) l’abitazione di Totò Riina. Un prezioso contributo per Mori e De Donno che poi, per catturare il Capo di Cosa Nostra si avvalsero anche del riconoscimento del pentito Di Maggio che lo indicò per strada, vicino a quel covo in cui molti mafiosi sostenevano fossero custoditi scottanti documenti, tra cui forse il famigerato “papello”. “Alla fine – ha detto suo figlio – mio padre morì con la consapevolezza di essere stato scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa mantenendo certi accordi”.

Mi ha chiamato il ministro
“Don Vito” comunque non era uno sprovveduto, nei suoi ambienti sapeva muoversi bene. Conosceva il terreno vischioso della politica come quello della mafia e non si sarebbe mai speso per conto dei due ufficiali senza avere le giuste garanzie e non solo quelle di Provenzano.
Ed è qui che Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via d’Amelio, chiama in causa i vertici del Viminale gridando la sua rabbia e chiedendo a Nicola Mancino di ricordare cosa accadde il primo luglio 1992. Come si è detto, quel giorno infatti Paolo Borsellino aveva incontrato il neo ministro. A confermarlo sono la sua agenda grigia in cui è annotato l’appuntamento “ore 19:30 Mancino” e anche il magistrato Aliquò che lo accompagnò fino alla porta del Ministero. Paolo Borsellino quel pomeriggio stava interrogando a Roma Gaspare Mutolo al quale disse, dopo aver ricevuto una telefonata, “mi ha chiamato il ministro mi assento un’oretta e poi torno”. Al suo rientro Mutolo lo vide sconvolto, tanto che il giudice fumava due sigarette alla volta.
È probabile che nell’’ufficio del ministro dell’Interno Borsellino seppe o vide qualcosa che lo turbò notevolmente. Secondo le ipotesi il giudice poteva essere venuto a conoscenza della Trattativa. Certo è che in quei terribili giorni, all’indomani della strage di Capaci, il magistrato lavorava senza sosta per scoprire i mandanti della morte del suo collega e amico Giovanni Falcone. Sapeva di essersi avvicinato alla verità e per questo diceva alla moglie Agnese “devo fare in fretta”, avvertendola che se lui fosse stato ucciso sarebbe stata la mano di Cosa Nostra a compiere il delitto ma non sarebbe stata la mafia ad aver voluto avuto la sua eliminazione. In quei 57 giorni che separavano la strage di Capaci e quella di Via d’Amelio, Borsellino aveva ripreso il rapporto del Ros su mafia – appalti, quello stesso che, tempo prima, era stato stilato da Mori e De Donno, sul quale Falcone stava investigando prima di partire per Roma. I due Giudici stavano seguendo tutte le piste inerenti il sistema della spartizione illecita degli appalti in Sicilia e le relative collusioni con i poteri più alti.

L’agenda Rossa
Ma la consapevolezza di essere entrato in un gioco “troppo grande” rendeva il suo lavoro una corsa contro il tempo fino a svelare di fronte al pubblico della Biblioteca comunale di conoscere i segreti che avevano portato alla morte di Falcone. “Ritengo – aveva detto Paolo Borsellino – che più di questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. In questo momento oltre che magistrato sono un testimone. Se deve essere eliminato, la gente lo deve sapere: il pool antimafia deve morire davanti a tutti. Perché nonostante quello che è successo in Sicilia la Corte di Cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste continuando a far morire Giovanni Falcone. Prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo le confidenze di Giovanni Falcone, questi elementi che porto dentro di me io debbo come prima cosa rassegnarli all’Autorità giudiziaria che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che a posto fine alla vita di Giovanni Falcone e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita anche una parte della mia e della nostra vita”. Una cognizione, quella del Giudice, che sembrava già essere chiara, basata su verità e confidenze raccolte dal collega prima di morire e che inevitabilmente avrebbero finito per determinare l’accelerazione della strage di via d’Amelio. Informazioni che forse erano annotate nella sua agenda rossa, trafugata dalla valigetta di cuoio del magistrato subito dopo l’esplosione della bomba di via d’Amelio. Un capitolo in cui affiora la presenza sul luogo della strage dei Servizi Segreti e del tenente dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Quest’ultimo, immortalato da un video mentre si allontana con la valigetta del magistrato. Cosa conteneva quell’agenda? Forse Borsellino aveva scoperto gli ingranaggi di un sistema perverso nel quale spesso lavorano in comune accordo mafiosi, Servizi deviati, politici, religiosi e imprenditori. Un apparato comunemente definito “area grigia” nella quale, purtroppo, quando le inchieste riescono ad arrivare a figure intoccabili, si arenano nei meandri della lenta burocrazia giudiziaria e dallo stop delle leggi ad personam.
Borsellino, destinato a ricoprire la carica di Capo della superprocura antimafia non avrebbe mai permesso a quel sistema di svilupparsi. Continuando a svolgere il suo dovere fino in fondo, avrebbe messo al servizio della gente la sua onestà professionale oltre che morale, con la consapevolezza di essere appoggiato da quella parte di società civile che si riconosceva in lui per i valori che esprimeva. Una prospettiva che avrebbe finito per sconvolgere quel sistema colluso che preventivamente lo ha ucciso.

Il covo di via Bernini
Cosicché il 15 gennaio 1993, dopo nemmeno un anno dalla morte del magistrato, il Ros arrestava Riina, colui che da interlocutore della trattativa ne era diventato l’obiettivo. Un’operazione che ci riporta alla mancata perquisizione del suo covo di via Bernini che costò a Mori e al capitano “Ultimo” un rinvio a giudizio per favoreggiamento aggravato alla mafia, concluso con una sentenza di assoluzione che non è però riuscita a motivare degnamente la quantomeno sospetta inattività degli ufficiali, arenandosi davanti al muro del segreto di Stato. Le anomalie diventano così delle coincidenze e come insegnava Riina a Giuffrè una volta possono essere possibili, due no. Perché la squadra del Ros coordinata da Mori decise di non perquisire la casa di Riina? Perché sono state spente le telecamere e abbandonati per 18 giorni i servizi di appostamento? Secondo Mori si era trattato di una serie di malintesi con la Procura di Caselli.
Ma è lì che tra le fila dei più fedeli alleati di “Zu Totuccio” si infuse il dubbio che il loro capo fosse stato “consegnato” da Provenzano, il quale dalle retrovie avrebbe gestito lo scambio per assumere il comando di una Cosa Nostra che si sarebbe avvicinata al mondo dell’economia e dei grandi appalti.
Proprio in questa direzione i magistrati dell’odierno processo a carico di Mori e Obinu cercano dunque di capire sotto quale “ombrello” protettivo il “Ragioniere” di Cosa Nostra sia riuscito a mantenere certi accordi, vivendo indisturbato la sua latitanza per quarantatré anni tra Palermo, Bagheria e Corleone.

Il mancato arresto di Provenzano
Raccogliendo la coraggiosa testimonianza del colonnello Michele Riccio, maggior accusatore dei due ufficiali, si ha infatti la sensazione di stringere un filo che collega molti misteri irrisolti. Una linea sottile che nel tempo ha racchiuso segreti inconfessabili in una fitta trama di ricatti e compromessi sui quali probabilmente si reggono oggi gli equilibri di questo Paese. I racconti di Riccio si riferiscono alle confessioni di Luigi Ilardo, vice reggente della famiglia mafiosa di Caltanissetta, cugino di “Piddu” Madonia. L’ex boss, detenuto nel ’93 presso il carcere di Lecce, aveva deciso di “saltare il fosso” e collaborare con la giustizia. Affidato alla gestione direttamente di Riccio del quale diventa confidente, viene infiltrato nel circuito mafioso da dove proveniva. Il suo contributo sarà inappagabile. L’ex esponente nisseo era riuscito a stabilire anche un contatto personale con Bernardo Provenzano, ottenendo con lui un appuntamento che si sarebbe tenuto il 31 ottobre 1995 in un casolare delle campagne di Mezzojuso. Un’occasione unica per il Ros che, a distanza di soli quattro anni dalla violenta offensiva di Cosa Nostra allo Stato e a soli due dall’arresto di Riina, avrebbe avuto la possibilità di catturare anche l’altro responsabile materiale delle stragi del ’92. L’incontro tra il capomafia e Ilardo si terrà verso le 8 del mattino, in una masseria vicino a quella dove, tempo dopo, sarà arrestato Benedetto Spera. Le Forze dell’Ordine però non arriveranno mai. E questo, secondo Riccio, a causa dell’inerzia dei suoi superiori. “Informai il colonnello Mori – ha dichiarato a processo – lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte”. “Ci sono rimasto, perché pensavo che mi avrebbe detto: ‘ruba una macchina, corri!’, per dire”. Invece no. Alla fine, come risultato, Provenzano evitò l’arresto e dopo qualche mese Ilardo venne ucciso. Il collaboratore morirà il 10 maggio del ’96 a Catania proprio una settimana dopo la riunione che avrebbe dato il via alla sua collaborazione formale, a Roma in presenza dei Procuratori Caselli, Tinebra, Principato e dei militari Riccio, Mori e Subranni.
Secondo i magistrati la collaborazione portava in sé un vero e proprio uragano.
“Certi attentati che noi abbiamo commesso non sono stati commessi per nostro interesse, ma provengono da voi!…” aveva detto Ilardo a Mori, in occasione della loro presentazione.
Da quel momento Riccio aveva capito “l’importanza devastante e drammatica di quello che avrebbe detto”. Lo stesso Ilardo lo aveva preparato “vedrà quante ne dovremo passare” ed ancora “ho qualcosa da raccontarle anche sul Gen. Subranni…”. Ed esternando le sue perplessità sulla cattura di Riina aveva parlato di un contatto esistente tra Provenzano e Dell’Utri, “l’uomo dell’entourage di Berlusconi” e di un “progetto politico” in cui Cosa Nostra in quegli anni si riconosceva. E quando Ilardo fece al colonnello i nomi dei politici, Mori disse a Riccio di non inserirli nel rapporto “Grande Oriente”. “Tra questi c’era anche Marcello Dell’Utri: una persona importante, molto vicina ai nostri ambienti. Io allora – aveva detto Riccio – ritenni l’inserimento del suo nome un pericolo. Se lo metto pensai, succede il finimondo…”. Poi Riccio ricorda una frase di Mori: “Loro (Berlusconi e Dell’Utri) le guerre le fanno per noi. Portate più pentiti e vedrete che i pentiti cadranno”.

Riina parafulmine d’Italia

Dice Maria Concetta Riina, la primogenita del capo di Cosa Nostra, che la condizione della sua famiglia durante la latitanza “era una situazione surreale, assurda” e che quello che veniva detto su suo padre e su di loro era come se non gli appartenesse. (Intervista al giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni del 28-01-09)
Al di là dell’apparente schizofrenia che si può ritrovare in questa dichiarazione, c’è una “logica” non trascurabile. Quella stessa “logica” che fa dire a Maria Concetta Riina che suo padre è stato “un parafulmine per tante situazioni”. Ma “parafulmine” di chi?
E’ evidente che la figlia di Totò Riina lancia un segnale quando risponde che nonostante i tentativi di fare pentire suo padre “qualsiasi cosa gli avessero chiesto, lui (suo padre ndr), non avrebbe mai fatto nomi e cognomi di nessuno”.
Ma a quali nomi e cognomi si riferisce?
Forse a personaggi molto potenti delle istituzioni che hanno intavolato una “trattativa” con la mafia per far cessare la stagione stragista?
O ad altri Potenti del mondo imprenditoriale, massonico o religioso che si sono seduti a quel tavolo?
Queste sono le risposte che vorremmo avere. Per sapere la Verità, per il futuro dei nostri figli, ma anche dei figli di Maria Concetta Riina per i quali lei stessa dice di aver deciso di parlare.
Non mi illudo che Maria Concetta possa essere a conoscenza di tali segreti, anche perché si tratta di misteri che, una volta svelati, farebbero cadere la Maschera degli uomini sanguinari che hanno fondato la seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino.
Se la figlia di Totò Riina chiede che i suoi figli non siano discriminati ma vengano considerati “normali”, lo stesso diritto appartiene ai familiari di tutte le vittime di mafia che chiedono giustizia e verità per i loro cari.
Maria Concetta Riina non parli quindi di “normalità” e non pretenda che venga presa in considerazione la sua concezione di “educazione, moralità e rispetto” che suo padre le avrebbe trasmesso.
Se prima non accetta la realtà della sofferenza delle madri e di quei figli delle vittime della mafia che a fatica hanno recuperato il senso della propria esistenza le sue parole si disperdono nel nulla.
Non si meravigli perciò della “chiusura” nei suoi confronti da parte di uno Stato che non le può riconoscere la condizione di normale cittadina che cerca un lavoro.
Dove è finito il resto del patrimonio di suo padre? In quale forziere è custodito e sotto quali nomi? E quali sono le proprietà riconducibili alla sua famiglia che ancora non sono state individuate?
Tante e tante domande che rimarranno nel vuoto.
Se davvero l’intervista di Maria Concetta Riina rappresenta una sua “apertura” non posso che auspicare che Dio la illumini a proseguire su questa strada.
Solo in questa maniera potrà confidare in un futuro migliore per i suoi figli.
Altrimenti rientri nel suo mondo, continui il suo “ruolo” e lasci a tutti gli operatori di pace e di giustizia l’onere e l’onore di costruire una nuova società senza l’orrore della mafia.
Un’ultima considerazione per noi molto importante e fondamentale è diretta al signor Salvatore Riina.
Dire la Verità, tutta la Verità sui suoi complici, sui MANDANTI A VOLTO COPERTO delle stragi che Lei, signor Riina ha voluto, riscatterebbe il suo peccato di fronte a Dio e di fronte agli uomini.
“Parlare” significherebbe far conoscere la Verità.
“La verità che rende Liberi ma veramente Liberi gli uomini”. (Vangelo di San Giovanni cap. 8, vers. 31)

Gorgio Bongiovanni
Direttore di ANTIMAFIADuemila

La forza della verità
Il colonnello Riccio regge l’attacco dei difensori di Mori e Obinu

di Maria Loi e Lorenzo Baldo

Lo scorso 9 gennaio si è concluso l’interrogatorio del colonnello dei Carabinieri, ora in pensione, Michele Riccio, al processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Nella precedente udienza del 16 dicembre vi era stata la prima parte della deposizione del colonnello Riccio che a tutti gli effetti è il teste chiave di questo processo dimenticato dai grandi Media (a parte Biondo e Travaglio sull’Unità e MicroMega).
Nell’udienza del 16 dicembre Riccio ha raccontato le fasi del fallito blitz di Mezzojuso (PA) con l’amarezza di chi ha dovuto eseguire le direttive dei suoi superiori senza poter procedere alla cattura di Provenzano. Il Pm Di Matteo ha letto quindi una nota interna del Ros firmata dal colonnello Riccio e indirizzata a Mori datata 11 marzo 1996 che, sotto la voce “Esponenti delle istituzioni”, conteneva un elenco di nomi di persone di cui aveva parlato confidenzialmente Ilardo, informazioni che poi avrebbe dovuto sviluppare una volta formalizzata la collaborazione. Tra i soggetti delle istituzioni elencati il Pm ha evidenziato che c’era scritto “Flavi Dolcino” (corretto a penna da Obinu con: “Favi Dolcino”) allora procuratore capo della Procura di Siracusa. Accanto al suo nome vi era scritto: “gestito principalmente dall’avv. D’Amico (di Lentini) quest’ultimo compromesso con la famiglia mafiosa e in particolare con Nello Nardo, uomo di Santapaola”.
Agli addetti ai lavori non è potuto sfuggire che quel Dolcino Favi è l’ex procuratore generale reggente di Catanzaro (attualmente indagato per abuso di ufficio e calunnia) che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta denominata Why Not.
Quando il pubblico ministero ha chiesto al colonnello se era a conoscenza di accertamenti fatti sui nomi contenuti nel capitolo “Esponenti delle istituzioni”, Riccio ha risposto che ogni volta che chiedeva si scontrava con un muro di gomma.
Tra le informazioni che Riccio aveva raccolto da Luigi Ilardo nei primi mesi c’era anche quella sul contatto tra Provenzano e un uomo dell’entourage di Berlusconi che avrebbe assicurato a ‘zu Binnu iniziative favorevoli per Cosa Nostra da un punto di vista giudiziario ma anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Riccio annotava velocemente in agende quello che gli raccontava la sua fonte per paura di dimenticarsi. Durante uno dei loro incontri Ilardo aveva fatto capire al Riccio, mentre sfogliavano un quotidiano locale in cui avevano letto i nomi di Dell’Utri e Rapisarda, che era proprio Dell’Utri l’uomo dell’entourage di Berlusconi. Anche quel giorno Riccio segnò il nome di Dell’Utri in agenda. Nel corso del dibattimento il col. Riccio ha più volte citato quel “muro di gomma” con il quale si è scontrato: “sono arrivato alla convinzione – ha rimarcato l’ufficiale – che non si voleva prendere Provenzano perché doveva assolvere altri compiti…”.
Nell’udienza del 9 gennaio scorso ha avuto inizio il controesame del col. Riccio. La parola è passata prima all’avvocato Piero Milio e poi al collega Enzo Musco. Entrambi hanno ripercorso alcune tappe della carriera di Riccio cercando più volte di metterlo in difficoltà. L’ufficiale ha retto molto bene il confronto costringendo i due legali a imbarazzanti dietrofront. In un’aula più affollata del solito, oltre a carabinieri e giornalisti erano presenti i due imputati: Mori e Obinu. Seduti vicini, si scambiavano sguardi d’intesa annotando su carta le dichiarazioni del teste chiave. Molto nervosismo e qualche piccolo scatto fisico ogni qualvolta il colonnello rimarcava la mancanza di professionalità dei suoi superiori.
Alla domanda del Pm sulla supervisione delle bozze del rapporto Grande Oriente che dovevano essere visionate obbligatoriamente da Mori, Riccio ne ha dato conferma. Di Matteo ha insistito chiedendo a Riccio se si fosse posto il problema in merito a cosa sarebbe potuto accadere qualora avesse scritto nel rapporto i passaggi più controversi (l’ordine di non intervenire, l’omissione dei nomi dei favoreggiatori di Provenzano).
Lo stesso Presidente della IV sez. penale, Mario Fontana, ha ulteriormente chiesto a Riccio se avesse pensato che determinate informazioni non sarebbero passate. Riccio ha confermato quanto esposto precedentemente al Pubblico Ministero in merito al fatto di essersi sentito solo, di aver temuto per la sua famiglia e per se stesso subito dopo la morte di Ilardo. “Se avessi scritto certe cose – ha ribadito il colonnello – si sarebbe andati allo scontro… certo che l’ho pensato…”. Facendo riferimento ai nomi dei politici di cui gli aveva riferito il confidente e che sarebbero dovuti essere inseriti nel rapporto il pm Di Matteo ha domandato al teste per quale motivo non c’era il nome del senatore Marcello Dell’Utri di cui, invece, Ilardo gli aveva accennato in un colloquio precedente. Il colonnello ha risposto che aveva avuto la direttiva di omettere i nomi dei politici dal generale Mori. Sul punto il pm ha invitato il colonnello a dare maggiori spiegazioni a riguardo e Riccio ha risposto: “Perché Dell’Utri era un personaggio vicino ai nostri ambienti, se mettevo quel nome succedeva il finimondo. Era l’area di riferimento dell’Arma…era di casa nostra”. “L’inserimento di quel nome – ha proseguito Riccio – l’ho visto come un pericolo”.
A sentire i nomi dei politici citati da Ilardo nell’aula del nuovo palazzo di giustizia l’aria si è fatta sempre più pesante: Andò, Mannino, Andreotti. Riccio non ha mai indietreggiato di un millimetro. E’ un racconto crudo, senza sconti per nessuno. Si sono così riaccesi i riflettori sulla vicenda del vassoio d’argento regalato da Cesare Previti al gen. Mori, così come la questione del fratello di Mori in servizio presso la Fininvest fino al 1991. Sono riemersi quegli inquietanti intrecci dove i principali protagonisti sono venuti a patti con Cosa Nostra nel nome di reciproci interessi celati dietro ad una “ragione di Stato” sempre più intrisa del sangue di tanti innocenti. Quella stessa “ragione di Stato” che protegge tuttora i mandanti esterni delle stragi del ‘92 e del ‘93. Ecco allora che rispuntano le tetre figure di Salvatore Ligresti, Raul Gardini, Giuseppe Farinella. Un racconto da romanzo criminale. Peccato che invece si tratti di pezzi di storia reale, volutamente occultati; quella storia che solamente pochi uomini hanno il coraggio di raccontare. Michele Riccio è uno di questi. Il coraggio che lo anima proviene indubbiamente dalla certezza della verità. Con un prezzo altissimo da pagare: isolamento e delegittimazione.
Ma per chi non è disposto a vendere la propria dignità ne vale comunque la pena.

Per tutti gli approfondimenti sulla mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso: Antimafiaduemila.com

Processo Mori-Obinu.
Maresciallo incriminato per falsa testimoniaza

Il maresciallo dei carabinieri Angelo Bongiorno è stato incriminato in aula per falsa testimonianza nell’udienza del 30 gennaio scorso del processo Mori-Obinu. Rispondendo al Pubblico Ministero il sottufficiale ha sostenuto in aula che il 31 ottobre del 1995 Riccio non si trovava a Mezzojuso (PA) insieme a lui e ad altri colleghi. Di fronte a tali dichiarazioni il Pm Nino Di Matteo ha prodotto la copia della relazione di servizio, recante anche la firma del M.llo Bongiorno, che attesta invece la presenza di Riccio durante l’operazione (così come le altre testimonianze che confermano la presenza di Riccio a Mezzojuso). E proprio in merito alla suddetta relazione di servizio il teste ha risposto di avere firmato qualche giorno dopo: “E lo feci – ha evidenziato – perché me lo chiese lo stesso Riccio”. Queste affermazioni hanno indotto il pm a chiedere ed ottenere immediatamente dal tribunale un confronto tra Bongiorno e un suo collega, l’appuntato Damiano Tafuri. Un confronto nel quale lo stesso Bongiorno si è contraddetto più volte riconoscendo sommessamente che il suo collega aveva ricordi più precisi dei suoi. Il Pm ha quindi ottenuto dal tribunale la trasmissione degli atti per procedere contro il sottufficiale. Il processo è stato rinviato al 13 febbraio.
L.B.

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